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Il colpo di stato più lungo della storia Questo libro si basa quasi interamente su documenti consultati negli archivi di Stato britannici di Kew Gardens, nei pressi di Londra, nel corso di ricerche durate anni. Centinaia di lettere, cablogrammi, informative e analisi dell’intelligence, della diplomazia, dei ministeri e dell’ufficio del premier. Rapporti classificati confidential, secret, top secret. Sono lì, a disposizione degli studiosi. Ma nessuno si era mai preso la briga di cercarli e di esaminarli nella loro totalità, con metodo. Soltanto il quotidiano «la Repubblica», dopo il 2007, ha iniziato a pubblicarne alcuni importanti frammenti. Eppure, è un materiale enorme, ricchissimo. Per un ricercatore, è una vera e propria miniera d’oro che consente di ricostruire, per la prima volta in questo libro, quello che si potrebbe definire il colpo di stato più lungo della storia, perché durato oltre mezzo secolo: il «golpe inglese» attuato in Italia a partire almeno dal 1924 (anno del sequestro e dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti) fino al 1978 (anno del sequestro e dell’assassinio del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro). Non un rovesciamento repentino e violento di un governo da parte di un altro organo dello stesso Stato, secondo i classici pronunciamenti militari di stampo


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sudamericano. Bensì il tentativo complesso e multiforme, per la durata e le tecniche utilizzate, attuato da una nazione straniera, la Gran Bretagna, per condizionare la politica interna ed estera di un altro paese. Con l’obiettivo di trasformarlo in una sorta di protettorato, una base da cui favorire e proteggere le proprie rotte commerciali, a cominciare dalla più strategica: quella petrolifera. Le mire britanniche sull’Italia nascono, si può dire, con la stessa Italia. Anzi, l’Italia e la sua unità politico-territoriale sono in qualche modo il prodotto delle ambizioni inglesi. Alla vigilia della faraonica realizzazione del canale di Suez da parte dei francesi, Londra intuisce le potenzialità di quella striscia d’acqua che consentirà di raggiungere in breve tempo i propri possedimenti in Oriente senza doppiare il capo di Buona Speranza. Il canale viene inaugurato nel 1869; mentre un anno dopo, nel 1870, la regina Vittoria annette all’Impero britannico India, Pakistan, Birmania e Bengala. La Gran Bretagna comprende fin da subito l’importanza geopolitica della nostra penisola: collocata nel bel mezzo del Mediterraneo, e quindi delle linee di comunicazione NordSud ed Est-Ovest, se controllata con sapienza, in un futuro non lontano consentirà il dominio di una delle aree più strategiche del mondo. E così avviene. In quel nuovo orizzonte, l’idea dell’unità italiana, che si realizza per lo più nel triennio 1859-1861, prende corpo soprattutto negli ambienti politico-diplomatici, militari e finanziari britannici. Gli inglesi hanno già una loro presenza economica in Sicilia, con forti interessi nell’industria dello zolfo e nella produzione del vino. Ora però accarezzano progetti ben più ambiziosi, e non solo appoggiano senza riserve i disegni di Giuseppe Mazzini e di Camillo Benso di Cavour, ma creano addirittura le condizioni per lo sbarco dei Mille a Marsala, guidato


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dal massone Giuseppe Garibaldi, che da sempre mantiene assidue frequentazioni con l’Inghilterra. Tuttavia, le loro idee sul futuro della penisola non sempre collimano con quelle di una parte delle classi dirigenti nostrane. L’Italia vista da Londra è uno Stato monarchico dominato dalla dinastia dei Savoia e dalle famiglie aristocratiche a essa legate, sotto la discreta ma fortissima influenza anglofila. Uno Stato robusto al punto da riuscire a contenere l’espansionismo nell’Europa meridionale e nel Mediterraneo dei nemici storici degli inglesi: Austria, Francia e Russia zarista. Ma non tanto da potersi sottrarre alla tutela del governo di Sua Maestà britannica, minacciandone gli interessi. Nei decenni successivi, la visione strategica di Londra finisce inevitabilmente per entrare in conflitto con le pulsioni di una giovane nazione ansiosa di crescere e di ritagliarsi un proprio spazio vitale. Accade all’inizio del Novecento. Quando, ormai al tramonto l’era del carbone, una nuova risorsa energetica determina lo scombussolamento di tutti i giochi politici e degli assetti geopolitici: il petrolio. Necessario come l’aria per lo sviluppo dell’industria, dei commerci e della macchina bellica, l’oro nero diviene al tempo stesso l’arma e la posta in gioco di ogni guerra, aperta o segreta che sia, combattuta con mezzi convenzionali o con metodi non ortodossi. Tutti i conflitti finiscono così per scaricarsi nell’area più ricca di quella risorsa, il Mediterraneo e il Vicino Oriente. L’importanza dell’Italia, dal punto di vista degli interessi britannici, appare ancora più evidente. E controllarne la vita politica interna, condizionarne la crescita economica, indirizzarne la politica estera diventa per Londra un’esigenza prioritaria. Tanto più che un nuovo nemico si è materializzato in Europa: il comunismo sovietico. E un nuovo concorrente si sta minac-


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ciosamente affacciando nell’area del petrolio: gli Stati Uniti d’America. Per il più potente impero coloniale della storia moderna, quindi, mantenere in pugno l’Italia, e dominare, attraverso questa, il Mediterraneo e la via d’accesso al Vicino e all’Estremo Oriente, diventa addirittura una questione vitale, di sopravvivenza. L’Italia non può essere autonona Sin dal Risorgimento, attraverso il suo braccio massonicofinanziario e la sua rete d’intelligence, Londra esercita nel nostro paese un’influenza fortissima sull’aristocrazia, la politica, le forze armate, l’industria privata, l’informazione e la cultura. In virtù di tale autorità, contribuisce all’ascesa del fascismo e al suo consolidamento. Salvo poi provocarne la crisi, quando nel regime si manifestano tendenze a una politica energetica nazionale che minacciano gli interessi britannici, e la sua caduta quando Benito Mussolini, una «creatura» inglese a partire dal 1917, tradisce i vecchi padroni finendo per schierarsi al fianco della Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Nell’ultima fase del conflitto, quando le sorti volgono decisamente a favore degli Alleati (perché dispongono di abbondanti risorse petrolifere, mentre quelle dell’Asse scarseggiano), gli inglesi pensano già al dopo, alle nuove battaglie da combattere a partire dal 1945. E rafforzano la rete di influenza in Italia inglobando nella loro intelligence ambienti mafiosi e repubblichini, il cui apporto alla causa britannica sarà decisivo nei decenni a seguire. Conclusa la guerra, a differenza degli americani, Londra non considera gli italiani un popolo che ha combattuto per la propria


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liberazione dal nazifascismo al fianco degli Alleati, ma come una nazione sconfitta. E dunque soggetta alle leggi dei vincitori. Il nostro paese non può avere un regime pienamente democratico. Non può provvedere autonomamente alla propria sicurezza. E, soprattutto, non deve seguire una linea di politica estera basata su un proprio interesse nazionale. Quei divieti segreti, imposti nel 1945 dalla dottrina del leader conservatore Winston Churchill, vengono poi di fatto recepiti nel trattato di pace del 1947 e nelle clausole dell’Alleanza atlantica nel 1949: coperti da un manto di ipocrisia e di indicibilità, condizioneranno i rapporti tra i due paesi lungo l’intero arco della guerra fredda. E persino dopo la caduta del Muro di Berlino. Nel dopoguerra, la storia dei conflitti invisibili tra Roma e Londra si snoda lungo un sentiero strettissimo. Delimitato, da un lato, dalle strategie di una gran parte della classe dirigente italiana, desiderosa di entrare a pieno titolo nel gioco delle grandi potenze economiche; dall’altro, dalla dottrina Churchill, con le sue successive rielaborazioni. La scaltrezza e le astuzie di una nazione bisognosa anch’essa di espandere i propri mercati e di affrancarsi dalla dipendenza energetica si scontra quindi con il cinismo e le furbizie di Sua Maestà britannica. In questa partita a scacchi all’ultimo sangue, si misurano così le aspirazioni di un paese giovane – che è pronto a sfruttare ogni varco, ogni occasione per emergere – con gli interessi di una gloriosa potenza coloniale in declino, che mette in campo la sua rete d’influenza e le sue quinte colonne, sempre pronte a scattare al minimo segnale di pericolo. È una storia che corre continuamente sulla lama di un rasoio. Chiunque, nel ceto politico o industriale italiano, osi disubbidire alle regole segrete della dottrina Churchill, si chiami Enrico Mattei o Aldo Moro, è


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considerato dagli inglesi alla stregua di un nemico mortale. Da combattere con ogni mezzo. A raccontarcela per la prima volta in modo organico, questa storia, ora sono gli stessi britannici. Attraverso le loro carte segrete. E leggendo i documenti non si può fare a meno di pensare al modo in cui gran parte del mondo politico, degli ambienti intellettuali e dell’informazione italiani tendono ancora oggi ad affrontare i nodi della nostra storia. «Non c’è più niente da sapere!» Lo abbiamo sentito dire troppo spesso, sui giornali o dagli schermi televisivi. E da accreditati opinionisti che hanno «occupato» ogni spazio dedicato alla memoria per imporre la loro chiave di lettura, ripetuta come un mantra: tutto è nato, si è sviluppato e si è consumato esclusivamente dentro i nostri confini, senza alcuna responsabilità di menti e mani straniere. Come se l’Italia fosse un’entità a parte, isolata da un contesto più ampio, e non interagisse con il resto del mondo, a cominciare da quello più vicino. È un limite culturale, un macigno calato sulla via della comprensione degli aspetti indicibili della nostra storia: si poteva dire all’opinione pubblica, per esempio, quanto le vicende interne italiane fossero condizionate dalla dottrina Churchill? Ma se da parte del ceto politico e di governo ci si può anche aspettare un atteggiamento «omertoso», magari giustificato dalla ragion di Stato, dagli uomini dell’informazione e dagli intellettuali no. Questi hanno il dovere di aprire le menti a nuovi orizzonti: se invece loro per primi si rifugiano in quel «non c’è più niente da sapere», vuol dire che nel sistema c’è qualcosa di profondamente sbagliato. E non sempre si può spiegare tutto alla luce del «limite culturale». A volte può essere semplicemente cattiva coscienza. Ma non è un’attenuante. Semmai un’aggravante.

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Questo libro apre uno squarcio importante nella storia del nostro paese e fornisce nuove chiavi di lettura ad accadimenti indecifrabili come...

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