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bimonthly newsletter*

la CAMERA

CHIARA

4/2015 *(october-december)


“..Ora, se io sono spettatore, reagirò soltanto alle immagini che altri mi trasmettono (mi suggeriscono NdR) invece di costruirne in proprio. Se sono consumatore, qualcuno mi fornirà contenuti che non produco da solo. Il mio campo visivo in senso proprio e soprattutto in senso metaforico - il sistema di idee, le connessioni tra immagini, esperienze, situazioni, realtà e concetti – si restringe, si impoverisce, soprattutto si abitua ad essere alimentato da fuori. Non so più “vedere quel che non posso vedere ad occhio nudo” (…) NON SO PIU’”VEDERE CON LA MENTE”…”

BABEL (Ezio MAURO&Zygmunt BAUMAN)


CHI OSA...CHIOSA

Surfisti o Palombari?

una “spremuta” di limoni nella società liquida (del non più e del non ancora) di Pico de Paperis

E venne il tempo della “spremuta”. Se sono vere certe proiezioni economiche (davvero estreme?) fra 20 anni (non secoli), nessuno comprerà più macchine fotografiche “nuove”. Nessun nuovo modello. Nessuno comprerà. Punto. Anche perché se è vero che qualche migliaio di eletti, nel mondo, manterranno un tenore di vita invidiabile, ormai il mercato globalizzato e equalizzato difficilmente darà risposte adeguate a numeri così “bassi”. Troppo esclusivi da industrializzare. Come le malattie rare che non “valgono la pena”… Finite così le file di giorni per il nuovo modello di telefonino che un mese dopo, obsoleto, ti tirano dietro. Finiti i vitelli di Kobe (nutriti a birra e grano e massaggiati ogni mattina con guanti di crine – 1.000 euro al kg). Finiti gli obbiettivi galattici (f/1,2 hai visto che resa? Un Bokeh unico l’f/0,95. Il Meglio! E viene“nemmeno” 8000 dollari..). Retrocederemo fino a trasmettere i graffiti con il tam tam? Questo, senza aver paura di cadere nel catastrofismo più in voga, giornalistico o politico, creato per “vendere” meglio e frettolosamente al consumatore/cliente, ci porterà TUTTI a una rivoluzione tangibile. Se non culturale (quale cultura è dominante oggi?) almeno sociale. Sicuramente. Infatti, cercando di sintetizzare un concetto ormai maturo, la facilità e il poco impegno che oggi richiede lo scatto di 1, 100, 1000 foto, ha abituato il “fotografo” a scattare compulsivamente sempre più fotografie (eterna ripetizione dell’uguale o del molto simile) fino al punto in cui, senza poter “verificare” il mondo con l’apparecchio di ripresa (quale che sia) il fotografo si sentirà cieco. “….chi sfogli l’album di un fotografo difficilmente vi riconoscerà esperienze, conoscenze o valori (….), ma (solo) possibilità dell’apparecchio realizzate in modo automatico…”1 Oggi la maggior parte di chi scatta foto, nella sempre maggiore


Kim Kardashian Fedez

estraneità favorita dalle macchine, produce solo “memorie dell’apparecchio”. E, sempre più, chi scatta, considera la foto una riproduzione automatica del mondo. Facile farle, facile capire il significato. E’… automatico! :-) Ma chi sa pronosticare cosa succederà nel…prossimo episodio? Quando fra 4 o 5 anni scattare e scattarsi foto ormai sarà out, (i tempi corrono troppo ormai, e in agosto ci sono già i pelliccioti nelle vetrine che in febbraio lasceranno il posto ai costumi da bagni della nuova collezione estate..) quale diavoleria inventeranno per soddisfare il nostro bisogno infinito di infelicità? 2 Cosa ci offriranno in edizione, state sicuri, “rigorosamente limited” (?) per alimentare le nostre rassicuranti dipendenze. La nostra compulsiva identificazione nel LOGO? 5 E quale sarà la nostra visione del mondo? (...e adesso, senza foto, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella…) 4 I social network sono la cartina di tornasole di questo momento. Con la sempre più scarsa (provocata) educazione alle immagini. “tutti credono di sapere come “vengono fatte e, quindi, cosa significano”. 1 Vedi una foto di un bambino morto su una spiaggia, la copi e la ri-metti in rete. “…come un volantino trovato in una cassetta e rimesso in un’altra cassetta”. 1 Con commenti più o meno accorati. Impegnati. Superficiali. In un medium che fa diventare TUTTO superficiale, temporaneo, meteorico. In questa maniera si intrecciano milioni di commenti, cinguettanti like (??!?) e magari discussioni (giusto o meno fare o diffondere tali immagini.. ecc. ecc.) Poco o niente sulla situazione, le cause, conseguenze. Il dito invece della luna. Oddio, niente di originale. C’è chi dice che non è patriottico in Italia parlare di mafia perché si allontano gli investitori internazionali. O lamentare che il prezzo delle case è eccessivo


perchè si danneggia l’edilizia facendo perdere posti di lavoro (????!!????) Denunciare misfatti è da frustrati e infami.... Ma, dopo questo lungo volo pindarico “catartico”, ritorniamo ab ovo. Per fare barriera contro tanta superficialità indotta, in maniera colpevolmente consapevole dalle aziende trainanti (in tutti i settori, badate bene, basta vedere il pasticciaccio di Wolksvagen, Audi, Skoda e C. dove C. sta, ne sono convinto, per Cannibali) ci vorrebbe una volontà e tanto, tanto lavoro da parte di chi veramente ama la Signora Fotografia. Per colmare, per quanto possibile, l’ASIMMETRIA INFORMATIVA 5 che altrimenti causerà iperbolicamente la morte del Mercato (e della fotografia, nel nostro caso specifico) per la qualità incerta e sempre più scadente dei prodotti offerti, grazie a una allarmante minore capacità (indotta e studiata a tavolino) dei compratori di valutare la reale qualità dei prodotti. Ormai affidata solo alla traditrice equazione ormai religiosamente seguita del

COSTA DI PIÙ = È MEGLIO Ma chi lo dice realmente? Ci possiamo fidare di chi? Di riviste ricattate dagli inserzionisti (sempre meno e sempre più grandi e potenti)? E quanti nel mondo sognano o possiedono una Audi per il perfetto allineamento alle norme delle emissioni? Si compra una Audi per le sue doti ecologiche o per la fiducia nel Marchio? E in fondo non c’è un pizzico di ammirazione per chi progetta un software furbo che controlla le emissioni “solo” in presenza di un misuratore? E chi potendosi permettere un’auto da 50-100.000 euro e più, si preoccupa delle emissioni ??? Quanti pensiamo, potendosela permettere, passeranno da Audi a Fiat o Dacia? E quante macchine digitali con sensori ormai così zeppi di pixel, sono più facili da “apprezzare” per la loro muscolarità invece di una più “difficile” linearità del sensore e una resa cromatica raffinata? Prima, al tempo della pellicola, esistevano differenze


abissali fra un tipo e un altro. Possibile che ora sia tutto ridotto a: Canon Vs Nikon con Fuji come Terzo incomodo? E per fare quali foto e per quale destinazione? Che vuol dire che”un obbiettivo è troppo meglio di un altro? E chi lo dice? E perché? E per cosa? Ricordate: se, con l’ignoranza a cui ci condannano i media e le Aziende, siamo finiti a stimare la qualità (e relativa fiducia) delle”cose” dal loro prezzo, questo porterà automaticamente ad un aumento proporzionale dei prezzi per i prodotti di qualià inferiore. Piano piano questo prezzo diventerà arbitrariamente alto fino a che ad un certo punto il mercato collasserà per questa ASIMMETRIA. Che ci combina questo con la Fotografia? Mah, fate voi. Perché non ricominciamo a far Fotografie con il cervello e con il cuore, prima che con le macchinette? IN QUESTO NUMERO DELLA CAMERA CHIARA VI DIAMO ALCUNI ESEMPI DI CHI FA GIA’ COSI’.. E allora, meditate amici, meditate. E poi non dite che… 1

(W. Flusser, Per una Filosofia della Fotografia – Agorà Editrice 1987 (!) “…la gente felice non consuma..” F. Beigbeder, EURO 13,89 – UE Feltrinelli 3 N. Klein, NO LOGO – Baldini&Castoldi 4 C. Kavafis, Poesie (Aspettando i barbari) – Oscar Mondadori 5 G, Akerlof, premio Nobel 2001 (!) per l’economia. The Market for Lemons: Quality Uncertainty and the Market Mechanism 2


Q COME CULTURA

Dove le parole finiscono… “Sit Silently” di Katrina Kepule unfototipo.com

di Alessandro Pagni

Come sarebbe tornare a casa, dopo troppo tempo passato lontano, dopo qualcosa che ci ha ferito profondamente ma non abbiamo intenzione di raccontare? Immaginiamo di imboccare di nuovo strade piccole e dissestate, le stesse che un giorno ci hanno visto partire e nel percorrerle rendersi conto come, nonostante tutto sia rimasto uguale, niente ci appartenga più davvero e nessuno sappia cosa siamo diventati e perché.

Sarebbe la sensazione di casa, ma graffiata dal silenzio di nessuna banda ad attenderci, di nessun banchetto, di nessun abbraccio. Sarebbe una questione fra noi e il nostro orgoglio, fra lo slancio di un futuro che sembrava a portata di mano e l’amara realtà di un passo indietro. Katrina Kepule confeziona una serie fotografica stupefacente nella sua immediatezza e al contempo complessità di suggestioni che riesce


a far germogliare. Nell’intento di registrare la commistione fra presente e passato (quello sovietico e quello del Risveglio Nazionale) nei riti quotidiani delle sub-culture che circondano la periferia lettone, compie un viaggio alla ricerca della propria identità. Approda in un luogo familiare, dove il tempo rallenta, ma la sensazione che traspare non è quiete, è un rallentare innaturale, eccessivo, uno slow motion, dove le situazioni si mostrano ambigue, l’attenzione il più delle volte negata e i pochi sguardi che incontriamo, di uomini o animali, sembrano

delusi e soli. C’è un senso di enorme distanza in questi scatti: una periferia sia geografica («If, for example, one looks from the East, Kengarags is on the periphery of Riga, Latgale is the periphery of Latvia, and Latvia is the periphery of Europe». Chiarisce la Kepule nella descrizione di questo lavoro), che interiore, dove ogni persona ha un abisso che la divide da quella che le sta al fianco. Ma la splendida contraddizione di queste immagini è che presentano anche una melodia sotterranea di profonda dolcezza e delicatezza, una sorta di rumore bianco sottocutaneo, che


instaura un legame fra luoghi, soggetti e la stessa Katrina che li osserva, restituendo quel senso agrodolce di casa di cui parlavo all’inizio. Amaro e turbato, ma comunque, inevitabilmente, noto. Il suo sguardo è una falena, che cerca di tenersi disperatamente sicura sotto una luce debole, a tratti incerta e quel suo cercare si aggrappa a segni remoti che affiorano sopra acque profonde. C’è in fondo a tutto questo, il bisogno di catturare con la fotocamera ritagli da poter conservare per i giorni a venire, come se l’azione di catturarli li renda comprensibili e in ultima istanza “nostri”. E questo mi ricorda Gianni Celati, in uno scritto nato appositamente per l’amico fotografo Luigi Ghirri, nell’ambito di un’avventura fotografica che ha segnato la storia del medium in Italia (Viaggio in Italia, 1984). Celati dice qualcosa che non mi stanco mai di ricordare e per qualche ragione mi sembra affine a ciò vedo attraverso gli occhi di questa fotografa lettone: «Ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti


gli stessi pensieri. Noi aspettiamo ma niente ci aspetta, né un’astronave né un destino. Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro a piedi nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo».

Ma credo di aver già detto e immaginato troppo riguardo a fotografie come queste, c’è chi direbbe che sto romanzando. Probabilmente si. Dove le parole finiscono, come strade interrotte, non resta altro da fare che fermarsi. Annusare un po’ l’aria come un cane inquieto e poi sedersi a gambe incrociate nel mezzo delle nostre considerazioni più o meno razionali e scegliere


fra due prospettive possibili: uno sguardo verso il basso a mettere insieme, come mattoncini di costruzioni, i pochi segnali raccolti, per dare una struttura organica ai pensieri; o al contrario alzare mento, naso, occhi e lasciare che il processo di addomesticamento, con le cose che ci circondano, si compia naturalmente, che siano le cose intorno a venirci incontro con temperamento docile. Sit Silently è un’abbreviazione della serie di frasi, che comunemente viene inserita su Google, quando si vuole fare una ricerca riguardo all’idea del “sedersi”: Sit silently /sit silently doing nothing / we sit silently and watch the world / we sit silently and watch. Il concetto molto semplice che accomuna questi brevi periodi è l’inazione, la sospensione del giudizio e di ogni possibile considerazione, per fermarsi a contemplare la vita. Quello che suggerisce la stessa Katrina, citando Kafka nell’introduzione al proprio lavoro, è che, davanti alla nostra docilità, il mondo non indosserà maschere e si offrirà arreso alla nostra comprensione.


Alessandro Pagni

unfototipo.com

Katrina Kepule, Sit Silently: http://vimeo.com/96437999 Ascolto: Sparklehorse, Getting It Wrong Le foto: ŠKatrina Kepule


INDOVINA CHI VIENE?

giulia 2.0

(Super) Giula BROGI Ospite a La BOTTEGA il 16 ottobre 2015

una professionista con...diletto di Pico de Paperis


Una che ...mille le pensa e 1000 le fa di Pico de Paperis

Quando si dicono, si pensano, si scrivono, “cose” sui giovani, non bisognerebbe mai dimenticare che “l’altro siamo noi”, o che perlomeno lo siamo stati. Giovani. Perché uno piu cresce (invecchia?) più tende a colorare di una sottile dominante critica quello che fa questa “inevitabile “ categoria? Pensare che sia per malcelata invidia, mi sembrerebbe troppo banale. Solo che, con l’insicurezza provocata dai cambiamenti epocali, sempre troppo rapidi per stagli dietro in maniera decorosa, spesso preferiamo cercare la pagliuzza nell’occhi degli altri per non vedere..la nostra trave. Quella ad esempio della mia generazione (anni ‘40) sempre alle prese (dure) con canyon, canaloni e sbarramenti tecnologici a partire dal settaggio del videoregistratore, ai misteri più profondi della posta elettronica per finire al “linguaggio” (apparentemente elementare anche ...for Dummies) per avvicinarsi anche in maniera timida, ma decorosa (vero Cos? quanto ti rompo?) ai Social Network. Tutto quanto sopra per “presentare” una ragazza, Fotografa Professionista, giovane, brava, modesta, preparata. E Rara. Perchè nella Professione delle Immagini, sono più quelli che si lamentano di quelli entusiati e appassionati. Ed è vero. Inutile nasconderlo. Anche se è vero che il poco entusiasmo, diciamo così, è sempre direttamente proporzionale all’età professionale. Nonché anagrafica. E le eccezioni, si sa.... GIULIA BROGI penso fotografi DA SEMPRE. Anche prima di possedere una macchinetta (vedi anche la sua presentazione) Da questo sicuramente deriva il suo stile. Vero, personale, diretto. Non mediato da complesse architetture teoriche, gioia e dolore di chi è arrivato ad OGGI passando per curve caratteristiche, esposimetri, sistemi zonali, sviluppi e stampa lunghi, sofisticati e spesso insoddisfacenti con attrezzature non sempre al Top. Anche se, si dice, nei primi anni ‘90 abbia “dovuto” assistere a Corsi scolastici di Educazione Visiva e Fotografia di un “certo Gigi Lusini”. La Sua Fotografia, di grande impatto qualunque sia il soggetto (sperando di fare un complimento ad entrambi, la metterei sul piano di quella di Francesco FARACI, giovane (!) fotografo siciliano, - veramente da seguire e ammirare - che pur muovendosi in un contesto certo diverso, il Suo, costruisce splendide immagini che sembrano nascere più dal cuore che dal cervello. Anche se, questa Fotografia non riesce a nascondere la mediazione di una cultura superiore alla media, occhiale indispensabile per “capire” quello che i tuoi occhi vedono e “scegliere” di fermarlo sul sensore. Ad ogni costo. A questo punto moltissimi si saranno accorti che non ho assolutamente toccato nessun tasto critico, per le Foto di Giulia. La ragione è semplice: penso che le Sue immagini, spesso, se non sempre, si possano catalogare come Foto Artistiche. Si, Foto d’Arte. Perché Arte vuol dire espressione dell’uomo nella sua individualità personale. Per cui dire in qualche modo MI Piace o Non Mi Piace mi sembrerebbe riduttivo. Facebukkiano. E superfluo. Meglio scomodare (sono anni ‘40, ve l’ho anticipato) una famosa frase del Lìder Màximo “...lascia che ogni artista sciva, dipingao fotografi quello che vuole. E se ciò non serve a diffondere la cultura tra il popolo, allora questo è un suo problema...” In questo io ci metto la firma. Nei pochi esemplari che ci ha inviato, un piccolo aperitivo di quello che ci porterà quando verrà a trovarci, ci sono i suoi lavori “per diletto”. Con il suo stile inconfondibilmente diretto e ancor meno ingabbiate da “doveri” della Professione. Giudicate Voi. Ah, già, (Super) Giulia è Socio ad honorem de La BOTTEGA. IL Riconoscimento a chi aggiunge valore al nostro modesto Circolo Culturale. p


…e chiudere gli occhi per fermare qualcosa che e’ dentro me ma nella mente tua non c’e’… L. BATTISTI

tu chiamale se vuoi

EMOZIONI

Per chi ci crede, ma anche per gli scettici, certamente il concetto di Karma non può sfuggire. Con il suo significato che va molto oltre la semplice parola. E “certamente” nel mio Karma la Fotografia ci doveva essere. Come c’è. Sennò avrei sicuramente fatto un altro lavoro. Non avrei fatto la Fotografa e non avrei contornato ormai ogni giorno della mia vita di tanti piccoli appunti della mente, piu o meno colorati, che mi fanno compagnia e mi rassicurano. Ma anche mi permettono di abbracciare idealmente tutti coloro a cui voglio bene (e se anche loro mi vogliono bene è meglio…) con delle piccolissime briciole della mia mente e del mio cuore (la cui somma fa SEMPRE Amore, si sa). Soprattutto oggi in un tempo dove sembrano imperare le fotografie fatte dalle macchinette con sempre meno “colpa” delle persone e “…la fotografia senza fotografo, mentre fotografo definisce una persona che ha un’idea di fotografia. Non uno che fa fotografie…”(Efrem Raimondi) Per cui, data la mia grande fortuna di fare un lavoro per cui nutro anche una passione spero evidente in tutte le mie immagini, quando “non lavoro” continuo a pensare “fotografico”, vedere il mondo “in una certa maniera” e a “fare foto” per la mia grande voglia di condividere, di aprire agli altri, non solo fotografie MIE ma GIULIA. Quello che GIULIA guarda, vede, pensa, prova, fa con le fotografie ma anche OLTRE. E soprattutto, trovare attraverso questa mia esperienza, il mio, i miei PERCHE’. In aperta sfida con il mito McLuhan e dimostrare che, se “il medium è il messaggio” il dentro non è da meno. Anzi. E “tutte” le mie foto vorrei mostrarle a “tutto” il mondo. E ascoltare commenti preziosi da gente che guardo negli occhi. Non foglie cadute come molti commenti e like di FB….. Condivisione. Più umana che artistica. E se poi è anche artistica, beh, tanto meglio. :-) Giulia


messe in scena La storia della fotografia non cessa di oscillare tra due poli. Da un lato, l’esplorazione del reale, al quale sembra naturalmente predestinata, dell’altro l’allestimento, l’invenzione, l’immaginario. Durante la prima metà del xx° secolo, la fotografia è per lo più realistica. Ma a partire dagli anni 60, “la messa in scena fotografica” ritorna in primo piano, sotto l’influenza del cinema, del teatro o della scultura. Attraverso Ralph Eugene Meatyard, Duane Michals, Mac Adams, Cindy Sherman, Jeff Wall, Bernard Faucon, David Levinthal.


CINEMA & FOTOGRAFIA alla Bottega il 30 ottobre 2015

nuova oggettività

senza controindicazioni: photostory in pillole

di Costanza Maremmi

Non si tratta più di osservare un momento di verità ma raccontare una storia. Nato nella Germania degli anni trenta, Bernd Becher e sua moglie Hilla si lanciano in un’impresa strana: fare l’inventario fotografico di edifici industriali destinati a scomparire: serbatoi d’acqua, silos, altiforni... Nello spazio di trenta anni, il becher ed i loro “allievi„ hanno radicalmente trasformato la pratica fotografica attraverso quella che fu la Scuola di Düsseldorf, come fondatori di quella che è stata denominata scuola dei Becher influendo sia sulla fotografia documentaria sia sugli artisti loro allievi; tra i quali ci furono Candida Höfer, Petra Wünderlich, Thomas Struth, Thomas Ruff e Andréas Gursky i quali saranno fra i fotografi più influenti della fine del xx° secolo.).

( segue )


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Magnificamente ispirato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il Sale della Terra è un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Codiretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell’artista, Il Sale della Terra è un’esperienza estetica esemplare e potente, un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio. Quella di Salgado è un’epopea fotografica degna del Fitzcarraldo herzoghiano, pronto a muovere le montagne col suo sogno ‘lirico’. Viaggiatore irriducibile, Sebastião Salgado ha esplorato ventisei paesi e concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una semplicità sublime e una sobrietà brutale. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e gli orrori che hanno oltraggiato quella dell’uomo. Fotografo umanista della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo,


(myMovies.it)

Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Adoro vivere con la gente, osservare le comunità e ora anche gli animali, gli alberi, le pietre. E un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire. Ad andare a vedere altrove. A realizzare sempre e comunque nuove immagini. Sebastião Salgado omaggio alla Cappelli

ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro. Un lavoro scritto con la luce e da ammirare in silenzio.


NONSOLOFACEBOOK foto di Stefania ADAMI

STEFANIA ADAMI La morte si sconta vivendo di Alessandro Pagni unfototipo.com

Il corpo. Il corpo splendido, vivo, pulsante, che “esulta”, direbbe Battiato. Il corpo “stupido”, certe volte, diceva Giorgio Gaber. Troppo spesso fragile, martoriato, sfregiato, vilipeso. Il corpo, quella macchina incredibilmente precisa e calibrata che ad un certo punto si inceppa per un niente e il niente comincia a crescere a espandersi come una macchia d’olio, una macchia scura e bastarda, che non sai da dove arriva e quanto possa essere tenace. E allora tutto diventa una battaglia, contro quel corpo che è l’unica vera cosa nostra: che all’inizio ci porta e dopo si fa portare, che ancora più oltre ci trasciniamo dietro come una zavorra disperata e patetica che non vuole lasciarci liberi di andare via. Andare dove? A nessuno è dato saperlo, ipocrita e illuso chi dice il contrario, ma comunque andare. Stefania Adami analizza sulla sua pelle, mettendoci faccia e corpo, quel momento in cui qualcosa si incaglia, di colpo sbanda e improvvisamente tutte quelle questioni così imprescindibili che dettano l’agenda delle nostre giornate, diventano un rigurgito grottesco, come un sogno dato da una cattiva digestione. Stefania racconta quel momento preciso in cui cambiano le priorità e dobbiamo rallentare, quasi fino a fermarci, per prenderci cura solo ed esclusivamente di noi. Lo fa da donna, mettendo a nudo la paura della perdita, sia cruciale del vivere, sia terribilmente specifica della propria femminilità, del proprio punctum, in un’epoca che non fa sconti, un’epoca feroce fatta di mali altrettanto feroci e volgari. Lo fa con il linguaggio che da anni la contraddistingue, spingendosi sempre oltre, con quell’istinto di chi è arrivata da sola al proprio “modo” di guardare fuori e riproporlo, distante da scuole e manuali, fatto di intuizioni semplici e grandiose.

Qui un bianco e nero tutto sommato morbido, elegante, come il suo approccio all’immagine fotografica, rende omogeneo il flusso di pensieri apparentemente onirici e vagamente surrealisti, che passano davanti ai nostri occhi. Immagini che rimandano ai compagni di Breton, alla scrittura automatica, alla trasposizione di sogni lucidi su carta fotografica. Troviamo indizi di questo nell’uso consapevole di ogni superficie riflettente, concava, piatta, circolare e poi manichini, bambole e travestimenti, sovrapposizioni di significati e piani immaginari. Ma è solo una scelta di stile che serve a portarci “dentro”, per dare modo a queste allegorie di fermentare, diventando vino capace di bruciare le viscere. E brucia lo stomaco, indubbiamente, perché il volgare tradimento del corpo, è un passeggero che sulle direttrici della vecchiaia o della malattia, aspetta più o meno tutti. Brucia questa serie perché il facile/difficilissimo impiego della fotografia per raccontare il sé e non l’alterità, è sempre un gioco controverso (e io lo so bene) che non contempla sfumature: o indispettisce e irrita chi guarda, o instaura un legame con lui, di straordinaria empatia. Già dal titolo è chiaro che questo lavoro fotografico si presenta, non come una richiesta compassionevole di attenzione, come un comprensibile e nuvoloso piangersi addosso, questa serie più di ogni altra cosa brucia perché è un inno rabbioso alla vita, un inno alla “resistenza”, alla sempre luminosa e forte non accettazione. E alla fine sia quel che sia, diocristo! Ma mai e poi mai, un darla vinta alle circostanze. La vita degli altri ci lascia sempre straniti, nella fortuna o nella sfortuna, ci porta a inevitabili paragoni, ma non possiamo, anche quando sosteniamo il contrario, farne a meno. Perché siamo una sola razza e prima o poi, volente o nolente, la vita degli altri all’improvviso ci riguarda.


STEFANIA ADAMI


“ La morte si sconta vivendo”

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Con questa sequenza d’immagini ho cercato di raccontare e trasmettere il sentimento della paura, della rabbia, della frustrazione che ho provato personalmente (insieme a tante altre donne) a seguito di una diagnosi di tumore al seno con conseguente intervento di asportazione chirurgica. In tale circostanza, molto spesso e molto frettolosamente, si considera che l’unico obiettivo della donna colpita sia quello di sconfiggere la malattia e la morte, a qualunque prezzo. Non è così semplice. Non è sempre così! La consapevolezza della mutilazione, della caduta dei capelli, della perdita di femminilità (quella originale, più intima, più vera), sono sentimenti occulti e apparentemente secondari, ma altrettanto capaci di segnare inesorabilmente l’esistenza della donna; donna che, anche in caso di presunta guarigione, lascia comunque sul campo componenti fondamentali della sua stessa essenza. Così in un’epoca in cui tutto ciò contrasta fortemente con lo stereotipo di femmina promosso dalla società è facile ritrovarsi improvvisamente inadeguate, psicologicamente emarginate, fisicamente inguardabili e inguaribili. Ho provato a urlare il mio terrore e la mia ribellione a questa sorta di destino attraverso una produzione fotografica che si dipana in un’altalena d’immagini a volte dirette e immediate (il letto d’ospedale, i drenaggi, la ferita con sutura, l’urlo, la donna calva, la donna con parrucca, la donna evirata, la “tettona” virtuale), e a volte più simboliche ed emblematiche, quasi elevate ad analogie metaforiche (manichini mondi, con un occhio solo, con seni incerottati, belle statuine, teste finte, automobili disfatte, reggiseni sgonfi, reggiseni in serie...). Ho cercato insomma di fondare questo lavoro sull’espressionismo del mio tormentato immaginario, compatibilmente con la cronaca e la natura feroce dell’argomento trattato, non che sull’urgenza di rivalsa (credo terapeutica) scaturita da quella sfida assolutamente impari che ha costantemente tenuto in bilico il mio malessere di vittima e il mio cinismo consapevole esercitato in qualità di spietato “reporter”.

Stefania Adami, agosto 2013

** Tratto dalla poesia “Io sono una creatura” – G. Ungaretti, 1916


scheda tecnica di gigi lusini

DIO E M RI TIA O R VE APA ’ L L I RO T N CO

STEFANIA ADAMI ANCHE A DOSI GIORNALIERE

FOGLIO ILLUSTRATIVO: INFORMAZIONI PER L’UTILIZZATORE

STEFANIA ADAMI AFI Nome del Prodotto Stefania Adami Principio attivo Artista Vera Indicazioni terapeutiche Come Re Mida, trasforma tutto quello che “tocca” in oro. Dosi, Modo e Tempo di Somministrazione A piacere in ogni ora della giornata. Piacevolissima dopo cena, “anche” a grandi dosi. Controindicazioni e Sovradosaggio Non ha controindicazioni, salvo l’assunzione a dosi esagerate (nei suoi preview). Ma passa subito. Avvertenze Speciali Inarrestabile. Gran Bella Persona. Amica Mia


Fotografia, nel bene e nel male. A volte mi chiedo perché lo faccio. Perché l’ho fatto. Mi chiedo cosa mi ha spinto a sdraiarmi per terra o a salire in piedi sopra il tavolo; perché ho camminato scalza nella merda dei maiali inseguendo quel volto, perché ho pregato nella Moschea di Yazd fra le donne Iraniane. E chi mi ha condotto fino al Lebbrosario di Jhoal, laggiù , nell’Africa Nera? … beh, la risposta è scontata: “ La passione per la Fotografia”. Allarme!!! Risposta inesatta e incompleta e oserei dire irriverente nei confronti della Signora. Anche Lei si è appassionata a me; può sembrare presuntuoso ma è così. Lo dimostra il fatto che ho cercato di abbandonarla quando, dopo anni di onorato servizio, Lei si è compromessa con quel tipo, quel Digitale. Io ero decisa a lasciarla e Lei offesa, m’ignorava. Mi ha evitato per un bel po’ di tempo, mentre si mostrava ovunque in tutta la sua nuova “grande bellezza” dalla cui altitudine mi faceva delle solenni pernacchie…. Pppprrrr…. Era finita!!!! Credevo. Non riuscivo a perdonarla perché mi aveva deluso proprio nel momento clou della nostra relazione, quando avevamo raggiunto un perfetto equilibrio, quando io sapevo perfettamente cosa aspettarmi da Lei e Lei da me. Ed io ho sofferto della sua assenza, da sola, in silenzio. Però il tempo come sappiamo cura tutti i mali… ed è stato solo questione di aspettare. E’ riapparsa un giorno, supplicante nella sua fredda veste tecnologica, trasparendo dietro la rete di recinzione di un giardino d’inverno. Non credevo fosse davvero tornata per me e non Le credevo quando sosteneva che io Le ero mancata. No! non Le credevo. Consumato un rapporto fugace si è rivestita, mi ha preso per mano e mi ha condotto altrove, in un campo nascosto agli occhi del luogo comune. Solo li e solo allora ho capito che mi amava per davvero e che mi avrebbe posseduto ancora una, due, mille volte, ogni giorno e, forse, per sempre. Stefania


NONSOLOFACEBOOK foto di Simone LETARI

“...ebbene si, esistono ancora persone come Simone....”

PdP


Io non so chi sono Io non so chi sono...il pensiero che mi rincorre ogni volta che tento di fare un lavoro fotografico, perche’? Perche’ ogni volta mi chiedo come farlo, con quale “stile”, forse dovrei averne uno mio e procedere senza dubbi, sempre quello, sempre uguale come un marchio di fabbrica. Ma se fosse questo, lo voglio uno stile? Sì, lo vorrei per essere riconoscibile, ma anche no, perche’ mi considero sempre bisognoso di upgrade, bisognoso di imparare, di sperimentare. Lo stile, allora, sarebbe forse un limite per me o per i miei lavori? O forse e’ solo una scusa, (perdonate il francesismo) da paraculo? (altro dubbio ricorrente). Ho sempre bisogno nei miei lavori di cercare aiuto negli altri, scambio di idee e opinioni o critiche per definire meglio la direzione da seguire, o forse anche di una semplice approvazione. Per questo non so chi sono! Oppure sono semplicemente io, l’indeciso, spesso quello dalle idee facilmete volubili, in costante ricerca di stimoli e motivazioni per poter produrre qualcosa. Parliamo ora del lavoro “sulle tracce del buffardello” forse quello piu’ definito, piu’ masticato e digerito. Nasce quasi casualmente durante il workshop svolto da Giovanni Marrozzini per il progetto Itaca storie d’italia. Per chi non conoscesse Giovanni mi limito a dire che oltre ad un ottimo fotografo e’ un trascinatore di folle una persona molto carismatica e coinvolgente. Nel mio caso mi sono sentito come se mi fosse entrato con una mano nella pancia, avesse preso le budella in mano e le avesse rivoltate , una miriade di stimoli iniettati direttamente sotto pelle. Ricordo ancora le sue parole : “con questo workshop molti smetteranno di fotografare!” Piu’ stimolo di cosi! Che cosa sarebbe stato di me se non fossi riuscito nell’impresa? Ho veramente pensato le cose peggiori, il fallimento totale! Ho impiegato circa un anno di lavoro, tra studiare libri sui folletti e leggende varie della Garfagnana ed andare in cerca di scatti, quando nei boschi, quando nei paesi della zona, ma avevo abbastanza chiaro in mente cosa cercavo: il nulla, una presenza invisibile, senzazioni ed atmosfere nel paesaggio garfagnino. Alla fine l’editing, la stesura finale del racconto, provini da assemblare in sequenza, anch’essa stravolta dal tutor messo a disposizione dalla Fiaf per seguire il progetto, Cristina Paglionico che ringrazio, un altro schock! Ancora mille dubbi, tipo: ma questo e’ il mio lavoro? Ma allora io chi sono? non sono nessuno!? Devo smettere di fotografare! Non potevo arrendermi... semplicemente non PO TE VO! Bastava solamente far decantare il lavoro nel cassetto (cosa che ora consiglio a tutti) ripartire da zero con la mente azzerata, aperta a nuove visioni, lasciando andare certi innamoramenti fotografici, ed eccolo qua e’ lui il Buffardello e lo sento mio...eccome se e’ mio! Ringrazio Gigi Lusini per tutti gli insegnamenti e gli stimoli che mi ha dato e mi darà lungo il tragitto inseme nel Fotocine-Garfagnana ed anche extra. Grazie ad Alessandro Pagni per le sue bellissime recensioni e conseguenti iniezioni di fiducia. Onorato di essere ospitato in questa rubrica anche se... IO NON SO CHI SONO! Simone LETARI


IL BUFFARDELLO E’ LUI?

Everyone I come across, in cages they bought They think of me and my wandering, but I’m never what theythought I’ve got my indignation, but I’m pure in all my thoughts I’m alive... (Guaranteed, Eddie Vedder)

Sulle tracce del Buffardello di Simone Letari by Alessandro Pagni

unfototipo.com

Posso raccontarvi una storia? Parla di un piccolo essere, che vi sfido a catturare, se vagabondate di notte per i boschi e i borghi arroccati della Garfagnana o della Lunigiana: una sorta di spiritello per alcuni solo dispettoso, per altri quasi logorroico, che si nasconde nelle stalle e riesce ad entrare di soppiatto nelle abitazioni, quando tutti dormono. Il suo più grande svago è quello di inoculare il caos nelle vite altrui, sbattendo porte e finestre, spostando e nascondendo oggetti, e ridendo di quel riso irriverente, di chi ha il potere di spezzare la nostra sacra routine e quella dei nostri poveri animali domestici, che spesso sono l’oggetto prediletto dei suoi tiri birboni. La sua fantasia in fatto di turpiloquio e dispetti è potenzialmente infinita e gli aneddoti sulle sue pessime maniere viaggiano, di bocca in bocca, fra gli abitanti delle comunità montane. Tre cose mi accomunano a questo bizzarro spiritello (o entità, mostriciattolo, o come preferite chiamarlo): la stessa provincia natale, Lucca, e la poca simpatia per i preti e le scope di saggina. Le scope implicano il lavoro e i preti il pentimento. Con Simone Letari, autore di questa splendida serie fotografica, che segue il fil rouge di una battuta di caccia sovrannaturale, come pretesto per mostrarci qualcosa di più profondo e intimo, condivido invece l’amore viscerale per la fotografia, come strumento


lungo la Via Emilia. Fotografia sensoriale e istintiva, senza sovrastrutture, non quei surrogati new age acchiappa citrulli che vedo tanto pubblicizzati sul web con questo nome. La purezza della fotografia di Simone sta nello stupore verginale di chi ha ancora tutto da scoprire e si pone, privo di gelosie davanti alla fotografia, con la gioia di chi è affamato e ha di fronte a se un banchetto di nozioni e bellezza a portata di bocca. Si racconta male la fotografia di Letari, perché viaggia su strade sensoriali che, inconsciamente, sembrano rifiutare le categorie: i suoi occhi non dormono mai, in continui rintocchi impercettibili si spostano da un punto all’altro, nervosi e sfuggenti, come il basso, molesto “ometto” vestito di rosso, che insegue da quando era bambino. È terribilmente difficile imbrigliare il suo modo di fotografare con le parole. Penso che la frase da lui scelta per chiudere la presentazione di questo lavoro fotografico, sia perfetta per definirlo, o meglio, per non definirlo: «L’avevo nel mirino, ma è sfuggito anche stavolta...». Comincio a pensare che sia lui, il Buffardello. Alessandro “Jedi” Pagni unico antidoto “noto” per il Buffardello

per raccontare i propri spazi interiori, dove l’anima riesce a sentirsi finalmente a casa. Le fotografie di questa sequenza odorano di foglie umide, la nebbia fumosa del primo mattino sembra palpabile e il ritmo con cui veniamo proiettati dentro a questo inseguimento è vorticoso, con continui spostamenti dal punto di vista del fotografo a quello destabilizzante del Buffardello: il magma di foglie morte e borraccina è un materasso in cui compiamo agili falcate, muovendoci lesti in mezzo ad alberi parlanti, che sembrano conoscere il nostro nome e sulla corteccia prendono vita volti e inquietudini. A un certo punto abbiamo l’impressione di essere noi stessi lo spirito errante che Simone vuole catturare con la sua fotocamera, di poter vedere con i suoi occhi, ma non gli occhi di un piccolo demone, piuttosto quelli di un antico spirito pagano dei boschi, che conosce l’essenza delle cose, tutte quelle verità che sono estranee al mondo dogmatico dell’uomo, che esistevano prima di lui. Un rapporto così intenso con la natura non produce paesaggi (quello che gli amanti dei generi fotografici sentirebbero il bisogno di classificare come Landscape), ma luoghi della percezione, dove tutti i sensi sono in allerta, vigili e straordinariamente ricettivi. Chi muove corde del genere in fotografia, non è solo un musicista, ma un compositore: una tale empatia (che ritroviamo in altri lavori di grande interesse come le sue Invernografie) verso una natura, specchio e scrigno di verità sottili come ultrasuoni, spesso indecifrabili all’uomo (che ormai ha perso la sua componente animale), è riscontrabile nella storia del medium, in eremiti dello scatto come Minor White (eremita non nei rapporti sociali, ma nell’approccio quasi mistico e sicuramente terapeutico alla pratica fotografica) o il nostrano Luigi Ghirri durante i suoi pellegrinaggi


SIMONE LETARI Alla ricerca del Buffardello


viaggiveri&virtuali

Questa è una nuova rubrica destinata ai Viaggi. Alessandro Boccini, Viaggiatore del corpo e della mente ci porterà ogni volta...dove lo porterà l’aereo, la nave, l’auto, la sua mente, il suo cuore. Con immagini vere o...virtuali. E’ lo stesso.

Visioni Newyorchesi di Alessandro Boccini

La più grande metropoli d’America, capace di unire storia e modernità in un modo unico. La Grande Mela è un luogo singolare, senza tempo, una metropoli grande e caotica ma incredibilmente accogliente. E’ talmente tanto, tutto insieme, che per descriverla in modo completo non basterebbero un milione di parole.

Chi non c’è mai stato tende a credere che sia sostanzialmente un ammasso di enormi grattacieli, ma in realtà New York è una immensa metropoli carica di arte, cultura, attrazioni e, anche se recente, storia. Una città che nel tempo ha saputo spingersi in modo incredibile in avanti, pur non dimenticandosi da dove veniva, il suo passato coloniale, il fenomeno


VVV

dell’immigrazione ad inizio ‘900, la grande depressione e la rinascita con il boom economico. E pensando ai grattacieli il primo che viene in mente è sicuramente l’Empire State Building con il suo 86° piano dalla vista mozzafiato. Altra icona della città è il ponte di Brooklyn, con i suoi due enormi piloni ed i cavi che lo sorreggono. La vista sicuramente più caratteristica si ha dalla sponda dell’Est River che guarda

VIAGGIVERI&VIRTUALI di Alessandro BOCCINI


Manhattan, quando cala la sera, con le luci della città che si specchiano nell’acqua. A proposito di luci, come dimenticareTimesSquare?Laprima volta che si arriva a Times Square si resta abbagliati da tutte quelle luci, tra spot pubblicitari, insegne di hotel, ristoranti e negozi, notizie di borsa. Impressionante sia di giorno che, soprattutto, di notte. Dalle luci e la frenesia di Times Square alla tranquillità di Central Park, il più grande parco di Manhattan. Il polmone verde


di New York, sempre pieno di gente che fa jogging, va in bici o semplicemente si rilassa nelle numerose panchine e sul prato. A seconda della stagione il parco cambia completamente anima passando dal verde intenso e rigoglioso della primavera/estate alle mille sfumature dell’autunno e, viste le frequenti nevicate, al bianco soffice dell’inverno.

Il simbolo principe della Grande Mela (se non di tutti gli U.S.A.) però rimane senza dubbio la Statua della libertà: una struttura imponente e maestosa che riesce a sorprendere chiunque ci si trovi davanti per la prima volta. Per il popolo americano rappresenta la libertà, un regalo ricevuto dai francesi come segno di eterna alleanza. La statua della


libertà è un po’ il guardiano della città, ed era la primissima cosa che scorgevano gli immigrati in arrivo dall’Europa. Ci sarebbe tanto altro ancora da poter visitare ma fermiamoci qui. New York City, la città che non dorme mai, un agglomerato urbano immenso, pieno di traffico, di gente, di luci, in eterno movimento. Ma come qualsiasi cosa dipende tutto dagli occhi con cui si guarda, New York può essere anche altro, ad esempio come ci mostrano le foto di

Franco Fontana (dal 20 settembre al 6 gennaio in esposizione alla galleria Galleria d’ Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada di San Gimignano le 130 foto che compongono la grande retrospettiva “Full Color” dedicata a Franco Fontana www.mostrafrancofontana.it). Fontana sfrutta il colore, ne fa un uso personale, vivo, reale e contemporaneamente astratto, incastrato quasi sempre in strutture geometriche semplici. Tutto ciò per esaltare i cromatismi e la geometria dei paesaggi, rendendoli surreali.


Altro esempio di una visione differente è Gabriele Croppi, che all’opposto di Fontana, usa un chiaro scuro intenso per rivelarci la sua visione di New York. Il suo schema è semplice, un soggetto umano in primo piano per poi tirare fuori tutta la drammaticità del bianco e nero intorno ad esso. La prima cosa che salta in mente è il congelamento del tempo, una idea di staticità estrema all’interno di

spazi urbani che sono tutto il contrario, densamente popolati e carichi di traffico. L’essere umano nel suo mondo urbano fra luce ed ombra. Questi sono solamente due esempi che ancora una volta ci rivelano come davanti ad uno stesso soggetto non c’è una sola realtà. La nostra mente elabora ciò che vediamo restituendoci molteplici visioni personali, ognuna differente e allo stesso tempo veritiera.


visioni newyorchesi

di Alessandro Boccini


OTTOBRE-DICEMBRE 2015

Uscite & Proposte di USCITE La Bottega/Circolo di Confusione

Il Programma delle Uscite Congiunte, diligentemente redatto e gestito dalla puntualissima Serena MARIOTTI con la supervisione del “trenino” Iesenia RADI, prevede “obbiettivi” di vario interesse, paesaggistico e naturale. I sopralluoghi, quasi sempre a cura di Pico de Paperis, o di piacevole e gastronomico gruppo,son per evitare un salto nel buio alla...Compagnia. (manca solo quello....:-) NOTA BENE: Tutti quelli che si volessero aggregare possono seguire via via le proposte sulle pagine FB de La Bottega dell’Immagine e del Circolo di Confusione


IL PROGRAMMA

ottobre - dicembre 2015 9 OTTOBRE A Follonica

Lectio Magistralis EFREM RAIMONDI

la fotografia non esiste 1° NOVEMBRE USCITA SOCIALE ai:

GIARDINI di NINFA

16 OTTOBRE Incontro con l’Autore:

Giulia BROGI (2.0)

una professionista .... con diletto

13 NOVEMBRE Proiezioni lavori dei Soci CON GLI OCCHI DEL CAVALLO 27 NOVEMBRE Ancora il LIGHTROOM? 11 DICEMBRE SALGADO: (il film)

IL SALE DELLA TERRA 30 OTTOBRE CINEMA & FOTOGRAFIA NUOVE OGGETIVITA’ & C. a cura di Costanza MAREMMI


la CAMERA CHIARA - NewsLetter del Circolo Culturale La Bottega dell’Immagine di Siena. Redatto in proprio - Oct. 2015

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La Camera Chiara 4/2015  

Neswletter bimestrale del circolo culturale La Bottega dell'Immagine

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