TerrAmica Num. 11 - 2019

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ANNO VI

N° 11

IL PEPINO: UNA NOVITA' PER L'ORTO LE ZECCHE, CONOSCERLE E COMBATTERLE IMBOTTIGLIARE IL VINO: COME FARE? AVERE UN CAVALLO A CASA: ECCO COME

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EDITORIALE 4 5

Earth Overshoot Day: la Terra ha di Flavio Rabitti finito le risorse Uno sguardo al Comitato di Redazione COLTIVAZIONI

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sommario

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di Flavio Rubechini

Il Diamante Mandarino mutazione di Federico Vinattieri Feomelanico Le zecche: un problema sia in di C. Papeschi e L. Sartini campagna che in città

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AGROALIMENTARE ITALIANO L’imbottigliamento in una produzione di Marco Sollazzo di vino amatoriale La trasparenza amministrativa in di Ivano Cimatti materia agro alimentare Le storie del cibo: La zucchina • La ricetta: Pasta e zucchine di Pasquale Pangione

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Il legno non è oro

La produzione di carne bovina di G. Brajon, R. Bozzi, L. Nannucci, A. Crovetti in Toscana ANIMALI DA COMPAGNIA

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L'imbottigliamento del vino

di Marco Gimmillaro

ZOOTECNIA

Il Pepino, una "Super" Solanacea

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Virosi del pomodoro, un’insidia per le produzioni Il Pepino, una "Super" Solanacea

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AMBIENTE, FORESTE E NATURA

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TerrAmica - Rivista Associazione di Agraria.org Sede legale: Via di Ripoli, 31 - 50126 - Firenze C.F. 94225810483 - associazione@agraria.org www.associazione.agraria.org

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Avere un cavallo a casa Biomasse legnose per uso energetico La Sella e il Mulo Il legno non è oro

di Gemma Navarra di Marco Giuseppi di Gianni Marcelli di Luca Poli

SPECIALE ISTITUTI D'ITALIA 48 52

La Fondazione Minoprio

di Flavio Rabitti

ASSOCIAZIONE DI AGRARIA.ORG

Foto copertina: Leonardo Graziani

ANNO VI - N° 11 - LUGLIO 2019 DIRETTORE EDITORIALE: FLAVIO RABITTI

Impaginazione e grafica: Flavio Rabitti

Direttore responsabile: Marco Salvaterra

Reg. Tribunale di Firenze nr. 3876 del 01/07/2014

Periodicità: Semestrale

Stampa: Tipografia Baroni e Gori srl Via Fonda di Mezzana, 55/P 59100 - Prato

Redazione: Cristiano Papeschi (Responsabile scientifico Zootecnico), Eugenio Cozzolino (Responsabile scientifico Coltivazioni), Marco Salvaterra, Marco Giuseppi, Flavio Rabitti, Luca Poli, Lapo Nannucci

Sommario

Gli autori si assumono piena responsabilità delle informazioni contenute nei loro scritti. Le opinioni espresse dagli autori non impegnano la rivista e la sua direzione.

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Earth Overshoot Day: la Terra ha finito le risorse

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Possiamo ancora fare qualcosa? Certo! Se ogni anno spostassimo in avanti di 5 giorni la data dell'Overshoot Day, entro il 2050 riusciremmo a consumare le risorse di una Terra soltanto (e non di quasi due come adesso). Ma il cambiamento deve partire dalla quotidianità di ognuno di noi, dalle nostre abitudini alimentari, dal modo in cui utilizziamo i mezzi di trasporto, dal nostro stile di vita... piccoli gesti che moltiplicati per i 7 miliardi di persone che popolano il pianeta Terra, possono fare la differenza. Rispetto alla media mondiale in Italia purtroppo c'è molto da fare: infatti se tutti i terrestri avessero lo stesso stile di vita di noi italiani avremmo bisogno delle risorse prodotte da 2,72 pianeti Terra. Il nostro mondo, secondo i calcoli del Global Footprint Network, ha iniziato il proprio "overshoot" a partire dal 1971, quando esaurì le risorse del pianeta il 21 dicem-

Consumiamo risorse molto più velocemente di quanto la Terra sia capace di rigenerare; stiamo vivendo come se avessimo quasi 2 pianeti a disposizione, mentre ne abbiamo solamente 1 (e spesso non ce ne rendiamo conto). Per soddisfare le richieste annuali degli italiani, per esempio, ci vorrebbero 4,7 "Stivali", mentre i giapponesi richiederebbero addirittura 7,7 volte le risorse prodotte dal Giappone (Global Footprint Network National Footprint Accounts, 2019). Negli ultimi 20 anni la data dell'Overshoot Day si è spostata all'indietro di 2 mesi e nel 2019 questo appuntamento si ripresenterà 4 giorni prima del 2018. Nei prossimi mesi per sopravvivere eroderemo la biocapacità del nostro pianeta attraverso deforestazione, perdita di biodiversità, erosione del suolo, accumulo di CO2 (ed altri gas serra) compromettendo ulteriormente la già fragile stabilità del nostro pianeta ed accentuando i cambiamenti climatici in corso (che a loro volta minacciano la produzione di cibo).

bre; in meno di 50 anni siamo riusciti a depauperare il pianeta come mai era successo in 200.000 anni di storia dell'umanità (dalla comparsa del cosiddetto "uomo moderno"). In Europa l'Overshoot Day quest'anno è arrivato il 10 Maggio, quindi oltre 2 mesi e mezzo in anticipo rispetto alla media mondiale. E' quindi oramai sufficientemente chiaro che qualcosa debba cambiare se teniamo al futuro del nostro pianeta e che il cambiamento debba iniziare da ognuno di noi, nella vita di tutti i giorni. Ogni piccolo nostro gesto potrà contribuire a salvare il futuro delle generazioni successive, con la speranza che il cambiamento non arrivi quando oramai sarà troppo tardi.

Editoriale

gni anno, la Global Footprint Network (un'organizzazione internazionale no-profit che sviluppa strumenti per promuovere la sostenibilità ambientale), calcola il giorno in cui la Terra esaurisce le risorse che è in grado di generare annualmente e che sono necessarie a soddisfare le richieste dell'intero pianeta. E puntualmente, ogni anno, l'Overshoot Day (che quest'anno sarà il 29 luglio) arriva sempre qualche giorno in anticipo rispetto all'anno precedente. Questo cosa vuol dire? Semplicemente che dal 29 luglio entriamo ufficialmente in debito con il Pianeta. Con più di cinque mesi d'anticipo, abbiamo in pratica esaurito le risorse naturali che la Terra aveva prodotto per l'intero anno, con la conseguenza che per oltre 5 mesi la popolazione terrestre attingerà alle riserve non rinnovabili di prodotti agricoli, foreste, pescato, allevamenti... etc.

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Flavio Rabitti Direttore editoriale Rivista TerrAmica

Editoriale


Uno sguardo al Comitato di Redazione di TerrAmica Cristiano Papeschi (Responsabile Scientifico Settore Zootecnico): laureato in Medicina Veterinaria presso l’Università di Pisa, specializzato in Tecnologia e Patologia degli Avicoli, del Coniglio e della Selvaggina presso l’Università di Napoli, è attualmente in servizio presso l’Università degli Studi della Tuscia (Viterbo); già collaboratore di numerose riviste tecniche a carattere zootecnico e veterinario, membro di comitati scientifici e di redazione. Eugenio Cozzolino (Responsabile Scientifico Settore Coltivazioni): diplomato presso l’Istituto Tecnico Agrario Statale “De Cillis” e laureato in Scienze Agrarie presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli “Federico II, lavora presso il Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura. Marco Giuseppi: diplomato all'Istituto Tecnico Agrario e laureato magistrale in Scienze e Tecnologie dei Sistemi Forestali all'Università degli Studi di Firenze. Segretario dell'Associazione di Agraria.org e responsabile progetti Erasmus+ (youth exchange e Servizio Volontario Europeo). Svolge la libera professione di Dott. Agr. e Forestale collaborando con diversi studi agronomici. Luca Poli: diplomato all’Istituto Tecnico Agrario e laureato magistrale in Scienze e Tecnologie dei Sistemi Forestali presso l’Università degli Studi di Firenze. Iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali di Firenze. Riveste il ruolo di presidente dell'Associazione e svolge le mansioni di webmaster della Rivistadiagraria.org e del Catalogo online delle aziende agricole. Lapo Nannucci: diplomato presso l'Istituto Tecnico Agrario e laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie alla Facoltà di Agraria di Firenze, è iscritto all’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali di Firenze; libero professionista consulente esterno presso Associazioni di categoria, Università, Enti di Ricerca ed imprese del settore zootecnico, della pesca e dell’acquacoltura. Particolare esperienza nel settore della pesca dei piccoli e grandi pelagici. Marco Salvaterra: laureato in Scienze Agrarie presso la Facoltà di Agraria di Bologna, è docente presso l’Istituto Tecnico Agrario Statale di Firenze; dal 2000 si occupa di divulgazione in campo agricolo attraverso il network Agraria.org che comprende, fra le altre cose, un Catalogo di Aziende Agricole, uno di Allevatori, una Rivista quindicinale online ed un Forum del settore. Flavio Rabitti (Direttore editoriale): diplomato all’Istituto Tecnico Agrario Statale di Firenze e laureato in Tutela e Gestione delle Risorse Faunistiche alla Facoltà di Agraria di Firenze; dal 2009 iscritto all’Albo regionale degli Imprenditori Agricoli. Gestisce una piccola azienda agricola in Toscana a Suvereto (LI), all’interno della quale produce vino, olio extravergine di oliva, miele, ed una serie di prodotti artigianali al tartufo (www.rabitti.eu).

Editoriale

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Virosi del pomodoro, un’insidia per le produzioni Nei principali areali orticoli italiani è sempre più emergenza virosi, con gravi perdite di produzione su pomodoro (in particolar modo), anche se problematiche simili interessano anche peperone, lattuga e zucchino. di

Marco Gimmillaro

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Coltivazioni

a coltura del pomodoro è una delle principali colture orticole italiane, da Nord a Sud, in pieno campo ed in serra, sia a livello professionale che amatoriale e per una buona riuscita della coltura è importante prevenire diverse malattie e agenti di danno “chiave” che ne possono compromettere la produttività. Tra queste rivestono un ruolo sempre più importante, specie in alcuni areali, le malattie infettive provocate dalle virosi, che in alcuni cicli possono essere una delle problematiche più importanti, dato che se l’infezione avviene nelle prime fasi dopo il trapianto praticamente si ha la completa perdita del raccolto. Per questo è importante adottare metodologie di lotta preventive e conoscere i sintomi, ma fondamentale diventa anche conoscere le modalità di diffusione e quindi conoscere i vettori ed il loro contenimento. Iniziamo con una panoramica sulle principali virosi più diffuse sulla coltura del pomodoro descrivendo i sintomi, il vettore e le strategie di lotta più adeguate al contenimento della malattia. Sicuramente il principale virus in questi ultimi anni è il TYLC, introdotto e diffuso inizialmente nelle aree serricole del Sud Italia; si tratta dell’accartocciamento fo-

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Virus TYLC su pomodoro

Coltivazioni


gliare giallo che causa un arresto della crescita con il classico ingiallimento delle parti interessate e l’andamento cespuglioso per un accorciamento degli internodi. Se l’infezione avviene al trapianto non si ha possibilità di raccolta, in infezioni su piante sviluppate solitamente i frutti già allegati arrivano a raccolta, anche se possono avere una riduzione della brillantezza e le varietà tipo “insalataro” normalmente hanno una riduzione di calibro. Il suo vettore sono le mosche bianche come il Trialeurodes vaporariuorum e la Bemisia tabacii. Oltre al contenimento degli insetti vettore tramite l’uso di reti ed un’adeguata lotta, è importante ridurre le infestanti (in particolare nei bordi); infatti il virus può essere trasmesso anche su solanacee spontanee da dove le mosche bianche lo trasmettono poi alla coltura, dato

che sono le piante in cui il vettore normalmente si trasferisce tra due cicli colturali. In zone particolarmente soggette, è importante scegliere varietà resistenti o tolleranti. Altra virosi particolarmente diffusa e che può causare gravi danni è la bronzatura del pomodoro e cioè il TSWV; in questo caso siamo di fronte ad un virus polifago che può attaccare anche altre colture, infatti gravi danni si registrano anche su lattuga e chiaramente questo ne accresce la facilità di diffusione. Anche per questo virus si ha un arresto della crescita, le foglie si accartocciano assumendo una colorazione giallo pallido, quindi virano al bronzo, mentre sui frutti si possono avere delle maculature concentriche che li rendono non commerciabili (oltre a causare anche una riduzione della fertilità dei fiori). Il suo vettore sono i tripidi come la Frankliniella occidentalis, quindi anche in questo caso risulta importante una corretta metodologia di lotta a questi insetti, in particolar modo nelle primissime fasi di crescita, nonchè il contenimento delle infestanti che solitamente sono la principale fonte di inoculo dell’in-

Virus TYLC su pomodoro

Coltivazioni

setto sulle colture appena trapiantate. Anche per il TSWV è importante l’uso delle varietà resistenti o tolleranti. Uno dei virus storici invece è il ToMV o virus del mosaico del Pomodoro, causato dal virus del mosaico del tabacco; anche in questo caso il virus è polifago con numerose piante ospiti, dove su foglie e frutti può causare deformazioni, maculature e aspetto filiforme in base al ceppo. In questo caso viene trasmesso dalle pratiche colturali, dal trapianto alle potature usando utensili infetti, ma anche tramite seme. Fondamentale quindi risulta allontanare qualsiasi residuo colturale e sterilizzare gli utensili, nonchè utilizzare varietà resistenti o tolleranti. Molto diffuso è anche il CMV il virus del mosaico del cetriolo, specie altamente polifaga di cui alcuni ceppi possono attaccare anche il pomodoro. In questo caso il vettore sono gli afidi che già sono una problematica molto sentita nel pomodoro, il cui attacco può diventare particolarmente grave se oltre all’infestazione si ha la trasmissione di questo come di altri virus, come il virus Y della patata. La sintomatologia varia dal ceppo e può essere da leggere distorsioni a grave nanismo, se il ceppo causa anche la necrosi. Importante per il suo contenimento diventa quindi la lotta agli afidi, specie alla presenza delle prime fondatrici, in modo da ridurre la possibilità di diffusione delle virosi stesse. Oltre a questi, che possiamo considerare i virus più importanti, abbiamo altri virus che possono essere a volte confusi e che comunque causano sintomatologie importanti, come i giallumi del pomodoro TYCV e ToCV, con sintomi simili al TYLC e stesso vettore; invece, con ingiallimenti e talvolta bronzature delle foglie e maculature necrotiche con deformazioni dei frutti (ma trasmesso da afidi), abbiamo il mosaico dell’erba medica AMV. Ultimamente anche il mosaico del Pepino PepMV risulta uno dei virus emergenti la cui diffusione desta molti timori, dato che in parte si diffonde per seme ma per la maggior parte per contatto e, tramite le pratiche colturali, risulta essere molto contagioso. La lotta quindi è la stessa del ToMV. Con le basse tem-

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Virus TSWV su lattuga

Virus TSWV su frutto

Virus TSWV su foglia di melanzana

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Virus TSWV su pomodoro

Coltivazioni


perature accentua la sintomatologia con maculature angolari gialle, clorosi diffuse e distorsioni con bollosità e curvatura verso l’alto del margine fogliare; sul fusto si possono avere striature longitudinali verde scuro alternate ad altre più chiare. La sintomatologia regredisce con le alte temperature, quindi è un virus importante per i cicli invernali in serra, ma questo rende difficile individuare le piante infette che possono essere asintomatiche. Infatti, per tutte le virosi, un attento controllo dell’inizio delle infezioni (quindi della comparsa delle prime piante sintomatiche, che sono in genere pochi individui), è importante perché la loro rimozione può ridurre drasticamente la diffusione dell’infezione. Unitamente si dovrebbe condurre un’adeguata lotta ai vettori, specie se insetti ed escludere dalle operazioni colturali le piante sintomatiche; se quest’ultime risultano produttive, risulta molto utile eseguire le pratiche colturali su di loro alla fine, così da evitare che con le attrezzature si possa diffondere il virus da una pianta all’altra. Come ultima segnalazione, in Sicilia è stato identificato un nuovo virus del pomodoro, il ToBRFV. E’ un virus che come colture ospiti principali (oltre al pomodoro) ha anche il peperone e diverse altre solanacee spontanee (cosa che ne facilita ulteriormente la diffusione); i danni sul pomodoro sono gravi e rendono i frutti non commerciabili. I sintomi variano in funzione della varietà e sono visibili su foglie con clorosi, mosaico e macchie necrotiche, mentre su frutti presenta macchie gialle, brune, deformità e maturazione irregolare. La trasmissione del virus può essere per seme e contatto ma anche con altri materiali di propagazione come innesti e talee. Il virus può rimanere infettivo per mesi nel terreno e nei residui di coltivazione, mentre la trasmissione dell’infezione da seme a pianta è bassa anche

Coltivazioni

se successivamente l’infezione può diffondersi rapidamente per contatto all’interno della serra. Per le virosi purtroppo non esiste possibilità di intervento terapeutico e di risanamento della coltura, quindi la lotta (come abbiamo visto per tutte le virosi) è di tipo preventivo e legata alla riduzione delle modalità di trasmissione, siano esse legate ad insetti o ad altri fattori. Bibliografia: Le virosi del pomodoro, un problema

che si aggrava, P. Fini, P. Grillini, A. D’Annibale, A.R. Babini, Malattie delle Piante luglio/agosto 2012. Riconoscimento e lotta alle principali avversità del pomodoro da mensa in coltura protetta, guida illustrata, S. Ena, F. Coghe, Agenzia per lo sviluppo in agricoltura della Regione Autonoma della Sardegna.

Dr. Agronomo Marco Gimmillaro marcogimmillaro@ hotmail.com

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Il Pepino, una "Super" Solanacea Una pianta poco conosciuta, rustica e dalle interessanti caratteristiche nutrizionali e gastronomiche di

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Flavio Rubechini

l Pepino (Solanum muricatum) è una solanacea originaria del Sud America, più precisamente della zona andina. In Italia è ancora poco conosciuto e viene chiamato come melone pepino, mentre in Sud America è comune trovarlo in vendita per le strade con il nome di pepino o cachuma. E' una pianta perenne ma viene generalmente coltivata come annuale; con portamento di arbusto raggiunge un'altezza massima di 0,8 metri-

1 metro. Le radici sono molto ramificate non molto spesse e non molto profonde. Produce un'abbondante massa fogliare di colore verde chiaro: le foglie sono di forma lanceolata e leggermente concave. Il fusto erbaceo, è di colore verde chiaro con alcune macchie scure nella zona dei nodi (alcune varietà presentano una elevata pigmentazione su tutto il fusto). I fiori, sono ermafroditi, autocompatibili, autogami, riuniti in racemi pseu-

do-terminali in numero da 5 a 20; in pieno campo vengono impollinati da insetti e dal vento mentre in caso di coltivazione in ambiente protetto bisognerà provvedere all'impollinazione manuale. La colorazione del fiore è fortemente influenzata dalle condizioni ambientali, variando dal bianco al violetto. Il frutto, è una bacca, di forma ovoidale con colore di fondo giallo ocra, verde e lievi striature color marrone o porpora. Al centro del frutto vi sono

Pianta di Pepino (fonte: uconnladybug.files.wordpress.com)

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Coltivazioni


Fiore di Pepino (fonte: jerrycolebywilliams.files.wordpress.com) i semi (molto piccoli, un grammo di semi ne contiene 900), anche se non mancano le varietà con frutti partenocarpici.

Coltivazione Risulta una pianta abbastanza rustica: predilige climi temperati e la piena esposizione al sole. Poiché teme le forti gelate, la coltivazione in pieno campo in Italia è realizzabile in buona parte del meridione, dove le temperature invernali non risultano mai essere troppo rigide; in climi più severi, è possibile tuttavia la coltivazione in serra e in vaso. Risulta infine sofferente a venti forti. Predilige terreni fertili, ben drenati, sciolti, risultando molto resistente all'eccesso di umidità. Si adatta bene

Coltivazioni

a qualsiasi livello di pH. Il terreno deve essere preparato prima dell'inverno con una aratura poco profonda (< di 20 cm). In febbraio-marzo, passato il rischio di gelate si trapiantano le piantine di pepino in pieno campo con un sesto di impianto di 0,5x1,5 metri. Per la propagazione viene sconsigliato il seme visto l'alto livello di eterozigosi: sono da prediligere le talee, per mantenere inalterate le caratteristiche produttive e organolettiche. Le talee ottenute da rami di un anno di circa 20 centimetri, emettono radici con molta facilità e devono essere preparate un mese prima del trapianto in pieno campo. Successivamente all'impianto, sarà opportuno irrigare il pepino nei periodi più siccitosi: vista la superficia-

lità delle radici mantenere un buon livello di umidità nel terreno risulterà fondamentale anche se il pepino resiste molto bene al deficit idrico. Una pratica molto utile per il mantenimento dell'umidità è sicuramente la pacciamatura.

Varietà Vi sono molte varietà di pepino, ma tra le più note si possono annoverare sicuramente: - Puzol: pianta che produce molto, frutto allungato indicato per il consumo fresco. - Turia: pianta di grande produzione con frutto ovale e di media dimensione. Utilizzato soprattutto per le insalate. - Valencia: pianta dalla produzione

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Frutti di Pepino (fonte: q7i2y6d5.stackpathcdn.com) medio alta, frutto molto allungato e molto profumato usato per succhi,gelati e confetture.

Esigenze colturali Il pepino non ha particolari esigenze nutritive, ma sicuramente la somministrazione di potassio, in prossimità della fioritura (che avviene circa dopo 2 mesi dal trapianto), risulta utile per migliorare la qualità dei frutti. Da un punto di vista patologico il pepino risulta poco suscettibile: solo in climi particolarmente umidi si sono verificati attacchi di Alternaria spp. e Fusarium spp.. A livello entomologico risulta suscettibile soprattutto al ragnetto rosso (Tetranychus urticae), che causa la caduta delle foglie e talvolta può attaccare il frutto. Da non sottovalutare infine, tra le virosi, il virus del mosaico del pomodoro, che molto spesso attacca il pepino: in questi casi si noteranno delle macchie necrotiche apparire sulle foglie e successivamente avverrà la

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morte della pianta. E utile eliminare tutto il materiale contagiato, avendo cura di bruciare i resti delle piante malate o morte. La raccolta viene eseguita manualmente e si svolge nel mese di maggio - giugno. A seconda delle condizioni pedo-climatiche e gestionali le produzioni possono toccare anche le 100 tonnellate/ettaro; di norma si attestano comunque sulle 40-60 tonnellate/ettaro. Si conserva a temperatura ambiente per circa 15 giorni, mentre a temperature di 5°C può arrivare anche a 70 giorni.

Caratteristiche nutrizionali In cucina viene utilizzato spesso in insalate ma viene consumato anche come frutta fresca. Le varietà più aromatiche, vengono impiegate nella preparazione di confetture, gelati e succhi di frutta. A livello nutrizionale il pepino risulta ricco di potassio, utilissimo a livello intestinale e nel contrastare l'ipertensione. Risulta

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particolarmente ricco di magnesio, calcio, e rame con conseguenti benefici per il sistema nervoso e le ossa. Apporta inoltre le vitamine: A, B, C, K e il Beta-carotene. Ha un basso apporto calorico, dalle 15 alle 23 calorie ogni cento grammi di frutto: ciò rende il pepino indicato per i diabetici, gli obesi, i cardiopatici, le persone sofferenti di malattie epatiche o più in generale di disturbi all'apparato digerente. Infine, è stato riscontrato da molti ricercatori che i composti fitochimici presenti nel frutto presentano elevate potenzialità antitumorali ed inibiscono il colesterolo cattivo a vantaggio di quello buono. Per. Agr. Flavio Rubechini Specializzato in colture alternative flaviorubechini@ icloud.com

Coltivazioni


La produzione di carne bovina in Toscana Andamento nell'ultimo periodo rilevabile 2010-2016 di

Giovanni Brajon, Riccardo Bozzi, Lapo Nannucci, Alessandro Crovetti

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prodotti agroalimentari tipici rappresentano da sempre un punto di forza per l'economia della Toscana; in particolare, la carne bovina e le sue preparazioni gastronomiche sono riconosciute a livello internazionale come prodotti di alto pregio. La qualità della carne è determinata

tempi sufficientemente lunghi, spesso non conciliabili con le esigenze di mercato. In Italia, l’allevamento del bovino da carne è generalmente indirizzato all’ingrasso di razze precoci, spesso di provenienza estera, allevate in maniera intensiva; la Toscana si

Zootecnia

adeguato alle richieste del mercato, con particolare riguardo alla GDO. Un esempio di valorizzazione della filiera della carne bovina toscana è rappresentato dalla società Agro-Zootecnica Toscana, che società commercializza bovini e suini identificati con una serie di marchi Collettivi Commerciali, tra i quali il marchio “Toscana-Toscana” relativo ai bovini nati e allevati in Toscana. La percentuale dei capi macellati sotto questa denominazione, in questi ultimi anni è progressivamente aumentata, con un incremento del 9% tra il 2014 ed il 2015 fino ad arrivare ad un incremento del 43% dal 2016 al 2017. La previsione per il corrente anno (2018) è di un totale di 1300 capi, pari ad un ulteriore incremento del 5% rispetto all’anno precedente (fonte ARAT). L’esperienza della società Agro-Zootecnica Toscana Figura 1. Numero di capi macellati in Toscana nel periodo 2010-2016 evidenzia la necessità degli allevatori di creare un da numerosi fattori che agiscono sia caratterizza invece per una tipologia canale commerciale sostenibile e in prima che dopo la macellazione. Tra di allevamento più tradizionale che grado di soddisfare le richieste deli primi si annoverano: genetica dei fonda la sua organizzazione in larga la filiera (impianti di macellazione, capi, categoria produttiva, corretta parte sulla linea vacca-vitello [1], at- distributori, associazioni macellai, conduzione zootecnica e sanitaria, traverso l’impiego di sistemi semi-e- GDO). rispetto delle condizioni di benes- stensivi ed anche l’utilizzo di razze Il presente studio ha avuto lo scopo sere in allevamento e durante il tra- bovine autoctone. La produzione di di analizzare i flussi commerciali delsporto. Per ciò che concerne invece carne bovina è dunque caratteriz- la carne bovina macellata in Toscail periodo post-macellazione, i fattori zata da elevata qualità ma con limiti na dal 2010 al 2016. La lettura dei principali sono le tecniche ed i tem- oggettivi per la commercializzazione dati esaminati può essere uno strupi di frollatura che condizionano in a causa delle dimensioni medio-pic- mento per l’elaborazione di strategie modo marcato la qualità del prodotto cole delle aziende che non sono in volte alla valorizzazione della produfinale. La frollatura deve avvenire in grado di garantire un flusso di capi zione di carne bovina sul territorio

Zootecnia

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Figura 2. Numero di capi importati nel periodo 2010-2016 regionale.

Materiali e metodi

pari a 218.147, dei quali circa il 40%, ovvero 87.584, sono capi nati e allevati in Toscana, mentre il restante 60% (130.563) risulta introdotto da altre regioni italiane o dall’estero. Nel corso dei sette anni si è registrata complessivamente una flessione progressiva fino al 2013 e una ripre-

Capi introdotti da altre regioni italiane e dall’estero L’analisi dei flussi ha evidenziato che la maggior parte dei capi introdotti dall’estero è proveniente dalla Francia (fig. 2) ed ha rappresentato nel 2016 circa il 94% del totale introdotto nel territorio, dalle altre nazioni la quantità è limitata. Anche a livello nazionale si osserva uno scenario simile, con una netta predominanza dei capi importati dal Piemonte che nel periodo 2010 – 2016 aumenta in percentuale passando dal 46% (nel 2010) al 57% (nel 2016) (fig. 3). Un’analisi approfondita ha evidenziato che la maggioranza dei capi importati dal Piemonte (mediamente oltre il 90% all’anno) vengono macellati in un unico impianto che nel 2013 aveva ridotto la sua attività probabilmente a seguito di un cambiamento delle strategie commerciali della GDO alla quale questo impianto è collegato.

L’indagine ha riguardato i capi bovini macellati in Toscana dal 2010 al 2016, i dati utilizzati sono stati forniti dall’IZSAM (Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise) e sono quelli registrati nella Banca Dati Nazionale dell’anagrafe zootecnica del Ministero della Salute. Per ognuno dei parametri studiati è stato determinato il trend nel periodo in esame focalizzandosi in particolare su: • Numero dei capi; • Origine dei capi (nati e allevati in Toscana, introdotti da altre regioni nazionali e dall’estero); • Tipo genetico; • Permanenza in allevamento; • Numero d’impianti di macellazione attivi. Il database di partenza conteneva 240.693 osservazioni che, a seguito di una fase di editing finalizzata alla rimozione di dati Figura 3. Numero di capi importati dal Piemonte rispetto al totale nel periodo mancanti o incongruenze, si è 2010-2016 ridotto a 218.147. In particolare, sono stati eliminati i capi con dati sa negli anni successivi, che tuttavia Per quanto riguarda le regioni Emiincompleti e i soggetti con un’età di non ha consentito il raggiungimento lia-Romagna, Lombardia e Sardegna, che in passato rappresentavamacellazione superiore a 730 giorni dei livelli di partenza (fig. 1). (considerati animali a fine carriera). La diminuzione del numero dei capi no comunque un’importante fonte ha riguardato sia gli animali nati e al- di animali da ristallo, la diminuzione Risultati levati in Toscana che quelli importati; è stata progressiva e nel 2016 soCapi macellati in Toscana con una flessione rispettivamente lamente dall’Emilia-Romagna sono stati introdotti poco più di 1000 capi. Il numero totale di capi macellati nel del 7% e del 26%. Razze dei capi nati e allevati in Toperiodo considerato è stato dunque

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Zootecnia


scana I tipi genetici più rappresentativi sono Meticcio, Chianina e Limousine. Relativamente ai primi due tipi genetici si registra, dal 2010 al 2016, rispettivamente una diminuzione

3.269 capi nel 2010 a 730 nel 2016 (fig. 5). Giorni di permanenza in Regione La crescita dell’interesse per i prodotti locali, pone l’attenzione sul numero dei giorni di stabulazione dei capi nel territorio regionale, affinché un vitello possa essere considerato toscano. I dati in nostro possesso ci consentono di calcolare i giorni di permanenza dei capi importati soltanto relativamente alla durata del ristallo nell’azienda che precede la macellazione. Pertanto, non essendo possibile monitorare i rari eventi di movimentazione di questi animali tra due o più aziende Toscane, i giorni di permanenza appaiono sottostimati. I dati ottenuti hanno Figura 4. Principali razze di bovini nati e allevati in Toscana. Numero di capi per razza nel evidenziato un picco periodo 2010-2016 di permanenza (19%) nell’ultima azienda pari al 14,35% (4.876 vs 4.177) ed al sioni corporee piuttosto ridotte da prima della macellazione, quantifi12% (4.442 vs 3.912); al contrario, la elevata rusticità e buona produzione cabile tra i 120 ed i 140 giorni, corrazza Limousine ha fatto registrare di carne; rispondente alla tipica durata della una crescita progressiva, a confer- - le richieste da parte della GDO, fase di finissaggio dei vitelli da carne ma del costante livello di interesse che tramite la stipula di contratti (circa 4-5 mesi). La permanenza sul che questo bovino sta riscuotendo commerciali con allevatori e ingras- territorio regionale per meno di 30 negli allevamenti del territorio, a causa delle spiccate doti di rusticità e precocità. A seguire, sempre con trend positivo, si notano i capi di razza Frisona e Maremmana (fig. 4). Razze introdotte da altre regioni italiane e dall’estero La maggior parte dei capi introdotti e destinati all’ingrasso è di razza Limousine, il cui andamento, nel periodo analizzato è passato da 11.181 capi nel 2010 a 6.199 nel 2013, mostrando una ripresa nel 2016 (9.556). A seguire, i meticci che hanno mostrato un trend simile, passanFigura 5. Principali razze di bovini da carne introdotti da altre regioni italiado da 5.991 capi nel 2010 a 3.295 ne e dall’estero nel periodo 2010-2016 nel 2015, fino a raggiungere 3.977 animali macellati nel 2016. Un caso particolare è quello della satori, può condizionare le scelte di giorni riguarda un numero inferiorazza Aubrac che vede aumentare orientamento del mercato. re ai 10.000 capi (fig. 6) mentre la progressivamente il numero dei capi La razza Charolaise, di origine fran- permanenza sul territorio per più di introdotti, raggiungendo il picco nel cese, in passato terza per nume- 180 giorni, alla quale corrisponde un 2016 con 1.127 capi. Tale scenario ro di capi importati, ha evidenziato bonus economico per gli allevatori può essere ricondotto in particolare una forte diminuzione, passando da derivante dall’applicazione dei rego-

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a due fattori: - il livello d’interesse da parte di alcuni allevatori che hanno iniziato a importare un numero considerevole di capi di questa razza di origine francese, caratterizzata da dimen-

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Figura 6. Giorni di permanenza dei capi sul territorio regionale nel periodo 2010-2016 lamenti comunitari sui premi accoppiati per il settore zootecnico (premio ai 6 mesi ed ai 12 mesi di allevamento), riguarda il 40% dei capi importati. Raramente la fase d’ingrasso si protrae fino al raggiungimento dei 360 giorni (solo il 10% dei capi), nonostante vi sia la possibilità di accedere a un secondo bonus. Numero di impianti di macellazione attivi Gli impianti di macellazione che hanno operato nel periodo 2010-2016 sono 35, dei quali 27 risultavano ancora in attività nell’anno 2016. Le capacità di lavorazione sono spesso limitate, dei 27 impianti attivi nel 2016, 13 hanno capacità di lavorazione per più di 500 capi e solo 6 più di 2000 capi. Il numero dei capi macellati per singolo impianto e per anno varia probabilmente in relazione ai contratti stipulati con la GDO. Un esempio di questa variabilità è rappresentato da un singolo impianto nel quale si è passati da una forte contrazione di attività nel 2013 a una significativa crescita nell’anno seguente, antecedente al cambiamento di ragione sociale che è avvenuto nel 2015.

Conclusioni Il numero di capi bovini macellati in Toscana è diminuito dal 2010 al 2013 mentre negli anni successivi si è registrato un incremento progressivo fino al 2016. Ogni 5 bovini macellati, 2 sono nati e allevati nel

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nostro territorio; i rimanenti sono quasi tutti di origine francese, di cui una quota transita attraverso il Piemonte. I tipi genetici Meticcio e Limousine sono quelli maggiormente presenti, con la seconda razza in progressivo aumento, tuttavia, pur con numeri inferiori rispetto alle due razze precedenti, la Chianina e la Maremmana rappresentano un importante spazio sul mercato dei capi nati e allevati nel territorio. Questi genotipi sono spesso collegati ad una serie di marchi che ne valorizzano il prodotto: IGP (Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale) e ‘Toscana-Toscana’ gestito dalla società Agro-Zootecnica Toscana; in passato è stato anche intrapreso un percorso di valorizzazione della razza Maremmana, tramite la richiesta per il riconoscimento DOP (Vitellone della Maremma) del quale però ad oggi non si hanno più notizie. Relativamente ai capi introdotti da altre regioni, il 40% degli animali effettua una fase d’ingrasso di durata pari ad almeno 180 giorni: la caratterizzazione di questo periodo sul territorio toscano, sotto il profilo dell’alimentazione e delle garanzie del benessere animale in allevamento, potrebbe costituire un’ulteriore prospettiva per la valorizzazione della carne di questi capi. La rete degli impianti di macellazione è ben distribuita nel territorio, sebbene l’attività subisca variazioni in conseguenza degli accordi stipu-

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lati con la GDO che spesso condiziona le scelte dell’intera filiera. Inoltre, come abbiamo già evidenziato in precedenza, la frollatura delle carni, che rappresenta una fase importante per la qualità che ne deriva, viene praticata senza seguire criteri standard definiti. Da questo studio emerge come sotto il nome generale di carne bovina toscana, in realtà vi siano prodotti differenti, per i quali andrebbe attivato un sistema trasparente di informazione che aiuti i consumatori nella scelta del prodotto, a partire dall’origine dei capi comprendendo un’informativa completa circa: sistema di produzione, fase di ingrasso, tipologia di alimentazione utilizzata, benessere animale in tutte le fasi fino alla macellazione, durata della frollatura. Un programma politico di rilancio della carne bovina a livello regionale dovrebbe governare questo processo attraverso una logica d’interventi pianificati volti ad indirizzare la filiera verso le scelte migliori, mettendo al riparo la filiera da eventuali turbolenze che spesso hanno la loro origine all’esterno dei processi produttivi locali. [1] Fioriti L., Parmigiani P., Ronga M. 2017. La competitività dell’allevamento bovino da carne in Italia. Sistemi aziendali a confronto. Documento realizzato dall’ISMEA nell’ambito del Programma Rete Rurale Nazionale. Piano 2016 Scheda Progetto Ismea 10.2. Competitività e Filiere agroalimentari

Giovanni Brajon Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana M. Aleandri

Riccardo Bozzi, Lapo Nannucci, Alessandro Crovetti DISPAA Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agroalimentari e dell'Ambiente - Università degli Studi di Firenze

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Il Diamante Mandarino mutazione Feomelanico Conosciamo meglio questa particolare mutazione che rende ancora più interessante questa specie molto comune e semplice da allevare di

Federico Vinattieri

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forma ancestrale, ma anche e soprattutto in tutte le sue forme mutate, ossia in tutte quelle varietà selezionate dall'uomo a partire da svariate mutazioni. In questo articolo vorrei soffermarmi a parlare di una di queste mutazioni in particolare, ossia il Diamante Mandarino "Feomelanico", che fino a pochissimi anni fa veniva chiamato comunemente varietà "isabella". Questa mutazione, apparve in Olanda nei primi anni '60, quindi è piuttosto recente.

La mutazione causa la totale riduzione delle eumelanine dell'intero piumaggio, compresi i disegni distintivi. Per "disegni distintivi" si intendono i mustacchi, le lacrime, la barra pettorale, le zebrature, il disegno della coda, ossia tutte zone dove esiste un particolare disegno, presente anche nella forma ancestrale. In generale il corpo risulta interamente color crema nei soggetti a base bruna, grigio chiaro nei soggetti a base grigia. L'intensità dei disegni varia lasciando visibili ma scoloriti i

Femmina di Diamante Mandarino feomelanica

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el vastissimo gruppo che comprende gli uccelli esotici da gabbia e da voliera, vi è una specie che più di tutte ha riscosso le attenzioni degli allevatori di tutto il Mondo, ossia il Diamante Mandarino. Questo estrildide, abbastanza semplice da allevare e molto comune, lo si trova in grandi numeri in qualunque mostra ornitologica, anche sul nostro territorio nazionale, ed è tutt'oggi una delle specie più allevate in assoluto. Viene allevato nella sua

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Ottimo maschio di Diamante Mandarino feomelanico caratteristici quadri della coda. Il fenotipo è pertanto determinato dalla sola feomelanina, a qui appunto il nome "FEOMELANICO", che deve essere distribuita uniformemente su capo/nuca, dorso, ali, petto, ventre e con massima intensità nei disegni delle guance e dei fianchi.

La mutazione Feomelanica si presta combinata ad altre mutazioni, dando origine a dei fenotipi molto appariscenti e piacevoli da vedersi (ad esempio con il Petto Nero, Faccia Nera, Petto Arancio), che possono essere combinate singolarmente o anche tutte insieme.

Ottima femmina di Diamante Mandarino feomelanico

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Molto importante è che il fenotipo delle mutazioni combinate insieme rimanga ben visibile per dare una giusta denominazione al soggetto. Se insorgono dubbi nel riconoscimento si può dedurre che le mutazioni presentano difetti nei disegni. Facciamo alcuni esempi per comprendere meglio questo concetto: Se ad esempio, il Feomelanico è combinato al Petto Arancio, c'è da tenere in considerazione che si ripresenta il disegno del petto con barra pettorale e zebrature arancioni che non dovrebbero essere presenti, anche il disegno della coda si presenta di colore arancione. Se il Feomelanico è combinato al Petto Nero tenere, bisogna tenere in considerazione il disegno caratteristico delle guance ampie sulla nuca, della coda di forma allungata lungo il rachide, del fianco e il disegno del dorso, i disegni intermedi sono da penalizzare. Se oltre al Petto Nero è combinato anche il Petto Arancio i

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Esempio di combinazione delle Mutazioni Feomelanico e Petto arancio disegni del Petto Nero diventano piumaggio, e come in sostanza si uguali dimensioni, il disegno deve arancioni compreso il petto, il dorso deve presentare un soggetto rap- essere sempre evidente anche se in e la coda. Il triangolo che si forma presentativo di questa mutazione, forma più o meno intensa. tra il mustacchio e la lacrima non facendo riferimento ovviamente Il disegno della guancia è presente deve essere inquinato di arancione, sempre al suo standard ufficiale, solo nei maschi e la forma è simile a oppure il triangolo è completamen- riconosciuto dalla Confederazione un triangolo con i vertici arrotondati, te arancione se nella combinazio è Ornitologica Mondiale (C.O.M.), e di è situata nella posizione della guananche interessata la mutazione Fac- conseguenza dalla Federazione Or- cia, i bordi debbono essere netti e cia Nera; i disegni intermedi sono da nicoltori Italiani (F.O.I.). regolari. Nelle femmine la zona è di penalizzare. Se il ventre manifesta Partiamo proprio da quei tratti distin- un colore crema. screziatura più o meno abbondan- tivi del disegno, che in altre varietà Il disegno del fianco è presente solo te di color arancione, ciò è dovuto devono essere ben visibili. nel sesso maschile, parte dall'attacalla caratteristica presenza del Petto La striscia dell'occhio, chiamata catura dell'ala e correndo lungo il Arancio, del Petto nero, del Faccia anche "Lacrima", in questa varietà fianco termina all'altezza del codioNera o combinati insieme. Possia- deve essere assente. La striscia ne. Nei soggetti migliori, perché simo quindi affermare, senza ombra di del becco, chiamata "Mustacchio", ano tali, è necessario che almeno si dubbio, che la mutazione Feomela- dev'essere anch'essa assente. vedano tre file di puntini bianchi di nica, ha un comportamento "eredita- Il disegno della coda è presente in forma rotonda con distribuzione unirio recessivo". entrambi i sessi; il disegno è forma- forme e regolare. Nelle femmine la Ma vediamo come deve essere di- to dalle copritrici caudali con riqua- zona è di un colore crema con tonastribuito nello specifico il colore sul dri alterni crema/bianco cremoso di lità calda.

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Schema di trasmissibilità della Mutazione Feomelanica

Vi è un altro tratto distintivo del disegno, solitamente molto importante ad esempio nella varietà ancestrale o in altre mutazione, che invece nel Feomelanico deve essere assente, ossia il disegno del petto, composto solitamente dalle classiche "zebrature", chiamate in gergo "barre pettorali", che in questa varietà di Diamante Mandarino sono appunto invisibili. Scompare in entrambi i sessi il disegno del calzone all'altezza del fianco-codione. Ora che conosciamo quel che deve o non deve "apparire" nella varietà Feomelanico, andiamo ad elencare quali potrebbero essere i difetti principali nel disegno, da dover penalizzare in fase di giudizio, o comunque da tener presenti nella propria selezione.

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Uno dei difetti più comuni è sul disegno della coda... questo deve essere presente, i soggetti con disegno non visibile sono da penalizzare. Sono da penalizzare anche quei soggetti che presentano residui di lacrime e mustacchi e nei maschi residui della presenza di barra pettorale e disegno zebrato del petto. Il disegno delle guance e dei fianchi deve essere ampio e intenso di colore, sono da penalizzare quei soggetti con guance e fianchi con scarsa ampiezza di disegni e tonalità di colore. Le femmine non debbono presentare tracce di lacrime e mustacchi, indice di purezza e di non immissione di altre varietà. Oltre a tutto ciò che riguarda il colore e il disegno, vi è la forma. Negli ultimi anni, i giudici tengono moltissimo in

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considerazione anche la morfologia e le dimensioni del Diamante Mandarino in fase di giudizio. C'è da tener presente che è di recente acquisizione la varietà cosiddetta "Toy", ossia la varietà di Diamante Mandarino di dimensioni ridotte, una sorta di miniatura della forma maggiorata, riconosciuta ufficialmente da pochissimi anni. Proprio per questo motivo il Diamante Mandarino classico, deve sempre presentare dimensioni considerevoli, in modo tale da distinguersi immediatamente, a colpo d'occhio, dalla sua forma ridotta. La tendenza degli allevatori quindi è quella di ricercare soggetti sempre più imponenti, che però, con il passare delle generazioni, questo aumento di taglia ha fatto insorgere non poche difficoltà di fertilità e di riproduzione. Gli elementi da tener presenti per la selezione di questo piccolo uccello esotico sono molteplici, soprattutto in una varietà recessiva come il Feomelanico e si può facilmente dedurre che non sia poi così semplice ottenere soggetti da esposizione. Il Diamante Mandarino, in ogni sua varietà, è certamente un uccello abbastanza semplice da far riprodurre, per la sua copiosa capacità riproduttiva, per la sua attitudine alla cova, per il suo adattamente spontaneo a qualunque tipo di gabbia o di nido, per il suo innato adattamento climatico... ma sicuramente è sempre difficile arrivare ad ottenere soggetti che possono competere nelle più importanti manifestazioni ornitofile di bellezza, dove anche piccoli difetti nel disegno, nella forma o nelle dimensioni, che a gli occhi del neofita possono sembrare insulsi, vengono invece subito individuati dall'esperto giudice. Come in tutti i settori, per allevare una determinata specie, razza, varietà, bisogna conoscerla alla perfezione.

Federico Vinattieri www.difossombrone.it

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Le zecche: un problema sia in campagna che in città Chiunque possieda animali, siano essi da compagnia o ad uso zootecnico, ha avuto a che fare, almeno una volta nella vita, con il problema delle zecche. Vediamo insieme cosa sono questi ectoparassiti e quali malattie possono trasmettere. di

Cristiano Papeschi e Linda Sartini

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e zecche sono un grande grup- minato una cospicua esplosione da primavera all’autunno, mentre oggi è po di acari ematofagi composto un punto di vista numerico. possibile ritrovare zecche sui nostri da numerose specie, molte del- Se un tempo le zecche infestavano animali anche nei mesi invernali. le quali presenti in maniera massic- soprattutto le aree rurali e gli incolti, Morfologia generale cia anche nel nostro Paese, sia nelle oggi è possibile ritrovarle con estrecampagne e nei boschi che nelle ma facilità anche nei parchi pubbli- Le zecche che parassitano più di città. ci, nei giardini cittadini e fino anche frequente i mammiferi sono quelle I cambiamenti climatici cui stiamo sull’asfalto, come accaduto in diver- appartenenti alla famiglia Ixodidae (zecche dure), caratterizzate da un assistendo da diversi anni a questa se città italiane. parte e il sempre più frequente av- Anche la stagionalità del fenomeno corpo di forma ovale piuttosto covicinamento degli animali selvatici ha subito notevoli variazioni: fino a riaceo e di colorazione variabile in alle aree antropizzate ha modificato non molti anni fa si consideravano funzione della specie, gli arti disposti notevolmente la diffusione di questi a rischio solo le stagioni calde, dalla lungo il margine laterale e un ipostoma (apparato buccale) artropodi e ne ha deterA sinistra una zecca maschio, a destra una zecca femmina

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all’estremità craniale. La dimensione di questi artropodi è estremamente variabile in funzione dello stadio, del sesso e della specie e può variare

Il ciclo biologico Il ciclo biologico di questi parassiti consta di tre stadi (quattro se si considera anche l'uovo). Dopo l’accop-

Gatto infestato da numerose zecche da meno di un millimetro fino a più di un centimetro di lunghezza. All’estremità degli arti sono presenti degli uncini che consentono all’acaro di aggrapparsi all’ospite e di rimanervi saldamente adeso.

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piamento, la femmina scende dall’ospite per deporre le uova nel terreno: ogni zecca gravida è in grado di produrre diverse centinaia di uova che schiuderanno in un lasso di tempo variabile, pochi giorni se le condi-

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zioni di umidità e temperatura sono ottimali. Al contrario, nel caso di un clima inadeguato all’incubazione, lo sviluppo della larva potrà arrestarsi e riprendere con l’avvento della successiva stagione calda. Dall’uovo, dunque, schiude una larva (1°stadio) di dimensioni piccolissime, a mala pena visibile ad occhio nudo, dotata di sei zampe, la quale dovrà salire sull’ospite nel più breve tempo possibile per compiere il pasto di sangue. Gli stadi di sviluppo successivi sono la ninfa (2° stadio), di dimensioni maggiori della larva, dotata di otto zampe ma ancora priva degli organi sessuali, e l’adulto (3° stadio), con sessi differenziati e in grado di riprodursi e dare vita a generazioni successive di zecche. Non è difficile riconoscere il maschio dalla femmina in quanto, se osservati dorsalmente, il primo possiede una corazza dura che ricopre uniformemente il corpo, in quanto questo sesso necessita di assumere poco sangue utile solo per la propria sopravvivenza, mentre la femmina mostra un’area di diverso colore a forma di semiluna sulla porzione anteriore del corpo, che corrisponde alla parte più coriacea del suo rivestimento; la regione più caudale è invece elastica e dilatabile in quanto questa ha bisogno di ingurgitare grandi quantità di sangue

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dell’ospite per la produzione di uova, un processo che richiede risorse energetiche e nutritive notevoli. Difatti, durante e dopo il pasto si potrà osservare la femmina aumentare il proprio volume di diverse decine di volte, fino ad assumere le dimensioni di un acino d‘uva.

ca… le zecche dure (Ixodidae), ovvero quelle che più frequentemente

Come avviene l’infestazione Le zecche vengono attratte dal calore e dall’anidride carbonica prodotta dagli organismi a sangue caldo. Per quanto sia in grado di muoversi attivamente alla ricerca dell’ospite, in genere la zecca sale su uno stelo d’erba, divarica gli arti anteriori ed attende il passaggio di un animale al quale rimarrà aggrappato grazie agli uncini terminali. Una volta salito sull’ospite, l’artropode si fa strada in mezzo al pelo per raggiungere la cute, spostandosi in cerca di un sito dove l’epidermide è più sottile e il derma più irrorato. L’ipostoma, quello che viene comunemente ed erroneamente indicato come la “testa” del parassita, è invece un efficace apparato succhiatore che viene infisso nella cute fino a raggiungere un vaso sanguigno, di solito un capillare superficiale, prima di iniziare il pasto. L’ipostoma è dotato di numerosi uncini rivolti all’indietro che, grazie anche alla presenza di particolari ghiandole in grado di secernere una sorta di cemento, consentono all’acaro di rimanere saldamente adeso all’ospite. La suzione del sangue è resa possibile dalla saliva dell’artropode contenente sostanze anticoagulanti che impediscono l’emostasi. Non è raro osservare numerose zecche concentrate in una superficie molto ridotta, quasi a formare un grappolo: si tratta di un meccanismo noto come co-feeding per il quale più parassiti sfruttano un unico sito per alimentarsi. Esistono tantissime specie di zec-

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Una zecca maschio possiamo ritrovare sui nostri animali hanno una diffusione cosmopolita, cioè sono presenti su tutto il Pianeta ad eccezione dei climi estremi e delle altitudini superiori ai 2.000 metri e sono veramente molto numerose: solamente nel nostro Paese se ne conterebbero oltre 40 specie diverse. Le più frequenti, però, sono Riphicephalus sanguineus (zecca del cane), Ixodes ricinus (zecca dei boschi), Ixodes exagonus (zecca del riccio) e Dermacentor reticulatus nonché diverse specie di Hyalomma e Haemaphysalis. Inoltre, esiste anche un altro grande gruppo di questi artropodi ematofagi, le zecche “molli” appartenenti alla famiglia Argasidae: si tratta di parassiti degli uccelli che possono occasionalmente infestare anche i mammiferi.

La puntura di zecca Intorno al sito in cui avviene la puntura si crea, in genere, un alone infiammatorio accompagnato da un lieve rigonfiamento che può causare fastidio all’animale. In alcuni casi, come conseguenza della puntura, possono verificarsi reazioni di ipersensibilità con infiammazione più marcata e prurito. Alcune specie, inoltre, possono inoculare nell’ospite attraverso la saliva alcuni allergeni

in grado di scatenare una reazione nota come “paralisi da zecca” che, come dice il termine stesso, è in grado di determinare nell’animale una paralisi più o meno transitoria con irrigidimento della muscolatura striata. Penetrando all’interno della cute, l’ipostoma dell’artropode può veicolare con sè alcuni microorganismi, per lo più batteri comunemente presenti nell’ambiente, e provocare infezioni secondarie, il più delle volte localizzate. Infine, non dimentichiamo che le zecche si nutrono di sangue: ognuno di questi acari priva l’ospite di poche gocce del prezioso liquido ma in alcuni casi, come a volte accade nei soggetti che vivono in aree dove la densità di parassiti è molto elevata, un’infestazione massiva può causare la sottrazione di ingenti quantità, fino addirittura all’anemia. Ciò si verifica con maggiore frequenza negli animali debilitati, anziani o nei cuccioli e gattini quando non protetti da antiparassitari.

Come rimuovere una zecca Quando ci accorgiamo della presenza di una o più zecche sui nostri animali è il caso di procedere quanto prima alla loro rimozione. Sarebbe meglio far compiere questa operazione al veterinario, ma con un po’ di esperienza la manovra può essere fatta anche dal proprietario. Evitiamo in ogni modo soluzioni quali l’utilizzo di olio, nafta, alcool o fuoco, del tutto inadatte e decisamente pericolose anche per il rischio di trasmissione di agenti patogeni, preferendo l’utilizzo di apposite pinzette vendute in farmacia oppure operando direttamente con le dita. Per rimuovere manualmente una zecca senza strumenti si deve afferrare tra pollice e indice il corpo del parassita ed esercitare una delicata trazione e rotazione. Se la manualità è compiuta

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nella maniera corretta, l’acaro verrà estratto con tutto l’ipostoma; in caso contrario, la zecca si “spezzerà” e il rostro potrebbe rimanere infisso nella cute, determinando la formazione di una piccola cisti che, nella maggior parte dei casi, si risolverà spontaneamente nel giro di pochi giorni. Per qualunque dubbio è meglio consultare il proprio veterinario.

Febbre Q e la Tularemia, e virali, in particolare l’Encefalite da zecca. Nonostante molti siano gli animali Le malattie trasmissibili dal- che ogni anno vengono infettati, una buona parte di questi non mostra le zecche agli animali sintomi e guarisce spontaneamente Oltre alle conseguenze dirette della senza che il proprietario faccia caso puntura, questi parassiti sono anche all’accaduto. I gatti, in particolare, potenziale veicolo di diversi agenti sono molto resistenti. Evitando di patogeni di natura infettiva. Non tutte entrare nel dettaglio delle singole le zecche sono infette, si parla di una patologie, trattazione sicuramenCome proteggere i nostri percentuale che può variare dall’1 al te lunga e noiosa, i segni clinici più animali 20% a seconda della zona interessa- comuni che si possono presentare Il sistema migliore per proteggere ta. La presenza di animali selvatici, e sono febbre, depressione, riduzione gli animali da comdell’appetito o anopagnia è l’applicaressia, dimagrimenzione regolare di to, apatia e riluttanza prodotti antiparasall’esercizio fisico, sitari il cui spettro dolori muscolari ed d’azione includa articolari e problemi anche le zecche, in neurologici. In caso modo che queste di comparsa di stati di non salgano sull’omalessere nei nostri spite oppure muoanimali è bene rivoliano subito dopo. gersi quanto prima al Inoltre, ispezionare veterinario segnalanquotidianamente il do, quando nota, la pelo e la cute conpresenza di zecche sente di individuanei giorni antecedenti re, ed eventualla manifestazione dei Zecche femmina di diverse specie piene di sangue mente rimuovere, sintomi. le zecche appena attaccate. C’è da quindi di artropodi che possono aver Il rischio per l’uomo considerare, però, che le larve e le compiuto il pasto su di essi, aumenta ninfe possono avere dimensioni tal- notevolmente il rischio. Come avvie- La zecca può pungere anche l’esmente ridotte da sfuggire all’osser- ne la trasmissione? Mentre si nutre, sere umano, pertanto è necessario vazione, pertanto l’applicazione di la zecca assume una certa quantità porre particolare attenzione quando antiparassitari ad effetto repellente di sangue fino a riempirsi; una vol- si cammina in campagna o nei boè ancora oggi il sistema migliore ta raggiunta la capienza massima, schi o durante il contatto con gli aniper evitare che avvenga l’infesta- all’interno dell’apparato digerente mali, togliendosi i vestiti e ispeziozione. Esistono diversi prodotti ad dell’artropode si compie un proces- nando con cura il proprio corpo. In azione antiparassitaria sotto for- so di separazione tra le cellule con- caso di puntura, visto anche il rischio ma di collari, spot-on, spray, bagni o tenute nel sangue, la vera fonte di per quel che riguarda la potenziale compresse: meglio farsi consigliare nutrimento, e la parte acquosa, che trasmissione di agenti patogeni, bidal veterinario nella scelta e seguire sarà rigurgitata nell’ospite per con- sogna rivolgersi al proprio medico con attenzione le indicazioni fornite sentire al parassita di assumere al- curante o al pronto soccorso. dalla casa produttrice. È necessario tro sangue. È proprio durante quericordare che alcuni antiparassitari sto rigurgito che gli eventuali agenti estremamente sicuri ed efficaci nel patogeni contenuti all’interno della Dr.ssa Linda Sartini cane possono essere tossici per il zecca vengono inoculati nell’animaDVM gatto o per il coniglio… pertanto leg- le, scambio che si compie non prima Specializzata in ispegere sempre le avvertenze prima di di 16-18 ore dall’inizio della suzione: zione degli alimenti di utilizzarli. Come ulteriore ausilio nel- per questo motivo è di fondamenorigine animale la lotta agli ectoparassiti possiamo tale importanza rimuovere tempesegnalare anche l’impiego di alcuni stivamente l’acaro. Tra le principali Dr. Cristiano Papeschi DVM prodotti naturali, come ad esempio patologie trasmissibili dalle zecche Università degli Studi della Tuscia il Neem, la citronella, la lavanda, il possiamo ricordare alcune malatSpecializzato in teconologia e geranio, il bergamotto o la menta pi- tie protozoarie, come Babesiosi ed patologia del coniglio, perita, la cui protezione, efficacia e Hepatozoonosi, batteriche, ne sono della selvaggina e durata sono estremamente variabili un esempio la Borreliosi, l’Ehrlichiodegli avicoli e difficilmente valutabili, pertanto se si, l’Anaplasmosi, la Rickettsiosi, la

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ne consiglia l’applicazione in associazione ad antiparassitari più classici.

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L’imbottigliamento in una produzione di vino amatoriale Le principali considerazioni da tenere presenti prima di affrontare questa importante operazione di

Marco Sollazzo

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’imbottigliamento è la parte fi- insieme, formando dei sali e precipi- avviene in maniera veloce. Data la nale della produzione del vino tando nel vino (fig. 1). consapevolezza di questa precipied è una fase che non deve Questa precipitazione è molto fre- tazione, i prodotturi enologici hanessere sottovalutata. Molte persone quente dopo la fermentazione per- no considerato nel loro processo di imbottigliano il vino in date specifi- ché la maggior parte dei vini ha una produzione una fase denominata che o legate a come “stabilizdelle tradizioni zazione tartarica passate. Anche del vino” prima se è molto imdell’imbottigliaportante avere mento. Tra le delle tradizioni pratiche più colegate alla promuni nell’induduzione del vino stria enologica è altrettanto imtroviamo l’abportante essere bassamento delconsapevoli che la temperatura a alcune volte le meno alcuni gradate devono esdi sotto lo zero sere scelte con oppure l'aggiuncura a seconda ta di un agente della vendemdi nucleazione mia, del proces(ad esempio del so di produzione cremor tartaro) e dello stato del con lo scopo vino prima di di velocizzare essere imbottila precipitaziogliato. Dato che ne. Le pratiche il prodotto imbotpiù comuni neltigliato non offre la produzione la possibilità più hobbistica sono d’intervenire sul Fig.1 - Precipitazione di sali di bitratrato di potassio e tartrato di calcio in un quelle di lasciare vino bianco vino, bisogna il serbatoio in un assicurarsi che luogo freddo per parametri chimico-fisici siano rela- sovrasaturazione di questi composti. un periodo lungo, come ad esempio tivamente stabili e non influenzano La precipitazione tartarica può avve- fuori della cantina nel periodo inverpiù il vino in bottiglia in maniera ne- nire a distanza di mesi dopo la fer- nale così da avere delle temperature gativa. Ad esempio, la precipitazione mentazione perché è una reazione relativamente basse. Il metodo contartarica è il processo che avviene relativamente lenta ed è temperatu- venzionale per valutare se la stabinel vino in cui l’acido tartarico e gli ra dipendente. Più la temperatura è lizzazione tartarica è avvenuta, è ioni potassio e calcio si combinano bassa più la precipitazione tartarica quello di collezionare un campione

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di vino, filtrarlo e lasciarlo per 72 ore enologiche prima d’imbottigliare così glie trasparenti, poiché la luce può a -4 gradi. Se dopo questo periodo da determinare se sono necessarie reagire in alcuni casi con il vino e di tempo il campione di vino non pre- delle aggiunte prima che il prodotto portare ad un decadimento organosenta dei prelettico noto come cipitati allora è “gusto di luce”. Il considerato statappo deve esbile. Se risulta sere scelto con instabile bisogna cura e ci sono lasciare il vino a diverse considefreddo per un perazioni da fare. riodo più lungo. I tappi a corona, Questa precipiconsentono una tazione tartarica chiusura ermeha anche come tica, sono sterili conseguenza e sono particola diminuzione larmente adatti dell’acido tartariper i vini soggetti co nel vino, perad una seconda ciò in alcuni casi fermentazione. il vino può risulSono anche idetare più gradevoali per la conserle e piacevole da vazione del vino, bere (soprattutto ma purtroppo nei vini rossi) e, il consumatore invece, in altri medio associa il casi, può essere tappo a corona necessario conad altri prodotti siderare un picalcolici (esempio colo aumento del birra) e considelivello di acidità ra questi tappi di in fase di mosto categoria ‘’infeper una perdita riore’’ ai tappi in di freschezza del sughero. vino. I tappi a vite Il concetto finasono molto difle è che questa fusi in America, precipitazione Australia e nuoFig. 2 - Se la stabilizzazione tartarica non è avvenuta in maniera corretta, i deve avvenire va Zelanda poidepositi si possono ritrovare nella bottiglia e quindi nel calice di vino prima dell’imbotché sono sterili, tigliamento del economici, rapivino, altrimenti si verifica la presenza venga imbottigliato. di da inserire, offrono una chiusura di cristalli e depositi nel vino all’inter- Se il vino si trova in un luogo idoneo ermetica della bottiglia e sono altano della bottiglia (fig. 2). e le precauzioni per ridurre i contat- mente personalizzabili facendo così In aggiunta alla considerazione del- ti con l’ossigeno sono state messe parte del design della bottiglia. la stabilizzazione tartarica del vino è in atto, è consigliabile aspettare I tappi sintetici realizzati con polimeri importante che il vino risulti: l’imbottigliamento e procedere solo termoplastici e siliconici sono partiA) filtrato prima di essere stato im- quando necessario, in modo che il colarmente adatti per vini da essebottigliato, perché altrimenti sviluppi vino può evolvere più lentamente e re consumati entro 6-10 mesi dopo e alterazioni di tipo microbiologico allo stesso modo ridurre le alterazio- essere stati imbottigliati. Sono steripossono verificarsi quando il vino è ni in bottiglia. Se invece il vino si tro- li, relativamente economici e non si in bottiglia e alterare così le qualità va in evidente contatto di ossigeno sgretolano come i tappi in sughero. organolettiche del prodotto e portare (serbatoio o damigiana scolma) o in Tuttavia non sono idonei per lunghi a dei difetti; rapido decadimento organolettico è periodi d’affinamento, in quanto non B) avere un livello discreto di solfo- opportuno considerare la fase d’im- offrono una grande tenuta. rosa libero nel vino, in modo da pro- bottigliamento. I tappi in sughero possono essere teggere il vino dalle ossidazioni e dai Altre considerazioni devono essere di diversa qualità, di diverso diamelunghi periodi in bottiglia, in quanto fatte riguardanti il packaging del pro- tro e lunghezza e perciò il loro coil vino conservato in bottiglia conti- dotto finale. sto può variare da pochi centesimi a nua ad evolversi e a cambiare. Per- E’ consigliabile utilizzare delle botti- quasi 1 euro a tappo. E’ importante ciò è importante avere delle analisi glie scure, piuttosto che delle botti- essere consapevoli che i tappi in

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Fig. 3 - Da sinistra a destra: sughero agglomerato, sughero monopezzo, tappo a vite, tappo sintetico sughero devono essere conservati in un luogo fresco e asciutto, in quanto possono essere attaccati da microrganismi che possono portare alla formazione del sentore di tappo e alterare così le qualità organolettiche del vino. I tappi in sughero monopezzo offrono la migliore soluzione tra i tappi in sughero, perché hanno una migliore densità, tenuta e di conseguenza più idonei ad un lungo affinamento del vino in bottiglia. Il tappo in sughero monopezzo ha il vantaggio di rilasciare nel corso del tempo piccolissime quantità di ossigeno nel vino e migliorare i processi di stabilizzazione del colore e di polimerizzazione dei tannini. Tappi di bassa qualità possono incrementare i problemi legati ai difetti di tappo, possono sgretolarsi durante

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l’apertura di una bottiglia e ridurre la longevità del vino in bottiglia data la loro eccessiva permeazione e/o ridotta tenuta (fig. 3). Sono preferiti in Europa e Cina, perché i consumatori associano i tappi in sughero a legami di qualità e storia. I tappi in vetro sono poco diffusi per il loro alto costo e poca meccanizzazione. La conservazione del vino in bottiglia deve avvenire in un luogo fresco e asciutto, evitando la luce diretta. Per le bottiglie con tappo in sughero è consigliabile tenere esse adagiate orizzontalmente per lasciare il tappo a contatto con il liquido. Una volta imbottigliato è consigliato aspettare almeno 10-15 giorni prima della sua apertura. In alcuni casi il produttore hobbisti-

co può rimanere deluso del prodotto imbottigliato, perché non riscontra similarità con il prodotto precedente all’imbottigliamento. In alcuni casi è solamente necessario aspettare un periodo più lungo tra la fase d’imbottigliamento e l'apertura della bottiglia, in altri, è opportuno rivolgersi a figure tecniche specializzate per riportare le differenze riscontrate.

Dr. Marco Sollazzo Laureato in Viticoltura ed enologia sollazzo.marco@ hotmail.it

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La trasparenza amministrativa in materia agro alimentare Il caso delle importazioni di latte e prodotti lattiero caseari provenienti da Paesi comunitari ed extracomunitari di Ivano

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Cimatti

a Coldiretti, la confederazione nazionale dei coltivatori diretti italiani, nel 2017 presentava alla Direzione Generale della Sanità animale e dei farmaci veterinari ed alla Direzione Generale per la Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute due diverse istanze di accesso civico, aventi il medesimo oggetto, con la finalità di ottenere i dati ed i documenti relativi alle importazioni di latte e dei prodotti lattiero caseari provenienti da Paesi comunitari ed extracomunitari. Il Ministero espresse un parziale diniego facendo riserva comunque “di fornire tali dati e/o documenti attraverso un report contenente le informazioni aggregate per Paese estero di spedizione e per provincia di destinazione in Italia, senza i riferimenti delle ditte individuali e dei soggetti giuridici nazionali ed esteri”. La Direzione Generale per la Prevenzione sanitaria, ulteriore ente interpellato, eccepiva la propria incompetenza in materia di latte e dei prodotti lattiero caseari. La Coldiretti quindi ricorre al Tar Lazio avverso al diniego ministeriale ed i giudici amministrativi confermavano la validità della risposta ministeriale che non si poteva configurare come un vero e proprio diniego alla richiesta di accesso civico. Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, con la sentenza n. 02994/2018, considerava non meritevole di tutela la domanda di acces-

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so della Confederazione Nazionale Coldiretti e rigettava il ricorso. Il Tar Lazio invero ritenne che il consumatore fosse in grado di conoscere la provenienza del latte lavorato o il tipo di latte usato attraverso l’articolo 2 del D.M. 9 dicembre 2016, che espressamente si riferisce alla “Indicazione dell'origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattieri caseari, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori” e secondo il quale l’etichetta deve fornire “l'indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari di cui all'allegato”. La Coldiretti propose appello, argomentando che la pubblica amministrazione aveva opposto un sostanziale ed illegittimo diniego alla domanda di accesso civico e che ciò aveva comportato, al contrario di quanto ritenuto dal TAR, l’impossibilità per il consumatore di poter conoscere la provenienza dei prodotti mediante il raffronto fra le importazioni di latte e prodotti lattiero caseari da parte di una determinata azienda, e le etichette dalla stessa apposte sui propri prodotti, ledendo, così, sia il diritto del consumatore ad essere informato, sia il buon andamento e lo sviluppo di un mercato largamente rappresentato dalla medesima Confederazione Nazionale Coldiretti, quale più grande associazione delle imprese agricole italiane

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con oltre 1.300.000 associati, di cui oltre 600.000 titolari attivi di impresa. L’adito Consiglio di Stato invece ha il ricorso reputando l’erroneità del diniego di accesso alla informazioni richieste dalla Coldiretti. Anche perché alla luce della normativa sul freedom of information act. In quanto ha stimato non potersi assumere rilievo la considerazione, svolta dalla Difesa dell’Amministrazione, circa il diverso impatto derivante dai diversi modi di divulgazione dei dati ai consumatori, i quali non possono essere pregiudizialmente ritenuti disattenti nella lettura delle informazioni già obbligatoriamente riportate in etichetta e nel conseguente giudizio sui prodotti. Anche perché gli obblighi d’informazione in etichetta già presenti per legge, sono, del resto, idonei a far venire meno l’interesse di Coldiretti all’accesso, atteso che, a superamento di quanto argomentato dal TAR, l’Associazione persegue proprio la verifica della credibilità di quelle dichiarazioni riportate in etichetta. In particolare, erra il Tar quando considera che la Coldiretti non avrebbe interesse a proporre l’istanza di accesso generalizzato poiché allo stesso fine è prevista statutariamente la disciplina sulle etichette (decreto ministeriale del 9 dicembre 2016 sulla etichettatura dei prodotti alimentari). Anche a voler seguire questa prospettazione, in ogni caso rimane l’interesse della Coldiretti ad “accedere ai dati e ai

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documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione” (art. 5, comma 2, cit.). Infatti, il richiesto accesso ai dati a disposizione dell’Amministrazione in relazione ai procedimenti amministrativi concernenti l’importazione di materie prime e semilavorati da parte dei singoli operatori, oltre a consentire una verifica circa la complessiva affidabilità del controllo pubblico in ordine al rispetto dell’obbligo degli stessi operatori di indicare in etichetta l’origine degli ingredienti di alcuni alimenti, consentirebbe di integrare la predetta forma di pubblicità quanto alla complessiva provenienza delle materie prime utilizzate per produrre in Italia gli ingredienti ed i semilavorati a propria volta utilizzati nei prodotti commercializzati dal medesimo operatore, ma non indicati, a termini di legge, in etichetta. A giudizio del Collegio d’appello le informazioni richieste dalla Coldiretti al Ministero della Salute, da un lato, integrano quelle oggetto di pubblicità obbligatoria ma non coincidono con esse e, dall’altro, non consentono di individuare alcun “abuso del diritto” d’informazione, in quanto rispondono alle dichiarate esigenze legate alla tutela dei consumatori e alla stessa ratio della rintracciabilità della filiera che motiva gli obblighi di etichettatura, operando quel “controllo diffuso sull’attività amministrativa” perseguito dalla nuova norma. Il Consiglio di Stato, nell’accogliere l’appello, ha riconosciuto la legittimazione di Coldiretti a proporre la suddetta domanda di accesso a documenti e a informazioni in quanto, trattandosi di una domanda che può essere proposta da “chiunque”, non vi sarebbe motivo di negare l’accesso a chi rappresenta la maggioranza degli operatori economici perseguendone la tutela e lo sviluppo. Anzi, “la completa informazione dei consumatori (oltre a costituire un diritto di questi ultimi, sancito dal Codice del consumo) può favorire

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un corretto e regolato confronto concorrenziale, nonché un aumento dei consumi interni ed un ulteriore sviluppo di quel mercato”. Non è controverso che il diritto di accesso di cittadini ed imprese ai documenti ed alle informazioni detenuti dall’Amministrazione costituisca il necessario corollario dei principi di trasparenza e di partecipazione che devono caratterizzare l’attività amministrativa alla stregua dei principi fondamentali di legalità, di tutela dei diritti della persona e di uguaglianza e non discriminazione sanciti dai primi tre articoli della Costituzione che, al contempo, esso attui l’art. 97 e i principi d’imparzialità e di buon andamento dell’Amministrazione. Già con la legge n. 241 del 1990, il legislatore nazionale ha previsto il “diritto

degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi” (art. 22, comma 1, lett. a), legge n.241/1990.) configurando tale previsione come “principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurare l’imparzialità e la trasparenza” e includendo, giuste le previsioni di cui all’art 29, comma 2 bis, della medesima legge, i contenuti di tale “diritto” tra i livelli essenziali delle prestazioni ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. m), Cost.. La disciplina nazionale del nuovo accesso civico ex art. 5 d.lgs. n. 33/2013 si pone in diretta attuazione

delle previsioni costituzionali risultanti dalla riforma del Titolo V della Costituzione (l. 3/2001). Tale istituto è infatti volto ad assicurare le condizioni o la conoscibilità generalizzata degli atti e delle informazioni in possesso dell’amministrazione, necessarie “al fine di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico” (art. 5, cit.) e quindi volte a favorire la “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale” (art. 118 Cost). L’art. 5 d.lgs. 33/2013 attribuisce a chiunque il diritto di richiedere dati, informazioni e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, non solo quando l’amministrazione non ottemperi all’obbligo di legge di pubblicarli (co. 1), bensì anche “allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali” (co. 2), sempre nel rispetto degli eventuali controinteressati e nei limiti della tutela di interessi giuridicamente rilevanti secondo quanto previsto dal successivo art. 5 bis. Quest’ultima disposizione individua i casi eccezionali in cui il soggetto non può ottenere l’accesso civico prevedendo, in modo tassativo, i casi in cui quest’ultimo è suscettibile di pregiudicare un interesse generale di natura pubblica o un affidamento di natura privata. La suddetta disciplina è stata recentemente completata ed integrata dal c.d. accesso universale, il quale, ispirandosi al FOIA statunitense (Freedom Of Information Act), è stato disciplinato dal d.lgs. 97/2016, che ha modificato il d. lgs. 33/2013. Orbene, sia l’accesso documentale ex art. 22 l. 241/1990, che l’accesso civico di cui all’art. 5 cit., costituiscono il necessario corollario dei principi di trasparenza e partecipazione che caratterizzano l’attività amministrativa alla stregua dei principi fondamentali di legalità, di tutela dei

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diritti della persona, di uguaglianza e non discriminazione di cui ai primi tre articoli della Costituzione, oltre che dei principi di imparzialità e di buon andamento dell’amministrazione di cui all’art. 97 Cost. Tuttavia se nel primo caso il diritto è riconosciuto solo al soggetto titolare di un interesse qualificato, nel secondo caso tale diritto è esteso a “chiunque”, prescrivendo, quindi, un’accessibilità pressoché totale, senza necessità di dover fornire alcuna motivazione. Sul punto il Consiglio di Stato ha evidenziato che “il nuovo accesso civico risponde pienamente ai sopraindicati principi del nostro ordinamento nazionale di trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa e di partecipazione diffusa dei cittadini alla gestione della “Cosa pubblica” ai sensi degli articoli 1 e 2 della Costituzione, nonché, ovviamente, dell’art. 97 cost., secondo il principio di sussidiarietà di cui all’art. 118 della Costituzione”. Questo nuovo modello, infatti, nel rispetto degli artt. 1, 2 e 118 Cost., è caratterizzato dalla spontanea cooperazione dei cittadini con le Istituzioni e può concorrere a migliorare la capacità di queste ultime di dare risposte più efficaci ai bisogni delle persone e alla soddisfazione dei diritti sociali che la Costituzione riconosce e garantisce. Ciò è coerente con la ratio che l’ha ispirato e che lo differenzia dall’accesso documentale dal momento che, attribuendo a qualsiasi soggetto l’accesso alla generalità degli atti e delle informazioni, senza onere di motivazione, l’accesso civico diventa strumento di trasparenza amministrativa, indispensabile per il coinvolgimento dei cittadini nella cosa pubblica, nonché mezzo per contrastare la corruzione e garantire l’imparzialità e buon andamento dell’amministrazione. In tale primigenia configurazione della posizione giuridica soggettiva, l’accesso viene garantito “agli interessati”: non basta, come precisato dalla giurisprudenza, la semplice curiosità, essendo necessario invece un interesse di base differenziato e meritevole di tutela, secondo la titolarità e nei limiti dell’utilità di una posizione giuridicamente rilevante. La sentenza è molto importante per-

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ché connessa alla problematica del nuovo diritto di accesso in materia agroalimentare. Dal complessivo testo normativo invero si evince il diritto di chiunque di richiedere dati, informazioni e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, non solo quando l’Amministrazione non ottemperi all’obbligo di legge di pubblicarli (comma 1), bensì anche (comma 2) “allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali”, nel rispetto della procedura di tutela degli eventuali controinteressati disciplinata dai commi seguenti e nei (soli) limiti relativi alla tutela di interessi giuridicamente rilevanti secondo quanto previsto dall'articolo 5 bis del medesimo decreto legislativo n. 33/2013 secondo cui: “1. L'accesso civico di cui all'articolo 5, comma 2, è rifiutato se il diniego è necessario per evitare pregiudizio concreto alla tutela di uno degli interessi pubblici inerenti a: a) la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico; b) la sicurezza nazionale; c)la difesa e le questioni militari; d) le relazioni internazionali; e) la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato; f) la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento; g) il regolare svolgimento di attività ispettive. 2. L'accesso di cui all'articolo 5, comma 2, è altresì rifiutato se il diniego è necessario per evitare un pregiudizio concreto alla tutela di uno dei seguenti interessi privati: a) la protezione dei dati personali, in conformità con la disciplina legislativa in materia; b) la libertà e la segretezza della corrispondenza; c) gli interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica, ivi compresi la proprietà intellettuale, il diritto d'autore e i segreti commerciali. 3. Il diritto di cui all'articolo 5, comma 2, è escluso nei casi di segreto di Stato e negli altri casi di divieti di accesso o divulgazione previsti dalla legge, ivi compresi i casi in cui l'accesso è subordinato dalla disciplina vigente al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all'articolo 24, comma 1, della legge n. 241 del 1990. 4. Restano fermi gli obblighi di pubblicazione previsti dalla normativa vigente. Se i limiti di cui ai commi 1 e 2

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riguardano soltanto alcuni dati o alcune parti del documento richiesto, deve essere consentito l'accesso agli altri dati o alle altre parti”. 5. I limiti di cui ai commi 1 e 2 si applicano unicamente per il periodo nel quale la protezione è giustificata in relazione alla natura del dato. L'accesso civico non può essere negato ove, per la tutela degli interessi di cui ai commi 1 e 2, sia sufficiente fare ricorso al potere di differimento. 6. Ai fini della definizione delle esclusioni e dei limiti all'accesso civico di cui al presente articolo, l'Autorità nazionale anticorruzione, d'intesa con il Garante per la protezione dei dati personali e sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, adotta linee guida recanti indicazioni operative.” In conclusione, le informazioni richieste dalla Coldiretti al Ministero della Salute, volte a indagare sul latte e sui prodotti caseari al fine di informare e rendere consapevoli i consumatori, rispondono a esigenze legate alla tutela dei consumatori, all’incremento di un corretto confronto concorrenziale e rispondono alla stessa ratio dell’accesso civico generalizzato, così come disciplinato dal decreto del 2013. Nella parte motiva vi è scritto che, indipendentemente da ogni considerazione circa le dinamiche economiche sottese alla produzione nazionale ovvero alla importazione del latte e dei suoi derivati in una economia ormai globalizzata, non è ictu oculi priva di fondamento la tesi che la trasparenza e la credibilità di fronte ai consumatori circa la provenienza delle materie prime possa favorire lo sviluppo del mercato interno di riferimento, e che, conseguentemente, l’interesse di alcuni associati alla Coldiretti, potenzialmente pregiudicati dalle informazioni pubblicate, debba essere considerato recessivo in quanto non in linea con lo scopo comune della Coldiretti.

Avv. Ivano Cimatti ivan_cimatti@ hotmail.com

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LE STORIE DEL CIBO La Zucchina di

Pasquale Pangione

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a zucchina o zucchino (Cucurbita pepo L.) è una specie della famiglia delle cucurbitaceae ed è una pianta annuale con fusto erbaceo, strisciante o rampicante. Le origini, come per la cugina zucca, sono dell’America centrale. E' in Italia però che si sviluppano le varietà oggi diffuse in tutto il mondo, tanto che la parola “zucchini” viene utilizzata anche in inglese per definire questo ortaggio, prima conosciuto come “zucca verde italiana”. Al tempo dei Romani esisteva in Italia solo la zucchetta (Lagenaria vulgaris), piccolina ma indispensabile come fiaschetta (previa essiccatura) per il vino. Bisogna attendere la scoperta dell'America per fare la conoscenza con la cugina "obesa": Cucurbita maxima e C. moschata giunte a noi nel XVI secolo dal Messico, dove gli Aztechi le coltivavano, in numerose varietà, già 3000 anni fa, in triade con mais e fagioli. La diffidenza verso questi grossi frutti e lo scarso impegno nella coltivazione la resero alimento ideale per i maiali. Furono le popolazioni contadine a scoprirla come cibo per umani: nel loro ristretto menù invernale i panciuti frutti trovarono presto posto, senza trascurare i semi, tostati o arrostiti con o senza aggiunta di sale... Le zucchine, considerate insapore e acquose, apparvero sulle tavole italiane solo alla metà dell’800 (nonostante già nel ’700 le coltivassero i Gonzaga), ed all’inizio e alla metà del ’900 rispettivamente anche in Francia e in Gran Bretagna. Non meraviglia che siano stati gli emigranti italiani nelle zone settentrionali degli Stati Uniti, a portarsi dietro i semi di zucchino, diffondendo l’ortaggio. Furono importati anche in Svizzera, dove è soltanto dagli anni Settanta che queste verdure sono comparse sui menu elvetici. La buccia liscia e sottile può essere gialla o verde, rigata o marmorizzata. La polpa è invece ricca d’acqua e di colore biancastro; ha un sapore delicato che si abbina con differenti ingredienti di sapore più deciso. Il frutto maturo può raggiungere fino al metro di lunghezza ma, presenta dei semi grandi e di sapore pessimo, quindi le zucchine si consumano ancora acerbe, quando presentano una lunghezza che varia dai 15 cm ai 20 cm. Le zucchine hanno un bassissimo valore calorico e sono composte per il 95% d'acqua. Contengono molte vitamine, in particolare A, C e carotenoidi, che comportano una consistente azione anti tumorale. Sono riconosciute molto utili per: astenie, infiammazioni urinarie, insufficienze renali, dispepsie, enteriti, dissenteria, stipsi, affezioni cardiache e diabete. Fin dall'antichità venivano utilizzate per favorire il sonno e rilassare la mente ed erano particolarmente indicate per chi si sentiva spossato. E' provato che l'azione delle zucchine sulla nostra pelle è molto benefico dato che favorisce l'abbronzatura e ne combatte l'invecchiamento.

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LA RICETTA Pasta e zucchine Difficoltà: bassa - Preparazione: 10min. - Cottura: 40min. - Dosi: 4 persone Costo: basso

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ome già accennato, è grazie ai contadini “temerari” che possiamo godere della bontà di questi succulenti frutti. Il loro utilizzo in cucina è illimitato, da bollite a fritte, da antipasto a contorno e in tutti modi possibili, ma è con la pasta che dà il meglio di sè...

Ingredienti Zucchine: 600g Pasta: 320g (mista, tubettini o spaghetti spezzati) Aglio: 2 spicchi Olio e.v.o.: q.b. Basilico: 30g tagliato finemente Sale: q.b. Pepe: a piacere (facoltativo)

Preparazione Lavare le zucchine, togliere le parti dure (sopra e sotto) e tagliarle in quattro per il senso verticale. Togliere la parte centrale (con i semi, detta cuore) e conservarla. Prendere i quarti con la buccia e tagliarli a tocchetti di circa 1 cm e quanto più uniformi possibile. Mettere in una pentola capiente un filo di olio e.v.o., l'aglio fatto a pezzetti e i “cuori” delle zucchine, far cuocere per 10 minuti. A questo punto, togliere l'aglio, schiacciare i cuori con la forchetta fino a farli diventare una crema, aggiungere due terzi dei cubetti con le bucce e cuocere per altri 5 minuti a fuoco vivo. Aggiungere acqua a suffi-

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cienza per la cottura della pasta, portare ad ebollizione e far bollire per 5 minuti. Salare l'acqua e "calare" la pasta insieme ai restanti cubetti con la buccia. A cottura ultimata, aggiungere il basilico, un filo d'olio, regolare il quantitativo di “brodo” desiderato, aggiustare di sale e pepe e servire calda.

Variazioni, note e consigli Per una versione gourmet, sostituire il basilico con 15g di menta fresca. Con gli anni, questo piatto diventa “ricco” e vi si aggiunge della pancetta tesa tagliata a cubetti piccoli al primo soffritto, mantecando alla fine con uovo (1 ogni 2 persone), e formaggio. Vi si possono aggiungere spezie come: curcuma, curry, peperoncino, rafano e tutto ciò che possa aggradarvi con le zucchine. Si consiglia di tenere sempre un pentolino con acqua bollente a parte per eventuali aggiunte.

Pasquale Pangione

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Avere un cavallo a casa Consigli su come creare un ambiente adatto a tutte le sue esigenze. di

Gemma Navarra

I Ambiente, foreste e natura

cavalli, in natura, vivono in spazi aperti molto estesi, muovendosi continuamente alla ricerca di cibo. Non amano luoghi chiusi in cui potrebbero rimanere imprigionati e cercano il riparo degli alberi più per il sole estivo e gli insetti che per le intemperie. Se ben nutriti, sopportano temperature anche molto rigide, producendo un pelo invernale lungo, folto e impermeabile. I cavalli vivono in branchi dove si proteggono a vicenda e sviluppano complesse dinamiche di gruppo, per questo cercano sempre la compagnia dei propri simili, instaurano amicizie, giocano e si prendono cura l’uno dell’altro. Se scegliamo di avere un cavallo, cerchiamo di rendere la sua vita più vicina possibile a quella naturale in modo da garantirgli serenità e salute.

la schiena ma anche per “prendere l’odore del branco”. Infatti un cavallo che viene portato in un posto nuovo, già abitato da altri cavalli, cerca subito di identificare l’odore degli altri e di rotolarsi in modo da acquisire l’odore del nuovo branco. Il recinto deve essere libero da tutto ciò che potrebbe essere pericoloso: attrezzi, reti, cose sporgenti e in generale qualsiasi cosa in cui il cavallo possa incastrarsi o con cui possa ferirsi. La recinzione ideale è una staccionata di pali di legno legati (chiodi, filo spinato e reti possono diventare pericolosi con l’usura) alta 130 cm e che non lasci spazi vuoti troppo ampi tra i pali. Il legno più adatto è quello di castagno, anche se ad alcuni cavalli piace rosicchiarlo. Le

Il recinto La sistemazione ideale è un ampio spazio aperto con acqua sempre a disposizione, zone di ombra e un ricovero chiuso su tre lati. Il recinto può avere varie pendenze ma è importante che sia grande almeno 500 metri quadrati a cavallo in modo da permettergli di muoversi liberamente, correre e sfogarsi in momenti di eccitazione. È importante che ci sia anche una zona pianeggiante e senza sassi dove il cavallo si possa rotolare. Il cavallo si rotola per grattarsi

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recinzioni fatte con fili elettrificati a volte non vengono rispettate e se i cavalli sono in recinti separati non permettono interazioni. Il ricovero deve essere chiuso su tre

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lati e ben coperto in modo da essere sempre asciutto anche d’inverno; è utile realizzarlo nel punto più elevato del recinto e corredarlo con canali di scolo in modo da evitare ristagni d’acqua. In questo modo anche in periodi molto piovosi il cavallo avrà sempre un posto senza fango dove mangiare. D’estate è utile chiudere il lato aperto del ricovero con teli ombreggianti, in modo da creare un rifugio buio, dove il cavallo possa ripararsi dal sole e dagli insetti.

Il branco Come già detto, per i cavalli è importantissimo far parte di un branco, quindi per loro l’ideale è vivere in gruppo. La formazione di un branco richiede tempo e attenzione poiché i cavalli possono scontrarsi prima di stabilire una gerarchia che funzioni, ma una volta chiarite le posizioni sociali, il gruppo diventa affiatato e pacifico. Tenere i cavalli in branco richiede spazi molto grandi e non consente di differenziare l’alimentazione, per questo spesso risulta impraticabile. In questo caso è importante che i cavalli, anche se ognuno nel proprio recinto, siano “in contatto di naso” con altri, in modo che possano annusarsi ed interagi-

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re. È possibile mantenere un branco affiatato scambiando spesso i “vicini di casa” e, se possibile, prevedendo momenti in cui vengono liberati tutti insieme. Avere cavalli affiatati tra loro, oltre a migliorare la qualità della loro vita, è importante per la nostra sicurezza poiché riduce notevolmente rischi di calci quando vengono montati. Se si ha un cavallo da solo, senza la possibilità di tenerlo con altri cavalli, una capretta o una pecora possono fargli compagnia.

Alimentazione In natura il cavallo pascola continuamente spostandosi per chilometri, per questo per lui l’ideale sarebbe avere erba sempre a disposizione. Per mantenere un cavallo facendolo solo pascolare sarebbe necessario un terreno di dimensioni molto estese (minimo un ettaro a cavallo) e, in ogni caso, dovremmo integrare la sua alimentazione nei periodi in cui l’erba scarseggia. Inoltre il cavallo è un pascolatore selettivo, mangia

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cioè solo alcune erbe a lui gradite lasciandone altre; per questo, con il tempo, proliferano le specie che non vengono mangiate, peggiorando sempre di più la qualità del pascolo. Per questi motivi, in genere, la dieta di un cavallo è composta da fieno (di primo taglio, non contenente erba medica) e mangime a base di cereali, che vengono somministrati giornalmente. La dose giornaliera deve essere somministrata in più pasti e variare in base alla stagione e al lavoro che aspetta il cavallo: quando fa molto freddo deve essere offerto più fieno, poiché il processo di fermentazione delle fibre che avviene nello stomaco contribuisce a mantenere la temperatura corporea elevata. Quando invece il cavallo lavora molto bisogna aumentare le dosi di mangime, in modo da compensare le calorie bruciate in allenamento. Una soluzione pratica può essere mettere una rotoballa di fieno nel recinto, in modo che il cavallo abbia sempre fieno a disposizione; bisogna però

porre molta attenzione alla qualità e alle modalità di conservazione del prodotto. Una rotoballa di buona qualità non può stare all’esterno per più di 10 giorni senza assorbire umidità e sviluppare muffe a cui i cavalli sono particolarmente sensibili e che possono portare a gravi problemi respiratori. La dieta non deve subire brusche variazioni per evitare l’insorgere di gravi problemi intestinali: le coliche.

Cure ordinarie Ogni cavallo deve essere trattato con vermifughi due volte l’anno, in primavera e in autunno. I vermi intestinali sono molto diffusi e possono causare anche gravi problemi di salute se non tenuti sotto controllo. È opportuno mantenere una copertura antitetanica e antiinfluenzale con vaccinazioni regolari e informarsi, dal proprio veterinario, della presenza di malattie endemiche nella propria zona per le quali è possibile fare prevenzione (anemia infettiva,

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west nile ecc…). È importante avere sempre cura dei piedi del cavallo, le unghie trascurate possono spaccarsi o crescere in modo errato fino a portare a problemi posturali. È opportuno pareggiare lo zoccolo anche a cavalli tenuti sferrati, chiamando regolarmente il maniscalco. Creare un ambiente adatto per il proprio cavallo è un vantaggio per la sua felicità ma anche per la nostra! Un cavallo che vive libero ed in branco, non arriva mai ad essere troppo compresso e eccitato (come un cavallo che vive chiuso in un box senza la possibilità di sfogarsi), ha un buon rapporto con gli altri e quindi non ha comportamenti aggressivi e pericolosi. Oltre che sano e ben nutrito, è sereno e quindi anche ben disposto verso di noi, che possiamo costruire con lui un profondo rapporto di rispetto e fiducia reciproca. Nelle fotografie i cavalli del Centro Ippico il Bosco di Rincine

Dr. ssa Gemma Navarra Guida Equestre Ambientale di 1° livello nvrgmm@virgilio.it

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Ambiente, foreste e natura


Biomasse legnose per uso energetico Il dilemma della sostenibilità ambientale di

Marco Giuseppi

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'utilizzo di prodotti legnosi per fini energetici ha subìto negli ultimi anni un notevole incremento e di conseguenza è aumentato l'interesse economico e politico nei confronti del settore forestale. Ciò costituisce senza dubbio un'opportunità per l'intera filiera ma è divenuto necessario interrogarsi sulla sostenibilità ambientale dell'intero sistema, sia per quanto riguarda l'utilizzo della risorsa bosco, sia per quanto riguarda l'inquinamento prodotto. Quest’ultimo consiste essenzialmente nella combustione di materiale legnoso e vegetale e quindi nell'immissione nell'atmosfera di anidride carbonica. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che nell'intera Unione Europea sono attive poco meno di 5mila centrali di diversa tipologia (teleriscaldamento, centrali elettriche o cogenerative) che consumano circa 65 milioni di tonnellate di legno all'anno. L'Italia contribuisce a queste cifre con 5 milioni di tonnellate, consumate perlopiù dalle grandi centrali elettriche ed in misura minore dalle centrali per il teleriscaldamento. Da dove arriva il legno consumato in Italia? Qui c'è da fare una

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Cippato distinzione in base alle dimensioni degli impianti; se per gli impianti di dimensioni contenute con produzione media inferiore o uguale a 1MW la maggior parte del combustibile arriva da foreste nazionali (in genere non si superano i 100- 150 km di distanza), per gli impianti di dimensioni maggiori la provenienza può essere più variegata anche se molto raramente sono provenienze extra europee. Eppure in Italia il legno

non mancherebbe, con una superficie forestale di 11 milioni di ettari sempre in aumento ed un prelievo annuo che raggiunge a malapena il 20% dell'incremento naturale delle foreste. Allora per quale motivo tanto legno non utilizzato? I motivi sono vari ed è difficile riassumerli in poche righe; sicuramente costi di utilizzazione e della manodopera più elevati rispetto a paesi da cui importiamo, in particolare dall'est europeo.

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Carico nave mercantile per il trasporto di biomassa legnosa sotto forma di cippato Ma anche con i paesi dai costi del lavoro paragonabili ai nostri scontiamo carenze gestionali e strategiche di politica forestale: questa infatti va impostata con un raggio d'azione che si avvicina al secolo per poterne godere dei frutti, cosa che non sempre è stata fatta se escludiamo i grandi rimboschimenti effettuati nel dopoguerra dei quali stiamo ancora traendo beneficio e materiale. Questi motivi fanno sì che spesso sia più conveniente comprare boschi in piedi nelle pianure ucraine, trasportare il legname con camion ad un porto sul Mar Nero, noleggiare una nave mercantile e farle arrivare in Italia in uno dei nostri numerosi porti marittimi. Viene da chiedersi se questa filiera sia sostenibile, in particolare per l'anidride carbonica immessa nell'atmosfera contro quella risparmiata utilizzando il bosco, la fonte rinnovabile per eccellenza. Fermo restando che è chiaro che sarebbe meglio utilizzare legname autoctono

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proveniente da foreste locali e vicine alle centrali (come già detto, ad una distanza non superiore ai 150km), tuttavia questo non è sempre possibile perché ci si scontra con le inevitabili leggi di mercato, che dicono che se una cosa non è conveniente economicamente, chiude. Importante è non superare una certa soglia di biomassa importata che superi di molto il materiale proveniente da foreste situate in prossimità. Se una centrale non riesce ad approvvigionarsi da mercato locale probabilmente è anche perché non è stata valutata con attenzione la scelta del sito di costruzione della centrale e non è stata fatta un'adeguata analisi di mercato prima della sua costruzione. Di per sé il processo di combustione delle biomasse è ad emissioni zero, l'anidride carbonica prodotta viene riassorbita in tempi relativamente brevi dalla vegetazione e quindi immobilizzata di nuovo. In più bruciando biomassa si attinge

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ad un serbatoio di carbonio molto recente se paragonato alle altre tipologie di combustibile, come ad esempio il petrolio. Ovviamente le centrali di limitata dimensione che operano su piccola scala locale si possono definire più “sostenibili” delle grandi centrali, soprattutto per la lunghezza della filiera di approvvigionamento. Importante sarebbe incentivare ancora di più l'utilizzo di materiale locale o quantomeno nazionale per ridurre la lunghezza della filiera. Anche attingendo da impianti di arboricoltura da legno a rotazione veloce o “riutilizzando” scarti di potatura dalle alberature urbane, anche se attualmente secondo la normativa vigente vengono considerati rifiuti e quindi debbono essere smaltiti in discarica. Dott. Marco Giuseppi Agronomo forestale marco.giuseppi@ gmail.com

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La Sella e il Mulo La sella per il cavallo è molto diversa da quella per il mulo: vediamone insieme particolarità, differenze e caratteristiche distintive di

Gianni Marcelli

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opo anni di utilizzo come animale da soma nelle nostre montagne, anche in Italia sta prendendo sempre più piede l’utilizzo del mulo come cavalcatura. La sua conformazione fisica, diversa da quella del cavallo, rende particolarmente affascinante l’argomento del Saddle Fitting riferito al mulo. Proviamo a parlarne. Alcune piccole premesse: 1. la schiena degli equidi ha un andamento più o meno dritto nell’area che, da ambo i lati della colonna vertebrale, va dal garrese alla groppa. Anzi spesso questa inclinazione è diversa nei due lati a seconda di come è predisposto naturalmente l’animale e di come viene lavorato per “compensare” eventuali differen-

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ze. Esistono cavalli con la schiena più o meno dritta e anche muli con la schiena più o meno dritta ma, mediamente, la schiena dei muli è sicuramente più dritta di quella dei cavalli; 2. la sella, nel momento in cui viene serrato il sottopancia, si “stringe” intorno alla schiena del cavallo o del mulo e non è più una cosa semplicemente “appoggiata” ma diventa una cosa “indossata” (spero sia comprensibile la differenza), una cosa cioè che, per quanto possibile, cerca di “adattare” le sue forme alle forme che contiene (la schiena). Il problema è che in questo caso si incontrano due forme “rigide” (la forma della sella e quella della schiena) quindi questo adattamento è molto difficile

da realizzare, specie nei casi in cui le due forme differiscono in maniera significativa. Per capire si ricorre all’esempio della scarpa: se una scarpa è stretta il piede farà fatica ad adattarsi, lo stesso se è lunga, corta o larga. La sella serrata sulla schiena del cavallo o del mulo ha lo stesso effetto di una scarpa per il nostro piede; 3. come è fatta una sella? Essa è costruita intorno al cosiddetto “Fusto” (detto anche, equivocando, Arcione). Il Fusto è l’armatura, l’anima della sella. Può essere di diversi materiali come legno, plastica, metallo ecc. Intorno al Fusto si costruisce la sella; 4. a cosa serve il Fusto (l’anima “rigida” della sella)? Il suo compito è

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Una sella da mulo quello di fare da base a tutta la struttura in cuoio ma, soprattutto, di distribuire il peso del cavaliere nella più ampia superficie possibile della schiena dell’equino, evitando punti specifici di pressione. Quando si verificano i punti specifici di pressione? Quando le due forme (sella e schiena) che idealmente dovrebbero essere speculari (cosa impossibile da realizzare in maniera perfetta, ma qui si apre un altro fronte che, magari in altra sede, si potrà approfondire) non lo sono e nei punti in cui le due forme non si sposano, non sono speculari, si crea il punto specifico di pressione. Ed è qui che si generano le scomodità e/o i danni alla schiena dell’animale. Fatte le premesse, il ragionamento risulta abbastanza semplice. Sulla base di questa problematica si possono verificare 2 casi limite: 1. mettiamo una sella con le barre

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dritte su una schiena curva. Quello che succede credo sia piuttosto chiaro: i punti di pressione (costanti) ai lati del garrese e a livello dei reni genereranno scomodità, fastidio, problemi o danni a seconda di quanto il fenomeno (la differenza di forme) è rilevante e di quanto viene utilizzato l’animale; 2. il caso opposto è invece quello in cui su una schiena “dritta” si mette una sella con le barre curve. In questo caso la pressione si concentra nella parte centrale delle barre ed ancora il problema sarà tanto più grave quanto più forte la differenza tra barre e schiena. È questo il caso classico dell’effetto della sella da cavallo sulla schiena di un mulo! Rispetto al cavallo, il mulo ha poi anche un diverso movimento della spalla e necessita per questo di una maggior libertà davanti rispetto al

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cavallo, elemento questo da tenere in considerazione quando si costruisce un arcione ed intorno una sella da mulo. Questo è quello che succede nella gran parte dei casi, basta guardare e confrontare la schiena di un cavallo e quella di un mulo per rendersi conto delle differenze. In tutto questo ci sono casi in cui una sella da cavallo si può adattare alla schiena di un mulo. Le selle western non hanno tutte la stessa inclinazione delle barre (elemento questo che sembra davvero ignorato da molti, anche insospettabili), ci sono selle con le barre più dritte e selle con le barre più curve (questo per la semplice ragione che ci sono cavalli con le schiene più dritte e cavalli con le schiene più curve). Allo stesso modo non tutti i muli hanno la schiena ugualmente dritta, ci sono casi (che ho avuto il piacere

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Mulo utilizzato nelle attività di esbosco montano

La "BRAGA" ha lo scopo di impedire che la sella scivoli in avanti: viene utilizzato nelle selle da muli al posto del "sottocoda" di vederli e misurarne la schiena), di muli con la schiena meno dritta di quanto ci si possa aspettare. Ecco, quando un mulo con la schiena più curva della media incontra una sella con le barre non eccessivamente curve la cosa può essere fatta. È l’eccezione, non la regola! Ci sono altri elementi che potrebbe-

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ro essere considerati, come l’andamento della schiena, che nel mulo favorisce lo scivolamento in avanti della sella ed altri ancora che magari racconterò quando, tra qualche sella ancora, passerò a quelle da mulo. Al momento vorrei solo chiudere con una piccola cosa: i cavalli, i muli, sono animali meravigliosi, for-

ti e disponibili sopportano il nostro peso, le nostre imperizie ed i nostri strumenti spesso usati male e spesso inadatti allo specifico animale di turno. Arrivano a sopportare che strumenti usati male (penso a tante imboccature in mani e bocche sbagliate) o inadatti alla loro conformazione fisica (selle) provochino loro dei danni e del dolore. Loro sopportano tutto, raramente si ribellano in maniera violenta. Noi, che dovremmo essere la parte responsabile del binomio, dovremmo essere loro riconoscenti per questo e dovremmo anche assicurarci di usare strumenti che siamo in grado di gestire correttamente e che siano adatti alla loro conformazione fisica. Oggi il cavallo è solo diletto, niente e nessuno ci obbliga ad andare a cavallo, proprio per questo credo dovremmo averne il massimo rispetto.

Gianni Marcelli Titolare GianniWest Saddlery

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Il legno non è oro La raccolta del legno in Veneto e Trentino dopo la tempesta “Vaia” di ottobre 2018 di

Luca Poli

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on me ne vogliano i produttori della nota trasmissione, andata in onda su DMax con il titolo “Oro di legno”, se prendo spunto dalla loro idea per far chiarezza sulla difficoltà attuale di fare impresa nel settore forestale italiano. Peraltro, la citata trasmissione è realizzata moto bene e vi partecipano numerosi professionisti, ma chi ha una visione un po’ più ampia del settore forestale sa che i veri “profitti” di una gestione forestale attiva sono per l’ambiente, le

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comunità e le aziende del territorio. Tanto più in questo momento con la contingente situazione del mercato italiano del legno.

La tempesta “Vaia” di ottobre 2018 Un breve memorandum per ricordare alcuni dati sulla tempesta denominata “Vaia” che a fine ottobre 2018 ha colpito i territori montani del Triveneto, comprendendo le regioni Veneto, Trentino-Alto Adige, Friu-

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li-Venezia Giulia e Lombardia. Concentrandosi sul settore boschivo, i danni registrati faranno ricordare questo evento come il peggiore mai accaduto finora in Italia, con 42.800 ettari di boschi colpiti e 8,5 milioni di m3 di legname a terra. Soprattutto nei riguardi delle piantagioni di conifere a prevalenza di abete rosso, in passato in Europa si ricordano i casi recenti del sud della Francia nel 2009 (44 milioni di m3) e del nord Europa nel 2007 (65 milioni di m3) e nel

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Boschi danneggiati dalla tempesta Vaia presso la Piana di Marcesina, Enego (VI) 2005 (77 milioni di m3). Questo evento atmosferico estremo, che ha avuto venti fino a 200 km/h, anche in Italia ha colpito prevalentemente i rimboschimenti artificiali di conifere (quasi esclusivamente abete rosso) della fascia alpina effettuati da inizio del secolo scorso fino agli ultimi dopo guerra, con pochi danni registrati nelle fustaie di altre specie

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come faggio e larice.

Cosa fare di tutto il legno a terra? Passata la prima fase di emergenza che, non senza difficoltĂ , ha visto la riapertura di strade occluse dagli alberi e la raccolta delle piante finite nel letto di fiumi e torrenti, tutte le ditte boschive dei territori colpiti sono

state impiegate e continuano ad esserlo, nella raccolta del legname a terra presente nei boschi danneggiati dalla tempesta. Una volta azionato il complesso meccanismo delle aste (gran parte dei boschi danneggiati sono di proprietĂ pubblica) stiamo vivendo un momento di grande fervore dal punto di vista della raccolta del legno: con il necessario

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Boschi danneggiati dalla tempesta Vaia presso il Passo Manghen, Molina di Fiemme (TN)

Bosco danneggiato in lavorazione presso Grigno (TN)

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aiuto di imprese forestali da tutta Europa, ma principalmente da Austria, Germania e Slovenia, a partire dalla fine dell’inverno sono in lavorazione molti boschi danneggiati, con l’obiettivo di raccogliere il legno il prima possibile, soprattutto nei boschi dove si trova il legname di maggior pregio, allo scopo di non farne scadere la qualità. Il problema principale, a livello di mercato, sarà infatti, a partire dal prossimo anno, quello di riuscire a reperire legname di pregio, che per capirsi si riferisce a quei tronchi destinati alla produzione di assortimenti come travature, morali, segati di qualità, perline ecc. Dall’altra parte continueremo ad avere sul mercato, non solo italiano ma bensì europeo, una grandissima offerta di tronchi destinati ad imballaggio, che è l’assortimento di minor valore sul mercato dei tronchi da sega (ma che è quello che ne consuma i maggiori quantitativi). Ammesso che il mercato italiano ed europeo dell’imballaggio riesca a mantenere gli attuali consumi di tronchi, avremo, a partire già da fine estate, un grande surplus di legname sul mercato, cosa che farà inevitabilmente scendere ancora di più i prezzi. E tutti gli “attori” del mercato del legno, a partire dai

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comuni e dalle comunità locali dei territori montani che detengono buona parte del patrimonio boschivo, ne risentiranno inevitabilmente con riduzioni di valore superiori al 50%.

C’è chi guarda ai mercati esteri… In questo momento, per i motivi sopra esposti, vige una grande confusione, che perdura ancora dai primi attimi dopo essersi resi conto dei danni provocati dalla tempesta Vaia ad ottobre scorso. Però Il sentimento che trapela maggiormente tra gli addetti del settore è la preoccupazione: i proprietari boschivi hanno ancora da vendere molto legno a terra, le imprese sono affannate nei lavori nel tentativo di sfruttare il più possibile la stagione estiva per le lavorazioni, le segherie hanno tutte i piazzali pieni di tronchi. In questo scenario c’è chi sta guardando ai mercati esteri per i tronchi da sega ed il primo mercato mondiale emergente, anche per l’acquisto di legno, è la Cina. La prima azienda in Italia ad aver avviato questo mercato già qualche mese fa è Duferco Biomasse, azienda del gruppo italiano Duferco Energia, con sede a Genova, che fa capo ad un’azienda multinazionale leader mon-

diale in vari settori, primo fra tutti il commercio di acciaio ed i trasporti marittimi. E’ sfruttando le sue esperienze internazionali che Duferco ha avviato la vendita diretta di tronchi nella Repubblica Popolare Cinese. Più recentemente si registrano anche altri tentativi di commercio con diversi paesi asiatici; per affacciarsi su questi mercati il lavoro è molto, soprattutto a livello logistico e di conseguenza i costi per avviare queste tipologie di trattative commerciali sono piuttosto alti. In presenza di tutta questa grande quantità di legname sul mercato, però la via dell’export pare essere l’unica per salvare il settore e chi ci lavora. Oltretutto, il settore produttivo forestale italiano è stretto in una morsa: da una parte è obbligato a fare continui investimenti in macchinari ed attrezzature moderne per avere sempre maggiore efficienza e sicurezza, mentre dall’altra il lavoro non aumenta di semplicità ma anzi sta diventando difficile districarsi nelle legislazioni sempre più stringenti e in vincoli messi da chi deve controllare ma non ha le competenze per farlo. Anche da un punto di vista del personale per molte ditte boschive non è facile trovare competenze e

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Tronchi di abete rosso in catasta presso Passo di Lavazè, Varena (TN) maestranze capaci: a volte il rischio è di avere i macchinari ma non sapere a chi farli guidare. Confermo quindi che, per fortuna o purtroppo, il legno non è oro, cioè non ha il valore di un metallo prezioso ma bensì molto basso. Per fortuna perché il non-essere prezioso lo tiene al riparo da raccolte eccessive, cosa che non è un problema nel nostro Paese nonostante qualche errato allarmismo, dato che le utilizzazioni forestali sono solo di qualche punto percentuale di quanto cresco-

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no i boschi in un anno. Purtroppo, perché un valore più alto potrebbe restituire a tutto il settore, dal piccolo proprietario terriero fino alla segheria produttrice di imballaggi passando per le comunità locali montane, sicuramente non grandi guadagni ma perlomeno la dignità del lavoro. Perché chi lavora nel legno sa che quest'ultimo è un prodotto ad altissimo valore aggiunto, cioè che il suo valore è dato dalle numerose lavorazioni avute per arrivare al prodotto finito (il tronco bordo strada, il segato,

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il pancale, il mobile, la finestra ecc.) e che non è facile spuntare un prezzo finale che riesca perlomeno a superare le spese sostenute durante tutta la filiera.

Dott. Luca Poli Dottore Forestale luca9008@ hotmail.it

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La Fondazione Minoprio A pochi km da Como, un vero e proprio Campus dell’istruzione agraria che comprende l'unico Istituto Tecnico Agrario paritario d'Italia

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Speciale Istituti d’Italia

a Fondazione Minoprio usufruisce di un complesso immobiliare con una tenuta di circa 60 ettari costituita da un parco storico, agricolo e naturalistico, a 25 km da Milano e 10 da Como, di proprietà della Regione Lombardia. Il cuore della Fondazione è la Villa Raimondi. Realizzata nella seconda metà del ´700 è oggi sede degli uffici direzionali della Fondazione Mino-

prio. Nell´ambito della tenuta oltre la villa ed il parco storico sono ubicati: - il centro scolastico, comprendente l´edificio principale con le aule, i laboratori didattici, la biblioteca, l´emeroteca, sale lettura e ricreative; il convitto; la mensa; la palestra e i campi sportivi; - il centro agricolo, con le strutture produttive costituite da serre, tunnel, ombrari, vivai, orti, 10 ettari di frutteto con vecchie e nuove varietà di pomacee, drupacee, piante sarmentose, frutti secchi, kaki, frutti minori. L'Istituto nasce come Scuola di Orto floro frutticoltura nel lontano 1962,

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grazie alla lungimiranza dell’allora Presidente della Cariplo dott. Giordano dell’Amore, in Provincia di Como a Vertemate con Minoprio e si chiama Istituto Tecnico Agraria Agroalimentare Agroindustria opzione Gestione dell’Ambiente del territorio Giordano dell’Amore. Ora è l’unico Istituto Tecnico agrario Paritario d’Italia. È parte integrante della Fondazione Minoprio, un vero e proprio

Presso il Centro Formazione della Fondazione, diretto dalla dottoressa Anna Zottola, sono presenti anche due percorsi ITS (Tecnico superiore per la progettazione e realizzazione di processi di produzione e trasformazione agricola e agroalimentare 4.0 e Tecnico superiore responsabile delle produzioni e delle trasformazioni agrarie, agro-alimentari e agro-industriali), un master post

Campus dell’istruzione agraria che comprende come offerta formativa dopo la scuola secondaria di primo grado oltre all’Istituto Tecnico anche un percorso regionale di operatore agricolo strutturato su un triennio di qualifica, un quarto anno che porta al diploma regionale di Tecnico Agrario e un successivo anno di accompagnamento all’Esame di stato ai sensi dell’accordo Stato Regione Lombardia del 2009. Gli immobili sono di proprietà di Regione Lombardia che esprime, insieme alla Fondazione Cariplo, la maggioranza dei membri del Consiglio di amministrazione.

laurea in Progettazione e conservazione del Giardino e del Paesaggio, uno sportello lavoro di formazione continua che organizza corsi professionalizzanti e di aggiornamento per gli operatori del settore, avendo a disposizione una superficie di 63 ettari comprendenti un parco botanico inserito nel circuito di Grandi Giardini Italiani, le serre produttive e ornamentali (mediterranea e tropicale), il vivaio ornamentale, il frutteto con relativo laghetto d’irrigazione, i campi di orticoltura e il bosco.

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La Fondazione Minoprio

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Le attività e le particolarità dell'Istituto Agrario "Giordano dell'Amore"

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uali sono le particolarità dell’Istituto Giordano dell’Amore? Risponde il Preside professor Gabriele Gisolini. “La nostra è una piccola realtà, abbiamo attualmente un’unica sezione con poco più di un centinaio di studenti, ma molto attiva e punto di riferimento, in particolare per gli aspetti florovivaistici e di gestione del verde, per una vasta area che non comprende solo la Provincia di Como. I nostri studenti arrivano infatti da tutte le Provincie Lombarde e dal Canton Ticino, quest’anno in prima è presente anche uno studente della Provincia di Novara. La Fondazione Minoprio è infatti una delle poche realtà ad avere mantenuto un convitto sia maschile che femminile che accoglie studenti dei vari corsi, provenienti da diverse regioni italiane. Una progettazione didattica innovativa che prevede 35 ore settimanali consente di potenziare gli aspetti pratici e professionalizzanti con la specializzazione degli allievi nei settori vegetale ornamentale, produttivo e ambientale. In particolare nel primo anno gli allievi partecipano alle attività pratiche a rotazione nelle tre diverse aree del Centro agricolo della Fondazione (parco, serre, frutteto), nel secondo anno fanno esperienza in orticoltura, nel terzo anno, in vivaismo ornamentale, nel quarto e nel quinto anno in giardinaggio; nel triennio inoltre approfondiscono il Riconoscimento Botanico. Gli studenti fanno anche esperienza nell’allevamento di galline ovaiole. L’Istituto ha ampliato anche lo spazio relativo all’Alternanza scuola lavoro. Alla fine del primo anno gli studenti svolgono obbligatoriamente due settimane di attività pratica presso il centro agricolo della Fondazione, al secondo anno due settimane estive di stage presso aziende o Enti del settore, in terza e in quarta sono previsti due periodi di tirocinio: uno estivo di tre o quattro settimane (a seconda che si svolga in Italia o all’estero, in particolare in Irlanda) e due settimane a marzo con sospensione delle lezioni. In quinta vengono programmate due settimane in autunno con sospensione delle lezioni.

Speciale Istituti d'Italia

Nel corso dei cinque anni gli studenti interessati possono seguire breve percorsi formativi aggiuntivi per l’ottenimento della patente europea per l’utilizzo della motosega, il patentino per l’utilizzo dei fitofarmaci, l’utilizzo della piattaforma, la guida dei trattori, la potatura in tree climbing. Un programma ricchissimo che permette agli studenti di superare il praticantato e partecipare nello stesso anno dell’Esame di stato all’esame di abilitazione per l’iscrizione all’Albo Agrotecnici e Agrotecnici laureati.

Nazionale a Bassano del Grappa, al progetto Eco school con la realizzazione di una aiuola ecosostenibile presso un altro istituto Scolastico, hanno insegnato a coltivare l’orto in una scuola elementare a Mandello Lario. La classe quarta nell’ambito del progetto di impresa simulata Green Jobs ha ideato e realizzato un’alternativa ecologica agli attuali materiali accendi fuoco, realizzato con foglie e resina. La formazione ricevuta permette di inserirsi nel mondo del lavoro già

Minoprio è anche un centro di ricerca applicata e i nostri allievi seguono i convegni nazionali e internazionali che vengono svolti in Fondazione durante l’anno, in particolare nel corrente anno 2018 - 2019 si sono trattati i temi della sicurezza in agricoltura, dei parchi innovativi, dell’utilizzo di materiali ecocompatibili quali il fiorume. I ragazzi collaborano attivamente alle diverse manifestazioni organizzate dalla Fondazione come il Concorso Nazionale per fioristi Florilegio o a manifestazioni esterne come Orticolario a Cernobbio o MyPlant a Milano. Gli studenti vengono chiamati come ciceroni o ambasciatori dal FAI e da Grandi Giardini Italiani. In quest’anno scolastico la classe seconda ha collaborato con un Istituto secondario di primo grado di Cernusco sul Naviglio incontrando gli studenti di terza media, ascoltando le loro richieste di sistemazione del giardino della scuola, effettuando un sopralluogo e riprogettando l’area nelle ore di grafica. Allievi dell’Istituto hanno partecipato al concorso Forma Mentis a Milano, alla Gara

dopo il diploma (anche grazie ad una specifica convenzione con il Collegio Nazionale degli agrotecnici e Agrotecnici Laureati), ma la maggior parte degli studenti prosegue gli studi all’ITS o ai diversi corsi universitari quali Agraria, Veterinaria, Biotecnologie, Gestione dell’Ambiente e del Territorio, Scienze Naturali, Geologia. La Fondazione Minoprio è proprio “speciale” ed è possibile visitarla in alcune domeniche nel corso dell’anno, o in occasione delle fioriture primaverili e autunnali, o nelle giornate aperte utili per scoprire le diverse proposte formative. L’apertura del parco botanico consente ai visitatori di ammirare il risultato del lavoro quotidiano degli studenti dei diversi corsi. Fondazione Minoprio Viale Raimondi, 54 - 22070 - Vertemate con Minoprio (CO) Tel: 031/900224 – 031/900135 www.fondazioneminoprio.it segreteriagenerale@fondazioneminoprio.it

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Chi siamo

Associazione di Agraria.org

L’Associazione di Agraria.org è stata costituita nel 2013 da un gruppo di giovani laureati in Agraria, Scienze Forestali e Veterinaria. Fin dalla sua fondazione, grazie all’impegno dei tantissimi associati sparsi per tutta Italia, ha promosso ed organizzato numerose iniziative per diffondere le conoscenze riguardanti pratiche agricole ed agro-alimentari sia a scopo amatoriale che professionale, supportare le piccole realtà agricole nella promozione della loro attività attraverso la vendita diretta, favorire l’inserimento dei diplomati e laureati del nostro settore e la crescita delle aziende agricole associate.

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Promozione attività dell'associazione

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Cosa facciamo La rivista TerrAmica ha tra i suoi molteplici scopi anche quello di promulgare le attività svolte e da svolgere della nostra Associazione, dando risalto, soprattutto in questo spazio, alle iniziative che i nostri soci ed amici portano avanti sui territori. Le attività si sono incentrate nel territorio toscano e fiorentino in particolare; vista la maggior presenza di associati in queste zone, infatti, sono stati svariati gli eventi organizzati, tutti incentrati su uscite di gruppo che hanno unito passeggiate tranquille con momenti didattici e culturali su temi agricoli, forestali ed ambientali.

Escursioni guidate nei parchi cittadini

Spazio Associazione di Agraria.org


Alcuni incontri a tema organizzati dall’Associazione per gli iscritti Esperti dell’Associazione, in particolare laureati in Scienze Forestali e Ambientali, hanno guidato con passione e professionalità le tante persone accorse alle uscite organizzate insieme allo Sportello EcoEquo dell’Assessorato all’Ambiente del Comune di Firenze ed alle tante altre associazioni che ne fanno parte. I percorsi hanno variato

convivono a due passi dalle nostre case. Infine una notizia che potrà maggiormente interessare i Dottori Agronomi e Dottori Forestali iscritti agli Ordini professionali: per questa rivista, così come per la Rivistadiagraria.org, siamo in fase di richiesta di accreditamento presso il Conaf (Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali) per il riconoscimento dei crediti formativi ai professionisti che scrivono articoli. Tra gli scopi principali della nostra Associazione, infatti, vi è proprio quello di promuovere la diffusione delle conoscenze del settore, anche tra i tecnici professionisti che quotidianamente ci lavorano; pensiamo infatti che sia molto utile per tutti coinvolgere sempre di più nelle nostre attività i professionisti del settore agricolo, che quotidianamente svolgono, tra gli altri compiti, il ruolo di “ponte” tra chi fa ricerca e chi lavora (è proprio questo il caso) in campo, che per questo possono essere in grado di promuovere conoscenze, iniziative e pratiche innovative per migliorare il lavoro e quindi la quotidianità, di tutti noi. Targa di ringraziamento ricevuta dall'Associazione di Agraria.org da parte dell'Assessorato all'Ambiente del Comune di Firenze Diventa uno di noi

per i maggiori parchi e giardini della città, comprendendo spazi verdi comuni rinomati per storia e frequentazione: il Parco delle Cascine, il Parco dell’Anconella ed il Giardino di Boboli. Grazie a queste iniziative portate avanti durante tutto il 2018 e 2019, il Comune di Firenze, in particolare l’Assessorato all’Ambiente, ha voluto premiare la nostra Associazione con una targa di ringraziamento, che è stata consegnata nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, nell’ambito delle iniziative per la Festa dell’Albero del 21 dicembre scorso. A tal proposito occorre ringraziare nuovamente l’assessore Alessia Bettini ed il Comune di Firenze per il riconoscimento consegnatoci: che sia di buon auspicio per le future iniziative che l’Associazione svolgerà sul territorio, per una sempre maggior consapevolezza sull’ambiente, la natura e le attività agricole che

Spazio Associazione di Agraria.org

Entra a far parte anche tu di questa grande comunità di appassionati del mondo agricolo e ricevi i prossimi numeri di TerrAmica comodamente e gratuitamente a casa tua. Altri vantaggi per i soci: ● partecipazione ad eventi ed incontri in tutto il territorio nazionale organizzati dall’Associazione ● possibilità di partecipazione a fiere nazionali sull’agricoltura ed ambiente a condizioni agevolate ● visibilità per i giovani tecnici che si affacciano nel mondo del lavoro ● promozione delle aziende agricole guidate da giovani imprenditori (progetto “Smart Farm”) Iscriviti online a soli 12€ l’anno su: www.associazione.agraria.org

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