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Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XXXVI · Dicembre 2007 · Numero 112

Famiglia e... ancora famiglia In Sudan con Emergency Bazzani del 1890. Opera 387 1977-2007. Il Gruppo Artugna ne fa 30


Caro

di Fabrizio Fucile

[ l’editoriale ]

Gesù Bambino...

C aro Gesù Bambino, sono tanti anni che non ti scrivo più la letterina, tanti che non ricordo nemmeno quello che ti ho chiesto nell’ultima a te indirizzata. Un’automobilina? Un libro di favole? Forse un trenino elettrico. Mi ricordo che in quegli anni ero molto appassionato di treni. Era comunque qualcosa per me solo, che aspettavo fiducioso perché negli ultimi giorni prima di scriverti mi ero comportato bene e pensavo che ciò bastasse per ottenere quanto desiderato. Quest’anno invece te la scrivo con molta più convinzione, non perché gli ultimi giorni siano stati all’insegna della bontà, ma perché è la bontà di quanto ti chiedo che mi dà questa sicurezza e perché sarebbe un regalo per molti. Distratti da tutto quello che ci gira intorno, preoccupati da un incalzare di eventi degli uomini e della natura che lasciano stretti spiragli all’ottimismo, infastiditi dalle tasse e dai valzer di palazzo, assordati da una televisione che fa spettacolo del dolore, e che ci vuole colpevolisti o innocentisti, invece che stimolarci a pesare veramente il senso degli eventi, a fatica comprendiamo le cause di questo male e pensiamo di non meritare regali o di non poter guadagnare cambiamenti. Così protestiamo, ci lamentiamo, gioiamo di disfatte politiche, senza in realtà capire che possiamo chiedere ed anche ottenere. Se per una volta questa letterina la scrivessimo in tanti e la firmassimo con mano decisa avremmo successo e sotto l’albero di quest’anno, e di tutti quelli a venire potremmo trovare l’impegno ed il coraggio che ti chiedo di regalare a Budoia. Caro Gesù Bambino, vorrei che non ci fosse più una vecchia di metà quaresima così agguerrita e belluina come quella della scorsa primavera. Si è arrabbiata contro tutti e tutto, ha

avuto parole dure e mai rispettose. Ha scritto un paio di lettere e se l’è presa a destra e a sinistra, con le amministrazioni passate, con quella di oggi, con le associazioni ed il volontariato; ma anche con persone che non rivestono alcuna carica pubblica e che si impegnano nel loro quotidiano professionale. Non è stata però capace di spiegare con chiarezza quello che non andava bene, non ha chiesto un diverso modo di fare e un progetto più convincente. Ha preferito affibbiare nomignoli ed epiteti acerbi, credendo di far ridere i più; ha punzecchiato gratuitamente, scagliandosi anche contro gli affetti dei bersagli che voleva centrare. Lamentare l’ingiustizia, denunciare i soprusi, dare l’allarme sui pericoli è doveroso e fa parte dell’onestà umana. Ma non è attraverso l’offesa e l’attacco che possiamo pensare di crescere. Caro Gesù Bambino, mi piacerebbe che nei nostri paesi ci si confrontasse di più, che ci fosse il coraggio di dire a parole chiare e schiette le cose che non funzionano e perché debbano funzionare diversamente, con una concreta aspirazione al dialogo e non alla sterile satira. La vecchia non si è 2

nemmeno firmata. Forse non è anziana, e quindi ricca di saggezza; forse è solo una vecchia vecchia, ormai stanca. Tra l’altro si è dimenticata di Santa Lucia. Saranno tutti buoni e bravi più a valle? Caro Gesù Bambino, vorrei anche che i nostri paesi non fossero contaminati dai progetti del nuovo cementificio Grigolin. Chissà se da lassù hai letto tutti i giornali, le delibere regionali, i pareri dei comuni. Sono pagine e pagine di vaglio su quadro ambientale, mitigazioni, analisi dei costi e benefici. Di certo qualche preghiera preoccupata sarà arrivata al tuo ufficio reclami. Anch’io mi sono preoccupato. Mi è bastato leggere qualche pagina del VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) per farmi rizzare i capelli e arrabbiarmi nel cuore. Non sono certamente contrario allo sviluppo, alle iniziative che mirano ad una produzione industriale capace di garantire maggiore benessere, al progresso. Ma a tutto c’è un limite. Vogliono le nostre strade per passare con mezzi pesanti in arrivo da Caneva, carichi di detriti e polveri fini [segue a pagina 10]


«Un Bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle, è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Isaia 9, 1-6)

la lettera del

Plevàn Fratelli e sorelle di Dardago, Budoia, Santa Lucia, è Natale! Festa dell’intimità e della Luce: l’intimità della vita di Dio, che si fa in Cristo vita dell’uomo; la Luce di una nuova speranza, la gioia della salvezza.

Accanto a don Adel (a sinistra nella foto), don Tomislav (Croazia) e don Domas (Lituania), studenti al 1° anno presso lo «Studium Generale Marcianum» di Venezia. Li ringraziamo per la loro preziosa e sensibile attività pastorale a supporto di don Adel nelle celebrazioni festive e prefestive delle nostre comunità, e ci auguriamo di ospitare presto le loro testimonianze tra le pagine de l’Artugna.

È Natale! Nel cuore della notte la comunità cristiana si riunisce per commemorare l’evento più straordinario della storia: la nascita del Salvatore. Vi partecipano il cielo e la terra con stupore e gratitudine. Stupore per il grande dono fattoci da Dio, attraverso il Grembo verginale di Maria. In quel Bambino disteso nella mangiatoia, adoriamo il Dio fatto carne, fatto uomo, venuto per salvarci. Ecco il grande dono del Natale la nostra rispo-

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sta si tramuta in umile adorazione a quel Bambino. Apriamogli il cuore e la mente perchè abiti con noi e ci trasformi. Il Natale è la festa più popolare, celebrata in tutto il mondo. Per il mondo chiediamo la pace. Raccomandiamo gli inizi del nuovo anno alla materna intercessione della Vergine Maria, Madre di Cristo e madre nostra. A lei affidiamo la nostra vita, con lei percorriamo la strada della giustizia, dell’amore fraterno, della bontà, della carità, dell’umiltà. Questa è la strada che ci porta a Betlemme. «Famiglia umana, comunità di pace». Questo è il testo del messaggio che il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto per la Giornata Mondiale della Pace, giunta al 41° anno. Il Papa mette al centro della pacificazione internazionale, proprio la famiglia. Fondata sul modello di Nazaret, ove si insegnano la preghiera, il rispetto, la tolleranza, l’amicizia, la solidarietà. Le basi per la pace vengono inculcate nella nostre famiglie. Abbiamo una grande responsabilità, tutti, educatori, genitori, sacerdoti, persone vicine e lontane, credenti e non: educare alla pace. Il Natale ci conduce al polo di attrazione che è Cristo. I Santi Magi, guidati dalla stella, hanno adorato quel Bambino e hanno riconosciuto in Lui la luce che splende in ogni luogo, che fuga le tenebre, che ci dona pace e salvezza. Esso diventa anche un evento che provoca reazioni diverse ed opposte: non ci sono solo i Magi a cercare il Bambino per adorarlo, ma c’è anche Erode che vuole ucciderlo. La venuta di Gesù non lascia indifferenti e chiede di prendere posizione, di schierarsi: il suo apparire sconvolge le menti dei potenti e conforta i poveri. Oggi anche noi siamo chiamati a metterci dalla parte del Bambino inerme per combattere il male con la sola forza dell’amore. Buon Natale ai lettori del nostro bel periodico. Alle care comunità cristiane: sia un giorno pieno di luce e di gioia interiore. Vi auguro di poterlo trascorrere in serenità, accanto alle Vostre famiglie, Auguro agli anziani e ammalati di non sentirsi soli, abbandonati, tristi, ma di vivere con Gesù questa festa grande e bella. Auguro ai bambini e ai giovani tutto il bene per il loro avvenire, e che non si dimentichino di essere cristiani. Alle tre comunità l’augurio di serenità e di benessere per un nuovo anno ricco di soddisfazioni e di ogni bene. Con affetto, Buon Natale e Felice 2008. DON ADEL


NASCITE

[ la ruota della vita]

Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Thomas Foscarini di Manrico e Giordana Piovesan – Budoia Lea Di Fusco di Salvatore e Beata Buczk – Budoia Therese Geneveve Jew di Edward e Jennifer Rose Chown – Budoia Gregory Peto di Markellon e Renata Ortolan – Budoia Simone Ferrari di Fulvio e Laura Battistella – Budoia Nicholas Antony Ricci di Fabrizio e Ella Karis – Budoia Alessia Giacomini di Alessandro e Monica Giacobbe – Budoia Martina Toffoli di Luca e Monica Bjlinko – Budoia Enrico Chies di Elio e Sandra Decoste – Budoia Matteo Lazzari di Roberto e Daniela Romani – Milano Riccardo Colomberotto di Luca e Eleonora Mion – Sacile Marco Brotto di Manuel e Lucia Vuerich – Budoia Daniele Del Maschio di Giampaolo e Serena Marta – Budoia Lorena Grassi di Ivan e Yurima Sanchez – Dardago Tommaso Comin di Andrea e Lorena Zambon Momoleti – Dardago Simone Valdevit di Dino e Sabrina Zambon – Rorai Grande

Errata corrige A pagina 4 del numero 111 (nascite) leggasi: «Filippo Morson» (anziché Doimo) di Guido e Federica Zanolin.

M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a... Gionata Asti e Elisabetta Zumbo – Mestre Stefano Santarossa e Claudia Pez – Dardago Michela Fort e David Colussi – Santa Lucia Ivan Carlon e Natasha Dalla Bona – Budoia 25° di matrimonio Vanni Carlon e Fulvia Mellina – Budoia Mario Zambon e Lia Lorusso – Trezzano Rosa (MI) Fadi Tohmè e Jacqueline Nasr – Dardago 60° di matrimonio Guerrino Bocus e Maria Janna – Dardago

L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Lauree Nadia Maravigna – Scienze Politiche e Sociali – Monza Davide Del Maschio – Scienze e Tecnologie Viticole ed Enologiche – Budoia Sara Zambon – Ingegneria Informatica – Dardago Silvia Carlon – Psicologia Sociale del Lavoro e della Comunicazione – Budoia Stefano Zambon – Economia e Commercio – Trezzano Rosa (MI) Gabriele Zambon – Ingegneria Gestionale – Budoia

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di… IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Olga Gislon di anni 93 – Portogruaro Giuseppe Porpora di anni 68 – Dardago Elena Bocus di anni 41 – Lignano Giuseppe Cardazzo di anni 82 – Budoia Hilda Zambon di anni 86 – Dardago Giosuè Del Maschio di anni 80 – Budoia Irma Rigo di anni 82 – Dardago Gabriella Burelli di anni 75 – Dardago Ondina Moratto di anni 74 – Pordenone Aristide Puppin di anni 80 – Francia Isidoro Del Maschio di anni 84 – Dardago Susanna Marianelli di anni 51 – Budoia Fortunato Zambon di anni 82 – Firenze Roberto Cannavò di anni 49 – Budoia Guerrino Santin di anni 98 – Francia Virginia Busetti di anni 91 – Dardago Vittoria Santin di anni 80 – Dardago Antonio Sinesi di anni 65 – Dardago Gina Biscontin di anni 87 – Budoia Leonora De Chiara di anni 70 – Castello d’Aviano Maria Diamante Varani di anni 78 – Londra Rosemarie Krebs Zanchet di anni 89 – Dardago Agnese Ferrari di anni 68 – Campalto Gianni Rossetto di anni 55 – Venezia


In copertina. Dal Sauc il lieto annuncio del manifestarsi della Luce che, intensa, si propaga con rapidità verso il piano, là, dove la gente tralasciando gli affanni del vivere quotidiano, si prepara ad accogliere il Salvatore del Mondo.

Periodico quadrimestrale della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia (Pn)

[Foto di Massimo Zardo]

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Caro Gesù Bambino… di Fabrizio Fucile

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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr

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La ruota della vita

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Famiglia e… ancora famiglia di Alessandro Fontana

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Storie di famiglie. I Fort dei Maschi e i Fort de Còcol di Santa Lucia di Pietro Fort

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1977-2007. Il Gruppo Artugna ne fa 30 di Marta Zambon

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Collis Chorus diplomato con merito! di Roberto Cauz

Caro Gesù Bambino... (continuazione) di Fabrizio Fucile

mbre 20

112 sommario

no

X XXVI ·

ic e

Trovati sul Col Cornier i resti di due militari di Massimo Zardo

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an Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.naonis.com/artugna www.artugna.it e-mail l.artugna@naonis.com Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616

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In Sudan con Emergency di Roberto Crestan

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Dal pattinaggio su rotelle al pattinaggio su ghiaccio

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Anche la morte è vita! a cura di Vittorio Janna Tavàn

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Bazzani del 1890. Opera 387 di Mario Povoledo e collaborazione di Fulvia Mellina Lorenzo Marzona Francesco Zanin

Dardagosto di Adelaide Bastianello Sara Dabrilli Francesca Romana Zambon

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’N te la vetrina

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L’angolo della poesia

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Lasciano un grande vuoto...

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Cronaca

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Inno alla vita

L’unione fa la forza a cura di Vittorina Carlon Simonetta Gherbezza

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I ne à scrit

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Bilancio

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Soranomi dardaghesi di Tino Ite

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Programma religioso natalizio

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Mi no torne pì a ciasa... di Adelaide Bastianello

e inoltre...

Alfredo Zambon, un artista al servizio degli Alpini di Luciano Bocus

Albero genealogico dei Vettor Cariola di Adelaide Bastianello [diciannovesimo inserto]

Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna

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Spedizione Francesca Fort Ed inoltre hanno collaborato Adelaide Bastianello, Anna Fort, Espedito Zambon, Marta Zambon

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Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn

Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

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Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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Da Dardàc… ai poli. Verso il Polo Nord (terza ed ultima parte) di Roberto Zambon


Famiglia e... ancora di Alessandro Fontana

famiglia Era già da qualche giorno che sentivo una sorta di disagio, di nausea che mi attraversava per non riuscire ad esprimere ordinatamente le sensazioni ed i pensieri che mi si agitavano dentro. La nausea mi prende ogni volta che certe notizie ci vengono trasmesse dai giornali e dalla televisione con ossessiva ripetitività e tutte in relazione al lato negativo dei comportamenti dei giovani. Anche certe informazioni ottenute da mia nipote, liceale a Padova, si aggiungono a quelle ed aprono un quadro complessivamente inquietante e innaturale sulla attuale situazione giovanile. Non che queste notizie siano nuove o che io non le avessi già ascoltate e sofferte prima, ma ora hanno raggiunto il mio più alto livello d’intollerabilità e di confusione. Poi, come un’illuminazione, è arrivato l’articolo, l’editoriale di Roberto Zambon su l’Artugna di questa Santa Pasqua. Chissà come, le mie idee si sono schiarite e dolorosamente ordinate. Ogni settimana, di domenica, arriva sempre la stessa notizia: due o tre o più ragazzi sono morti bruciati in

auto, schiantati tra di loro o contro pali, alberi e muri, per non parlare di quelli rimasti vivi ma straziati per sempre. Ogni giorno almeno uno se non più giovani muoiono per essersi drogati fino a scoppiarne. Più volte al mese o sono i figli ad uccidere per soldi i genitori o sono genitori esasperati ad uccidere i figli. Dalla scuola arrivano notizie di degrado, di violenza, d’ignoranza e di fallimento. Decine di migliaia di giovani muoiono ogni anno per l’AIDS. Con buona pace della presunta parità e consapevolezza dei sessi, le ragazze sono troppo spesso vittime di stupro da parte di coetanei a cui loro stesse si offrono nel nome di una libertà che ormai è solo liberticidio. I perché di tutto questo sono tanti e molti sociologi, pedagoghi, psicologi scrivono e scrivono e scrivono con solenni insuccessi. Non li ascolta nessuno. Ma perché dovrebbero essere ascoltati? Non certamente da questi giovani che hanno attorno a loro il più meraviglioso paese dei balocchi che abbiano mai immaginato: dove


tutto è permesso, dove non esistono regole e limiti, dove troppe famiglie sono diventate lo stupido supporto del disimpegno e della irresponsabilità se non proprio della stessa violenza. Ma guardiamoci attorno. Ci manca ormai una generazione di uomini che se n’è andata, perduta nella droga, nell’AIDS, nel menefreghismo e nella faciloneria delle istituzioni. E non stiamo parlando solo dell’Italia. Il problema è generalizzato, ma chissà perché ciò non mi conforta anzi m’intristisce di più. Ma perché i giovani non dovrebbero copulare? Non c’è forse la libertà d’abortire che poi mette tutto a posto? Ma perché i giovani non dovrebbero sposarsi senza pensarci due volte? Non c’è forse il divorzio che li rimette in corsa? Ma perché non dovrebbero dare fuoco alla scuola o allagarla? Non c’è poi il giudice che non sa o non vuole fare giustizia e che considera tutto delle ragazzate? Ma perché dovrebbero sentirsi guidati o confortati dalla religione? Non c’è

anche chi gli toglie il Crocefisso dalle pareti? Ma perché non dovrebbero usare il telefonino a scuola? Come potrebbero fare a ricevere il compito fatto da qualcun altro all’altro capo dell’etere? Magari dagli stessi genitori che così si fanno le vacanze in santa pace senza bocciature o debiti da saldare? Ma perché non dovrebbero comprarsi la droga e «sballare»? Non sono le famiglie stesse a dargli i soldi ed ad essersi arrese al malcostume dilagante? Di quanta immensa imbecillità è impastato quel genitore che protesta o addirittura malmena il professore ed il preside che hanno bocciato o rimproverato suo figlio? Non dico che chi si è impegnato nelle cosiddette battaglie sociali per il divorzio, per l’aborto, per la libertà di religione, per il non nucleare, per l’apertura indiscriminata delle frontiere etc. fosse in mala fede; no! Diverse situazioni intollerabili sono andate a posto grazie ad esse...

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Ma non si possono buttare via dei riferimenti sicuri, anche se cattivi talvolta, senza contemporaneamente crearne degli altri altrettanto sicuri e migliori dei precedenti. Non si può e non si deve o almeno non si dovrebbe! Abbiamo assistito alla distruzione dell’autorità della scuola, della magistratura, delle forze dell’ordine, del padre e della madre, della religione, del senso di appartenenza ad una comunità, etc. etc. Ed in cambio cosa abbiamo ricevuto? Corruzione, droga, alcool, discoteche, terrorismo, AIDS, violenza dappertutto, ignoranza e insegnanti politicizzati. Non dico che manchino ottimi ed anche numerosi esempi giovanili di dedizione alla famiglia, alla scuola, alla cultura, alla religione, alla pietà per i propri simili. E meno male che ci sono! Ma quando trattiamo argomenti di respiro sociale, bisogna riferirsi alle percentuali di chi pratica il bene e l’onestà e di chi invece pratica il male e la stupidità. Un sociologo e criminologo famoso diceva, con dati di fatto certi e verificati, che una percentuale di male è necessaria alla comunità ma precisava anche che questa percentuale non deve essere superiore al tre, quattro per cento. Sui «media» invece si sente e si legge che nelle grandi città la droga gira nelle scuole a livelli del trenta e più per cento! E che i morti sulle strade del sabato sera sono a migliaia ogni anno! Ovviamente non ho ricette o rimedi per questa nausea ma sono sicuro di poter andare alla radice di tutto: alla famiglia che riconquista il ruolo che sempre ha avuto, fin dall’inizio dei secoli. È l’unica àncora di salvezza per mantenere viva la speranza. I genitori devono intelligentemente reprimere i figli che portano giudizi negativi dalla scuola, che puzzano di vino e di fumo, e che si comportano da bulli o da prevaricatori e soprattutto devono trovare il tempo per stare insieme e parlare, parlare, capire e far capire. Famiglia e ancora famiglia per ricucire l’immenso strappo nella vita dei giovani e quindi anche nella nostra vita non più tanto giovane ma che non dimentica. Mai.


STORIE DI FAMIGLIE

I Fort dei Maschi e i Fort de Còcol

1.

di Santa Lucia di Pietro Fort Dalla Scozia Pietro ricorda le sue origini

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3.

Voglio raccontare la storia dei Fort de Còcol. Nella seconda metà del 1800, quella che fu la prima casa dei Fort fu abitata da Giovanni Fort e dalla moglie Anna con il loro figlio Osvaldo, Svalt, il quale aveva una piccola disfunzione mentale, e con le altre cinque figlie: Maria, mia nonna, che sposa Giuseppe Fort dei Maschi; Fiorina, che sposa Andrea Fort Palanca; Santa, sposata a Murano (Ve); Angela, sposa Giuseppe Stefinlongo di Budoia, e Margherita che sposa Francesco Bravin di San Giovanni. Il vecchio Giovanni aveva lavorato come scrivano presso un notaio, a Castello d’Aviano. Mio nonno, Giuseppe Fort, della famiglia dei Fort dei Maschi, si sposò con Maria, una delle cinque figlie di Giovanni, nel 1872. Dopo qualche anno di matrimonio e già con la famiglia numerosa, Giuseppe decise di chiedere ospitalità al suocero Giovanni de Còcol, in cambio dell’assistenza loro e del figlio Svalt. La proposta fu accettata e così una nuova famiglia Fort ritornava nella prima casa costruita dal primo dei De Fort. Giuseppe e Maria ebbero dodici figli, dei quali tre morirono alla nascita e due prima del terzo anno di età. La primogenita fu Anna, Nuta, nata nel 1875, seguita da Pietro, Giulia, Angelo chiamato Cencio, Antonio Toni, mio padre, Umberto e Mario, ultimo nato, nel 1893. Il nonno Giuseppe aveva trovato lavoro come facchino al «Grand Hotel», 8

a Venezia, seguito dai figli Angelo e Mario ancora in tenera età. Era un impiego stagionale ma di duro lavoro. Il resto della famiglia, rimasta in paese, lavorava la terra, in parte ereditata e in parte acquistata. Lo zio Angelo, Cencio, fu il primo a sposarsi, nel 1907, con Luigia Favret di San Giovanni ed ebbe quattro figli: Maria (1908), Giuseppe (1910), Antonia (1912) e Carolina (1914). Nel 1912, Umberto entrò in seminario a Venezia; Pietro, invece, trovò impiego in un negozio di alimentari sempre a Venezia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, tutti e cinque dovettero arruolarsi nell’esercito. Mio padre, Antonio, fu mandato in seconda linea per la sua miopia; Umberto, essendo studente, fu messo nella Croce Rossa; Mario, il più giovane, combatté in prima linea sul Carso e morì quando il suo reggimento fu decimato dai gas asfissianti; Pietro ritornò a casa affetto dalla malaria e Angelo con due dita dei piedi congelate e parzialmente amputate. Antonio rientrò dopo la disfatta di Caporetto e passò l’anno dell’invasione in casa con i genitori, le sorelle, la cognata e i figli di Angelo. Nel dopoguerra, a due anni di distanza, morì Pietro a causa della malaria. Nello stesso anno Umberto fu ordinato sacerdote e poco tempo dopo inviato come cappellano a Cavazuccherina (ora Jesolo); in seguito fu nominato curato a San Zaccaria. Nel 1946, divenne vicario della chiesa di


5.

Leggenda sull’origine dei Fort

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San Bartolomeo e abitò nella canonica, che si trovava al terzo piano, sopra a quello che ora è l’«Albergo Rialto», da dove, attraverso una veranda, ci si affacciava sul Canal Grande. Nel 1950 don Umberto morì, colpito da un’embolia. Antonio, mio padre, si coniugò all’età di 39 anni, nel 1924, con Maddalena Arcicasa da Nave di Sacile. [continua a pagina 10]

1. Giuseppe Fort dei Maschi e Maria Fort de Còcol. 2. Antonio Fort. 3. Don Umberto Fort. 4. I cugini Pietro e Giuseppe Fort a Londra, nel 1960. Giuseppe è figlio di Angelo Vincenzo, nato a Santa Lucia nel 1910. 5. Da sinistra. Mario, Giuseppina e Pietro (Piero) Fort, nel 1986. 6. La signora Mary Campbell in Fort con i primogeniti Anna (a sinistra) e Antonio, nell’aprile 1962. 7. I cinque figli di Pietro e Mary Fort, nati in Scozia. Al centro, in piedi, il secondogenito Franco, a sinistra Anna Maddalena con la neonata Carla, e a destra Antonio con il piccolo Renato, nel 1971.

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Quanto segue mi fu raccontato da mio padre Antonio Fort (1885), sempre vissuto in paese, e dallo zio Angelo-Vincenzo (1882), stabilitosi a Venezia dopo la 1° guerra mondiale, dove con lui avevo stabilito un’amichevole relazione, tanto che a volte passavo delle ore ad ascoltare le vecchie storie del paese natio. La storia dei Fort incomincia verso la fine del 1500 e l’inizio del1600, quando arrivarono in paese due uomini, i quali offrirono il loro aiuto alla gente della piccola frazione e in breve tempo acquisirono la fiducia e l’apprezzamento della popolazione per le loro capacità lavorative ed organizzative: aiutavano nei lavori agricoli ed, essendo sufficientemente letterati, davano consigli ed aiuti ad alcuni analfabeti in materia di spese… Anche dopo essere stati accettati dalla comunità, non divulgarono i loro nomi e le loro origini. Siccome parlavano con un accento straniero, alle ripetute richieste della gente rispondevano che provenivano dal Fort di Liege, l’attuale Belgio. Furono conosciuti come quelli del Fort. Qualcuno sospettò che si trattasse di disertori, ma col passare del tempo tutto fu dimenticato. Dopo essersi uniti con due donne locali e aver formato famiglia, decisero di costruirsi una casa, aiutandosi a vicenda. Costruirono due case praticamente uguali, che esistono tuttora. La prima fu la casa dei Fort de Còcol in via Lacchin 39, l’altra è la casa dei Fort de Ustin, in via Besa Fort. Due case rurali costruite su un modello che si possono ancora intravedere nelle regioni di provenienza dei suddetti. Così si arriva al nome dei De Fort, che si diffonde in paese, nel giro di un secolo e mezzo. Una grande famiglia fu quella dei De Fort dei Maschi, sorta sul confine con San Giovanni, di fronte alla fontana della Salera. Questa divenne una famiglia numerosa; diverse case furono costruite nello stesso cortile. Altre tre famiglie popolarono il paese: ad est i De Fort Palanca e i De Fort Provedon, mentre più al centro i De Fort Mio. Queste famiglie acquisirono grandi appezzamenti di terreno, in pianura e sulle colline. PIETRO FORT


Caro Dopo i primi due figli, una bambina e un maschio morti al momento del parto, nel 1928 nacque mia sorella Giuseppina, nel 1929 mio fratello Mario ed io sei anni dopo, nel 1935. Nel 1936, mia madre morì per un tumore al seno; mio padre, invece, morì ad ottantacinque anni, nel 1970. Le due sorelle di mio padre, Anna e Giulia, erano a Venezia, la prima si prendeva cura del fratello prete e la seconda prestava servizio presso una casa signorile. Dopo la morte di mia madre, la zia Anna ritornò al paese per prendersi cura di noi bambini, mentre Giulia assistette don Umberto. Subito dopo la prima guerra mondiale, lo zio Angelo si stabilì con tutta la famiglia a Venezia e con il figlio Giuseppe continuò a lavorare nel ramo alberghiero. Poi Giuseppe emigrò a Londra nel 1935 e, nel 1940, fu internato dal governo britannico ed inviato in Canadà fino alla conclusione del conflitto. Al ritorno sposò Benedetta Bellini, nata a Londra da genitori italiani, e la coppia ebbe due figli maschi, Renato e Luigi, ivi residenti. Solo una delle tre figlie, Antonia, si sposò ed ebbe una figlia, Bianca Maria. Il marito si chiamava Emilio Toffoletto. Mio fratello Mario si sposò nel 1960 con Caterina Moretto ed ebbe Anna. La sorella Giuseppina, coniugata, nel 1949, con Ferruccio Puppin di Budoia, ebbe quattro figli: Narciso, Rosalba, Mariagrazia (morta giovane in un incidente stradale) e Giuliana. Io, Pietro, ho sempre lavorato nel ramo alberghiero sin dall’età di quattordici anni. Dopo aver lavorato alle dipendenze dei due più famosi hotel di Venezia, andai in Svizzera e a Parigi; nel 1958, emigrai in Scozia dove tuttora risiedo. Nel 1960, mi sposai con Mary Campbell, scozzese di genitori irlandesi (cattolici). Abbiamo avuto cinque figli: i gemelli Anna e Antonio, nati nel 1962, Franco, nel 1963, Carla e Renato, altri due gemelli, nel 1971. Tutti e cinque sono professionisti; Anna, Antonio e Carla sono laureati, Franco ha un diploma e dirige un’azienda di trasporti, mentre Renato è diplomato in elettronica. Tutti hanno acquistato la loro casa ed abitano in un raggio di tre chilometri da noi. Siamo nonni di quattro nipoti (tre maschi e una femmina), ma questa è un’altra storia.

[da pagina 2]

Gesù Bambino...

verso la loro destinazione finale. Potrebbero essere più di cento al giorno. E chissà se dopo il fallimento del primo progetto di viaggio verso Torviscosa, vorranno ancora usare la nostra vecchia stazione, non più buona per far partire ed arrivare gente, bensì molto utile per scaricare materiale inerte, capace di entrare dentro ai polmoni e non certo per sanarli. Adesso stanno pensando ad una nuova area per costruire il cementificio, ma la nostra stazione pare rimanere sempre il punto migliore di partenza. Sai cosa significano tutti quei camion sulle nostre strade? Rumore, emissioni inquinanti, vibrazioni. Io abito in città e so che cosa vuol dire; non mi posso lamentare. Ne ho in abbondanza. Qui in paese ci sono i miei cari, i miei amici, le persone con cui sono cresciuto. Caro Gesù Bambino, vedi se puoi fare qualcosa; soprattutto non farci dormire, tienici svegli per capire bene come vanno le cose e fa in modo che i nostri amministratori, quelli di oggi e quelli di domani, con una mano sulla loro coscienza di uomini e l’altra sul cuore di budoiesi cerchino sempre la via migliore per i buoni frutti, per far invecchiare bene i nostri padri e crescere sani i nostri bambini, liberando l’orizzonte dalle logiche utilitaristiche e di potere. Che siano coraggiosi a far sapere, a informare, più che a nascondere, anche se la verità può essere faticosa. Sulla verità si ragiona, sul taciuto non si costruisce niente. Caro Gesù Bambino, insegnaci anche ad essere più affabili tra noi. Non più cappellanie e pieve, ma tre paesi nel loro antico e comune cammino di fede con la ferma speranza di crescere in fraternità. Nell’attività del volontariato, di quanti una volta o sempre donano il loro lavoro per la realizzazione delle necessità del paese. Il rispetto ed il culto della nostra cultura, tradizione e religione costituiscono una pietra d’angolo su cui poggiarsi di fronte al cambiare del tempo; con progetti comuni, di largo

respiro, che ci permetteranno di crescere ancora. La carità, ci farà ricchi di fronte al mondo che cambia, con una fiduciosa disponibilità alla tolleranza, all’accettazione del diverso, con tutta la forza dell’amore per le nostre radici che sappia oltrepassare la soglia di casa per aprirsi al mondo. E non quello lontano. Soprattutto quello più prossimo, che deve essere senza campanili che sono di questa terra e comunque – per quanto alti – non toccano mai da soli il cielo. Caro Gesù Bambino, ti starai chiedendo perché non chiedo niente per Roma, dove adesso vivo. Nella capitale c’è tanto di quello che ho chiesto di tener lontano da Budoia: inquinamento, rumori, logiche utilitaristiche e la gente che corre senza accorgersi di chi incontra o gli cammina al fianco. Che vuoi, io sono nato qui ed è qui dove posso e sento di alzare la mia voce e da dove penso si debba cominciare a cambiare. Dalla propria famiglia, dal quotidiano, dove i piccoli sforzi sono significativi e se uniti possono dare grandi risultati. In paesi come i nostri ci si può incontrare, si può ancora parlare, si può far forza se non sulle ideologie – legittimamente diverse – su quel terreno comune che è la nostra storia di lavoratori onesti, tenaci, abituati alla fatica ed al sacrificio. Qui è facile capire quanto ci fa bene e quanto ci può far male. Basta volerlo. Vorrei veramente vedere, a cominciare da casa mia, un po’ meno preoccupazione se il terreno dietro casa diventa fabbricabile, se per Natale mettono più luci a Dardago o a Santa Lucia, se la messa grande è alle 9 o alle 11, se per le feste canta il Collis Chorus o il Gabriel Fauré. Vorrei vedere più impegno in quelli che ancora vecchi non sono; più coraggio di rischiare, più umiltà nell’ascolto e più voglia di raggiungere un bene che non sia solo nostro, o per pochi altri, ma che possa esserlo – mi spiace sembri lo slogan di una campagna elettorale – soprattutto per Budoia. FABRIZIO FUCILE


in Sudan con Emergency

di Roberto Crestan

TESTIMANIANZE DI LUCIA IANNA THECO E ROBERTO CRESTAN, GIOVANI SPOSI CHE LAVORANO PER L'ORGANIZZAZIONE UMANITARIA EMERGENCY IN SUDAN.

19 aprile 2007. Cammino nervosamente attraverso i corridoi dell’ospedale, scambio sorrisi tirati con i ragazzi dello staff medico. Percorro in lungo e in largo tutta l’area di quello che ancora per poco sarà un cantiere. Il mio cantiere, che è oramai diventato il loro ospedale. Sto attendendo come tutti una notizia. Che arriva da Raul, l’architetto che ha disegnato l’ospedale. Mi viene incontro e vedo due rivoli di lacrime uscire da dietro gli occhiali da sole. Ci abbracciamo e crolliamo in un pianto liberatore. Il primo intervento a cuore aperto su una ragazza di diciassette anni si è concluso con successo. Devo chiamare Lucia, glielo devo dire. Le devo dire che ce l’abbiamo fatta. Tutto è cominciato nell’aprile del 2004. Era da qualche mese che ci pensavo e finalmente presi la decisione di mettere a disposizione di un’organizzazione umanitaria quanto avevo imparato nella gestione di cantieri edili. Conoscevo quasi niente di quel mondo ed Emergency fu la prima a cui pensai. Ne parlai con Lucia e, dopo aver avuto il suo appoggio, contattai l’organizzazione. Superata la selezione arrivò la famosa lettera: è appena cominciata la costruzione del Centro di Cardiochirurgia di Khartoum, è richiesta la tua partenza per il Sudan il 5 giugno 2005. 11

E così dopo un anno di attesa eccomi finalmente all’inizio di un’esperienza che ancora non sapevo dove mi avrebbe portato. Khartoum è il ritratto dell’urbanizzazione selvaggia. L’eccezione sono alcuni edifici coloniali quali la residenza del presidente ed un albergo, le ampie strade che li circondano ombreggiate da secolari neem. Nella prima periferia della città salta agli occhi il contrasto tra un centro commerciale e le baracche di cartone che lo circondano, abitate da generazioni di profughi del Sud Sudan e del Darfur. Noi tutti dello staff internazionale viviamo in una casa alla periferia della città. Al mio arrivo siamo in cinque. La casa è essenziale ed ospitale. Si mangia, si lavora e si vive in casa tutti assieme. La convivenza in un paese molto diverso dal nostro e con ritmi di lavoro molto serrati non lascia spazio ad inutili formalità nei rapporti personali – quando c’è un problema se ne discute apertamente ed immediatamente e si trova una soluzione per il bene di tutti. Una situazione a cui non ero abituato ma alla quale mi adatto facilmente grazie ad un gruppo che mi accoglie subito a braccia aperte. Al mio arrivo il cantiere, precedentemente approntato da altre persone dello staff che non ci sono più, è poco più che un grande buco con i


primi plinti di fondazione dell’ospedale e parte delle strutture di quello che saranno gli edifici secondari. C’è una montagna di lavoro da fare e le risorse sono molto limitate. È la prima volta che Emergency costruisce un centro di quest’entità – la cardiochirurgia richiede locali con un sistema di condizionamento che li mantenga tra i 20 ed i 24 °C, alta

tecnologia, massima sterilità. Noi ci troviamo ai margini del deserto del Sahara, le temperature raggiungono i 55 °C, e le frequenti tempeste di sabbia oscurano il cielo per ore e riempiono i letti delle nostre camere di una coltre di sabbia, nonostante porte e finestre sprangate. Il cantiere è nel paese di Soba, 12 km a sud di Khartoum. Il lotto su cui

Sopra. Ingresso del nuovo ospedale e sala operatoria. In alto. L'aiuto di Lucia in clinica pediatrica.

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sorgerà il centro è uno splendido terreno sulle rive del Nilo Blu. Su di esso sorgono dei mango secolari che oltre all’ombra ci regalano i loro saporitissimi frutti. La posizione degli edifici è stata scelta in funzione di questi magnifici alberi. Il Centro Salam (che in arabo vuol dire Pace) è l’unica struttura specializzata e gratuita presente in Sudan e nei nove paesi confinanti (Eritrea, Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana, Ciad, Libia, Egitto) – un’area grande più di tre volte l’Europa e abitata da oltre 300 milioni di persone – dove le cardiopatie congenite e quelle acquisite in età pediatrica dovute a malattie infettive e a malnutrizione sono la seconda causa di mortalità infantile. A pieno regime, il Centro Salam di cardiochirurgia potrà effettuare una media di 1.500 interventi l’anno. La struttura del centro è costituita da: Blocco chirurgico, composto da 3 sale operatorie, terapia intensiva da 15 posti letto, sterilizzazione, sala di emodinamica. Diagnostica e amministrazione: accettazione, pronto soccorso, ambulatori, radiologia, ecografia, laboratorio, farmacia, amministrazione e uffici. Corsie per una capacità totale di 48 posti letto, di cui 16 di terapia sub-intensiva, sala infermieri, fisioterapia, sala ricreazione per staff e pazienti, magazzini. Servizi: lavanderia, stireria, cucina, biblioteca e sala didattica, sala giochi per i bambini, magazzini, mensa staff. Foresteria per i parenti dei ricoverati che provengono da fuori Khartoum. Potrà ospitare fino a 50 persone. Area tecnica per manutenzione,


Interno di una casa sudanese. Lucia e Roberto, ospiti graditi.

officine meccaniche, generatori, chillers, caldaie. L’utilizzo di sistemi tradizionali per il condizionamento dell’ospedale avrebbe comportato un consumo ingente di energia elettrica o fossile (i volumi di ricambio d’aria richiesti, tuttavia, sono imponenti: ogni ora è necessario raffrescare 28.000 metri cubi d’aria). In un paese in cui tutti si contendono le risorse petrolifere, Emergency ha cercato un’alternativa energetica pulita: il sole. Oggi un impianto a pannelli solari che si estendono per 900 metri quadrati (la superficie di dieci discreti appartamenti d’abitazione) produce 3.600 chilowattora – l’equivalente della combustione di 335 chili di gasolio – senza emettere un grammo di anidride carbonica nell’atmosfera. L’acqua circolante nei collettori solari trasferisce il calore ai due chiller ad assorbimento conteneti una miscela di acqua e bromuro di litio che attraverso delle trasformazioni fisiche raffresca un altro circuito d’acqua fino a 7 °C. Quest’ultimo distribuirà acqua fredda alle unità di trattamento aria che raffredderanno l’aria prelevata dall’esterno, e precedentemente filtrata, e la distribuiranno all’interno dei locali. Le sponde del fiume si differenziano dall’area circostante perché solo qui si riesce a vedere il verde della vegetazione. Durante la stagione secca il fiume si ritira lasciando spazio ad una piccola spiaggia popolata da uccelli dai colori sgargianti. All’ombra degli arbusti che lambiscono la spiaggia io e Lucia ci concederemo dei pic-nic durante il venerdì, tanto per avere una scusa per stare vicino al lavoro nell’unico giorno di «riposo» settimanale. A Khartoum non ci concediamo

molto spazio al divertimento. Le giornate cominciano presto. Chi si occupa di logistica ed amministrazione si ferma nella casa adattata ad ufficio accanto a quella in cui viviamo. Chi lavora in cantiere parte alla mattina e torna alla sera. Non esistono orari. Esiste solo il venerdì di riposo – il Sudan è un paese mussulmano – e spesso neppure quello. Alla sera ceniamo tutti assieme, ci si racconta quello che è successo durante la giornata, si telefona a casa e poi la voglia di andare a dormire prende il sopravvento. Dopo sei mesi vissuti lontano l’uno dall’altra, io e mia moglie ci troviamo a dover affrontare la decisione che da tempo sapevamo di dover prendere e che continuavamo a rimandare. Alla fine Lucia mi chiama e mi dice: «vengo anch’io!» Sono contentissimo. Finalmente possiamo vivere veramente assieme quest’avventura. Torno in Italia e trascorriamo un mese assieme per i preparativi, poi si parte. Lucia inizia a lavorare come volontaria nella clinica pediatrica che abbiamo da poco aperto in un campo profughi alla periferia di Khartoum, sorto in seguito alla guerra tra nord e sud del paese. La clinica fornisce gratuitamente i servizi di pronto soccorso e sanità di base ai bambini del campo, assistendo circa 1.400 bambini ogni mese. Dopo tre mesi Emergency le chiede di ricoprire il ruolo di amministratrice in Sudan. La decisione è presto presa e così anche lei entra a far parte a tempo pieno del progetto Emergency Sudan. Ad agosto 2006 Lucia comincia la gravidanza e porta avanti il suo lavoro fino al settimo mese di gravidanza – limite massimo consentito dalle 13

compagnie aeree per poter intraprendere un viaggio durante una gravidanza –. Lucia completerà dunque la sua missione nel febbraio 2007, dopo un anno vissuto in Sudan. Ed ora sono qui nel giorno del primo intervento, a pochi giorni dal mio rientro in Italia e dalla fine della mia esperienza in Sudan e mi chiedo cosa possa pensare questa gente. Molti di loro vivono in baracche di fango o cartone; no acqua corrente, no elettricità. Per visitare un parente in un ospedale sudanese devi pagare l’ingresso. Se stai male devi pagare. Il nostro capocantiere mi dice nel suo stentato inglese e con una rassegnata e disarmante tranquillità che «if you no money, you die!» (se non hai soldi, muori). Ed ora c’è questo ospedale bianco e rosso, pulito, accogliente, aria condizionata, finiture ed arredi prima qualità, cibo ottimo ed abbondante, medici e infermieri professionali, gentili e sorridenti. Tutto senza pagare nulla. Andiamo a bere un caffè in una delle baracchette sorte durante la costruzione tutto attorno al nostro terreno. Si avvicina il capocantiere con un uomo che ha in mano una forbice da giardiniere. L’uomo è vestito con abiti poveri e ci parla con gli occhi pieni di lacrime ed Elias traduce. Dice che gli hanno promesso che sua figlia dovrebbe essere ricoverata sabato e lui ci vorrebbe regalare tre palme da dattero. Rimaniamo tutti a bocca aperta. Pietro è l’unico che gli spiega con molta tranquillità che se sua figlia è nella lista sarà sicuramente ricoverata sabato e che perciò può rimanere tranquillo. Lo ringraziamo tutti calorosamente per il regalo che ci vuole fare e l’uomo se ne va ripetendoci i ringraziamenti e portandosi la mano al cuore. Ci guardiamo tutti in silenzio, ognuno con i suoi pensieri.


Il mistero della vita e la serenità perduta nei confronti della morte

Anche la morte

è vita!

Intervista-conversazione con Simona Ianna Tavàn medico di Cure Palliative e Terapia del Dolore

a cura di Vittorio Janna Tavàn

Da anni, insieme ad altri amici, lavoro e mi dedico con la speranza di poter salvare almeno una minuta parte di quel piccolo tesoro culturale che per tanti anni è stato patrimonio delle nostre genti e dei nostri paesi. Usi, costumi, parlata… lentamente stanno scomparendo per dissolversi nel nulla. Il fenomeno incalzante, della globalizzazione sta macinando ogni cosa ma soprattutto ciò che più mi preoccupa è la conseguente perdita di quei valori e di quei principi che sino a ieri hanno guidato le nostre famiglie, le nostre comunità. Inconsciamente subiamo il condizionamento di nuove «cose» e di un relativismo strisciante e sempre più diffuso che cerca di radicarsi nelle nostre coscienze. Spesso mi interrogo (e ne sono tormentato) su un argomento che vorrei trattare su l’Artugna e sul quale vorrei confrontarmi con altri lettori. Un tema che la società moderna ha rimosso e sta rifuggendo come un tabù, nascondendolo dietro l’illusione dell’«eterna giovinezza», di modelli di vita e di comportamento che considerano la «morte» come un effetto collaterale della quotidianità, o come qualcosa di mostruosamente riprovevole che la sola parola genera un motto di repulsione. Eppure la morte è un’esperienza naturale, la più profonda della nostra vita, quella che dovrebbe dar senso, compiutezza e pienezza alla nostra esistenza. Nella civiltà contadina da cui ho attinto giovinezza ed insegnamento, la ciclicità della vita era un’esperienza quotidiana; nascita,

morte e rigenerazione scandivano il ritmo della vita agreste, di quella degli animali, della natura, degli uomini. Vorrei quindi parlare di questo argomento, affrontarlo, ma sento tutto il peso della mia «non cultura» per poter avvicinare il mistero della sofferenza e, soprattutto, quello della morte. Ho cercato di accostarmi (cautamente) all’argomento, prima scambiando i soliti punti di vista, poi attraverso la lettura di un libro dal titolo La morte amica scritto da Marie de Hennezel, psicologa e psicoterapeuta francese che da anni lavora presso un’Unità di Cure Palliative a Parigi e che fonda tutto il suo «vivere» accanto al malato terminale sull’aptonomia, una disciplina basata sull’approccio tattile ed affettivo. Alla fine ho deciso di rivolgermi direttamente chiedendo l’aiuto ad un’amica: Simona Ianna Tavàn, un medico che definisco «particolare» perché anche lei, da anni, come Marie de Hennezel vive e si misura con questo mistero. Conosco Simona e la sua famiglia forse da sempre perché con loro condivido i geni di un’antica appartenenza familiare: i Tavàns di Dardago. Lei lavora, da 12 anni, presso l’Unità di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’Ospedale di Vimercate, vicino a Milano. Ha scelto di confrontarsi ogni giorno con il «mistero dell’esistenza», di dialogare, di lottare, forse anche di litigare con la morte, sicuramente di prenderne coscienza e di trasmettere ai suoi pazienti e ai loro parenti la dignità e la serena accettazione di quel momento.

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«Il termine palliativo deriva dal latino pallium – mi racconta – un morbido mantello per proteggere teneramente ed accompagnare con calore e con amore una persona verso l’esperienza più difficile della sua vita». «L’équipe in cui lavoro è composta da medici, infermieri, psicologi, volontari e un assistente spirituale – continua – perché il nostro compito è quello di assistere in modo globale, cioè non solo dal punto di vista fisico, ma anche sociale, psicologico, spirituale, i pazienti affetti da patologia oncologica o cronico degenerativa in fase terminale». «Curare quando non si può guarire» è il suo motto che ogni giorno le dà la forza e la consapevolezza di essere un medico diverso, un medico che accetta la morte di un paziente non come un fallimento professionale o personale ma come un compimento più profondo del suo lavoro che la porta a prendersi cura non solo del benessere del corpo ma anche di quello, decisamente più importante, della persona… dell’uomo. Riunendo le sue risposte di una nostra conversazione ne è uscito un articolo-intervista.


«Simona, cosa ti ha spinto ad affrontare e confrontarti con questo lavoro?» Come tu ben sai, nel 1989 a mio padre fu diagnosticato un tumore polmonare oltre ogni limite di operabilità. Dopo soli 6 mesi mio padre morì, e anche se avevo da poco perso i nonni Tavàns, questa fu per me la prima e vera esperienza di morte. Durante i 6 mesi di malattia, mio padre ebbe bisogno di assistenza medica e fu in quell’occasione che venni a contatto con la realtà delle cure palliative. Allora frequentavo il secondo anno di Medicina e avevo ancora le idee confuse sul mio futuro professionale, ma con il passare degli anni è cresciuta in me l’attenzione al paziente oncologico. Così, subito dopo la laurea e l’abilitazione, mi è stato proposto di collaborare con l’équipe di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’Ospedale di Vimercate... e da allora sono ancora lì.

È sicuramente la mia strada... questo è un lavoro stimolante e gratificante, che mi permette di apprezzare tutti i giorni quello che ho, di guardare alla vita con occhi diversi. «In un lavoro come il tuo quanto conta il lavoro d’équipe?» L’équipe è fondamentale: il nostro è un lavoro di squadra; io da sola non potrei fare le «cure palliative»! Ogni operatore infatti mette a disposizione le sue conoscenze per assistere il malato, cercando di rispondere ai suoi bisogni. «Curare quando non si può più guarire», prendersi cura del paziente nella sua totalità e della sua famiglia, e questo è possibile solo grazie all’operato di una ��quipe multidisciplinare. «Cosa rappresenta per te, come persona e come medico, la morte?» La morte è un evento naturale, fisiologico, non è la fine della vita ma un momento della vita stessa. Sicuramente è uno dei momenti più difficili da affrontare nella vita... ma è vita! Ed è proprio questa consapevolezza che mi spinge a vivere con pienezza, valorizzando al massimo ogni attimo. Sai Vittorio, la morte fa paura a tutti, sempre, ci mette in crisi, è l’ignoto... è il mistero della vita. La morte di una persona cara può far vacillare la nostra fede, può farci cadere nel baratro della depressione, può far indurire il nostro cuore. In questi anni ho imparato prima di tutto ad accettare la mia «terminalità», la mia possibilità di morire, ho compreso quanto sia fondamentale non sentirsi soli nei momenti di disperazione, perché tutto è più superabile se c’è qualcuno disposto a tenerci per mano... Ho un figlio diciottenne ed è soprattutto a lui che sto cercando di trasmettere questi valori: la vita è preziosa, ogni giorno va vissuto intensamente, senza farci sopraffare da inutili ansie, e la sofferenza, il dolore e la morte fanno parte della vita. «Come vivi il momento della morte di un paziente?» Come hai già accennato all’inizio di questa intervista, non vivo la morte di


un paziente come sconfitta personale, professionalmente parlando. Sicuramente guardare negli occhi una persona che muore è estremamente difficile, ma starle accanto negli ultimi momenti di vita è senza ombra di dubbio un privilegio. Forse solo vivendo a contatto con la morte si riesce a comprendere, apprezzare e rispettare la vita… ed è per questo che ritengo il mio lavoro così speciale. Negli ultimi decenni si è purtroppo assistito ad una disumanizzazione medico-sanitaria... la morte è vissuta come inaccettabile per una medicina tecnologicamente onnipotente… e così si è sempre più diffusa la richiesta di eutanasia, di quella «buona morte» che per alcuni è l’unico modo per lasciare «dignitosamente» la vita. Spesso questo desiderio gridato di voler morire non è la semplice volontà di procurarsi o farsi procurare la morte, ma il diritto di morire con dignità, senza sofferenze, senza essere sottoposti ad accanimenti terapeutici... ed è forse per questo che i pazienti seguiti dalle équipe di cure palliative non richiedono l’eutanasia. «Quanto conta la fede nella vita e nella preparazione al suo ultimo atto?» Sicuramente la fede serve molto: credere ci permette di accettare con più serenità la malattia, la terminalità e la morte. In altre parole comprendere i misteri della vita per poter accettare la morte. E non mi riferisco solo alla fede cattolica, parlo di fede nel senso più ampio del termine. Pensa che anche coloro che si definiscono atei spesso, nella fase di terminalità, richiedono colloqui con l’assistente spirituale. Nella mia équipe è presente un sacerdote, ma abbiamo nominativi anche di altri ministri di culto, per garantire a tutti coloro che lo desiderano il supporto ed il conforto spirituale. «Quanto è importante il ‘contatto’ fisico e psicologico con un paziente?» Moltissimo: sedersi sul letto del malato, tenergli la mano, piangere con lui o ascoltare i suoi silenzi, sono gesti fondamentali per creare un rapporto di fiducia e comprensione reciproca. Si entra nelle case dei

pazienti, si conoscono le loro abitudini, si condividono ricordi, si guardano insieme album di fotografie, si ride, ci si chiama per nome. Il contatto fisico ci permette di entrare in relazione con il paziente e questo implica un mettersi in gioco, uno scambio sia a livello di conoscenza che a livello emotivo.

Simona Ianna

«Quali sono i pensieri e i discorsi dei tuoi pazienti che ti fanno maggiormente meditare?» L’attenzione all’ascolto dei pazienti è uno dei punti cardine delle cure palliative perché già attraverso l’ascolto inizia il processo di aiuto. Se da una parte il paziente vede conservata la sua dignità diventando protagonista e attore nelle cure che gli vengono proposte, dall’altra il medico impara a porre l’attenzione sulla totalità della persona e non solo sulla malattia. Non occorrono frasi o discorsi particolari per riflettere... la sofferenza stessa e l’avvicinarsi della fine della vita sono di per sè motivo di meditazione. I miei pazienti stanno tutti salutando la vita: c’è chi lo fa con rabbia, chi con rassegnazione, chi è disperato, chi invece è riuscito ad accettare la malattia e la prognosi infausta. Secondo Elisabeth Kubler Ross (psichiatra ed autrice del libro Sulla morte e sul morire, n.d.r) ogni malato che vive l’ultima fase della vita attraversa questi diversi stati d’animo in modo faticoso… e in ogni momento ha bisogno di essere accompagnato e ascoltato. Sicuramente lo stare a contatto con la realtà dei miei pazienti, entrare nelle loro case, gioire con loro, ascoltare i loro silenzi e condividere le loro preoccupazioni non è sempre semplice... ma è una parte importante del mio essere medico. Un anonimo ha scritto che «occorre imparare dall’albero che sopporta tutto il calore del sole per regalare agli altri la freschezza dell’ombra», ed io mi auguro di riuscire a regalare un po’ di quella «freschezza» tutti i giorni... «Cosa ti dà soddisfazione e gratificazione nel tuo lavoro? Sicuramente il fatto di aver cercato di garantire una buona qualità di vita al mio paziente, di aver rispettato la dignità della persona fino all’ultimo 16

Simona nasce a Milano il 5 febbraio 1968. Meneghina di nascita e formazione, dardaghese di discendenza e passione. Dopo gli studi classici si laurea in Medicina e Chirurgia (1994) presso l’Università degli Studi di Milano. Ancora studentessa (1989) conosce la realtà delle cure palliative causa l’ammalarsi e la morte del padre. In questo periodo entra in contatto con il dottor Cesare Carozzo che in seguito, una volta laureata, la chiama (1995) a far parte della sua équipe e così inizia a collaborare con l’Unità di Terapia del Dolore e Cure Palliative presso l’Ospedale di Vimercate (Mi). Relatrice in alcuni corsi di aggiornamento rivolti ai medici e agli infermieri, dal 1999 a tutt’oggi presso l’Università di Milano-Bicocca partecipa come docente al seminario sulle Cure Palliative rivolto agli studenti del terzo anno del corso di laurea in Scienze Infermieristiche. Da 12 anni svolge l’attività intraospedaliera ed extraospedaliera presso l’ospedale lombardo, dedicandosi all’assistenza dei malati oncologici in fase terminale.


istante di vita e anche dopo la morte... in altre parole l’essere stata utile ad una persona… all’uomo. Può sembrare poca cosa, ma ti assicuro che questo è molto gratificante. Non incontrerò mai, per le strade di questo mondo, uno dei pazienti che ho assistito in questi dodici anni, ma incrocio ancora i loro familiari e la loro gratitudine e il loro affetto mi fanno capire che sono sulla strada giusta. «Qual è il confine per te tra ‘tecnica’ e ‘sentimento’?» I miei maestri mi hanno insegnato che le cure palliative mettono a disposizione del paziente molta umanità e poca tecnologia. Questo non significa che un palliativista non sia «tecnicamente» preparato, ma che tecnica e sentimento devono convivere in un buon medico. Solo grazie al «sentimento» ho l’opportunità di conoscere veramente e di confrontarmi con i miei pazienti e con le loro famiglie. Ed è questo arricchimento emotivo che mi permette di crescere sia dal punto di vista umano che da quello professionale, e di proteggere nella fase terminale della vita, la dignità umana dall’eccessivo tecnicismo.

A proposito di sentimenti... vorrei ringraziarti per aver voluto affrontare con me una tematica così difficile come quella della morte, attraverso le mie esperienze e l’analisi del mio lavoro. Mi sono fatta lusingare dall’idea che insieme avremmo realizzato un articolo per i lettori de l’Artugna, e ora che ci siamo riusciti la soddisfazione è immensa. E questo soprattutto perché l’Artugna fa parte delle mie letture da sempre, è un modo per sentirsi più vicini agli affetti… alla famiglia, anche a quelli che non ci sono più ma che continuano a vivere in noi. «Simona, anche se vivi e lavori lontano da Dardago, quali passioni e ricordi ti legano ancora alle crode dei nostri monti?»

sto»... e le ore di ricamo dalle suore (ero negatissima!). Poi si ritornava a Natale e a Pasqua, e si ritrovavano gli amici di sempre: chi abitava a Milano, chi a Venezia, chi a Torino, ma per tutti il punto di ritrovo era Dardago. Sono ricordi bellissimi che nessuno potrà mai cancellare... E poi c’è... e ci sarà sempre un motivo per venire a Dardago e sentirsi a casa: i miei nonni Antonio e Rosa e il mio papà Italo hanno deciso di tornare proprio lì al termine della loro vita, circondati per sempre dai loro monti... dalla loro terra... insomma di tornare per sempre a casa! Grazie ancora Vittorio...

I ricordi sono molti, moltissimi direi: ci sono quelli più sfumati dell’infanzia e quelli più chiari dell’adolescenza. Pensa, il ricordo del mio primo bacio è legato ad una «estate dardaghese»! Già… Dardago fa parte di me, della mia vita: le vacanze estive le ho sempre trascorse lì... ore e ore seduti a parlare sul muretto della chiesa… e le prove per il «Dardago-

Parte dell’équipe di cure palliative e terapia del dolore, diretta dal dr. Giorgio Gallioli e composta da 5 medici, 5 infermieri, 2 psicologhe, un fisioterapista, un assistente spirituale e una coordinatrice dei volontari.

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Bazzani del 1890

opera 387 Inaugurazione del restauro dello storico organo della Parrocchiale di Budoia Mons. Giuseppe Lozer nel suo libro «Budoia Cenni storici» così scrive sull’opera inaugurata: «1890. La ditta Bazzani, successori di Callido, ben noti costruttori, colloca l’organo nuovo. La popolazione è esultante e gode nelle domeniche e feste, di sentire voci svariate del magnifico complesso strumentale».

La comunità di Budoia ha vissuto con intensa emozione, il momento tanto atteso, risentendo, dopo oltre trent’anni, le note dello storico organo Bazzani. È il 30 settembre 2007. La chiesa parrocchiale, gremita di fedeli, ha accolto le autorità: il Sindaco Antonio Zambon con la giunta comunale, i Consiglieri Regionali Gina Fasan e Daniele Gerolin, il Presidente della Provincia Elio De Anna, il Comandante della Stazione Carabinieri di Polcenigo Claudio Zambon e i Presidenti delle Associazioni di vo-

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lontariato di Budoia. Con il Vescovo hanno concelebrato il suo Segretario particolare don Alessandro Tracanelli, il parroco don Adel Nasr, don Massimo Carlo, don Maurizio Busetti, il cappellano festivo delle nostre comunità don Tommaso, sacerdote lituano studente a Venezia, il cappellano della Comunità cattolica della Base Usa; più tardi è giunto il Vicario Foraneo don Lorenzo Barro. Dopo l’indirizzo di saluto del Parroco don Adel, che ha ringraziato la Regione Autonoma Friuli Venezia


Giulia, la Fondazione CRUP e la popolazione di Budoia per aver finanziato il restauro, effettuato dalla Ditta Francesco Zanin di Gustavo Zanin di Codroipo, il Vescovo Monsignor Poletto ha impartito la benedizione e subito dopo l’organista m° Stefano Maso di Vittorio Veneto, protagonista di importanti festival organistici internazionali, ha suonato il Preludio di Vincent Lubeck. La Santa Messa, nell’anniversario della Dedicazione della Chiesa (1850) è stata accompagnata dalle corali di Budoia, della Pieve di Dardago e dal Collis Chorus di Santa Lucia sotto la guida del m° Fabrizio Zambon. Attesa l’omelia del Vescovo, carica di contenuti e di significati: ha subito precisato che le nostre chiese non sono solo un patrimonio culturale o luogo di teatro e di spettacolo ma luogo di preghiera, per avvicinarci di più a quel Dio che nè la terra, nè i cieli e i cieli dei cieli possono contenere, ma che si è fatto a noi vicino e condivide il nostro cammino e le nostre fatiche. Dopo aver ricordato che le dodici croci sulle colonne del tempio sono il segno della consacrazione, ha esortato tutti dicendo: «In questa chiesa, molti avranno ricevuto i diversi sacramenti, avranno accompagnato al Battesimo i propri figli, avranno dato l’ultimo saluto terreno ai propri cari, e si radunano la domenica per lodare e benedire il Signore. Ecco la Chiesa, ecco il Tempio Santo di Dio e tutto ciò che è racchiuso in esso, va custodito con cura, preservato con dedizione e devozione, perchè è segno della presenza del Signore». Terminata la Santa Messa, la gente si è soffermata a guardare la balaustra in legno dell’organo, sobriamente adornata di fiori, e ad ascoltare, ammirata, le note dello strumento restaurato. È stata una giornata indimenticabile per la nostra Comunità, alla quale la Parrocchia ha donato un elegante pieghevole con la foto dell’organo e notizie storiche, quale ricordo di un altro pezzo di storia che torna a rivivere grazie alla buona volontà e alla generosità di Enti e della nostra gente.

Inaspettata e preziosa presenza di un intero Flauto

L’organo di Budoia, sinora sconosciuto agli appassionati probabilmente a causa delle sue limitate dimensioni e anche per il fatto che da molti anni giaceva in istato di totale abbandono, tanto che era l’unico organo della Diocesi ad essere ancora sprovvisto di elettroventilatore, si sta rivelando invece strumento di grande interesse storico-musicale. Il primo lotto del restauro ha permesso di verificare l’alta qualità costruttiva del materiale fonico, pur se realizzato in periodi diversi e la presenza, inaspettata e preziosa, di un intero Flauto, opera del celebre organaro Gaetano Callido, registro evidentemente nel possesso dei Bazzani, successori del grande maestro veneziano. Il totale abbandono ha però consentito una conservazione totale dell’opera, che è giunta sino a noi completa in ogni sua parte originale. Il restauratore è dovuto intervenire in profondità dato l’estremo degrado sia delle parti lignee, in specie dei somieri, sia delle meccaniche, che del materiale fonico. L’intervento sui somieri si è rivelato particolarmente impegnativo onde poter offrire

MARIO POVOLEDO CON LA COLLABORAZIONE DI FULVIA MELLINA

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idonee garanzie di durata e funzionalità. A restauro concluso, si è desunto che l’organo appare ancora appartenere alla fase classica dell’organaria veneziana e contraddistinto da una voce brillante, luminosa e vivace, ma mai aspra né aggressiva. Si tratta di uno degli ultimi esemplari di strumenti artistici realizzati in Diocesi secondo i canoni della più pura tradizione prima del decadimento prodotto dall’affermarsi della spersonalizzata organaria industriale ceciliana. Intonazione finale, accordatura e regolazione delle meccaniche appaiono condotte a regola d’arte. LORENZO MARZONA

Alcuni significativi momenti della cerimonia religiosa d'inaugurazione del restauro dell'organo con la partecipazione del Vescovo mons. Ovidio Poletto, delle corali di Budoia e Dardago, del Collis Chorus e delle autorità civili. [Foto: Fotottica Gislon-Aviano]


Relazione del restauro All’apertura del somiere maestro, si è subito riscontrata la marcata presenza di tarli nonché delle vistose spaccature del legno dovute probabilmente agli effetti del sistema di riscaldamento ad aria calda, che per fortuna ora è stato sostituito da un impianto a tubi radianti posti entro la pedana lignea sistemata sotto i banchi. È stato quindi necessario aprire completamente sia il somiere maestro che quello del pedale poiché entrambi versavano in cattive condizioni. Una volta disassemblati, si è provveduto a togliere tutte le guarnizioni in pelle perché ormai irrecuperabili e a trattarli nuovamente contro i tarli utilizzando Permetar in petrolio e per le parti da consolidare Paraloid B72. Tutti i piani di battuta sono stati rettificati per assicurare una tenuta stagna dell’aria; i canali sono stati impermeabilizzati utilizzando colla a caldo, di origine animale. I ventilabri sono stati ripuliti dalle incrostazioni e tutte le pelli ormai rinsecchite sono state sostituite avendo cura di confezionare le nuove come le originali. Le coperte sono state risanate per mezzo d’impacchi d’acqua tiepida, le viti di fissaggio sono state disossidate e, successivamente, reimpiegate. Anche in questo caso tutte le impellature nuove sono state rifatte prendendo ad esempio le originali. Le canne in legno sono state anch’esse restaurate reincollando le spaccature, impermeabilizzando le pareti interne con colla caravella e sostituendo, in questo caso solo dove necessario, le pelli di tenuta

d’aria ai tamponi ed alle portine delle bocche. Il crivello, trovato in discreto stato di conservazione, è stato ripulito dalle incrostazioni di polvere e gli appoggi consolidati per assicurare un’adeguata stabilità alle canne. Il mantice è stato ripulito, le parti lignee che presentavano spaccature reincollate, le pelli logore sostituite sia per quanto riguarda le pieghe del mantice che delle pompe di caricamento. È stato installato un elettroventilatore speciale per organi che invia l’aria al mantice attraverso una valvola di regolazione del flusso d’aria. È stato rifatto l’impianto d’accensione del ventilatore e d’illuminazione del leggio della consolle. Tutte le perdite delle condotte del vento sono state riparate sostituendo anche le guarnizioni in pelle d’agnello. Le tavole di riduzione delle meccaniche sono state trattate contro i tarli, con uso di Permetar in petrolio, i catenacci sono stati disossidati per mezzo di rimozione meccanica e quindi ricoperti con un sottile strato facilmente

rimovibile di Paraloid B72. Tutti i tiranti in ottone, ormai irrecuperabili, poiché troppo incruditi, sono stati sostituiti con altri della stessa natura e dimensione. Le manette di comando dei registri sono state ripulite. Riportati i materiali in chiesa, si sono rimontati entro la cassa avendo cura di rispettare il posizionamento originale. Tutti i fissaggi sono stati eseguiti utilizzando le viti originali e, ove necessario sostituite, con altre della stessa tipologia. È stata infine effettuata l’intonazione con l’avvertenza di rispettare nel modo più assoluto le geometrie dei corpi fonici (bocche soprattutto) operando esclusivamente sull’allineamento dei labbri e, ma di poco, sull’apertura delle punte dei piedi. Con l’utilizzo di specifici frequenzimetri è stato effettuato un controllo statistico dell’altezza dei suoni al fine di trovare il corista ed il temperamento che più garantivano il rispetto dei corpi fonici originali. FRANCESCO ZANIN

ISCRIZIONI SUL LISTELLO SOPRA LA TASTIERA

Premiata Fabbrica Veneta d’Organi di

Pietro e nipoti Bazzani Successori

Nacchini e Callido VENEZIA

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da Dardàc...

ai poli [ verso il Polo Nord

terza ed ultima parte

Negli ultimi due numeri, siamo partiti dalla piazza di Dardago e, seguendo il meridiano che congiunge il Polo Nord al Polo Sud passando per il nostro campanile, con un lungo viaggio virtuale di 15.120 chilometri siamo arrivati al Polo Sud. Vogliamo provare ad arrivare fino al Polo Nord?

di Roberto Zambon

Siamo all’ombra del campanile; il nord è in direzione dei ripetitori in Ciastaldìa. Proprio a 150 metri ad est delle antenne passa il meridiano che unisce Dardago al Polo Nord. Aggrappiamoci, con la fantasia, a questo filo e cominciamo il nostro viaggio. Dopo 220 metri arriviamo in Piazzetta del Cristo, passando sopra le ciase de Ite e dopo mezzo chilometro attraversiamo l’Artugna. Passando sopra il col Sant’Agnol e Brognasa ci dirigiamo verso Ciastaldìa. Arriviamo ai ripetitori dopo 3,83 chilometri e, proseguendo verso il Piancavallo, incrociamo la pista da fondo «Roncjade» a quota 1323 m. Il campanile di Dardago dista 7,5 chilometri. Il nostro meridiano punta verso Barcis, attraversiamo il greto del Cellina (un chilometro a monte del lago) e, proseguendo verso nord, passiamo a circa un chilometro ad est di Claut. Finora il nostro viaggio è stato di 24 chilometri. Tagliamo perpendicolarmente la Val Settimana e il

nostro meridiano passa vicino al monte Pramaggiore. Proseguendo il viaggio, transitiamo tra Forni di Sopra e il rifugio Giaf, lasciamo sulla nostra sinistra il Passo della Mauria e raggiungiamo Santo Stefano di Cadore. In linea d’aria siamo a 56 chilometri dalla piazza di Dardago. Puntiamo verso San Nicolò di Comelico e, dodici chilometri più a nord, attraversiamo il confine con l’Austria. Dopo 10 chilometri, ad Abfaltersbach, attraversiamo il fiume Drava e la strada che porta collega Dobbiaco a Lienz. Siamo nel Tirolo Orientale. Proseguendo verso nord la regione diventa sempre più montuosa. Tra queste montagne troviamo il paese di Matrei on Ostirol e poi ancora montagne. Siamo nella zona degli Alti Tauri. Finalmente un po’ di pianura: siamo a Stuhlfelden, nel Salisburghese. Ancora montagne, stiamo attraversando il distretto di Kitzbühel – famoso per le sue piste di discesa, e ci avviciniamo al confine con la Ba-

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viera (Germania). Quando arriviamo al confine, abbiamo percorso 175 chilometri. Le montagne diventano colline boscose e possiamo intravedere ampi pianori. Poi la vista si allarga. Ci affacciamo su un esteso altipiano (circa 600 metri s.l.m.) e il nostro meridiano ci conduce fino alla riva orientale del lago Chiemsee, chiamato anche il «mare della Baviera» per la sua estensione. In una delle sue isole si erge il castello di Herrenchiemsee costruito da Re Ludwig II. Ad est, sulla nostra destra, a 40 chilometri, in territorio austriaco,

si trova la splendida città di Salisburgo. Riprendiamo il cammino verso il nord. Proprio sul 48° parallelo, troviamo la cittadina di Altenmarkt an der Alz e poco dopo, mentre passiamo alla periferia di Engelsberg, ci troviamo alla latitudine di Monaco di Baviera che si trova 60 chilometri sulla nostra sinistra. Ora Dardago è a 230 chilometri in linea d’aria. Tredici chilometri più a nord, attraversiamo il fiume Inn all’altezza di Muhldorf am Inn, cittadina di 18 mila abitanti. Sullo stesso fiume, pochi chilometri più ad est si trova il piccolo vil-

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Alcune delle località «solcate» dal nostro meridiano. 1. Casa natale di papa Benedetto XVI a Marktl. 2. Neve in Comelico. 3. Zona dei fiordi norvegesi in estate. 4. Porticciolo nell’isola di Møn (Danimarca). 5. Castello di Elsinore (Danimarca).

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laggio di Marktl, ora balzato all’onore delle cronache per aver dato i natali a Papa Benedetto XVI. Dopo aver superato il Danubio nei pressi di Straubing, arriviamo al confine con la Repubblica Ceca. Ormai abbiamo percorso quasi 400 chilometri. Il breve percorso nel territorio Ceco (circa 80 chilometri) è caratterizzato da un territorio poco abitato, molto boscoso, ad una altitudine media di 600 metri. Il più grosso centro è la città di Pilsen (160 mila abitanti) che lasciamo una sessantina di chilometri sulla nostra destra. Plzeñ (in Ceco) è famosa per la sua birra Pilsener, e per gli stabilimenti delle automobili Škoda. Più vicino al nostro meridiano (20 chilometri ad est) è il rinomato centro termale di Karlsbad o Karlovy Vary. Il nostro viaggio prosegue ancora in Germania e precisamente nella Sassonia che fino al 1990 faceva parte della Germania Est. La zona è molto boscosa e piena di laghi. Proseguendo verso nord, i boschi si diradano, l’altipiano degrada lentamente. Dopo circa 100 chilometri arriviamo alla periferia di Lipsia (o Leipzig) storica ed importante città di circa 500 mila abitanti. Ci troviamo a 587 chilometri da Dardago. Il nostro viaggio verso il polo ci porta ad attraversare un altro Stato tedesco (o Land), il Brandeburgo. Il meridiano che ci fa strada, attraversa proprio la omonima capitale. 50 chilometri sulla nostra destra si trova Berlino, la capitale federale della Germania. L’ultimo Land tedesco che attraversiamo è il Meclemburgo – Pomerania, quasi completamente pianeggiante, ricco i laghi, che si affaccia sul mar Baltico. Tocchiamo il mare 30 chilometri a nord est dell’importante porto di Rostock. Le coste sono molto diverse da quelle che siamo abituati a vedere alle nostre latitudini. Queste spiagge sono formate da una sabbia bianchissima, spesso spazzata da un forte e freddo vento. Ci apprestiamo ad attraversare il mare, ma si tratta di un volo molto breve, 53 chilometri, perché arriviamo presto sulle coste selvagge della Danimarca e più precisamente sulle scogliere della piccola isola di Møn. La superiamo in un attimo e siamo di


nuovo sul mar Baltico; dopo una sessantina si chilometri sopra il mare arriviamo sulle coste della Zelanda, la maggiore isola dello stato danese. Seguendo il meridiano arriviamo presto in pieno centro di Copenaghen, la capitale danese. Vi avevo detto che non sarebbero mancate le sorprese durante il nostro viaggio! Il meridiano che congiunge i due poli, passando per Dardago, tocca anche il centro di due importanti capitali europee, Roma e Copenaghen! A poche centinaia di metri sulla nostra destra c’è la famosa statua della Sirenetta, il simbolo della città. Il nostro campanile è a 1.068 chilometri più a sud! Sarebbe bello fermarsi a fare i turisti, ma il viaggio è ancora lungo. Ripartiamo verso nord e in breve arriviamo a Helsingoer o Elsinore città famosa per il castello di Kronborg dov’è ambientata la storia di Amleto. Poco dopo, ancora il mare per arrivare dopo circa 100 chilometri sulle coste sud occidentali della Svezia, nei pressi della cittadina di Falkenberg. Il meridiano risale le coste svedesi, portandosi progressivamente verso l’entroterra. Inizialmente il territorio è prevalentemente pianeggiante e non molto abitato, poi arriva una zona ricca di laghi e di boschi. Passiamo a 30 chilometri ad est di Goteborb, seconda città della Svezia e maggior porto della Scandinavia. È sede di importantissime industrie automobilistiche, chimiche ed elettroniche. Più a nord troviamo sul nostro cammino il Vänern che è il più grande lago della Svezia e il terzo lago più grande di tutta Europa. Ha una superficie di 5.650 km2. Tanto per farci un’idea, il Lago di Garda, che è il più vasto d’Italia, ha una superficie di 370 km2, cioè 15 volte più piccolo. La Svezia è lunga più di 1500 chilometri e per 1200 confina con la Norvegia. Dal lago Vänern, il nostro meridiano sale sempre nel selvaggio territorio svedese, parallelamente al confine per circa 500 chilometri. Ad un certo punto passiamo a circa 100 chilometri più ad est di Oslo, la capitale norvegese. Quando entriamo in Norvegia, siamo ormai ad una

Tabella delle distanze, in linea d’aria, dal campanile di Dardago LATITUDINE

Dardago – campanile Polo Nord Polo Sud Località lungo il meridiano del campanile Piazzetta del Cristo – Ciase Ite Greto Artugna Ripetitori in Ciastaldìa Pista Fondo Piancavallo Greto Cellina a Barcis Claut Monte Pramaggiore (1,3 km ad ovest del) Forni di Sopra (2,5 km ad ovest di) Santo Stefano di Cadore Confine con l'Austria Abfalthersback (Fiume Drava) Matrei on Osttirol Stuhlfelden (Salzburg) Confine con la Germania (Baviera) Chieming sul lago Chiemsee Alten Marckt an der Altz Engelsburg (60 km ad est di Monaco) Muhldorf am Inn Confine con la Repubblica Ceca Confine con la Germania (Sassonia) Lipsia Brandeburg (50 km ad ovest di Berlino) Mar Baltico (30 km a nord est di Rostock) Isola di Møn (Danimarca) Isola Zelanda (Danimarca) Copenaghen Helsingoer o Elsinore (Castello di Amleto) Coste della Svezia Confine con la Norvegia Zona dei Fiordi Circolo Polare Artico Isole Sualbard Polo Nord

latitudine (63° 51’) in cui il clima è molto rigido. Ci troviamo 400 chilometri più a nord di Oslo, nel Nord Trondelag e qui, per larga parte dell’anno, la terra è ricoperta da neve e ghiaccio. Per circa 150 chilometri attraversiamo questa zona centrale della Norvegia senza trovare centri abitati di una certa importanza e ci troviamo nella zona dei fiordi norvegesi. I fiordi rappresentano, in un ambiente irripetibile, la più grande attrazione turistica scandinava. Sono il risultato di milioni di anni di erosione dei ghiacci che hanno permesso al mare di penetrare le montagne. Alcuni fiordi entrano nella terraferma per molte decine di chilometri rendendo possibile anche un clima piuttosto mite per que23

gradi

primi

secondi

46

3

11

km

4.884,11 15.120,47 46 46 46 46 46 46 46 46 46 46 46 46 47 47 47 48 48 48 49 50 51 52 54 54 55 55 56 56 63 65 66 78 90

3 3 5 7 11 16 21 25 33 40 45 59 17 38 53 0 7 14 36 23 20 24 27 56 34 40 2 52 51 7 33 23 0

18 27 15 12 46 4 47 29 29 3 23 46 15 4 33 0 0 22 57 58 18 44 52 42 24 0 13 10 2 10 0 43 0

0,22 0,49 3,83 7,44 15,90 23,86 34,45 41,31 56,12 68,29 78,17 104,81 137,19 175,75 204,43 216,38 229,34 242,99 395,95 483,04 587,39 706,74 934,81 988,22 1058,05 1068,42 1109,58 1202,10 1977,95 2118,97 2277,96 3594,40 4884,11

ste latitudini. Da quando siamo partiti abbiamo percorso 2120 chilometri, cioè neanche la metà della distanza tra Dardago e il Polo Nord. Ma il resto del nostro viaggio non offre molto da descrivere. Una volta lasciata la terraferma ci aspetta un lungo volo sul Mar di Norvegia verso il Polo. Attraversiamo il Circolo Polare Artico (latitudine 66° 33’) e dopo 1500 chilometri dai fiordi, arriviamo sulle isole Sualbard. Attraversiamo 150 chilometri di montagne ricoperte quasi perennemente dai ghiacci e quindi, dopo altri 1135 chilometri di mare e ghiaccio arriviamo alla nostra destinazione: latitudine 90° 0’, il Polo Nord. Dardago è a 4.884 chilometri.


Il restauro dell’edicola sacra era iniziato in sordina, un’iniziativa di poche persone legate affettivamente al Capitel, invece la solidarietà, sollecitata inaspettatamente durante gli avvisi domenicali, ha coinvolto la comunità.

L’unione fa la forza «Se uno sogna da solo, è solo un sogno… se molti sognano insieme è l’inizio di una nuova realtà».

Tutto inizia sabato 4 agosto. Un rumore assordante, un cigolio di freni: un camion s’arresta davanti ai miei cancelli. Trepidazione... un brivido corre lungo le pareti… Con i tempi che corrono! Un parlottare vivace e nostrano mi fa subito cambiar parere. Sono arrivati Pietro Del Maschio Fantin, Oscar

Angelin e Ilir Gjoka (Libero) con il materiale per il mio leefting. Incuriosita dai rumori «sospetti», giunge Gigia Carlon, la mia inseparabile ed infaticabile custode, seguita da Mario Puppin Budelone, che ha fermamente sostenuto la proposta di ripristinare il vecchio tetto di coppi per darmi completezza. Altri seguono a ruota: in un batter d’occhio i contradaioli di via Lunga si rovesciano in piazzetta Carlon. C’è gioia nell’aria per un sogno che si sta avverando! Mentre Oscar ritocca la cornice, Piero completa il tetto con le tegole e Ilir – pur di altro credo – partecipa volontariamente come gli altri ai lavori edilizi; giunge, poi, Luciano Angelin Pelat a controllare l’impianto elettrico. Herbert Barmoser calcola con serietà i tempi del suo intervento per la tinteggiatura interna ed esterna, prima dell’arrivo delle restauratrici. Tutti si sentono in dovere di partecipare in qualsiasi modo a questo inizio di restauro, e tutti all’insegna del volontariato. Maria Diana Sconsor, sempre attenta ad abbellire con i suoi ricami, così pure Adriana Bravin Caselut con Marina Gentile Puppin pensano già alle splendide tovaglie 24

che abbelliranno il mio altare. Sono a ringraziare di cuore – anche a nome di Gigia e Ornella Carlon, Giorgio Nascimbene e Vittorina – tutti coloro che si sono prodigati per la buona riuscita dell’iniziativa, da chi l’ha sostenuta con il suo lavoro manuale a chi ha contribuito con offerte per il restauro dell’immagine della Madonna e del Bambino (lungo è l’elenco nominativo delle persone!). Per aver ridato il volto alla Vergine e al Bambino, un grazie alle restauratrici, Simonetta Gherbezza e Marta Bensa, che supportate dalla soprintendenza ci hanno fatto ammirare le bellezze nascoste del mio antico affresco, seppur d’arte popolare. Infine ho assistito alla recita del santo rosario e alla benedizione da parte di don Adel, in una serata di primo ottobre, di un dì in cui il cielo pareva non promettere bene. Invece! EL CAPITEL DE CARLON

*** Siamo a ringraziare tutti coloro che si sono prodigati, affinché il segno sacro, testimonianza di un atavico legame, continui a dimostrare la nostra antica tradizione religiosa.


Frammenti storici Presente nella mappa napoleonica come parte integrante della casa, l’edicola sacra è molto probabilmente coeva al fabbricato stesso del 1679: a rafforzare tale ipotesi è proprio la datazione dell’affresco che si colloca a cavallo tra il XVII-XVIII secolo. Dalle testimonianze raccolte una trentina d’anni fa, è emerso che il segno sacro subì un restauro, negli anni ’50 del secolo scorso. Il tetto fino a quel periodo era ricoperto di coppi e la parte muraria lasciava intravedere la trama di sasso. L’affresco, opera di pittore ignoto, fu ritoccato negli anni ’30 del 1900 dall’artista locale Giovanni Battista Soldà Maniach e negli anni ’60 subì ulteriori ritocchi da Umberto Del Maschio. L’edicola è sempre stata luogo di sosta durante i riti processionali e in tali occasioni era ed è addobbata con particolari cure, non solo dai proprietari bensì da tutte le donne del vicinato. Qui, durante la processione del Corpus Domini, era impartita la benedizione eucaristica. A CURA DI VITTORINA CARLON

Herbert durante il lavoro di tinteggiatura. A fianco. I volontari al lavoro. Da sinistra: Ilir (Libero), Piero, Oscar e Mario. In alto. Simonetta e Marta impegnate nel restauro.

Voce alle restauratrici Il dipinto murale, visibile dopo il restauro, eseguito con colori a tempera ed a calce, è stato probabilmente realizzato nel XX secolo. Raffigura la Madonna del Rosario in gloria con Bambino in braccio e misura 144x240 cm. Si presentava in mediocre stato di conservazione presentando la policromia originaria del fondo completamente ricoperta da due strati di colore. La Madonna e il Bambino apparivano ridipinti con ritocchi cromaticamente alterati che non permettevano una lettura corretta del manufatto. L’opera è stata ripetutamente dipinta: negli anni ’30, fu ritoccata dall’artista locale Giovanni Battista Soldà, mentre negli anni ’60 ha subito ulteriori ritocchi da parte di Umberto Del Maschio. La policromia appariva inoltre sollevata, decoesa nonché caduta in più zone. Dopo avere eseguito vari saggi di pulitura, è stato deciso di asportare gli strati di ridipinture più recenti realizzati con colori acrilici. Ciò ha permesso di portare alla luce un fondo, probabilmente originario, molto rovinato e poco definito, realizzato con l’edicola (XVII sec.?) ad affresco. Sulle figure non è stato possibile arrivare alla policromia originaria, perché molto lacunosa; abbiamo, quindi, ritenuto opportuno mantenere gli strati realizzati nel XX 25

secolo, eliminando soltanto i ritocchi che deturpavano i volti ed il panneggio.

Operazioni di restauro Fissaggio. Il colore sollevato è stato fatto riaderire con caseinato di calcio al 3%. Sulle zone decoese abbiamo applicato a pennello del Nanocal all’1%. Pulitura. In questa fase d’intervento abbiamo asportato le ridipinture acriliche mediante acetone. Stuccatura. Sulle zone prive di policromia si è steso dello stucco costituito da calce lafarge ed inerti, al fine di uniformarne la superficie. Ritocco. Si è proceduto ad un’estesa integrazione pittorica sulle parti mancanti e sulle stuccate con colori ad acquerelli, al fine di riequilibrare l’apparato policromo del dipinto. SIMONETTA GHERBEZZA

Dopo il rito religioso, la serata d'inaugurazione del restauro si è conclusa con un incontro conviviale curato da Andrea Biscontin, Ornella, Gianna, Giorgio e dalle donne del vicinato.


Soranomi dardaghesi di Tino Ite Se sa che a Dardàc e a Budhoia (ma ancia a Santa Luthia) ’l è sol che tre/quatro cognomi che i rapresenta la gran part de le famee, e par ’sta rasòn i nostre veci i à dovut inventasse dei soranomi par podè identificà ’na famea thentha ris’cià de confondela co’ ’n altra. Al è ancia da tìgne present che uncuoi ai canais i don tanti noms moderni, ma ’na volta i se clamava duth Bepi, Toni, Nani, Jacum, Gigi e Maria, Bepa, Teresina, Neta, Gigia. Cuan che un foresto el domanda a cualchedun del paes unlà chel stà un therto Zambon o Bocus, Giuseppe o Luigi, a Dardàc, o una therta Maria o Giuseppina Carlon o Fort, a Budhoia e a Santa Luthia, se nol dis de che famea che al è, nessun i li cognos. E cussì a Dardàc al è vignut fora i Thampèla, i Pinai, i Trantheot, i Cunicio, i Pala, i Theco, gli Ite, gli Sclofa…; Quàn che ere pithol, me nona Romana Ite (par dise al vero ’l era de Parmesan, ma ’l è deventada de Ite, dopo essese maridada co’ me nono Tino, che par l’anagrafe el feva Valentino Zambon, ma duth i lo ricorda anciamò come Tino Ite) la me feva sempre la lista de chei de ’na volta co i soranomi pì curiosi e ancia ridicui. Scomithiando da la banda nord de Dardàc (a la fine de la via San Tomè) e vignendo in dho par là de Tarabin fin in platha, ciateane i Pothale Vendramin, Tita Batistela,

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Sbrindol Thelot, Conale Barisel, Pula Marcandola, Bici de Theco, General Caporal, Thiegol de Stort, Bruno Bonaparte. Chisti ’l è chei che mi me pense in te ’sta spece de filastroca che me nona la me contava par fame ride, ma cuàn che ere pithol me pense ancia de therti veci simpatici e carateristici (la gran part ’l è beldà quaranta/thinquanta ains che i ne à lassat) e che volarave ricordà unchì co’ tanta simpatia e afeto. Soi sigùr che chei de la me generathiòn i se li ricorda benòn, ancia parchè cualchedunc al era propio un sogeto. Cencio Svientol, Nible Batistela, Tino Cacamela (Trantheot), Piero Canta, Ilario Fuser, la Regina Cutha, la Marta Bronte, la Cencia Thampela, la Neta Nasona (che la steva intela ciasa rossa, intela Crosera del Crist), Berto Scroc, Nani e Bepi Cucola, la Teteca, Nani Pantha, Paolin Bocus, Paol Basso, Severino Luthol e i so fradiei, Toni, Gigi e Gino; Bepi Scopio (i lo clamava Scopio pal rumor del so trator su pa’ la Riva del Capelan), Vitorio de la Geia (chel ’l era stat in Frantha e ’l clamava el quartin de vin negre «supin»), Biòn Ite (me bisnono), la Nuta de la Rossa, Svaldin Marin, Andolùt Marin (detto Marini), Ostìn Bocus, Bramo Thisa, Vidio Muci (che al è stat nonthol par pì de thinquanta ains). E tanti altres che adès fathe fadia a mete a foc, ma che i meritarave ancia lor de esse ricordadi parché i era duti brava dhent e duti insieme i à fat la storia del nostre bel paesut.


Mi no torne pì a ciasa… 1915. «…pare, mi no torne pì a ciasa, no torne pì a ciasa…». Queste furono le ultime disperate parole del giovane diciannovenne Agostino Cariola, classe 1896, sussurrate al padre prima di partire per la guerra, la Grande Guerra del ’15-’18. E così fu. A casa non fece più ritorno. Un giorno un telegramma comunicò ai famigliari il suo «sacrificio per la Patria». Da mio nonno Toni, suo fratello, ho sempre sentito raccontare che, soprattutto appena finita la guerra, lo ha cercato ovunque sapesse ci fosse una possibilità di trovarlo, ma invano. Forse a causa della non conoscenza o della mancanza di informazioni precise o della sfortuna, nonno Toni non è mai riuscito a trovare il fratello e a lenire almeno in parte il dolore dei genitori per la perdita del loro ragazzo. Grande rimpianto che si è portato nel cuore per sempre. 2007. Questa estate appena giunta a Dardago mia cugina Daniela, non senza emozione, mi comunica che essendo stata informata che nel cimitero militare di Asiago era sepolto un certo Agostino Vettor, si è recata là e ha trovato la sepoltura del nostro prozio. Io non l’ho mai conosciuto di persona, ma tutti noi famigliari abbiamo viva nella mente la sua foto in divisa militare, gigantesca, appesa nella camera dei nonni a perpetuo ricordo. Ecco dunque nascere immediata la decisione di andare di persona a rendere omaggio allo zio mai conosciuto, ma sempre presente nel ricordo e nel pensiero. Quindi con mio cugino Enrico e la moglie, lo zio Agostino (così chiamato in suo ricordo) e mia mamma ci siamo recati all’Ossario Militare di Asiago. Giornata cupa, grigia e tempestosa, come cupi e tristi erano i miei pensieri. Sì, l’abbiamo trovato. Il Soldato Vettor Agostino... era là. Per noi era solo «lo zio Agostino». Erano novant’anni che aspettava una visita, un

saluto, una preghiera dei suoi cari… «…un po’ tardi, dirai, ma ti abbiamo trovato, zio. Sappi comunque che se il tuo corpo era lontano, in un posto che non sapevamo, tu sei sempre stato in mezzo a noi e nelle mie preghiere». Per noi è stato un turbamento e una forte commozione vedere il tuo nome là in mezzo a così tanti giovani che come te non sono più tornati a casa, che hanno donato la loro vita al Veneto, al Friuli… e tu anche a Dardago. Grazie zio, riposa in pace. ADELAIDE BASTIANELLO

In alto. Il giovane Agostino Vettor prima di partire per il fronte nella Prima Guerra Mondiale (1914). Sopra. Il cimitero militare di Asiago e la lapide della sepoltura del soldato Agostino.

ANNO 1915 SOLDATI DI TERRA E DI MARE L’ORA SOLENNE DELLE RIVENDICAZIONI NAZIONALI È SUONATA. SEGUENDO L’ESEMPIO DEL MIO GRANDE AVO ASSUMO OGGI IL COMANDO SUPREMO DELLE FORZE DI MARE E DI TERRA CON SICURA FEDE NELLA VITTORIA CHE IL VOSTRO VALORE, LA VOSTRA ABNEGAZIONE, LA VOSTRA DISCIPLINA SAPRANNO CONSEGUIRE. IL NEMICO CHE VI ACCINGETE A COMBATTERE È AGGUERRITO E DEGNO DI VOI, FAVORITO DAL TERRENO E DAI SAPIENTI APPRESTAMENTI DELL’ARTE. EGLI VI OPPORRÀ TENACE RESISTENZA MA IL VOSTRO INDOMITO SLANCIO SAPRÀ DI CERTO SUPERARLO. SOLDATI A VOI LA GLORIA DI PIANTARE IL TRICOLORE D’ITALIA SUI TERRENI SACRI DELLA NATÌA TERRA CHE LA NATURA POSE AI CONFINI DELLA PATRIA NOSTRA. A VOI LA GLORIA DI COMPIERE, FINALMENTE, L’OPERA CON TANTO EROISMO INIZIATA DAI NOSTRI PADRI. VITTORIO EMANUELE GRAN QUARTIERE GENERALE · 24.05.1915

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UN NUOVO STEMMA PER LA COMPAGNIA GENIO PIONIERI E GUASTATORI «JULIA»

Alfredo Zambon un artista al servizio degli Alpini di Luciano Bocus

Domenica 30 settembre, sul monte di Muris di Ragogna (Ud), si sono ritrovati, per il loro VI raduno annuale, i «veci» della «Pio Pio», la Compagnia del Genio Pionieri e Guastatori della Julia. Motivo di tale incontro è stato il 55° anniversario dall’inizio dei lavori stradali che dal paese di Muris crearono un transito per la cima del monte suddetto, toccando lungo il tragitto la chiesetta di San Giovanni in monte.

greco-albanese, nell’affondamento del piroscafo «Galilea» nelle prime ore del 29 marzo 1942. Per gli abitanti della zona, nelle difficoltà del dopoguerra, la costruzione della strada fu momento ed occasione di particolari possibilità di sviluppo, tra le tante quella di poter metter mano alla chiesa di cui sopra, che ora infatti è dedicata agli Alpini della Julia. A tal proposito al suo interno sono con-

ta a mano. La stessa è stata quindi benedetta e posta a fianco di quelle già presenti. Doverosamente ricordati, ringraziati ed applauditi il gen. di Corpo d’Armata già comandante della «Pio Pio», Vittorio Bernard, l’infaticabile organizzatore e promotore della manifestazione M.llo d’Italia Bruno Sancardi, non si è potuto tralasciare di consegnare ad Alfredo una pergamena

servati gli stemmi dei reparti più significativi di tale brigata. Tra i tanti però mancava quello della nostra Compagnia. Facendo parte del comitato organizzatore mi sono rivolto al compaesano ed alpino Alfredo, che si è prodigato nella realizzazione di quella che è, a tutti gli effetti, un’opera d’arte, eseguita su lamina di rame sbalza-

commemorativa ed una Medaglia d’Argento a ringraziamento e stima per l’esemplare opera, premiazione allietata dalle strette di mano delle autorità presenti, non ultimo l’attuale Sindaco di Ragogna. Rinnovo a nome di tutti, e particolarmente mio personale, un sentito grazie all’artista Alfredo!

Momenti della premiazione.

Come di consueto nel piacere di ritrovarsi è stata colta l’occasione di rinnovare il ricordo dei caduti, attraverso la Santa Messa celebrata dall’ex Cappellano Militare don Albino, seguita dalla deposizione di una corona di alloro con particolare dedica alla memoria del Battaglione Gemona, scomparso, di ritorno dal fronte

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Trovati sul Col Cornier

i resti di due militari di Massimo Zardo

I veci della gloriosa «Pio Pio» Compagnia Genio Pionieri e Guastatori «Julia» All’artista, Art.re Alpino Alfredo Zambon 3° Art.ria «Julia» Gruppo Conegliano In segno di gratitudine e riconoscenza per il dono del distintivo della nostra compagnia che ha realizzato in lamina di rame sbalzato a mano con grande arte e perizia. Il brillante successo ottenuto premia il suo impegno e capacità artistica. Congratulazioni! Accomunati nel riconoscimento, nel nome dell’alpinità i veci della Compagnia Genio Pionieri e Guastatori «Julia» qui si sottoscrivono e lasciano un ricordo. Muris (Udine), 30 settembre 2007

C’era una strana animazione la mattina del due novembre davanti al cimitero di Dardago: macchine dei carabinieri e della forestale, uomini in divisa che andavano e venivano, la porta dell’obitorio aperta. – Ciao Spedito, che succede? – I à ciatat doi morth in mont, sul Cornier, forse partigiani. Tempo prima, infatti, durante una campagna esplorativa svolta da soci del Gruppo Speleologico di Sacile per censire le grotte e le doline, le spirolongie, tanto frequenti lungo tutta la dorsale delle nostre montagne, gli speleologi avevano trovato dei resti umani appartenenti a due persone. Le ossa e i pochi altri oggetti (scarponi, bottoni e un pettine), ritrovati sotto uno strato di ghiaccio in una dolina dello Zuc Torondo sulle pendici del Col Cornier, sono stati portati proprio quel giorno al cimitero di Dardago per essere analizzati. Per questo erano presenti anche medici militari, oltre ai carabinieri, per i primi accertamenti medico legali. Si è cercato di capire a chi appartenessero quei poveri resti, se a uomini, a donne, a militari o a civili. Certamente furono uccisi con un colpo alla testa, come dimostrano i fori di proiettile presenti sui teschi, incerta invece è la loro appartenenza, anche se si tratta sicuramente di vittime della guerra civile che insanguinò il Nord Italia dopo l’8 settembre. Ricordiamo che il Friuli era stato annesso al Terzo Reich, che era occupato da truppe tedesche; in Carnia c’erano addirittura i cosacchi, ed era teatro di rastrellamenti, di rappresaglie e di scontri con i partigiani. Secondo notizie apparse sul Messaggero Veneto del 3 e 4 novembre, le modalità dell’esecuzione e dell’occultamento dei corpi, a detta degli esperti, rientravano nei metodi della divisione partigiana Nannetti che operava nella zona del Cornier ed il cui comando era nel Cansiglio, nell’autunno del ’44, mentre in Pian-

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cavallo operava nello stesso periodo la Brigata partigiana unificata garibaldina e osovana Ippolito Nievo. In questo contesto storico è però difficile attribuire con certezza una nazionalità ai due morti o stabilire la loro appartenenza all’una o all’altra formazione armata e quindi risalire agli esecutori. A fornire qualche indizio sono i bottoni delle uniformi sui quali è raffigurata un’aquila: potrebbe trattarsi di avieri della RSI catturati ad Aviano e poi trasferiti in montagna e lì uccisi. Ma ad Aviano, a presidiare l’aeroporto, c’erano anche i tedeschi della Luftwaffe e, d’altra parte, l’equipaggiamento dei militi della RSI era spesso un misto di capi militari di varia provenienza, come anche quello dei partigiani. Le prime analisi (stato delle ossa e della dentatura) indicano che con ogni probabilità si tratta di individui giovani, forse uno dei due, il più piccolo, era una donna, ma nulla, come piastrine militari, che possa far risalire alla loro identità è stato trovato. Davanti a quei poveri resti, sorge una domanda: perché? E quante altre vite spezzate e quanti altri nomi nell’elenco dei dispersi, quanti altri scheletri sepolti tra le rocce? Osservando le loro ossa, cercando di capire chi siano stati, accantonata la curiosità storico-scientifica, ci pervade un senso di tristezza. Non ha importanza per quale ideale siano morti, la ragione che li ha portati a vestire l’una o l’altra divisa: la ferocia della guerra ha comunque inghiottito le loro giovani vite, come quelle di tanti altri giovani di Dardago. La loro morte forse non farà notizia per molto ma rimanga almeno come un monito per tutti noi, ci aiuti a vivere con più umanità e rispetto. Chiunque siano, i morti del Cornier, finalmente composti in terra consacrata, riposino in pace.


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il Gruppo Artugna

ne fa 30 di Marta Zambon

16 settembre 2007. Sfilata ed esibizione dei gruppi durante la rassegna del Folclore Giovanile Regionale in piazza a Dardago.

Per il gruppo folcloristico Artugna il 2007 è stato l’anno del trentennale: in questi 30 anni abbiamo dato testimonianza delle nostre tradizioni e della cultura popolare tramite le danze e i canti, ma soprattutto abbiamo vissuto ed espresso la gioia di crescere insieme. Tra le varie iniziative organizzate per festeggiare questo traguardo, domenica 16 settembre 2007 l’Artugna ha ospitato, nell’ambito della Festa dei Funghi e dell’Ambiente, l’XI

veredo in Piano) e animata dai canti del gruppo Artugna. Successivamente i vari gruppi hanno danzato assieme la «Vinca», dando luogo ad una suggestiva coreografia attorno alla fontana della piazza. Da qui è partita la sfilata dei gruppi folcloristici verso il centro di Budoia, accompagnata dai volti incuriositi e gli applausi di chi ci incontrava. Dopo il pranzo, nell’area festeggiamenti della Pro Loco, c’è stato lo

Rassegna Itinerante del Folclore Giovanile Regionale, a cui hanno partecipato una decina di gruppi folcloristici iscritti all’AFGR. La giornata è iniziata nella Pieve di Santa Maria Maggiore di Dardago con la Santa Messa celebrata da don Adel e don Ruggero (parroco di Ro-

scambio di doni e saluti tra Lino Cadelli, da 12 anni presidente infaticabile del gruppo, la presidente dell’AFGR, il sindaco di Budoia Antonio Zambon e il presidente della Pro Loco Alessandro Baracchini. Verso le 15.30 è iniziata l’esibizione itinerante dei gruppi lungo le vie di

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Budoia. I numerosi ospiti della Festa dei Funghi e dell’Ambiente hanno potuto così rivivere le atmosfere genuine di un tempo, quando per divertirsi bastava una fisarmonica e la voglia di stare in compagnia. Per celebrare anche la nostra appartenenza ai Pueri Cantores, venerdì 9 novembre 2007 abbiamo organizzato il I Congresso regionale di Juvenes Cantores, che si è tenuto a Roveredo in Piano. Fin dalle sue origini l’Artugna infatti è iscritta alla Federazione Internazionale dei Pueri Cantores, per la sua attività anche corale legata all’animazione delle funzioni religiose. È significativo che la prima uscita ufficiale si sia tenuta proprio a Pescara, dove, all’interno del Convegno Eucaristico, aveva luogo il VI Congresso Nazionale dei Pueri Cantores. Per molti anni l’Artugna è stato l’unico coro della provincia di Pordenone ad essere iscritto ai Pueri Cantores, e ancora oggi è uno dei pochi gruppi italiani ad essere anche «gruppo folcloristico». Oggi molti dei suoi componenti non si possono più definire Pueri, ma Juvenes, anche se sono sempre legati a quei valori che animano da sempre questa organizzazione.

Nazionale Laura Crosato, non ha precedenti nella storia della Federazione, e proprio per questo è stata accolta con entusiasmo da una decina di cori. La cerimonia è stata presieduta dal Vescovo Ovidio Poletto, e concelebrata da don Adel e don Ruggero, parroci delle nostre comunità, e da don Giovanni, fondatore del gruppo Artugna. Sabato 1 dicembre, 2007, a coronamento delle iniziative volte a celebrare il trentennale, si è tenuta presso il teatro di Dardago la presentazione del libro «Gerla, s’ciapins… e s’cianpinele». L’incontro, coordinato dal presidente Lino Cadelli, è iniziato con il saluto di Antonio Zambon, sindaco di Budoia, e Renzo Liva, sindaco di Roveredo, che hanno espresso il loro riconoscimento per la vitalità del gruppo all’interno delle comunità. È intervenuto poi il prof. Guido Porro, che ha sapientemente illustrato l’opera, strutturata in 4 parti. Nella prima, dedicata alle origini, è descritto il contesto in cui nasce il gruppo, l’anno successivo al terremoto. A Porro piace sottolineare una frase di don Giovanni, «Ci sono tanti terremoti nel mondo da consolare con luce di bellezza e amore», ad indicare quasi una missione del gruppo, che non si esaurisce nei ricordi, ma è proiettato al futuro. La seconda parte è costituita da una serie di articoli che raccontano l’essenza dell’Artugna, a cominciare dai valori che la animano, efficacemente simboleggiati nello stendardo, per proseguire con i pezzi che parlano delle danze, della nostra orchestra, delle villotte friulane, dell’at-

tività dei Pueri Cantores e del nostro costume. La terza sezione è quella fotografica, che ripercorre alcuni dei momenti più significativi di questi 30 anni di cammino. Il libro si chiude con una dedica a tutte le persone che hanno costruito l’Artugna: componenti, maestri, dirigenti, senza dimenticare le famiglie, che si possono dire anch’esse parte integrante e fondamentale del gruppo. Il professor Porro ha sottolineato come nel libro testi, foto e scelte grafiche concorrano a dare un’idea chiara e genuina del gruppo Artugna, senza cadere in ripetizioni e in sterile autocelebrazione. In seguito don Giovanni ha espresso la sua gioia nel constatare che il fiorellino germogliato 30 anni fa è ancora rigoglioso e nel vedere tante bambine d’allora oggi mamme accompagnate dai figli. Ha poi inaspettatamente invitato Bisso ad accendere il registratore coinvolgendo il pubblico in uno dei primi canti, destando nei più «vecchi» un po’ di nostalgia. Questa presentazione è stata l’occasione per molti di rincontrarsi dopo tanti anni: è emblematico quanto ha detto la maestra Nadia, che prima di partire era titubante ma, appena arrivata, si è subito sentita a casa, con tata gente felice di riconoscersi e ritrovarsi.

Come acquistare il libro? • a Dardago: edicola Nives Da Pas • a Budoia: sede Pro Loco • per posta: fare richiesta per posta o per e-mail alla redazione de l’Artugna

Abbiamo quindi pensato che, come i vari gruppi di Pueri Cantores si ritrovano periodicamente nei Congressi per scoprire la gioia di cantare insieme, così fosse simpatico dedicare un momento d’incontro anche agli Juvenes Cantores. L’iniziativa, come ha sottolineato la Presidente 31


Collis Chorus

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diplomato con merito!

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di Roberto Cauz

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Il 2007 ha rappresentato per il Collis Chorus il ventesimo anno di attività: un traguardo prestigioso che deve rendere fieri tutti coloro che, a vario titolo, hanno dedicato parte del loro tempo al gruppo corale. Per le nostre prime venti candeline ci siamo «regalati» un anno di intenso lavoro, basato sullo studio e sulla ricerca della qualità vocale, augurandoci un futuro ancora lungo e ricco di soddisfazioni. Nell’ottobre di quest’anno abbiamo cominciato a mettere a frutto il nostro impegno partecipando all’undicesima edizione di «Corovivo» tenutasi a Trieste. La manifestazione a carattere regionale ha visto l’esibizione di importanti formazioni corali, che hanno presentato, davanti un folto

pubblico e ad una qualificata commissione artistica, un proprio progetto canoro. Il nostro, dal titolo «Dallo spiritual al gospel nell’esecuzione a cappella» ha cercato di cogliere in diversi momenti storici lo sviluppo di tale genere musicale, che, da sempre, è legato alla tradizione, ma che è altrettanto attento a cogliere i segni dell’innovazione in modo da suscitare un continuo interesse. I brani, tutti a «voci scoperte» hanno voluto enfatizzare, le radici ritmiche e melodiche e le innovazioni musicali di ogni autore, allo scopo di far emergere le melodie, le armonizzazioni ed i ritmi più che mai adeguati al significato della preghiera recitata, attraverso la tessitura di una «tela musicale proporzionata sia nella tra32

ma (melodia e parole) che nell’ordito (ritmo e armonizzazione)». La nostra esibizione è stata premiata dalla commissione con il «diploma di Merito». Gli obbiettivi del gruppo per il prossimo futuro sono «ambiziosi»: la registrazione di un compact disk collegato ad un progetto di solidarietà sociale, la partecipazione ad un concorso canoro di carattere nazionale, un’esibizione «oltre confine», ma soprattutto la continuazione di un sodalizio all’insegna della passione e del divertimento. Nell’augurarvi un sereno Natale ed un felice anno nuovo, vi invitiamo al nostro tradizionale appuntamento del 26 dicembre, che per l’occasione sarà ricco di sorprese.


Dal pattinaggio su rotelle al pattinaggio su ghiaccio Matteo Signora, atleta di Budoia classe 1991, dopo 9 anni di attività agonistica sui pattini a rotelle, nei quali si è laureato sempre campione regionale assoluto per ogni categoria per la quale ha corso, dalla categoria «giovanissimi» (7/8 anni) a quella «Junior» (15/16 anni), è passato alle lame sul ghiaccio. Da novembre 2006, ha iniziato con successo l’avventura di pattinare sul ghiaccio, fino ad arrivare alla convocazione con la squadra Nazionale «junior» di pista lunga, la specialità dell’olimpionico Enrico Fabris. Per un excursus cronologico sulla storia agonistica di Matteo, partiamo dal 1998 quando ancora bambino partecipò alla prima

gara (cat. Giovanissimi) con i colori della Libertas Porcia Pattinaggio Corsa, vincendo il campionato provinciale di corsa su pista piana, seguito da quello provinciale su strada. Negli anni successivi fino al 2006 ci fu un susseguirsi di vittorie, in ambito regionale, e molte altre a livello nazionale. Il migliore risultato a livello nazionale arrivò nel 2005, quando si piazzò al 2° posto nel Grand Prix, una sorta di campionato a rotelle su 13 gare, in giro per l’Italia. Nel novembre 2006, passò al ghiaccio con la Polisportiva Ghiaccio Claut, dove partecipò a 6 gare tra la specialità «short-track» e «Pista lunga», classificandosi al 5° posto nei Campionati Italiani

Il giovane atleta (quarto da sinistra) con l’allenatore e i compagni di squadra ai campionati italiani 2007. In alto. Matteo ripreso durante la gara di Coppa Italia.

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Sprint di pista lunga e vincendo la gara «closing games» a Baselga di Pinè (TN) il 3 – 4 Marzo 2007; prese parte, inoltre, ai Campionati Italiani Assoluti di «short-track» a Pontebba, classificandosi 7° posto. Dopo la doppia attività agonistica su rotelle e ghiaccio nel 2006, scelse di gareggiare solo su ghiaccio ed arrivò la prima convocazione per un allenamento di selezione con la squadra nazionale Junior di ghiaccio. Matteo ha trascorso tutta l’estate 2007 allenandosi duramente per continuare ad essere convocato con la selezione azzurra. La conferma definitiva della convocazione è arrivata lo scorso 2 novembre con la consegna delle «divise» della Nazionale. L’attività agonistica su pista lunga è iniziata il 17 novembre a Collalbo (BZ) con la gara «Opening Season International», dove Matteo ha ottenuto il 3° posto nella categoria Junior B, migliorando i propri record personali sulle varie distanze, in evidenza quello sui 1000 m abbassato di ben 6 secondi. Il calendario delle gare continua con la prima prova del «Grand Prix» a Baselga di Pinè alla fine di novembre; proseguirà con i campionati Italiani a fine dicembre e con alcune gare internazionali in giro per l’Europa, con la maglia della Nazionale. Un ringraziamento particolare va ai suoi allenatori: Elio Zonca per tutti gli anni di allenamento con le rotelle e a Mirko Lorenzi per l’ultimo anno su ghiaccio.


Dardagosto Fuori tutti per lavorare insieme! di Adelaide Bastianello

16 agosto 2007. Anche quest’anno la sagra a Dardago è ormai un ricordo. A dire il vero non ci siamo quasi neanche accorti che c’è stata la Sagra, se non fosse stato per le bandiere che ornavano il sagrato, il pozzo di San Patrizio che tanto ha divertito i bambini, i tradizionali giochi pomeridiani per i bimbi e l’immancabile banco dolciario di Ceschel, non c’era certo aria di sagra in paese. La nostra sempre splendida Pieve, superbamente vestita a festa, durante la Santa Messa era molto affollata segno che il significato della «festa dell’Assunta» è ancora sentito tra i dardaghesi, per lo meno tra gli «emigranti», nonostante tutto, c’è ancora la voglia, il desiderio di tornare alle radici in questo particolare periodo dell’anno. Almeno questo affetto è rimasto immutato nel tempo. Ma, fino a quando? I miei ricordi vanno alle innumerevoli attività che venivano preparate per la settimana di ferragosto: è perfino stata coniata la parola Dardagosto, ricordate? Molti giovani partecipavano, con il pievano in testa, nell’organizzare e preparare la grande festa del Dardagosto: collocare il palco, portare fiori, allestire la piazza per le manifestazioni, un tempo nel preparare perfino i fuochi artificiali, insomma c’era un fervore tra i dardaghesi, una gioia nel fare, nel darsi, nell’organizzare e i risultati si vedevano: i ricordi infatti ancora oggi sono vivi nella memoria di tutti noi e parlandone riaf-

fiorano sempre con tanta, tanta nostalgia. Ci sorprendiamo se i giovani vanno sempre più lontano, non vogliono più venire o rimanere a trascorrere le vacanze in paese: giusto una toccata e fuga, il saluto di un giorno e via. Hanno ragione, ma a fare cosa devono venire? Che esempio stiamo dando? Che ricordi noi adulti stiamo regalando loro? Ognuno nella propria casa, chiusi nel proprio cortile o giardino a pensare solo ai propri impegni o anche piaceri molto spesso. Fuori invece! Fuori tutti, uomini, donne, ragazzi, residenti ed «emigranti» per lavorare insieme a creare «la Festa» per oggi e i ricordi per domani! Siamo noi adulti con l’esempio, che dobbiamo insegnare ai nostri giovani a vivere nel paese e con il paese, dobbiamo insegnare loro la partecipazione, la volontà, la passione e l’amore per il paese, quel paese che poi alla fine siamo sempre tutti noi, residenti e non residenti. La fratellanza, la solidarietà era una realtà concreta che un tempo ci differenziava dalla fredda città. Ricordiamoci che non solo la società, ma soprattutto i genitori sono «il modello» per i nostri ragazzi ed il nostro modo di comportarci è come un boomerang: quello che mostriamo e diamo ai giovani oggi, nel bene o nel male ci verrà restituito nel tempo: noi abbiamo goduto del lavoro e dell’esempio dei nostri genitori, ma gli adole34

scenti di oggi che ricordi porteranno nel cuore? Il Dardagosto di quest’anno? Per fortuna qualche persona di buona volontà a Dardago c’è ancora e s’è visto: se non ci fossero ci sarebbe l’erba alta sul sagrato, la siepe sarebbe alta come la chiesa, non ci sarebbe «il pozzo», né i giochi per i bimbi e la Chiesa sarebbe spoglia e sporca e… vuota. Ve lo immaginate un ferragosto così? Squallido, vero? Potrebbe essere un’eventualità dell’anno prossimo o degli anni a venire, perché nella ruota della vita se non c’è il cambio della staffetta il bastone cade nel vuoto ed il «gioco» finisce! Vediamo di seguire dunque l’esempio dei nostri genitori: molto poco avevano materialmente, ma erano ricchi di generosità e sensibilità; se non vogliamo agire per noi stessi, adoperiamoci almeno nel loro ricordo, dimostriamo loro che non hanno operato invano. Allora? Ci saremo tutti per il Dardagosto 2008?

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dama

Per Ferragosto alla comunità di Dardago è stato donato l’antico gioco della Dama. Non una dama da tavolo ma una gigante della misura di circa 5 metri di lato. Grazie all’aiuto dei soliti Bruno, Corrado, Pietro, Stefano, Daniele,


un grande tappeto bianco e nero è stato collocato nello spazio vicino al teatro, diciamo nel «semi-anfiteatro». La posizione e lo spazio sono ideali, perché si offre agli spettatori un’ottima veduta per seguire le mosse che effettuano i giocatori e partecipare anche al gioco sostenendo i propri beniamini. Poiché quest’anno la damiera è stata allestita solo il giorno prima di Ferragosto non si è potuto organizzare un vero torneo, ma è stata comunque l’occasione per ragazzi e adulti di cimentarsi e gareggiare. Gli adulti hanno «rispolverato» vecchi ricordi che, anche se apparentemente sopiti, non si scordani mai. L’appuntamento per il torneo è per il prossimo agosto. VITTORIO JANNA

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giochi Anche quest’anno a Ferragosto si sono svolti i giochi per i bambini, organizzati da Roberto Zambon con il quale ho avuto il piacere di collaborare assieme anche a Marta e Elena. L’appuntamento era per le 16 presso il cortile dell’ex scuola di Dardago. Ai giochi si sono iscritti un buon numero di bambini in modo che è stato possibile formare alcune squadre. Ad aprire i giochi la corsa con i sacchi poi, a seguire il gioco del cucchiaio, delle tavolette, la mela

nel secchio, la bottiglia da riempire, l’anguria e, per finire, quello più atteso delle «pignatte». Tutti i bambini hanno partecipato con grande entusiasmo e spirito di competizione, sostenuti anche da un caloroso pubblico che ha applaudito e tifato per tutti indistintamente.

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SARA DABRILLI

pozzo di San Patrizio

Tre settimane prima del 15 agosto, festa di Maria Assunta in cielo, Marta Zambon, Francesca Fort, Marcella Bastianello ed io ci siamo date appuntamento in canonica, per preparare il materiale per il pozzo di San Patrizio. Quest’anno non si è potuta fare la pesca di beneficenza, perché, per prima cosa richiedeva più tempo del pozzo ed eravamo già in ritardo, per eventualmente, prepararla e poi perché in canonica non c’è spazio ed anche perché non ci sono più gli scaffali per mettere sopra i premi. Ci siamo trovate un paio di giorni alla settimana per impacchettare il materiale che molte persone hanno portato in quei giorni. Ogni pacchetto conteneva un premio, in molti anche un numero, il numero serviva ad indicare un premio grande che non poteva essere impacchettato. Per la realizzazione del pozzo abbiamo chiesto la collaborazione di Raffaele Zambon, che in poco più di un’ora l’ha costruito. Abbiamo fatto un numero considerevole di pacchetti. Il pozzo è stato aperto domenica 12 agosto; per andare dentro al pozzo e per tenere la canna da pesca, ci hanno dato una mano anche due ragazzi (Fabio e Matteo), che erano a Dardago per le vacanze. Bisogna dire che il primo giorno non c’è stata molta affluenza di persone, ma man mano che ci avvicinavamo al 15 agosto, la gente aumentava. Abbiamo esaurito tutti i pacchetti tra il 15 e il 16 agosto.

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Anche la giornata è stata favorevole in quanto c’era un bel sole ma non faceva troppo caldo. È importante non perdere le tradizioni e mi auguro che sia possibile ripetere questa esperienza anche nei prossimi anni.

Il denaro raccolto col pozzo di San Patrizio sarà utilizzato, per il restauro della Chiesa di San Tomè. Speriamo che il prossimo anno ci sia più gente, e per gente, mi riferisco a ragazzi, che collaborino con noi, per mantenere vive queste tradizioni ed anche il nostro paese. FRANCESCA ROMANA ZAMBON

ENTRATE • incasso manifestazione pozzo di San Patrizio 1.348,00 euro • offerte dalla popolazione 60,00 euro Totale entrate 1.408,00 euro USCITE • spese varie Totale uscite Differenza

48,00 euro 48,00 euro 1.360,00 euro

Il ricavato sarà destinato ai lavori da effettuarsi nella chiesetta di San Tomè. Si ringraziano: pizzeria Artugna, edicola Nives Dapas e tutti coloro che hanno collaborato per la realizzazione del pozzo di San Patrizio.


Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.

’N te la vetrina

UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI

ANNO SCOLASTICO 1928/29, CLASSI 2a E 3a, NATI NEGLI ANNI 1919-1922. PRIMA FILA DALL’ALTO: ANDREA BOCUS DOLFIN,BRUNO ZAMBON MARIN, CAMILLO BASTIANELLO THISA, CRISPINO BUSETTI CAPORAL, GIOVANNI CALDERAN MILANES, LUIGI ZAMBON LUTHOL, DOMENICO ZAMBON BISO, ?, MARIO ZAMBON ITE, FIRMINO PONTE, ?, ?, AUGUSTO ZAMBON BISO. SECONDA FILA: ?, GIORGIO PONTE, ?, LE SEI RAGAZZE IN CAMICIA BIANCA SONO SCONOSCIUTE, ?, ENRICO ZAMBON ROSIT, FRANCESCO BASO, MAESTRA IRMA BURIGANA. TERZA FILA: ?, ELSA LACHIN STORT, MARIA RIGO DE LA CANDIDA, ELEONORA IANNA SIMON, LETIZIA ZAMBON TARABIN, IDA ZAMBON PINAL, ?, MARIA ZAMBON VIALMIN, BERTINA IANNA THECO, TERESA RIGO BERSALIER, REGINA ZAMBON TRANTHEOT, MARIA ZAMBON TARABIN. ULTIMA FILA: MARIA PONTE, ?, ERNESTA CALDERAN MILANES, ELSA BOCUS DOLFIN MUGNEC, ?. (TESTO E FOTO FORNITI DA FLAVIO ZAMBON MODOLA)

DARDAGO, 1957. DA SINISTRA PIETRO ZAMBON PINAL (PIERO DE LA COOPERATIVA); IL PADRE DI PIETRO ADAMO ZAMBON (DAMO NONTHOLO ) E IL PIEVANO DON NICOLÒ DEL TOSO. (FOTO DI PROPRIETÀ DI RUGGERO ZAMBON)

DARDAGO, ANNO 1950. ANTONIO JANNA TAVÀN IN «POSA» PER UNA FOTO RICORDO. SI NOTI ALLE SUE SPALLE LA CUPOLA DEL CAMPANILE NELLA SUA FORMA ORIGINALE PRIMA DEI LAVORI ESEGUITI NEGLI ANNI ’50.

MILANO, ANNO 1953. I NOSTRI DARDAGHESI NELLA METROPOLI LOMBARDA. DA SINISTRA: SERGIO BOCUS CIUTI, MARINA JANNA TAVÀN, ROSINA E MARIO ANGELIN ANDELIN, FERRUCCIO ZAMBON TARABIN E EZELINDA MAGLIARETTA NEL CORTILE DELLA «MITICA» VIA MORGAGNI AL NUMERO 30.

(FOTO DI PROPRIETÀ DI GIANCARLO ANGELIN)

(FOTO DI PROPRIETÀ DI GIANCARLO ANGELIN)

DARDAGO, AGOSTO 1964, NEL CORTILE DEI CONIUGI PIETRO BASTIANELLO E MADDALENA POL. DA SINISTRA IN PIEDI: PIETRO ZAMBON MARIN, ATTILIO BASTIANELLO THISA, LIDIO BASTIANELLO THISA. DA SINISTRA SEDUTI: MADDALENA POLO SCRIVAN (NENA THISA), SANTINA DAL COL, VITO CECCHINI, ANGELO ZAMBON (ANDOLÙT MARIN), ANTONIETTA CECCHINI, BORTOLIN GIOVANNI, GIUSEPPINA LANCELOTTI IN BASTIANELLO THISA, MARCO BASTIANELLO THISA, ROBERTO DI BERNARDO, PIETRO BORTOLIN. (FOTO E PROPRIETÀ DI GIUSEPPINA BASTIANELLO – ROMA)

ERRATA CORRIGE NEL NUMERO 111 A PAGINA 32 (RUBRICA ’N TE LA VETRINA), FOTO 1, LEGGASI: «IL GRUPPO FAMILIARE DEI CARLON PERTIA, RITRATTO DAVANTI ALLA STALLA DI FAMIGLIA, NEGLI ANNI 1948-49. DA SINISTRA, IRENE TONON, GIUSEPPE CARLON (BEPO PERTIA), IRMA CARLON (CON IL CAPPELL D’ALPINO) CON IL PICCOLO GIUSEPPE CARLON (BEPINO CECH). (FOTO DI PROPRIETÀ DI SILVANA ANGELIN GIROLET)


AI NOSTRI DEFUNTI

Maggio 2007

Uscire, uscirne, uscire sani, risanati magari mutilati ma uscirne. Via! Strapparsi da dosso il dolore e l’angoscia, i perché senza risposta, le nottate con gli occhi spalancati. Perché a me? Dio mio perché a me? Che ho fatto perché da vivo io sia morto per un anno? Curato e disperato per un anno morto tra morti vivi, per un anno. Andare e tornare, curarsi e tornare, andare e tornare, indagare sguardi di medici, andare e guardare, guardarsi. E parlare con altri. Che è successo? Ah! Si! Anche a me... Non ho più capelli. Sono stanco. Dio! Come sono stanco. Ma continuo a parlare. Che posso fare per te? per me? Solo continuare a parlare, e tentare di capire me e gli altri, le altre. Forse gli voglio bene, e mi vogliono bene. Le mani si intrecciano nel saluto di ogni giorno, ogni giorno più calde per una preghiera, per un anno. Ma mi sento diverso anche loro diversi, i miei occhi diversi. Rinasce un capello, sto in piedi. Un capello più vivo di me incredulo. Ora prego, ho sempre pregato nella debolezza e nella forza. Prego e ringrazio per la tenacia, per la parola, per i medici bianchi, per il loro amore, per la fede in te Dio che mi sei vicino.. ANONIMO

Io credo sempre sarai e lo sei il giorno più triste dell’anno, il primo novembre nei cimiteri l’umile preghiera per tutti i defunti, ognun ai pie’ delle loro tombe. O Signore nell’alto del Cielo, perché molti ad ogni età mancano a noi? Le loro fotografie affisse sulle memorie dei marmi nel sorriso sembran esser viventi, come scintilla va il pensier lontano ma più rapido ancor ritorna. Dispersi, destin, sfortuna e criminali guerre mai saper dove riposar le loro spoglie. A giorno irradia ancor tepor di sole ma a notte gelar fa la brina bianca, grigia nebbia salir sui colli, argenta l’alberi sui rami. O Campo Santo ornato di fiori e luccicanti lumi in ´ste vecchie mura cadenti lacrime sui visi, rabbrivida i nostri cuor e le menti. Mito, silenzio, tacità si conferma quel triste passato che mai si cancella. Nati siamo, giorno, mese, anno ma l’ora del tramonto non saperla mai, se notte oscura non fa veder la luna ed ogni giorno ne succede una. O Signore dall’alto del Cielo, dacci coraggio, voglia, vita da vivere. A volte in tribunal ragion non vale e l’innocente, seppur lo sanno, fa prigione e l’usuraio in sua febbril malavita vive. Denaro, poderi e sconfini ma, o terra di tutto il mondo, buona sempre sarai e lo sei. Accetti tutti buoni, bravi e cattivi, ricordi a tutti chi insegnò del bene, di memoria gran dono infinito sei… Passa in cielo una colomba bianca, porti pace e bene a tutti noi? Ogni mattina dà luce al giorno per il suo ritorno, un manto d’oro che ha per ciel lo sfondo, goder l’aurora del nuovo giorno se vi è in cuor dispiacer e malinconia. Cercare chi di sincer fa compagnia, mite o pigro passerà l’inverno, tornan su a tutti gli alberi il fiore che a ognun mirar fa il suo colore. A sera udir da quel lontan del bosco il gorgheggiar nel suo bel canto l’usignolo, che a tutti i cuor fa aprir la primavera. ANGELO JANNA TAVÀN

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L’angolo della poesia

CRO DI AVIANO


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Irma Rigo La Irma Barisela a l’è duda a ciatà el so Mario Ite

Maria co’ Ugo, le so nevode francesi de Simon, la Maria romena, l’Angelina Sclofa, Don Adel, la Catina de la Rossa, la Celi Simona, e tante altre che non se pol scrive unchì par question de spassio) che le è stade tant vesine a liena durante la so curta malatia, passada a ciasa soa, serenamente, dongia i so nevodi, i so fioi e nore, e in mieth a duta la so dhent. La nona Irma la ne à saludat dhuti quanti el 13 de agosto, chel sarave stat el dì del compleano del nono Mario; forse lor doi, de scondiòn, i se ’veva dat apuntamento par passà el compleano insieme, ma nealtre no lo savaròn mai.

Da quàn che l’an passat a ottobre la ’veva perdut el so Mario, no la ’veva mai podut rassegnasse; d’altronde i ’veva passat 57 ains insieme là de Ite. A l’era sempre stadha ’na persona serena e contenta de la so vita, passada sempre dongia del so òn, sempre tacada a lui come un codèr, ma da quàn che lui al è manciàt... «adès che no l’è pì vostre pare, mi no ài pì nient da fà», la ne aveva dita un dì, come a dise che la so missiòn a l’era beldà finida. No podòn no ringrassià de cuor dhute chele persone amighe (in particolar la Bruna Thampela, l’infermiera de l’ASL, la zia

Grathie de dut nona Irma.

Elena Bocus «Il Signore ti ha chiamato a sé all’improvviso e hai lasciato in chi ti era vicino un grande vuoto. Noi che ti abbiamo conosciuto porteremo sempre nel nostro cuore il tuo sorriso pieno di tenerezza, la tua voce gioiosa e la grande generosità del tuo cuore».

Trascorrevi così il tempo ascoltando il nonno. Poi venivi a darci un caldo saluto sempre presente nel tuo grande affetto verso di noi.

*** ... Aprendo i portoni di casa, su a Dardago, eri solita cercare subito il nonno. Gli venivi a far visita spesso e lo chiamavi così affettuosamente: «Ei nonno… Svaldin, come stiamo?…» Lui ti aspettava felice di averti vicino.

Armando Cellot In un momento gioioso, di incontro con gli amici calciatori come te, sportivi ed amanti della compagnia, insieme ai ragazzi dell’oratorio, ambiente che hai sempre frequentato sin da ragazzo nella tua Parrocchia, hai lasciato questa vita. È stato un duro quanto improvviso colpo per la tua amata famiglia e per tutti coloro che ti hanno conosciuto, increduli di perdere, in poco tempo, un caro amico. Rimane il ricordo del tuo carattere solare, della sportività, della dedizione alla tua famiglia, del tuo impegno verso i giovani che hai seguito con passione nell’ insegnare il

vero calcio e con i quali hai condiviso tanti momenti di allegria... A tua moglie Licia, ai tuoi figli Fabio e Chiara continuiamo ad essere vicini con la promessa, facile da mantenere, di non dimenticare il tuo esempio. Ciao Armando

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Cronaca Cronaca Quaranta ains Festa del Donatore Sezione di Dardago Domenica 24 giugno 2007 si è svolta la festa del Donatore, particolarmente importante per la Sezione di Dardago perché quest’anno festeggia i quaranta anni di attività. La storia della Sezione di Dardago è iniziata nel 1967 grazie al fondatore e primo presidente Giacomo Zanchet, al quale sono suc-

Accanto ai gagliardetti dei donatori di sangue, a sinistra, il cippo di marmo dello scultore Michelin, commemorativo del 40° anniversario di fondazione della sezione AFDS di Dardago.

ESPEDITO ZAMBON

El Grupo Artugna ’n te le Marche

Fón ciàlt co’ le legne Il Comune di Budoia ha deciso di convertire il vecchio impianto termico sostituendo le cinque caldaie a metano, che attualmente riscaldano e forniscono acqua calda al municipio, alle scuole elementari, alla mensa e palestra, al poliambulatorio e alla «ciasa del Comun», con un impianto centralizzato a legno cippato. La nuova caldaia è stata dimensionata in previsione del futuro allacciamento di altri edifici ad uso pubblico. Per illustrare

ceduti nel corso di questi quaranta anni i presidenti Armando Zambon, Giampietro Zambon, Carlo Zambon e Corrado Zambon attuale presidente. Grazie al loro impegno si è allargato sempre più il numero di donatori e di conseguenza il numero di donazioni di sangue ed emoderivati. La giornata, accompagnata da uno splendido sole, ha visto la partecipazione di numerose sezioni provinciali, ma anche di alcune sezioni fuori provincia di Venezia, Monfalcone, Orsago e Cordignano. La giornata è riuscita molto bene grazie all’aiuto e all’impegno di tutti coloro che hanno partecipato all’organizzazione di questa ricorrenza, in primis della Sezione consorella di Budoia – Santa Lucia e del suo presidente Piero Zambon; del Comitato Festeggiamenti Dardago; del coro parrocchiale di Dardago diretto da Fabrizio Zambon, che ha accompagnato magistralmente la Santa Messa; di don Adel per la celebrazione della messa solenne; dello scultore Michelin che ha realizzato un cippo in marmo raffigurante il pellicano simbolo dell’A.F.D.S., per commemorare il quarantennale della Sezione; del Sindaco del Comune di Budoia Antonio Zambon che, nonostante i numerosi impegni, ha voluto essere presente personalmente alla festa; del vice presidente della Sede Provinciale Baita, di tutti i donatori, sostenitori e simpatizzanti.

questo importante progetto, che comporta una riduzione di costi e di emissioni di sostanze inquinanti oltre ad una auspicata riattivazione della gestione boschiva e della manutenzione di territori comunali attualmente abbandonati, l’Amministrazione ha pubblicato il fascicolo Calore dal legno che alleghiamo a questo numero de l’Artugna.

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In luglio il gruppo Artugna trascorre un fine settimana di «vacanza» nelle Marche. Di prima mattina arriviamo ad Ascoli Piceno, dove visitiamo il Duomo e le vie del centro, animate dal mercato cittadino. Nel pomeriggio relax in piscina e spiaggia. La sera Messa e spettacolo a Grottammare. La domenica è possibile visitare Fermo, cittadina medievale arroccata sulle colline, da cui godiamo uno splendido panorama sul mare che ci ripaga della canicola estiva.


Illy a Budhuoia

Venerdì 9 settembre, in occasione del 40° anniversario della Festa dei Funghi e dell’Ambiente, Budoia ha accolto il presidente della regione Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy. Il governatore è stato accolto dalla Giunta, dal Parroco e dai rappresentanti delle Associazioni, che hanno descritto la realtà comunale, con i suoi punti di forza e le inevitabili criticità. Hanno poi accompagnato il presidente in una visita delle mostre allestite nell’ambito della Festa, in particolare la Mostra Micologica, la Mostra Filatelica e la Mostra Fotografica «Cartoline da Budoia», verso le quali Illy ha manifestato notevole apprezzamento e interesse. Una nota fresca e gioiosa è stata il saluto della scolaresca nel cortile della Scuola Primaria. Al presidente sono stati illustrati anche i lavori eseguiti nella chiesa di Budoia, in particolare il restauro dell’organo, avvenuto con l’indispensabile contributo della Regione. Il presidente ha salutato Budoia portando con sè l’impressione di una comunità piccola ma vivace, le cui iniziative meritano senz’altro l’attenzione e il sostegno delle istituzioni.

A Venethia e a Klagenfurt co’ la Pro Loco

Il governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, affiancato da alcuni componenti del Gruppo Folcloristico Artugna.

due corriere! La comitiva sosta dapprima a Villach, con possibilità di visita alla città e ai mercatini, per poi spostarsi a Klagenfurt, dove, dopo il pranzo tipico, il pomeriggio è nuovamente dedicato all’immancabile passeggiata tra le suggestive bancarelle e le bellezze della città austriaca.

Ave Maria…

Per la festa di Ognissanti e la commemorazione dei defunti il cimitero di Dardago si è arricchito di una statua della Madonna.

Proseguono le iniziative della Pro Loco anche dopo la Festa dei Funghi. Non mancano infatti le gite, organizzate e capitanate dall’esuberante Fernando Del Maschio. Sabato 17 novembre 2007 i partecipanti partono con il treno alla volta di Venezia per visitare la mostra «Venezia e l’Islam» a Palazzo Ducale. Dopo il pranzo a base di pesce presso la trattoria Sempione del «nostro» Gigi Petenela, la comitiva si divide in gruppetti che scelgono mete di loro gradimento. Un successo maggiore di qualsiasi previsione riscuote la gita ai mercatini natalizi d’Oltralpe, organizzata per domenica 16 dicembre. Le adesioni sono così numerose da richiedere ben 40

È il dono di una gentile signora romena, molto credente e devota, che ha lavorato per diverso tempo a Dardago e ha voluto in questo modo lasciare un suo ricordo nel nostro paese. Ha fatto pervenire questa statua dalla sua terra d’origine, la Romania, ed esattamente da Iasi, una cittadina situata nella zona moldova della Romania. Il viaggio è stato particolarmente lungo e difficoltoso e nonostante la protezione che si erano preoccupati di farle, la statua è arrivata un po’ rovinata. Grazie alle amorevoli cure di pulizia e restauro da parte di Assunta Gambarini ora la Madonnina è come nuova e, grazie all’interessamento e al lavoro di Antonio Zambon Mao, ha trovato


una collocazione appropriata e decorosa nel nostro cimitero. Siamo certi che un fiore non le mancherà mai e tutti si adopereranno per mantenere in ordine e pulito il suo altare.

Un premio ai dhovins a Roma

Nella sede dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) a Roma, si è svolta la cerimonia di premiazione della seconda edizione dei Premi Nazionali di Architettura, che sono l’occasione di presentazione dell’attuale stato dell’architettura in Italia e di promozione delle opere di valore realizzate. Uno dei tre premi per un’opera realizzata in Italia da un giovane progettista, negli ultimi cinque anni, è stato assegnato ad Alberto Del Maschio e Stefano Pujatti per l’opera di ampliamento del Cimitero di Borgaretto a Beinasco di Torino. Hanno ricevuto il premio dallo stesso Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli, che, siglando con la sua presenza la valenza istituzionale dell’evento, ha evidenziato l’importanza dell’iniziativa per i riconoscimenti che testimoniano della fiducia riposta nelle nuove generazioni e dell’effettiva qualità rilevata nelle architetture proposte, esempi di preparazione e capacità nel gestire l’intero processo produttivo, dall’ideazione alla realizzazione del progetto.

Mensa bio a scóla

Sabato 10 novembre, si svolge la «Giornata della mensa», dedicata alla conoscenza del progetto «Mensa biologica a scuola» che già da alcuni anni si attua nel Comune. L’iniziativa, che è inserita nella sezione regionale dell’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica, nel 2005 ha ricevuto riconoscimenti in Svizzera, ha partecipato a servizi televisivi su «Report» di Rai 3 e quelli giornalistici su «La Repubblica». La mattinata trascorre con la visita ad alcune aziende agricole biologiche di Cordenons, San Quirino e Malnisio, le stesse che forniscono la mensa. Il pomeriggio, presso il campo sportivo, è inaugurata la palestrina da arrampicata, donata al Comune di Budoia da Aiab Friuli Venezia Giulia. La giornata si conclude, quindi, con un’attività per bambini «Prepariamo la merenda».

El Grupo Corale Gialuth in MUSAE

Quando i cori amatoriali, composti da amanti della musica, volontari dell’arte canora, mettono insieme il proprio impegno e le proprie passioni, il risultato non può che essere esaltante. Se poi, la partitura è divertente, gio-

Stefano e Alberto (a destra) al momento della premiazione da parte del Ministro Rutelli.

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cosa, coinvolgente ed emozionante come i Carmina Burana di Carl Orff, allora, lo spettacolo è assicurato. Ecco che è nata la proposta d’inserirlo nel Progetto MUSAE 2007 della Provincia di Pordenone. Il cast era formato da oltre duecento coristi provenienti dal Gruppo Corale «Gialuth» di Roveredo in Piano (promotore dell’evento), e da altri sette cori. A questi cantori si sono aggiunti il soprano Diana Mian, il tenore Devis Fugolo ed il baritono Lorenzo Battagion. Ai pianoforti Alberto Crivellari e Gianni Della Libera mentre alle percussioni si sono esibiti Elisa Biasotto, Lorena Donè, Andrea Berto, Luca Carrara e Alberto Girotto. Gli appuntamenti, seguiti da oltre 6.000 spettatori, sono stati a Porcia, Lonigo, Salgareda, Montereale, Pordenone e Roveredo in Piano. Grazie all’intervento di una importante azienda di produzione, di questo ultimo concerto sono stati realizzati un DVD Video ed un CD Audio che, in occasione delle prossime festività natalizie, potranno essere prenotati ed acquistati in unico cofanetto regalo, ad un prezzo veramente accessibile. Oltre a questa proposta molto interessante ed impegnativa, il Gruppo Corale «Gialuth», presieduto da Angelo Tassan, si sta prodigando per la realizzazione di ben tre concerti della «Missa Audi Filia» di Gianmartino Maria Durighello. Un’opera commissionata dal Comune di Roveredo in Piano nel 1999 ed eseguita in prima assoluta, in onore del passaggio di millennio, il 26 dicembre del ‘99. La «Missa» da concerto, originariamente composta per coro e banda, è stata trascritta dal compositore stesso in diverse versioni: per cori ed orchestra e per coro ed organo. In questo periodo viene eseguita la scrittura per coro ed organo (organista il m° Daniele Toffolo): a San Quirino il 15 dicembre, a Budoia il 16 dicembre ed il 12 gennaio 2008, a Torino. Per prenotazioni ed acquisto dei cofanetti DVD+CD dei Carmina Burana, contattare: Angelo Tassan · 0434.654538 Lorenzo Benedet · 335.387471 lorenzo.benedet@tin.it Il prezzo di acquisto è fissato in 15,00 euro.


Inno alla vita

Roma, 12 marzo 2007. Angelin e Stana Zambon Pinal di Dardago sono lieti di annunciare alla comunità de l’Artugna la nascita della loro pronipote Eleonora che ha voluto venire alla luce nell’anniversario del loro matrimonio. Eccola fotografata, il giorno del battesimo, con la bisnonna Stana, la nonna Anna e la mamma Federica: quattro generazioni tra la felicità di tutti i parenti.

Mi chiamo Filippo, il 28 dicembre compio 6 mesi. I miei genitori sono Guido Morson e Federica Zanolin. Ciao! A tutti Buone Feste.

5 agosto 2007. Nel giorno del Battesimo di Bianca, è stata scattata questa bella foto delle sorelline Andrea e Bianca Frare con la mamma Cristina, la nonna Milena e la bisnonna Elsa.

Il nonno Tiziano è orgoglioso di presentarvi il suo nipote Filippo Basso, nato nel mese di gennaio, il giorno 14 dell’anno 2007.

Nicole Fort, nata a Pordenone, il 15 febbraio 2007, figlia di Claudia e Fabio, che da quando è arrivata ha riempito il cuore di gioia dei nonni Paolo, Luciana e Gloria e degli zii Roberta e Bruno.

Erika annuncia con gioia la nascita della sorellina Nicol. La nonna Rosetta Gagliardi Gislon ne è orgogliosa.


4 generazioni Bocus Frith. Il bisnonno Osvaldo, a Lignano, per una bella foto di famiglia. Con Svaldin, da destra, il figlio Enrico con la piccola nipotina Letizia di 2 anni, il nipote Pierfrancesco con in braccio il piccolo Emanuele (nato il 27 luglio 2007) e la moglie di Pierfrancesco, Stefania, con in braccio la piccola Roberta (2 anni).

Ivan Carlon e Natascia Dalla Bona, il giorno del loro matrimonio; in braccio a papà Ivan la piccola Nicole vestita a festa per il suo battesimo.

I coniugi Fulvia e Vanni Carlon, attorniati dai figli Elena e Francesco, al termine del rito religioso in occasione del 25° anniversario di nozze. Sabato 21 aprile 2007, nella chiesa parrocchiale di Santa Lucia di Budoia, circondati dall’affetto di tanti amici e parenti, Michela Fort e David Colussi, Capitano degli Alpini, si sono uniti in matrimonio. Auguri!

Auguri dalla Redazione! Mamma Argelia Lachin vedova Soldà, classe 1907, ha raggiunto la bella età di 100 anni. Ha festeggiato il traguardo assieme ai suoi tre figli, Mirella, Iride e Renato, circondata dai nipoti, pronipoti e amici. È stata una festa gioiosa ed emozionante. Ringraziamo il Signore di averci dato questa gioia! I FIGLI


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Roveredo, 25 agosto 2007

Spett.le Redazione, ricevo sempre con piacere la vostra bella rivista che leggo pagina dopo pagina, tutta, sempre, con particolare attenzione ogni volta. È ben curata, la pagina è spaziosa e si lascia leggere agevolmente e con piacere, è molto varia anche negli argomenti di volta in volta proposti, dalla cronaca agli avvenimenti della Comunità. Belle le immagini, interessantissimo e prezioso lo sforzo di documentare (e regalare!) la storia delle famiglie, «le nostre radici», giunta ormai al 18° inserto! E il tutto iniziando con il pensiero religioso, meditato e profondo del plevàn don Adel. Insomma bravi, bravi tutti e complimenti per l’impegnativo sforzo anche «spesso difficoltoso… lavoro fatto gratuitamente… ormai da 36 anni... in silenzio, con costanza e sacrificio». Leggendo l’editoriale «Non ci stiamo» del n. 111, si percepisce anche l’amarezza per alcune critiche fatte solo per criticare. Tocca, di tanto in tanto, un po’ a tutti (lo dico per esperienza) purtroppo lasciano tanto

amaro in bocca: ma si sa che chi non opera, che spesso non sa operare ed è al di là del tavolo… sa sempre tutto! Esemplare un detto, a tal proposito, che non scrivo ma è intuibile. Complimenti ancora e buon lavoro. Cordialmente. SERGIO GENTILINI

Monza, 10 ottobre 2007

Cara Redazione, devo confessare che attendo sempre con impazienza l'arrivo de l’Artugna perché è un periodico vivace, interessante, colmo di notizie e notiziole che mi incuriosiscono e che accrescono le mie conoscenze della terra nativa dei miei nonni materni oltre ad essere stata protagonista delle mie vacanze estive per tutta l'infanzia e l'adolescenza. Ho letto con molta attenzione l'editoriale «Non ci stiamo» pubblicato nell'ultimo numero e desidero comunicarvi tutta la mia solidarietà per il contenuto dell'articolo che condivido in pieno perché, come voi dite, ogni critica, consiglio e sug44

gerimento sono importanti e costruttivi se non sono faziosi. Purtroppo su questa terra esistono tante persone che si esprimono solo per «partito preso» e perché amano contraddire con l'unico scopo di far parlare di sé. Sono d'accordo con quanto affermate nell'ultimo paragrafo richiamando il rispetto per il lavoro del prossimo. Auspico che ciò che è stato scritto sia spunto di riflessione per tutti i lettori e di riconoscimento per lo sforzo e l'impegno di tutti coloro che lavorano per la realizzazione del giornale. Continuate così, in modo schietto e libero! Cordialmente NADIA MARAVIGNA

Abbiamo pubblicato queste due lettere per ringraziare pubblicamente tutti quei lettori che in questi mesi ci hanno fatto pervenire il loro apprezzamento per il lavoro svolto e l’invito a proseguire ancora il cammino da tanto tempo intrapreso. Continueremo di sicuro, ma visto che gli anni passano per tutti, è necessario pensare a un ringiovanimento della redazione per poter guardare con ottimismo al futuro di questo nostro periodico. Grazie a tutti, all’amica Nadia e a Sergio Gentilini, poeta e cultore di storia locale, il cui generoso giudizio ci rende particolarmente felici.

Pordenone, novembre 2007

Spett.le Redazione, sono felice di comunicarvi che il volume sulla storia dello sci pordenonese, Quei magnifici campi di neve – Le origini e la storia dello sci pordenonese 1924-1941, già oggetto di


ancora tutta da scrivere e può riservare sorprese, poiché ho fatto una veloce ricerca nei quotidiani di metà anni ’60 ed il materiale è interessante. Cordialmente. MARIO TOMADINI FRUITORE ASSIDUO DELL'ANELLO CIRCOLARE DELL’ARTUGNA

una mia lettera alla vostra rivista, è stato presentato sabato 17 novembre, nei locali della Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione. L'editore è la SOMSI con il contributo della Fondazione CRUP, del Comune di Pordenone e della Provincia. Come vi avevo già accennato nella lettera da voi peraltro pubblicata, gran parte della mia storia si svolge tra Dardago, la Val di Croda e la Valle della Stua con un'interessante, a mio parere, ricerca sulla famiglia Zambon Colus, già fornitrice del Rifugio Policreti al Piano del Cavallo, sulla famiglia Zambon Momoleti e sui Vettor. Contestualmente, è stata aperta una mostra sullo sci d’epoca con attrezzatura e materiale cartaceo di eccezionale valore storico. Devo ringraziare chi ha creduto nel mio lavoro, in primis la Società Operaia, ma anche il dottor Tullio Trevisan (scrittore, alpinista, storico) che, letto il testo, ha messo una buona parola. In quanto alla vostra rivista, come le scrissi allora, mi sono sempre sorpreso come una piccola comunità riesca a portare avanti un lavoro così interessante e valido e questo va a vostro merito. Da voi c'è ancora un argomento inesplorato: il volo pindarico della cosiddetta «Venezia delle Nevi», già oggetto di un mio articolo sul Notiziario Piancavallo e Dolomiti Friulani (ed. La Voce). La storia di quel progetto, miseramente naufragato, è

Egr. sig. Tomadini, complimenti per il suo nuovo libro che senz’altro interesserà i molti appassionati dello sci: quelli di una certa età, che talvolta pensano con un po’ di nostalgia ai campi di neve della loro infanzia e giovinezza, e quelli più giovani che affollano nei week end le stazioni invernali, ora lontane parenti da quelle pregevolmente descritte nel volume appena presentato. Per quanto riguarda il «la Venezia delle Nevi», ci siamo interessati in passato di quel progetto, della sua ideazione e dei primi lavori allora iniziati. Certamente l’argomento è interessante e non è escluso che potremmo di nuovo ospitarlo nelle nostre pagine in presenza di altro materiale inedito.

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Milano, 29 novembre 2007

Spett.le Redazione de l’Artugna, mi permetto di utilizzare la rivista dei dardaghesi per valutare tutti insieme l’opportunità di avere un luogo di incontro per i bambini durante il periodo estivo. Ogni estate mi accorgo che durante il mese di agosto la possibilità di incontro per i bambini di Dardago e i bambini che vi trascorrono le vacanze è limitata dall’assenza di un punto di ritrovo dove poter fare amicizia e giocare insieme. Ricordo infatti con piacere che quando ero bambina trascorrevo gran parte dei pomeriggi in compagnia dei piccoli amici di Dardago e degli altri bimbi in villeggiatura. I luoghi di ritrovo erano la Scuola Materna, che gentilmente Suor Natalina, Suor Aidana e Suor Ernesta ci mettevano a disposizione, e la Canonica dove ci divertivamo con il ping-pong e il calciobalilla; si organizzavano inoltre le prove canore del Dardagosto e alcuni anni si anda-


[...dai va addirittura in campeggio con Don Giovanni. Le attività erano dunque tante ma soprattutto c’erano le amiche e gli amici da incontrare! Mi rendo conto che i tempi sono cambiati e che non è possibile riproporre alcune delle iniziative descritte ma, forse, qualcosa si può fare; prendo spunto dalla brillante iniziativa della signora Adelaide che lo scorso agosto ha organizzato un pic-nic ai «caminetti» per alcuni bambini presenti a Dardago: è stata una giornata divertente che ha permesso a bambini che non si conoscevano di socializzare fra loro e ha permesso alle mamme e alle nonne presenti di riflettere sull’importanza di avere un punto di incontro in paese dove potersi trovare con facilità. Sarebbe ad esempio possibile ipotizzare di avere a disposizione il cortile delle vecchie scuole di Dardago nelle ore pomeridiane dei mesi estivi? Non sapendo a chi indirizzare il quesito mi sono rivolta alla vostra Redazione affinché possiate fare da «cassa di risonanza» ma soprattutto perché lo possiate trasmettere a chi di competenza. Vi ringrazio per l’attenzione e la disponibilità che sempre dimostrate e colgo l’occasione per augurare a tutti Buon Natale!

Cara Miriam, come affermi anche tu, i tempi sono cambiati, ma sono cambiate anche la mentalità e la voglia di fare della gente. Ora le suore non ci sono più, i parroci devono seguire più parrocchie… ma si fa fatica anche a trovare persone che si impegnino a offrire un po’ del loro tempo libero per la comunità. Accennavi ai campeggi di don Giovanni, iniziativa che ricordiamo ancora dopo tanti anni. Quei campeggi erano possibili anche perché tante persone entusiaste impegnavano giorni e giorni delle loro ferie per preparare e coordinare tutte le attività. Se oggi contiamo le persone che rispondono con entusiasmo quando c’è da rimboccarsi le maniche, ci accorgiamo che sono poche e ormai di... una certa età. Si ha la sensazione che siamo diventati più pigri e che aspettiamo tutto dall’alto o dall’altro. In tutti i settori. Per quanto riguarda il cortile della scuola, gireremo la domanda all’Amministrazione comunale. Contraccambiamo gli auguri di Buon Natale e di un sereno 2008.

Cordiali saluti. MIRIAM ZAMBON

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 111

entrate

Costo per la realizzazione + sito web

uscite 4.650,00

Spedizioni e varie

152,00

Entrate dal 16.07.2007 al 01.12.2007

4.733,33

Totale

4.733,33 46

4.802,00

conti correnti] Complimenti per la grafica e a tutta la redazione. È sempre un piacere ricevere e leggere i vostri articoli. NADIA MARAVIGNA – MONZA

Grazie per l’Artugna sempre graditissima. IRMA BIANCHI – MILANO

Grazie a tutti per il Vostro impegno... GIORGIO PUSIOL – LIGNANO

Per l’Artugna in memoria dei miei defunti. MARIO GIUSSANI – VERUNO

Per l’Artugna che ricevo sempre con molto piacere. NADIA RAGAGNIN – CANEVA

Per l’Artugna che leggo sempre volentieri. FIORELLA BOSCO ZANOLIN – BUDOIA


programma religioso natalizio

LUNEDI 24 DICEMBRE 2007 VIGILIA DEL SANTO NATALE • Santa Messa in nocte • Benedizione dei «Madhi»

Dardago

Budoia

Santa Lucia

24.00 24.00

22.00 –

22.00 –

MARTEDI 25 DICEMBRE 2007 SANTO NATALE • Santa Messa solenne • Santa Messa vespertina

Natale. Guardo il presepe scolpito, 11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

Pace nella finzione e nel silenzio 11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

LUNEDI 31 DICEMBRE 2007 • Santa Messa e canto del TE DEUM

18.00

17.00

17.00

delle figure di legno: ecco i vecchi del villaggio e la stella che risplende, e l’asinello di colore azzurro.

MARTEDI 1 GENNAIO 2008 SANTA MADRE DI DIO GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

Pace nel cuore di Cristo in eterno; ma non v’è pace nel cuore dell’uomo. Anche con Cristo e sono venti secoli il fratello si scaglia sul fratello.

– 18.00

11.00 –

11.00 –

SABATO 5 GENNAIO 2008 VIGILIA DELL’EPIFANIA

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino che morirà poi in croce fra due ladri? SALVATORE QUASIMODO

18.00

17.00

17.00

11.00 –

10.00 15.00

10.00 –

18.00

DOMENICA 6 GENNAIO 2008 EPIFANIA DEL SIGNORE • Santa Messa solenne • Benedizione dei bambini e arrivo della Befana • Santa Messa vespertina

alla povera stalla di Betlemme. salutano il potente Re del mondo.

• Santa Messa • Santa Messa vespertina

• Santa Messa vespertina e benedizione acqua, sale e frutta

dove sono i pastori appena giunti Anche i Re Magi nelle lunghe vesti

DOMENICA 30 DICEMBRE 2007 SACRA FAMIGLIA

• Santa Messa solenne • Santa Messa vespertina

Natale

Bon Nadhal de cuor a duth quains...

Foto di Massimo Zardo


Cucurbita Zucca – Thucia

O Infinite per forma e stranezza sono le specie di zucche (famiglia delle Cucurbitaceæ), provenienti dalle varie parti del mondo. La zucca di forma tondeggiante evoca la testa umana, tanto che anche da noi erano in uso espressioni del tipo A l se à fat una brombola in tela thucia o A l’à batut la thucia,… Dall’antica usanza delle famiglie contadine più povere di conservare il sale nella zucca svuotata, si sono sviluppate anche da noi le locuzioni Avé poc sal in tela thucia oppure Thucia thentha sal o No te à un fià de sal in thucia ovvero A l’à la thucia guoita o Te so guoita come ‘na thucia, con evidente significato di persona con poco senno. Al contrario, Avé sal in thucia per indicare l’individuo saggio, giudizioso. Poiché la zucca non ha un alto valore nutritivo ed è spesso insipida, è assurta a simbolo di nullità. A tal proposito l’espressione Te so un thuciòn per indicare uno scolaro poco intelligente. Ma non dimentichiamo anche la locuzione Te so una mare de thucia, in riferimento all’incapacità di una madre di svolgere il proprio ruolo con consapevolezza e saggezza. a cura di Vittorina Carlon


l'Artugna 112-2007