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Anno XL · Dicembre 2011 · Numero 124 Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia


la lettera del Plevàn Dio ti sta aspettando per donarti una vita nuova di don Maurizio Busetti

I n questi giorni di preparazione al Natale più volte abbiamo sentito l’invito di Giovanni Battista a preparare le strade al Signore che viene, a raddrizzare i sentieri storti, a colmare le valli della nostra indifferenza, ad abbassare i colli della nostra autosufficienza, a recuperare il battesimo che, magari, da tempo, abbiamo trascurato e che non ha più granché da dire alla nostra vita. In questi anni si è sviluppata una crisi economica che ora mostra in maniera macroscopica i suoi effetti e che per molto tempo farà sentire i suoi effetti negativi soprattutto sulle fasce più deboli della nostra società. Ma da diversi decenni stiamo vivendo una crisi ben più violenta e subdola che minaccia di minare dalle fondamenta la nostra civiltà cristiana. Sentivo Benedetto XVI che parlando con i giornalisti sull’aereo che lo portava in Africa, nel mese scorso, affermava che ricordando il tempo della sua gioventù gli sembrava oggi di vivere in un mondo completamente diverso, addirittura di trovarsi in un altro pianeta, tanto il modo di pensare e di vivere è cambiato. Capita spesso parlando con la gente di una certa età di sentir lamentarsi di questa situazione: dell’aver vissuto un cambiamento epocale di secoli e non di decenni dalla propria fanciullezza o dalla giovinezza. Se si nota questo in qualsiasi campo della vita umana, lo si nota in modo maggiore nel campo della fede. Le nostre chiese si svuotano, i ragazzi ed i giovani ricevono un’istruzione religiosa necessaria per la ricezione dei sacramenti, ma subito ricevuti i sacramenti dell’iniziazione cristiana, abbandonano la preghiera e la pratica religiosa. Rare coppie si sposano in chiesa e le famiglie ormai in molti casi sono di single uniti ad altri single o single con figli dell’uno o dell’altro genitore perché il partner ha scoperto strade diverse. Si sta facendo avanti la convinzione che non 2

c’è nulla di stabile e, pertanto, anche l’amore finisce. Danno pressoché fastidio i segni religiosi. Nelle nostre case si trova di tutto e di più, quadri, raffigurazioni, poster di ogni genere, ma non c’è il crocifisso o qualche immagine religiosa. E potremmo continuare con infiniti altri esempi per indicare la disaffezione di questa generazione verso i valori che da secoli hanno legato la nostra gente alla religione cristiana. Il papa Giovanni Paolo II di venerata memoria, all’inizio del suo pontificato, aveva lanciato un appello: «Aprite, anzi, spalancate le vostre porte a Cristo» e su questo annuncio ha basato il suo Pontificato – trotter in giro per il mondo. Benedetto XVI sta pubblicando una serie di volumi per spiegare la figura e il messaggio di Gesù Cristo ed ha istituito un nuovo Dicastero Vaticano per la promozione di una nuova evangelizzazione dei nostri paesi occidentali. Sono loro i nuovi Giovanni Battista che gridano con la loro voce nel deserto spirituale di questo mondo: «Sta per venire uno più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere i legacci dei sandali: Io vi battezzo con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Al Giordano accorreva la gente di Giudea, di Galilea e di Samaria per sentire questo annuncio di speranza e di consolazione, di pacificazione dei loro animi. Sentivano il bisogno di una rigenerazione e rinascita interiore. Confessavano i loro peccati di fronte a quell’uomo austero e non facile alle mollezze, alle lusinghe, alle comodità di questo mondo (viveva nel deserto, si vestiva di pelli di cammello, si cibava di cavallette e di miele selvatico), ma portava un messaggio liberatorio. Si immergevano nel battesimo purificatore del Giordano e promettevano di rinascere ad una vita diversa, a fare le cose di ogni giorno, ma in modo nuovo. Spalancavano le porte


della loro vita per accogliere l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo: il voler fare senza Dio. E Gesù ridonava loro questa nuova vita, ridonava la gioia di guarirli dalle loro infermità, di perdonare i loro peccati, di risuscitarli dal terrore della morte, con la fede nella vita eterna, di far sentire loro che avevano un Padre nel cielo che li amava, che provvedeva alla loro vita, che donava loro lo Spirito Santo, che aveva donato loro il Figlio a condividere questa vita terrena fino al sacrificio totale della propria esistenza. È l’esperienza dei pastori di Betlemme, gente povera e disprezzata sia dalla popolazione che dalle autorità politiche e religiose del tempo (un po’ come i nostri extracomunitari e vu cumprà), ma che vengono invitati dall’Angelo in quella povera grotta dove trovano un povero bambino deposto in una mangiatoia e avvolto in miseri panni. È come l’esperienza dei Magi che, guidati da una stella, giungono anche loro, studiosi, e rappresentanti della scienza del loro tempo, alla stessa grotta, davanti a quel bambino indifeso. Ma cos’ha da dare questo bambino a questa gente assetata di verità, di consolazione, di pace. Una luce che squarcia le tenebre e un dono: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore». C’è anche chi non ne vuol sapere. La gente addormentata della Giudea che pensa solo alle proprie cose di ogni giorno e non alza il proprio naso un po’ più in su. Erode che teme di perdere la propria autorità e combatte il Cristo: vuole annientarlo, farlo sparire dal mondo e dalla cultura. Come la storia si ripete! Ma Giovanni, l’evangelista ci dice: «A chi però lo ha accolto, ha dato il potere di diventare figlio di Dio». Siamo chiamati a diventare figli di Dio. Non ci pensiamo mai. Quale trasformazione avrebbe la nostra esistenza se fossimo convinti di questa realtà. Gesù è nato nel mondo per farci sapere che siamo figli di Dio. È questa la luce che ha condotto i pastori e i Magi a Betlemme. È questa la luce che non sono riusciti a vedere Erode e gli abitanti di Gerusalemme. È la luce che vuole avvolgere ogni uomo che nasce in questo

mondo. È la luce di cui noi andiamo in cerca. Dio ti sta aspettando per darti una vita nuova. È l’invito che le nostre tre comunità rivolgono a tutti. Nei prossimi due mesi faremo una bellissima esperienza. Un’equipe di tre coppie giovani che hanno incontrato Cristo nella loro vita verranno a proporci il Dio che ci sta aspettando

per darci una vita nuova. È un invito rivolto a tutti giovani (oltre la terza media) e adulti di qualsiasi età, singoli o coppie. Potrebbe essere l’occasione giusta che aspettavi da tanto tempo. Vieni e vedi. A tutti l’augurio di un Buon Natale e Felice 2012, nel quale lasciamoci illuminare da questa luce.

INCONTRO DEL VESCOVO PELLEGRINI CON LE NOSTRE PARROCCHIE Dal 19 al 26 ottobre scorsi abbiamo avuto nelle parrocchie della forania di Aviano, la graditissima visita del nostro nuovo vescovo Mons. Giuseppe Pellegrini. È stata una visita informale che voleva essere un primo contatto con la realtà della diocesi per ascoltare le situazioni in cui vivono le nostre parrocchie, le attese della gente e un primo sondaggio per trovare soluzioni adatte alle varie problematiche delle situazioni. Il carattere gioviale e la non formalità dell’approccio alle persone che lo contraddistingue hanno fatto si che tutti si sono entusiasmati con questo incontro. Nelle nostre parrocchie ha incontrato la Giunta Comunale di Budoia, sabato 22 ottobre, i Consigli Pastorali e per

gli Affari Economici dell’Unità Pastorale, mercoledì 26 ottobre, presso l’Oratorio di Budoia, ha celebrato la Santa Messa per le nostre tre parrocchie il 28 ottobre nella parrocchiale di Budoia, ha concluso gli incontri con la realtà giovanile di tutta la forania, venerdì 28 ottobre nell’Oratorio di Aviano. Abbiamo poi saputo che è rimasto molto ben impressionato dalla vivacità di idee e di iniziative non solo strettamente religiose, ma anche sociali delle nostre tre parrocchie. Ci ha incoraggiati a continuare questo cammino e a trovare insieme nuove strade per vivere la realtà ecclesiale in questo difficile tempo. Grazie vescovo Giuseppe e La attendiamo per prossimi e più particolari incontri con la nostra realtà.

PARROCCHIE DI BUDOIA · DARDAGO · SANTA LUCIA sono liete di invitarti alle catechesi per un cammino di fede

DIO TI STA ASPETTANDO PER DONARTI UNA VITA NUOVA gli incontri si terranno presso l’Oratorio di Budoia dal 15 gennaio 2012, ogni martedì e venerdì, alle ore 20.30 Aperto ai giovani, adulti e coppie TI ASPETTIAMO IL PARROCO E I CATECHISTI

Per qualsiasi necessità di trasporto di persone anziane o altro telefonate

allo 0434 65 40 33 o allo 340 3110 222


[ la ruota della vita]

NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Giovanni Di Fusco di Salvatore e Beata Barbara Buczek – Budoia Francesco Del Zotto di Alessandro e di Marilinda Berto – Castelnuovo del Garda (Verona) Alessandro Giaretta di Marco e di Beatrice Orsini – Dardago Matteo Agostini di Francesco e di Maddalena Bevilacqua – Santa Lucia Angelo Modolo di Sergio e di Paola Genuardi – Dardago Elena Zambon di Christian e di Paola Cattarinussi – Maniago Benedetta Bari di Bruno e di Antonella Zambon – Pordenone Leonardo Bari di Bruno e di Antonella Zambon – Pordenone Lorenzo Bari di Bruno e di Antonella Zambon – Pordenone Valerio Magris di Luca e Rosalice Zambon – Dardago Davide Zambon Pala di Luca e Roberta Giust – Dardago Anna Vincenzi di Andrea e Chiara Zambon – Fontanafredda

M AT R I M O N I Felicitazioni a...

Nozze d’oro

Gino Marielli e Tatiana Cinquemani – Budoia Massimo Cevolotto e Debora Fort – Budoia Ivana Del Piero e Andrea Moras – Roveredo in Piano Laura Janna e Marco Tabaro – Dardago Francesca Del Puppo e Raffaele Serrecchia – Polcenigo Sandra Marangoni e Mirco Basso – Jesolo

Giovanni Famalonga e Nadia Cecchini – Dardago Primo Busetti e Luigina Zambon – Dardago Bruno Zambon e Luisa Morando – Dardago Lorenzo Basso e Elena Jotti – Galliera Veneta Mario Rossi e Angela Lacchin – Santa Lucia Nozze di diamante Lucio Carlon e Augusta Piccinato – Budoia

L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Licenza di Maturità Selena Spader – Liceo Classico – Venezia Laurea Alessia Quaia – Architettura – Budoia

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Cornelia Basso di anni 89 – Dardago Giuseppina Lacchin di anni 91 – Budoia Anna Zambon di anni 94 – Dardago Pietro Zambon di anni 58 – Inghilterra Lucio Rizzo di anni 69 – Santa Lucia Anna Davanzo di anni 85 – Budoia Domenico Carlon di anni 87 – San Giovanni di Polcenigo Cecilia Nadalin di anni 61 – Santa Lucia Ada Chieu di anni 81 – Santa Lucia Giuseppe Carlon di anni 85 – Budoia Adriana Zonta di anni 97 – Santa Lucia Raimondo Zambon di anni 75 – Francia Egidio Sarri di anni 57 – Santa Lucia Walter Zambon di anni 73 – Dardago Giovanna Bastianello di anni 84 – Dardago Walter Stephen Millington – Santa Lucia Guido Carlon di anni 83 – Budoia Alessandro Rossi di anni 73 – Santa Lucia Assunta Alfier di anni 94 – Budoia Enrico Carli di anni 89 – Santa Lucia Rosellina Carlon di anni 53 – San Leonardo Valcellina Valentino Pellegrini – Santa Lucia Daniela Romani di anni 42 – Milano Lidia Vettor di anni 92 – Milano Maria Zambon di anni 87 – Budoia Fedora Kosmina di anni 91 – Santa Lucia Marina Del Zotto di anni 85 – Budoia Antonia Besa di anni 84 – Santa Lucia

70 anni di matrimonio Angelo Zambon Pinàl e Stanislava Krescevec – Verona


In copertina. Santa Lucia, 13 agosto 2011. Per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia si è svolta la cerimonia d’inaugurazione della riqualificata area monumentale. (foto di Vittorio Janna)

Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

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La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti

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Avventura artistica parigina di Umberto Coassin

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La ruota della vita

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Il dovere di non dimenticare di Roberto De Marchi

Enrico Alciro Roncali, artista e decoratore di Alex Ranghieri

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Sul monumento il nome di mio padre di Mafalda Rizzo

Piccole storie di grandi persone di Angela Zambon Pinàl de Fedele

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Dardagosto, la festa dell’Assunta di Adelaide Bastianello

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Va’, (il mio) pensiero... di Nadia Maravigna

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Il monumento, opera di Tita Maniach di Rosa Oliva

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Una lode alla Pieve, un regalo per i dardaghesi di Adelaide Bastianello

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embre 20 dic

124 sommario

Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.artugna.blogspot.com e-mail direzione.artugna@gmail.com

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Campo di Pille, un toponimo scomparso di Franco Dal Cin

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Archeologia del paesaggio a cura della Redazione

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Nuova Malga Ciamp, una scommessa sul futuro di Pietro Janna

Collis Chorus, un altro anno da ricordare di Roberto Cauz

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’N te la vetrina

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L’angolo della poesia

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Lasciano un grande vuoto...

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Cronaca

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Inno alla vita

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I ne à scrit

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Programma religioso Bilancio, Auguri

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Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon

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Impaginazione Vittorio Janna

Monteà e desmonteà, su e dò pa’ la mont di Vittorina Carlon

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La vita ’n tele Mont, una foto e un libro di Massimo Zardo

Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Magda Carlon, Vittorio Janna, Antonietta Torchetti, Massimo Zardo

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Spedizione Francesca Fort

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Il panevin di Fabrizio Fucile

Ed inoltre hanno collaborato Mario Cosmo, Laura Dedor, Daniela Fort, Francesca Janna, Espedito Zambon

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Omaggio in ritardo di Alessandro Fontana

Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn

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Le pietre gentili di Melita e Vittorio Janna Tavàn

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Riscoprire il valore della preghiera di Bruno Fort

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Una reale presenza... di Maria Pia Rossitto

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Ogni sorriso di un ragazzino era una soddisfazione a cura della Redazione

Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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Un gambero non fa primavera di Alberto Carniel

ed inoltre... Albero genealogico de «I Del Maschio Danelin Fantin, da Giacomo a... Pietro». Oltre mezzo millennio di storia in terra budoiese di Vittorina Carlon.


150° UNITÀ D’ITALIA

P roseguono le celebrazioni per il 150° anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia. Riportiamo il discorso del Sindaco, arch. Roberto De Marchi, tenuto in occasione della cerimonia di riqualificazione dell’area prospicente il Monumento ai Caduti di Santa Lucia, di seguito i vivi ricordi di Mafalda Rizzo inviati in forma epistolare al sindaco, quelli di Nadia Maravigna e un profilo di Rosa Oliva, a nome del Consiglio Pastorale di Santa Lucia, sull’artista del monumento, Tita Soldà Maniach.

il dovere di non dimenticare A nome dell’Amministrazione Comunale di Budoia saluto e ringrazio tutti i presenti, per aver scelto di prendere parte a questa giornata di festa, in cui la comunità di Santa Lucia si riunisce per salutare i propri concittadini che risiedono in altre località e che annualmente tornano al proprio paese di origine esprimendo un forte legame di affetto ed appartenenza. La giornata di oggi ha un valore ancora più alto, in quanto ci troviamo ad inaugurare i lavori di riqualificazione dell’area monumentale, credo non potevamo scegliere giornata migliore per condividere questo momento con le famiglie di emigranti originarie di Santa Lucia. Ringrazio pertanto chi si è messo a disposizione per questa celebrazione: la Parrocchia di Santa Lucia, il Gruppo Alpini di

Budoia, l’Auser e sua eccellenza mons. Ovidio Poletto che accogliamo sempre con gioia nelle nostre comunità. In occasione dei 150 anni dell’Unità abbiamo scelto come 6

Amministrazione Comunale di riqualificare quest’area di fondamentale importanza per l’espressione civile della nostra comunità. I monumenti hanno come finalità di preservare il ricordo, la


memoria di fatti e persone, e noi abbiamo il dovere di non dimenticare. Se non ci prendiamo cura dei nostri monumenti e li abbandoniamo al degrado, non mettiamo in atto l’esercizio della memoria, che al contrario trova forza nel decoro, ovvero nel mantenere «vive» le pietre che indelebilmente ci ricordano quanti hanno perso la vita affinché la comunità di Santa Lucia incontrasse un destino migliore. Oggi possiamo dire grazie a chi si è sacrificato perché il nostro benessere è il frutto di cui godiamo nella nostra quotidianità. È questo il messaggio che dobbiamo ricordare ogni giorno per non dimenticare, per avere una propria consapevolezza ed una propria gratitudine, ogni volta che passiamo qui davanti dobbiamo sentire il sentimento della gratitudine a chi si è donato in guerra, per il nostro presente di pace e prosperità. Nel mondo

contemporaneo è sempre più difficile il ricordare, viviamo in una condizione in cui tutto scorre su una superficie lavabile, nulla si stratifica in un modello di società in cui la virtualità dei valori, costruita sull’emotività dei bisogni non reali, diventa vorace di se stessa, a maggior ragione dobbiamo mantenere dei punti fermi, e questo monumento fatto di pietra sarà sempre un punto fermo per la nostra comunità. Quando Giovanni Battista Soldà, detto Maniach, realizzò quest’opera credo si sia posto come fine figurativo la rappresentazione del sacrificio, sentimento che le genti di Santa Lucia hanno dignitosamente rappresentato qui e nel mondo, in guerra, nel lavoro e impegnandosi nella società civile. Facciamo festa per non dimenticare. Buona serata a tutti. ROBERTO DE MARCHI

Due momenti della cerimonia con la presenza del sindaco Roberto De Marchi, del Vescovo Emerito, mons. Ovidio Poletto e del Maresciallo dei Carabinieri, Claudio Zambon.

SUL MONUMENTO IL NOME DI MIO PADRE

Il Sindaco ha letto una commovente lettera a lui indirizzata, giunta da Cassano d’Adda, datata 13 agosto 2011. *** Buongiorno Signor Sindaco, mi presento. Mi chiamo Rizzo Mafalda (classe 1911), ho compiuto ad aprile 100 anni e mai avrei pensato di arrivare a questa età, lucida nei miei pensieri, molto meno nel fisico. Grazie a mio nipote Alessandro ho saputo del restauro del Monumento ai Caduti di Santa Lucia. La informo che sono commossa, in quanto per anni quel Monumento è stato per me il solo ricordo rimastomi di mio padre Giovanni Rizzo, morto nel 1917 durante lo scontro della prima guerra mondiale. Ero la maggiore di quattro fratelli, persone conosciute nella nostra Comunità: Rizzo Angelina (colei che la coreva per duti), Rizzo Gisolfo (il cogo), Rizzo Giovanni (il murador), con mia madre rimasta vedova presto non è stato facile a quel tempo. Alcuni mi hanno detto che il nome di mio padre è presente anche a Redipuglia con la scritta «Presente» a ricordo del sacrificio eroicamente compiuto. Allora si combatteva per gli ideali di Patria, oggi alla mia età quello che vedo e leggo ahimè è rimasto ben poco: altri sono gli interessi. Oltre al nome di mio padre sul Monumento è presente anche il nome del fratello di mio marito, Isidoro Fort, disperso sul fronte greco-albanese. Alpino come mio nipote! Alpini, i quali oggi come ieri sacrificano la loro vita per la Patria. Come l’Alpino Miotto di Vicenza che ha chiesto di essere sepolto nel suo paese nella tomba dei Caduti in guerra a ricordo dei veri ideali. Ringrazio tutta l’Amministrazione Comunale e le Associazioni che si sono prodigate per il restauro del Monumento alla memoria dei suoi Caduti. Un saluto a tutti Voi e a Lei Signor Sindaco. MAFALDA RIZZO

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150° UNITÀ D’ITALIA

Va’ (il mio) pensiero... ...PER AVERE CREDUTO NELL’IDEALE DI PATRIA

In alto. Matteo Fort detto il Cialderin. Sotto. Giovanbattista Della Fiorentina nel giorno della nomina a Cavaliere della Repubblica.

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia ritengo doveroso ricordare i tanti giovani della nostra comunità che, chiamati a combattere la 1° guerra mondiale, contribuirono con il loro sacrificio ad ampliare il territorio italiano con l’annessione di Trento e Trieste che a 50 anni dalla nascita del nostro stato, si trovavano ancora sotto il dominio dell’impero austro-ungarico.

Tra i tanti soldati desidero ricordare i «ragazzi di Santa Lucia» che con abnegazione e grande sacrificio combatterono contro gli austriaci e per il quale, dopo 60 anni dalla vittoria della «grande guerra» furono insigniti del titolo di «Cavaliere di Vittorio Veneto» quale riconoscimento del loro impegno. In particolare il mio pensiero corre ad alcuni di loro che ho


avuto la fortuna di conoscere quando da bambina trascorrevo le mie vacanze estive a Santa Lucia. Primo fra tutti, mio nonno Giovanbattista Della Fiorentina che combattendo a Pola prima di cadere prigioniero degli austriaci ed essere internato in un campo di lavoro, fu autore di azioni particolarmente significative tanto da meritarsi un encomio al valor militare. Un grande rispetto e tanta simpatia ho sempre provato per il

grande invalido Matteo Fort (ramo Del Maschio) che, arruolato nei bersaglieri, pagò un tributo altissimo alla Patria riportando il congelamento dei piedi, mentre combatteva alle pendici delle Tre Cime di Lavaredo e successivamente fatto prigioniero e ricoverato in un ospedale austriaco. Americo Soldà che al suo ritorno dalla guerra ha voluto ricordare l’ultima battaglia combattuta sul monte Asolone il 26 ottobre 1918 erigendo un capitello dedicato a

Sant’Antonio in segno di ringraziamento per essersi salvato. Ma il mio pensiero corre anche ai Cavalieri Paolo Fort e Giovanni Marcandella che riposano nel cimitero di Santa Lucia e si estende a tutti coloro che combattendo una guerra lunga e particolarmente feroce, non fecero più ritorno. Ecco! A tutti loro va’ il mio e il nostro pensiero e ringraziamento per avere creduto nell’ideale di Patria! NADIA MARAVIGNA

DAL DISCORSO PRONUNCIATO DA ROSA OLIVA A NOME DEL CONSIGLIO PASTORALE DI SANTA LUCIA

Il monumento

opera di Tita Maniach Il monumento ai Caduti in guerra, di cui oggi celebriamo la riqualificazione dell’area che lo accoglie, è opera di un nostro concittadino: Giovanni Battista Soldà, nato il 18 aprile 1886 e morto il 25 ottobre 1965. Tita Maniach, questo era il suo soprannome, abitava in vicolo dei Soldà. Tutti lo ricordano come un uomo tranquillo che si faceva benvolere da tutti. Era uno scultore della pietra, uno scalpellino artista. Giobatta, alla manualità, aggiungeva un innato estro artistico, poiché le sue opere erano da lui ideate, progettate e realizzate. Così come avvenne per il monumento ai Caduti di Santa Lucia, realizzato tra il 1924-25. Da notizie raccolte fra le persone anziane di Santa Lucia – in particolare le testimonianze del signor Secondo Gislon e della stessa figlia dello scultore, Maria – sappiamo che il monumento fu fortemente voluto dalla municipalità di allora e dalla popolazione che collaborò fattivamente alla sua realizzazione. La pietra usata fu prelevata da

Ligont con l’aiuto dei paesani; erano grossi blocchi di pietra, poi trasportati fino a Santa Lucia con i buoi di Matteo Fort, unico in paese ad avere questo mezzo di trasporto. L’opera fu realizzata sotto un portone. E qui i ricordi sono contrastanti: alcuni dicono sotto quello della famiglia Besa, altri lo ricordano all’opera sotto il portone dei Fort Fut. L’opera, comunque, vide la luce in paese. 9

L’artista realizzò il lavoro dopo aver messo assieme le pietre squadrate, utilizzando, quindi, più blocchi che assemblò sul posto, dando vita al monumento, a cui oggi l’Amministrazione Comunale di Budoia ha dato decoro. Tita Soldà ci lasciò altre sue opere nella chiesa parrocchiale e nel cimitero. All’artista è stata dedicata una via nel suo paese. ROSA OLIVA


Radura in prossimità del cippo 227 FN 1875.

Campo di Pille un toponimo scomparso di Franco Dal Cin

Nell’analizzare le relazioni redatte in occasione delle conterminazioni del «Bosco d’Alpago»,1 dalla prima, effettuata nel 1550 dal proto all’Arsenale, A. da Canal, a quella del Rettore B. Trevisan del 1679, ci si imbatte in un toponimo che non viene più successivamente citato2 e che anche la toponomastica attuale non indica più: Campo di Pille o anche Pian de Campo de Pil.3 È proprio da questo località che A. da Canal il 26 maggio 1550 inizia la prima conterminazione del Bosco d’Alpago a seguito dell’assoggettamento dello stesso alla Repubblica di Venezia avvenuto con bando pubblico il 29 novembre 1548. Così si trova scritto nella sua relazione: (…) Et prima principiando dal luoco nominato Tremolo, al confin della giurisdittion di Polcenigo, et andando, per il fondo di una oscura Valle, che segue à banda sinistra della strada, che và à Tremolo in Pian de Campo de Pille, seguitando per detta Valle, grego levante, per spatio de miglia uno in circa, fino al refferir in detto Pian de Campo de Pille, dov’è una fontana nominata de Campo de Pille, et dispartir da quella perteghe XV in circa, à banda destra vi è un gran sasso, sopra il quale habbiamo fatto intagliar, et se-

gnar n° I, et una Croce sopra di detto numero (…). Una successiva conterminazione generale, avvenuta nel 1622 ad opera del Rettore F. Cornaro, non menziona questo luogo, ma un altro, ad esso vicino, le «Crode di Salega o Salegno», anche questo caduto in disuso. Neppure la successiva ed importante conterminazione generale di L. Dolfin del 1653 cita la località in quanto il Rettore, iniziata la confinazione più a sud, in «Cima della Vale Cornesega appresso il Col de Corredor», e risalito poi verso nord-est fino alle già citate «Crode di Salegno», prossime al Campo di Pille, ritornò poi indietro al termine iniziale. Sarà il Rettore M. Zorzi a citare nuovamente il toponimo. Lo farà in due documenti, nella relazione alla conterminazione avvenuta nell’ottobre del 1660 e nel successivo Proclama del 23 gennaio 1661 in cui riassume le disposizioni a protezione del bosco bandito. Così si trova scritto nella Relazione: (…) si portassimo il giorno seguente, 12 ottobre sopra le più alte cime di quei Monti, arrivassimo verso il Campo di Pil sotto la Giurisdittione di Polcenigo, e vedessimo il luoco del termine VII, situato 10

di sopra verso levante del Col de Dogarenti, compreso nella termination Dolfina; onde facessimo scolpire un termine sopra un altro Colle nella sommità dé Monti appresso gl’Alloggiamenti delle pecore de Campo de Pil, facendo segnare M. Z. 2 do 1660, N. VIII (…)4 e nel successivo Proclama: (…) Che si come nel mezo miglio sotto Farra, et Pieve d’Alpago, et sotto Seravale non resta prohibito il pascolo, né meno alli Communi di Polcenigo, entro il termine ottavo, verso Campo di Pil, fino al termine undecimo fatti da Noi segnare, et sino all’orlo del Bosco folto; mà libero, per effetto di pubblica munificienza, et à loro consolatione; (…) Un ultimo riferimento al sito è contenuto nella relazione alla Conterminazione generale effettuata dal Rettore B. Trevisan nel 1679. Questa conterminazione, stabilendo una generale, progressiva numerazione dei termini fino ad allora posti, risulta di fondamentale importanza al fine di chiarire l’esatta collocazione del toponimo in quanto la progressione numerica, ancora oggi quasi sempre ben visibile, si associa via via alle località indicate. Così si trova scritto nella relazione: (…) Caminando poi verso levante, verso il campo del


Pil, fù fatto segnare dall’Eccellentissimo Zorzi un termine M.Z. 2° 1660 col N. 8, hora regolato col N. LXXX. (…) Da questa data non si sono più trovati riscontri testuali del toponimo «Campo di Pille». Nella ricerca del sito vengono, però in soccorso due ritrovamenti cartografici che vanno ad aggiungersi ai testi sopra citati; si tratta di due mappe risalenti alla seconda metà del XVII secolo. In una viene espressamente citato il Campo di Pille e in entrambe viene indicata una «Val sotto Campo di Pille». Passati in rassegna i riferimenti documentali di tale località sorgono delle domande: quale origine ha, il toponimo «Campo di Pille», e inoltre, è possibile oggi individuarne la localizzazione, e in tal caso cosa c’è oggi in questo luogo? È ancora un luogo aperto, oppure il bosco ha invaso il «campo» facendo scomparire, oltre che dai documenti, anche nella realtà questa radura? In merito all’origine del toponimo, stando a quanto scrive G.B. Pellegrini,5 questo dal termine latino «pila», ‘recipiente, ad uso di abbeveratoio’, ‘truogolo’, ‘lavatoio’ e ciò concorderebbe con quanto riportato nella relazione del da Canal, «dov’è una fontana nominata de Campo de Pille» e, più in generale, con l’associazione ad un luogo dedito alla pastorizia, e notoriamente scarso di risorse idriche. Per quanto concerne poi la localizzazione del sito, confrontando i riferimenti testuali sopra riportati con i rilievi effettuati sul campo, è da prendere in considerazione quest’altro elemento di valutazione. L’importanza assegnata alla foresta del Cansiglio non fu prerogativa della sola Repubblica di Venezia, anche le diverse autorità che si sono succedute alla sua caduta hanno provveduto a regolamentarne lo sfruttamento e, a tale scopo, delimitarne l’estensione. Così è, infatti, avvenuto anche per lo Stato italiano che con la l. 223/1871 la dichiara Foresta Demaniale inalienabile e, nel biennio 1874/75, provvede a confinarla con appositi cippi in pietra.6 Ora, a fianco del sopra indicato VIII

Ipotesi di localizzazione del «Campo di Pille» (Carta Tabacco 1:25.000).

termine della confinazione effettuata da M. Zorzi, è collocato il cippo 228 FN 1875, al quale precede, a monte, il 227 e questo, in effetti, è posto in un luogo aperto (foto a sinistra), una zona che ancora oggi è dedita a pascolo e che potrebbe costituire l’area su cui sorgeva il

«perduto» Campo di Pille. Volendo poi collocarlo nella cartografia odierna il Campo di Pille potrebbe essere situato in prossimità del Zuc di Valliselle, non lontano dalla Casera di Valle Friz (figura sopra), quindi sulla montagna del Comune di Budoia.

NOTE 1. Le conterminazioni analizzate, e riportate in estratto, sono conservate nell’Archivio Storico del Comune di Belluno nella raccolta, «Cansiglio e Caiada»; più volte proposta e richiamata nelle missive intercorse tra i Podestà della Città e le autorità della Serenissima, fu istituita dal Rettore M. Zorzi nel 1659. 2. Al momento si sono ritrovate le seguenti conterminazioni generali successive a quella del 1679: la conterminazione effettuata da P. Querini nel 1748 e l’ultima, prima della caduta della Repubblica, quella effettuata da A. Barbaro nel 1795. Nessuna delle due menziona il toponimo «Campo di Pille», va osservato, però che sul masso riportante l’VIII termine della conterminazione di M. Zorzi è stata rinvenuta la sigla ed il millesimo posti da P. Querini. Il sito potrebbe essere forse descritto da questo passo della sua relazione: «Poscia prosseguendo il camino in distanza di pertiche 350 circa ritrovato sopra il Col del Turol, o sia delle Capre, il termine n. 5 con sua Croce, al cui fu aggiunto il Millesimo e le lettere.» Il riferimento alle capre potrebbe associarsi alla annotazione che allo stesso termine fa M. Zorzi, quando indica il vicino «alloggiamento delle pecore», a testimonianza di una consolidata attività pastorizia esercitata in questa località. 3. Il toponimo «Campo di Pille» è assente anche dalla dettagliata «Carta della topo-

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nomastica minore del Cansiglio» elaborata dall’arch. Moreno Baccichet. 4. Da una ricognizione sul luogo il masso su cui è inciso il termine VIII dello Zorzi potrebbe coincidere con quello indicato dal da Canal nelle sua relazione del 1550; pur non ben chiari, il N. I e la croce sembrano affiorare tra le altre molteplici incisioni presenti. 5. G.B. Pellegrini, «Toponomastica italiana», Milano, Hoepli, 1990, pag. 227/8, dove, per restare in ambito veneto, vengono citati, «Pila» (Piansano VI), «Valle delle Pile» (Revine TV) e «Monte Pilón» (Segusino TV). Una diversa, e da approfondire, origine del toponimo potrebbe vederlo derivare da un nome di persona; in tal senso potrebbe far suggerire quanto scritto da Tullio Trevisan in «Esplorazione e storia alpinistica della Valcellina», Pordenone, Grafiche Editoriali Artistiche, 1983, che a pag. 304 riporta in traduzione il testo di Lothar Patera «Il gruppo del Cavallo» in cui, commentando un tentativo di ascesa al M. Cavallo da parte del botanico G. von Martens, si cita una casera del Pian Cavallo nominata «Candepilla», associata poi a proprietari locali di nome Capovilla. 6. L’Ispettore Raffaelli e il sotto ispettore Castellani effettueranno nel 1874/5 la confinazione della Foresta Nazionale con la posa di 300 cippi lapidei, a distanza fra i 50 e i 150 metri l’uno dall’altro.


TECNICHE DI CONSERVAZIONE DELL’ACQUA SUL VERSANTE CALCAREO DEL CANSIGLIO

a cura della Redazione

Archeologia del paesaggio Riportiamo il testo apparso nella locandina d’invito all’escursione del 25 settembre sulla zona della scarpata del Cansiglio, organizzata dall’architetto Moreno Baccichet per Legambiente in collaborazione con il Comune di Budoia e l’Ecomuseo Lis Aganis, in attesa della visita alla mostra sui risultati delle ricerche condotte quest’anno, sul territorio.

Nella foto. La «lama» di Casera Val di Lama nella veste invernale (foto di Moreno Baccichet).

In età medievale (XII-XIII sec.) i signori di Polcenigo riorganizzarono la scarpata montana attrezzandola con la costruzione di una serie di residenze agricole immerse nei terreni coltivati. L’ambito era posto a cavallo dei territori di Polcenigo e di Budoia e vide nascere un sistema di villaggio composto da Longiarezze e Mezzomonte, mentre a monte c’erano delle importanti stalle private all’interno dei prati. Le case di Longiarezze furono abbandonate già nel XVI secolo e furono trasformate in stalle, mentre le case di Mezzomonte si ampliarono trasformando l’insediamento in un paese. Con l’escursione, partendo dal sito dell’insediamento paleolitico di San Tomè, si coglie l’occasione per svolgere in comune una serie di indagini osservazioni sugli oggetti che attualmente compongono il paesaggio della scarpata cansigliese. Uno spazio aspro e privo di acque superficiali, con il quale la popolazione locale dovette lottare per garantirsi le risorse necessarie. Oggi quei luoghi sono ricchi di memorie 12

archeologiche visibili a tutti perché non sepolte. Durante l’esplorazione settembrina si analizza un paesaggio un tempo umanizzato e oggi quasi completamente inselvatichito, le sue diverse tradizioni edilizie, i percorsi, la forma delle marginature, la forma dei campi coltivati e degli ex prati e soprattutto le modalità di cattura dell’acqua. Si descrivono i «fossili» individuati durante le esplorazioni invernali, mostrando le diverse strategie nella cattura e conservazione dell’acqua. Raggiunto Col Scussat, si cerca di rendere evidenti i luoghi segnati dai serbatoi dell’acqua. Abbandonato l’antico insediamento permanente, l’escursione prosegue lungo una delle principali vie utilizzate per sfruttare i pascoli alti. Così si raggiungono le stalle di Chiavalir (private) e la malga pubblica di Casera Val di Lama (1.108 m). Qui, di fronte a uno straordinario stagno artificiale costruito da antichi allevatori per garantire a uomini e animali una riserva d’acqua, finisce l’escursione.


M alga Ciamp è una di quelle località di montagna dove la natura non manca mai di stupire: vuoi per il paesaggio che ti si apre dinnanzi e che in una giornata limpida ti permette di spaziare nell’immenso della pianura friulano-veneta; vuoi per la maestosità delle montagne che ti circondano, di cui i Pietìns sono un condensato di meraviglia; vuoi per la conca carsica del Ciamp caratterizzata da un’abbondante rocciosità superficiale. Qui per molti anni, fino a metà del secolo scorso, si è praticata la monticazione. Dopo l’abbandono degli ultimi decenni la casera e la stalla diventarono praticamente dei ruderi. Nel 2005, il Comune di Budoia inoltrò domanda di contributo per il recupero di tali fabbricati e, l’anno successivo, la Direzione Centrale delle Risorse Agricole, Naturale e Forestali della Regione FVG concesso un contributo di 411.200 euro pari all’80% della spesa ammissibile. Grazie al contributo, l’Amministrazione comunale ha potuto realizzare due strutture: una da adibire ad abitazione temporanea del malgaro e l’altra al ricovero del bestiame. La nuova malga, con muratura in sasso a vista, si inserisce armonicamente nel territorio, è dotata di un elevato

standard di comfort ed è alimentata con pannelli fotovoltaici. È chiara la vocazione agrituristica della struttura, facilmente e comodamente raggiungibile dal Piancavallo al quale è collegata da una strada recentemente asfaltata. Il comprensorio montano di Budoia ha delle potenzialità non ancora espresse che dobbiamo valorizzare offrendo all’escursionista consapevole un territorio dotato di strutture che abbiano il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione. Come per Malga Ciamp, l’Amministrazione comunale ha intenzione di ristrutturare a scopo didattico e storico le strutture esistenti oggi ridotte a ruderi: masonii, casons e quanto può servire a tramandare la storia delle nostre mont.

meroso pubblico ha potuto visitare le strutture. La cerimonia si è conclusa con un buffet offerto dall’Amministrazione e preparato dalla Pro Loco, accompagnato dalle note del concerto dei The Braves di Aviano.

*** Domenica 22 ottobre 2011, il sindaco Roberto De Marchi, la giunta, alcuni consiglieri comunali e circa 200 cittadini sono saliti in Malga Ciamp l’inaugurazione dei lavori di recupero. Dopo il taglio del nastro e l’intervento del sindaco che ha voluto sottolineare l’importanza dell’intervento e ringraziare quanti si sono adoperati per la realizzazione dell’opera, il nu-

di Pietro Janna

nuova Malga Ciamp una scommessa sul futuro


Monteà e desmonteà su e dò pa’ la mont di Vittorina Carlon

LE MALGHE, LUOGHI DI MEMORIE TENACI.

L’intensa attività pastorale dei nostri avi si svolse per millenni tra gli irti pendii dei monti, tra spazi ampi e ristretti, tra le malghe di mezza montagna e quelle più in alto tra le pietraie, sempre all’affannosa ricerca di un pascolo per gli armenti. Le malghe del Ciavalir, della Val de Lama, della Val Friz, del Ciamp... sono tutti simboli antropologici di una realtà lontana che, se recuperati, potrebbero ridare vita alle nostre montagne e insegnare la storia delle nostre genti alle nuove generazioni. Le malghe rimangono fermamente luoghi di memorie tenaci. «Me tacave a la coda del mul e lui al me menava su, in tel Ciavalir» 14

mi raccontava una budoiese doc, alcuni decenni fa, ricordando la sua difficile vita in mont. Al era ancimò scur e la pastorella di appena 5/6 anni si lasciava trainare dal mulo, che ben conosceva il percorso lungo gli irti sentieri fino al Ciavalir, carico di vivande destinate ai proprietari che lavoravano in malga. Ci sono famiglie che conservano oltre a ricordi anche documenti sulle malghe. Ne analizziamo uno. Si tratta di un certificato sanitario e di origine di una mandria d’alpeggio, valido all’interno del Regno d’Italia, appartenuto a Pietro Janna e conservato dall’omonimo nipote che


gentilmente lo ha messo a disposizione. Correva l’anno 1924. Il signor Giacomo Vedovato, abitante a Campagnole di Prata di Pordenone, affidava cinque capi di ovini a Pietro Janna di Dardago, per la stagione della monticazione. Era, infatti, abitudine dei pastori locali ricevere animali di terzi (in questo caso fede cabure), provenienti soprattutto dai paesi di pianura in cui il malgaro si recava di persona a prelevarli. Il servizio sanitario attestava che gli animali erano riconosciuti sani e provenienti da una località immune da malattie contagiose. Specificava la destinazione, Dardago di Budoia, e la strada da percorrere, Prata, Porcia, Roveredo, Dardago di Budoia, oltre alla marcatura degli animali, una V contrassegnata sulla groppa di ciascun ovino. Annotava, inoltre, la data di

partenza, il 13 maggio 1924, e la durata del viaggio, lunga ben due giorni per il percorso da Prata a Dardago. Il certificato, firmato dal veterinario autorizzato, dr. Domenico Pujatti, e dal sindaco Gasparini, valeva per gli animali accompagnati da uno stesso conduttore, diretti alla medesima destinazione e doveva essere conservato per l’intera durata della stagione d’alpeggio, per essere esibito ad ogni richiesta di veterinari ispettori o di agenti della forza pubblica. I proprietari di questi animali non ricevevano «alcun prodotto caseario né erano compensati in caso di morte di pecore o agnelli, purché fosse loro restituito o il vello (la pèl) o il contrassegno (el senc) della bestia deceduta o per malattia o per caduta in una foiba… L’agnello partorito durante l’alpeggio spettava al malghese, salvo precedente accordo con il

proprietario». Così scriveva il maestro Umberto Sanson nel suo prezioso articolo «La malga (El masonil)».1 Nel mese di settembre, a conclusione della stagione della monticazione (desmonteà), il malgaro riconsegnava ai proprietari gli animali, che gli erano stati affidati, riconducendoli di persona a destinazione. Vedovato non era l’unico proprietario pratese ad assegnare il proprio bestiame ai nostri malgari. Un certo Praturlon ricorreva invece all’esperienza pastorale di Adamo Bocus (Damo Frith).2 Utilizzavano il servizio dei nostri pastori tanti altri piccoli proprietari di Brugnera, Pasiano e Azzano Decimo, e addirittura del Veneto Orientale, di Mansuè, e probabilmente anche del territorio di Santo Stino 3 e di Meduna di Livenza,4 zona in cui, già nel XVIII secolo, esisteva un oratorio dedicato alla Beata Vergine della Salute del Malgher, probabile luogo d’incontro dei malgari per la restituzione del bestiame o comunque di sosta dei pastori con i loro greggi per la richiesta di protezione alla Madonna. Ci auguriamo di ricevere altro materiale sulla vita pastorale nelle nostre malghe.

NOTE 1. U. Sanson, La malga (El masonil) in Sot la nape, n. 1 – 1979, S.F.F., Udine. 2. Informatrice la figlia Antonietta Bocus Zambon. 3. Santo Stino è bagnato oltre che dal fiume Livenza anche dal Canale Malgher. 4. Nel Comune di Meduna di Livenza c’è una piccola frazione denominata Malgher. Significativa è l’etimo.

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2 giugno 1973 Casera Valle-Friz (foto di Luigi Basso).

la vita ’n tele Mont una foto e un libro

Casera Valle-Friz, oggi.

L a foto uscita dal vecchio album è datata 2 giugno 1973 e ci ritrae davanti alla Casera della Valle-Friz, dove eravamo saliti in buon numero alla riscoperta della zona degli alpeggi ormai abbandonati da anni. La giornata si era svolta secondo un classico copione: raccolta della legna per il fuoco nei boschi di faggio attorno alla casera, rallegrata dall’incontro ravvicinato con alcuni esemplari di vipera, e passeggiata alla Busa del Glath, con la cjaldiera in spalla, per trasportare il ghiaccio da sciogliere per cuocere la polenta nel fogher, come una volta. Non erano, e non sono, presenti infatti a breve distanza dalla casera fonti d’acqua e le vecchie lame erano asciutte o ridotte a pozzanghere fangose. È stata una esperienza divertente, ce la ricordiamo tutti bene, ma la severità dell’ambiente e le condizioni di abbandono degli edifici non incentivavano certo nessuno di noi a trattenerci a lungo. La casera infatti è stata restaurata solo da alcuni anni e

attualmente fornisce un valido punto d’appoggio a quanti amano percorrere i sentieri della montagna ed era l’unica rimasta delle 10 malghe del comune di Budoia, almeno fino alla recente ricostruzione della casera Ciamp. Delle altre malghe non restano infatti che i ruderi, scarse tracce di una attività che fu fiorente fino a 50-60 anni fa. Anche le testimonianze sulla vita dei caseranti sono sempre meno, e le ultime, che sarebbe opportuno raccogliere, sono quelle dei pochi anziani che a Dardago e a Budoia ancora si ricordano delle estati trascorse nelle casere a pascolare pecore e vacche. Dai loro ricordi e dalle vecchie fotografie ricaviamo una storia di fatiche, di privazioni, di vita dura e non priva di pericoli, la storia di una attività sicuramente importante per l’economia e la zootecnia delle comunità rurali. Ma com’era realmente la vita in casera? Un quadro esauriente e ben documentato delle attività di pastorizia e produzione casearia che si svolgevano sulle nostre montagne da giugno a settembre lo troviamo in un libro presentato quest’estate, scritto da Mario Tomadini: «Pascoli del silenzio», che percorre attraverso documenti ed interviste gli anni di attività delle casere della montagna avianese dalla seconda metà dell’ottocento agli anni 50 del secolo scorso, quando l’attività di malga fu praticamente abbandonata fatte poche eccezzioni. La lettura del libro conferma che si trattava di una attività 16

di Massimo Zardo

dura, faticosa e svolta spesso in condizioni estreme per carenze igieniche e alimentari, per le difficoltà legate al clima ed alla carenza di acqua, per gli eventi bellici del 191518 e degli anni ’40 che portarono alla distruzione di alcune casere, successivamente ricostruite, e per il mutare dell’economia che portò al loro abbandono o alla loro trasformazione con la nascita del turismo invernale. Nel testo troviamo naturalmente riferimenti alle casere del comune di Budoia e alcuni dei protagonisti dei vari capitoli in cui il libro si articola sono dardaghesi o budoiesi, e comunque, essendo chiaro che la vita dei malgari non cambiava sia che si svolgesse in Saùc o in Ciamp piuttosto che in Collalt o in Valfreda, possiamo ben pensare che i nostri paesani avessero gli stessi problemi degli avianesi, con i quali erano spesso in lite per questioni di confine, di pascolo, di taglio della legna e per l’approvvigionamento idrico. Il Tomadini si ripropone di descrivere in dettaglio in un prossimo futuro anche la storia delle casere del comune di Budoia, nel frattempo potremmo cominciare, o continuare, noi a raccogliere e conservare le testimonianze ancora, purtroppo per poco, disponibili.

Mario Tomadini

I pascoli del silenzio Casere e caseranti nel piano del Cavallo (1850-1950) Editrice La voce.


La resistenza stoica di un gambero nella parte terminale del Rio Fontana

Un gambero non fa

primavera M etti una bella mattina di ottobre con cielo più blu che azzurro, con il sole incerto se dare ancora calore o limitarsi a giocare a luci e ombre e di camminare nel bosco dei nostri colli lungo un sentiero facile e veloce, che si snoda a fianco di un piccolo o piccolissimo corso d’acqua che scende dalla collina. Ecco il valore aggiunto della nostra passeggiata è la presenza dell’acqua, i ponticelli sospesi sulle sue anse, il suo rumore tra i sassi e il verde delle felci che produce la sua umidità. Tutto mi sembra tratto da un libro di fiabe se non fosse per un particolare ingombrante ed è proprio l’acqua a rompere l’incantesimo. Non mi piace l’acqua del Rio perché è un po’ torbida, ha un colore giallastro e lascia depositi marroncini sul fondale. Man mano che salgo il sentiero, la situazione peggiora fino alla sorgente Tre Fontane che è una venuta d’acqua in sponda destra del torrentello che concede la sua acqua limpida e incolore versandola direttamente da una vena del monte. Poi proseguono sentiero e corso d’acqua; però, verso monte, la situazione si fa penosa perché l’acqua diventa pochissima e palesemente alterata formando pozze marroni e schiumose, finché festoni ambigui di carta sugli arbusti delle rive svelano il segreto vergognoso di questo povero rio che per sventura sua e nostra nasce dagli scarichi di un depuratore. Siamo partiti da Polcenigo dalla località San Valentino e, costeggian-

di Alberto Carniel

do un affluente in riva sinistra del Rui de Brosa alle pendici del colle Pendee, siamo arrivati alle origini del corso d’acqua dopo una camminata di circa 2 km in circa mezza ora. In un periodo di scarsa piovosità il Rio ha una portata molto modesta, valutabile in qualche decina di litri al secondo di cui almeno più della metà proveniente dalla sorgente Tre Fontane, mentre nella parte iniziale del suo corso la portata si assottiglia a pochi litri per secondo derivanti dalle acque reflue dell’impianto di depurazione fognale. Lo scarico di un depuratore, per legge, deve rispettare dei limiti di accettabilità che riguardano vari parametri chimici e microbiologici, fissati a livello di Unione Europea per evitare l’inquinamento ambientale, tenendo conto però delle limitazioni tecniche esistenti in campo di trattamento delle acque. Nessuno può, quindi, pensare che l’acqua reflua trattata sia assimilabile a un’acqua di torrente di montagna! Basti pensare al solo parametro del carico organico espresso attraverso il valore del BOD (Domanda Biologica di Ossigeno) che meglio rappresenta il livello di depurazione raggiunto. Un calcolo elementare porta alla considerazione che lo scarico (ammesso che stia nei limiti di legge) deve subire una cospi17

cua diluizione con le acque pulite del corpo idrico recipiente per non causare danni ambientali inaccettabili. Se viene meno questa diluizione, la sostanza organica, apportata dallo scarico, consuma ossigeno per degradarsi e riduce l’ossigenazione delle acque arrivando a livelli che sono incompatibili ad esempio con la vita di pesci pregiati come i salmonidi o addirittura ad anossia con la morte di ogni segno di vita acquatica e con sviluppo di odori e miasmi. Certamente il percorso torrentizio, dato il suo basso battente d’acqua con i suoi salti e il rimescolamento causato dallo sbattimento contro le rocce, favorisce la riossigenazione e un certo recupero della funzionalità del corso d’acqua almeno per quanto riguarda la demolizione delle sostanze biodegradabili, mentre molte altre sostanze chimiche (detersivi, solventi, metalli etc.) presenti nei nostri scarichi fognali permangono indisturbate e tutt’al più vengono diluite da apporti esterni di acque pulite come è il caso del nostro Rio. Infatti, osservandolo in questa stagione dell’anno, andava migliorando la qualità delle sue acque man mano che ci si allontanava dal suo indecente luogo di nascita. Nel corso della passeggiata eravamo nella parte bassa del Rio, vicini a Polcenigo, e un amico che ci accompagnava e che aveva lunga dimestichezza con la natura dei luoghi, pescando con le mani nelle acque, ha tirato su trionfante, da sotto un sasso, un gambero d’ac-


qua dolce. Sorpresa e meraviglia e poi sospetto: che si tratti del famigerato gambero killer della Louisiana? Quello per intenderci che è piatto nazionale in quello Stato americano? Quello che è molto prolifico, piuttosto aggressivo e poco esigente nei confronti della qualità delle acque. Tale animale è stato importato, con una certa incoscienza, nel vecchio Continente e adesso è diventato la specie più abbondante in Europa Centrale e soprattutto in Spagna, Francia, Germania e Italia. Per fortuna il gambero americano non è solito risalire per lunghe distanze i corsi d’acqua, altrimenti causerebbe ulteriori danni alle specie autoctone, già in pericolo, che ancora colonizzano fiumi e torrenti nel Nord Italia. Questo invertebrato, Procambarus Clarkii, si differenzia in alcuni aspetti dai suoi simili italiani; il carapace ha una colorazione rossastra con granulazione chiara e scura in contrasto, è lungo 7-11 cm, ha chele lunghe e strette e, contrariamente alle altre specie di gamberi, la femmina è più grande del maschio. Però l’esemplare che tenevamo sul palmo della mano ad un esame superficiale e estemporaneo (a causa anche della sua vivacità nei brevi istanti di osservazione) non aveva niente di rosso e la sua livrea aveva il caratteristico colore marrone-chiaro/verde-oliva dei gamberi d’acqua dolce nostrani (v. scheda). Questi animali (Austropotamobius italicus – Faxon 1914) sono presenti in corsi d’acqua montani e sono molto sensibili all’inquinamento chimico e quindi considerati un buon indicatore dello stato di salute delle acque necessitando di una buona ossigenazione, superiore al 60% di saturazione, e di una discreta presenza di calcio per le esigenze di ricrescita del carapace dopo le mute annuali. La presenza di questo gambero è risultata abbastanza sorprendente in questo contesto e naturalmente sarebbero da richiedere necessari approfondimenti analitici di tipo chimico e biologico sulle acque e sulla biocenosi acquicola, però è sintomatico che la vita di un animale tanto sensibile sia possibile in questa parte terminale del torrentello in una posi-

zione dove evidentemente la riossigenazione dei salti d’acqua e la diluizione con l’acqua chiara delle Tre Fontane consente un minimo di recupero di qualità ambientale. Tuttavia una rondine non fa primavera e la resistenza stoica di questo gambero sta, a mio avviso, ad indicare solo una vocazione molto forte di questo ecosistema che per sua natura possiederebbe un habitat adatto per temperature, velocità di scorrimento delle acque, presenza di calcio e di alimentazione per supportare la vita di questi macroinvertebrati. Infatti l’esperienza del mio accompagnatore era di un’acqua un tempo molto popolata di gamberi e

non di un rinvenimento casuale di qualche esemplare limitato alla parte terminale del Rio a Polcenigo. Per assicurare uno sviluppo equilibrato e naturale del Rio bisognerebbe riportare la qualità delle acque ad uno standard elevato senza immissioni di reflui che, in assenza di diluizioni adeguate, sono causa di degrado e mortificazione. Il ripristino di un ambiente sano e non inquinato è un dovere che abbiamo verso le nostre popolazioni ormai così attente alle problematiche ecologiche e un percorso vincente nella valorizzazione di un lembo di territorio pedemontano così promettente e dedicato alla bellezza e alla naturalità.

GAMBERO LOCALE

Il gambero d’acqua dolce (Austropotamobius pallipes italicus) è un piccolo crostaceo, appartenente alla famiglia degli Astacidi. Ha abitudini prevalentemente notturne per meglio sfuggire ai predatori e i rifugi naturali sono costituiti da radici di alberi della riva, dai detriti vegetali e da sassi presenti nel greto. La riproduzione avviene in autunno con la femmina che può portare nell’addome circa un centinaio di uova fecondate fino all’ultimo stadio larvale, quando le larve si allontanano e raggiungono la maturità sessuale dopo 2-3 anni e da adulto raggiunge al massimo una lunghezza di 12 centimetri per un peso di circa 90 grammi. L’habitat naturale del gambero di fiume è rappresentato da fiumi e torrenti con acqua corrente e limpida e fondali coperti da ciottoli o limo. In particolare esso è alquanto esigente riguardo al contenuto in ossigeno, che deve essere piuttosto elevato, e alla temperatura, che non deve superare i 23 °C.

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La sua dieta è praticamente onnivora, comprendendo insetti, lombrichi, molluschi, larve, piccoli pesci, animali morti, radici di piante acquatiche e anche detriti vegetali e animali di vario genere. Animale solitario e territoriale, esso è particolarmente attivo di notte, quando va a caccia delle sue prede camminando sul fondo dei letti dei torrenti con le chele protese in avanti, mentre trascorre la maggior parte del giorno nascosto tra tronchi e ceppi sommersi, banchi di macrofite, lettiere di foglie e rami, anfratti rocciosi, o in tane da lui stesso scavate lungo le rive del corso d’acqua. Per questo motivo esso risulta essere una specie molto difficile da osservare e da studiare. Da adulto, al di fuori dei periodi di muta, il gambero non conosce molti nemici naturali: solo ratti e arvicole acquatiche, che sono in grado di romperne il robusto carapace. I gamberi giovani e gli adulti in muta sono invece preda di Salmonidi e anguille.


ALLE ORIGINI DELLA STORIA SEGUENDO I PERCORSI DELL’ANIMA

il panevin di Fabrizio Fucile

Se facciamo una preliminare ricerca sulla tradizione dei falò epifanici diffusi tra Veneto e Friuli, troveremo per lo più notizia che tale usanza risale a riti celtici durante i quali, in occasione del solstizio d’inverno, si accendevano dei fuochi per richiamare l’azione benefica del sole sulla terra. Con l’evangelizzazione delle campagne venete il panevin si trasformò nel ricordo del viaggio dei magi verso Betlemme, che perdutisi dalle nostre parti ritrovano la strada verso la loro meta grazie ai fuochi accesi nella notte del 5 gennaio.1 Tante sono le componenti, di diversa origine, che ancora oggi si posso individuare nel rituale della vigilia dell’Epifania. Ho avuto la fortuna di leggere Il Panevin. I fuochi dell’epifania nel pordenonese. Il problema socioreligioso della scomparsa di un rito agrario, tesi di laurea discussa da Emanuela Besa nell’anno ac-

cademico 1979-80 all’università di Padova.2 L’analisi parte dalla illustrazione del rito nella nostra zona; lo studio è documentato in appendice da foto che ritraggono l’edizione 1979. Aprono il lavoro alcuni cenni storici tratti per lo più dal lavoro di don Lozer (di cui proprio quest’anno ricorre il cinquantenario della stampa)3 e dalla pubblicazione per il millenario di Polcenigo.4 Fin dalle prime pagine, si rileva come questo rito,5 nonostante la ancora notevole importanza a livello culturale e pubblico, abbia perso in autenticità rispetto al passato: si sono perse religiosità e familiarità tipiche di questo momento che da episodio privato della vita di ogni famiglia diventa pubblico, aperto anche agli estranei, spettacolo quindi più che celebrazione.6 Ogni famiglia contadina, unita non solo dai legami parentali, ma anche da quelli economici, non allestiva il panevin so19

lo per avere i pronostici sul raccolto, ma anche quelli sul destino dei propri componenti. In quegli anni si era da poco concluso irreversibilmente anche nei nostri paesi il passaggio dalla società contadina a quella operaia. Accanto alla descrizione dei rituali tutt’ora esistenti (preparazione della pira, liturgia della benedizione dell’acqua e della frutta,7 benedizione e accensione del falò, osservazione della direzione del fumo e delle faville per trarre il pronostico per l’anno agricolo a venire, canti e libagione di vino) vengono testimoniate tre fasi ormai quasi completamente scomparse: la lustratio agri (con un mannello acceso si girava per i campi e per le vigne al grido di panevin, per purificare la terra e risvegliarla alla produzione di frutti), il salto sulle braci (come sprone al coraggio e funzione terapeutica) e il semenà la fava (se un giovane aveva chie-


sto la mano di una ragazza ed aveva ottenuto un rifiuto, gli amici usavano spargere la cenere del panevin per collegare la soglia della casa di lei e quella di lui). È evidente che accanto ad antiche usanze se ne sono aggiunte nel tempo di nuove.8 Si dettaglia il carattere funzionale dei diversi materiali da combustione e si richiama l’attenzione su quelli che hanno anche un significato propiziatorio come i manolins de sorjal che come in altri riti nordici9 rappresentano la continuità del ciclo vitale. Si evidenziano poi le differenti possibilità di chiudere la pira: la vecia, la croce, un ginepro,10 rami di altre piante sempreverdi (ulivo o alloro). La questua girovaga dei ragazzi per offrire la pintha e un bell’elenco degli ingredienti necessari per prepararla,11 completano la descrizione. La prima parte si conclude puntando i riflettori sul periodo dell’anno in cui il rito si svolge, la vigilia dell’Epifania, con una attenta analisi di come il cristianesimo abbia costruito il Natale di Cristo su quelle che erano le celebrazioni antiche del solstizio d’inverno e della rinascita del ciclo della luce.12 E chi sono i Magi che vanno a Betlemme? Si propone una lettura che rinvia ad antichi culti mitraici dell’invincibile dio sole. Diffusisi in Europa nel I secolo d.C., avrebbero spinto la chiesa primitiva allo spostamento della data del Natale dall’originario 6 gennaio al 25 dicembre proprio per contrastarne la fortuna in area cristiana.13 Molti gli elementi da tenere in considerazione che fanno pensare a quanto siamo figli di substrati culturali diversi. Il panevin è puro rito apotropaico e propiziatorio? La vecchia bruciata può anche essere la personificazione di un capro espiatorio? Ci sono analogie con altri fuochi che si accendono in Friuli (per esempio quelli di San Giovanni, non tipici della nostra zona e destinati ad allontanare le avversità

atmosferiche e demoniache)? Col supporto di Frazer 14 si propone di vedere la vecia (si noti che in Friuli vi è una componente simbolica legata alla stregoneria molto diffusa)15 come il dio della vegetazione che viene soppresso quando comincia ad indebolirsi (così come in alcuni miti antichi veniva ucciso il re-divino prima che perdesse completamente il suo potere). Nel panevin sarebbe allora celebrato un dramma di morte e resurrezione della natura (la cenere sparsa nei campi per fecondare sarebbe il segno della rinascita), con una devozione nei vegetali per la loro possibilità di dare frutto, morire e ricrescere. Di particolare suggestione è anche una interpretazione suggerita da Jensen,16 secondo la quale il nostro falò sarebbe una ripetizione rituale di un sacrificio con cui si ripropone una azione creatrice e rigeneratrice. E ancora si può leggere una connessione tra la vita umana e quella della pianta coltivata: l’antenato è come il seme, muore e rinasce dalla terra per dare frutto. E si può proseguire in molte altre direzioni dove la terra è madre, è tomba, è dea. Anche l’atmosfera che si crea intorno al fuoco (canti e vino) richiamerebbe alla funzione dell’antica orgia rituale che aveva il compito di stimolare la fertilità della terra.17 Nell’ultima parte della dissertazione Emanuela si pone questi interrogativi: perché il panevin non è più un rito autentico? Perché ha perso certi aspetti ed altri li ha mantenuti? Continuerà a perderne? Riuscirà a sopravvivere? temendo per l’esistenza di un rito agrario in una società industriale. Attraverso un’indagine puntuale condotta sugli studi di Propp18 si farebbe risalire l’origine del panevin ad una società agricola primitiva evoluta che trasforma un antico rito di sacrificio umano (dove le ossa della vittima venivano seppellite nei campi per renderli fertili) 20

in rito in effigie (una rappresentazione del rito reale con il fantoccio che brucia); l’intromissione del potere religioso (presenza del sacerdote e dell’acqua benedetta) testi-

NOTE 1. Una tradizione vuole la loro tomba nel duomo di Milano (ove vi è un sarcofago con l’iscrizione trium Magerum) in quanto si sarebbero definitivamente persi al ritorno nel milanese. 2. Relatore prof. Giuseppe Serra, cattedra di Storia delle religioni all’allora Istituto di Greco. 3. Anonimo, Budoia (Cenni cronistorici), Udine 1961. 4. AA.VV., Polcenigo. Mille anni di storia, Udine 1977. 5. C’è una riunione di persone con un ministro del culto (il più vecchio della famiglia, ora il più vecchio del paese, altre volte il sacerdote) che partecipano ad un sacrificio simbolico (viene bruciata la vecchia); si crea un clima euforico con canti e vino (l’antico clima orgiastico è stato temperato dalla lezione cristiana); si osserva la direzione delle faville per trarre pronostici; si corre per i campi per «purificarli» e le ceneri vengono sparse per fecondare la terra. 6. È da far notare che prima che le strade fossero asfaltate, nel passaggio da rito privato a pubblico, il panevin si era già spostato


monierebbe uno stadio sociale ancora più vicino ad oggi. Una lettura che vede ogni passo del cammino dalla società contadina primitiva a quella capitalistica an-

cora in evoluzione. Il problema dell’eclissi del sacro o meglio del problema socio-religioso della scomparsa di un rito agrario in una società industriale è tema dell’ultimo capitolo, dove – accettando la decadenza del sacro e dei valori religiosi per l’evoluzione della psicologia umana che segue quella della società – si accetta anche la possibile definitiva scomparsa di questo rito. Rimarrebbe comunque vivo come archetipo nella mente e potrebbe riapparire o riacquistare forza sacrale in un momento di sfiducia nell’industrializzazione, qualora ci fosse un ritorno alla natura. Spero che questo contributo susciti curiosità; è lontano dal poter essere una sintesi esaustiva della ricerca condotta su testi di difficile approccio e di diverse scuole di pensiero. Vuole esprimere da un lato – anche se a tanti an-

ni di distanza – il plauso a Emanuela che ha trasformato l’amore per la nostra cultura in studio, dall’altro un ulteriore stimolo per i giovani ad impiegare le loro energie per conoscere sempre di più chi siamo e da dove veniamo. Auspico una possibile diffusione del lavoro di Emanuela Besa, perché in un’articolazione più ampia sarebbe apprezzato nelle sue linee di sviluppo e nel metodo di analisi; così come spero che l’Artugna – come sempre ha saputo fare – si faccia interprete di una riedizione di Budoia. Cenni cronistorici, ormai introvabile, corredata di un apparato critico (magari completato da una recensione e catalogo dei documenti esistenti nei tre archivi parrocchiali) e di note aggiornate che considerino i contributi che in questo mezzo secolo hanno arricchito lo studio della nostra storia.

dai campi ed orti di famiglia alle crosere dove più famiglie si univano per adoperarsi all’allestimento.

11. Thucia santa, farina dhala, fighi tajadi a toc, ua passa, semi de fenocio, ‘na lagrema de mistrà, un pugnet de sal e un fià de levàt.

13. Tra le varie ipotesi prevale quella secondo cui i Magi sarebbero una delle sei tribù in cui era diviso il popolo dei medi, una classe sacerdotale con una interessante caratteristica: adoravano Mithra, antichissima divinità persiana del sole legata anche a riti agrari che si svolgevano con sacrifici cruenti, destinati a promuovere la vegetazione. Nel contatto con l’ellenismo Mithra venne a identificarsi con Apollo (anche lui dio del sole). Nel I sec. d.c. il mitraismo si portò in occidente, specialmente nei paesi nordici diffondendosi come culto del Deus Sol Invictus.

7. l’Artugna anno XVII – n. 56 – aprile 1989. 8. Dalle elegie di Tibullo (I,1) si ricordano i sacrifici per propiziarsi le divinità ed i giovani in cerchio che invocano messi (pane) e vino; o ancora (II,1) i riti degli Ambarvalia, quando si girava per i campi (sorta di quelle che saranno poi le Rogazioni) per purificare i campi e chiedere frutti abbondanti. Così anche si cita Properzio (Elegie, IV,4) come testimonianza del salto delle braci a carattere propiziatorio durante i Parilia romani (che pur non essendo celebrazioni campestri avevano comunque la funzione di purificazione dai mali e ricerca della fecondità). 9. J.G. Frazer, Il Ramo d’oro, Torino 1973: con l’ultimo covone del raccolto si ricava una bambola che diventa la madre del grano, capace di garantire la continuazione e la fertilità; in altre zone viene bruciata, perché dal passaggio attraverso la morte possa rigenerarsi la vita nuova. 10. Per il ginepro si veda anche l’articolo sul madho in l’Artugna anno X – n. 36 – dicembre 1981.

12. In questa sezione le opere maggiormente citate sono A.M. Di Nola, Teofanie, epifanie e manifestazioni divine, in Enciclopedia delle Religioni V (1973); P. Toschi, Il folklore, Milano 1967; A. Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Roma 1966; R. Pettazzoni, Magi, Enciclopedia Italiana, XXI (1934). Il significato più antico del termine epifania riconduce alla rappresentazione del divino che si rende visibile, poi per i cristiani sarà la manifestazione di Gesù al mondo. Per gli antichi greci tale apparizione era particolarmente legata ad Apollo, dio del sole e a Dioniso (che ritorna ogni tre anni dal buoi regno dei morti). Il mondo greco-orientale pare quindi essere l’involucro in cui va ad inserirsi la festa cristiana che si diffonde tra il II e III secolo d.C. e una volta di più abbiamo prova di come la liturgia cristiana abbia attinto abbondantemente alla precedente cultura pagana: da un lato le feste per il solstizio d’inverno, quando si celebra la rinascita attraverso il ciclo della luce (ecco le feste di Santa Lucia e Natale) e quelle della benedizione delle acque nei culti greci di Dioniso e Osiride (ecco l’acqua del battesimo di Gesù e il suo presentarsi al mondo).

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14. Op. citata. 15. Molti studi riguardo alla stregoneria popolare in Friuli vedono in questa una deformazione di precedenti culti agrari. 16. A.E. Jensen, Mythes et cultes chez les peuples primitif, Parigi 1954. 17. L’orgia sarebbe un momento primordiale, un’imitazione dello status divino, fuori dalla realtà, in una dimensione amorfa che prevede una nuova creazione, così come la crescita delle piante ed il nuovo raccolto. 18. V.Ja. Propp, Edipo alla luce del folclore, Torino 1975.


Omaggio in ritardo di Alessandro Fontana

Non ho alcuna remora a riconoscere di essere in grave ritardo nel rendere omaggio a un nostro italianissimo scrittore. Sono però certo che lui non si preoccupi molto di questa mia lentezza che, anzi, proprio perché tardiva può anche essergli grata in questo momento della sua vita. Potrei anche esserne sicuro perché i grandi sanno sempre di essere tali, anche se non passeggiano sul tappeto rosso di una dilagante celebrità. Mi riferisco a Luca Goldoni fertilissimo scrittore molto famoso di cui solo oggi ho completato la lettura di: «Se torno a nascere». Questo libro l’ha pubblicato addirittura nel 1981 e devo quindi supporre che i suoi contenuti risalgano almeno al 1980. Sono quindi trascorsi ben trentuno anni da quel momento ma la spinta a scriverlo e la verità storica che lo impregna sono ancora, disgraziatamente, di forte attualità. Ho usato quell’avverbio perché Goldoni ha messo sotto la lente della sua critica fatti e misfatti della nostra vita politica (e non solo). Sono particolarità già allora sotto gli occhi di tutti e che, disgraziatamente ripeto, lo sono ancora oggi come se quei trent’anni non abbiano insegnato niente agli italiani. Sono trascorsi con lo stesso indifferente scivolamento di un quieto ruscello di montagna sulle pietre di un solido greto. Insomma nulla è cambiato e nulla cambia nonostante la puntuale attenzione di chi, come appunto Luca Goldoni, ci suona la sveglia e dimostra un convinto amore per la nostra patria. Ed io mi chiedo: com’è possibile che gran parte dei nostri politici siano talmente uguali a sé stessi da continuare per decenni a mantenere lo stesso disonorevole comportamento? 22

A mostrare lo stesso soave disprezzo per la ‘cosa pubblica’, soltanto dediti all’interesse personale? Incapaci di comprendere il valore della solidarietà, del bene comune? Goldoni dice testualmente: «Il cancro della vita politica italiana non è la sete di potere, ma il nulla che segue la conquista del potere: chi ce l’ha se ne serve quasi esclusivamente per difendersi da chi vi aspira. E da Roma questo stile è arrivato in periferia: non c’è ospedale di paese, non c’è aziendina di soggiorno, non c’è consiglietto comunale in cui un minidonatcattin, un minisignorile, un minipietrolongo non compia le sue mosse per occupare un posto, o piazzarci i suoi ‘bracci destri’ facendo la forca agli avversari esterni o interni. Anche in questo caso non c’è un disegno di potere ma il disegno è il potere». E questo che accadeva trentuno anni fa con quei politici, oggi lo vediamo riproposto tale e quale dai governanti odierni. Ma la politica non è il solo campo in cui Luca Goldoni la fa da lungimirante veggente: il suo libro è un godibilissimo trattato su molti dei difetti storici che ci affliggono e che facciamo di tutto per ignorare. Non ce ne vergogniamo e quindi non li riconosciamo: e infine non li correggiamo restando sempre uguali a noi stessi. Luca Goldoni tenta di stimolarci a migliorare senza mai essere pedante e usa l’ironia come solo un grande scrittore riesce a fare. Consiglio agli amici di leggerlo questo «Se torno a nascere», e a chi l’avesse già letto qualche anno fa di rileggerlo oggi. Come me, ne resterà sorpreso.


Dardago · Medjugorje · Dardago

le pietre gentili di Melita e Vittorio Janna Tavàn

Dardago. Sulla bacheca riservata agli avvisi parrocchiali qualcuno aveva affisso una piccola locandina. La quasi totalità della sua superficie era occupata da un’icona della Vergine. Completava il messaggio un sintetico elenco di date di partenze e ritorni ed un numero di cellulare con il

quale poter chiedere informazioni. Ogniqualvolta si passava dalla piazza la piccola immagine ed il nome «Medjugorje», impresso a titolo, esercitavano un forte richiamo. Le giornate d’agosto velocemente si susseguivano ed il periodo delle ferie volgeva al termine.

Che fare? Come si usa dire nel mondo della comunicazione il target (il pubblico destinatario del messaggio, cioè noi) non era rimasto insensibile a quella sorta di semplice claim (cioè lo slogan) accompagnato dalla fotografia. Il suo contenuto era stato metabolizzato ed anche quel numero di telefono annotato. Bastava digitarlo… chiedere, parlare, comunicare… – Pronto… – Buongiorno, ho letto il testo della locandina di Medjugorje, vorrei… – Guardi, non è una gita… [ *** ] È l’alba di lunedì 22 agosto, anzi, per la precisione, l’alba non si è ancora affacciata dentro il buio fitto nel quale è immersa la nostra macchina mentre corre veloce sulla strada deserta tra prati, vigne e campi di mais. L’appuntamento è stato fissato a San Quirino, presso la Comunità religiosa «Casa Betania». Il nostro pellegrinaggio inizia così. Nel punto di raduno i primi saluti, le prime presentazioni e, con piacevole sorpresa… incontriamo e conosciamo persone di Santa Lucia. [ *** ] Giorgio e fra’ Giorgio saranno le nostre «super» guide. Il primo conosce tutti ‘a’ e tutto ‘di’ Medjugorje, l’altro, anche se ordinato sacerdote da un solo anno, con le sue riflessioni saprà farci meditare e saprà indirizzare i nostri animi alla spiritualità di quel luogo, ai richiami di Maria. [ *** ] Alcune soste ci aiutano, più di altre, a stemperare le fatiche del viaggio: la Santa Messa presso la chiesa di un villaggio croato, il pranzo consumato in sana allegria.


Superiamo agevolmente le frontiere e nel pomeriggio inoltrato notiamo un primo cartello stradale che indica l’avvicinarsi della meta. Ci siamo. Attese, timori… umane curiosità, un misto di sentimenti si alternano nel nostro animo, ma ci rassicura lo scorrere «normale» degli eventi. L’arrivo all’albergo, il saluto di benvenuto, l’assegnazione delle camere. Medjugorje. Se non fosse che qui da trent’anni si susseguono le apparizioni della Vergine e da trent’anni Ella dialoga con noi attraverso i veggenti, ci sembra un villaggio adagiato fra due monti come ce ne sono tanti altri al mondo…

RISCOPRIRE IL VALORE DELLA PREGHIERA La partecipazione al pellegrinaggio di Medjugorje è stata veramente un’esperienza molto forte, indimenticabile. Una delle cose che mi ha colpito di più è la moltitudine di persone che assiste alle varie celebrazioni con un silenzio assoluto ed una partecipazione, rari fatti, di una fede profonda che diventa linfa vitale di una Chiesa nuova. Qui in questo «luogo santo», riscopri il valore della preghiera, la gioia di partecipare alla Santa Messa e di accostarti ai sacramenti, un vero massaggio dell’anima. Questa realtà rappresenta senza dubbio per noi credenti un po’ fiacchi ed abitudinari un’occasione unica per poter risvegliare la nostra fede che, oggi rinvigorita, speriamo possa portare frutti copiosi nelle nostre parrocchie. Quando arrivi per la prima volta alla chiesa principale di Medjugorje rimani colpito dal numero enorme di frati francescani che confessano e le innumerevoli persone che attendono il loro turno anche per

[ *** ] «C’è un’altra aria, c’è un’altra luce, c’è un’altra pace…» così recitano alcuni versi di un canto di Medjugorje. È vero! Per capire devi esserci, devi sperimentare, provare, vivere. Qui incontri tante persone, migliaia di persone… tutto si muove con ordine pacato, qui c’è silenzio, preghiera e pace. Ma è solo questo che rende così speciale questo luogo? [ *** ] In preghiera prima sali sulla collina delle apparizioni: il Podbrdo. Poi, sempre in preghiera, ti inerpichi sul monte della Croce: il Krizevac. La strada non è facile da percorrere, a volte ti devi arrampicare, ti devi aggrappare a degli arbusti la cui corteccia è stata lisciata come velluto per il passaggio di migliaia di mani che con quel gesto ti hanno preceduto. Il silenzio è interrotto solo dalla preghiera comune. Gli altri fanno parte di te e tu fai parte di loro. [ *** ] – Giorgio, vorrei fotografare vorrei documentare, vorrei fermare queste scene, vorrei… – No, lascia la macchina fotografica in albergo, Medjugorje si fotografa con il cuore. L’esperienza devi fissarla nel tuo intimo affinché possa divenire tua per poi riviverla una volta rientrato a casa. [ *** ]

La collina delle apparizioni è la nostra prima tappa. Dopo le ultime case la salita ci accoglie. La strada non esiste. Vediamo solo sassi. Giungere alla meta non sarà agevole e, come nella vita, in questo mare di pietre, ognuno di noi sarà chiamato a tracciare un proprio percorso, vivere la propria missione. Fra’ Giorgio ci aiuta. Intona il Rosario e nella preghiera ti senti creatura, bisognosa di aiuto per superare quell’aspro cammino e per vincere la fatica. Giunti sul piccolo pianoro sostiamo davanti la statua della Vergine. Il silenzio è totale e, piano piano, dall’esterno ti entra nel cuore. Le voci e i richiami del mondo sono lontani. La preghiera comune concede spazio al personale raccoglimento, il raccoglimento alla commozione, all’abbandono… al dialogo intimo e filiale. [ *** ] Lentamente discendiamo con nuova e ritrovata pace interiore, in 24

ore. C’è molto dolore, sofferenza nella nostra società ma qui nel «confessionale del mondo», senti la necessità di ripartire da zero, di aprire il tuo cuore e di donare le tue sofferenze alla Madonna che ti ha chiamato. La tappa più intensa del pellegrinaggio è stato sicuramente il cammino verso il monte Krizevac che ci ha visti partire alle tre di notte con torcia alla mano e attraverso tutte le stazioni della via Crucis, raggiungere due ore e mezza dopo, senza fatica e con un’alba di rara bellezza, la sommità della montagna con la croce bianca. Tornato a casa ognuno di noi troverà il suo Krizevac, la sua croce, con la consapevolezza però che il Krizevac di Medjugorje non è affatto più facile del proprio. Alla fine di questo lungo viaggio ringrazio la Madonna per i doni che ho ricevuto con l’auspicio che il suo sguardo materno mi accompagni tutti i giorni della mia vita. BRUNO FORT


armonia con tutto il Creato, anche con quelle pietre che sembrano volerci ancora insidiare il passo… Ad un tratto una giovane mamma incespica, pare perdere l’equilibrio. Prontamente il suo bambino di 6-7 anni, mentre la sorregge, le dice: – Non avere paura mamma, queste pietre sono gentili.

sidera pronunciare e testimoniare il proprio «grazie» a Maria. [ *** ] Dardago. La statua dell’Assunta posta al centro dell’altare è, ai nostri occhi, come se brillasse di luce diversa, la luce generata dal sentimento della nostalgia.

Sentiamo che l’esperienza provata ha lasciato una traccia che desideriamo resti indelebile. Un vissuto che ci auguriamo possa ripetersi, un incontro che sentiamo di augurare e condividere con tutti coloro che conosciamo ed incontriamo.

[ *** ] Questa sera, le nostre guide ci invitano a partecipare alla Santa Messa e alla pratica dell’Adorazione al Santissimo che seguirà. Per la Regina della Pace, salire sul Podbrdo o sul Krizevac è solo l’inizio di un cammino, perché è suo desiderio guidarci e condurci all’incontro con suo Figlio. Ella desidera portarci verso l’essenza della Fede, verso il mistero del Cristianesimo: l’Eucarestia, il mistero pasquale. Ci dirigiamo verso la parrocchia di San Giacomo e, giunti alla spianata, sul retro della chiesa ci immergiamo in un’immensa folla come la si vede negli stadi, dove sentiamo parlare innumerevoli lingue diverse dalla nostra. Ci mescoliamo tra uomini e donne provenienti da svariate parti del mondo, tra sacerdoti, coppie di sposi, ammalati, frati e suore di ogni ordine, giovani, anziani, pellegrini… ci sentiamo come piccole tessere di un mosaico qui riunite per un unico e grande disegno. [ *** ] La Santa Messa… l’Eucarestia… l’Adorazione… [laudate omnes gentes, laudate Dominum. Alleluia, alleluia. Cantate Dominum…] la Benedizione. C’è tutta la Chiesa di Dio, la sua universalità e tutta questa gente de-

Il gruppo dei partecipanti al pellegrinaggio.

UNA REALE PRESENZA... …quando Vittorio chiese ad ognuno del nostro gruppo di scrivere una testimonianza per l’Artugna riguardo il nostro inaspettato ma quanto comune viaggio a Medjugorje... il primo pensiero che mi balenò all’istante fu mamma mia ed ora… cosa dirò anzi cosa scriverò?!… pertanto affidandomi, cercherò di fare del mio meglio. Poter intraprendere un pellegrinaggio in uno dei diversi Santuari Mariani di questo nostro bel mondo ed in particolare, poter fare un viaggio a Medjugorje è come ricevere direttamente dal cielo delle dolci carezze che riscaldano la nostra anima; sono come dire… dei vissuti talmente profondi e non facili da spiegare che vi auguro semplicemente di poter sperimentare soprattutto in famiglia. La prima volta che mia figlia Gaia insistette perché andassimo a Medjugorje (desidero così puntualizzare quanto i nostri bimbi e nipoti siano dei veri e propri promotori di vita e amore…) non mi sarei aspettata nulla di tutto quello che avrei potuto immaginare allora: non mi sarei aspettata di certo di incontrare quel sentimento di sicurezza serena che nasce dal silenzio… sebbene lì ci siano mi-

gliaia di persone ad ogni ora; dall’ordine… sebbene lì puoi incontrare un paese dove vi era il nulla, guerra e stridor di denti; dalla quiete… che puoi avvertire intorno alle 6.00 di ogni singola alba, guardando gli uccelli che volano in stormo verso la collina delle apparizioni: il Podbrdo… Tutto questo è pace che sperimenti a cuore aperto una volta nella vita e non ne puoi più fare a meno. Medjugorje è un luogo sacro dove la preghiera continua, ci unisce in un solo ed unico corpo vivente. Spesso quando Gaia ed io ne riparliamo con serena speranza, anno dopo anno, conveniamo che questo piccolo lembo di paradiso sia il cuore pulsante del mondo. E cosa dire di Lei… «la Gospa»… una reale presenza: l’avverti nel vento, nella bellezza, nei volti delle persone, nei sorrisi, nelle lacrime, nelle speranze e nel dolore partecipato che tutti ci unisce; una compassione così umana che ci avvolge nel suo grande abbraccio materno... Il miracolo di Medjugorje grazie al quale possiamo riporre con gioia il nostro Magnificat. Unite a voi tutti nella fede. MARIA PIA E GAIA


Claude Varnier, grande figura dell’atletica francese di ieri. Onore per un figlio d’emigranti budoiesi.

Ogni sorriso di un ragazzino era una soddisfazione a cura della Redazione

Claude Varnier (classe 1928) era figlio di Amelia Dedor Soela e Osvaldo Varnier Menao, budoiesi che emigrarono in Normandia subito dopo il loro matrimonio, avvenuto nel 1926. Dalla loro unione nacquero Claude, Clelia e Robert. In giovane età Claude frequentò la terra dei suoi genitori soggiornando nella casa dello zio e dei nonni materni. Per commemorare la sua scomparsa, avvenuta il 19 febbraio 2011, all’età di 82 anni, i giornali della Normandia gli dedicarono ampio spazio, perché Claude era «gioventù e sport», un «monumento» della vita associativa di Alencon, città in cui visse; «era il Capo che diede tanto all’atletica». «Sempre con il sorriso sulle labbra, sempre con una forte e calorosa stretta di mano: era lui». … l’educatore Claude divenne insegnante con grande disappunto di suo padre che

lo voleva muratore come lui. Optò per l’insegnamento per permettere a gente di modeste origini d’imboccare l’ascesa sociale. Soleva ripetere che «allora era una promozione per lo studente ma anche per la famiglia». Come insegnante s’impegnò prestissimo nella vita associativa e sportiva. La sua volontà di agire, il suo senso del comune interesse, la sua totale disponibilità e il suo spirito di generosità hanno permesso a molti giovani di sviluppare le loro potenzialità. Numerose generazioni di ragazzi, di allenatori e di sportivi sono state segnate e influenzate nella loro vita da questa grande figura del mondo associativo. … l’atleta Claude segnò l’età d’oro dell’atletica di Alencon: da giovane fu un allievo notoriamente capace, apprezzava le corse tra i 100 e 1500 metri. Nel 1947, divenne campione di Normandia juniores dei 400 metri, titolo che gli permise di partecipare alle semifinali del campionato di Francia. Fu anche appassionato di cross (tre volte campione ai Campionati Universitari) e della pallamano. … l’allenatore All’età di 23 anni, Claude dovette rinunciare alla competizione per problemi di salute e divenne allenatore, dal 1958 al 1997. In un’intervista disse: «Avevo sofferto di non avere qualcuno che mi consigliasse». Era 26

il tempo in cui il CS Alencon contava 172 laureati di cui sei correvano i 100 metri in meno di undici secondi. Era l’epoca in cui i professori di educazione fisica praticavano l’atletica in associazione, attirando i propri allievi migliori. Negli anni ’60-’70 del Novecento ebbe sotto la sua guida atleti di livello nazionale. … il direttore Claude Varnier voleva anche dire 56 anni di «Centro Robert Hée», un doposcuola all’aria aperta, in un terreno boscoso, per il periodo delle vacanze estive, realizzato agli inizi degli anni ’60 insieme all’amico Robert Hée. «Quando i bambini vengono qui, hanno l’impressione di essere davvero in vacanza» sottolineava Varnier, direttore volontario a partire dal 1954. Rinunciò per mezzo secolo alle sue vacanze pur di dedicarsi ai ragazzi. Ciò che animava quell’uomo di 82 anni era la motivazione, «soprattutto la passione. Ogni sorriso di un ragazzino era una soddisfazione». Era solito ripetere.

Un ringraziamento a Luigino Varnier Menao, che ha fatto pervenire in redazione il materiale giornalistico.

In alto. Claude Varnier in una foto recente. A sinistra. Claude con il fratello Robert, nell’estate del lontano 1948, tra le crode del Piancavallo.


VISSUTE DA UMBERTO COASSIN ALL’ESPOSIZIONE DELLE SUE OPERE AL KIRON ESPACE.

di Umberto Coassin

Avventura artistica parigina

RIPORTIAMO LE EMOZIONI

Sto camminando lungo Rue la Vacquerie, sono emozionato, davanti a me tante incognite; è ancora presto per l’inaugurazione della mostra ma procedo con una certa inquietudine ed ecco laggiù l’insegna del «Kiron Espace», il palazzo dell’esposizione. Mentre cammino mi vengono in mente tanti ricordi. Mi rivedo ragazzino mentre copio tutto ciò che mi circonda: oggetti, frutta, fiori, piante, angoli della casa. Il mio professore di disegno invitava mio padre a mandarmi all’Accademia delle Belle Arti di Venezia; ma lui preferiva per me un diploma tecnico, che mi garantisse un lavoro sicuro. Ciò nonostante capiva questa mia passione e mi sosteneva, regalandomi tanti pastelli e colori a olio. Seguendo il mio istinto, disegnavo e dipingevo sempre. Ora mi trovo qui a due passi dalla Galleria Kiron a Parigi, ecco il cartellone all’ingresso «Art Italien Contemporain».

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Dentro sono esposti alcuni miei quadri. Quasi non ci credo. Per me, autodidatta della piccola provincia italiana, Parigi era una mèta impensabile, irraggiungibile, un sogno. Entro con la mia famiglia. Gli organizzatori della mostra (Platinum Collection) ci accolgono gentilmente. Il salone è bello, grande, pieno di luci. Eccoli là i quadri, ci sono anche i miei, è proprio tutto vero. Piano, piano mi sento attraversare da una piacevole sensazione, la tensione è scomparsa, mi trovo tra cari affetti, tra amici che mi stimano e apprezzano, l’avventura parigina è iniziata.


Le decorazioni della chiesa di Sant’Andrea apostolo in una cartolina d’inizio anni Sessanta.

Enrico Alciro Roncali artista e decoratore di Alex Ranghieri

Nell’ultima domenica di agosto, a conclusione della Messa nella chiesa di Budoia, entrò un distinto signore che, guardandosi attorno con fare compiaciuto, indicava le decorazioni parietali dell’edificio sacro alla persona che l’accompagnava. Con nostro grande piacere scoprimmo che si trattava di uno dei decoratori della Scuola del maestro Donadon, Enrico Alciro Roncali, che operò nel lontano 1943 alla realizzazione dei finti marmi delle colonne, delle lesene e dei decori dell’abside. Era il periodo della seconda guerra mondiale ed era parroco don Luigi Agnolutto. Le difficoltà economiche certo non mancavano, tanto che l’esecuzione delle decorazioni costò sacrifici ai parrocchiani: ogni famiglia offriva un uovo al giorno per pagare il lavoro artistico, come ricorda una parrocchiana. Riportiamo una biografia, scritta dal nipote.

Nonno Ciro e la sua arte Enrico Alciro Roncali, chiamato familiarmente Ciro, secondogenito di tre fratelli, è nato il 16 aprile 1921 a Cordenons. È figlio di Paolo Roncali e Amelia Zamperoni. Il padre, carabiniere nella Grande Guerra, lavorò come portiere della Filanda di Cordenons; la madre, originaria di Treviso, aveva frequentato la quinta elementare. Cosa rara a quei tempi! Enrico, dopo aver frequentato la sesta classe facoltativa, s’iscrisse per due anni alla scuola di disegno, a Cordenons, e contemporaneamente seguì con ottimi risultati anche corsi di lingua tedesca; durante il servizio militare svolse corsi di marconista ed elettromagnetista, studi che gli permisero di conseguire il grado di caporal maggiore. Fin dalla sua giovane età fu abilissimo nell’eseguire a matita ritratti di personaggi famosi del cinema, più tardi a rappresentare paesaggi reali con la tecnica 28

dell’acquerello e a raffigurare elementi religiosi con la tecnica del pastello. Durante il servizio militare eseguì a carboncino i ritratti dei suoi amici commilitoni, delle loro fidanzate e dei famigliari. Ben 45! Nel 1943, in un periodo di convalescenza per una grave malattia che lo colpì durante le esercitazioni militari nell’Appennino bolognese, si dedicò alla sua Cordenons. Armato di una cassettina di colori e in sella alla sua bicicletta, ritrasse numerosi scorci tipici del paese. In questo periodo incontrò il professore di pittura il maestro Donadon, il più esperto di ristrutturazione artistica delle chiese venete e delle belle arti, da cui egli acquisì tecniche pittoriche d’avanguardia. Nell’autunno successivo iniziò la decorazione della chiesa di Budoia, insieme ai suoi colleghi, Alessandro Puiatti, sempre di Cordenons, e Giuseppe Ragogna di Aviano. Quest’ultimo divenne poi un artista pittore rinomato a livello nazionale.


A tal proposito ricorda: «Alessandro Puiatti decorò in finto marmo tutte le colonne della chiesa e le arcate dei quattro altari, mentre io e Giuseppe Ragogna eravamo addetti alle decorazioni dei soffitti e delle pareti dei 4 altari laterali. Le decorazioni dei soffitti imitano i cassettoni; guardando dal basso sembrano reali. Quelle delle pareti sono dei bellissimi arazzi a tempera. Nella tecnica del finto marmo venne usato anche il sangue di animali per rendere la pittura più resistente. I finti cassettoni, invece, furono eseguiti con appositi pennelli, righe e squadre di varie misure, per ottenere linee di diverso spessore ed avere l’effetto tridimensionale». Nell’agosto del 1944, durante

uno dei tanti rastrellamenti tedeschi, fu catturato insieme ad altri giovani e fu portato ad Aurisina a costruire fortificazioni e lì fece da interprete. Era già stato destinato al lavoro in Yugoslavia, ma riuscì a scappare con alcuni dei suoi amici cordenonesi e così si salvò. Ciro continuò a lavorare: effettuò delle decorazioni nella Chiesa del Cristo a Pordenone, restaurò numerosi quadri di grandi dimensioni e d’inestimabile valore nel Castello del Conte Panciera di Zoppola, ed eseguì moltissimi altri lavori di restauro per conto del maestro Donadon. Nel 1948, però, abbandonò il suo lavoro in Patria ed emigrò in Argentina dove lavorò come decoratore edile (non imbianchino!) e data l’enorme

quantità di lavoro non ebbe tempo da dedicare alla sua grande passione: l’Arte. Nel 1957 rimpatriò con la moglie e la figlia per dedicarsi totalmente alla costruzione della sua prima casa. Dopo due anni, ripartì questa volta per il Canada con la famiglia e lì diede vita ad una ditta di decorazioni edili. Durante la sua permanenza lunga ben 14 anni nella terra degli aceri rossi, eseguì molti murales in numerosi locali pubblici (bar, ristoranti, sedi di club, alberghi…). Uno dei più importanti per dimensione (m 6x2) e per notorietà fu quello del Club Italo-Canadese, in Kingston Ontario, che raffigura il ponte di Rialto, realizzato su una facciata dell’edificio. Dipinto su legno, riuscì abilmente

Un’immagine recente del novantenne Enrico Roncali.

Enrico Ciro (seduto, in basso) con i suoi genitori Paolo e Amelia e i fratelli, nel 1930 ca.

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a dare profondità e movimento all’opera. Rimpatriò definitivamente nel 1973 e da quel momento si dedicò totalmente alla sua passione iniziale, realizzando centinaia di quadri ad olio, murales e ancora decorazioni nell’intera provincia di Pordenone. Da 7-8 anni si dedica alla lettura di romanzi gialli. Alla veneranda età di 90 anni suonati riesce ancora a notare dettagli impercettibili solamente a chi ha un occhio esperto come il suo.


STORIE DI FAMIGLIE

Piccole

storie di grandi persone di Angela Zambon Pinàl de Fedele N el numero 122 di Pasqua ho trovato una sorpresa graditissima: con l’albero genealogico dei Rosit c’era anche quello della mia famiglia! Mio nonno Fedele (n. 1886), infatti, si riferiva ai Rosit come me darmàns e mi raccontava che, quando i tedeschi bruciarono le ciase dei Rosit, tentarono di salvarle, ma non riuscirono perché minacciati di fare la stessa fine. Mi parlava spesso anche di suo nonno Agostino (n. 1821), dicendo che era un uomo gigantesco, il più alto dei tre paesi! Questa curiosità mi è stata confermata anche dai racconti delle vecchiette Thampela, nella casa in cima al Vaticano, dove sono nati e da cui, troppo affollata, si sono «sparsi». Proprio ad una colonna di quella casa, ora poco visibile (dopo il «restauro!») fu legato questo nonno Agostino perché si era slogato una spalla; ci sono voluti 4 uomini per «curarlo». Penso che avranno cercato di ridurre la slogatura. Il nonno diceva che portava i calzoni al ginocchio con le calze bianche e, forse perché lui era un po’ piccolo, era molto orgoglioso di questo nonno gigante! Quanti ricordi riaccende l’Artugna! Mi piacerebbe farvi conoscere la storia della nascita di mia zia Letizia come la raccontava mia nonna.

A fine dicembre zia Letizia compirà 94 anni: è l’ultima rimasta dei figli di Fedele Pinàl e Angela Tavàn. Ecco il racconto di nonna Andola. A Dardac se era invasi e co’ altre femene son dhude in mont a ciatà i omins e, com’elo e come no elo, me soi ciatada incinta! To nono, i I à portat via, prigioniero, e nol saveva niente. Un dì ài dit a me madona: «No stai bin, vade a butame» e, su pa la s’ciàla al é nasuda. L’ài ciapada col palagren! «Mostro de femena – me a respondut me madona – non se fa cusi’ a fà i canais!» Ricordava che aveva la camera gelida ma evidentemente la razza era sana! Qualche tempo dopo, una sera, sentì un trambusto. Due soldati cercavano di rubarle le pecore: alcune non sue. In ciamesa i li à fat core: pa’ fortuna i era chei col ciodo che i robava pa’ la fan e no i bosniaci che i era bestie. Cosi suocera, due bambine, la neonata e le fede tutte in camera! Aveva 26 anni, poteva succedere di tutto! Quando le chiedevo se aveva avuto paura mi rispondeva: «Nina veve da dà da magnà a le me canaie, non veve temp pa’ la pura!» Piccole storie di grandi persone: io le ammiravo come i personaggi 30

dei miei libri preferiti! Zia Letizia ora è a Modena ancora in buona salute, con 4 figli, nipoti e pronipoti: la sua nascita avventurosa l’ha temprata!

Letizia Zambon. In alto. Le tre sorelle Zambon Pinàl in una foto fatta a Milano circa alla metà degli anni Trenta del secolo scorso: seduta Gina (n. 1914), al centro Maria (n. 1912) ed alla destra Letizia (n. 1917).

Dardago, 1962: nozze d’oro di Angela Tavàn e Fedele Pinàl. Da sinistra Giovanni, Ferruccio, nonna Angela, Mario, nonno Fedele, Maria, Letizia e Gina.


la festa dell’Assunta Mi affaccio alla finestra e la piazza comincia a prendere vita già di prima mattina: Toni, Lidia, Mario e via via altri raggiungono la baracca de le paste «par dì a comprà la sagra», perché a Dardago non è sagra se non ci sono le paste e le spumiglie. La mia attenzione è attirata ora da Filomena che si sta dando un gran daffare correndo su e giù per la piazza. Si è presa l’incarico di portare a Dardago alcuni artigiani affinché mostrassero i propri manufatti: ora lei sta facendo gli «onori di casa» e sta cercando di accomodare al meglio gli ospiti con i gazebo messi a disposizione dalla Pro Loco. Due dei quattro portoni che si affacciano sulla piazza sono aperti e ospitano due mostre: ’n tel porton de Carnitha sono esposti straordinari ricami e pizzi fatti da Francesca Rosit, dalla sorella Milena e da Rita Zambon; ’n tel porton de Sartorel si vedono collane di pietre dure d’ogni foggia e particolarità. Sulla piazza invece troviamo esposti simpatici e graziosi oggetti regalo fatti e cuciti a mano da Maria Grazia Beri, vasi in pietra scolpiti da Stefano Thuciàt, pregiate statue di legno di Renato Tarabìn, oggettistica di legno, raccolte di cartoline antiche; così la piazza sotto un tempo incerto comincia a prendere vita. Ecco, ora le nostre belle e amate campane stanno suonando a distesa per annunciare a tutti con gioia la giornata di festa e l’avvicinarsi dell’ora de Messa Granda. La chiesa, vestita a festa, è gremita di gente: che bello vederla così piena e con tanti

bambini che dopo un primo momento di timidezza mettono a dura prova la pazienza dei genitori. Ascolto con partecipazione e commozione l’omelia di don Maurizio, che per l’occasione ha scelto di parlare dal pulpito centrale; era da tantissimi anni (dall’epoca di don Nicolò, mi dicono gli esperti!) che questo pulpito non era utilizzato per l’omelia. Che emozione, quanti ricordi specialmente tra coloro che hanno vissuto quei tempi. Un’omelia di valore, sentita; don Maurizio ha nel cuore la Madonna Assunta, per lui ha un significato personale, speciale e importante e quando a fine funzione Roberto Pinàl ci ricorda che oggi è anche il compleanno di don Maurizio, da tutti noi esplode un applauso spontaneo e caloroso. «La Messa è finita, andate in pace e buona sagra a tutti…»: ecco ora la nostra brava Corale che, diretta da

di Adelaide Bastianello

Fabrizio Sartorel, ha egregiamente cantato per tutta la Santa Messa, intona l’ultimo canto; come il solito, purtroppo, anziché ascoltare in silenzio, la gente comincia a salutarsi, a parlare ad alta voce, ad uscire e mentre si spegne l’ultima nota scroscia un applauso di ringraziamento e di gratitudine. Ora il sagrato è pieno d’abbracci, di baci, di saluti, di bimbi che corrono felici e mentre i padri i tend i canais, le mogli, le nonne e le mamme, gli zii e i cugini s’incontrano e chiacchierano animatamente tra loro aggiornandosi sugli ultimi eventi. E mentre Roberto e Vittorio distribuiscono, ormai diventata una tradizione, il nuovo numero de l’Artugna i nonni mostrano orgogliosi i «nuovi» nipotini e lodano quelli più grandicelli. I minuti passano e Bruna non sa più come fare per «stanare» dalla chiesa gli ultimi ritardatari per chiudere fi-

Un momento dei giochi popolari nel pomeriggio del giorno dell’Assunta. In alto. Lo «star bene insieme» nella piazza di Dardago, punto di incontro per grandi e piccini.

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nalmente il portone, mentre dal sagrato, neppure il solleone riesce ad allontanare i più tenaci. Nelle case, come da tradizione, le famiglie stanno riunendosi per pranzare tutti insieme, in casa o in giardino. Mi tornano alla mente i pranzi via de Thisa, tra genitori, zii, cugini e amici: un anno a ferragosto siamo arrivati ad essere più di trenta persone, tavoli per adulti e tavoli per bambini. Che festa per tutti noi ragazzi che arrivavamo dagli stretti appartamenti di città, che divertimento e quanta allegria! Ora occhio all’orologio, perché alle 16 nel cortile delle scuole si svolgeranno i tradizionali giochi popolari per i bambini e non si può mancare, troppo divertenti. Tutti si impegnano per fare bella figura e vincere. Molte sono le gare e molti i bimbi iscritti, qualcuno per timidezza e imbarazzo rinuncia a partecipare, altri invece più audaci e sicuri di sé stessi prendono parte a tutti le prove. È bello vedere che in ogni caso anche una non vittoria non crea alcun problema; onori, divertimento e applausi per tutti i concorrenti senza distinzione. La felicità è esserci stati, essersi divertiti e poterlo raccontare. È quasi ora di cena e sono di turno alla Pesca di Beneficenza. Stiamo quasi per concludere ed entro sera sono certa venderemo tutti i biglietti: infatti, alle 21.30 do via l’ultimo biglietto. Ho la fortuna di vedere la gioia e l’incredulità di chi ha vinto il televisore, una bimba vince la macchina fotografica digitale e i meno fortunati li guardano con rammarico e con un po’ d’invidia. Riesco anche a notare tra i «giovani operatori» un po’ di tristezza per la fine della Pesca: si sono dati da fare tanto per la sua buona riuscita, offrendo felici il loro tempo e il loro entusiasmo sincero al «Dardagosto». Grazie Francesca e grazie ragazzi, non posso citarvi tutti, siete troppi! Vi aspettiamo l’anno prossimo. Ora corro giù alle scuole per mangiare qualche cosa e godermi le ultime ore della sagra. Qui musica e ballo per tutti: il chiosco organizzato quest’anno dai dovins ha avuto un enorme successo. Si sono impegnati molto, hanno organizzato tutto loro, e hanno ottenuto un ottimo risultato. Sono facilmente riconoscibili mentre corrono tra i tavoli a consegnare le ordinazioni: indossano tutti una maglietta

Nel cortile delle scuole sono state organizzate con successo tre serate di svago. Per le nostre famiglie: cena, musica e ballo. In alto. I costumi settecenteschi disegnati e cuciti da Maria Grazia Beri. Al centro. Mario Santin (a sinistra) si congratula con Renato Zambon, autore di pregevoli sculture lignee.

nera, pensata e disegnata da Francesco Cùssol e Andrea Usardi, con il nostro campanile stampato in bella vista e con la scritta «Dardagosto» Equipe d’Elite. Alle 22.30 ci attende un «fuori programma»: una sfilata di costumi del Carnevale di Venezia studiati, disegnati e cuciti da Maria Grazia Beri: un hobby che la sta occupando da diversi anni. I costumi sono stati esposti presso il Teatro di Dardago ed ora a conclusione della festa Maria Grazia ha pensato di mostrarli in una sfilata presso il cortile delle scuole e una veloce passerella in piazza. Complimenti a tutte le «modelle» e in particolare a Maria Grazia per l’abilità, l’iniziativa e la disponibilità dimostrata a sostegno del Dardagosto. La festa volge al termine e resta la gioia per la bella giornata trascorsa, la 32

soddisfazione di tutti gli organizzatori per la buona riuscita della festa, il ringraziamento per la bella giornata di sole che ha permesso di accontentare tutti e la promessa che l’anno prossimo si cercherà di fare ancora meglio. Il gruppo fondato qualche anno fa da Marta, Stefano, Elena e Daniele sta dando i suoi frutti e sta crescendo in capacità e professionalità. L’importante è crederci sempre.

Un ringraziamento particolare a tutte le persone mai menzionate – e sono molte – che ogni anno lavorano «nell’ombra», in cucina, nelle pulizie sia delle cucine sia della nostra bella Pieve e nel riordino e pulizia del sagrato. Senza di loro sarebbe una festa a metà.


Vista notturna della chiesa e del sagrato di Dardago.

una lode alla Pieve un regalo per i dardaghesi Dopo la riqualificazione della «Platha», lo stato disordinato e confuso del sagrato della nostra Pieve risultava sempre più evidente agli occhi di chi guardava entrambe le cose: la siepe vecchia ed in parte ammalata o mancante, gli alberi (i pruni), belli quindici giorni all’anno e per i restanti un grosso problema per chi doveva pulire e tenere in ordine il verde; poi pini, pinetti, ulivi grandi e piccoli, insomma una certa «confusione» era il risultato del fatto che nel corso degli anni un po’ tutti avevano voluto lasciare un regalo, un ricordo. Cosi a fine agosto abbiamo avuto una sorpresa! Un avviso posto all’ingresso del sagrato diceva: «…dal 1° settembre inizierà l’opera di nuova piantumazione del sagrato. I lavori avranno una durata di circa dieci giorni». I lavori per il rifacimento del sagrato sarebbero stati donati da Antonio Zambon Mao. Toni aveva presentato per tempo il suo progetto a don Maurizio per sottoporlo poi al Consiglio degli Affari Economici, i quali, dopo aver chiesto alcune modifiche alla proposta, lo avevano approvato. Ora restava solo da trovare un certo numero di volontari che lo aiutassero in questo piano di lavoro. A Dardago questo non è mai stato un

di Adelaide Bastianello

problema, la solidarietà è molto sentita, anche se si offrono sempre le stesse persone. Che bella sorpresa sarebbe invece se si presentasse qualche giovane ragazzo o qualche «prestante» pensionato dicendo: «…avete bisogno di una mano? Che posso fare?» Beh, bisogna sempre sperare, la Provvidenza…«provvede»! Così il giorno stabilito si presentarono come sempre Bruno, Flavio e lo stesso Toni ed iniziarono a tagliare, strappare, estirpare insomma cominciavano a «fa bel e a netà su». Supporto indispensabile è stato dato da Marco con la sua ruspa, Renato per la rimozione del legname, Rino per la parte elettrica ed il comune che ha permesso l’uso del camion per il trasporto della siepe eliminata e l’aiuto estemporaneo di Roberto Luthol. Bisogna dire che già in giugno Toni era corso per ben due volte fino a Pistoia con la sua auto per acquistare e trasportare fino a casa più di 200 nuove piantine che avrebbero sostituito la vecchia siepe. I lavori sono quindi iniziati: è stata tolta la vecchia siepe, i due alberi posti all’ingresso del sagrato, la ma33

gnolia e due pini. Sono rimaste le due piante di ulivo e gli alberelli di agrifoglio. Mentre i volontari lavoravano alacremente da mattina a sera, don Maurizio stava di sentinella a osservare le varie operazioni e a fare da parafulmine a tutti i commenti pro e contro che tutti coloro che transitavano si sentivano autorizzati a fare. «… e perché togliere la siepe, è ancora buona, schej butadhi via» «…parchè cavar via i alberi, i è ancjamò bèi!» «…no, la magnolia no, no se tocia, l’ha methuda don Giovanni, non si può rimuovere». E don Maurizio, almeno apparentemente, tranquillo, calmo, ascoltava, rispondeva, placava le polemiche e si rallegrava per i complimenti. Finalmente qualcuno apprezzava! Intanto i lavori proseguivano ed il sagrato prendeva forma. Quindici giorni dopo i lavori erano terminati con l’approvazione anche dei più scettici, ora non restava che bagnare tutti i giorni visto che il «cielo» non aiutava. Ma non finisce qui! Ciliegina sulla torta, Toni se ne inventa un’altra: procura cavi e lampade per dare il «risalto» notturno alla nostra Pieve. Bella! Nulla ha da invidiare ai monumenti più famosi, alle chiese più importanti.


Collis Chorus

Sotto. Gorizia. Roberto De Luca, direttore del coro, riceve dal presidente Regionale U.S.C.I., Franco Colussi, la targa premio con Diploma di Eccellenza.

Diploma d’Oro e di Eccellenza sottolineano anche per quest’anno il livello di professionalità raggiunto dalla corale.

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un altro anno da ricordare di Roberto Cauz

Q uando due anni fa vincemmo il «Festival corale Internazionale del Lago Maggiore», tenutosi a Stresa e poi nel maggio 2010 arrivammo primi al concorso corale nazionale «Franchino Gaffurio» di Quartiano (Mi), toccammo il cielo con un dito: l’entusiasmo salì alle stelle e ci accompagnò, per tutto l’anno, nei concerti che ci videro protagonisti. A gennaio di quest’anno, nel programmare gli obiettivi del gruppo, quell’entusiasmo aveva lasciato il posto ad un po’ di preoccupazione: ma quella nel senso «buono» del termine. Ci chie-

devamo se sarebbe stato possibile rivivere ancora le stesse emozioni. E così che per creare nuovi stimoli e non perdere la «qualità» raggiunta, ci siamo dati altri obiettivi con la consapevolezza che non sarebbe stato semplice ripetere i successi degli anni scorsi. È stato un anno faticoso, ma come sempre l’impegno paga e nulla arriva per caso. Al Kulturni Center Lojze Bratuz di Gorizia, in una «umida» domenica d’ottobre, abbiamo conquistato il diploma di eccellenza alla XIII edizione di Corovivo, la più importante manifestazione corale regionale organizzata dall’U.S.C.I. del Friuli Venezia Giulia, e la settimana prima ci siamo aggiudicati il diploma d’oro al 9° concorso corale internazionale di Riva del Garda. Quest’ultimo evento ci ha visti conquistare il terzo posto assoluto nella categoria gospel – spiritual, primo dei gruppi italiani in gara, in un contesto musicale multietnico molto stimolante ed una atmosfera paesaggistica suggestiva che ha favorito un weekend in serenità di tutto il gruppo. La performance alla manifestazione di Gorizia, al quale hanno partecipato diciassette formazioni corali, selezionate a seguito della presentazione di uno specifico progetto musicale, ci ha portato invece all’assegnazione del diploma di eccellenza, unica corale in provincia di Pordenone ad aver ottenuto questo riconoscimento nell’ambito dell’evento. 34

Le due esperienze ci hanno regalato forti emozioni anche se tra loro «contrastanti». Infatti, il terzo posto di Riva del Garda ci ha soddisfatto, ma ci ha lasciato con un po’ di «amaro in bocca», in quanto le corali che ci hanno preceduto non ci hanno entusiasmato, ma la giuria… ha sempre ragione! Viceversa Il giudizio della qualificata commissione giudicatrice di Corovivo, presieduta da Franco Monego, ci ha regalato una grandissima soddisfazione: cantare infatti al concerto serale conclusivo della manifestazione, è stato veramente emozionante, vista l’alta qualità dagli altri cinque gruppi che hanno conquistato, come noi, tale riconoscimento. Anche quest’anno possiamo quindi aggiungere alla nostra bacheca due importanti «trofei» che ci proiettano orgogliosi a festeggiare, nel 2012, i nostri «primi» venticinque anni di storia. Il mio personale ringraziamento, unito a quello corale del gruppo, va al nostro direttore per il suo forte impegno e la sua infinita pazienza, profusi nell’attività: è grazie a lui e alla cresciuta maturità di tutti che abbiamo potuto raggiungere questi traguardi. La mia speranza è che questa realtà associativa possa continuare a regalare ad altre persone le stesse emozioni che sta regalando a me: credo sarà bello ricordare anche questi momenti e poter dire con gioia: c’ero anch’io!


’N te la vetrina

UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI

LA FOTO CI RICORDA COME ERANO LE VENDEMMIE DI ALCUNI ANNI FA A DARDAGO. CI SI TROVAVA IN COMPAGNIA DI AMICI, SI FACEVA UNA GRANDE FESTA, LA «MERENDA», LA CHIACCHIERATA E LA CANTATA. LA GIORNATA TRASCORREVA IN ALLEGRIA. ORA RIMANE SOLO UN BEL RICORDO.

Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.

BELLISSIMA IMMAGINE DELLA FAMIGLIA IANNA CORATHA DI BUDOIA, EMIGRATA IN AUSTRALIA. SONO RAFFIGURATI I FRATELLI IANNA CON LE LORO FAMIGLIE. A SINISTRA, L’UOMO CON IL CAPPELLO È FORTUNATO (N. 1895) E ACCANTO C’È IL FRATELLO PIETRO (N. 1890); L’ULTIMO A DESTRA È L’ALTRO FRATELLO ANGELO (N. 1887), CHE VERSA IL VINO, E ACCANTO C’È LA LORO MADRE CATERINA ZANIN; ALLE SUE SPALLE DOMENICO (N.1894). LA FOTO FU SCATTATA NEL 1927 CIRCA DA RAIMONDO IANNA (N. 1912), FIGLIO DI PIETRO, DURANTE UN PIC NIC NELLA LORO ESTESA TENUTA A BEXLL, NEL NUOVO GALLES DEL SUD (AUSTRALIA). [CFR. N. 123 PIONIERI BUDOIESI NEL NUOVO MONDO DI ROBERTO ZAMBON].

NEGLI ANNI ’50 DEL SECOLO SCORSO LE TRE VETRINE DE LA BOTEGA DE LA FELICITA COCA ERANO L’ATTRAZIONE PER I BAMBINI QUANDO PASSAVANO PA’ DÌ A SCUOLA O A DOTRINA. ERANO ESPOSTI PRODOTTI DI OGNI GENERE, DALLE CHINCAGLIERIE AI PROFUMI, DALLE LANE AI FILI, DAL MATERIALE SCOLASTICO AI BOTTONI E ALTRO ANCORA. IN PROSSIMITÀ DEL NATALE E DELLA PASQUA LA FELICITA ERA SOLITA ORGANIZZARE LOTTERIE PER I SUOI CLIENTI, SCEGLIENDO PREMI ATTINENTI AL PERIODO; UN ANNO FU ESPOSTA UNA BELLA CAPANNA DEL PRESEPIO. LA FIGLIA MARIANGELA VOLLE TENTARE LA FORTUNA E FU LEI PROPRIO A VINCERE IL PREMIO. ALLORA CON LA SORELLA FIORELLA DECISE DI ADDOBBARE UNA DELLE VETRINE, ALLESTENDO IL PRESEPIO CON LA «SUA» CAPANNA E AUGURANDO A TUTTI BUON NATALE. ECCO LE DUE SORELLE IMMORTALATE DAVANTI ALLA LORO «OPERA»! [INFORMAZIONI E FOTO DI MARIANGELA BOSCO].


Santa Lucia di Budoia Mai rivendicò la fama di altre al popolo più note piccolo ed umile paese di pietra si adagia oltre il Piave sotto le verdi montagne della bassa e si disseta con le fresche acque del Livenza ma non riposa, perché forti son le sue friulane braccia che non si arresero davanti a fame e barbariche invasioni Da lei partirono i nostri coraggiosi padri per trovar da vivere superando taluni gli orrori della guerra, instancabili lavoratori dallo sguardo fiero e segnati dalla fatica, ma dal sorriso austero Da Bof si ritrovavano la sera i «veci a bever un bicer de vin» e a ricordar de la morosa quando erano giovani Il ricordo che serbo è la nostra vecchia ed amata casa il profumo intenso della latteria, del panificio e il piccolo colle… L’ho rivista, e lei è sempre lì a tener duro anche se non è più la stessa senza i suoi vecchi amori senza la filanda e i nostri cari che raccontavan le vecchie storie La piccola stazione non è più visitata dal trenino dei tempi andati e sembra voler chiedere: «son rimasta sola, dove son tutti quelli che passavan di qui?» Il tempo è passato inesorabile anche sopra questo piccolo ed umile paese di pietra sopra i nostri veci e quella vecchia ed amata casa E passerà, con il consenso del cielo anche sopra quella piccola stazione rimasta sola senza neanche il ricordo della coltre di neve che in inverno di bianco la ricopriva e dei sacrifici della nostra gente che da lì partiva con pesanti valigie piene di speranze lasciandosi dietro i loro veci e le loro vecchie storie.

Un sorriso Un sorriso non costa nulla e rende molto. Arricchisce chi lo riceve, senza impoverire chi lo dona. Non dura che un istante, ma il suo ricordo è talora eterno. Nessuno è così ricco da poterne far a meno. Nessuno così povero da non poterlo dare. Crea felicità in casa; negli affari è sostegno; dell’amicizia sensibile segno. Un sorriso dà riposo alla stanchezza; allo scoraggiamento rinnova il coraggio: nella tristezza è consolazione; d’ogni pena è natural rimedio. Ma è bene che non si può comperare, né prestare né rubare, poiché esso ha valore dall’istante in cui si dona. E se poi incontrerete talora chi l’aspettato sorriso a voi non dona, siate generosi e date il vostro; perché nessuno ha tanto bisogno di sorriso come colui che ad altri darlo non sa. P. FABER

(poesia inviata da Lidia Basso Smeraldi)

ENZO FORT

L’angolo della poesia 36


Le coturnici

sulle montagne

In vol sua discesa par folgore d’ombra le coturnici come frecce passar.

MERCOLEDÌ 28 DICEMBRE 2011 ORE 21.00

Chiesa Parrocchiale di Santa Lucia

Insieme Vocale Elastico

I cacciator bei spari ma non vecchi abil al tir nessun cadde, occhiano i cani chel fondo valle destin fortuna che non morir.

diretto da Fabrizio Fucile

Lenti a passi tornan salir la sua vita in suoi crepacci e cantano notte e dì col suo cigric cigric cigric qua torno. I cacciatori stanchi a sera ed i loro cani scendono; fucil su spalla che vuoto il carnier tornano a casa. ANGELO JANNA TAVÀN

Con questa poesia Angelo ha voluto analizzare caratteristiche e quotidiane abitudini delle coturnici (Alectoris graeca), uccelli lunghi circa 35 cm con apertura alare di 50 cm. Nelle nostre zone sono presenti in crepacci rocciosi e rupi della Val Granda, Candóle e Thentolina. Fin dall’esordio di poesia Angelo sottolinea la loro proverbiale agilità del volo in picchiata verso valle. Le paragona a frecce e a folgore d’ombra, tanto veloce è il passaggio della loro proiezione sul terreno. Tale caratteristica di rapidità disorienta infatti i novelli cacciatori, impacciati nella mira rispetto ai veterani (ma non vecchi abil al tir) a tal punto da non colpirne alcuna (nessun cadde) e da lasciare anche i cani sbigottiti a guardarsi attorno (occhiano i cani) senza la consolazione di una preda caduta sul terreno. Le coturnici possono così giungere a fondo valle incolumi avendo scampato il pericolo per semplice casualità o per benigna sorte (destin fortuna che non morir). La risalita verso l’habitat in altura avviene invece, diversamente da prima, non più in volo ma balzellando velocemente ed arrampicandosi con leggiadria sulle rocce, altra caratteristica preponderante di questa specie. Qui Angelo fotografa una risalita lenta verso i crepacci (lenti a passi tornan salir) e canterina con l’onomatopeico e caratteristico suono in cigric, quasi a farsi beffa dei cacciatori che, sconsolati, rientrano a casa verso sera, fucile in spalla, cani al seguito e carniere vuoto.

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presenta

Bon termine e bon principio Concerto d’augurio di fine anno con programma di musiche sacre accompagnate all’organo da Stefano Maso


l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Lasciano un grande vuoto...

Daniela Romani Carissima Daniela, oggi ci hai lasciati. Tutti abbiamo ammirato la forza, il coraggio e la determinazione che hai avuto; i tuoi bimbi davano intensità alla tua caparbietà. Il tuo amore per Roberto ha dato luce al tuo viso. Ti vedo nelle sere d’estate in piazza, ti vedo sulle panchine chiacchierare, ti vedo ai giochi popolari o alla Pesca

con i bimbi che corrono spensierati, ti vedo... sorridere con il cuore. Ora Riccardo e Matteo hanno un angelo in più che proteggerà il loro diventare grandi, un angelo a cui pensare nelle difficoltà e nella gioia, un angelo speciale: la loro mamma.

Giovanna Bastianello Cara Nonna, lo scorso 5 ottobre, dopo due mesi molto difficili, sei volata via. Per me sei stata una Nonna con la «N» maiuscola: i tristi eventi che hanno caratterizzato la mia infanzia, infatti, hanno fatto in modo che tu non fossi una nonna da andare a trovare la domenica o alle feste comandate, bensì una vera seconda mamma, con cui ho vissuto e che mi ha quasi cresciuto. In questi anni (e io ne ho ben 47!) hai riempito con la tua presenza tanti momenti della mia vita. Se chiudo gli occhi è come se vedessi scorrere un lungometraggio, i cui fotogrammi sembrano infiniti: il giorno in cui mi hai insegnato a spegnere le candeline sulla torta di compleanno, il giorno in cui ho imparato a usare la bicicletta senza rotelle, le occasioni in cui da bambina mi vestivi di tutto punto e mi ripetevi in continuazione «Mi raccomando, non sporcarti!» oppure «Siediti composta!», le passeggiate in spiaggia a Lido di Venezia. E ancora, in tempi più recenti, i concerti

della domenica mattina al Teatro Manzoni, la tua soddisfazione di fronte ai miei successi scolastici, prima, e professionali, poi, l’orgoglio di sapere che mi ero potuta comprare una bella casa e, infine, la dedizione per la nipotina bis, mia figlia Francesca. Quasi fino all’ultimo hai mantenuto alcuni dei tratti principali del tuo carattere: un grande senso estetico, l’amore per l’ordine e per la cura della persona.

E riflettendo, quando – durante i tuoi ultimi giorni – mi sedevo vicino al tuo letto, ho potuto constatare che in questo ci somigliamo in modo sorprendente. Da bambina ammiravo la tua eleganza, anche quando indossavi un abito riadattato più volte, e il tuo portamento, fiero ma discreto. Solo pochi mesi fa ti aggiustavi ancora i capelli e ti sistemavi i vestiti prima di incontrare qualcuno. Nonostante le nostre diversità, in questo sono proprio come te: detesto il disordine e la sciatteria. Per questo non voglio ricordarti com’eri negli ultimi tempi, una candelina che perde progressivamente luce e vigore fino a scomparire, ma «diversa»: bella ed elegante. Cara Nonna, sono sicura che anche dove ti trovi ora sarai certamente la più «in ordine», anzi anche lì sarai perfetta. Ti porterò sempre nel cuore. ANTONELLA

Walter Zambon Vi lascio. A voi lascio l’aria e tutto quello che vi sta intorno. Vi lascio la libertà di scegliere tra il bene e il male, la possibilità di crescere. Vi lascio la possibilità di decidere si o no, il rischio di chiedere e non ottenere nulla, di dare senza avere nulla in cambio. Vi lascio la pace e la guerra. Vi lascio gli ultimi misteri del creato, ma anche le certezze del presente che vive. Io solo vi lascio.

Walter, Dardago, le montagne, le scalate, le passeggiate sono state la passione che sosteneva la tua vita. Dardago è sempre stato nel tuo cuore. Eri un uomo di poche parole, ma i tuoi silenzi nascondevano riflessioni e sensibilità d’animo. Lo dimostra la poesia che voglio qui di seguito pubblicare: se è tua non lo sappiamo, i tuoi cari l’hanno trovata tra le tue cose, scritta di tuo pugno. Se non l’hai scritta tu, comunque l’hai scelta, perché ne condividevi il pensiero.

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Cronaca Cronaca

’Na gran festa de «classe»… chela de ’l ’41 Anche i coscritti del 1941 si sono ritrovati, il 24 settembre, per la ricorrenza del loro 70° anno. Il programma è stato semplice ma è stato molto apprezzato dai partecipanti. Dopo la Santa Messa celebrata alle 9 nella Pieve di Santa Maria Maggiore di Dardago, dopo le foto di gruppo in piazza e una sosta al al bar Montecavallo, tutti in pullman con destinazione Stretti di Eraclea (Ve) per un pranzo «regale» tutto a base di pesce: la competenza in materia del nostro coetaneo Paolo Bocus è stata veramente preziosa. Al termine piccola gita a Caorle per passeggiatina distensiva e quindi ritorno in pedemontana. Qualche dato statistico. I nati nel comune nel 1941, residenti e non, più i coscritti arrivati a Budoia da altre località, raggiungono il numero di 52 unità (23 maschi e 29 femmine). I residenti sono 19; dei rimanenti, 28 risiedono in altri comuni italiani e 5 sono all’estero (Corsica, Inghilterra, Francia, Canada, U.S.A.).

Complimenti al coscritto arrivato da più lontano: Renato Zambon – Wayne (N.J. – U.S.A.) tra l’altro con avventuroso viaggio aereo! Una nostra coetanea ha ringraziato gli organizzatori: fela ancia el prossin an! Certo! Magari una pizza... ma la fon ancia el prossin an... *** Mi sono fermato a pensare ai miei 70 anni. Lo storico Carlo Maria Cipolla ha scritto: «nella società agricola il vecchio era il saggio, in quella industriale è un relitto» ed io aggiungo che quest’ultima condizione non cambia anche se oggi lo chiamano «diversamente giovane». Domanda: a che età si diventa vecchi? Risposta: quando non siamo più giovani! L’unica cosa che ci separa tra una vita giovanile, virtuosa e vivace ed una vita da vecchi è la nostra capacità e volontà di rimanere giovani con lo spirito: cioè imparare cose nuove. Bisogna cominciare a guardare la vita da una nuova prospettiva: osservare il mondo intorno in termini di possibilità. La vita ha moltissimo da offrire, ad ogni età... perfino le rughe! Una riflessione di Jean Battiste 39

Alphonse Karr (1808-1890) dice: diciamo ai giovani «gli uomini, come il vino, migliorano invecchiando»; ma diciamo ai vecchi «attenti all’acidità». Quindi doppio consiglio: • ai giovani: non importa il passare degli anni, esso porta con sé esperienza, sapienza, consiglio e quindi migliora la persona, come accade nel vino; • agli anziani: non è così automatico che vecchiaia e maturità siano sinonimi, ci può essere anche la degenerazione come certi vini inaciditi. Conclusione: ogni età è bella purché l’anima (non tanto il corpo) abbia poche rughe. SANTE UGO JANNA

Metùt a pósto l’altaról de via Castello

Con una semplice cerimonia, domenica 16 ottobre, dopo la Santa Messa, il parroco don Maurizio benedice il capitello di Sant’Antonio, in via Castello, dopo i lavori di restauro affidati dall’attuale proprietario, Elio De Nadai, a Luigi Basso. Il capitello è uno dei più importan-


ti e antichi segni religiosi della nostra zona. Così lo descriveva Vittorina Carlon nel n. 51 del nostro periodico (agosto 1987): Di dimensioni ridotte, è un gioiellino di architettura e scultura veneziana. La costruzione di pietra, inglobata nel muro di cinta di un’abitazione (datata 1870) ed addossata ad una parete della casa attigua, termina con una modanatura tondeggiante e sporgente. Il tetto è a capanna, coperto di coppi. Il particolare che la rende unica del suo genere è il blocco architettonico sporgente a forma quadrata. L’apertura, ridotta ad un piccolissimo arco, è chiusa da un cancelletto di ferro battuto finemente lavorato, nella cui parte superiore, racchiuso in un semicerchio, è inciso il monogramma G.M. La piccola nicchia custodisce la statua di Sant’Antonio di Padova. Poste ai lati del grazioso cancelletto, ci sono due lesene con simboli religiosi incisi; il tutto è contornato da una cornice in rilievo, elegantemente scolpita. Nella parte sottostante un dolce viso di angelo, avvolto dalle ali, impreziosisce il tabernacolo. Sotto la modanatura è incisa l’iscrizione «HlC EST SIGNUM CRUCIS XPI (Christis). La parte sovrastante, semicircolare con volute all’estremità e al centro, è abbellita dal busto del Cristo Passo. Un simile esemplare si trova in una calle di Venezia.

Al capitello fu riservata la prima copertina de l’Artugna nel lontano 1972. È bene segnalare interventi di restauro come questo perché con-

tribuiscono a sensibilizzare la comunità alla conservazione di questi beni che hanno testimoniato per secoli la religiosità popolare della nostra gente.

I meio de ’l ’46

Il 5 ottobre ci siamo ritrovati i più bei coscritti del Comune. Anche se molti mancavano, oltre a quelli che prematuramente che hanno lasciato, è stato un piacevole stare insieme. In mattinata siamo partiti per la Slovenia. Dopo la visita alle grotte di Postumia, molto affascinanti, ci siamo recati in un caratteristico ristorante. Il pomeriggio è stato dedicato alla visita del castello di Predjama, una splendida fortezza incastonata nella roccia, e ad ammirare i magnifici cavalli bianchi di Lipizza. Al rientro, tra foto ricordi, risate e barzellette, ci siamo ripromessi di ritrovarci più spesso. Un grazie a Sandra e Fiorina per aver organizzato una così ben riuscita giornata. BRUNO

La Redazione ringrazia i neo sessantacinquenni per la generosa offerta.

Il castello di Predjama, in Slovenia, mèta della gita dei sessantacinquenni.

40

E son 60!

Quest’anno il traguardo dei sessant’anni lo hanno festeggiato i giovani del ’51! Ed è stata festa grande, organizzata in due giornate a distanza di due mesi l’una dall’altra. Dopo una lunga serie di incontri per organizzare il tutto, domenica 11 settembre, all’alba, siamo partiti con un pullman gran turismo verso il lago d’Iseo, uno dei più bei laghi italiani. Ci attendeva una splendida, caldissima giornata, fitta di appuntamenti culturali, culinari e di svago. La prima chicca è stata la chiesa di San Pietro in Limosa che fa parte dell’omonimo antico monastero cluniacense. La chiesa, piccola ma molto suggestiva, costituisce un unicum nel suo genere perché, grazie ai continui ampliamenti consistenti nella costruzione di quattro piccole cappelle in epoche diverse, possiamo ammirare l’evoluzione degli stili architettonici e pittorici dal Medioevo al Rinascimento. Quindi, la nostra brava guida ci ha condotti in una visita della zona di produzione del Franciacorta, il vino prodotto esclusivamente con il metodo della rifermentazione in

I sessantenni festeggiano il traguardo raggiunto, nella splendida Franciacorta.


bottiglia, il cui successo ha trasformato in pochi anni, dal punto di vista ambientale ed economico, l’intera zona a sud del lago d’Iseo. Ora le cantine storiche, diventate oggi moderne e ricche cattedrali di tecnologia enologica, accolgono turisti e visitatori. In una di queste era stato predisposto il rituale pranzo, durante il quale è stato consegnato ai coscritti e consorti un ricordo della festa. Il lungo pomeriggio è trascorso in una stupenda «crociera» sul lago d’Iseo con la circumnavigazione di Monte Isola, la più grande isola lacustre d’Europa. Dopo due mesi, il 12 novembre, i sessantenni si sono ritrovati nella chiesa di Dardago, dove il quasi coscritto don Maurizio ha celebrato una Messa di ringraziamento per il traguardo raggiunto e di suffragio per i coscritti Rita, Lorenzo, Romeo, Maddalena e Natale che, come dicono gli Alpini, «sono andati avanti». Quindi, tutti in uno splendido locale dell’opitergino per un formidabile giro di pizza. Ai prossimi appuntamenti! R.Z.

’Na dominia d’aòst...

Quest’estate un sacerdote foresto ha celebrato la Santa Messa nella nostra chiesa: il varesotto don Stefano Borri. Proveniente dalla Parrocchia di Cinisello Balsamo San Pio X, dove è stato assistente in oratorio ed ordinato sacerdote a giugno, e di ritorno dalla «Giornata Mondiale della Gioventù» di Madrid, è giunto in visita a Dardago come ospite di Miriam Zambon Momoléti e Carlo Sambruna, residenti, durante l’anno, nella cittadina lombarda. I loro figli, Andrea e Mattia, particolarmente affezionati a don Stefano, gli hanno fatto da chierichetti «servendo Messa» ed ac-

Andrea e Mattia Sambruna con don Stefano Borri prima della Santa Messa.

compagnandolo poi in paese dove ha potuto gustare un po’ di «friulanità» locale. Prima di far ritorno a Settimo Milanese, nella cui parrocchia segue quattro gruppi di ragazzi, don Stefano ha espresso il felice desiderio di poter far ritorno a Dardago.

Montana de fine otóbre

A fine ottobre, dopo un lungo periodo di bel tempo, abbondanti piogge hanno colpito il nord Italia, causando vittime ed ingenti danni. Una testimonianza della violenza e della furia dell’acqua ce l’ha fornita la piena dell’Artugna: la pioggia caduta in grande quantità in montagna non è stata infatti assorbita dal terreno troppo asciutto ed è filtrata rapidamente a valle sgorgando da ogni anfratto della Val de Croda, dalla sorgente degli Agaroi e dai pendii della Val

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Granda con una forza esplosiva mai vista prima (vedere a questo proposito i filmati su www.artugna.it). Il corso dell’Artugna è stato, come un anno fa, arato e scavato dalla montana fino a riempire completamente con il materiale trasportato il salto della rosta del Ciathentai, cosa di cui nessun anziano ha memoria, minacciando inoltre la stabilità dei pilastri che sostengono il tubo del rujal, mentre la strada interpoderale che attraversa il torrente in fondo a via Rivetta è di nuovo scomparsa: il letto del torrente si è approfondito di un buon metro allargandosi ancora verso la riva sinistra. Il fenomeno si è ripetuto con le piogge meno intense ma di maggior durata del fine settimana successivo: una montana meno violenta della precedente ma comunque abbondante ha consolidato i danni e posto seriamente il problema di controllo e messa in sicurezza dei passaggi stradali e di scavo della zona del-


la rosta. Una nota positiva: nel rujal, nonostante la grande quantità di savalon e crode che lo avevano intasato, grazie alla preziosa opera dei volontari continua a scorrere limpida l’acqua.

(assente nella foto). Gli incontri in preparazione alla Prima Comunione e alla Cresima, si svolgono nell’oratorio di Budoia con circa 80 ragazzi delle Scuole Elementari, Medie e Superiori.

MASSIMO ZARDO

Le sagre a Buduoia e Santa Luthia

Da un thoc de lenc Renato Zambon continua a manifestare la sua grande passione per la scultura lignea. La scorsa estate partecipò con successo al Simposio di Scultura su legno, a Tamai di Brugnera, organizzato dal nostro caro amico, Domenico Verardo. Una sua produzione era presente anche alla biglietteria della mostra dei Funghi, in occasione della festa settembrina. Ora sta dedicando il suo tempo a un’opera di grandi dimensioni da presentare alla Comunità di Aviano.

A Budoia, la sagra dell’Immacolata si è svolta secondo la tradizione: la Santa Messa e la processione con l’effigie della Madonna portata a spalle lungo le vie del paese, mentre sul sagrato, organizzata dall’Oratorio, è avvenuta la vendita delle torte, preparate dalle famiglie della comunità, il cui ricavato (1160,00 euro ca.) è stato devoluto all’Area Giovani del Cro, tramite il dr. Mascherin. Improntata alla solidarietà è stata anche l’iniziativa, svoltasi in piazza, organizzata da bambini e ragazzi, con l’obiettivo di donare giochi e giocattoli ai bimbi meno fortunati. Si sono alternate altre manifestazioni: dai laboratori del Progetto Giovani al mercatino dei prodotti locali, gastronomici ed artigianali; dalla presentazione della raccolta di testi realizzati dai bambini «Il tricolore in rima» all’accensione dell’albero natalizio da parte del sindaco. Anche quest’anno dopo il successo degli anni scorsi, a Santa Lucia, il consiglio pastorale ha proposto la festa dedicata alla patrona. Le funzioni religiose, le

I giùdha el plevàn pa’ la dotrina Don Maurizio, durante la Santa Messa di domenica 9 ottobre 2011, ha consegnato il mandato per il Catechismo nelle parrocchie di Santa Lucia, Sant’Andrea di Budoia e Santa Maria Maggiore di Dardago a Ugo, Germana, Maria Pia, Francesca, Daniela, Anita, Gianfranca e Carla 42

Sante Messe si sono svolte nella chiesetta sul colle e la processione lungo le vie del borgo. La festa è proseguita in piazza con giochi e attrazioni degli artisti di strada e musicanti. Anche qui, i bambini sono stati protagonisti con la raccolta dei loro vecchi giochi da donare agli altri. La sagra si è conclusa con l’estrazione della lotteria. Altre funzioni si sono svolte il 13 dicembre, giorno della ricorrenza di Santa Lucia.

GRAZIE DI CUORE! Ci sono persone che da anni collaborano alla vendita e distribuzione de l’Artugna. Un grazie cordiale per la loro premurosa disponibilità va a Teresina Signora, alla quale auguriamo una pronta guarigione, e ad Ezelinda Zambon per Budoia, e a Veleda Rizzo Fucile, che continua l’operato della madre Rosa Zambon Marin, per Santa Lucia.


inno alla vita

Sono Marco e sono contento di annunciarvi che il mio fratellino Matteo è stato battezzato il 18 settembre. Nella fotografia, con me ci sono mio papà Stefano, mia mamma Marta, Matteo e don Maurizio. Ho voluto pubblicare anche un’altra foto di Matteo, più sorridente e grandicello.

Ciao a tutti, sono Rachele Magris. Vi presento il mio fratellino Valerio, nato il 23 settembre 2011. Siamo la gioia di mamma Rosalice, papà Luca e dei nonni Daniela e Bruno.

Sono Davide Zambon Pala e mi godo le coccole di papà Luca, mamma Roberta e dei nonni Paolo e Doria.

Il giorno 2 ottobre 2011 è arrivata fra noi Anna Vincenzi, figlia di Chiara Zambon e Andrea Vincenzi. Orgogliosi i nonni Pietro Zambon Petenela e Laura Saccon per la nascita della loro prima nipotina.

La nonna bis, Luigia Basaldella vedova Carlon, festeggia brillantemente i 90 anni attorniata dai suoi cari, la figlia Ornella, le nipoti Barbara e Gianna Valentini e i tanto amati pronipoti, Mattia, Riccardo, Emma e Filippo.

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Pierino e Dina Zambon Tarabin annunciano con gioia l’arrivo di quattro nipotini. Il 1° giugno è nata Elena, figlia di Christian e di Paola Cattarinussi; gli altri 3, Benedetta, Leonardo e Lorenzo, sono arrivati il 15 luglio e sono figli di Antonella e di Bruno Bari. Nelle due foto ecco i magnifici sei: Elena, tra i due fratellini Filippo e Gaia e i tre vispi gemellini.

Mi chiamo Francesco Del Zotto e sono nato a Castelnuovo del Garda, l’8 giugno di quest’anno e battezzato il 23 ottobre. Sono stato accolto con immensa gioia da papà Alessandro e da mamma Marilinda Berto. I nonni paterni, Renate e Mirco Del Zotto, annunciano con felicità la mia nascita ai lettori de l’Artugna.

Laura Janna e Marco Tabaro, felici dopo la cerimonia nuziale avvenuta il 29 ottobre 2011 nella Pieve di Dardago.

Il 3 settembre di quest’anno, nella chiesa della pineta di Jesolo, circondati da numerosi amici e parenti, si sono uniti in matrimonio Sandra Marangoni e Mirco Basso.

Luigina Zambon e Primo Busetti hanno raggiunto e festeggiato il traguardo di 50 anni di matrimonio.

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Lucio Carlon e Augusta Piccinato in festa per le loro nozze di diamante.

10 settembre 2011: Bruno Zambon e Luisa Morando festeggiano il loro 50° anniversario di matrimonio, insieme ai loro figli, parenti ed amici.

Il 12 marzo 1941, ad Aidussina, un paese sloveno a circa 30 chilometri da Gorizia, si sposarono Angelo Zambon Pinàl e Stanislava Krescevec. Si erano conosciuti poco tempo prima: un vero colpo di fulmine tra un giovane soldato in uniforme della Reale Cavalleria di Piemonte, in sella a un cavallo bianco di nome Zozzolina, e una bella ragazza di vent’anni. Da quel lontano giorno sono ancora insieme, dopo aver superato molte difficoltà e condiviso molte soddisfazioni. 70 anni! Una lunga vita insieme. Un traguardo che è stato festeggiato anche con una cerimonia nella sala Arazzi di Palazzo Barbieri, sede del municipio di Verona, durante la quale il Sindaco Tosi ha consegnato loro una targa ricordo. Erano presenti i figli Anna e Giuseppe.

Lorenzo Basso e Elena Jotti, l’11 febbraio 2011, hanno ringraziato Dio per tutti i doni ricevuti in 50 anni di matrimonio. La Santa Messa è stata celebrata nella chiesa di Galliera Veneta, loro parrocchia da 45 anni. Erano attorniati dalle figlie, nipoti e parenti. Lorenzo ha ricevuto anche un attestato di benemerenza dall’Amministrazione Comunale e dal Club dei Pensionati di Galliera Veneta per il lungo periodo di attività svolta nel comune quale componente del Direttivo dell’Associazione, per l’opera di promozione umana svolta a favore degli anziani di Galliera, con impegno, disponibilità e cortesia.

Auguri dalla

Redazione!


sc rit

Vi scrivo per complimentarvi con lo standard di contenuti che avete saputo mantenere durante questi anni nella vostra rivista e per lo sforzo nel mantenerla sempre interessante e informativa. Prendo occasione inoltre per notificarvi l’ulteriore cambio di residenza dove spedirmi la vostra rivista. Vi ringrazio anticipatamente e aspetto l’uscita del prossimo numero!

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Londra

SERENELLA PELLEGRINI

Francia

Carissimi, ho passato un bellissimo 15 agosto con voi. Ho partecipato alla Santa Messa che è stata molto sentita. Un complimento particolare ai coristi che hanno reso più solenne la cerimonia. Unisco un’offerta per l’Artugna che ci fa conoscere gli avvenimento della comunità. Cordiali saluti. PIETRO ZAMBON VIALMIN

Carissimo signor Pietro, siamo felici che il suo soggiorno da Dardago sia stato per lei motivo di soddisfazione. La ringraziamo per tutti i complimenti (anche da parte del coro) e per l’offerta. Arrivederci al prossimo anno.

signor Fucile paziente ricercatore, che ricrea gli alberi genealogici, vera chicca da fare invidia per l’accuratezza e la chiarezza dell’«esposizione» grafica. Le foto dell’ultima pagina che son da «raccogliere» per la vera belezza, corredate da notizie davvero interessanti: mentre scrivo mi compare dinanzi la foto del pettirosso di qualche tempo fa... una meraviglia: note e commenti da specialista della natura, e non solo. E poi gli scorci, e la sagra, e la piazza con i vecchi cognomi... bella, veramente bella e interessante. Ma non mi dilungo... per non tediare: termino con il mio amico di scuola Umberto Coassin cui è dedicato il «pezzo» relativo all’ultima sua Rassegna artistica nella natia Dardago: pittore, acquarellista e incisore che nel corso degli anni ha saputo farsi onore e farsi apprezzare per le sue qualità: e a lui ancora sinceri complimenti! Con un cordiale saluto alla direzione e a tutti i collaboratori.

Roveredo in Piano

Ho riletto la rivista di dicembre 2010 ed è sempre una «festa» per gli occhi e per il cuore; veramente «lavorate» con passione, competenza e vera dedizione: il

SERGIO GENTILINI

Grazie signor Gentilini. I complimenti ci sembrano troppi ma fanno sempre piacere. Siamo contenti che lei ci segua con tanta attenzione. 46

Cara Serenella, grazie per i complimenti. Cerchiamo di fare il nostro meglio in collaborazione anche con i nostri lettori. Prendiamo nota del tuo nuovo recapito.

[...dai conti correnti] In memoria del marito Angelo. CLELIA DEDOR VARNIER – VERONA

A ricordo di Romano Zambon, la moglie. ROSINA ZAMBON – TORINO

Per l’Artugna che mi arriva sempre gradita. ANGELA BASTIANELLO – VENEZIA

Grazie per l’Artugna! DOMENICO E AGNESE DIANA – MESTRE

Con tanti saluti a tutti voi. RENATE E MIRCO DEL ZOTTO – LAZISE (VERONA)

Mi è piaciuta tanto la foto di copertina del numero precedente, tanto che ho deciso di incorniciarla. Sono soddisfatta, perché il monumento ai Caduti è ritornato in piazza. CARLA DEL MASCHIO – SVIZZERA

Grazie per l’Artugna che ricevo regolarmente. MARIA CARLON – MILANO


17.30 – –

– 17.30 –

– – 17.30

SABATO 24 DICEMBRE 2011 VIGILIA DEL SANTO NATALE • Santa Messa in nocte

24.00

22.30

22.00

DOMENICA 25 DICEMBRE 2011 SANTO NATALE • Santa Messa solenne • Santa Messa vespertina

11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

LUNEDÌ 26 DICEMBRE 2011 SANTO STEFANO • Santa Messa

Sa

In che gnot plene di stelis, quant che il frêt si fâs sintî, a san Marie e sant’Osèf che un ripâr van a cirî... Aogni puarte lôr a tuchin, ma nissun i dîs di entrà cul mussut ch’a ur fâs strade, t’une stale ur tocje là. Li marie benedete da a la lûs il Redentôr. Corin ducj par adoralu dal plui puar al plui siôr, la Madone plete, plete... a lu cjale cun amôr e contents a cjatin inos i pastôr a tôr a tôr. Tu ninin nassùt te grepie tu âs urût a nô insegnà che la pâs in chieste tiere si la cjate cul preà...

Gnot di Nadâl

Bu do ia

NOVENA DEL SANTO NATALE Sabato 17 dicembre 2011 Domenica 18 dicembre 2011 Venerdì 23 dicembre 2011

nt a Lu cia

Da rd ag o

programma religioso natalizio

Bon Nadâl, Buine Fin e Mior principi. (MAURIZIA TOMASIN, 1974)

11.00

10.00

11.00 Notte di Natale

SABATO 31 DICEMBRE 2011 • Santa Messa e canto del Te Deum

18.00

17.00

17.00

DOMENICA 1 GENNAIO 2012 SANTA MADRE DI DIO GIORNATA MONDIALE DELLA PACE • Santa Messa solenne Veni Creator – • Santa Messa vespertina 18.00

11.00 –

11.00 –

17.00

17.00

GIOVEDÌ 5 GENNAIO 2012 VIGILIA DELL’EPIFANIA • Santa Messa vespertina e benedizione acqua, sale e frutta

18.00

Segue nelle rispettive comunità la tradizionale accensione dei panevin VENERDÌ 6 GENNAIO 2012 EPIFANIA DEL SIGNORE • Santa Messa solenne • Benedizione dei bambini, arrivo della Befana e premiazione dei presepi

In quella notte piena di stelle quando il freddo si fece sentire Santa Maria e San Giuseppe un riparo andavano cercando. In ogni porta loro bussano, ma nessuno dice d’entrare con l’asinello che faceva loro strada in una stalla dovettero andare. Lì Maria Benedetta diede alla luce il Redentore. Corriamo tutti ad adorarlo dal più povero al più signore, la Madonna piano piano, lo accarezza con amore e felici cantano inni i pastori intorno intorno. Tu, Piccolo, nato in una mangiatoia hai voluto insegnarci che la pace in questa terra la si trova pregando. Buon Natale, Buona fine e Miglior inizio.

Natale 2011

11.00 –

10.00 15.00

10.00 –

La poesia è dedicata da Pietro Zambon e famiglia di Fiume Veneto ai volontari che allestiscono ogni anno i Madhi natalizi.

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 123

entrate

Costo per la realizzazione

uscite 4.109,00

Spedizioni e varie

396,00

Residuo precedente

499,00

Entrate dal 18.07.2011 all’8.12.2011 4.264,00 Contributo Comune di Budoia Totale

500,00 4.764,00 47

4.904,00 Valeriano (Pordenone). Chiesa dei Battuti. Natività, affresco. Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto Il Pordenone, 1524.


Trasporto polline Ciascuno con il proprio metodo Testo e foto di Osvaldo Puppin

Nella foto in alto l’Apis mellifera ligustica L. o ape domestica ha caricato il polline, raccolto nelle radure verso Longiarethe, sugli appositi peli-cestelli collocati sulle tibie delle zampe posteriori. Qui sta ritemprandosi sull’Umbellifera (non è un cardo!) Eryngium amethystinum L. prima di scaricarlo all’alveare; (è primo mattino e la temperatura anche se per noi gradevole, non è certo ottimale per un insetto; probabilmente non è riuscita a rientrare per tempo la sera precedente, evento piuttosto raro, ma possibile per via di un forte temporale). La sua «cuginetta» della foto centrale, pure sorpresa nelle radure verso Longiarethe, è una ape selvatica fam. Megachilidae, molto probabilmente del genere Chelostoma Latr. [un grazie particolare alla dr.ssa Laura Fortunato, dell’Università di Udine, per la non facile determinazione viste le immagini a disposizione], che carica il polline contro l’addome, munito di fasci di setole trasversali che ne trattengono i granuli. Nella foto la nostra Chelostoma ha appena ripulito la campanula (Campanula trachelium L.) di sinistra e si accinge ad aumentare il proprio carico comprimendo con le zampe posteriori anche il polline che sta prelevando dal fiore di destra. Della terza ape selvatica possiedo solo la foto in basso. La sua caratteristica è di caricare il polline oltre che sulle tibie, anche i femori delle zampe posteriori, mediante appositi ciuffi di peli, denominati scope. È stata ritratta in val de Croda, poco sopra lo Chalet. Le operazioni di raccolta sono state disturbate dall’arrivo di una farfalla Ochlodes sylvanus Esper (Fam. Hesperidae) femmina, dalla tipica posizione di riposo delle ali anteriori sollevate ad angolo e le cui antenne terminano con un uncino caratteristico. La prematura fuga della nostra «modella», a causa dell’ingombro dell’intrusa, non ha consentito di effettuare ulteriori scatti, per focalizzare i caratteri utili ad una sua più completa determinazione. Con gli amici dell’Università di Udine siamo pertanto indecisi tra le fam. Melittidae e Halictidae, pur restringendo notevolmente il numero di specie attribuibili all’uno o all’altro gruppo. Entrambe scavano il nido per la prole nel terreno. Un’ulteriore nota su due delle specie ipoteticamente ‘candidate’: Macropis nuda Prov. (Melittidae) raccoglie anche gli olii presenti nel nettario fiorale, che poi impasta con il polline quale integrazione alimentare per le proprie larve; l’Halictus scabiosae F. carica di polline anche i margini dell’addome e predilige le Dipsacacee del genere Scabiosa, cui appartiene il fiore qui ritratto che nutre le nostre ospiti.

l'Artugna 124 - Dicembre 2011  

Periodico della Comuntà di Dardago, Budoia, Santa Lucia

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