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Focus Design 2026

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CRAFTING FUTURES FOCUS DESIGN

JULIE HAMISKY GIARDINO ALCHEMICO

Anno XV | #89

Marzo — Aprile 2026

Supplemento n. 2

FOCUS DESIGN

A CURA DI

Giulia Marani

DIRETTORE

Massimiliano Tonelli

ADVERTISING & MARKETING

Cristiana Margiacchi

393 6586637

Rosa Pittau 339 2882259

Valentina Bartarelli adv@artribune.com

EXTRASETTORE downloadPubblicità s.r.l. via Boscovich 17 – Milano via Sardegna 69 – Roma 02 71091866 | 06 42011918 info@downloadadv.it

EDITORE E REDAZIONE via Ottavio Gasparri 13/17 Roma redazione@artribune.com

PROGETTO GRAFICO

Alessandro Naldi

COVER Preview image of Animale Sociale – Nessuno mi può giudicare, courtesy Casaornella

STAMPA

CSQ – Centro Stampa Quotidiani via dell’Industria 52 Erbusco (BS)

Registrazione presso il Tribunale di Roma n. 184/2011 del 17/6/2011 Chiuso in redazione il 8/4/2026

HANNO COLLABORATO

Carolina Chiatto, Domitilla Dardi, Lara Gastaldi, Marta Melini, Cecilia Moltani, Giulia Mura, Sophie Marie Piccoli, Emanuele Quinz, Emma Sedini, Valentina Silvestrini, Giulia Zappa

TRADUZIONE DI Alamara Bettum

CRAFTING FUTURES

Nellescorse settimane, passando in rassegna le presentazioni delle iniziative organizzate da designer, aziende e istituzioni di vario genere per la Design Week ormai alle porte, ci è saltato agli occhi come le parole “unico” e “unicità” ricorressero in maniera sempre più insistente. E come l’artigianato e il “fatto a mano” rappresentassero una presenza sempre più importante in un evento nato per promuovere il design industriale che ha nelle grandi e grandissime tirature la sua ragion d’essere. Abbiamo deciso, quindi, di guardare dentro questo fenomeno approfondendo, per esempio, le ragioni che hanno portato la cattedrale dell’industria dell’arredo, il Salone del Mobile. Milano, ad aprirsi alle gallerie e agli antiquari. Analizzando i sommovimenti interni di questo grande ecosistema in continua mutazione che è il design con l’aiuto di firme ospiti come Domitilla Dardi, che ha appena pubblicato un libro importante sul legame tra le discipline “dure” del progetto e pratiche a lungo considerate minori, dal ricamo alla ceramica, ed Emanuele Quinz, che ci ha aiutati a fare il punto sulle due facce del ritorno all’artigianato: da un lato, una nuova radicalità in cui l’ascolto della materia istruisce il fare; dall’altro, un modo per penetrare un mercato del lusso per ora non toccato dalla crisi economica. O, ancora, vedendo come si sono comportati i designer internazionali chiamati a confrontarsi con le lavorazioni tradizionali di un paese lontano da noi, in tutti i sensi, come l’Uzbekistan per la mostra When Apricots Blossom. In questo numero siamo, inoltre, andati a Piacenza a incontrare il designer della luce Davide Groppi, che segue da quasi quarant’anni una sua personalissima traiettoria di “cantautore del design”, con testi e musiche scritti da lui stesso. Abbiamo chiacchierato con il progettista-scultore ceco Tadeáš Podracký, scoprendo come si muove nel territorio ibrido “dove si incontrano i processi digitali e l’intelligenza materica della mano”, e con l’illustratrice di origine cinese Jiaqi Wang, immergendoci nel suo universo pop e colorato. Ci siamo fatti raccontare da Dries Van Noten i presupposti della sua nuova Fondazione, in un palazzo storico a Venezia, e il suo progetto per sostenere le nuove generazioni di creativi. Abbiamo, infine, riunito una serie di informazioni pratiche e di segnalazioni che faranno comodo a chiunque abbia necessità di districarsi nella settimana del design più famosa e più affollata al mondo.

■ Giulia Marani

INDEX

PEOPLE

6 DAVIDE GROPPI. IL POETA DELLA LUCE

Intervista con il lighting designer, ora in mostra nella sua città natale

10

TADEÁŠ PODRACKÝ:

TRASFORMARSI PER SOPRAVVIVERE

Lo scultore e designer ceco sviluppa forme guidate da una logica biologica

12 JIAQI WANG: UN NUOVO VOLTO, E UN NUOVO TRATTO, PER MISS CHIQUITA

L’illustratrice nata in Cina ha immaginato per il marchio una casa vivace, ispirata alla pop art

IDEE

14

DOMITILLA DARDI: “NON ESISTONO ARTI MINORI O FEMMINILI”, È ORA DI FAR

SALTARE LE GERARCHIE

L'ultimo libro dell’autrice offre una controstoria del design concentrandosi su tecniche come la lavorazione a maglia

18 ARTIGIANATO E DESIGN OGGI. Una riflessione del critico del design

Emanuele Quinz

STORIES

20 ALLA FIERA DELLE “COSE RARE”

IL DESIGN STA GIÀ CAMBIANDO

Il nuovo formato del Salone del Mobile, Salone Raritas, si basa su pezzi unici o in edizione ultra limitata

22 DAL MAR D’ARAL A MILANO

Il debutto dell’Uzbekistan al Fuorisalone riunisce designer internazionali e artigiani locali

24 IO SONO UN ARCHITETTO

Ettore Sottsass in mostra a Pistoia

LUOGHI

26 A VENEZIA NASCE

LA FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN, Il nuovo spazio intreccia artigianato, ricerca e dialogo intergenerazionale

30 GLI ANIMALI CHE SIAMO.

LA METAMORFOSI

DI CASAORNELLA A MILANO L’appartamento-showroom dell’interior designer Maria Vittoria Paggini presenta un nuovo allestimento

32 SCARAMOUCHE

La galleria d’arte che guida la rigenerazione urbana nel sud di Milano (dopo averlo fatto a New York)

34 FÒCO: STUDIOPEPE E ARCHIPRODUCTS’ Un nuovo progetto d’interni per la Milano Design Week

NEWS

36 MILANO DESIGN WEEK 2026

DAVIDE GROPPI

Il poeta della luce

Il lighting designer piacentino ha da poco inaugurato la sua prima antologica nella sua città, in un’ex basilica diventata galleria. Abbiamo colto l’occasione per ripercorrere con lui quattro decenni di racconti luminosi.

Le lampade di Davide Groppi (Piacenza, 1963) non sgomitano per attirare l’attenzione. Procedono, anzi, soprattutto per sottrazione, eliminando il superfluo per concentrarsi sulla trasmissione di un messaggio che sia il più puro possibile. Eppure, riescono a prendersi lo spazio con la loro potenza seduttiva ed emozionale, attivando una serie di riferimenti poetici che spaziano dall’osservazione del cielo e dei fenomeni naturali all’arte contemporanea. In Nulla, per esempio, la lampada che nel 2010 gli è valsa il primo di tre Compassi d’Oro, la rarefazione è radicale: a furia di levare rimangono soltanto un foro nel soffitto, là dove si nasconde la fonte luminosa, e un raggio di luce “alla Caravaggio” per illuminare il soggetto. Come le sue creazioni, anche lui si è sottratto per anni ai palcoscenici e infatti la sua prima mostra antologica arriva a quasi quarant’anni dagli inizi in uno striminzito laboratorio della sua città natale. Un’ora di luce, allestita fino al 26 maggio nello spazio sui generis della galleria Volumnia di Enrica De Micheli, in un’ex basilica, ripercorre con la curatela di Marco Sammicheli tutto il suo percorso, attraverso prodotti, prototipi e ricerche più artistiche e personali.

Partiamo dal principio. Come nasce questa mostra?

Ho conosciuto Enrica all’inizio della sua attività, quando ho avuto l’onore di illuminare con molta delicatezza questo spazio così particolare. Si tratta di una chiesa del tardo Cinquecento grandissima, più grande del Duomo, con cinque navate, che è stata sconsacrata durante l’invasione napoleonica e poi ne ha passate di tutti colori, diventando per esempio una caserma e un ospedale da campo. Nel corso degli anni Enrica mi ha chiesto insistentemente di fare una mostra sul mio percorso ma non mi sentivo mai all’altezza. Preferisco fare le cose al momento giusto, quando ho qualcosa da dire.

Che cosa vuol dire il titolo, Un’ora di luce?

Nasce da un’idea di Marco Sammicheli e ha diversi significati. Il primo, il più semplice, è un invito al visitatore a concedermi un’ora del suo tempo per mostragli il mio lavoro. Poi, volevamo riunire in una sola frase due dimensioni indicibili come lo spazio e il tempo, entrambe molto presenti nella mostra. C’è, infine, una terza lettura legata al momento che stiamo vivendo tutti e all’angoscia che mi suscita come essere umano. Mi piace pensare di poter regalare a chi arriva un’ora di stupore e di serenità lasciando fuori dalla porta il mondo e i suoi contrasti. Tutto l’allestimento è giocato sul tema della leggerezza e della cosmicità: c’è il cielo, ci sono gli astri…

E i satelliti come la Moon, la “luna di carta” che è una delle sue lampade più suggestive e più famose.

Sì, proprio così. C’è una grande Moon proprio

all’inizio del percorso, ad accogliere i visitatori. Per il resto, abbiamo creato dei volumi e dei “muri abitati”, per dirla con Louis Kahn, immaginando una sorta di piccolo borgo nel quale le persone possano girare liberamente e quasi perdersi.

Ripercorriamo insieme questi quarant’anni di esplorazione della luce. Tutto cominciò proprio qui, a Piacenza, a metà degli anni Ottanta.

Nel 1985, a ventidue anni, aprii un minuscolo laboratorio di 25 metri quadri. Il mondo della luce mi affascinava. Ero stato un bambino molto curioso e avevo avuto la fortuna di crescere con dei genitori, in particolare mio padre, che mi avevano insegnato a costruire le cose facendo attenzione anche alle parti nascoste. Con tanta fatica riuscii ad andare avanti fino agli anni Novanta.

E poi?

Capii che se fossi rimasto lì ad aspettare non sarebbe successo granché. Quindi stampai il mio primo catalogo, con dentro tre sole lampade, e cominciai a percorrere tutta la Via Emilia, da Piacenza a Rimini, con una Dyane 6 scassatissima e a visitare negozi di arredamento e il-

Mi piace pensare di poter regalare a chi arriva un’ora di stupore e di serenità lasciando fuori dalla porta il mondo e i suoi contrasti

luminazione per proporre i miei prodotti. Così trovai i miei primi clienti, e anche degli amici ai quali ancora oggi mostro le novità in anteprima.

Quale fu il punto di svolta?

L’arrivo dei primi Led utilizzabili in maniera efficace, intorno al 2007-2008. All’inizio mi spaventavano un po’, mi sembravano dei piccoli insetti e mi dispiaceva abbandonare la dimensione romantica della lampadina. Poi, però, mi si aprì la mente: capii che mi avrebbero permesso di esprimere cose che prima di allora non avevo potuto esprimere, con un vantaggio competitivo ma anche creativo nei confronti delle altre aziende. Nacque Nulla, forse la prima lampada sul mercato a cogliere l’aspetto monodimensionale dei Led e il progetto a cui mi sento più legato, con una lente particolare e un piccolo foro nel soffitto che genera una luce caravaggesca molto bella. É la lampada che salverebbe se dovesse rifu-

a sinistra: Davide Groppi, courtesy of the designer

in alto: Davide Groppi. Un'ora di luce , 2026, Volumnia, Piacenza

Ph. Fausto Mazza

→ Nulla, 2014

La fonte luminosa, un Led molto potente amplificato da una lente, si nasconde per lasciare la scena al soggetto illuminato. La luce sembra uscire da un buco nel soffitto.

giarsi su un’isola deserta?

→ Sampei, 2014

Come indica anche il riferimento scherzoso al personaggio dell’omonimo anime giapponese, questa lampada da terra flessibile e telescopica si ispira alla canna da pesca. Anzi, è un ready made che riutilizza un oggetto esistente per una nuova funzione.

Sì, perché per me fu l’inizio di una nuova vita. Capii che dovevo ascoltare soltanto la mia sensibilità e farlo nel modo più autentico possibile. Mi piace anche perché rappresenta un po’ la negazione del mio lavoro, l’assenza totale di design. Con Infinito e Pablo, sono le tre vocali del mio alfabeto e corrispondono ai tre modi in cui si manifesta la luce: diretta, indiretta e diffusa –quella, cioè, che possiamo associare a Raffaello, morbida e priva di ombre.

in alto: Davide Groppi.

Un'ora di luce , 2026, Volumnia, Piacenza

Ph. Fausto Mazza

Oltre all’innovazione tecnica, ci furono anche degli incontri determinanti? Prima di tutto ci fu un incontro ideale, quello

→ Anima, 2024

L’arte di Fausto Melotti e le sue “sculture sottili” sono da sempre tra le fonti di ispirazione di Davide Groppi, e in Anima , uno stelo sottilissimo che culmina con un cerchio non chiuso di metallo, questo legame ideale risulta particolarmente evidente.

con il lavoro di Ingo Maurer in cui mi ero imbattuto sfogliando una rivista. Poi, un giorno, andai Monaco, cercai il suo indirizzo sull’elenco telefonico e mi presentai sotto casa sua nella speranza di incontrarlo. C’era, per puro caso, e fu gentilissimo. E poi Maddalena De Padova, che nel 2004 espose 40 Baloo tutte uguali nel suo negozio in corso Venezia. In generale, però, sono una spugna, assorbo qualunque cosa da chiunque mi capiti di incontrare.

Ci sono dei designer, Maurer a parte, o degli artisti che l’hanno ispirata?

Senz’altro Dieter Rams, per la sua capacità di essere elegante e allo stesso tempo molto

tecnico. Poi ci sono gli artisti, Caravaggio per esempio mi ha influenzato moltissimo, ma soprattutto l’arte moderna e contemporanea: gli americani come Donald Judd, Sol LeWitt e James Turrell, ma anche Fausto Melotti, Ettore Spalletti, Alberto Burri. Sono tutte ispirazioni che non cito apertamente nella mostra ma che in qualche modo mi girano in testa.

Da Volumnia vediamo anche delle opere sperimentali, non destinate cioè alla produzione industriale. Quanto spazio ha questo tipo di ricerca, libera e slegata da esigenze di mercato, nel suo quotidiano?

Tantissimo, quasi tutto in realtà. Lavoro dal mattino alla sera alla ricerca di nuove ispirazioni, accanto al mio ufficio ho allestito una camera oscura dove ho la possibilità di sperimentare il buio totale e un grande laboratorio. Ho anche un mio archivio dove conservo carte, diffusori, plastiche…tutto ciò che può essere usato per schermare la luce.

Ha mai avuto voglia di progettare qualcosa di diverso da una lampada?

È capitato che mi proponessero di farlo ma ho sempre rifiutato. Mi sembrerebbe di tradire me stesso e il mio lavoro. Già da giovane ho ca-

Ci sono cose molto semplici che mi affascinano, per esempio un tavolo o una sedia.

Da buon emiliano, penso che da soli bastino a fare una casa”

pito che quello che avevo in mente era troppo radicale per delegarlo a un’azienda e che avrei dovuto provare a farlo da solo. Inoltre non so se sarei capace di fare altro: sono un cantautore e la mia musica è questa.

Se si dovesse trovare a farlo che tipo di oggetto sceglierebbe?

Ci sono cose molto semplici che mi affascinano, per esempio un tavolo o una sedia. Da buon emiliano, penso che da soli bastino a fare una casa.

TADEÁŠ PODRACKÝ:

Trasformarsi per sopravvivere

Tadeáš Podracký (Repubblica Ceca, 1989) si muove nello spazio fluido tra scultura e design, unendo artigianato a tecnologie sperimentali, finzione e funzione, natura e creazione creando oggetti che appaiono come se fossero cresciuti nel tempo o emersi dalla terra attraverso un rituale. Durante la Design Week presenta, nell’ambito di una mostra prodotta da 5 Vie e ospitata presso le Cavallerizze, in via Olona, tre nuove lampade scolpite in legno massello, una sospesa e due da terra Ispirate al momento in cui un seme si apre e germoglia, hanno corpi allungati che sembrano crescere sotto una pressione interna, in equilibrio tra tensioni verticali e orizzontali. Le forme appaiono fragili ma possiedono forza strutturale, mentre la luce non si limita a decorare l’oggetto: lo abita. Accanto alle lampade, alcune sculture della stessa serie esplorano l’ibridazione sia come tema che come metodo, prendendo spunto dalla forma di un organo riproduttivo umano, usato simbolicamente come seme, ed evolvendosi in un organismo che ricorda una versione mutata dell’albero Sorbus sudetica. Questa rara specie ibrida cresce sui monti della Boemia settentrionale ed è sopravvissuta per quasi 20.000 anni grazie alla sua capacità di adattamento. I pezzi realizzati da Podracký possono essere visti come corpi germinativi, potenziali inizi dello stesso organismo in cui le superfici emergono attraverso lunghi processi di intaglio, ceratura, patinatura e infusione di pigmenti. Tecniche che non sono utilizzate a scopo decorativo, ma come graduale trasformazione del materiale stesso, il legno. Lo sbiancamento chimico combinato con cera e pigmenti produce superfici pallide, simili a ossa, che conservano sottili tracce di colore e vita.

Raccontaci in breve il tuo percorso. Sono uno scultore che lavora tra due mondi, quello delle belle arti e quello del design da collezione. Molte delle mie opere hanno una dimensione funzionale, ma nello stesso tempo sono oggetti scultorei. Ho studiato all’Accademia di Arti, Architettura e Design di Praga (UMPRUM) e conseguito un master in Design Contestuale alla Design Academy di Eindhoven. Oggi mi dedico principalmente alla mia attività indipendente, collaborando con gallerie internazionali ed esponendo in importanti fiere di design da collezione, tra cui Design Miami e TEFAF, la FOG Design+Art e Art Cologne. Accanto alla mia attività artistica, lavoro anche

Lo scultore e designer ceco trova ispirazione negli stati liminali degli organismi viventi, quelli in cui tutto cambia. Di recente ha scoperto una pianta, comune nel suo Paese, che ha due particolarità: si riproduce clonando se stessa ed è campionessa di adattamento all’ambiente.

a sinistra: Portrait of Tadeáš Podracký.

Photo Eva Rybarova

in alto a destra: Tadeáš Podracký, Before the Shape Appears

Photo Eva Rybarova

in ambito accademico: dirigo il laboratorio

Concept / Object / Meaning presso UMPRUM, dove insegno a studenti di laurea triennale e magistrale.

Da dove trai ispirazione per la tua ricerca? Quali sono i tuoi principali ambiti di interesse?

La mia ricerca a lungo termine ruota attorno ai concetti di metamorfosi, ibridazione e trasformazione. Non si tratta semplicemente di argomenti, ma di principi che permeano tutta la mia pratica. Sono idee che emergono a diversi livelli: nei processi artigianali che utilizzo, nei materiali e anche nei sistemi culturali, sociali e naturali.

Recentemente mi sono dedicato allo studio della Sorbus sudetica. Ciò che mi affascina di quest’albero non è solo la sua rarità, ma anche la particolare condizione biologica: la specie si riproduce asessualmente ed esiste principalmente come un singolo individuo geneticamente suddiviso in circa 150 cloni, condizione che, si stima, l’abbia fatto sopravvivere per quasi 20.000 anni. In questo contesto, la Sorbus sudetica diventa per me un modello concettuale per riflettere su persistenza, adattamento e resilienza. L’albero sopravvive grazie alla stabilità di una forma ibrida capace di mantenersi per lunghi periodi di tempo.

Alla Design Week presenti il progetto Before the Shape Appears, ce ne parleresti?

L’installazione riunisce un gruppo di oggetti scultorei e luminosi che sviluppano i temi legati a Sorbus sudetica. Il titolo si riferisce al momento in cui la forma è ancora in fase di emersione: uno stato a metà strada tra crescita, mutazione e trasformazione. Le opere appaiono infatti come organismi che stanno ancora sviluppando la loro struttura definitiva. Nell’installazione, gli oggetti funzionano come frammenti di un ecosistema speculativo. Alcune opere ricordano semi, altre corpi che si dividono, crescono o mutano. Gli elementi luminosi agiscono come energia biologica interna, illuminando le strutture ed enfatizzandone le qualità organiche. Insieme formano una sorta di paesaggio in cui i corpi scultorei appaiono sospesi tra crescita naturale e costruzione artificiale.

Il tuo lavoro si colloca tra arte, design e artigianato. Come è nata questa scelta e perché?

Per me questa posizione si è sviluppata in modo del tutto naturale. Ho una formazione da scultore, ma la mia pratica è sempre stata profondamente legata ai processi artigianali e alla sperimentazione sui materiali. Mi interessa come vengono realizzati gli oggetti e come l’abilità manuale influenzi la forma finale. Allo stesso tempo, mi interessa il loro ruolo culturale: come funzionano nella vita quotidiana e come veicolano significati simbolici.

Qual è il rapporto tra naturale e artificiale nelle tue creazioni? Quale quello tra forma e funzione?

Molte delle mie sculture appaiono organiche o biologiche, ma sono il risultato di processi artigianali e tecnologici estremamente controllati. Mi interessa come i materiali artificiali e i processi umani possano imitare o reinterpretare le forme di crescita naturali. Allo stesso modo, il rapporto tra forma e funzione nel mio lavoro è spesso ambiguo. Alcuni oggetti fungono da elementi di illuminazione o da mobili, ma le loro forme rimangono scultoree e aperte all’interpretazione, cosa che permette loro di operare simultaneamente in contesti diversi: come strumenti, come manufatti e come organismi speculativi.

Passiamo dal presente al futuro. Quale la tua opinione sulle nuove tecnologie? E quali i messaggi urgenti per il design di domani? Credo che le nuove tecnologie stiano aprendo possibilità completamente nuove al modo in cui concepiamo la creazione di oggetti. Ciò che più mi interessa è il dialogo tra strumenti digitali e conoscenze artigianali tradizionali. La modellazione digitale, la lavorazione CNC o la stampa 3D ci permettono di esplorare forme che sarebbero molto difficili da realizzare a mano. Allo stesso tempo, la conoscenza insita nell’artigianato manuale rimane essenziale. Per me il futuro del design risiede proprio in questo territorio ibrido, dove si incontrano i processi digitali e l’intelligenza materica della mano. In un’epoca di instabilità ecologica e rapido sviluppo tecnologico, credo che designer e artisti dovrebbero concentrarsi meno sulla produzione di un’infinità di nuovi oggetti e più sullo sviluppo di relazioni profonde con materiali, processi ed ecosistemi. La sfida per il futuro non è solo l’innovazione, ma la capacità di creare oggetti che portino con sé memoria, significato e responsabilità nei confronti degli ambienti in cui esistono.

■ Giulia Mura

JIAQI WANG: Un nuovo volto, e un nuovo tratto, per Miss Chiquita

Per il terzo anno consecutivo il brand della banana dal bollino

blu invita un artista internazionale a reinterpretare il proprio immaginario visivo. Dopo Britto e Curi, tocca a Jiaqi Wang, illustratrice nata in Cina e trapiantata a New York.

Dopo le precedenti collaborazioni con l’artista pop brasiliano Romero Britto nel 2024 e con l’illustratore argentino Sebastian Curi nel 2025, Chiquita rinnova per il terzo anno consecutivo Pop by Nature, la campagna che mette in dialogo il brand con il mondo dell’arte contemporanea. Per l’edizione 2026 l’azienda ha scelto l’illustratrice e animator cinese Jiaqi Wang, che oggi vive e lavora a New York, chiamata a reinterpretare l’immaginario del marchio con il suo linguaggio visivo fatto di colori vibranti, linee pulite e scene di vita quotidiana. L’artista, che da anni collabora con brand e realtà editoriali, racconta di trascorrere gran parte del tempo disegnando e osservando il contesto in cui vive. “New York è in costante cambiamento”, spiega ad Artribune. “Le città in cui ho vissuto sono sempre state la

mia più grande fonte di ispirazione. Ogni luogo ha il suo ritmo, i suoi colori, i suoi personaggi e quei piccoli momenti della vita quotidiana che spesso passano inosservati. Il rullino della mia fotocamera è pieno di foto, tengo molti schizzi e, in un certo senso, il mio cervello funziona come un archivio in cui tutti questi piccoli dettagli vengono conservati”.

CHI È JIAQI WANG, ILLUSTRATRICE

AMANTE DEI COLORI VIBRANTI E DI

SCENE DI VITA QUOTIDIANA

Il percorso che l’ha portata all’illustrazione comincia al liceo, quando entra per la prima volta in contatto con corsi d’arte strutturati ma ancora molto legati al disegno tecnico. È attraverso il graphic design, però, che trova la sua direzione. In quel periodo scopre il lavoro

in alto: Il murale in via Garibaldi a Milano, courtesy of Chiquita

di Milton Glaser e dello studio Push Pin Studios, che diventano per lei un riferimento importante. “I colori brillanti, le linee espressive e il modo in cui raccontavano storie attraverso le immagini mi affascinavano moltissimo”, continua. “Ricordo di aver pensato che un giorno mi sarebbe piaciuto creare lavori simili. È stato proprio così che ho scoperto l’illustrazione: ci ho visto uno spazio intermedio tra arte e design, capace di raccontare una storia pur rimanendo grafico e comunicativo, quasi come il fotogramma fermo di una storia in movimento”. Anche il cinema contribuisce a definire il suo immaginario visivo: tra i riferimenti le pellicole di Wes Anderson, con le loro palette cromatiche accese e quell’universo visivo insieme onirico e pop che trova eco nelle illustrazioni dell’artista.

JIAQI WANG ALLA MISS CHIQUITA

HOUSE DI MILANO

Quando ha scoperto la campagna Pop by Nature, lanciata da Chiquita negli anni precedenti, Wang ne è rimasta immediatamente colpita. “Mi è sembrata subito un’iniziativa divertente e vibrante”, racconta. “Così, quando mi hanno contattata per collaborare, per me è stato naturale dire di sì”. La campagna ha preso il via con l’installazione Out-of-Home sulla Chiesa degli Scalzi a Venezia e con una serie di interventi urbani, tra cui un murale in via Garibaldi 71 a Milano. L’artwork dell’artista compare inoltre sui sei nuovi bollini Chiquita in edizione limitata. Il progetto culminerà durante la Milano Design Week, quando il marchio aprirà nuovamente le porte del suo spazio immersivo nel quartiere di Brera. Quest’anno, però, la tradizionale Chiquita House cambierà nome diventando Miss Chiquita House: un ambiente pop e colorato dove i visitatori potranno immergersi nell’universo visivo immaginato dall’artista.

MISS CHIQUITA PROTAGONISTA DELLA

NUOVA EDIZIONE DI POP BY NATURE

Il cambio di nome dello spazio riflette una novità significativa della campagna 2026. Se finora la protagonista visiva era stata soprattutto la banana Chiquita, quest’anno il brand insieme a Wang scelgono di portare al centro della narrazione Miss Chiquita, la storica ambasciatrice del brand, reinterpretata

secondo il suo stile. “Miss Chiquita è una presenza davvero iconica e volevo reimmaginarla come una figura luminosa, calorosa e piena di ottimismo verso il futuro, pur restando profondamente legata alle sue origini”, spiega l’artista. “Nella mia immaginazione è gioiosa e piena di energia: una persona che ama i suoi amici, rispetta la terra e porta con sé un forte senso di orgoglio per le sue radici”. Nell’illustrazione realizzata per la campagna il personaggio tiene la banana vicino al petto, quasi fosse un simbolo prezioso. “Per me rappresenta autenticità, tradizione e gioia. Diventa così il vero cuore dell’iniziativa: allo stesso tempo ambasciatrice della banana e icona a sé stante. Mettere la figura umana al centro porta un tipo di calore diverso in questa edizione e permette alla storia di risultare più personale”. A fare da cornice a questo ritratto, un tripudio di coloratissimi elementi tropicali, dagli animali esotici alla natura verdeggiante, simbolo dei paesaggi costaricani.

■ Cecilia Moltani

a sinistra: Jiaqi Wang, courtesy of Chiquita in alto: Pop by Nature Courtesy of Chiquita

DOMITILLA DARDI:

“Non esistono arti minori o femminili”, è ora di far saltare le gerarchie

Chi ha detto che il ricamo è una cosa da donne? Il nuovo libro , di cui pubblichiamo un estratto, ci spiega perché abbiamo una visione dualista, e sessista, della storia dell’arte e del design, e perché dovremmo provare a superarla.

Lavorare a uncinetto, tessere a telaio o a maglia, tagliare e cucire, cucinare seguendo una ricetta, realizzare attrezzature di arredo e pulizia, piegare la carta: si tratta di tecniche per lo più relegate tra le materie non professionali (hobby) o minoritarie e tradizionalmente femminili. Eppure, basta spostare l’asticella nello spazio e nel tempo per accorgerci come in altri periodi e geografie – vedi ad esempio il Medio Evo e l’Oriente –molte di queste materie hanno determinato pensieri, invenzioni, idee, strumenti basilari anche per la nostra cultura occidentale contemporanea.

Per fare emergere queste storie mi sono spesso servita di personaggi reali che con le loro azioni hanno fatto da grimaldello per l’affermazione e la rivalutazione di ambiti d’espressione e di produzione scarsamente considerati dalle storie artistiche ufficiali. Pensiamo, ad esempio, a Emily Dickinson che riesce, nonostante tutto, a esercitare il suo talento letterario, ma si vede negato quello scientifico-botanico, perché alle donne della sua epoca non era concesso studiare quelle materie. E allora, su incentivo di una docente coraggiosa, sfogherà questo suo interesse in un celebre erbario, che non ha nulla da invidiare alle tasso-

GRAN BRETAGNA, 1835: UN METODO ALTERNATIVO

PER

INSEGNARE LA GEOGRAFIA

In un mondo in cui l’insegnamento scolastico era precluso alle bambine per puro pregiudizio ideologico, molte donne hanno sviluppato strumenti didattici alternativi. Uno dei più geniali è stato quello dei Samples di ricamo: una tecnica considerata non professionale in senso commerciale e ad esclusivo appannaggio femminile diventa un modo per esercitare una forma di scrittura e di apprendimento parallelo altrettanto istruttiva. Mentre ai maschi è concesso andare a scuola e studiare la geografia sulle mappe con carta e matita, le loro coetanee ricamano a casa e imparano con stoffa e ago le stesse nozioni. Un modo per aggirare un ostacolo, pur operando alla luce del sole, con intelligenza ed efficacia nel raggiungere un risultato.

Embroidered map, seta su lana, 1835. Metropolitan Museum of Art, New York. (Photo courtesy of the Museum).

PERÙ, XV–XVI SECOLO: CONTARE CON I NODI

Pensiamo che la tecnologia abbia un solo volto, quello delle macchine che usiamo, i computer innanzitutto. Eppure, in altre culture ed epoche i sistemi per contare, conservare dati ed elaborare calcoli non assomigliavano affatto alle macchine della cultura moderna e occidentale. In molti casi, come nel Khipu della cultura Inka, altri sistemi hanno funzionato egregiamente per secoli e le loro fattezze erano molto più vicine al mondo tessile che a quello degli strumenti tecnologici attuali.

Inca Khipu, cotone e lana, XV-XVI secolo. Cleveland, The Cleveland Museum of Art. (Photo courtesy of the Museum).

STATI UNITI, 1869: LA CUCINA DI UN PIONIERE

La rivoluzione industriale ha avuto un momento determinante nell’applicazione degli studi sull’organizzazione dei processi dentro le fabbriche. Ma quella che oggi definiamo Ingegneria gestionale ha dimostrato i suoi effetti in termini di efficientamento in altri spazi, diversi dalle aziende. Quegli ambienti sono state le cucine casalinghe e molte donne-ricercatrici hanno realizzato una rivoluzione reale, non “accademica” e assolutamente lungimirante. Catharine Beecher è stata una di queste pioniere, una studiosa che non ha avuto accesso alla formazione ingegneristica per un retaggio culturale di genere. Tuttavia, la sua cucina ha segnato un modo nuovo di intendere la relazione tra spazio, corpo, gesto e azione ben prima che gli stessi argomenti venissero portati dagli ingegneri laureati dentro le fabbriche.

Catharine Beecher, modello di cucina, 1869. Da Catharine Beecher, The American Woman ’ s Home , J.B. Ford & Co., New York, 1869.

Ci sono arti di serie A e arti di serie B. Le prime sono quelle per entrare nelle quali le donne hanno dovuto sgomitare parecchio – vi ricordate il Bauhaus progressista in cui alle ragazze che volevano studiare la pittura o l’architettura veniva consigliato di dedicarsi al telaio? Questa è la storia dell’arte che abbiamo imparato e per certi versi introiettato, assorbendo insieme alle nozioni pregiudizi di genere e di valore.

Cucire Universi, il libro di Domitilla Dardi per Einaudi fa una controstoria del progetto focalizzandosi in particolare su tecniche a torto considerate “femminili” e “di secondaria importanza” come il cucito, la ceramica, la cucina o la maglieria e mostrando il contributo che hanno saputo dare, e forniscono ancora oggi, in ambiti di ricerca tecnologicamente avanzati.

nomie scientifiche realizzate nelle università dell’epoca da studiosi maschi.

Superare una visione dualista può aprire a notevoli riletture del mondo progettuale e delle sue tecniche. Esistono molti casi che servono a cambiare prospettiva e a insegnarci che la limitatezza o l’ampiezza della visione è tutta negli occhi di chi guarda o di chi è disposto ad ascoltare queste altre voci. Spesso gli ambiti scientifici (come quelli della medicina e dell’ingegneria aerospaziale) sono quelli dove la lettura con occhi vergini delle tecniche conduce al fiorire di potenzialità sinora inespresse. In quei campi vale ciò che è efficace.

Per anni ho studiato la Storia dell’Industrial Design pensando che gli oggetti e i beni materiali fossero possibili solo nella loro accezione “meccanizzata”. Solo molto più tardi, e con tanta più conoscenza delle teorie del progetto, mi sono resa conto che nel corso di Storia delle Arti Minori – che era la materia più vicina al design nell’ordinamento della Facoltà di Lettere -– risiedeva una delle impalcature ideologiche più limitanti e discriminanti che la cultura occidentale abbia mai ordito. È stato il design contemporaneo, quello dei maestri Radicali, la lettura di testi come quelli di Ettore Sottsass o di Bruno Munari, che mi hanno aperto a un altro sguardo. Ed è stato amore a prima lettura; ma soprattutto una liberazione verso ambiti di ricerca che oggi considero estremamente fertili. Ogni tanto mi sono domandata cosa sarebbe successo se in quegli insegnamenti di allora avessi avuto la possibilità di studiare su libri di testo di grandi antropologi come Tim Ingold o Richard Sennet, piuttosto che su repertori noiosissimi e cataloghi infiniti di oggetti antiquari elencati

come insetti in un trattato di entomologia, senza alcuna riflessione sulle ragioni che avevano portato un’intera civiltà a servirsi di certe forme e lavorazioni piuttosto che di altre.

Ma la questione delle arti minori non è liquidabile solo con una vaga forma di pregiudizio metodologico. Il retaggio culturale di disciplina, insito nella sua trattazione accademica, è frutto di una precisa ideologia. Ancora più sclerotica e miope questa impostazione diventa quando al retaggio di disciplina si associa quello si genere: entrambi sono spesso due facce della stessa medaglia.

Nei ricami, nelle ceramiche, nei vestiti e nelle cucine risiedono intelligenze progettuali che hanno cambiato il mondo tanto quanto in quelle riconosciute in quadri, sculture, macchine o edifici. Leggere queste discipline senza pregiudizio, riconoscendone appunto lo statuto di medium progettuale, ampliandone le possibilità di applicazione anche grazie alla scienza e alla tecnologia, può essere estremamente utile non solo alla revisione di una storia ideologizzata e patriarcale, ma anche e soprattutto ad aprire possibilità di progetto e produzione differenti rispetto a quanto generalmente istituzionalizzato.

Se ci è chiaro che non tutto ciò che è dipinto debba di diritto rientrare nella storia dell’arte, altrettanto ciò che è ricamato non dovrebbe esserne escluso a priori. Non esistono arti minori o maggiori e tanto meno femminili o maschili. Proviamo a ripartire da qui.

NEW YORK, 1909: UN APPROCCIO FAI-DA-TE AL MOBILE

Brigham è stata una grande educatrice, pedagogista ed esperta di studi sociali. Tra il 1905 e il 1910 viaggia in Europa facendo ricerche sulla cultura rurale e si trova a vivere per mesi su un’isola norvegese collegata solo via nave. Riceve i beni di sussistenza contenuti in casse di legno e da lì inventa un metodo per trasformare gli imballaggi in mobili e attrezzature. Capisce così l’importanza pedagogica di progettare il proprio spazio abitabile e appronta un metodo che porterà in diverse comunità e verrà trasmesso tramite il libro “Box Furniture”. Prima delle teorie applicate di Montessori, prima della Crate Furniture di Rietveld o dell’Autoprogettazione di Mari c’è stata la storia di questa straordinaria riformatrice.

Copertina del volume di Louise Brigham, Box forniture; How to Make a Hundred Useful Articles for the Home , The Century

NEW YORK, 1931: ARCHITETTURE PER IL CORPO

I maggiori architetti della città si presentano al ballo più esclusivo dell’epoca con costumi che rappresentano i loro edifici, i grattacieli che segnano lo skyline più famoso del mondo. È l’inizio del fenomeno delle archistar e dell’architettura concepita come segno territoriale, landmark, più che come habitat naturale; un costume piuttosto che un abito. La distinzione tra corpo sociale e corpo naturale segna così un confine netto tra le diverse concezioni dell’abitare. L’immagine pone una questione: e se fossero i vestiti, con il loro processo di disegno e cucitura/giunzione, a insegnare qualcosa all’architettura?

Beaux-Arts Ball, New York, 23 gennaio 1931. Da Opposition, The Institute for Architecture and Urban Studies, New York, maggio 1974.

ARTIGIANATO E DESIGN OGGI. Una riflessione

Queste due discipline si corteggiano a vicenda e si intrecciano come mai prima d’ora. Ma si tratta di un atteggiamento conservatore figlio dei tempi che stiamo vivendo o di una nuova radicalità? Lo abbiamo chiesto al critico Emanuele Quinz

Le scuole lo attestano con chiarezza: l’artigianato è tornato al centro. Nelle accademie e università di design si moltiplicano corsi, programmi, percorsi dedicati ai  métiers d’art, ai saperi tradizionali, ai gesti e alle tecniche trasmesse nel tempo, spesso sostenuti da grandi marchi del lusso. Questo ritorno non è un semplice fenomeno formativo: è un sintomo. Ma di cosa, esattamente? Dell’emergere di un nuovo mercato? Di una tendenza estetica? O, più profondamente, di una trasformazione culturale?

Già tra il 2008 e il 2010, il discorso sul ritorno all’artigianato si imponeva con forza, trovando una formulazione paradigmatica nel libro  The Craftsman (2008) di Richard Sennett (sociologo e critico americano nato nel 1943, ndr). In quel momento, l’interesse per il fare manuale si configurava come controcanto rispetto all’accelerazione tecnologica, alla pervasività delle reti, alla smaterializzazione del mondo. Era il tempo dei fablab, dell’open source, delle stampanti 3D: un’epoca animata da una nuova utopia produttiva, fondata sull’intelligenza collettiva e sulla riappropriazione dei mezzi di produzione. Il  do-it-yourself dei nativi digitali non era soltanto una pratica, ma un’ipotesi politica. Parallelamente, si sviluppava un’altra traiettoria: quella del “design-art” e del “collectible design”. Oggetti concepiti da designer ma inscritti nel circuito dell’arte, prodotti in serie limitate, esposti in gallerie, battuti nelle aste. In questo contesto, l’artigianato non era più soltanto una pratica critica o emancipativa, ma diventava vettore di rarità, di valore simbolico, di distinzione. Queste due onde – quella utopica e quella speculativa – non si sono esaurite. Oggi, al contrario, sembrano convergere in una nuova configurazione. Da una parte, l’artigianato tende a scalzare il design dalla sua matrice industriale per alimentare un mercato del lusso sempre più esclusivo, talvolta ostentatamente eccessivo. Si assiste così a un approccio che recupera tecniche e saperi del passato in una logica essenzialmente conservativa, in cui la figura del decoratore – intesa come colui che personalizza, arricchisce, singolarizza

BIO

Emanuele Quinz, storico e teorico dell’arte e del design, vive a Parigi dove insegna all’Università Paris 8 e all’École des arts décoratifs. È autore di Contro l’oggetto. Conversazioni sul design (Quodlibet, 2020, nuova edizione 2026), vincitore del Compasso d’oro ADI nel 2022.

Questo slittamento è significativo. I ritorni precedenti all’artigianato erano spesso animati da una tensione critica: contro la sovrapproduzione industriale, contro la standardizzazione, contro il consumismo. Oggi, invece, tali impulsi sembrano attenuarsi. L’ecologia stessa viene talvolta percepita come vincolo, come limitazione punitiva, da un mercato che tenta di rifondare un edonismo su un pianeta sempre più in crisi. In questo quadro, il valore si sposta verso la lentezza, il locale, l’intimità, persino verso un aureo isolamento: il lusso si ridefinisce come un’uscita dal mondo e dalle sue frenesie e tensioni.

D’altra parte, accanto a questa tendenza, emerge un orientamento quasi antitetico, più esigente, che non si limita a riattivare il passato ma cerca di interrogare le condizioni stesse della produzione. Un approccio che, nel senso etimologico del termine, si vuole «radicale»: orientato verso la radice Qui l’artigianato non si oppone al design, né lo sostituisce, ma lo riconfigura. Non più rapporto tra forma e funzione, bensì processo di cooperazione tra umano e naturale, tra intenzione progettuale e agency della materia.

In questa prospettiva, il “fatto a mano” non è sinonimo di nostalgia, ma di ascolto. Non si tratta di imporre una forma, ma di lasciarla

riali, ma di rivelare le potenzialità intrinseche della materia attraverso gesti minimi, tecniche essenziali. Il design si ridefinisce allora come pratica di co-evoluzione, come negoziazione continua tra il vivente e l’artificiale. L’artigianato, da parte sua, si configura come una sorta di metamorfosi, capace di accompagnare trasformazioni piuttosto che di fissare stati.

Questo fenomeno implica un rovesciamento più ampio. L’orizzonte non è quello di un rifugio in un’immaginaria età dell’oro, né quello di un ripiegamento regressivo, ma piuttosto l’inversione dell’ordine delle gerarchie: lasciare che il low-tech informi i principi dell’hightech; che le culture agricole e vernacolari offrano modelli operativi alle industrie; che le logiche dei commons orientino le imprese; che la mano, infine, torni a insegnare alla macchina. In questa riconfigurazione, il design non viene abbandonato, ma aggiornato. La sua portata ecologica non si attenua, si sviluppa, spostandosi dal piano della compensazione a quello della trasformazione. L’artigianato, lungi dall’essere un semplice revival, si configura allora come campo di sperimentazione: un laboratorio in cui si ridefiniscono le condizioni stesse del fare e, con esse, le possibilità di costruire un mondo condiviso.

■ Emanuele Quinz

in alto: Marlène Huissoud, Please Stand By , Photo Valentin Russo.

Il designer nato in Francia ha creato a Londra una serie di habitat per impollinatori come api solitarie, vespe e farfalle. I pezzi sono sia scultorei sia funzionali.

a sinistra: Portrait of Emanuele Quinz. Photo Luca Meneghel

ALLA FIERA DELLE “COSE RARE”

Il design sta già cambiando

Il Salone del Mobile.Milano non si risparmia le novità.

Inaugurando, con Salone Raritas, un format che scommette sul potere magnetico del pezzo in edizione limitatissima. Per continuare a pesare in un sistema design in mutazione.

Adesione ad un prototipo, metodo produttivo controllabile, possibilità di riproduzione e di iterazione. Ecco come il filosofo Gillo Dorfles (Trieste, 1910 - Milano, 2018) qualificava, nel lontano 1963, il valore del progetto nel suo seminale Introduzione al Design Industriale. La lista dei riferimenti teorici, e con essi la conferma del ruolo cardine della serie nella definizione del design, potrebbe certamente continuare senza che la sostanza ne sia scalfita: il design, quell’arte dei giorni feriali che guarda al quotidiano, alle destinazioni d’uso, alla relazione armoniosa tra un oggetto e il suo utilizzatore, trova nella grande e grandissima tiratura il suo statuto ontologico. È su questa premessa, del resto, che negli anni del dopoguerra si è costruito un’intera filiera economica. Ed è sempre su queste basi che un sistema fieristico, quello del Salone del Mobile.Milano, si è imposto in sessantaquattro edizioni come imprescindibile appuntamento internazionale di settore.

UN TERREMOTO

NEL SISTEMA DEL DESIGN

Questi presupposti sono rimasti saldi finché un’apertura – una crepa in un sistema che si disarticola, direbbero altri – non ha finito per tramutarsi in un orizzonte di maggiore libertà espressiva. Aggiornamento delle potenzialità produttive, con l’emergere delle macchine a controllo numerico; nascita dell’autoproduzione, come modalità di sperimentazione slegata dalla relazione con l’industria; l’affermarsi della piccola serie come riflesso del collezionismo, e in senso più largo di un desiderio di esclusività e di identificazione emotiva e simbolica; cambiamento del mondo dell’hôtellerie, votato all’idea di un’esperienza indimenticabile convogliata anche dalla presenza di pezzi di arredo unici e straordinari: ecco alcune tra le evoluzioni in atto. Scossoni tellurici, diranno molti, che hanno reso composite le aspettative intorno all’idea di design, riflettendosi sul senso della seria-

lità e sulle soluzioni che i designer hanno sviluppato per interpretarla. Con ricadute inevitabili anche su Rho, che resta sì il regno della grande serie, pur interrogandosi su come questi mutamenti colpiscono il suo posizionamento.

GRANDE SERIE ED EDIZIONE LIMITATA, DUE LINGUAGGI CHE SI INTERSECANO

“Negli ultimissimi anni, insieme alla Presidente Maria Porro e a tutta la squadra del Salone del Mobile, abbiamo colto con chiarezza l’emergere di una trasformazione profonda: negli studi degli architetti, dei grandi developer e degli interior design operativi nel campo dell’hospitality, i linguaggi della grande serie e dell’edizione limitatissima si stanno progressivamente mescolando. Se il Salone, nel corso degli anni, ha saputo presentare tutta l’innovazione e l’avanguardia del settore, intercettando ciò che di più rilevante popola il mondo dell’arredo, oggi si impone forse l’esigenza di compiere un ulteriore passo”, ci racconta Annalisa Rosso, Editorial Director e Cultural Events Advisor di Salone del Mobile.Milano.

NON SOLO COLLECTIBLE NELLA

NUOVA FIERA NELLA FIERA È con questo spirito, dunque, che nasce Salone Raritas. Curated icons, unique objects, and outsider pieces, il nuovo format della fiera destinato ad accogliere una selezione di gallerie e realtà votate al pezzo unico e alla serie limitata: la perla nascosta, il fuoriclasse e fuori scala destinato a far vibrare un ambiente all’insegna dell’ineguagliabile. Ubicato nel Padiglione 9 e circondato da un perimetro luminoso che ne segnala il cuore pulsante, Salone Raritas ospita 25 partecipanti che rispondono alla chiamata dell’eccellenza, pur interpretando l’appartenenza al mondo collectible in maniera del tutto personale

– unica, dunque, proprio in continuità con il concept del format. Tra questi ci sono Nilufar, storica galleria milanese e punto di riferimento per il suo linguaggio di ricerca, tra icone contemporanee e pezzi vintage; c’è Mercado Moderno, galleria di Rio de Janeiro specializzata nel modernismo brasiliano. Ci saranno designer contemporanei, come Sabine Marcelis, ma anche piattaforme culturali che fanno da ponte tra ricerca, collezionismo e developer, come Collectional, o gallerie di alto antiquariato come Brun Fine Arts. Infine, collaborazioni ad hoc daranno vita a progetti nuovi ed intriganti, ad esempio quelli di Herzog & de Meuron x Marta Sala Éditions o Parasite 2.0 x  Bianco67.

L’ALLESTIMENTO, UNA “LANTERNA” CHE

FAVORISCE GLI SCAMBI”

Questa eterogeneità trova un minimo comune multiplo nel progetto allestitivo, progettato da Formafantasma. Già interprete dei dispositivi spaziali che hanno innovato i presupposti espositivi del Salone negli ultimi anni, lo studio con base a Milano interpreta il concept di Raritas affidandosi alla metafora della lanterna. Le soluzioni non rinunciano alla natura modulare delle tipiche partizioni della fiera, ma puntano su luce e colore per creare un ambiente intimo dove far convivere i linguaggi dell’eccellenza, incoraggiando opportunità di scambio ed incontro tra gli operatori del settore.

E POI, COSA SUCCEDERÀ? BISOGNA

GUARDARE ATTRAVERSO LA CREPA PER CAPIRE COSA C’È DALL’ALTRA PARTE Riuscirà questo piccolo nuovo mondo, quello che finora abbiamo sempre frequentato negli ambienti fieristici targettizzati destinati all’art design, a trovare il suo pubblico e a convivere con l’anima più propriamente industriale di cui il Salone è e resta il motore? Verranno superate le perplessità del momento, avanzate da quanti ritengono che sarebbe meglio restare ancorati al core business, piuttosto che sperimentare? La squadra del Salone crede fortemente di sì, schierandosi dalla parte di una inevitabile necessità di trasformazione. Oltre che sul valore delle idee e dei format culturali in grado di convogliare questo processo. “Questo è il momento delle sinergie, delle collaborazioni disruptive. Non ha più senso chiudersi dietro una porta e lasciarsi il mondo alle spalle, ma è importante calarsi nel contesto dove si opera e aprire nuovi spiragli di sperimentazione, dialogo e crescita”, continua Rosso. Guardando attraverso la crepa, per capire cosa si è illuminato dall’altra parte. E provando a preservare, nel più gattopardesco dei modi, il proprio ruolo di leader e anticipatore.

■ Giulia Zappa

a sinistra: Salone Raritas, Salone del Mobile. Milano, 2026, visual ©Formafantasma in basso: Jorge Zalszupin, Andorinha coffee table

in alto:Brun Fine Art, un busto in marmo italiano di un principe antonino, Roma, XVII secolo

DAL MAR D’ARAL A MILANO: l’Uzbekistan si racconta tra artigianato e crisi climatica

Il Paese debutta al Fuorisalone con un progetto che coinvolge designer internazionali come Bethan Laura Wood e artigiani locali: un modo per presentare al resto del mondo la cultura karapalkaka e la sua straordinaria resilienza.

IIngresso a Palazzo Citterio, render indicativo, arazzosoglia con frange della designer Bethan Laura Wood con artigiani uzbeki. *When Apricots Blossom*, Milan Design Week 2026. Courtesy of ACDF e Bethan Laura Wood Studio.

spirata all’inno alla speranza scritto negli anni Trenta dal drammaturgo e poeta uzbeko Hamid Olimjon, When Apricots Blossom dà il titolo alla prima partecipazione ufficiale dell’Uzbekistan alla Milan Design Week: un’esposizione immersiva aperta al pubblico negli spazi di Palazzo Citterio. “L’Uzbekistan è sempre stato un luogo di convergenza e di scambio. Questa prima partecipazione ufficiale alla Milan Design Week permetterà ai visitatori di sorprendersi di fronte alla profondità e alla vitalità contemporanea delle pratiche materiali uzbeke, e di sentirsi così coinvolti da voler scoprire di più sulla nostra cultura e sul nostro patrimonio”, ci racconta Kulapat Yantrasast, curatore della mostra e fondatore di WHY Architecture. Promossa e ideata da Gayane Umerova, Presidente dell’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation (ACDF), When Apricots Blossom si propone come una celebrazione e rilettura contemporanea dell’artigia-

nato uzbeko, presentato come espressione di resilienza di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico nella regione del Mar d’Aral, un’area che a partire dagli anni ‘60 ha iniziato a ridursi drasticamente in seguito alle derivazioni dei suoi fiumi immissari, causando una perdita di oltre il 90% del suo volume e trasformando uno dei più grandi laghi interni del mondo in una distesa desertica.

LA MOSTRA: ALLA SCOPERTA DEI TRE PILASTRI DELLA VITA KARALPAKA

L’esposizione si articola in una serie di installazioni tematiche che attraversano gli spazi organizzate attorno a tre elementi fondamentali della cultura karakalpaka: tessuti, cibo e abitare, intesi come pilastri più essenziali e poetici dell’esistenza umana, universali e profondamente specifici. “All’interno della cultura Karakalpak, ognuna di queste dimensioni racchiude una vitalità artistica straordinaria;

l’artigianato non è semplicemente preservato, ma è vivo, in continua evoluzione e assolutamente unico. Parlare di tessuti, cibo e dell’abitare significa parlare di come un popolo vive nel mondo, di come lo rende bello, di come lo rende proprio”.

I SIMBOLI: ALBERI DI ALBICOCCO E IURTE CONTEMPORANEE

A partire dalla stessa facciata di Palazzo Citterio, infatti, viene collocato un grande arazzo variopinto, opera della designer britannica Bethan Laura Wood, sviluppato in sinergia con artigiani uzbeki, capace di rievocare, in una chiave più internazionale, la forte tradizione tessile della nazione: nappe colorate e nastri intessuti a mano, tradizionalmente usati per decorare gli interni delle iurte nomadi, inondano la soglia del palazzo di colore e nuove forme, introducendo l’opera successiva, un’interpretazione artistica dell’albero di albicocco, il cui frutto è una delle esportazioni più significative dell’Uzbekistan e simbolo di ospitalità, prosperità e resilienza dinanzi alle catastrofi cui esso viene sempre più frequentemente sottoposto. Proseguendo si incontra l’installazione progettata dallo studio WHY Architecture: una grande iurta decostruita, che costituisce il punto focale del giardino dello storico palazzo, ponendosi come hub per incontri, workshop ed eventi, oltre a offrire momenti di tranquilla riflessione. “A Palazzo Citterio, l’architettura diventa l’ambiente in cui il visitatore è invitato a restare, non solo per osservare, ma per trovare una connessione. È attraverso questa immersione spaziale e sensoriale che una storia culturale e ambientale stratificata come quella del Karakalpak diventa non solo accessibile, ma profondamente sentita”, prosegue Yantrasast.

I DESIGNER INTERNAZIONALI SI CONFRONTANO CON IL PANE, CUORE

DELLA CULTURA UZBEKA

Proseguendo verso il cuore della mostra si raggiunge poi la galleria principale, dove sono esposti dodici vassoi e timbri per il pane realizzati da designer contemporanei in collaborazione con artigiani dell’Uzbekistan. I progetti nascono dall’incontro con materiali profondamente radicati nelle tradizioni della regione del Karakalpakstan, come legno, seta, feltro, ceramica e canna, e mettono al centro il ruolo del pane nella cultura e nell’ospitalità uzbeka. I vassoi sono concepiti per presentare il pane tradizionale uzbeko, il non, mentre i timbri decorativi, chekich, vengono utilizzati per marchiare il pane prodotto durante i giorni della mostra. Come sottolinea il curatore, il progetto ha offerto ai designer l’opportunità di confrontarsi direttamente con il sapere materiale locale e con tradizioni che continuano a evolvere nel tempo.

Nelle parole di Gayane Umerova risuona l’ambizione nazionale di presentare un’esposizione concepita come uno spazio di incontro, introspezione e connessione, ma anche come “un atto di diplomazia culturale dotato di una propria energia vitale, un passo compiuto con sicurezza all’interno della conversazione globale, restando al tempo stesso saldamente radicati nel lavoro che stiamo portando avanti nel nostro Paese, parte di una visione strategica decennale del governo uzbeko: rivitalizzare questa regione dal punto di vista sociale, economico e culturale, salvaguardandone il futuro con speranza e ottimismo.”

■ Sophie Marie Piccoli

L’architetto e curatore di *When Apricots Blossom*, Kulapat Yantrasast, presso un laboratorio di ricamo suzani a Tashkent. Foto courtesy of ACDF.

I designer coinvolti:

Bethan Laura Wood (UK), Bobir Klichev (Uzbekistan), Didi NG Wing Yin (Finlandia, Hong Kong), Fernando Laposse (Messico), Glithero (Paesi Bassi, UK), Kulapat Yantrasast (Tailandia, US), Marcin Rusak (Polonia), Nifemi Marcus-Bello (Nigeria), Sanne Visser (Paesi Bassi, UK), Sevara Haydarova Donazzan (Uzbekistan, Italia), Studio CoPain (Belgio), Raw-Edges (UK).

IO SONO UN ARCHITETTO.

Ettore

Sottsass in mostra a Pistoia

Perdersi e ritrovarsi. Percorrere un itinerario che dalla dirompente impulsività del colore conduce fino al bianco e nero impresso su carta fotografica, lungo tre decenni intensissimi di pensiero, produzione, vita. Dalla scomparsa di Ettore Sottsass (Innsbruck, 1917 - Milano, 2007) sono trascorsi quasi vent’anni. Un arco temporale in cui studi, ricerche, mostre, libri hanno a più riprese ricondotto la sua figura nella piena contemporaneità, consolidandone la reputazione tra i maestri del design del Novecento e attirando, attorno al suo ruolo di outsider, nuovi pubblici. Mancava, però, un focus sul legame professionale tra il progettista e la Toscana, terra che in un secondo dopoguerra di scarsità e urgenze con lui si dimostrò prodiga di opportunità, trainate da un’audace imprenditoria locale. Sana questa carenza la mostra Io sono un architetto. Ettore Sottsass – promossa e organizzata da Fondazione Pistoia Musei e Fondazione Caript con Electa e Fondamenta – Fondazione per le arti e la cultura della casa editrice, con la main partnership di Intesa Sanpaolo, e visitabile a Pistoia, nelle sale di Palazzo Buontalenti, fino al 26 luglio 2026 – che analizza la fase estesa dal 1945 al 1975 con un’impressionante mole di opere.

A Pistoia esposti disegni, fotografie, oggetti, documenti dell’architetto e designer italiano. Oltre 1400 opere restituiscono circa trent’anni di slancio progettuale e di ricerca di Ettore Sottsass, evidenziando per la prima volta le sue connessioni con la scena imprenditoriale toscana.

A

PISTOIA LA MOSTRA SUL VISIONARIO ETTORE SOTTSASS

Per illustrare metodo, lavoro ed esistenza di Sottsass, prima della fatidica ascesa con il collettivo Memphis, il curatore Enrico Morteo ha studiato e selezionato i materiali conservati al Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell’Università di Parma. Da questa eccellenza proviene una quota significativa dei pezzi esposti, molti dei quali inediti, cui si sommano i rilevanti prestiti concessi dalla Fondazione Vittoriano Bitossi, dal Centro Studi Poltronova per il Design e da altre istituzioni pubbliche e private. Un corpus inevitabilmente ampio e eterogeneo, che tuttavia non si traduce in un impianto espositivo governato da densità o confusione. La successione degli ambienti storici, con le ovvie differenze di metrature e stratificazioni, e l’impostazione per temi (sostenuta da un non vincolante criterio cronologico), contribuiscono a rendere la visita di Io sono un architetto. Ettore Sottsass chiara e appassionante anche al pubblico più incline ad altre esperienze espositive.

Le tredici tappe del percorso sono unificate dalla centralità assegnata all’atto del progettare. È quest’ultimo vocabolo ad accompagnare infatti i visitatori, sala dopo sala, fornendo un parametro per cogliere il senso di una vita vocata alla sperimentazione, che nello stesso incoraggia a ricordare quanto il design sia ovunque, in tutte le dimensioni della nostra quotidianità.

SOTTSASS E LA TOSCANA

Luce, colore, mani: queste le prime materie con cui Sottsass, in assenza di grandi commesse, sviluppa la sua ricerca. All’osservatore della mostra pistoiese si presenta come un progettista animato dall’urgenza di misurarsi con il disegno, la pittura, i tessuti, nonché dalla necessità di manipolare, comporre, montare, sovrapporre. Dopo questo incipit, funzionale a far emergere la volontà di Sottsass di conoscere la materia e capire come possa vivere e mutare nello spazio, si entra nel vivo della mostra con il lavoro condotto, a partire dalla metà degli Anni Cinquanta, per la Fabbrica Bitossi di Montelupo Fiorentino. È in questa manifattura che Sottsass evolve per sempre la sua percezione della ceramica: da supporto diventa, a tutti gli effetti, “tema di progetto”. Nella scenografica installazione al centro della sala 3 si assiste a questa evoluzione, con la contemporanea presenza dei primi esemplari, contraddistinti da trame disegnate da Sottsass, a quelli maturi, esito di un concreto processo di modellazione materica. Si compiono in Toscana anche le collaborazioni con Poltronova, di cui diviene direttore artistico pur senza pregresse esperienze nella produzione di mobili e per la quale firma altri prodotti oltre l’immancabile specchio/lampada Ultrafragola, e (almeno in parte) quella con l’Olivetti. Tra i capitoli memorabili

Ettore Sottsass nasce a Innsbruck

Sottsass fonda il suo studio a Milano

della mostra pistoiese rientrano proprio quelli in ricordo del trentennale sodalizio con l’azienda di Ivrea, per la quale Sottsass disegna uffici, arredi e accessori per gli ambienti di lavoro e assegna un’argentea identità – efficacemente ribadita nell’allestimento – al primo calcolatore elettronico italiano, concepito nel pisano.

Primo incontro con la ceramica, inizio della sua collaborazione con Bitossi

Sottsass diventa Art Director di Poltronova

Ettore Sottsass inizia a collaborare con Olivetti come consulente per il design

SOTTSASS ANTICONVENZIONALE, PROVOCATORIO, INESAURIBILE

Viene lanciato lo specchio Ultrafragola Il designer dona quasi 14.000 opere e documenti al CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione

Sottsass muore a Milano

Affiancata da un poderoso catalogo e da un calendario di eventi, Io sono un architetto. Ettore Sottsass traccia un’ulteriore serie di traiettorie tematiche. Intercettano l’attività architettonica propriamente intesa, con tra gli altri un (notevole) progetto di edilizia scolastica in Sardegna a quattro mano con il padre, e alcuni snodi fondamentali della vita del progettista: dai viaggi alla malattia degli Anni Sessanta, i cui riflessi oltrepassano la sfera personale e generano nuove istanze nel lavoro, fino alla partecipazione alla mostra newyorkese Italy. The New Domestica Landscape. A emergere è un protagonista inesauribile e non classificabile, al quale avvicinarsi senza la tentazione di definire confini o categorie, ma piuttosto con il desiderio di sorprendersi di fronte agli smisurati intrecci del pensiero umano.

a sinistra: Installation view della mostra Io sono un Architetto. Ettore Sottsass , 2026, Palazzo Buontalenti, Pistoia. Courtesy Fondazione Pistoia Musei, photo Ela Bialkowska, OKNOstudio.

in alto: Ettore Sottsass, Ultrafragola , 1970. Centro Studi Poltronova srl © Erede Ettore Sottsass, by SIAE 2026

A VENEZIA NASCE

LA FONDAZIONE

DRIES VAN NOTEN,

una casa per il saper fare tra arte e artigianato

Quando nel marzo 2024 Dries Van Noten (Anversa, Belgio, 1958) ha annunciato che avrebbe lasciato la direzione creativa del suo brand, non si è trattato di un addio, ma di un cambio di passo. “Ho ancora molti progetti, farò ancora cose diverse”, aveva detto allora, lasciando intendere che la moda — e tutto ciò che le ruota intorno — sarebbe rimasta parte integrante della sua vita. Più che chiudere una porta, sembrava volerla spalancare su nuove possibilità.

LA NUOVA FONDAZIONE, UN INNO AL SAPER FARE

Tra queste possibilità, una prende oggi forma a Venezia: una fondazione dedicata al saper fare, inteso non solo come artigianato, ma come insieme di gesti, competenze e visioni che danno forma alla cultura. La scelta della città non è casuale: Venezia ha costruito nei secoli un ecosistema unico, in equilibrio tra fragilità e potenza, in cui il lavoro del vetro, del tessile, della ceramica e dell’oreficeria non è mai stato un semplice retaggio, ma un modo di guardare il mondo.

Il progetto risponde anche a un’urgenza generazionale: creare un luogo di scambio, di confronto e di trasmissione del sapere, in un momento storico in cui la velocità rischia di ridurre tutto a superficie. A inaugurare questo nuovo corso è The Only True Protest is Beauty, una presentazione curata insieme a Geert Bruloot che attraversa venti stanze del palazzo con oltre duecento opere tra moda, vetro, ceramica, design, fotografia e materiali sperimentali. Più che una mostra, una dichiarazione d’intenti: la bellezza come provocazione, lentezza, attrito.

L’INTERVISTA: ALLA RICERCA DI LENTEZZA E PROFONDITÀ IN UN MONDO CHE CORRE

In occasione dell’apertura della Fondazione, che inaugura il 25 aprile 2026, gli abbiamo chiesto come si possa oggi salvaguardare il saper fare, come far convivere tradizione e innovazione senza cadere nella nostalgia e quale futuro immagini per Venezia.

Che cosa significa, in un’epoca dominata dalla velocità, difendere l’artigianato come linguaggio culturale? E come possono

Nelle stanze di Palazzo Pisani

Moretta prende vita uno spazio che intreccia artigianato, ricerca e dialogo intergenerazionale. Con il suo ideatore, lo stilista Dries Van Noten, abbiamo parlato del progetto e di come la bellezza possa essere “sovversiva”.

In un mondo che corre, dove tanto ci raggiunge attraverso gli schermi, difendere l’artigianalità significa difendere la profondità e la presenza

convivere tradizione e innovazione senza scivolare nella nostalgia?

in alto a sinistra: Fondazione Dries Van Noten, Presentation, Courtesy Fondazione Dries Van Noten in alto a destra: Joseph Arzoumanov, L'Enfant, portrait de Macha Makeieff , 2022. Photo Cyril Bardy

a sinistra: Fondazione Dries Van Noten, Presentation, Palazzo Pisani Moretta. Photo Camilla Glorioso

Per me l’artigianalità è sempre stata un modo di pensare attraverso le mani. Non è solo tecnica: è attenzione, tempo e umanità che si incontrano. In un mondo che corre, dove tanto ci raggiunge attraverso gli schermi, difendere l’artigianalità significa difendere la profondità e la presenza. La tecnologia non mi spaventa: può essere uno strumento straordinario che amplia ciò che siamo in grado di immaginare. Il rischio è semplicemente dimenticare l’altro lato della creazione, il valore di un fare che richiede di rallentare, per lasciare alle cose il tempo di dispiegarsi con il proprio ritmo. Tradizione e innovazione non sono opposti, fanno parte della stessa conversazione. La tradizione ci offre memoria, l’innovazione porta nuove domande. Quando si incontrano, qualcosa cambia: una tecnica di tessitura di secoli fa può risultare completamente contemporanea se accostata a materiali inaspettati, oppure uno strumento digitale può rivelare la sottigliezza del lavoro manuale. La chiave è mantenere vivo il dialogo, non congelare la tradizione nella nostalgia. L’artigianato non

è una categoria, è un concetto dai contorni morbidi. Si evolve quando gli si permette di respirare.

Perché scegliere Venezia come nuovo punto di partenza? E che futuro immagina per la città attraverso la Fondazione?

Venezia cambia il tuo ritmo. Non ci sono auto né traffico a dettare il passo, e questo crea uno spazio mentale che oggi è incredibilmente raro. L’ho spesso detto: Venezia “ti rallenta e ti apre”, ed è esattamente per questo che è sembrata la scelta giusta per la Fondazione. È una città fatta di strati: i veneziani, che portano avanti le tradizioni con orgoglio; la comunità internazionale, che porta movimento; e gli studenti e i giovani creativi, che donano un’energia silenziosa ma reale. Se la Fondazione può creare opportunità per queste nuove generazioni, sostenere il know-how locale e incoraggiare forme di coinvolgimento più lente e consapevoli, allora può contribuire a una Venezia che rimane viva — non come una cartolina, ma come un ambiente pulsante. L’obiettivo non è creare un monumento, ma un luogo in cui le cose possano muoversi, trasformarsi e generare un nuovo senso di sorpresa. È questo il futuro che spero di coltivare qui.

Il titolo della prima mostra allude alla bellezza come forma di protesta. Che tipo di

For me, beauty has never been mere decoration. It’s a way of facing the world bringing clarity, creating order, moving forward

bellezza può essere davvero sovversiva oggi?

Per me la bellezza non è mai stata semplicemente decorazione. È un modo di affrontare il mondo, di fare chiarezza nella mente, creare ordine e andare avanti. Può nascere dalle cose più semplici: un paesaggio a una certa ora, il modo in cui cade la luce, un piatto preparato con gusto. Ma la bellezza può anche affilare lo sguardo. Può far emergere quelle che chiamiamo “domande inutili”, quelle che disturbano la compiacenza. È lì che risiede il suo potere sovversivo. Oggi, per me, la bellezza più radicale è quella che rifiuta il cinismo. Che ci chiede di rimanere aperti quando il mondo ci invita a chiuderci. È gentile, ma non passiva: insiste, ci invita a guardare di nuovo, a sentire di nuovo, a restare sensibili in un’epoca che premia l’insensibilità. La citazione di Phil Ochs, che dà il titolo alla presentazione, mi ha colpito perché coglie bene questo paradosso: “In un’epoca così brutta, l’unica vera protesta è la bellezza”. La bellezza diventa una forma di resistenza quando mantiene viva la complessità.

■ Marta Melini in alto a sinistra: Fondazione Dries Van Noten, Kaori Kurihara, Pirouette botanique , 2025. Photo Kaori Kurihara in alto a destra: Fondazione Dries Van Noten, Presentation, Photo Camilla Glorioso

I CREATIVI IN MOSTRA

Sono designer, artisti, stilisti di moda. Lavorano il vetro, la ceramica, il metallo o il tessuto rimanendo fedeli a se stessi, e in questo senso radicali. Ecco le loro storie.

ARMAND LOUIS (Ligerz, Svizzera, 1966)

Designer svizzero, cofondatore di atelier oï insieme ad Aurel Aebi e Patrick Reymond, Armand Louis lavora da oltre trent’anni in un territorio fluido tra architettura, design e scenografia. Dopo una formazione come costruttore di barche e collaborazioni con realtà come Louis Vuitton o Rimowa, oggi torna dopo un breve pausa di ricerca personale dedicata al vetro, materiale che considera vivo, sensibile e imprevedibile. Sarà presente anche alla Design Week con L’invisibilità necessaria, una mostra nata nata dall’incontro con il maestro vetraio muranese Roberto Beltrami nel distretto di 5 Vie. Nella Fondazione, le sue opere in vetro per Wave Murano Glass dialogano con la collezione storica dei Pisani Moretta e con i lavori contemporanei di Alexander Kirkeby e Ritsue Mishima, costruendo un continuum di trasparenze, fragilità e artigianalità.

LIONEL JADOT

(Bruxelles, 1969)

Designer, artista e decoratore belga, cresce nella bottega di famiglia a Bruxelles, dove per sei generazioni si tramanda l’arte di costruire sedie e divani: un’officina che per lui bambino diventa un parco giochi di scarti e materiali da reinventare. Da quella sensibilità nasce un approccio istintivo e radicale al progetto, fondato sul riuso creativo e su un’estetica capace di trasformare ciò che già esiste in nuove narrazioni. Oggi guida lo studio Objects With Narratives ed è anche l’anima degli Zaventem Ateliers, incubatore di maker e artigiani contemporanei nella periferia di Bruxelles. In Fondazione, le sue sedute comunicano con quelle storiche di Palazzo Pisani Moretta e con le creazioni di Guillermo Santomà e Nifemi Marcus-Bello, costruendo un dialogo vivo tra passato e presente.

AYHAM HASSAN (Ramallah, 1999)

Designer palestinese formatosi alla Central Saint Martins, porta in passerella una visione che intreccia identità, memoria e urgenza politica. Cresciuto in una realtà tra le più complesse al mondo, trasforma le tradizioni tessili di Gaza in un linguaggio contemporaneo che unisce tatreez, stampa, pelle e materiali deadstock. Le sue silhouette, dal look intrecciato con elastici che evoca le fionde della resistenza al maxi velo ricamato diventato virale, sono dichiarazioni visive che rivendicano dignità e futuro. Parte della collezione include pezzi realizzati con la madre, come una sciarpa crochet simbolo di resilienza. Nella Fondazione, Hassan si confronta con le visioni di Christian Lacroix e Rei Kawakubo, portando una poetica materica e radicale che trasforma la moda in atto politico e gesto di speranza. E chi meglio di lui.

KAORI KURIHARA (Osaka, b. 1987)

Le sue creazioni sono frutti esotici mai visti prima, in cui il realismo si intreccia con l’immaginazione. Si possono riconoscere, al limite, dei riferimenti alla texture spinosa del durian, che in Malesia è vietato portare a bordo dei mezzi pubblici per via del suo aroma pungente. Nata in Giappone, dove si è avvicinata alla ceramica artistica studiando a Osaka e Kyoto, e trapiantata a Parigi, Kaori Kurihara trova ispirazione nella natura, e in particolare nei motivi geometrici che trova nel mondo vegetale. Nelle sue mani, acquistano un carattere giocoso e surreale vestendosi di nuovi colori.

in questa pagina in senso orario: Armand Louis, Wave Glass, table, courtesy of Wave Glass /Fondazione Dries Van Noten, Ayham Hassan for Nicola Delorme / Kaori Kurihara, Le rendez-vous des papillons, 2025. Courtesy of the artist / Lionel Jadot, Let Me Talk (Chandelier), 2025. Courtesy of Objects With Narratives, Photo Stanislas Huaux

GLI ANIMALI CHE SIAMO.

La nuova metamorfosi di Casaornella a Milano

N on c’erano i computer, e non c’erano i social, nel 1966, l’anno in cui Caterina Caselli cantava “la verità mi fa male lo so” con il caschetto biondo e gli occhi bistrati , e neppure nel 1978, quando Patty Pravo alludeva con la sua voce suadente a cose che accadevano ma che era “meglio non dire”. Non esisteva ancora Instagram nel 1996, quando una giovane Gerardina Trovato intonava la sua Piccoli ma grandi con un verso che recita “Siamo sempre più sinceri se diciamo una bugia”, in cui la prima persona plurale è quella di un’intera generazione al tempo stesso spavalda e frastornata. Tutti i pezzi citati, che hanno come minimo comune denominatore il fatto di fare in qualche modo riferimento alle maschere che si indossano in società, fanno parte della colonna sonora studiata da Maria Vittoria Paggini (Arezzo, 1986) per la nuova edizione della sua Casaornella. Una soundtrack che spazia dal grande cantautorato italiano, da Mina a Luigi Tenco, a generi diversi come il folk o il nudisco, a cavallo tra dance e musica elettronica.

IL PROGETTO: UNA CASA-SHOWROOM

CHE CAMBIA PELLE OGNI ANNO

Casaornella è l’appartamento al secondo piano di un palazzo déco in via Conca del Naviglio 10 dove l’interior designer toscana abita quando si trova a Milano, ed è anche uno spazio espositivo permanente che ogni anno subisce una ristrutturazione totale e viene aperto al pubblico durante la Design Week Una casa-galleria in evoluzione continua con arredi creati su misura insieme a partner industriali, lavori di design emergenti e opere d’arte. I riferimenti alla musica leggera si moltiplicano fin dalla prima edizione, nel 2023: nel titolo c’era già un omaggio all’Ornella più famosa della canzone italiana, quella che di cognome faceva Vanoni, scomparsa pochi mesi fa, reso da una fan che ha l’abitudine di disegnare ascoltando i suoi vinili.

IL TEMA: L’“ANIMALE SOCIALE”

CHE VIVE IN OGNUNO DI NOI

Ogni nuovo allestimento è guidato da un filo rosso che lega tra loro tutti dettagli. Per l’edizione 2026, dal si è scelto di mettere sotto la lente di ingrandimento l’Animale Sociale – questo il titolo, accompagnato da un sottotitolo, Nessuno mi può giudicare, ancora una volta tratto da una canzone – che alberga in ciascuno di noi e di costruire una riflessione

L’appartamento-showroom della designer Maria Vittoria Paggini a due passi dai Navigli cambia faccia, e atmosfera, a ogni Design Week. L’ultimo allestimento è una riflessione sulla natura umana, tra istinto e maschere sociali.

ironica, ma non amara, sulle relazioni al tempo del digitale. “I temi trattati sono sempre legati a dei miei percorsi interiori, per me questi progetti rappresentano un modo per far vedere il mio lavoro ma anche una forma di auto-terapia, un modo per ragionare su qualcosa che mi sta girando in testa e, a volte, per cercare di migliorare certi aspetti del mio carattere”, spiega la designer. “«Porno chic», per esempio, il tema del 2024, nasceva dal desiderio di riconoscere a abbracciare alcune mie fragilità. Poi è arrivato «Mediterranea – Andamento lento», con un senso di liberazione legato al viaggio e la volontà di creare una casa che mi facesse stare bene. Oggi c’è la voglia di recuperare un senso di immediatezza e di autenticità nei rapporti umani e di smettere di nasconderci dietro agli schermi. L’animale di cui parlo non c’entra con le fantasie animalier, semmai col fatto che una volta eravamo tutti più bestiali e che poi, con l’evoluzione, abbiamo un po’ perso l’istintività propria degli animali”.

L’ALLESTIMENTO, UNA CASA FLUIDA E SENZA PORTE

Tradotto in termini spaziali, questo tema si concretizza in una planimetria senza chiusure, in uno spazio fluido nel quale non ci sono porte e gli ambienti comunicano tra loro attraverso grandi aperture. “La casa diventa un organismo attraversabile, ma

Oggi c’è la voglia di recuperare un senso di immediatezza e di autenticità nei rapporti umani e di smettere di nasconderci dietro agli schermi

a sinistra: Maria

Vittoria Paggini a Casaornella durante MediterraneaAndamento Lento , photo Helenio Barbetta

in alto: Immagine di preview di Animale

Sociale - Nessuno mi può giudicare , courtesy Casaornella

questo non vuol certo dire che tutto sia permesso. Anzi, stabilire dei confini in maniera meno convenzionale, per esempio chiudere la toilette semplicemente con una tenda, dovrebbe obbligare i visitatori a porsi il problema del rispetto del prossimo e a capire che la libertà di ognuno finisce dove comincia quella dell’altro”, precisa Paggini. Tra gli elementi che possiamo anticipare, in un contesto generale dal sapore futuristico in cui dominano le tonalità pastello, una cucina molto particolare realizzata su misura da Turati Cucine su progetto della designer con un grande armadio-dispensa specchiante punteggiato da tessere cromatiche e sottolineato in alcuni suoi punti da inserti retroilluminati. O, ancora, una sala da bagno concepita come un salottino accogliente nei toni del verde e dell’azzurro impreziosito da bassorilievi realizzati con pittura a gouache e stucchi decorativi. Non un semplice antibagno, insomma, ma un luogo, l’ennesimo nell’economia della casa, dove le persone possano ritrovarsi e liberare gli “animali sociali” che custodiscono dentro di sé. “Io, per esempio”, conclude la designer, “sono sempre stata affascinata dalle scimmie, fin da bambina. Nella vita, però, mi sento più simile a un gatto, indipendente e bisognoso di bilanciare la socialità con dei momenti di solitudine”.

■ Giulia Marani

SCARAMOUCHE, la nuova galleria d’arte

che fa rigenerazione urbana a Milano Sud (dopo averla

fatta a New York)

Prima Chelsea, poi la Lower East Side di New York e ora lo Scalo Romana. Ecco il terzo capitolo di una galleria con l’occhio per gli affari di location e dal catalogo di artisti ricco di proposte d’Oltreoceano

U n quartiere che si arrampica rapido sulla vetta della rigenerazione, quello dello Scalo Romana di Milano. Da zona agro-industriale che era, negli ultimi anni ha fatto voltare su di sé i riflettori, dimostrandosi più vivace che mai. Prima Fondazione Prada e poi Fondazione ICA, e, da fine 2024, Scaramouche Gallery. Un hub culturale dal carattere internazionale, che sta contribuendo attivamente al processo di rinascita urbana dell’area, portando idee innovative e artisti dai nomi importanti, molti dei quali legati al periodo del dopoguerra e alla scena d’Oltreoceano.

Milano è il terzo capitolo di un progetto che –nel pensiero del suo gallerista, Daniele Ugolini -– ha sempre avuto una spiccata propensione per i quartieri più periferici e in sordina

Un inizio “dal basso”, almeno durante i primi anni di apertura di ciascuno spazio, che si è poi dimostrato sempre una strategia lungimirante. Entrambi i primi casi americani dimostrano un attento occhio imprenditoriale alle spalle, scegliendo. “A furia di vedere i topi circolare, ci avevo fatto l’abitudine”, racconta lui ricordando gli inizi a Chelsea nel 1999 e poi dal 2009 nel Lower East Side, il vecchio quartiere ebraico di Manhattan. Contesti bohémien, “affordable” (allora) e in linea con la sua idea di ricerca. Lo stesso sta accadendo oggi, a due passi da quello che poche settimane fa è stato uno dei nodi delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, il Villaggio Olimpico, e che è solo una parte di un quartiere tutto in crescita, che vede la collaborazione di un numero sempre maggiore di attori culturali e realtà emergenti. Basti solo guardare a ciò che si muove nel cortile della galleria, dove Lubna Bar e Magma Eventi animano le serate in sinergia.

PASSATO, PRESENTE E FUTURO DI UNA GALLERIA TRA NEW YORK E MILANO

Se la prima mostra inaugurale è stata un’occasione di riscoperta di un grande del Neomodernismo newyorkese, l’ultima, da poco conclusa, ha raccolto in tema olimpico un ricco e variegato gruppo di nomi di ieri e di oggi.

L’inizio con James Brown ha portato a Milano l’aria americana dei suoi anni cruciali dal 1981 al 1986, suggerendo alla città la provenienza della galleria nella complessa ri-presentazione dell’artista che in quegli anni era tra le star internazionali del contemporaneo. Poi, Luigi Carboni ha introdotto una dimensione più intima e segnica, quasi fosse un diario. Con Mirko Basaldella – terzo protagonista – il legame con il passato si è riacceso sotto il segno del mito e dell’arcaico. E così si è giunti a Sharing the Flame, che ha riempito l’ampio e luminoso spazio della galleria di via Vezza D’Oglio 14 con tutte le sfaccettature che la creatività potrebbe assumere, dalla spazialità di Fontana agli slogan della Kruger proseguendo con Kusama, Lichtenstein, Kiefer, Ceroli, Twombly, Balkenhol, Boetti, Lam, Schuyff, Rauschenberg e tanti altri. Il futuro immediato vedrà in programmazione le personali di Nino Mustica, poi Nedda Guidi e Costantino Nivola, ampliando ancora le collaborazioni internazionali e sviluppando progetti sempre più articolati. L’idea è quella di costruire una programmazione attenta, significativa, e di mantenere uno sguardo indipendente e riconoscibile.

Installation View galleria, prima sala

■ Emma Sedini

ECCO FÒCO, il nuovo progetto di interior di Studiopepe e Archiproducts per la Design Week

Lo spazio fisico della celebre piattaforma per l’architettura e il design in zona Tortona accoglie il quarto, e ultimo, capitolo di un ciclo dedicato agli elementi a cura delle designer Arianna Lelli Mami e Chiara Di Pinto.

Con FÒCO. Living notes by Studiopepe, Archiproducts Milano — lo showroom del brand in via Tortona 31 — presenta il capitolo conclusivo della quadrilogia dedicata agli elementi naturali, un percorso curatoriale che, dopo terra, acqua e aria, arriva al fuoco. Non si tratta di un progetto nato come sistema chiuso, ma di una ricerca evolutiva sul design degli interni sviluppata nel tempo e guidata dalla volontà di concepire gli spazi a partire dagli immaginari evocati dagli elementi.

IL FUOCO COME ENERGIA PROGETTUALE

Oltre cinquanta brand selezionati su invito sono stati integrati in una ventina di ambienti diversi accomunati dalla stessa palette cromatica, basata su colori caldi intensi e bruniti, in un gioco di armonie e contrasti. Spazi intimi che evocano l’idea di un focolare attorno al quale possa raccogliersi una comunità di individui, ognuno con il proprio bagaglio e la propria visione personale. Rispetto alle precedenti interpretazioni, Fòco si distacca dall’elemento in senso letterale per abbracciare una dimensione più simbolica. “Abbiamo guardato più alla forza generatrice e trasformatrice, all’energia come esperienza degli spazi. Una energia che può creare come una scintilla o che può accogliere e raccogliere attorno a sé come il focolare domestico”, spiega Archiproducts.

LA VISIONE DI STUDIOPEPE:

Archiproducts Milano Via Tortona 31

Press preview Fòco: 19 April, 15:00–19:00

Opening: 20 April, 15:00–18:00

Mostra: 21 - 26 April, 10:00–20:00

MATERIA, LUCE E STRATIFICAZIONI

Studiopepe, studio milanese di interior e product Design guidato da Arianna Lelli Mami e Chiara Di Pinto, ha tradotto il concept ideato da Archiproducts in un set-up costruito per stratificazioni e accenti, dove materia, luce e

in alto: No Text , visual, Fòco, Archiproducts Milano

forme dialogano in equilibrio costante. Ambienti neutri, texture materiche e luminosità morbide definiscono gli spazi, attraversati da finiture lucide e accenti metallici. La palette suggerisce l’elemento naturale senza dichiararlo apertamente: dai toni ambra e terracotta si passa al borgogna, fino a rari accenti bordeaux e alle tonalità più scure del marrone e del nero. “Il fuoco è scintilla creativa e, allo stesso tempo, polo di aggregazione umana. È ciò che attiva il progetto, ma anche ciò che definisce un centro, un punto di attenzione”, raccontano le designer.

ARCHIPRODUCTS MILANO, UN HUB PERMANENTE PER L’ARCHITETTURA E IL DESIGN

Nel tempo, il linguaggio curatoriale di Archiproducts Milano si è consolidato attorno all’idea di relazione. Sin dalle prime edizioni sono stati coinvolti architetti e designer diversi, fino al percorso condiviso con Studiopepe nell’esplorazione degli elementi naturali.

L’obiettivo resta invariato: creare dialoghi tra brand, prodotti e linguaggi, offrendo ad architetti e professionisti del settore un riferimento concreto per la ricerca progettuale “In un contesto come quello del Fuorisalone, in cui spesso domina la proposta di installazioni a effetto”, racconta Archiproducts, “noi abbiamo scelto di costruire ogni anno un progetto di interior destinato a vivere per tutto l’anno”. Dopo aver accolto 15.000 visitatori durante la scorsa edizione, lo showroom inaugura il nuovo allestimento aprendosi nuovamente alla contaminazione tra discipline: non solo design, ma anche moda, arte, food e altre industrie creative dialogano all’interno di un progetto in continua evoluzione, che guarda già alle prossime edizioni.

■ Carolina Chiatto

GUIDA AL FUORISALONE, DISTRETTO PER DISTRETTO

ALCOVA

1 Il format ideato da Valentina Ciuffi e Joseph Grima e diventato celebre negli anni per le sue riattivazioni di spazi abbandonati o dimenticati torna a Milano dopo un biennio in provincia, a Varedo, tra ville storiche e fabbriche abbandonate. Lo fa aprendo al pubblico nuove aree di una location già utilizzata in passato, l’ex Ospedale Militare di Baggio, e inaugurandone una tutta nuova: si tratta di Villa Pestarini, l’unico esempio di residenza privata progettata in città dal grande architetto Franco Albini a due passi da Piazzale Tripoli e dalla circonvallazione esterna, di solito inaccessibile. Qui, in un parallelepipedo bianco che volta le spalle alla strada aprendosi sul giardino, tra arredi originali e dettagli scenografici come la grande scala in marmo bianco, troviamo dei progetti basati sulla rilettura dell’heritage in chiave contemporanea. Attenzione, però, è necessario prenotare l’ingresso online data la particolarità dell’edificio. A Baggio, invece, in aree mai viste prima del complesso un po’ délabré che già conosciamo, il focus è sull’innovazione con i progetti sperimentali di cinque importanti scuole di design internazionali e le ricerche di studi e designer indipendenti.

! Nella villa firmata da Albini, la mostra House in progress curata da Davide Fabio Colaci con la consulenza scientifica di Alessandro Benetti racconta la storia della casa brutalista dell’architetta e designer milanese Luisa Castiglioni sulle colline alle spalle di Bocca di Magra (SP) e l’insieme del progetto Boccamonte incentrato sul recupero della sua eredità e portato avanti dalla nipote e dal genero.

Chi torna in città, chi lancia nuove sedi e quali sono le “zone calde” di quest’anno: ecco come cambia la geografia della settimana del design più importante, e più affollata, al mondo.

5VIE

2 QoT – Qualia of Things, il tema scelto dal distretto nel cuore del centro storico per questa edizione della Design Week, chiama in causa un argomento filosofico complesso, quello legato alla natura della percezione e ai suoi aspetti soggettivi e qualitativi. Un modo per riportare l’attenzione sull’essere umano, che non si limita a raccogliere dati sulle cose e a rielaborarli come potrebbe fare un’intelligenza artificiale ma si affeziona ai propri oggetti e stabilisce con loro un legame quasi viscerale, rimanendo fedele alla propria vocazione di hub in cui si incontrano design da collezione, alto artigianato e progetti di ricerca. Spazio, quindi, a progetti nei quali la bellezza non è standardizzata, che si tratti di produzione seriale e di “fatto a mano”. Gli indirizzi sono quelli consueti, con i tre poli principali della sala delle Cavallerizze, al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci in via Olona 4, del palazzo storico di via Cesare Correnti 14 e della sede del SIAM in via Santa Marta 18, e una rete di atelier, botteghe storie e luoghi vari per le strade del quartiere. Tra le produzioni targate 5Vie, mai così tante, segnaliamo il lavoro sulla maternità della ceramista Noe Kuremoto e le coloratissime magie del duo olandese Studio mo man tai, che crea valore estetico a partire dagli scarti.

! A due passi da 5Vie, ma non ufficialmente parte del distretto, c’è Palazzo Litta con MoscaPartner Variations: i visitatori della collettiva quest’anno vengono accolti da un’installazione progettata da Lina Ghotmeh per il Cortile d’Onore. Metamorphosis in Motion, questo il nome, è un labirinto giocoso tutto fucsia che trasforma quello che prima era uno spazio statico in una scenografia.

Brera
Porta Venezia

3

Isola Design Festival, la manifestazione organizzata dalla piattaforma Isola Design Group all’ombra del Bosco Verticale, spegne dieci candeline. Intitolata TEN: The Evolving Now, questa edizione celebra un decennio di impegno nella promozione del design indipendente e di crescita dalla dimensione locale a orizzonti decisamente più globali con la recente apertura di una sede a Dubai. Per l’occasione una delle sedi storiche, la Fabbrica Sassetti, un edificio costruito negli anni Trenta per la filatura della lana, riapre dopo una pausa e accoglie l’Isola Design Gallery, con i suoi pezzi custom made e da collezione, la rassegna No Space for Waste dedicata alla circolarità, la collettiva indiana Rasa e The Dutch Atelier, uno spaccato di cultura del progetto olandese. Nelle altre location, tra cui Fondazione Catella, Stecca3 e Zona K in via Spalato, ritroviamo format consolidati e scopriamo nuove iniziative curatoriali. Una di queste è Archivi Futuri, che si diverte a immaginare il futuro degli oggetti oltre il 2050 con la curatela del designer Pietro Petrillo.

! In via Confalonieri 11, The Collector’s Room, una mostra prodotta da WHO design Studio e co-curata da Teo Sandigliano con un allestimento di From Outer Space mette in scena un interno domestico immaginario mixando i lavori di designer emergenti e già affermati.

ZONA TORTONA

4 Il quartiere dove tutto è nato nei primi anni Duemila continua ad avere tante anime, con diversi progetti curatoriali e circuiti indipendenti accomunati dalla fiducia nel potere trasformativo del design. Oltre alla sede storica di Superstudio, Superstudio Più, abbiamo il Tortona Design District con la sua Tortona Design Week che sceglie come tema THINKING BETTER, look back to Shape the Future. E poi l’undicesima edizione di Tortona Rocks, piattaforma diffusa tra l’omonima via, via Savona e via Bergognone, con l’accento su Design to Change Everything, il progetto “ribelle” che non ha paura di prendere posizione né di intervenire sulla realtà. In un contesto fatto di cortili post-industriali, architetture riconvertite e spazi ibridi, troviamo collettive di designer emergenti e installazioni di grandi brand come

Swatch o Iqos. I giovani talenti giapponesi riuniti nella collettiva firmata Bud Brand, per esempio, espongono le loro creazioni poco sopra la linea dello sguardo per obbligare l’osservatore a cambiare prospettiva.

! POOL Ti sblocco un ricordo, invece, è una mostra immersiva (e piacevolmente regressiva) presentata da McDonald’s con la curatela di Nicolas Ballario: un percorso sviluppato su tre ambienti esplora il rapporto tra infanzia, immaginario visivo e costruzione della memoria.

BASE

5 L’edizione 2026 di We Will Design da BASE Milano, in via Bergognone, fa una scelta in controtendenza: invece di cercare i riflettori, come fanno un po’ tutti in questo periodo, si concentra sull’oscurità come spazio fertile da abitare coltivando nuove possibilità. Sotto il cappello di Hello Darkness, l’ex Ansaldo diventa un luogo dove riflettere sulle tante crisi del presente – ecologica, politica, sociale – e sulle condizioni in cui avviene il lavoro culturale, formarsi al biodesign o partecipare a rituali collettivi. La foresteria di casaBASE ospita inoltre gli studi temporanei di designer e artisti internazionali.

! Sulla terrazza torna Live Camping, il campeggio urbano progettato da Lemonot in collaborazione con il Royal College of Art di Londra con tende disposte a “u” e arredi mobili: un modo per sperimentare una convivialità radicale e, insieme, per ragionare uno dei punti deboli, anzi debolissimi, della Design Week: il costo degli alloggi.

INTORNO AL DUOMO

6 Quella compresa tra Piazza Duomo, via Durini e piazza Missori è da sempre una zona nevralgica del Fuorisalone per la sua alta densità di showroom e per la presenza dell’Università Statale con l’evento organizzato dalla rivista Interni e le sue installazioni super instagrammabili. Quest’anno si registrano due ingressi notevoli. Il primo è l’arrivo del progetto Convey di Simple Flair che lascia Porta Venezia per trovare casa, letteralmente, in una palazzina di cinque piani in stile razionalista poco distante dalla Torre Velasca. L’altro, al sedicesimo piano del grattacielo a forma di fungo firmato dai BBPR, riguarda la collettiva polacca

proposta da Visteria Foundation che l’anno scorso ci aveva impressionato positivamente con Romantic Brutalism. Questa nuova mostra, curata da Federica Sala e Anna Maga, si intitola Polish Modernism. A Struggle for Beauty e evidenzia come la storia travagliata del Paese abbia portato alla nascita di un modernismo sui generis, con forti accenti decorativi.

DROPCITY

7 Dropcity 2026 – Modes of Material Mediation, il Fuorisalone del centro per l’architettura e il design ospitato nei tunnel ferroviari di via Sammartini, invita a considerare la materia non come qualcosa di passivo ma come un agente dialogico. Al centro del programma c’è l’apertura al pubblico di ciò che normalmente non si vede: i laboratori di modellistica 3D, ceramica, falegnameria e molto altro ancora attivi tutto l’anno. Tra le mostre, invece, solletica la curiosità The White House. Domestic Propaganda, l’esito di una ricerca degli studenti del Laboratorio di Progettazione di Interni del Politecnico di Milano sulla Casa Bianca come spazio in cui tutto è politica, a partire dagli arredi e dall’organizzazione spaziale. Attraverso studi visuali, sperimentazioni progettuali e riflessioni critiche, si mette in luce come l’alloggio del Presidente degli Stati Uniti e della sua famiglia sia in realtà un dispositivo di propaganda che continua ad aggiornarsi e a rimodularsi di mandato in mandato.

BOVISA-SARPI

8 Nel quarto nord-ovest della città, oltre alla nuova edizione di Zona Sarpi e al Superstudio Village, ci sono alcuni progetti a sfondo sociale che meritano la giusta attenzione. In via Giovanni Verga Design Group Italia, lo storico studio a quale si deve per esempio la progettazione del Tratto Pen, collabora con la Scuola Media Panzini per dare vita un percorso didattico e creativo dedicato al gioco di strada. Un po’ più a nord, la Repubblica del Design, storica realtà della Bovisa e più in generale del Municipio 9, riapre alcuni rifugi e bunker della Seconda Guerra Mondiale trasformandoli in spazi espositivi nell’ambito dell’iniziativa 100 cose da non dimenticare. Il rifugio semi-interrato di via Bodio, il Bunker Breda nel Parco Nord e tanti altri diventano così luoghi dove produrre cultura ed esercitare una cittadinanza consapevole.

FUORISALONE 2026: Superstudio si espande con un format diffuso

Nasce Superstudio Design, un progetto diffuso che si articola in tre location tra Tortona, Barona e Bovisa. Tre anche le linee

tematiche che, come racconta Laura Vella, costruiscono un unico racconto tra design e rigenerazione urbana

Per la Milano Design Week 2026, Superstudio segna un deciso cambio di passo e si presenta con un progetto rinnovato: un format diffuso che triplica le sedi e ridefinisce la propria presenza in città. Nasce così Superstudio Design 2026, un sistema articolato su tre venue – Superstudio Più, Superstudio Maxi e il nuovo Superstudio Village – distribuite tra zona Tortona, Barona e Bovisa, e organizzato in altrettante linee tematiche: SuperNova, SuperCity e SuperPlayground. “Alla base c’era la volontà di dare un twist a un format ormai consolidato”, racconta ad Artribune Laura Vella, architetto e head of Superstudio Design. “Già durante la Design Week 2025 abbiamo sentito l’esigenza di costruire un network più ampio e far crescere il progetto, partendo da ciò che Superstudio è in grado di offrire al meglio: spazio per i contenuti. Da qui la nascita delle tre polarità. Le sfide, naturalmente, si sono triplicate, anche dal punto di vista produttivo e organizzativo”.

IL DESIGN COME CATALIZZATORE DI TRASFORMAZIONE URBANA L’apertura verso Barona e Bovisa non rappresenta solo un ampliamento geografico, quindi, ma una riflessione sul ruolo del design nella rigenerazione urbana. “Attivare quartieri in trasformazione attraverso la riconversione di architetture ex industriali in spazi per eventi significa intervenire sul ridisegno della geografia urbana e contribuire al riequilibrio delle dinamiche culturali ed economiche”, continua Vella. “Portare il design fuori dai distretti consolidati permette

inoltre di intercettare comunità diverse e innescare processi che vanno oltre l’evento temporaneo”. In questo scenario, il design si configura come strumento attivo di trasformazione. “Può agire come catalizzatore, capace di attivare relazioni, immaginare nuovi usi degli spazi e dare identità a contesti in evoluzione. La sfida è lavorare in modo inclusivo e continuativo, costruendo una visione condivisa che lasci tracce durature nel tessuto urbano e sociale”.

TRE CAPITOLI DI UN UNICO

RACCONTO: LE GRANDI

INSTALLAZIONI, LA “CITTÀ” DI

GIULIO CAPPELLINI E IL DESIGN SOCIALE ED EMERGENTE

Le tre sezioni del progetto riflettono quindi approcci distinti ma complementari. “Sono pezzi di uno stesso

puzzle”, sottolinea Vella. “Dialogano come lungo una linea del tempo immaginaria: dalle nuove proposte di SuperPlayground alle grandi installazioni di SuperNova, fino alla dimensione più strutturata di SuperCity che mette in relazione design, architettura e arte”. A Tortona, SuperNova si configura infatti come il cuore internazionale, con grandi installazioni e il ritorno di Moooi con Moooi 25 & Promising, firmata da Marcel Wanders. Accanto, progetti di Lexus, Samsung Electronics e next125, insieme a collaborazioni come Domestic Oracles di Istituto Marangoni e Alessi. In Barona, SuperCity – curata da Giulio Cappellini – immagina una città ideale attraverso un paesaggio espositivo fluido, con al centro la mostra TheCity, che riflette sull’abitare contemporaneo attraverso “case virtuali” arredate dai grandi brand. Al Superstudio Village, in Bovisa, SuperPlayground fa spazio alla creatività emergente e al social design. Tra i progetti, Keep Your Bubble di Lousy Auber – realizzato con tessuti di mongolfiere dismesse –, il festival Graphic Days e ARIA di Food Design Stories.

■ Cecilia Moltani

SuperPlayground

Lousy Auber, Keep your Bubble

BRERA

Cromatico, Y.O.U ., Glo for Art, courtesy of glo™

In occasione del Fuorisalone 2026, Brera Design District celebra la sua 17ª edizione confermandosi uno degli epicentri del design internazionale. Con 217 showroom permanenti – di cui 9 nuove aperture – e oltre 300 iniziative tra mostre, installazioni ed eventi, il quartiere si trasforma in un laboratorio urbano diffuso capace di intrecciare progetto, cultura e impresa. Il tema di quest’anno, Essere Progetto, invita a considerare il design non solo come risultato finale ma come processo culturale e relazionale, capace di costruire connessioni tra persone, luoghi e comunità. In questo contesto si inserisce anche il debutto del Fuorisalone Passport, la piattaforma digitale sviluppata da Studiolabo che semplifica l’accesso agli eventi attraverso un sistema di registrazione e QR Code. L’immagine del distretto è affidata all’illustratrice milanese Chiara Ghigliazza, che restituisce un punto di vista inedito sulla città: quello del tram, simbolo iconico di Milano. Tra gli appuntamenti principali, Grohe presenta Grohe Spa Aqua Sanctuary al Piccolo Teatro Studio Melato, mentre glo™ torna a Palazzo Moscova con un’installazione firmata Numero Cromatico. Spazio anche a Grand Seiko, che propone The Nature of Time, un percorso espositivo dedicato al rapporto tra tempo e natura. Tra gli altri highlight, interventi site-specific e installazioni immersive animano cortili storici e showroom, confermando la vocazione del distretto a sperimentare linguaggi e formati eterogenei.

PORTA VENEZIA

Ulises Studio, Ooooh, that’s EpiQ! , courtesy of Škoda

Dopo essersi ispirato al lavoro e alle convinzioni di Eileen Grey nella scorsa edizione, quest’anno il Porta Venezia Design District sceglie Tomas Maldonado come nume tutelare. Con un titolo, Design is Act, che somiglia a una chiamata alle armi, il distretto invita ad abbracciare la concezione del design come presa di posizione su temi etici e politici propria del progettista-filosofo argentino. Inoltre, facendo dialogare le opere di designer contemporanei con i tanti luoghi storici del quartiere, stimola una riflessione sulla memoria che per Maldonado era una trama viva utile per costruire il futuro. Per la prima volta ci sarà anche un’uniforme di zona, una giacca con tante tasche frutto di un contest organizzato all’interno dell’Istituto Secoli.

Tra le proposte più rilevanti, le mostre allestite all’interno di due gioielli architettonici, le piscine Cozzi e Romano progettate negli Anni Trenta da Luigi Lorenzo Secchi. La prima ospita Insieme, il primo capitolo di un ciclo affidato allo stilista Sabato De Sarno che rende omaggio allo straordinario savoir faire degli artigiani italiani, immortalati anche in un’opera site-specific dell’artista JR in facciata. Emerge, inoltre, un chiaro focus sull’innovazione e sull’arte digitale con le installazioni firmate da grandi nomi come lo studio Dotdotdot (all’istituto dei Ciechi di via Vivaio, per il brand ai automotive cinese Geely), Keta Bart (per Yoox alla Galleria Romero Paprocki) e Ricardo Orts (per Škoda a Palazzo Senato). Al MEET Digital Culture Centre, che per l’occasione si trasforma in “MEET District”, il quartier generale del distretto, troviamo invece l’opera di Refik Anadol Renaissance Dreams e le “chimere liquide” del duo Entangled Others

■ Giulia Marani

Numero

SICIS si racconta tra design, mosaico e alta gioielleria

L’azienda ravennate, conosciuta in tutto il mondo per la sua eccellenza nell’arte del mosaico e micromosaico, porta alla Design Week un racconto in due capitoli ispirato al tema Impossible to ignore nel quale ricerca estetica e innovazione si incontrano.

Al Salone del Mobile, SICIS presenta le ultime novità di prodotto, tra cui due imbottiti e un tavolo, allestiti in un ambiente caratterizzato anche da una serie di ritratti artistici realizzati in mosaico. La poltrona Amaro si distingue per il suo color ruggine, simile a quello dei liquori alle erbe, e per la sua silhouette ispirata alla curva dei bicchieri che si usano di solito per sorseggiarli. Il divano Mirai, con i suoi volumi che ricordano il movimento di pannelli di tessuto, richiama alla memoria gli abiti tradizionali giapponesi con i loro strati di seta sovrapposti accuratamente secondo regole codificate. Il tavolo Vertex illustra le diverse potenzialità del vetro: ha, infatti, una base in vetro bronze dalla struttura complessa e un piano in Vetrite, un materiale innovativo ideato da SICIS e ottenuto attraverso la fusione del vetro con speciali polimeri e metalli.

In città, sceglie un linguaggio emozionale con l’installazione immersiva ELEMENTS. Jewel and design, beyond form nello showroom di via Fatebenefratelli 8. Una teca sensoriale, arredi che dialogano tra loro e una colonna sonora creata ad hoc accompagnano il visitatore in un viaggio attraverso i quattro elementi primordiali — aria, fuoco, terra e acqua — reinterpretati per esaltarne la forza archetipica. Al centro di questo racconto ci sono i gioielli di SICIS Jewels, capolavori artigianali che trasformano il micromosaico in un raffinato oggetto da indossare, impossibile da ignorare.

Via Fatebenefratelli, 8

L’installazione di Continental al BASE: l’inquinamento acustico diventa un percorso sonoro

L’inquinamento acustico rappresenta oggi una delle principali sfide ambientali per la qualità della vita nelle nostre città. Si tratta di un fenomeno invisibile e intangibile, che tendiamo spesso a normalizzare. Tuttavia, esiste un modo diverso di abitare lo spazio urbano, in cui l’obiettivo non sia l’assenza di rumore, ma la ricerca e lo sviluppo di soluzioni capaci di mitigare quel disturbo continuo a cui siamo ormai abituati. Durante il Fuorisalone una chiave di lettura di questo scenario viene presentata a BASE Milano da Continental, attraverso una listening experience immersiva creata insieme a WOA Studio, con il supporto strategico della unit Entertainment di Wpp Media.

THE SOUND OF PREMIUM, questo il nome dell’installazione, si configura come un paesaggio urbano in cui il suono diventa materia, evolvendo in tre momenti distinti: il caos, l’armonia e la quiete. All’interno di questo percorso sensoriale, i suoni della città si trasformano progressivamente in equilibrio, rivelando come una città silenziosa non sia vuota, ma il risultato di un preciso percorso di ricerca. Un concetto che prende forma anche nel quotidiano del brand produttore di pneumatici premium, grazie a tecnologie come ContiSilent e Silent Pattern, dove il design non è solo estetica, ma anche funzionalità e capacità di intervenire concretamente sul rumore generato dal contatto tra pneumatico e manto stradale, oggi tra le principali cause dell’inquinamento acustico in città.

Via Bergognone, 34

Poltrona Amaro , courtesy of Sicis
The Sound of Premium, courtesy of Continental

GREEN ISLAND 2026: INTO THE WOOD.

Un percorso di arte, botanica e micro-paesaggi

Green Island celebra la sua 25ª edizione con Into the Wood, un progetto diffuso che porta il verde negli spazi urbani del quartiere Isola, in particolare nell’area della Stazione Garibaldi. Cuore dell’iniziativa è l’installazione allestita nelle vetrine di Flying Tiger Copenhagen, un bosco-giardino ideato da Claudia Zanfi che riflette sul ruolo fondamentale di foreste ed ecosistemi nella vita contemporanea. Non solo ambienti naturali da preservare, ma vere infrastrutture verdi capaci di regolare il ciclo dell’acqua, mitigare il clima, migliorare la qualità dell’aria e sostenere la biodiversità, anche grazie alla presenza degli insetti impollinatori, come le api, da sempre al centro della ricerca del progetto. L’intervento intreccia eco-design e artigianato, con opere realizzate da Pietro Algranti a partire da materiali di recupero, tra cui piccole architetture per api solitarie concepite come rifugi minimi nell’ecosistema urbano. Il contributo della botanic designer Donatella Germani ricrea un paesaggio di sottobosco con felci, essenze spontanee e rampicanti. Il risultato è un percorso immersivo fatto di micro-paesaggi in continua evoluzione, che invita il pubblico a riscoprire una relazione più consapevole con l’ambiente. Da venticinque anni, Green Island promuove una ricerca sui paesaggi urbani contemporanei e sulle ecologie sociali, attivando una rete di oltre cento realtà pubbliche e private. Un progetto che interpreta la città come spazio condiviso, stimolando nuove forme di equilibrio tra natura e tessuto urbano e contribuendo alla riqualificazione di aree in trasformazione.

Stazione Garibaldi - Piazza Freud, 1

IN ZONA TORTONA ARRIVA MEISDEL, cucine giapponesi con un cuore d’acciaio

Tra i brand che partecipano per la prima volta al Fuorisalone ce n’è uno con radici in Giappone e un nome tedesco: Meisdel, infatti, è una crasi tra “Meister” – cioè artigiano, nella lingua di Goethe – e “Edelstahl” – acciaio inossidabile. È proprio a partire da questo materiale, rigoroso e sostenibile, che i designer e gli artigiani di questo marchio nato dall’esperienza di Tanico, azienda leader nella produzione di attrezzature per il settore dell’hospitality, realizzano scenografiche cucine su misura per lo spazio domestico. Nel Tortona Design District Meisdel presenta Anima01, una cucina a isola che rappresenta un’evoluzione filosofica e sociale nel Paese del Sol Levante, dove una volta i pasti venivano preparati in una stanza isolata e al riparo dagli sguardi e dove invece oggi si sente l’esigenza di una maggiore convivialità. Ha un profilo che può ricordare quello di un pianoforte a coda ed è plasmata a partire da un unico foglio di acciaio inox spesso 1,5 millimetri, il doppio dello standard, com’è consuetudine per questo brand. Con le sue curve audaci, si posiziona a metà strada tra la funzionalità e il gesto scultoreo integrando materiali vivi come il legno, il quarzo e la ceramica. “Nel progettare Anima 01 non mi sono limitata alla ricerca di equilibrio, proporzioni e perfezione tecnica, ma ho desiderato dare forma a una dimensione spirituale. In questa cucina convivono tensione e silenzio, forza e introspezione. La parte visibile – materia, struttura e precisione – e la parte invisibile - spiritualità, energia vitale, anima immortale – procedono di pari passo”, spiega la designer Ito Chiharu

Via Tortona, 36
Green Island 2026, Into the Wood , courtesy of Green Island
Kitchen Anima 01 , courtesy of Meisdel

SULLO SCAFFALE

Libri da leggere per cambiare prospettiva sulla realtà, o per scoprire – o riscoprire – figure storiche non abbastanza valorizzate e angoli bui del progetto.

LA SALUTE RIPRODUTTIVA DELLE DONNE, UN “BUCO NERO” DEL DESIGN

Il titolo di questo saggio edito da Laterza evoca immagini di torture medievali e di feroci serial killer impegnati nel legare le loro vittime ai mobili di casa. La “sedia del sadico” di cui si parla, però, è un oggetto che la maggior parte delle donne incontra a cadenza per lo meno annuale in un ambiente in teoria rassicurante ma, di fatto, capace di provocare sudori freddi a molte di noi: la poltrona del ginecologo, con le sue staffe per immobilizzare le gambe. Un oggetto, come tanti nelle nostre vite, progettato da uomini, cioè da persone che non dovranno mai usarlo. Chiara Alessi, critica di design e curatrice, prende in esame tutta una serie di dispositivi legati alla salute femminile, dagli speculum usati per ispezionare l’utero ai preservativi “per lei” e dalle spirali contraccettive alle coppette mestruali. Cose che non troviamo sui libri di design ma che ci dicono molto su quanto la storia di questa disciplina sia stata, come la storia tout court, scritta dai vincitori o comunque da chi si trovava dal lato giusto di quel grande costrutto sociale chiamato patriarcato.

Chiara Alessi, The Sadist’s Chair. Design on Women’s Bodies, Laterza, 2026

VENTIQUATTRO MODI PER FARE IL CAFFÈ CON LA MOKA (DI DESIGN)

“La caffettiera è rito, è simbolo, è sintesi perfetta tra forma e funzione. È un oggetto democratico, ma se ben usata concede un piacere elitario ed esclusivo. La caffettiera è un campanile e una ciminiera insieme, una piccola architettura domestica che punteggia il paesaggio di casa con la sua svettante e rassicurante presenza”. Sono le parole del designer Giulio Iacchetti, che è appassionato di questa tipologia di oggetto al punto da aver messo insieme una vera e propria collezione. In questo volumetto raccoglie 24 modelli che rappresentano altrettanti esercizi progettuali compiuti da architetti e designer, dalla classica moka di Alfonso Bialetti, simbolo di italianità nel mondo, alle versioni più elaborate ma altrettanto famose disegnate da Michele De Lucchi, Tom Dixon, Isao Hosoe, King-Kong Design, Piero Lissoni, Angelo Mangiarotti, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce, Ettore Sottsass e Marco Zanuso.

Giulio Iacchetti, The Masters’ Coffee Makers, Corraini, 2026

La figura di Eileen Gray (Brownswood, Irlanda, 1878 - Parigi, 1976) è al centro dell’attenzione generale per l’uscita del film La casa sul mare, incentrato sulle prevaricazioni subite da un mostro sacro come Le Corbusier nel corso della loro collaborazione e sulle svariate occasioni in cui la fama di lui coprì come un ombrello il talento di lei, impedendogli di prendere luce. La biografia illustrata dell’architetta e designer irlandese di origini aristocratiche curata da Gisella Bassanini e Giovanna Canzi per la collana Fuori dall’ombra di marinonibooks ricostruisce in meno di cento pagine il suo percorso di creativa eclettica e anticonformista baciata dal successo solo in tarda età. A scandirlo sono soprattutto gli incontri: importantissimo, per esempio, quello con il restauratore giapponese Seizo Sugawara che le insegnò tutti segreti della lacca, il materiale con cui creerà i suoi primi pezzi, dei raffinatissimi paraventi.

Gisella Bassanini and Giovanna Canzi (eds.), illustrations by Beppe Giacobbe, Eileen Gray, marinonibooks, 2026

“L’ALTRO” EMILIO AMBASZ, IL DESIGNER IMPEGNATO DALLO SGUARDO MODERNO

Di Emilio Ambasz (Resistencia, Argentina, 1943) si conoscono soprattutto due volti: quello di curatore della fondamentale mostra Italy: The New Domestic Landscape, che contribuì a consacra definitivamente il design italiano al MoMA di New York, e quello di architetto “verde”, pioniere nell’integrazione di elementi vegetali negli edifici. Il terzo, quello di designer vincitore di tre Compassi d’Oro (più un quarto alla carriera nel 2015), con collaborazioni importanti in Italia e all’estero in particolare nel mondo degli arredi e delle attrezzature per l’ufficio, è forse meno noto. La storica dell’architettura e del design

Elena Dellapiana si concentra su questo terzo Ambasz, raccontando il suo approccio al progetto e i suoi sforzi per tenere conto tanto non soltanto delle necessità degli utilizzatori ma anche del contesto più ampio, dai processi produttivi alla responsabilità sociale delle aziende con le quali ha collaborato.

Elena Dellapiana, The Design of Emilio Ambasz: The Practice of Invention, Quodlibet, 2026

EILEEN GRAY FINALMENTE IN PIENA LUCE

LE MOSTRE

L’EREDITÀ DI SERGIO ASTI DA FRAGILE

Da visitare durante la Design Week, e oltre, a Milano e dintorni. ■ Lara Gastaldi

IL NILUFAR DEPOT SI TRASFORMA IN GRAND HOTEL

Durante la Design week, FRAGILE, galleria guidata da Alessandro Padoan e Alessandro Palmaghini, presenta Property of Sergio Asti. A Design Heritage, in programma dal 14 aprile al 29 maggio. La mostra ripercorre l’attività progettuale di Sergio Asti (19262021), architetto e designer milanese tra i protagonisti del design italiano del secondo Novecento. In esposizione alcune pietre miliari, come la lampada Profiterolle per Martinelli Luce (1968), il vaso Marco per Salviati (vincitore del Compasso d’Oro nel 1962), il tavolo Trifoglio per Poltronova (1969), i vasi della serie Sixties per Vistosi e il vaso Demodé per Venini. Un universo di oggetti che testimonia un portfolio vastissimo, dall’automotive ai gioielli, dall’illuminazione al mobile. La mostra è accompagnata da una monografia edita da Silvana Editoriale, curata da Rosa Chiesa e Alessandro Zannoni

Via Simone D’Orsenigo, 27 14 April to 29 May

IL VETRO PROTAGONISTA DA DELVIS (UN)LIMITED

La galleria di design da collezione di Brera presenta The Romance of Fragility, mostra che esplora il valore e il potenziale della fragilità attraverso il materiale per eccellenza: il vetro. Progetto dedicato al collectible design da prospettive originali. tra ironia, critica e riflessione. Sei designer internazionali, ovvero Familiar Form, Serim Kwack, Johan Pertl, Inderjeet Sandhu, Tino Seubert e Maria Tyakina, reinterpretano il vetro sfidandone le convenzioni: chi lo tratta come pietra scolpita, chi lo abbina al metallo, chi ne evoca lo stato liquido, chi gioca con equilibri volutamente precari. La curatela è di Valentina Ciuffi, la direzione creativa di Studio Vedèt, il progetto espositivo di Space Caviar

Via Fatebenefratelli, 9 21 - 26 April

Nilufar trasforma il proprio Depot di viale Lancetti in un hotel immaginario. Nilufar Grand Hotel è il progetto espositivo con cui Nina Yashar, fondatrice della galleria milanese attiva dal 1979, esplora i codici dell’accoglienza attraverso il collectible design. Gli spazi si articolano in hall, camere da letto, sala da pranzo, fumoir e penthouse suite. Tre le stanze firmate da designer d’autore: david/nicolas, Filippo Carandini e Allegra Hicks, ciascuna come un microcosmo autonomo. Al primo piano una Meditation Room con arredi vintage di George Nakashima, al secondo opere di Franco Albini, Gio Ponti e Gabriella Crespi in dialogo con creazioni contemporanee. Il cortile ospita la nuova collezione Punteggiato di Andrea Mancuso.

Viale Lancetti, 34 20 - 26 April

IL GIOCO DA TAVOLO È DESIGN A PALAZZO ARESE BORROMEO

Dal 10 aprile al 10 maggio 2026 Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno ospita 0-99. Design per gioco, mostra che esplora il gioco da tavolo nella sua evoluzione storica. La curatela è di Cristian Confalonieri, co-fondatore di Studiolabo e Fuorisalone. it, game designer e coautore dell’Atlante dei giochi da tavolo, con l’ideazione e co-curatela di Alessia Interlandi. Il percorso spazia dai giochi antichi, come il Gioco reale di Ur, Domino e Tombola, ai grandi classici del Novecento, come Cluedo, Monopoly e Risiko, che sarà presente in un maxi formato giocabile di 90 mq, fino al game design contemporaneo. Spazio anche alla riflessione sull’impatto dell’AI sul settore, con il progetto memorIA sviluppato da Studiolabo e Silvia Badalotti, fotografa e prompt designer. La mostra si chiude con una ludoteca aperta al pubblico.

Via Borromeo, 41, Cesano Maderno (MB) 10 April - 10 May

L’ARTE DEL DETTAGLIO: IL DEBUTTO ITALIANO DI HARUKA MISAWA ALL’ADI DESIGN MUSEUM

bit by bit è la prima mostra personale in Italia dedicata alla designer giapponese Haruka Misawa: un’indagine poetica e rigorosa sulla capacità del progetto di rendere visibile l’impercettibile. Il titolo, letteralmente “un poco alla volta”, allude a un metodo fatto di progressivi avvicinamenti e minime variazioni. In controtendenza rispetto alla sovrabbondanza di immagini del contemporaneo, Misawa si sofferma su ciò che è ordinario e apparentemente insignificante. Materiali essenziali come carta, filo metallico e foglie vengono condotti oltre la loro natura originaria attraverso processi reiterati di osservazione ed esperimento, aprendo uno spazio in cui l’ordinario si rivela inatteso. In contemporanea, le sale dell’ADI Design Museum ospitano i progetti partecipanti al XXIX Compasso d’Oro.

Piazza Compasso d’Oro 21 April - 7 June

IL CAOS SECONDO ANTONIO MARRAS:

23 PEZZI UNICI DA DE CASTELLI

Dal 16 aprile al 31 maggio, la Gallery De Castelli di Milano ospita La Geometria del Caos, mostra site-specific nata dalla collaborazione tra il designer Antonio Marras e l’azienda specialista nella lavorazione del metallo. Ventitré pezzi unici, come totem che sfidano la gravità, paraventi, lampade, specchi e mobili, pensati, disegnati e dipinti da Marras e realizzati con metalli diversi e lavorazioni speciali nelle officine De Castelli. Opere figlie del caso e dell’intuito, in cui mito e forza, materia e arte si incontrano in un alfabeto visivo tutto personale. Marras disobbedisce alle norme: assembla, unisce, trasforma pezzi esistenti e dimenticati in qualcosa d’altro.

Via Visconti di Modrone, 20 16 April – 31 May

TRIENNALE MILANO: BRANZI SECONDO TOYO ITO E LA RETROSPETTIVA VIGNELLI

Triennale Milano si conferma una destinazione di riferimento durante la Design Week con un programma ricco di mostre e appuntamenti. Imperdibile Andrea Branzi by Toyo Ito: Continuous Present, realizzata con Fondation Cartier pour l’art contemporain e curata da Nina Bassoli e Michela Alessandrini: il premio Pritzker Toyo Ito, amico e collaboratore di lunga data di Branzi, firma concept e allestimento di una mostra che attraverso installazioni, oggetti e disegni ripercorre i temi chiave della ricerca del Maestro, dalle sperimentazioni con Archizoom fino a No Stop City. Tra gli altri appuntamenti, Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity dal 25 marzo al 6 settembre curata da Francesca Picchi con allestimento di Jasper Morrison Office for Design. Visitabili gratuitamente le mostre The Eames Houses, Fredericia: una cronaca del design danese, Continuum del brand Gebrüder Thonet Vienna e infine HYLETECH; Frans Dijkmeijer: The Silent Pioneer.

Via Alemagna, 6

Until 4 October

FOCUS SUI CAMINI, PRESENZE SCENICHE

NELLE NOSTRE CASE, NELLO SPAZIO DI VITO NESTA

Dal 18 al 26 aprile, Spazio Vito Nesta ospita Camini. Presenze domestiche nell’era posttecnica, mostra curata da Paolo Casicci che reinterpreta il camino come archetipo domestico nell’era contemporanea. Non un semplice sistema di riscaldamento, ma una presenza scenica e simbolica: questo il filo conduttore di una mostra che raccoglie oggetti inediti nati dalla collaborazione tra progettisti e aziende con solida tradizione manifatturiera. Tra i protagonisti: Matteo Cibic, Lorenzo Damiani, Franco Raggi, Alessandro Guerriero, Gio Tirotto e molti altri. L’atelier milanese del designer Vito Nesta è il contesto naturale per un’indagine sul futuro dell’abitare che, paradossalmente, parte da un gesto primordiale: il bisogno umano di radunarsi attorno a un focolare.

Via Ferrante Aporti, 16 18 - 26 April

nella pagina a fianco in senso orario: Sergio Asti, lampada Profiterolle, Martinelli Luce, Fragile Milano. Photo Nicola Galli / Nilufar Grand / Hotel, mostra al Nilufar Depot. Photo Filippo Pincolini / Valeria Molinari, Backgammon Volante. Photo Beatrice Arenella / Tino Seubert, Ferric Glass, Table Lamp, Studio Delvis in questa pagina in senso orario: Courtesy of Haruka Misawa / Andrea Branzi, La metropoli merceologica, 2010. Photo Daniel Kukla. Courtesy Friedman Benda and Andrea Branzi / Drawing by Alessandro Guerriero, courtesy of the designer / Antonio Marras, Totem for De Castelli, La Geometria Del Caos. Photo Parise

TRA ARTE E DESIGN

Collaborazioni inedite tra artisti e aziende del design e mostre a cavallo tra questi due mondi segnano questa edizione del Fuorisalone

Durante la Design Week, Pandolfini Casa d’Aste presenta Giardino Alchemico, mostra personale dell’artista francese Julie Hamisky, dal 22 al 26 aprile nella sede milanese di via Manzoni 45, in collaborazione con Mitterrand Gallery. L’esposizione riunisce sculture e gioielli che riflettono la ricerca dell’artista sulla trasformazione della materia organica. Attraverso la tecnica dell’elettroplaccatura, Hamisky preserva fiori ed elementi vegetali nel momento che precede il loro decadimento, fissandone forme e texture in sottili involucri metallici. Ne nasce un “giardino sospeso” in cui convivono opere monumentali e lavori più intimi, tra cui lampade e nature morte. Il processo, in parte imprevedibile, genera variazioni cromatiche e formali che rendono ogni pezzo unico: una riflessione sul tempo e sulla metamorfosi della natura, trasformata in presenza scultorea duratura.

Via Manzoni, 45 22–26 April

LA CERAMICA GRECA IN MOSTRA DA THE GREAT DESIGN DISASTER

A ridosso dell’Art Week e della Design Week, inaugura Ceramics – Second Edition, una mostra realizzata dalla Galleria Eleftheria Tseliou di Atene in collaborazione con The Great Design Disaster, lo spazio di via della Moscova fondato da Joy Herro. Secondo capitolo di un progetto avviato nel 2018, l’esposizione si inserisce in un ciclo con cui la galleria esplora i linguaggi della pratica artistica contemporanea. Protagonista è la ceramica, medium dalle origini antichissime che continua a rinnovarsi nel presente. Da oggetto d’uso a forma espressiva autonoma, mantiene intatto il suo carattere alchemico senza perdere vitalità, rimanendo centrale nel dialogo tra tradizione e sperimentazione.

Via della Moscova, 15 16 April - 29 May

L’INSTALLAZIONE DI AI WEIWEI PER RUBELLI CONFERISCE ALLA SETA UN NUOVO SIGNIFICATO

La tessitura Rubelli presenta About Silk, un’installazione immersiva nel proprio showroom di via Fatebenefratelli realizzata in collaborazione con l’artista e attivista Ai Weiwei. Il progetto trasforma lo spazio in una scenografia avvolgente, in cui il visitatore è chiamato a entrare fisicamente nell’opera. Protagonista, infatti, è un lampasso di seta decorato da un fitto intreccio di simboli che ripercorrono la storia e l’impegno politico dell’artista. Per la prima volta, Ai Weiwei traduce il proprio linguaggio espressivo in tessuto, mettendo in dialogo il suo immaginario con la tradizione millenaria della seta, ponte culturale tra Cina e Venezia. Lo showroom del brand famoso per le sue sete cangianti e per i tessuti decorativi si trasforma così in una scatola scenica che permette di toccare con mano la complessità del lavoro tessile e di percepire la stratificazione di significati infuse dall’artista.

Via Fatebenefratelli, 9 16–25 April

NATHALIE DU PASQUIER E GEORGE SOWDEN

RICREANO PER KERAKOLL UNA CITTÀ

IMMAGINARIA DENSA DI COLORE

L’azienda emiliana presenta Teatro della Vita, installazione firmata da Nathalie Du Pasquier e George Sowden che trasforma il Kerakoll Brera Studio di via Solferino in un paesaggio urbano immaginario. Il progetto nasce per raccontare i 1.500 colori di Kerakoll Colors attraverso un ambiente immersivo e sensoriale. Ispirata a Proposition pour une petite ville (1984), l’opera ricostruisce una città astratta fatta di volumi, geometrie e scorci che si rivelano da prospettive sempre diverse. Il colore diventa così elemento architettonico e linguaggio progettuale, capace di definire lo spazio e suggerire nuove modalità di abitare. L’installazione interpreta la città come un palcoscenico dinamico, dove superfici e texture costruiscono ambienti accoglienti, restituendo una visione in cui design e percezione si fondono in un’esperienza visiva coinvolgente.

Via Solferino, 16 21–25 April

dall'alto in senso orario: Julie Hamisky, Volcano , Courtesy of the artist and Mitterrand Gallery / Ai Weiwei and Nicolò Favaretto, courtesy of Rubelli / Teatro della vita , rendering image, courtesy Kerakoll / Preview image, photo credit Alina Lefa

NUOVI SPAZI

Showroom che accolgono brand al loro debutto in Italia o sono appena stati rinnovati da cima a fondo su progetti di grandi studi di architettura: ecco che cosa si muove in città

NEL CUORE DI BRERA NASCE UN LUOGO DEDICATO

ALLA CULTURA DELL’ABITARE CONTEMPORANEO

In via Montebello 27, all’interno di uno stabile di scuola pontiana, Ipunto0 propone per il distretto una configurazione inedita: un nuovo luogo che mette al centro ascolto, relazione e sviluppo progettuale. Ideato da  Mariacristina Giobbi, lo spazio interpreta in chiave attuale alcuni elementi dell’immaginario di Gio Ponti – l’arco, il cerchio, la finestra abitata, il dialogo tra luce, superfici e materiali – trasformandoli in un linguaggio essenziale e riconoscibile. Il percorso si sviluppa come una sequenza di ambienti, introdotti da un pre-ingresso che prepara a un’esperienza più intima che espositiva:  sei ambienti distinti, ciascuno con una propria identità, compongono una narrazione coordinata da una visione condivisa dell’interior design

Via Montebello, 27

From April 9

LA REDOUTE ARRIVA A MILANO: IL PRIMO SHOWROOM

DELLO STORICO BRAND FRANCESE

Il marchio francese nato nel lontano 1837 come realtà tessile consolida la propria presenza in Italia con l’apertura del primo showroom milanese in via Leopardi 26. Progettato da Studio Nomade Architettura, lo spazio è concepito come un ambiente domestico e accogliente, più vicino a una casa che a uno showroom tradizionale, e ospita le collezioni dei brand La Redoute e AMPM. Distribuito su due livelli, accoglie al piano terra una selezione indoor e outdoor affacciata su un giardino, mentre al piano superiore valorizza le preesistenze architettoniche con un’atmosfera più raccolta. L’apertura si inserisce nel percorso di crescita di un marchio dalla lunga storia, raccontata anche dalla mostra La Redoute, un temps d’avance. Mode, Design, Publicité, in corso fino al 5 luglio negli spazi de La Piscine di Roubaix.

Via Leopardi, 26

From 26 March, by appointment only

in this page clockwise: Atrium. Photo Giorgio Possenti / Contardi lighting, new showroom, upstairs / Fornasetti vases, Serratura malachite / La Redoute, Showroom Milano. Photo Maria Teresa Furnari

CONTARDI LIGHTING RIAPRE IN CORSO MONFORTE CON UNO SHOWROOM RINNOVATO

L’azienda italiana di illuminazione riapre il proprio showroom milanese in Corso Monforte 20, completamente rinnovato su progetto di Dainelli Studio Il nuovo spazio traduce in forma architettonica l’evoluzione dell’identità del brand, configurandosi come un ambiente esperienziale in cui luce e materia dialogano in modo essenziale. Il percorso si sviluppa tra due livelli: al piano strada, una selezione di lampade indoor è accolta in un’atmosfera calda e avvolgente, mentre il basement – aperto per la prima volta al pubblico – ospita le collezioni outdoor in uno scenario più intimo e crepuscolare. Qui trova spazio anche una nuova materioteca, con un’ampia gamma di finiture, tessuti, vetri e marmi, pensata per progettisti e professionisti.

Corso Monforte, 20

From April 7

FORNASETTI SVELA IL RESTYLING DELLO STORE FIRMATO TUTTO BENE

In occasione della Design Week, Fornasetti presenta il restyling del suo storico store milanese in Corso Venezia a opera dello studio internazionale Tutto Bene. L’intervento di rinnovamento ridefinisce lo spazio come una vera narrazione immersiva, capace di tradurre in architettura l’immaginario del brand fondato da Piero Fornasetti e oggi guidato dal figlio Barnaba. Lo store si sviluppa su tre livelli. Al piano terra, Fornasetti Space introduce i visitatori in un ambiente sospeso tra galleria e atelier, che durante la settimana del design ospita il flower shop temporaneo Fornasetti Fiori by Fjura. Il primo piano, pensato come The Living Archive, presenta il catalogo attraverso un allestimento ispirato agli archivi museali, mentre al livello superiore, The Apartment ricrea ambienti domestici in cui le collezioni dialogano con lo spazio abitato.

Via Senato, 2

From 20 April

DA BERE E DA MANGIARE

Luoghi dove ristorarsi tra una visita e l’altra e progetti che riflettono sul rapporto tra cibo e design

UN BAR SULLE NUVOLE TUTTO IN CERAMICA

La SiMa Townhouse, il locale progettato da Massimiliano Locatelli in una palazzina terra-cielo di Corso di Porta Vigentina cambia pelle rivestendosi di ceramica smaltata. A monte di questo progetto di sicuro effetto c’è l’incontro, avvenuto in un piccolo villaggio a nord di Hanoi, tra l’architetto milanese e un artigiano vietnamita in possesso di una tecnica straordinaria. Quest’ultimo è in grado di ricreare intere pareti nel suo materiale preferito suddividendole in piccole porzioni da riassemblare successivamente come i pezzi di un puzzle. SiMa Glazed Bar, questo il nome dell’intervento, è un vero e proprio takeover che investe tutti e tre i piani dell’edificio trasformandoli rispettivamente in un bar tra le nuvole, nella sala del Teatro alla Scala e in un angolo di campagna francese.

Corso di Porta Vigentina, 12

IL BAR ADRENALINA, DOVE I RUMORI

DIVENTANO MUSICA E UN DIVANO

Dopo aver indagato il legame tra tatto e design progettando un divano insieme a persone non vedenti, i designer di Debonademeo Studio, art director di Adrenalina, passano a studiare il suono come materia progettuale. Nel Cortile dell’Orologio di Palazzo Litta, il Boccascena Caffè ospita Bar Adrenalina, con un’installazione site-specific curata dall’artista di fama internazionale Michele Spanghero. Qui, in uno spazio arredato in omaggio alla “Milano da bere” e popolato da opere d’arte, ogni rumore prodotto dagli avventori – vibrazioni, fruscii, risate, conversazioni sussurrate – viene catturato e raccolto in un database sonoro che poi servirà per produrre una composizione musicale originale e per progettare un nuovo divano. Per chi oltre ad avere sete ha voglia di sentirsi parte di una performance.

Corso Magenta, 24

CICCHETTI E SHOW-COOKING IN UNA PISCINA COMUNALE

Il brand milanese-muranese 6:AM aveva stupito lo scorso anno con una personale negli storici ex-bagni pubblici della Piscina Cozzi. Questa volta mette in scena le sue creazioni in vetro in un altro impianto natatorio lì vicino, la Piscina Romano a due passi da piazza Piola, inaugurata nel 1929 su progetto di Luigi Lorenzo Secchi. L’esposizione si intitola Over and over and over and over e si concentra sulla ripetizione del gesto propria del lavoro artigianale, approfittando dell’occasione per introdurre al pubblico nuovi pezzi firmati da Hannes Peer. L’area bar accoglie invece il Bar Pieno curato da Vicino Wine Club, che rimarrà aperto durante tutta la settimana con un’offerta molto veneziana basata sui tipici cicchetti e le esibizioni live di chef da tutta Italia.

Via Ampère, 24

COLAZIONE DA CUCCHI E MARNI

La storica pasticceria a due passi dai Navigli, fondata nel 1936 e diventata nel tempo una vera e propria istituzione cittadina, apre volentieri le sue porte ai designer. Lo ha fatto, per esempi, alcuni anni fa facendosi rifare completamente il look da Cristina Celestino, e poi in tempi più recenti con una serie di attivazioni temporanee durante il Fuorisalone. Quest’anno, arriva il progetto MARNI x CUCCHI: un takeover realizzato in collaborazione con RedDuo Studio che fonde elementi visivi propri delle due realtà milanesi dando vita a un vocabolario condiviso nei toni del rosso e del verde. Motivi a pois e righe dal fascino retrò, oltre ad apparire su una nuova collezione di tazze da caffè e cappuccino progettata dai designer, invadono i tessuti d’arredo, il packaging dei prodotti e le uniformi dello staff.

Corso Genova, 1

LA PASTA IN TRE DIMENSIONI

Edible Reveries, fantasticherie che si possono mangiare: è questo il titolo della mostra immaginata dallo Studio Yellowdot, una realtà internazionale con uffici a Istanbul e Hong Kong, e da Artisia, la linea di pasta stampata in 3D di Barilla, a Porta Venezia. Tra spaghetti tridimensionali da assaggiare sul posto annaffiandoli con un cocktail, nuovi formati ispirati al gesto di modellare l’impasto con la punta delle dita e arredi che evocano dei maccheroni fuori scala progettati da Yellowdot come esperimenti concettuali, ci sono forti chance che gli appassionati di food trovino pane – anzi, pasta – per i loro denti. “Ci siamo concentrati sullo scambio tra la mano, l’oggetto e il boccone, nel punto in cui al precisione digitale si fa qualcosa di tattile e intimo”, spiegano i designer.

Via Melzo, 34

UN ANGOLO DI FINLANDIA SUL NAVIGLIO PAVESE

I fiori sono una cosa seria, anzi serissima, per Marimekko fin dagli anni Sessanta, quando la designer Maija Isola immaginò l’iconica fantasia Unikko con i suoi papaveri resi come astrazione grafica piuttosto che in maniera fotorealistica. L’Osteria Fiori, la “casa” temporanea del brand durante la Design Week in via Ascanio Sforza, sul Naviglio Pavese, è un inno al floreale con un’installazione tessile basata sul nuovo pattern Kukasta kukkaan disegnato a mano dall’artista Erja Hirvi, una collezione di ceramiche per la tavola che si possono acquistare sul posto e una proposta di aperitivi e piattini di ispirazione finlandese curata dalla chef Maud Saddok del ristorante Maukku di Helsinki disponibile durante tutta la giornata.

Via Ascanio Sforza, 75

da sinistra a destra: Massimiliano Locatelli, SiMa Glazed Bar , photo Giulio Ghirardi / 6:AM, Over and over and over and over , preview, photo Tommaso Mariniello / Bar Adrenalina, courtesy of Adrenalina / Courtesy of Marni / Marimekko, Osteria Fiori , courtesy of Marimekko/ Spaghetto 3D, courtesy of Artisia

MILAN ROME TURIN BOLOGNA VENICE

Galleria Crédit Agricole - Refettorio delle Stelline

Corso Magenta 59, Milano

ANDY WARHOL PASSAGGIO IN ITALIA

1975 - 1987

Dal 20 marzo al 20 giugno 2026

Ogni venerdì e sabato ingresso gratuito ore 12-20

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