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MESTIERI D’ARTE & DESIGN Poste Italiane S.p.A-Sped. In Abb.Post.- D.L353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1,comma 1 DCB Milano - Aut.Trib. di Milano n.505 del 10/09/2001 - Supplemento di Arbiter N. 189/XLV MdA18_ cover Scelta def.indd 1

N O SI R D VE DE SH U LI L G NC I EN

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Mestieri dArte Design

HOMO FABER

A Venezia l’eccellenza e il talento dei maestri d’arte europei

FRANCIA

La tessitura della Manifattura Robert Four di Aubusson incontra l’estro di Pierre Marie

ITALIA

Il laboratorio felice dell’Atelier Fornasetti a Milano tra artigianalità e tradizione

SPAGNA

Daniel López-Obrero Carmona e le sue creazioni in pelle a Cordova con le antiche tecniche

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Editoriale

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UN DESIDERIO NUOVO: QUELLO DI UMANITÀ

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Vorremmo essere sicuri che ci sarà sempre qualcosa che le mani dell’uomo sapranno fare meglio di qualunque macchina, con poesia e talento

Il sommo Johann Sebastian Bach era solito perseguire, nelle sue leggendarie composizioni, la ricerca di un equilibrio sorprendente e mutevole, eppure sempre perfetto: nella sontuosità monumentale delle sue opere non vi è mai nulla di eccessivo e nella purezza dei suoi temi non c’è mai nulla di banale. Si percepisce in ogni battuta un lungo e paziente lavoro di studio ispirato, che trasforma la competenza in talento e il talento in un progetto. Dove ogni progetto è semplicemente perfetto, equilibrato, memorabile. Saper riconoscere la giusta misura, saper rispettare la dimensione liminale, saper creare l’equilibrio perfetto sono caratteristiche dei più grandi artigiani, che sanno sempre suggerire quale sia il paradigma più preciso: quello in cui non vi è mai nulla in più, né mai nulla in meno. Le storie che abbiamo selezionato per questo numero di Mestieri d’Arte & Design costituiscono una narrazione di questa saggia creatività, di questo rispetto per il tempo e la materia che rendono i mestieri d’arte così sostenibili, e dunque contemporanei. Presentati a Venezia nel contesto di Homo Faber: crafting a more human future, e inseriti quindi nel quadro di un movimento culturale di dimensione europea, i mestieri d’arte sembrano assumere la funzione di catalizzatori di un desiderio nuovo: quello di umanità. Vorremmo pace e misura. Vorremmo una felicità che sia innanzitutto condivisione e gioia, calma e poesia. Vorremmo essere sicuri che ci sarà sempre qualcosa che le mani dell’uomo sapranno fare meglio di qualunque macchina, con poesia e talento, come Barnaba Fornasetti racconta a Ugo La Pietra.

alla giusta misura: niente in eccesso, come già ammoniva l’Oracolo di Delfi. La sintesi enigmatica degli oggetti commissionati da Michele De Lucchi a otto coppie di artigiani e designer lo rappresenta molto bene: tabernacoli del fare, questi manufatti sono come parole concentrate, sintetiche, poetiche. Parole che colmano un bisogno, che riconoscono uno spazio vuoto in cui desideriamo mettere un po’ di noi, del nostro cuore, della nostra attenzione. Come del resto dovremmo fare sempre e come i maestri d’arte insegnano: per fare la differenza, per contribuire alla bellezza, occorre fare bene quanto si è in grado di compiere, sino in fondo. I maestri artigiani non possono non esprimere il meglio di sé: la testimonianza di Roberto Capucci, cui è dedicata una nuova pubblicazione qui presentata in anteprima, lo ricorda con forza e con sorridente determinazione. Il chiasso e l’inutile fragore del mondo si contrappongono alla concentrazione negli atelier dei maestri artigiani: luoghi appartati, forse fuori dal tempo, eppure così attuali nella loro complessità. Luoghi difficili da rintracciare, splendidi da scoprire, facili da amare. Perché oggi, in tempi di sperimentare superfluo, cosa ci fa davvero innamorare? Che cosa ci fa stupire? Da che cosa ci lasciamo incantare? Che cosa ci trasforma, come ricorda Franco Cologni nel suo Risguardo? La lezione dei grandi maestri ce lo insegna: dalla semplicità della bellezza. Da quel quieto splendore che tutto sommato sembra ancora annidarsi negli spazi interiori lasciati liberi dall’eccesso e dallo stordimento. Da quella sorpresa che si disegnava sul viso dei visitatori di Homo Faber, quando parlavano con maestri artigiani provenienti da tutta Europa, e che sempre compare quando davvero riusciamo a scoprire, tra il superfluo e il necessario, l’indispensabile: l’autenticità di un gesto che parla dell’uomo, che rivela il talento, che anticipa un futuro in cui la gentilezza del tocco umano sarà più forte della fredda precisione dei robot. Buona lettura!

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Vorremmo non doverci continuamente confrontare con la scarsità di tempo, sempre e comunque: tempo che manca sia per noi stessi sia per i gesti che compiamo. I maestri d’arte, da chi realizza cappellini meravigliosi a chi lavora il cuoio rivitalizzando un’eredità antica di secoli, sanno che il tempo e la concentrazione sono fondamentali per ottenere quell’eccellenza che porta alla perfezione e dunque

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MESTIERI D’ARTE & DESIGN

Poste Italiane S.p.A-Sped. In Abb.Post.- D.L353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1,comma 1 DCB Milano - Aut.Trib. di Milano n.505 del 10/09/2001 - Supplemento di Arbiter N. 189/XLV

FRANCIA

La tessitura della Manifattura Robert Four di Aubusson incontra l’estro di Pierre Marie

ITALIA

Il laboratorio felice dell’Atelier Fornasetti a Milano tra artigianalità e tradizione

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SPAGNA

Daniel López-Obrero Carmona e le sue creazioni in pelle a Cordova con le antiche tecniche

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In copertina, dettaglio della sala Best of Europe, allestita presso la Fondazione Giorgio Cini in occasione della mostra Homo Faber: Crafting a more human future. Curatela di Jean Blanchaert, progetto di Stefano Boeri (foto di Fred Merz © Michelangelo Foundation).

Crafting a more human future HOMO FABER di Franco Cologni

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Percorsi NELLE TRAME DELLA MODA di Judith Clark

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Tra design e mestiere d’arte IL LABORATORIO FELICE di Ugo La Pietra

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HOMO FABER

A Venezia l’eccellenza e il talento dei maestri d’arte europei

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Atmosfere magiche LO SPAZIO SECONDO INDIA di Alberto Cavalli

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Mestieri dArte Design

ALBUM di Stefania Montani

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Editoriale UN DESIDERIO NUOVO: QUELLO DI UMANITÀ di Alberto Cavalli

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Creatività sintetica QUANDO IL MOPLEN DIVENTA ARTE di Jean Blanchaert

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Contenitori di concetti SPAZIO DI VIAGGIO di Ugo La Pietra

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Felicità del fare IL FIN LA MERAVIGLIA di Alessandra de Nitto Collaborazioni L’INCONTRO DEI CENTO PER LA MISSIONE DEL NETWORK di Jacques Rey

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Il Made in Italy di domani IL NOVEMBRE DEL MINI MASTER di Federica Cavriana Scoprire... e Riscoprire FAB FOUR di Giovanna Marchello Tradizioni nautiche DUE DONNE CHE TIRANO LA CORDA di Andrea Tomasi Restoring Art’s Masters ANCHE IL DESIGN HA IL SUO RESTAURO di Isabella Villafranca Soissons Personaggio unico L’ETERNA BELLEZZA DEI FIORI DI SETA di Susanna Pozzoli Maestri d’arte PASSIONE DI CUOIO di Alberto Merlo Eccellenze scozzesi LA QUALITÀ APPESA A UN FILO di Akemi Okumura Roy Saper fare IN SELLA ALLE MIE BICI di Stefano Micelli Le belle speranze IN DISCESA LIBERA di Andrea Tomasi

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Opinioni 12 14

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Fatto ad arte di Ugo La Pietra RISCOPRIRE LA NOSTRA CULTURA DEL FARE

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Ri-sguardo di Franco Cologni L’ESSERE UMANO AL CENTRO

Tesori viventi di Alessandra de Nitto ROBERTO CAPUCCI, IL SUBLIME NELLA MODA

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Collaboratori

A RTI G I A NI D E L L A PA R O L A STEFANIA MONTANI

AKEMI OKUMURA ROY

ALBERTO MERLO

JEAN BLANCHAERT

SUSANNA POZZOLI

JUDITH CLARK

STEFANO MICELLI

ANDREA TOMASI

ISABELLA VILLAFRANCA SOISSONS

GIOVANNA MARCHELLO

Giornalista, ha pubblicato due guide alle Botteghe artigiane di Milano e una guida alle Botteghe artigiane di Torino. Ha ricevuto il Premio Gabriele Lanfredini dalla Camera di Commercio di Milano per aver contribuito alla diffusione della cultura e della conoscenza dell’artigianato.

Ha conseguito una laurea in Musica e architettura e una in Gestione dell’arte. Dal 2017 dirige la Fondazione Loewe, nata nel 1988 per promuovere la creatività, la didattica e la salvaguardia dell’arte e dell’alto artigianato. È responsabile del Loewe Craft Prize.

Fotografa con esperienze internazionali di residenze, lunghi soggiorni e mostre prestigiose, si dedica allo studio e alla rievocazione di storie e luoghi raccontati con uno stile personale. I suoi progetti alludono con grazia a preziose realtà nascoste. La fotografia è il suo strumento per una ricerca artistica approfondita.

Professore di Economia e Gestione delle imprese e Presidente del Corso di laurea in International Management presso Università Ca’ Foscari di Venezia. Autore del volume Futuro Artigiano (Marsilio), curatore di mostre ed eventi, da sempre si occupa di New Craft anche a livello internazionale.

Torinese, laureata al Politecnico in Restauro architettonico e diplomata restauratore a Firenze. Appassionata di arte in tutte le sue forme, vive e lavora a Milano, dopo una lunga esperienza come conservatore a New York e Londra. Attualmente è direttore dei Laboratori di Conservazione e Restauro di Open Care.

Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte

Direttore generale: Alberto Cavalli Direttore progetti editoriali: Alessandra de Nitto Organizzazione generale: Susanna Ardigò

MESTIERI D’ARTE & DESIGN Semestrale – Anno IX – Numero 18 Dicembre 2018 Direttore responsabile ed editore: Franz Botré A cura di Alberto Cavalli Editor at large: Franco Cologni Direttore creativo: Ugo La Pietra Redazione: Enzo Rizzo (vicedirettore) Alberto Gerosa Grafica: Anna Roberta Zagliani

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Hanno collaborato a questo numero Testi: Jean Blanchaert, Federica Cavriana, Judith Clark, D&L Servizi editoriali (revisione testi), Giovanna Marchello, Alberto Merlo, Stefano Micelli, Stefania Montani, Akemi Okumura Roy, Susanna Pozzoli, Jacques Rey, Francesco Rossetti (editing), Andrea Tomasi, Isabella Villafranca Soissons Immagini: Evelyn Ansel, Atelier Pestelli, Collezione Museo dell'arredo contemporaneo di Ravenna, Peter Elovich,

Dopo essersi occupata della comunicazione per grandi brand del lusso, lascia Tokyo e il natio Giappone per seguire a Londra il marito, fotografo inglese. Lavora ora come corrispondente per numerosi media nipponici.

Artista poliedrico, disegnatore, illustratore, calligrafo e scultore in vetro, conduce la galleria di famiglia specializzata in vetro, ceramica, smalto e altri «materiali» contemporanei. Curatore di centinaia di mostre in Italia e all’estero, è collaboratore fisso di Art e Dossier (Giunti Editore) e del programma Passepartout.

Curatrice di moda e ideatrice di mostre, è docente di Moda e museologia all’Università delle Arti di Londra. Ha curato importanti esposizioni al Victoria & Albert Museum di Londra, al ModeMuseum di Anversa, a Palazzo Pitti a Firenze, al Palais de Tokyo di Parigi, e al Simone Handbag Museum a Seul.

Giornalista, ama raccontare storie di grandi dinastie o di chi ha saputo farsi da solo inseguendo sogni, idee e intuizioni. Si è laureato al Dams in Storia del cinema nonostante i suoi genitori lo volessero cuoco o architetto. Dopo una lunga esperienza in redazione oggi si divide tra l’attività di freelance e quella di consulente editoriale.

Cresciuta in un ambiente internazionale tra il Giappone, la Finlandia e l’Italia, appassionata di letteratura inglese, vive e lavora a Milano, dove si occupa da 20 anni di moda ed è specializzata in licensing.

Elisabeth Emmerhoff, Nicolas Falquet, Gsus Fdez, Fornasetti, Lucie Jansch, Michelangelo Foundation (Tomas Bertelsen, Alessandra Chemollo, Ginevra & Nicolo, Marco Kesseler, Fred Merz, Lola Moser), Christine Rogge, Francesco Rossetti Traduzioni: Traduko, Giovanna Marchello (editing e adattamento) Mestieri d’Arte & Design è un progetto della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Via Lovanio, 5 – 20121 Milano © Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. Prestampa: Adda Officine Grafiche Spa Stampa: Tiber Spa, via della Volta 179, Brescia Tutti i diritti riservati. Manoscritti e foto originali, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. È vietata la riproduzione, seppur parziale, di testi e fotografie.

Pubblicazione semestrale a cura di Symbol srl Direzione e redazione: via Francesco Ferrucci 2 20145 Milano Telefono: 02.31808911 info@arbiter.it

PUBBLICITÀ A.MANZONI & C.

Via Nervesa 21, 20139 Milano tel. 02.574941 www.manzoniadvertising.com

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Fatto ad arte

RISCOPRIRE LA NOSTRA CULTURA DEL FARE Non era impresa facile, imporre al grande pubblico le arti applicate italiane che sia le istituzioni sia le gallerie e il collezionismo trascurano ormai da lungo tempo. Con Homo Faber Franco Cologni e Johann Rupert sono riusciti nell’intento

Ormai è sempre più chiaro che lo sviluppo del nostro disegno industriale ha creato, negli ultimi decenni, un profondo solco tra il craft europeo e le nostre esperienze di artigianato. Da qualche tempo, però, la riscoperta della nostra cultura del fare ci sta inevitabilmente portando verso quel confronto che era stato più volte sviluppato attraverso le Triennali delle arti applicate tra gli anni 30 e 50. Dopo un percorso di progressivo avvicinamento all’artigianato artistico di eccellenza italiano, la Fondazione Cologni da anni si è impegnata a sostenere e divulgare la nostra cultura del fare: è stata un’impresa unica per quantità e qualità di iniziative, ma certamente possiamo dire che con Homo Faber la Fondazione ha raggiunto la meta più ambiziosa, iniziando a riproporre al grande pubblico il confronto tra il nostro artigianato artistico e il craft europeo. Homo Faber (talento, passione, creatività) è apparso come un fenomeno eccezionale nel panorama italiano dove le nostre arti applicate, da troppo tempo, non godono dell’impegno e dell’attenzione delle nostre istituzioni (musei e scuole), del mercato (gallerie di arte applicata contemporanea), del collezionismo con conseguente quotazione delle opere. Franco Cologni, con la sua Fondazione, insieme a Johann Rupert, hanno costituito la Michelangelo Foundation of Creativity and Craftsmanship: hanno fatto il miracolo!

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il riscatto del nostro artigianato artistico di eccellenza, al mondo del craft europeo. La rassegna ci ha portato a conoscere opere e autori ma ha anche creato veri e propri modelli espositivi: dalla grande mostra Creativity and craftsmanship con un curatore (Michele De Lucchi), un tema, otto autori di fama internazionale che hanno progettato opere con altrettanti bravi artigiani (in un allestimento creato ad hoc capace di valorizzare le opere nell’ambiente), alla rassegna Best of Europe che raccoglie gli esemplari più significativi di artigianato artistico contemporaneo, dando così a molti nostri bravi artigiani l’opportunità di mettersi a confronto con l’eccellenza del craft europeo, a cui si aggiungono modelli espositivi con mostre più vicine a certe esperienze di conoscenza «storica», vedi Centuries of shape dove viene indagata l’evoluzione storica della tipologia del vaso.

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Ci sono stati precedenti che hanno cercato di costruire una manifestazione intorno all’artigianato artistico d’eccezione e alle arti applicate (Biennale delle Arti Applicate di Todi nel 1996, di Boario Terme nel 2005 e 2007 nonché la rassegna Artigiano Metropolitano a Torino del 2003), che però non sono riusciti a ottenere un così ampio coinvolgimento di operatori e pubblico. Invece la grande rassegna di Homo Faber, realizzata in uno dei più prestigiosi e affascinanti luoghi (la Fondazione Cini di Venezia), ha esaurito il lungo percorso che da troppo tempo stavamo aspettando: l’avvicinamento e, quindi,

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A queste mostre principali si sono aggiunte 16 esposizioni con opere, installazioni, laboratori di restauro, proposizioni ed esemplificazioni di particolari tecniche artigianali attraverso la presenza fattuale di vari maestri impegnati in diverse elaborazioni, e poi la moda e la meccanica. Ecco riscoperto e valorizzato il nostro artigianato, quello che ha conservato saperi antichi ma ha saputo rinnovarsi in modo tale da potersi confrontare con le esperienze di altri territori. Con Homo Faber è nata anche una nuova manifestazione, una sorta di «Biennale dell’artigianalità»: sì, perché nell’intenzione della Michelangelo Foundation c’è la volontà di continuare questa esperienza colmando un vuoto che è solo di questa disciplina. Di fatto manca un festival internazionale come rassegna del meglio di ciò che viene pensato e prodotto. L’augurio è quindi, per chi governerà le prossime manifestazioni, che sappia scegliere di volta in volta una commissione di esperti e studiosi capaci di tracciare le linee culturali verso il confronto e lo sviluppo di questa grande area disciplinare.

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Tesori viventi

ROBERTO CAPUCCI, IL SUBLIME NELLA MODA Un saggio inedito sull’artista-artigiano che ha reso le creazioni di alta moda vere e proprie architetture di tessuto A Roberto Capucci, tra i grandi padri della moda italiana, alla sua arte e al suo genio artigiano è dedicato il nuovo titolo della collana «Mestieri d’Arte», Lo scultore della seta. Roberto Capucci, il sublime nella moda, di Gian Luca Bauzano, a cura della Fondazione Cologni per Marsilio Editori. La sua storia è ben nota agli studiosi, esperti e appassionati di moda e costume: il suo nome brilla inconfondibile nel panorama dell’eccellenza creativa internazionale. Nato a Roma nel 1930, il Maestro debutta ufficialmente a Firenze in occasione delle prime sfilate di moda organizzate da Giovanni Battista Giorgini nella villa di famiglia, nel cuore della città. Inizia così l’ascesa del mito Capucci: le sue non sono solo creazioni di alta moda, abiti in tessuti preziosi per le star di Hollywood e le rappresentanti dell’aristocrazia romana e del jet set internazionale, ma vere sculture, straordinarie architetture in tessuto. Negli anni 80 è antesignano della contemporaneità: i suoi abiti destano ammirazione e fanno scalpore, sfilano sulle passerelle di tutto il mondo e sono presenti nei musei e nelle istituzioni d’arte più importanti, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma alla Schauspielhaus di Berlino, da Palazzo Strozzi a Firenze al Kunsthistorisches Museum di Vienna, fino alla Biennale d’Arte di Venezia. Un percorso unico nel suo genere: dall’arte all’altissima artigianalità, in 75 anni di attività ininterrotta l’intera carriera del Maestro è emblema di un savoir-faire di assoluta eccezione. Ancora oggi la sua creatività si esprime vivissima e densa di suggestioni visionarie e fantastiche soprattutto nei disegni, di cui il volume presenta una selezione di grandissimo fascino e bellezza («l’alfa e l’omega di ognuna delle mie creazioni», scrive il Maestro), che testimonia pienamente la passione di Capucci per forme, colori, materiali, per l’arte e la natura, sue fonti di ispirazione continue, per la sua tuttora inesauribile capacità inventiva e realizzativa. Grazie alla ricostruzione puntuale, attenta e appassionata di Gian Luca Bauzano, firma autorevole del Corriere della Sera, giornalista, studioso e curatore di moda, costume e musica, da sempre molto vicino a Roberto Capucci, grande amico e conoscitore

della sua vita e della sua opera, il volume ci restituisce con forza il ritratto affascinante e in molta parte inedito di un grandissimo artista-artigiano: un vero «Tesoro vivente», secondo la poetica definizione che il Giappone dà dei suoi più grandi Maestri, tutelandone e proteggendone l’attività come patrimonio artistico e culturale fondamentale. L’autore ce ne offre un racconto appassionante, intessuto di ricordi ed emozioni personali, che si dipana in modo coinvolgente anche attraverso le meravigliose immagini dei suoi più celebri abiti e dei disegni, tratti dall’incredibile corpus quasi del tutto inedito di oltre 300 opere autografe. Ricorda Franco Cologni nella sua introduzione che il volume vuol essere in primis un tributo alla grandezza di un’eccellenza creativa che è stata ed è un vanto per il nostro Paese, ma anche «una sorta di poetico manuale per giovani creativi, che nella storia di Capucci devono trovare un cammino saggio ed esaltante, autentico e concreto verso la consapevolezza che la moda non è solo glamour ma è lavoro, impegno, dedizione e dialogo serrato con i maestri e gli artigiani». Perché Roberto Capucci, raffinato interprete dell’alta maestria italiana, ha saputo scrivere parole «che oggi i giovani creativi devono imparare a memoria: arte, mestiere, talento, competenza, lavoro, visione, coraggio, bellezza». Una bellezza che nella sua opera trova un’intramontabile, personalissima e audace declinazione, che non smette di parlare agli occhi e al cuore.

Alessandra de Nitto, Direttore progetti editoriali della Fondazione Cologni dei Mestieri d’arte

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Tavolo Kyoto, capolavoro di Bottega Ghianda Tavolo costruito con doghe di legno unite fra loro da 1705 incastri a 45° a formare una trama quadrata (con 1600 fori) su cui giocano luci e ombre. Gambe a chiasmo sfilabili e posizionabili a piacere. Il rigore geometrico e la perfezione esecutiva fanno di questo tavolo-scultura un oggetto pratico e allo stesso tempo elegante e poetico. Design Gianfranco Frattini, 1974

La community degli amanti del ben fatto www.well-made.it Courtesy Bottega Ghianda Photo: Gilles Dallière, Richard Alcock

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di Stefania Montani

J. & L. LOBMEYR Vienna, Kärntner Strasse 26 Vero polo dell’eccellenza, la Lobmeyr è una realtà che dal 1823, anno della sua fondazione a Vienna, non ha mai smesso di crescere in raffinatezza, precisione delle operazioni artigianali, creatività di modelli nei differenti campi, dai bicchieri agli specchi ai lampadari. Fu Josef Lobmeyr a iniziare la produzione dei vetri «austro-boemi», divenendo presto fornitore della casa imperiale. Questo artista artigiano dalla personalità eclettica fu anche cofondatore del Museo di Arti applicate di Vienna. Da allora sei generazioni si sono passate il testimone, tra esposizioni universali e innumerevoli successi: basti dire che i Lobmeyr hanno realizzato i primi lampadari elettrici al mondo, in collaborazione con Edison, i lampadari per l’Opera di Vienna e per il Metropolitan di New York, per il Castello di Schönbrunn, per il Cremlino. Oggi l’azienda è gestita dai pronipoti del fondatore, Andreas, Leonid e Johannes

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Rath. Il loro archivio racchiude circa 10mila modelli di fusione e consente la creazione di lampadari in tutti gli stili. Un altro settore nel quale Lobmeyr eccelle è quello degli specchi, molati e incisi, riprodotti da modelli presenti nel loro archivio oppure progettati insieme ai clienti. Accanto alle modernissime tecnologie, qui vengono ancora utilizzate le antiche tecniche della martellatura, della zigrinatura, dell’incisione a mano, per realizzare bicchieri di straordinaria fattura. Le incisioni richiedono grande virtuosismo e precisione da parte dei maestri artigiani nel premere la mola di rame cosparsa di pasta abrasiva sul vetro, nel modificare la velocità dei giri per le diverse fasi dell’operazione e del disegno che si vuole ottenere. Una nota a parte meritano i Muslin glass, impalpabili bicchieri in vetro soffiato leggeri come mussola, da cui il nome. Sono formati a mano, uno per uno, con grande abilità e destrezza. www.lobmeyr.at

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BELLERBY & CO Londra, 7 Bouverie Mews, Stoke Newington Che fare quando l’oggetto del desiderio è introvabile? Semplice: crearlo da soli. È quanto ha deciso Peter Bellerby una decina di anni fa, in occasione degli ottant’anni di suo padre. Voleva regalargli un mappamondo e, non trovandone uno di suo gusto, se l’è costruito da solo. Con gesso, carta da disegno, acquerelli e un bagaglio di documentazione approfondita con grande serietà, ha realizzato un vero capolavoro. Poi, grazie alla competenza acquisita, ha deciso di trasformare questa attività amatoriale in un lavoro. Mai avrebbe

immaginato il successo che ha riscosso. Due grandi globi gli sono stati commissionati dal regista Martin Scorsese per il film Hugo Cabret nel 2011, uno dalla prestigiosa Royal Geographical Society nel 2014. Oggi i suoi mappamondi sono oggetto di collezione. «Due cartografi hanno lavorato a tempo pieno un anno intero, per correggere e colmare le lacune delle mappe in commercio, che presentavano infiniti errori: controllo dei territori, dei nomi, spesso errati o del tutto mancanti. L’aggiornamento, con il controllo, è costante», spiega Bellerby, «per applicare le mappe, ho fatto trasformare le carte geografiche rettangolari in spicchi triangolari per poterli incollare facilmente alla superficie tonda. È un lavoro di estrema precisione, perché basta una differenza di millimetri per rendere impossibile il combaciare dei luoghi nella rotondità della sfera. Se si immagina di incollare 24 spicchi ognuno con un eccesso o un difetto di un millimetro, si capisce facilmente l’impossibilità di chiudere la rotondità!». Nel suo atelier londinese ogni mappamondo è un modello individuale per stile e per dimensione. Dalle basi in legno e metallo, alla pittura e alla cartografia, ogni pezzo è sapientemente lavorato con tecniche di mappatura tradizionale e accorgimenti moderni e può essere personalizzato con messaggi incisi a mano, modifiche delle mappe, inclusioni di opere d’arte. «Un globo su misura è un modo eccellente per commemorare un’occasione o un viaggio speciale», commenta Bellerby. www.bellerbyandco.com 2

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VALÉRIE COLAS DES FRANCS Nemours, 6, cour du Château Valérie Colas des Francs da quasi vent’anni lavora la paglia con intrecci di straordinaria complessità. Nel suo affascinante laboratorio, allestito all’interno del cortile del castello di Nemours, crea paraventi, scatole portaoggetti, ripiani per tavoli, sedute, paralumi, bottoni, persino accessori di abbigliamento e bijoux. «La paglia è un materiale povero ma con il quale si possono

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19 si fa con gli intarsi del legno. «La manualità in questo mestiere è essenziale. Dico sempre che per lavorare bene bisogna avere gli occhi in cima alle dita…». Valérie Colas des Francs si occupa anche di restauro e realizza oggetti su commissione. www.valeriecolasdesfrancs.com 3

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creare oggetti di grande ricercatezza», ci racconta. «Ne sono esempi le sedute e i paraventi del ’700, i mobili, le scatole e i piccoli oggetti realizzati in quel periodo, con intarsi raffinatissimi che ricordano le impiallacciature del legno. Una tecnica antica che è stata importata in Europa dall’Oriente alla fine del ’600. Ho iniziato questo mestiere quasi per caso: avevo trovato un bellissimo cofanetto a casa di mia nonna e volevo restaurarlo. Sono approdata nel laboratorio di Lison de Caunes, a Parigi, una straordinaria maestra d’arte conosciuta in Francia per l’eccellenza del suo lavoro. E ho fatto il mio apprendistato. Sono rimasta con lei tre anni, restaurando dalle scatole ai mobili e imparando un’infinità di cose. Prima fra tutte la pazienza!». Valérie, che adora la luce e il movimento, ama questo materiale perché, come sostiene, è pieno di luce, di riflessi. È vivo. «Il periodo che mi affascina e al quale spesso mi ispiro è il Déco. All’epoca realizzavano anche orecchini e accessori di abbigliamento con microscopici intrecci». Per lavorare la paglia non occorrono molte cose: un pennello per la colla, uno scalpello e un taglierino per tagliare i lunghi fili di segale che poi viene ammorbidita, appiattita spezzandone le fibre, lavorata come

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FRANÇOIS JUNOD Sainte-Croix (Svizzera) rue des Rasses 17 Lo svizzero François Junod è un maestro indiscusso nella costruzione di automi, arte in via di estinzione che ci riporta indietro nel tempo. Infatti il suo idolo è Jaquet Droz, il suo connazionale che nel ’700 costruiva per i reali d’Europa e per gli imperatori della Cina orologi dai meccanismi straordinari, movimentati da carillon e perfino da uccelli canori. Junod ne ha raccolto il testimone, diventandone l’erede spirituale: animato dalla passione e dalla curiosità di apprendere, dopo aver studiato micromeccanica alla scuola tecnica, fatto pratica nel laboratorio di restauro di Michel Bertrand a Bullet, frequentato la scuola di Belle Arti, conseguito una laurea in scultura e disegno, oggi è considerato un maestro a livello mondiale nel campo della realizzazione degli androidi. Il suo vasto laboratorio sembra l’ate-

lier di un inventore alchimista, con teste in gesso allineate sugli scaffali, sagome di legno che pendono dal soffitto, ingranaggi, molle, spirali, pinze e martelli, ruote, fili di ferro, trapani, morsetti, tubi e alambicchi. Ogni automa viene costruito su ordinazione e il tempo per la realizzazione dipende dalla complessità delle richieste: a volte sono necessari mesi. Come per l’incredibile «tappeto volante», realizzato per i 100 anni della società La Semeuse: un uomo seduto sopra un tappeto, tutto si muove grazie a meccanismi incredibilmente precisi e differenziati. Gli occhi si spostano in tutte le direzioni, le palpebre si alzano e si abbassano, la mano si solleva, il tappeto si muove ondeggiando, la musica accompagna ogni mossa. Grazie alla sua destrezza manuale, alla sua natura meticolosa, Junod si occupa di ogni cosa, dal disegno alla modellatura della creta per le sagome, alla pittura, al traforo delle parti in legno con il trapano e la lima, fino alle operazioni più complesse di assemblaggio di ruote e ingranaggi, che nasconde poi all’interno dei suoi automi. Per dare vita alla magia. Una vera caverna di Alì Babà dove ci si aspetta che da un momento all’altro ogni cosa prenda vita. www.francoisjunod.com

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LILLA TABASSO Venezia, Galleria Caterina Tognon San Marco 2158 Le sue peonie dalle corolle aperte in tanti petali arcuati sembra debbano cambiare forma da un momento all’altro. Perché l’effetto è straordinariamente reale. Sono i fiori in vetro di Murano fiammato, soffiato e modellato a mano da Lilla Tabasso, una eccellente artista artigiana che dopo gli studi in biologia si è dedicata alla lavorazione del vetro, trasportando nell’arte della manifattura vetraria la sua competenza acquisita nello studio della natura. «Ho iniziato a disegnare gioielli con perle di vetro in un laboratorio milanese.

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Ma il lavoro non mi appagava. Volevo forme diverse, più particolari, come foglie, fiori, che assecondassero il mio estro. Così sono andata a scuola da un maestro vetraio di Murano. Confesso che è stato durissimo perché l’arte della soffiatura del vetro richiede tanta tecnica e tanta esperienza. Un mondo a me sconosciuto fino ad allora. Ero frustrata e ho rischiato più volte di desistere. Poi, dopo i primi risultati positivi, mi sono rincuorata. E ho iniziato la mia produzione in vetro». Tra i modelli che hanno fatto da sprone all’attività di Lilla ci sono le piante, le straordinarie creature del mondo marino, i fiori in vetro creati dai maestri vetrai Leopold e Rudolf Blaschka tra la fine dell’800 e il 1930, commissionati dai regnanti come oggetti didattici ed esposti nei musei. Lilla Tabasso lavora il vetro direttamente sulla fiamma del cannello, «a lume», modellando i soggetti secondo la sua ispirazione. Nel suo laboratorio si possono ammirare bouquet di bacche, foglie, fagiolini aperti con i baccelli a vista, fiori di campo, rose, orchidee, cactus e tulipani; monili quali orecchini con pesci argentati che sembrano ancora guizzare, impalpabili viole da appendere alle orecchie con le monachelle, bracciali con mughetti, collier fioriti. Le opere di Lilla Tabasso sono state esposte in varie gallerie d’arte e recentemente a Homo Faber alla Fondazione Cini di Venezia. www.caterinatognon.com/artists/ lilla-tabasso

NESTOR DESIGNS STOVES Åre (Svezia), tiledstoves@gmail.com Nell’esposizione Homo Faber, tra le sezioni da non perdere quella dedicata ai 12 Talenti Unici che esprimono il futuro. Ad affascinare i visitatori era l’innovazione e la fantasia degli artigiani, oltre all’eccellenza del loro saper fare. Tra questi esponeva Johanna Nestor, giovane ceramista svedese di 28 anni che ha saputo aggiornare l’estetica delle stufe a legna e che racconta: «Ho iniziato a plasmare le prime forme per una stufa a 19 anni. La mia stufa era in maiolica e l’ho battezzata The Oak perché per darle forma mi ero ispirata a una vecchia quercia del giardino che per me era un po’ un totem. Volevo riuscire a inserirla nell’arredo della mia casa. Così ho fatto diversi calchi premendo l’argilla contro l’albero, dopodiché ho creato degli stampi per ottenere le singole piastrelle. Avendo una formazione da ceramista, ho dovuto integrare con nozioni e informazioni sui rivestimenti interni e sugli isolanti termici. È stata una sfida piuttosto complessa, ma ci sono riuscita. Le misure delle stufe si possono adattare alle esigenze di spazio di ogni abitazione. 5

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21 Lavorando a mano, su misura, ogni piastrella è unica». Per le sue stufe a legna Johanna Nestor si ispira alla natura circostante, crea le piastrelle in ceramica una a una, combina la tradizione della tecnica con un disegno suo, contemporaneo. Le sue creazioni sono pensate come recupero dell’antica tradizione della fonte di calore, riveduta e corretta dal moderno design. La giovane artigiana crea anche oggettistica per la tavola e per l’arredo, sempre con decori innovativi, dalle ciotole ai portacandele, dalle tazze ai portavasi. Sono tutti pezzi unici, che Johanna ottiene lavorando la creta, modellandola al tornio, spianandola con un mattarello sul tavolo, come si fa con la pasta: all’antica, ma in vendita on-line! www.johannanestor.com 6

FRANK SMYTHSON Londra, 133 New Bond Street A più di 100 anni di distanza le sue agende «peso piuma» sono ancora famose, simbolo di raffinatezza e di lusso. E la piuma è il marchio che ne contraddistingue l’originalità e certifica le pagine. Un’idea vincente, quella di Frank Smythson, che pochi anni dopo aver aperto la sua

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attività nel cuore di Londra dove proponeva articoli di cancelleria, nel 1908 diede vita a un diario da taschino che doveva rivoluzionare il modo di prendere appunti. Diventando simbolo di eleganza. Pelle morbida di agnello, pagine sottili e azzurrine, pratico da portare in tasca, con rilegatura rigida ma flessibile, permetteva di piegarlo, schiacciarlo, arrotolarlo senza che perdesse la forma o si sgualcissero le pagine. E una carta leggerissima, Featherweight, che presentava metà dello spessore e del peso, i famosi 50 grammi per metro quadrato, rispetto alla normale carta: il segreto per contenere un gran numero di pagine all’interno di un quaderno molto sottile e leggero. Ma il successo si deve anche alla particolare consistenza di questa carta, che permette di scrivere sulle pagine con la penna stilografica senza che l’inchiostro passi sulla facciata opposta. La creazione di questo tipo di filigrana su una carta così leggera è un processo complicato e deve essere realizzato in una cartiera specializzata, la stessa che produce carta per le banconote in Inghilterra. I sottilissimi fogli azzurrini sono utilizzati per la creazione di agende, rubriche, taccuini. Ogni accessorio viene confezionato a mano da artigiani specializzati, perché ancora

oggi la manualità è la cifra che contraddistingue questa realtà inglese, dove i fogli per le agende e per gli album sono assemblati a mano, cuciti insieme, incollati, rifilati. Su richiesta ogni oggetto può essere personalizzato, dalla timbratura in oro alla stampa in calcografia. La lista dei clienti di Smythson è lunga e di tutto rispetto: si va dalla Casa Reale britannica a Winston Churchill, da Sigmund Freud a Grace Kelly, da Katharine Hepburn a Madonna. www.smythson.com

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ESTE CERAMICHE PORCELLANE Este (Padova), via Sabina 31 Un’antica manifattura di ceramiche nel centro storico di Este appoggiata alle mura cittadine e affacciata sul canale che portava a Venezia: è un luogo affascinante, pieno di magia, dove si respirano tradizione e saper fare. Questo deve avere pensato anche Giovanni Battista Giorgini, raffinato esteta fiorentino, quando negli anni 50 decise di rilevare la Este Ceramiche Porcellane per risvegliarla dal suo torpore e renderla di nuovo smagliante, come nel ’700. Così ripristina i vecchi stampi, chiama giovani designer, riporta la fabbrica all’antico splendore. Oggi a più di 60 anni a capo della manifattura c’è il nipote di Giorgini, Giovanni Battista Fadigati, che continua con passione l’attività intrapresa dal nonno. I modelli delle ceramiche alternano le forme tratte dai numerosi stampi dell’archivio alle nuove creazioni, tutte caratterizzate dall’eccellenza della qualità degli impasti che le ha rese famose in tutta Europa. Racconta Fadigati: «La nostra ceramica è prodotta con argilla bianca che viene utilizzata sia per i servizi da tavola

sia per gli articoli decorativi. Nelle fasi di lavorazione c’è sempre la decorazione a mano: grazie a essa si possono ottenere risultati particolarmente suggestivi sia per la resa del colore sia per le illimitate possibilità creative. I colori utilizzati sono resistenti alle altissime temperature della seconda cottura e, sotto la sottile superficie del vetro della cristallina, diventano brillanti e sono protetti dall’usura. Una lavorazione più complessa riguarda il “terzo fuoco” in cui i colori, come per esempio l’oro, sono applicati alla cristallina e richiedono una terza cottura a temperatura più bassa». Sono antichi procedimenti di lavorazione che, con l’apporto di moderne tecniche, permettono alla ceramica di mantenere e di elevare sempre più il livello di qualità. Recentemente Este Ceramiche ha partecipato agli eventi Doppia Firma e Homo Faber, presentando la collezione Another Nature sviluppata con la designer spagnola Inma Bermúdez. www.esteceramiche.com 8

ATELIER DIDIER MUTEL Orchamps (Francia), 42 rue de la Libération Vincitore nel 2016 del Prix Liliane Bettencourt pour l’intelligence de la main, oltre ad aver ricevuto un’infinità di altri premi, Didier Mutel è uno straordinario maestro incisore che alterna il suo lavoro con l’insegnamento ai giovani apprendisti. Entrato giovanissimo lui stesso come apprendista nello storico laboratorio di incisione di Maurice Lallier, insieme ai suoi figli, ha presto imparato tutti i segreti del mestiere. Questo locale di Parigi era stato aperto in rue Saint-Jacques nel 1793 e, per l’eccellenza delle lavorazioni, era divenuto famoso in tutta la Francia, tanto da essere scelto da Napoleone. Altri clienti celebri furono Manet, Rodin, Munch, Pissarro. Quando l’antica bottega venne chiusa nel 2008, Didier decise di trasferirsi da Parigi a Orchamps, in Borgogna, per aprire un nuovo laboratorio di stampa, insieme al

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23 glia. Racconta Franck: «Con noi in atelier collabora un’équipe di dodici artigiani specializzati che sono ormai parte della nostra famiglia. Ogni montatura richiede almeno dieci passaggi di lavorazione, tutti manuali. I materiali lavorati in laboratorio sono tre: l’acetato, una resina organica composta di fiori di cotone e perle di legno, leggera, anallergica, con diverse varietà di colori; il corno di bufalo, proveniente dall’India, dal Vietnam, dal Madagascar, totalmente composto da cheratina che, grazie alla sua densità, consente lavorazioni capillari; e il guscio di tartaruga di mare, materiale storico della nostra casa, elegantissimo e leggero, che ha la proprietà di poter essere riparato senza lasciare tracce delle rotture». www.maisonbonnet.com 8

figlio del suo maestro, Pierre. Un trasloco ciclopico, che trasferì nella nuova sede quasi tutti i macchinari: le antiche presse, gli utensili, i documenti del passato. L’intento era chiaro: far continuare a vivere la tradizione, il sapere dell’antico mestiere, la sua storia. Oggi il laboratorio di Didier Mutel rappresenta un patrimonio storico, artistico e culturale. Specializzato nell’incisione di stampe originali e nella stampa di libri d’artista, l’atelier affianca alle tecniche tradizionali anche quelle contemporanee ed è aperto ai giovani artisti che desiderano cimentarsi nell’incisione. «La formazione e la trasmissione sono il cuore della mia attività. In laboratorio ci sono zone dedicate alla sperimentazione, alla ricerca e allo sviluppo, luoghi d’incontro per creare connessioni con altri laboratori». Didier Mutel insegna all’Istituto di Belle Arti di Besançon ed è regolarmente invitato dalle università americane per tenere delle conferenze. www.atelierdidiermutel.com 9

MAISON BONNET Parigi, 5 rue des Petits-Champs Passage des Deux Pavillons La maison Bonnet può essere definita la Haute Couture degli oc-

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chiali, un vero atelier artigianale dove tutto viene realizzato a mano e su misura per ogni cliente, dopo averne studiato la personalità, verificato la forma del viso, la struttura del capo, la forma degli occhi, la rotondità delle guance, persino la lunghezza delle ciglia. Una storia di creatività e talento nata nel 1930, anno in cui Alfred Bonnet, originario del Giura, iniziò ad apprendere l’arte orafa e la lavorazione della tartaruga, applicando il suo sapere alla costruzione delle montature. E divenendo un vero maestro in questo campo. Negli anni 50 suo figlio Robert, appresi gli insegnamenti paterni e raccolto il testimone, si trasferì a Parigi e fondò la Maison che divenne ben presto il punto di riferimento del jet set: tra i clienti Yves Saint Laurent, Jackie e Aristotele Onassis, François Mitterrand. Anche il figlio di Robert, Christian, tenne alto il nome dei Bonnet guadagnando il titolo di Maestro d’Arte nel 2000 e quello di Chevalier della Legione d’Onore nel 2008 per la sua eccellenza artigiana. Oggi alla guida della Maison ci sono i suoi figli Franck, Steven e John, che rappresentano la quarta generazione e che continuano con passione il mestiere di fami-

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ARTIGIANATO ARTISTICO VENEZIANO BARBINI Murano (Venezia), Calle dietro gli Orti 7 Murano, si sa, è sinonimo di vetri e di specchi. Ed è su questa isola felice che ha sede uno dei più straordinari laboratori dell’eccellenza italiana. Era il 1927 quando Nicolò Barbini, discendente di una famiglia di artigiani del vetro, decise di aprire la sua bottega specializzandosi nella creazione di specchi veneziani moderni e nella riproduzione di quelli antichi. Salvando una produzione quasi dimenticata all’inizio del secolo scorso e restituendole un grande successo. Grazie agli insegnamenti di Nicolò e ai segreti del mestiere, da lui passati ai figli e ai nipoti, ancora oggi qui si producono pezzi di rara maestria. Tutte le fasi della lavorazione, dal progetto al taglio,

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dalla molatura all’incisione, dall’argentatura al montaggio, sono eseguite nella sede di Murano. Spesso i modelli vengono realizzati in collaborazione con designer e architetti, che utilizzano la specializzazione dell’atelier per dare forma alle loro idee. Da ultimo, le grandi specchiere da 2 metri e mezzo per l’installazione ideata da India Mahdavi per Homo Faber. Oggi a continuare la tradizione ci sono i fratelli Vincenzo e Giovanni Barbini (nominati Maestri d’arte e mestiere da Fondazione Cologni nel 2018) con i loro rispettivi figli, Nicola e Matteo, Andrea e Pietro, capaci di reinterpretare un inestimabile patrimonio di tecniche e segreti. «Gli effetti decorativi che si possono effettuare sulla superficie sono tanti: il graffito, la sabbiatura, la smaltatura a freddo. Tutti da eseguire esclusivamente a mano, così come l’argentatura delle lastre e il processo di invecchiamento che riprende la tecnica ottocentesca», spiega Pietro, ultima generazione. «Siamo sempre pronti alle sperimentazioni, che spesso sono delle vere sfide». In quasi un secolo di attività, numerosi sono gli specchi usciti da questo laboratorio, molti dei quali si trovano nei Paesi più disparati del mondo. Una tradizione muranese che i Barbini hanno saputo tener viva con un pizzico di contemporaneità. www.aavbarbini.it

libri FATTO AD ARTE. NÉ ARTE NÉ DESIGN. SCRITTI E DISEGNI (1976-2018) di Ugo La Pietra Marsilio Editori, Fondazione Cologni Artista, architetto e designer, ricercatore instancabile nella grande area dell’urbanistica, delle arti applicate e della ricerca visiva, animatore di eventi culturali, Ugo La Pietra è una figura poliedrica e complessa. Da sempre sostenitore dell’artigianato e del design, ha dedicato la sua vita alla difesa e allo sviluppo delle arti applicate in Italia, lavorando in prima persona con i nostri grandi maestri d’arte. La sua «mission» è stata di valorizzarne le competenze, portando all’attenzione del pubblico e delle istituzioni le straordinarie peculiarità delle nostre aree artigiane, attraverso un’enorme

quantità di mostre, eventi, iniziative e pubblicazioni. L’autore ha presentato questa sua interessante raccolta di articoli e saggi a Homo Faber, dialogando insieme ad Alberto Cavalli, Direttore Generale di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, e Alberto Bassi, Direttore del corso di laurea in Disegno Industriale dell’Università Iuav di Venezia. Ne è emersa la necessità di un dialogo tra artigianato e design, per unire creatività e manualità ai fini dell’eccellenza. Questo libro vuole essere una traccia, uno spunto di riflessione, di un lungo percorso artistico fatto di centinaia di oggetti progettati

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25 «per e con» gli artigiani e un altrettanto lungo itinerario critico fatto di riviste, libri, manifesti programmatici, mostre, collezioni. L’azione, teorica e pratica, di Ugo La Pietra, spesso condotta in solitudine e con spirito fortemente critico, ha avuto un’incidenza fondamentale nella sopravvivenza e talvolta nel rilancio di attività artigiane straordinarie legate ai nostri territori. Premiato con il Compasso d’Oro nel 1979 e con un premio alla carriera nel 2016, Ugo La Pietra è stato il protagonista nel 2014 della bella mostra antologica Progetto disequilibrante, a lui dedicata dalla Triennale di Milano, un omaggio al suo straordinario lavoro di artista e ricercatore dal 1960 a oggi. www.marsilioeditori.it LA FORMA DELLA BELLEZZA Idea Books, Fondazione Cologni Il libro ideato da Graziella Pasquinucci, titolare della casa editrice Idea Books, racchiude 35 ritratti che descrivono, attraverso le bellissime immagini dei personaggi e dei loro laboratori, la varietà e l’eccellenza del saper fare italiano, in un viaggio da nord a sud. Accompagnati dalle loro storie, raccontate con sensibilità nei testi di Alessandra de Nitto, direttore editoriale della Fondazione Cologni, si viene trasportati in un mondo dove il talento artigiano, la tradizione, la creatività, la passione per il proprio mestiere assurgono a livelli di altissima eccellenza. Come nell’affascinante atelier di Perugia, nella duecentesca chiesa di San Francesco delle Donne, sede della tessitura manuale a telai di Marta Cucchia, pronipote di Giuditta Brozzetti che creò il laboratorio nel 1921 recuperando una tradizione umbra del ’500; l’atelier milanese del Maestro Pino Grasso, straordinario interprete del ricamo Lunéville, che collabora con i maggiori stilisti dell’Alta Moda; il laboratorio dei fratelli Levaggi di Chiavari, creatori delle famose sedie superleggere Chiavarine; la bottega di Pierluigi Ghianda, famoso nel mondo, poeta del legno e straordinario interprete dei grandi designer; il Maestro Lino Tagliapietra, artista del vetro contemporaneo, che rivela la grande tradizione muranese; il ceramista di Caltagirone Nicolò Morales, l’argenteria Foglia di Firen-

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ze, i maestri del Presepe di Napoli... Nel libro è anche citata la vivaista Beatrice Barni, straordinaria artigiana che ha saputo creare e coltivare delle rose d’autore, conosciute nel mondo come Rose Barni. Commenta Franco Cologni: «Abbiamo raccontato storie di persone, Tesori Viventi, che hanno dedicato la vita intera a trasformare la materia in modo originale, per nutrire con autenticità la ricca tradizione italiana dell’eccellenza e per perpetuare, oggi come nel Rinascimento, quella “felicità del fare” che è il nostro vero welfare». Il volume è stato presentato nel settembre 2018 durante Homo Faber, e nel mese di novembre presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano. www.ideabooks.com ART WORK. CONSERVING AND RESTORING CONTEMPORARY ART di Isabella Villafranca Soissons Marsilio Editori, Michelangelo Foundation, Fondazione Cologni È stata presentata a Venezia, nell’ambito di Homo Faber, Art Work, la versione inglese del libro In Opera di Isabella Villafranca Soissons, voluta e curata dalla Michelangelo Foundation. Nello Squero della Fondazione Cini hanno dialogato con l’autrice Karole Vail, direttore della Peggy Guggenheim Collection di Venezia e della Fondazione per l’Italia e Giorgio Fasol, collezionista di arte contemporanea. Interessanti i temi emersi dal confronto dialettico, moderato da Bruno Giussani, presenti anche all’interno del libro. Eccone alcuni: Che fare quando la gommapiuma di un’opera di un artista contemporaneo ammuffisce? O quando il pescecane di Damien Hirst si decompone? O, ancora, quando il Fiato

d’artista di Piero Manzoni svanisce? Opere di grande valore economico, parti di collezioni da capogiro. Isabella Villafranca Soissons, direttore del Dipartimento Conservazione e Restauro di Open Care, oltre che curatrice di importanti collezioni, esplora il mondo dell’arte contemporanea, dialogando con curatori, collezionisti e artisti stessi. «Accantonata la certezza dei protocolli utilizzati per le opere del passato, abbiamo davanti a noi sfide interessanti e stimolanti che richiedono continui studi e aggiornamenti; ogni singolo intervento costituisce un unicum irripetibile. I materiali del contemporaneo sono moltissimi: prodotti seriali, pane, fagioli, lattuga, sangue, escrementi, immondizia, semi, foglie, ingranaggi in movimento, luci, profumi, solo per citarne alcuni. Questi si usurano, arrugginiscono, ammuffiscono, fermentano, vengono infestati, si spengono, si “incriccano”; la plastica, per esempio, il materiale della modernità per eccellenza, si pensava durasse per sempre e invece si è scoperto che è soggetta a deperimento fisico e chimico e può essere attaccata da batteri e muffe. Oltre a un’ottima manualità, viene richiesto un grande sforzo di creatività, conoscenze scientifiche e non solo». Una nuova frontiera della conservazione. Isabella Villafranca, Maestra d’arte e di saper fare, ha voluto gettare luce sulla figura del conservatore e sui limiti estremi verso i quali si è spinto il mestiere del restauratore che deve affrontare l’arte contemporanea, adattandosi a una realtà in continuo divenire. www.marsilioeditori.it

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Durante «Homo Faber», 36 artigiani d’eccellenza hanno dato dimostrazione dei loro talenti: qui sopra, il giovane inglese Sam Elgar, maestro nell’arte dello scalpello. A fianco, la sala Singular Talents che ospitava 12 video dedicati ad altrettanti artigiani rari.

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IL SUCCESSO E LE PROSPETTIVE SCANDITI DAI NUMERI DELL’EVENTO INTERNAZIONALE DEDICATO AI MESTIERI D’ARTE EUROPEI D’ECCELLENZA CHE SI È SVOLTO PRESSO LA FONDAZIONE GIORGIO CINI DI VENEZIA

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di Franco Cologni

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TOMAS BERTELSEN © MICHELANGELO FOUNDATION

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Il biografo James Boswell, mentre intervistava il dottor Samuel Johnson per la celebre biografia che gli avrebbe dedicato, lo incalzava a restare aderente alla realtà oggettiva: «I numeri, dottor Johnson! I numeri!», lo redarguiva infatti. I numeri sono un indicatore inconfutabile. Ma al contempo, mentre rivelano una parte misurabile della realtà, non esauriscono i punti di vista. Proprio per questo, nel parlare dell’evento Homo Faber. Crafting a more human future, voglio partire dai numeri ma anche aprire qualche prospettiva in più. I numeri, dunque. La 1a edizione di

Homo Faber, l’evento internazionale dedicato ai mestieri d’arte europei d’eccellenza, si è svolta presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia dal 14 al 30 Settembre 2018: 17 giorni di apertura, più 2 di inaugurazione; l’organizzatore è 1 solo: la Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship di Ginevra, un’istituzione non-profit che ho fondato insieme a Johann Rupert tre anni fa; 1 solo patrocinio istituzionale: quello del Parlamento Europeo, cui si aggiunge la targa inviata dal Presidente della Repubblica Italiana; 4 main partners: la Fondazione Giorgio Cini, la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, il Triennale Design Museum e la Fondation Bettencourt Schueller; 8 coppie di eccellenti artigiani e celebri designer, che hanno creato degli oggetti iconici ad hoc per Homo Faber, sotto la guida di Michele De Lucchi; 12

FRED MERZ © MICHELANGELO FOUNDATION

Sono 62.500 i visitatori che, in meno di tre settimane, hanno preso parte a «Homo Faber», mostra evento che ha catalizzato l’attenzione dei veneziani e non soltanto. Qui sotto, uno scorcio dello spazio Best of Europe, dove sono stati presentati quasi 400 oggetti.

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maestri d’arte selezionati per rappresentare i mestieri più rari e singolari d’Europa, e raccontati con filmati d’autore e con la realtà virtuale; 13 curatori esperti; 16 esposizioni culturali, ciascuna dedicata a un tema specifico; 20 Maison del lusso, tra nomi leggendari e realtà più discrete e confidenziali, che hanno rivelato i segreti dei loro mestieri più rappresentativi; 21 atelier di Venezia e del Veneto, evocati dalle immagini fotografiche di Susanna Pozzoli nel chiostro dei Cipressi; oltre 30 tra conferenze, presentazioni, lezioni e incontri, organizzati presso il suggestivo auditorium Lo Squero della Fondazione Giorgio Cini; quasi 100 artigiani al lavoro, che si sono alternati nelle diverse sale per la durata dell’evento; 150 caleidoscopici oggetti creati dai migliori artigiani d’Europa, presenti nello spazio Best of Europe curato da Jean Blanchaert su

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Sopra, a destra, la sala Restoring Art’s Masters. In alto, i muri di terra che ospitavano le opere dei maestri d’arte francesi insigniti del Prix pour l’intelligence de la main dalla Fondation Bettencourt Schueller. Sotto, le fotografie di Susanna Pozzoli nel chiostro dei Cipressi.

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progetto allestitivo di Stefano Boeri; più di 400 maestri e atelier selezionati in tutta Europa, rappresentati nelle diverse sale; circa 1.000 tra oggetti, immagini, video e performance, accuratamente selezionati per raccontare una storia corale, poetica e vera: quella dell’eccellenza artigianale che incontra la creatività, e che suscita la giusta ammirazione di chi desidera l’unicità, la bellezza, la cura del dettaglio; 62.500 visitatori: un record, in soli 17 giorni; migliaia di post sui social network. Insomma: i numeri ci dicono che c’è un forte desiderio di manifestazioni in cui si racconta con autenticità una storia vera, usando la suggestione della poesia e la forza della bellezza. E qui desidero staccarmi da questa seque-

che per «stare» bene occorre «fare» bene. Homo Faber è stata anche una mostra dedicata al piacere della scoperta. È molto raro riuscire a trasmettere al visitatore il senso della sorpresa e della meraviglia: Homo Faber ha saputo farlo con poesia, dimostrando che l’autenticità e l’inclusione aumentano il piacere della scoperta. Più sai, più apprezzi: e Homo Faber ha aiutato migliaia di persone a conoscere meglio il mondo dei mestieri d’arte, e ad apprezzarne quindi il valore nella società contemporanea. Ma torniamo alla realtà, come ammonirebbe Boswell. La realtà è che ci sarà sempre qualcosa che le mani dell’uomo sapranno fare meglio di qualunque macchina. E che è necessario creare un movimento culturale che sappia

la di cifre, pur interessanti, per introdurre quello che i numeri certamente suggeriscono ma non svelano. Homo Faber è stata una mostra dedicata non solo agli oggetti e alle persone, ma anche al lavoro: un lavoro magnifico e durissimo, che ogni giorno impegna il talento dei maestri d’arte ma che ogni giorno dona anche straordinarie gratificazioni. Questo è uno dei messaggi più rivoluzionari che Homo Faber ha fatto passare: i mestieri d’arte possono offrire opportunità di occupazione soddisfacenti per giovani di talento, che desiderano resistere alle lusinghe del digitale per ricordare, come già diceva San Francesco,

riconoscere questo «qualcosa», lo sappia valorizzare e promuovere. La Michelangelo Foundation ha già creato un network internazionale e sta lavorando al progetto di una piattaforma digitale per presentare al pubblico questi tesori viventi ma spesso nascosti. E sta già pensando a un’edizione 2020 di Homo Faber. Ma, soprattutto, la Fondazione vuole consegnare un messaggio forte: il vero nemico dei mestieri d’arte non è la tecnologia, ma l’ignoranza. Contro la quale possiamo e dobbiamo avvalerci di due armi: i numeri (thanks, Dr. Johnson), ovvero la competenza e la precisione, e la cultura.

In alto, la seicentesca biblioteca del Longhena ha accolto una selezione di 50 vasi del XX e XXI secolo effettuata dal Triennale Design Museum. Nella pagina a fianco, la piscina Gandini trasformata da Judith Clark per raccontare il legame tra artigianato e moda.

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32 Uno splendido colpo d’occhio ha accolto i visitatori di «Homo Faber» entrando nella sala Fashion Inside and Out: la selezione di capi e accessori effettuata dalla studiosa Judith Clark era ospitata nella piscina Gandini, struttura ormai in disuso e riaperta in via eccezionale per l’evento.

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NELLE TRAME DELLA

Un’ex piscina, camminamenti sul fondo vasca, 50 abiti, manichini, parrucche, materiali naturali, un cappello che evoca l’acqua. È «Fashion Inside and Out», mostra dedicata al rapporto tra moda e mestieri d’arte. Come spiega la sua curatrice

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di Judith Clark (traduzione dall’originale inglese di Alberto Cavalli)

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Percorsi

MARCO KESSELER © MICHELANGELO FOUNDATION

L In alto, Judith Clark, autrice del servizio, istruisce gli Young Ambassadors chiamati a raccontare il suo lavoro. A fianco, momenti dell’installazione della mostra Fashion Inside and Out nella piscina Gandini; sotto, i tre copricapi realizzati appositamente per «Homo Faber» da Stephen Jones.

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a mostra dedicata al rapporto tra moda e mestieri d’arte, organizzata nel contesto delle 16 esposizioni che costituivano il percorso di Homo Faber: Crafting a more human future, si chiamava Fashion Inside and Out e, nella versione italiana, Nelle trame della moda. Mi era stato proposto di rappresentare come curatore l’elemento «moda» in questo ricchissimo contesto, e mi è stato offerto di farlo nell’ex piscina Gandini, una struttura abbandonata che si trova all’estremità settentrionale dell’isola di San Giorgio Maggiore. La piscina ha larghi finestroni in vetro che da un lato si affacciano sul giardino della Fondazione Giorgio Cini e dall’altro sulla laguna; costruita negli anni 60, è stata definitivamente chiusa come palestra di nuoto nel 1995. La mostra che ho curato raccontava la relazione tra mestieri d’arte e moda, ma anche tra l’alto artigianato e il modo stesso di pensare, costruire e creare un’esposizione dedicata alla moda. La scelta di materiali cosiddetti naturali (paglia, legno, pelle, calicot), che facevano da fil rouge a tutta la mostra, ha attirato ancora di più l’attenzione sull’intervento

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degli artigiani: le plissettature, le lavorazioni, le decorazioni applicate a mano e così via. Per me era essenziale fare in modo che il processo di trasformazione artigianale dei materiali fosse in qualche misura reso visibile, fino a trasferirsi sui manichini stessi: le parrucche che completavano ogni manichino, per esempio, sono state realizzate a mano da Angelo Seminara usando molto spesso gli stessi materiali che erano stati utilizzati per gli abiti, rifacendosi quindi alle acconciature originariamente presentate al momento delle sfilate. La scala davvero mastodontica della piscina è stata ridimensionata e resa più gestibile usando piattaforme in legno, che hanno permesso ai visitatori di accedere allo spazio della vasca; lungo il perimetro sono state poste delle piattaforme/trampolino affacciate sullo spazio. Su questi supporti sono stati poi sistemati i 50 straordinari abiti che avevo selezionato per la mostra. Le piattaforme hanno fatto sì che i visitatori non camminassero sui fragili mosaici del fondo della vasca, ma quasi fluttuassero al di sopra di essi. E abbiamo riportato nella piscina anche dei nuotatori, sia pure in versione di corpi surrogati. Nel decidere come disporli, abbiamo riflettuto sul fatto che l’unica cosa che sappiamo di per certo della piscina è che

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i suoi fruitori, normalmente, si muovono secondo una certa «coreografia» orizzontale: stanno infatti in posizione parallela al suolo mentre nuotano o mentre si tengono a galla. I loro gesti ordinati e le spinte predeterminate permettono loro di spostarsi avanti o indietro. I nostri manichini, invece, erano bizzarramente disposti in piedi, all’interno dei volumi scultorei dello spazio. Privilegiare la narrativa del craft significa che al centro dell’idea espositiva ci doveva essere il concetto di «collaborazione»: la collaborazione tra stilisti e artigiani, tra stilisti e ricamatori e così via. E per quanto riguarda il mio studio, la collaborazione tra chi ha il concetto, il progetto, l’idea della mostra (già frutto di un dialogo tra me e Sam Collins) e le opere commissionate per l’occasione, come i manichini, le parrucche e gli elementi necessari alla scenografia. Nel corso di oltre 20 anni il mio studio ha sviluppato preziose collaborazioni, tutte mirate a fare in modo che il confine tra oggetto, supporto e messa in scena sfumi quanto più possibile. Da molti anni collaboro con il modista Stephen Jones, sia come ammiratrice dei suoi cappelli d’alta moda (le sue sono interpretazioni da vero virtuoso del lavoro degli stilisti) sia come committente di pezzi nuovi per Louis Vuit-

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ton (Allegorical figures, 2015), per Selfridges (Britannica), per il Simone Handbag Museum di Seoul, con le interpretazioni dei Fleurs Animées di Granville (nel 2012). Per ognuno di questi progetti il suo lavoro è sempre stato al contempo quello di modista e quello di allestitore, proprio grazie alle nostre preziose conversazioni. L’esperienza relativa a questo spazio, che mi era stato assegnato all’origine del progetto Homo Faber, è stata quella di privilegiare il movimento e la presenza dei nuotatori all’interno della vasca. Da qui è nata una nuova commissione per Stephen: un «cappello» che imitasse ed evocasse l’acqua, elemento assente eppure essenziale, e l’impatto dei nuotatori sull’acqua stessa. Un cappello che fosse associato al momento dell’impatto del corpo nell’acqua. Questo gli ha consentito di esprimere sia le sue abilità di couturier di altissimo livello, essenziali per tradurre adeguatamente il brief, sia per creare la parte dell’installazione che mettesse insieme i corpi e gli abiti, i manichini di Bonaveri e la mia interpretazione della disposizione dei capi; l’opera di Stephen ha unito i diversi elementi che rappresentavano il concetto stesso della mostra, la sua esecuzione espositiva e la centralità dell’artigianato, vero tema dominante dello spazio.

Da anni collaboro con il modista Stephen Jones, come ammiratrice dei suoi cappelli d’alta moda e come committente di pezzi nuovi per Louis Vuitton

In alto, a sinistra, Stephen Jones segue l’allestimento dei suoi copricapi; a destra, l’hair stylist Angelo Seminara completa una delle parrucche realizzate in paglia chiamate a completare i manichini di Bonaveri. Nella pagina a fianco, un altro modello di Jones della collezione primavera-estate 2018.

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LE FORME CIRCOLARI DI UN’ANTICA GIOSTRA E UNA STANZA-GIUNGLA COME TRIBUTO A HENRI ROUSSEAU. SONO LE «ARCHITETTURE IMMAGINARIE» DELL’INTERIOR DESIGNER FRANCESE INDIA MAHDAVI PER HOMO FABER, IN UNA TALENTUOSA TENSIONE POETICA TRA SOGNO E REALTÀ

Dall’oblò d’ottone una visione di Merry-go-Round, uno dei due spazi concepiti dall’architetto India Mahdavi, curatrice della sala «Architetture Immaginarie» dedicata a raccontare il rapporto tra la maestria artigianale e il mondo dell’interior design.

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LO SPAZIO SECONDO

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di Alberto Cavalli foto di Tomas Bertelsen © Michelangelo Foundation

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Q

uante volte avete pranzato con India Mahdavi? Più spesso di quanto pensiate. Ogni volta che vi siete concessi un lunch da Sketch, per esempio, il leggendario ristorante londinese che è uno dei locali più «instagrammati» al mondo. O quando vi siete accomodati da Ladurée a Ginevra, per un the e un macaron in un’atmosfera da favola in technicolor. O ancora, all’ora dell’aperitivo presso il bar del Connaught Hotel, sempre a Londra. In tutti questi luoghi il vostro convitato, invisibile eppure visibilissimo, era proprio India Mahdavi: alla celebre interior designer francese, nata a Teheran e cresciuta negli Stati Uniti, si deve infatti la decorazione di questi e di moltissimi altri spazi divenuti in breve tempo una meta di attrazione, di stupore e di ammirazione proprio per la qualità, l’originalità e la creatività con le quali sono stati concepiti e arredati. Eppure, India sa bene che quando ci si siede a tavola non si vuole essere sopraffatti dall’identità del designer: i luoghi destinati all’accoglienza, alla conversazione e al relax, che siano pubblici o privati, devono infatti meravigliare l’ospite senza farlo mai sentire fuori luogo, senza soggiogarlo, senza rendere il designer «pesante» come il convitato di pietra che, Don Giovanni insegna, è sempre decisamente sgradito. Perché compito dell’interior designer è proprio quello di agire abilmente sull’idea di «luogo», ma senza nasconderne l’identità: sviluppare una visione creativa rispettosa, immaginare uno spazio suggestivo, creare un’atmosfera che sia sempre pervasa da un’aura di sogno, pur se disegnata intorno a bisogni ed esigenze del tutto umani. Il talento di India Mahdavi si esprime costantemente in questa tensione poetica tra il sogno e la realtà. E proprio questa atmosfera incantata, sospesa, quasi irreale, è stata la nota stupefacente che ha colpito i visitatori di «Architetture Immaginarie», lo spazio che India ha concepito nel contesto della mostra veneziana Homo Faber: Crafting a more human future e che è stato pensato come una celebrazione di tutte le meraviglie, persino delle prodezze, che i maestri artigiani possono realizzare per un interior designer. «Architetture Immaginarie» comprendeva due spazi distinti, posti all’interno della sala Carnelutti della Fondazione Giorgio Cini. Il primo era un tributo al pittore Henri Rousseau, detto il Do-

Nello spazio Henri Rousseau Forever pensato da India Mahdavi, Italia, Francia e Spagna dialogano meravigliosamente. Alla struttura in rattan di Rattan Deco si uniscono gli specchi dei veneziani Barbini e il mosaico della Scuola per Mosaicisti del Friuli.

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© FRANCESCO ROSSETTI

© LAILA POZZO

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ganiere: una stanza immaginata come una giungla, realizzata però in rattan dagli artigiani spagnoli di Rattan Deco e arricchita dalle maschere animalier di François Passolunghi, sempre in giunco. Un lungo specchio veneziano dei fratelli Barbini, nominati Maestri d’Arte e Mestiere dalla Fondazione Cologni nel 2018, percorreva un’intera parete, incorniciato dalle delicate superfici floreali in rattan; e il pavimento, un autentico capolavoro dell’arte musiva, era stato realizzato a tempo di record dalla Scuola per Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo. Su idea di India, i giovani mosaicisti (meravigliosamente motivati dal direttore Giampiero Brovedani) hanno infatti creato una superficie in tessere musive bianche e nere, lucidate e disposte a rombi in modo da creare magnifici riflessi: i visitatori avevano l’impressione di camminare sull’acqua scintillante. Una collaborazione, quella tra India Mahdavi e gli studenti, che ha permesso ai giovani artigiani friulani di entrare da protagonisti nel mondo di Homo Faber. L’altra struttura, denominata Merry-go-Round, aveva appunto la forma circolare di un’antica giostra: immaginata come una struttura sospesa sott’acqua, era un vero e proprio caleidoscopio di forme, colori e materiali. I preziosi pannelli ricoperti dai tessuti di Dedar e Pierre Frey ospitavano un branco di pesci, ricamati a mano dal londinese de Gournay; velluto di raso ricopriva i divani curvi che, disposti l’uno accanto all’altro, formavano una corona variopinta intervallata da sgabelli e tavoli in ceramica, i cui colori richiamavano quelli dei sofà e degli spicchi del tappeto, uno straordinario pezzo realizzato apposta per Homo Faber da Edition Bougainville. Le forme sinuose degli schienali dei divani, e la vastità della superficie da ricoprire, hanno richiesto a Pietro Virzi di Vimas Milano (anch’egli Maestro d’Arte e Mestiere 2018) intere settimane di lavoro paziente e certosino. Il risultato è stato sorprendente: forme, colori e luci (sapientemente dosate da iGuzzini) che portavano i visitatori a riflettere non tanto sulla funzione dello spazio, ma sul dialogo creativo e suggestivo che si era ingenerato tra la designer e gli artigiani. Presenze invisibili eppure visibili, come si diceva all’inizio. Presenze che grazie al loro talento contribuiscono a trasformare un progetto in un’opera d’arte. Presenze che India Mahdavi ha saputo rendere, finalmente, protagoniste e riconosciute, associando il talento degli artigiani al senso di meraviglia (così raro, oggi, eppure così necessario) che la bellezza sa suscitare.

Dall’alto, la designer India Mahdavi alla Fondazione Giorgio Cini a Venezia e il maestro artigiano milanese Pietro Virzi che ha curato il rivestimento dei divani di Merry-go-Round. Nella pagina a fianco, dettaglio con i pesci ricamati a mano dal londinese de Gournay.

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L’INCONTRO IDILLIACO TRA L’ARTIGIANALITÀ E IL DESIGN, LA FEDELTÀ CINQUANTENNALE AI METODI DI PRODUZIONE, LA LAVORAZIONE RIGOROSAMENTE A MANO DI OGNI OGGETTO. BENVENUTI NELL’ATELIER FORNASETTI A MILANO di Ugo La Pietra foto Courtesy For nasetti

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il laboratorio

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Sopra, decorazione a mano di un piatto delle serie Tema e Variazione: gli innumerevoli volti di Lina Cavalieri, reimmaginati da Piero Fornasetti, decorano questi pregiati esemplari di ceramica. A fianco, ritratto di Barnaba Fornasetti, direttore artistico dell’atelier milanese.

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Al mondo esistono posti segreti e magici che racchiudono meravigliose sorprese. Luoghi che non sono aperti a tutti e che non tutti gli occhi comunque riuscirebbero a vedere nella loro semplice ma potente bellezza. Uno di questi è l’Atelier Fornasetti a Milano, creato da Piero Fornasetti agli inizi degli anni 50. Una bottega fantastica ricca di idee, decori e oggetti che prendono quotidianamente vita grazie alle sapienti mani di pochi ma esperti artigiani. In questo atelier si respira tradizione, sapienza, amore per il proprio lavoro e per la qualità che contraddistingue una produzione sostenibile e attenta ai valori umani. Prima di lasciare l’atelier per raggiungere i quattro angoli del mondo, le creazioni Fornasetti hanno richiesto il compimento di un lungo lavoro artigianale: hanno trascorso ore e ore a essere maneggiati, stampati, laccati, colorati, lucidati, cotti... curati in ogni minimo particolare. Qui l’artigianalità incontra felicemente il design. Ogni singolo oggetto tratto dall’archivio storico di Piero Fornasetti e prodotto dall’atelier di Milano è eseguito interamente a mano. I mobili e le porcellane di pregio sono prodotti in edizioni annuali limitate. Il colore è steso da pittori che ricopiano i modelli in carta originali dipinti a mano, lasciati da Piero per i posteri così da rispettare le sue scelte cromatiche. Solo la tecnica di stampa è cambiata, per ragioni di necessità, e oggi la serigrafia ha preso il posto della litografia, un’evoluzione cominciata del resto già ai tempi di Piero Fornasetti. Su ciascun esemplare sono riportati il marchio Fornasetti e una sigla che indica nell’ordine il numero progressivo dell’oggetto, il suo limite annuo di produzione e l’anno d’esecuzione. I complementi d’arredo, invece, sono numerati progressivamente, datati e siglati dal pittore che ne ha eseguito la colorazione. La decorazione è trasferita

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su una superficie laccata appositamente preparata, prima di ricevere altri due strati di lacca trasparente: il risultato è l’oggetto perfettamente finito. La fedeltà a questi metodi di produzione rappresenta un aspetto importante dell’eredità Fornasetti, ciò che ne determina l’unicità. Gran parte dei pezzi d’arredamento e degli oggetti prodotti dall’Atelier di Milano sono riedizioni degli originali creati da Piero Fornasetti. Altri oggetti, definiti «reinvenzioni», sono creazioni di Barnaba Fornasetti progettate utilizzando decori e motivi tratti dallo sterminato archivio, in omaggio allo stile e alla qualità che caratterizzano l’esclusiva produzione del padre. L’Atelier Fornasetti è un punto di incontro tra capacità manuali ed estro creativo, una vera e propria fucina d’arte dove l’alto artigianato è messo al servizio delle idee.

Intervista inedita di Ugo La Pietra a Barnaba Fornasetti Domanda. Vorrei chiederti in che misura sei consapevole di essere un rarissimo caso di figlio che riesce a lavorare «creativamente» nel solco dell’attività artistica del proprio padre. Risposta. Un fenomeno di reincarnazione? Forse. Ho sempre considerato di essere una rarità ma, guardando al passato e ripercorrendo la storia, sono tante le famiglie di artisti e artigiani in cui la genialità dei padri è stata tramandata di generazione in generazione. Pensa ai Bruegel, ai Palma, ai Bach, ai Venini/De Santillana: direi che ci sono degli esempi illustri a farmi compagnia. Per quanto riguarda la mia esperienza, ho sentito questa successione in maniera abbastanza naturale: quando mio padre mi ha

Qui sopra, scocche in legno decorate pronte per l’assemblaggio di sedie, uno dei più classici elementi di design interpretati da Fornasetti con estro inconfondibile. Nella pagina a fianco, laccatura a mano di una base per lampada.

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chiamato in aiuto, stava vivendo un momento di grande difficoltà. Pur essendo ormai autonomo dalla mia famiglia da più di dieci anni e instradato su un altro percorso, ho ritenuto doveroso, necessario, ma anche interessante, occuparmi di salvare tutto quel capitale storico e artistico che rischiava di sparire sotto un mare di minimalismo e indifferenza. In generale, aggiungerei, il mio non è stato un percorso semplice: ho dovuto prima di tutto studiare, rischiare, credere soprattutto, in modo incondizionato, e anche sbagliare qualche volta. Il lavoro creativo, in particolar modo in questo campo, è già di per sé composto dall’1% di ispirazione e dal 99% di sudore; in questo specifico caso, per poter lavorare in modo creativo nel rispetto di questa straordinaria eredità c’è voluta una preparazione intensiva, dovendo ricostruire il lascito paterno, comprenderlo fino a immedesimarmici completamente e, soprattutto, lavorare manualmente affinché il sapere degli artigiani ormai prossimi a lasciare non andasse perso. Ho dovuto sentire mio il suo orizzonte di pensiero prima di poter creare nello stesso solco, aggiungendoci qualcosa di mio e reinterpretando secondo un tratto personale. D. Fornasetti padre è stato un grande inventore «decoratore» in una società culturale (milanese e italiana) dove la decorazione non era molto apprezzata. Lo stesso Ponti è stato più volte criticato per le sue frequentazioni progettuali con tuo padre. Oggi il tuo lavoro, sempre nello spirito di «decorazione totale» che ti distingue, mi sembra più accettato dalla cultura del progetto. È davvero così? Cosa è cambiato? R. Senza dubbio è cambiata la sensibilità generale. A partire dalle nefaste dichiarazioni di Adolf Loos in Ornamento e delitto, la decorazione è stata a lungo considerata qualcosa

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di non necessario. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato fermamente convinto che la decorazione sia come la musica; è un parallelismo che utilizzo spesso: entrambe sembrano non essere di primaria importanza, eppure lo sono, e te ne accorgi quando mancano. Chiedo sempre, provocatoriamente, di immaginare un mondo senza la musica. Sicuramente, oggi più che mai, c’è bisogno di creatività: leggo attorno a me un impoverimento generalizzato, in termini di capacità di fantasia e di speculazione intellettuale. Questo mi spinge ad andare avanti con sempre maggiore convinzione e senso di responsabilità. D. Alle «icone ornamentali» di tuo padre, famose in tutto il mondo, quali altre si sono aggiunte attraverso il tuo contributo, nello spirito di continuità del «marchio» Fornasetti? R. Quello che sento essere il frutto del mio apporto è la ricerca, su cui mi sono molto concentrato in questi ultimi anni, su come portare il messaggio culturale di Fornasetti oltre il prodotto commerciale. Sono nate in questo contesto le mostre, le installazioni artistiche, il libro d’artista e l’opera. Se penso a qualcosa che possa essere considerato in egual modo iconico all’interno del mio operato, penso soprattutto a quest’aspetto. Anche perché non so se gli oggetti, come mobili, ceramiche o accessori, potranno essere considerati delle icone: non sta a me a dirlo. D. Il design italiano ha riconosciuto dopo diversi decenni il valore del «progetto decorativo totale» di tuo padre attraverso la bella mostra che hai realizzato alla Triennale di Milano e poi al Museo di Arti decorative a Parigi. Si parla spesso di un conflitto di interessi che può creare delle negatività per chi cura una mostra di un autore al quale è legato per parentela o affezione. Non è stato il tuo caso e questo

Qui sopra, archivio di telai serigrafici: come tecnica di stampa, la serigrafia prese il posto della litografia ai tempi di Piero Fornasetti. A fianco, colorazione a mano di una sedia con decoro Ortensia, una recente reinvezione di Barnaba Fornasetti.

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dimostra, secondo me, la tua capacità di capire-impararesviluppare, dando anche un valore aggiunto a tutto ciò che ha fatto tuo padre. Ti senti quindi l’erede che vuole, e sa, dare continuità alle ricerche di Fornasetti padre? R. Senz’altro. Non ho cercato questo ruolo, mi ci sono ritrovato e l’ho sentito sin da subito come una responsabilità. Sono stato investito del compito di portare avanti una tradizione importante e nel corso degli anni mi sono impegnato a mantenere viva la visione creativa di mio padre. È stato un processo che oserei definire naturale, ma non per questo privo di difficoltà e grande impegno. Nel momento in cui si sono create le condizioni per realizzare una mostra su mio padre, non riuscivo a individuare nessuno che avesse una conoscenza approfondita del suo lavoro. Solo io avrei potuto curarla, con il supporto di Silvana Annicchiarico. Solo ora, proprio grazie al lavoro svolto attraverso quelle esposizioni, potrebbero essercene altre a opera di curatori. D. Quali sono gli obiettivi che hai raggiunto negli ultimi anni nel tuo lavoro? R. Nella prima fase di quest’avventura, il mio maggior successo è stato non aver ceduto alle lusinghiere proposte di cessione del brand. In generale, non mi sono mai pentito di aver detto di no: qualche volta, semmai, di aver detto sì. In questi ultimi anni, sono fiero di aver costituito e consolidato un team affiatato e appassionato che rende il flusso lavorativo molto armonioso. D. Collabori con altri progettisti (come faceva tuo padre)? R. Sì. Nella maggior parte dei casi si tratta di un incontro tra persone e sintonie artistiche: non c’è una ricerca di natura aziendale di questo tipo di collaborazioni. Semplicemente, trovo giusto collaborare con chi è esperto del set-

tore in cui si vuole operare. Sicuramente non è la firma a interessarmi, ma il valore aggiunto che viene a crearsi, in termini di sperimentazione tecnica, di pensiero progettuale e di messaggio culturale. Una delle ultime collaborazioni è quella con Rei Kawakubo, che è un’artista e una fashion designer. Mi piaceva l’idea di una «moda-non-moda» come quella che porta avanti con Comme des Garçons: è per questo motivo che ho concesso l’utilizzo di alcuni decori per una collezione. D. Tuo padre preferiva un repertorio «ottocentesco minore» per le sue creazioni; quali sono i soggetti a cui ti ispiri per le tue nuove proposte? E quali sono, se ci sono, le tipologie che rappresentano il supporto ideale per le tue decorazioni? R. L’ispirazione di mio padre proveniva da molte epoche: attingeva a piene mani, senza curarsi di date, periodi, correnti artistiche. Frammenti di altre epoche, memorie vaganti, citazioni, immagini, sono stati ricomposti fino a dar vita a un mondo visivo, familiare eppure totalmente nuovo. Non mi discosto molto da questo atteggiamento, che sottende una concezione dell’atto creativo che non vuole in alcun modo farsi condizionare da categorizzazioni di alcun tipo. Quello che mi differenzia da mio padre è probabilmente una maggiore attenzione al mondo che mi circonda, una sensibilità sociale più sviluppata che entra in circolo anche nei miei atti creativi. Non c’è supporto ideale, penso che la decorazione abbia la capacità di adattarsi a qualsiasi superficie e progetto: è anche questo che ho voluto dimostrare applicandola agli ambiti più disparati. Alla fine porto avanti la mia battaglia contro il «minimalismo espiatorio», per usare un’espressione di Patrick Mauriès.

Qui sopra, colorazione a mano, seguendo il modello carta colore, di un piatto in porcellana con decoro Piscibus. I decori e i motivi delle «reinvenzioni» attingono dallo sterminato archivio. Nella pagina a fianco, oggetti di porcellana finiti (fornasetti.com).

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Creatività sintetica

IL MATERIALE INVENTATO NEL 1954 DAL PROFESSORE GIULIO NATTA CON IL SUO TEAM AL POLITECNICO DI MILANO E PRODOTTO DA MONTECATINI EDISON, È RISCOPERTO NEGLI ANNI 80 DA MARLIES VON SODEN, CHE RENDE COSÌ LA PLASTICA SCULTURA

In queste pagine, Opus 48, opera di Marlies von Soden esposta a «Homo Faber» nella sala Best of Europe curata da Jean Blanchaert, autore del servizio: è realizzata in polipropilene isotattico, detto Moplen, materiale plastico inventato nel 1954 da Giulio Natta, per questo insignito nel 1963 del Nobel per la Chimica.

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d n i v e enta l p o m il «Inconfondibile, leggero, resistente», reclamizzava Gino Bramieri nei Caroselli degli anni 60 e 70 alla televisione italiana. «E, signora, badi ben, che sia fatto di Moplen!». Scolapasta, giocattoli per bambini, secchi per biancheria, stoviglie, barattoli, bidoni, qualsiasi cosa. C’è un grandissimo entusiasmo in quegli anni, quando questo nuovo materiale, magnifico quanto misterioso, fa irruzione nelle case degli italiani e in quelle di tutto il mondo. A inventare questo materiale è il professor Giulio Natta, coadiuvato

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Qui sopra, ritratto di Marlies von Soden: prima di diventare maestra d’arte ha lavorato per molti anni come costumista e scenografa per il cinema. La prima caratteristica del suo mestiere è la velocità: Marlies ha solo 20 secondi per riuscire a modellare il Moplan incandescente prima che questo si raffreddi e poi si irrigidisca.

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dalla sua équipe, al Politecnico di Milano. In un suo taccuino di appunti del 1954 si legge: «Oggi abbiamo scoperto il polipropilene isotattico». Nove anni dopo, nel 1963, Giulio Natta viene insignito, insieme al compagno di ricerche Karl Ziegler, del Premio Nobel per la chimica, proprio in virtù di questa invenzione. La Montecatini Edison, produttrice del polipropilene isotattico, registra il nome Moplen che, in breve tempo, diventa per tutti sinonimo di plastica. Per i primi 20 anni, la striscia bollente di materia, dopo l’estrusione, finisce sempre il suo percorso in uno stampo, assumendo la forma dell’oggetto desiderato. All’inizio degli anni 80 Marlies von Soden, «Gestalterin», creatrice e inventrice berlinese, con un passato glorioso di costumista e scenografa per il teatro e per il cinema tedeschi, s’imbatte casualmente, buttando l’occhio in una discarica industriale, in alcuni residui di estrusione considerati non idonei alla produzione a causa del loro colore troppo sgargiante. Ne rimane subito affascinata. Abituata, da buona costumista, a destreggiarsi fra i più diversi materiali, inizia una ricerca alla Sherlock Holmes e risale alle origini di questi strani oggetti rosa, individuando la piccola fabbrica che li produce per mezzo di un estrusore. Il passo successivo è molto importante. Marlies von Soden riesce a convincere il direttore responsabile del reparto estrusioni del Gruppo Höchst di Francoforte, a destinarle per qualche giorno una macchina con due operai specializzati che la sappiano manovrare. Racconta von Soden: «L’estrusore è per me quello che per altri artisti sono pennello, scalpello, tornio. È un attrezzo simile a un vulcano che erutta lava. La materia plastica è il magma, la materia prima del XX secolo, la materia sintetica che diventa arte. Il materiale fuoriesce come lava dalla macchina, gli oggetti raggiungono fino a 200 gradi di calore e chiaramente non sono facili da maneggiare. La massa è morbida e io la devo formare e amalgamare entro 20 secondi perché poi si irrigidisce. Il mio lavoro è molto legato alla casualità. Devo cogliere il momento giusto per tagliare, formare e piegare la materia. I miei oggetti sono tutti pezzi unici, la struttura è organica, sono sculture di luce. La luce rende la plastica trasparente, è generatrice di forme, le dà un’anima». Irradiandosi dall’interno del materiale plastico, la luce accentua l’effetto

traslucido e opalescente trasformando le sculture luminose in oggetti magici. Marlies von Soden comincia a esporre le sue sculture in Germania alla fine degli anni 80. L’impatto del pubblico con queste opere plastiche di fascino visivo unico è di grande sorpresa. Il designer Rolf Sachs le chiamerà spiritosamente Négligé illuminé. Nel 1991 l’artista espone al Salone del Mobile di Milano. Mariaclara Goldschmiedt, studiosa di design, rimane affascinata dai lavori della von Soden e la presenta a Giulio Castelli, cofondatore e padrone della Kartell. Giulio Castelli, ingegnere chimico, era stato allievo di Giulio Natta e aveva quindi molta dimestichezza col polipropilene. Vedere questa materia trasformata in scultura e non più in oggetti utili per la casa, entusiasma il grande imprenditore che decide di aiutare la von Soden organizzandole delle sedute di lavoro, prima alla Montedison, a Milano, e successivamente alla Montell, a Ferrara. Dopo le memorabili mostre da Antonia Jannone, nel ’92, e da Pasquale Leccese - Le Case d’Arte, nel ’96, sotto l’egida di Erica Calvi (InterNos), Marlies von Soden comincia a collaborare con Galleria Blanchaert, da me diretta. Per questo, ho potuto assistere alla magnifica performance della creazione di queste opere, un balletto solitario non meno affascinante di quello del maestro vetraio. Von Soden, vestita da palombaro, si avvicina con guanti ignifughi all’estrusione bollente. Taglia con un cutter la «lasagna» di plastica e in meno di 20 secondi deve darle una forma, una «Gestalt», appunto. Alla fine di una giornata di lavoro, ammassate al suolo, si contano una sessantina di forme, risultato di questa operazione. Soltanto cinque o sei saranno salvate dall’artista. Le altre, perché imperfette o non di suo gusto, verranno gettate. Negli ultimi 15 anni, dal 2003 a oggi, l’unica scultrice di Moplen al mondo ha potuto continuare il suo lavoro grazie alla generosità e alla lungimiranza della Kuhne GmbH di Sankt Augustin (Colonia), che ha creduto in questo progetto artistico sul polipropilene. Nel 1998 Marva Griffin dispone al Salone Satellite una selezione di questi oggetti luminosi che ricordavano coralli, enormi conchiglie, ma anche drappeggi di broccati o pieghe di tessuti in crêpe de chine. Robert Wilson, per anni, si è portato una lampada piatta di Marlies von Soden in camerino. Lisa Ponti illumina la sua camera da letto con la luce rosa dell’artista tedesca. Dall’ultimo piano della sua alta casa di Berlino, di notte, le incredibili luci verdi, azzurre, rosse e rosa delle sue sculture luminose accese rischiarano il quartiere Schöneberg. Sono diventate luogo di culto, meta di pellegrinaggio estetico.

LUCIE JANSCH © MICHELANGELO FOUNDATION

© CHRISTINE ROGGE

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Creatività sintetica

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I miei oggetti sono tutti pezzi unici, la struttura è organica, sono sculture di luce. La luce rende la plastica trasparente, è generatrice di forme, le dà un’anima

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Un modello per la qualità degli oggetti esposti e per come è stata costruita: la mostra «Creativity and Craftsmanship» di Michele De Lucchi ha valorizzato attraverso i tabernacoli le culture europee del fare e del progetto, sublimate dall’allestimento nella sala palladiana di Fondazione Cini di Ugo La Pietra foto di Lola Moser © M i c h e l a n g e l o Fo u n d a t i o n

ALESSANDRA CHEMOLLO © MICHELANGELO FOUNDATION

SPAZIO DI VIAGGIO

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L’allestimento di Michele De Lucchi (nell’altra pagina), curatore di «Creativity and Craftsmanship», crea otto dimore private dentro la sala per valorizzare ogni oggetto-scultura esposto. Sono otto costruzioni coniche sospese, costruite in legno e rete, realizzate a mano da bravissimi maestri esperti di falegnameria.

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La mostra Creativity and Craftsmanship ha rappresentato, a mio avviso, il momento più interessante e originale all’interno della ricca manifestazione Homo Faber.Di fatto la mostra, curata da Michele De Lucchi, è stata caratterizzata da un progetto originale pensato e realizzato per l’occasione ponendosi, così, come «modello» non solo per la qualità delle opere esposte ma anche per come è stata costruita. L’allestimento ha preso avvio da un tema suggerito da De Lucchi: «L’oggetto con un interno»; nella tradizione cristiana ed ebraica l’oggetto con un interno è il tabernaculum, un piccolo tempietto carico di significati 2

OTTO OPERE DI PROGETTISTI EUROPEI REALIZZATE DA MAESTRI LOCALI E CONTENUTE IN UNA SERIE DI COSTRUZIONI CONICHE SOSPESE AL SOFFITTO CHE NE ESALTANO LA TRIDIMENSIONALITÀ

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simbolici e rituali. Otto opere al confine tra architettura, design e arte, pensate da otto progettisti provenienti da otto Paesi europei e realizzate da maestri artigiani del loro stesso Paese, sono state collocate da Michele De Lucchi all’interno di una monumentale sala con un allestimento pensato per esaltarle nella loro tridimensionalità. La vasta sala palladiana della Fondazione Cini, caratterizzata dalla grande tela Le nozze di Cana del Veronese (purtroppo una copia, giacché l’originale si trova al Louvre), è stata strutturata attraverso una serie di costruzioni coniche sospese al soffitto che hanno custodito ed esaltato le ope-

1. Martine Bedin ha concepito «Gabbiadoro» con gli artigiani della foglia d’oro Dominique Monié e Jean-Luc Cesses. 2. Il designer Marcel Wanders e l’artigiana Wilma Plaisier con la loro opera «One minute vase». 3. Il contenitore «Trinity», del designer Alfredo Häberli, realizzato dallo svizzero Roman Räss.

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re esposte: il pubblico ha potuto così coglierne il valore attraverso la scenografica illuminazione dall’alto e anche attraverso il breve video sul processo creativo e realizzativo che accompagnava ciascuna proposta. Ideazione, progettazione, allestimento del contenitore e delle opere stesse: tutta una serie di parametri che hanno fatto di questa mostra un modello esemplare per la valorizzazione della cultura del fare unita alla cultura del progetto. Le opere realizzate per l’occasione sono quindi il risultato della collaborazione tra il progettista e l’artigiano esecutore: Interno/Esterno è il titolo del mio abitacolo, opera che allude alle mie tematiche rivolte all’apertura dello spazio privato verso il pubblico; l’abita5 colo a forma di «casa» si apre e mette in evidenza, attraverso le diverse texture in mosaico realizzate dall’artigiano Giulio Candussio di Spilimbergo, l’interno prezioso (tessere in oro a specchio) e l’esterno con tessere volutamente tagliate grossolanamente. Trinity è l’opera progettata da Alfredo Häberli (Svizzera) che, attraverso tre elementi di legno chiaro, realizza con l’artigiano Roman Räss un contenitore (tre pezzi, una sola essenza) che, liscio e compatto all’esterno, si mostra all’interno prezioso e dinamicamente scavato. Martine Bedin, designer francese, innalza una torre di legno, Gabbiadoro, dove la superficie lucida e dorata dialoga con la superficie opaca, con sfumature che vanno dall’oro scuro all’oro bianco procedendo verso l’alto. Il contenitore, realizzato da Dominique Monié e Jean-Luc Cesses si apre sulla diagonale e lascia comunque intravedere, attraverso la struttura, il suo interno. Un contenitore a prima vista compatto, Monochrome Cabinet, è l’opera progettata da Adam Lowe (Regno Unito) e realizzata da Factum Arte Workshop: una sorta di scatola differenziata da sfumature che vanno dal bianco al grigio intenso. Tutta la forma è tagliata da tanti cassetti scorrevoli contenuti tra una base in «sale» e un cielino in alabastro. Ingo Maurer (Germania) invita lo spettatore a guardare all’interno della forma archetipica dell’uovo che, forato, svela il suo interno dal quale si scorge una luce blu; l’uovo è sospeso dentro la grande campana che fa parte dell’allestimento, mentre uno specchio provvede a riflettere l’interno dell’uovo stesso; un’opera complessa e spettacolare Finito/Infinito, realizzata da Martin Deggelmann e Enno Lehmann. One minute vase è la proposta di Marcel Wanders (Paesi Bassi) realizzata dalla ceramista Wilma Plaisier: un’o-

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4. Ugo La Pietra e la sua opera «Interno/Esterno. CasAperta: l’ultima luce», realizzata con il maestro mosaicista Giulio Candussio. 5. «Celeste Blue», ideato da Piotr Sierakowski, realizzato dagli ebanisti Andrzej Dobrowolański e Jakub Przyborowski e decorato da Pola Dwurnik. 6. Lo spagnolo Pere Ventura Sala e il suo «Starry Pyramid».

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pera che parte dal blu tradizionale olandese reinterpretato attraverso una classica forma di un vaso (archetipo storico), contrapponendo il gesto veloce dell’autore con la delicatezza del raffinato disegno di una decorazione tradizionale. Celeste blue di Piotr Sierakowski presenta un tabernacolo dove l’esterno dipinto dall’artista Pola Dwurnik non suggerisce minimamente la preziosità degli intarsi realizzati dagli ebanisti Andrzej Dobrowolański e Jakub Przyborowski (Polonia). Il più vicino al concetto di abitacolo è il contenitore progettato da Oscar Tusquets Blanca e realizzato dall’artigiano Pere Ventura Sala (Spagna), dal titolo Starry Pyramid: 2

UN PAESAGGIO DI VISIONI, MATERIALI E STRUTTURE CHE SANNO ACCOMPAGNARE IL VISITATORE IN UN IDEALE VIAGGIO LUNGO L’EUROPA ATTRAVERSO LA CREATIVITÀ, IL PROGETTO E IL SAPER FARE ARTGIANALE

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una forma piramidale si apre ribaltando i lati attraverso cerniere collocate sugli spigoli del volume, tutto è rivestito in pelle e al centro è collocato un prezioso oggetto di vetro. L’insieme di queste opere, collocate nel vasto spazio caratterizzato dai grandi coni, accolte nelle loro forme e nei loro colori da un allestimento con ampie basi che consentivano la più completa visibilità tridimensionale delle stesse, suggeriva quindi un paesaggio variegato di visioni, materiali e strutture, accompagnando il visitatore in un viaggio ideale tra i Paesi europei attraverso la creatività, il progetto e il saper fare artigianale.

1. Il designer Oscar Tusquets Blanca, l’artigiano Pere Ventura Sala e «Starry Pyramid». 2. Michele De Lucchi e alcuni Young Ambassador. 3. «Monochrome cabinet» di Adam Lowe e Francesco Cigognetti di Factum Arte. A fianco, ingresso in sala con l’installazione «Finito/Infinito» ideata da Ingo Maurer e realizzata da Deggelmann e Lehmann.

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fin Felicità del fare

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la meraviglia...

Qui sopra, girocollo Polpo, oro giallo e oro bianco, calcedonio, quarzo rosa e brillanti. Nella pagina a fianco, Tommaso Pestelli mentre lavora a una saliera in ametista all’interno del suo atelier.

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DA UN SECOLO ALTO ARTIGIANATO A FIRENZE VUOL DIRE PESTELLI. OGGI TOMMASO RACCOGLIE NEL SUO ATELIER UN’EREDITÀ DI QUATTRO GENERAZIONI ED È IL PRIMO CHE REALIZZA E FIRMA DIRETTAMENTE GLI OGGETTI DELLA BOTTEGA

di Alessandra de Nitto foto Courtesy Atelier Pestelli

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n Felicità del fare

el cuore di Firenze, in via Borgo SS. Apostoli 20/r, risplende un’autentica gemma del saper fare italiano: l’atelier di alto artigianato di Tommaso Pestelli, ultimo erede di una gloriosa dinastia di orafi e gioiellieri fiorentini attivi fin dal 1908. Lo incontriamo nella minuscola bottega, con atelier al piano superiore: uno scrigno di veri tesori, il piccolo regno di Tommaso ed Eva, compagna d’arte e di vita, dove nascono capolavori preziosi unici e inconfondibili: oggetti d’arte in oro, argento e pietre semipreziose dalle forme inusitate, degni di una Wunderkammer rinascimentale. Tommaso incarna davvero la «felicità del fare»: ci introduce nel suo fascinoso mondo con un costante sorriso, a tratti divertito e contagioso, e una cortesia d’altri tempi, la semplice naturalezza dei veri artisti, la luce della passione e il riverbero della bellezza di cui è circondato nello sguardo. La bellezza che esce ogni giorno dalla sua inesauribile fantasia e dalle sue mani sapienti. Classe 1969, Tommaso si forma secondo le regole della miglior tradizione artigiana, tra l’Istituto d’arte di Porta Romana a Firenze e l’apprendistato nella bottega di famiglia, dove fin da giovanissimo cade preda

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della fascinazione per il saper fare dei maestri più anziani, impadronendosi presto delle loro abilità e dei loro segreti. Cresce circondato dalla meraviglia, della città stessa e della bottega, tra oggetti d’eccezione, magnifici modelli e disegni: ne resterà ammaliato per sempre. Dal 1989, raccogliendo la preziosa eredità di ben quattro generazioni di valenti imprenditori, fornitori dell’alta borghesia fiorentina, diviene titolare dello storico atelier di famiglia, situato dopo vari trasferimenti nella sede attuale. È il primo della dinastia a realizzare direttamente gli oggetti d’arredo e da collezione firmati dalla bottega, in passato affidati alle migliori maestranze esterne specializzate. Natura curiosa e instancabile, non smette di perfezionare la propria formazione, diplomandosi in scultura presso l’Accademia di Belle Arti nel 1994: nello stesso anno vince il concorso per entrare presso il prestigioso Opificio delle Pietre Dure. Un’istituzione voluta nel 1588 dal granduca Ferdinando I de’ Medici come manifattura artigianale e artistica dedita alla nobile arte del commesso fiorentino in pietre dure e nel tempo divenuta fiore all’occhiello per l’Italia nel campo del restauro e della conservazione. Qui Tommaso Pestelli ottiene il diploma di restauratore di oreficeria e glittica, con una specializzazione nel bronzo archeologico. Dell’esperienza nel restauro, il Maestro dichiara di aver apprezzato e messo a frutto in modo speciale l’acquisizione di una profonda conoscenza

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65 dei materiali e dei metodi costruttivi: «Mi ha affascinato soprattutto entrare nell’oggetto d’arte, capirne la fattura dall’interno, il “dietro le quinte” della creazione artistica: i dettagli nascosti, i piccoli segreti, le viti e giunture invisibili...». Ma il suo talento non poteva restare confinato nell’ambito affascinante ma non abbastanza creativo del restauro, e parallelamente Tommaso si dedica con sempre maggior competenza, passione e libertà alla creazione. Questa alta e composita formazione artistica, unita a una manualità d’eccezione e a una vena creativa fuori del comune, resta comunque alla base della sua originalissima produzione, caratterizzata da una sapienza tecnica molto raffinata e da un estro fantastico che nel tempo ha decretato il successo anche internazionale dell’atelier. Sono infatti molte e importanti le collaborazioni, da Buccellati a Petochi, dalla Maison Talmaris di Parigi a Degand di Bruxelles, fino a Bergdorf Goodman di New York. Le opere di Pestelli sono nella collezione permanente di oreficeria del Museo degli Argenti di Firenze, mentre per gli Uffizi l’atelier realizza bellissimi orecchini, pendenti, bracciali, collane, ciondoli ispirati ai capolavori del Museo, dalla Venere alla Primavera di Botticelli, dai ritratti del Bronzino alle sculture del Verrocchio, Ghiberti e Michelangelo. Il Maestro Pestelli trae spunto non solo dall’estro personale, dalla natura e dai capolavori della storia dell’arte, costantemente sotto i suoi occhi, ma anche dai magnifici campionari della produzione orafa appartenuti ai suoi antenati, ricchi di stupendi e minuziosi disegni realizzati dai disegnatori e maestri orafi attivi per oltre un secolo nell’atelier: un giacimento di bellezza, fonte inesauribile di ispirazione, insieme al campionario di modelli e calchi di gioielli, piccola

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statuaria e oggetti d’arte. Naturalia e artificialia... naturale bellezza e artificio sono in magico equilibrio nelle sue creazioni: animali, foglie e fiori, fantastiche forme zoomorfe per coppe, saliere, zuccheriere, centrotavola, scatole preziose; creature talvolta ibride e sorprendenti, eseguite con minuzioso realismo, che creano un potente universo fantastico, quasi il divertissement di un demiurgo d’altri tempi, che gioca con abilità sopraffina nel combinare elementi, forme, colori e materiali. Così l’argento, scolpito, cesellato, sbalzato, dorato è abbinato in modo emozionante e ardito a cristalli di rocca, ametiste, perle, conchiglie dalle forme scenografiche, quarzi, diaspri... Un drago d’argento mirabilmente scolpito si avviluppa a una splendida conchiglia; la coppa di Bacco in quarzo fumé è sostenuta da due incredibili figure di satiri; un piccolo cinghiale si avventura cauto su un prato di ametista; piccole tartarughe portano sul dorso la raffinata coppa in calcedonio con tralci di foglie... Sono solo alcuni dei sogni preziosi che il Maestro realizza nella sua fucina della bellezza: un luogo dove il tempo sembra davvero essersi fermato, che ci dimostra come la vera maestria possa avere ancora interpreti d’eccezione, degni del confronto con i grandi del passato.

In alto, Zucca, potiche porta essenze profumate, corniola, argento (misure 23x21x20 cm). Sotto, Zuccheriera in agata, corniola e argento (32x10x h15 cm). Nella pagina a fianco, in alto, La Coppa di Bacco, centrotavola in quarzo fumé, base in diaspro oceanico e argento (20x20x h 16 cm). Sotto, Zefiro, nautilus pompilius e argento (16x9x h 22 cm). L’Atelier Pestelli è in via Borgo SS. Apostoli 20/r, Firenze www.pestelli.com

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NeTW

L’ I N C O N T R O D E I C E N T O

INSIEME PER PROMUOVERE I MESTIERI D’ARTE Da sinistra: Alberto Cavalli (co-direttore Michelangelo Foundation), Gérard Desquand (già presidente Inma), Ieva Skaurone (Vilnius Academy of Arts), Louise Allen (World Crafts Council Europe) e Rainald Franz (Mak di Vienna).

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GINEVRA & NICOLO © MICHELANGELO FOUNDATION

Collaborazioni

WOrK

PER LA MISSIONE DEL di Jacques Rey

traduzione dall’originale francese di Alberto Cavalli

PROVENIENTI DA TUTTA EUROPA, RAPPRESENTANO LA RETE DELLA MICHELANGELO FOUNDATION E SI SONO RITROVATI PER LA PRIMA VOLTA A VENEZIA PER IL FUTURO DEI MAESTRI D’ARTE

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Collaborazioni

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ento persone venute da tutta Europa hanno risposto positivamente all’invito della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship. Cento persone che rappresentano la rete che la Fondazione stessa sta pazientemente e tenacemente tessendo in tutta Europa, così come auspicato dai due fondatori, Johann Rupert e Franco Cologni. Da ormai quasi tre anni, grazie all’aiuto di una squadra piccola ma ricca di entusiasmo, stiamo infatti passando al setaccio l’Europa intera, con la finalità di incontrare, in ogni Paese, le organizzazioni che si occupano di preservare e promuovere gli artigiani d’eccellenza e i designer. Tra le missioni della Fondazione vi è infatti la precisa volontà di identificare, proteggere e promuovere i maestri d’arte d’eccellenza, favorendone i le-

gami con i più talentuosi creativi europei: una volontà che deve dunque nascere da un dialogo aperto e fertile con chi, nei diversi Paesi, condivide questa visione, e che deve portare alla nascita di un grande movimento culturale internazionale, costruito intorno ai mestieri d’arte. Possiamo sicuramente affermare che questo movimento culturale, così come auspicato e fortemente desiderato, sta davvero iniziando a prendere forma, perché più di 80 tra le organizzazioni che fanno parte del network della Michelangelo Foundation non hanno esitato a rispondere all’invito e, sentendosi profondamente coinvolte, si sono riunite a Venezia il 24 e 25 settembre, in occasione dell’esposizione più importante mai dedicata ai mestieri d’arte: Homo Faber, organizzata pro-

prio dalla Michelangelo Foundation insieme alla Fondazione Cologni, alla Fondazione Giorgio Cini, al Triennale Design Museum e alla Fondation Bettencourt Schueller. Cento persone, 80 istituzioni e ben 26 Paesi rappresentati da fondazioni, organizzazioni, associazioni pubbliche o private, musei, scuole di design o di arti applicate si sono dunque ritrovati per la prima volta a Venezia secondo un disegno ben preciso: entrare in contatto le une con le altre, intessere un dialogo partendo dalle loro esperienze e best practices, visitare le sedici esposizioni di Homo Faber alle quali avevano a suo tempo contribuito (proponendo ai curatori alcune liste di artigiani o di giovani neodiplomati, per il programma degli Young Ambassadors) e, infine, per partecipare da protago-

FRED MERZ © MICHELANGELO FOUNDATION

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TRA CONCEPT E CURATORI Un grande fiume di maestria che unisce tutta Europa: questo il concept di Stefano Boeri per la sala Best of Europe (sopra). Nella pagina accanto, il curatore della sala Jean Blanchaert con la delegazione irlandese formata da maestre d’arte e studiose.

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nisti a una serie di tavole rotonde dedicate a temi di grande importanza per il futuro dei mestieri d’arte. Conoscersi, confrontarsi, creare un terreno comune per costruire una rete efficace: azioni complesse ma anche stimolanti, che sono state rinforzate proprio da queste conversazioni su temi quali la necessità di definire in maniera condivisa e (quanto più possibile) oggettiva i migliori maestri d’arte, riconoscendo il valore di alcuni criteri d’eccellenza comuni che aiutino nella scelta. O come l’importanza di una solida base per un riconoscimento pubblico e sociale della figura del «Maestro». O ancora, sul ricercare nuovi modi per assicurare la trasmissione del saper fare e il futuro alle botteghe. Infine, sul desiderio di sensibilizzare le giovani generazioni ai temi del

craft e del design, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione che le reti e la tecnologia permettono di sfruttare. Tutti i membri del network della Michelangelo Foundation hanno apprezzato l’energia e l’ottimismo che la Fondazione stessa profonde e stimola, quando invita a promuovere gli artigiani e i designer. Un’energia tangibile nel contesto stesso in cui l’incontro è avvenuto, ovvero Homo Faber: una mostra con oltre 900 opere esposte, con numerosi artigiani che hanno dimostrato dal vivo la loro abilità, con allestimenti ed esperienze da cui traspariva la cura con la quale ogni opera è stata realizzata, nonché il desiderio di porre al centro della riflessione l’essere umano. Un incontro che è uno specchio del network stesso e della sua volontà di mettere in rete gli artigiani con il

desiderio (comune alla Michelangelo Foundation, alle Maison, ai designer, alle gallerie) di creare e mantenere sempre un dialogo proficuo, fertile tra creatività e saper fare, stimolando l’interesse del cliente o del visitatore. «L’Europa dei mestieri d’arte? Ma l’avete di fronte agli occhi!», ha esclamato un importante ex ministro della Cultura francese, durante la sua visita a Homo Faber. «Dovete solo chiedere ai vostri giovani ambasciatori e ai membri della vostra rete di coltivarla, di preservarla e di portarla verso un futuro che la sappia accogliere e proteggere». È proprio questa la missione che la Michelangelo Foundation si impegna sin da ora a portare avanti, grazie al proprio network: una missione che è anche un appuntamento a Venezia, per l’edizione 2020 di Homo Faber.

80 ISTITUZIONI E BEN 26 PAESI RAPPRESENTATI DA FONDAZIONI, ORGANIZZAZIONI, ASSOCIAZIONI, MUSEI, SCUOLE DI DESIGN O DI ARTI APPLICATE, PER COSTRUIRE UNA RETE EFFICACE

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MiNI Il novembre del AI GIOVANI MAESTRI ARTIGIANI UN CORSO POST-STUDI A MILANO, PROPEDEUTICO AL TIROCINIO

di Federica Cavriana foto di Peter Elovich

I dati (Movimprese) aggiornati al terzo trimestre del 2018 ci ricordano che in Italia sono attive più di un milione e 300mila imprese nel comparto artigianale. All’interno di questo numero importante, anche a livello di occupazione e pil, le realtà afferenti all’artigianato artistico sono certo un numero più esiguo. Nondimeno l’artigianato artistico italiano, in particolare quello di eccellenza, ha un impatto indescrivibile e un valore inestimabile sotto l’aspetto economico, culturale, sociale. Fa ben emergere questo valore la ricerca di pochi anni fa Costruttori di valore, a cura di Sda Bocconi, che ne illustra le implicazioni sul turismo, sul sistema culturale e museale italiano, sulla reputazione del nostro Paese e su quello che viene ormai considerato il terzo brand al mondo (dopo Coca-Cola e Visa): il made in Italy, sinonimo di qualità, di creatività, autenticità, stile, e tutto quello che siamo orgogliosi di esportare. Un orgoglio di cui i nostri maestri artigiani, che siano titolari di un piccolo atelier o addetti in una grande azienda a vocazione artigiana, sono linfa vitale e bandiera. Ecco quindi che ci sono infinite ragioni per preoccuparsi del benessere di questo comparto e di questi eccezionali interpreti del saper fare italiano, per ammirarne il lavoro, promuoverli, semplificare per loro orpelli burocratici e obblighi applicabili ragionevolmente solo

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Master

Sopra, il Maestro liutaio Lorenzo Rossi nella sua bottega milanese forma il giovane Giuseppe Bannino (detto Daniele). A fianco, Silvia Forlati mentre svolge il tirocinio di «Una Scuola, un Lavoro» presso l’atelier di restauro di Silvia Beccaria, sempre a Milano.

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Il Made in Italy di domani

a una multinazionale. Ed ecco perché diffondere presso il grande pubblico la consapevolezza di tutto il lavoro e la sapienza celati dietro le loro creazioni e agevolare un ricambio generazionale tante volte paurosamente in pericolo. Pensare al futuro dell’artigianato artistico vuol dire soprattutto formare giovani che vogliano intraprendere queste professioni, fatte di tanti sacrifici e tante soddisfazioni, giovani che possano prendere il posto, un giorno, dei nostri grandi maestri d’arte. Anche se la cancellazione degli istituti d’Arte ha inflitto un duro colpo alla formazione artistica che una volta preparava anche gli artigiani, esistono tuttora in Italia importantissime scuole di Arti e Mestieri: istituti, università, Its ed enti formativi di eccellenza che preparano i nuovi orafi, ceramisti, ebanisti, sarti e così via (la maggior parte su scuolemestieridarte.it). Ma a fianco delle competenze «tecnico-professionali» fornite da queste Scuole, quali sono le competenze che questi ragazzi devono possedere, richieste all’artigiano contemporaneo? Se lo è chiesto la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, che dal 2011 promuove il progetto Una Scuola, un Lavoro. Percorsi di Eccellenza (unascuolaunlavoro.it) per facilitare l’inserimento di giovani meritevoli nel mondo dei mestieri d’arte. Innanzitutto, naturalmente, hanno bisogno di più esperienza possibile, ed ecco perché il progetto prevede tirocini di 6 mesi in bottega per questi giovani neoqualificati, neodiplomati o neolaureati che hanno l’opportunità di migliorarsi sotto la guida di grandi maestri artigiani. Ma non solo, all’artigiano è richiesto oggi di evolversi: di conoscere le potenzialità di comunicazione dei social, intuire gli spunti generativi dell’incontro tra artigianato e cultura del progetto, avere una buona infarinatura di bilanci e gestione di un’impresa, possedere una buona cultura generale e preferibilmente conoscere a fondo la storia del proprio mestiere. Ecco perché dopo una fortunata sperimentazione sostenuta da Fondazione Cariplo nel 2017, Fondazione Cologni ha pensato di organizzare anche nel 2018, grazie al supporto di Pomellato, un corso

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post-studi propedeutico al tirocinio, una sorta di «Mini Master» in collaborazione con le più prestigiose realtà formative milanesi. Durante una full immersion di quattro settimane nel mese di novembre 2018, i 20 vincitori del bando 2018/2019 hanno studiato la storia delle arti applicate con Corsi Arte, mentre il Politecnico di Milano ha fornito loro un metodo progettuale, a partire dal quale creare un oggetto, ma anche realizzare un’idea. E ancora Sda Bocconi ha erogato un corso di formazione manageriale, mentre Iulm ha fatto loro scoprire l’importanza delle tecniche comunicative. Questo Mini Master ha avuto luogo a Milano, una delle aree metropolitane, con Roma, Torino, Firenze, Palermo, e il territorio della motor valley in Emilia Romagna, protagoniste del bando di quest’anno. Nell’odierno clima di rinnovamento dell’artigianato, spinto a legami più stretti con l’innovazione tecnologica, la cultura digitale e i cambiamenti della grande città, Una Scuola, un Lavoro ha voluto infatti porre un focus sull’alta manifattura urbana, punto d’incontro tra la tradizione artigianale e manifatturiera locale e il mercato globale. Oreficeria, restauro, sartoria, liuteria e meccanica racing sono i settori rappresentativi di questa edizione, con la quale Fondazione Cologni arriva a sfiorare la cifra dei 200 giovani talenti messi a bottega in questi anni. Con l’augurio che nel futuro questi giovani possano diventare grandi maestri artigiani e i più straordinari ambasciatori del vero made in Italy. In alto, Laura Menegotto e la sua apprendista Federica Francesca restaurano un’opera del ’900. A destra, decorazione di un gioiello nell’atelier romano Percossi Papi. Ma i maestri artigiani di domani, oltre all’esperienza sul campo, necessitano anche di conoscenze trasversali: al centro, Alberto Cavalli inaugura il Mini Master 2017 promosso da Fondazione Cologni. A fianco, alcuni partecipanti al progetto: dall’alto, Maestro e allieva collaborano presso Fabscarte, a Milano; Sara Merighi impara alla Markò Sposi di Mantova i trucchi per diventare una sarta di abiti da sposa, mentre Carlotta Corduas compie interventi di restauro sotto l’egida di Demo Restauri, Napoli.

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Il grande arazzo «Ras el Hanout», trionfo di opulenti motivi floreali. Le protagoniste di questa creazione dell’artista Pierre Marie sono le spezie mediorientali, sapientemente dosate come i gesti dei tessitori della Manifattura Robert Four ad Aubusson.

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L’ARTE DELLA TESSITURA DI AUBUSSON SI CONSACRA IN ROBERT FOUR. CHE A HOMO FABER HA MOSTRATO UN ARAZZO REALIZZATO CON L’ARTISTA PIERRE MARIE

di Giovanna Marchello foto di Tomas Bertelsen © Michelangelo Foundation

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Da più di cinque secoli il nome della cittadina francese di Aubusson identifica un particolare tipo di arazzi e tappeti in lana caratterizzati da una trama piatta. A differenza di quanto avviene nella tessitura normale, dove la trama viene inserita lungo l’intera larghezza dell’ordito, nella lavorazione degli arazzi l’artigiano crea il motivo (che viene tracciato su grandi fogli detti «cartoni», posizionati direttamente sul telaio, al di sotto dell’ordito) intrecciando un colore per volta. Dopo diversi secoli di successo, a metà del XX secolo la sopravvivenza degli arazzi e dei tappeti di Aubusson fu messa a repentaglio da prodotti provenienti da altri Paesi, più economici ma distanti dai codici artistici di Aubusson. Negli anni 70 Robert Four, che negli anni 50 aveva avviato una prospera attività di nicchia nel campo delle telerie dai disegni contemporanei, acquisì il laboratorio di Simon André a Felletin, trasferendolo ad Aubusson. Volendo preservare un importante sapere secolare, decise di rivolgersi ad artisti e designer per creare cartoni originali coi quali produrre

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UN ANNO ININTERROTTO DI LAVORO PER «RAS EL HANOUT» e distribuire arazzi e tappeti sotto il nome di Robert Four, che divenne così un marchio a pieno titolo. Poiché l’arte della tessitura di Aubusson stava progressivamente sparendo, Robert Four anticipò i tempi e fondò una scuola interna all’azienda dove formare i propri artigiani. Aprì una galleria nel quartiere parigino di SaintGermain-des-Prés e in breve tempo divenne l’emblema di Aubusson. Nel 2006, l’Unesco chiese l’assistenza della Manifattura Robert Four per creare un inventario dei saperi e dei gesti legati all’autentica tessitura di Aubusson, che fu iscritta nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità. Pierre-Olivier Four, figlio di Robert e attuale amministratore delegato, perpetua la missione dell’azienda sostenendo iniziative che valorizzano gli ar-

tigiani e le collaborazioni esterne. «Al giorno d’oggi sia i consumatori sia i creativi ricercano originalità, autenticità e tracciabilità», spiega Patricia Racine, direttore artistico della Manifattura Robert Four. «Le manifatture storiche hanno preservato la memoria dei gesti, e questo ci consente oggi di comprendere come adattare e applicare gli stessi gesti alle nuove esigenze. Ci può essere innovazione anche nella rivisitazione di un gesto antico, basta ripensarlo nel contesto del vivere moderno». Secondo Patricia Racine, nella società contemporanea le manifatture storiche svolgono anche un fondamentale ruolo sociale: «Chi lavora come artigiano in una manifattura storica è molto più che un semplice impiegato: questa è una professione che abbraccia tutta la vita, che incarna una passione, che rappresenta una forte identità. Artigiani e maestri custodiscono segreti di bottega che possono tramandare ai loro famigliari o a un apprendista». Al tempo stesso, le aziende che preservano competenze e tradizioni consolidate nel corso dei secoli hanno un indubbio vantaggio competitivo nei confron-

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ti dell’industria. «Esiste una grande proporzione di persone molto abbienti che desidera possedere oggetti unici e personalizzati. Insieme alla storicità vogliono poter acquistare un’esperienza, cosa che l’industria non è più in grado di dare loro». In questa prospettiva, Homo Faber ha avuto un ruolo importante nell’accorciare le distanze tra il pubblico e i mestieri d’arte. «Homo Faber ha permesso ad artigiani e produttori di guadagnare un’inaspettata visibilità e un futuro più ottimistico», conclude Patricia Racine. «La scelta di curare le mostre di Homo Faber a metà strada tra arte contemporanea, architettura e lusso è stata vincente, perché ha permesso di distillare sia il sapere sia l’atmosfera propri delle manifatture storiche e tradizionali, che mantengono le loro radici nel passato ma con una spinta forte verso il futuro». A Homo Faber la Manifattura Robert Four ha presentato il meraviglioso risultato di una collaborazione con Pierre Marie, il giovane artista contemporaneo che ha ideato l’arazzo battezzato Ras el Hanout, il nome arabo per la miscela delle migliori spezie di una

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drogheria. Per realizzare questo coloratissimo e grande arazzo da parete, gli artigiani specializzati della Manifattura Robert Four hanno lavorato ininterrottamente per più di un anno. «Come designer, penso che neanche l’eccellenza artigiana possa ovviare a un’idea di poca sostanza o a un oggetto mal progettato», dichiara Pierre Marie. «Ma quando una bellissima idea può essere sviluppata da un artigiano virtuoso, il risultato di questa collaborazione entra istantaneamente nella storia delle arti decorative. Sento che la mia missione è di restituire alle arti decorative il loro ruolo nell’ambito dell’ornamentazione, e per questo mi rivolgo a Maestri il cui sapere ha bisogno di progetti innovativi per potersi ricongiungere con il proprio glorioso passato. Per quel che mi riguarda, Homo Faber dimostra al mondo intero quanto siano importanti In alto, lo spazio dedicato alla Manifattura Robert Four nella mostra «Scoprire... e Riscoprire» a Homo Faber 2018. Nella pagina a fianco, l’arazzo lavorato sempre a rovescio, seguendo il cartone posizionato sul telaio, sotto l’ordito.

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le conoscenze semplici ma di alto livello; al tempo stesso offre la possibilità di far conoscere gli occhi e le mani di quanti si impegnano quotidianamente nel raggiungimento dell’eccellenza. In più, trovo che la scelta di Venezia sia perfetta. Spesso si dice che questa città viva fuori dal tempo, e penso che questa pausa da uno stile di vita sopra le righe sia necessaria per poter godere del concetto stesso di bellezza». La Michelangelo Foundation ha scelto di presentare la Manifattura Robert Four nella mostra Scoprire... e Riscoprire: un’occasione unica per ammirare le incredibili doti manuali e tecniche padroneggiate dagli artigiani che collaborano con 20 Maison europee del lusso. «In questo ambito», spiega Alberto Cavalli, capo curatore di Homo Faber, «la Manifattura Robert Four è un fulgido esempio di come la tradizione possa aprirsi al contemporaneo, e di come un patrimonio secolare possa essere preservato anche evolvendosi verso nuove vette. Si tratta di un modello sostenibile che può dare risultati del tutto inaspettati e di grande rilevanza».

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DUE DONNE CHE TIRANO LA

ORDA INGUNN UNDRUM E SARAH SJØGREN SONO RIMASTE LE UNICHE A REALIZZARE CORDE FATTE A MANO IN UNA TERRA LEGATA INDISSOLUBILMENTE ALLA VITA PER MARE: LA NORVEGIA di Andrea Tomasi

A fianco, le mani di Ingunn Undrum affrontano l’ultimo passaggio, l’intreccio della corda. Realizzate a mano, le corde prodotte presso il museo navale di Norheimsund sono fatte per lo più con fibre naturali tra cui canapa e crine equino.

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Da Bergen, la seconda città della Norvegia – una bella piazza, un quartiere medievale, un vivace mercato del pesce – ci si addentra a est verso la Svezia di un centinaio di chilometri. Si attraversano boschi e corsi d’acqua, si passa dentro a nuvole tanto basse che non si vede a una spanna, fino a raggiungere il fiordo di Hardanger, anch’esso secondo del Paese con i suoi 179 chilometri, e il villaggio di Norheimsund, 2mila anime e una via commerciale corta dove i negozi chiudono alle 16, e pazienza se d’estate c’è luce fino a notte. Quassù si finisce di lavorare a quell’ora, il tempo libero è prezioso, e quando tira vento e il cielo è sgombro Ingunn Undrum e Sarah Sjøgren salgono sulle loro piccole imbarcazioni, dispiegano le vele e vanno per mare, un mare scuro e denso da fantasticare su cosa ci sia sotto. Un mare indissolubilmente legato alle vite di chi ci abita e all’economia del luogo, dove è ancora la natura a scandire i giorni e dove sia Ingunn sia Sarah hanno deciso di vivere per dedicarsi a un mestiere antichissimo, l’arte della corderia a mano. «Finito l’istituto superiore di nautica a Oslo mi hanno offerto l’opportunità di venire a Norheimsund per un apprendistato di tre anni al museo navale, che nel 1995 aveva aperto la sua corderia e avviato un percorso di formazione su quest’arte che non veniva più insegnata in Norvegia: qui la produzione delle corde avveniva solo industrialmente.

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A destra, dettaglio di una corda. Nella pagina a fianco, immagini di vita quotidiana nell’Hardanger Maritime Museum, dove lavorano Ingunn Undrum (immortalata in due scatti con il berretto) e la sua allieva Sarah Sjøgren.

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© EVELYN ANSEL

on avevo le idee ben chiare su cosa fare da grande, ma la curiosità di mettermi alla prova su qualcosa di nuovo e sconosciuto mi spinse ad accettare. Vent’anni dopo, sono la responsabile della bottega dove ancora si realizzano corde a mano seguendo un processo di lavoro uguale da secoli e tramandatoci dai nostri antenati». L’atelier è uno stanzone in legno che profuma di boschi e resine, lungo vari metri per permettere di stendere le fibre naturali che diventano corda e illuminato dall’alto da finestroni che d’inverno fanno entrare il gelo: qui non c’è riscaldamento, quando fa freddo ci si copre e si va avanti senza troppo lamentarsi. E fu in un pomeriggio da battere i denti che davanti a Ingunn, rimasta sola a gestire la corderia legata all’Hardanger Maritime Museum, dove oltre a esporre imbarcazioni storiche se ne costruiscono di nuove, si presentò una ragazza danese, Sarah, alla ricerca di una nuova strada. «Dai 18 ai 25 anni la mia vita è stata la navigazione a vela. Ho girato tutto il mondo, poi dopo sette anni ho capito che era arrivato il momento di fermarmi e provare a costruire qualcosa di più stabile. Il mio desiderio era tuttavia restare nel mondo della nautica, imparare un mestiere manuale a essa legato. Venni a sapere che Ingunn cercava un aiuto ed eccomi qui». Nonostante a dividerle ci siano solo pochi anni, Ingunn ha fatto da maestra a Sarah, trasmettendole quegli insegnamenti che un’altra cordaia le aveva affidato. «Ricordo che quando Sarah mi chiese se poteva lavorare qui le risposi: “Hai preso la decisione giusta”. Ciò che mi affascina nel realizzare le corde è sapere che la tecnica seguita è la stessa di quella utilizzata dai nostri antenati, persino da quei vichinghi che furono pionieri dei mari, e anche pensare che le generazioni future dovranno confrontarsi con qualcosa di così connesso con il nostro passato e la nostra storia». «Ciò che personalmente mi ispira sono proprio le navi che hanno attraversato i mari nei tempi andati: quando siamo chiamate a restaurare corde di imbarcazioni storiche, competenza nella quale eccelliamo, è sempre una grande gioia», prosegue la Sjøgren. Tradizione è la parola che più ricorre nei racconti svelti di queste due donne divenute colleghe e grandi amiche. Tradizionale è la materia prima dalla quale solitamente partono. «Anche se abbiamo introdotto materiali come il propilene, che chiaramente ha un costo diverso, qui continuiamo a usare soprattutto fibre naturali come la canapa, la manilla, il cocco, il crine di cavallo», racconta Ingunn. «Ormai faccio questo lavoro da anni, eppure ogni volta mi sorprendo nel vedere come da materiali così sottili e per certi versi fragili scaturiscano corde capaci di resistere alla furia della natura e allo scorrere del tempo». «Già», annuisce Sarah. «Quando arrivo alla fine di una corda, alla sua chiusura, non vedo l’ora di uscire all’aperto, salire sulla mia piccola barca a vela e metterla alla prova». Fuori, su quel mare petrolio dove da queste parti scivola la vita.

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Qui sopra, una restauratrice di Open Care procede alla pulitura dell’opera di Gaetano Pesce nel corso dell’evento «Homo Faber» alla Fondazione Cini di Venezia. Nella pagina a fianco, un dettaglio dell’opera al microscopio: visibili, attraverso lo squarcio nella vernice, le celle di poliuretano espanso.

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LO STUDIO PRELIMINARE, POI LA DIAGNOSTICA, QUINDI LA SPERIMENTAZIONE, IL RIPRISTINO E I METODI PER RALLENTARE IL DEGRADO: SONO LE CURE A CUI VENGONO SOTTOPOSTI GLI OGGETTI DI ARTISTI E ARCHISTAR. PER UN MESTIERE D’ARTE CONTEMPORANEO di Isabella Villafranca Soissons

Anche il design ha il suo

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n questi ultimi decenni assistiamo a un fenomeno di «contaminazione» tra le varie forme artistiche: famosi artisti sconfinano dal loro territorio e si occupano di design e affermati designer diventano artisti; una archistar come Zaha Hadid ha disegnato collezioni di scarpe (in plastica) e stilisti di tendenza stampano sui loro abiti famose opere di arte contemporanea. I materiali utilizzati nei vari ambiti possono essere gli stessi come, per esempio, il poliuretano espanso che è largamente utilizzato come mezzo espressivo da vari artisti (da César a Giulio Turcato a Piero Gilardi). Proprio Gilardi, sin dagli anni 60, ha fatto ampio utilizzo di questo materiale per la realizzazione dei suoi Tappeti natura; si tratta di opere in gommapiuma che riproducono, in modo estremamente realistico, frammenti di ambienti naturali, con finalità non solo ludiche ma anche di denuncia verso uno stile di vita sempre più artificiale e artefatto. Anche Gaetano Pesce, architetto e grande designer italiano, ha abbondantemente utilizzato il poliuretano (nei medesimi anni) per la realizzazione di varie sedute, frutto della sua collaborazione con l’azienda B&B Italia. Durante un’intervista che Pesce mi ha rilasciato alcuni mesi fa, l’artista ha dichiarato di amare molto questa versatile materia, estremamente attuale e rappresentativa del nostro tempo. Uno dei pezzi più simbolici di questa produzione è un famoso «piedone» (cm 83 x 162 x 67), disegnato nel 1969, realizzato in poliuretano espanso fles-

sibile (schiuma di poliuretano polietere a freddo), rivestito esternamente da una «pelle» verde. L’incontro è avvenuto in occasione dello straordinario evento Homo Faber. Mi era stato affidato l’incarico di curare il padiglione Restoring Art’s Masters dedicato al restauro, con lo scopo di far conoscere dal vivo l’appassionante mestiere del restauratore. Nel padiglione ho cercato di condividere un’esperienza, attraverso la creazione di un vero e proprio laboratorio perfettamente funzionante, con aree dedicate alle diverse attività: dallo studio preliminare all’analisi diagnostica, dalla sperimentazione all’intervento di restauro vero e proprio. Sei restauratori di Open Care-Servizi per l’Arte hanno lavorato su alcune opere di natura molto diversa: un arredo nuziale rinascimentale (Fondazione Cini), un prestigioso arazzo della manifattura di Bruxelles del XVI secolo (Fondazione Cini), due dipinti a monocromo di Paolo Veronese (Gallerie dell’Accademia), un’opera d’arte contemporanea (Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi) per arrivare sino all’opera iconica di Gaetano Pesce UP7 (proprietà del Museo dell’Arredo Contemporaneo di Ravenna): il famoso piedone verde! L’utilizzo della seduta, l’invecchiamento dei materiali, l’esposizione atmosferica, avevano provocato gravi danni conservativi al pezzo. Sulla superficie del piedone si era creata una serie infinita di minuscoli sollevamenti della pelle verde, attribuibili sia a cause interne (impurità e difetti avvenuti durante il processo di stampaggio, degrado termico e ossidativo) sia a cause esterne (esposizione a

Tra le pagine, fasi del restauro dell’opera di Pesce: risarcimento di una lacuna con poliuretano liquido e in polvere; detersione; dry cleaning della «pelle» di vernice verde; microaspirazione della superficie e rimozione dei depositi incoerenti. A destra, il padiglione di Open Care a «Homo Faber»; IsabellaVillafranca Soissons con l’opera di Marc Couturier «ll ne reste plus qu’à demander à Dieu», Fondation Cartier pour l’art contemporain.

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COURTESY COLLEZIONE MUSEO DELL’ARREDO CONTEMPORANEO DI RAVENNA

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TOMAS BERTELSEN © MICHELANGELO FOUNDATION

ALESSANDRA CHEMOLLO © MICHELANGELO FOUNDATION

toccare un oggetto e ritrovarsi sui polpastrelli la sensazione fattori climatici non idonei). Inoltre, durante il processo data da una sabbia finissima. Questo fenomeno di degrado è realizzativo si erano formate nella schiuma numerose bolle dovuto alla morfologia del materiale, che è simile a una sorta di gas che, scoppiando, avevano lasciato dei crateri sulla di prisma formato da bastoncelli e vuoti al loro interno; con superficie del piede. Una generale alterazione del colore si il passare del tempo i bastoncelli si assottigliano, perdono era verificata sulla superficie dell’opera, che era ricoperta consistenza e si distaccano tra loro. da cospicui depositi di materiale coerente e incoerente La metodologia per cercare almeno di rallentare il processo dalla consistenza appiccicosa, misti a polvere; una coltre di degrado è stata messa a punto da Thea van Oosten, un spessa di sporco di natura eterogenea si era saldamente chimico olandese; si tratta di apportare a nebulizzazione inglobata nella materia, essendosi imparentata con i plastificanti migrati in superficie. del poliuretano liquido in dispersione acquosa al fine di Sull’opera vi erano, inoltre, diffusi e numerosi graffi, crepe, «rivestire» le cellette per ridare consistenza ed elasticità crettature e fessurazioni; era persino in atto un processo al materiale. Sorge, tuttavia, spontanea la provocante domanda che ci ha fatto, ridendo, lo stesso Gaetano Pesce: di biodeterioramento in prossimità del tallone, ove si os«Perché non buttate via il piede e lo sostituite con uno nuoservavano numerose macchie chiare tondeggianti riconvo ancora in produzione?». Eh no, caro professore! In un ducibili a un attacco fungino. Numerosi fattori causano la contesto di mercato estremamente favorevole per il design, degradazione del poliuretano espanso, in gergo scientifico denominato Pur: la luce, ad esempio, conduce alla foto-ossii collezionisti prediligono un pezzo del ’69 e sono disposti dazione, mentre l’ossigeno e il riscaldamento portano all’ina pagarlo una cifra importante. Lei stesso ci ha raccontato giallimento, alla discolorazione o alla perdita di consistenza, che un mercante è venuto a trovarla a New York (dove sino a giungere al totale sbririsiede) e ha visto la versione ciolamento del materiale. A «Perché non buttate via il piede e lo sostituite rossa del piedone (mai andata in produzione); avendola tutti è capitato di dimenticare con uno nuovo ancora in produzione?» trovata in eccellente stato di per lungo tempo un paio di scarpe da ginnastica e, dopo è la provocante domanda di Gaetano Pesce. conservazione, non ha creduto fosse degli anni 60 e quinaver aperto la scatola, aver Ma il maestro spezzino sa bene di non l’ha acquistata. Che trovato le suole come polveche il rinvigorito mercato del collezionismo dire, quindi? Lunga vita ai rizzate; altra esperienza che mestieri d’arte e design! si può aver vissuto è quella di predilige pezzi di design d’annata

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CREA OGGETTI UNICI, VIRTUOSE TRASPOSIZIONI IN TESSUTO E NON COPIA DAL VERO. COME LA DALIA-CAMELIA REALIZZATA A «HOMO FABER», COMPOSTA DA 224 PETALI. LEI È SÉVERINA LARTIGUE, PATRIMONIO VIVENTE E MAESTRO D’ARTE, CUSTODE DI UN MESTIERE RARO

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L’ETERNA BELLEZZA DEI FIORI DI

eta di Susanna Pozzoli

Séverina Lartigue, creatrice di fiori in seta, è un’artigiana francese riconosciuta come patrimonio vivente (Epv Entreprise du Patrimoine Vivant) e Maestro d’arte. È in Normandia, a Lisieux, la città di Santa Teresa, che ha deciso di vivere e lavorare. Nata in Borgogna da una famiglia di origini italiane, francesi e portoghesi, ha fatto della sua passione per i fiori una professione dalle mille sfaccettature che si sviluppa tra lavoro su commissione per l’alta moda, ricerca personale e confezione delle tradizionali corone di fiori. Per raggiungere il pittoresco atelier che Séverina Lartigue ha fondato nel 1998, iscritto dal 2011 all’inventario nazionale dei mestieri d’arte rari sotto la convenzione dell’Unesco, bisogna attraversare un ampio giardino ricco di fiori e piante. Nell’atelier troviamo utensili antichi che la creatrice ha collezionato con fatica nel tempo, cercandoli in tutta la Francia. Oggi dispone di circa 6mila stampi per la creazione di fiori in tessuto e i più antichi risalgono al 1770. Lartigue ha inoltre raccolto un numero importante di fotografie e documenti su un mestiere di tradizioni antichissime che oggi è rimasto, in Francia, solo nelle sue mani. Stoffe pregiate In queste pagine, un dettaglio di un fiore di seta realizzato da Séverina Lartigue, maestra d’arte francese che nella sua casa in Normandia crea meraviglie destinate all’alta moda e non solo. Negli anni, la Lartigue ha collezionato utensili di questo mestiere antico.

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88 attuali e antiche, appunti, acquerelli, libri di botanica... Tutto inizia nel 1994 quando Séverina lascia gli studi di architettura e bussa alla porta di Jacques Delamare, figlio di Noémie Fromentin, noti creatori di fiori in tessuto per l’alta moda. Delamare diventerà un padre spirituale, il maestro che a lei affiderà tutto il suo sapere. Oggi Séverina collabora, come da tradizione, con il mondo della haute couture. Tra i suoi clienti spiccano nomi come Jean Paul Gaultier, che per il suo ultimo défilé le ha chiesto di realizzare delle frange in organza verdi ispirate agli anemoni. Grande lettrice, visitatrice di mostre e attenta osservatrice, crea composizioni e progetti personali che evocano temi quali la bellezza, la diversità, il trascorrere del tempo. «L’art de nuancer», insieme di fiori in sfumature, è stato presentato a fine ottobre in Giappone e si ispira alle infinite sfumature linguistiche. Per le sue creazioni, Séverina Lartigue parte dallo studio dei fiori esistenti in natura, di cui conosce perfettamente l’architettura e le caratteristiche botaniche, per creare un oggetto unico, virtuosa trasposizione in tessuto e non copia dal vero del fiore. La sua ricerca sull’essenza della bellezza, che i fiori da sempre incarnano, ha grande successo internazionale. Tra i numerosi premi, nel 2017 riceve il prestigioso Talent du Luxe et de la Création nella categoria Rarità. Durante la mostra Homo Faber 2018, Séverina si è mostrata al pubblico creando davanti agli occhi affascinati dei visitatori un fiore composto da 224 petali ispirato alla

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GINEVRA FORMENTINI © MICHELANGELO FOUNDATION

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dalia-camelia. Consapevole dell’importante ruolo di unica maestra nella confezione di fiori in tessuto, lavora con impegno e costanza senza pari, seguendo scrupolosamente il procedimento messo a punto secoli fa, senza modificarlo. Per ogni creazione realizza un disegno ad acquerello scegliendo quali fiori rappresentare, in quali colori, con quale densità. In seguito i petali e le foglie vengono ritagliati nel tessuto grazie a uno dei 6mila stampi a pressione. Petali e foglie vengono colorati a mano, uno per uno, prima di dare a ogni singolo petalo la forma arrotondata con un apposito strumento a caldo. I petali sono infine fissati intorno ai pistilli. La finitura è fatta in filo di seta e tutti i materiali sono pregiati e scelti con estrema cura. I pistilli sono prodotti a mano dal solo luogo in Francia che continua questa attività artigianale, il Moulin de la Fleuristerie, a sua volta inserito nel registro francese delle imprese patrimonio vivente. Séverina Lartigue è un personaggio unico, impegnata in numerosi progetti e stimolata dalle richieste sempre diverse dell’alta moda. Amante del lavoro discreto e silenzioso nella solitudine del suo atelier-giardino, è sempre pronta a partire e a vestire i panni di entusiasta ambasciatrice del suo sapere. Grazie alla sua incredibile forza di volontà e all’amore per la sua professione, Séverina assicura la perennità di un mestiere raro che ha recentemente iniziato a trasmettere a un giovane allievo, Martin, e a raccontare in un libro. Tra i 36 artigiani chiamati a mostrare le loro competenze e maestrie durante «Homo Faber» c’era anche Séverina Lartigue (in alto), che ha confezionato fiori di seta (pagina a fianco) davanti ai visitatori, incuriositi da un savoir-faire così poetico e d’altri tempi (a destra).

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Daniel López-Obrero Carmona è quasi arrivato alla fine del suo lavoro: dopo aver tagliato e inciso la pelle, è il momento di dipingerla e dorarla. Daniel è al comando dell’atelier di famiglia, Meryan, aperto negli anni 50 dai suoi nonni Mercedes e Ángel.

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Maestri d ’arte

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IL MESTIERE SCORRE NELLE VENE DI DANIEL LÓPEZ-OBRERO CARMONA FIN DA BAMBINO. NEGLI ANNI 50 I NONNI APRONO L’ATELIER. IL PAPÀ E LO ZIO INSIEME LO INGRANDISCONO. IL BOOM DI CORDOVA DEGLI ANNI 70 E 80 FA IL RESTO. ECCO LA STORIA DI MERYAN, RIFERIMENTO NEL MONDO PER GLI OGGETTI IN PELLE DI QUALITÀ di Alberto Merlo

(traduzione dall ’originale i n g l e s e d i A n d r e a To m a s i )

cuoio

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Maestri d ’arte

Maestri d’arte si nasce o lo si diventa? Daniel López-Obrero Carmona, terza generazione di artigiani del cuoio basati a Cordova, Spagna, maestro d’arte lo è diventato. Cresciuto nella casa-bottega di famiglia, Daniel ricorda con nostalgia i lunghi pomeriggi della sua infanzia durante i quali correva attorno ai macchinari e infastidiva con i suoi scherzi chi stava lavorando. Afferma che il mestiere scorreva sì nelle sue vene già da allora, ma che la decisione di seguire le orme del padre e del nonno è arrivata solamente anni dopo. Da ragazzo, Daniel si immaginava ingegnere informatico. Quando arrivò il momento di decidere il suo percorso universitario, optò invece per Economia aziendale. Studente provetto, durante l’estate poteva trascorrere diverse settimane in vacanza. Fu allora che, passo dopo passo, pensò di iniziare a dilettarsi con il mestiere del padre. Un impegno part-time divenuto negli ultimi anni di università più oneroso a causa della crescente richiesta di manufatti in cuoio. Una volta completati gli studi, fu suo padre a chiedergli esplicitamente di

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prendere in mano le redini dell’attività di famiglia, un compito a cui Daniel non si sentì di venire meno. I nonni di Daniel erano tornati a

Cordova negli anni 50 dopo aver a lungo vissuto a Barcellona. Ángel, pittore professionista, aveva una certa esperienza nell’organizzazione di mostre, mentre Mercedes aveva una conoscenza di base delle tecniche di lavorazione del cuoio. Desiderosi di trovare nuove opportunità lavorative che garantissero un futuro migliore ai loro figli, i due pensarono di riportare in vita l’antica tradizione locale della lavorazione del cuoio sbalzato e dorato, che aveva reso grande Cordova ma che si era tuttavia smarrita. Con grandi sacrifici riuscirono ad aprire un loro atelier. L’avventura cominciò in un piccolo edificio sito nel cuore di Cordova, in Calleja de las Flores, nello stesso luogo dove oggi si trovano l’atelier e il negozio di Daniel. Tele e cassapanche di pelle impreziosite da motivi ornamentali mudéjar, disegnate e realizzate dallo stesso Ángel, furono i primi articoli messi in vendita. In un’epoca in cui il turismo in città non era ancora sviluppato, gli ordini che arrivavano da altre imprese e dal comune rappresentarono i primi guadagni di una bottega alimentata

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in principio dalla sola perseveranza e dal coraggio dei due artigiani sognatori. Fu con il passaggio dell’impresa alla seconda generazione che l’atelier Meryan (parola che unisce i nomi di Mercedes e Ángel) divenne redditizio. Il padre e lo zio di Daniel non solo acquistarono nuovi spazi per il negozio, ma allargarono anche il magazzino e l’atelier. Gli anni 70 e 80 segnarono un boom economico e turistico per Cordova. Le vendite degli oggetti in pelle, realizzati seguendo tecniche artigianali messe a punto nel corso di decenni, raggiunsero l’apice e ambasciatori di Meryan emersero in tutto il mondo. Ancora oggi, grazie al lavoro e agli standard qualitativi rimasti invariati, ci sono diversi collezionisti che continuano ad acquistare le creazioni di Meryan in giro per il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti fino al Giappone. L’attuale atelier è cambiato di pochissimo rispetto alla prima bottega aperta dal nonno di Daniel negli anni 50. La

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maggior parte dei procedimenti artigianali utilizzati sono gli stessi e vengono eseguiti rigorosamente a mano, sebbene la tecnologia abbia fatto capolino nella realizzazione e nello sviluppo di alcuni step della produzione come il design degli oggetti o il taglio e la tintura delle pelli. I criteri seguiti da Daniel nell’introduzione della tecnologia nelle varie fasi di lavoro sono sempre stati finalizzati a ottenere una migliore finitura del prodotto conservando quelle tecniche ancestrali che lo rendono un pezzo unico. Padre di due figli di sei e otto anni, che già si divertono a visitare l’atelier del padre, Daniel lavora dalle 9 alle 20 e, anche se si stenta a crederlo, preferisce non definirsi artigiano. Per lui, l’artigiano di Meryan è l’intero team, poiché tutti i nove dipendenti contribuiscono alla produzione portando la propria esperienza e la propria competenza, ognuna fondamentale nella lavorazione ottimale della pelle e nel mantenimento e sviluppo del business. Daniel si fida ciecamente della sua eccezionale squadra (alcuni artigiani lavorano da oltre 30 anni per Meryan) e per il momento non si preoccupa se i suoi figli vorranno

o meno seguire l’attività di famiglia. «È troppo presto per pensarci», spiega. Meryan lavora anche per numerosi interior designer e i loro pezzi in pelle si trovano anche in diversi hotel in Spagna e in castelli nella valle della Loira. Oltre a ciò, vende le sue creazioni online attraverso il sito, dove si possono trovare cassapanche riccamente decorate seguendo l’antica tecnica del guadamecí. Tuttavia, senza alcun dubbio, l’esperienza più preziosa per il visitatore è perdersi nell’atelier di Cordova, dove Daniel e il suo team sono sempre felici di accogliere chi è interessato al loro lavoro. In queste pagine, alcuni degli oggetti realizzati da López-Obrero Carmona con le antiche tecniche del Cordobán y Guadamecí: in voga durante il Medioevo, vennero lentamente abbandonate nel corso dei secoli, fino alla decisione dei nonni di Daniel di riportarle in vita (www.meryancor.com).

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Eccellenze scozzesi

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STAVA PER CHIUDERE I BATTENTI, MA ANNIE MACDONALD L’HA SALVATA. È CARLOWAY MILL, UNA DELLE TRE MANIFATTURE AL MONDO CHE PRODUCONO ANCORA L’HARRIS TWEED di Akemi Okumura Roy (traduzione dall’originale inglese di Giovanna Marchello)

LA QUALITÀ APPESA A UN

filo Harris Tweed è il nome del tradizionale tessuto prodotto nelle isole scozzesi delle Ebridi Esterne. Quella di Carloway è la più piccola manifattura di queste isole, e una delle ultime tre al mondo che ancora produce il prezioso Harris Tweed. Nel gennaio del 2016, Carloway Mill stava per chiudere i battenti per sempre, ma grazie all’intervento di Annie Macdonald, che l’ha rilevato nel febbraio del 2017, questo pericolo è stato scongiurato. Oggi Annie Macdonald dirige il Carloway Mill, al salvataggio del quale dedica tutto il suo tempo. In passato ha ricoperto anche il ruolo di consigliere per l’isola di Lewis, dove sorge la manifattura. La sua passione per Carloway Mill risale alla giovinezza, quando aiutava il padre nella tessitura dell’Harris Tweed. Tutti i vicini e i parenti di Annie erano a loro volta tessitori, che lavoravano questa pregevole tela di lana all’interno delle loro case, così come si continua a fare ancora oggi. A Carloway Mill i prodotti Harris Tweed sono realizzati esclusivamente su macchinari tradizionali per preservarne le qualità uniche e singolari. A sinistra, l’orditoio sul quale il filato viene predisposto manualmente.

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Eccellenze scozzesi

Quando l’azienda si è trovata in difficoltà, mettendo a repentaglio l’esistenza di 30 tessitori indipendenti e 15 lavoratori interni, Annie ha capito che era necessario salvare Carloway Mill e, allo stesso tempo, anche i posti di lavoro. «Da subito ho deciso di non fare alcun intervento di ammodernamento, ma di mantenere tutta l’attrezzatura originale», spiega. «In questo modo ho potuto preservare le tecniche tradizionali, perché questo era l’unico modo in cui potevo immaginare di continuare a creare prodotti con le qualità uniche e singolari dell’Harris Tweed, che non possono essere riprodotte da macchinari moderni. Entrando nel Carloway Mill si passa sotto lo stemma di famiglia, che rappresenta il nostro rispetto per il passato e la nostra speranza per il futuro. Questo stemma ci ricorda di tenere alto il baluardo della tradizione, e a me in particolare ricorda di quanto sono fiera del nostro patrimonio insulare». Niente di tutto questo sarebbe possibile senza il lavoro degli abili artigiani (uomini e donne) che non solo azionano i telai, ma che tingono e filano la lana. Alcuni di questi maestri hanno già una settantina d’anni, ma continuano a lavorare fianco a fianco con giovani ragazzi e ragazze dell’isola, ai quali tramandano in maniera diretta la loro esperienza e la loro conoscenza. «Sono necessari dai quattro ai sei mesi per creare un Harris Tweed dal disegno originale», continua Annie Macdonald. «È un processo che ha inizio nel filato, rigorosamente composto da pura lana vergine di origine britannica. Il filato viene tinto a mano per ottenere da due a otto colori, ciascuno dei quali è realizzato ad hoc per creare una miscela di tonalità uniche e impareggiabili, che prendono ispirazione dai prati, dal cielo e dal mare delle Ebridi Esterne». La missione di Annie Macdonald è focalizzata sulla conservazione di queste radici ancestrali, indispensabili per ottenere l’altissima qualità e i colori unici dell’Harris Tweed. I clienti che acquistano questo prodotto ne comprendono i valori, la tradizione e la cultura. «Grazie ai sistemi di produzione tradizionali siamo in grado di ottenere un prodotto di qualità superiore, che quindi ha un valore più alto. La nostra speranza è che potremo continuare a ricevere nuovi ordini da clienti che apprezzano la qualità, i colori e la storia di questo incredibile tessuto». A settembre 2018, Carloway Mill è stato uno dei 12 talenti rari che la Michelangelo Foundation ha selezionato in tutta Europa per prendere parte all’evento di Homo Faber. Per Alberto Cavalli, direttore esecutivo della Michelangelo Foundation e curatore della mostra Singular Talents/ Talenti Singolari, «questi 12 personaggi eccezionali non solo rappresentano il futuro di altrettanti mestieri d’arte, ma anche uno standard di eccellenza e innovazione che ci auguriamo possa stimolare i giovani ad abbracciare queste professioni piene di fascino e storia». «Per me è stato un grandissimo onore poter rappresentare Carloway Mill a Homo Faber», dichiara Annie. «Si è trattato di un magnifico riconoscimento per l’artigianalità necessaria alla realizzazione di un prodotto unico come l’Harris Tweed. È stata una soddisfazione immensa che mi sostiene nel A destra, Annie Macdonald. A fianco, dall’alto, in senso orario, fasi di lavorazione dell’Harris Tweed: il filato di lana; cardatoio del 1964; tessitura del tweed su telaio Hattersley; artigiano che ordisce il filato.

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continuare a sperare nel futuro della nostra tessitura». L’Harris Tweed è stato apprezzato per molti secoli, ed è l’unico al mondo la cui produzione è disciplinata e protetta da una specifica legge, promulgata nel 1993. Per essere autentico, deve essere tessuto a mano da tessitori che lo lavorano direttamente nelle loro case nelle Ebridi Esterne. Solo così può ricevere il marchio di garanzia della Harris Tweed Authority: il famoso «Orb», un globo sormontato da una croce maltese. Nel giugno del 2018 le Ebridi Esterne sono state la prima regione del

Regno Unito a essere nominata «World Craft City» per la produzione di Harris Tweed. Questo speciale riconoscimento, conferito dal World Craft Council, è dedicato alle competenze e alla maestria dell’attuale generazione di tessitori e operatori, designer e artigiani di tessuti e prodotti di Harris Tweed che non si limitano a realizzare con le loro mani, ma nei quali infondono la stessa passione che scorre nelle loro vene. È fondamentale sostenere i mestieri tradizionali per garantirne la sopravvivenza e tramandarli alle generazioni del futuro.

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Saper fare

IN SELLA

ALLE MIE

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UN PASSATO DA STUDENTE DI BELLE ARTI, UN PRESENTE (E FUTURO) CHE CORRE VELOCE SU DUE RUOTE. CAREN HARTLEY È UN FULGIDO ESEMPIO DI NUOVA ARTIGIANALITÀ di Stefano Micelli foto di Marco Kesseler © Michelangelo Foundation

Dopo essersi impegnata per anni nel mondo della gioielleria Caren Hartley ha deciso di continuare a lavorare i metalli per la costruzione di biciclette su misura per la città. Qui, un dettaglio dell’artigiana al lavoro; nella pagina a fianco, la Hartley durante l’esibizione live a «Homo Faber».

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Oltre a Hartley Cycles, altre due realtà d’eccellenza nel mondo delle bici sono state presentate a «Homo Faber»: la monegasca Stajvelo e l’italiana Pedemonte Raggiungere East Dulwich non è un’impresa facile. Chi vuole visitare il laboratorio di Caren Hartley e provare una delle sue biciclette deve attrezzarsi per raggiungere il sud di Londra senza poter contare troppo su autobus o metropolitane. Arrivati a destinazione, tuttavia, si è ripagati dall’accoglienza e dalla piacevolezza degli spazi: il laboratorio della Hartley si trova all’interno di un coworking dedicato ad attività dove è possibile incontrare artigiani e designer che hanno intrapreso mestieri diversi, dalla gioielleria all’interior design. È in mezzo a questo via vai di giovani indaffarati che la Hartley espone i suoi modelli e prende le misure a chi è intenzionato a farsi fare un modello di bicicletta «tailor made». Con un passato di studente di belle arti, la Hartley ha deciso di costruire biciclette per passione. Come molti a Londra, ha deciso di fare della bicicletta il suo mezzo di trasporto preferito. Da qui a costruire modelli su misura il passo è stato breve. Il suo laboratorio parla oggi a una comunità che vuole muoversi in modo diverso con un mezzo di trasporto efficiente ed

elegante allo stesso tempo. I modelli presentati alla mostra Homo Faber sono esempi di una manifattura capace di adattarsi alle specifiche esigenze della clientela mantenendo stile ed eleganza. Le biciclette di Caren Hartley, come le altre che hanno trovato spazio nella mostra di Venezia, possono essere considerate a giusto titolo fra i prodotti più riusciti di una nuova artigianalità in grado di mescolare saper fare della tradizione europea, cultura del progetto e innovazione tecnologica. Queste biciclette nascono da una generazione di innovatori che, come Caren Hartley, hanno ripensato un oggetto di uso quotidiano contribuendo a definire un nuovo immaginario. Grazie a questi artigiani indipendenti, la bicicletta è tornata a essere un terreno di sperimentazione manifatturiera, capace di offrire soddisfazioni economiche e spazi di espressione progettuale. Ciò che accomuna la maggior parte dei nuovi artigiani della bicicletta è la ricerca di nicchie di mercato cui proporre un prodotto specifico su misura. Pochi sono i tentativi di immaginare

In alto, a sinistra, Thierry Manni, proprietario e ideatore di Stajvelo, che ha debuttato a «Homo Faber» presentando in anteprima il modello di i-bike RV01. A destra, Sergio Pedemonte con Stefano Micelli, curatore della sala Workshop Exclusives.

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Per l’appuntamento veneziano, Sergio Pedemonte ha realizzato un’edizione limitata in cinque esemplari della sua bicicletta più iconica, la Rhinoceros, con dettagli in oro la bicicletta universale. Pochissimi sono i produttori che credono a un modello di crescita basato su economie di scala e standardizzazione del prodotto. Ciò che distingue il mondo della bicicletta è la possibilità di produrre per persone in carne e ossa, se possibile investendo in laboratori dove accogliere potenziali clienti cui raccontare la storia e la forza di un prodotto. Questi laboratori, grazie alla loro naturale dimensione sociale, finiscono per contribuire in modo determinante alla riqualificazione di quartieri periferici e di aree marginali. Il rilancio del settore deve molto a una domanda di mobilità che ha iniziato a pensare alla bicicletta come alternativa all’auto e ai mezzi pubblici tradizionali. Cambiano i modi di vivere la città, si moltiplicano i servizi che accompagnano queste trasformazioni. La riscoperta a livello internazionale della bicicletta come strumento di mobilità urbana sostenibile, guidata da città come Copenaghen e Milano, ha coinciso nelle principali città con un aumento dei chilometri di piste ciclabili e con la diffusione

dei servizi di bike sharing. Sono in molti a utilizzare i servizi di condivisione per praticità e convenienza. Alcuni, dopo aver testato la bontà di una mobilità su due ruote, decidono di comprare un mezzo su misura. Esiste un legame esplicito fra la riscoperta della bicicletta come mezzo di trasporto e l’impegno di tanti artigiani impegnati a rilanciare il mondo delle due ruote? I dati a disposizione sembrano confermare questo legame. Le statistiche ci dicono che là dove si sperimenta il rilancio della bicicletta è più facile trovare una domanda selezionata di appassionati che punta a un mezzo sofisticato su misura per le proprie esigenze. Contribuisce a una nuova cultura della bicicletta la moltiplicazione di mostre e pubblicazioni che definiscono nuovi canoni estetici e promuovono un’idea di varietà finora poco esplorata. La bicicletta artigianale diventa così il simbolo di un modo di vivere la città, lo strumento con cui affermare un’identità nel quotidiano. Non stupisce che Caren Hartley dovrà presto lasciare il suo laboratorio per trovarne uno più grande e attrezzato.

In alto, un dettaglio che mette in mostra la preziosità della Rhinoceros Homo Faber Exclusive Edition. Completavano la sala Workshop Exclusives le motociclette di El Solitario MC, le Ferrari restaurate da Carlo Bonini e gli elicotteri di Konner.

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© SIMON GABIOUD

Appassionato di sport invernali sin dalla più tenera età, lo svizzero Lucas Bessard si dedica alla costruzione di sci su misura dopo una breve esperienza nel campo dell’ingegneria agroalimentare. A fianco, un suo modello.

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Le belle speranze

di Andrea Tomasi

LIBERA

INDISCESA

QUATTRO ANNI FA, LO SVIZZERO LUCAS BESSARD COSTRUIVA SCI PER GLI AMICI NEL GARAGE DEI SUOI GENITORI. OGGI HA APPENA APERTO IL SUO ATELIER E CONQUISTATO A «HOMO FABER» GLI APPASSIONATI DI SPORT INVERNALI

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XXXX CREDITO SE SERVE

GINEVRA FORMENTINI © MICHELANGELO FOUNDATION

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Le belle speranze

© NICOLAS FALQUET

L’entusiasmo è palpabile, un filo di paura anche. Il 2018 è stato un anno di grandi soddisfazioni per il giovane Lucas Bessard, che dopo l’interesse suscitato a Homo Faber tra gli appassionati di sport invernali ha appena aperto a Cuarnens, paesino al confine con il Parco regionale dell’Alto Giura, Svizzera francese, il suo atelier. Un laboratorio dove si respira l’odore dei boschi, lo spirito del legno: non è un caso se il nome che ha scelto per la sua bottega e per gli sci che lì produce è Wood Spirit, «perché tutto quello che faccio è ispirato dalla natura che mi circonda e a essa vuole tornare». Mestiere e passione in Lucas si sovrappongono, com’è inevitabile che sia quando si parla di un aspirante maestro d’arte; il coraggio è stato lasciare la strada «sicura» per seguirne una propria, tutta da trovare e costruire. «Ho studiato ingegneria agroalimentare, l’idea era quella di affiancare mio padre nella piccola realtà casearia di famiglia. E per un anno in effetti ho lavorato con lui, anche se sentivo che non mi trovavo nel posto giusto, che non era quello che volevo davvero fare nella mia vita». La spinta per affrontare il cambiamento fu un lungo viaggio in Asia, «quattro mesi con lo zaino in spalla tra Filippine, Cambogia e Laos, io e la natura. È stato lì che ho capito che stavo sbagliando, che avrei dovuto assecondare le mie due grandi passioni: lavorare il legno e sciare». Nel garage di famiglia, perfettamente attrezzato perché nel tempo libero il papà di Lucas si dedica al bricolage e all’intaglio del legno, il ragazzo inizia la sua rivoluzione. «Ero convinto di non incontrare difficoltà, visto che da adolescente mi costruivo da solo i miei skateboard. Eppure il primo paio di sci fu un disastro, tutti sbagliati: una volta messi su pista neppure scivolavano bene sulla neve. Dopo un momento di scoraggiamento, compresi che le idee e la buona volontà da sole non bastavano, che mi dovevo mettere a studiare nuovamente. Ed è quello che feci». Il secondo tentativo va meglio, il terzo e il quarto centrano l’obiettivo. «Io e gli amici più stretti iniziammo ad affrontare il Diablerets (comprensorio sciistico tra il lago Lemano e Gstaad, ndr) con ai piedi i miei sci. Vedendo le ottime capacità performanti e il design curato e insolito, qualche altro appassionato ha iniziato a fermarci e a chiederci dove avevamo acquistato quegli sci. Lì ho capito che potevo fare sul serio». Lucas investe tutti i suoi risparmi, circa 13mila euro, sfratta definitivamente il padre dal garage dov’erano nati i suoi giocattoli di bambino e come uno Steve Jobs dei boschi dà il via alla sua avventura e a raccogliere le prime soddisfazioni. Nicolas Falquet, nome assai noto tra i fan

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del freeride, disciplina che consiste nell’attività fuoripista in neve fresca, va a bussare alla serranda di Lucas e dopo aver testato i suoi sci decide di legarsi a lui. Merito della studiata combinazione tra solidità artigianale, materiali altamente tecnologici e un design interamente personalizzabile. «Ogni sci viene costruito ex novo, non esiste un magazzino: questo mi permette di ottenere il miglior risultato partendo dalle misure e dalle necessità del mio cliente. I legni d’elezione sono il frassino che cresce nei boschi che mi circondano e la quercia, la lamina è composta da polietilene e fibre di vetro e carbonio. Una copertura in legno di 0,9 millimetri permette di impreziosire lo sci realizzando disegni geometrici che variano a seconda del gusto dello sciatore finale. Sono attrezzi estremamente solidi per lanciarsi nello sci alpinismo o nel freeride, capaci di resistere agli urti provocati da una neve sottile». In settembre Lucas ha potuto presentare il suo lavoro e la tecnica con la quale realizza la copertura dei suoi sci a Homo Faber. «Per me è stata una enorme sorpresa e un grande onore poter presenziare a un evento tanto prestigioso assieme a maestri d’arte ben più esperti e importanti di me. Proprio il confronto con loro mi ha aperto nuovi scenari». Non è detto che presto Wood Spirit possa andare oltre agli sci e che, sempre partendo dal legno, questo ventottenne di belle speranze possa realizzare oggetti diversi, che gli permettano di far conoscere il suo talento anche a chi la neve la detesta.

Altri due modelli degli sci realizzati da Lucas Bessard: il prezzo di partenza è di circa 1.400 euro. A fianco, il giovane durante la lavorazione: i legni provengono per lo più dai boschi vicino a casa di Lucas, nell’Alto Giura.

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ono i mestieri d’arte una celebrazione dei rapporti umani e rappresentano la vittoria della mano, del cuore, della mente e della relazione sulle cieche logiche di omologazione e consumo

L’ESSERE UMANO AL CENTRO

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o o nCi a t o c m n i t r aT e s

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I lettori più colti assoceranno probabilmente il termine «metamorfosi» al racconto di Franz Kafka. Altri lo collegheranno alle farfalle, che raggiungono la loro splendida (pur se effimera) forma dopo un doloroso processo di trasformazione. Io lo vorrei invece leggere in connessione con l’idea di rinascita. La metamorfosi è infatti un passaggio da uno stato all’altro: è un processo che richiede energia e vitalità, e che porta a un risultato sorprendente. Parlare di metamorfosi significa partire dal presupposto che vi siano vita e vigore, e che il terminus ad quem sia risolutamente diverso rispetto al punto di partenza. Per questo, io credo, sia oggi corretto parlare di «metamorfosi» dell’artigianato contemporaneo. Perché l’artigianato è vivo e vegeto, al di là delle lamentele e dei pur giusti compianti, e ha l’energia per evolvere verso una forma nuova, che non sia solo al passo con i tempi ma che di questi tempi rappresenti la parte più bella, più umana, più suggestiva. Solo ciò che ha energia può trasformarsi: solo ciò che è vivo può avere valore. La metamorfosi del mestiere d’arte è un movimento culturale, che come tutti i grandi mutamenti necessita di tempo e di qualche cesura rispetto al passato ma che (proprio come tutti i veri passaggi epocali) non cancella né la tradizione né l’identità, ma le trasforma nella loro versione più bella. È un cambiamento che deve partire dallo spirito federatore dei mestieri d’arte, dal

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valore che diamo a concetti come varietà, diversità, differenza. È un modo nuovo di intendere il lavoro e di considerare l’abilità manuale: non più solo uno strumento a servizio del progetto, ma un vero e proprio talento che con la cultura del progetto forma un binomio indissolubile, se si parla di eccellenza. La metamorfosi di cui parlo è quella che sta portando i mestieri d’arte dall’invisibilità alla valorizzazione, dal folklore al design, dalla marginalità all’essere considerati un vantaggio competitivo per le economie nazionali basate sulla cultura. Il cambiamento in atto nei maestri artigiani del futuro è quello che li sta portando dall’essere esecutori a divenire interpreti, ovvero abilissimi trasformatori di un progetto in un prodotto meraviglioso. Ma come per tutti i processi veramente significativi, anche questo ha bisogno di tempo e di attenzione. Il tempo, da sempre fattore critico e oggi più che mai piegato a logiche di produttività industriale, non risparmia ciò che si fa senza di esso, come dicono da Hermès. E l’attenzione, o meglio concentrazione, è un valore che sembra antitetico rispetto alla dispersione della società contemporanea. Ma è proprio la capacità di fare bene e con attenzione ciò che amiamo, che fa e farà la differenza; è proprio questa necessità di dare il meglio di noi stessi che ci permette di cambiare, di migliorare, di crescere e di curare con affetto ciò cui vogliamo dare forma. Anche questa rivista attraverserà cambiamenti e metamorfosi. Anche gli eventi e i progetti che organizziamo e sosteniamo. Persino noi stessi muteremo, perché è tipico delle forme viventi intelligenti il desiderare e il tendere verso il meglio. Ma sottotraccia, come il primo motore di Aristotele, resta e sempre resterà la ferma convinzione che i mestieri d’arte sono una celebrazione dei rapporti umani e rappresentano la vittoria della mano, del cuore, della mente e della relazione sulle cieche logiche di omologazione e consumo. Mettendo al centro l’essere umano, con il suo talento e la sua creatività, sappiamo di poter evolvere senza mai perdere il nostro orientamento, né la nostra direzione.

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LA MIA VIGNA, LA MIA VITA. Ogni vitigno ed ogni vino sono racconti unici, di esperienza, tecnica e destino, che scrivono ogni anno una pagina della nostra storia.

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MESTIERI D’ARTE & DESIGN Poste Italiane S.p.A-Sped. In Abb.Post.- D.L353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1,comma 1 DCB Milano - Aut.Trib. di Milano n.505 del 10/09/2001 - Supplemento di Arbiter N. 189/XLV MdA18_ cover Scelta def.indd 1

N O SI R D VE DE SH U LI L G NC I EN

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Mestieri dArte Design

HOMO FABER

A Venezia l’eccellenza e il talento dei maestri d’arte europei

FRANCIA

La tessitura della Manifattura Robert Four di Aubusson incontra l’estro di Pierre Marie

ITALIA

Il laboratorio felice dell’Atelier Fornasetti a Milano tra artigianalità e tradizione

SPAGNA

Daniel López-Obrero Carmona e le sue creazioni in pelle a Cordova con le antiche tecniche

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Profile for Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte

Mestieri d'Arte 18  

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