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guida [breve]

il museo di capodimonte


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ringraziamenti ornella agrillo umberto bile angela cerasuolo brigitte daprà lucio fiorile paola giusti sergio liguori mariaserena mormone marina santucci mariella utili un ringraziamento speciale a fabrizio vona linda martino


Sommario

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Presentazione Fabrizio Vona

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Il Museo di Capodimonte

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Il Bosco di Capodimonte

18 19 21 24 30

piano terra e piano ammezzato L’Auditorium, la sala Sol LeWitt, la sala Causa I manifesti Mele Il Gabinetto dei disegni e delle stampe L’Ottocento ‘privato’

38 39 56 92

primo piano La Galleria Farnese La collezione Borgia La Galleria delle cose rare

127 141 146 153 160

L’Appartamento reale La Galleria delle porcellane La collezione De Ciccio L’Armeria farnesiana e borbonica Il salone Camuccini, la “Gran Galleria”

166 167 218

secondo piano La Galleria delle arti a Napoli dal Duecento al Settecento La collezione d’Avalos

230 231 234 238

terzo piano La Galleria dell’Ottocento L’arte contemporanea La galleria fotografica


Fabrizio Vona Soprintendente per il Patrimonio Storico Artistico Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli

Se c’è un topos che mantiene alta, dal 1738, la reputazione di questo angolo di universo, malgrado le alterne vicende della storia della città, questo è il Museo di Capodimonte, luogo straordinario in cui convivono bellezza della natura e opere d’arte inestimabili. Le raccolte della residenza-museo, ‘cresciute’ intorno al nucleo della collezione Farnese, distribuite negli ambienti sontuosi della Reggia immersa in un polmone verde di oltre centoventi ettari, con panorama a trecentosessanta gradi sul cerchio magico del golfo, non hanno mai smesso, da allora, di conquistare artisti, manufatti, intere collezioni, sperimentazioni, dinastia dopo dinastia fino all’epilogo dell’Italia contemporanea: da Tiziano a Parmigianino ai Carracci, al celebre ‘cofanetto Farnese’ appartenuto al cardinale Alessandro; dalla raccolta del cardinale Borgia, acquistata dai Borbone nel 1817, alle acquisizioni di epoca postunitaria, opere del valore della Crocifissione di Masaccio o del Ritratto di fra Luca Pacioli di Jacopo dei Barbari; al secondo piano, le testimonianze più significative dell’arte a Napoli dal Duecento all’Ottocento, Caravaggio, Ribera, Giordano, la scuola di Posillipo...; fino alla selezione di dipinti, sculture e invenzioni ‘contemporanei’, eseguiti espressamente per Capodimonte, site specific, nel corso degli ultimi decenni, da artisti di fama internazionale. Ma l’aspetto più inatteso di questa ‘eccellenza’, quello che più vale sottolineare, per contrasto con la condizione diffusa, e i pregiudizi, di refrattarietà alla organizzazione della stirpe di Partenope, è la qualità incontestabile ‘di sistema’ dell’offerta al pubblico, dalla fondazione del Museo fino all’ultimo esemplare allestimento: 6  PRESENTAZIONE


per modernità delle scelte museografiche, cura minuziosa della gestione quotidiana e dei dettagli poche realtà in Italia e nei grandi circuiti internazionali reggono il confronto con Capodimonte. Dimostrazione controcorrente di come si possa, con impegno, intelligenza, generosità, sopperire a carenza di risorse, di organico, di contesto. Ma... in materia di collegamento di questa isola felice al cosiddetto centro storico napoletano e di divulgazione aggiornata, professionale, innovativa di questo patrimonio formidabile, il percorso è ancora in larga misura da esplorare. Si parla tanto di comunicazione, nuove frontiere tecnologiche, multimedialità vaghe. Pochi, una minoranza encomiabile per generosità e sobrietà, cercano di sperimentare tangibilmente l’intreccio di ‘pubblico’ e ‘privato’ che meglio corri-

sponda a nuovi percorsi di valorizzazione, a costi più misurati e rigorosi. È il senso di questa “guida breve”, accessibile altrettanto per linguaggio, nitidezza dell’iconografia, formato tascabile, prezzo. Una sintesi su carta, e on-line, che parla a tutti, selezionando e documentando l’essenziale, perché il Museo possa riproporsi come luogo di collettività, di incontro, di identità che si rinnova nel confronto con la memoria e l’immaginazione, incubatore di valore e valori sostenibili, intuizioni, sogni originali. Una tessera preziosa, che incoraggia a proseguire nella trasformazione radicale di mentalità e pratiche, tra tutela, ricerca, restauro, servizi al pubblico, cui l’etica del mestiere, e l’entusiasmo per la sfida, ci chiama.

PRESENTAZIONE  7


8  TITOLO


Il Museo di Capodimonte

L’avvento sul trono napoletano di Carlo di Borbone (1734-1759), figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, è cruciale per la città: dopo circa due secoli di viceregno spagnolo (1503-1707) e trenta anni di dominazione austriaca (1707-1734) Napoli torna a essere capitale di un Regno indipendente. Il giovane sovrano dà avvio a un’opera di complessivo riassetto urbanistico. Sulla collina di Capodimonte, verde di boschi ricchi di selvaggina, circondati da panorami mozzafiato tra Vesuvio, San Martino e Posillipo, sede ideale per le cacce, Carlo commissiona a Antonio Medrano la sua reggia (1738). Immersa in un parco di oltre centoventi ettari – la riserva naturale più estesa della città, con masserie, stalle, serre – il palazzo è insieme residenza regale per i giorni di svago e sede espositiva delle collezioni preziose che il sovrano ha ereditato dalla madre Farnese, i granduchi di Parma e Piacenza. Nelle sale del ‘piano nobile’ viene allestita una delle collezioni europee più famose e prestigiose del tempo: opere d’arte impareggiabili e ‘antichità’ rare trasferite a Napoli dalle residenze Farnese di Parma, Piacenza, Colorno, Roma, dipinti celebri – Mantegna, Bellini, Raffaello, Tiziano, Carracci – grande statuaria classica romana – il celebre Ercole, la Flora, il gruppo del Toro Farnese, la collezione di gemme e cammei antichi. Mentre i dipinti sono collocati a Capodimonte, le opere classiche insieme ai reperti recuperati dagli scavi di Ercolano (dal 1738) e poi di Pompei confluiranno, con Ferdinando IV, nel Real Museo Borbonico, oggi Museo Archeologico Nazionale. Non è meno rilevante l’impegno del sovrano per la nascita di nuove manifatture: prende IL MUSEO DI CAPODIMONTE  9


forma la fabbrica di porcellana di Capodimonte, ospitata nei giardini della Reggia. Tale sarà il prestigio legato al successo dell’impresa che, in procinto di partire per la Spagna di cui eredita il trono (1759), il re ‘invita’ artigiani e tecnici che la animano a seguirlo per esportare la fabbrica a Madrid. Gli impianti e i forni napoletani sono distrutti, ma una delle prime azioni del figlio Ferdinando, appena emancipato dalla tutela paterna, sarà inaugurare una nuova manifattura. Esempi raffinati delle fabbriche, carolina e ferdinandea, sono esposti nell’Appartamento reale e nella Galleria delle porcellane al primo piano del Museo. Lavori di ristrutturazione, di arredo e decorazione si susseguono nel Settecento: con il ‘Decennio francese’ (1806-1815, Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, effetto delle conquiste napoleoniche) e poi con la restaurazione borbonica, il palazzo diviene teatro privilegiato della vita di corte e di eventi straordinari. Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte ‘investono’ sulla residenza in collina, tanto che, per decisione di Murat (re di Napoli dal 1808 al 1815), il sistema di collegamento con il centro urbano viene trasformato in maniera più funzionale con la realizzazione del ‘corso Napoleone’ (in proseguimento di via Santa Teresa degli Scalzi, oggi corso Amedeo d’Aosta nella parte finale). Il progetto (1807-1809, 10  IL MUSEO DI CAPODIMONTE

di Nicola Leandro con Gioacchino Avellino e direzione di Bartolomeo Grasso) prevede un tracciato ampio e rettilineo che scavalca, con un ponte di concezione innovativa, il vallone della Sanità. A chiusura prospettica la piazza ellittica del Tondo di Capodimonte. L’Unità d’Italia segna una tappa importante per la vocazione museografica di Capodimonte: il direttore amministrativo di Casa Savoia, Annibale Sacco, destina alcuni ambienti del ‘piano nobile’ a ‘galleria’ di pittori e scultori contemporanei, con ampliamenti successivi in seguito alle acquisizioni sabaude, segnando l’ingresso del ‘contemporaneo’ accanto alle collezioni ‘antiche’. Capodimonte consolida la vocazione di reggia-museo: fino al secondo conflitto mondiale è la residenza dei duchi d’Aosta mentre si ampliano le collezioni di dipinti e oggetti d’arte e d’arredo, trasferite a Capodimonte dalle antiche regge borboniche: farà sensazione, nel 1866, l’arrivo dal Palazzo reale di Portici dei pannelli in porcellana di Capodimonte che rivestivano, da metà Settecento, le pareti del boudoir della regina Maria Amalia di Sassonia (moglie di Carlo), smontati e rimontati – nei dettagli più minuti, lampadario compreso – nell’ala nord della reggia, esempio tra i più raffinati del diffondersi della moda europea delle ‘cineserie’ tra le case regnanti del Settecento.


Nel maggio 1957, con l’arrivo delle collezioni d’arte medievale e moderna esposte in precedenza con le raccolte di ‘antichità’ farnesiane, pompeiane ed ercolanesi nel Museo Borbonico (ora Museo Archeologico Nazionale) nasce il “Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte”, punto d’arrivo – grazie alla passione e alla competenza di Bruno Molajoli, Ezio De Felice, Raffaello Causa, Ferdinando Bologna, Oreste Ferrari – della eredità ottocentesca più illuminata del concetto di museo. Il riordino e l’ampliamento espositivo delle raccolte, avviati negli anni Novanta, imperniato sull’identità dei nuclei storici omogenei delle collezioni

(Farnese, Borbone, Borgia, postunitario, fino alle acquisizioni più recenti), sulla valorizzazione piena dell’appartamento reale e su un percorso ideale attraverso la storia delle arti a Napoli, in successione cronologica, insieme al potenziamento dei servizi didattici e di accoglienza al pubblico, ha conquistato al Museo di Capodimonte centralità e prestigio consoni alla eredità formidabile culturale e artistica che ha avuto in sorte: un’offerta con pochi eguali nel circuito dei grandi musei internazionali.

IL MUSEO DI CAPODIMONTE  11


il bosco di capodimonte 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35

porta grande fabbricato palazzotti reggia casino dei principi fabbricato colletta porta colletta (in disuso) scuderie porta piccola porta caccetta porta di mezzo chiesa di san gennaro fabbrica di porcellana cellaio fagianeria capraia cisternone casino della regina porta miano eremo dei cappuccini cimitero dei cappuccini fontana di mezzo fabbricato vecchietta fabbricato san gennaro roccolo porta santa maria dei monti giardino torre fabbricato torre porta sul cavone di miano fabbricato cataneo grottino grotta di maria cristina di savoia vallone amendola vallone dei cervi vallone di san gennaro vallone di miano

12  IL BOSCO DI CAPODIMONTE


Il bosco di Capodimonte

Testimonianza della passione per la caccia e per la botanica dei Borbone, il bosco che circonda la Reggia di Capodimonte – centoventi ettari di area verde popolati da quattrocento varietà di piante secolari (querce, lecci, olmi, castagni e tigli) – viene sistemato dall’architetto Ferdinando Sanfelice nel 1742 in una sintesi originale tra visione prospettica di matrice illuminista e impianto scenografico di cultura tardo barocca. Rispecchia in pieno le qualità dei siti reali borbonici: intorno all’edificio principale il parco-riserva di caccia è un sistema economico-finanziario virtuoso con masserie organizzate e manifatture specifiche calibrate alle risorse peculiari del luogo. Il bosco è popolato da tordi, tortore, beccafichi, fagiani di importazione boema, lepri, conigli e cervi, per garantire gli svaghi venatori del re. L’ingresso principale al parco reale è la Porta di Mezzo, area ellittica da cui partono a ventaglio cinque vialoni attraversati da sentieri laterali ariosi, decorati da statue oggi in gran parte perdute. Tra le sculture superstiti, il Gigante, realizzato con frammenti di marmo antico, e le sculture dei Mesi – molto danneggiate – in origine presso l’aerea d’ingresso. Il viale centrale della struttura a raggiera – il viale ‘di Mezzo’ – misura circa centoventicinque metri ed è caratterizzato dall’effetto ‘a cupola’ ottenuto con potature mirate che congiungono in alto i due filari laterali di lecci maestosi. Gli edifici del parco, in parte recuperati e riconvertiti a nuovi utilizzi, nascono come dimore di corte o sedi di manifatture o fabbriche agricole e zootecniche. La palazziIL BOSCO DI CAPODIMONTE  13


na ‘dei principi’, con accanto una piccola serra, nel 1826 è la residenza dei figli di Francesco I. La Real Fabbrica della porcellana (1743), ristrutturata da Sanfelice, è la sede della più celebre tra le manifatture del Regno (oggi ospita l’Istituto professionale Caselli per la lavorazione della ceramica), con le aree di servizio satelliti, destinate a fagianeria, vaccheria e cellaio. La chiesa dedicata a San Gennaro (1745), fondata da Carlo di Borbone per la cura spirituale della comunità, numerosa, degli abitanti del parco. Nel 1817-19 il figlio di Carlo, Ferdinando, commissiona in forme neogotiche l’eremo dei Cappuccini adempiendo, secondo la tradizione, a un voto per la riconquista del Regno dopo il decennio napoleonico; dal 1950 l’eremo è affidato all’ente privato ‘Opera per la salute del fanciullo’. Il casino ‘della regina’, in origine piccolo padiglione destinato al riposo durante la caccia, è un dono di Ferdinando II (prima del 1840) alla regina madre Maria Isabella. Gli edifici, come illustrano stampe settecentesche, erano circondati da giardini, terrazze belvedere, orti e frutteti, con il tempo modificati e distrutti. Delle aree a carattere agricolo, parte del sistema di ‘giardini di delizie’ – eliminati durante le ristrutturazioni ottocentesche – che ornavano tutte le costruzioni del parco, restano il giardino Torre, a cui si accede dall’ultimo tratto del viale di 14  IL BOSCO DI CAPODIMONTE

Mezzo, antico agrumeto borbonico, e il ‘giardino segreto’ con piante da frutta rare, vivaio di ananas, gelsi. Nella masseria Torre (restaurata nel 1999), posta all’estremità nord-ovest del bosco, si distinguono ancora le parti destinate alle diverse colture, come il giardino ‘della Fruttiera’. Al suo interno, un sentiero delimitato da un doppio filare di agrumi serve le zone al tempo riservate alle diverse colture fruttifere. Dal giardino della ‘Fruttiera’ si accede al casamento Torre, piccolo complesso rurale formato da un edificio con un torrino circolare, e al giardino ‘dei Fiori’, giardino ‘segreto’ murato ornato da un’esedra con alberi di pero e vasca circolare centrale, alla ‘vaseria’, al giardino ‘della Purpignera’, forse adibito alla riproduzione delle essenze coltivate nella masseria, e infine al giardino ‘della Fruttiera’ di basso, probabilmente destinato a vivaio. Nel 2012 è stato avviato un progetto che prevede il recupero funzionale del giardino con la messa a coltura degli spazi. L’orto si estende su una superficie di circa duemila metri quadrati ed è un piccolo vivaio delle biodiversità locali, esempi virtuosi di agricoltura di piccola scala: la papaccella napoletana, il pomodoro San Marzano e il fagiolo cannellino ‘dente di morto’ di Acerra, con tecniche e metodi di coltivazione tradizionali della culturale rurale campana, seguiti anco-


ra oggi dai pochi contadini sopravvissuti nell’area metropolitana, biologici e a basso impatto ambientale. Negli anni Trenta dell’Ottocento vengono impiantate nel parco specie esotiche, come la thuja e l’eucalipto, organizzate secondo i canoni della veduta paesaggistica moderna, e il botanico Federico Dehnhardt ridisegna la spianata intorno al palazzo, esaltando a est la veduta del Vesuvio e a sud quella del golfo. Dopo l’Unità, si afferma nell’architettura del verde la moda orientale e si inseriscono le palme nei grandi prati che circondano la reggia. La sistemazione dell’area del giardino a mezzogiorno del palazzo risale agli anni del regno di Umberto I di Savoia (1878-1900), quando sul pianoro si colloca la fontana del belvedere, con le sculture trasferite dal giardino Torre, e si realizzano i viali e il belvedere. L’area, non a caso, viene ‘battezzata’ la veduta di Napoli: il panorama, immenso, dal colle di San Martino raggiunge punta Campanella, in un susseguirsi di azzurri tra cielo e mare. Un patrimonio naturale botanico e scenografico tra i più preziosi e affascinanti della città. alla pagina precedente Belvedere del parco Statua del Gigante 16  IL BOSCO DI CAPODIMONTE


Palazzina dei principi

IL BOSCO DI CAPODIMONTE  17


piano terra

guardaroba

sala causa

disegni e stampe

servizi

biglietteria, bookshop e caffetteria

servizi

scalone esagonale

auditorium

sala Sol LeWitt

biglietteria, bookshop e caffetteria

piano terra

guardaroba

scalone esagonale auditorium

gabinetto dei disegni e delle stampe l’ottocento ‘privato’ manifesti mele

18  PIANO TERRA / PIANO AMMEZZATO

wc

piano ammezzato

piano ammezzato

sala causa

sezione ’800

manifesti mele

sala sol lewitt


L’Auditorium, la sala Sol LeWitt, la sala Causa

L’Auditorium, in rapporto con l’atrio del Museo e gli spazi contigui, è attrezzato per proiezioni, conferenze, traduzione simultanea e calibrato nell’acustica per poter ospitare esecuzioni musicali dal vivo. Alle pareti, a dichiarare la funzione di sala espositiva museale, due grandi ricami della collezione d’Avalos. La sezione didattica, dedicata ai visitatori più giovani, è organizzata in un grande ambiente al piano seminterrato, caratterizzato dallo spazio/installazione di arte contemporanea, White bands in a black room, ideato e realizzato nel 2002 da Sol LeWitt (Hartford 1928 - New York 2007). Un nucleo di spazi polivalenti: un sistema integrato per esposizioni, incontri, seminari, conferenze, concerti. Dal cortile sud del palazzo si accede all’area interrata del Museo di Capodimonte, di oltre settecento metri quadrati, la sala Causa: una soluzione organica, polifunzionale, per mostre temporanee di ampio respiro e grandi eventi, nel cuore delle fondamenta monumentali della Reggia, gestibile senza interferire con l’attività ordinaria del Museo. La dimensione di sistema globale – collezioni permanenti, spazi per eventi, servizi di accoglienza – di un monumento che ha saputo riconquistare un ruolo di primo rilievo nei grandi circuiti internazionali del turismo culturale.

L’AUDITORIUM, LA SALA SOL LEWITT, LA SALA CAUSA  19


I manifesti Mele

La raccolta dei manifesti dei Grandi Magazzini Mele è entrata a far parte del patrimonio del Museo di Capodimonte grazie alla donazione degli eredi Mele nel 1988: trentadue manifesti della collezione esposti, dopo un restauro attento, al piano ammezzato dell’ala nord del palazzo, nelle sale adiacenti l’Auditorium. Una testimonianza importante della modernità del linguaggio figurativo napoletano tra Otto e Novecento e delle capacità imprenditoriali di una realtà commerciale all’avanguardia nell’Italia di inizio secolo: i fratelli Emiddio e Alfonso, imprenditori, forti di una conoscenza approfondita delle grandi organizzazioni commerciali internazionali, nel 1889 inaugurano in via San Carlo a Napoli i Grandi Magazzini Italiani. Punto di forza del successo progressivo dei Magazzini è l’investimento costante nella pubblicità: dalle comunicazioni sulle pagine dei quotidiani, ai cataloghi commerciali, dai libretti illustrati distribuiti a Napoli e in altre città italiane nei luoghi di svago e di ritrovo a veri e propri gadget pubblicitari, calendari, ventagli e specchietti, fino a forme di réclame più innovative e spregiudicate, come le battute sui Magazzini Mele inserite da Eduardo Scarpetta nelle sue commedie. Alla comunicazione sono destinate cifre considerevoli: celebri e immediatamente riconoscibili sono i manifesti che i fratelli commissionano ogni anno all’Officina Grafica Ricordi, ideati da illustratori d’eccezione quali Franz Laskoff (1869-1918/21), Leopoldo Metlicovitz (1868-1944), Leonetto Cappiello (1875-1942), Aleardo Villa (1865-1906), Achille Beltrame (1871-1945), Gian Emilio Malerba (1880-1926) e, soprattutto, Marcello Dudovich (1878-1962) che, dal 1901 al 1910, fissa il carattere distintivo del manifesto pubblicitario italiano tra i due secoli. I MANIFESTI MELE  21


Gian Emilio Malerba (Milano 1880-1926) Apertura di stagione 1906 In una impaginazione moderna della composizione, una giovane donna sorridente, seduta in panchina, si sporge in avanti, consentendo all’illustratore di inserire il logo Mele in alto a destra. Firmato.

22  I MANIFESTI MELE


Franz Laskoff (Bromberg 1869-1918/21) Abiti per uomo 1901 Il largo di Palazzo napoletano antistante il Palazzo reale (ora piazza del Plebiscito), animato da numerose figurine in movimento, è lo sfondo inusuale del manifesto. Firmato. Aleardo Villa (Ravello 1865 - Milano 1906) Novità per signora 1903 L’iconografia scelta è l’interpretazione di una favola classica: un amorino nasconde dietro la schiena la mela da donare alla più elegante delle tre signore, rivisitazione del mito di Paride che dona la mela d’oro alla dea da lui giudicata più bella tra Era, Atena e Afrodite.

I MANIFESTI MELE  23


Il Gabinetto dei disegni e delle stampe

Dal cortile sud della reggia, dallo scalone esagonale, si accede alla sezione del Museo dedicata alla grafica, al piano ammezzato dell’ala meridionale del palazzo. Circa duemilacinquecento fogli e venticinquemila stampe straordinari, dal nucleo farnesiano – con i cartoni di Michelangelo per la Cappella Paolina e di Raffaello per la stanza di Eliodoro in Vaticano – ai disegni, acquistati in seguito, di autori emiliani, dai Carracci a Lanfranco (circa quattrocento fogli con studi preparatori per gli affreschi delle chiese napoletane) e Reni; fiorentini, Andrea del Sarto e Pontormo; genovesi, veneti, Tintoretto e Palma il giovane; romani e napoletani. Ancora: i capolavori della collezione del conte trentino Carlo Firmian, acquisita dai Borbone nel 1782, ricca di oltre ventimila stampe (Dürer, Stefano della Bella, Giovan Battista Castiglione, Rembrandt), la collezione del cardinale Stefano Borgia, acquistata da Ferdinando I nel 1817 dal nipote del cardinale – ne fanno parte gli ottantasei tra disegni e acquerelli indiani, esposti già nel 1841 al Museo Borbonico – e le donazioni preziose, a partire dalla nascita del Museo di Capodimonte nel 1957, di collezionisti privati. Di particolare rilevanza tra le donazioni, la raccolta di Angelo e Mario Astarita (1970) composta da quattrocentodiciannove disegni, acquerelli e oli di esponenti della Scuola di Posillipo e – in particolare – Giacinto Gigante – documenti fondamentali per lo studio della pittura di paesaggio a Napoli nell’Ottocento. Da segnalare, tra gli acquisti recenti dello Stato per la raccolta grafica di Capodimonte, sessantaquattro fogli con studi e rilievi dell’architetto napoletano Federico Travaglini, attivo a Roma e Napoli nel primo Ottocento. 24  IL GABINETTO DEI DISEGNI E DELLE STAMPE


La sezione dei disegni e delle stampe è collocata al piano ammezzato dal 1994, dopo il recupero e la ristrutturazione impiantistica e di sicurezza degli ambienti. Oltre delle sale di esposizione al pubblico, è dotata di deposito attrezzato dei materiali inventariati, della sala consultazione riservata agli studiosi e di un laboratorio rilevante per gli interventi conservativi. Nel riassetto espositivo delle collezioni del Museo, avviate nel 1995, una sala della Galleria farnesiana al primo piano (il piano nobile) del palazzo [sala 4] è stata dedicata ai cartoni di Michelangelo e Raffaello, mentre lungo l’itinerario attraverso lo sviluppo delle arti a Napoli dal Duecento all’Ottocento, al secondo piano, tre sale [sale 81 e 83-84] sono state destinate all’esposizione ciclica, per motivi conservativi, dei disegni più rappresentativi.

IL GABINETTO DEI DISEGNI E DELLE STAMPE  25


Jusepe de Ribera (Játiva 1591 - Napoli 1652) Testa grottesca 1622 collezione Firmian

Aniello Falcone (Napoli 1607-1656) Testa di guerriero e studio di elmo 1640 ca. collezione borbonica

Studio preparatorio per un’incisione ad acquaforte e bulino. L’attenzione alla singolarità dei lineamenti dei soggetti ritratti, spesso vicini al deforme e alla malattia, è caratteristica dell’artista: un realismo brutale, solidale con la realtà dei più umili.

Probabile ritratto dal vero, è uno studio preparatorio per la testa di Barach nell’affresco di Deborah e Barach nella cappella Santagata nella chiesa di San Paolo Maggiore a Napoli.

26  IL GABINETTO DEI DISEGNI E DELLE STAMPE


Giovanni Lanfranco (Parma 1582 - Roma 1647) Santo certosino 1637-39 ca. collezione borbonica Appartiene alla serie dei disegni di studio per gli affreschi nella Certosa di San Martino (1637-1639), parte di un folto numero di fogli che documentano l’attività di un protagonista della cultura barocca a Napoli.

IL GABINETTO DEI DISEGNI E DELLE STAMPE  27


Rembrandt (Leida 1606 - Amsterdam 1669) Giuditta decapita Oloferne 1650 ca. collezione Firmian

28  IL GABINETTO DEI DISEGNI E DELLE STAMPE

Condotto con tratti rapidi e sicuri, il disegno testimonia il processo di semplificazione delle forme e di sintesi espressiva maturato dell’artista dopo il 1650, sia nei disegni che nella calcografia.


Giacinto Gigante (Napoli 1806 - 1876) Santa Maria Donnaregina 1865 collezione Astarita In parte acquerellato, appartiene alla serie di disegni dedicati al convento di Santa Maria Donnaregina a Napoli, eseguiti forse su incarico della badessa del convento.

IL GABINETTO DEI DISEGNI E DELLE STAMPE  29


L’Ottocento ‘privato’

Al piano ammezzato, il ‘piano matto’, dell’ala meridionale del palazzo, a fronte del Gabinetto dei disegni e delle stampe, è allestita la nuova Galleria dell’Ottocento (2012), con accesso dallo spettacolare scalone esagonale neoclassico. Nelle sette sale che compongono la sezione sono esposti dipinti di inizio secolo legati alla corrente neoclassica (Camuccini, sala 1), paesaggi celebri della Scuola di Posillipo (Pitloo, Gigante, i fratelli Palizzi, sale 2-3), opere del realismo della seconda metà dell’Ottocento (Gemito, Morelli, Cammarano, De Nittis, sala 4), testimonianze dell’affermarsi dell’orientalismo sul finire del secolo (sala 5), opere importanti (Toma, D’Orsi, Boldini, Balla, sala 7) acquisite al Museo con le donazioni generose di privati e artisti. In origine le sale sono gli spazi privati della corte Borbone: nel 1816 appartamento personale di Ferdinando I, mentre a metà secolo sono il “quartino ad uso di S.A.R. la Principessa D.a Carolina”, figlia di Francesco I e di Maria Isabella di Spagna, durante le visite a Napoli anche dopo il matrimonio, nel 1850, con Carlo Luigi dei Borbone di Spagna, conte di Montemolin. Con i Savoia, le stanze vengono destinate al ramo cadetto dei duchi di Aosta, fino al passaggio della Reggia al demanio dello Stato nel 1920. Negli anni Cinquanta del Novecento gli ambienti vengono adeguati alla funzione di uffici per la Soprintendenza, modificando in parte le strutture. L’intervento recente di recupero ha ripristinato la volumetria originaria dell’ala e valorizzato gli spazi con una sistemazione espositiva che recupera il fascino 30  L’OTTOCENTO ‘PRIVATO’


romantico ottocentesco. Un allestimento evocativo degli interni delle dimore aristocratiche del tempo – dalle finestre si ammirano scorci suggestivi del parco e dei cortili monumentali – propone dipinti di scuola napoletana e italiana dai primi decenni del XIX agli inizi del XX secolo (dal Neoclassicismo, al Biedermeier, all’eclettismo) e arredi di produzione napoletana realizzati, negli stessi anni, proprio per la reggia di Capodimonte, recuperati, restaurati e ricomposti con attenzione filologica. Dipinti, sculture, lampadari, oggetti d’arredo, tessuti e tendaggi dialogano in una dimensione raccolta, per ricreare l’atmosfera accogliente e raffinata di una residenza privata di corte.

L’OTTOCENTO ‘PRIVATO’  31


Anton Smink Pitloo (Arnhem 1790 - Napoli 1837) I templi di Paestum 1826 ca.

32  L’OTTOCENTO ‘PRIVATO’

Paesaggio ripreso dal vero, probabilmente nel corso dei sopralluoghi a Paestum effettuati nel 1826. [sala 2]


Giuseppe de Nittis (Barletta 1846 - Saint-Germainen-Laye 1884) La traversata degli Appennini Ricordo 1867

Dipinto alla vigilia del primo viaggio dell’artista a Parigi, è una interpretazione sintetica e personale del paesaggio. Firmato e datato. [sala 4]

L’OTTOCENTO ‘PRIVATO’  33


Vincenzo Gemito (Napoli 1852-1929) Il giocatore 1868 ca. Una delle prime opere di Gemito in adesione alla corrente figurativa del realismo, ritratto veritiero di uno scugnizzo napoletano. La scultura è acquistata da Vittorio Emanuele II per Capodimonte nel 1870. [sala 4]

34  L’OTTOCENTO ‘PRIVATO’


Filippo Palizzi (Vasto 1818 - Napoli 1899) Studio per ‘Gita a Cava’ 1881

Studio per un dipinto del 1882, ora in collezione privata, che sulla destra mostra gli stessi personaggi che giocano a carte. Una fotografia, ritrovata tra le carte di Palizzi, ha un’inquadratura simile e riporta l’indicazione dei nomi dei protagonisti: amici pittori che l’artista incontrava a Cava per studiare insieme la pittura all’aperto, ritratti poi nella tela. Firmato e datato. [sala 4]

L’OTTOCENTO ‘PRIVATO’  35


Gioacchino Toma (Galatina 1836 - Napoli 1891) Sotto il Vesuvio di mattina 1882 Veduta dal vero, alla prima luce del mattino, ai piedi del Vesuvio. Un paragone tra il fumo dello sbuffo della locomotiva a vapore che entra nell’inquadratura da sinistra e il pennacchio del Vesuvio, in un confronto singolare tra natura e macchina. Firmato e datato. Dono Toma (1961). [sala 7] Gioacchino Toma (Galatina 1836 - Napoli 1891) Sotto il Vesuvio di sera 1886 Replica dopo quattro anni dello stesso tema paesistico, identico ma osservato in altra ora del giorno. Firmato e datato. Dono Toma (1961). [sala 7]

36  L’OTTOCENTO ‘PRIVATO’


Giovanni Boldini (Ferrara 1842 - Parigi 1931) La passeggiata nel parco 1880 ca.

Giacomo Balla (Torino 1871 - Roma 1958) La famiglia Carelli 1901 ca.

Unione suggestiva tra ritratto femminile e paesaggio autunnale. Firmato. Parte della donazione di Alfonso Marino (1957). [sala 7]

Appartiene alla produzione che precede l’adesione al futurismo, dedicato in particolare ai ritratti. Balla, che doveva raffigurare solo la signora Carelli, coinvolge il marito e la primogenita Libera per dare maggiore dinamicità alla scena. Firmato. È un dono a Capodimonte delle sorelle Libera, Luce e Vera Carelli (1986). [sala 7]

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7 collezione borgia


La Galleria Farnese

La Galleria Farnese costituisce il nucleo centrale intorno al quale si sono sviluppate le collezioni di Capodimonte. Le raccolte farnesiane, dipinti, sculture, oggetti di arte decorativa, per lo più di artisti dell’Italia centro-settentrionale, collezionati o commissionati in circa due secoli a Roma, nella cerchia del papa Paolo III Farnese e del nipote Alessandro, e a Parma dove la famiglia si era stabilita nel corso del Seicento – eredità di Carlo di Borbone – si integrano poi nei secoli successivi con opere giunte a Capodimonte per acquisti dei Borbone (come la collezione Borgia acquisita nel 1817 e alla quale è dedicata la sala 7 del Museo), dei Savoia e dello Stato o per donazioni o lasciti. L’ordinamento del Museo propone una scansione degli spazi per centri di provenienza e nuclei collezionistici, in sequenza temporale, integrando i capolavori farnesiani con le opere affini di acquisizione successiva. Particolare rilevanza ha il nucleo delle opere di area emiliana: dalle Nozze mistiche di santa Caterina d’Alessandria di Correggio, un tempo nella collezione di Barbara Sanseverino e confiscata dai Farnese insieme alle raccolte d’arte di altri nobili dopo la congiura del 1612 contro i nuovi duchi, e i ritratti celebri di Galeazzo Sanvitale e dell’Antea del Parmigianino; ai capolavori giovanili di Annibale Carracci, attivo con il fratello e il cugino tra Ducato emiliano e Corte romana, come lo Sposalizio mistico di santa Caterina d’Alessandria, emblema della ‘nuova’ maniera che unisce all’ideale di classicità un vigoroso naturalismo, l’Ercole al bivio, un tempo sul soffitto del camerino del cardinale Odoardo in palazzo Farnese a Roma, insieme alle opere di Lanfranco – della cui produzione più avanzata si conservano numeroLA GALLERIA FARNESE  39


se pale d’altare – Domenichino, Albani, Guido Reni (alla cui assenza nelle collezioni si rimedia a inizi Ottocento, con l’acquisizione borbonica di Atalanta e Ippomene). Numerosi i dipinti di Bartolomeo Schedoni, pittore attivo a lungo per i Farnese per i quali lavora in una sorta di esclusiva, tra i quali la Scena di elemosina, capolavoro dell’artista. La scuola toscana è presente con due tavole di Masolino da Panicale, parti del trittico eseguito per la chiesa romana di Santa Maria Maggiore con la collaborazione di Masaccio, del quale è esposta la Crocifissione, acquistata agli inizi del Novecento, cimasa del polittico della chiesa del Carmine di Pisa, la Madonna con Bambino e angeli di Sandro Botticelli, i frammenti, con l’Eterno Padre e la Vergine, di una pala eseguita dal giovane Raffaello, autore poi del ritratto del cardinale Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III [nella sala 2, dedicata ai protagonisti di Casa Farnese] e della Madonna del Divino Amore, della quale si conserva anche uno studio di Giovan Francesco Penni. Tra le opere venete imprescindibili, la Trasfigurazione di Giovanni Bellini, il Ritratto di fra Luca Pacioli di Jacopo de’ Barbari, la Madonna con Bambino e san Pietro martire di Lorenzo Lotto. Legati alla committenza Farnese sono i dipinti di Tiziano, patrimonio straordi40  LA GALLERIA FARNESE

nario con pochi confronti nelle raccolte museali italiane e straniere: i ritratti del papa Paolo III Farnese con i nipoti, di Pierluigi primo duca di Parma e la Danae sono espressione del rapporto di mecenatismo tra una grande famiglia rinascimentale e il più celebre artista del tempo. Nel 1549, il cardinale Alessandro Farnese commissiona a Marcello Venusti, allievo di Michelangelo, la copia del Giudizio universale della Sistina, allora da poco scoperta al pubblico: testimonianza preziosa dell’originale prima dell’intervento moralizzatore della Controriforma che ‘veste’ i nudi michelangioleschi. Domenico Theotokopoulos, detto El Greco, è uno dei primi artisti ‘stranieri’ a lavorare per i Farnese, proveniente da Candia, si ferma a Venezia presso la bottega di Tiziano. Suoi sono il celebre El Soplòn (un ragazzo che accende una candela con un tizzone, studio magistrale di effetti luministici) e il Ritratto del miniatore Giulio Clovio, ordinato da Fulvio Orsini, bibliotecario a Roma del cardinale Odoardo Farnese, poi erede della sua collezione. Tra le scuole europee (olandese, tedesca, spagnola, francese, fiamminga) importante è la presenza della pittura fiamminga, sia per il collezionismo appassionato del cardinale Alessandro Farnese e del suo successore il cardinale Odoardo che ar-


ricchiscono la raccolta con opere di Gillis Mostaert, Peter De Witte, Herri met de Bles detto il Civetta, oltre al Ritratto di Carlo V di Bernart van Orley. L’interesse dei Farnese per l’arte fiamminga si consolida quando Margherita d’Austria – figlia naturale di Carlo V e moglie (1538) del secondo duca di Parma, Ottavio – è nominata reggente dei Paesi Bassi (1559-1567). Tra i dipinti entrano nelle collezioni i Mercati di Beuckelaer, i quadretti erotici di Jan Sons con Amori degli dei, destinati probabilmente alla decorazione di un soffitto del Palazzo ducale di Parma, e allo stesso pittore è commissionata la enigmatica Cebetis Thebani Tabula. Il sequestro dei beni alle famiglie nobili parmensi coinvolte nella congiura del 1612 incrementa la presenza di artisti fiamminghi nelle collezioni farnesiane: in particolare, dalla raccolta di Giovanni Battista Masi, provengono i Sette peccati capitali di Jacques de Backer e, soprattutto, i due dipinti capitali di Pieter Bruegel il Vecchio, il Misantropo e la Parabola dei ciechi, acquistati da Cosimo Mansi, segretario del principe Alessandro Farnese, durante il soggiorno nelle Fiandre (1571 e il 1594). A questo nucleo si aggiunge nel 1693 il patrimonio d’arte della principessa Maria Maddalena, sorella del duca Ranuccio, ereditato della madre Margherita de’ Medici (Luca di

Leyda, Jan Sons, Marten de Vos). Agli ultimi duchi di Parma spetta l’acquisizione di opere come il San Giorgio uccide il drago, da Pietro Paolo Rubens e la tavoletta con la Sacra conversazione, acquistata nel 1713 come opera di Dürer ma della bottega di Konrad Witz. I successivi incrementi delle raccolte di Capodimonte si devono soprattutto all’età borbonica, come il Paesaggio con la ninfa Egeria di Claude Lorrain, acquistato per i Borbone da Domenico Venuti, inviato a Roma nel tentativo di recuperare il patrimonio artistico sequestrato dai francesi durante il decennio borbonico (1806-1815) e la Crocifissione di van Dyck, comprata per millecinquecento ducati. In tempi recenti, si segnalano tra gli acquisti dello Stato e le donazioni generose di collezionisti privati al Museo: Bernardo Bellotto, Vaprio e Canonica verso sud della riva occidentale dell’Adda (donazione De Feo Leonardi 2004); Francesco Guardi, Il ponte di Rialto e Veduta dell’isola di San Giorgio Maggiore (donazione De Feo Leonardi 2004); Pierre Jacques Volaire, Veduta della Solfatara (acquisto 2005); il Gruppo presepiale ‘dell’elefante’ (donazione Catello 2005).

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Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1489/90 Venezia 1576) Paolo III con i nipoti 1545-46 Il papa Paolo III, settantasettenne, è fra i nipoti Alessandro, nominato cardinale a quattordici anni, e Ottavio, futuro duca, i figli del primogenito del pontefice Pier Luigi 42  LA GALLERIA FARNESE

Farnese, investito dal padre del ducato di Parma e Piacenza nel 1545, e prosecutori della politica familiare sul versante ecclesiastico e secolare. Pur incompiuto, per il mutare delle vicende politiche del tempo, il ritratto commissionato da Alessandro a Roma nel dicembre del 1545 è tra i capolavori realizzati da Tiziano per i Farnese. [sala 2]


Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1489/90 Venezia 1576) Il cardinale Alessandro Farnese 1545-46 Tiziano, abile indagatore della psicologia dei suoi committenti, ritrae Alessandro Farnese (1520-1589), primogenito di Pierluigi, conosciuto per le capacitĂ diplomatiche e mecenatismo illuminato, non come un uomo di chiesa, ma come gentiluomo elegante, sottolineando il vezzo dei guanti. [sala 2]

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Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1489/90 Venezia 1576) Paolo III a capo scoperto 1545-46

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È il primo ritratto del papa realizzato dipinto da Tiziano, punto di inizio del sodalizio artistico con i Farnese, eseguito a Bologna in occasione dell’incontro tra il papa e l’imperatore Carlo V. [sala 2]


Guglielmo della Porta (Porlezza? 1515 - Roma 1577) Busto di papa Paolo III 1546 Capolavoro della ritrattistica, il pontefice, in età avanzata, è ammantato di un piviale decorato da placchette raffiguranti il Passaggio del Mar Rosso e Mosè che riceve le tavole della legge e Allegorie. Il panneggio è fermato da una fibbia decorata lateralmente da due chimere alate e mascheroni, traduzione dall’antico di oreficeria raffinata. Guglielmo della Porta, durante la lunga permanenza presso i Farnese, è uno dei principali interpreti della politica autocelebrativa del papa e della famiglia. È anche il restauratore delle opere antiche della collezione farnesiana: sua l’integrazione delle gambe al famoso Ercole Farnese, inizialmente disperse. [sala 2]

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Raffaello Sanzio (Urbino 1483 - Roma 1520) Alessandro Farnese futuro papa Paolo III 1509-11 Il cardinale Farnese commissiona il dipinto al “divino” Raffaello fra il 1509 e il 1511 quando, eletto vescovo di Parma, inizia la sua scalata al potere sotto la protezione dei Medici, dando avvio anche a una politica di immagine per rafforzare il prestigio personale e della famiglia. [sala 2]

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Andrea del Sarto (Andrea d’Agnolo) (Firenze 1486-1530) Leone X con due cardinali 1525 Copia dal celebre ritratto di Raffaello (Firenze, Galleria degli Uffizi), è ordinata in segreto da Ottaviano de’ Medici e inviata a Federico Gonzaga al posto dell’originale che questi aveva chiesto in dono a Clemente VII, accontentando il duca di Mantova, che non si accorge dell’inganno. [sala 2]

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Masaccio (Tommaso di Ser Giovanni di Mone Cassai) (San Giovanni Valdarno 1401 - Roma 1428) Crocifissione 1426 Era la cuspide del polittico per la chiesa del Carmine di Pisa, smembrato alla fine del Cinquecento e oggi diviso tra musei europei e americani. In base ai principi della prospettiva, la tavola, un tempo coronamento del complesso, offre una visione scorciata violentemente dal basso, resa accorciando le gambe di Cristo e incassando la testa nelle spalle, suggerendo così anche l’umanità pesante e dolorosa di un corpo abbandonato alla morte. Il dipinto non è parte della collezione Farnese, ma è un acquisto del 1901. [sala 3]

Raffaello Sanzio (Urbino 1483 - Roma 1520) Mosè davanti al roveto ardente 1514 ca. collezione Farnese

Frammento del cartone preparatorio utilizzato per il particolare del Mosè per l’affresco nella volta della Stanza di Eliodoro in Vaticano. Apparteneva in origine a Fulvio Orsini, bibliotecario di casa Farnese, che lo lascia in eredità al cardinale Odoardo. [sala 4]

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Giovan Francesco Penni (Firenze 1488 ca. - Napoli 1528) Madonna del Divino Amore 1518 ca. collezione Farnese Studio preparatorio per il dipinto su tavola con lo stesso soggetto [sala 9] di Raffaello e aiuti. [sala 4]

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Michelangelo Buonarroti (Caprese 1475 - Roma 1564) Gruppo di armigeri 1546 ca. Parte del cartone preparatorio per le figure monumentali dei tre armigeri nell’affresco della Crocifissione di san Pietro nella cappella Paolina in Vaticano (1546-1550). Il disegno è stato restaurato nel 1988. [sala 4]

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Masolino da Panicale (Tommaso di Cristoforo Fini) (Panicale in Valdarno 1383 Firenze 1440) Fondazione della chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma Assunzione della Vergine 1428 ca. Sono la parte centrale di un trittico a due facce separate (i cui sportelli laterali si conservano a Londra e a Filadelfia), commissionato a Ma52  LA GALLERIA FARNESE

solino e Masaccio nel 1428 da papa Martino V per la chiesa romana di Santa Maria Maggiore ad nives, ma portato a termine dal solo Masolino per la morte di Masaccio (1428). Le tavole raffigurano la fondazione della basilica sul perimetro indicato a papa Liberio da una nevicata miracolosa di agosto e l’Assunzione della Vergine nei modi eleganti e preziosi di un recupero della pittura goticocortese del Trecento. [sala 5]


Filippino Lippi (Prato 1457 ca. - Firenze 1504) Annunciazione e santi 1472-83

La scena è immersa nella luce solare del paesaggio toscano, alla presenza dei santi Giovanni Battista a sinistra e Andrea sulla destra. Sullo sfondo la veduta di Firenze, riconoscibili la cupola della chiesa di Santa Maria Novella e il campanile di Giotto. [sala 6]

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Raffaello Sanzio e collaboratore (Urbino 1483 - Roma 1520) Eterno Padre e la Vergine 1500 Testimonianza importante della prima attività del giovane Raffaello, è la parte centrale del polittico per la chiesa di Sant’Agostino di Città di Castello, con Gloria del beato Nicola da Tolentino, commissionato a Raffaello e al suo collaboratore Evangelista di Pian di 54  LA GALLERIA FARNESE

Meleto nel 1500 da Andrea Tommaso Baronci. Entra nelle collezioni borboniche grazie all’acquisto di Domenico Venuti a Roma, incaricato di recuperare il patrimonio artistico borbonico razziato dai francesi durante il decennio napoleonico (1806-1815). [sala 6]


Sandro Botticelli (Alessandro Filipepi) (Firenze 1445-1510) Madonna con Bambino ed angeli 1468-69

Capolavoro giovanile dell’artista, ispirato dalla lezione di Filippino Lippi e del Verrocchio. [sala 6]

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La collezione Borgia

La collezione Borgia, esposta nella sala 7, in parte acquistata da Ferdinando I di Borbone nel 1817, è dedicata agli oggetti disparati che componevano la collezione del cardinale Stefano Borgia, dal 1770 segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Grazie al suo incarico, il prelato manteneva contatti con le missioni cattoliche di tutto il mondo, da cui raccoglieva opere, manoscritti e documenti, testimonianze di popoli lontani: ‘rarità’ di valore artistico, storico ed etnologico provenienti da paesi europei, dall’Egitto, dall’Estremo Oriente, dall’America centrale.

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Manifattura siriana o egiziana (primo quarto del XIII secolo) Globo celeste 1225

Manifattura di Siviglia? (XIII ca.) Astrolabio planisferico 1200 ca.

È uno dei più antichi giunti a oggi, composto da due emisferi su cui sono incisi i disegni delle quarantotto costellazioni visibili sulla volta terrestre, incrostate in rame, e le relative stelle, indicate da un punto in argento. Due iscrizioni, in arabo cufico, indicano la data dell’opera (il 622 dell’Egira, che corrisponde all’anno 1225) e il nome del committente. [sala 7]

Strumento per le misurazioni astronomiche utilizzato per la navigazione. Determina su una superficie piana la posizione del sole e delle stelle principali secondo la concezione tolemaica. [sala 7]

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Taddeo Gaddi (Firenze 1290-1366) Madonna con Bambino e santi Pietro, Paolo, Antonio Abate e Agostino 1336 Piccolo altarolo da viaggio, oggetto di devozione privata, che riprende il tema della famosa Madonna del 1310 (Firenze, Galleria degli Uffizi) di Giotto, maestro di Gaddi. [sala 7] Manifattura francese (prima metà XVI secolo) Cartagloria 1535 ca. Esempio delle tabelle, poste al centro dell’altare, utilizzate dal XVI secolo per aiutare la memoria del celebrante. Proviene dal monastero di Fontevrault, commissionata dalla badessa Luisa di Borbone di cui riporta lo stemma insieme a quelli della nipote Maddalena e di Carlo di Lorena. È composta da tre pannelli in seta con il ricamo in oro di passi della messa e, sul riquadro centrale, tre placchette in smalto che raffigurano la Natività, la Crocifissione e il Noli me tangere. [sala 7] 58  LA COLLEZIONE BORGIA


Bartolomeo Vivarini (Murano 1432 ca.-post 1491) Madonna con Bambino e santi Agostino, Rocco, Ludovico da Tolosa, Nicola in alto: Domenico e Caterina d’Alessandria, Pietro e santa martire 1465

Ricco di elementi decorativi, tipici della bottega dei Vivarini, testimonia l’interesse del pittore per la cultura antiquaria di stampo padovano in temi classici quali il trono della Madonna e il festone a grappoli dell’arco. Proviene dal convento degli Osservanti di Bari (soppresso dai francesi nel 1813). Firmato e datato. [sala 8] LA GALLERIA FARNESE  59


Andrea Mantegna (Isola di Carturo 1431 Mantova 1506) Sant’Eufemia 1454 Prova della attività giovanile di Andrea Mantegna, che firma l’opera sul cartiglio in basso. I festoni decorativi, memori della pittura del maestro padovano di Mantegna, Francesco Squarcione, ornano l’arco che inquadra con rigore prospettico la santa, lo scorcio dal basso aggiunge risalto monumentale alla figura. Proviene dalla cattedrale di Irsina, cittadina pugliese, è ceduta al cardinale Borgia nel 176566, quando la chiesa è demolita per la costruzione della nuova cattedrale. La tavola è stata restaurata nel 2004. [sala 8]

60  LA GALLERIA FARNESE


Andrea Mantegna (Isola di Carturo 1431 Mantova 1506) Francesco Gonzaga 1460-62 L’identificazione del fanciullo ritratto, secondogenito del duca di Mantova, nato nel 1444 e nominato cardinale nel 1461, si deve al confronto con il ritratto di Francesco nell’affresco per la Camera degli sposi nel Palazzo ducale di Mantova. Era nella collezione del bibliotecario di casa Farnese, Fulvio Orsini, poi confluita nella raccolta di famiglia. [sala 8]

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Giovanni Bellini (Venezia 1432 ca.-1516) Trasfigurazione 1478-79 Firmata sul cartiglio in basso, è un’opera capitale della pittura veneta, per il ruolo della luce, la resa umana dell’aspetto divino e lo studio del paesaggio, immerso in un’atmosfera cromatica chiara e diffusa. Negli edifici sullo sfondo si è proposto di identificare la chie62  LA GALLERIA FARNESE

sa di Sant’Apollinare in Classe e il mausoleo di Teodorico di Ravenna. Entra nelle collezioni Farnese nel 1644 e forse è identificabile con la Trasfigurazione un tempo nella cappella Fioccardo del duomo di Vicenza. [sala 8]


Lorenzo Lotto (Venezia 1480 ca. - Loreto 1556) Bernardo de’ Rossi 1505 Il ritratto dell’arcivescovo di Treviso era in origine accompagnato da una ‘coperta’ – dipinto che serviva a coprire il soggetto principale – con un’Allegoria, lo stemma del prelato e un’iscrizione sul retro con la data 1505 (ora a Washington, National Gallery, collezione Kress). [sala 8]

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Lorenzo Lotto (Venezia 1480 ca. - Loreto 1556) Madonna con Bambino e san Pietro martire 1503

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Prima opera certa dell’artista commissionata dal vescovo Bernardo de’ Rossi, suo mecenate, in qualità di ex voto, dopo essere scampato ad una congiura. È firmato in basso a destra e un’iscrizione sul retro riporta la data 1503. Nel 1964, esami radiografici hanno rivelato che al di sotto del san Giovannino, aggiunta successiva, è una figura di profilo in preghiera, identificabile con il vescovo stesso. [sala 8]


Jacopo de’ Barbari (Venezia? 1445 - 1515 ca.) Fra Luca Pacioli con un allievo (Guidobaldo da Montefeltro?) 1495 Fra Luca Pacioli, frate francescano grande matematico e prospettico, è intento allo studio degli Elementi di Euclide. Sul tavolo il compasso, il goniometro, il gesso, la spugnetta, due solidi, il libro di Euclide e un altro volume, forse la Summa de Aritmetica, Geometria, Proportio-

ne, pubblicata da Pacioli a Venezia nel 1494. Accanto a lui un giovane probabilmente identificabile con Guidobaldo da Montefeltro, al quale era dedicata l’opera del francescano. Enigmatico il significato del poliedro trasparente sospeso a un filo, con riflessa l’immagine di un edificio simile al Palazzo ducale di Urbino. Acquistato dallo Stato per Capodimonte nel 1903/4. L’iscrizione sul cartiglio recita “Iaco.Bar. Vigen/nis 1495 P.”. [sala 8] LA GALLERIA FARNESE  65


Sebastiano del Piombo (Sebastiano Luciani) (Venezia 1485 - Roma 1547) Clemente VII 1526-27 Clemente VII è ritratto prima del sacco di Roma del 1527 e quindi prima del voto di lasciare crescere la barba. I colori di ascendenza veneta disegnano un corpo imponente di stile michelangiolesco, mentre la capacità d’indagine analitica indica i rapporti dell’artista con altri esponenti della ‘maniera’ attivi a Roma, quali il Rosso ed il Parmigianino. Rimasto al pittore fino alla sua morte, il dipinto è acquistato da Fulvio Orsini, bibliotecario di casa Farnese, ed entra nella collezione della famiglia nel 1600. [sala 9]

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Sebastiano del Piombo (Sebastiano Luciani) (Venezia 1485 - Roma 1547) Madonna del velo 1533-35 Dipinta con la tecnica dell’olio su lavagna (a vista nella parte bassa della composizione) è ripresa, in controparte, dalla Madonna del Popolo di Raffaello, di cui i Farnese possedevano una copia, e che lo stesso del Piombo aveva replicato intorno al 1520 per Clemente VII. Si data agli anni Trenta del Cinquecento, epoca in cui l’artista rientra a Roma e instaura un rapporto di committenza con papa Paolo III Farnese. La pienezza dei volumi e la spiritualità malinconica dell’opera rivelano l’ascendente di Michelangelo [sala 9]

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Giulio Romano (Giulio Pippi) (Roma 1490 ca. - Mantova 1546) Madonna della gatta 1523 ca. Eseguita su commissione di Federico Gonzaga, prima ancora del trasferimento dell’artista da Roma a Mantova nel 1524, il dipinto nel Cinquecento è ricordato nella raccolta di Barbara Sanseverino, nobildonna parmense coinvolta nella congiura del 1612 contro i Farnese e i cui beni, confiscati, entrano a far parte delle collezioni ducali. Il gruppo della Madonna con il Bambino, sant’Anna, san Giovannino e san Giuseppe, che si avvicina dallo sfondo, è raffigurato in un interno domestico, descritto nei particolari casalinghi (il cestino da cucito e la gatta che dà il nome al dipinto ‘ritratta’ nell’angolo a destra) e nei dettagli di gusto antiquario (le decorazioni del camino e della culla). [sala 9] 68  LA GALLERIA FARNESE

Raffaello Sanzio e aiuti (Urbino 1483 - Roma 1520) Madonna del Divino Amore 1518 ca. Della composizione si conserva uno studio di Giovan Francesco Penni [sala 4], collaboratore di Raffaello e probabilmente tra gli aiuti

nella realizzazione dell’opera (forse per Lionello da Carpi, ricordata da Vasari nella vita di Raffaello). La tavola è acquistata da Alessandro Farnese nel 1564. [sala 9]


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70  LA GALLERIA FARNESE


Marcello Venusti (Como 1512/15 - Roma 1579) Giudizio Universale (da Michelangelo) 1550 ca. Commissionata dal cardinale Alessandro Farnese nel 1549, è la copia del Giudizio affrescato da Michelangelo nella Cappella Sistina, eseguita prima degli interventi sui nudi ordinati dal Concilio di Trento nel 1564. [sala 9] Fra Bartolomeo (Bartolomeo della Porta) (Firenze 1472 - Pian di Mugnone 1517) Assunzione della Vergine con santi Giovanni Battista e Caterina d’Alessandria 1516 Esempio delle grandi pale d’altare prodotte dall’artista, caratterizzate dall’influenza di modelli da Raffaello e pose enfatiche e declamatorie. La tavola è dipinta per la chiesa di Santa Maria in Castello a Prato. [sala 10]

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Pontormo (Jacopo Carrucci) (Pontorme, Empoli, 1494 - Firenze 1556) Scena di sacrificio 1520 ca.

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Eseguito con la tecnica a grisaille a tempera grassa su tela poi applicata su tavola, raffigura una scena enigmatica interpretata come un sacrificio. La scritta sull’altare è tradotta “a te unico Dio” oppure “a te dio Sole”. [sala 10]


Rosso Fiorentino (Giovanbattista di Jacopo) (Firenze 1495 ca. - Fontainebleau 1540) Ritratto di gentiluomo 1527 ca. Capolavoro della ritrattistica cinquecentesca, raffigura un giovane elegante, in posa rigida, seduto su un tavolino coperto da un tappeto prezioso. Era nella collezione di Fulvio Orsini, bibliotecario di casa Farnese a Roma, poi ereditata dal cardinale Odoardo. [sala 10]

Maso da San Friano (Tommaso Mazzuoli) (Firenze 1532 ca.-1571) Doppio ritratto maschile 1556 Nei protagonisti si sono riconosciuti Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza, e Francesco De Marchi, architetto militare milanese che lavora per il duca nel 1551-52, raffigurati durante una lezione di disegno. Il dipinto sembra alludere all’educazione culturale di un signore del Cinquecento, che non poteva prescindere dal disegno e dall’ingegneria militare. Datato e firmato con il monogramma “TO”. [sala 10] LA GALLERIA FARNESE  73


El Greco (Domenico Theotokopoulos) (Candia 1541 - Toledo 1614) Giulio Clovio 1570 ca.

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Dopo il soggiorno veneziano, El Greco è a Roma nel 1570, in palazzo Farnese, grazie alla ‘presentazione’ di Giulio Clovio, miniaturista al servizio del cardinale Alessandro, autore del famoso Libro d’ore (New York, Pierpont Morgan Library). Il ritratto, nella luce e nel paesaggio, denuncia l’attenzione dell’artista alla grande pittura veneta contemporanea. [sala 11]


Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1489/90 Venezia 1576) Ritratto di giovinetta 1545 ca.

Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1489/90 Venezia 1576) Maddalena penitente 1550 ca.

Si è proposta l’identificazione del personaggio con Angela, giovane cortigiana romana amante del cardinale Alessandro Farnese. Tiziano esegue il ritratto, collocato in una delle sale di palazzo Farnese, con attenzione particolare alla resa naturale del volto. Durante la seconda guerra mondiale il dipinto, ricoverato a Montecassino, è tra i quadri trafugati dai tedeschi: viene recuperato a fine guerra nella cava austriaca di AltAusee, insieme alla Danae. [sala 11]

Tema ripreso più volte dall’artista, in questa versione il dipinto segue le linee definite del Concilio di Trento, smussando la sensualità insita nel soggetto e sottolineando i dettagli, come il teschio e il libro, legati al tema della penitenza. La tela è inviata a Alessandro Farnese nel 1567. [sala 11]

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Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1489/90 Venezia 1576) Danae 1545-46 Dipinto per le stanze private del cardinale Alessandro Farnese, raffigura l’episodio, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, di Danae, figlia del re di Argo, sedotta da Giove sotto forma di pioggia d’oro. Il volto ritratto è probabilmente quello della cortigiana Angela, amante del cardinale. Tiziano termina il dipinto, iniziato a Venezia, a Roma, nel suo studio a palazzo Belvedere in Vaticano, dove lo vede Michelangelo che ne loda il colorito ma ne critica la ‘mancanza’ di disegno. Nel 1815, l’erotismo e la sensualità provocante del nudo fanno relegare il dipinto nel “Gabinetto dei quadri osceni” del Real Museo Borbonico. [sala 11]

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El Greco (Domenico Theotokopoulos) (Candia 1541 - Toledo 1614) El soplón (Ragazzo che accende una candela con un tizzone) 1570-72 ca. Il tema del fanciullo che soffia sul fuoco è desunto da un quadro di Antifilo (pittore greco del IV secolo a.C., contemporaneo di Alessandro Magno) ricordato dalle fonti antiche per i giochi luministici mirabili. Il modello classico viene reinterpretato sulla base delle suggestioni della pittura veneta, per studiare gli effetti della luce su un volto illuminato da una fonte luminosa artificiale. Dipinto durante gli anni del soggiorno in palazzo Farnese a Roma (1570-72). [sala 11]

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Palma il Vecchio (Jacopo Negretti) (Serina, Bergamo, 1480 ca. Venezia 1528) Sacra conversazione e donatori 1525 ca.

Proveniente dalla raccolta di Domenico Barbaja, celebre impresario del Teatro di San Carlo, e acquistato dai Borbone nel 1841, la tela è un esempio delle numerose Sacre conversazioni di Palma il Vecchio, caratterizzate dal dialogare sereno dei personaggi, dalle stesure cromatiche ampie e da un modello di bellezza femminile sontuosa e opulenta, che garantiranno al pittore grande successo commerciale. [sala 11]

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Pordenone (Giovan Antonio de Sacchis) (Pordenone 1483 ca. Ferrara 1539) Disputa sull’Immacolata concezione 1529-30 Proviene dalla cappella Pallavicini della chiesa di Santa Maria Annunciata a Cortemaggiore, in Emilia, e raffigura i quattro padri della Chiesa, Girolamo, Ambrogio, Agostino e Gregorio, che discutono il dogma dell’Immacolata. Molto ammirata dai Farnese, la tavola è citata in un inventario della collezione del 1644. [sala 11]

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Correggio (Antonio Allegri) (Correggio 1489-1534) La Zingarella (Madonna con Bambino) 1515-16 ca. La tavola, di ridotte dimensioni e probabilmente incompiuta, raffigura un momento del riposo durante la fuga in Egitto. Proviene dalla collezione di Ranuccio Farnese. [sala 12]

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Parmigianino (Francesco Mazzola) (Parma 1503 Casalmaggiore 1540) Galeazzo Sanvitale 1524

Correggio (Antonio Allegri) (Correggio 1489-1534) Sposalizio mistico di santa Caterina 1517-18 ca. La tavola era nella collezione di Barbara Sanseverino, sequestrata in seguito all’adesione della nobildonna alla 82  LA GALLERIA FARNESE

congiura parmense contro i Farnese (1612). L’artista, superati ormai gli esordi legati alla cultura di Mantegna e i legami con la cultura bolognese e leonardesca, risente della lezione di Raffaello a Roma e della pittura manierista di Domenico Beccafumi. [sala 12]

Risale agli anni in cui l’artista è impegnato nella decorazione, con il mito di Atteone, di un ‘bagno’ della rocca Sanvitale di Fontanellato (1523-24). L’ambiguità spaziale della figura, seduta frontalmente su una sedia scorciata in diagonale, e gli effetti di luci che si rifraggono su corpi concavi e convessi rivelano la maniera inquieta e ormai matura di Parmigianino. Il dipinto, acquistato da Ottavio Farnese nel 1561, è firmato e datato sul retro. [sala 12]


Parmigianino (Francesco Mazzola) (Parma 1503 Casalmaggiore 1540) Ritratto di giovane donna (Antea) 1524-27/1530-35 Identificata con Antea, cortigiana amata dall’artista durante il suo soggiorno romano, questa fanciulla enigmatica dall’aspetto virginale e dall’abbigliamento particolare, è una delle immagini-simbolo del manierismo italiano. [sala 12]

Parmigianino (Francesco Mazzola) (Parma 1503 Casalmaggiore 1540) Sacra famiglia con san Giovannino 1524-27 ca.

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Dipinta probabilmente negli anni 1525-27, quando, a Roma, Parmigianino – sotto l’influenza del classicismo di Raffaello – stringe rapporti con la ‘fronda’ inquieta di Perin del Vaga e di Polidoro da Caravaggio. [sala 12]


Parmigianino (Francesco Mazzola) (Parma 1503 Casalmaggiore 1540) Lucrezia Capolavoro dell’ultima attività del Parmigianino, raffigura la nobile romana Lucrezia, disonorata dalla violenza di Tarquinio il Superbo, nel momento in cui si trafigge il cuore con un pugnale. [sala 12]

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Girolamo Mazzola Bedoli (Viadana 1500 ca. - Parma 1569) Ritratto di un sarto 1540-45 ca. Il sarto, soggetto di estrazione sociale ‘borghese’, è ritratto in maniera familiare impreziosita dai tocchi di luce della barba, dal tessuto pregiato in primo piano e dal particolare degli strumenti di lavoro messi in evidenza. Dalla collezione Sanvitale entra nella raccolta Farnese per le confische seguite alla congiura del 1612. [sala 12]

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Sofonisba Anguissola (Cremona 1531 ca. - Palermo 1626) Autoritratto alla spinetta 1555-59 ca.

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Il dipinto era nella raccolta di Fulvio Orsini, bibliotecario di casa Farnese, passata per eredità al cardinale Odoardo. La giovane pittrice, una delle poche di cui si conosce l’attività, si raffigura in un ambiente domestico e quotidiano. [sala 12]


Jacques de Backer (Anversa 1545 ca. - 1600 ca.) Lussuria 1570-75

Fa parte della serie dei sette vizi capitali: avarizia, lussuria, ira, accidia, superbia, gola, invidia. A ognuno è dedicato un dipinto che sintetizza, nella scelta iconografica, gli elementi distintivi del vizio. La raffigurazione allegorica è in primo piano, nel caso della Lussuria un uomo e una donna abbracciati, mentre nello sfondo sono illustrati episodi tratti dall’Antico e Nuovo Testamento. [sala 12]

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Jan Sons (’s Hertogenbosch 1548 ca. Parma 1611) Cebetis Thebani Tabula ante 1587

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Ispirata ai contenuti della Tabula Cebetis, trattato sulla vita umana del filosofo tebano Cebeto (I secolo a.C.). Accanto alla porta della vita, il filosofo indica il percorso a due viandanti all’interno di mura concentriche che conducono, tra raffigurazioni di vizi e di virtù, a un colle su cui siede la personificazione della Saggezza. È ricordato nelle raccolte Farnese a Parma dal 1587. [sala 13]


Jan Sons (’s Hertogenbosch 1548 ca. - Parma 1611) Bacco e Arianna 1580-90 ca. Fa parte di un ciclo di undici dipinti di soggetto mitologico che decoravano il soffitto di una delle residenze farnesiane di Parma, forse Palazzo ducale. Come altri pittori fiamminghi giunti a Roma alla fine del Cinquecento, l’artista integra al suo linguaggio nordico l’esperienza del manierismo romano, con suggestioni venete e parmensi. [sala 13]

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La Galleria delle cose rare

Nelle vetrine, con soluzioni di grande impatto visivo, è esposta parte significativa delle collezioni di miniature, bronzetti (celebri quelli del Giambologna), maioliche, avori, cristalli, monete, pietre dure, medaglie e altri oggetti ‘di curiosità’ o di oreficeria (come il Cofanetto Farnese o la Diana cacciatrice) che fin dal Cinquecento, integravano le raccolte farnesiane, conosciute in tutta Europa. L’allestimento propone un esempio spettacolare di Wunderkammer, la ‘camera delle meraviglie’ che nelle raccolte antiche doveva stupire e affascinare i visitatori.

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Johann Michael Maucher (Schwäbisch Gmünd 1645 Würzburg 1700 ca.) Piatto da pompa Brocca seconda metà del XVII secolo

Testimonianza del gusto barocco per il curioso e il bizzarro, documentano l’adozione dell’avorio e del corno di cervo nell’intaglio, una tecnica diffusa tra gli intagliatori tedeschi e per la quale Johann Michael Maucher era particolarmente ricercato. [sala 14]

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Francesco di Giorgio Martini (Siena 1439 - 1502) Davide 1470-75

Giambologna (Jean de Boulogne) (Douai 1529 - Firenze 1608) Mercurio 1578 ca.

Tra le opere più interessanti della collezione di bronzetti farnesiani, propone un’iconografia insolita che fonde la visione medievale del Davide, rappresentato come profeta vecchio e barbuto, con quella rinascimentale introdotta da Donatello che lo raffigura, in piedi o in posizione di riposo, vincitore giovane ed eroico. [sala 14]

Deriva da un bronzo di uguale soggetto (Firenze, Museo del Bargello) ed è citato in una lettera inviata dallo scultore a Ottavio Farnese il 13 giugno del 1579. A testimoniare la fortuna del tema, un altro esemplare (probabilmente quello ora a Vienna, Kunsthistorisches Museum), era stato commissionato a Giambologna nel 1564 da Cosimo I de’ Medici come dono per l’imperatore Massimiliano II. [sala 14]

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Manno di Bastiano Sbarri (Firenze, notizie fino al 1563) Giovanni Bernardi (Castelbolognese 1494 Faenza 1553) Cofanetto Farnese 1548-61 Capolavoro dell’oreficeria manierista, è commissionato nel 1548 dal cardinale Alessandro Farnese per custodire libri e manoscritti preziosi e poi donato a Maria di Portogallo in occasione delle sue nozze

con il nipote del cardinale, Alessandro, figlio del duca Ottavio Farnese. In argento dorato, con lapislazzuli e smalto, è decorato da Manno di Bastiano Sbarri con una ornamentazione fitta a sbalzo e cesello, con erme, nudi e ghirlande che inquadrano gli ovali in cristallo di rocca di Giovanni Bernardi. Le sei placchette intagliate raffigurano la Battaglia delle Amazzoni e la Battaglia dei Centauri sul davanti; la Battaglia navale sulla sinistra; la Caccia al cin-

ghiale Calidonio e il Trionfo di Bacco sul retro; la Corsa di quadrighe nel circo sulla destra. Completano la decorazione le divinità ai quattro angoli della cassetta e la figura di Ercole sul coperchio. All’interno, la raffigurazione delle gesta di Alessandro Magno allude alle imprese di Alessandro Farnese. [sala 14]

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Manifattura di Goa o Cochin Coppa di Costantino di Braganza 1558-65 Molto ricercato per le qualità afrodisiache che gli vengono attribuite, il corno di rinoceronte era spesso utilizzato come ‘coppa amatoria’. La coppa della collezione Farnese, decorata con scene amorose e figure di animali intagliate, è il dono di nozze a Maria di Portogallo da parte dello zio, Costantino di Braganza, viceré portoghese in India, che la commissiona a un artigiano locale per questa occasione. [sala 14]

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Officina di Castelli d’Abruzzo Piatti in maiolica blu lumeggiati in oro 1574-89 Il servizio da tavola in maiolica blu (tipologia che era denominata “turchine”), con lumeggiature in oro e con lo stemma del cardinale Alessandro Farnese al centro dei piatti, è realizzato in più riprese dalle officine di Castelli fra il 1574 e il 1589, anno di morte del cardinale. Il vasellame, di cui si conservano a Capodimonte settantadue pezzi, è la prima testimonianza datata di maioliche con applicazioni in oro, tecnica conosciuta a Castelli e trasmessa di generazione in generazione fino al XVIII secolo. [sala 14]


Giovan Bernardino Azzolino (Cefalù 1572 ca. - Napoli 1645) Anima dannata fine XVI-metà XVII secolo

La testa in cera, insieme alla raffigurazione dell’Anima che spera, prosegue la produzione tardo-cinquecentesca dei “Novissimi”, teste in cera che rappresentavano la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso. [sala 14]

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Giovanni Bernardi (Castelbolognese 1494 - Faenza 1553) Augusto e la Sibilla 1535 ca.

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Insieme a altri cristalli, fa parte dell’altare privato di Paolo III e documenta la diffusione, nei primi decenni del Cinquecento, della leggenda cristiana dell’Ara Coeli, che tramanda la predizione della Sibilla Tiburtina, consultata da Augusto, sulla nascita di un Bambino più grande di tutti gli dei romani. [sala 14]


Jacob Miller il Vecchio (Augusta? 1548 - 1618) Diana cacciatrice sul cervo 1610 ca. È un ‘trofeo da tavola’ in argento dorato, decorazione ricercata per le tavole imbandite, utilizzato per servire vini pregiati. La macchina si

muove grazie al meccanismo inserito nella base, mentre la testa del cervo, smontabile, serve da coperchio e da coppa. Opera dell’orafo di Augusta, siglato “J.M.”, è tra gli oggetti di oreficeria più raffinati prodotti dalla cultura tardo-manierista per le corti europee. [sala 14] LA GALLERIA DELLE COSE RARE  99


Bernardino Luini (Dumenza 1484/5 ? Milano 1531/32) Madonna con Bambino 1520 ca. Il morbido e luminoso modellato e l’espressione malinconica del volto caratterizzano le Madonne del pittore, molto apprezzate dalla critica ottocentesca per la somiglianza con gli esempi di Bramantino e, soprattutto, di Leonardo, di 100  LA GALLERIA FARNESE

cui Luini è fedele interprete. [sala 16] Konrad Witz (bottega?) (Rotweil 1400/10 ca. Ginevra o Basilea 1444/46) Sacra conversazione 1446-48 Eseguito forse dalla bottega di Witz a Basilea, è considerato copia da un originale del maestro. Particolari sono la veduta prospettica deformata, come in uno specchio

convesso, e i colori luminosi dai toni caldi. È acquistato dai Farnese nel 1713 come opera di Dürer. [sala 17]


Pieter Bruegel il Vecchio (Breda 1525 ca. - Bruxelles 1569) Misantropo 1568 Illustra l’antico proverbio fiammingo trascritto in basso “poiché il mondo è tanto infido, io sono a lutto”. Il cerchio racchiude l’immagine

enigmatica del misantropo che fugge il mondo ingannatore da cui è derubato della borsa, secondo l’interpretazione classica del tema ripreso da Erasmo da Rotterdam. Firmato e datato 1568, faceva parte della collezione di Cosimo Masi, segretario di Alessandro Farnese nelle Fiandre, e poi del figlio Gio-

vanni Battista, espropriato di tutti i beni per l’adesione alla congiura parmense contro i Farnese (1612). [sala 17]

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Pieter Bruegel il Vecchio (Breda 1525 ca. - Bruxelles 1569) La parabola dei ciechi 1568 Riprende la parabola neotestamentaria (“E quando un cieco ne conduce un altro, tutti e due cadranno nel fosso”), tema vicino all’umanesimo di Erasmo da Rotterdam. Nello sfondo è riconoscibile la chiesa del villaggio di Pede-SainteAnne vicino Bruxelles. Come il Misantropo, è firmato e datato. Faceva parte della collezione di Cosimo Masi, espropriata dai Farnese al figlio Giovanni Battista nel 1612. [sala 17]

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Joos van Cleve (Anversa 1485 ca.-1540/41) Adorazione dei magi 1515 ca.

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È un trittico ‘a chiusura’, con i pannelli laterali dipinti anche sul retro, è da collocare, come la Crocifissione esposta nella stessa sala, nella piena maturità dell’artista. La tavola è acquistata dai Borbone, forse dalla collezione dei Ruffo della Scaletta, nel 1802. [sala 17]


Bernart van Orley (Bruxelles 1488 ca.-1542) Carlo V 1516 ca. Ritratto di Carlo d’Asburgo, figlio di Filippo il Bello e Giovanna la Pazza, all’età di quindici o sedici anni, prima dell’incoronazione a re di Spagna (1516). Il futuro protagonista delle sorti dell’Europa, eletto imperatore nel 1519, fa sfoggio del prezioso collare del Toson d’oro. [sala 17]

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Joachim Beuckelaer (Anversa 1535 ca.-1574) Mercato in piazza 1566 Nella serie di sei dipinti dedicati ai mercati, che provengono dalla collezione Farnese a Parma, l’artista adotta con poche varianti lo stesso impianto: in primo piano figure monumentali e una mostra esuberante delle merci, sullo sfondo un paesaggio e in alcuni casi (qui è raffigurata la vocazione di san Matteo) un episodio 106  LA GALLERIA FARNESE

religioso. Le scene popolari sono un genere molto ricercato dai collezionisti del Cinquecento e, per rispondere alle richieste numerose, Beuckelaer si specializza in mercati, campagne e interni di cucine, ricche di generi alimentari, stoviglie e animali che nel Seicento saranno i protagonisti della natura morta. Il dipinto è datato. [sala 18]

Annibale Carracci (Bologna 1560 - Roma 1609) Sposalizio mistico di santa Caterina 1585 ca. Eseguito a Parma attorno al 1585 per il duca Ranuccio Farnese che poi lo dona al fratello, il cardinale Odoardo. Portato a Roma, secondo le fonti, dallo stesso Annibale nel 1595, costituisce per l’artista una prova delle sue doti di emulo di Correggio e Raffaello. [sala 19]


Agostino Carracci (Bologna 1557 - Parma 1602) Arrigo Peloso, Pietro Matto e Amon Nano 1598 ca.

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Probabilmente realizzato a Roma, su committenza del cardinale Odoardo Farnese, rappresenta tre personaggi della sua corte romana: il buffone Pietro, il nano Rodomonte e il selvaggio delle Canarie, Arrigo Gonzalez. L’artista riesce a rendere il rapporto fra gli uomini e i loro animali con umanità e simpatia tali da trasformare il dipinto in una vivace scena ‘di genere’. Il quadro è destinato al palazzo di famiglia in via Giulia. [sala 19]


Ludovico Carracci (Bologna 1555-1619) Rinaldo e Armida 1593 Il tema è tratto dalla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (XVI canto): Rinaldo, nel bosco delle Isole Fortunate, regge lo specchio alla maga Armida, mentre i suoi compagni, Carlo e Ubaldo, accompagnati da Cupido per riportarlo al campo cristiano, lo spiano. Il tono letterario e narrativo e la grazia del soggetto fanno pensare a un’opera realizzata per la corte ducale di Parma, dove Ludovico si reca per lavorare alla decorazione del catafalco di Alessandro Farnese. La tela è datata. [sala 19]

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Annibale Carracci (Bologna 1560 - Roma 1609) Ercole al bivio 1596 È il dilemma di Ercole nella scelta fra la Virtù, che addita il sentiero aspro della gloria per raggiungere Pegaso, il cavallo alato che lo condurrà al cielo, e il Vizio, figura femminile voluttuosa di ispirazione classica, che indica la ‘via piana’ del piacere terreno, tra carte da gioco, maschere teatrali e strumenti musicali. Dipinto per il cardinale Odoardo Farnese, è il centro del soffitto del “Camerino di Ercole” nel palazzo di famiglia a Roma. [sala 20]

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Annibale Carracci (Bologna 1560 - Roma 1609) Pietà 1599-1600

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La composizione piramidale monumentale, insieme al delicato abbandono del corpo di Cristo, mostra il recupero di un modello marmoreo eccellente: la Pietà di Michelangelo in Va-

ticano, la cui drammaticità è accentuata dallo scurirsi delle gamme cromatiche. La tela è commissionata dal cardinale Odoardo Farnese. [sala 20]


Giovanni Lanfranco (Terenzo 1582 - Roma 1647) Assunzione della Maddalena 1616-17 ca. Faceva parte della decorazione del soffitto del “camerino degli Eremiti”, costituita da nove riquadri, nel palazzetto di via Giulia. Il nudo della santa, realistico e pesante, sorretto da tre putti, si libra in una veduta paesistica suggestiva a volo d’uccello, dominata da forti contrasti tra luci e ombre e da tonalità cromatiche fredde. [sala 20]

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Bartolomeo Schedoni (Formigine 1578 - Parma 1615) Carità 1611 Tra i dipinti più celebri dell’artista, al servizio del duca Ranuccio I Farnese, per il realismo crudo e i colori brillanti, dove la luce mette in evidenza particolari e panneggi. [sala 21] Domenichino (Domenico Zampieri) (Bologna 1581 - Napoli 1641) Angelo custode 1615 Firmato e datato, il dipinto riprende il culto, nato con la Controriforma, dell’angelo custode. Realizzato per la cappella Vanni nella chiesa di San Francesco a Palermo, il levriero rampante sul fronte dell’altare è lo stemma della famiglia dei committenti. Donato a fine Settecento a re Ferdinando di Borbone e in seguito trasportato dai francesi a Roma (1799) e decurtato nella parte superiore. Recuperato, il ripristino è affidato al restauratore di corte Federico Anders. [sala 22] 114  LA GALLERIA FARNESE


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Camera da letto di Francesco I e Maria Isabella di Spagna 1829-30 È una piccola alcova decorata in stile pompeiano, nasce da un progetto di Antonio Niccolini, con decorazioni pittoriche di Gennaro Bisogni, Salvatore Giusti, Gennaro Maldarelli. Al centro della stanza era in origine un’alcova con tappezzerie disegnate da Niccolini stesso. [sala 23] Real Opificio delle pietre dure di Napoli (1737-1861) Tavolino 1811-35 Il piano del tavolino, ornato da una scacchiera, poggia su due figure mitologiche, dei geni alati, ispirate all’antico. [sala 23]

L’APPARTAMENTO REALE  117


Pieter Paul Rubens (da) (Siegen 1577 - Anversa 1640) San Giorgio e il drago post 1603 Ăˆ una copia antica di un dipinto di Rubens, databile intorno al 1602-1603 ed eseguito durante i primi anni del soggiorno a Mantova. La tela proviene dalla collezione Farnese. [sala 24]

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Antonie van Dyck (Anversa 1599 - Londra 1641) Crocifisso 1621-32 Tra il 1621 e il 1632 van Dyck dipinge alcuni Crocifissi destinati alla devozione privata, elaborando un modello di grande successo, replicato piĂš volte. I toni scuri del paesaggio e del cielo fanno da contrappunto alla figura chiara di Cristo, mentre il panneggio del perizoma bianco contrasta con il rosso del sangue, particolare di realismo crudo. [sala 24]

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Guido Reni (Bologna 1575-1642) Atalanta e Ippomene 1620-25 ca.

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Vergine cacciatrice, avversa al matrimonio, Atalanta sfida alla corsa i pretendenti, sempre sconfitti e destinati alla morte: Ippomene lascia cadere i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, ricevuti da Afrodite, e supera la fanciulla. Reni raffigura il momento culminante del mito narrato da Ovidio nelle Metamofosi. [sala 27]


Guido Reni (Bologna 1575-1642) Le quattro stagioni 1617-20

L’allegoria, dai colori raffinati e composizione elegante, è commissionata da un “ricamatore” bolognese, nel 1617-20. Nel 1638 Reni riacquista il dipinto, per trecentocinquanta scudi, e lo rivende al doppio al cardinale Bernardino Spada, il nipote Orazio poi lo dona (1672) a papa Clemente X. Infine è acquistato da Domenico Venuti per i Borbone nel 1802. Dal 1926 è trasferito come arredo alla Camera dei Deputati e torna definitivamente a Capodimonte nel 1999. [sala 27] LA GALLERIA FARNESE  121


Carlo Saraceni (Venezia 1580-1620) Caduta di Icaro 1606-7 ca. Fa parte di un gruppo di sei piccoli paesaggi dipinti su rame con scene mitologiche ispirate alle Metamorfosi di Ovidio (Volo di Icaro, Seppellimento di Icaro, Salamace e Ermafrodito, il Ratto di Ganimede, Arianna abbandonata) e realizzati durante il soggiorno romano, su 122  LA GALLERIA FARNESE

commissione dei Farnese, forse per un ambiente del palazzo di famiglia. La scena con la Caduta di Icaro è il momento cruciale del mito dell’architetto Dedalo e di suo figlio Icaro: fuggiti dal labirinto che Dedalo aveva costruito per Minosse, e nel quale erano stati imprigionati, grazie alle ali che l’architetto aveva realizzato con piume di uccello e cera, Dedalo assiste alla morte del figlio che si avvici-

na troppo al sole, causando lo scioglimento della cera. L’origine veneta del pittore si riflette nella predilezione per il dato naturale, reso con una indagine attenta degli effetti di luce e di atmosfera, in rapporto anche col paesaggismo nordico di Adam Elsheimer, attivo a Roma nel 1600. [sala 29]


Lorrain (Claude Gelleé) (Chamagne 1600 - Roma 1682) Paesaggio con la ninfa Egeria 1669

La ninfa Egeria piange la morte dello sposo Numa Pompilio, primo mitico re di Roma, come narra Ovidio nelle Metamorfosi. Il mito latino è ambientato in una veduta della campagna romana, ricca di suggestioni elegiache e idilliche, che ricorda il lago di Nemi e le colline di Marino, feudo dei Colonna, famiglia committente della tela (1669). Entra nelle collezioni borboniche con l’acquisto di Domenico Venuti nel 1800. [sala 29]

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Bernardo Bellotto (Venezia 1721 - Varsavia 1780) Vaprio e Canonica verso sud della riva occidentale dell’Adda 1744 ca. La tela appartiene al momento giovanile di Bellotto, quando, lasciata Venezia e terminato l’alunnato presso lo zio – Canaletto – e lo studio di formazione a Roma, il pittore si dirige in Lombardia e in Piemonte, dove avrà incarichi di prestigio. Il dipinto è dono al Museo di Bianca De Feo Leonardi e Antonino Leonardi (2004). [sala 29]

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Francesco Guardi (Venezia 1712-1793) Il ponte di Rialto Veduta dell’isola di San Giorgio Maggiore 1770-80 ca. Il formato ridotto delle tele enfatizza la successione degli scorci e la luce atmosferica. Dono al Museo di Bianca De Feo Leonardi e Antonino Leonardi (2004). [sala 29]


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Sebastiano Ricci (Belluno 1659 - Venezia 1734) La Vergine intercede per le anime del Purgatorio 1730 ca. La struttura compositiva ariosa e la gamma cromatica, che sfuma in trasparenze madreperlacee, sono caratteristiche del decorativismo brillante e raffinato dell’artista. [sala 30]

126  LA GALLERIA FARNESE


L’Appartamento reale

Le sale dedicate ai regnanti riprendono la ‘Gran galleria dei ritratti’ voluta da Ferdinando II di Borbone, per ‘raccontare’ la dinastia borbonica attraverso le effigi ufficiali dei sovrani: accanto alle due tele di Francisco Goya, con gli spagnoli Carlo IV e Maria Luisa, il ritratto di Ferdinando IV fanciullo di Anton Raphael Mengs; i ritratti equestri di Carlo di Borbone e di Maria Amalia di Sassonia di Francesco Liani, i dipinti di Angelica Kauffmann e di Giuseppe Cammarano con La famiglia di Ferdinando IV e La famiglia di Francesco I. Il salone da ballo consacra il talento teatrale di Niccolini, con motivi decorativi raffinati tratti dal repertorio ercolanese e pompeiano e con tappezzerie sontuose. Dipinti di artisti francesi e arredi provenienti dalle dimore reali di Francia testimoniano, oltre ad ornare ulteriormente gli ambienti regali, il ‘decennio francese’ (1805-1815), quando la reggia diviene residenza abituale dei nuovi sovrani. Fulcro dell’appartamento reale, il Salottino di porcellana, ultima impresa della fabbrica di Capodimonte, riallestito nella reggia napoletana nel 1866. Ideato dallo scenografo di Corte Giovan Battista Natali, viene realizzato originariamente, sotto la direzione di Giuseppe Gricci tra 1757 e 1759, per gli appartamenti privati di Maria Amalia di Sassonia nella Reggia di Portici: un caleidoscopio di lastre di porcellana, fissate a supporti in legno, ispirate alla moda delle chinoseries, con festoni, cartigli e figurine con vesti all’orientale.

L’appartamento reale   127


Sala della Culla Il nome ricorda la culla disegnata da Domenico Morelli e Ignazio Perricci donata nel 1869 dalla città di Napoli ai Savoia per la nascita di Vittorio Emanuele III, mentre negli inventari più antichi è chiamata la gran galleria color cece. Il pavimento di epoca romana in marmo proviene da una villa di Ti128  L’appartamento reale

berio a Capri: ritrovato nel 1788, è trasferito a Capodimonte nel 1877 dalla villa Favorita di Resina (Ercolano), durante la direzione di Annibale Sacco. [sala 31]


Real fabbrica della porcellana di Napoli (1771-1806) Orologio 1796-1806 Realizzato per gli appartamenti del Palazzo reale di Napoli, fa parte di una serie di quattro orologi (ma l’ultimo non viene assemblato) destinata agli appartamenti del principe ereditario Francesco in occasione delle noz-

ze con Maria Clementina d’Austria (1797), e agli sposi regali si riferiscono le iniziali FC sul retro della pendola. La cassa, forse eseguita a Roma, con marmi rari e bronzi cesellati e dorati, è inquadrata da telamoni egizi, sostegno delle mensole su cui poggia a coronamento l’allegoria della Guerra tra vasi canopi egiziani. [sala 31]

L’appartamento reale  129


Vincenzo Camuccini (Roma 1771-1844) Tolomeo Filadelfo nella biblioteca di Alessandria 1811 Commissione di Napoleone Bonaparte per il salone centrale del palazzo del Quirinale a Roma insieme al compagno – Carlo Magno ordina di fondare l’Università di Parigi – sono destinati a Capodimonte da Gioacchino Murat (sovrano di Na130  L’appartamento reale

poli dal 1806 al 1815), nel 1867 sono trasferiti a Palazzo reale per poi passare a Roma, in sottoconsegna alla Camera dei Deputati. Infine, nel 1997, restituiti a Capodimonte sono esposti nella sistemazione originaria. [sala 31]


Antonio Sebastiani (Caprarola ? - Napoli 1752) Carlo di Borbone in abiti da cacciatore 1732-34 Il futuro re di Napoli è ritratto durante il soggiorno nel ducato di Parma o agli inizi del suo regno in abiti da caccia: vera passione del sovrano e tra i motivi della nascita della reggia di Capodimonte. Il pittore, a Napoli al seguito di Carlo come pittore di corte, collabora alla decorazione di Palazzo reale ed esegue numerosi ritratti ufficiali del re, produzione ‘seriale’ modesta da inviare alle sedi diplomatiche del Regno. [sala 32]

L’appartamento reale  131


Giovanni Paolo Panini (Piacenza 1691 ca. - Roma 1765) Carlo di Borbone in visita a Benedetto XIV nella coffee-house del Quirinale Carlo di Borbone in visita alla basilica di San Pietro 1746

Joseph Martinau (attivo a Londra tra il 1744 e il 1794) Orologio 1755 ca. Esemplare di qualità eccezionale, tra i più significativi del rococò inglese, ha forma di un tempio cinese, e cassa in radica di mogano. Di dimensioni notevoli, è decorato in bronzo dora132  L’appartamento reale

to e figure mitologiche, tritoni e nereidi, e fauna fantastica. Il coronamento a chinoiserie comprende una figura e un putto inseriti in un insieme di elementi fitomorfi. Forse appartenuto alla regina Maria Amalia, ricevuto in dono dai genitori, mostra sui fianchi, inciso su lastre di ottone sagomato, lo stemma reale di Polonia. [sala 32]

Commissionati da Carlo di Borbone al pittore, celebre per le qualità di ‘cronista’ degli avvenimenti politici più importanti del tempo, per celebrare la visita a Roma dopo la vittoria di Velletri sugli austriaci (1744) che suggella il potere politico del giovane sovrano. [sala 32]


L’appartamento reale  133


Antonio Joli (Modena 1700 ca. Napoli 1777)

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Partenza di Carlo per la Spagna vista da terra Partenza di Carlo per la Spagna vista dal mare 1759

Illustrano la partenza di Carlo di Borbone per la Spagna in doppia prospettiva, da terra e da mare. Nel 1759, a seguito della morte


dei fratelli maggiori, Carlo diventa re di Spagna e lascia il trono napoletano al figlio Ferdinando e, per celebrare l’evento, la corte napoletana commissiona i due dipinti al famoso pittore di vedute. I due temi sono più volte replicati su richiesta delle altre corti europee. [sala 33]

Anton Raphael Mengs (Aussig 1728 - Roma 1779) Ferdinando IV 1759 ca. Primo ritratto ufficiale di Ferdinando IV dopo l’abdicazione in suo favore di Carlo di Borbone divenuto re di Spagna. Il pittore esegue anche un’altra versione (1760) dello stesso ritratto, inviata ai genitori a Madrid. L’opera si distingue per la tecnica e per l’abilità del pittore nel creare un’immagine celebrativa, perfettamente conforme alle esigenze allora richieste al ritratto di Stato, del giovane monarca di nove anni, con le insegne reali in evidenza. [sala 33]

L’appartamento reale  135


Artigiani reali Portantina Napoli, seconda metà XVIII secolo È decorata da scene galanti, attribuite a Giacinto Diano (Napoli 1696-1782), su uno sfondo dorato. Portantine e carrozze sontuose godono di particolare fortuna nel Settecento, e a Napoli sono famose per il gusto di ornati, lacche o pitture spesso affidate ad artisti di fama come Filippo Falciatore, Francesco De Mura, Fedele Fischetti o Francesco Solimena. [sala 33]

Antonio Joli (Modena 1700 ca. - Napoli 1777) Ferdinando IV a cavallo con la corte 1760 ca.

136  L’appartamento reale


Ferdinando IV, tra i dignitari di corte, esce a cavallo dalla Reggia per una passeggiata nel bosco. La residenza reale, ancora in costruzione, è raffigurata con finestroni, al piano ammezzato e al piano nobile, che saranno poi sostituiti da balconate e

circondata da una spianata e non ancora dai giardini. Sfondo scenografico della veduta è il panorama della città, ripresa fino alla collina di San Martino, e del golfo. [sala 33]

L’appartamento reale  137


Francesco Liani (Fidenza 1712/14 - Napoli dopo 1780) Ritratto equestre di Carlo di Borbone 1755-59 ca. 138  L’appartamento reale

Con il compagno, che ritrae la regina Maria Amalia, è realizzato negli ultimi anni di regno di Carlo a Napoli. [sala 34]


Francisco Goya (Fuendetodos 1746 - Bordeaux 1828) Maria Luisa di Parma Carlo IV 1790 ca.

Probabilmente facevano parte della quadreria privata di Maria Isabella di Spagna, figlia di Carlo IV e di Maria Luisa e moglie di Francesco I. Pittore di corte, Goya dipinge numerosi ritratti dei sovrani e della famiglia reale con un realismo impietoso, che ne evidenzia aspetto fisico e psicologico. [sala 34] L’appartamento reale  139


140  LA GALLERIA DELLE PORCELLANE


La Galleria delle porcellane

Le sale della Galleria delle porcellane espongono una selezione delle famose porcellane napoletane e della produzione europea, provenienti dalle collezioni borboniche. Le vetrine della parete a destra dell’ingresso alla sala sono dedicate allo spettacolare Servizio dell’oca, con in evidenza le stoviglie che riproducono vedute di Napoli e del Regno. Le vetrine a sinistra espongono le creazioni della Real Fabbrica di Napoli [sala 35] e delle più importanti manifatture europee [sala 36].

LA GALLERIA DELLE PORCELLANE  141


Real fabbrica della porcellana di Napoli (1771-1806) Servizio dell’oca o Servizio delle vedute Rinfrescatoio e zuppiera ovale 1793-95 Il servizio da tavola, eseguito per la famiglia reale, è una produzione grandiosa di vasellame impreziosito da miniature tratte da vedute di edifici e paesaggi napoletani, ripresi dalle stampe coeve di artisti

142  LA GALLERIA DELLE PORCELLANE

napoletani e stranieri: il servizio fino a tutto l’Ottocento è ricordato come il “Servizio delle vedute Napolitane”. Le stoviglie, circa trecentoquarantasette pezzi, sono completate da figure a tutto tondo riprese da prototipi antichi delle raccolte ercolanensi e farnesiane. Il puttino che strozza l’oca – in cima al coperchio di alcune zuppiere – che dà il nome al servizio, è tratto da una scultura di età ellenistica conservata a Roma, nei Musei Capitolini. [sale 35-36]


Real fabbrica della porcellana di Napoli (1771-1806) Filippo Tagliolini (Fogliano di Cascia 1745 Napoli 1809) Trionfo di Bacco e Sileno 1804 ca. Ăˆ un centrotavola composto da due pezzi: il gruppo superiore con Bacco e Sileno, ripreso da una scultura antica conservata nel Settecento a villa Borghese, e quello inferiore con un fauno danzante, un sacerdote dionisiaco e una baccante con un leopardo (animale sacro a Apollo). Tema molto apprezzato, del biscuit sono realizzate varie repliche, di cui cinque si conservano tra Capodimonte e il Museo di San Martino. [sala 35]

LA GALLERIA DELLE PORCELLANE  143


Manifattura Imperiale di Vienna (1717-1864) Piatti 1793-1801

144  LA GALLERIA DELLE PORCELLANE

Fanno parte di un déjeuner dono di Maria Carolina al marito Ferdinando, inviato da Vienna durante un soggiorno della regina (18001801), composto da pezzi realizzati in anni diversi. Le vedute che decorano le stoviglie, di Napoli e di Vienna, sono tratte da incisioni e dipinti di artisti del tempo ‘specializzati’ in vedute. [sala 36]


Angelica Kauffman (Coira 1741 - Roma 1807) La famiglia di Ferdinando IV di Napoli 1782-83

Eseguito durante un soggiorno della pittrice tedesca, ospitata a Napoli tra il 1782 e il 1783, ritrae Ferdinando IV e la regina Maria Carolina con i loro figli. La famiglia reale, in abiti civili e non di corte e in pose poco formali, è immersa in un paesaggio rigoglioso, a voler sottolineare un rapporto simbolico di fecondi-

tà e armonia dei reali con la Campania felix di memoria classica e il richiamo al passato è sottolineato dal grande vaso decorato ‘all’antica’, posto su un basamento. La composizione e la disposizione delle figure ricorda opere dello stesso soggetto di artisti inglesi. [sala 37] L’APPARTAMENTO REALE  145


La collezione De Ciccio

Nel 1958, le collezioni del Museo di Capodimonte si ampliano con l’arrivo di circa milletrecento oggetti preziosi, dipinti, bronzetti, ceramiche, porcellane, donati dal collezionista Mario De Ciccio, appassionato di arte applicata. La raccolta, formata in circa cinquanta anni di ricerche e acquisti, comprende opere acquisite tra Palermo, città natale, e Napoli, dal 1906 patria d’adozione di De Ciccio, e sui mercati d’arte internazionali più qualificati.

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Bottega di Orazio Fontana (Urbino 1560 ca.-1570) Rinfrescatoio 1560-1570

Manifattura di Meissen (dal 1710- a oggi) Boccale 1725-30 ca.

Attiva a Urbino tra il 1560 e il 1570, la bottega dei Fontana realizza, al servizio dei della Rovere, signori della città, servizi da pompa, composti da grandi piatti da portata, bacili, brocche e rinfrescatoi con tipologia simile: tre anse su bacino a sezione circolare, con un decoro esuberante dipinto a grottesche e una scena, spesso tratta da disegni o dipinti del tempo, nella coppa. [sale 38-41]

Sede della prima manifattura di porcellana a pasta dura – voluta da Augusto di Sassonia, padre di Maria Amalia, poi moglie di Carlo e regina di Napoli – la produzione iniziale di Meissen si ispira ai pezzi orientali, in particolare giapponesi, collezionati dal sovrano, appassionato di oggetti in stile ‘cinese’. Il decoro con fregi e scene di vita cinese influenza tutte le manifatture di porcellana europee, fino alla metà del Settecento. [sale 38-41]

LA COLLEZIONE DE CICCIO  147


Real fabbrica della porcellana di Capodimonte (1743-59) Venditrice di busti e vasellame 1750-52 Fa parte della numerosa serie di statuine dedicata ai venditori ambulanti che animavano le vie della città di Napoli con il loro aspetto 148  LA COLLEZIONE DE CICCIO

pittoresco e con le loro grida di richiamo. La serie, ideata dal capo modellatore della fabbrica di Capodimonte Giuseppe Gricci (Firenze ? - Madrid 1770), è chiamata dei “gridi” o “voci di Napoli” e contribuisce alla affermazione di Capodimonte come una delle più importanti fabbriche di porcellana del Settecento. [sale 38-41]


Antonio Niccolini (San Miniato 1772 - Napoli 1850) Salone delle feste 1828 ca. La decorazione della sala (1835-38), di Salvatore Giusti, allievo di Philipp Hackert, su progetto di Antonio Niccolini, architetto e scenografo di corte, è ispirata alle pitture antiche ‘riscoperte’ a Ercolano e a Pompei grazie agli scavi archeologici promossi dai Borbone dal 1738. L’ambiente più sontuoso del palazzo è l’espressione dell’apparato decorativo ricco e spettacolare voluto da Ferdinando II per le sale di rappresentanza. Il pavimento a

motivi geometrici e in marmi siciliani con intarsi di marmi bianchi, è disegnato dallo stesso Niccolini. Dell’arredo originario della sala fanno parte gli specchi, i lampadari in cristallo, i divani di gusto neoclassico con il motivo delle lance dorate incrociate, probabilmente ancora ideati dall’architetto. I tavoli a parete, realizzati nel 1838 dall’artigiano intagliatore Vincenzo Biangardi e dal doratore Giuseppe de Paola, provengono dall’antica “Galleria dei ritratti” della reggia. [sala 42]

L’APPARTAMENTO REALE  149


Pierre-Jacques Volaire (Tolone 1729 - Napoli 1799) Veduta della Solfatara 1774

150  L’APPARTAMENTO REALE

L’artista, specializzato nelle vedute notturne del Vesuvio in eruzione, si cimenta con la Solfatara, vicino Pozzuoli, uno dei quaranta vulcani che formano i Campi Flegrei, illuminata dalla luce del primo mattino, la più adatta a rendere la conformazione particolare del suolo vulcanico, con le fumarole, i getti di fango bollente e le emissioni di gas sulfureo. La struttura sulla destra è la manifattura di allume voluta dal barone Brentano, imprenditore aristocratico. Il dipinto, firmato e datato, è acquistato dallo Stato per Capodimonte nel 2005. [sala 43]


Real fabbrica della porcellana di Napoli (1771-1806) Manifattura Poulard Prad (1806-15) Carro dell’Aurora 1798-1810 Il gruppo imponente, centrotavola scenografico, è opera degli ultimi anni della produzione della Real fabbrica di Napoli, durante la direzione di Nicolas, e la successiva gestione Poulard Prad. L’insieme coniuga eleganza e leggiadria tutta settecentesca nelle ghirlande di fiori, nelle dodici fanciulle

danzanti (le Ore) e nei due puttini (l’Amore felice e l’Amore infelice) che precedono, guidate dall’Aurora, il carro del Sole. Per alcune figure sono utilizzati gli stampi settecenteschi opera di Filippo Tagliolini, per altre modelli nuovi, di chiaro gusto impero. Tra le figure di stampo ‘moderno’, Carolina Murat, seduta sul cocchio a sostituzione di Apollo, rivela una ieraticità nitida derivata da Canova, lo scultore neoclassico per eccellenza. [sala 43]

L’APPARTAMENTO REALE  151


Manifattura napoletana Gruppo presepiale ‘dell’elefante’ metà XVIII secolo Negli inventari ottocenteschi della collezione Catello, da cui proviene, è indicato come gruppo dell’Incantatore di serpenti. È composto da diciotto figure, quattro cani e accessori in argento e terracotta, secondo il gusto all’orientale realizzate dai maggiori interpreti della scultura presepiale napoletana: Giuseppe Sanmartino (Georgiano con mantello riccamente ricamato), Giuseppe Gori (Giovane donna orientale; Orientale mulatto con cappotto giallo oro), Lorenzo Mosca (Orientale con baffi e zucchetto rosso), Giovan Battista Polidoro (Paggetto orientale con cappotto verde), Nicola Ingaldo (Moro con 152  L’APPARTAMENTO REALE

cappotto azzurro e baule d’argento in filigrana) e Salvatore Di Franco (la Samaritana con gonna azzurra e cestino d’argento e l’Incantatore di serpenti). L’Elefante è inserito in un secondo momento, per completare la scena con l’animale diventato famoso da quando, nel 1742, da Costantinopoli giunge, dono del sultano, un esemplare che dal parco di Portici veniva portato a passeggio per le vie della città. Il gruppo è dono di Marisa Catello (2005). [sala 44]


L’Armeria farnesiana e borbonica

Armature da torneo e da parata, finimenti in metallo prezioso, spade, armi, pistole e fucili: manufatti pregiati, circa quattromila pezzi, che documentano la ricchezza e la qualità raffinata della collezione di armi dei Farnese e dei Borbone esposta nelle sale dedicate all’Armeria farnesiana e borbonica [sale 46-50].

L’ARMERIA FARNESIANA E BORBONICA  153


Pompeo della Cesa (Milano, documentato 1585-94) Armatura di Alessandro Farnese detta “del Giglio” 1560 ca. L’armaiolo milanese, attivo a Milano, ma considerato dai Farnese proprio armaiolo di corte, produce per la famiglia dei duchi di Parma numerose armature da guerra e da giostra, ornate da ricche decorazioni incise all’acquaforte. L’armatura di Alessandro Farnese prende nome dal grande giglio che la decora insieme all’emblema del Toson d’Oro, onorificenza ricevuta nel 1585. [sala 46]

154  L’ARMERIA FARNESIANA E BORBONICA


Manifattura milanese Pietro Paolo Malfitano (attivo a Milano tra il 1550 e il 1567) Borgognotta e rotella 1566 ca. Ritenute parte della collezione farnesiana fino a studi recenti (2011), sono dono, nel 1800, del principe della Cattolica, Giuseppe Bonanno Branciforte, a Ferdinando di Borbone, il “gioco d’armi” (espressione che indicava genericamente un binomio copricapo e scudo) è realizzato a Milano nel 1566 – nell’ambito di Pietro Paolo Malfitano, fra i più attivi lavoranti d’armi a Milano tra il 1550 il 1567 – commissionato dalla Congregazione dei Cavalieri d’Armi di Palermo (protagonista della vittoria di Lepanto sui Turchi, 1571). I due pezzi, in acciaio sbalzato, cesellato e dorato, con tocchi d’argento, hanno una decorazione ricchissima, con temi ripresi dalla storia romana: sul copricapo (la borgognotta) Marco Curzio e la Giustizia di Traiano, sullo scudo (la rotella) Orazio Coclite difende il ponte sul Tevere. [sala 46] L’ARMERIA FARNESIANA E BORBONICA  155


156  TITOLO


Real fabbrica della porcellana di Capodimonte (1743-1759) Salottino di porcellana 1757-59 Proviene dal Palazzo reale di Portici, ideato per le stanze della regina Maria Amalia, è trasferito a Capodimonte nel 1866, durante l’amministrazione di Annibale Sacco. È composto da lastre di porcellana

fissate con viti a un supporto in legno e decorate con festoni, trofei musicali, cartigli e scene animate da figurine ‘alla cinese’, mentre il soffitto è in stucco dipinto a imitazione della porcellana. Il salottino è l’esempio più significativo del gusto per le cineserie, diffuso nel Settecento in tutta Europa. [sala 52]

L’APPARTAMENTO REALE  157


Manifattura di Sèvres (1740 a oggi) Vaso con Napoleone imperatore 1810 ca. François Gérard (Roma 1770 - Parigi 1837) Gioacchino Murat 1808 ca. È una delle repliche del dipinto di Gérard per la Galleria di Diana alle Tulieries, a Parigi. Il re di Napoli (1806-1815) è ritratto con l’uniforme di 158  L’APPARTAMENTO REALE

grande ammiraglio di Francia, abito di fattura raffinata e sontuosa, per sottolineare il rango e la carriera militare travolgente del cognato di Napoleone. [sala 54]

La forma del vaso (detta a feseau) in porcellana, dipinta e dorata e con giunture e anse ricoperte di bronzo dorato, è ideata dall’architetto Brongniart per celebrare l’imperatore francese. La miniatura su fondo blu, firmata da “J. Georget”, è il ritratto ufficiale di Napoleone Bonaparte, ripreso dal


dipinto di François Gérard (oggi conservato a Versailles e di cui una replica è esposta a Capodimonte). È inviato in dono da Napoleone alla sorella Carolina, moglie di Gioacchino Murat e regina di Napoli (1806-1815). Il vaso ha un compagno (esposto nella stessa sala), con la miniatura dell’imperatrice Maria Luisa su fondo verde chiaro e con simili decorazioni in oro. [sala 54]

Antonio Canova (Possagno 1757 - Venezia 1822) Letizia Ramolino Bonaparte 1806 ca. Il gesso ritrae la madre di Napoleone Bonaparte nelle vesti di matrona romana e deriva da un ritratto in marmo (Chatsworth, Devonshire Collection). Canova stesso propone l’acquisto della

scultura, che giunge a Napoli nel 1808 insieme con il Napoleone come Marte pacificatore, oggi nella gipsoteca dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Il gesso è trattato con una patinatura a cera che leviga le superfici con un effetto luministico straordinario. [sala 55]

L’APPARTAMENTO REALE  159


Il salone Camuccini, la “Gran Galleria”

Conclusione degli ultimi lavori nella Reggia nel terzo cortile, voluti dai Savoia, è la sistemazione della Gran Galleria in angolo verso il bosco. Ambiente straordinario dell’appartamento storico, conserva ornamenti e arredi sontuosi di gusto neoclassico. I fregi a tempera della volta, come le grandi consolles di manifattura napoletana e la decorazione del camino monumentale in marmo, rispondono al fasto sontuoso richiesto da Ferdinando II per le sale di rappresentanza del palazzo. Dopo l’Unità, Annibale Sacco, responsabile dal 1860 delle collezioni reali, risistema la Gran Galleria di arte moderna con i dipinti di Hayez (Ulisse alla corte di Alcinoo), di Vincenzo Camuccini (Morte di Cesare e Uccisione di Virginia), di Paolo Falciano (Enea discioltosi dalla nube appare a Didone), di Pietro Benvenuti (Giuditta mostra al popolo la testa di Oloferne) e con sculture di gusto neoclassico. Al centro della sala, il tavolo commissionato da Carolina Murat che riutilizza mosaico e piedi antichi, dagli scavi di Ercolano. [sala 56] 160  IL SALONE CAMUCCINI, LA “GRAN GALLERIA”


Vincenzo Camuccini (Roma 1771-1844) Morte di Cesare 1804 ca.

La Morte di Cesare e l’Uccisione di Virginia sono commissionati da un aristocratico inglese tra il 1793 e il 1799 ma, terminati dopo la morte del committente e rifiutati dagli eredi, sono acquistati da Gioacchino Murat nel 1807 e l’anno successivo trasferiti al Palazzo reale di Napoli e, dopo l’Unità, nel 1864 a Capodimonte, nella Gran Galleria. Il tema della tela riflette l’adesione di Camuccini alla concezione eroica e

tragica della vita umana, con il recupero di esempi virtuosi dalla storia antica romana, in parallelo con l’arte rivoluzionaria di Jacques-Louis David. [sala 56]

IL SALONE CAMUCCINI, LA “GRAN GALLERIA”  161


Manifattura Breguet di Parigi (dal 1775 ad oggi) Orologio con il ritratto di Francesco I Orologio con il ritratto di Maria Isabella 1825-30 Realizzati durante il breve regno di Francesco I di Borbone (1825-1830), testimoniano la consuetudine della corte napoletana di ordinare gli orologi a Parigi, da dipingere poi a Napoli con i ritratti dei reali. Gli orologi prodotti dalla manifattura parigina, fondata dall’orologiaio svizzero Abraham-Louis Breguet nel 1775, erano molto apprezzati dalla corte napoletana, come ricordano fonti documentarie. Le due miniature sono attribuite a Raffaele Giovine (Napoli, notizie dal 1819 al 1859), specializzato in particolare nella decorazione di oggetti in porcellana, e ritraggono i sovrani in ambienti arredati secondo il gusto del tempo, raffigurati con abilità minuziosa. [sala 58]

162  L’APPARTAMENTO REALE


L’APPARTAMENTO REALE  163


Louis Lemasle (Parigi 1788-1870) Matrimonio della principessa Maria Carolina di Borbone col duca di Berry 1822-23 Il matrimonio di Maria Carolina di Borbone con il duca di Berry è celebrato a Napoli nella Cappella palatina di Palazzo reale il 16 aprile 1816 alla presenza di tutti i dignitari di corte e di artisti famosi (tra questi il violinista Niccolò Paganini, il musicista Giovanni Paisiello e il pittore Tito Angelini e lo stesso Le164  L’APPARTAMENTO REALE

masle). Il dipinto a ricordo dell’avvenimento, datato 1822-23 sulla prima colonna a sinistra, è affidato al pittore francese, specializzato in reportage minuziosi di eventi mondani e cerimonie pubbliche della corte, murattiana prima e poi ferdinandea. [sala 59]


Cosimo Fanzago (Clusone 1591 - Napoli 1678) Francesco Balsinelli (prima metà XVII secolo) Ciborio 1624 Esempio di architettura in miniatura, è disegnato da Cosimo Fanzago nel 1619 e realizzato (1624) con l’ausilio dei suoi collaboratori per la chiesa di Santa Patrizia a Napoli. Trionfo di marmi pregiati e pietre preziose, è un capolavoro unico dell’arte dell’intarsio e del commesso marmoreo napoletano del Seicento. [sala 60]

L’APPARTAMENTO REALE  165


a napoli nto

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secondo piano 61 / 97 galleria delle arti a napoli dal duecento al settecento 82 79

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arte contemporanea

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166  SECONDO PIANO


La Galleria delle arti a Napoli dal Duecento al Settecento

Le quarantaquattro sale del secondo piano della Reggia ospitano una sorta di compendio della civiltà figurativa, dalla metà del Duecento alla fine del Settecento; le opere di artisti napoletani e di altra provenienza e formazione, capaci di indirizzare le scelte della ‘scuola’ locale, e che ripercorrono le vicende delle arti nella capitale del Regno meridionale. Opere di maestri celeberrimi o ‘minori’, tavole, tele, arazzi e sculture – appartenenti, con stampe e disegni esposti a rotazione, alle collezioni storiche del Museo o provenienti dagli antichi monasteri soppressi, oppure donate da privati o acquistate in anni recenti – costituiscono la più vasta e straordinaria ‘mostra permanente’ sulla cultura artistica a Napoli, dal Gotico al Rinascimento, dal Naturalismo al Barocco, al Neoclassicismo: dal San Ludovico di Tolosa di Simone Martini, al San Girolamo nello studio di Colantonio, al quattrocentesco Busto di Ferrante d’Aragona, dall’Andata al Calvario di Polidoro da Caravaggio al Cristo risorto di Giorgio Vasari o alle sculture di Giovanni da Nola; dalla Madonna del Rosario di Teodoro d’Errico all’Annunciazione di Francesco Curia. La Flagellazione di Michelangelo Merisi da Caravaggio, realizzata per la chiesa di San Domenico Maggiore, inaugura la grande stagione pittorica del Seicento napoletano: Battistello Caracciolo, Carlo Sellitto, Jusepe de Ribera, Massimo Stanzione, Aniello Falcone, Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro, Mattia Preti, fino a Luca Giordano, che introduce con opere cruciali (San Francesco Saverio battezza gli indiani, l’Elemosina di san Tommaso da Villanova, la Madonna del Baldacchino) al LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  167


Settecento di Francesco Solimena, Francesco De Mura, Gaspare Traversi. Le collezioni, negli ultimi anni, sono state incrementate da acquisti importanti, come l’Annunciazione di Roviale Spagnolo (2008), la Madonna con Bambino tra i santi Matteo e Giovanni evangelista di Andrea da Salerno (2010), il Ritratto virile di Girolamo Santacroce (2004), l’Ultima cena di Teodoro d’Errico (2002), la Strage degli innocenti di Micco Spadaro (2002), i Giochi di putti dinanzi alla statua di Bacco bambino di Bernardo Cavallino (2004), il Giudizio di Salomone attribuito a Bernardo Cavallino (donazione 2008), il Perseo taglia la testa di Medusa di Luca Giordano (2003), il Ritratto di Carlo III di Asburgo di Francesco Solimena (2005), la Sant’Agata visitata in carcere da san Pietro di Antonio de Bellis (2002), Cacciatori e villanelle di Giuseppe Bonito (2008), il Mendicante (2003) e il San Gerolamo penitente ode la tromba del Giudizio (2008) di Gaspare Traversi, l’Ercole e Onfale e l’Ercole riconsegna Alcesti a Admeto di Fedele Fischetti (2003).

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Manifattura di Nottingham prima metà XV secolo Polittico con storie della Passione

Realizzato in alabastro, pietra duttile e di facile lavorazione, proviene dalla chiesa napoletana di San Giovanni a Carbonara, chiesa prediletta degli ultimi sovrani angioini e da Ladislao d’Angiò Durazzo (in chiesa è la macchina grandiosa del suo monumento funebre). La lavorazione particolare di grandi dossali d’altare con storie della Passione o della vita della Vergine o dei santi, inserite in cornici lignee complesse dipinte e dorate, è diffusa in Inghilterra a partire dalla metà del Trecento e Nottingham ne è il principale centro di produzione. [sala 61]

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Manifattura fiamminga (XVI secolo) La battaglia di Pavia 1528-31 ca.

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La sala 62 è dedicata a sette arazzi che ‘raccontano’ gli episodi salienti della battaglia di Pavia (1525) tra l’esercito imperiale di Carlo V, al comando di don Ferrante d’Avalos, marchese di Pescara, e quello del re di Francia Francesco I, conclusa dalla sconfitta e cattura del re francese. Tessuti dalle rinomate manifatture di Bruxelles tra il 1528 circa e il 1531, sono tratti da cartoni di Bernart van Orley e tessuti dall’araz-


ziere fiammingo William Dermoyen (che sigla il secondo e il sesto arazzo). Donati dall’imperatore agli Stati Generali di Bruxelles, nel 1571 passano nella collezione di Francesco Ferdinando d’Avalos. Documento sontuoso, spettacolare, della maestria delle botteghe del nord Europa, gli arazzi sono donati allo Stato, con l’intera raccolta d’Avalos, nel 1862 da Alfonso d’Avalos. [sala 62] LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  171


Giovanni da Taranto (documentato nel 1304) San Domenico inizio XIV secolo In deposito dalla chiesa di San Pietro Martire a Napoli, raffigura il santo che consegna la Regola dell’Ordine e dodici storie della sua vita nei quadretti laterali, opera di un pittore meridionale di cultura bizantina, comunque sensibile alle ‘novità’ dell’arte di Giotto. Proprietà del Fondo Edifici di Culto. [sala 63]

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Ignoto pittore campano Santa Maria de Flumine fine XIII secolo Acquistata nel 1879, la tavola proviene dalla chiesa del Rosario, vicino Amalfi, ma in origine era nella chiesa di Santa Maria de Flumine, presso il fiume Chiarito. Testimonia l’ambiente artistico delle zone costiere, intriso di influenze mediterranee, arabe e, in particolare, bizantine. [sala 63]

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Roberto di Oderisio (Napoli, documentato nel 1382) Madonna dell’umiltà Opera della maturità del pittore formatosi alla bottega di Giotto (a Napoli dal 1328 al 1333), riprende gli affreschi della chiesa dell’Incoronata e del sepolcro di Roberto d’Angiò in Santa Chiara a Napoli (tra il 1340 e il 1350). Proviene dal sepolcro di Giacomo d’Aquino (morto nel 1343) nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, e forse ne decorava la lunetta di fondo. L’iconografia è quella tipica 174  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI

della Madonna dell’umiltà diffusasi alla corte papale di Avignone sugli esempi di Simone Martini: la Vergine, seduta per terra, allatta il Bambino. Nella parte bassa della tavola, gli stemmi dei d’Aquino e dei Sanseverino attestano la committenza aristocratica. Proprietà del Fondo Edifici di Culto. [sala 64]


Maestro delle tempere francescane (Napoli, attivo a fine XIV secolo) Madonna dell’umiltà con san Domenico metà XIV secolo Proviene, come la tavola di Roberto di Oderisio con lo stesso soggetto [sala 64] dalla chiesa na-

poletana di San Domenico Maggiore, con la stessa iconografia derivata dai prototipi diffusi a Avignone. L’autore, di chiara formazione giottesca, prende il nome da quattro dipinti a tempera su tela in cui compaiono santi francescani. Proprietà del Fondo Edifici di Culto. [sala 65] LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  175


Niccolò di Tommaso (Firenze, documentato nella seconda metà XIV secolo) Sant’Antonio Abate e santi 1371 Proviene dalla chiesa napoletana di Sant’Antonio a Foria, fondata da Giovanna I d’Angiò e la presenza del giglio angioino, insegna araldica della casa reale, indica la committenza della regina. La tavola è firmata e datata. [sala 65]

Simone Martini (Siena 1284 ca. - Avignone 1344) San Ludovico da Tolosa 1317 Firmato sulla predella, la tavola di dimensioni notevoli, proviene dalla chiesa di San Lorenzo Maggiore a Napoli, realizzata su commissione di Roberto d’Angiò, re di Napoli grazie alla rinuncia del fratello maggiore Ludovico, frate francescano e vescovo di Tolosa, canonizzato nel 1317.

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Il dipinto celebra il santo regale e sottolinea la sua rinuncia alla corona terrena, che il santo poggia sul capo di Roberto, per la corona celeste che portano gli angeli. Nella predella storie della vita del santo, i suoi funerali e un miracolo compiuto dopo la morte. Esaltazione del santo francescano e, attraverso di lui, della dinastia angioina, è un capolavoro del senese Simone Martini. [sala 66]


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Colantonio del Fiore (attivo a Napoli nel 144070 ca.)

San Francesco consegna la Regola ai Francescani e alle Clarisse San Girolamo nello studio 1444-46 ca.

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Erano parte del polittico dipinto per la chiesa di San Lorenzo Maggiore a Napoli, forse su commissione di Alfonso d’Aragona (re di Napoli dal 1442 al 1458) e


in origine le tavole erano affiancate da pilastrini con beati francescani, dispersi già nel Settecento. Nelle due opere si colgono le componenti della cultura di Colantonio: fiammingoborgognona – lo studio di san Girolamo descritto con minuzia analitica – e iberica – il fondo d’oro punzo-

nato e il pavimento in scorcio, composto dalle tipiche mattonelle valenzane (rajoletas) con lo stemma del re. [sala 67]

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Ignoto napoletano-fiammingo San Michele arcangelo con i santi Girolamo e Giacomo della Marca e due donatori fine XV secolo

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Dipinta da un artista fiammingo (o napoletano di cultura fiamminga), la tavola era nella chiesa napoletana di Santa Maria la Nova, nella cappella Turbolo, famiglia dei donatori ritratti accanto ai due santi. L’opera è trasferita al Real Museo Borbonico nel 1811-12. [sala 67]


Maestro di San Severino (attivo nella seconda metĂ del XV secolo) Madonna con Bambino e santi San Severino in trono e santi 1472 ca.

Dalla chiesa napoletana dei Santi Severino e Sossio. Nel polittico san Severino appare due volte: nella tavola in basso a destra in veste di abate e, in quella centrale, in trono in abiti vescovili. In epoca barocca fu eliminata la cornice, testimonianza fastosa del

gotico fiammeggiante, di cui ancora si intravedono le tracce sulla parte alta delle tavole. ProprietĂ Fondo Edifici di Culto. [sala 67]

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Francesco Pagano (attivo nella seconda metà del XV secolo) Polittico di san Michele 1492 ca. È dedicato ai santi protettori dei sarti, san Michele arcangelo – raffigurato nella tela centrale vittorioso sul demonio e ai lati nelle sue apparizioni sul Gargano e su Castel Sant’Angelo a Roma – e sant’Omobono, dalla Confraternita dei Sarti dell’oratorio di Sant’Omobono a Napoli. [sala 68]

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Ignoto napoletano (attivo a Napoli nella seconda metà del XV secolo) Madonna con Bambino in trono San Giovanni Battista Santa Caterina di Alessandria fine XV secolo Recuperato dopo un restauro attento, il trittico proviene dal ‘ritiro’ di Santa Maria della Purificazione (o Santa Maria della Presentazione al Tempio), detto ‘la Scorziata’ dal patronimico di famiglia di una delle fondatrici. Le tavole, cronologicamente precedenti la costruzione del ritiro (1580), in origine forse erano nella cappella del palazzo, famoso per la ricchezza degli arredi, di Giulio De Scortiatis, vicino alla corte aragonese e in familiarità con lo stesso sovrano Alfonso II d’Aragona. Nella composizione prospettica della Madonna in trono e nella resa raffinata e preziosa delle vesti delle figure femminili, l’ignoto

pittore mostra conoscenza approfondita della cultura di Masaccio, filtrata attraverso una formazione umbro-marchigiana. Il restauro ha riportato le tavole alle dimensioni primitive (tra fine Cinquecento e inizio Seicento il trittico era stato ampliato in alto con una fascia con angioletti) e recuperato alla vista la spada di santa Caterina. [sala 68] LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  183


Pinturicchio (Bernardino di Betto) (Perugia 1454 - Siena 1513) Assunzione della Vergine inizi XV secolo Riprende la composizione e l’iconografia della tavola dipinta da Perugino per il duomo di Napoli su commissione del cardinale Oliviero Carafa. È richiesta, su modello della tavola della cattedrale, dal banchiere e mercante Paolo Tolosa per l’altare della cappella di famiglia nella chiesa

napoletana di Monteoliveto. Il restauro recente ha permesso di restituire il dipinto, prima considerato di bottega, alla mano del maestro. [sala 69] Guido Mazzoni (Modena 1450 ca.-1518) Busto di Ferrante II d’Aragona o di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria 1492-93 ca.

volto e di esecuzione raffinata nei particolari della veste di broccato e degli ornamenti, è assegnato all’artista modenese (attivo a Napoli tra il 1489 e il 1494) celebre per gruppi di sculture in terracotta dipinta dedicate a deposizioni e compianti. [sala 69]

Il ritratto in bronzo, di crudo realismo nei tratti del LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  185


Matteo di Giovanni (Borgo San Sepolcro 1430 ca. Siena 1495 ca.) Strage degli innocenti 1472 ca. La tavola, caratterizzata da dinamismo estremo e drammatico, è probabilmente commissionata a Siena da Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, per commemorare la strage perpetrata dai Turchi a Otranto nel 1480. Le reliquie dei martiri sono traslate a Napoli, per 186  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI

volere del duca, e custodite con il dipinto nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Opera matura dell’artista, la data di esecuzione è ancora incerta, causa le diverse interpretazioni della data – segnata con la firma in basso al centro – letta 1468, 1488 o 1478. [sala 69]


Giovan Filippo Criscuolo (Gaeta 1500 - Napoli 1584 ca.) Polittico con adorazione del Bambino e santi 1545 ca. Proviene dalla chiesa dell’Annunciata di Aversa, l’autore è allievo e collaboratore di Andrea da Salerno, e alla morte del maestro ne porta a termine l’opera a Gaeta. Un cartiglio posto in basso sulla tavola centrale riporta la firma e la data (forse rimaneggiata). [sala 70]

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Andrea da Salerno (Andrea Sabatini) (Salerno 1489 ca. - Gaeta 1530) Madonna con Bambino tra i santi Matteo e Giovanni Evangelista 1515 ca. Importante testimonianza della ‘maniera moderna’ a Napoli, basata sull’insegnamento di Raffaello e con una interpretazione dei modelli di Leonardo mediati attraverso l’opera di Cesare da Sesto. La tavola è acquistata dallo Stato per Capodimonte nel 2010. [sala 70]

Andrea da Salerno (Andrea Sabatini) (Salerno 1489 ca. - Gaeta 1530) San Benedetto in cattedra 1529-30 Opera del pittore meridionale più vicino alla manie188  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI

ra di Raffaello, Andrea da Salerno ottiene numerose e importanti commissioni e crea una bottega di successo. [sala 70]


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Cesare da Sesto (Sesto Calende? 1477 ca. Milano 1523) Adorazione dei magi 1516-19

Attivo tra Messina e Napoli a partire dal 1513 fino alla fine del decennio, l’artista lombardo dipinge la tavola per la Congrega di San Niccolò dei Gentiluomini a Messina. Il dipinto, tra i

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suoi più celebri, mostra un aggiornamento profondo sulla cultura leonardesca e romana, delle Stanze vaticane di Raffaello e della volta Sistina di Michelangelo. [sala 70]


Pseudo Bramantino (Pedro Fernández) (attivo in Spagna e Italia nella prima metà del XVI secolo) Polittico della visitazione 1509-10 ca. È dipinto per l’altare maggiore della chiesa napoletana di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli e in origine comprendeva anche un registro centrale, perso, con la Madonna delle Grazie e due santi.

Le fisionomie leonardesche e il rigore prospettico appreso da Bramante rivelano la formazione dell’artista, spagnolo di nascita ma di cultura italiana, a stretto contatto con la espressioni artistiche ‘moderne’ lombarde. [sala 70]

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Polidoro da Caravaggio (Polidoro Caldara) (Caravaggio 1499/1500 - Messina 1543?) Andata al Calvario 1534 La tavola è dipinta per la chiesa dell’Annunziata dei Catalani a Messina, commissionata nel 1530 192  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI

dal console della Confraternita. La libertà cromatica estrema e la caratterizzazione particolare della scena – una processione dinamica e drammatica, interpretazione violentemente espressiva della cultura di Raffaello, maestro del pittore – fanno considerare l’opera già dai contemporanei, il capolavoro di Polidoro da Caravaggio. [sala 72]


Marco Cardisco (attivo a Napoli tra il 1510/15 e il 1542 ca.) Disputa di sant’Agostino 1532-33 Parte centrale di un retablo eseguito per l’altare maggiore della chiesa di Sant’Agostino alla Zecca a Napoli, poi rimosso e smembrato nel Settecento. La tavola è dipinta da Cardisco partendo da un disegno di Polidoro da Caravaggio, al quale in un primo momento era stata commissionata (1527). [sala 73]

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Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - Firenze 1574) Presentazione al Tempio 1544-45 Per la chiesa di Monteoliveto a Napoli, sostituiva la tavola dello stesso soggetto, di Leonardo da Pistoia, colpevole di aver dato volti contemporanei ai personaggi raffigurati, contravvenendo alle regole appena imposte nel campo della raffigurazione sacra dal concilio di Trento. La tavola, di forte connotazione classicista ispirata alle stanze vaticane di Raffaello, è molto apprezzata e copiata piÚ volte dai pittori locali. [sala 74]

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Marco Pino (Siena, documentato 1537 Napoli? post 1579) Adorazione dei magi 1567 ca. Insieme al dipinto con l’Adorazione dei pastori è parte della predella della cona per l’altare maggiore della chiesa del Gesù Vecchio a Napoli, commissionata al pittore dai Gesuiti. Mostra le caratteristiche proprie dell’artista: le figure

dalla linea ‘serpentinata’ derivate da Michelangelo e la composizione vivace sullo sfondo di un’architettura classica. La tavola centrale della pala, con la Circoncisione, è in prestito temporaneo alla chiesa di San Francesco di Paola dove è esposta. [sala 75]

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di quadri presi a Roma da Domenico Venuti nel deposito della chiesa di San Luigi dei Francesi) e quattro perse, commissionate a Vasari nel settembre del 1545 per la sacrestia della chiesa napoletana di San Giovanni a Carbonara. A Vasari è richiesto anche il disegno di tutto l’arredo ligneo in cui inserire le tavole, soluzione decorativa che rimanda a esempi ‘profani’ quali gli studioli, in cui cicli di dipinti dall’iconografia specifica sono collocati nei rivestimenti in legno delle pareti. Le tavole sono trasferite nella Galleria borbonica di palazzo Francavilla nel 1802. [sala 75]

Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - Firenze 1574) Dipinti per la sacrestia di San Giovanni a Carbonara Decollazione del Battista San Matteo Sacrificio di Isacco Caino e Abele 1545 ca.

Fanno parte della serie di almeno ventidue tavole, di cui sedici a Capodimonte, due in Francia (Abramo e Melchidesec, Avignone, Museo Calvet; Ultima cena, Troyes, Musée des BeauxArtes et Archeologie, date ai francesi in sostituzione

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Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1489/90 Venezia 1576) Annunciazione 1557 ca. La tela è commissionata da Cosimo Pinelli per la cappella della Vergine Annunciata della chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, di cui aveva acquistato il patronato. Tra i dipinti più ammirati dell’ultima fase del percorso artistico di Tiziano, caratterizzata dal processo di disfacimento lento della materia sotto l’azione della luce e dalla scomposizione progressiva del tessuto cromatico. La tela è firmata sull’inginocchiatoio. Proprietà del Fondo Edifici di Culto. [sala 76]

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Francesco Curia (notizie 1588-1608) Annunciazione 1596-97 Commissione del vescovo Giovan Francesco Dentice per la cappella di famiglia nella chiesa napoletana di Monteoliveto, la tela nel 1801, dopo la soppressione del monastero, passa nelle collezioni borboniche. Capolavoro del manierismo internazionale, testimonia la capacità del pittore di fondere in uno stile personale la cultura artistica composita dell’Europa di fine Cinquecento. [sala 76]

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Teodoro d’Errico (Dirk Hendricksz Centen) (Amsterdam 1544 ca.-1618) Madonna del Rosario 1578-79 La tavola è dipinta per il monastero di San Gaudioso a Napoli e nei colori brillanti e luminosi, nella carica espressionistica e nell’attenzione alla resa minuziosa dei dettagli rivela la formazione fiamminga dell’artista, attivo a Napoli tra il 1573 e il 1608. [sala 76] Scipione Pulzone (Gaeta 1550 ca. - Roma 1598) Annunciazione 1587

Dipinta per la chiesa di San Domenico a Gaeta, la tela è testimonianza della corrente devozionale di stretta osservanza delle ‘regole’ fissate dal concilio di Trento sull’arte sacra. Il dipinto è firmato e datato sul cartiglio posto sulla base dell’inginocchiatoio. [sala 77] Michelangelo Merisi da Caravaggio (Caravaggio 1571/72 Porto Ercole 1610) Flagellazione 1607/1609 In deposito dalla chiesa napoletana di San Domenico Maggiore, proviene dalla

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cappella de Franchis, dove è sostituita da una copia seicentesca di Andrea Vaccaro. La tela è commissionata all’artista, giunto a Napoli chiamato dai governatori del Pio Monte della Misericordia, nel maggio 1607 ma è completata durante il secondo tormentato soggiorno napoletano (1609-10) di Caravaggio. Il linguaggio moderno dell’artista lombardo, assimilato e fatto proprio degli artisti napoletani più giovani, a partire dagli anni Venti del Seicento apre le porte alla stagione straordinaria del naturalismo napoletano. Proprietà del Fondo Edifici di Culto. [sala 78]


Carlo Sellitto (Napoli 1581-1614) Santa Cecilia 1613 Proviene dalla chiesa di Santa Maria della Solitaria, nella cappella dei musici dedicata a Santa Cecilia. Formatosi in un ambiente di musicisti e compositori, Sellitto raffigura la santa protettrice dei musicisti colpita dalla luce che definisce lo spazio, risultato dell’influenza del linguaggio caravaggesco. [sala 79] Battistello (Giovan Battista Caracciolo) (Napoli 1578-1635) Cristo alla colonna 1630 ca. La forte componente caravaggesca è mitigata dalla ricerca di toni più morbidi e di un linguaggio formale personale, con una luce bronzea più avvolgente, tipica delle opere dell’artista. Il dipinto è stato acquistato per Capodimonte nel 1973. [sala 79] LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  203


Artemisia Gentileschi (Roma 1593 - Londra 1652/53) Giuditta e Oloferne 1612-13 Rispetto ai dipinti di questo soggetto del Cinquecento e del Seicento, che raffigurano il momento della fuga delle donne dal campo nemico o Giuditta che mostra la testa di Oloferne, Artemisia, prendendo spunto dal dipinto di Caravaggio a palazzo Barberini, ferma sulla tela il momento più drammatico: l’eroina ebrea, maniche rimboccate e aiutata dall’ancella, decapita Oloferne. Nella Galleria degli Uffizi di Firenze è conservata una versione successiva a quella napoletana dello stesso dipinto. [sala 87] Simon Vouet (Parigi 1590-1649) Circoncisione 1622 Firmata e datata dall’esponente di spicco dei caravaggeschi francesi a Roma, la pala è commissionata per la chiesa napoletana di Sant’Arcangelo a Segno e inviata da Roma. La

composizione è di grande effetto scenografico, le figure sono inquadrate da partiti architettonici e da un tendaggio rosso sontuoso, di ispirazione caravaggesca. [sala 88] LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  205


Massimo Stanzione (Orta di Atella 1585 ca. - Napoli 1658 ca.) Sacrificio di Mosè 1628-30 Opera della prima maturità, manifesta nella composizione di respiro 206  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI

ampio, ancora ricca di particolari naturalisti, l’influenza di Simon Vouet e della cerchia romana dei caravaggisti francesi e nordici. A fine Seicento il dipinto è nelle raccolte del famoso mercante d’arte fiammingo Ferdinand Vandeneyden. [sala 89]


Jusepe de Ribera (Játiva 1591 - Napoli 1652) San Girolamo e l’angelo del Giudizio 1626 Dipinto per la chiesa napoletana della Santissima Trinità delle Monache, per la quale Ribera aveva dipinto anche la Trinitas Terrestris [sala 90] e viene trasferito nelle raccolte del Museo Borbonico nel 1813, a seguito della soppressione del monastero. Il santo, riconoscibile dai simboli che lo qualificano (il teschio simbolo di penitenza, la pergamena che allude alla traduzione della Bibbia, il manto rosso da cardinale e, sullo sfondo a sinistra, il leone ammansito dalle cure del santo), è sorpreso dall’apparizione di un angelo caravaggesco che suona la tromba del Giudizio. I particolari del teschio e dei libri sono veri e propri brani di natura morta, ripresa dal vero, ma, rispetto al naturalismo tenebroso delle opere giovanili, i passaggi chiaroscurali si attenuano e i colori sono più brillanti, preludio alla maniera chiara e luminosa degli anni Trenta. Firmato e datato. [sala 90] LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  207


Jusepe de Ribera (Játiva 1591 - Napoli 1652) Sileno ebbro 1626 Apparteneva al mercante fiammingo Gaspare Roomer (1653), passato poi in eredità a Ferdinand Vandeneyden. Raffigura un baccanale – ripreso dal racconto nei Fasti di Ovidio – che, per la complessità dell’iconografia, ha suggerito in208  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI

terpretazioni allegoriche diverse. Al centro della scena è raffigurato Sileno, figlio di Pan, ebbro per le ripetute libagioni in onore di Bacco. Capolavoro della prima maturità di Ribera, ancora influenzato dall’esperienza caravaggesca. Firmato e datato sul cartiglio in basso a sinistra, retto da un serpente. [sala 91]


Maestro dell’Annuncio ai pastori (attivo nella prima metà del XVII secolo) Annuncio ai pastori 1625 ca.

L’adesione al naturalismo caravaggesco è evidente non solo nell’uso della luce, ma anche con la scelta delle figure rappresentate: veri contadini e pastori ‘ritratti’ dal vero. È stato proposto di identificare l’artista con Bartolomeo Passante o con il pittore di origine spagnola Juan Do. La tela è donata al Museo nel 1884. [sala 91]

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Matthias Stomer (Amersfoort 1600 ca. - Sicilia post 1650) Adorazione dei pastori 1637 ca. Le scene a lume di candela sono un genere diffuso nella pittura olandese del Seicento e Stomer, che si specializza in questo tipo di composizione – studiato in particolare a Roma, dai caravaggeschi nordici – ottenendo effetti luministici di grande suggestione. L’arti210  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI

sta è a Napoli tra il 1633 e il 1637 e la tela appartiene alla produzione della fine del soggiorno napoletano, commissionata dai d’Avalos, collezione che è donata allo Stato nel 1862 e esposta a Capodimonte. [sala 92]


Andrea Vaccaro (Napoli 1604-1670) Trionfo di David 1640-50

pittoricista che, da Roma, si diffonde a Napoli a partire dagli anni Quaranta. Entra nelle raccolte di Capodimonte nel 1955. [sala 93]

David, dopo aver sconfitto il gigante Golia, è festeggiato dalle donne di Israele. La tela mostra accordi cromatici raffinati, sui toni bruni e violacei, e un piacevole tono narrativo dell’episodio biblico che indicano l’influenza di Bernardo Cavallino e della tendenza LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  211


Francesco Guarino (Sant’Agata Irpina 1611 Gravina 1654) Sant’Agata 1640 ca. Tra le immagini più famose del Seicento napoletano risente dell’influenza di Stanzione e della nuova tendenza verso una materia pittorica preziosa e accostamenti cromatici raffinati. Il volto della santa, molto caratterizzato, è forse il ritratto di una nobile napoletana. [sala 93]

Bernardo Cavallino (Napoli 1616-1656) Santa Cecilia in estasi 1645

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La tela, di grande eleganza formale e cromatismo raffinato, proviene dalla chiesa napoletana di Sant’Antonio a Padova. Firmata e datata sul dorso del libro in basso a destra. [sala 94]


Micco Spadaro (Domenico Gargiulo) (Napoli 1609-1675 ca.) Viviano Codazzi (Bergamo 1604 - Roma 1670) Villa con portico e baldacchino 1641

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È uno dei numerosi esempi di collaborazione tra i due artisti: Viviano Codazzi è autore delle architetture, mentre Micco Spadaro dipinge le figurine, dalla caratteristica forma allungata che sembra derivare dalle stampe di Callot, e il paesaggio, per un effetto compositivo quasi teatrale. [sala 95]


Aniello Falcone (Napoli 1607-1656) Elemosina di santa Lucia 1630 ca.

La santa si affaccia da un loggiato per offrire il suo sostegno ai poveri. Il tema è raffigurato da Falcone come una scena di genere e testimonia la formazione naturalista e l’interesse dell’artista per i bamboccianti romani. [sala 95]

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Giovan Battista Recco (Napoli 1634-ante 1660?) Natura morta con testa di caprone 1650 ca. Accurata descrizione ‘dal vero’ di un interno di cucina. Gli oggetti illuminati da una luce naturale si disegnano in maniera netta sullo sfondo, descritti con maniera analitica e precisa. [sala 97] Jusepe de Ribera (Játiva 1591 - Napoli 1652) Interno di cucina con testa di caprone 1630 ca. Su un piano poco profondo emergono dall’ombra gli oggetti consueti di un interno di cucina e, posta a sgocciolare su un grande bacile di rame, la testa di caprone sanguinante. Il dipinto, straordinariamente realistico, è stato di recente (Nicola Spinosa) restituito alla mano di Ribera, che indaga gli oggetti attraverso una luce ancora tutta caravaggesca. [sala 97] 216  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI


Paolo Porpora (Napoli 1617 - Napoli o Roma 1670/80) Fiori con coppa di cristallo 1655 ca. La definizione analitica dei particolari rivela il legame con la cultura naturalista inserita in un impianto compositivo fastoso, sottolineato dalla ricchezza cromatica e la sovrabbondanza dei fiori. [sala 97]

LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  217


La collezione d’Avalos

Nelle sale 98-101 è ricostruita parte della raccolta di Andrea d’Avalos principe di Montesarchio (donata allo Stato dagli eredi nel 1862), che nella seconda metà del Seicento seleziona e commissiona dipinti decorativi, come le nature morte, o dai temi sensuali, con soggetti tratti dalla storia, dalla mitologia o dalla letteratura.

218  LA COLLEZIONE D’AVALOS


Pacecco (Francesco De Rosa) (Napoli 1607-1656) Bagno di Diana

È tra le tele commissionate direttamente dai d’Avalos con soggetti tratti dalla storia, dalla mitologia o dalla letteratura e fa parte di una serie realizzata da Pacecco con temi ripresi dalla mitologia classica. Il bagno di Diana, sorpresa dal cacciatore Atteone che sarà punito con la morte, è lo spunto per un dipinto elegante e sensuale, in cui i nudi femminili sono ispirati all’arte classica nella rilettura di Domenichino. [sala 100] LA COLLEZIONE D’AVALOS  219


Jusepe de Ribera (Játiva 1591 - Napoli 1652) Apollo e Marsia 1637

220  LA COLLEZIONE D’AVALOS

Sulla tela è fissato il momento drammatico conclusivo della sfida musicale tra Marsia e Apollo: il dio scuoia il satiro per punirlo della sua superbia. Fa parte della collezione d’Avalos, è firmato e datato. [sala 100]


Luca Giordano (Napoli 1634-1705) Apollo e Marsia fine 1650 ca.

La tela riprende, in controparte, il dipinto di Ribera, omaggio del napoletano al grande maestro. Proviene dalla collezione del principe di Fondi, è acquistato dallo Stato nel 1879. [sala 100]

LA COLLEZIONE D’AVALOS  221


Luca Giordano (Napoli 1634-1705) Perseo taglia la testa di Medusa dopo 1660 Importante acquisizione di Capodimonte (acquisto 2003), la tela è stata datata a dopo il 1660, fase in cui Giordano è attento agli esempi di Rubens e di Tiziano. È 222  LA COLLEZIONE D’AVALOS

il momento cruciale del mito di Perseo e Medusa: l’eroe, guardando l’immagine riflessa nello scudo magico donatogli da Minerva, può decapitare Medusa, la Gorgone che pietrificava con lo sguardo chi osava fissarla direttamente. [sala 101]


Mattia Preti (Taverna 1613 - La Valletta 1699) Ritorno del figliol prodigo 1656

Dipinta insieme a altre quattro tele per Diomede Carafa, duca di Maddaloni, illustra la parabola riportata dal Vangelo di san Luca. Nel dipinto, molti gli elementi tipici dell’artista: la scena monumentale, inquadrata da elementi architettonici classici, e la ricerca di un effetto quasi teatrale. [sala 102]

LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  223


Mattia Preti (Taverna 1613 - La Valletta 1699) Bozzetto per gli affreschi per la peste del 1656 1656 Scampato alla violenta peste che colpisce Napoli nel 1656 e che provoca la scomparsa di un’intera generazione, Preti riceve l’incarico dagli ‘Eletti della città’ di affrescare le sette porte cittadine come ex voto, con un programma iconografico preciso che prevede la presenza della Vergine con il Bambino con san Gennaro e, alternati, gli altri santi protettori della città. Degli affreschi oggi sopravvive quello di porta San Gennaro, in via Foria. [sala 102]

224  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI


Luca Giordano (Napoli 1634-1705) Madonna del Baldacchino 1686 ca. Destinata alla chiesa napoletana di Santo Spirito di Palazzo è un’opera luminosa e barocca, dalla composizione monumentale, che si confronta con la pittura scenografica e teatrale di Pietro da Cortona. Entra nelle collezioni borboniche nel 1806, a seguito delle soppressioni monastiche. [sala 103]

LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  225


Francesco Solimena (Canale di Serino 1657 Barra 1747) Enea e Didone 1739-41 ca. Il soggetto della tela monumentale e dai toni cromatici sontuosi, dipinta per il palazzo Tarsia Spinelli a Napoli, è tratto dal primo libro dell’Eneide e raffigura l’incontro tra Didone, regina di Cartagine, e Enea, accompagnato dal figlio Ascanio nelle sembianze di Cupido, dio dell’amore. Nella composizione Solimena riprende un suo dipinto dei primi decenni del Settecento (Didone accoglie Enea e Ascanio nelle sembianze di Cupido, Londra, National Gallery). [sala 104]

226  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI


Francesco Solimena (Canale di Serino 1657 Barra 1747) Il principe di Tarsia 1741 ca. Ferdinando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia, è collezionista appassionato di opere d’arte e personaggio di spicco della corte. Solimena lo ritrae nelle vesti sontuose di cavaliere dell’Ordine di San Gennaro – onorificenza istituita da Carlo di Borbone nel 1738 – e

con il particolare esotico del paggetto moro. [sala 104] Francesco Solimena (Canale di Serino 1657 Barra 1747) Carlo III d’Asburgo 1707 ca.

Meridione (1707-1734). La committenza asburgica segna una svolta nella pittura di Solimena, che diviene più solenne e monumentale. La tela è acquistata per Capodimonte nel 2005. [sala 104]

È il ritratto di Carlo d’Asburgo, arciduca d’Austria e futuro imperatore (1711), realizzato poco dopo l’entrata delle truppe imperiali a Napoli nel 1707, data che segna l’inizio del viceregno austriaco nel LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  227


Francesco De Mura (Napoli 1696-1782) Visione di san Benedetto 1738-46 ca. Fa parte di una serie di tele preparatorie per la decorazione della navata e della controfacciata della chiesa dei Santi Severino e Sossio a Napoli, realizzate tra il 1738 e il 1746 e che documentano l’evoluzione dello stile dell’artista, dall’influenza solimenesca alle soluzioni di gusto rocaille tra Arcadia e melodramma. [sala 104] Gaspare Traversi (Napoli 1722 ca. - Roma 1770) Trattenimento musicale 1745-50 ca. Testimonianza dell’attività romana di Traversi, il dipinto è una denuncia ironica dei costumi del nuovo ceto sociale borghese, del tentativo goffo di appropriarsi dello stile di vita dell’aristocrazia, in sintonia con il dibattito avviato in Inghilterra da William Hogart in pittura e Jonathan Swift in letteratura. Acquistato dallo Stato per Capodimonte nel 1999. [sala 106] 228  LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI


LA GALLERIA DELLE ARTI A NAPOLI  229


terzo piano galleria fotografica galleria dell’ottocento arte contemporanea

230  TERZO PIANO


La Galleria dell’Ottocento

Le opere dell’Ottocento appartengono al periodo tardo borbonico e postunitario, e segnalano il contributo degli artisti napoletani al rinnovarsi del linguaggio figurativo nazionale. Attraverso modalità espressive diverse, prevale, come in altri paesi europei, la tendenza ad approfondire le tematiche del realismo; l’esigenza di testimoniare la realtà nei singoli aspetti sociali, psicologici, storici e naturalistici, vede impegnati, ciascuno a misura del proprio temperamento, i protagonisti del tempo: Domenico Morelli esponente, in dipinti come I corpi dei martiri cristiani portati in cielo dagli angeli, Gli iconoclasti o I vespri siciliani, di una nuova sensibilità romantica sia nel linguaggio pittorico che nella scelta dei soggetti, ispirati agli ideali liberali; i fratelli Nicola e Filippo Palizzi, fautori di una pittura basata sullo studio dal vero della natura; Gioacchino Toma, orientato piuttosto ad un ‘realismo’ che guarda ai sentimenti; Francesco Paolo Michetti, concentrato, come Vincenzo Migliaro, a rappresentare gli aspetti caratteristici della vita popolare; Vincenzo Gemito partecipe, nei disegni come nelle sculture, al dramma della vita degli umili.

LA GALLERIA DELL’OTTOCENTO  231


Domenico Morelli (Napoli 1823-1901) Gli iconoclasti 1855 Considerato il ‘manifesto storico’ delle nuove ideologie liberali dopo i moti

rivoluzionari del 1848, il dipinto, firmato e datato, si ispira alla storia del bizantino Lazzaro, monaco pittore perseguitato per le accuse di idolatria mosse al culto delle immagini sacre per ordine dell’impe-

232  LA GALLERIA DELL’OTTOCENTO

ratore d’Oriente Leone III Isaurico. Nel volto del frate Morelli ritrae un giovane liberale angariato dalla polizia borbonica. Acquistato all’Esposizione Borbonica del 1855.


Filippo Palizzi (Vasto 1818 - Napoli 1899) Uscita degli animali dall’arca 1861 Esempio del ‘naturalismo’ di Palizzi che applica il suo metodo di studio dal vero degli animali, assunti a modelli dei dipinti. Il quadro conserva la cornice originale disegnata dal pittore che inserisce la figura dell’eterno padre nella parte superiore, ampliando la composizione oltre il limite imposto dalla tela. Commissionato all’artista da Vittorio Emanuele II nel 1861. Francesco Saverio Altamura (Foggia 1822 - Napoli 1897) Il trionfo di Mario 1864 Dipinto di storia, celebra la vittoria del generale romano sui Cimbri, i ‘barbari’ invasori sconfitti nella pianura di Vercelli (i Campi Raudii) nel 101 a.C. Per offrire una descrizione realistica

del paesaggio, l’artista visita e ritrae dal vero i luoghi della battaglia. Il dipinto è commissionato da Vittorio Emanuele II nel 1864 per il palazzo di Capodimonte. LA GALLERIA DELL’OTTOCENTO  233


L’arte contemporanea

La sezione dell’arte contemporanea documenta la ricerca e la sperimentazione internazionale: dai maestri italiani, Alfano (Camera), Burri (Grande Cretto Nero), Fabro (Nord, Sud, Est, Ovest giocano a Shanghai), Mattiacci (Segno Australe Croce del Sud), Merz (Onda d’urto), Paladino (Vasca), Spinosa (Tempo grigio, È nata una larva), Tatafiore (Composizione Astratta); ai protagonisti dell’avanguardia internazionale: Kosuth (Modus Operandi), Kounellis (Senza titolo), LeWitt (White bands in a black room), Polke (Sfumato), Warhol, massimo esponente della Pop Art, che nel 1985 realizza le immagini serigrafate del Vesuvio in eruzione (Vesuvius).

234  L’ARTE CONTEMPORANEA


Alberto Burri (Città di Castello 1915 - Nizza 1995) Grande Cretto Nero 1978

Eseguita per Capodimonte, è donata dall’artista al Museo nel 1980.

L’ARTE CONTEMPORANEA  235


Andy Warhol (Pittsburgh 1928 - New York 1987) Vesuvius 1985 Per la personale a Capodimonte (1985) l’artista rende omaggio alla più famosa e ripetuta icona della città, protagonista assoluto nella pittura di veduta napoletana.

236  L’ARTE CONTEMPORANEA


La galleria fotografica

La sezione, aperta nel 1996, comprende cinquantadue scatti realizzati da Mimmo Jodice, tra il 1968 e il 1988, dedicati alla vicenda artistica napoletana (artisti e galleristi) in anni segnati da incontri e scambi tra protagonisti italiani e internazionali.

238  LA GALLERIA FOTOGRAFICA


LA GALLERIA FOTOGRAFICA  239


sspsae-na.capodimonte@beniculturali.it www.polomusealenapoli.beniculturali.it/museo_cp/museo_cp.html

finito di stampare nell’ottobre 2012 stampa born to print, napoli allestimento legatoria s. tonti, mugnano

guida [breve] capodimonte  

in versione italiano

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