Edizione speciale Magazine Arpa Campania Ambiente

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ANNO XVI

NUMERI 12•13•14 GIUGNO-LUGLIO 2020

QUINDICI ANNI DI ARPACAMPANIA AMBIENTE Informazione ed educazione ambientale, cultura, al servizio dell'ambiente

INTERVISTA A LUIGI STEFANO SORVINO Dopo anni di commissariamento, finalmente l’ARPAC ha un nuovo Direttore PAGG. 4|5

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nuove tecnologie

5G, IL QUADRO DELLE COMPETENZE IN CAMPANIA Con l’emergenza Covid aumentano le istanze per potenziare i servizi di telecomunicazione PAGG. 8|9

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in questo NUMERO

ARPA CAMPANIA AMBIENTE

ARPAC

LE DONNE E L’AGRICOLTURA

Progetto Pilota Ispra-Arpa Campania

Un protagonismo femminile in costante ascesa da 20 anni

6/7 ARPAC

di Tina POLLICE

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SOSTENIBILITÀ

Incendi di rifiuti abbandonati nella provincia di Caserta

Gli incentivi ambientali per la casa: il bonus 110%

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di Luca MONSURRÒ

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ARPAC

L’abbandono di rifiuti nella provincia di Caserta (2001 – 2016)

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di G. MEROLA • F. TAGLIALATELA

RIFIUTI

DAL MONDO

Alcuni aspetti di un efficiente sistema di gestione dei RSU

Inquinamento pre-Covid? No grazie.

di Pasquale FALCO

di Angela CAMMAROTA

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AMBIENTE & TRADIZIONE

Primati delle Due Sicilie, primati Campani, primati Napoletani… di G. DE CRESCENZO • S. LANZA

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NATURA & BIO

Progetto Bargain: nel Lazio via alle prime spiagge ecologiche di Giulia MARTELLI

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Arpacampania ambiente, 15 anni di pubblicazioni

TECNOLOGIA & SCIENZA

La piattaforma per il riciclo del vetro

di Pietro FUNARO

di Anna PAPARO

31 BIO ARCHITETTURA

James Wines: il site e l’architettura ecologica di Antonio PALUMBO

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AMBIENTE & SALUTE

Inquinamento ambientale: l’allarme dei biologi di Rosa FUNARO

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NEWS

Il ruolo contemporaneo del giornalista pubblico di Felicia DE CAPUA

AMBIENTE & TENDENZE

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Agricoltura 4.0 per un rilancio economico e sostenibile del Paese di Cristina ABBRUNZO

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orreva l’Anno Domini 2005 quando all’Antisala dei Baroni al Maschio Angioino, presenti i vertici di Arpac, l’assessore regionale all’Ambiente, i presidenti dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Assostampa, presentammo questo periodico “Arpacampania ambiente”. Sono trascorsi tre lustri, da quando fondai questa pubblicazione. Ad accompagnarmi, in quella che sembrava solo un’avventura, quattro ragazzi (allora) laureati in diverse discipline. Paolo D’Auria, Salvatore Lanza, Fabiana Liguori e Giulia Martelli ascoltarono assimilarono, impararono e divennero giornalisti capaci, attenti e pieni di iniziativa professionale. Di questi solo uno ha poi fatto scelta professionale diversa ed al quale auguriamo ogni bene. Supportati da un addetto amministrativo, Carla Gavini col tempo a questa magnifica squadra si sono aggiunti Cristina Abbrunzo, Andrea Tafuro,Tina Pollice e Luigi Mosca e Savino Cuomo. Ma è con orgoglio che posso sostenere di aver firmato decine di certificazioni di avvenuto praticantato per tanti nuovi colleghi che hanno così avuto accesso a questa professione. Migliaia e migliaia le copie cartacee che hanno raggiunto Enti Pubblici e privati, Scuole, istituzioni locali e nazionali ed altrettante migliaia di lettori quando il periodico è diventato online. Con legittima soddisfazione posso affermare che abbiamo dato un significativo contributo alla sensibilizzazione verso i temi ambientali che, mai come in questo periodo storico, sono parte integrante del nostro vivere quotidiano. Coincide questo anniversario con un’altra data: quella della mia messa in quiescenza da Arpac. Eh si il tempo trascorre inesorabilmente ! Dal 1 dicembre prossimo sono pensionato. L’unico mio rimpianto è proprio il dover lasciare la direzione di quella che ritengo una mia creatura e di “staccarmi” dai miei “ragazzi”. A mille e mille i ricordi si accavallano nei miei pensieri: dagli affanni iniziali, ai momenti di gioia, alle soddisfazioni postume. Certamente non smetterò di scrivere, un giornalista smette il suo mestiere solo quando si conclude la sua vita terrena, ed io ne ho tante di cose da scrivere e potrò farlo ancor più liberamente perché scevro da ogni vincolo formale o istituzionale. Ma non posso negare che pur essendo stato inviato speciale del più grande quotidiano del Mezzogiorno “Il Mattino” ed aver collaborato con giornali e televisioni varie il mio cuore resta in “Arpacampania Ambiente”. Quindici anni come direttore responsabile del giornale dell’Ente ma anche dirigente di tanti settori dell’Agenzia fino a svolgere le funzioni di direttore amministrativo come recita una delibera che non è il caso qui di citare. Ho avuto a che fare con una quantità di colleghi di ogni settore dell’Agenzia, ne ho coordinati molti, ne ho apprezzato per la loro professionalità tanti, ne ho in dispregio pochi. Non voglio, non posso, non debbo –rubo una frase celebre di Pio IX- cedere ad un’analisi dettagliata e,ahimè, dura delle amarezze che ho dovuto sopportare in alcune fasi della mia vita in Arpac, da buon cristiano non mi ergo a giudice ma affido a Dio coloro che ne sono stati i malefici artefici fidando nelle Beatitudini che Gesù declamò sul monte tra cui questa:”Beati coloro che hanno sete di giustizia perché saranno dissetati”. Un grazie sentito voglio invece formularlo a quanti mi sono stati vicino nelle circostanze più dure così come hanno gioito con me nelle occasioni liete. A tutti: amici veri, amici falsi e Giuda moderni, voglio lasciare un saluto caro ed una promessa: io continuerò ad esserci, sia pure non più come dipendente Arpac, continuerò le mie battaglie da altre posizioni, ma seguirò con particolare attenzione la vita di questo Ente perché esso ha una funzione fondamentale per la vita di ogni cittadino campano ed è dovere di ogni giornalista vigilare affinchè il mandato che la legge gli affida venga eseguito solo ed esclusivamente nell’interesse della comunità campana . Un abbraccio a tutti. A presto!

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EDITORIALE

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DOPO ANNI DI COMMISSARIAMENTO, finalmente l’ARPA Campania ha un nuovo Direttore Generale di Salvatore LANZA

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tefano Sorvino, 56 anni da poco compiuti, è stato nominato Direttore Generale dell’Agenzia dal 7 giugno scorso con decreto del Presidente della Regione, a seguito di selezione per titoli, dopo aver svolto per quasi quaranta mesi, dal 15.3.2017, le funzioni di Commissario Straordinario della stessa Agenzia. Già docente universitario per molti anni di diritto e legislazione ambientale, ha diretto tra l'altro, dal gennaio 2015 al marzo 2017, le Autorità di Bacino Regionali ed Interregionali della Campania.

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Quali sono i primi obiettivi da raggiungere? «L’Agenzia è un ente strumentale: in questo senso gli obiettivi sono, in larga misura, dettati dal sistema istituzionale e dagli indirizzi del governo regionale. Tra l'altro, quella della Campania è l’Arpa più impegnata a supporto delle Autorità Giudiziarie per il contrasto agli ecoreati. L'Agenzia si caratterizza poi per aver dedicato una struttura specifica ai siti contaminati e alle bonifiche, come risposta a un’esigenza di sistema, in una regione caratterizzata dalla rilevante presenza di aree da risanare (penso innanzitutto ai siti di interesse nazionale di Bagnoli-Coroglio e Napoli Est). Siamo poi la prima Arpa, in Italia, a cui una legge dello Stato, la n. 6 del 2014, ha affidato direttamente dei compiti, conferendoci un ruolo-chiave nelle indagini ambientali sui terreni della cosiddetta Terra dei fuochi, con un modello tecnico-scientifico che ha fatto scuola a livello nazionale ispirando persino l'emanazione di un regolamento governativo di settore, quello sulle bonifiche dei suoli agricoli. Ma voglio ricordare anche il lavoro a difesa delle risorse di eccellenza della Campania, ad esempio il monitoraggio su quasi cinquecento chilometri di acque di balneazione, un impegno davvero notevole a favore di un asset fondamentale del territorio. Se restiamo in linea con le aspettative dei nostri interlocutori e dei cittadini su questi argomenti, abbiamo raggiunto obiettivi importanti, ma certo non basta in una regione complessa ed impegnativa come la Campania».

Lei, nei suoi interventi, insiste molto sulle complessità specifiche del territorio. «Operiamo in una delle regioni più popolose d’Italia, la prima per densità abitativa con un concentrato di risorse naturalistiche di grande pregio e di forti pressioni sull’ambiente, soprattutto per effetto della vasta area metropolitana costiera. Un’area caratterizzata da una miriade di sorgenti inquinanti puntuale e diffusa e da una storia di emergenze ambientali che in parte dura ancora oggi. Non dimentichiamo però le tendenze positive, ad esempio sulla gestione dei rifiuti urbani o sulla qualità delle acque costiere in miglioramento». A fronte di questo scenario, pensa di introdurre novità nella gestione dell’Agenzia? «Di fronte alle considerevoli aspettative riposte nell’Agenzia ambientale della Campania, operiamo tuttavia con un’Arpa considerata solo “di medie dimensioni” nel panorama del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, decisamente

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sottodimensionata rispetto alle Agenzie delle grandi regioni del Centro-Nord. Siamo di fronte ad una sotto-dotazione storica di personale, in particolare sul versante tecnico, ma anche di risorse finanziarie e strumentali. Tra l’altro l’istituzione del Sistema nazionale ci spinge a uniformarci sempre più alle prestazioni di Agenzie ben più dotate di risorse della nostra. Negli ultimi anni, certo, il nostro assetto complessivo è decisamente migliorato anche per l’opera di riequilibrio finanziario avviata dal dott. Pietro Vasaturo, commissario dal 2013 al 2017, e poi proseguita sotto la mia successiva gestione commissariale. Questo ci ha consentito di programmare ed avviare il reclutamento di nuovo personale unitamente alla valorizzazione delle professionalità interne con la stabilizzazione di dipendenti a tempo determinato, l’assunzione di nuovi dirigenti e l’avvio di procedure di mobilità e concorso per reclutare e valorizzare decine di nuove figure, prevalentemente di profilo tecnico e specialistico.

di significativi partenariati con la partecipazione a tavoli regionali e nazionali di qualificato rilievo.

Basta il potenziamento delle strutture per far fronte alle tante aspettative? «Nei prossimi anni vedremo gli effetti delle principali novità organizzative introdotte dalla gestione commissariale, a partire dal nuovo regolamento agenziale. Ci stiamo muovendo verso una gestione più dinamica, orientata ai risultati, in grado di reagire rapidamente alle istanze del territorio. Voglio citare la recente approvazione di un piano dedicato proprio alle risposta alle emergenze ambientali, poi l’avvio del ciclo della performance, l’attività sul fronte della trasparenza e dell’anticorruzione. Innovazioni organizzative che spostano l’accento sui risultati: in una regione dove di frequente si aprono crisi ambientali, anche su scala locale (penso ai continui incendi a siti produttivi e logistici), occorre innovare l’assetto organizzativo dell’Agenzia ambientale. Per fortuna, un esempio riuscito di questo adattamento continuo lo abbiamo sperimentato con l’emergenza Covid, quando in pochi giorni abbiamo completamente cambiato il nostro modo di lavorare, continuando ad assicurare i nostri servizi grazie anche all’attivazione rapida di sistemi tecnologici per lo smart working».

Può spiegarci con un esempio concreto il valore della collaborazione tra istituzioni? «Spesso erroneamente si pensa che spetti all’Agenzia compiere le bonifiche. In realtà in materia l’Agenzia ha un ruolo di controllo e di consulenza, mentre spesso i soggetti deputati ad agire sono i proprietari dei terreni o i Comuni. Nell’ambito del Patto sulla Terra dei fuochi abbiamo predisposto linee guida che spiegano ai Comuni come devono gestire i rifiuti abbandonati sul territorio. E’ un caso indicativo, perché comprensibilmente si ripongono grandi aspettative sulle Arpa, ma le sfide ambientali le vinciamo insieme, non da soli. Faccio un altro esempio: una percentuale significativa di acque di balneazione sono state risanate negli ultimi anni grazie all’impegno della Regione per la rifunzionalizzazione dei sistemi depurativi, con beneficio in particolare per il litorale sorrentino e domizio. Noi siamo l’organismo che in un certo senso certifica, mediante un complesso di prestazioni tecniche, il conseguimento dei risultati di risanamento. Occorre ricordare il ruolo dell’Arpa Campania, che è dettato dalle norme e dagli indirizzi regionali. Questo non significa che vogliamo limitarci a svolgere i compiti di base che ci vengono assegnati: anzi, il coinvolgimento in progetti di ricerca e di promozione sociale come Ecoremed sul fitorisanamento dei terreni contaminati, Air Heritage sul monitoraggio della qualità dell’aria a Portici, Pulvirus sulle connessioni tra pandemia e inquinamento atmosferico, la collaborazione che si sta aprendo con l'Istituto superiore di Sanità per la sorveglianza ambientale ed epidemiologica attraverso le acque reflue, significa senz’altro che ci proponiamo come uno dei motori delle innovazioni necessarie per tutelare ambiente e salute».

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Quali obiettivi ritiene raggiunti in questo triennio? In sintesi, l’innovazione delle fonti regolamentari, a partire dal regolamento di organizzazione dell’Ente, il riequilibrio economico-finanziario conseguito con propri mezzi e senza gravare sulla Regione, la digitalizzazione avanzata con lo sviluppo di sistemi informativi ed informatici, una serie di significative innovazioni gestionali ed organizzative, il risanamento e la messa a norma della società partecipata Arpac Multiservizi, lo sviluppo di nuove e significative attività tecniche, la promozione di una serie

Come pensa di superare le criticità ambientali della nostra Regione? «Per rispondere a questa domanda bisogna prima ricordare le funzioni dell’Ente. L’Agenzia svolge sia compiti di controllo e monitoraggio delle varie matrici, sia di supporto tecnicoconsultivo alla Regione e agli altri Enti – anche per le rispettive pianificazioni – e, talvolta, al Ministero dell’Ambiente e ad Organi Giudiziari, sia di partecipazione (con responsabilità significative) a procedimenti autorizzatori e di controllo di livello nazionale e regionale su un ampio e complesso insieme di materie, con diffuse attività ispettive sul territorio e la cospicua erogazione di prestazioni analitiche, di rilievo sia ambientale che sanitario. Siamo un ente multireferenziale: la risoluzione dei problemi ambientali passa per la collaborazione tra più soggetti».

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PROGETTO PILOTA ISPRA-ARPA CAMPANIA

Protocolli di monitoraggio, campionamento e analisi finalizzati alla valutazione della dispersione accidentale nell'ambiente di colza geneticamente modificata nella regione Campania

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biettivo principale del progetto pilota ISPRA - ARPA Campania è la messa a punto di protocolli di monitoraggio, campionamento ed analisi finalizzati alla valutazione della dispersione accidentale di colza (Brassica napus) geneticamente modificata nell’ambiente , che può verificarsi durante il trasporto dal punto di ingresso ai punti di stoccaggio e trasformazione. Per ulteriori dettagli si rimanda all’articolo pubblicato nel “Rapporto Ambiente - SNPA. Edizione 2018, n. 07/2019”. In questo articolo vengono riportati alcuni dettagli sui protocolli di monitoraggio e campionamento predisposti e alcuni dei risultati ottenuti in seguito alle attività di campionamento e successive analisi di laboratorio relative al periodo ottobre 2018 - marzo 2020.

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ATTIVITÀ DI MONITORAGGIO E CAMPIONAMENTO I tipi di monitoraggio ambientale applicabili in questo ambito sono due, in funzione dell’obiettivo specifico che si vuole raggiungere: -monitoraggio 1, basato sul rischio: monitoraggio nei punti identificati come critici, dove maggiore è la probabilità che si possa verificare una dispersione accidentale di materiale vegetale (chiamati anche hot spot); -monitoraggio 2, random: monitoraggio lungo le principali direttrici di trasporto del materiale vegetale. Al fine di soddisfare i diversi obiettivi dei due tipi di monitoraggio, sono state definite due tipologie di transetti:: -transetti di tipo 1: in risposta al monitoraggio basato sul rischio, nei punti critici (hot spot); preferibilmente di lunghezza compresa tra i 5 e i 10 km, ma comunque di almeno 2 km, lungo le strade di ingresso/uscita dal sito; -transetti di tipo 2: in risposta al monitoraggio random, lungo la direttrice; transetti di 100 m di lunghezza, e di larghezza (a partire da bordo strada) di 2-5 m. L’individuazione di queste sezioni dipende da fattori legati al territorio, tra cui presenza di aree più o meno antropizzate e/o urbanizzate, presenza e abbondanza di specie vegetali sessualmente compatibili con il colza, fattibilità del campionamento. Anche il campionamento è differenziato, a seconda della densità di piante presenti nel transetto. Si ha quindi: - bassa densità (≤ 30 piante / 4 m2): ogni individuo deve essere campionato; ogni bulk deve essere costituito al massimo di 10 individui; - alta densità (> 30 piante / 4 m2): campionare il 20% di tutti gli individui presenti, in maniera random; ogni bulk deve essere costituito al massimo di 10 individui. Le attività di monitoraggio e di campionamento sono state svolte nei due periodi dell’anno, primavera inoltrata e autunno, in cui è più probabile che siano presenti piante di Brassica napus o altre Brassicacee interfertili; nel periodo di riferimento è stata effettuata una campagna di campionamento nell’autunno 2018, 2 campagne nella primavera del 2019 ed infine una campagna nell’autunno del 2019. La prima campagna è stata finalizzata alla verifica dei transetti individuati nel corso di sopralluoghi preliminari

A ttività s volta nel peri odo ottob re 2018/marzo 2 0 2 0

Fig. 1• Transetti lungo la direttrice Salerno - Benevento

Fig. 2 • Transetti lungo la direttrice Salerno - Caserta

effettuati tra la primavera e l’estate del 2018, lungo il percorso tra il porto di Salerno e una ditta sementiera situata in provincia di Benevento. La seconda campagna di campionamento è stata focalizzata al controllo per conferma dei transetti individuati durante la prima campagna e all’individuazione e di nuovi transetti lungo una seconda direttrice, che va dal porto di Salerno a una ditta sementiera situata in provincia di Caserta. Sulla prima direttrice, Salerno – Benevento, sono stati individuati 19 transetti, di cui 2 di tipo 1 hot spot e 17 di tipo 2 random (fig. 1). Sulla seconda direttrice Salerno – Caserta sono stati selezionati 11 transetti, di cui 2 di tipo 1 hot spot e 9 di tipo 2 random (fig.2).

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SPECIE CAMPIONATE

N° DI BULK

Brassica olearacea L.

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Diplotaxis tenuifolia L. DC Raphanus sativus (domestico) Rapistrum rugosum L. Arcang. Sinapis arvensis Hirschfeldia incana L. Brassica napus L. Brassica rapa

126 93 16 55 1 3 16

Fig. 3 • Elenco delle specie, interfertili con Brassica napus, campionate e analizzate nel periodo ottobre 2018 - dicembre 2019 e relativi bulk ottenuti

Per facilitare la registrazione di dati e informazioni potenzialmente utili ad una successiva valutazione dei singoli transetti, sono state predisposte delle schede da compilare in campo; le schede riportano i dati del singolo transetto relativi a: lo stato ambientale e climatico del sito al momento del campionamento, data ed orario di prelievo, dati geografici (località e Comune), le sigle delle specie campionate e gli operatori che hanno eseguito il prelievo. Le schede vengono allegate al verbale di campionamento utilizzato dal laboratorio di ARPAC Dipartimento di Avellino - Laboratorio Regionale OGM che effettua le analisi molecolari per lo screening di OGM. PREPARAZIONE DEI CAMPIONI ED ESTRAZIONE DEL DNA Tutti i campioni prelevati sono stati conservati in congelatore biologico a -80°C ± 5°C. La procedura di preparazione dei campioni utilizzata, propedeutica all'analisi, è stata la seguente: le foglie del campione congelato sono state separate dai fusti ed opportunamente omogeneizzate. Una aliquota (1-5 grammi) di campione omogeneizzato è stata versata in una capsula di porcellana in cui sono stati aggiunti circa 10 ml di azoto liquido e macinata con un pestello fino a renderla omogenea. Il campione macinato è stato raccolto in provette tipo Eppendorf da 2 ml sulle quali è stato riportato il codice del campione ed il numero di registrazione. Dal campione macinato è stata successivamente prelevata la porzione analitica di circa 120 milligrammi per l'estrazione del

DNA. I campioni non esaminati in giornata sono stati conservati a -80°C ± 5°C. L'estrazione è stata effettuata utilizzando il kit della ditta Invitrogen di Life Technologies “Pure Link Plant Total DNA Purification Kit”. I campioni di DNA estratti utilizzando il kit hanno dato una resa di DNA compresa tra 1,0 e 3,9 µg che risultano confrontabili rispetto ai valori di riferimento (User Guide del kit per la specie Arabidopsis thaliana). Nella figura 4 sono riportate le rese di DNA, per alcune specie analizzate, espresse, in mg, come valore medio calcolato per la singola specie e dei controlli di estrazione (C+). La quantità di DNA estratto è variabile e dipende dalla specie analizzata e dalla singola pianta in funzione dello stato di conservazione del vegetale e dell'età. RILEVAZIONE GENE ENDOGENO CRUA I campioni sono stati successivamente sottoposti all'analisi per rilevare la presenza del gene CruA. La procedura consente di verificare, mediante PCR Real-Time, la presenza del gene endogeno CruA e contestualmente la qualità del DNA estratto.I materiali di riferimento, utilizzati come controlli positivi, sono stati forniti da AOCS (AOCS 0304A2 colza convenzionale e AOCS 0304B2 colza GT73/RT73 100%). SCREENING (P35S, TNOS, COSTRUTTO CTP-CP4-EPSPS) Per quanto riguarda lo screening per la presenza del promotore p35S, del terminatore tNOS e del costrutto CTP-CP4-EPSPS, si è proceduto nel modo seguente: il DNA che ha dato esito positivo alla rilevazione del gene endogeno CruA è stato sottoposto ad amplificazione genica mediante PCR Real-Time utilizzando primer specifici in grado di rilevare la presenza di transgeni introdotti in più eventi di colza GM. I materiali di riferimento utilizzati come controlli positivi per p35S e tNOS sono stati forniti da EURL-IRMM (ERM BF 412d -Bt11 (1%) mentre per il CTP-CP4-EPSPS il materiale utilizzato è stato fornito dalla ditta AOCS (AOCS 0304B2 colza GT73/RT73 100%). Le Procedure di Prova utilizzate fanno riferimento alle norme UNI EN ISO 21569-21570 e 24276. ANALISI DEI CAMPIONI I campioni sottoposti ad analisi nel periodo ottobre 2018 - marzo 2020 (n. 294 bulk) presentano tutti positività al gene endogeno CruA e sono risultati negativi allo screening per la rilevazione del Promotore 35S, del Terminatore NOS e del Costrutto CTP - CP4 EPSPS. La ridotta variabilità nel tempo dei valori di Ct riscontrati (per un valore di treshold (t) convenzionale pari a 0,2) per i Materiali di Riferimento, registrati nelle differenti sedute analitiche, dimostrano una buona standardizzazione sia del processo di estrazione che della fase di amplificazione in PCR-RT. Autori: Giovanni Staiano1, Valentina Rastelli1, Alfonso Sergio2, Valeria Giovannelli1 Pietro Massimiliano Bianco1, Matteo Lener1 1 ISPRA, 2 ARPA Campania

Fig. 4 • Quantità di DNA estratto (valore medio µg/specie)

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Nella maggior parte dei transetti selezionati era presente una situazione di bassa densità, ovvero numero di individui ≤ 30 piante / 4 m2: in questi transetti si è proceduto al campionamento di tutti gli individui presenti, come da protocollo di campionamento. Nel periodo descritto, ottobre 2018 – dicembre 2019, sono stati campionati 3426 individui di Brassicacee interfertili con colza raggruppati, in base alla specie, in gruppi di campioni contenenti un massimo di 10 individui (bulk), per un totale di 367 bulk.

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5G, IL QUADRO DELLE COMPETENZE IN CAMPANIA di G. IMPROTA • E. BUONOCORE

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l Codice delle comunicazioni elettroniche (D. Lgs. 259/2003) prevede un procedimento unico e semplificato, che riunisce valutazioni edilizie, sanitarie ed ambientali, per l'installazione delle antenne e degli impianti di telefonia. L'Ente locale deputato al ricevimento delle istanze e al rilascio dei titoli abilitativi è il Comune, mentre l’Arpa è l’organismo competente ad effettuare i controlli di compatibilità del progetto con i limiti di esposizione, i valori di attenzione e gli obiettivi di qualità, stabiliti a livello nazionale in relazione a quanto affermato dalla legge 36 del 2001. Dunque, non solo le Arpa/Appa, ma anche i Comuni sono sollecitati su più fronti rispetto al 5G e ai relativi piani di sviluppo della rete mobile da parte degli operatori di telecomunicazione. Per tale motivo l’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) ha pubblicato una “Nota informativa sulla tecnologia 5G” (1) con le informazioni e il quadro giuridico di riferimento a supporto degli Enti locali. COS’È IL 5G Con il termine 5G si intende la quinta generazione dei sistemi di comunicazione elettronica in mobilità: un’evoluzione tecnologica partita dal GSM (2G), poi UMTS (3G) per giungere al 4G/LTE ed ora al 5G (2). Il dispiegamento in Europa è avvenuto in base al piano di azione definito con la Comunicazione CE n.2016/5881 (cd. 5G Action Plan) (3). Si tratta quindi di una tecnologia che non solo permetterà velocità di connessione maggiori di quelle attuali, ma abiliterà una serie di nuovi servizi nell’ambito della cosiddetta “Internet of Things”.Pensiamo alla mobilità, alla gestione della logistica, al monitoraggio ambientale e delle infrastrutture, alla telemedicina, all’agricoltura, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale. A differenza delle attuali tecnologie, che sfruttano frequenze comprese tra 800 MHz e 2,6 GHz, il 5G utilizzerà tre distinte bande di frequenza:

• 700 MHz (694-790 MHz); • 3600-3800 MHz; • 26 GHz (26,5-27,5 GHz). Attualmente le frequenze utilizzate per i servizi di telefonia mobile (2G, 3G e 4G) ricadono, nel loro complesso, nell’intervallo 800 MHz - 2,6 GHz. Le frequenze, utilizzate per il 5G, della banda 700 MHz (al momento utilizzata per il segnale della televisione

interferenza. LA NORMATIVA I limiti di esposizione della popolazione in Italia sono i più restrittivi al mondo e scaturiscono da fonti normative europee, a loro volta ispirate dal lavoro della Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti (ICNIRP), i cui risultati sono stati pubblicati nel 1998 e

Con l ’e m e rge n z a Cov id a u menta no l e is t a n ze pe r pote n z ia re i ser vi z i di te l e com u n ic a z ion e. digitale terrestre e dunque disponibile per il 5G solo a partire da luglio 2022) così come quelle della banda 3600-3800 MHz sono essenzialmente contigue a quelle già in uso ad eccezione della banda 26 GHz. Il campo elettromagnetico associato a queste ultime frequenze è facilmente ostacolato nella propagazione anche da vegetazione o semplice pioggia, pertanto le celle che le utilizzano riescono a servire aree limitate (qualche decina di metri in ambiente indoor e qualche centinaio di metri in ambienti outdoor), di dimensioni molto inferiori rispetto a quelle servite dalle classiche macrocelle (nell’ordine dei chilometri) attualmente presenti sul territorio. Il loro utilizzo sarà quindi prevalentemente in ambienti indoor come centri commerciali, stazioni o aeroporti o spazi outdoor ma comunque limitati come ad esempio piazze. In sintesi la tecnologia 5G utilizza anche radiazioni a frequenza maggiore rispetto a quelle utilizzate dalle precedenti tecnologie. Questo potrebbe comportare un aumento del numero di antenne, ma a questo si dovrà associare una limitazione delle potenze, anche per evitare problemi tecnici di

aggiornati nel mese di marzo 2020 (4). La raccomandazione UE lascia la facoltà agli Stati membri di definire dei livelli di protezione più elevati di quelli proposti. Ed è ciò che ha fatto l’Italia che, mediante il DPCM dell’8 luglio 2003, attuativo dell'articolo 4, comma 2, lettera a), della legge 22 febbraio 2001, n. 36, ha definito per le antenne tre diversi limiti: “limite di esposizione”, “valore di attenzione” e “obiettivo di qualità”(5): • il limite di esposizione dipende dalla frequenza e il suo valore è pari a 20 V/m da 3 MHz a 3 GHz e 40 V/m da 3 GHz a 300 GHz; • il valore di attenzione e l’obiettivo di qualità, che si applicano alle aree a permanenza prolungata e a quelle intensamente frequentate, sono pari a 6 V/m. A livello scientifico e istituzionale, occorre inoltre far riferimento al documento del 2019 dell’Istituto superiore di sanità “Emissioni elettromagnetiche del 5G e rischi per la salute” (6). L’EMERGENZA COVID-19 E LA DOMANDA DI SERVIZI DI TLC Dall’inizio dell’emergenza Covid-19 le istanze

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RIFERIMENTI 1) Anci, 2020, Nota informativa sulla tecnologia 5G, http:// www.anci.it/tecnpologia5g-pubblichiamo-una-notainformativa-per-gli-enti-locali/ 2) Fondazione Ugo Bordoni, 5G, http://www.fub.it/it/5G

4)ICNIRP, 2020, Guidelines for limitingexposure to electromagneticfields, https://www.icnirp.org/ cms/upload/publications/ ICNIRPrfgdl2020.pdf 5) Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 luglio 2003, https://www. gazzettaufficiale.it/eli/ id/2003/08/28/03A09711/sg 6) Polichetti, A., 2019, Emissioni elettromagnetiche del 5G e rischi per la salute, Centro nazionale per la protezione dalle radiazioni e fisica computazionale, Istituto superiore di sanità, http://old. iss.it/binary/elet/cont/5G_e_ rischi_per_la_salute.pdf Altri riferimenti per approfondimenti: AA.VV., 2019,Dossier “Campi elettromagnetici e 5G”, in Ecoscienza 4/2019, Arpae EmiliaRomagna, https://www.arpae.it/ cms3/documenti/_cerca_doc/ ecoscienza/ecoscienza2019_4/ Ecoscienza2019_4.pdf Arpa Friuli Venenzia Giulia, 2020, 5G, tra fake news e realtà, http:// www.arpa.fvg.it/cms/hp/news/ Approfondimenti-Arpa-FVG5G-tra-fake-news-e-realt.html Commissione Europea, 2020, Answergiven by MsKyriakides on behalf of the EuropeanCommission, https://www.key4biz.it/wpcontent/uploads/2020/04/ Risposta-interrogazione-1.pdf

sono notevolmente aumentate, anche a causa della maggiore domanda di servizi di telecomunicazione determinata dal lockdown. Nella sola provincia di Napoli, da marzo ad oggi, sono stati rilasciati circa 200 pareri, di cui il 50% per riconfigurazione di impianti esistenti con inserimento antenne 5G nella banda 3600 -3800 MHz. Di queste poco meno del 60% hanno ricevuto un parere positivo. Benché indicate come 5G, non sono state computate le antenne nella banda 700 MHz per i motivi prima citati (la banda è disponibile non prima del luglio 2022). In questo periodo sono, inoltre, pervenute una cinquantina di comunicazioni di installazione e attivazione di antenne 5G con potenze inferiori ai 10W e superficie di ridotte dimensioni (inferiori a 0,5 m2). La normativa vigente per questa tipologia di impianto prevede la possibilità di fare una comunicazione di installazione accompagnata dalla autocertificazione del rispetto dei valori di riferimento, senza quindi passare per l’autorizzazione dell’amministrazione comunale. COSA FA ARPAC Le Agenzie del SNPA intervengono innanzitutto nella fase di autorizzazione per i nuovi impianti di telefonia cellulare (Stazioni Radio Base, SRB) o per la modifica di quelli esistenti. Infatti, in base al Codice delle comunicazioni elettroniche (art. 87) le Arpa/Appa esprimono il parere previsionale di compatibilità dei livelli di campo elettromagnetico attesi con i limiti vigenti prima della realizzazione degli impianti. Il parere delle Agenzie è obbligatorio e, qualora negativo, è vincolante (il gestore non può attivare l’impianto) per il titolare del procedimento autorizzativo, che, si ricorda, è il Comune. Dunque il parere dell’Arpa Campania è finalizzato a valutare se il progetto è compatibile con i limiti fissati dalla legge, considerando anche il

contributo di tutte le Stazioni radio base presenti nelle vicinanze, autorizzate o con progetto già esaminato. Per ogni nuovo progetto (o modifica) viene eseguita una simulazione del campo elettromagnetico prodotto dalla SRB di progetto e da tutti gli altri impianti a radio frequenza presenti nella zona circostante, ipotizzando cautelativamente, come previsto dalla normativa tecnica di settore CEI 211-10, che tutti gli impianti possano funzionare contemporaneamente e alla massima potenza (caso limite). Il programma di simulazione, in uso all’Agenzia, calcola il campo elettrico sulle facciate e le coperture (tetti o terrazze e lastrici solari) di tutti gli edifici; se da questa valutazione emerge un potenziale superamento dei limiti di legge sarà reso un parere non favorevole. Considerato il notevole numero di impianti installati, in particolare nei centri a maggiore densità abitativa come Napoli, avviene con una certa frequenza che queste valutazioni preliminari siano negative, costringendo quindi i gestori a trovare soluzioni alternative. Tale tendenza si sta sempre più consolidando con lo sviluppo delle reti 5G. Inoltre grazie ai dati presenti nel “catasto delle sorgenti” è possibile individuare i punti potenzialmente critici verso i quali orientare l’azione di controllo con misure sul campo in fase post attivazione. Arpa Campania partecipa poi al “Progetto ricerca CEM” promosso dal Ministero dell’Ambiente, progetto che verte sugli effetti sanitari dovuti all’esposizione umana ai campi elettromagnetici (anche 5G). Il bando definisce tre aree di ricerca: esposizione, epidemiologia e cancerogenesi sperimentale. L’Agenzia è inoltre impegnata in campagne di comunicazione con la partecipazione a seminari, convegni ed incontri con la popolazione organizzati dagli Enti Locali. Ha collaborato Luigi Mosca

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3) Commissione Europea, 2016, Il 5G per l’Europa: un piano d’azione, https://www. mise.gov.it/images/stories/ documenti/allegati/incentivi/5g/ COM_-2016-588-IT.pdf

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INCENDI DI RIFIUTI ABBANDONATI nella

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ell’estate 2019 si è registrato un numero rilevante di incendi di rifiuti abbandonati. Come è noto, il fenomeno dell’abbandono e degli incendi di rifiuti, si è particolarmente sviluppato nella cd. Terra dei Fuochi, territorio ricadente nelle Province di Napoli e Caserta, con potenziali gravi conseguenze sulla salute dell’uomo, ambiente e sicurezza. Il degrado ambientale generato dall’abbandono di rifiuti è un problema percepito ed è facile constatare come la situazione sia peggiorata negli ultimi anni poiché allo scarso senso civico ed all’assenza di sensibilità per la cura e la protezione dell’ambiente si aggiunge un vero e proprio sistema di smaltimento illecito, che riguarda particolari tipologie di rifiuti. Il fenomeno è genericamente denominato abbandono illecito di rifiuti quando si parla di quantitativi significativi in stato di abbandono, mentre prende il nome di littering quando si tratta della consuetudine di gettare piccoli rifiuti laddove capita, come imballaggi in carta, gomme da masticare, lattine di alluminio, buste di patatine e mozziconi di sigaretta. I luoghi più frequentemente oggetto di abbandono di rifiuti sono le campagne, le zone boschive, le arterie stradali, le aree e strade comunali, le aree industriali. I problemi causati dall’abbandono di rifiuti sono di ordine igienicosanitario, oltre che ambientale ed economico. I costi per rimuovere e smaltire i rifiuti abbandonati vanno, infatti, a sommarsi a quelli relativi alla normale attività di raccolta e smaltimento e ricadono sulla collettività. A ciò va aggiunto il danno generato dal degrado estetico delle strade e del territorio in genere, particolarmente rilevante per quei luoghi nei quali il turismo rappresenta un’attività economica importante. Il Dip. Prov. ARPAC di Caserta, per valutare l’impatto ambientale dovuto agli incendi di rifiuti, ha effettuato diversi campionamenti di top soil (primi 10 cm di suolo) prelevati nelle aree sulle quali si ipotizza una maggiore probabilità di ricaduta dei contaminanti generatisi in seguito all’incendio. I dati disponibili (e presi in considerazione) sono costituiti principalmente dalle comunicazioni trasmesse dai VVF di Caserta relative agli interventi di spegnimento di incendi di rifiuti abbandonati in aree pubbliche nel periodo estivo del 2019. Si è proceduto, pertanto, alla costituzione di un database nel quale sono stati riportati i seguenti dati: data, ora, numero di protocollo dei VVF, numero di prot. ARPAC, comune, via e/o località, note, coordinate geografiche, area interessata dall’incendio di rifiuti (mq), quantità di rifiuti oggetto di combustione (mc), codici CER dei rifiuti. Tale database è stato successivamente importato in un S.I.T. per la visualizzazione geografica ed analizzato per numero e distribuzione. Ad ogni evento è stato associato un punto

georeferenziato (centroide) corrispondente all’area interessata dall’incendio dei rifiuti abbandonati (fig. 1). Per ogni punto è stato creato un buffer di competenza, di forma circolare, del raggio di 1 Km (fig. 2). Infine, sono state individuate alcune aree (interessate dall’intersezione di più buffer) sulle quali si ritiene più probabile l’accumulo dei contaminanti aerodispersi generatisi in seguito all’incendio e nelle quali sono stati prelevati i campioni di top soil. Il database è stato ampliato inserendo anche gli incendi rilevanti di rifiuti (e non) nelle quali è stata coinvolta l’ARPAC attraverso il servizio in pronta disponibilità. L’ARPAC, durante questi eventi, interviene con il personale tecnico che esegue i primi rilievi, effettua misurazioni con strumentazione portatile per monitorare i principali contaminanti che si sprigionano in atmosfera durante un incendio e posiziona campionatori ad alto volume per la ricerca di diossine e furani. La creazione di buffer può essere considerata preliminare e speditiva rispetto ad un approccio più scientifico, che utilizza software in grado di elaborare una gran mole di dati (come ad es. direzione ed intensità dei venti e loro variabilità verticale, pressione atmosferica, etc…) per valutare e stimare con maggiore precisione la potenziale area di ricaduta dei contaminanti. Ciò non toglie che rispetto ad un approccio scientifico, sicuramente più rigoroso ed affidabile ma che presenta, di contro, alcuni svantaggi (come il reperimento di tutti i dati e la loro qualità o anche il maggior tempo impiegato per le elaborazioni), la costruzione cartografica di buffer di forma circolare nell’intorno dell’incendio potrebbe rappresentare un’indagine preliminare speditiva. In effetti, con tale metodica, estremamente semplificata, qualche risultato si è ottenuto rilevando dei superamenti di legge in alcuni campioni. Gli eventi di incendi di rifiuti avvenuti nell’estate del 2019 sono stati complessivamente 118. Su 104 Comuni della Provincia di Caserta, 36 risultano essere stati interessati almeno da un evento nel periodo 1 giugno – 30 settembre 2019 (percentuale del 35 % circa). I Comuni nei quali si sono registrati il maggior numero di eventi sono: Castel Volturno (22), Capua (11), Mondragone (10), Casal di Principe (9), Marcianise (7) e Villa Literno (5). Dalla cartografia rappresentante l’ubicazione degli incendi di rifiuti (fig. 1) si evince che le aree maggiormente interessate dal fenomeno sono l’Agro Aversano e il Litorale Domizio. Complessivamente sono stati prelevati n. 20 campioni di top soil di cui n. 12 nelle aree dove si ritiene sia stata maggiore la probabilità di ricaduta al suolo dei contaminanti generatisi in seguito ad incendi di rifiuti e n. 8 relativamente agli eventi di emergenza ambientale. Le indagini sulla ricaduta al suolo dei contaminanti propagatisi

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Fig. 2 • ubicazione degli incendi di rifiuti con il buffer circolare avente raggio di 1 Km ed ubicazione dei campioni di top soil prelevati nelle aree agricole nelle quali si ipotizza sia più probabile la ricaduta di contaminanti generatisi in seguito ad incendi di rifiuti.

Fig.3•tabella riepilogativa degli esiti analitici dei campioni di top soil.

durante gli incendi di rifiuti hanno fatto registrare un lieve superamento di diossine in un terreno a Mondragone e di PCB in un terreno a Marcianise nei pressi della SP 165. Superamenti che, però, potrebbero non essere collegati ad un singolo evento o ad una singola sorgente di contaminazione. Infatti, diossine, furani, PCB e idrocarburi policiclici aromatici sono inquinanti organici in grado di persistere nell’ambiente e bioaccumularsi, costituendo, pertanto, un potenziale pericolo per la salute umana e per l’ambiente.Tali inquinanti organici sono immessi nell’ambiente da numerose sorgenti, presentano una certa mobilità tra le diverse matrici ambientali, hanno una struttura chimica stabile ed una considerevole vita media; essi possono determinare un inquinamento persistente, pressoché ubiquitario ed accumularsi in occasione di eventi particolari.

Negli ultimi decenni lo sviluppo delle attività industriali ne ha aumentato il rischio di immissione nell’ambiente, in particolare nel suolo, dove si possono verificare fenomeni di accumulo attraverso differenti vie, fra cui, a titolo esemplificativo, il deposito di sedimenti provenienti da aree contaminate, il rilascio accidentale sul suolo, la deposizione atmosferica (proveniente da attività industriali e/o antropiche permanenti e/o da eventi accidentali e puntuali quali, ad esempio, gli incendi), lo spandimento di fanghi, compost e altri ammendanti organici. In ogni caso, l’annosa problematica degli abbandoni di rifiuti e soprattutto degli incendi, sicuramente rappresenta una criticità ambientale del territorio. Per contrastare il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti, già da più di trent’anni negli Stati più sensibili vengono poste in essere iniziative dedicate come campagne di comunicazione rivolte ai cittadini o iniziative per la pulizia dei luoghi, ma possono essere messe in campo anche iniziative che sfruttano le nuove tecnologie per monitorare il fenomeno e permettere agli stakeholder (Comuni, Province, Regioni, Organi di Polizia, Enti territoriali competenti, etc.) di agire in modo maggiormente coordinato. Rimuovere tempestivamente i rifiuti abbandonati è sicuramente un’attività di prevenzione utile per eliminare o quantomeno limitare gli incendi di rifiuti. La problematica dell’abbandono e dello smaltimento dei rifiuti tramite i roghi, ha spinto infatti diverse Autorità nonché rappresentanti di categorie economiche e associazioni ambientaliste ad intervenire e ad agire al fine di mettere a punto uno strumento operativo di contrasto volto a sradicare il fenomeno dell’abbandono incontrollato e dello smaltimento dei rifiuti mediante l’accensione di roghi. In questo contesto, qualche anno fa nascevano le “linee guida per la rimozione dei rifiuti abbandonati o depositati in modo incontrollato”, redatte da ARPAC sulla base dell’attività di controllo decennale svolta sul territorio. Tale strumento contiene gli indirizzi tecnico-operativi per lo svolgimento delle operazioni di rimozione dei rifiuti abbandonati su aree pubbliche e private, al fine di assicurare l’uniforme esercizio delle attività da parte dei diversi soggetti preposti.

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Fig. 1 •ubicazione degli incendi di rifiuti avvenuto nel periodo 1 giugno – 30 settembre 2019 in Provincia di Caserta.

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L’ABBANDONO DI RIFIUTI NELLA PROVINCIA DI CASERTA (2001 – 2016) di G. MEROLA • F. TAGLIALATELA

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l fenomeno dell’abbandono e degli incendi di rifiuti si è particolarmente sviluppato nella cosiddetta "Terra dei Fuochi" , territorio ricadente nelle Province di Napoli e Caserta (quadrilatero compreso tra il litorale domitio-flegreo, l’agro aversano-atellano, l’agro acerrano-nolano e vesuviano e la città di Napoli), con potenziali gravi conseguenze sulla salute dell’uomo, sull’ambiente e sulla sicurezza. Sono sempre maggiori i casi di rifiuti abbandonati nell’ambiente e ciò riguarda sia i rifiuti domestici, gli ingombranti ed anche i rifiuti speciali, come i residui delle demolizioni edili, ma spesso anche rifiuti speciali pericolosi come i manufatti in cementoamianto. L’abbandono dei rifiuti contribuisce al degrado ambientale e le ripercussioni sono assai pesanti: inquinamento ambientale, danno estetico, effetti sulla qualità della vita ed elevati costi di igiene urbana. Il rifiuto è definito, ai sensi del D. Lgs. 152/2006, come “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l'obbligo di disfarsi”. Dal punto di vista normativo, per quanto concerne l’abbandono di rifiuti, vige in tutti i paesi europei il divieto di abbandono e in Italia il Testo Unico Ambientale sancisce il divieto assoluto di abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti sul suolo o nel suolo (art. 192 del D. Lgs. 152/2006). La violazione costituisce un reato penale se l’abbandono è riconducibile ad impresa o ente mentre è prevista una sanzione amministrativa se l’abbandono avviene ad opera di un privato cittadino. In ogni caso, il responsabile dell’abbandono o del deposito incontrollato di rifiuti è tenuto a rimuovere e ad avviare a smaltimento i rifiuti, assicurando il ripristino dello stato dei luoghi, mentre laddove non venisse identificato un responsabile, l’onere ricadrebbe sul proprietario dell'area e/o del sito (privati) o di chi ne ha la competenza (ad es. il Comune, la Provincia, l'ANAS, i Consorzi di Bonifica, etc...), sia nei casi di colpa o dolo che come procedura di azione in danno, con anticipo delle spese e futuro recupero delle stesse. Nel caso, poi, di combustione illecita di rifiuti, reato di cui all’art. 256 bis del Testo Unico Ambientale (articolo introdotto dalla Legge n. 6 del 2014), è previsto l’arresto da 2 a 5 anni o da 3 a 6 anni, nel caso di rifiuti pericolosi. Il Dip. ARPAC di Caserta ha effettuato, tra il 2001 ed il 2016, circa 1.476 sopralluoghi su richiesta soprattutto dei Comuni che, dopo aver ricevuto segnalazioni di siti di abbandono rifiuti nel loro territorio, hanno chiesto (e chiedono tuttora) supporto tecnico all’Agenzia. Il personale tecnico dell’ARPAC, in relazione alle richieste dei Comuni, ha sempre effettuato il sopralluogo redigendo apposita relazione nella quale, oltre a descrivere lo stato dei luoghi, provvedeva alla classificazione a vista dei rifiuti, alla stima dell’area occupata dai rifiuti e dei quantitativi degli stessi, alla georeferenziazione, al report fotografico e concludeva con alcune prescrizioni da adottare da parte degli Enti di competenza (principalmente i Comuni stessi) a tutela delle matrici ambientali. Tutti questi dati, la maggior parte in formato cartaceo, sono stati informatizzati e, pertanto, si è proceduto alla costituzione di un database (foglio di calcolo) nel quale sono stati riportati i seguenti elementi: data, comune, via e/o località, note, coordinate sistema UTM WGS 84 Fuso 33N

(UTM_X e UTM_Y), area interessata dall’incendio di rifiuti, in mq (laddove disponibile), quantità di rifiuti oggetto di combustione, in mc (laddove disponibile), codici CER dei rifiuti. Tale database è stato successivamente importato in un SIT (Sistema Informativo Territoriale) per la visualizzazione geografica ed analizzati per numero e composizione. Le aree della Provincia di Caserta maggiormente interessate dal fenomeno dell’abbandono di rifiuti sono l’Agro Aversano e il Litorale Domizio così come confermato dalla cartografia rappresentante l’ubicazione degli abbandoni di rifiuti riferito al periodo 2001 – 2016 . Ulteriore conferma delle aree maggiormente interessate dagli abbandoni di rifiuti è l’esistenza fino al gennaio del 2013, nell’ambito della procedure di bonifiche di siti contaminati, del sito di interesse nazionale denominato appunto “Litorale Domizio Flegreo ed Agro Aversano”, di competenza del Ministero dell’Ambiente, oggi declassato e di competenza Regionale. Elaborando i dati relativi ai sopralluoghi effettuati dal personale tecnico del Dipartimento ARPAC di Caserta (tra il 2001 ed il 2016), è stato possibile ricavare la percentuale di tipologie di rifiuti abbandonati in termini di “numero di ritrovamenti nei siti di abbandono / numero totale di siti di abbandono”, la percentuale tra rifiuti urbani (e assimilabili agli urbani) e rifiuti speciali, tra rifiuti pericolosi e non pericolosi nonché l’appartenenza dei rifiuti ai capitoli CER. I sopralluoghi più numerosi sono stati effettuati nel 2009 (ben 237). Seguono quelli del 2012 (160 interventi) e del 2014 (129 sopralluoghi). Sia nel 2010 che nel 2013 sono stati effettuati 125 sopralluoghi. La media, quindi, è di 92 sopralluoghi per anno. Quanto, invece, al numero dei sopralluoghi per singolo Comune, il maggior numero è stato effettuato su Marcianise con 126, seguito da Castel Volturno con 106, Caserta con 80, Santa Maria Capua Vetere e Capua rispettivamente con 52 e 50 ed a seguire i Comuni dell’Agro Aversano oltre a Mondragone, Villa Literno e Maddaloni. Va precisato che il numero di sopralluoghi dipende anche dalle richieste, principalmente da parte dei Comuni stessi, e non solo dal numero di siti oggetto di abbandono rifiuti. La problematica dell’abbandono e dello smaltimento mediante roghi dei rifiuti in Campania ha spinto diverse Autorità ed Enti pubblici, nonché rappresentanti di categorie economiche e associazioni ambientaliste (tra la altre, Ministero dell’Ambiente, Ministero dell’Interno, Regione Campania, Prefettura di Napoli, Prefettura di Caserta, ANCI Campania, Provincia di Napoli, Provincia di Caserta, Comune di Napoli e diversi comuni della Provincia, Comune di Caserta e diversi Comuni della Provincia, ARPA Campania, ASL Napoli 1, ASL Napoli 2, ASL Napoli 3, ASL Caserta, Compartimento ANAS Campania, FAI – Fondo Ambiente Italia, Guardie Ambientali d’Italia, Legambiente, ISDE – Medici per l’Ambiente, etc…), ad intervenire e ad agire al fine di mettere a punto uno strumento operativo di contrasto volto a sradicare il fenomeno dell’abbandono incontrollato e dello smaltimento dei rifiuti mediante l’accensione di roghi. In quest’ottica, da qualche anno, il dott. Gerlando Iorio, Vice Prefetto di Napoli, è stato investito della qualifica di “Incaricato al contrasto del fenomeno dell’abbandono e dei roghi dei rifiuti”. La sua attività di coordinamento delle Forze di Polizia Giudiziaria con il supporto del personale tecnico dell’ARPAC sta dando ottimi risultati con centinaia di denunce per violazione della normativa ambientale.

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La gestione della piattaforma O.R.So. Smart working: attività e risultati

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no dei grandi cambiamenti avvenuti tra il “pre” e “post” COVID-19 è stato il ricorso allo smart working che, per cause di forza maggiore, è entrato nella quotidianità dell’Arpac, forzando un passaggio culturale che avrebbe probabilmente impiegato più tempo ad avvenire naturalmente. Dal 10 marzo con il lockdown la totalità delle attività della Sezione Regionale del Catasto Rifiuti si sono adattate perfettamente al nuovo contesto e l’elaborazione dei dati, la gestione delle banche dati, la redazione di rapporti è stata garantita con continuità, ma in particolare è stata assicurata l’assistenza telefonica ed online ai 550 Comuni ed ai 1051 impianti di gestione rifiuti che in Campania dal 2017 utilizzano la piattaforma web O.R.So. (Osservatorio Rifiuti Sovraregionale); un’applicazione su tecnologia web per la gestione

completa delle informazioni relative al ciclo di gestione dei rifiuti, già utilizzata da altre 15 regioni italiane attraverso cui vengono raccolti tutti i dati e le informazioni relative alla produzione e gestione dei rifiuti urbani (Scheda comuni) ed i dati di gestione degli impianti di rifiuti urbani e speciali (Scheda impianti). Applicando i principi di flessibilità e responsabilità personale da marzo a giugno i funzionari dell’ARPAC che gestiscono la piattaforma hanno risposto a circa 1300 telefonate, effettuato altrettanti interventi di supporto e assistenza agli utenti, risposto a circa 600 richieste sull’apposito forum presente sulla piattaforma, oltre che aver gestito l’implementazione delle anagrafiche del sistema e l’elaborazione dei dati. Al fine di migliorare la qualità e la quantità dei dati raccolti, il 20 maggio 2020 in collaborazione con Osservatorio regionale sulla gestione dei rifiuti urbani è stata organizzata e realizzata una giornata di formazione online con una diretta youtube destinata agli operatori dei Comuni e degli

Enti d’ambito campani, sullo stesso canale, sono stati caricati i videotutorial del corso base per l’utilizzo di O.R.So. 3.0 realizzato in house sempre dalla Sezione regionale del Catasto Rifiuti, infine è stato realizzato un canale Telegram sempre per il supporto online agli utenti. Non solo gestione e supporto agli utenti, ma anche sviluppo ed innovazione, così il periodo di quarantena è stato un periodo fruttuoso anche per le riunioni (mai state così frequenti) avute con i rappresentanti delle altre Agenzie (Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia Romagna) con cui si collabora per analizzare eventuali bug del sistema e proporre modifiche e sviluppi del software. Il complesso di tali attività ha consentito di migliorare i risultati raggiunti l’anno precedente, nonostante l’emergenza COVID in corso. È da rilevare, infatti, che nonostante l’utilizzo di O.R.So. sia obbligatorio, non sono previste sanzioni per i Comuni che non adempiono a tale obbligo; è per tale motivo che risulta assolutamente lusinghiero il fatto che al 30 giugno 2020 siano solo 8 i Comuni che non hanno inserito alcun dato nel sistema. In particolare dalla tabella si rileva che complessivamente sono 465 su 550 i Comuni che hanno completato l’inserimento dei dati, solo 2 i Comuni che non sono mai entrati nel sistema e 83 i Comuni che devono completare l’inserimento. In termini percentuali l’85% dei Comuni ha completato le attività entro il termine previsto del 30 giugno, analizzando il dato per Ente d’Ambito la maggiore adesione si registra nell’ambito Napoli 3 con il 91% dei Comuni che ha completato l’inserimento dei dati. Completata questa prima fase di raccolta dei dati che riguardano non solo la produzione dei rifiuti urbani, ma anche la loro destinazione, le modalità di raccolta, la presenza di infrastrutture di supporto alla raccolta, l’analisi dei costi di gestione, in collaborazione con l’Osservatorio Regionale saranno valutate le azioni da intraprendere per completare la disponibilità dei dati per tutti i 550 Comuni e successivamente si procederà all’analisi ed alla validazione dei dati inseriti con un complesso processo di bonifica dei dati. I risultati finali come ogni anno saranno pubblicati sul sito dell’Osservatorio Regionale e sul sito dell’Agenzia comprensivi di un report dettagliato sulla produzione e gestione dei rifiuti urbani in Campania. Link utili: http://www.arpacampania.it/web/guest/870 http://orr. regione.campania.it/ https://www.youtube.com/channel/ UCkpaUYcPZbD4IPamWuu810g https://twitter.com/CatastoRegione

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Alcuni aspetti di un EFFICIENTE SISTEMA di GESTIONE dei RSU di Pasquale FALCO

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efficienza di un sistema di gestione dei rifiuti solidi urbani (RSU) ha come risultato strade e piazze sgombre dalla presenza dei fastidiosi e maleodoranti accumuli di rifiuti; è un risultato prezioso, soprattutto in Campania, per la gogna mediatica immediata in caso contrario, da preservare con gli adeguati interventi. Ma come è strutturato e funziona un sistema di gestione dei RSU e quali fattori ne condizionano l’efficienza? La norma ambientale, TUA definisce la gestione dei rifiuti come un insieme di ben definite operazioni, la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento, compresi il controllo di tali operazioni e gli interventi successivi alla chiusura dei siti di smaltimento. Tutte, quindi, le citate fasi vanno a costituire un complessivo sistema di gestione dei rifiuti, il cui obiettivo è la piena efficienza. Il livello di efficienza di un sistema di gestione di Rifiuti Solidi Urbani (RSU), però, dipende da una serie di diversi fattori; tra i principali si citano: 1. Il rispetto rigoroso, o meno, dei criteri gestionali virtuosi dettati dalle norme ambientali; 2. l’assetto impiantistico adottato e la sua completezza; 3. le decisioni e i comportamenti assunti dagli attori che interferiscono più o meno direttamente con la gestione del sistema. Nel merito del primo punto, il TUA fissa l’ordine di priorità di ciò che costituisce la migliore opzione ambientale nella gestione dei rifiuti, tracciando la seguente gerarchia delle azioni: a) prevenzione b) preparazione per il riutilizzo c) riciclaggio d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia e) smaltimento. Con questo modello gerarchico (fig. 1), innanzi tutto, si afferma il concetto che il rifiuto va inteso come risorsa, cui applicare in sequenza vari trattamenti; il fine è quello di limitare al massimo le quantità da smaltire in una discarica autorizzata, intercettando prima quantità sempre maggiori di materiali. La prima azione consiste nella prevenzione della formazione del rifiuto/risorsa, mediante l’adozione di strategie produttive in grado di ridurre la quantità dei rifiuti già all’origine e di nuovi modelli di consumo che incentivano le prime. Ovviamente,

quelle risorse/rifiuti che non potranno essere oggetto di azioni di prevenzione/riduzione vanno sottoposte a preparazione per il riutilizzo, magari come materie prime-seconde. Di seguito, le risorse, che non possono essere soggette a preparazione per il riutilizzo, vanno sottoposte a riciclo; quelle che non si possono riciclare sono avviate a forme di recupero, preliminarmente di materia e successivamente di energia. Alla fine, in corrispondenza

del livello meno virtuoso (eppure anch’esso necessario), ciò che non può essere sottoposto ad altre forme di recupero, cioè il vero rifiuto, quello non recuperabile, va a smaltimento in discarica controllata. Per quanto concerne il secondo fattore, un moderno ed efficiente sistema di gestione di RSU è costituito da varie tipologie di impianti che operano in stretta sinergia tra loro. Una dotazione impiantistica minimale comporta che una disfunzione momentanea o appena prolungata anche di uno solo di tali

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impianti si riverbera sull’intera filiera; il rischio concreto è quello di innescare situazioni emergenziali e momenti di crisi. Si pensi, ad esempio, alla sosta per manutenzione straordinaria di un termovalorizzatore o alla rapidità di esaurimento della volumetria di una discarica. In Campania l’attuale sistema di gestione deriva dalla impiantistica del Piano regionale dei rifiuti del 1996, successivo alla prima dichiarazione dello stato di emergenza del 1994. Dalla gestione realizzata attraverso il totale smaltimento della produzione di RSU nelle discariche, mal gestite ed in mano al malaffare, si passò ad un sistema che sottoponeva gli RSU ad un trattamento in appositi impianti. Negli impianti di combustibile da rifiuto si sarebbero separati tre flussi principali di materiali, il CDR appunto da termovalorizzare in due inceneritori, la frazione organica stabilizzata (FOS), da usare come ammendante sui campi e gli scarti residuali (sovvalli) da allocare in discarica controllata. Alla prova dei fatti, il sistema entrò subito in difficoltà per la ritardata partenza degli inceneritori e per l’impossibilità della FOS ad essere utilizzata come ammendante agricolo, risultando un ulteriore rifiuto da smaltire in discarica. Da allora sono stati fatti notevoli sforzi per allineare il sistema di gestione alle necessità attuali (figura 3), ma ancora occorre ampliare e correggere la dotazione impiantistica. E’ un sistema che soffre ancora per una raccolta differenziata né spinta né di qualità, in cui permangono le difficoltà nel gestire la frazione

gli impianti che hanno un ruolo strategico, quali una discarica o un inceneritore o un impianto di compostaggio o di biodigestione anaerobica. Ragioni prettamente economiche, opposizione delle comunità locali e il timore di perdere il consenso elettorale, spesso agiscono in direzione opposta; si creano contrapposizioni forti tra chi ha il dovere di decidere per una corretta e compiuta pianificazione della complessiva dotazione impiantistica e chi esige garanzie sulle ricadute per la salute pubblica. Per quanto riguarda il terzo punto si riconoscono diversi entità e soggetti, ognuno con un ruolo ben preciso e distinto. Il politico ha il compito di valutare i diversi scenari di partenza ed accollarsi la responsabilità delle scelte effettuate; il consulente tecnico deve effettuare valutazioni tecnico-economiche, fondamentali per la buona riuscita delle decisioni politiche; gli organi di controllo mettono in atto tutte le azioni per le verifiche del rispetto della normativa ambientale; l’imprenditoria privata, tassello prezioso del sistema di gestione, fa impresa nel rispetto della salute e dell’ambiente. In ultimo, ma non per minore importanza, il cittadino e l’associazione ambientalista che, rispettivamente, contribuisce con comportamenti virtuosi all’interno delle regole imposte per il bene collettivo, e opera in modo non strumentale da pungolo e da catalizzatore di atteggiamenti virtuosi. Sono proprio questi due ultimi attori che possono adottare e propagandare azioni capillari più potenti di qualsiasi decisione politica, in grado davvero di rendere efficiente un sistema di gestione e addirittura

umida della raccolta differenziata e la frazione umida tritovagliata; queste ancora non consentono di relegare la discarica ad un ruolo residuale, con la conseguente ciclica carenza di volumetrie disponibili. L’ultimo fermo impianto dell’inceneritore di Acerra, che ha ormai più di 10 anni, effettuato per urgenti interventi manutentivi, dovrebbe far riflettere anche sulla necessità di avere impianti sempre efficienti e funzionanti. L’ideale sarebbe di poter disporre, all’interno dell’assetto impiantistico, di più alternative per una data tipologia di impianti; questo ovviamente vale anche per

di cambiarlo; basti pensare ad una raccolta domestica differenziata molto spinta, a stili di vita che prediligano la riduzione, il riuso, il riciclo, il consumo consapevole di imballaggi di plastica, la preferenza verso imballaggi biodegradabili. In definitiva ciascuno degli attori citati costituisce, nell’ambito del sistema di gestione dei RSU, uno “stakeholder”, un portatore di interessi o di diritti, che con le proprie responsabili azioni può influenzare e dare un contributo decisivo per l’efficienza generale della filiera nell’interesse collettivo.

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PRIMATI DELLE DUE SICILIE, primati Campani,

primati Napoletani... di G. DE CRESCENZO • S. LANZA

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pesso in questi anni si è parlato e si parla dei primati delle Due Sicilie o dei “primati borbonici”. Quel lungo elenco di primati culturali, economici e sociali, allora (oltre cento), è diventato motivo di orgoglio e anche di dibattito. Certo è che alcuni di quei primati (moltissimi quelli legati a Napoli e all’attuale Campania) rivestono ancora oggi un’importanza significativa e potrebbero essere utili come riferimento per scelte ancora attuali. Non per tornare indietro nel tempo (è un’attività che potrebbe essere piacevole e divertente ma non disponiamo di macchine del tempo o, almeno, non ancora…). In qualche caso si trattò di episodi importanti ma isolati, altri hanno costituito le basi e le premesse per ulteriori progressi. Quei primati restano, però, la sintesi più efficace della storia di un regno, delle sue popolazioni e dei suoi governanti, oltre che l’esempio di ciò che sapevamo fare appena un secolo e mezzo fa: una sorta di “spot”, di “simboli” e di “icone” in un’epoca nella quale si vive sempre di più di spot, simboli e icone, di immagini che siano in grado di raccontare e di spiegare (ed è questo, forse, uno dei motivi del loro successo e della loro diffusione). Gli esempi potrebbero essere facili: se Mozart o Verdi non avessero avuto in regalo uno strumento musicale sarebbero mai diventati i musicisti che conosciamo? Se Maradona o Mertens non avessero avuto, da piccoli, un pallone, sarebbero mai diventati dei grandi calciatori? E così, cambiate le tante cose da cambiare, se architetti o ingegneri o economisti tra Settecento e Ottocento non fossero stati messi nelle condizioni di studiare e di operare magari con l’assegnazione di una cattedra universitaria o l’affidamento di questo o quel lavoro forse oggi non avremmo tanti primati… È così che ricostruiamo anche un quadro economico, sociale e culturale di Napoli, della Campania e del Sud del tempo. Non si viveva in un "paradiso" ma in un territorio con un suo sviluppo interrotto traumaticamente nel 1860 e con conseguenze ancora drammatiche e con una questione meridionale nata solo in quegli anni e tuttora irrisolta (e sempre più drammatica soprattutto per i nostri giovani). Poco importa sapere che posizioni occupavamo rispetto alla Danimarca o alla Svizzera o al Belgio: ci interessa sapere quali posizioni, invece, occupavamo rispetto al resto dell’Italia e capire come e perché abbiamo perso quelle posizioni. Così, allora, sappiamo del più alto numero di operai e delle più grandi fabbriche metalmeccaniche in Italia. Così sappiamo dei più grandi traffici commerciali con gli Stati Uniti oppure del doppio degli iscritti universitari rispetto al resto dell'Italia. Così sappiamo della più alta percentuale di medici per abitanti, di ottantenni e novantenni e della più bassa percentuale di mortalità infantile oppure del più basso numero di emigranti o del più alto tasso di crescita demografica (parametro semplice ma importantissimo e sempre trascurato): la popolazione meridionale dal 1750 al 1850 risulta più che raddoppiata e decresce, invece, dal 1860 in poi fino ai picchi drammatici del 1867 (e del 2013, con i morti che superano i nati). Famoso anche il dato relativo al doppio delle quantità di denaro nelle banche (dei 668 milioni di lire conservati nelle banche italiane ben 443 erano nelle banche del Sud). Più che mai significativi gli indici di produttività e i livelli di qualità della vita dei contadini con il dato degli occupati nelle industrie (22,8% opposto al 15,5% del Nord). Più che mai significativo anche il più basso numero di emigranti (quasi pari a zero) a differenza delle altre regioni italiane ed

I p r im at i com e s inte s i di u n qua dro e co n om ico, s ocia l e, c u lt u ra l e e a m bie nt a le

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europee dalle quali, in quegli anni, già si emigrava. Quei primati, del resto, molto spesso erano il frutto non solo della genialità dei singoli ma anche di precise politiche seguite dai Borbone (e in qualche caso anche dai governi francesi nei pochi anni nei quali governarono con una sostanziale continuità). Si prevedevano premi, finanziamenti e “privative” (una sorta di brevetto e di esclusiva) per chi proponeva "invenzioni di novità assoluta e di assoluta utilità" ed erano queste le direttive seguite dal Reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli (1806) diventato in seguito “Regal Società d'Incoraggiamento alle Scienze Naturali” e poi anche “Società d'Incoraggiamento per le Scienze e le Arti Utili” con i loro atti chiari e raramente utilizzati dal punto di vista storiografico. Dimostrazione di sensibilità verso una moderna politica che oggi diremmo di marketing e di valorizzazione delle produzioni locali era l’allestimento di “Solenni Esposizioni”. Per esporre e promuovere le produzioni locali, infatti, erano promosse delle mostre periodiche curate del Reale Istituto di Incoraggiamento. In esse i prodotti venivano esaminati e giudicati da una commissione specializzata che provvedeva a premiare quelli qualitativamente migliori. Una delle prime mostre di una notevole importanza fu inaugurata a Napoli nel 1822 nel giorno onomastico del re; fu ripetuta ogni anno fino al 1827; dal 1828 diventò biennale alternandola con una mostra di Belle Arti; dal 1842 fu organizzata ogni cinque anni ma continuavano le mostre locali, "parziali", altrettanto utili, dove "i premi ingeneravano un fremito di buon volere ai sensibili miglioramenti" e facevano "cessare molte occorrenze in molti comuni che per lo innanzi erano stati tributari di altri luoghi", non essendo a conoscenza (la moderna pubblicità non era ancora nata) di tutto ciò che veniva prodotto nelle vicinanze. “Tutto ciò che si lavora nelle Province di questo Regno -osservava un cronista del tempo- è buona parte ignoto non solo ai forastieri ma anche ai vostri sudditi medesimi; ma quando in un luogo tutti i prodotti delle Arti si uniscono, allora, e i sudditi di Vostra Maestà e gli stranieri potrebbero avvalersene, onde accrescere il nostro commercio e quindi la utilità dei fabbricanti dalla quale deriva l’accrescimento dell’industria…”. Fino al 1844 le esposizioni nazionali si tennero nei locali della sede dell'Istituto a Monteoliveto tranne che nel 1832, quando fu organizzata presso il colonnato della chiesa di San Francesco di Paola nel Largo di Palazzo (attuale piazza del Plebiscito) e in seguito, quando fu organizzata nel Palazzo Tarsia, nuova sede dell'Istituto. I numerosi e puntuali resoconti pubblicati dopo le mostre, con la descrizione dei prodotti, l'indicazione e l'ubicazione dei produttori, costituiscono una fonte varia, preziosa e poco utilizzata per la ricostruzione del tessuto produttivo industriale di quegli anni e della storia di diversi primati. Queste manifestazioni costituivano un momento di verifica pubblica per i produttori e favorivano anche dibattiti scientifici di notevole interesse soprattutto intorno al 1840, con scoperte scientifiche, nuove macchine e nuovi strumenti in un fermento di attività che portò alla scelta di Napoli come sede del VII Congresso degli Scienziati italiani. L'ultima mostra importante fu quella del 1853 nella "Gran Sala" dell'ex mercato a Tarsia, organizzata dall'ing. Francesco del Giudice (artefice di molti primati legati alla storia dei vigili del fuoco) con ricostruzioni neoclassiche nei 1200 mq. coperti di superficie espositiva e con i prodotti (in maggioranza quelli dell'industria metalmeccanica) distinti e raccolti per categorie: “prima di aprirsi le sale al pubblico venivano esse diligentemente visitate dal Re e da tutta la sua Real Famiglia. Lungo tempo colà si tratteneva per osservare con singolare diligenza ed ammirevole studio tutti gli oggetti che vi erano ordinati e […] con lusinghiere parole di approvazione e di incoraggiamento volgeva ai fabbricanti e agli artefici specialmente a quelli che tra i molti eransi contraddistinti”. Le commissioni per i premi da assegnare nel 1853 erano così suddivise: “Marmi, fossili minerali e oggetti chimici; Tessuti di lana, filo, cotone e drappi; Macchine, lavori di ferro, bronzo, armi e lavori di acciaio; Mobili, istrumenti musicali e cornici; Tipografia, calligrafia, ricami, cuoi, arti ceramiche ed oggetti diversi”. Da mettere in evidenza anche l'attività svolta dalle Società Economiche locali nella ricerca, nella sperimentazione e per il supporto economico e organizzativo che erano in grado di fornire agli imprenditori del settore agricolo e industriale. Ad esse spesso si era affiancato il lavoro di numerose società anonime che facevano da concreto supporto alle attività economiche e industriali (tra le più importanti la Società Industriale Partenopea che aveva come scopo "il miglioramento di ogni ramo di commercio, agricoltura, pastorizia, arti e manifatture; istruzione commerciale e industriale o anticipazione di soldi"). Interessanti anche gli stessi timbri utilizzati dalle singole Società e che riproducevano in sintesi tutti i simboli delle economie locali. Insomma: un quadro positivo e carico di spunti di riflessione magari da approfondire anche con altre letture (su tutte, forse, il recente “Libro dei primati del Regno delle Due Sicilie” di Gennaro De Crescenzo). Con la possibilità di aprire dibattiti interessanti e forse anche utili per lo sviluppo culturale e anche economico della nostra terra. AMBIENTE & TRADIZIONE

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LINEE GUIDA DELLA CLASSIFICAZIONE DEI RIFIUTI

Sintesi della recente pubblicazione del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale

di Angelo MORLANDO

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a redazione del documento “Linee guida sulla classificazione dei rifiuti” (Delibera del Consiglio SNPA, seduta del 27.11.2019. Doc. n. 61/19 Linee guida SNPA 24/2020) è stata curata da un ampio gruppo di lavoro composto da rappresentanti dell’ISPRA, ARPA Piemonte, ARPA Friuli Venezia Giulia, ARPA Veneto, ARPA Lombardia, ARPA Lazio e ARPA Liguria. Le parole chiave della pubblicazione sono le seguenti: classificazione rifiuti, elenco europeo dei rifiuti, caratteristica di pericolo, rifiuti pericolosi, rifiuti non pe ricolosi, codice a specchio. Lo scopo della pubblicazione è chiaramente descritto nell’abstract: “L'obiettivo delle linee guida è di fornire criteri tecnici omogenei per l'espletamento della procedura di classificazione dei rifiuti. Il documento analizza i principali riferimenti normativi e linee guida tecniche di settore e fornisce un approccio metodologico basato su schemi procedurali per fasi, utile ai fini dell’individuazione del codice e per la valutazione della pericolosità. Le linee guida forniscono, inoltre, la versione commentata dell’elenco europeo dei rifiuti, riportando esempi di classificazione di specifiche tipologie di rifiuti ed individuano criteri metodologici di valutazione delle singole caratteristiche di pericolo e degli inquinanti organici persistenti (definizioni e limiti normativi, analisi delle procedure di verifica delle singole caratteristiche di pericolo e individuazione di possibili approcci metodologici con schemi decisionali).” Il primo capitolo è costituito da un’utile introduzione che contiene i principali riferimenti normativi e linee guida tecniche oltre la precisa definizione della classificazione dei rifiuti pericolosi. È aggiutna anche la descrizione della procedura di attribuzione del codice dell’elenco europeo dei rifiuti ai sensi della normativa comunitaria e alcuni utili brevi cenni proprio ad alcune normative europee connesse alla classificazione dei rifiuti. Il secondo capitolo descrive l’approccio metodologico per la classificazione dei rifiuti, pertanto, prima di tutto si descrivono le procedure di valutazione della pericolosità di un rifiuto che, fondamentalmente, si dividono in tre fasi. La “Fase 1” consiste nel

verificare se sia effettivamente applicabile la normativa sui rifiuti o se si debbano applicare altre normative specifiche. È importante ricordare che nel caso di ammasso di materiali abbandonati, soprasuolo o sottosuolo, quasi sicuramente si tratta di “rifiuti speciali”, ma è indispensabile seguire un iter chiaro e meticoloso affinchè si giunga alla sua classificazione esatta. La “Fase 2” della procedura di classificazione consiste nell’individuazione, all’interno dell’Elenco europeo, del pertinente codice da attribuire al rifiuto. La procedura di individuazione del codice si basa sull’ordine di precedenza previsto dalla decisione 2000/532/CE6. La “precedenza 1”, si applica ia capitoli da 01 a 12 e da 17 a 20 (capitoli relativi alla fonte generatrice del rifiuto). La “precedenza 2” si applica ai capitoli da 13 a 15 (relativi al tipo di rifiuto) mentre la “precedenza 3” si applica al capitolo 16, relativo ai rifiuti non specificati altrimenti nell’elenco. La “Fase 3” serve per sottoporre a ulteriori valutazioni/verifiche i precedenti rifiuti identificati da voci specchio. Come già detto, l’obiettivo è l’esatta conoscenza della composizione del rifiuto che può essere ottenuta attraverso diversi metodi, applicando uno schema procedurale basato sulla conoscenza del processo o dell’attività di origine, sull’utilizzo delle informazioni contenute nei documenti di accompagnamento del prodotto divenuto rifiuto (ad esempio, schede di sicurezza), sul ricorso a banche dati sulle analisi dei rifiuti e sull’effettuazione di analisi chimico-fisiche. Nello stesso capitolo sono riportati degli utilissimi schemi sintetici delle procedure di classificazione. Il terzo capitolo propone l’elenco europeo dei rifiuti ed esempi di classificazione di alcune tipologie di rifiuti. Il quarto capitolo descrive criteri metodologici per la valutazione delle singole caratteristiche di pericolo con la individuazione dei codici “HPn”, dove n è un numero progressivo da 1 a 15. Completano la pubblicazione quattro utili appendici. In conclusione, si ritiene che le succitate linee guida costituiscano un utile riferimento per la classificazione dei rifiuti, sia per un lettore esperto, sia per coloro che vogliono approcciare all’argomento anche dal punto di vista dell’indagine giornalistica. Per saperne di più: www.snpambiente.it

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LE DONNE E L’AGRICOLTURA

Un protagonismo femminile in costante ascesa da 20 anni

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ono tante le donne impegnate nell’agricoltura. Aumenta il numero delle giovani che guardano all’agricoltura per costruire il loro futuro. Una azienda agricola italiana su tre è guidata da una donna. Un protagonismo femminile in costante ascesa da 20 anni. Si tratta di circa 371mila imprese che occupano 180mila persone, di cui 40mila dipendenti. Sono laureate, spesso specializzate, hanno lavorato in diversi settori, poi, per scelta sono tornate nei campi, hanno aperto nuove attività con pochi soldi e tanta passione. Il fatto che sia sempre più una scelta ponderata e non un ripiego conferisce a questo trend uno speciale significato sociale e culturale. Le donne aprono le porte delle loro aziende ai turisti, alle scolaresche, ai disabili, agli anziani creando agriturismi, fattorie didattiche, fattorie sociali, agri-asili e agri-nidi. Portano avanti l’innovazione 4.0. Si tratta di servizi all’avanguardia che contribuiscono a portare al 35 per cento il contributo delle donne al valore aggiunto complessivo dell’agricoltura, che si aggira intorno ai 26 miliardi di euro. Di questi, ben 9,1 miliardi sono “rosa”: una cifra importante, che rivela il coraggio e la tenuta delle imprese femminili, capaci di percorrere strade e mercati nuovi pur di non soccombere alla crisi. Le donne hanno una maggiore cura del prodotto e sono resilienti come dimostrato nel difficile momento di “lockdown”. Per dare un metro di paragone, solo negli agriturismi metà del giro d’affari ‘dipende’ dalle donne: su circa 20mila strutture in tutta Italia, quasi il 40 per cento è gestito da imprenditrici, che muovono ogni anno un fatturato di circa 500 milioni di euro su un totale di 1,1 miliardi dell’intero settore. La diversificazione delle attività e la multifunzionalità sono le strategie vincenti con cui le agricoltrici hanno ridato impulso alle loro aziende, riuscendo a coniugare la redditività con il rispetto per l’ambiente, il territorio e la salute. Un’idea di agricoltura che risponde alla volontà di affermare

una cultura fedele a valori fondanti e irrinunciabili quali la cura del paesaggio, delle risorse naturali e della biodiversità. Le donne hanno compreso il valore delle loro competenze e dei gesti con cui per millenni hanno custodito il mondo rurale e hanno fatto della tutela delle tradizioni locali e degli antichi saperi i punti di forza di un’agricoltura capace di creare nuovi flussi di reddito. Con determinazione e fantasia hanno ristrutturato le aziende di famiglia, riorganizzato le produzioni, sperimentato percorsi innovativi. Molte realtà si sono salvate grazie alla capacità delle donne di guardare i loro campi da altri punti di vista. Uno studio del Censis, ha evidenziato che due aziende di identiche caratteristiche realizzano fatturati diversi in base al sesso e l’età del titolare che la conduce: giovani e donne garantiscono performance di fatturato più elevate. Il valore aggiunto sta lì. La donna è tendenzialmente innovatrice, riesce a mettere a frutto la sua particolare sensibilità sulle questioni che si trova ad affrontare. Fondamentalmente reagisce in modo più costruttivo alle crisi e alle difficoltà, si deprime difficilmente mettendo in campo la propria creatività realizzando servizi legati all’agricoltura sociale e innovando nelle attività di trasformazione e conservazione di ortaggi e frutti, nel recupero di antiche coltivazioni, mercati e vendite a filiera corta. È una “sfida” per aziende che si misurano costantemente “sul filo del binomio formato da etica e business” e che hanno l’ambizione di dimostrare che tenendo insieme le due categorie si può produrre reddito e incentivare il territorio avendo cura della salute, dell’ambiente, della biodiversità, della cultura rurale. Una sfida che le imprenditrici stanno vincendo, nonostante le persistenti discriminazioni in un settore a forte connotazione maschile. Le Donne sono riuscite a far pesare la visione di genere, che oggi è diventata irrinunciabile, proprio perché è portatrice di diversità. È l’affermazione che la diversità è un valore non solo nel mondo biologico ma anche in quello economico e sociale.

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di Tina POLLICE

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LAVORO GREEN:

il progetto ECCO di Bruno GIORDANO

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l progetto ECCO (Economie Circolari di Comunità) sviluppato da Legambiente e Green Factor ci svela il possibile futuro dell’occupazione green in Italia. In realizzazione 1,7 milioni di lavoro green, questi i risultati dell'indagine sul possibile futuro dei green jobs, i posti di lavoro "circolari" stimati nell'Italia pre-Covid. Il dato, rilevato appena prima della crisi sanitaria, dimostra una grande mobilità in ingresso, ma oggi si ritrova a fare i conti con gli effetti dell'emergenza Covid-19. Per stimare il possibile futuro dell'occupazione green in Italia, Legambiente e Green Factor, nell'ambito del progetto ECCO, hanno sviluppato un’analisi concentrandosi su 55 figure professionali, e, sottoposto un questionario ad un gruppo, selezionato, di attori dell'economia circolare, per testare il grado di fiducia in una possibile ripresa basata su uno sviluppo sostenibile. L’indagine si è inizialmente concentrata su 55 gruppi professionali legati sia all’impresa che all'auto-impresa, tenendo in considerazione tutte quelle professioni che possono avere sviluppo in ambito locale e auto-imprenditoriale, e analizzando i dati di tendenza 2019 sulle professioni dal Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal. Le competenze verdi si confermano abilità con un altissimo potenziale occupazionale, e non solo per “addetti ai lavori”: tra le professioni chiamate ad affinare le abilità green, cuochi, gestori di bed and breakfast e agriturismi, addetti all'assistenza e alla sorveglianza di adulti e bambini, ma anche falegnami, fabbri, estetisti e webmaster. Tutte figure che mostrano un elevato Indice Green, percentuale che misura il potenziale di risparmio energetico e sostenibilità ambientale della singola professione. Nonostante l’indagine sia stata svolta proprio nel periodo di lockdown, e quindi con le evidenti limitazioni nello svolgimento di molte professioni e con la stragrande maggioranza delle piccole e microimprese ferme, è emerso che la crisi sanitaria è percepita come un problema per il 42% dei casi, ma rappresenta, allo stesso tempo, l'occasione e l’opportunità per costruire un nuovo paradigma occupazionale più sostenibile nel 61% dei casi. Solo il 9% ritiene l’epidemia ininfluente e pensa che le

cose torneranno come erano prima. Una tendenza che trova conferma nelle proiezioni degli intervistati a 1, a 5 e a 10 anni dall'epidemia per quel che riguarda i posti di lavoro nei settori dell'economia circolare. Oltre ad una certa preoccupazione per l'immediato futuro, le stime appaiono più rosee via via che la proiezione si distanzia nel tempo: i soggetti intervistati ritengono che i lavori green cresceranno nel prossimo anno quasi dell’8%, per lasciare spazio al 26,4% nei prossimi 5 anni. Molto atteso il ruolo delle istituzioni in chiave europeista. Un sentimento, quello della fiducia verso una visione europea dell’ambiente, che tende a radicarsi nella prospettiva di un più lungo periodo. La stima dell'aumento dell'occupazione green ammonta al 34,5% nei prossimi 10 anni, grazie alla fiducia negli investimenti e nelle politiche europee. Tra gli interventi più attesi, la diminuzione della pressione fiscale da parte dello Stato per chi opera nell'economia circolare e il perfezionamento del sistema di leggi e regolamenti nazionali e locali anche per chi vorrebbe iniziare. Inoltre, l'indagine mostra che i rischi maggiori per gli intervistati derivano da fattori pre-Covid. La crisi sanitaria, per quanto abbia un peso di 45,8 su 100, è ben distante dai vincoli imposti dalla burocrazia (che ha un peso di 74,2) e dalla scarsa attenzione che le istituzioni porrebbero in essa in ambito locale (68,3). La riparazione e il recupero di beni sono percepiti come i settori e i temi che avranno maggiore possibilità di sviluppo nel prossimo futuro. Anche il settore del riuso ha una sua fondamentale importanza, se si considera l'aumento sia di franchising che di piccole attività che puntano sul mercato della ‘seconda mano’. Secondo l'Osservatorio Second Hand Economy, il valore generato dalla compravendita dell'usato in Italia è pari a 23 miliardi di euro. Possiamo e dobbiamo immaginare che il mercato del lavoro abbia sempre più bisogno di competenze verdi. Lo confermano i numeri. L'economia e i processi circolari rappresentano la direttrice sulla quale è possibile innervare percorsi economici civili per generare posizioni lavorative e includere persone in condizioni di marginalità. La strada dell'inclusione circolare rappresenta una sana ricetta di sviluppo economico che guarda al rilancio in chiave green di settori strategici per il Paese quali il turismo, la mobilità, la ristorazione, l’energia ed i rifiuti.

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Gli INCENTIVI AMBIENTALI per la casa: il bonus 110% IN QUESTO PERIODO DI DISTANZIAMENTO SOCIALE CI SIAMO RESI CONTO DI QUANTO L’UOMO INQUINI

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e la parola d’ordine fino a qualche giorno fa era “distanziamento sociale” oggi e nel futuro dovrà essere più che mai “sostenibilità”. Il Decreto Rilancio offre incentivi alla ristrutturazione edilizia fino al 110% se comporta l’adozione di sistemi di efficientamento energetico e di ammodernamento edilizio. L’incentivo, da ripartire in cinque anni, riguarderà le spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021. I lavori di riqualificazione detraibili dovranno interessare i condomini oppure le singole unità immobiliari adibite ad abitazione principale o ancora gli Istituti autonomi case popolari (IACP). Gli interventi che danno diritto agli incentivi saranno i seguenti: • interventi di isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali (cosiddetto cappotto termico) che devono interessare l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25% della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo. La detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese non superiore a euro 60.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio; • interventi sulle parti comuni degli edifici per la sostituzione (non integrazione) degli impianti di riscaldamento, a pompa di calore, ibridi, geotermici, eventualmente abbinati all’installazione di impianti fotovoltaici e relativi sistemi di accumulo, microcogenerazione La detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese non superiore a euro 30.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio ed è riconosciuta anche per le spese relative allo smaltimento e alla bonifica dell’impianto sostituito; • interventi sugli edifici unifamiliari per la sostituzione (non integrazione) degli impianti di riscaldamento esistenti con impianti a pompa di calore, ibridi, geotermici, anche abbinati all’installazione di impianti fotovoltaici e relativi sistemi di accumulo, di micro

cogenerazione. La detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese non superiore a euro 30.000 ed è riconosciuta anche per le spese relative allo smaltimento e alla bonifica dell’impianto sostituito; • tutti gli altri interventi di efficientamento energetico previsti all’articolo 14 del Decreto-Legge n. 63/2013 (come ad esempio l’acquisto e posa in opera di finestre comprensive di infissi, di schermature solari…), a condizione che siano eseguiti congiuntamente ad almeno uno degli interventi descritti nei punti precedenti. La detrazione è calcolata su un ammontare complessivo previsto dai limiti di spesa previsti per ciascun intervento. La detrazione del 110% delle spese sostenute è possibile sia per interventi di riqualificazione energetica che per quelli di miglioramento sismico (sismabonus). Un tecnico qualificato, i cui costi sono comunque compresi tra quelli che beneficeranno del superbonus del 110%, individuerà la scelta migliore in relazione agli obiettivi del contribuente e redigerà un progetto che contenga costi certi e simulazioni economiche. Oltre al beneficiare del super bonus nel decreto è prevista anche la possibilità di optare per lo sconto in fattura immediato o la cessione del credito.

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di Luca MONSURRÒ

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ARPA CAMPANIA AMBIENTE

Rapporto OceanSET 2020

L’ITALIA AL PRIMO POSTO, NELL’AREA MEDITERRANEA, PER TECNOLOGIE E INVESTIMENTI PUBBLICI di Tina POLLICE

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al primo rapporto del progetto europeo OceanSET 2020, che ha analizzato investimenti e svilup po tecnologico di 11 paesi europei (Belgio, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Svezia) scopriamo che l’Italia, con circa 5 milioni di euro l’anno, è al primo posto tra i paesi mediterranei e al secondo in tutta Europa, subito dopo il Regno Unito, per finanziamenti pubblici all’energia dal mare. Per l’Italia i dati sono stati raccolti ed elaborati da ENEA, che opera come rappresentante nazionale presso il SET-Plan Ocean Energy, il gruppo che implementa il Piano Strategico Europeo di Sviluppo delle Tecnologie Energetiche Marine. ENEA è impegnata attivamente nel campo dell’energia dal mare sia con lo sviluppo di prototipi per lo sfruttamento energetico delle onde (impianto PEWEC) che con modelli climatologici e di previsioni ad alta risoluzione del moto ondoso (Waves) e delle maree (MITO). In Europa la disponibilità di risorse energetiche marine è maggiore lungo la costa atlantica (in particolare in Irlanda e Scozia), al contempo il mar Mediterraneo non è da meno, anzi offre opportunità interessanti sia per produzione energetica che per sviluppo di tecnologie. Le aree con il più alto potenziale di energia dalle onde sono le coste occidentali della Sardegna e della Corsica, ma anche il Canale di Sicilia e le aree costiere di Algeria e Tunisia, dove il flusso medio di energia oscilla tra i 10 e i 13 kW/m. L’energia dalle maree può esser estratta principalmente nello Stretto di Messina, dove la produzione di energia potrebbe arrivare a 125 GW/h l’anno, una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno energetico di città come la stessa Messina, grazie allo sfruttamento delle correnti che raggiungono velocità superiore a 2 m. al secondo. In questo contesto l’Italia si posiziona come il paese più avanzato del bacino mediterraneo per ricerca e sviluppo di dispositivi, guadagnandosi una posizione di rilievo a livello internazionale. Le competenze scientifiche e industriali italiane, unite alle favorevoli condizioni climatiche del nostro mare, hanno

consentito finora di condurre test meno rischiosi e più economici sui dispositivi hi-tech e di progettare sistemi innovativi sempre più efficienti per l’estrazione di energia. Secondo il report OceanSET 2020, gli stanziamenti pubblici degli 11 paesi europei presi in esame sono stati pari a 26,3 milioni di euro, ma, solo 6 paesi hanno adottato politiche specifiche per lo sfruttamento dell’energia di maree e moto ondoso a fini energetici (Italia, Francia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna). Tra gli obiettivi a breve e medio termine, l’Ue ha posto la riduzione del costo del kWh dell’energia dalle maree(da 0,15 €/kWh nel 2025 a 0,10 €/kWh nel 2030) e dall’energia delle onde (da 0,20 €/kWh nel 2025 a 0,10 €/ kWh nel 2035). A livello tecnologico sono stati finanziati 79 progetti di ricerca, di cui 57 per l’energia dalle onde e 22 dalle maree: in Italia i prototipi più promettenti sono 5, di cui 4 per le onde e 1 per le maree. Ma tra tutte queste iniziative, sono 12 i progetti europei (7 per l’energia dal mare e 4 dalle maree) più promettenti, che hanno raggiunto un livello molto avanzato di sviluppo tecnologico, consentendo di creare duecento nuovi posti di lavoro. Con una differenza significativa tra i due gruppi: i sistemi per l’estrazione di energia dalle maree utilizzano come tecnologia principale la turbina ad asse orizzontale, mentre per le onde non esiste un sistema predominante e questo lascia ampio margine alle sperimentazioni che spaziano da impianti a punti galleggianti fino a quelli a colonna d’acqua oscillante. Tutti i progetti, considerato il loro elevato livello di maturità tecnologica (TRL 7), sono stati testati in ambienti operativi reali. Solo in Italia esistono siti di prova che si trovano a Pantelleria, Reggio Calabria, Napoli e in Adriatico. Lanciato nel 2019, il progetto Ue OceanSET, di cui ENEA è partner, ha l’obiettivo di fare il punto sulle tecnologie e i meccanismi di finanziamento attivi negli stati europei per promuovere una conoscenza condivisa su questa nuova fonte di energia pulita, su cui l’Europa potrebbe guadagnare la leadership a livello mondiale con un giro d’affari potenziale di oltre 50 miliardi di euro l’anno e la creazione di 400.000 nuovi posti di lavoro al 2050.

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EDIZIONE SPECIALE 2005/2020

NUOVE NORME PER L’IRRIGAZIONE AGRICOLA Una proposta del Parlamento Europeo che potrebbe facilitare il riutilizzo delle acque

di Angelo MORLANDO

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prescrizioni in materia di monitoraggio delle acque depurate e il controllo di validazione. Nell’allegato II sono stabilite le modalità che il gestore dell’impianto di depurazione deve seguire per elaborare un piano di gestione dei rischi connessi al riutilizzo dell’acqua e individuare ulteriori prescrizioni da inserire nell’autorizzazione, nonché i compiti relativi all’attuazione del sistema di riutilizzo dell’acqua. Le norme europee sono operative, ma l’Italia in si sovrappongono con stesse competenze, enti che esistono solo sulla carta (gestori unici ed enti d’ambito) commissariamenti inutili e senza risultati significativi visto che siamo perennemente in infrazione. Per saperne di più: https://ec.europa.eu

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a proposta di regolamento del parlamento e del consiglio europeo è stata approvata ed è teoricamente operativa; stabilisce delle prescrizioni minime per il riutilizzo dell’acqua depurata. La disponibilità di acqua potabile sarà la vera emergenza mondiale dei prossimi anni; un’emergenza dalla quale non sarà possibile uscirne facilmente, sia perché le risorse idriche sono sempre più inquinate e i trattamenti sono particolarmente complessi e costosi, sia perché continuiamo ad affidare ai privati per l’imbottigliamento le risorse idriche più preziose e a rischio, sia perché le siccità ad ampia scala stanno divenendo più frequenti e intense. Tra gli sprechi di risorsa idrica sono sempre menzionate le “perdite” delle reti idriche, ma la verità è che i maggiori sprechi sono dovuti alla mancanza di adeguati volumi di accumulo (serbatoi), mancanza di idonea strumentazione di telecontrollo e telegestione su tutta la filiera idropotabile, utilizzo di acque potabili per l’irrigazione di terreni o di aree verdi non aperte al pubblico. Proprio l’irrigazione agricola necessita di procedure per il riutilizzo dell’acqua, in particolar modo il riutilizzo delle acque reflue trattate dai depuratori in una fase conclusiva che si definisce “trattamento terziario” o di “affinazione”. Si cita la proposta UE: “Il riutilizzo delle acque reflue depurate produce generalmente un minore impatto ambientale rispetto, ad esempio, ai trasferimenti d’acqua o alla desalinizzazione, e offre una serie di vantaggi ambientali, economici e sociali. Inoltre, è prolungato il ciclo di vita dell’acqua, contribuendo in tal modo a preservare le risorse idriche, in piena conformità con gli obiettivi dell’economia circolare”. Inoltre, tale strategia sarebbe perfettamente compatibile con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La parte più significativa del regolamento è costituita dagli allegati, infatti, nell’allegato I sono descritti chiaramente sia gli utilizzi delle acque depurate, in particolare per l’irrigazione agricola, sia le prescrizioni minime, cioè l’allegato specifica le classi di qualità delle acque depurate e il relativo utilizzo agricolo. Sono definite anche le

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LE BREZZE MARINE: IL SOLLIEVO DALLA CALURA I VENTI CHE RINFRESCANO LE GIORNATE IN SPIAGGIA NELLE ORE POMERIDIANE di Gennaro LOFFREDO

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lzi la mano chi dei nostri lettori non hai mai aspettato in gloria il vento fresco che, nel corso del primo pomeriggio, allevia la calura delle giornate estive in riva al mare. Questo vento, che si sviluppa praticamente ogni giorno vi sia cielo sereno, è dovuta alla diversa velocità con cui la terra si riscalda rispetto al mare. Sappiamo infatti che, in presenza di irraggiamento solare, il terreno tende a riscaldarsi molto velocemente, come testimonia la temperatura raggiunta dalla sabbia in giornate particolarmente calde. Viceversa, l’acqua del mare necessita di molto più tempo per aumentare la sua temperatura, a causa della elevata capacità termica. Per questo motivo fare un bagno spesso è rinfrescante. La brezza marina è un vento di debole o talvolta moderata intensità comune e facile da osservare in località poste vicino al mare che si spinge fino a qualche chilometro all’interno, formandosi nel periodo estivo quando sull’Italia domina l’alta pressione e con essa il tempo buono e il caldo. Questa risulta più attiva soprattutto nei mesi di giugno e luglio, ma tende man mano a scemare nella seconda parte dell’estate. Nel periodo tardo estivo e pre-autunnale il mare ha oramai accumulato tutto il calore dei mesi precedenti e quindi il divario di temperatura tra la superficie marina e la terraferma diventa minima; di conseguenza le brezze risulteranno sempre più deboli. Durante questa fase il caldo diventa a tratti più fastidioso, anche lungo le aree costiere, stante la presenza meno costante delle brezze. Più quantitativamente, nel corso di una giornata il terreno può riscaldarsi di 10-30°C, a seconda del tipo di suolo, mentre l’oceano raramente si scalda più di 5°C. Di conseguenza l’aria a contatto con il terreno tende a scaldarsi molto velocemente e, diventando più “leggera”, a salire verso l’alto. Questo vuoto viene colmato da aria più fresca a contatto con la superficie del mare trasportata verso terra proprio dalla brezza di mare. Di notte succede il contrario, con la terraferma che si raffredda più velocemente rispetto all’acqua, di conseguenza si attiva una corrente d’aria dalle zone interne verso il mare ( brezza di mare). Se al mattino ci rechiamo su una spiaggia, il mare risulta piatto perché per tutta la notte la brezza di terra ha soffiato, riducendo al minimo la formazione delle onde. Essa ha inoltre allontanato da riva tutte le eventuali impurità e l’acqua risulta spesso pulita e trasparente. Con il passare delle ore la brezza di mare prende sempre più piede, a seguito del riscaldamento della terraferma. Ciò comporta in un primo tempo un lieve aumento del moto ondoso, con la formazione di onde corte, che tuttavia non disturbano più di tanto i bagnanti. In una fase successiva, soprattutto nel tardo pomeriggio, si può avere lo spiaggiamento di tutte le impurità che la brezza di monte aveva allontanato al largo la notte precedente; l’acqua, di conseguenza, tenderà a sporcarsi leggermente. Naturalmente il fenomeno non si manifesta nello stesso modo su tutte le nostre spiagge e anche la brezza di mare può risultare più o meno intensa. In presenza di golfi, la brezza di mare può risultare anche moderata e determinare un increspamento della superficie marina anche notevole; basta allontanarsi dalla costa di qualche miglio per ritrovare il mare piatto. Se invece siamo in presenza di una spiaggia molto lunga, senza insenature evidenti, l’azione della brezza di mare sarà minore e la superficie dell’acqua tenderà ad incresparsi di meno. La nostra penisola è completamente circondata dai mari e gli effetti delle brezze sono ben evidenti su tutte le città costiere dell’Italia centro meridionale, influenzando positivamente il clima della nostra nazione. Insomma, il mare sebbene rappresenti per molti un luogo dove i fenomeni estremi della natura possono prender forma in maniera intensa e pericolosa, ha i suoi innumerevoli pregi come quello di rendere particolarmente dolce ed invidiato il nostro clima. NATURA & BIODIVERSITÀ

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EDIZIONE SPECIALE 2005/2020

LE TEMPERATURE MARINE IN ESTATE: COME INFLUENZANO LA NOSTRA BELLA STAGIONE di Gennaro LOFFREDO

Tra Luglio ed Agosto le acque del mare raggiungono temperature molto gradevoli

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L’estate rappresenta per antonomasia il periodo dove la stragrande maggioranza delle persone riesce a tagliarsi piccoli spazi di relax e benessere all’aria aperta. E quale luogo migliore del mare per farsi un bel bagno rinfrescante lontano dallo stress quotidiano e dal lavoro? Il mare è tra i posti più ricercati della bella stagione. Ma che temperature troveremo al mare nel corso di queste prossime settimane? Dopo un inizio di estate alquanto altalenante, le condizioni atmosferiche del Mediterraneo hanno assunto, nel corso della terza decade del mese di giugno, maggiore propensione a caratteristiche più tipiche dell’estate mediterranea. Tale situazione ha facilitato un graduale rialzo delle temperature marine, le quali soprattutto in superficie hanno raggiunto valori tipici della stagione in corso. Gli specchi di acqua attorno alla nostra penisola si stanno attestando durante questa fase dell’anno su valori prossimi ai 2325°C, con qualche punta anche di 26 o 27°C sui mari meridionali, valori assolutamente in linea con la norma del periodo. Le temperature del mare, tuttavia, possono subire alcune variazioni nel corso della stagione stessa soprattutto nei primi metri, complice il transito di alcune perturbazioni. Proprio a Giugno il bacino centrale del mediterraneo è stato influenzato nella prima parte del mese da una circolazione di tempo instabile con parecchie giornate nuvolose e ventose. Inoltre nel primo mese dell’estate sono mancate le prime vere incursioni di aria molto calda di origine africana, le quali hanno rallentato il normale fisiologico aumento delle temperature marine. Questa particolare configurazione sinottica ha favorito temperature superficiali marine più basse della norma, a causa della costante ventilazione. Il vento rappresenta l’elemento di disturbo che impedisce alle acque superficiali di riscaldarsi, anche quando sono esposte alla diretta azione dei raggi solari. Le temperature del mare hanno una capacità termica molto lenta, in quanto le temperature più alte non si raggiungono nel periodo più caldo dell’anno, bensì all’inizio dell’autunno. Pertanto, se nel mese di giugno, nonostante la temperatura dell’aria possa raggiungere facilmente anche i 30°C, gli specchi di acque che circondano la nostra penisola hanno valori termici ancora piuttosto contenuti, anche di pochi gradi sopra i 20°C. Per questo motivo nelle prime settimane dell’estate tuffarsi al mare risulta, almeno inizialmente, abbastanza difficoltoso. Nei mesi di luglio e di agosto la maggiore invadenza degli anticicloni sulle nostre latitudini e il sole molto alto sull’orizzonte permette alle temperature del mare di raggiungere valori tra i più gradevoli dell’anno. E anche nelle giornate più calde, fare un bagno diventa davvero terapeutico. Il clima del Mediterraneo risulta, non a caso, tra i più invidiati del pianeta. Il mare si trasforma come un serbatoio di calore durante i mesi più freddi dell’anno, mentre in estate ci ripara da ondate di caldo particolarmente violente, grazie alle sue piacevoli brezze che mitigano la calura estiva. Nella stagione estiva i temporali sul mare risultano abbastanza rari. Il mare è ancora troppo fresco per alimentare lo sviluppo di questi temporali. E solo alla fine di Agosto è possibile assistere alla nascita dei primi fronti temporaleschi proveniente dal mare, grazie alle temperature più elevate del mare. L’arrivo delle prime incursioni di aria fresca da nord su un mare più caldo accentua i contrasti termici dando vita ai primi forti temporali di fine estate. Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, il cambiamento climatico ha particolarmente modificato la circolazione atmosferica delle medie latitudini e anche il mar Mediterraneo ha subito un riscaldamento sempre più netto. Le temperature del mare hanno subito un costante rialzo e ciò ha favorito ripercussioni meteorologiche su molti tratti delle nostre aree costiere e anche della fauna, le quali hanno dovuto affrontare eventi meteorologici a tratti estremi, con mareggiate sempre più violente e fenomeni temporaleschi di una potenza inaudita.

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Inquinamento Pre Covid?NO GRAZIE STOP GLOBAL WARMING .EU I cittadini Europei non intendono tornare all’inquinamento pre-Covid di Angela CAMMAROTA

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l Covid 19 ed il conseguente Lockdown ci hanno tolto la libertà, a tanti anche la vita, ma, al tempo stesso hanno segnato un evento importante e significativo in termini di inquinamento atmosferico. Questa pandemia globale ha notevolmente frenato le emissioni giornaliere di anidride carbonica nelle principali città europee. È diminuito il tasso di inquinamento atmosferico globale. I paesi che più ne hanno beneficiato sono stati la Germania, l’Italia, la Francia e la Spagna. In questi paesi il calo del livello di inquinamento ha di sicuro contribuito ad evitare moltissimi decessi. Il Covid ha migliorato la qualità dell’aria, ed, in virtù delle restrizioni adottate per combattere l’epidemia si è giunti ad un ragguardevole rallentamento dell'economia europea, riducendo del 40% la produzione di energia elettrica delle centrali a carbone e di quasi un terzo il consumo di petrolio. Nonostante la maggior parte dei Paesi europei abbia ripreso possesso di una “nuova Normalità post Covid” l'inquinamento, per fortuna non è ancora tornato ai livelli precedenti. Diversa situazione si presenta in Cina, dove le emissioni hanno già ampiamente raggiunto i livelli allarmanti preCovid. Questo risultato di riduzione notevole dell’inquinamento atmosferico, potrebbe essere mantenuto in modo permanente. Alcuni obiettivi di riduzione delle emissioni, che in passato potevano sembrare troppo ambiziosi o addirittura controproducenti, possono ora essere affrontati con fiducia, e, sostenuti da prove concrete. Quel che è sicuro che i cittadini Europei non intendono tornare indietro: pretendono un radicale cambiamento di rotta. Attraverso un sondaggio di YouGov, si è scoperto che i cittadini d’Europa chiedono aria più pulita, mobilità attiva e maggiore possibilità di utilizzare il trasporto pubblico. Anche Il 78% degli italiani, ha dichiarato di non voler tornare ai livelli di avvelenamento di prima, desiderano che la qualità dell’aria venga tutelata, che vengano incentivate le politiche sostenibili e che L’Europa si impegni realmente. È necessario che i nostri rappresentati Istituzionali

facciano scelte coraggiose e soprattutto non ritornino alle vecchie abitudini altamente inquinanti. I cittadini intendono riappropriarsi del verde pubblico e dello spazio necessario per vivere in armonia con l’ambiente. Secondo i promotori della campagna Stop Global Warming .eu, attraverso la raccolta firme si può chiedere all’Ue di tassare di più le aziende che emettono Co2 in modo tale che tali tassazioni possano ridurre il carico fiscale del lavoro e di certo il tasso di inquinamento. L’Europa ha già un piano che regola le emissioni, ma, secondo gli attivisti non è sufficiente, in quanto le aziende non contribuiscono in proporzione a quanto realmente inquinano. Bisogna aumentare il prezzo fissato per tonnellata: dai 20 € attuali, si è proposto di portarlo a 50 € e poi tra 5 anni a 100 euro. Un tesoretto che l'Unione Europea potrebbe usare per ridurre le tasse sui redditi e sul lavoro e favorire l’accordo ecologico. L’aumento del prezzo nel mercato della CO2 favorisce non solo la tassa sui redditi e sul lavoro ma tende a disincentivare le aziende ad inquinare, essendo molto alto il prezzo da pagare, un po’ come il prezzo delle sigarette. Il fumo provoca seri danni alla salute ed aumentarne il prezzo aiuta ad indurre i fumatori ad abbandonare questa grave abitudine che nuoce gravemente alla salute. Questo è un ottimo modo per rallentare il riscaldamento globale. Attraverso ECI (INIZIATIVA CITTADINA EUROPEA) tutti i cittadini europei possono contribuire, firmando la petizione affinché l’Ue sia obbligata a prendere in considerazione questa proposta, discuterne ed attuarla. La raccolta firme, promossa da Eumans e Science for Democracy, ha toccato quota 28mila adesioni l'obiettivo è quello di raccoglierne un milione: a quel punto, la Commissione sarà tenuta a considerare seriamente, se, e, quali azioni intraprendere e a motivare la sua decisione di agire o meno in tal senso. Il problema è che ne parliamo e basta, ci riuniamo nelle piazze, centinaia di leader politici si incontrano in conferenze, ma, nulla o poco finora è stato fatto. Il pianeta ci sta inviando molti avvertimenti questa è la nostra opportunità per cambiare la storia futura che si spera più bella ed a dimensione di uomo e ambiente. ##stopglobalwarming.eu

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EDIZIONE SPECIALE 2005/2020

Il Parco Nazionale del Vesuvio compie 25 ANNI ESPLORARE L’AREA PROTETTA CHE TUTELA IL VULCANO CAMPANO CONSENTE DI SCOPRIRE LUOGHI MAGNIFICI, LOCALITÀ RICCHE DI STORIA, CREATURE AFFASCINANTI E GUSTOSI PRODOTTI TIPICI

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inque lustri, 25 anni sono trascorsi da quando, esattamente il 5 giugno 1995, venne inaugurato con un decreto del Presidente della Repubblica, il Parco Nazionale del Vesuvio. Il Parco occupa una superfice di 8.482 ettari, include il Vesuvio e si sviluppa intorno ad esso interessando il territorio di ben 13 comuni: Ercolano, Torre del Greco, Trecase, Boscoreale, Boscotrecase, Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, Sant'Anastasia, Ottaviano, Somma Vesuviana, Pollena Trocchia, Massa di Somma, San Sebastiano al Vesuvio. L’aerea del Parco è quindi fortemente antropizzata, motivo per il quale si è cercato negli anni di instaurare un clima di rispetto ed attenzione del territorio. Una corretta integrazione uomo-ambiente è possibile solo se il cittadino e/o il turista percepiscono l’importanza di tutelare un parco così prezioso da molteplici punti di vista. Prima di tutto il Parco include il vulcano più famoso al mondo, uno dei soggetti preferiti da fotografare, protagonista indiscusso di tante cartoline, il Vesuvio oggi esercita un certo fascino per l’estrema bellezza che, spesso, sembra porre in secondo piano la sua natura di vulcano dormiente. Il Vesuvio rappresenta il primo vulcano della storia di cui è stata descritta scientificamente un’attività eruttiva ed è anche il vulcano che ha provocato la formazione di una delle aree archeologiche più importanti e più visitate del pianeta: Pompei, Ercolano e Oplonti. Un’ulteriore singolarità di questo Parco è rappresentata dalla notevole presenza di specie floristiche e faunistiche in rapporto alla sua ridotta estensione: sono presenti ben 612 specie appartenenti al mondo vegetale e 227 specie appartenenti a quello animale. Una ricchezza di biodiversità notevole che regala al visitatore incantevoli paesaggi e curiosi incontri. I terreni del Parco sono fertilissimi, complice la lava che si è depositata in centinaia di migliaia di anni arricchendo il suolo di minerali che permettono il fiorire dell’agricoltura. Esistono circa 100 specie di albicocche vesuviane, tra queste la “Pellecchiella” è considerata la migliore per il suo gusto particolarmente dolce e per la compattezza della polpa. Alcune specie di ciliegie piccole e molto succose crescono alle falde del Monte Somma. Altro prodotto tipico sono i famosi

pomodorini da serbo. Sono di piccole dimensioni, tondeggianti, con una caratteristica punta alla base e hanno un sapore dolce-acidulo. Vengono raccolti acerbi in estate e conservati legati ad uno spago attorcigliato a cerchio. Riposti in luoghi asciutti e lontano dai raggi del sole, maturano lentamente, conservando la polpa gustosa e succulenta, protetta dalla buccia che appassisce. I grappoli di pomodorini così raccolti sono detti piennoli. Vengono usati sulla pasta, sulla pizza e fanno ottimi sughi per il pesce e la carne. Alle falde del vulcano sono coltivate l’uva Falanghina del Vesuvio, la Coda di Volpe (chiamata localmente Caprettone) e il Piedirosso del Vesuvio, dalle quali si ricava il famoso Lacryma Christi, un vino dal sapore secco e aromatico. Il Parco ha ben 11 sentieri, alcuni molto facili da percorrere, pianeggianti e quindi adatti anche ai bambini, altri un po’ più impervi e con maggiore dislivello. Il sentiero più battuto è quello del Gran Cono, sentiero che porta i visitatori fino alla sommità del vulcano; da qui ci si può affacciare nel cratere ed osservare piccole fumarole ed inoltre si può godere di una vista mozzafiato su tutto il golfo di Napoli. Negli ultimi anni le visite al Parco sono costantemente aumentate fino a raggiungere le 700.000 unità, un numero impensabile fino a qualche anno fa, incredibile per un sito naturalistico che si posiziona tra i primi 3 siti di attrazione turistica della Campania insieme a Pompei ed alla Reggia di Caserta. Il Parco, in seguito alla chiusura forzata a causa del Coronavirus, ha riaperto al pubblico il 17 giugno rispettando le regole di sicurezza anti-Covid e consentendo ai turisti di tornare ad usufruire di questo luogo unico. Il Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, Agostino Casillo, in una recente intervista ha dichiarato: “Abbiamo deciso di provare a trasformare la crisi sanitaria in una occasione di miglioramento, infatti le nuove modalità di visita rispondono non solo alle prescrizioni in materia di sicurezza e sanità ma cercano di razionalizzare, migliorare e rendere più confortevole l’escursione al Cratere del Vesuvio. Gruppi più piccoli e prenotazione on line offriranno al visitatore la possibilità di effettuare un’esperienza di fruizione più sicura, ma anche più attenta, avendo la possibilità di poter godere sia delle bellezze del luogo che di un accompagnamento professionale, da parte delle guide”.

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di Ilaria BUONFANTI

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di Rosario MAISTO

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a Riserva Naturale Foce Volturno - Costa di Licola, grande polmone verde della nostra regione, è un'area naturale protetta che si estende tra le province di Caserta e Napoli e si sviluppa dalla foce del Volturno passando per il Lago di Patria fino ad arrivare alla Costa di Licola. Già da molto tempo, purtroppo, questa grande Area Protetta ha incominciato a mostrare segni di squilibrio ed impoverimento. Lungo la costa e nella Pineta di Castel Volturno, sono presenti piante come il Leccio, le Ginestre e una vasta distesa di Pini marittimi, un tipo di albero sempreverde il cui ambiente ideale è rappresentato dalle zone costiere del Mar Mediterraneo. Proprio

La Processionaria, invece, sverna dallo stadio di larva all'interno dei caratteristici nidi sericei che vengono intessuti sui rami dei pini, in primavera le larve riprendono l'alimentazione cibandosi degli aghi di pino, per questo motivo è considerato come uno dei principali fattori limitanti per lo sviluppo e la sopravvivenza delle pinete del Mediterraneo inoltre, durante lo stadio larvale, tale insetto presenta una peluria che risulta particolarmente urticante per vari animali e per l'uomo stesso, i suoi effetti si manifestano dopo un giorno e sono abbastanza considerevoli. Ad oggi, trovare una soluzione di tipo fitosanitario risulta molto complicato, l’area della Riserva Naturale è molto estesa ed anche se sono stati stanziati fondi

LA GRANDE PINETA DI CASTEL VOLTURNO STA MORENDO! ARPA CAMPANIA AMBIENTE edizone Giugno • Luglio 2020

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questi Pini, destinati ad essere casa e riparo per vari animali ed uccelli migratori come il Picchio Rosso, l’Upupa e tanti altri stanno oramai morendo, i loro aghi e la loro folta chioma maestosa stanno purtroppo appassendo giorno per giorno. Molti di questi sono stati segnati ed abbattuti dai Carabinieri Forestali (perché già secchi o pericolanti) per mettere in sicurezza tutto il lato stradale ove ergevano inclinati: un’ amara verità che si vede a colpo d’occhio. Uno dei problemi fondamentali è che la Pineta e particolari tratti della zona costiera stanno subendo un forte attacco da parte della Cocciniglia tartaruga dei pini “Toumeyella Parvicornis” e della Processionaria del pino “Thaumetopoea pityocampa”, i cui effetti sono purtroppo distruttivi. Il primo parassita e spelle enormi quantità di liquido zuccherino che può conferire al pino un aspetto lucido, in particolare sulla corteccia, in seguito produce spesse muffe fuligginose che si sviluppano sulla sostanza zuccherina facendo assumere alla corteccia e agli aghi un colore nero intenso ricoprendo di fumaggine nera anche il terreno sottostante le piante colpite e, dato che si riproduce in maniera esponenziale, causa ingiallimenti e perdite degli aghi, a cui segue un declino generale della salute dell’albero fino alla morte.

per la Pineta e la sua salvaguardia non risultano applicati o utilizzati al momento in nessun campo di azione, quindi si cerca di salvare gli alberi migliori distanziandoli dagli altri malati o secchi con tagli e abbattimenti, per non farli danneggiare e ammalare. Ciò che emerge, oltre ai notevoli danni causati dai parassiti è che questa bellissima pineta, un tempo decantata ed ammirata tra le più belle d’ Italia, ora si trova in uno stato di degrado vegetativo, abbandonata all’incuria fino ai limiti della sicurezza ambientale e forestale. Ora, alla luce di questo degrado, è necessario capire chi dovrà intervenire. Il problema infatti si sposta su più livelli di competenza, perché ci sarebbero aree di diversa gestione tra Comune, demanio marittimo e/o forestale, lotti privati etc. Gli Enti preposti dovrebbero prevedere interventi di riqualificazione e sistemazione boschiva, garantendo la manutenzione, la pulizia del sottobosco, impiantando dove necessario nuovi alberi così da ricostruire la Pineta, migliorandone l’habitat, la biodiversità, per la salvaguardia degli animali protetti. Non si può restare inermi ed impassibili senza reagire, la Pineta, come tutto il Litorale Domizio è il nostro patrimonio naturale da tutelare e proteggere, per noi e le generazioni future.

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Progetto Bargain: nel LAZIO via alle prime SPIAGGE ECOLOGICHE La Posidonia protagonista della salvaguardia degli ecosistemi costieri di Giulia MARTELLI

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(conchiglie, legnetti, foglie di Posidonia) con elementi antropici, rappresentando un “ecosistema sociale”. Qui la Posidonia spiaggiata non viene raccolta, così da garantire la conservazione della biocenosi marina e l’equilibrio morfodinamico dei litorali inoltre, gli stabilimenti che hanno grandi accumuli di questa pianta oggi hanno la possibilità di utilizzarla per abbellirsi sostituendo, grazie al brevetto Enea, i loro arredi non bio compatibili, come ad esempio cuscini, con imbottiture naturali fatte con le sue foglie che saranno poi liberate e ricollocate sul litorale alla fine della stagione estiva così da poter continuare a svolgere la propria funzione di barriera anti erosiva. Insomma, la spiaggia ecologica potrebbe rappresentare un modello di gestione che favorisce un po’ tutti: gli ambienti costieri per il ruolo chiave delle banquette, i cittadini perché possono godere di una spiaggia più naturale ma allo stesso tempo più attrezzata, i gestori balneari e le amministrazioni per la riduzione dei costi di pulizia degli arenili e l’aumento dell’attrattiva turistica.

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Quella della Posidonia spiaggiata sugli arenili è una questione che colpisce indistintamente tutte le regioni costiere. Il fatto che ci si trovi dinnanzi ad un bioindicatore della qualità delle acque marine costiere con una notevole importanza ecologica per la protezione dell’habitat marino e costiero è sicuramente acclarato, ma questa innocua pianta acquatica da sempre divide ambientalisti – che non vorrebbero vederla rimossa dalle spiagge – e cittadini ed amministratori comunali che invece considerano dannoso l’impatto di questi accumuli sia dal punto di vista ambientale e paesaggistico, sia di pubblica sicurezza ed igiene (con conseguenti costi molto alti per lo smaltimento). Anche in Campania questo fenomeno è presente, in particolare in alcune zone del Cilento come ad Agropoli dove, oltre ad un progetto di riaffondamento si sta pensando di creare un impianto in loco in grado di ripulire la Posidonia dai rifiuti e dal sale così da poterla utilizzare come ammendante nel terreno. Dalla collaborazione tra Ispra, Enea, Università di Roma Tor Vergata è nato, però, il progetto BARGAIN (finanziato dalla Regione Lazio), che si propone di coniugare le esigenze di fruizione delle spiagge con la salvaguardia degli ecosistemi costieri in un modello pilota di spiaggia ecologica, esportabile su scala nazionale/ internazionale. Questo nuovo modello di gestione della Posidonia spiaggiata ne evita il conferimento in discarica e, solo nei casi in cui non è possibile mantenerla in loco, ne promuove il riuso coerentemente con i principi dell’economia circolare e nel rispetto degli ecosistemi costieri. La Posidonia spiaggiata diviene infatti protagonista, non è un rifiuto ma una risorsa, e può essere valorizzata grazie al brevetto ENEA n. 1424765 (depositato il 24.3.2014 e rilasciato nel 2016), con la creazione di elementi di arredo balneare. Questa tecnologia, scelta per il progetto BARGAIN, è stata già sperimentata in diversi progetti nazionali ed internazionali (tra cui STRATUS, ES-PA) e nel 2019 è stato depositato il Marchio Europeo “Sidonia”. Lo scorso mese di Giugno sono state inaugurate le prime due spiagge ecologiche presso il Parco Nazionale del Circeo e il Monumento Naturale Palude di Torre Flavia a Cerveteri: due laboratori a cielo aperto in cui sviluppare e promuovere nuovi approcci di gestione della banquette. Ma cos’ è una spiaggia ecologica? Si tratta di un luogo in cui convivono in perfetta armonia gli elementi naturali

NATURA & BIODIVERSITÀ

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Oledwind, il nuovo progetto dell’ENEA per illuminare a IMPATTO ZERO di Anna PAPARO

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ledwind, questo è il nome di battesimo del nuovo progetto, completamente “made in Sud”, che vede la produttiva collaborazione tra ENEA e l'azienda campana Materias S.r.l. per sviluppare innovative sorgenti luminose organiche. Protagonisti assoluti sono gli OLED (acronimo per Organic Light Emitting Diode), ovvero sorgenti luminose organiche da integrare in finestre per illuminare gli interni degli edifici in assenza di luce naturale. Grazie anche all'impiego di materiali economici e sostenibili, i nuovi dispositivi consentiranno di ridurre il costo per l'illuminazione e di migliorare il benessere abitativo delle persone. "Questa nuova tecnologia consentirà di realizzare finestre 'intelligenti' che di giorno svolgeranno il 'normale' compito di far entrare la luce naturale, mentre dal crepuscolo in poi, grazie agli OLED inseriti nel vetro, manterranno il livello desiderato di luminosità negli ambienti", così ha spiegato l’idea innovativa e total green Maria Grazia Maglione, ricercatrice del Laboratorio Nanomateriali e Dispositivi nel Centro Ricerche ENEA Portici (Napoli). E grazie anche all'impiego di materiali economici e sostenibili, – come viene spiegato in una nota – i nuovi dispositivi consentiranno di ridurre il costo per l'illuminazione e di migliorare il benessere abitativo delle persone. In pratica, l’intelligenza artificiale al servizio della salvaguardia dell’ambiente. Ed è proprio questa la base del progetto che, pensato per coloro che passano gran parte del proprio tempo all'interno di edifici nei quali la luce naturale contribuisce solo in minima parte all'illuminazione necessaria, con conseguenze sul benessere abitativo e sulla salute degli occupanti, questo sistema – continua la studiosa – si pone l'obiettivo primario e fondamentale di "impiegare nuovi tipi di sorgenti luminose più simili alla luce naturale, che producano luce diffusa, non abbaglianti, con un contenuto spettrale eventualmente regolabile. Sorgenti che siano anche efficienti, cioè a basso consumo, costino poco, utilizzino materiali facilmente reperibili e sostenibili, biodegradabili e che a fine vita siano facilmente gestibili e riciclabili, quindi ecocompatibili". Continuando a leggere la nota, si evince che la fase iniziale del progetto è caratterizzata da una ricerca focalizzata sullo sviluppo di prototipi Oled semitrasparenti che prevedono l'impiego di materiali e processi a basso impatto

ambientale ed ecosostenibili, per il loro possibile utilizzo in finestre intelligenti per l'illuminazione di interni. Qui la collaborazione con Materias riguarderà fondamentalmente l'individuazione dei materiali, il miglioramento di alcune fasi di processo e la valutazione dei risultati raggiunti per pianificare lo sviluppo di Oled con prestazioni migliorate. Si passerà poi ad una seconda fase, durante la quale saranno incrementate l'area emissiva e le prestazioni generali dei dispositivi, inclusa la stabilità nel tempo. "Questo ci permetterà di interfacciarci con aziende dell'illuminotecnica potenzialmente interessate a nuove soluzioni di illuminazione, settore in cui l'industria italiana è tra le prime al mondo, ma anche con i produttori e gli installatori di infissi e serramenti, che avrebbero la possibilità di presentare finestre innovative con dispositivi Oled integrati" conclude orgogliosa la ricercatrice Enea. Avendo ottenuto un finanziamento pari a 46.500 euro grazie al programma "Proof of Concept" messo in campo dall'Enea per lo sviluppo e il trasferimento tecnologico all'industria, OLEDWIND rappresenta un punto di svolta per lo sfruttamento delle energie a impatto ambientale pari a zero salvaguardando la vita del nostro pianeta e colorando la nostra vita quotidiana di verde. Un nuovo modo di “illuminare d’immenso” gli ambienti senza minare la salute della Terra già messa a dura prova dai cambiamenti climatici e dalle continue e invasive attività umane.

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EDIZIONE SPECIALE 2005/2020

La piattaforma per il riciclo del VETRO CLOSE THE GLASS LOOP È IN RETE

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l trenta giugno ha debuttato sul grande schermo dei pc di tutta Europa “Close the Glass Loop”, la nuova piattaforma dedicata alla differenziata del vetro. Nata con lo scopo di dare un nuovo impulso al tasso di raccolta differenziata tesa al riciclo e portarlo al novanta per cento entro il 2030, nell’Unione Europea è stata lanciata ufficialmente dall’industria del packaging in vetro, Feve (European Container Glass Federation). A comunicarlo ci ha pensato con una nota Assovetro, Associazione Nazionale degli Industriali del Vetro che con Co.Re.Ve, Consorzio Nazionale per il riciclo del vetro, aderisce alla nuova piattaforma che ha "il fine di realizzare un piano d'azione per l'economia circolare del vetro in Europa". La Conferenza stampa, che si è svolta in modalità a distanza, on line causa Covid-19, tra le 11 e le 12:30 dell’ultimo giorno del mese di giugno, è stata seguita collegandosi al link https://docs.google. com/forms/d/e/1FAIpQLSfcE6FoJZB9LrbgR7l_ NURVpOLzcFxd66DE2C5tnxPwVWpiaQ/viewform e ha avuto tra gli speaker il Commissario Europeo per l'ambiente, Virginijus Sinkevicius che ha parlato delle iniziative per favorire l'economia circolare in tutta l’Europa. L'iniziativa, quindi, rappresenta una risposta attiva e concreta alle nuove norme europee volte ad aumentare gli obiettivi netti di riciclo degli imballaggi in vetro. Il programma 'Close the Glass Loop' tenderà a stimolare la raccolta e coinvolgerà i numerosi partner europei e nazionali, dai comuni ai trasformatori di vetro, ai clienti dell'industria, fino agli schemi nazionali di responsabilità estesa del produttore che operano in tutti gli Stati membri dell'Ue. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio ambizioso piano di sostenibilità legato agli imballaggi in vetro per l’Europa che punta al raggiungimento di un livello di raccolta differenziata mai visto prima. Un ambizioso piano di sostenibilità legato agli imballaggi in vetro per l'Europa che punta al raggiungimento di un livello di raccolta

differenziata di almeno il novante per cento entro in 2030 in tutti i Paesi dell’Unione. Si chiama "Close the Glass Loop" e vede capofila l’European Container Glass Federation, supportata e accompagnata in quseta nuova avventura in Italia da Assovetro e da Co.Re.Ve. , il consorzio nazionale per il recupero del vetro. Questa piattaforma rappresenta una grande sfida che metterà alla prova tutti gli attori della filiera, partendo dai produttori e utilizzatori di imballaggi in vetro fino ai consumatori finali, cioè i cittadini, arrivando ai comuni responsabili della raccolta differenziata a fine vita alle aziende di trattamento e recupero del vetro, in modo da intraprendere un percorso virtuoso che veda tutti gli sforzi concentrati per un obiettivo comune: valorizzare un perfetto esempio di economia circolare, nella direzione dello sviluppo sostenibile. Come ha ben sottolineato il presidente di Co.Re. Ve. Gianni Scotti, in Italia si spera di raggiungere l’obiettivo prefissato in pochi anni. I dati raccolti negli anni lasciano ben sperare. Basti pensare che nel 2019 è stato registrato un tasso di riciclo del 77,3% che equivale a un tasso di raccolta dell’ottantasette per cento, con previsioni di crescita ulteriori molto incoraggianti per i prossimi anni. Grazie al progetto Close the Glass Loop si punta a una razionalizzazione del sistema e ad uniformarlo su scala europea, così da poter condividere le buone pratiche e massimizzare il riciclo. La sfida lanciata da ‘Close the Glass Loop’ è davvero rivoluzionaria e importante. Unico grande scopo è quello di puntare all’aumento del contenuto riciclato disponibile per l'industria, raccogliendo sempre di più e meglio il vetro, ottenendo il pieno riciclaggio effettivo degli imballaggi raccolti, collaborando con l'intera catena del valore per garantire che l’economia circolare alla base del progetto funzioni al meglio in direzione dello sviluppo sostenibile. Ora dobbiamo solo attendere e registrare nei prossimi mesi i risultati con la speranza di centrare l’obiettivo, ovvero quello di proteggere il nostro pianeta. Come direbbe Hemingway, “la Terra è un bel posto e vale la pena lottare per lei”.

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di Anna PAPARO

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ARPA CAMPANIA AMBIENTE

AGRICOLTURA & SCIENZA

Insieme per tutelare la biodiversità

di Bruno GIORDANO

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rmai da tempo l’ambiente costituisce la tela di fondo che sottende tutte le problematiche che si presentano per la sostenibilità dell’avvenire del nostro pianeta. Nel nostro Paese difendere il patrimonio naturale è diventata una priorità non più rinviabile. Ed è per tale motivo che lo scorso 22 giugno è stato stilato il primo accordo tra agricoltori e scienziati per la “nuova genetica green” capace di sostenere l’agricoltura nazionale, difendere il patrimonio di biodiversità agraria presente in Italia dai cambiamenti climatici, e, far ritornare la ricerca italiana protagonista nella fase post Covid 19. L’intesa è stata firmata a Palazzo Rospigliosi, a Roma, dal presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, e dal presidente della Società Italiana di Genetica Agraria (SIGA) Mario Enrico Pè. E’ un accordo/ collaborazione che punta a tutelare la biodiversità dell’agricoltura italiana e al contempo migliorare l’efficienza del nostro modello produttivo attraverso varietà più resistenti con meno bisogno ed impiego di agrofarmaci, con ricadute positive in termini di sostenibilità ambientale, economica e sociale e permettere all’Italia di divenire capofila in Europa delle strategie del New Green Deal, in un impegno collettivo di ricerca che vede la partecipazione di ambientalisti e consumatori. L’Italia vanta il primato europeo nella biodiversità agraria grazie a 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei francesi; 533 varietà di olive contro le 70 spagnole. Il primato di 299 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg unitamente a 5155 prodotti tradizionali regionali recensiti in tutta la Penisola con la leadership nel biologico con 72.000 operatori. Una sfida ambiziosa per far ritornare gli agricoltori protagonisti della ricerca senza che i risultati finiscano nelle mani di poche multinazionali proprietarie di brevetti. È necessario ed urgente difendere e valorizzare il patrimonio di biodiversità agraria nazionale e la distintività delle nostre campagne, garantendo nuove possibilità di crescita e sviluppo all’agroalimentare nazionale, ed in questo, il ruolo della

ricerca pubblica è insostituibile. I genetisti agrari italiani sono ben preparati per contribuire efficacemente ed in modo creativo alla realizzazione di un’agricoltura sostenibile e innovativa nel solco del Made in Italy svolgendo il duplice ruolo di innovatori e custodi della ricca agrobiodiversità italiana. Sulla base di tutto quanto sopraesposto diventa necessario un piano mirato di investimenti nella ricerca perché solo la ricerca pubblica nazionale è in grado di sviluppare soluzioni su misura della nostra agricoltura e di renderle disponibili a tutti i produttori. È una grande sfida, raccolta dal mondo dell’agricoltura e della scienza che lavoreranno in sinergia e proveranno insieme ad uscire rinnovati ed innovati dall’incubo della pandemia coronavirus che obbliga a trovare percorsi sostenibili dal momento che non si può più perdere altro tempo.

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EDIZIONE SPECIALE 2005/2020

Umberto Nobile da Lauro al Polo Nord Caparbietà, tenacia, estro e avventura : un genio dei suoi tempi

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orreva l’anno 1885, il 21 di gennaio, quando Maria La Torraca e Vincenzo Nobile videro nascere a Lauro in quel piccolo borgo di terra Irpina, ai piedi di un vecchio maniero, il figlio Umberto. Dopo gli studi classici si laurea in Ingegneria Meccanica ed è nominato Ufficiale della Regia Aeronautica. La sua grande passione erano le costruzioni aeronautiche: nel 1916 progetta un dirigibile per l'esplorazione del mare, denominato O e nel 1918 il primo paracadute italiano. Successivamente, insieme all’ingegner Gianni Caproni, realizza la costruzione del primo aeroplano metallico italiano. Al rientro da un viaggio in America sempre per la costruzione di aeronavi militari, progetta e realizza il dirigibile N1, impegnato in una prima trasvolata del Polo Nord e viene premiato con il grado di Tenente Colonnello del Genio Aeronautico. Nel 1926, spinto ed incitato dal norvegese Roald Amudsen e da un finanziatore americano, progetta e dirige la prima trasvolata sul Polo Nord con il Dirigibile NORGE e nella notte tra l’11 e il 12 maggio del 1926, dopo lo scalo alla Baia del Re (Isole Svalbard), sorvola il Polo Nord. Atterra due giorni dopo, senza scalo, compiendo una traversata di oltre 5300 km, a Telier in Alaska. All’indomani del rientro in Italia viene ricevuto da Mussolini, nella sede della Federazione Romana di Palazzo Vidoni il duce lo salutò dicendo una frase poi diventata famosa: “ Si ricordi, non bisogna andare mai due volte contro lo stesso destino”. Niente da fare: nel mentre veniva nominato Generale dell’Aeronautica per le Costruzioni Aeronautiche, materia che insegnava anche all’Università di Napoli, la sua grande passione e la sua dedizione lo spingevano a ritentare il viaggio polare. Ritornare al Polo Nord con una navicella ideata, progettata, costruita, guidata da lui stesso. Infatti nel 1928 ritenta l’impresa con il Dirigibile ITALIA e raggiunge per la seconda volta il Polo Nord. Il 24 maggio 1928 Nobile scrive sul suo brogliaccio di bordo: “Al Polo alle 1,20 mi sporsi fuori dalla cabina e lasciai scendere la Bandiera d’Italia, seguì poi il Gonfalone della Città di Milano e la Croce affidatagli dal Papa”. Un gesto semplice e solenne, molto significativo, che tutto l’equipaggio si accinse a compiere in religioso silenzio come simbolo di una vittoria fortemente voluta da una “volontà ardente”. Gesti significativi ma che riempivano di orgoglio tutto l’equipaggio, tanto che per festeggiare tirarono fuori una piccola bottiglia di un liquore casalingo, un sorso per ciascuno, per festeggiare il passaggio sul Polo; seguirono i telegrammi al Papa, al Re, a Mussolini per far sì che sull’Artico sventolasse orgogliosamente la bandiera italiana. Ma durante il viaggio di ritorno il dirigibile precipita e la spedizione si trasforma in tragedia. La via del ritorno verso la Baia del Re è funestata da burrasche di vento, si lotta contro una terribile tempesta. Il dirigibile ITALIA cade, riprende, ma poi si perde nella tormenta e porta con sé alcuni uomini dell’equipaggio. Nobile ed altri caduti sul ghiaccio tentano una dura sopravvivenza in quella che diventerà poi la mitica

“Tenda Rossa”. Passano circa 30 giorni e il 12 luglio quel che resta dell’equipaggio della trasvolata polare viene raggiunto e portato in salvo dal rompighiaccio russo Krassin, giunto in zona dopo una difficile navigazione a causa anche di un’elica in avaria e del notevole spessore dei ghiacci, fatto insolito per l’avanzata stagione estiva. All’indomani di questo epilogo l’Italia si divide. La vicenda ebbe strascichi amari e penosi risvolti. Venne ufficialmente nominata una Commissione d’Inchiesta per i naufraghi del Dirigibile Italia. Processato e assolto, Nobile si dimette dall’Aeronautica, sostenendo una tesi chiara: “ Dopo aver fatto a gara per salvarci, aveva poi tentato, quasi con la stessa passione di demolire con le calunnie più ignobili un’impresa di scienze e di ardimenti, bella e nobile, anche se sfortunata “ . Nessuno volle dare un chiave di lettura alla vicenda vissuta sui ghiacci del Polo Nord da Nobile e dai suoi compagni. Passò inosservata l’eccezionale determinazione e la straordinaria capacità di adattamento con cui i naufraghi diedero vita ad una reale esercitazione di sopravvivenza, impensabile per le modeste tecnologie dell’epoca. Ormai si sentiva straniero in Italia. Nel 1931 si trasferisce in Unione Sovietica dove resta per alcuni anni e organizza costruzioni di aeronavi e partecipa a spedizioni scientifiche (la sua grande passione). Successivamente si trasferisce in America per far rientro in Italia nel 1945 quando il suo caso viene riaperto e una commissione riammette Nobile nei quadri dell’Aeronautica, riprendendo anche la sua attività di docente universitario. La sua impresa solo in seguito fu definita la più grande, la più bella , la più ardita impresa polare di tutti i secoli, l’ultima spedizione “romantica”, la prima spedizione scientifica verso l’Artide… Un’impresa dal carattere scientifico, infatti a bordo dell’ITALIA vi erano tre scienziati con, in evidenza, il cosmopolitismo di Umberto Nobile, la sua dimestichezza a lavorare e trattare con uomini di altri paesi, in anni di esasperati nazionalismi e soprattutto il fermo convincimento di una scienza senza confini, non asservita ad ideologie, non frazionabile ma patrimonio collettivo dell’umanità. C’era da quella vicenda da trarre una notevole quantità di utili insegnamenti, sufficienti, tra l’altro, a dar vita ad un vero e proprio manuale di sopravvivenza. Come quei manuali che nel dopoguerra ci giunsero assieme al chewingum e alla Coca-Cola dagli Stati Uniti che, già dagli anni ’40, lo avevano in uso per le loro Forze Armate. Ma, come tutti sanno, nessuno è profeta in patria. Si volle perdere Nobile e anche il Dirigibile, perdemmo l’occasione d’essere presenti, in posizioni di prestigio in più campi della ricerca scientifica di quei tempi, campi che certamente avrebbero tanto insegnato alle future generazioni che ancora oggi studiano e ricordano, nelle scuole e negli atenei italiani, le imprese polari del Generale Umberto Nobile nato a Lauro (AV) e morto a Roma nel 1978. Scrive Benedetto Croce: “Seguendo il drammatico racconto che non può non prendere il cuore non solo di ogni italiano ma di ogni uomo ….”.

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di Domenico SANTANIELLO

AMBIENTE & CULTURA

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ARPA CAMPANIA AMBIENTE

CAMMINARE ALL'ARIA APERTA

La serenità, la forma fisica e la gioia di vivere di Fabiana LIGUORI

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l faticoso periodo di lockdown a causa del Covid 19 ha portato non poche conseguenze nella vita delle persone. Molti e diversi sono stati gli effetti del forzato isolamento in casa (per chi una casa ce l’ha). Uno fra tanti è stato senz’altro il manifestarsi di un prorompente e continuo desiderio di uscire dalle quattro mura e camminare all’aria aperta. Tale semplice attività, la cui importanza e bellezza sono state spesso ignorate o poco apprezzate (fino al manifestarsi della pandemia), diventa ai giorni nostri un’azione ricercata, costante, determinante per il proprio benessere. Come fare trekking, una pratica oggi molto diffusa che sta appassionando sempre più persone, famiglie, viaggiatori e non. Trekking è un termine inglese che nell'immaginario collettivo italiano è sinonimo di escursionismo, ma in realtà è molto di più. È passeggiare in modo lento sotto nuvole o stelle attraversando ambienti naturali, spesso di montagna, per conoscere il paesaggio da prospettive diverse e ritrovare allo stesso tempo se stessi con un pizzico di avventura. Non è alpinismo, non è sport estremo, non è sfidare la natura ma entrare in sintonia con il territorio, con il Pianeta. Fare trekking significa allontanarsi dalle

“chiusure”, dal tran-tran quotidiano, dalla fretta, dal rumore per esplorare luoghi nuovi senza confini. Un modo per riconciliarsi con l’essenza delle cose, per riprendere fiato, per godere della natura in tutte le sue manifestazioni: scorci, gole, grotte, coste marine, fiordi, alture, valli, alberi, fiori, piante e tanto altro. I benefici della camminata sullo stato di salute delle persone sono davvero significativi: fa bene alla vista, ai nostri occhi stanchi dopo ore davanti a un computer, una cucina, un libro, una macchina per cucire; aiuta a prevenire non solo i problemi articolari, cardiaci e polmonari, ma accelera il metabolismo e riduce il rischio di diabete; è fondamentale per perdere peso e tonificare i muscoli; diminuisce il livello di stress; allena e fortifica il cuore; riduce la cellulite. Anche la psiche e la creatività si rinvigoriscono. Quando si cammina, si libera la mente e si dà libero sfogo all’immaginazione. Ancora meglio se la passeggiata è in mezzo alla natura: respirare aria buona e pulita, rilassa, ispira, rasserena e mette di buon umore. In Campania, terra di paesaggi e scorci incantevoli, sono innumerevoli le possibilità di praticare tale attività. Moltissimi i sentieri e i percorsi da fare e tante anche le associazioni e i gruppi che si occupano di organizzare e coordinare passeggiate, visite guidate ed escursioni.

ALCUNI ITINERARI MENO CONOSCIUTI IN CAMPANIA

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Per quanti preferissero camminare in autonomia, senza alcuna guida o gruppo consigliamo di cominciare a praticare trekking valutando distanze, attrezzature e dislivelli con attenzione. Tra i più bei sentieri in Campania da fare in solitaria, oltre ai rinomati “Sentiero degli Dei” e “Sentiero dei Limoni” va senza alcun dubbio citata la meravigliosa “Valle delle Ferriere” con le sue suggestive cascate, Monte Cervati, la salita per eccellenza, un massiccio selvaggio e ricco di biodiversità e il Parco Regionale del Matese sul cui comprensorio sono presenti paesi e borghi storici da visitare durante il percorso. Tappa obbligatoria le grotte di Lete con le cascate, gli stalattiti e le farfalle dagli occhi fosforescenti. Di seguito invece alcuni itinerati organizzati da tre gruppi di guide associate molto presenti e amati sul territorio campano per la loro professionalità e dedizione: MetAdventures, Cartotrekking e Trentaremi ITINERARIO 1 I Faggi secolari di Monte Faito, la foresta

vetusta (Cartotrekking) Fresca camminata guidata pomeridiana nella faggeta vetusta del Monte Faito, passeggiando nella foresta più antica dei Monti Lattari in uno dei periodi più belli e piacevoli dell'anno, quando il colore verde dipinge tutto ciò che la circonda. Nel sottobosco si possono ammirare le giovani piantine di faggio nascere, e circondare le antiche neviere, alcune di considerevoli dimensioni, che una volta producevano ghiaccio per la vicina Castellammare di Stabia.

mediterranea, con scorci stupendi sulla costa. Il paesaggio mozzafiato accompagna i viaggiatori lungo tutto il percorso fino a giungere alla prima meta: la Grotta dell'acqua. Sosta sulla spiaggia della "Molara” dove si trova l'omonima grotta. Un luogo di incredibile fascino e importanza storica in cui fu ritrovata una mandibola di un bimbo di circa 4 anni dell’uomo di Neanderthal. Non manca un tuffo nelle acque cristalline e un momento di relax cullati dal mare.

DETTAGLI TECNICI Partenza: Vico Equense Durata: circa 4 ore Lunghezza: 7 Km dislivello: +/- 250 metri Difficoltà: Media-facile - Livello E - Escursionistico

DETTAGLI TECNICI Partenza: Scario Difficoltà: Media - Livello E (Escursionistico) Lunghezza 6 km - dislivello +/- 100 m Numero massimo di partecipanti: 10

ITINERARIO 2 A Lu Ciliento: trek tra mare e grotte (MetAdventures) La camminata parte dal caratteristico paesino di Scario e da lì man mano ci si inoltra nella macchia

ITINERARIO 3 Taburno: all'ombra dei faggi del Re (MetAdventures) Una delle montagne più affascinanti della Campania, un sentiero di incredibile bellezza naturalistica. Si

ITINERARI ECOSOSTENIBILI

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EDIZIONE SPECIALE 2005/2020

D o p o i l for z ato lockdow n prat ic a re tre k ki n g è dive nt at a u n 'at t iv it à m ol to ri ce rc ata e diffu s a

DETTAGLI TECNICI Partenza: Monte Taburno Difficoltà: Media Livello: E (Escursionistico) Lunghezza: 7 km , dislivello +/- 450 m Durata: circa 4 ore ITINERARIO 4 Capo Miseno, trekking al tramonto (Trentaremi) Una strada che dal mare si perde tra vecchie ville padronali, masserie e numerosi ruderi di epoca romana. Uno dei luoghi più suggestivi dei Campi Flegrei, la grande caldera vulcanica a nord di Napoli. Immettendosi nel sentiero, si raggiunge la cima di Capo Miseno, dove, grazie alla luce del tramonto, si gode di un panorama mozzafiato sul faro, sulla

spiaggia di Miliscola, sul Monte di Procida e sulle isole di Ischia, Procida e Capri. DETTAGLI TECNICI Partenza: BacoliDifficoltà: facile - Livello T (Turistico) Lunghezza: 2,5 km a/r - Dislivello: +/- 130m Durata: circa 3,5 ore ITINERARIO 5 Visita ai vigneti di Furore tra cantine & terrazzamenti (Cartotrekking) Passeggiata panoramica a mezza costa, tra verde, natura, e ruralità, attraversando la parte alta del Fiordo di Furore lungo le tracce del Generale Avitabile. Si cammina costeggiando delle spettacolari falesie rocciose, con paesaggi a picco sul mare, passando per i vigneti della Cantine Marisa Cuomo e le Grotte di Santa Barbara, fino ad guadare il Fiume Penise (il cuore del Fiordo) e giungere a San Lazzaro di Agerola. DETTAGLI TECNICI Partenza: Bomerano di Agerola

Difficoltà: facile - Livello T - Turistico Lunghezza: 6 km circa - dislivello di +/- 200m Durata: circa 3 ore 30 min ITINERARIO 6 Monte Vico Alvano, trekking al tramonto (Trentaremi) Il Monte Vico Alvano è una bellissima cima dei Monti Lattari che segna idealmente il confine tra la Penisola Sorrentina e la Costiera Amalfitana. In un solo colpo d'occhio, infatti, da qui si abbracciano i due golfi. Si cammina per circa 4 km tra macchia mediterranea e rocce che trasudano storia: è sulle pendici di questo monte, infatti, che furono rinvenute le prime tracce uma ne risalenti a oltre 15.000 anni fa. Si tratta di un percorso con un forte dislivello (400 m), ma non presenta difficoltà particolari per cui è adatto a tutti, purché si sia abituati a camminare! DETTAGLI TECNICI Partenza: Piano di Sorrento Difficoltà: Medio, facile Livello T/E Durata: 4 ore più la sosta colazione Lunghezza: 4 km

IL DECALOGO | CONSIGLI UTILI PER CHI PRATICA O VUOLE PRATICARE TREKKING • Indossare sempre un buon paio di scarpe da trekking. • Portare sempre una scorta d’acqua, una giacca a vento, un kit da pronto soccorso • Se si prevedono percorsi lunghi, portate con voi una torcia elettrica. • Se non siete esperti, per intraprendere i sentieri più impegnativi affidatevi a una guida locale. • Munitevi di una mappa dettagliata per conoscere bene il territorio che andrete a esplorare. • Non abbandonate mai i sentieri indicati né tentate di prendere delle “scorciatoie”, spesso i precipizi possono essere dietro l’angolo. Inoltre è davvero difficile orientarsi in boschi o immense distese dove i punti di riferimento scarseggiano. • Non attraversate i fiumi senza prima aver effettuato attente ricerche, soprattutto se si tratta di fiumi di montagna, questi possono nascondere insidie pericolose come mulinelli o bruschi rialzi del livello dell’acqua a causa di inaspettati temporali.

• Prima di intraprendere un qualsiasi percorso, controllate le previsioni meteo, non solo della giornata in cui è previsto il vostro arrivo ma anche del giorno precedente: un sentiero bagnato può essere davvero scivoloso. • Durante i percorsi trekking naturalistici è buona norme rispettare la natura evitando di raccogliere fiori, accendere fuochi e lasciare rifiuti in giro. • Imparate a usare la bussola e per i percorsi trekking più lunghi portate una batteria supplementare per il vostro smartphone, soprattutto se questo funge da mappa. Dulcis in fundo... Se state programmando di affrontare un percorso trekking molto impegnativo, ricordate di viaggiare leggeri e portare con voi l’essenziale. Prima di intraprendere un percorso impegnativo di 15 km che potrebbe portarvi via, nella migliore delle ipotesi, 6 ore di tempo, allenatevi in percorsi urbani.

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ARPA CAMPANIA AMBIENTE edizone Giugno • Luglio 2020

cammina lungo la foresta del Re, istituita durante il regno borbonico nel 1786, tra faggi secolari ed abeti. Si sale in vetta per ammirare a 360° la meravigliosa terra campana. Attraversato questo bosco sacro, dove la natura regna incontrastata e il silenzio è quasi surreale, è facile rilassarsi nel bellissimo prato di Piano Melaino

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ARPA CAMPANIA AMBIENTE

JAMES WINES: IL SITE E L’ARCHITETTURA ECOLOGICA di Antonio PALUMBO

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ato nel 1932 a Oak Park, vicino a Chicago, città nota per le numerose case progettatevi da Frank Lloyd Wright, a contatto con i capolavori dell’architettura organica James Wines ha sviluppato le proprie scelte estetiche ed una pregnante concezione ecologista del costruire. Nel 1970 egli fonda a New York, insieme ad Alison Sky, Michelle Stone e Joshua Weinstein, il gruppo interdisciplinare Sculpture in the Environment (SITE), uno dei più noti studi di architettura statunitensi degli anni Settanta e Ottanta, svolgendo anche un’intensa attività di critico, con scritti e saggi pubblicati su varie riviste negli USA, in Europa e in Giappone: il sodalizio nasce col proposito di dissacrare i miti contemporanei della società dei consumi mediante un progressivo processo di “de-strutturalizzazione” del concetto di architettura attraverso le sue contaminazioni con le arti visive, segnatamente con la scultura. Le creazioni progettuali del SITE sconfinano continuamente nel campo dell’arte. Verso la fine degli anni Sessanta, quando inizia a realizzare modelli (Landsite Sculptures, 1968-69), Wines si convince di dover superare il tradizionale concetto di scultura per sviluppare invece l’idea di «costruire un oggetto come parte di un contesto»: in tal senso, il suo volume De-Architecture (1987) sarà fondamentale per ribadire e diffondere l’idea di un’architettura «integrata con l’arte, la tecnologia e la natura e, al tempo stesso, assimilata al suo contesto». Sotto la guida di Wines, fondatore e leader del gruppo, in un contesto multidisciplinare che vede impegnati artisti, architetti, tecnici e specialisti, il tema della “collocazione” e dell’integrazione col paesaggio caratterizzerà sempre di più il percorso culturale e operativo del SITE: dalle prime architetture, con le facciate scollate o parzialmente staccate dalle costruzioni, isolate, non finite o costruite “già distrutte”, e dai ‘green project’, caratterizzati da una vegetazione che invade e “divora” gli edifici, emergono, inequivocabilmente, la passione ed il rispetto per la natura. Alla fine degli anni Ottanta Toraldo Di Francia (1989) descrive le prime opere del gruppo SITE come «un ciclo di progetti misteriosi, senza più edifici ma con alberi e cespugli e palme e rampicanti in spazi di architettura, giungle che invadono e sostituiscono, edifici consumati non più da uomini frettolosi e benestanti ma da vegetali immobili». Tale direttrice operativa del SITE viene sistematicamente seguita generando una particolare definizione concettuale e creativa. Ne sono un significativo esempio i progetti realizzati per i grandi magazzini Best, tra cui Peeling Project (1972), Indeterminate Facade (1975), Best Parking Lot (1976) e Inside/Outside Building (1984): queste creazioni affermano la possibile scomparsa in termini di linguaggio formale dell’oggetto architettonico in favore di una sua migliore integrazione col contesto. I progetti successivi evidenzieranno sempre più la volontà di conseguire una “fusione” totale tra costruito e ambiente naturale e, nel contempo, si intensificherà la ricerca teorica di Wines sul tema del rapporto tra architettura e natura, fino alla compiuta analisi da lui presentata in Green Architecture (2000): tra essi, dopo il successo della Highway‘86 a Vancouver, va ricordato almeno il Bridge of four Continent, il “ponte effimero” realizzato nel 1989 in occasione dell’Expo di Hiroshima (che sarà poi demolito alla fine della manifestazione). Questo intervento, emblematico rispetto all’opera di Wines e del SITE, è costituito da un giardino commemorativo su una laguna artificiale, ideato quale testimonianza simbolica dell’unione tra la terra, il mare e la gente, interpretando così il tema dell’Esposizione: il ponte affonda le proprie radici nella tradizione storica dei giardini giapponesi. A partire dagli anni Novanta, infine, la produzione del sodalizio newyorkese si caratterizza sempre di più per l’attitudine a sperimentare l’impiego del verde quale elemento costitutivo del progetto: si afferma, in modo definitivo, il tema del rapporto natura-architettura. Come annota Pisani (2006), «a questi anni risale il progetto per la promenade all’Expo di Siviglia del 1992. Il progetto prevede una combinazione di coperture inverdite, alberi e graticci con rampicanti utilizzati come sistema di controllo climatico per il raffrescamento naturale».

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CAMPANIA: RECUPERO EDILIZIO E DECONGESTIONAMENTO DELLE COSTE di Antonio PALUMBO

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i è un sicuro collegamento tra il recupero edilizio delle aree interne e il decongestionamento delle fasce costiere: questo è tanto più vero ed urgente in una regione come la Campania, dove sono tanti e differenti tra loro, per ubicazione e caratteristiche, i comprensori territoriali ed i piccoli Comuni i quali, in ragione del crescente ed inarrestabile abbandono consumatosi a partire dagli anni Settanta, non hanno più potuto arginare le tendenze centrifughe di una nuova urbanizzazione che ha progressivamente congestionato e “saturato” dal punto di vista insediativo le fasce costiere (specie quelle ricomprese nelle province di Napoli e Caserta). Impossibile fare, in ragione dell’azzimata esposizione qui richiesta, un’esaustiva carrellata delle tante conseguenze negative determinate, nel corso dei decenni, dall’acuirsi di tale fenomeno: ci basterà solo ricordare l’enorme quntità di immobili dismessi e degradati - molti dei quali anche di notevole pregio costruttivo ed estetico - che si trovano in condizioni di totale fatiscenza anche nel bel mezzo di centri storici rinomati e di grande valore storico e artistico, oppure il collegato abbandono delle aree rurali, che tanto ha influito non solo su quella che era una fiorente e qualificata economia agricola (basterà riferirci alla pressoché estinta produzione del famoso pomodoro di San Marzano) ma anche sul crescente determinarsi di pericolosi fenomeni di dissesto idrogeologico e di compromissioni (sovente irreversibili) del quadro ecosistemico. ‘Rebus sic stantibus’, sembra davvero giunto il momento di chiedersi seriamente come sia possibile rimediare a quanto sinora si è verificato, considerato nondimeno che, per i nostri territori, “invertire la rotta” appare ormai una necessità ineludibile, in termini di riequilibrio tanto ecosistemico quanto economico, senza escludere la possibilità di un complessivo innalzamento della qualità della vita che un tale “fenomeno di ritorno” sarebbe in grado di determinare. La logica di uno “sviluppo alternativo”, che preveda la progressiva convergenza verso aree interne di quote sempre più significative della popolazione costiera, impone tanto uno stop all’individuazione di nuovi insediamenti quanto, ovviamente, la costruzione organizzata di un efficace sistema di interrelazioni dinamiche tra costa ed entroterra. Queste due grandi direttrici operative dovrebbero mirare al conseguimento di un duplice obiettivo: ridurre la pressione antropica per ottenere una rigenerazione delle risorse ambientali delle zone litoranee; ricomporre la rete ecosistemica e bionaturalistica e “ritessere” i pattern paesaggistici costieri, integrandoli oculatamente con le fasce di entroterra e riarticolando, nel contempo, la rete dell’offerta turistica, che andrebbe finalmente indirizzata verso una fruizione razionalizzata e distribuita sull’intero territorio regionale. All’interno di tale quadro strategico acquisirebbe un carattere di assoluta centralità il recupero del patrimonio edilizio (in specie di quello che riveste valore storico-architettonico) dei centri minori delle aree interne. Certo - come ci ricorda un grande maestro, Pier Luigi Cervellati - l’estrema eterogeneità delle situazioni in cui versano i centri storici minori non agevola affatto tale compito: ciò è vero ancor più in Campania, dove le differenze tra le province interessate dalle zone costiere, unite alla diversa natura delle criticità esistenti, sono tante e tutte rilevanti. Tuttavia, vi è motivo di ritenere che proprio la rigenerazione, valorizzazione e messa a sistema del patrimonio edilizio in disuso dei tanti caratteristici centri delle aree interne, ove si ponga particolare attenzione ai caratteri ambientali, socio-culturali e identitari degli ambiti interessati, potrebbe fornire un’efficace ed attrattiva risposta ai bisogni e alle domande di molti abitanti che affollano attualmente i comprensori costieri; contemporaneamente, la conservazione, il recupero e la ristrutturazione edilizia e urbanistica di tentissimi centri interni si rivelerebbe estremamente utile per una migliore e più razionale distribuzione dei carichi turistici sul territorio regionale, evitando, come allo stato accade, che essi vadano ad attestarsi prevalentemente lungo le fasce litorali. BIO ARCHITETTURA

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Italia cresce la sharing mobility LA MOBILITÀ CONDIVISA COINVOLGE ORMAI OLTRE 5 MILIONI DI ITALIANI di Anna PAPARO

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quanto pare agli italiani piace molto la sharing mobility. Infatti, i servizi di mobilità condivisa sono in deciso recupero dopo il lockdown, soprattutto bikesharing e monopattini, ai quali bisogna affiancare anche il carsharing. La ripresa più forte è stata registrata nelle città di Palermo e Milano. Tutto questo è venuto fuori dalla IV Conferenza Nazionale sulla Sharing Mobility, al via quest'anno in digitale con una formula di 100 giorni + 2, con un evento di apertura, una serie di appuntamenti articolati in un trimestre e un evento conclusivo. A fronte di un tasso di mobilità (percentuale degli italiani mobili) che durante il lockdown è sceso dall'85% del 2019 al 32%, anche i servizi di sharing mobility hanno avuto un calo vistoso della domanda: in media dell'80%, in linea con il calo della mobilità italiana. Ma, alla conclusione del lockdown, un'analisi compiuta dall'Osservatorio Nazionale Sharing Mobility su 12.688 cittadini di Roma, Milano, Torino, Bologna, Cagliari e Palermo, città dove sono presenti servizi di sharing mobility, che mette a confronto i valori del mese di maggio con quelli osservati a febbraio 2020, ha dimostrato che bikesharing e monopattini in sharing siano già tornati quasi ai livelli pre-Covid, recuperando nell'arco di sole 4settimane rispettivamente ben 60 e 70 punti percentuali. Davvero dati confortanti. A tenere testa il carsharing, che recupera terreno ma in termini minori (in media 30 punti percentuali in più rispetto al mese di Maggio). Pedonalità, bicicletta, scooter sharing, bike sharing, car sharing e monopattini rappresentano, così, dei veri e propri alleati per il trasporto pubblico dove, a causa del distanziamento sociale, bus, tram e metro stanno viaggiando a capacità ridotta. "Dopo la tragedia Covid - afferma il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa - sta cambiando il nostro modo di vivere, in particolare nelle grandi città e sono lieto che si faccia il punto sulla mobilità sostenibile per andare sempre più verso una normalità green". E Roberto Traversi, sottosegretario ai Trasporti, afferma che se da un lato incentivare la cultura della 'mobilità condivisa' è da sempre una delle priorità di questo governo, dall’altro

l'emergenza Covid-19 e le misure di distanziamento sociale ci costringono ad allargare con convinzione lo spettro della nostra azione a sostegno di tutte le forme di trasporto leggere e sostenibili". Secondo quanto viene evidenziato nell'indagine, il 71% dei rispondenti dichiara di aver iniziato a lavorare in smart working o di aver attivato soluzioni di didattica a distanza con ripercussioni nella mobilità nel suo complesso che proseguiranno anche nel periodo post emergenza. Già durante il lockdown (nel pieno del mese di Aprile) il 61% degli intervistati che utilizzavano abitualmente il car sharing prima dell'emergenza Covid, aveva dichiarato che era pronto a riutilizzarlo nella Fase 2. Percentuali ancora più alte per lo scootersharing (66%) ed il bikesharing (69%). Passando poi alla richiesta di esprimere su una scala di valori che va da 1 a 5 la sicurezza percepita delle diverse modalità di trasporto, il campione di persone interpellate durante la fase del lockdown, ha premiato i mezzi in sharing con un punteggio alto quando non prevedono un abitacolo, e all'ultimo posto il trasporto pubblico (1,8). Quindi, gli Italiani non ritengono i servizi di sharing mobility pericolosi e non hanno intenzione di mettere in discussione le abitudini consolidate prima della pandemia; i servizi leggeri con biciclette, scooter e monopattini sono quelli preferiti in questo momento; i servizi di sharing possono essere un'alternativa al calo della domanda del trasporto pubblico e un alleato delle città per limitare la congestione. In merito a questo Raimondo Orsini, Coordinatore dell’Osservatorio Sharing Mobility, ha posto l’accento sull’obiettivo di mobilità sostenibile di questo paese, ovvero ridurre l'uso dell'automobile e quindi anche il suo tasso di proprietà, che è tra i più alti al mondo. I servizi di sharing possono essere un'alternativa al calo della domanda del trasporto pubblico e un alleato delle città per limitare la congestione. Come ben sappiamo tutti, il Covid-19 ha cambiato le nostre abitudini e sta ridisegnando il contesto sociale ed economico in cui viviamo con impatti inevitabili sugli attori coinvolti nell'ecosistema mobilità. Clienti, operatori, istituzioni, nessuno sarà escluso dall'esigenza di reinterpretare il modo con cui si pensa alla mobilità.

MOBILITÀ SOSTENIBILE

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EDIZIONE SPECIALE 2005/2020

INQUINAMENTO AMBIENTALE E L’ALLARME DEI BIOLOGI L

a recente emergenza sanitaria legata al coronavirus ha reso ancora più evidente la profonda correlazione tra la salute dell’uomo e quella dell’ambiente. La pandemia ha mietuto, e continua a mietere, un numero di vittime enorme nelle aree sovrappopolate ed inquinate, come le Regioni del Nord Italia, la Cina, l’India, New York, tutte caratterizzate da alti tassi di inquinamento. È provato che l’inquinamento atmosferico è un fattore di rischio nelle malattie respiratorie ed è difficile pensare che sia solo un caso quando il maggior numero di morti di questa pandemia è in zone dove anche in periodi ordinari tutto si deve fermare, periodicamente, proprio per l’inquinamento atmosferico. L’attuale emergenza sanitaria deve far riflettere su quanto l’alterazione degli ecosistemi e la sottrazione di habitat naturali alle specie selvatiche può favorire il diffondersi di agenti patogeni prima sconosciuti. Per il bene e la salute di tutta l’umanità bisogna riprendere con la massima urgenza le leggi che possono far fronte all’emergenza ambientale, oramai planetaria e non più trascurabile. Per inquinamento ambientale gli scienziati intendono non solo quello atmosferico, ma anche, l’inquinamento dovuto ai metalli pesanti, all’uso smodato di pesticidi, all’errato smaltimento illegale dei rifiuti, allo sversamento incontrollato di rifiuti industriali e urbani di varia natura. Sono tante le aree inquinate in Italia, tante le “terre dei fuochi”: nel bresciano, nel bergamasco, nel veneto, nelle province di Napoli e Caserta. Non si può più attendere, è forte e sentita la necessità di un cambio di mentalità per quel che riguarda la gestione dell’ambiente e l’influenza antropica dell’uomo. Scienziati e ricercatori hanno ormai dimostrato il nesso causa-effetto/ veleni-tumori. Non solo, è stata approfondita e dimostrata la ricaduta che tale forma di inquinamento può avere sulla salute riproduttiva dell’uomo. Per il presidente nazionale dell’Ordine dei Biologi Vincenzo D’Anna è “a rischio il principio base della biologia: quello della conservazione della specie”. Gli scienziati ed i ricercatori, dati alla mano, hanno dimostrato che l’inquinamento è di tipo microscopico e non macroscopico. Paghiamo lo scotto di leggi scellerate come la 99 del 1992, come denuncia il presidente nazionale OdB, che

ha consentito di spargere sui terreni agricoli i fanghi prodotti dai depuratori: un concentrato di diossine, metalli pesanti, polveri, nanoparticelle e prodotti chimici che rappresentano il vulnus per lo sviluppo di patologie cancerogene, modificazioni genetiche ed epigenetiche. Ed uno degli aspetti più preoccupanti venuto fuori da questa “grave situazione” è l’infertilità maschile e femminile. Per disinquinare l’ambiente ci vorranno anni, ma, si può, da subito, intervenire “disinquinando l’uomo” mediante indagini ambientali e sulla popolazione, screening, mineralogrammi

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ed esami del liquido seminale proprio a tutela delle persone. Occorre che si avviino, quindi, campagne di rilevazione sullo stato tossico delle popolazioni, e che, si adottino conseguentemente terapie nutrigeniche e nutrizionali adeguate che comprendano l’assunzione di grani antichi ed altre sostanze ricche di selenio in grado di legare i metalli pesanti depurando l’organismo dagli agenti patogeni preservando, così, la nostra salute.

*Biologa-Nutrizionista

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di Rosa FUNARO*

AMBIENTE & SALUTE

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PROGETTO “EVERY CAN COUNTS”

Nuova campagna Re-Start: “OGNI LATTINA VALE” di Angela CAMMAROTA

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e-start è un’iniziativa nata da un gruppo di lavoro che riunisce 19 Paesi europei: l’Austria, i Balcani Serbia, Croazia, Slovenia e Montenegro, il BeNeLux Belgio, Olanda e Lussemburgo, la Repubblica Ceca, la Francia, la Grecia, l’Ungheria, l’Irlanda, l’Italia, la Romania, la Spagna, il Portogallo, la Polonia, il Regno Unito. Il progetto europeo Every Can Counts in Italia prende il nome “Ogni lattina vale” col concorso del Consorzio Nazionale Imballaggi Alluminio CIAL, e promuove, grazie a comportamenti virtuosi, i principi della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare attraverso il riciclo delle lattine per bevande in alluminio. Le lattine di alluminio sono già il contenitore per bevande più riciclato al mondo e le percentuali del riciclo sono molto più elevate rispetto ad altri tipi di contenitori. Ogni lattina riciclata aiuta a preservare le risorse della Terra creando un futuro più sostenibile per tutti. L’alluminio è un metallo infinitamente riciclabile. Se raccogliamo e ricicliamo tutte le lattine che utilizziamo non creiamo scarti. In Europa il tasso di riciclo delle lattine di alluminio è del 75%, si può e si deve raggiungere il 100%. Va anche rilevato che, in generale, la raccolta attraverso i rifiuti domestici è efficiente perché esiste un apposito contenitore che viene portato via per il riciclo. La vera criticità nasce quando si tratta di raccogliere le lattine consumate in movimento, nei festival musicali, in eventi sportivi o in luoghi pubblici. Ed è qui che il progetto

si inserisce per fare la differenza educando e sensibilizzando. L’iniziativa si avvale di alcuni punti fondamentali richiamati in un Manifesto: Re-Start si pone il raggiungimento dell’obiettivo di incoraggiare al riciclo interessando tutti i cittadini Europei attraverso delle “challenge” vere e proprie sfide. Infatti, quest’ultimi competeranno attraverso video e post pubblicati sui canali social e sul web. Gli Europei, sono invitati a parteciparvi filmando le loro immagini su come intendono differenziare le lattine di alluminio. Sono pervenute tantissime riprese stravaganti, c’è chi fa centro in un bidone, chi palleggia con una lattina, ma, quel che più conta che tale sfida partita dalla Spagna abbia già coinvolto l’Italia e gran parte d’Europa. ##recyclechallenge## ha ottenuto il coinvolgimento delle nuove generazioni che verso la tutela dell’ambiente si mostrano non solo sensibili, ma, molto attente e interessate. “Riciclare, riutilizzare e rinnovare sono le azioni chiave per potersi reinventare e ripartire migliori di prima” i commenti soddisfatti di Stefano Stellini e Gennaro Galdo referenti italiani CIAL per Every Can Counts/ Ogni lattina vale. Con Il lockdown, conseguenza della nefasta pandemia Covid 19, i cittadini europei hanno maturato una maggiore consapevolezza nel contrasto agli sprechi ed apprezzano sempre più i vantaggi di un’economia circolare capace di coniugare non solo l’equilibrio uomo- natura ma il rispetto verso l’ambiente, tutto, di cui l’uomo è ospite. Ogni lattina vale… Sfida accettata!

DAL MONDO

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L’acquedotto AUGUSTEO di Neapolis

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche ci porta alla scoperta dell’acquedotto romano di Salvatore PATRIZIO

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’acqua è uno degli elementi fondamentali per la vita di tutti gli esseri viventi ed è per questo che è stata sempre considerata da qualsiasi popolo come una risorsa preziosa ed indispensabile per la propria esistenza. Dell’importanza dell’acqua ne era ben consapevole anche l’antica Roma che dedicò enormi finanziamenti per la costruzione di acquedotti che approvvigionassero del prezioso liquido cittadini e terre del suo vasto Impero. Per il rifornimento delle risorse idriche alla città di Neapolis ed al suo entroterra fu realizzato, durante il periodo augusteo, uno tra i più imponenti acquedotti romani, un vero prodigio di ingegneria idraulica: l’acquedotto romano del Serino, meglio noto come “acquedotto augusteo”. Esso partiva dalla sorgente del Serino, nei pressi del monte Terminio, e, dopo aver servito varie località tra cui Pompei, Ercolano, Nola, Acerra, Atella, Napoli, Puteoli, Cuma e Baia, terminava, dopo 96 chilometri, il suo percorso nella Piscina Mirabilis, a Miseno. Qui l’acqua veniva utilizzata soprattutto per approvvigionare i marinai della Classis Misenensis, la più importante flotta dell’Impero Romano, di stanza nel Portus Misenum. Infatti, lo scopo originario dell'opera idraulica, realizzata da Marco Vipsanio Agrippa, era quello di rifornire la flotta imperiale ma durante la sua costruzione si ritenne opportuno realizzare delle diramazioni per fornire di acqua potabile anche altri centri abitati come Ercolano, Pompei, Acerra e Atella. È stato calcolato che, comprese le diramazioni, la lunghezza totale dell'acquedotto era di circa 145 km. Dell'acquedotto romano ne parla in maniera divulgativa e molto interessante la dott.ssa Roberta Varriale, ricercatrice presso il CNR - Istituto di Studi sul Mediterraneo (ISMed) in un video prodotto da Cnr Web Tv dal titolo “Da Napoli ai Campi Flegrei sulle tracce dell’acquedotto romano” (http://www.cnrweb.tv/viaggio-nel-sottosuolo-dinapoli). Il filmato, riguardante il lungo ed articolato percorso dell’acquedotto augusteo, inizia da Napoli con una visuale su alcune arcate in laterizio presenti nella zona dei “Ponti Rossi”, spazio che prende il nome proprio dal colore rosso delle volte. Tale struttura costituiva l'accesso settentrionale della condotta alla città. Qui confluiva l’acqua che aveva abbeverato città come Pompei ed Ercolano ed è da qui che l’acquedotto si sdoppiava: una diramazione andava a rifornire alcune zone

della città mentre l’altra proseguiva lungo la direttrice principale verso Pozzuoli. Sempre a Napoli, esattamente nel sottoscala di un edificio a via Arena della Sanità, a più di cinque metri sotto terra, la giovane studiosa ci mostra alcune arcate dell’acquedotto che sono state assorbite a livello sotto zero in seguito ad un fenomeno alluvionale che interessava la zona: il famoso fenomeno della lava dei Vergini. È giusto ricordare che le arcate sono state ritrovate e riclassificate nel 2011 grazie all’azione di alcune associazioni che operano sul territorio. Lasciata la città di Napoli il documentario riprende nel paese di Baco-

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li, esattamente in località Trippitelli, dove, in una masseria privata, si possono ammirare due cisterne che si presume siano state alimentate dall’acquedotto del Serino. Infine, il “video-viaggio” prosegue con un breve excursus della località Cento Camerelle, il cui complesso consiste di due cisterne, per poi chiudersi dove termina il percorso l’acquedotto augusteo: la Piscina Mirabilis. Si tratta di un bacino di raccolta enorme per l’epoca la cui unica finalità era quella di sostenere il ruolo politico e militare del grande porto di Miseno. Il documentario, presentato nel 2019 al World Tourism Event, importante rassegna internazionale dedicata alle città e ai siti patrimonio UNESCO, ci fa comprendere come la classificazione funzionale elaborata possa essere uno strumento per la conoscenza del passato ma possa essere anche un primo strumento per definire dei percorsi di sviluppo sostenibile per la città.

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EDUCAZIONE AMBIENTALE: LAVORI IN CORSO di Anna GAUDIOSO

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uelli dell’educazione ambientale (EA) sono lavori in corso avviati da molti anni. Infatti un tempo, fino agli anni ’60 del Novecento, l’EA si riferiva alla «conservazione del patrimonio naturale». Nel 1972, con la Conferenza di Stoccolma, si richiamò la necessità di un’educazione rivolta ai problemi ambientali, per promuovere il senso di responsabilità di tutti gli individui al fine di proteggere gli ecosistemi. Nel 1977, alla Conference on Environmental Education - Conferenza di Tbilisi (tenutasi dunque nel territorio della ex Unione Sovietica), la prima Conferenza mondiale rivolta specificamente a questa materia, si sancisce che l’Educazione ambientale deve essere «globale, multidisciplinare, impartita a tutte le età e ad ogni livello di educazione formale e non formale, rivolta a tutta la comunità, capace di connettere la conoscenza all’azione attraverso un processo di assunzione delle responsabilità, stimolo per una presa di coscienza individuale, al fine di dare il senso di continuità che collega l’atto di oggi alle conseguenze di domani». Oggi più che parlare di educazione ambientale si pala di educazione alla sostenibilità ambientale. Il concetto della sostenibilità ha attirato l’attenzione di gran parte dell’opinione pubblica, come evoluzione del dibattito sui temi ambientali. Le questioni ambientali determinano oggi un nuovo incontro tra cultura e politica, economia e pedagogia: non basta elaborare le politiche ambientali, non basta l’innovazione tecnologica. La leva dell’educazione è lo strumento fondamentale per l’attuazione delle politiche della sostenibilità. Senza un’azione sul piano pedagogico, molte politiche ambientali sono destinate a restare sulla carta. Si trovano perciò riferimenti

all’educazione in tutte le più importanti dichiarazioni prodotte nei diversi summit mondiali per lo sviluppo sostenibile che si sono susseguiti dagli anni ’70 ad oggi. A livello nazionale, uno spartiacque importante è l’approvazione, nel 1997, della Carta dei principi per l’educazione ambientale orientata allo sviluppo sostenibile e consapevole” (1997), nota anche come Carta di Fiuggi, in cui si parla dell’educazione come formazione alla cittadinanza attiva. Il periodo 20052014 è stato proclamato dall’Unesco “Decennio dell’Educazione per lo Sviluppo Sostenibile” (Decade of Education for Sustainable Development – DESS) a sostegno e a conferma del ruolo strategico dell’educazione per garantire il futuro del Pianeta. E quando nel 2011 si è svolto a Brisbane (Australia) il sesto Congresso mondiale di educazione ambientale (WEEC), i tempi erano maturi per consolidare l’educazione ambientale nel panorama istituzionale di ciascun Paese partecipante. La diffusione di una cultura ambientale apporta infatti tangibili benefici in termini di comportamenti, crescita di professionalità e di opportunità lavorative, innovazione scientifica e tecnologica. È dunque in questa prospettiva che si inseriscono alcune delle attività svolte da Arpa Campania. Qui l’educazione ambientale sperimenta un nuovo approccio: l’esperienza svolta in questo settore ci ha permesso infatti di comprendere che i singoli interventi di EA non sono sufficienti a stimolare le coscienze e spingerle verso un cambiamento. Nei nostri contatti con le scuole, l’idea è stata di creare dei percorsi formativi che accompagnassero i ragazzi lungo tutto il percorso di studio. Così abbiamo iniziato percorsi che durano tutto il ciclo scolastico: arrivati all’ultimo anno

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La leva dell’educazione è lo strumento fondamentale per l’attuazione delle politiche della sostenibilità. Senza un’azione sul piano pedagogico, molte politiche ambientali sono destinate a restare sulla car ta

si effettua la consegna dei compiti dai più grandi ai più piccoli, un vero passaggio di testimone. In una delle tante scuole coinvolte in questi anni, il plesso Villanova del V Istituto comprensivo statale di Nocera Inferiore, il progetto portato avanti negli scorsi anni era intitolato “L’Orto e le sue spezie”: veniva mostrato agli alunni come prendersi cura delle piantine da loro piantumate e perché è importante farlo. Il tutto con il coinvolgimento delle famiglie: le mamme hanno preparato dolci, liquori, biscotti, pane con l’olio prodotto da uno dei familiari.

Preziosa la testimonianza dei nonni, che hanno fatto rivivere, attraverso i loro racconti, situazioni passate. I ragazzi hanno realizzato un video in cui si vedono i nonni mentre eseguono la panificazione in casa come si faceva un tempo: sapori, profumo e storia, dunque, per riprendere il filo che ognuno ha con il proprio territorio e con le proprie radici. Sostenibilità, infatti, è indubbiamente una parola del futuro, ma inevitabilmente porta a riscoprire anche epoche passate in cui gli esseri umani vivevano più in equilibrio con l’ambiente.

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ARPA CAMPANIA AMBIENTE

Il ruolo contemporaneo del GIORNALISTA PUBBLICO

LA RIFORMA DELLA COMUNICAZIONE ISTITUZIONALE SUL TAVOLO DEL GOVERNO

di Felicia DE CAPUA

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a legge 150 del 2000 sulla comunicazione pubblica sebbene considerata una conquista ai fini dell’affermazione delle funzioni comunicative pubbliche, non ha, tuttavia, incontrato la giusta applicazione e, oramai, appare superata dall’evoluzione di profili di informazione che interessano il web e il mondo digitale. Oggi più che mai occorre indirizzare e valorizzare il ruolo della comunicazione pubblica quale leva strategica nella gestione dell’immagine dell’Ente. Incombe la necessità di avvalersi di piattaforme digitali che garantiscano agli stakeholders interattività in tempo reale e valutabilità dell’operato della Pubblica Amministrazione (PA), permettendo risultati soddisfacenti in termini di efficacia dell’azione amministrativa rivolta ai cittadini e alle imprese. Dopo tre decenni di riforme tese a rendere la PA aperta e trasparente, a partire dalla legge 241 del 1990, è arrivato il momento di preoccuparsi della effettiva ricaduta degli interventi legislativi, garantendo il passaggio dalla logica dell’adempimento a quella del risultato immediato e percepibile, basato sulla intercettazione dei bisogni del cittadino. Urge una spinta al cambiamento attraverso il salto decisivo da una comunicazione pre-tecnologica, a volte formale e a senso unico, alla comunicazione digitale “a due vie”, che sollecita la partecipazione civica attiva e ne trae il feedback ai fini del miglioramento dei servizi. Il passaggio a questa forma contemporanea di comunicazione pubblica implica il rilancio delle professionalità del giornalismo nella PA. Intanto un percorso in tal senso è stato tracciato nei CCNL del pubblico impiego 2016-2018 - funzioni centrali, funzioni locali, istruzione e sanità - con la previsione dei profili professionali del giornalista pubblico e dello specialista della comunicazione istituzionale e dei rispettivi settori dell’informazione e della comunicazione. Un’accelerazione in tale direzione sembra arrivare dall’attuale Governo che ha intrapreso la strada della riforma della comunicazione istituzionale. Le principali organizzazioni della comunicazione, del giornalismo e delle professioni digitali, nonché università, associazioni civiche e

rappresentanze di Regioni e Comuni, sono state chiamate nel gennaio scorso a comporre il Gruppo di Lavoro su “Riforma della Comunicazione Pubblica e Social Media policy nazionale” al fine di elaborare proposte di modifica alla L.150/2000. Fulcro della prospettata revisione legislativa la valorizzazione della comunicazione e dell’informazione digitale, con competenze estese alla trasparenza comunicativa, quale “dimensione principale ai fini della determinazione degli standard di qualità dei servizi pubblici da adottare con le carte dei servizi” (art. 10 co. 9 del D.Lgs. 33/2013). “Una sorta di “codice unico della comunicazione pubblica”, capace di superare la dispersione delle energie e l’improvvisazione che spesso caratterizzano le funzioni comunicative degli enti pubblici”, come esordisce il documento di indirizzo, rimesso il giugno scorso dal GdL al Ministro per la Pubblica amministrazione, che propone un impianto di riforma centrato su dieci punti chiave. Tra questi la previsione di un’Area dedicata a comunicazione, informazione e servizi alla cittadinanza, il cui Responsabile è un dirigente con competenze in materia giornalistica, con l’articolazione in due settori operanti con i profili del Comunicatore e del Giornalista, come già individuati nei contratti collettivi. Al giornalista sono assegnati il trattamento delle notizie di interesse dell’amministrazione, la redazione di comunicati, i rapporti con i media, la cura di newsletter e pubblicazioni informative, il fact checking. Al comunicatore sono assegnati i rapporti con il cittadino, la definizione di modelli di gestione dei flussi documentali connessi all’accesso civico, la trasparenza comunicativa, le consultazioni pubbliche e la citizen satisfaction, la redazione delle carte dei servizi, la gestione di progetti per la partecipazione civica, la comunicazione interna, le relazioni esterne e istituzionali, l’identità dell’Ente e la comunicazione internazionale. Il documento di indirizzo prevede, infine, che i giornalisti e i comunicatori operino in modalità di lavoro agile, con l’auspicio che i contratti di comparto (per i quali sarà impegnata la FNSI), trattino gli istituti del rapporto di lavoro in relazione alla natura della professionalità giornalistica, valutando anche la fattibilità di un polo previdenziale e assistenziale dedicato.

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CONSIGLIERA DI FIDUCIA, completamento dell’assetto a tutela della dignità dei lavoratori e avvio delle attività risolverlo. Come previsto dal Codice di condotta dell'Agenzia, la Consigliera di Fiducia “…esercita la sua funzione nella più ampia autonomia e nell'assoluto rispetto della dignità di tutti i soggetti coinvolti, garantendo la neutralità e l'imparzialità rispetto ai casi trattati nonché la totale riservatezza delle notizie e dei fatti di cui viene a conoscenza”. La dott.ssa Galifi, professionista in possesso di elevata esperienza e professionalità adeguata e idonea al compito da svolgere, vanta una formazione giuridica con particolare attenzione ai diritti umani ed un’esperienza da sempre orientata alla costruzione di una dimensione lavorativa e umana, improntata alla promozione e alla protezione dei diritti umani e, in particolare, della dignità delle persone, valori in cui crede fermamente. Dopo la laurea in Giurisprudenza si è specializzata in diritto del lavoro, in diritti umani, specie per quanto riguarda la protezione dei soggetti vulnerabili, la promozione della parità e il contrasto ad ogni sorta di discriminazione. Ha, quindi, conseguito un master in pari opportunità e uno in politiche familiari e il perfezionamento per Consigliera di Fiducia. Dal 2010 ha ricoperto questo incarico in diversi enti pubblici tra i quali l'Arpa Puglia e l'Arpa Piemonte. L'ascolto qualificato è la prima attività richiesta a una Consigliera di Fiducia per ricondurre ad un quadro giuridico-normativo e di cont esto relazionale la situazione che viene rappresentata ed individuare la migliore soluzione possibile. La dott.ssa Giovanna Galifi, a tal proposito, crede nella mediazione e nella comunicazione come forme privilegiate di soluzione dei conflitti. A livello operativo, nella fase attuale, sarà possibile richiedere un appuntamento alla Consigliera di fiducia inviando una richiesta a mezzo mail e gli appuntamenti saranno assicurati in modalità “video call” o telefonica; i dettagli saranno forniti nella sezione dedicata al CUG sulla homepage istituzionale. In una logica di piena collaborazione e al fine dello scambio di informazioni utili e dell’individuazione dei fattori che, derivando da forme di discriminazione e/o violenza morale o psichica, incidono negativamente sul benessere organizzativo, sarà, infine, promosso un efficace raccordo tra la Consigliera di fiducia e il Comitato Unico di Garanzia per conferire una giusta e compiuta tutela alla sfera morale dei dipendenti.

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l fine di dare pienezza e concretezza all’art.7, comma 1, del d.lgs.165/2001, recante “Gestione delle risorse umane” e secondo cui “… le amministrazioni pubbliche garantiscono un ambiente di lavoro improntato al benessere organizzativo e si impegnano a rilevare, contrastare ed eliminare ogni forma di violenza morale o psichica al proprio interno” e nel pieno convincimento che le politiche di pari opportunità e quelle orientate al perseguimento del benessere organizzativo nonché alla lotta contro qualsiasi forma di discriminazione, siano una leva importante per il miglioramento dell'efficienza organizzativa e della qualità dei servizi resi, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Campania, a far data dal 2018, ha avviato un processo di sistematizzazione e disciplina degli strumenti di tutela della dignità di ciascun dipendente. Dott.ssa Giovanna Galifi Tra le azioni messe in atto per prevenire, contrastare ed eliminare ogni possibile forma di molestia, morale o sessuale, e mobbing è stato dapprima adottato il Codice di condotta e, successivamente, in esito a selezione pubblica, si è proceduto al conferimento dell’incarico di Consigliera di fiducia alla dott.ssa Giovanna Galifi. L’istituzione dell’ufficio della Consigliera di fiducia è stato previsto, insieme alle regole che disciplinano la sua azione di assistenza, nel Codice di condotta, adottato con deliberazione n.638 del 28/12/2018. La Consigliera di fiducia si caratterizza per l’essere una “parte imparziale” deputata, in applicazione del Codice di condotta, a raccogliere nell’organizzazione lavorativa segnalazioni riguardo atti di discriminazione, molestie sessuali e morali, mobbing e a porre ad esse concreto rimedio, con tecniche di prevenzione e di risoluzione. La Consigliera fornisce assistenza e consulenza a chi ritenga di essere vittima di comportamenti ostili; su richiesta della persona interessata, assume in trattazione il caso suggerendo le modalità più idonee per

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Il Tar Lazio dichiara accessibili le note interne afferenti al momento decisorio di Felicia DE CAPUA

L’ANAC SOCCOMBE IN UN GIUDIZIO INERENTE L’ACCESSO AGLI ATTI

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giudici amministrativi romani in camera di consiglio del dieci giugno scorso dichiarano l’obbligo dell’ANAC di consentire alla parte ricorrente di prendere visione ed estrarre copia della documentazione richiesta nel termine di trenta giorni decorrente dalla comunicazione o, se a questa anteriore, dalla notificazione della decisione, condannando la parte soccombente alle spese di giudizio (sentenza del TAR Lazio, Roma, sezione prima, n.6457/2020). Tale decisione interviene a seguito di ricorso presentato dalla società ASMEL Consortile S.c.a r.l., al fine di impugnare il diniego dell’ANAC, maturato per silentium, sull’istanza di accesso agli atti, formulata ai sensi della L. 241/90, avente ad oggetto il procedimento ispettivo di cui alla delibera n. 780 del quattro settembre 2019. La ricorrente espone nel ricorso di essere stata oggetto di un’attività ispettiva durata un anno, anche presso la sede della società con l’intervento della Guardia di Finanza. L’ANAC, nel comunicarne l’esito, invitava la ricorrente a trasmettere, entro il termine di quarantacinque giorni, le iniziative o gli atti necessari in relazione alle contestazioni effettuate. Con nota del sette ottobre 2019 la ricorrente richiedeva la revoca in autotutela della suddetta delibera, contestandone i contenuti e, riservata ogni azione, chiedeva l’accesso agli atti del procedimento, i cui contenuti sono rimasti ignoti, al fine di poter esercitare la propria difesa. Il diciotto novembre 2019, ricevuto il diniego di autotutela e non avendo, invece, ricevuto risconto all’istanza di accesso agli atti, la ricorrente ha proposto il ricorso dinnanzi al Tar, deducendo violazione dei principi di imparzialità e di trasparenza dell’attività amministrativa (art. 97 della costituzione) e violazione degli artt. 22 e 24, co. 7, L. 241/1990. Nel mentre, in data undici dicembre l’Autorità ha concesso l’accesso agli atti, ritenuto, però, parziale dalla società ricorrente che impugna siffatto provvedimento ricorrendo ai

motivi aggiunti. Le motivazioni addotte dall’Autorità per giustificare l’accesso parziale, ovvero la segretezza e la riservatezza degli atti interni ai sensi dell’art. 24 co. 1, lett. a), del proprio Regolamento in materia, sono considerate infondate. I giudici romani interpretano la suddetta disposizione regolamentare, ritualmente impugnata dalla ricorrente, alla luce delle disposizioni, di rango superiore, degli articoli 22 e ss. L. 241/1990, osservando in via preliminare che sussiste un interesse della parte ricorrente ad accedere agli atti richiesti. Ne consegue che la citata disposizione dell’art. 24, secondo cui “le note, gli appunti, le proposte degli uffici ed ogni altra elaborazione con funzione di studio e di preparazione del contenuto di atti o provvedimenti” “non può trovare applicazione laddove i suddetti atti vadano ad innestarsi nell’iter procedimentale, assumendo la configurazione di veri e propri atti endoprocedimentali”. La decisione prosegue con un interessante richiamo alla giurisprudenza precedente per affermare che solo le c.d. minute (semplici appunti finalizzati alla redazione di documenti veri e propri) e gli scritti informali privi di firma o di sigla non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio (ancorché presenti nel fascicolo di ufficio) (cfr. T.A.R. Lazio, Roma, Sez. II, 23 febbraio 2015, n. 3068). Infine i giudici si avvalgono di un recente orientamento espresso in occasione di una vicenda riguardante l’accesso agli atti dell’AGCOM, secondo cui ogni “atto interno” afferente al momento decisorio, rientra nel perimetro oggettivo dell’accesso documentale” (Cons. Stato, Sez. VI, ord. n. 6340 del 23 settembre 2019), purché tale atto sia materialmente esistente e detenuto dall’amministrazione (cfr. T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 29 maggio 2920, n. 5736; id. ord. 13 maggio 2020, n. 5023).

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Rapporto tra SMART WORKING e Tutela dei Dati Personali

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numeri dello Smart Working durante il periodo di pandemia, sono certamente incoraggianti, infatti il 92,3% dei lavoratori pubblici ha lavorato da casa, di cui l’87% ha vissuto una esperienza del tutto nuova rispetto al tradizionale lavoro pre Covid-19; anche i vantaggi sono incoraggianti, difatti il 70% ha assicurato la propria continuità lavorativa ed ha programmato meglio il proprio lavoro, ritagliando per se e la famiglia una buona fetta di tempo (il 46%) con la conseguenza di una migliore efficacia nei risultati (41%). Quindi, a seguito di questo sconvolgimento mondiale, che ci ha costretto a casa, ci si è dovuti necessariamente attrezzare in modo rapido, cosa che ha rivoluzionato le condizioni di lavoro delle aziende pubbliche e private, delle associazioni, degli studi professionali, delle scuole di ogni ordine e grado nonché delle pubbliche amministrazioni. Il massiccio ricorso al lavoro agile, come principale strumento a disposizione di ogni realtà produttiva, è stato reso possibile anche dal fatto che oggi tutti (o quasi) i lavoratori sono anche dei cittadini digitali, dotati a vario titolo di un kit tecnologico personale e domestico. Di conseguenza durante l’esplosione della pandemia, è mutato anche il contesto teso a garantire la tutela della protezione dei dati personali, ed il passaggio quindi, per lo swmart working, da sporadica opzione a soluzione obbligata, comporta oggi un approfondimento sulle principali implicazioni appunto tra privacy e lavoro agile, sancite anche dagli ultimi decreti legge come il c.d. “Cura Italia” dove … “fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019 (….) il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni (…)” e … “la prestazione lavorativa in lavoro agile può essere svolta anche attraverso strumenti informatici nella disponibilità del dipendente qualora non siano forniti dall’amministrazione”… con l’ulteriore conseguenza tesa ad evitare la responsabilità per il datore di lavoro di essere potenzialmente chiamato in causa dai lavoratori per rispondere dei contagi che dovessero verificarsi nella sede di lavoro, spettro che agita il sonno dei legali rappresentanti. Quindi cambiando le condizioni temporali, logistiche e strumentali

della prestazione lavorativa muta anche il contesto in cui si deve garantire la protezione dei dati, questo sia in riferimento ai dati dei lavoratori in smart working trattati dal datore di lavoro, sia ai dati personali di terzi (colleghi, clienti, utenti, fornitori, contatti, etc.) che lo smart worker è chiamato a trattare in esecuzione delle sue mansioni, ponendo quindi attenzione ad alcune particolarità tipiche della normativa di settore. Innanzitutto la responsabilizzazione del Titolare del Trattamento è estesa anche al trattamento dei dati svolti in modalità di lavoro agile, con l’adozione di alcuni comportamenti che dimostrino l’applicazione del principio di accountability previsto dal GDPR, come ad esempio valutare la necessità di integrare l’informativa ai lavoratori alla luce di eventuali nuovi trattamenti datoriali riconnessi allo smart working oppure integrare/riformulare, in funzione del contesto delocalizzato, le istruzioni per la sicurezza dei dati da rendersi allo smart worker od ancora integrare il registro dei trattamenti da tenersi ai sensi dell’art. 30 del GDPR con nuovi elementi (trattamenti, banche dati, strumenti, esternalizzazioni, misure di sicurezza) che dovessero riguardare le attività in smart working; Altro aspetto riguarda la necessità di informare il lavoratore che, anche nelle prestazioni rese a distanza, permangono gli obblighi generali di non violare il segreto e la riservatezza delle informazioni trattate, rispettando ed applicando le misure di sicurezza fisiche, informatiche, organizzative, logistiche e procedurali, ed eventualmente contattare il titolare o l’amministratore di sistema per qualsiasi dubbio, sospetto di incidente o di violazione che possa in qualche modo compromettere dati riferiti all’azienda. Ed ancora, la tutela della postazione di lavoro domestico, alla stregua di quello aziendale, deve essere vigilata con la finalità principale di specificare in relazione al contesto, i principi di preservazione della riservatezza e dell’integrità delle informazioni aziendali, tra cui rientrano i dati personali trattati in esecuzione delle proprie mansioni. Se questo quindi è lo scenario lavorativo a cui siamo destinati ad approdare in un orizzonte temporale nemmeno troppo lontano, è importante regolamentare, diffondere consapevolezza dove lo smart working rappresenterà un fattore cardinale di questo processo evolutivo e fin d’ora ci si dovrà preoccupare di definirne un uso sempre più consapevole e conforme alle normative.

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di Luca MONSURRÒ

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L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA E LA DIGITALIZZAZIONE SCENDONO IN “CAMPO”

Agricoltura 4.0 per un rilancio ECONOMICO e SOSTENIBILE del Paese di Cristina ABBRUNZO

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n questa rubrica denominata “Ambiente e tendenze” nel corso degli anni si è cercato di fornire al lettore uno strumento utile a stare al passo coi tempi, offrendo spunti per un’aggiornata conoscenza delle innovazioni tecnologiche che stanno ridisegnando il mondo, anche e soprattutto in ambito di sostenibilità ambientale. Il progresso tecnologico e la digitalizzazione hanno caratterizzato gli ultimi decenni rivoluzionando le nostre vite. L’innovazione sviluppata nel settore dell’ICT (information, communication, technology) in questi anni ha portato con sé una vera e propria trasformazione, caratterizzando le abitudini della società. La storia dell'uomo è segnata da cambiamenti e progresso, eppure la velocità e gli effetti della rivoluzione digitale in atto si dimostrano essere unici e dirompenti come mai. La quarta rivoluzione industriale, sfruttando la possibilità di milioni di persone connesse da dispositivi fissi e mobili e promuovendo l'adozione di un insieme sempre più ampio di tecnologie innovative, sta cambiato i mercati e i modelli di produzione in tutto il mondo. Ciò nonostante il nostro Belpaese si colloca al 25° posto su 28 stati membri della UE per quanto concerne il progresso digitale. Lo dice la relazione del Desi (Indice di digitalizzazione dell'economia e della società), lo strumento mediante cui la Commissione Europea monitora il progresso digitale degli Stati membri dal 2014. Va detto che il Desi 2020 fa riferimento ai dati rilevati nel 2019. La relazione, quindi, evidenzia che questi dati vanno oggi letti alla luce della pandemia Covid-19, durante la quale il nostro Paese ha avviato numerose iniziative in ambito digitale per far fronte a questa emergenza. Il dato ci racconta comunque che rispetto alla media UE, l'Italia registra livelli di competenze digitali di base e avanzate molto bassi. Anche il numero di specialisti e laureati nel settore Ict è molto al di sotto della media UE. Queste carenze in termini di competenze digitali si riflettono nel modesto utilizzo dei servizi online, compresi

i servizi pubblici digitali. Solo il 74% degli italiani usa abitualmente Internet. Sebbene il paese si collochi in una posizione relativamente alta nell'offerta di servizi pubblici digitali, il loro utilizzo rimane scarso. Oggi, soprattutto post pandemia, la trasformazione digitale sta diventando sempre più una necessità e sono tantissime le iniziative in essere che mirano ad accorciare sempre più il gap con l’Europa. L’accelerazione della digital economy è nulla se paragonata alla velocità di adattamento imposta dai nuovi scenari. In tre mesi, le aziende italiane hanno reagito, innovato la mission, cambiato modo di lavorare. Quello che non hanno fatto i piani triennali di trasformazione digitale, lo ha fatto la pandemia. Non è un caso che questa rubrica - nel periodo dell’emergenza Covid 19 - abbia infatti scelto di puntare i riflettori su quanto l’ausilio delle

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nuove tecnologie e della digitalizzazione sia stato fondamentale per fronteggiare le diverse difficoltà del momento. Abbiamo familiarizzato con nuovi strumenti come l’ Intelligenza Artificiale, Internet of Things, Big Data, Realtà Aumentata e Virtuale, Stampa 3D, Veicoli autonomi, Biotecnologia e app. In seguito alla crisi sanitaria le nostre aziende si sono trovate a trasformarsi in corso d’opera, accelerando progetti, sfruttando collaboration e document sharing per non chiudere i battenti e supportare i loro clienti. Al tempo stesso, i bisogni della società si sono modificati: il distanziamento sociale ha creato nuove necessità di contatto digitale tra aziende e consumatori, ma anche tra cittadini e amministrazioni locali e centrali. Si è scoperta, improvvisamente, la necessità di poter usufruire di servizi avanzati, veloci e gestibili da remoto che ci consentissero di espletare in modo nuovo i compiti che prima facevamo di persona. Ecco quindi che la resilienza delle nostre aziende ha trasformato un problema in un’opportunità di modernizzazione e di trasformazione. È purtroppo evidente che, in conseguenza all’emergenza sanitaria sia arrivata anche quella economica e, come naturale che sia, tutti gli Stati del mondo - in modo differente - si sono trovati a varare manovre fiscali volte a favorire la ripresa economica dopo la pandemia. Ma, al di là delle decisioni prese da ogni singolo paese, c’è un elemento importante da tenere in considerazione: l’innovazione.

Ora il punto è, su quale settore dovrà puntare il nostro Paese per riuscire a fronteggiare la trasformazione e la ricostruzione della nostra economia post Covid? Beh la risposta è semplice. L’Italia ha l’obbligo di tutelare quello che è il primo settore economico del Paese: l’agricoltura. In questo periodo di forti limitazioni alle attività produttive e commerciali, un settore che non si è mai fermato ed è rimasto attivo per tutta la durata della crisi è quello dell'agricoltura, che riscopre il suo ruolo di settore primario. La pandemia ha evidenziato con forza il tema dell’approvvigionamento alimentare e della necessità, per tutti, di avere cibo sano e sicuro; le filiere di produzione alimentare sono state le uniche, insieme a quelle sanitarie, a non essersi mai interrotte. Agricoltura e filiera alimentare confermano, dunque, la loro essenzialità e rilevanza e, se è vero che nulla sarà come prima, questo è un punto che le scelte politiche dovranno contemplare, ancora una volta mettendo al centro la filiera agroalimentare come filiera della vita e declinando la sostenibilità nei suoi aspetti chiave: economica, sociale e ambientale. C’è l’urgenza di un Piano straordinario per l’agricoltura con risorse straordinarie. Servono strumenti innovativi, differenti da quelli attivati in passato dinanzi a calamità naturali o a crisi di mercato. Una strategia di intervento comune per considerare e anzi anticipare, con risposte convincenti ed efficaci, i diversi scenari nel medio e lungo termine. Ed è in questo scenario di sistema che si inscrive, e non può essere diversamente, una riflessione puntuale sull’intreccio agricoltura, innovazione, sostenibilità. Accesso al cibo, garanzia degli approvvigionamenti, qualità e sicurezza alimentare, tutela e salvaguardia del territorio e del paesaggio, tutela di risorse preziosissime come suolo, acqua e aria si rivelano, con chiarezza indiscutibile, fortemente interconnessi. Le aziende agroalimentari oggi hanno la possibilità di incrementare la propria competitività ed efficienza tramite, appunto, l'interconnessione di impianti e persone, sfruttando la cooperazione delle risorse interne ed esterne ed aggregando e analizzando anche grosse moli di dati. Attualmente si parla di Agricoltura 4.0, grazie anche alle tante aziende e start up che implementano nei propri processi produttivi interessanti innovazioni tecnologiche, aprendosi a un nuovo modo di fare agricoltura. Le principali tecnologie utilizzate dalle startup agroalimentari sono: strumenti di analytics per raccogliere, trasmettere e rielaborare i dati e garantire la tracciabilità dei prodotti, sistemi per il monitoraggio da remoto di terreni, coltivazioni e macchine, servizi di mappatura di terreni con droni o satelliti e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale con robot in grado di monitorare e valutare in tempo reale lo stato della coltura per poi intervenire automaticamente e automi che controllano il benessere degli animali nella stalla. Nello specifico, la Campania si colloca al quarto posto in Italia tra le regioni con maggiore concentrazione di aziende e start up Smart Agrifood che hanno investito - e stanno investendo - in innovazione tecnologica e digitale. Il dato ci dice che il lavoro di squadra tra la Giunta, il Consiglio, la Commissione Agricoltura, la Direzione regionale delle Politiche Agricole, la Commissione Europea, le organizzazioni di categoria, gli ordini professionali, le amministrazioni locali, gli agricoltori ha funzionato e sta funzionando bene. Ma è proprio su questo settore e in questa direzione che bisogna continuare a puntare per la ripresa dell’economia nel nostro territorio regionale e per la crescita della competitività del Paese tutto.

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LETTERA D’AMORE CON FOTO SCRITTA ALLA MIA TERRA

PERCHÉ PER MOSTRARE POTERE MANGIANO LA BELLEZZA? di Andrea TAFURO

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otto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: ché tutte le cose pare sia scritto: “più in là”. Sono gli ultimi versi di Maestrale affascinante componimento poetico di Eugenio Montale. Riassaporo la mia vita genovese, mi rivedo mentre scendo verso il mare passando accanto alla casa del poeta in Corso Dogali e mi ritorna in mente il bellissimo scorcio panoramico soffuso di intenso azzurro trasmesso dal mare. Di questi versi mi colpisce il rapido volo degli uccelli marini che si ricollega al moto inarrestabile del mare, vivido esempio dell’Umano desiderio di evadere dal mondo. ...Sognando cullato da queste strofe mi ritrovo a immaginare su dove possa essere il luogo del mio tesoro. Qual’è e dove si trova la mia ricchezza? L’uccello della poesia pare rispondere... più in là, molto più in là delle mie tasche, molto più in là delle banche! Vola l’uccello, migra, sosta su uno scoglio o sulla spiaggia in riva al mare, si tuffa fra le onde per pescare, e poi riprende a volare come se tutto lo rendesse felice, ma niente riuscisse ad appagarlo... Ogni tesoro che incontra, gli ricorda che ce ne è uno più grande... più in là! Credo che sarebbe diversa la nostra vita se riuscissimo a riconoscere la vera ricchezza. Certamente la miseria, il degrado, l’abbandono vanno sempre denunciati e combattuti, ma esistono anche dei poveri che definirei diversamente ricchi ... penso a chi non è nato povero, ma sceglie la povertà perché spera, crede, vive e lotta per un di più in là. Penso a Frodo, il protagonista de Il Signore degli Anelli che, invece di andare alla ricerca di un tesoro come tutti gli eroi che si rispettino, riconosce il potere malefico dell’anello, causa di divisioni, morti, guerre e lotta contro tutti, anche contro sé stesso, pur di distruggerlo. Tutti diversamente ricchi, ma veramente liberi, come un uccello che si libra gioioso nel cielo godendo dell’aria, del sole, della spiaggia e del mare, ma con lo sguardo sempre rivolto verso l’Orizzonte ... più in là! Nel nostro mondo relativo viviamo nella dimenticanza, siamo diventati clandestini nella memoria. Avete dimenticato di quando si manteneva l’attenzione sui fatti e sui valori che contavano e non ci si distraeva mai... sono sempre gli stessi di oggi. Testimoniavamo la nostra civiltà con l’urgenza del dovere e non del diritto, anche perché esisteva una gerarchia nella trasmissione delle testimonianze, oggi al contrario invece l’immagine chilometrica della fila per prendere il pane alla mensa della Caritas a Nola è durata meno di un battito di ciglia. Ci siamo abituati ad assecondare i potenti di turno… il medioevo è tra noi e ci stiamo dentro benissimo. In questo tempo sospeso, propiziatore di pensieri nuovi, ho ripreso in mano e gustato: “Dalla mia terra alla terra”, di Sebastião Salgado. In questo libro sono raccolte le riflessioni scritte in prima persona dal grande fotografo brasiliano. È un lungo racconto orientato alla sensibilità ecologica in cui, Salgado, descrive la realizzazione dell’Instituto Terra in Brasile e il suo percorso di uomo e testimone del nostro tempo. L’autore così si esprime: “Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Adoro vivere con la gente, osservare le comunità e ora anche gli animali, gli

alberi, le pietre. È un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire. Ad andare a vedere altrove. A realizzare sempre e comunque nuove immagini”. Le fotografie di Sebastião Salgado hanno fatto il giro del mondo, raccontando la Terra, attraverso il bianco e nero di ritratti di uomini e donne sconosciuti, di lavoratori o rifugiati o come attraverso l’immenso progetto Genesi volto alla conservazione dei luoghi più belli del nostro pianeta. Le foto di Sebastião Salgado ci fanno fare esperienza della dignità umana, facendoci capire il veo significato dell’essere una donna, un uomo, un bambino. Dovremmo ricordarcelo più spesso… Ai pirati della politica e dell’economia lasciamo pure le perle, ma teniamoci stretto il mare, perché lì c’è la grandezza. La perla è la vuota vanità, il mare è la promessa dell’uguaglianza nelle differenze... solo così diventerà sopportabile l’insostenibile leggerezza del portafoglio. E Allora ben vengano le vacanze, targate 2020! Vacanze, deriva dal latino vacare, cioè essere vacante, avere tempo libero e quindi dedicarsi a ... oziare. Questa semplice parola, non ha bisogno di uno scheumorfismo per essere rappresentata, ci sprona a distaccarci dall’ ordinarietà e a investire il proprio tempo nel segno della discontinuità. L’estate è il tempo per vivere quell’ozio santo, otium, che non è inerzia o indolenza e che si oppone al negotium, all’occupazione irrequieta finalizzata al guadagno, alla carriera e alla prevaricazione sugli altri. Raggiungere il vero ozio, non è affatto cosa semplice, da una parte si smette di lavorare, ma dall’altra questo non significa guadagnare subito in distensione. Il negotium si nasconde nella mente come una fissazione, poiché per molti l’ufficio è diventato il proprio computer. Staccare la spina è diventato sempre più difficile, vanno attivate tattiche di contrasto. Non intendo qui discettare sulla potenza del web o sulla filosofia esistenziale, ma approfondire molto semplicemente il senso del camminare, azione da otium al cento per cento, fonte di soddisfazione, metodo antistress e balsamo dell’anima. L’uomo è un animale che cammina e il cammino è la grande metafora della vita: veniamo da e andiamo verso, tutti indistintamente. Se poi il cammino diventa mettere un passo dopo l’altro per raggiungere una meta, si delineano dimensioni come la volontà e l’impegno per affrontare la fatica, l’attenzione all’interiorità, cioè alla necessità di ritrovare il contatto con sé stessi. Ancora più forza si acquista nel momento in cui il cammino non è atto solitario, allora si sente la bellezza della condivisione di sé, con i conosciuti oppure occasionali compagni di viaggio. Il filosofo Duccio Demetrio, ha scritto: “il disagio di vivere, o il bene di cui abbiamo goduto, traspaiono da come camminiamo”. Per me, azzardato/laico, l’unico camminare è il pellegrinaggio. Pensate che solo in Europa occidentale, vi sono almeno seimila chiese che rientrano nella categoria di santuario, metà delle quali in Italia. Che vi piaccia o no, esse sono una capillare geografia della tenerezza del creato e seppure lo giudicate con aria di sufficienza, c’è gente che parte, a piedi o come può, per incontrare Dio e le sue manifestazioni, affinché la sua vita non si inaridisca. Allora mettete in modalità d’attesa tutti i vostri prolungamenti digitali, affinché la nostra estate possa essere davvero un viaggio, un’opportunità da cogliere, un impegno da vivere, un obiettivo da darsi. Qualsiasi cosa si decida di fare, qualsiasi luogo si scelga di visitare, sforziamoci di guardare oltre le abitudini, le convenzioni e i pregiudizi che spesso appesantiscono o condizionano la nostra esistenza. Femmina riprenditi la tua bellezza. Condividila. Se così tante donne sono infelici del proprio corpo e sono insultate e ferite a causa di esso, è lo standard a loro proposto che deve cambiare, non le donne stesse. Se sei una madre, apprezza il tuo corpo davanti alle tue figlie e figli. Quel corpo vivente non è un fardello, è un dono fantastico, un’opportunità grandiosa…vale anche per i maschietti.

NATUR@MENTE

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ANNO XVI NUMERI 12•13•14 GIUGNO-LUGLIO 2020

DIRETTORE EDITORIALE Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE Pietro Funaro CAPOREDATTORI Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE Cristina Abbrunzo, Savino Cuomo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE Massimo Solimene massimo.solimene@yahoo.it HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO

Pietro Massimiliano Bianco, Ilaria Buonfanti, Emanuela Buonocore, Angela Cammarota, Felicia De Capua, Gennaro De Crescenzo, Pasquale Falco, Rosa Funaro, Bruno Giordano, Valeria Giovannelli, Alberto Grosso, Giovanni Improta, Matteo Lener, Gennaro Loffredo, Rosario Maisto, Giuseppina Merola, Luca Monsurrò, Angelo Morlando, Antonio Palumbo, Anna Paparo, Salvatore Patrizio, Tina Pollice, Valentina Rastelli, Domenico Santaniello, Alfonso Sergio, Giovanni Staiano, Fabio Taglialatela. DIRETTORE AMMINISTRATIVO Pietro Vasaturo SEGRETARIA AMMINISTRATIVA

Carla Gavini EDITORE

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