Arpa Campania Ambiente n.15-16/2020

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MA L’ACQUA È SEMPRE PIÙ BLU… Bisogna preservare lo stato di salute dei mari italiani riscontrato dopo il lockdown Anna Paparo Ormai la bella stagione è arrivata a vele spiegate, portando con sé le tanto attese vacanze. Il Covid-19, conosciuto come Coronavirus, ha stravolto le nostre vite ma ha anche dato la possibilità alla natura di rigenerarsi. Basti pensare che i mari italiani sono risultati particolarmente limpidi dopo il lockdown ed è stata registrata una situazione nel complesso stabile per le sostanze legate alle attività produttive. Un bilancio più che positivo che viene fuori dal monitoraggio straordinario effettuato dal Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente (Snpa) e dal Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto con analisi condotte su ben 457 stazioni di prelievo. Come ha spiegato in un’intervista il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, non si fermerà la salvaguardia dei nostri tesori naturali e ha specificato: "il nostro impegno ora è fare sì che questi standard di qualità siano mantenuti". In diverse regioni la traspa-

renza delle acque ha fatto raccogliere valori superiori alle medie stagionali. In alcuni tratti del ponente ligure, ad esempio, la visibilità della colonna d'acqua arriva fino a quindici metri di profondità, rispetto ai dieci delle precedenti stagioni. E ancora, in varie località del Lazio la trasparenza dei mari è davvero alta e nei fondali campani è diminuito significativamente anche l’inquinamento acustico. Secondo quanto riporta l’Arpa regionale, tutto ciò è dovuto all’assenza in mare di imbarcazioni e degli idrogetti, influenzando positivamente il comportamento di molti animali marini. Da tenere in considerazione anche la scarsità delle piogge e particolari fattori meteo-climatici che hanno trasportato in mare una quantità di solidi sospesi nettamente inferiore. Per quanto riguarda la presenza di metalli, fitofarmaci, solventi e altre sostanze legate alle attività produttive, oltre che i principali parametri chimici, correlabili con gli apporti organici riversati in mare (come fosforo e azoto che

influiscono significativamente sulle condizioni trofiche e sono una delle cause di alterazione delle acque marine costiere), il monitoraggio ha rilevato anche una minore quantità di nutrienti rispetto agli anni passati. Dovendo trarre le conclusioni, si può affermare che l'attività, partita a metà dell'aprile scorso fino ai primi di giugno, ha visto impegnate

quattordici Agenzie regionali per la protezione dell'Ambiente, circa 300 militari della Guardia Costiera che hanno effettuato cento ventisette specifiche missioni. In particolare, va sottolineata l’attività dei 5 nuclei subacquei della Guardia Costiera che hanno eseguito 24 missioni, finalizzate a verificare lo stato della flora e della

fauna, soprattutto nelle aree di maggior pregio naturalistico. E così, oltre dieci mila sono stati gli esperti coinvolti dal Sistema delle agenzie ambientali. Davvero un ottimo risultato raggiunto. Ora non basta che continuare a dedicarsi alle vacanze, rispettando i protocolli di sicurezza per la salute di tutti e della nostra madre terra.

IL MONITORAGGIO COSTIERO CON DRONE Rosario Maisto Il Consiglio Nazionale delle ricerche, con gli Istituti di scienze marine (Ismar) e di fisiologia clinica (Ifc) è impegnato in un innovativo progetto di monitoraggio dei litorali tramite drone, con il duplice obiettivo di analizzarne lo stato di salute e di quantificare l’accumulo e la distribuzione spaziale dei rifiuti presenti (compresi guanti e mascherine) nonché di quantificare ed aggiornare le specie vegetali invasive, e verificare i cambiamenti della linea di costa dovuti a fenomeni erosivi. Questo approccio può essere utilizzato in tutti i litorali dell'Italia e soprattutto sulla costa campana. Infatti, l’utilizzo di tecnologie come i droni, con finalità di monito-

raggio ambientale, presenta molteplici vantaggi: consente di osservare porzioni di territorio anche molto estese, riesce a penetrare in luoghi

inaccessibili e garantisce la ripetibilità spaziale delle ricognizioni grazie a voli automatici. Sono state svolte analisi ap-

profondite sulle dinamiche dell’accumulo spaziale e temporale dei rifiuti, mettendo in luce il ruolo giocato da diversi fattori quali la stagione, le condizioni del mare e delle correnti, la presenza di vento. Nel corso di quest’indagine, prima in Italia ad aver utilizzato un drone per l’analisi del marine littering, si è riscontrato, che la velocità di accumulo dei rifiuti è influenzata anche dalla dimensione degli oggetti, specialmente per materiali come il polistirolo espanso, poco denso e che tende a disperdersi facilmente. Anche la stagionalità è importante, gli accumuli maggiori si hanno in autunno e in inverno per quanto riguarda la distribuzione spaziale. È emersa, inoltre, una tendenza degli oggetti ad accumularsi maggiormente a

ridosso delle dune e delle conche, che caratterizzano il paesaggio delle spiagge. Invece su una spiaggia del tutto libera da tali oggetti, si ristabilisce naturalmente un nuovo dinamico equilibrio in poche settimane. I prossimi passi del monitoraggio indagheranno anche sulla dispersione e l’abbandono di dispositivi di protezione individuale legati alla gestione dell’epidemia da Coronavirus. In futuro, i droni utilizzati in volo non a vista (BVOLS) potranno fornire un ottimo supporto alla gestione di parchi marini e riserve, contribuendo all’individuazione delle zone a rischio di accumulo di detriti e rifiuti plastici, per la gestione degli interventi di rimozione, evitando così il loro degrado e frammentazione. (foto da www.ismar.cnr.it)


È record di nidi di Caretta Caretta in Campania Fino a metà ottobre lo spettacolo della schiusa in oltre ventotto siti Giulia Martelli “La tartaruga finirà di ricoprire le uova e se ne andrà, sperando in cuor suo che basti la coltre di sabbia a proteggere i piccoli, la luce della luna a indirizzarli e il suono del mare a fargli trovare la strada. Se ne andrà perchè sa di non avere la forza di covare e di non avere tutto quel tempo a disposizione. Se ne andrà, non prima di aver fatto di tutto per garantire ai suoi cuccioli la sopravvivenza” Lorenzo Marone La Campania del post lockdown ha regalato ai turisti un mare cristallino e spiagge come poche volte si erano viste, gioia per i vacanzieri ma anche per le famose tartarughe marine Caretta Caretta che hanno scelto proprio questi litorali per dare alla luce i propri piccoli. Da Ascea Marina a Baia Domizia, le spiagge campane detengono il record 2020 di nidi che ospitano le uova di questa bellissima specie purtroppo a rischio estinzione. Si stima infatti, che ogni anno, solo nel mar Mediterraneo, muoiano oltre 40 mila esemplari per via di incidenti con le imbarcazioni, intrappolate nelle reti

da pesca, impigliate negli ami e per l’ingestione di plastica scambiata per cibo. Una volta salvate dal mare, le tartarughe ricevono cure mediche, riabilitazione e poi vengono rilasciate di nuovo nel loro habitat. Ma la vera magia avviene nel momento della nidificazione e poi della schiusa: seguendo il ritmo della natura ‘mamma tartaruga’ durante la notte esce dall’acqua, risalendo la riva per dirigersi verso l’arenile e scegliere il punto dove scavare una buca per deporre le uova. Queste si schiuderanno nei

successivi 45-60 giorni. È importante preservare il luogo di cova, per evitare che i nidi vengano calpestati, ricordando che manipolare o sottrarre uova di tartaruga marina è un reato penale punito quindi con sanzioni penali. Purtroppo, però, non sempre durante la ricognizione dei nidi da parte del personale della stazione zoologica Anton Dohrn - che si svolge in Campania nei mesi di giugno e luglio - si riesce ad individuarli tutti, ed è per questo che si fa appello al senso civico dei bagnanti che hanno il dovere di informare subito la

guardia costiera o il numero H24 - 3346424670 per consentire la messa in sicurezza del sito dal momento che la schiusa proseguirà almeno fino a metà ottobre. Al fine di garantire assistenza ai piccoli nati sono stati attivati dei presidi h24 le cui attività sono coordinate dal personale della SZN assieme a volontari per cui da qualche giorno è in corso un’apposita ricognizione. “Nell’ultima decade si sta verificando un progressivo e significativo incremento del numero di nidi di Caretta Caretta deposti nel Mediterraneo

occidentale, ben oltre i confini abituali dell’areale di nidificazione della specie. In particolare, lungo le coste della Campania, la nidificazione della tartaruga marina ha assunto carattere di ordinarietà. La presenza di diverse femmine nidificanti e la regolarità del fenomeno suggeriscono che il Cilento sia un punto chiave per l’espansione verso nord dell’areale di nidificazione della Caretta Caretta nel bacino Mediter- raneo” spiegano dall’associazione “Naturart - Cultura ambiente e turismo” tra le principali a tutelare questa specie.

Erosione: allarme rosso per le coste italiane Tempi duri per le coste italiane. Basti pensare che quasi il 50% è attualmente soggetto a erosione, un fenomeno che ha fatto sentire fortemente la sua presenza soprattutto negli ultimi 50anni avendo divorato ben 40milioni di metri quadrati di spiagge. A dirlo è Legambiente, che ha presentato nei giorni scorsi uno studio sullo stato di erosione delle coste in Italia e ha inaugurato il portale dell’Osservatorio Paesaggi Costieri Italiani. Prendendo avvio dagli ultimi dati pubblicati dal Ministero dell'Ambiente in collaborazione con ISPRA e con le 15 Regioni marittime, Legambiente ha dato vita a un quadro analitico dell’evoluzione dell’erosione delle nostre

coste registrata tra il 1970 e il 2020. Da questa ricerca si evince che le cause principali sono da attribuire al consumo di suolo, con la costruzione di edifici e di nuove opere infrastrutturali portuali o di opere rigide a difesa

dei litorali. Con i rischi quasi certi che i cambiamenti climatici in atto inaspriscano ora ancora più drammaticamente il fenomeno. Come ha ben spiegato il geologo marino Diego Paltrinieri, su circa 8mila

chilometri di litorale, le coste basse sabbiose (che sono quelle sostanzialmente erodibili) coprono 3.770 chilometri, di cui 1.750 chilometri sono attualmente in erosione, per un tasso del 46,4%. E ancora, negli ultimi 50anni, i litorali in erosione sono triplicati: è come aver perso in media 23metri di profondità di spiaggia per tutti i 1.750 km di litorale in erosione. I dati raccolti evidenziano, inoltre, un profondo dislivello tra Nord e Sud del paese, con picchi fino al 60% nelle regioni di Sicilia e Calabria. È stato anche sottolineato che le opere marittime connesse al sistema portuale nazionale si sviluppano per una lunghezza complessiva di circa 2.250 chilometri (dati rilevati

dall’ISPRA nel 2010). E questa invasione del litorale ha innescato accentuati fenomeni di erosione dovuti in sostanza alla alterazione della naturale dinamica litoranea. Inoltre, sul nuovo portale www.paesaggicostieri.org si potrà partecipare a un concorso fotografico proprio su questo scottante tema. Si avrà infatti la possibilità di “raccontare” questo fenomeno e dar luce alle opere e alle trasformazioni messe in atto in aiuto delle nostre coste, attraverso una narrazione fotografica di massimo cinque scatti da inviare entro il 31/12/2020. La partecipazione al concorso è gratuita e aperta a professionisti e dilettanti, di ogni età e nazionalità. A.P.


Report del Word Economic Forum È necessario porre al centro dell’economia globale il rispetto della natura Bruno Giordano Il World Economic Forum, svoltosi a Davos, è una grande organizzazione che ogni anno raduna i potenti della terra per fare il punto sullo stato dell’economia globale. Dall’ultimo studio prodotto, nei prossimi dieci anni, nel mondo, si potranno creare fino a 395 milioni di posti di lavoro, a condizione che il business metta al centro il rispetto della natura e i principi della "biodi-

versità". Se le attività economiche sono e saranno indirizzate a preservare l’equilibrio del pianeta e le sue forme viventi, alla lunga si produrranno migliori risultati e faranno crescere l’occupazione così come insegnano i campi agricoli indonesiani di tipo "smart" che, utilizzando i sensori hanno potuto incrementare la produzione di granoturco del 60%, o come il parco industriale cinese di Suzhou che sviluppatosi rispet-

tando i principi dell’ecologia ha aumentato il proprio prodotto interno lordo del 260% e ha potuto assumere nuovo personale. Anche in Vietnam, le popolazioni che vivono lungo la costa hanno visto crescere i loro guadagni e creare più lavoro occupandosi della cura delle mangrovie. Per Akanksha Khatri, a capo dell’agenda per la difesa della natura del Wef, si può indirizzare la crisi attuale della biodiversità, e, resettare l’economia del pianeta in modo che crei e protegga milioni di posti di lavoro. Tre sono le principali aree di intervento individuate nel report che necessitano di un’azione rapida e promettono ottimi risultati: il cibo, la terra e l’oceano. A cominciare dall’alimentazione perché ciò che mangiamo vale circa 10 trilioni di dollari del pil globale e impiega il 40% della forza lavoro del pianeta. Solo agendo sul cibo con soluzioni naturali si potranno creare 191 milioni di nuovi lavoratori e 3,6 tri-

lioni di dollari di ricavi aggiuntivi. Basti pensare che il 75% della nostra alimentazione arriva da 12 piante e 5 specie animali che ci garantiscono solo il 18% di calorie ma occupano l’80% delle terre coltivate. Invece un’alimentazione più diversificata a base di frutta e vegetali può creare 310 miliardi di dollari di nuove opportunità di business all’anno fino al 2030. Servirà poi estendere su vasta scala l’uso della tecnologia nelle

grandi coltivazioni e allevamenti e ciò darà vita a 4,3 milioni di nuovi lavoratori e 195 milioni di dollari di opportunità di business. Altre aree di intervento riguardano l’uso di led, sensori e pannelli solari nelle costruzioni e in generale un riorientamento ecologico delle infrastrutture da cui potranno venire 117 milioni di nuovi impieghi mentre altri 87 milioni arriveranno da una riconversione "verde" dell’industria energetica e estrattiva.

La Settimana del Pianeta Terra: l’Italia alla scoperta delle Geoscienze Otto giorni di manifestazioni dedicate alle divulgazione scientifica: i “Geoeventi”, che animeranno diverse località sparse su tutto il territorio nazionale: escursioni, passeggiate nei centri urbani e storici, porte aperte ai musei e nei centri di ricerca, visite guidate, esposizioni, laboratori didattici e sperimentali per bambini e ragazzi, attività musicali e artistiche, degustazioni conviviali, conferenze, convegni, workshop, tavole rotonde. L'ottava edizione della Settimana del Pianeta Terra si svolgerà dal 4 all'11 ottobre 2020. L’evento sarà dedicato alla scoperta delle nostre risorse naturali – montagne e ghiacciai, grandi laghi, fiumi, colline, coste e paesaggi marini, isole, vulcani, sia le più spettacolari, sia le meno conosciute, ma non meno affascinanti: quelle che abbiamo la fortuna, spesso senza saperlo,

Per informazioni e aggiornamenti sul programma: Sito web: www.settimanaterra.org Facebook: Settimana del Pianeta Terra Twitter: www.twitter.com/SettimanaTerra di avere proprio a due passi da casa. La Settimana del Pianeta Terra vuole far appassionare i giovani alla scienza, alle Geoscienze in particolare, e trasmettere l'entusiasmo per la ricerca e la scoperta scientifica. Far conoscere le possibilità che la scienza mette a disposizione

dell’uomo per migliorare la qualità della vita e la sicurezza, investendo su ambiente, energia, clima, alimentazione, salute, risorse e riduzione dei rischi naturali. Dunque durante la Settimana del Pianeta Terra è l’Italia che apre le porte sul suo patrimonio naturale! (Dal Web)

I Geoeventi in Campania - 07/10/2020 , Napoli Geologia e Archeologia: La Grotta di Seiano e il Parco Archeologico di Pausilypon a Napoli - 10/10/2020 , Torre Annunziata (NA) Le Ville d’Otium alle falde del Vesuvio: passeggiata geoarcheologica nella Villa di Poppea agli scavi di Oplontis


L’educazione ambientale come impegno ed opportunità per tutti Anna Gaudioso L'educazione ambientale viene attualmente vissuta come un impegno e un'opportunità che coinvolge tutti gli attori sociali, chiamati a diversi livelli e con competenze differenziate, a definire obiettivi, strategie e azioni per attività integrate di informazione, educazione, formazione in grado di riflettersi sulla qualità dell’ambiente e delle relazioni sociali attraverso la promozione dello sviluppo sostenibile. Questo approccio emerge dalle «Linee guida per l’educazione ambientale nel sistema agenziale» elaborate da Apat (oggi Ispra), che costituiscono ancora un punto di riferimento nell’ambito del Sistema nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Nella scuola dell’autonomia, l’educazione ambientale diventa il punto di snodo nel rapporto con il territorio. Dal dialogo con la scuola e il territorio possono nascere infatti varie forme di collaborazioni. Negli ultimi decenni la crisi di valori ha travolto le istituzioni tradizionalmente preposte all’educazione: nel momento in cui sono venute meno quelle convenzioni sociali e morali, a causa del dilagante relativismo, queste istituzioni si sono viste private di quelle verità assolute a cui, ogni educatore, in precedenza, aveva fatto riferimento. Si comprende, perciò, la difficile attuale sfida educativa per chi opera e ne interpella la coscienza. Educare ed istruire la persona sono i due punti cardine su cui dovrebbe poggiare ogni azione formativa idonea a plasmare un tessuto sociale aperto, accogliente, equilibrato e capace di leggere i segni dei tempi e di adattare ad essi i propri comportamenti, evitando così di farsi travolgere dagli stessi. Parlare di educazione ambientale significa chiaramente progettare percorsi specifici situati nel contesto educativo formale per eccellenza: la scuola. La sfida che tale istituzione, oggi, è chiamata ad affrontare si inscrive in una complessità sociale, culturale, ambientale-umana. Pur rimanendo fedele ad un approccio

interdisciplinare, è chiamata a rispondere al bisogno di conoscenza ed engagement delle nuove generazioni per cui non è possibile separare l’umano dall’ambiente, dal contesto in cui, cioè, la persona vive. La prospettiva pedagogicoeducativa in realtà esprime una visuale più ampia, integrando aspetti naturalistici e aspetti urbanistici e socioculturali, per cui oltre a parlare di ambiente fa riferimento al concetto di territorio. Allo stesso modo, applicare un approccio educativo alla protezione ambientale significa andare oltre il tema dei controlli per abbracciare l’idea della promozione dello svi-

luppo sostenibile, in positivo, attraverso un’interiorizzazione di valori e la partecipazione dei cittadini, oltre che in negativo, attraverso controlli e sanzioni. Si tutela l’ambiente solo se, oltre a controllarlo periodicamente, si promuovono strategie permanenti di intervento educativo e formativo, che sono insieme progettazione, ricerca, partecipazione, documentazione, sperimentazione, accreditamento di qualità. La scuola italiana, grazie ad una serie di riforme, talora discutibili, si è sforzata di trovare nuove soluzioni, consone ai bisogni societari emergenti, atte a garantire l’assunzione di modelli didattici orientati al

perseguimento del buon esito per i gruppi in formazione, con l’obiettivo di garantire anche l’amalgama delle diverse espressioni culturali che animano la collettività evoluta ed emancipata del nostro tempo. L’educazione ambientale deve essere, dunque, progettuale ed ermeneutica poiché riconosce la rilevanza delle conoscenze e delle pratiche educative, è impegnata a sviluppare una visione globale e locale delle questioni ambientali, è interdisciplinare e come tale attraversa ogni percorso curricolare. Inoltre, incoraggia la partecipazione ad azioni che prevengono e risolvono i problemi ambientali rifiutando un apprendimento inteso come accumulazione passiva di informazioni. Con la cosiddetta Legge Iori, la legge n.205 del 29 dicembre 2017, si definisce la figura dell’educatore nei servizi di educazione ambientale. Agli educatori è richiesta una multidisciplinarietà di competenze attraverso un approccio olistico (scientifico, umanistico e pedagogico insieme). Ovviamente la formazione di tipo scientifico risulta sempre presente, purché accompagnata dallo sguardo pedagogico. Con il nuovo anno scolastico è prevista l’introduzione, nel primo

e nel secondo ciclo di istruzione, dell’insegnamento obbligatorio dell’Educazione civica e ambientale (legge 20 agosto 2019, n. 92). La disciplina mira a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri. Lo studio dell’Educazione civica e ambientale sviluppa inoltre la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea, promuovendo i princìpi di legalità, cittadinanza attiva, cittadinanza digitale e sostenibilità ambientale, senza tralasciare il diritto alla salute e al benessere della persona. Sono stati fissati degli obblighi per la scuola perché l'educazione civica non può essere confinata solo in una disciplina, deve avere un monte ore di almeno 33 ore annue da realizzare in maniera trasversale e anche una valutazione. All’educatore ambientale è richiesta capacità dinamica e trasversale perché chiamato ad operare in un contesto in cui alla ormai superata logica della società della conoscenza, si è sostituita la società della competenza.


Rapporto Ispra/Snpa sul consumo di suolo La Campania è la terza regione per quota di territorio sottratto alla natura Claudio Marro Gianluca Ragone Pasquale Iorio Il 22 luglio 2020, dalla Residenza di Ripetta a Roma, alla presenza del Ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, e del Sottosegretario di Stato per il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Roberto Morassut, è stata presentata l’edizione 2020 del rapporto Ispra-Snpa “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. Il Rapporto fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione del territorio nazionale, analizzandone l’evoluzione all’interno di un più ampio quadro di analisi delle dinamiche delle aree urbane, agricole e naturali. I dati prodotti a scala nazionale, regionale e comunale sono in grado di rappresentare le singole trasformazioni individuate con una grana di estremo dettaglio, grazie all’impegno del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), che vede l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) insieme alle Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province autonome, in un lavoro congiunto di monitoraggio. Anche quest’anno Arpa Campania ha dato un importante contributo effettuando un intenso lavoro di fotointerpretazione dell’intero territorio regionale, grazie al quale sono state individuate le aree interessate da nuovi processi di antropizzazione. L’implementazione dei dati è avvenuta attraverso l’utilizzo di QGIS, software libero ed Open Source, che grazie a specifici plug-in ha permesso l’impiego di immagini satellitari ad alta risoluzione presenti sul web (Google Images) e, laddove necessario, l’uso di immagini satellitari Sentinel 2 prodotte dal progetto Copernicus del-

l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). La ricostruzione dell’andamento temporale del consumo di suolo è avvenuta attraverso l’utilizzo del dispositivo temporale presente in Google Earth. Il processo di analisi, che ha riguardato una superficie di oltre 13.500 km2, si è concretizzato con la digitalizzazione di circa 12.000 poligoni, per una superficie complessiva di circa 14 km2. I dati implementati sono stati quindi sottoposti ad analisi topologica, finalizzata all’individuazione di eventuali errori di natura geometrica, e al controllo tabellare di congruità temporale. I dati della Campania La Campania ad oggi ha consumato 140.033 ha di suolo. Si tratta di un dato in valore assoluto non elevatissimo, soprattutto se confrontato con il consumo registrato in regioni come la Lombardia (287.740 ha), il Veneto (217.619 ha) e l’Emilia Romagna (199.869 ha) (Figura 1). In realtà tale dato rapportato alla superficie regionale assume altra connotazione, con uno scenario che vede la nostra Regione, con il 10,3% di suolo regionale consumato, classificarsi poco dietro a Lombardia (12,1 %) e Veneto (11,9%) (Figura 2). I dati per provincia Così come si evince dalla Figura 3 (cartografia della Campania, relativa al consumo di suolo 2006-2019 con localizzazione dei cambiamenti tra 2012 e 2019 e di parte dei cambiamenti tra 2006 e 2012, espressi in ettari) tale processo è localizzato soprattutto in corrispondenza dei capoluoghi di provincia e nel territorio della provincia di Napoli. La tavola di Figura 3 è tradotta in numeri in Tabella 1 da dove si evince come quasi il 63% del territorio comunale di Napoli risulti antropizzato, e circa il 34% della provincia di Napoli abbia subito una perdita irreversibile di suolo (Tabella 2). segue a pag.7


segue da pagina 6 I dati per comune Non molto diversa è la situazione a livello comunale: il rapporto tra consumo di suolo e superficie amministrativa (Figura 4) mostra come le maggiori criticità siano concentrate nelle zone periurbane e urbane, in cui si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali. Tali processi riguardano soprattutto le aree costiere e le aree di pianura. In valore assoluto, Napoli risulta essere il comune con la maggiore superficie di suolo consumato (7419 ha) (anche se nell’ultimo biennio ne ha consumato appena 0,88 ettari) seguito da Giugliano in Campania (2387 ha) e da Salerno (2045 ha) (Tabella 3). Se rapportiamo tali dati all’estensione della superficie amministrativa, il comune di Casavatore presenta un’antropizzazione addirittura superiore al 90 %, seguito dai comuni di Arzano (82,81 %) e di Melito di Napoli (81,14 %). Perdita di suolo 2018-2019 Relativamente all’anno 2018-2019 la provincia di Benevento è quella che ha registrato il maggiore incremento di antropizzazione del territorio. In particolare i Comuni di Morcone, Maddaloni e San Lupo risultano essere quelli con il consumo di suolo assoluto maggiore. Dato che viene parzialmente confermato anche se la perdita di risorsa è espressa in funzione del nu-

Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31 agosto 2020 - Anno XVI, N.15-16 Edizione chiusa il 27 agosto 2020 DIRETTORE EDITORIALE Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE Pietro Funaro CAPOREDATTORI Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE Savino Cuomo HANNO COLLABORATO A. Cammarota, F. De Capua, G. De Crescenzo, P. Falco, B. Giordano, P. Iorio, G. Loffredo, R. Maisto, C. Marro, L. Monsurrò, A. Palumbo, A. Paparo, G. Ragone, T. Pollice, D. Santaniello SEGRETARIA AMMINISTRATIVA Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO Pietro Vasaturo EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

mero di abitanti (Tabella 4). In generale a scala regionale la perdita di suolo negli anni registra un trend in crescita, lento ma costante. Nel triennio 2015-2018 la Campania ha perso 887 ha di suolo a cui si aggiungono i 219 ha dell’ultimo anno (2018-2019). Nell'ultima rilevazione, quindi, è stato registrato un lieve rallentamento della crescita del consumo di suolo in Campania, ma probabilmente è una frenata dettata più da determinanti economiche che da una radicata consapevolezza del problema. Il consumo di suolo e il degrado del territorio continuano a un ritmo non sostenibile, ed occorrono interventi normativi efficaci. La creazione di Parchi, di Aree protette può contribuire sicuramente al rallentamento di tale trend, ma si tratta comunque di misure non sufficienti. È necessario imporre anche un cambio di prospettiva, un nuovo concetto di sviluppo economico e comprendere che il suolo è una risorsa ambientale essenziale, non rinnovabile, vitale per il nostro ambiente, il nostro benessere e la nostra stessa economia. Esistono ancora due forze che si contrappongono: la prima è costituita da coloro che pensano che costruire, edificare, cementificare siano ancora sinonimi di crescita economica; la seconda è rappresentata da coloro che

indiscriminatamente vogliono porre limiti assoluti al consumo di suolo. L’emergenza Covid 19 rischia di accentuare tale contrapposizione. Piuttosto, invece, occorrerebbe razionalizzare la gestione del territorio: le parole chiave sono ancora una volta “sviluppo sostenibile”.

(Claudio Marro è direttore tecnico Arpac facente funzione, Gianluca Ragone lavora alla UO Censimenti, anagrafe e analisi di rischio della UOC Siti contaminati e bonifiche, Pasquale Iorio lavora alla UO Rifiuti e uso del suolo della Direzione Tecnica).


PAESI CHE VAI GENTE CHE TROVI: L’IRPINIA Una Comunità ancora oggi fondata su valori come la fratellanza e l’amore per le proprie “radici” Domenico Santaniello A cavallo di tre regioni Campania, Puglia e Basilicata vi è la verde Irpinia, una ridente terra di piccoli paesi che conservano ancora oggi importanti ricordi dal vero e proprio carattere della comunità legata da fratellanza e attaccamento strettissimo alle proprie radici. Le alte vette dell’Appennino Campano da cui sorgono le acque, una volta limpide, del Calore e dell’Ofanto che dopo aver attraversato borghi, vallate, colline e sentieri concludono il loro percorso nel Tirreno e nell’Adriatico quasi a collegare con un immaginario ponte le spiagge delle due sponde. Dal Partenio al Terminio, dal Cervialto a Montevergine, dal Pizzo di Alvano al Laceno, da San Gerardo a San Teodoro il territorio che si dimena è il luogo ideale in cui si afferma e si coniuga, appunto, la verde Provincia di Avellino. Donando frutti rari e preziosi che arricchiscono i diversi percorsi turistici, culturali, liturgici e gastronomici le cui tradizioni affondano le proprie radici in

Zungoli

epoche lontanissime. Questa terra ha sempre attirato ospiti e visitatori con l’eco di un passato che ancora oggi senti sussurrare con la viva presenza della testimonianza sul territorio di importanti insediamenti dall’età neolitica ai longobardi ai normanni e così via giù nel tempo che fu….! L’atmosfera che si respira in questi paesi è direttamente proporzionata alla piazza o alla piazzetta centrale, con la casa comunale, la chiesa ed il campanile, luoghi concentrati che ben si fondono in una sola anima e un solo corpo. È difficile evadere da questi abbracci paesani e materni, chi lo ha fatto negli anni passati è stato spesso additato come “forestiero” ma al tempo stesso ammirato e forse anche odiato. Ma lui ha sempre pensato di ritornare nel luogo natale per essere riconosciuto dai suoi amici ma in una forma diversa da quelle originale, che spesso avveniva, forse, per assimilazione con la sua famiglia di origine. Una protezione materna quella alla quale in fondo chi si allontana poi intende ritor-

Castello Lancellotti - Lauro nare e rifugiarsi. Nei piccoli paesi hanno sempre fatto da contrappeso grandi maggioranze che danno forza e vigore all’individuo che la rappresenta. Infatti, la Provincia di Avellino è terra di politici anche di notevole spessore. Essi non rappresentano solo se stessi, ma

Avellino - Interno stazione

esprimono le anime dei paesi che si portano dentro e manifestano un’anima, una qualità particolare, infatti non possono essere accostati ai vecchi notabili dell’Italia Sabauda, individui che dialogavano solo tra loro e le altrui anime al seguito. Può sembrare strano ma dai piccoli

paesi derivano le forti idee e le volontà in grado di spingerle in alto. Oggi queste piccole realtà locali vanno scomparendo tanto che una legge dello stato è dovuta intervenire in soccorso per salvaguardarne l’esistenza, la storia, le tradizioni, la terra... segue a pag.9


segue da pagina 8 Sembra come un mantello dove ci sono tante pezze a “mò di rattoppi” ognuna con una passato da narrare : ciascuno ha qualcosa da raccontare, di unico, di caratteristico fatto si di tanti colori variopinti ma orientati verso la semplicità e il decoro dell’invito a convivere, a tenere insieme ogni forma di vita e di storia vissuta in modo da non sparire anche se di esso rimane un piccolo puntino sulla cartina geografica, “pardòn” sulla mappa del moderno navigatore….. La politica e i politicanti di oggi dovrebbe trarre ancora di più ispirazione da queste piccole realtà locali, appunto dai paesi irpini, per dar voce e parola alla cultura della capacità di tornare a pensare e rivivere questi fenomeni di storia vissuta ma certamente mai tralasciata o dimenticata. Come quelle pietre miliari che ancora si incontrano lungo i sentieri ed i percorsi di ieri e di oggi, lungo strade e tratturi della Provincia di Avellino. Una caratteristica peculiare delle civiltà che si sono succedute in questa terra, come la civiltà greco romana, che, appunto, incidevano parole su pietra o metallo per registrare eventi pubblici e privati, destinati a durare nel tempo. Incidendo poi la firma in calce alla nostra storia che non deve essere mai tralasciata o

Avellino - Panorama

Avellino - Chiesa dei Cappuccini addirittura dimentica. Non tralasciamo poi i canti che si sentivano quotidianamente, le serenate venivano rapportate alle quotidiane e generose giornate lavorative e anche di amore verso la propria terra e verso l’amata donna. Canti d’amore per dialogare con la gente intorno o con quella bella donna al di la del davanzale fiorito la cui famiglia non sempre disposta ad offrire ospitalità. E poi Terra di Castelli , infatti, tra il XI e XII secolo vengono erette numerose fortezze lungo i crinali delle valli dell’Ofanto, del Sabato, del Calore, della Bassa Irpinia, a presidio di principali percorsi viari che in un territorio come quello irpino costituiscono assi preferenziali per invasori e oppressori. Alcuni di questi sorgono a guardia dei territori popolati da comunità contadine dividendone il polo di attrazione e il fulcro del-

l’organizzazione economica : Avella, Avellino, Conza, Gesualdo, Lauro, Montefusco, solo per citarne alcuni. Fortezze che ancora oggi custodiscono la fantasia ed i misteri e con l’imponente struttura custodita da un recinto murario e sorvegliata da una torre centrale, posti su alture che dominano il territorio circostante. La Provincia di Avellino nel suo insieme non è soltanto una terra fertile, dalla vegetazione lussureggiante e, per fortuna, ancora poco contaminata, tanto da essere denominata la verde Irpinia, ma è anche una terra ricca di ingegni, che può annoverare tra i suoi amati figli prediletti illustri personaggi, in tutti i campi : letterati, artisti, politici, giureconsulti, scienziati, musicisti. Passeggiamo tra le vallate della verde Provincia di Avellino.

“Serpeggiano fiumi e torrenti freschi sul tuo montano dorso punteggiato da rilievi che al cielo si scagliano come rapide punte di frecce sparpagliando nuvole, le verdi foreste come macchie di poetica vegetazione di quel color sonoro che sospira e trema al vento il suono acustico del Sele che scende copioso lungo timpani di valli, frutto delle mature nevi che l’Irpinia romanzata tramùta in alluvionali baci: ricordo le sere i tramonti assorti sui Picentini, rupestri in volto, dolomitici come nel Cervialto s’abbracciano fitte le faggete e quel costone irto che m’accelera la vista sopra una cartolina immensa dalle tradizioni decorate in volto”. Irpinia Suggestiva di Fabio Strinati


Gli allevamenti di suini: l’indirizzo produttivo e le strutture di contenimento I maiali, come tutti gli altri animali allevati, devono essere tenuti in uno stato di benessere Pasquale Falco (Terza parte) Tra i fattori che incidono sulla organizzazione degli allevamenti di suini, oltre alla evoluzione accrescitiva, vi sono l’indirizzo produttivo adottato e le strutture di contenimento allestite. In generale, dopo lo svezzamento il suino comincia già a manifestare quelle peculiarità in base alle quali, a distanza di circa 7 mesi dalla nascita, viene destinato all’ingrasso oppure alla riproduzione. Ebbene sono proprio questi due percorsi, alternativi tra loro, che dettano l’organizzazione dell’allevamento: in considerazione della volontà di dare al detto allevamento l’indirizzo produttivo della riproduzione o dell’ingrasso, o entrambi, è possibile distinguere tre diverse tipologie: • gli allevamenti da riproduzione (o a ciclo aperto), la cui finalità è esclusivamente la riproduzione di suinetti, che

vi permangono fino a poco oltre il termine del periodo di svezzamento, cioè sino al raggiungimento di un peso massimo di circa 20-30 kg; proprio a questo punto della loro crescita, essi sono subito destinati alla vendita e proseguiranno le successive fasi di magronaggio e di ingrasso in altri allevamenti dedicati all’ingrasso; • gli allevamenti da ingrasso, in cui i suinetti, acquistati fuori già svezzati, vengono allevati fino al raggiungimento di circa 100-110 kg (suino leggero) per il consumo fresco da macelleria oppure portati fino a 160-180 kg (suino pesante) per il consumo da salumificio; • gli allevamenti a ciclo chiuso, che includono entrambe le tipologie precedenti e comprendono, pertanto, tutte le fasi del ciclo produttivo tipiche sia della riproduzione sia dell’ingrasso. Per dare un’idea dei suini presenti in un dato alleva-

mento, nella tabella di sintesi riportata, si elencano tutte le diverse tipologie di capi suini presenti per ciascun indirizzo produttivo. Ciascuno dei tre tipi di allevamento deve disporre, quindi sulla base delle tipologie di capi presenti, degli edifici e delle attrezzature idonee per effettuare tutte le cure e le attività che ogni ti-

pologia di suino richiede. La “Direttiva suini” (Direttiva CE 2008/120, recepita in Italia con il D. Lgs 07/07/2011 n. 122 - Attuazione della direttiva 2008/120/CE che stabilisce le norme minime per la protezione dei suini) detta una serie di prescrizioni su: • soddisfacimento dei bisogni primari degli animali; • requisiti in materia di iso-

lamento termico, riscaldamento e ventilazione dei ricoveri; • requisiti in materia di costruzione e sulle dimensioni e caratteristiche delle strutture di contenimento; A decorrere dal 1 gennaio 2013 le disposizioni della Direttiva si applicano a tutte le aziende suinicole. segue a pag.11


segue da pagina 11 I maiali, come tutti gli altri animali allevati, sia per consumo domestico da privati, sia per scopi produttivi in impianti estensivi ed intensivi, devono essere tenuti in uno “stato di benessere”, che si concretizza col permettere il godimento di cinque fondamentali libertà: •libertà dalla fame e dalla sete; • libertà dal disagio termico e fisico; •libertà dal dolore e dalle malattie; •libertà dalla paura e dallo stress; •libertà di poter riprodurre i propri modelli comportamentali naturali. I suini vanno alimentati utilizzando sistemi in grado di garantire che ciascuno di essi ottenga mangime a sufficienza senza essere aggredito, anche in situazione di competitività; tenuto conto, poi, del bisogno di masticare, devono ricevere mangime ricco di fibre in quantità sufficiente e comunque ad alto tenore energetico. Ogni suino deve poter disporre in permanenza di acqua fresca a sufficienza; inoltre deve godere di una quantità di luce di una fissata intensità (almeno 40 lux) per un periodo minimo di 8 ore al giorno. Deve godere di condizioni confortevoli dal punto di vista termico, proprie di strutture calde d’inverno e

fresche d’estate. Nelle strutture dove sono stabulati i suini vanno evitati i rumori continui di intensità pari a 85 decibel nonché i rumori costanti o improvvisi. Tutte le operazioni, effettuate sui suini per scopi diversi da quelli terapeutici o diagnostici, che possono provocare la perdita di una parte sensibile del corpo e spesso un dolore immediato, o a volte prolungato, sono vietate, pur con delle eccezioni. Ad esempio, il mozzamento di una parte della coda e la riduzione uniforme degli incisivi dei lattonzoli non devono costituire operazioni di routine; esse, al contrario, vanno praticate soltanto ove sia comprovata la presenza di ferite ai capezzoli delle scrofe o agli orecchi o alle code di altri suini. Prima di effettuare tali operazioni si devono, comunque, adottare misure intese ad evitare le morsicature delle code e altri comportamenti anormali, intervenendo sul miglioramento delle condizioni ambientali e della densità degli animali. Le operazioni sopra descritte, compresa anche la castrazione di suini di sesso maschile (consentita se eseguita con mezzi diversi dalla lacerazione dei tessuti) devono essere praticate da un veterinario; in mancanza, possono essere praticate, in condizioni igieniche e con mezzi idonei, da persona adeguatamente formata.

Qualora tali operazioni siano praticate dopo il settimo giorno di vita, esse devono essere effettuate unicamente sotto anestesia e con somministrazione prolungata di analgesici da parte di un veterinario. Per soddisfare i comportamenti naturali tipici, quali il grufolamento, la ricerca del cibo e l’esplorazione, i suini devono avere a disposizione materiali e og-

getti che consentano loro adeguate attività di esplorazione e manipolazione (paglia, fieno, legno, segatura, compost di funghi, torba o un miscuglio di questi) senza comprometterne la salute. Gli oggetti a terra, quali mattoni in cotto, palle, trottole, tronchetti di legno, hanno una grande capacità di attrarre, ma perdono rapidamente interesse perchè si

imbrattano facilmente ed occorre sostituirli di frequente; al contrario, le corde penzolanti e gli oggetti sospesi a livello della testa, soprattutto tronchetti di legno, costituiscono una ottima soluzione economica anche per il basso costo dei materiali utilizzati e per i tempi di lavoro decisamente ridotti (sostituzione del tronchetto ogni 7-10 giorni).


L’estate settembrina e le sue caratteristiche Minore afa e cielo più limpido, la bella stagione cambia “veste”

Siccità, flagello di questa estate

Gennaro Loffredo A settembre, in Italia, inizia la stagione autunnale. Il nono mese dell’anno segna il passaggio dal caldo torrido estivo al clima temperato e piovoso dell’autunno. Nella prima parte del mese, tuttavia, le condizioni atmosferiche tendono ad avere caratteristiche ancora pienamente estive, e non a caso si associa a questo periodo di grande stabilità atmosferica e di caldo la cosiddetta “estate settembrina”. Ma che cos’è l’estate settembrina? È un periodo più o meno lungo (da pochi giorni a un paio di settimane consecutive) in cui, l’Italia viene interessata da vasto campo di alta pressione foriera di bel tempo e di temperature intorno ai 30°C o poco oltre da nord a sud. In genere questa situazione si viene a creare dopo un brusca interruzione del caldo estivo avvenuta in precedenza, in gergo definita “burrasca di ferragosto” o “rottura stagionale”. A settembre le notti più lunghe favoriscono un riposo tranquillo con temperature gradevoli, ma nelle ore diurne il sole torna a picchiare forte, quasi come a luglio e agosto. Negli ultimi anni poi, a causa del riscaldamento climatico in atto, sono sempre più frequenti gli episodi di calura intensa tardiva, con temperature che possono raggiungere ancora i

Il Rapporto ANBI sulle risorse idriche Tina Pollice

35°C sulle pianure e sulle coste. In montagna, però, le alte pressioni settembrine garantiscono condizioni superlative per gli amanti dell’escursionismo o di qualsiasi attività all’aperto. Minore afa, cielo più limpido, minore nuvolosità pomeridiana, prime suggestioni autunnali, maggiore escursione termica tra il fresco notturno e la mitezza diurna rendono queste giornate di fine estate il periodo più bello dell’anno. Viste le condizioni climatiche, potremmo dire che settembre è un ottimo mese per le vacanze. Il turismo balneare rimane un settore molto gettonato durante questa fase dell’anno. I turisti approfittano di questo periodo per godersi il mare e il clima piacevole. Le giornate più corte e il minor soleggiamento, infatti, consentono alle temperature di non raggiungere i picchi dei mesi precedenti e alla sera, in presenza di cielo

sereno e vento da nord, il clima risulta fresco e gradevole con graduale diminuzione delle condizioni di afa. Anche il mare presenta temperature elevate (intorno ai 25°C di media) e, pertanto, immergersi nelle stupende acque che circondano la nostra penisola rappresenta un vero toccasana. In genere l’estate settembrina può interessare le nostre zone anche durante la seconda parte del mese ma, con il trascorrere dei giorni, la tenuta del tempo stabile e del caldo risulta minore. Negli ultimi giorni del mese l’arrivo delle perturbazioni atlantiche sancisce la fine definitiva dell’estate settembrina, soprattutto sull’Italia centro-settentrionale. Le regioni del sud, invece, potranno godere di fasi dal clima simil estivo anche nelle settimane successive, grazie all’avvento delle classiche e famose “ottobrate”.

Come documenta l’ultimo rapporto ANBI sulle risorse idriche, la siccità è tornata a colpire l’Italia a macchia di leopardo, da nord a sud. In Puglia e Basilicata le scorte idriche nei bacini sono in costante diminuzione: stanno calando di un milione e mezzo di metri cubi al giorno, segnando un deficit, rispetto al 2019, di oltre 60 milioni in Lucania e di oltre 70 milioni nella regione del Tavoliere. Crescente rischio desertificazione anche in Sicilia, i cui bacini contengono circa 70 milioni di metri cubi d’acqua in meno rispetto all’anno scorso. Ma i problemi non si fermano certo al sud: nel Nord Italia, a fungere da calmiere, sono solo i grandi laghi, i cui livelli sono tutti in discesa e solo il Garda rimane superiore alla media del periodo. Nel Centro Italia, nonostante le cospicue piogge di giugno sull’Umbria, 117 mm, il livello della diga Maroggia, 3,90 milioni di metri cubi su una capacità di Mmc 5,80, resta inferiore a quello dei due anni precedenti. Analogo è il trend degli invasi marchigiani che trattengono circa 46 milioni di metri cubi su una capacità di oltre 65 milioni, ed anche del bacino del Bilancino, in Toscana, dove giugno è risultato più piovoso della media, soprattutto su Massa, Pisa e Livorno con precipitazioni addirittura raddoppiate; sul grossetano e sul fiorentino è piovuto meno del solito. In Sardegna, i bacini segnano un confortante 77,68% della capienza, ma era 80,27% un anno fa. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, presentato da ANBI, è una risposta all’esigenza di incrementare la resilienza dei territori. L’importo complessivo dell’investimento previsto dal Piano ammonta a quasi 10.946 milioni di euro, in grado di garantire circa 54.700 posti di lavoro ed è dedicato alle Opere di manutenzione straordinaria per la difesa idrogeologica: sono 3.658 per un investimento di oltre 8.400 milioni di euro ed un’occupazione stimata in circa 42.000 unità. Il maggior numero di progetti (2015) interessa il Nord, Piemonte Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, seguito dal Centro (1.224) e dal Sud (419). Il Sud Italia, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia è però primo nella poco invidiabile classifica dei bacini da completare: sono 42, capaci di contenere 103.862.280 metri cubi d’acqua; per ultimarli servono oltre 565 milioni di euro con un’occupazione stimata in 2.826 unità. In tutto, le opere incomplete sono 66, 19 in Centro Italia e 5 al Nord, abbisognano di un investimento complessivo pari a circa 800 milioni di euro, con cui si garantiranno 4.000 posti di lavoro. L’analisi dei dati, ha commentato il Presidente di ANBI Francesco Vincenzi, conferma l’immagine di un’Italia a più velocità e con il Meridione, che vede risalire gli investimenti idrici più importanti al tempo della Cassa per il Mezzogiorno. È per questo che si chiede un vero Green New Deal per il nostro Paese: più determinazione nelle attività di contrasto all’estremizzazione degli eventi meteo, procedure esecutive più rapide ma non meno controllate, maggiori risorse destinate ad incrementare la capacità di resilienza dei territori e delle loro comunità.


LE “CITTÀ FORESTA” DI STEFANO BOERI In Cina un ambizioso progetto ecosostenibile per proteggere la biodiversità Antonio Palumbo Si prevede che, entro il 2050, oltre il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città: paradossalmente, tale condizione potrebbe favorire l’espansione delle foreste. La Cina, per prima, sta sperimentando la combinazione di questi due processi in itinere. In tale direzione va l’ambizioso progetto delle “Città Foresta”, ideato da Stefano Boeri, che parte da Liuzhou, metropoli situata nella parte meridionale del Paese. Il sito (di circa 175 ettari) entro il quale si sviluppa il progetto dell’architetto milanese è situato lungo lungo il fiume Liujiang e prevede l’accoglienza di 30.000 persone e la contemporanea piantumazione di 40.000 alberi (verranno messi a dimora, complessivamente, un milione di esemplari di oltre 100 specie diverse, che saranno piantati in ogni punto della superficie interessata): un’area verde che, ogni anno, sarà in grado di assorbire 10mila tonnellate di CO2 e 57 tonnellate di polveri sottili, oltre a produrne 900 di ossigeno. La città-foresta intende rispondere segnatamente ad un’esigenza: creare habitat che non arrechino ulteriori danni all’ambiente e che, anzi, contribuiscano, in un sistema diffuso, alla ritessitura della rete ecosistemica e della biodiversità. Pertanto, la scelta di costruire la prima città-foresta vuole essere un forte segnale dal punto di vista ambientale, un esempio

che l’intero Paese deve portare avanti. L’allarme ecologico è in cima alle preoccupazioni dell’intera popolazione mondiale: per porvi rimedio la Cina è stata la prima a sponsorizzare il progetto ‘green’ firmato Boeri, la “Liuzhou Forest City”, per incrementare ulteriormente la lotta all’inquinamento, al vertice della propria agenda politica. La presenza diffusa di vegetazione in città contribuirà a ridurre i cambiamenti climatici in vari modi. In primo luogo, gli alberi diminuiranno il tasso di anidride carbonica, evitando che il gas dipani i propri effetti dannosi per il pianeta e produrranno rami e

foglie in gran quantità: questi, a loro volta, permetteranno di abbassare le temperature medie estive dell’aria in città, decrementando, nel contempo, la necessità di utilizzare l’aria condizionata. Gli alberi contribuiranno, inoltre, a ridurre i livelli di rumorosità e a migliorare la biodiversità delle specie in ambito urbano, creando un habitat adatto per gli uccelli, i piccoli animali e gli insetti che vivono nel territorio di Liuzhou. La “Città Foresta” di Shijiazhuang sarà una realtà urbana di nuova generazione, capace di ospitare 100mila abitanti, in grado di diventare un modello di crescita so-

stenibile in un grande Paese nel quale, ogni anno, 14 milioni di persone migrano verso le città; l’insediamento sarà autosufficiente dal punto di vista energetico e nelle strade potranno transitare solo veicoli a motore elettrico. La Cina ha provveduto a dare il via libera alla costruzione di altre città-foresta, ma, nel frattempo, sta portando avanti anche il progetto denominato “Grande Muraglia Verde”: così è stato ribattezzato il programma forestale (lanciato dal governo nel lontano 1978) per far crescere a nord-ovest di Pechino una foresta di 250mila chilometri quadrati di superficie e 4.500

km di lunghezza. Il Deserto del Gobi, infatti, è una minaccia seria per Pechino, dal momento che sta avanzando ad un ritmo di 20 m all’anno: per opporsi al pericolo della desertificazione la Cina punta su una nuova macchia verde più estesa dell’intera Gran Bretagna; l’obiettivo è quello di incrementare la percentuale di foreste presenti sul proprio territorio dal 21% al 23% entro il 2020, fino a toccare quota 26% prima del 2030. Stiamo, forse, assistendo all’inizio di una vera “rivoluzione architettonica”, della quale le “Città Foresta” di Boeri si preparano ad essere protagoniste.


pagina a cura di: Gennaro De Crescenzo e Salvatore Lanza

I GRANDI VIAGGIATORI A NAPOLI FELIX MENDELSSOHN – BARTHOLDY Napoli, 13 aprile 1831 Giungemmo poi a uno stretto passaggio roccioso, alla fine del quale si scende nella vallata della Campania. È la vallata più affascinante che abbia mai visto; è come un immenso giardino, ricoperto in lungo e in largo di piante e d’erba; da un lato, l’azzurra linea del mare, dall’altro l’ondulata successione dei monti, sulle cui cime fa capolino la neve; a grande distanza il Vesuvio e le isole che emergono sulla distesa nella nebbia azzurra; e là conduce appunto quella strada. Grandi viali d’alberi tagliano le vaste rocce e da ogni pietra spuntano piante. Ovunque, grottesche piante d’aloe e cactus; una fragranza e una vegetazione assai strana e veramente incredibile. Qui non ve n’è uno di cui la natura non abbia preso possesso e abbia prodotto fiori, piante e quanto c’è di bello. La valle della Campania è la fertilità stessa. Su tutta la sterminata superficie che in grande lontananza è delimitata dagli azzurri monti e dall’azzurro mare, non si vede che verde. Così si arriva a Capua. Non posso biasimare Annibale che qui si fermò così

a lungo. Io abito qui a Santa Lucia come in paradiso, perché davanti a me ho in primo luogo il Vesuvio, i monti fino a Castellammare e il golfo, e in secondo luogo perché la mia casa è alta tre piani. Purtroppo, quel birbante del Vesuvio non fuma più come una volta e si presenta come una qualsiasi altra bella montagna. In compenso, la sera con i lumi si va in barca sul golfo e qua e là si caccia il pesce spada. Napoli, 20 aprile 1831 Per quanto si riferisce al paesaggio di questa terra, non saprei proprio descriverlo e se non siete riusciti a farvene un’idea da tutti quelli che ne hanno scritto e parlato, difficilmente riuscirei a farlo io, perché non si può descrivere ciò che è indescrivibile. Com’è bello il mare al chiaro di luna visto dalla Villa con la seducente Capri, quale inebriante profumo emana dalle fiorite acacie, come campeggiano insolitamente gli alberi da frutto completamente ricoperti di fiori di rosa e quale aspetto assumono quegli alberi sommersi da quel roseo fogliame! è veramente uno spettacolo d’una bellezza indescrivibile.

Felix Mendelssohn–Bartholdy STENDHAL 12 gennaio […] Finalmente il gran giorno: il San Carlo apre i battenti. Grande eccitazione, torrenti di folla, sala abbagliante. […] La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore

Stendhal

orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Niente di più fresco ed imponente insieme – qualità che si trovano così di rado congiunte. Questa prima serata l’ho tutta dedicata al piacere: non trovo la forza di criticare. L’apertura del San Carlo era uno dei grandi scopi del mio viaggio, e, caso unico per me, l’attesa non è stata delusa. 13 gennaio Entrando, la stessa sensazione di rispetto e di gioia. Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Nei palchi distinguo alcune signore alle quali potrei essere presentato; ma preferisco restare in platea, solo con le mie sensazioni. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare; e Napoli è ubriaca di patriottismo. Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando: Ha ricostruito il San Carlo, vi dicono, tanto semplice è l’arte di farsi amare dal popolo. C’è una fibra adorativa, nel cuore dell’uomo: io stesso, quando penso alla meschinità e alla povertà bac-

chettona delle repubbliche che ho conosciuto, mi ritrovo realista per la pelle. 8 marzo Parto. Non dimenticherò mai via Toledo e la vista che si ha di tutti i quartieri di Napoli: per me, è senza confronti la più bella città del mondo. Solo chi non ha il minimo senso delle bellezze della natura può osare paragonarle Genova. Pur con le sue trecentoquarantamila anime, Napoli è come una casa di campagna situata in un paesaggio delizioso. A Parigi non si riesce neppure a immaginare che vi siano al mondo dei boschi o delle montagne: a Napoli, non c’è angolo di via che non ti sorprenda con un colpo d’occhio originale su monte Sant’Elmo, su Posillipo, sul Vesuvio. In fondo a qualunque strada della città antica, si scorge a mezzogiorno il Vesuvio e a tramontana Sant’Elmo. Questo golfo stupendo che pare fatto apposta per la gioia degli occhi, le colline tutte rivestite di alberi che cingono Napoli, la passeggiata a Posillipo lungo l’aereo viale costruito da Gioachino [Murat]: tutto un mondo ch’è impossibile rievocare, come è impossibile dimenticarlo.


BEACH LITTER 2020 DI LEGAMBIENTE Pubblicata l’indagine annuale sui rifiuti nelle spiagge italiane Angela Cammarota “Beach Litter” si traduce letteralmente in “Rifiuti della spiaggia”. Il termine inglese è usato solo ed esclusivamente perché serve per comunicare con tutti gli altri paesi. Purtroppo il problema dei rifiuti lungo le spiagge è globale ed è necessario trovare il modo di collaborare insieme. Anche l’Italia, non è affatto esente dal Beach Litter, anzi non si cura della salute dei litorali aggravando giorno dopo giorno una situazione già precaria. Sulle spiagge gravano, da tempo, altre emergenze come ad esempio l’edificazione incontrollata degli stabilimenti balneari e di altre infrastrutture che di certo non aiutano l’ambiente. Quando citiamo questo temine “Beach Litter” congiuntamente a quello di ”Marine Litter “ vogliamo indicare quei rifiuti che sono stati dispersi volontariamente e non in mare, lungo le coste e sulle spiagge. Questo problema dei rifiuti da spiaggia, ha già assunto da anni delle proporzioni preoccupanti. Il volto delle spiagge italiane si presenta come un vero e proprio per-

corso ad ostacoli. Una vera gincana di spazzatura nata dall’incuria e dalla maleducazione ma su cui pesa anche la mancata depurazione e la cattiva gestione dell’immondizia, che attraverso corsi d’acqua e scarichi, arriva al mare e lungo le coste. A rilevarne i dati è “Beach Litter 2020” l’indagine annuale condotta dai Circoli di Legambiente. I volontari dell’associazione hanno passato al setaccio 43 spiagge di 13 regioni, censendo un totale di 28.137 rifiuti su un’area di 189 mila metri quadri, (in media, 654 rifiuti ogni cento metri). Sono stati rinvenuti rifiuti di ogni genere: dai mozziconi di sigaretta alle stoviglie in plastica usa e getta, ai tappi di bottiglie, alle cannucce, alle reti in plastica e perfino guanti e mascherine. Complessivamente l’80 per cento della spazzatura rinvenuta è in plastica, anche se in alcuni casi la percentuale supera addirittura il 90 per cento. A tale percentuale va aggiunta un’ingente quantità di materiale da costruzione proveniente da cantieri edili, rinvenuta in particolare sulle

spiagge di Salerno, Bari e Palermo. Seguono: vetro e ceramica (10 per cento), metallo (3 per cento), carta o cartone (2 per cento), gomma (2 per cento), legno lavorato (1 per

cento).Una situazione indegna e inquietante. Significative le richieste e le proposte del direttore generale di Legambiente: Ribadiamo la nostra richiesta di

non prorogare ulteriormente, oltre il primo gennaio 2021, l’avvio della Plastic Tax – dice Giorgio Zampetti,– e si deve poi arrivare al più presto, all’approvazione della legge SalvaMare che consentirebbe ai pescatori di riportare a terra i rifiuti pescati accidentalmente, ora ferma in Senato”. Il problema della plastica monouso non riguarda solo l’Italia ma rappresenta il 70% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge europee. Per quanto riguarda i prodotti monouso in plastica sarà compito dei singoli Stati definire gli obiettivi di limite e riciclo. È necessario lavorare a questo problema in maniera seria, i dati sono allarmanti in media 654 rifiuti ogni 100 metri di litorale censito, per un totale di 29.000 rifiuti. Se il lockdown, da una parte, ha ridotto per un periodo il numero dei rifiuti adesso ritornando alla “normalità” si registrano oltre i “soliti e comuni rifiuti”anche oggetti legati alla crisi sanitaria. Non aspettiamo altro tempo per intervenire, è già troppo tardi! Il mare e le spiagge non meritano questo “trattamento” indegno.


IMMUNI, UNO STRUMENTO UTILE O UN FLOP COLLETTIVO? Luca Monsurrò Si registra purtroppo in questi giorni una impennata dei contagi da coronavirus che sta colpendo nuovamente non solo l’Italia ma anche, ed in modo ancora più capillare, gli altri paesi Europei. La diffusione del virus coinvolge anche le più giovani generazioni che, per diversi motivi, rappresentano in questo periodo la percentuale più elevata di contagiati. Si è inoltre alla vigilia della ripartenza scolastica non più da “remoto” ma in presenza, che rappresenterà, forse, il vero banco di prova rispetto agli strumenti messi in campo dal Governo per tentare di limitare i potenziali contagi che stanno inesorabilmente segnando la nostra quotidiana esistenza. Uno degli strumenti, proposti dal Governo, è stato l’App “Immuni” che, come molti ricorderanno, è partita in modo sperimentale già il 3 giugno scorso. Immuni consente agli utenti che la scaricano sul loro dispositivo mobile, il tracciamento dei contatti e nel caso di positività al virus, dopo

aver effettuato le indagini del caso, di essere contattati dall’ASL di riferimento fornendo il codice di sedici cifre associato alla App. Il server centrale informa poi in automatico tutti gli utenti, che sono venuti in contatto con il potenziale contagiato, circa la necessità di sottoporsi al test e/o in isolamento per le verifiche del caso. I dubbi su questo strumento sono rappresentati non tanto dalla eventuale violazione delle norme sulla Privacy, ma sulla vera e concreta efficacia della App in considerazione del fatto che se da un lato si conosce certamente il numero di utenti che l’hanno scaricata, altrettanto si ignora il numero di utenti che la tiene realmente attiva attraverso il sistema Bluetooth, ne tantomeno il numero di persone che successivamente hanno disinstallato definitivamente la stessa sul proprio smartphone. I detrattori del sistema suggeriscono che sarebbe utile una implementazione con l’aggiunta di servizi interattivi che diano prova della reale funzionalità della App rendendola “parlante” e non pas-

sivamente “muta” sul proprio smartphone, informando, per esempio, il cittadino con piccoli flash sul numero di contagi della propria città o sul numero di utenti presenti, motivando cosi altri a scaricarla per dare maggiore efficacia di tutela e diffusione. Tra l’altro è da ricordare che vi è stata una debole campagna di informazione e pubblicità da parte del Ministero della Salute, a dire il vero ultimamente implementata, che ha fatto immaginare agli utenti delle “non verità” come ad esempio il tracciamento

degli spostamenti, la violazione della propria privacy, l’appropriazione dei propri dati presenti sul telefonino, per non parlare della paranoia che l’App, funzionando attraverso i muri, possa tracciare il contatto con i vicini di casa infetti. Ci sarebbe forse bisogno di un sito dedicato con tutti i numeri dei download in tempo reale, di una costante e puntuale informazione sugli innumerevoli quesiti per poter parlare di buon risultato della proposta di auto-tracciamento, senza dimenticare però che il nostro

Paese è in linea con l’insuccesso delle App di tracciamento mondiale, al netto ovviamente dei Paesi “diversamente democratici” dove i cittadini sono costretti ad usare questo ed altri strumenti perché in caso contrario sarebbero sottoposti a sanzioni che scoraggerebbero chiunque a non utilizzarlo. Forse il timore di una seconda grande ondata di contagi, speriamo di no ovviamente, di contro aiuterà la diffusione di “Immuni” ed allora potremo verificare sul campo le reale efficacia di questa tecnologia.


Procedure selettive e accesso agli atti: la recente decisione del TAR Campania L’accesso endoprocedimentale è consentito senza limitazione alcuna Felicia De Capua Il dipendente comunale che aspira ad ottenere una posizione organizzativa all’interno dell’Ente ha diritto di accedere agli atti relativi alla procedura di selezione interna per il conferimento dei relativi incarichi, nonché agli atti presupposti di modifica della macrostruttura organizzativa, in quanto potenzialmente incidenti sulla sua posizione giuridica. In tal senso si esprime il T.A.R. Campania Napoli con la sentenza n. 3391 del 28/07/2020 a seguito di ricorso presentato da un dipendente pubblico contro il Comune per l’annullamento del silenzio diniego formatosi sulla richiesta di accesso agli atti amministrativi. Oggetto della suddetta richiesta, formulata ai sensi degli artt. 22 e ss. della L. n. 241/90, sono le informazioni relative alle valutazioni effettuate per addivenire al riordino dell’assetto organizzativo dell’ente, con particolare riguardo alla

distribuzione delle competenze tra i diversi settori, disposto con atto deliberativo, nonché i documenti relativi al procedimento di selezione interna contestualmente indetta per il conferimento degli incarichi di Posizione Organizzativa. I giudici campani riconoscono la sussistenza dell’interesse del ricorrente ad ottenere gli atti richiesti relativi sia al procedimento che ha condotto all’adozione delle delibera di soppressione del settore organizzativo cui era preposto, sia alla consequenziale procedura selettiva interna indetta dall’ente comunale. In verità, asseriscono i giudici, “gli atti in questione presentano una portata effettuale tale da determinare in via diretta una potenziale lesione della posizione giuridica sostanziale dedotta in giudizio dal dipendente (cfr. Cons. St., IV, 5104/2013.)”. Inoltre gli stessi giudici affermano che il diritto di accesso deve essere consen-

tito anche se l’interessato non può più agire, o non possa ancora agire, in sede giurisdizionale, in quanto l’autonomia della domanda di accesso implica che il giudice, chiamato a decidere, deve verificare solo i presupposti legittimanti e non anche la possibilità di utilizzare gli atti richiesti in un giudizio. I giudici campani ribadiscono che i documenti quali le domande e gli atti prodotti dai

candidati, i verbali, le schede di valutazione e gli stessi elaborati di una selezione pubblica, una volta acquisiti alla procedura, escono dalla sfera personale dei partecipanti che, peraltro, non assumono neppure la veste di controinteressati in senso tecnico (processuali) nel giudizio proposto ex art. 25 della legge n. 241 del 1990 (cfr. TAR Lazio, Sez. III, 08 luglio 2008 n. 6450). In conclusione il Tar

campano annulla il diniego tacito opposto al ricorrente e ordina l’ente resistente a provvedere all’esibizione dei documenti oggetto della richiesta di accesso agli atti, entro trenta giorni dalla comunicazione della decisione o dalla sua notificazione, se anteriore, previa segnalazione, con congruo preavviso, del tempo e del luogo stabiliti per l’esame e l’estrazione di copia della documentazione.

Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI Devono essere rimesse alla Corte di Giustizia Ue le questioni se in riferimento ad una fattispecie in cui rifiuti urbani indifferenziati, non contenenti rifiuti pericolosi, siano stati trattati meccanicamente da un impianto ai fini del recupero energetico (operazione R1/R12, ai sensi dell’allegato C) del Codice dell’Ambiente) e, all’esito di tale operazione di trattamento, risulti, in tesi, che il trattamento non abbia sostanzialmente alterato le proprietà originarie del rifiuto urbano indifferenziato, ma agli stessi venga assegnata la classificazione CER 19.12.12., non contestata dalle parti; ai fini del giudizio in ordine alla legittimità delle obiezioni, da parte del Paese di origine, alla richiesta di autorizzazione preventiva alla spedizione in un Paese europeo presso un impianto produttivo per l’utilizzo, in co-combustione o, comunque, come mezzo per produrre

sul principio, stabilito dallo stesso art. 16, comma 2, ultimo periodo, Consiglio di Stato, sez. IV, Ordinanza, 1luglio 2020, n. 4196

energia, del rifiuto trattato, sollevate dall’Autorità preposta nel Paese di origine sulla base dei principi della direttiva 2008/98/CE, ed in particolare di obiezioni quali quelle, nella fattispecie, basate: - sul principio della protezione della salute umana e dell’ambiente (art. 13); - sul principio di autosufficienza e prossimità, stabilito dall’art. 16, comma 1, secondo il quale “Gli Stati membri adottano, di concerto

con altri Stati membri qualora ciò risulti necessario od opportuno, le misure appropriate per la creazione di una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento dei rifiuti e di impianti per il recupero dei rifiuti urbani non differenziati provenienti dalla raccolta domestica, inclusi i casi in cui detta raccolta comprenda tali rifiuti provenienti da altri produttori, tenendo conto delle migliori tecniche disponibili.”; -

RIFIUTI Il Consiglio di Stato ha espresso, il proprio parere, sullo schema di regolamento recante “Determinazione dei requisiti e delle capacità tecniche e finanziarie per l’esercizio delle attività di gestione dei rifiuti, ivi compresi i criteri generali per la determinazione delle garanzie finanziarie a favore delle regioni e province autonome di Trento e Bolzano ai sensi dell’articolo 195, comma 2, lettera g), e comma 4 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”. La Sezione, evidenzia che l’Amministrazione non ha fornito dati ed elementi di conoscenza circa i risultati concreti delle diverse realtà operative e dei modelli a cui ha fatto riferimento nella definizione dello

schema di regolamento. In secondo luogo, la Sezione rileva che non appare comprensibile come l’obiettivo indicato dall’Amministrazione, di creare una disciplina uniforme in materia su tutto il territorio nazionale al fine di evitare disparità di trattamento e lesione della concorrenza, possa essere effettivamente colto attraverso l’emanazione delle disposizioni di cui al regolamento in esame. La Sezione ha infine rilevato che il regolamento dovrebbe essere integrato con la previsione di strumenti di monitoraggio volti a verificarne l’idoneità a perseguire in concreto gli obiettivi fissati dalla legge. La bozza di regolamento che determina requisiti e capacità tecniche/finanziarie per gestire i rifiuti, secondo il Consiglio di Stato, va dunque ancora modificata sotto plurimi aspetti. Consiglio di Stato, sez. atti norm., 4 giugno 2020, n. 1055. A.T.


Nasce il bike-in: il “drive-in” della bicicletta! L’intrattenimento ecologico e sostenibile ai tempi del Covid-19 Cristina Abbrunzo L’emergenza sanitaria Covid19 sta cambiando sempre più le nostre abitudini e i nostri stili di vita. Trasformazioni nel mondo del lavoro, della scuola, della sanità e della cultura con alla base l’imperativo di ridurre la socialità e limitare i contatti allo stretto necessario. Indicazioni che ci provengono dalle Autorità e dai media e che stanno costringendo la collettività a rivedere il concetto di aggregazione e ad adottare strumenti del tutto nuovi. A pagarne le conseguenze più dirette un settore fondamentale per l’economia del nostro Paese: quello dell’intrattenimento. Cinema, teatri, concerti ed eventi sono in profonda crisi a causa dell’emergenza Covid, penalizzate soprattutto da flussi di spettatori difficilmente distanziabili fra loro. In questo particolare momento è necessario abbandonare il format dei grandi assembramenti a favore di una fruizione con capienze ridotte e una struttura basata sulle distanze che garantisca la sicurezza, senza tuttavia perdere la magia e le emozioni degli show dal vivo. In tal senso si è parlato di un possibile ritorno al drive-in - fenomeno sviluppatosi intorno agli anni ‘50 - quando in grandi spazi si crearono dei parcheggi per le auto e gli automobilisti diventarono spettatori di film o concerti senza dover scendere

dai loro mezzi. Ma non ci si è fermati a questo. Si è pensato piuttosto ad un format che fosse più “green” dello storico drive-in, che mettesse al centro la mobilità sostenibile, aprendo nuovi orizzonti. Si tratta del progetto BIKE-IN, ovvero delle proiezioni e degli spettacoli all’aperto ma in bicicletta. Una versione ecologica del classico drive-in con evidenti vantaggi rispetto al concept degli anni ’50: niente traffico, niente inquinamento e capacità dello spazio ospitante più che raddoppiata. L’idea nasce dalla sinergia di Fresh Agency, Live Club, e Shining Production, tre realtà con un curriculum ultraventennale nel mondo dello spettacolo, che propongono una soluzione che, oltre a essere stata pensata per offrire la massima sicurezza allo spettatore, garantendo il necessario distanziamento sociale, risponde a un’esigenza divenuta, allo stato attuale, una necessità impellente, tanto da essere a gran voce richiesta anche dalle istituzioni: ripensare le nostre abitudini quotidiane nel rispetto crescente del nostro ambiente. La bicicletta, dunque, diviene protagonista e mezzo essenziale per ritrovarsi e condividere un’esperienza. L’iniziativa si propone di valorizzare le aree verdi delle città ospitando varie forme di spettacolo e intrattenimento come concerti, cinema, teatro, ma

anche eventi sportivi, funzioni religiose o momenti didattici. Un insieme di attività raggiungibili in bicicletta o in monopattino e ai quali gli spettatori possono assistere collocandosi in uno spazio delimitato e funzionale. Bike-In, inoltre, è strutturato con determinate caratteristiche fondamentali: è green, safe, smart e social. L’intero concept si basa su scelte ecologiche e sostenibili per l’ambiente nel rispetto del distanziamento sociale. Inoltre, permette di immergersi completamente nell’evento, partecipando in forma

ridotta e fortemente empatica. Ma cerchiamo di capire meglio come funziona nella pratica. In fase di acquisto si sceglie la posizione dalla quale assistere allo spettacolo e il tipo di accomodamento: - Single Spot, una piazzola individuale con spazio per una bicicletta; -Family/Couple Spot dedicato alle coppie e alla famiglia, con metrature differenti; -Premium Spot, una terrazza rialzata in cui poter fruire di servizi aggiuntivi quali aperitivo/cena o degustazioni. Inoltre, attraverso i Branding Spot, le aziende che vogliono sfruttare gli allestimenti come strumento di visibilità possono sottoscrivere accordi di sponsorizzazione. Bike-In è progettato con punti di accesso differenziati tra ingresso e uscita e prevede percorsi guidati e presidiati abbinati a servizi adeguabili alle norme vigenti in materia di distanziamento, igiene e sanificazione. È prevista un’esperienza cashless grazie all’utilizzo di un’app dedicata che permette di gestire in un unico servizio il ticketing, l’acquisto di cibi e bevande, il merchandising, la scelta e la personalizzazione dello spot. Questa modalità consente anche la tracciabilità attraverso il biglietto nominale digitale e distanze di sicurezza modulabili in base alle necessità, presidiabili con personale

dedicato ai controlli e alla sanificazione periodica delle strutture. La formula Bike-In si presta per replicarsi in più aree, facilmente raggiungibili in bicicletta ed è quindi propedeutica allo sviluppo di una nuova mobilità cittadina, che andrà sempre più verso l’utilizzo di piste ciclabili aree pedonali. L’idea di assistere agli spettacoli in sella alle due ruote e all’aria aperta sta suscitando l’interesse di diverse città italiane. Attualmente, fra le prime location e città ideali alle quali si è pensato ci sono quelle che hanno da sempre mostrato estrema attenzione per la cultura, per lo spettacolo e l’ambiente, tanto da essere già dotate di aree verdi e circuiti ciclo-pedonali. Fra queste: Milano e i suoi comuni in provincia. È infatti recentissima la notizia dell’apertura della prima Arena Bike-In a Mantova, in uno spazio all’aperto allestito appositamente nell’area di Campo Canoa. Con Bike-in, artisti e pubblico insieme condividono l’esperienza di un’idea di intrattenimento ecologico, sicuro, senza fronzoli, fruibile, che mette in primo piano l’esigenza di tornare a condividere, di tornare a vivere, dopo un periodo di paure e restrizioni, nel rispetto completo verso se stessi, gli altri e l’ambiente.


È ora di ristabilire la sovranità alimentare, perché il cibo sta diventando “altro” Andrea Tafuro Il cibo, l’alimentazione, la forma fisica perfetta e al centro di tutto il vostro agire… è diventata un’ossessione! La più grande conquista della fase3, è stata la riapertura delle palestre, parchi e qualsiasi altro luogo serve per fare jogging, corsette, footing. Siamo alle porte dell’estate, tempo permettendo, si avvicina il tempo in cui sarete costretti alla prova costume. Le mie compagne non fanno altro che parlare di perdere peso, di non sentirsi serene in quel corpo appesantito. Non è che io sia un novello adone, novello questo sì, ma dall’alto dei miei chili magnificamente esibiti, voglio difendere il mio sacrosanto diritto alla sovranità alimentare. La sovranità alimentare contiene il diritto delle persone di disporre di alimenti semplici e culturalmente giusti, prodotti con procedimenti ecologici e sostenibili e quello di stabilire i loro propri sistemi agroalimentari. Ma sulla nostra mensa globalizzata, che cosa mangiamo e perché? È una domanda che mi arrovella il cervello, perché sono accerchiato dall’incubo dell’eccesso di cibo. Sono diventato bulimico cronico convinto che, per non lievitare, mi basta sfogliare la rubrica di un giornale o ascoltare per qualche minuto l’ultimo strillone nutrizionista ospitato in tv. Perché ci siamo ritrovati a mettere il cibo al centro del nostro progetto di vita? L’attenzione al bello, la ricerca della perfetta forma fisica che caratterizzano la società attuale fanno emergere nuove questioni, come la naturalezza degli alimenti, la loro freschezza. Nell’homo bulimicus si sta sempre più diffondendo la ricerca di una nuova consapevolezza intorno all’alimentazione, si sta affermando un nuovo stile di vita. Il consumatore si preoccupa, non solo di dove e cosa consuma, ma anche dell’origine di ogni prodotto, del suo impatto ambientale, delle trasformazioni che ha subito, del contenimento dello spreco. Partiamo dal luogo che per eccellenza

“La sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo”. Dichiarazione di Nyéléni, Mali 2007

l’uomo sente come proprio, in cui si sente a suo agio e di cui si prende cura: la casa. Essa e il luogo della famiglia, degli affetti, modificata a seconda delle urgenze del nucleo familiare. In questo luogo, da sempre, si svolge il pasto, momento di riunione, di convivio per tutti i membri della familia. Nonostante la vostra ipernutrita/ingorda società capitalistica sia caratterizzata da ritmi frenetici e viva sempre meno dentro le mura domestiche, le ricorrenze e le celebrazioni, sono ancora i momenti in cui la famiglia si incontra… e dove si dava il via all’esplosione di feste e ricevimenti. D’altro canto l’ideale di bellezza collima sempre di più con lo stare bene nella propria pelle, dando vita a quel collegamento sostanziale tra benessere interiore e bellezza esteriore. In questo convulso modo di relazionarci le parole che caratterizzano questo nostro agire, sono: compagno che deriva da cum-panis, colui con cui si spezza insieme il pane, che inequivocabilmente rimanda alla

ritualità cristiana dell’eucarestia. Un’altra e convivio, che discende da cum-vivere, vivere insieme. Nel modo più semplice e immediato queste due astrazioni si identificano tra l’atto del mangiare e quello del vivere. Il cibo è sostanza della vita, poiché la rende materialmente possibile, esso si presta più di ogni altra cosa ad essere assunto come metafora dell’esistenza. Questi due livelli, quello materiale del cibo e quello metaforico della vita, si confondono l’uno con l’altro. Plutarco ha scritto in Dispute Conviviali “… noi non ci invitiamo l’un l’altro per mangiare e bere semplicemente, ma per mangiare e bere insieme…”. Non sono affetto da visioni pauperistiche, ma l’uomo non mangia solo per soddisfare il senso di fame, ma anche per appagare altri bisogni come le proprie emozioni. È dalla notte dei tempi che il cibo viene associato a situazioni e stati d’animo diversi, si man-

gia per festeggiare, per consolarsi, per stare in compagnia. Il cibo è un catalizzatore sociale, la consumazione del pasto, lo stare a tavola è un momento privilegiato per comunicare. Per chi ha la libertà di scegliere l’aspetto fondamentale del proprio comportamento alimentare, i meccanismi attraverso i quali avviene questa scelta sono diversi, da un lato c’è la fame e l’abbondanza, che difficilmente conducono alle stesse scelte. Le preferenze alimentari quasi mai corrispondono al reale gusto degli individui, infatti una cosa e mangiare del cibo, un’altra e apprezzarlo. Il gusto rimanda dal corpo che si nutre al corpo che parla, cioè dalla sensibilità alla socialità. La narrazione del gusto comporta quella procedura di riconoscimento del valore dell’oggetto di gusto, riconoscimento che ha una doppia natura, estetica e cognitiva. Ogni valorizzazione estetica è una valorizzazione cognitiva legata alla socializzazione dei piaceri del gusto. La ricerca del benessere è il filo

conduttore che collega il mondo antico ai giorni nostri, in cui il convivio cerca di riaffermarsi come rito che contribuisce a farci godere della vita, condividendo il cibo e comunicando con chi ci è caro. L’homo bulimicus del ventunesimo secolo, nell’affrontare le ansie legate al cibo, chiede una maggior trasparenza dei processi di produzione e lavorazione, certezza sulla provenienza delle materie prime. Nella nostra socialità, cioè nell’azione quotidiana, ciò manifesta desiderio di rinascita, che riconduce alla speranza di un presente ininterrottamente rinnovato. Tutti questi prodotti di gomma moderni, che mangiate, aspirano a realizzare per voi uno stato di giovinezza protratta, resuscitata all’infinito, di cui il cibo è l’attore principale. Siete bombardati da messaggi in cui la ricerca di prodotti per l’eterna giovinezza si sposa con il mito del ritorno al mondo originario del mulino bianco. L’abbondanza vi fa diventare ansiosi per una sana alimentazione. Avendo la possibilità di accaparrarsi tutto ciò che la natura offre, lasciando all’individuo la scelta, si produce uno stato di incertezza. L’abbondanza e la mancanza di una cultura del cibo in linea con il calendario stagionale ci hanno reso mangiatori disfunzionali, che hanno perso il senso del gusto, ossessionati dalla magrezza. Impariamo a conoscere l’evoluzione e i segreti nascosti dietro quello che si mangia, dal seme al frutto e a dare un nuovo valore ai concetti di cum-panis e cum-vivere. In fondo il culto salutista è nato dall’eccesiva presenza del corpo sulla scena sociale.