Arpa Campania Ambiente n. 6/2020

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CORONAVIRUS Una lotta contro il tempo


LA COMPLESSA CORRELAZIONE TRA COVID-19 E L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO Giulia Martelli Dopo anni di apnea finalmente la Terra respira, è un dato di fatto. Certo nessuno avrebbe sperato di incorrere in una pandemia di questo genere per vedere finalmente il nostro pianeta liberarsi progressivamente dall'inquinamento atmosferico che lo attanagliava fino a qualche tempo fa. Sin dall’inizio dell’emergenza, la correlazione tra Covid-19 e inquinamento è stata indagata su più fronti: da un lato l’ aumento del primo come “causa” di quest’ultimo, dall’altro la sua diminuzione come “conseguenza” della pandemia. Un position paper della Società italiana di medicina ambientale (Sima) di qualche giorno fa sosteneva infatti che la causa principale del maggior numero di casi di Covid-19 in val Padana dipendesse dall’alto livello di polveri sottili presente in quel territorio: tesi accolta dall’Ordine Nazionale dei Biologi ma contestata da un ristretto gruppo di studiosi denominato “Biologi per la Scienza”. Sul ruolo delle polveri sottili nella diffusione del Coronavirus si è espresso

anche l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, coordinatore della task force scientifica della Regione Puglia per l’emergenza coronavirus. “L’inquinamento fa male, ma con Covid-19 ho paura che c’entri poco. Non pensate che l’aria fresca possa fermare il contagio: il virus corre con le nostre gambe, non con i PM10″, ha scritto su Twitter. Insomma, siamo ancora nel campo delle ipotesi e la correlazione è ancora tutta da in-

dagare. Certa è invece la conseguenza che il Coronavirus ha avuto e sta avendo sull’inquinamento atmosferico. Le immagini satellitari della Nasa e dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea, mostrano infatti che la nuvola visibile di gas tossico che era piazzata sopra le centrali elettriche industriali è quasi scomparsa. Guardando agli studi originali – ha dichiarato Fabio Orecchini, Ordinario di Sistemi per

l'Energia e l'Ambiente - che sono alla base delle molte congetture, si vede che i dati parlano chiaro e dicono che con le restrizioni alla circolazione introdotte per combattere la diffusione del Covid-19, l’inquinamento in atmosfera si è decisamente ridotto. Questo è particolarmente evidente per l’NO2 – Diossido di azoto, come mostrato chiaramente dalle immagini satellitari ed elaborazioni dell’ESA – European

Space Agency. La riduzione riguarda anche il particolato, la cui concentrazione è però molto influenzata dalle condizioni atmosferiche. Se esse non favoriscono il ricambio d'aria, infatti, questo può non diminuire nemmeno in presenza di un abbassamento deciso delle emissioni. Guardando oltre la pandemia di Covid-19, però, ricercatori e scienziati già avvertono che il successivo rilancio delle attività economiche rischia di far tornare tutto come prima in termini di inquinamento, se non si ha consapevolezza che occorre mettere in campo metodi innovativi e più rispettosi dell'ambiente. Recentemente la Commissione europea ha presentato il suo piano per un green deal europeo e la proposta di legge sul clima che prevede l’impegno ad azzerare le emissioni nette entro il 2050. Ora più che mai questi progetti non dovrebbero essere accantonati con il pretesto della crisi economica, come probabilmente chiederanno alcuni stati membri, ma essere messi al centro della politica di investimenti pubblici straordinari che ormai tutti gli economisti giudicano necessaria.

Covid-19, la gestione dei rifiuti ospedalieri Dopo un’accurata procedura di raccolta vengono bruciati producendo energia Il Covid-19 ha fatto sentire la sua presenza anche per quanto riguarda la produzione di rifiuti. Purtroppo, tra tamponi faringei, guanti in lattice e mascherine nell'ultima settimana sono aumentati del 20% i rifiuti ospedalieri a rischio infettivo. Per fortuna le aziende che si occupano della loro gestione stanno garantendo, a tutto il sistema sanitario nazionale, servizi adeguati, pur nel contesto di straordinaria emergenza, come ha assicurato Lucia Leonessi, direttore generale di Confindustria Cisambiente a cui fanno capo le imprese del settore ecologia e igiene ambientale. Tra i suoi associati va menzionata Eco Eridania spa, primo operatore europeo nella gestione dei rifiuti sanitari, che ne raccoglie la gran

parte nel mercato italiano "in tutta sicurezza e applicando l'economia circolare, cioè dalla raccolta del rifiuto alla sua trasformazione fino al riutilizzo", spiega il presidente, Andrea Giustini. Ha poi continuato dicendo che «su duecento mila tonnellate di rifiuti speciali prodotti all'anno in Italia fra pubblico e privato, ne gestiamo la metà di cui circa ottanta mila finiscono nei nostri impianti». L'azienda, che ha più di 1000 dipendenti e 800 camion, 23 sedi su quasi tutto il territorio nazionale, si occupa di raccolta, trasporto, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti presso impianti di proprietà o convenzionati. Ma come vengono smaltiti i rifiuti sanitari? Essendo pericolosi perché potenzialmente infetti per la loro

provenienza, vengono trattati con una rigida procedura: sono messi in sacchi e poi in contenitori che vengono raccolti e portati in impianti dedicati e

autorizzati a smaltire questo genere di rifiuti. In Italia ce ne sono una ventina fra pubblico e privato di cui sei sono di Eco Eridania che ne gestisce anche

altri tre o quattro. In sintesi, questi rifiuti finiscono nei forni, cioè nei termovalorizzatori, dove vengono bruciati producendo energia che viene immessa nella rete. Mentre i contenitori sono riutilizzabili dopo la sanificazione; quando, invece, sono in condizioni di dover essere distrutti finiscono nell'impianto di Eco Eridania dove vengono bruciati producendo energia fabbricare altri contenitori sempre nello stesso impianto. Una vera e propria catena di montaggio che non si arresta mai. Per questo si ringrazia tutti gli attori della gestione ambientale per la loro professionalità e abnegazione e a dirlo è il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, secondo il quale a loro deve andare la gratitudine di tutti i cittadini. A.P.


L'Amore ai tempi del Coronavirus La pandemia continua con ferocia ad avanzare. Gli ospedali resistono. La solidarietà combatte Fabiana Liguori Mentre il nemico invisibile, il Covid 19, continua con ferocia a diffondersi in tutto il mondo (quasi ottocentomila contagiati) lasciando dietro sè sofferenza e morte, in Italia, come negli altri paesi, i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario continuano impavidi la loro missione, cercando ogni giorno di contrastare l'avanzata. Ma questi uomini e queste donne non sono gli unici supereroi del momento. Da alcuni giorni, oltre alle raccolte fondi e alle donazioni di personaggi famosi, grossi imprenditori e antiche famiglie "reali", destinate soprattutto al comparto sanitario, alla Protezione Civile e a tutti i principali interlocutori impegnati contro la pandemia, a Napoli hanno preso il via una serie di iniziative di sostegno e solidarietà, soprattutto nei quartieri meno abbienti, che "tengono a galla" i dimenticati

dai decreti governativi, impossibilitati a lavorare e a sfamare le proprie famiglie in questo momento terribile. Parliamo dei disoccupati, degli stagionali "atipici", di quanti fanno l'impossibile, nei limiti della legalità, per sbarcare il lunario tutti i giorni, dei lavoratori "informali", dei poveri, anziani e dei senzatetto. Tali iniziative sono, come spesso accade, messe in essere da gente comune, ragazzi, associazioni, gruppi parrocchiali e comitati. Gente che conosce la povertà e sa bene come ci si sente a non avere nulla da mettere in tavola, di come ci si sente a rimanere soli. Se facciamo un giro sul web sono tanti i video racconti in circolazione riguardanti l'erogazione e la consegna a casa di "spese gratuite", di pasti caldi o pacchi alimentari. Dal capoluogo campano, dopo il “caffè sospeso”, nasce la "spesa sospesa", che per correttezza, comunichiamo es-

sere un'iniziativa lanciata dalla Seconda Municipalità (Avvocata, Montecalvario, Mercato, Pendino, San Giuseppe, Porto) ma accolta con grande partecipazione dai cittadini. I consiglieri hanno diffuso anche un elenco di attività che effettuano le consegne a domicilio nei quartieri di Materdei, Forcella, Quartieri Spagnoli, Mercato, piazza del Gesù, piazza Mazzini, Pignasecca. Altra importante azione di sensibilità e condivisione realizzata in città ai tempi del Covid 19 è quella a favore dei nonni che non hanno la possibilità di scendere da casa e provvedere da soli agli acquisti essenziali. Oltre alle diverse realtà di assistenza e volontariato presenti sul territorio partenopeo che attraverso numeri verdi, social e passaparola (vedi Ex Opg, Cooperativa Less e così via) continuano a sopperire nell'emergenza lì dove lo Stato manca, ci sono tantissimi "si-

lenziosi operai" che lavorano anche a supporto di queste persone senza alcuna autocelebrazione. Una delle nostre "eroine" oggi, di cui non faremo nome, è la proprietaria di un supermercato in piazza Cavour che, dopo aver accolto la richiesta di aiuto di una figlia residente in altro paese europeo, tesa ad acquistare una spesa alimentare a distanza da consegnare ai suoi genitori nel centro storico, si è ritrovata ad essere il punto di riferimento non solo dei due anziani destinatari ma di tutti gli anziani del palazzo e del vicinato. Il nostro grazie, questa volta, va alle cassiere, ai repartisti, ai trasportatori, ai salumieri, ai panettieri, ai produttori e a quanti stanno lavorando senza tregua e in condizioni precarie assicurando i beni di prima necessita alla popolazione. Tutto questo affannarsi, realizzare, donare, rincorrere,

aiutare, stringere, amare, potrebbe purtroppo ben presto non bastare più. Il Covid 19 sta negando pian piano anche i più fondamentali diritti agli esseri umani. I numeri parlano e raccontano di una pericolosa situazione che non accenna a migliorare (tab 1). Il tempo della "quarantena" potrebbe perdurare a lungo. Il nostro appello, parte proprio da qui, dal cuore pulsante di una città che nonostante i continui affanni e malesseri continua a manifestarsi in tutta la sua generosità e bontà: chiedamo al Governo urgenti misure per proteggere e sostenere, non una parte della popolazione ma tutta la popolazione italiana e garantire la minima assistenza sociale, economica e sanitaria anche alle fasce "deboli". È il momento di dimostrare che la vita di ogni essere umano vale più di ogni altra cosa al mondo.

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Coronavirus: risparmiare energia lavorando da casa Vademecum pratico e semplice per alleggerire la bolletta Anna Paparo Il Covid-19, o meglio conosciuto come Coronavirus, è riuscito nell’arco di qualche settimana a cambiare radicalmente la nostra vita, dove cose, prima banali e scontate, come una corsa sul lungomare, sono diventate così lontane e davvero impraticabili. Ed anche lavorare non avrà più lo stesso sapore, visto che al grido di “io resto a casa” si è trasformato in smart working. Come ogni cosa avrà i suoi pregi e i suoi difetti: infatti, tutti ci stiamo chiedendo come fare per non rischiare di sprecare energia e far lievitare le bollette? Ad esempio, accendere la luce solo quando è necessario, fare docce brevi, arieggiare casa solo per pochi minuti. Sono solo alcuni dei consigli che gli esperti danno contro il rischio di consumare più

energia di quella necessaria quando si trascorrono molte ore in casa, ora soprattutto lavorando in “smart working” per l'emergenza sanitaria in corso. Bastano, quindi, pochi e semplici accorgimenti per ridurre lo spreco sia in termini energetici e sia per rispettare l'ambiente e il portafoglio, assicura Italtherm, azienda italiana che produce impianti di riscaldamento e raffrescamento. Per questo, primo consiglio fra tutti è quello di sfruttare fino a quando possibile la luce naturale aprendo le tende e, di conseguenza, accendere le luci solo quando strettamente necessario. E soprattutto non bisogna dimenticare la lampadina accesa quando si cambia stanza. Inoltre, se è possibile sarebbe meglio utilizzare lampadine a LED, che consumano fino al 50%in meno di

energia rispetto a quelle tradizionali a incandescenza. Ma non finisce qui! Si deve evitare di lasciare il computer in standby nonostante sia la soluzione più pratica. Forse non si sa che se il pc rimane inutilizzato per un'ora o più è meglio spegnerlo e staccare la spina per evitare di consumare inutilmente energia. Soprattutto, eliminare gli screensaver che oggi hanno solo una funzione decorativa e consumano più elettricità di quella che il computer utilizzerebbe in totale standby. E ancora, impostare al massimo i criteri di risparmio energetico dei pc, come mettere in stop i dischi rigidi quando inutilizzati, spegnere lo schermo dopo alcuni minuti di inutilizzo, regolarne la luminosità. Non dimentichiamo la “domotica”, ovvero quella scienza interdisciplinare che si occupa dello studio delle tecnologie adatte a migliorare la qualità della vita nella casa e più in generale negli ambienti antropizzati. Praticamente, con il cosiddetto controllo remoto e timer è possibile gestire gli impianti domestici in modo da utilizzare al meglio l'energia e solo quando è davvero necessario. Un esempio è l'Italtherm NetApp, che consente all'utente di gestire dal proprio smartphone l'impianto di riscaldamento e la temperatura della casa e di controllare le impostazioni dell'acqua calda sanitaria.

EMERGENZA CORONAVIRUS

Mantenere salubre l’aria di casa L’ emergenza sanitaria in atto e la pericolosità del Covid-19, ci obbligano a restare a casa il più possibile, è importante però fare attenzione alla pulizia dell’ambiente domestico. Oltre alle normali pulizie che tutti facciamo ogni giorno dobbiamo stare attenti anche all'aria che respiriamo perché il virus sarebbe in grado di resistere nell’ambiente fino a tre ore. Queste sono raccomandazioni che valgono in generale per tutti gli ambienti chiusi, da quelli degli uffici e degli esercizi commerciali a quelli dei mezzi di trasporto. Dal web tre semplici fasi da seguire per una quarantena a prova di virus! Innanzitutto bisogna garantire un buon ricambio d’aria in tutti gli ambienti, aprire regolarmente le finestre scegliendo quelle più distanti dalle strade trafficate, in caso sanificare l’aria di casa con appositi sanificatori e deumidificatori, lasciandoli accesi in mattinata per rendere l’aria migliore e cambiando i filtri appositi, evitare di lasciare aperte le finestre la notte. Per quanto riguarda le superfici di acciaio e plastica che sembrano le preferite dal virus, questo rimane fino a due o tre giorni, quindi prima di utilizzare i prodotti per la pulizia leggere attentamente le istruzioni e rispettare i dosaggi d’uso raccomandati sulle confezioni vedendo sempre i simboli di pericolo sulle etichette, pulire i diversi ambienti, materiali, superfici e arredi utilizzando acqua e sapone, candeggina, battericida, alcol etilico almeno al 75% o ipoclorito di sodio 1%, non miscelare i prodotti di pulizia, in particolare quelli contenenti candeggina o ammoniaca con altri prodotti, in ultimo arieggiare gli ambienti, sia durante che dopo l’uso dei prodotti per la pulizia e la sanificazione. Infine è utile pulire regolarmente le prese e le griglie di ventilazione dell’aria dei condizionatori con un panno inumidito con acqua e sapone oppure con alcol etilico 75%; nel caso si hanno impianti di ventilazione meccanica controllata (VMC), essi devono essere tenuti accesi, tenere sotto controllo i parametri microclimatici, eliminare totalmente il ricircolo dell’aria, pulire regolarmente i filtri ed acquisire informazioni sul tipo di filtro installato sostituendolo con un pacco filtrante più efficiente. Solo seguendo queste indicazioni oltre la normale pulizia su tutte le superfici di casa potremmo cautelarci e stare almeno più tranquilli contro questo nuovo nemico chiamato COVID-19! R.M.


La gestione delle acque meteoriche Durante una precipitazione incidono sulle superfici di un impianto, esercitando una azione di dilavamento Pasquale Falco (seconda parte) Al fine di prevenire rischi idraulici ed ambientali, la normativa di riferimento sulle acque e sugli scarichi (D. Lgs 152/2006) concede alle Regioni la facoltà di regolamentare le immissioni di acque meteoriche nei corpi ricettori (fogne, corpi idrici superficiali, suolo). Occorre premettere che, in base alla normativa, le immissioni, cioè gli scarichi di qualsiasi tipologia di refluo, devono avere un contenuto di inquinanti inferiore ai valori limite fissati e tabellati; contenuti di inquinanti superiori ai valori limite rendono obbligatori trattamenti depurativi dei reflui, prima di poterne effettuare lo scarico. In base alla facoltà concessa, le Regioni possono mettere in atto forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di dilavamento, ivi compresa l’eventuale autorizzazione; dove non sono state adottate apposite regolamentazioni, le acque meteoriche nel loro complesso non sono soggette a vincoli o prescrizioni derivanti dalla disciplina sulla tutela delle acque. In Campania una indiretta e parziale regolamentazione delle acque meteoriche dilavanti è stata introdotta col Regolamento n. 6 del 2013. Questo ha riguardato principalmente i criteri di assimilazione delle acque reflue, solo di alcune attività produttive, alle acque reflue domestiche,

cioè ai reflui che si producono nelle civili abitazioni e che hanno un contenuto di inquinanti abbastanza tipico e limitato; il Regolamento ha anche stabilito che le acque di ruscellamento superficiale, che colano dalle superfici adibite a tetto e/o che defluiscono lungo le aree esterne delle indicate attività, adibite esclusivamente alla sosta (per le ordinarie attività di carico e scarico), al transito e/o al parcheggio, dei clienti e/o delle maestranze, (per esempio parcheggi esterni antistanti abitazioni, scuole, uffici pubblici, strade e autostrade e rispettive aree pertinenziali), non rientrano nella fattispecie di acque reflue. Tali immissioni non sono soggette ad autorizzazione, a meno che non vengano convogliate in un corpo idrico superficiale (fiume, lago). La regolamentazione operata, purtroppo, non ha riguardato le acque meteoriche dilavanti che si producono su superfici in connessione funzionale con le attività produttive, né tantomeno ha riguardato le acque dilavanti che si producono in opifici ad elevato impatto ambientale (quali ad esempio trattamento rifiuti, industrie chimiche, petrolifere) e quindi suscettibili di essere molto inquinate. Pertanto, al fine di valutare i diversi flussi di acque meteoriche dilavanti e la necessità di una loro autorizzazione allo scarico in funzione del contenuto di inquinanti, viene pro-

posta una tabella, elaborata sulla base di alcune caratteristiche che una superficie incidente può possedere, vale a dire: • la connessione funzionale con le attività produttive; • l’impermeabilizzazione della superficie; • la presenza di una rete di raccolta e collettamento a servizio della superficie incidente. La tabella, così come elaborata, può rendere agevole la verifica della coesistenza, o meno, delle tre caratteristiche, le cui varie combinazioni portano alla individuazione di tre flussi di acque di dilavamento aventi diverse caratteristiche. In linea generale, le acque meteoriche, che interessano su-

perfici connesse funzionalmente alle attività produttive, generano un flusso di acque meteoriche che si sostanzia in un vero e proprio scarico di acque reflue industriali, per il quale è necessaria una autorizzazione preventiva. Di base, sia che piova sia che non piova, queste aree, che hanno una forte predisposizione a ricoprirsi di sostanze inquinanti in quanto connesse funzionalmente alle attività produttive, devono essere dotate di impermeabilizzazione; l’assenza di una adeguata barriera causerebbe la penetrazione di acque contenenti inquinanti nel suolo. Laddove eventualmente questa sia assente ne va imposta la realizzazione; tali superfici, inoltre, dovranno essere dotate anche di un sistema di captazione e collettamento delle dette acque, al fine di evitarne il ruscellamento e favorire la dispersione di inquinanti. Se, invece. le superfici sono costituite da aree pulite perchè non in connessione funzionale con le attività produttive (es. le coperture degli edifici, le pavimentazioni esterne per il transito e il parcheggio, le aree a verde), le acque meteoriche incidenti restano puramente e semplicemente acque meteoriche. Ai fini autorizzativi queste acque sono escluse dall’ambito di applicazione della disciplina degli scarichi ed esulano dal regime amministrativo e tabellare previsto dal Testo Unico Ambientale. Pur tuttavia, occorre valutare

se le superfici sui cui si formano siano dotate o meno di una impermeabilizzazione e di una rete di captazione e collettamento. Laddove non è presente la rete di captazione e collettamento, a prescindere dalla impermeabilizzazione delle superfici, tra l’altro non necessaria in quanto in sua assenza, si infiltrerebbero nel suolo acque non inquinate (e quindi la impermeabilizzazione non è da ritenersi indispensabile), resta confermata l’esclusione dal regime autorizzativo previsto dal TUA. Se, al contrario, le superfici sono dotate della suddetta rete di collettamento, sempre a prescindere dalla presenza di una impermeabilizzazione, tutte le acque meteoriche incidenti (in caso di impermeabilizzazione), o buona parte di esse (detratta quella quota che si infiltrerebbe in assenza di impermeabilizzazione), hanno necessità di un recapito in un corpo recettore attraverso una condotta fisica: ebbene la condotta fisica attraverso la quale avviene il recapito, pur non sostanziando uno scarico vero e proprio in quanto immette acque meteoriche, se trova recapito in fogna, necessita di un parere preventivo del gestore della rete fognante ed è comunque ammessa, mentre, infine, in caso di recapito in corpo idrico superficiale, per la realizzazione e l’attivazione di tale immissione, comunque favorita, occorre dotarsi di una autorizzazione preventiva.


Restrizioni CoViD-19 e qualità dell’aria In Campania per effetto del lockdown diminuiscono le concentrazioni di ossidi di azoto. Più complessa la valutazione sul PM10 Con una relazione pubblicata sul proprio sito web istituzionale, l’Arpa Campania offre una prima valutazione di come le restrizioni agli spostamenti, in vigore nella regione a partire dal 10 marzo, stanno influendo sulla qualità dell’aria. L’Agenzia ha analizzato i dati forniti dalla rete regionale di monitoraggio, in particolare i dati delle centraline delle cinque città capoluogo, relativi alle concentrazioni di polveri sottili (PM10 e PM2.5) e ossidi di azoto (monossido di azoto e biossido di azoto) a partire dal 25 gennaio fino al 25 marzo. Gli effetti sugli ossidi di azoto sono evidenti «Dal confronto fra il periodo precedente e quello successivo all’adozione delle misure per il contenimento dell’epidemia», spiega Giuseppe Onorati, dirigente UOC Reti di monitoraggio e Cemec, «si notano importanti cambiamenti nelle concentrazioni di polveri sottili e ossidi di azoto. Tuttavia queste variazioni sono diverse per ciascun inquinante e risentono delle condizioni meteorologiche molto variabili del mese di marzo. Un parametro che ad oggi risulta fortemente influenzato dalle restrizioni agli spostamenti – sottolinea Onorati – è il monossido di azoto, con una riduzione delle concentrazioni di oltre il 50%, difficilmente ascrivibile a cause diverse dalla riduzione delle emissioni da traffico veicolare». Anche le concentrazioni di biossido di azoto sono diminuite significativamente, ma

in questo caso l’effetto della riduzione del traffico veicolare è meno evidente, in quanto le concentrazioni in atmosfera di questo inquinante dipendono maggiormente da una molteplicità di fonti emissive, oltre che dalle condizioni meteorologiche. La riduzione delle concentrazioni di questo inquinante risultano particolarmente marcate a Napoli, dove ha inciso di più la contemporanea contrazione di traffico navale e aereo, oltre che delle attività produttive. Pm10 più sensibile a meteo e riscaldamenti Le condizioni di instabilità atmosferica registrate nella

prima metà di marzo, e negli ultimi giorni, hanno favorito anche la dispersione delle polveri sottili. Invece, anche nella piena operatività delle misure restrittive, quando la situazione meteo è stata caratterizzata da condizioni poco dispersive, si sono registrate concentrazioni elevate di PM10, persino con sforamenti del limite di legge giornaliero, nonostante la consistente riduzione del traffico veicolare. Inoltre bisogna considerare che una aliquota significativa del PM10 presente in atmosfera deriva dal settore del riscaldamento civile, le cui emissioni potrebbero addirittura essere aumentate a se-

guito delle restrizioni. «Nonostante l’emergenza sanitaria in corso», dichiara il Commissario straordinario Arpac Stefano Sorvino, «l’Agenzia continua a garantire il monitoraggio e la valutazione della qualità dell’aria. Le attuali restrizioni creano condizioni uniche che in futuro ispireranno senz’altro studi scientifici. Perciò è importante garantire in questi giorni la disponibilità di dati in Campania, regione che ospita l’area metropolitana più densamente popolata d’Italia. Ad ogni modo va rimarcato che i dati di questi ultimi giorni sono confortanti almeno per quanto riguarda il livello di in-

quinamento che i cittadini campani devono affrontare. Su questi aspetti sono in corso ulteriori approfondimenti, anche tramite l’utilizzo della modellistica meteo e di qualità dell’aria, i cui risultati – conclude Sorvino – saranno tempestivamente comunicati al pubblico». Per un’esposizione completa dei dati elaborati finora dall’Agenzia per valutare la relazione tra misure di contenimento dell’epidemia Covid-19 e qualità dell’aria in Campania, si rimanda al report pubblicato sul sito Arpac all’indirizzo http://www.arpacampania.it/web/guest/1402. (Comunicato Arpac del 27 marzo 2020)


Arpac assicura attività essenziali anche nel corso dell’emergenza In questo particolare periodo di grave emergenza sanitaria non si fermano le attività di Arpac volte a garantire le prestazioni di servizi pubblici essenziali per la tutela dell'ambiente. L'Agenzia, infatti, continua ad assicurare le prestazioni analitiche e di monitoraggio indifferibili, coerentemente con quanto previsto nel documento di orientamento che il Consiglio del Sistema nazionale di protezione ambientale ha approvato lo scorso 17 marzo per garantire omogeneità di approcci su tutto il territorio nazionale, pur in un contesto in continua evoluzione. Sulla base delle disposizioni nazionali e regionali che limitano la circolazione delle persone, con restrizioni della presenza sui luoghi di lavoro, favorendo il massiccio utilizzo della modalità del "lavoro agile", l'Agenzia ha adottato provvedimenti per riorganizzare la propria operatività nella fase di emergenza sanitaria. Il commissario straordinario Arpac, Stefano Sorvino, su proposta del direttore tecnico facente funzione Claudio Marro, ha disposto che l'Agenzia garantisca le seguenti attività con presidio in servizio di personale, anche se turnato a ro-

Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31 marzo 2020 - Anno XVI, N.6 Edizione chiusa dalla redazione alle ore 18 del 30 marzo 2020 DIRETTORE EDITORIALE Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE Pietro Funaro CAPOREDATTORI Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE Savino Cuomo HANNO COLLABORATO I. Buonfanti, F. De Capua, G. De Crescenzo, B. Giordano, P. Falco, G. Loffredo, R. Maisto, L. Monsurrò, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice SEGRETARIA AMMINISTRATIVA Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO Pietro Vasaturo EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

tazione: • Attività analitica relativa alle acque potabili effettuata a supporto del Servizio sanitario, ivi compresa la radioattività; • Attività analitica in materia di controllo degli alimenti (e prodotti deteriorabili in genere) a supporto del Servizio sanitario, delle Autorità giudiziarie, degli Uffici della sanità marittima; • Attività di campionamento e analisi connesse con la legionella, se richieste da strutture del Servizio sanitario in conseguenza di situazioni emergenziali o situazioni critiche; • Attività analitica effettuata a supporto di emergenze ambientali (incendi, eccetera) e sanitarie, di danno ambientale;

• Attività di accettazione campione dei laboratori. Alle prestazioni di laboratorio sopra citate, si aggiungono le attività di monitoraggio ambientale, di misurazioni e di supporto che l'Agenzia continua ad assicurare in particolare nelle seguenti fattispecie: • Monitoraggio della qualità dell'aria; • Monitoraggio ambientale delle fibre aerodisperse di amianto su richiesta di Autorità giudiziaria, Polizia giudiziaria o per emergenze; • Misure della radioattività nelle matrici sanitarie (a supporto del Servizio sanitario); • Attività di supporto alla gestione delle emergenze ambientali; • Attività delegata dall'Autorità giudi-

ziaria a supporto della Protezione civile. In ogni caso, Arpac opera nel rispetto delle normative di sicurezza nazionali e regionali, posticipando le attività non essenziali ed urgenti, di concerto con i soggetti interessati per modalità e tempistiche, compatibilmente con gli sviluppi dell'emergenza sanitaria in atto.

Covid-19, documento Snpa su pulizia esterni e uso disinfettanti Il Consiglio del Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente, riunito il 18 marzo in videoconferenza, ha approvato un documento con indicazioni tecniche relative agli aspetti ambientali della pulizia degli esterni e dell'utilizzo di disinfettanti nel quadro dell'emergenza Covid-19 e sue evoluzioni. Infatti, proprio in queste ore l'Istituto Superiore di Sanità ha fornito indicazioni sulla disinfezione delle strade e degli ambienti esterni in genere, confermando l'opportunità di procedere con la pulizia straordinaria delle strade per affrontare l'emergenza sanitaria con prodotti convenzionali. E ha rilevato l'esistenza di informazioni contrastanti circa l'uso di ipoclorito di sodio in maniera massiccia, la cui capacità di distruggere il virus è peraltro tut-

t'altro che accertata. All'incontro del Sistema agenziale con il ministro dell'Ambiente Sergio Costa è stato stabilito di condividere alcune indicazioni uniformi sul territorio nazionale per minimizzare i possibili impatti ambientali. Infatti, l'ipoclorito di sodio, sostanza corrosiva per la pelle e dannosa agli occhi, per la disinfezione delle strade è associabile a un aumento di sostanze pericolose nell'ambiente con conseguente possibile esposizione della popolazione e degli animali, e può nuocere alle acque superficiali e a quelle sotterranee. È possibile consultare il documento sul sito Snpa all’indirizzo www.snpambiente.it/2020/03/18/em ergenza-covid-19-documento-snpasu-pulizia-ambienti-esterni-e-usodisinfettanti.


Era necessario il Coronavirus per far respirare il nostro Pianeta? Inquinamento in calo e animali che si riappropriano del loro habitat Ilaria Buonfanti Quando l’uomo si fa da parte, la natura si riprende i suoi spazi, sempre. Si dice che bisogna guardare il lato positivo di ogni cosa, che il cambiamento sia necessario ai fini dell’evoluzione della specie. Darwin diceva che solo le specie capaci di adattarsi ai mutamenti erano in grado di sopravvivere. E allora adattiamoci, nonostante il dolore ed il senso di smarrimento per tutto ciò che sta accadendo, cerchiamo di osservare ciò che abbiamo di bello e di considerare che la Terra sta traendo vantaggio da questa situazione surreale. Il nostro pianeta sta respirando, i dati relativi all’inquinamento non solo in Italia ma in tutto il mondo raccontano infatti di una diminuzione notevole di smog e agenti inquinanti, molti animali stanno iniziando a godere dei cambiamenti delle ultime settimane riappropriandosi del loro habitat originale perché proprio lì dove l’uomo arretra, gli animali finalmente avanzano. E così che la laguna veneziana ha cambiato incredibilmente aspetto, i canali sono calmi e limpidi, si osservano banchi di pesci nuotare tranquilli e cigni al posto delle gondole. Inoltre, su uno dei

pontili di attracco di Venezia in piazzale Roma, una coppia di Germano reale ha nidificato, approfittando del silenzio e della quiete. In alcuni porti italiani invece sono stati osservati i delfini che si sono spinti fino alla banchina non più intimidi ed infastiditi dal continuo rumore del passaggio delle barche. Nel porto di Cagliari sono stati avvistati 2 delfini che giocavano accanto alla banchina del porto, senza timori, sembravano davvero felici. La bellezza di questo avvenimento è stata, per fortuna, immortalata dal team di Luna Rossa. La squadra era lì per allenarsi, in vista degli American Cup 2021, beneficiando della meravi-

gliosa sorpresa. A Sassari invece, tra le strade deserte, alcuni cinghiali hanno iniziato a passeggiare indisturbati e a Milano sono arrivati moltissimi cigni e fenicotteri, soprattutto in zona navigli e decine di lepri sono state fotografate mentre scorrazzavano liberamente in alcuni giardini deserti.

Cervi, capre e caproni sono stati avvistati in molti paesi del nord Italia. Era necessario il Covid-19 per regalare qualche respiro al nostro pianeta? Forse, anche quando questa pandemia sarà solo un ricordo, dovremmo imparare a rispettare davvero l’ambiente e consentire alla Terra di respirare.

Ecotip: dal Wwf i consigli per superare la reclusione forzata Sul web campagne e suggerimenti per uno stile di vita sostenibile Il web sta diventando luogo di promozione di iniziative, campagne e suggerimenti per uno stile di vita sostenibile, perché il tempo sospeso della quarantena possa trasformarsi nel punto di partenza per rafforzare il proprio impegno per il Pianeta. Wwf, in particolare, pubblica ogni giorno sui suoi canali social consigli ed approfondimenti per superare la reclusione forzata grazie ad uno sguardo diverso sul mondo che ci circonda. La primavera è ormai sbocciata in quasi tutte le regioni e l’associazione invita a realizzare tutti insieme il primo Diario della “Natura dalla finestra”, la prima grande operazione di citizen science casalinga che utilizza la APP iNaturalist. Grazie ad essa è possibile segnalare uccelli, insetti, piante spontanee, tutto ciò che è possibile osser-

vare o ascoltare da balconi, finestre, terrazze e giardini e che prima d’ora non avevamo mai notato. Lisa Casali, poi, scienziata ambientale ed esperta di sostenibilità, ma anche cuoca e fan dell’alimentazione a basso impatto ambientale, fornisce una serie di consigli eco-food all'insegna dell’autoproduzione domestica: tra questi la realizzazione di tre insaporitori che facilitano la vita in cucina. Polvere di funghi - si fa a partire dalle parti di scarto dei funghi che vengono tostate, essiccate e frullate. Ne basta una punta per arricchire di profumo una zuppa, un brodo o una salsa. Soffritto disidratato - per farlo basta tenere da parte lo strato esterno della carota, le foglie del sedano e la buccia della cipolla, tagliare tutto finemente ed essiccare Dado granulare - per prepa-

rare il dado basta cuocere gli ortaggi tipici del brodo con lo stesso peso in sale, far evaporare l'acqua, essiccare il tutto e frullare. Fino ad alcuni decenni fa gli alimenti percorrevano brevi tragitti per andare dal produttore al consumatore; oggi, invece, attraversano oceani e continenti. Il trasporto aereo di fragole, mele, pomodori, asparagi, zucchine da un capo all'altro del pianeta può generare circa 1.700 volte più emissioni di CO2 che un tra-

sporto in camion per 50 km. WWf consiglia, in questo momento in cui si è costretti a casa, di dedicare tempo a scegliere prodotti provenienti dalla cosiddetta “filiera corta” (meglio se biologici) mettendosi in contatto con produttori locali che in questa emergenza si stanno adoperando anche con le consegne a domicilio: si ridurranno così le emissioni di CO2, i trasporti, gli imballaggi

e i costi, a tutto vantaggio dell’ambiente ma anche della salute. Infatti i prodotti locali impiegano poco tempo per arrivare sulle nostre tavole mantenendo così maggiore contenuto di vitamine e nutrienti rispetto a quelle che devono fare molta strada (in nave, aereo e camion) e permanere nei frigoriferi prima di giungere sui banchi del supermercato. G.M.


IL FUTURO È FATTO DI LEGNO? L’impiego del materiale nelle produzioni necessita di una crescita costante e controllata degli alberi Rosario Maisto Facendo un balzo nel passato, almeno a quarant’anni fa, tutto o in buona parte era costruito in varie tipologie di legno: dagli utensili da cucina all'edilizia, ma le aziende hanno portato quasi all'estinzione quest'arte pregiata, sostituendola con materiali inquinanti. In controtendenza, di questi tempi, un'industria in crescita vuole riportare in auge l'epoca d'oro del legno a partire dai grattacieli che saranno costruiti con prodotti in legno, resistenti quasi quanto l’acciaio. Il telaio interno sarà realizzato in mass timber, o legno massiccio, un materiale ad alta densità che fa parte della nuova gamma di prodotti tecnologici che l'economia globale vorrebbe produrre dalle foreste. Il legno massiccio ha un particolare richiamo utopico per un certo gruppo di architetti e designer che prevedono che in futuro saranno realizzate metropoli e città con grattacieli interamente di questo materiale. Se è vero che tutti i prodotti in legno di nuova generazione hanno i loro sostenitori che lo vedono non solo come una possibilità di decarbonizzare il settore delle costruzioni, ma anche come un significativo sviluppo tecnologico, è pur vero che tutti questi prodotti, dalla cellulosa di carta nei pannolini alle ossature dei grattacieli, si basano su una contraddizione forse irrisolvibile: necessitano infatti di

una crescita costante e controllata degli alberi, con coltivazioni pianificate con decenni di anticipo. Negli ultimi cento anni, quel sistema di cosiddetta silvicoltura scientifica, sviluppato per contrastare la deforestazione, ha fornito i prodotti in legno richiesti da una popolazione sempre più in crescita, tale sistema, tuttavia, dipende da qualcosa che sta scomparendo, ovvero, un clima costante e foreste che rimangono dove erano, un paradigma minac-

ciato dai moderni cambiamenti climatici. L’Istituto di Ricerche Forestali ha progettato e costruito un condominio interamente in legno in riferimento ad una costante ricerca di nuovi prodotti da ricavare dalle foreste di tutto il mondo e soprattutto dalla Finlandia dove c’è la maggior produzione di questo materiale, a questi bellissimi polmoni verdi, hanno trovato la soluzione al loro continuo depauperamento ed impoverimento, prevedendo ed utiliz-

zando fondamentalmente la Gestione del Rischio. Di fatto, utilizzare il telerilevamento e l'analisi predittiva della deforestazione, aiuterà i proprietari terrieri a tenere conto delle perdite future dovute a malattie delle radici, funghi, insetti, fuoco o vento e in quanto responsabili delle risorse, è necessario urgentemente riorganizzare la strategia costruita intorno a più biodiversità, favorendo le specie di alberi resilienti.

IN ITALIA L’EOLICO È ANCORA AL PALO Bruno Giordano Il 2019 è stato un anno record per l’impianto di turbine eoliche in mare, purtroppo non per noi. L’Italia infatti nel 2019 è riuscita ad installare appena 0,45 GW di eolico e niente in mare mentre in Gran Bretagna e Spagna 2,3 gigawatt di pale, 2,1 in Germania, 1,5 in Svezia, e 1,3 in Francia. Di questi, 3,6 sono offshore e rappresentano la nuova frontiera energetica: sfruttare il vento forte e costante degli immensi spazi marini. In Italia, a breve, partirà il primo impianto offshore e sarà a Taranto dopo non poche polemiche e veti. Sono ancora troppe le autorità che decidono sull’eolico in Italia, e per lo più seguendo regole confuse, tanto che riuscire ad ottenere un’autorizzazione richiede tra i cinque/sei anni, un tempo molto

lungo a fronte di progetti che sono già tecnicamente superati. È questa la denuncia di Simone Togni, presidente dell’Associazione nazionale energia del vento. Secondo il piano Energia e Clima del Ministero dello Sviluppo entro il 2030 dovremmo raddoppiare gli attuali 10 GW di turbine le quali producono il 7 % dell’elettricità nazionale. Potremmo farcela considerando che ci sono 3 GW di progetti autorizzati, altri 3 in via di autorizzazione e se si semplificheranno ed uniformeranno le procedure burocratiche altri progetti potrebbero essere approvati. Le potenzialità del paese Italia sono enormi: il vento è più abbondante che in Germania e produce energia a costi competitivi. Per quello che riguarda il mare, l’offshore, ci sono 2 GW di progetti in attesa di autorizzazione. Dobbiamo tener

conto, però, che il Mediterraneo è circondato di montagne, il vento è più debole di quello dell’oceano e visto che le turbine offshore sono più costose, bisogna vedere se realmente l’installazione convenga. Inoltre i nostri mari sono profondi e quindi le turbine, solitamente piantate sul fondo del mare, andrebbero messe sottocosta. È in fase di realizzazione un progetto di Snam che vuole convertire piattaforme galleggianti in piattaforme per l’eolico. Se dovesse aver successo, come auspicato da più parti, anche da noi la frontiera dell’offshore potrebbe decollare. Si potrebbero piazzare turbine distanti dalla costa a ovest della Sardegna e nel Canale di Sicilia dove frequentemente soffiano venti forti e costanti. Incrociamo le dita, l’indipendenza energetica è la forza di un territorio.


L’inaffidabilità delle previsioni meteo per la Pasqua La Festività cade sempre in un momento con spiccata variabilità, fasi perturbate e passaggi di alta pressione Gennaro Loffredo Manca poco più di una settimana alle festività pasquali e come ogni anno è molto difficile leggere correttamente in anticipo il tempo che farà. Ma perché prevedere il meteo di questi giorni di festa è così complicato? C’è una spiegazione scientifica molto precisa, anzi, prettamente meteorologica. Innanzitutto bisogna ribadire che la meteorologia rimane tuttora una scienza imperfetta, dove nulla è scontato, in quanto si basa principalmente su complessi calcoli probabilistici. È doveroso ricordare, infatti, che nessun meteorologo è mai riuscito ad elaborare la tanto sospirata previsione perfetta, azzeccata al 100%. A rendere la previsione ancora più complessa c’è pure la conformazione fisica del territorio italiano. La situazione si complica ulteriormente nei delicati periodi di transizione stagionale, come appunto nel mese di Aprile, quando si verifica il definitivo passaggio tra l’inverno e la primavera. Pasqua cade sempre in un momento molto delicato della stagione, di spiccata variabilità con una continua alternanza tra fasi marcatamente perturbate e passaggi di alta pressione che regalano scenari simil estivi, stabili, soleggiati e miti. Spesso ed erroneamente si

crede che la primavera sia una stagione con tempo in progressivo ristabilimento verso l’estate ( che è stabile e soleggiata per eccellenza). Beh niente di più sbagliato. In questa fase della stagione le masse d’aria di origine diversa si scontrano e spesso lo fanno proprio nel bacino del Mediterraneo. Può succedere che il tempo a Pasqua possa essere stabile e soleggiato, ma la variabilità atmosferica in-

combe sempre e può determinare modifiche previsionali anche all’ultimo minuto. Ciò è accaduto più di frequente quando la Pasqua è caduta nella terza decade di Marzo, come nel caso del 2008, quando una discesa artica si realizzò proprio a cavallo di quelle giornate festive, trasformando interi paesaggi in cartoline natalizie persino alle quote più basse o anche nell’Aprile del 1995, quando

la neve si spinse sin verso le zone di pianura dell’Italia settentrionale e come non citare l’Aprile 2003, dove i fiocchi bianchi interessarono persino la zona alta di Napoli con il Vesuvio ricoperto da un soffice manto bianco. Non sono mancate tuttavia fasi anticicloniche come a fine marzo 2002, aprile 2007 e 2011, trascorse tutte con un clima stabile e soleggiato, tipicamente primaverile. Per gli addetti ai

lavori, quindi, le festività pasquali sono un vero grattacapo da inquadrare sotto il profilo atmosferico. Ecco perché il meteorologo ha spesso un rapporto poco piacevole con questo periodo dell’anno. Quest’anno la santa Pasqua arriverà in uno dei periodi più difficili della storia italiana e sapere del tempo che farà durante le festività potrebbe essere uno dei segnali di ritorno alla normalità.


Pasqua: il riciclo creativo per i bambini Colle, colori, cordini e batuffoli per progetti facili e decorazioni per la casa Pasqua è l’occasione giusta per mettere mano a colle, carte, colori e realizzare tanti progetti insieme ai piccoli di casa, soprattutto perché la quarantena forzata potrebbe aver reso necessario qualche svago in più. La parola d’ordine come sempre è riciclo creativo. Un trucco utile e importante per risparmiare, rispettare l’ambiente e donare nuova vita a oggetti desueti e in disuso. Basterà aprire i cassetti di casa, oppure fare un giro in cantina e in garage, per trovare tanti elementi utili per la decorazione pasquale. La tecnica potrebbe risultare necessaria anche alle tante maestre che amano lavorare in tandem con i loro scolari, per realizzare piccoli doni decorativi da portare a casa. Riciclo creativo con bambini a Pasqua: decorare le uova La combinazione più semplice, come sempre, coinvolge le uova come emblema della festività. Da utilizzare vere oppure di plastica o legno, per una festa più cruelty free. Nel primo caso è bene cuocerle e renderle sode, oppure praticare con un ago da lana due fori alle due estremità e soffiando nel primo far fuoriuscire il liquido interno direttamente in una ciotola. Così il contenuto sarà riutilizzabile in cucina, mente il guscio potrà es-

sere lavato e pulito. Si dipingono le uova con una mano di bianco tempera, si lascia asciugare quindi le si personalizza con righe, pois, quadretti e onde, utilizzando colori a tempera dalle tonalità pasquali. Oppure si stende la colla vinilica leggermente diluita e si rotolano le uova in una tazza piena di glitter, magari alternandole per tonalità (ad esempio celeste, rosa, giallo). Si possono rivestire con il washi tape, disegnare con i colori indelebili realizzando musetti e faccine da coniglio, pulcino, cagnolino e gattino. Ma se l’idea del riciclo creativo è più stimolante, è possibile far bollire e colorare le uova in acqua diluita con un colorante alimentare (oppure con il succo di barbabietola), avvolgendole prima con un nastro di pizzo o uncinetto ben stretto. A cottura ultimata, liberato l’uovo dal tessuto, si otterrà un effetto macramé di Pasqua molto carino ed elegante. Riciclo creativo con bambini a Pasqua: barattoli e cartone Sempre sull’onda del riciclo è possibile rivisitare il volto di barattoli e vecchi bicchieri di vetro: dopo averli puliti e asciugati si dipinge la parte esterna con una mano di bianco. Si lascia asciugare quindi si differenziano stendendo su ognuno

tonalità diverse, magari due mani, lasciando asciugare tra una stesura e l’altra per ottenere un colore uniforme. Possibile decorare scritte o musetti da coniglio e pulcino, quindi rifinire il bordo con un giro stretto e continuo di cordino bianco grezzo (o lana in tinta). Ottimi come portamatite, piccoli vasetti per fiori oppure semplici elementi decorativi da posizionare sulle mensole di casa. Seguendo l’idea della figura del coniglietto pasquale si possono ritagliare tante sagome identi-

che su cartoncino colorato o con piccoli decori. Magari anche riciclando vecchi giornali con fantasie di fiori e colori allegri. Si possono applicare a un cordino colorato con tante mini mollettine dai toni vivaci, realizzando la coda incollando un batuffolo di cotone. Ottenendo così tante file di coniglietti colorati da far penzolare davanti alla finestra di casa. Anche i rotoli di cartone di carta da cucina o carta igienica possono rivelarsi la base più giusta per un progetto di riciclo creativo ad hoc. Basta di-

pingerli singolarmente con una mano di bianco (tempera o acrilico), lasciare asciugare e ripassarli singolarmente con tonalità pasquali ad esempio giallo, celeste, rosa, lilla, verdino chiaro. Per realizzare dei coniglietti è possibile ritagliare le orecchie in un cartoncino in tinta e fissarle con graffette sul retro, con un batuffolo per la coda, oppure delle ali per ottenere un simpatico pulcino. Con i pennarelli disegnate muso e baffi, becco e occhi. Infine se vi piace l’idea dell’uovo fatto in casa, gonfiate un palloncino grande, stendete una velatura di colla vinilica diluita e avvolgetelo con del cordino spesso da ricamo, anche scampoli avanzati. Alternate gli incroci e i colori così da ottenere una superficie omogenea ma variegata, stendendo sempre la colla per far aderire le parti. Lasciate asciugare sopra una tazza così che si solidifichi totalmente, bucate e togliete il palloncino e realizzare un foto anteriore con le forbici. Fissate con una velatura di lacca per capelli, che fungerà da fissativo, quindi completate con della paglietta o della carta di giornale tagliata a striscioline, mini fiorellini e coniglietti realizzati con il cartoncino colorato, quindi tanti cioccolatini da gustare tutti insieme. (dal web)

Pasqua: arriva "TartaLove" l’uovo con incarto plastic-free Il momento così delicato e difficile che stiamo attraversando ci porterà sicuramente a rivedere le nostre abitudini - quando tutto questo sarà soltanto un brutto ricordo- facendoci avvicinare sempre di più alla natura, all’essenzialità, alle origini. Intanto, immaginare una Pasqua solidale ed ecologica può rendere il pensiero meno cupo. È arrivato infatti l'uovo salva-tartarughe: realizzato con cioccolato fondente Utz (da cacao sostenibile) e componenti selezionate per garantire un prodotto senza utilizzo di plastica, è avvolto in una pellicola plastic-free in Pla (materiale biodegradabile di derivazione vegetale) e riposto all'interno di una scatola in cartone, con una sorpresa tartaruga origami 3D in cartoncino, da costruire e collezionare. La proposta eco-friendly è di Cerealitalia I.D. SpA, attraverso il suo marchio Dolci Preziosi, ed è a sostegno della campagna "TartaLove" di Le-

gambiente che permette di adottare simbolicamente una tartaruga a fronte di una donazione proveniente dall'acquisto dell'Uovo di Pasqua "TartaLove - Plastic Free"; donazione che verrà investita dall’associazione in azioni mirate alla conservazione della specie, come finanziare le spese vive dei centri di recupero, le medicine necessarie, gli interventi veterinari, le attività di monitoraggio dei nidi che vengono sorvegliati dal momento della deposizione delle uova deposte fino al momento della schiusa e all'entrata in acqua dei piccoli. Gli operatori di alcuni Centri di Recupero di tartarughe di Legambiente, specializzati nella conservazione della tartaruga marina Caretta Caretta, hanno documentato che più del 50% degli animali ricoverati aveva ingerito diversi tipi di plastiche: sacchetti, resti di bottiglie e stoviglie, cotton fioc, lenze e imballaggi di vario tipo. G.M.


I molteplici usi della carta riciclata Oltre sei milioni e mezzo di tonnellate raccolti in Italia ogni anno Tina Pollice In fatto di raccolta di carta e cartone, il nostro Paese è tra i primi in Europa, sia per i volumi raccolti, sia per il tasso di riciclo che, nel 2018 ha toccato l’81% oltre l’obiettivo europeo per il 2025 (75%), e, vicino all’80% fissato per il 2030. Sono, questi, i dati diffusi da Comieco, il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica, che, generalmente, a marzo di ogni anno celebra il mese del riciclo della carta e del cartone. Quest’anno la celebrazione del riciclo è stata opportunamente cancellata a causa dell’emergenza sanitaria in corso. Dalla carta da macero non rinascono soltanto nuovamente carta, cartoncini o imballaggio, ma, tanto altro. Comieco informa che il riuso degli oltre sei milioni e mezzo di tonnellate raccolti in Italia ogni anno, viene indirizzato anche per usi meno tradizionali come quelli nell’edilizia, nell’arredamento, ed, ancora nella moda. Tutto ciò avviene

perché la carta da macero è leggera ed ha costi abbastanza contenuti oltre ad essere un materiale molto versatile. Da qui i molteplici usi. In Italia la pratica del riuso in settori diversi è ancora poco diffusa però abbiamo alcuni esempi: la carta riciclata viene usata nell’edilizia per

costruire lastre, oppure, in fiocchi come materiale isolante sia termico che acustico, inoltre viene usata per produrre intonaci ed altre finiture. La carta riciclata viene usata anche per le casseforme, quei contenitori nei quali viene effettuato il getto di calcestruzzo.

I pannelli tamburati di cartone servono per realizzare porte da interno e stand da fiera. Il riuso della carta è adoperato pure nell’arredamento: si fabbricano credenze, poltrone, tavoli pieghevoli, lampade. A ben vedere, il riuso della carta sostituisce sempre più spesso la plastica dei piatti e

tazze monouso; viene riusata per farne grucce, fiori, ombrelli, borse, persino presepi ed abiti. Non ha avuto successo invece la produzione in serie di biciclette di cartone, dopo il lancio di un prototipo progettato da un meccanico israeliano Izhar Gafni il cui progetto non ha ottenuto sufficienti fondi anche se, ultimamente, la Cardboard Tecnologies ha annunciato recentemente di averne ripreso i lavori. La materia prima non manca e non mancherebbe. Comieco, che quest’anno festeggia i trentacinque anni dalla nascita (1985) ed è presente in circa il 67 per cento dei Comuni italiani, è testimone della crescita della raccolta differenziata carta per oltre 127 mila tonnellate solo in Italia con l’aumento più forte registrato in Sicilia con un + 31,5%. Nonostante il forte incremento registrato in Sicilia, la regione italiana più virtuosa resta, comunque, l’Emilia Romagna, con 90 chili di carta raccolta, all’anno, per abitante.

Donne e abbigliamento ecosostenibile Tessuti naturali e coloranti derivanti da frutta, fiori e verdure Negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio boom di produzione e vendita di prodotti ecosostenibili, anche capi d’abbigliamento. La domanda di capi sostenibili in Italia, infatti, è cresciuta del 78% negli ultimi due anni e oggi il 55% degli utenti è disposto a pagare di più per la moda eco-friendly. Donne e tradizione tessile è un binomio perfetto dall’alba dei tempi e sono proprio alcune donne italiane che hanno lanciato gli “Agritessuti”, un progetto creato per ridare slancio alla produzione di tessuti naturali come canapa, cotone, lino e seta sapientemente colorati utilizzando tinture ricavate da vegetali e scarti agricoli, ma anche radici, foglie e fiori. L’industria tessile è la più inquinante al mondo dopo quella petrolifera, responsa-

bile del 10% delle emissioni totali di CO2 quindi è fondamentale ridurre il suo impatto ambientale sul pianeta. Secondo la Cia, l’associazione Agricoltori Italiani, la produzione di lino, canapa e gelso da seta oggi coinvolge circa duemila aziende agricole in Italia, per un fatturato di quasi 30 milioni di euro se si considerano anche le attività connesse. Se la filiera degli Agritessuti venisse incoraggiata, osservano le donne che portano avanti con orgoglio questa iniziativa, questa cifra potrebbe triplicare già nel prossimo triennio. Insomma, si spera nell’arrivo di proposte concrete per far funzionare e allargare il business, coinvolgendo ad esempio anche chi produce piante officinali e tintorie (ad esempio lavanda e camomilla) oltre che aziende agri-

cole che potrebbero avere scarti interessanti delle loro produzioni (bucce di cipolla, foglie dei carciofi, scorze di melograno, ricci dei castagni e residui della potatura degli olivi). È fondamentale un cambio di rotta immediato nell’industria tessile. D’altra parte, è l’ONU per primo, con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, a sollecitare la costruzione di nuovi sistemi di produzione a minore impatto ambientale, e che anzi possano avere un ruolo positivo nei processi di riduzione dell’inquinamento, nel riciclo delle risorse e nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Basti pensare che un jeans richiede l’utilizzo di fino a centinaia di litri di acqua per essere prodotto, bisogna rallentare e finanziare aziende dedite all’ecosostenibilità. I.B.


IL “REGIONALISMO CRITICO” DI KENNETH FRAMPTON Antonio Palumbo Pochi storici e teorici dell’architettura hanno influenzato il nuovo approccio ecosostenibile alle problematiche e alle metodologie progettuali contemporanee quanto Kenneth Frampton. Inglese di Woking (classe 1930) - docente per molti anni negli Stati Uniti, presso le prestigiose università di Princeton e Columbia di New York, ultimamente insignito (2018) del Leone d’Oro alla Carriera presso la sede della Biennale in Ca’ Giustinian a Venezia - Frampton è stato tra i pionieri di una decisiva “presa di coscienza” finalizzata alla costante ricerca di una sensibilità critica nell’interpretazione del rapporto tra ambiente e costruito, soprattutto in un momento storico nel quale le consuetudini del vivere, raccolte nelle innumerevoli culture locali, hanno cominciato a dissolversi in una generale omologazione conformistica, sostenuta dal principio della globalizzazione. Il suo “Regionalismo critico” rappresenta, sotto questo aspetto, un approccio all’architettura che si sforza di contrastare la “placeless” e la mancanza di identità subentrate con l’International Style, ma, nel contempo, esso stigmatizza anche ogni estroso ed

immotivato individualismo (connesso a tante realizzazioni di architettura postmoderna): si tratta, in buona sostanza, di promuovere un’architettura certo radicata nella tradizione mo- derna ma capace di mediare, contestualmente, tra istanze globali e caratteristiche ed esigenze specifiche locali in tema di integrazione tra artificio e contesto. Secondo Frampton, ciascun progetto di architettura si inserisce, per forza di cose, in un ambiente storicamente stratificato, ricco di fatti e di caratteristiche singolari: è soprattutto in virtù di tale considerazione che egli introduce i concetti di “regione” e “regionalismo”. Con il primo deve intendersi, a suo dire, «una porzione di spazio dai confini non precisamente definiti, che racchiudono una precisa cultura della costruzione e dell’uso dei luoghi, co-determinata dalla sovrastruttura di consuetudini, in cui l’unica regola sembra essere la trasmissione dei saperi durante le generazioni»; il secondo concetto, invece, fa riferimento, sempre per quanto egli afferma, ad «un’attitudine progettuale contemporanea che consiste in un rifiuto verso il totale assorbimento dell’attualità globalizzante, caratterizzata dalla massimizzazione di

produzione e di consumi, abbracciando, invece, un approccio critico di intervento che risponda ad un bisogno di identità con i luoghi». Entrambi questi assunti non sottendono affatto, a differenza di quanto potrebbe sembrare, la ricerca di un anacronistico linguaggio finto-antico o di un «revival vernacolare», bensì quella di un preciso metodo, che pone in relazione oggetti partoriti in epoche ben diverse, ancorandoli saldamente al contesto esistente. A tal riguardo, il “Regionalismo critico” si manifesta come

«un modo di fare architettura consapevolmente indirizzato»: l’opera del progettista “consapevole”, piuttosto che focalizzarsi sull’edificio quale oggetto isolato, attribuisce importanza segnatamente al territorio da insediare con la nuova struttura; l’ordine degli elementi del discorso viene invertito, promuovendo l’architettura come risultato di un complesso di fattori piuttosto che la riduzione dell’ambiente costruito a una serie di episodi isolati e mal combinati tra loro. A conclusione di queste brevi riflessioni sulle teorie di Ken-

neth Frampton, per quanto evidenziato, ci sembra esemplificativo ricordare ciò che egli ha dichiarato in un’intervista di Burkhardt, dove lo storico e teorico britannico ha inteso sottolineare come «l’incontro tra l’architetto e la specificità del contesto determina sempre una condizione di attrito (…) ma è indubbiamente molto difficile per gli architetti svolgere un lavoro davvero convincente se manca la base più profonda, che (…) può consentire alle loro opere di integrarsi bene con l’ambiente».


Domenico Cotugno, il grande medico Vista l’attualità delle cronache riproponiamo un articolo che descrive le gesta di un grande luminare Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Domenico Cotugno nacque a Ruvo di Puglia (Bari) nel 1736 da una famiglia di modeste condizioni economiche. Studiò fin da piccolo lingua e letteratura Latina, logica, fisica, scienze naturali e matematica oltre che i primi rudimenti (con le prime sperimentazioni l) di medicina. Proprio quella di medicina fu la facoltà scelta a Napoli di-

ventando assistente medico all'Ospedale degli Incurabili e vide così assicurato il sostegno necessario per i suoi studi lontano dalla famiglia. Spesso il sistema di governo di quel tempo è stato definito paternalistico ma spesso quel paternalismo, sia nel governo centrale che in quello "periferico", frutto di una cultura cristiana diffusa e concreta, assicurava risultati eccellenti: Cotugno aveva una salute cagionevole e i rettori dell'ospedale migliorarono i suoi compensi e anche le condizioni della sua ospitalità. Così Cotugno approfondì i suoi studi soprattutto nella ricerca anatomica e clinica anche grazie a diversi viaggi grazie ai quali entrò in contatto con le eccellenze mediche e scientifiche del tempo in Italia ed in Europa (diventarono il "cuore" del suo libro Iter Italicum). segue a pag.15


segue da pagina 14 Nel 1766 ottenne la cattedra di anatomia dell'università napoletana (aveva ottenuto la stessa cattedra in precedenza a Pavia). Fu membro autorevolissimo dell'Accademia delle Scienze fondata nel 1780. A proposito di studi anatomici grande eco ebbe il suo testo del 1761: De aquaeductibus auris humanae anatomica dissertatio in 94 capitoli e diverse pregevoli tavole. Pur con qualche tesi contestata e spesso al centro di vivaci e preziosi dibattiti, le teorie di Cotugno furono davvero innovative soprattutto per lo studio delle malattie legate all'udito. Notevole anche un'altra opera: De ischiade nervosa commentarius (Napoli, 1764) dedicata al celebre medico dell'università di Vienna Gerard van Swieten. 57 i capitoli in particolare con approfondimenti legati alla patogenesi della sciatalgia sotto il profilo clinico e sotto quello anatomo-patologico (per il passato la sciatalgia era addirittura definita "sindrome di Cotugno"). Singolare ma significativo un breve studio legato allo starnuto (Sternutamenti physiologia). Notevoli anche gli altri testi e tra essi: De animorum ad optimam disciplinam praeparatione (1778 con le "regole per raggiungere la sapienza"), De sedibus variolarum (con innovative teorie sul vaiolo), Del moto reciproco del sangue per le interne vene del capo. Di diverso stile e interesse Iter Neapoli Viennam Austriae con appunti di viaggio legati al suo accompagnamento della corte borbonica presso

quella austriaca per i matrimoni delle figlie di re Ferdinando (numerose le notizie della situazione della medicina austriaca confrontata con quella napoletana). "La medicina non è una scienza, è solo una cognizione e sarebbe desiderabile che divenisse capace di essere dimostrativa, ma non sembra fatta per arrivarci": sono le modernissime idee espresse dal Cotugno nel 1772 e rappresentano una bella sintesi della sua attività. Si sposò con Ippolita Ruffo, duchessa di Bagnara, dalla quale non ebbe figli. Mori nel 1822 a Napoli e lascio i suoi beni agli Incurabili. Recentemente è stata riscoperta la sua tomba nella chiesa di San Vincenzo de’ Paoli al Borgo dei Vergini.


Il trattamento dei dati personali in un contesto di pandemia Luca Monsurrò Tutto il mondo è attraversato dall’aumento dei contagi da Covid-19 e difatti ad oggi si contano oltre 450 mila persone infette, con una curva in aumento esponenziale in tanti paesi Europei e non, vedi Spagna e Stati Uniti. L’Italia, che fino ad una quindicina di giorni or sono era considerata “l’untrice” da virus, oggi sembra che sia in una fase discendente in relazione al numero complessivo delle persone, sintomatiche ed asintomatiche, affette da questa terribile malattia, perché ha scelto la strada del lockdown collettivo, con il fine ultimo di appiattire la curva della pandemia. Si sta affacciando l’ipotesi nel nostro paese di utilizzare metodi tecnologici per tracciare tutte le persone positive al virus, alla stregua di altri paesi come Cina, Corea del Sud e Singapore che hanno diffuso una serie di app di utilizzo generale con la potenzialità di identificare in tempo reale, e quindi informare gli utenti, dei confinamenti obbligatori dei loro concittadini che sono risultati positivi al Coronavirus. Questi meccanismi consentono di effettuare un controllo capillare sulla popolazione, la quale viene geolacalizzata e tracciata in tutti i suoi movimenti, in modo da identificare tutte le persone che sono entrate in contatto con i “positivi” e di creare una precisa mappatura degli stessi tale da offrire delle utili informazioni sia alle forze di polizia e protezione civile, sia a tutta la popolazione che non voglia rischiare il contagio. In Italia, paese culturalmente e politicamente difforme dai regimi cinesi e dalle semi demo-

crazie coreane, si sta discutendo, anche su incoraggiamento della Organizzazione Mondiale della Sanità, sull’ utilizzo di tecnologie in possesso dei grandi gestori di telefonia attraverso la capillarizzazione dei proprietari di smartfone, come mezzo per contenere l’epidemia tracciando tutti i contatti dei malati da virus Sars-Cov-2. Tecnicamente questa operazione avverrebbe attraverso l’analisi degli spostamenti che i nostri cellulari compiono quando si agganciano continuamente, e senza interruzione, alle varie “celle” delle antenne di telefonia cellulare presenti su tutto il territorio, carpendo, così, in modo anonimo ed aggregato, e quindi

con informazioni numeriche e non personali, tutti gli spostamenti da un luogo all’altro sia dei positivi al virus, sia dei cittadini, che in virtù delle restrizioni Governative sempre più stringenti, si spostano da un Comune ad un altro non autorizzati. Volendo prendere in considerazione solo l’eventuale controllo dei casi positivi al Covid-19 è palese che l’analisi degli spostamenti di questi cittadini e dei loro incontri, deve essere sottoposto a regole e garanzie, come sottolineato anche dall'European Data Protection Board citando appunto il Regolamento Europeo n. 679/2016 per la Privacy, che consente il trattamento per finalità di sicurezza nazionale ma allo stesso tempo richiede una valutazione sulla sicurezza. Ed in tale senso è stato interpellato il Presidente dell’Autorità Garante Nazionale della Privacy che espressamente dichiara: “l'acquisizione di trend, effettivamente anonimi, di mobilità potrebbe risultare una misura più facilmente percorribile, laddove, invece, si intendesse acquisire dati identificativi, sarebbe necessario prevedere adeguate garanzie, con una norma ad efficacia temporalmente limitata e conforme ai

principi di proporzionalità, necessità, ragionevolezza. In tal senso, andrebbe effettuata un'analisi dell'effettiva idoneità della misura a conseguire risultati utili nell'azione di contrasto. Ad esempio, apparirebbe sproporzionata la geolocalizzazione di tutti i cittadini italiani, 24 ore su 24, non soltanto per la massività della misura ma anche e, forse, preliminarmente, perché non esiste un divieto assoluto di spostamento e dunque la mole di dati così acquisiti non avrebbe un'effettiva utilità. Diversa potrebbe essere, invece, la valutazione relativa alla geolocalizzazione, quale strumento di ricostruzione della catena epidemiologica. In ogni

caso, è indispensabile una valutazione puntuale del progetto. Non è il tempo dell'approssimazione e della superficialità”. È certamente vero che la risposta della Cina al virus sembra abbia avuto i suoi effetti bloccando tutta la città di Wuhan e delle aree circostanti con un ampio monitoraggio pubblico dei cittadini, nonché vari metodi di punizione e premi per incoraggiare l’adesione a tali misure, sfruttando al tempo stesso un sistema di sorveglianza di massa, fortemente basato su tecnologia, big data, intelligenza artificiale e così via. Questa forse è una delle grandi differenze con la nostra realtà italiana.


Le Linee Guida dell’Anac in materia di whistleblowing Per il Consiglio di Stato non hanno natura vincolante Felicia De Capua I giudici di palazzo Spada sono stati chiamati di recente ad esprimere un parere sul documento intitolato «Linee Guida in materia di tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza in ragione di un rapporto di lavoro, ai sensi dell’art. 54-bis, del d.lgs. n. 165/2001 (c.d. whistleblowing)». L’ANAC con una nota inviata il 31 gennaio scorso ha formulato al Consiglio di Stato una serie di quesiti affinché potesse esprimere una valutazione in relazione a quanto contenuto nello schema delle Linee guida in questione. Attraversando vari temi, non prima di aver realizzato un excursus sulle disposizioni in materia, i giudici, si sono soffermati, tra l’altro, sulla natura delle Linee guida, da tempo all’attenzione di dottrina e giurisprudenza, al fine

di valutarne gli effetti nel caso di specie. Difatti si sono rivelati incerti i confini e l’individuazione, volta per volta, delle linee guida vincolanti e di quelle non vincolanti e, specie in dottrina, la loro riconducibilità alle fonti del diritto in senso proprio. A seguito di una ricca disquisizione che riprende, in particolare, la giurisprudenza del Consiglio di Stato e le sentenze della Corte Costituzionale, i giudici interpellati, attraverso l’analisi di vari indicatori, arrivano alla conclusione che in materia di whistleblowing le Linee guida hanno carattere non vincolante per le pubbliche amministrazioni. Inoltre, osservano, che nello stesso documento in esame – oltre che nella nota di trasmissione con cui è richiesto il parere – viene evidenziato, in premessa, che le Linee guida hanno l’obiettivo di fornire “indicazioni”. In più, il testo è

formulato in termini discorsivi e non precettivi. La Sezione prima, nel sostenere che le linee guida in questione abbiano carattere non vincolante, ritiene che vadano espunte dal testo attuale le formulazioni che presuppongono un obbligo di puntuale conformazione in capo alle amministrazioni. Tuttavia queste ultime avranno l’onere di esplicitare

le motivazioni dell’adozione di eventuali scelte diverse da quelle indicate nelle linee guida. Poiché tale conclusione non si può tradurre in omissione nell’adeguamento tempestivo da parte delle amministrazioni, i giudici suggeriscono all’ANAC di valutare l’opportunità di indicare termini temporali generali o anche distinti per tipologie o dimen-

sioni delle amministrazioni interessate, entro cui le stesse dovranno garantire l’adeguamento organizzativo e funzionale che assicuri il funzionamento dell’intero sistema whistleblowing. Questo in sostanza il risultato evidente del parere reso dal Consiglio di Stato nella seduta del quattro marzo scorso e pubblicato il giorno ventiquattro.

Viaggio nelle leggi ambientali ACQUE REFLUE Si configura il reato di cui all'art. 137 del D.L.vo 152/2006 quando lo scarico dei reflui provenienti da impianti di autolavaggio sia eseguito in assenza di autorizzazione, non potendo tali acque essere assimiliate a quelle domestiche. Gli impianti di autolavaggio hanno natura di insediamenti produttivi e non di insediamenti civili, in considerazione della qualità inquinante dei reflui, diversa e più grave rispetto a quella dei normali scarichi da abitazioni, e per la presenza di residui quali oli minerali e sostanze chimiche contenute nei detersivi e nelle vernici eventualmente staccatesi dalle vetture usurate. Ne consegue che lo sversamento sul suolo di tali acque, operato senza autorizzazione, è certamente idoneo a integrare il reato di cui sopra, che ha natura di reato di pericolo, non assumendo pertanto rilievo la circostanza che i prelievi su

comprensive dei criteri per la definizione del minimo deflusso vitale, ovvero le determinazioni delle competenti Autorità di bacino che le integrano, devono essere applicate nell'interpretazione di maggior tutela dell'ambiente anche alle situazioni pregresse ma non ancora definite, sicché le une e le altre, quali norme secondarie integrative del precetto primario, non possono violare quel principio consentendone un'applicazione deteriore. alcuni degli scarichi siano risultati nella norma. Cassazione Penale, Sezione III, Sentenza n. 3450 del 28/02/2020 ACQUA La Cassazione Civile, Sezioni Unite, con Sentenza n.22502 del 04/02/2020 ha stabilito che, poiché in materia ambientale vige il principio, di immediata derivazione euro-

pea, c.d. di precauzione e comunque l'obbligo, per gli Stati membri, di attuare le misure necessarie per impedire il deterioramento dello stato di tutti i corpi idrici superficiali in base anche alla Direttiva 2000/60/CE (ed al suo art. 4, comma 1, lett. i), come richiamata nelle premesse del D.M. 28 luglio 2004, anche le linee guida per la predisposizione del bilancio idrico di bacino,

INQUINAMENTO Va evidenziato, infatti, che ai sensi dell’articolo 240, comma 1 lett. t) del d.lgs. 152/2006 sono considerati condizioni di emergenza “gli eventi al verificarsi dei quali è necessaria l'esecuzione di interventi di emergenza, quali ad esempio: 1) concentrazioni attuali o potenziali dei vapori in spazi confinati prossime ai livelli di esplosività o idonee a causare

effetti nocivi acuti alla salute; 2) presenza di quantità significative di prodotto in fase separata sul suolo o in corsi di acqua superficiali o nella falda; 3) contaminazione di pozzi ad utilizzo idropotabile o per scopi agricoli; 4) pericolo di incendi ed esplosioni. In tali ipotesi rientrano quindi anche i casi di inquinamenti datati ma non risolti, come quello di cui è qui questione, atteso che la permanenza di matrici inquinate nell’area oggetto di indagine costituisce un pericolo ancora attuale (lett. t, numero 2). Infatti “l'urgenza è data dalla accertata presenza di qualsiasi fonte inquinante e dalla necessità di "evitare la diffusione dei contaminanti dal sito verso zone non inquinate e matrici ambientali adiacenti", in particolare quando la contaminazione riguardi corsi di acqua superficiali o falde.” Tar Lombardia (BS) - Sentenza del 27 febbraio 2020 n. 176. A.T.


La raccolta dei rifiuti ai tempi del Covid-19 Le nuove norme predisposte dall’Istituto Superiore di Sanità Cristina Abbrunzo L'Istituto Superiore di Sanità ha realizzato una guida pratica per eliminare i rifiuti in questo periodo di emergenza sanitaria che richiede nuove regole, soprattutto per chi è in isolamento domiciliare perché risultato positivo al coronavirus. Non sappiamo al momento se il Covid-19 sopravviva anche nei rifiuti urbani che potrebbero essere una nuova frontiera del contagio. Lo dice, appunto, l’Istituto Superiore di Sanità che, però, specifica: «Si deve considerare che i virus provvisti di involucro pericapsidico (envelope) – come il Sars-CoV2 – hanno caratteristiche di sopravvivenza inferiori e quindi sono più suscettibili a fattori ambientali (temperatura, umidità, luce solare, microbiota autoctono, pH, ecc.) e a trattamenti di disinfezione e biocidi». Si può ipotizzare, secondo l’Iss, che il nuovo coronavirus si disattivi, per analogia con altri virus con envelope, in un intervallo temporale che va da pochi minuti a un massimo di 9 giorni a seconda del materiale su cui è depositato, della concentrazione e delle condizioni microclimatiche. Intanto, cosa possiamo e dobbiamo fare? Verifichiamo nei siti delle aziende di pertinenza di raccolta e smaltimento rifiuti della propria città, se ci sono

specifiche indicazioni da seguire, ma in linea di massima tutti Comuni del territorio stanno adottando le stesse misure. Le nuove regole Si invitano tutti i cittadini a seguire le seguenti regole per raccogliere e gettare correttamente i rifiuti in questa fase di emergenza sanitaria: Se NON sei positivo al tampone e NON sei in quarantena: Continua a fare la raccolta differenziata come hai fatto finora separando correttamente i rifiuti (organico, carta, plastica, vetro, lattine ecc.). Se hai usato fazzoletti, mascherine e guanti, gettali nella raccolta indifferenziata (residuo secco). Per i rifiuti indifferenziati utilizza due o tre sacchetti possibilmente resistenti (uno dentro l’altro) all’interno del contenitore che usi abitualmente in casa. Chiudi bene il sacchetto dei rifiuti indifferenziati e gettalo come fai abitualmente nel contenitore per la raccolta dell’indiffereziato (sacco trasparente neutro). Se sei POSITIVO al tampone o in QUARANTENA obbligata: Non differenziare più i rifiuti di casa tua. Utilizza due o tre sacchetti possibilmente resistenti (uno dentro l’altro) all’interno del contenitore utilizzato per la raccolta indifferenziata nella

tua abitazione. Tutti i rifiuti (plastica, vetro, carta, umido, lattine e secco) vanno gettati nello stesso contenitore utilizzato per la raccolta indifferenziata (residuo secco). Anche i fazzoletti o i rotoli di carta, le mascherine, i guanti e i teli monouso vanno gettati nello stesso contenitore per la

raccolta indifferenziata. Indossando guanti monouso chiudi bene i sacchetti senza schiacciarli con le mani utilizzando dei lacci di chiusura o nastro adesivo. Una volta chiusi i sacchetti, i guanti usati vanno gettati nei nuovi sacchetti preparati per la raccolta indifferenziata (due o tre sacchetti possibilmente resistenti, uno dentro l’altro). Subito dopo lava le mani. Gli animali da compagnia non devono accedere nel locale in cui sono presenti i sacchetti di rifiuti. Gestione rifiuti indifferenziati I rifiuti indifferenziati dovranno essere gestiti come da procedure vigenti sul territorio e, ove siano presenti impianti di termodistruzione, deve essere privilegiato l’incenerimento, al fine di minimizzare ogni manipolazione del rifiuto stesso. Raccomandazioni per gli operatori del settore di raccolta e smaltimento rifiuti Relativamente agli operatori del settore dell’igiene ambientale (Raccolta e Smaltimento Rifiuti) si raccomanda l’ado-

zione di dispositivi di protezione individuale (DPI), come da gestione ordinaria, in particolare di mascherine (filtranti facciali) FFP2 o FFP3. Si raccomanda inoltre di effettuare in maniera centralizzata: - la pulizia delle tute e degli indumenti da lavoro, riducendo al minimo la possibilità di disperdere il virus nell’aria (non scuotere o agitare gli abiti), sottoponendo le tute e gli indumenti a lavaggi e seguendo idonee procedure (lavaggio a temperatura di almeno 60°C con detersivi comuni, possibilmente aggiungendo disinfettanti tipo perossido di idrogeno o candeggina per tessuti); - la sostituzione dei guanti da lavoro non monouso, nella difficoltà di sanificarli, ogni qualvolta l’operatore segnali al proprio responsabile di aver maneggiato un sacco rotto e/o aperto; - la sanificazione e la disinfezione della cabina di guida dei mezzi destinati alla raccolta dei rifiuti urbani dopo ogni ciclo di lavoro, facendo particolare attenzione ai tessuti (es., sedili) che possono rappresentare un sito di maggiore persistenza del virus rispetto a volante, cambio, ecc., più facilmente sanificabili. Tuttavia è da tenere in considerazione la necessità di non utilizzare aria compressa e/o acqua sotto pressione per la pulizia, o altri metodi che possono produrre spruzzi o possono aerosolizzare materiale infettivo nell’ambiente. L’aspirapolvere deve essere utilizzato solo dopo un’adeguata disinfezione. È consigliato l’uso di disinfettanti (es: a base di alcol almeno al 75% v/v) in confezione spray. Le norme per una corretta pulizia stradale Per il servizio di pulizia delle strade si dovrà sospendere nel periodo di emergenza COVID 19 l'utilizzo di soffiatori meccanici, degli spazzatori ad aria e dei servizi di spazzamento manuale. Si deve porre attenzione a ridurre al minimo il sollevamento della polvere. Il servizio di pulizia deve essere effettuato con lavaggi meccanici ad umido e ove non possibile con dispositivi manuali a getto d'acqua a pressione ridotta.


Siamo l’ultima generazione che può salvare il pianeta Serve una metamorfosi dell’umanità per superare la dittatura dello Stato-Nazione Andrea Tafuro Come ogni anno dal 1970, a fine marzo, si celebra l’ora della Terra. L’iniziativa è promossa dal WWF e ha come obiettivo principale la mobilitazione collettiva contro il cambiamento climatico. La più grande organizzazione mondiale per la conservazione di natura, habitat e specie in pericolo si prefigge di coinvolgere cittadini, imprese, istituzioni e governi di tutto il mondo. Tutti ci siamo ritrovati, il 28 marzo alle 20:30, a spegnere simbolicamente le luci per un’ora. Ma qual’ è il nostro rapporto con la Terra? L’immagine che abbiamo del nostro pianeta, nel corso della storia, ha assunto differenti significati: la Terra natale è simbolo di identità forte, sono le radici da rivendicare e difendere. Il pianeta Terra, visto dalle politiche dominanti spesso è il corpo celeste che include alcuni ed esclude altri. La Terra quando è la fonte di sussistenza scatena appetiti e interessi. La Terra-terrestre incita alla fuga mundi, per i pavidi e gli asceti, anziché all’assunzione di responsabilità. Ma quando l’essere umano ha avuto modo di riconoscersi, sempre più, come cittadino di un unico pianeta? Quando Cristoforo Colombo ha raggiunto le Americhe, convinto di dirigersi verso l’India, e Magellano, pochi anni dopo, ha confermato la sua intuizione completando il giro del mondo. Siamo agli inizi del 16° secolo, la Terra, improvvisamente, dopo più di un millennio di immobilismo geografico e culturale non è più al centro dell’universo, non è più piatta, non è ferma su sé stessa. L’homo scemens europeo scopre altre civiltà e diventa cosciente di vivere nella provincialità dell’area giudaico-islamico-cristiana. Si creano i primi ceppi meticci con l’importazione di manodopera dall’Africa. Verdura, frutta, cereali... virus, vengono importati da una parte all’altra del globo, è un’era caratterizzata da immigrazione, violenza, schiavitù. Scusate, ma non è l’era in cui siamo an-

cora immersi? Il colonialismo, lo sviluppo economico, l’espansione delle comunicazioni, il movimento di popolazioni, la crescita demografica, ha generato la mondializzazione dell’economia, delle idee, delle utopie e delle illusioni. Con l’umanesimo illuminista si afferma l’uguaglianza di diritti per tutti. La teoria evoluzionista fa discendere tutti dallo stesso primate e infine, cosa importante, il socialismo internazionalista lotta e aspira al-

l’unità pacifica e fraterna dell’umanità. Poi l’umanità è divenuta consapevole della potenzialità di autoannientamento, l’allarme ecologico ha portato l’attenzione su fenomeni non più locali, ma globali e l’interdipendenza diventa il principio su cui tutto si basa. Cresce la disuguaglianza tra paesi sviluppati e sottosviluppati, un problema che richiama soluzioni rispetto a questioni importanti e ineludibili. Le diverse realtà sono co-

strette ad incontrarsi e ne scaturisce l’arricchimento culturale, la partecipazione, che soprattutto attraverso il web permette di essere presenti nei punti più disparati del globo, in tempo reale. Nella società connessa sempre al resto del mondo, l’essere umano deve essere sempre pronto a fare cose nuove, abbiamo l’opportunità di sviluppare un nuovo dialogo uomo-mondo. In questa ricerca Edgar Morin, sociologo francese, ci propone prima

di ogni altra cosa di compiere un passo iniziale: la distinzione tra civilizzazione e cultura. La cultura è l’insieme delle credenze e dei valori caratteristici di una determinata comunità. La civilizzazione è invece il processo attraverso il quale si trasmettono da una comunità all’altra le tecniche, i saperi, le scienze. In “Terra-Patria”, sostiene che non si può pretendere di concepire il globale attraverso un sapere specialistico e settorializzato, che avrebbe lo scopo di semplificare l’universo tenendolo perciò sotto controllo, ma invece attraverso una rivoluzione culturale che conduca dal pensiero del semplice al pensiero del complesso. In altri termini non è attraverso la razionalizzazione, che riusciamo a comprendere i problemi attuali. È sotto gli occhi di tutti che, più aumenta il modello razionalizzatore, più aumenta l’incoscienza, cioè l’incapacità di cogliere il contesto planetario in tutte le sue urgenti problematiche. Morin scrive: “Dobbiamo imparare a essere qui sul pianeta. Imparare a essere, cioè abituarci a vivere, a condividere, a comunicare, a restare in comunione in quanto umani del pianeta Terra”. Mi viene spontanea una critica al modello di sviluppo sostenibile, così come enunciato nel 1990 da John Elkington, nel Triple Bottom Line, cioè essere economicamente praticabile, socialmente giusto e ambientalmente corretto. La mondializzazione mi fa credere che viviamo in una comunità di destino di tutti gli uomini e donne, abbiamo gli stessi problemi e subiamo le stesse minacce “... una patria è una comunità di destini, quindi la Terra è la patria comune che dobbiamo cercare di salvare in una situazione dove sembra non esserci più futuro e quindi prevalgono l’incertezza, la paura e le logiche regressive...”. L’uomo, è chiamato a lottare per un mondo migliore. E’questa la sfida lanciata da Edgar Morin. Io sono disposto a seguirlo.