Arpa Campania Ambiente n.4/2020

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Un accordo nazionale per i controlli sui rifiuti Arpac aderisce alla convenzione Snpa per incrementare le ispezioni agli impianti in un settore a rischio illegalità PRIMO PIANO

Coronavirus: la parola all’esperto

In Cina e nel mondo continua la propagazione del COVID-19 come lo ha battezzato l’Organizzazione Mondiale della Sanità, avvertita sin dal 31 dicembre 2019 della nuova SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome). L’epidemia ha un suo numero di riproduzione di base, R 0, che viene considerato meno di 1 quando si esaurisce nel passaggio da un individuo all’altro...

Con lo scopo di incrementare le attività di controllo degli impianti di gestione dei rifiuti che la normativa affida alle Province (ai sensi dell’art. 197 del Testo Unico Ambientale) e contribuire al contrasto degli illeciti sui rifiuti su tutto il territorio nazionale, Arpa Campania, insieme alle altre Agenzie Regionali, ha siglato una convenzione con Ispra, della durata triennale. In tale ambito è stato costituito un gruppo di lavoro per assicurare le attività di vigilanza e controllo in materia di gestione dei rifiuti....

ARPAC

Arpac a supporto delle Forze dell’Ordine

Sorvino-Marro-Grosso a pag.6

PRIMO PIANO

Rapporto Greenpeace sull’inquinamento da combustibili L’inquinamento atmosferico causa 4,5 milioni di morti premature all’anno nel mondo. Il costo dell’inquinamento atmosferico da combustibili fossili stimato in Italia è di 56mila morti premature e 61 miliardi di dollari (circa 54 miliardi di euro).

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NATURA & BIODIVERSITÀ

La tutela paesaggistica e la difesa del “bello”

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Pollice a pag.3

Il progetto Su-Eatable Life per le mense green

Nell’ambito del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, l’Arpa Campania è una delle realtà più impegnate nel supporto tecnico alle Autorità giudiziarie e alle Forze di polizia nell’ottica di contrastare i reati ambientali. Una nuova sezione del sito internet Arpac illustra, giorno per giorno, le attività dell’Agenzia svolte su incarico della Magistratura, degli Organi di polizia e delle strutture di protezione civile.

Bio-architettura Le “Aktivhaus” di Werner Sobek

Scelte alimentari sane e sostenibili per “pesare” meno sul Pianeta alla base di SU-EATABLE LIFE, progetto europeo triennale che intende dimostrare come, grazie all’adozione di una dieta ad hoc, sia concretamente possibile ridurre le emissioni di CO2...

NATUR@MENTE

Mi permettete semplicemente di cambiare il mondo?

Martelli a pag.11

Quanto è ampia la nozione giuridica di ambiente? La tutela apprestata dall'ordinamento può avere ad oggetto un paradigma squisitamente estetico? Come noto la nozione di ambiente è frutto di una costruzione dottrinaria e giurisprudenziale basata almeno per quanto in trattazione - sull'art. 9 della Costituzione, norma che pone «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione». Nel nostro ordinamento quindi - l’ambiente assume costituzionalmente la veste di “paesaggio”, inteso - secondo l'affascinante nozione fornita dal Predieri... Cammarano a pag.9

La F87 (Efficiency House Plus with Electromobility), realizzata nel cuore di Berlino al n. 87 della Fasanenstraße, e la prima “Casa Triplo Zero” (Zero Energy Building, Zero Emission Building, Zero Waste Building), arrocata su una piccola collina nel BadenWürttemberg, sono solo due degli esempi più noti delle “Aktivhaus”... Palumbo a pag.13

AMBIENTE & TRADIZIONE

AMBIENTE & DIRITTO

Grandi Napoletani, grandi Campani

Accesso civico: focus dei giudici amministrativi

Gaio Plinio Secondo “il Vecchio” La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… De Crescenzo-Lanza pagg.14 e 15

De Capua a pag.17

“Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni”. Queste parole, scritte da Karl Marx nel 1852, ci invitano a riflettere sul fatto che non possiamo sempre parlare del mondo nel quale vorremmo vivere, quanto piuttosto occorre confrontarsi sul mondo nel quale dobbiamo vivere. Il cittadino del ricco e opulento occidente consuma l’ambiente, così come una moltitudine di cittadini dei paesi poveri, per ogni singolo nato nei paesi sviluppati... Tafuro a pag.19


Coronavirus: la parola all’esperto Riflessioni del professore Giulio Tarro sull’epidemia che sta sconvolgendo il mondo In Cina e nel mondo continua la propagazione del COVID-19 come lo ha battezzato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), avvertita sin dal 31 dicembre 2019 della nuova SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome). L’epidemia ha un suo numero di riproduzione di base, R 0, che viene considerato meno di 1 quando si esaurisce nel passaggio da un individuo all’altro e tende a salire come nella precedente epidemia di SARS (2002-2003) tra 2 e 4 per arrivare al morbillo con valori di 12-18. L’attuale R 0 è stimata tra 2 e 3. Più di 70mila sono i contagiati al 17 febbraio 2020, con circa 2 mila morti. I voli con la Cina sono stati sospesi, mentre l’influenza stagionale ha contagiato e fatto morire un maggior numero di persone. Come prevenzione si suggerisce quanto già conosciamo per raffreddore ed influenza: frequente ed approfondito lavaggio delle mani e del viso, coprirsi con il gomito da tosse e starnuti, anche con mascherine ad hoc, stare a casa se ammalati, richiedendo l’immediato intervento sanitario se le difficoltà respiratorie riguardano soggetti al rientro dalla Cina da due settimane o meno (periodo di incubazione dell’attuale malattia da coronavirus, 2-14giorni). La città di Wuhan con 11milioni di abitanti e la provincia di Hubei in Cina vengono considerate l’epicentro della nuova epidemia da coronavirus (2019-nCoV). Il 30 gennaio l’OMS ha dichiarato questa epidemia un’emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale (Public Health Emergency of International Concern, PHEIC). Il periodo di isolamento coincide con quello del maggior tempo tra l’esposizione e l’inizio della sintomatologia, cioè 14 giorni sia fuori che all’interno della Cina. Nel tentativo di contenere il nuovo coronavirus per la sua facile diffusione, un punto cruciale è di stabilire se le persone contagiate possano trasmettere l’infezione senza sintomi. Secondo A. Fauci, direttore dell’NIAID (National Institute of Allergy and Infectious Diseases), questa trasmissione asintomatica può avvenire riportando quanto comunicato da affidabili colleghi cinesi. Tuttavia le due precedenti epi-

demie da SARS e MERS (Middle-East Respiratory Syndrome) si sono propagate da individui con sintomi di malattia. Maria van Kerkhove (OMS) afferma, per esperienza di altre malattie presentate come asintomatiche, che quando si cerca di approfondire l’anamnesi personale, i pazienti si trovano all’inizio della sintomatologia e pertanto non sono completamente asintomatici. Anche il personale sanitario sta pagando un grosso contributo alla patologia della nuova SARS con 1800 soggetti contagiati dal nuovo virus a metà febbraio e sei mortalità fra cui il Dr. Li Wen Liang, l’oculista che per primo ebbe sentore dello scoppio di una nuova epidemia lavorando al Wuhan City Central Hospital. Per il suo grido di allarme il 30 dicembre 2019, il giorno prima che le autorità cinesi comunicassero all’OMS dello scoppio di una epidemia cittadina di polmonite atipica, il Dr. Li ha dovuto fare marcia indietro per evitare di seminare il panico secondo le forze locali di polizia. Egli si infettava per un intervento di glaucoma su un paziente infetto il 10 gennaio e la diagnosi gli veniva confermata il 30 per morire il 7 febbraio. Giustamente considerato adesso un eroe anche al China Center for Disease Control. L’attuale epidemia ha superato la SARS precedente (20022003: 8096 casi diagnosticati e 774 morti) nel numero dei contagiati e dei morti a quasi 50 giorni (17 febbraio) dalla sua scoperta, oltre 70mila infetti e più di 1900 morti. La domanda principale riguarda la provenienza del nuovo coronavirus: osservando le nuove sequenze è paragonabile a quello che abbiamo già, sembra che sia un ricombinante di coronavirus conosciuti in precedenza. Al 20

gennaio 2020 ben 14 sequenze genomiche del 2019-nCoV sono state comunicate da 6 diversi laboratori che fanno capo al National Center for Biotechnology Information’s Genbank e al GISAID (Global Iniziative on Sharing All Influenza Data). I meccanismi molecolari che sono alla base della funzionalità e della patogenesi di questo nuovo virus sono stati studiati dai ricercatori dell’accademia cinese di scienze mediche e dall’Union Medical College di Pechino. Utilizzando 3 genomi del COVID-19, che sono stati sequenziati da campioni raccolti il 30-12-2019 e l’1-01- 2020 dalla National Institute Viral Disease Control and Prevention, che fa parte del CDC cinese e sono disponibili mediante il GISAID. Queste sequenze genomiche sono state paragonate a coronavirus tipo

un ramo filogenetico distinto da quello della SARS, anche se entrambi sono derivati dal coronavirus tipo SARS isolato nel pipistrello. Come il nuovo coronavirus sia mutato e si sia adattato all’uomo in breve tempo deve ancora essere focalizzato, sembra un ricombinante di un numero di diversi coronavirus conosciuti. È la terza volta che succede in 17 anni e non possiamo sapere se rappresentiamo l’ospite finale. “Almeno 50 coronavirus sono stati isolati nei pipistrelli (per lo più dall’intestino) che rappresentano il vero serbatoio di questa famiglia virale”. Cerchiamo adesso di stabilire l’eziopatogenesi, cioè il come ed il perché dell’attuale SARS e soprattutto come possiamo prevenire futuri scoppi epidemici. La sindrome respiratoria del medio oriente (MERS) ci aiuta

SARS di pipistrelli, a coronavirus della SARS umana e a coronavirus della MERS umana. Soltanto 5 nucleoditi sono stati trovati diversi su un totale di 29800 nucleoditi dei 3 genomi di COVID-19 e sono stati anche identificati 14 “open reading” frammenti, capaci di codificare per 27 proteine, includendo 4 proteine strutturali e 8 proteine accessorie. Ricerche precedenti indicano che le proteine accessorie possono mediare la risposta della cellula ospite nei riguardi del virus, che può influenzare la patogenicità e può fare parte della particella virale. Le proteine strutturali sono ben conservate tra tutti i coronavirus, mentre quelle accessorie sono generalmente uniche per ogni specifico gruppo di coronavirus. L’analisi del genoma del coronavirus COVID-19 dimostra chiaramente che appartiene ad

a capire la porta di entrata delle cellule da parte del virus sia del pipistrello che dei cammelli o dei diversi animali (zibetto, furetto, roditori, maiali, cani, gatti, scimmie) per arrivare poi a noi umani. Prima i serpenti poi il pangolino (un formichiere) sono stati ipotizzati come animali intermedi nell’attuale epidemia. La trasmissione originale all’uomo è verosimilmente avvenuta mentre si preparava la carne cruda da animali che sono il serbatoio di questi virus, ci si infetta attraverso abrasioni e tagli della cute. Questo procedimento è simile a quello avvenuto per il virus ebola e per l’HIV (AIDS) che presumibilmente sono emersi nella popolazione umana a causa della preparazione di carne proveniente da animali selvatici in Africa. Per spiegare i recenti casi di trasmissione interu-

mana, si è risaliti a pazienti capaci di diffondere più facilmente il virus per via aerea (aerosol) come per l’influenza ed anche osservato per la MERS nell’episodio epidemico avvenuto in Corea del Sud (2015). C’è soltanto da commentare che dei casi cinesi diagnosticati 25mila sono già guariti, mentre in Italia siamo da tre giorni in piena sindrome da panico senza considerare in particolare che il centro di controllo delle malattie (CDC) in Cina riporta un andamento clinico mite per ben l’81% dei soggetti affetti dal coronavirus, con solo 4,7% di decorso grave, ed il 13,8% intermedio. Le prospettive a questo punto dipendono dal comportamento epidemiologico tipo prima SARS esaurendosi e rimanendo una zoonosi nella provincia di origine oppure dando luogo ad epidemie sporadiche come la MERS e l’influenza aviaria relativamente per pochi individui ovvero, infine, diventando una virosi respiratoria umana stagionale come nel caso dell’ultimo virus influenzale del 2009 o degli altri coronavirus regionali meno aggressivi. In attesa della preparazione di un vaccino specifico che possa prevenire la ulteriore diffusione di questo coronavirus COVID-19, previsto secondo l’OMS tra 18 mesi, bisogna tenere presente una terapia sintomatica e similare a quella dell’influenza stagionale, specialmente per i soggetti più anziani e con svariate patologie che li rendono più sensibili al virus – diabetici, cardiopatici, broncopatici eccetera. Gli antibiotici servono per le infezioni batteriche secondarie, mentre i cortisonici vengono sconsigliati. Infine gli antivirali suggeriti vanno dall’Interferon e la Ribavirina, alla terapia antiHIV con Lopinavir/Ritonavir per finire al nuovo prodotto Remdesivir usato per l’ebola. Ovviamente come le gammaglobuline per il tetano, gli anticorpi del plasma dei soggetti guariti rappresentano un logico impiego per i pazienti più gravi. Prof. Giulio Tarro Primario emerito dell’ Azienda Ospedaliera “D. Cotugno”, Napoli Chairman della Commissione sulle Biotecnologie della Virosfera, WABT – UNESCO, Parigi

fonte: www.lavocedellevoci.it


Rapporto Greenpeace: “Aria tossica, il costo dei combustibili tossici” Tina Pollice L’inquinamento atmosferico causa 4,5 milioni di morti premature all’anno nel mondo. Il costo dell’inquinamento atmosferico da combustibili fossili stimato in Italia è di 56mila morti premature e 61 miliardi di dollari (circa 54 miliardi di euro). Nel rapporto Aria tossica: il costo dei combustibili fossili, diffuso da Greenpeace Sudest asiatico e Crea (Centre for Research on Energy and Clean Air), per la prima volta, si è quantificato il costo globale dell’inquinamento, una cifra pari a circa 8 miliardi di dollari al giorno, e, a 2.900 miliardi di dollari all’anno. È il 3,3 per cento del prodotto interno lordo mondiale. Le stime si basano su set pubblici di dati globali che descrivono le concentrazioni a livello di superficie di PM2.5, O3 e NO2, analisi della World Health Organization e studi pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali: Proceedings of the National Academy of Sciences, Environmental science & technology, The Lancet. Il numero dei morti stimati in un anno supera di

oltre tre volte quelli causati da incidenti stradali. L’esposizione a PM2.5 è associata anche a casi di ictus, e almeno 600mila morti ogni anno per infarto sono riconducibili all’esposizione a PM2.5 dai combustibili fossili. L’esposizione al solo PM2.5 generato da combustibili fossili è collegata, ogni anno a livello globale, a circa 1,8 miliardi di giorni di assenza dal lavoro per malattia, con una conseguente perdita economica annua pari a circa 101 miliardi di dollari. La combustione di carbone, petrolio e gas aumenta anche, anno dopo anno, l’incidenza sulla popolazione delle malattie croniche, contribuendo a milioni di visite mediche e a miliardi di giorni di assenza dal lavoro per malattia. Uno dei focus del rapporto riguarda i bambini, dato che, in particolare nei Paesi a basso reddito, l’inquinamento atmosferico è una delle principali minacce per la loro salute. Nel mondo, si stima che circa 40mila bambini al di sotto dei 5 anni muoiano ogni anno a causa dell’esposizione a PM2.5, derivante dalla combustione di derivati fossili.

L’inquinamento atmosferico proveniente da PM2.5 è anche collegato a circa 2 milioni di parti prematuri ogni anno. Il biossido di azoto NO2, anch'esso derivante

dall’utilizzo dei combustibili fossili nei veicoli, nelle centrali elettriche e nelle industrie, è associato a circa 4 milioni di nuovi casi di asma tra i bambini ogni anno. Si

stima che a livello globale circa 16 milioni di bambini nel mondo siano affetti da asma, a causa dell’esposizione a NO2 derivata da tale combustione. Inoltre, circa 7,7 milioni di visite mediche in pronto soccorso per asma sono attribuibili ogni anno all’esposizione a PM2.5 e ozono O3 prodotti dall’utilizzo dei fossili. Secondo Greenpeace, i governi di tutto il mondo potrebbero e dovrebbero contribuire a ridurre questi numeri promuovendo un trasporto sostenibile, arrivando a “stabilire una data certa per lo stop alle vendite di veicoli a motore a combustione interna” (benzina e diesel, ma anche metano e gpl), rafforzando “trasporto pubblico, infrastrutture pedonali e ciclistiche sicure, e forme di mobilità a basse emissioni”. I suggerimenti, sono gli stessi consigliati negli ultimi anni da scienziati e da chiunque si occupi di lotta ai cambiamenti climatici, e, prevedono di abbandonare carbone, petrolio e gas, interventi necessari per ottenere miglioramenti significativi per la salute delle persone, riducendo drasticamente l’inquinamento atmosferico.


Turismo sostenibile: i Parchi italiani tra i più premiati dal Parlamento Europeo Bruno Giordano Sono italiani i parchi più premiati per il turismo sostenibile nelle aree protette. La conferma è giunta con la recente premiazione, presso il Parlamento europeo, delle aree protette che hanno ottenuto o confermato quest’anno la Carta europea per il turismo sostenibile, CETS, l’importante riconoscimento di Europarc Federation, di cui Federparchi è la sezione italiana, che attesta il processo partecipativo di un Parco con gli operatori turistici all’insegna dello sviluppo sostenibile. La CETS è un processo di partecipazione in cui gli operatori che agiscono nell’Area protetta sono parte attiva sui temi del turismo sostenibile. La Carta prevede l’elaborazione di strategie e piani d’azione particolareggiati per il territorio con l’obiettivo di produrre benefici per le comunità, per l’ambiente e per lo sviluppo delle comunità. Il

percorso della Carta si articola in tre fasi che prevedono progressivamente il coinvolgimento degli operatori turistici locali e di tutti i soggetti interessati, sino ai tour operator, al fine di garantire sempre il bilanciamento fra tutela ambientale e sviluppo dei territori. La CETS in Italia si sta diffondendo nelle Aree protette, grazie all’azione di coordinamento di Federparchi che segue gli enti parco nell’iter di certificazione, e, grazie all’importante funzione del ministero dell’Ambiente per la costruzione di una visione comune del sistema delle aree protette dove, anche nel settore del turismo, la eco-compatibilità diventa elemento cardine negli interventi di sviluppo. Sono otto le Aree protette italiane che, quest’anno, hanno ottenuto il riconoscimento: i parchi nazionali del Pollino, dei Monti Sibillini, dell’Alta Murgia, dell’Appennino Tosco Emiliano insieme al Parco

delle Colline Metallifere in provincia di Grosseto, l’Area Marina Protetta di Torre Cerrano (Abruzzo) e ottengono per la prima volta la CETS il Parco Nazionale dello Stelvio e quello Regionale della Maremma. Oggi il turismo o è sostenibile o non lo è. Ogni anno abbiamo 27 milioni di presenze turistiche, una filiera che conta 105mila posti di lavoro e un valore di 5,5 miliardi. Numeri che confermano come i parchi e le aree protette italiane sono luoghi di grande bellezza, di natura, di paesaggi. Luoghi dove, insieme a flora e fauna da tutelare, ci sono comunità operose, territori ricchi di tradizione ed aperti alle innovazioni e alle sfide del futuro. Le Aree protette hanno il compito di salvaguardare gli habitat e di trovare il giusto punto di equilibrio fra la conservazione e le necessità di sviluppo che deve essere rigorosamente improntato alla sostenibilità ambientale.

In Israele il deserto che fiorisce d’inverno Questo spettacolo della natura viene celebrato con il Festival Darom Adom Rosario Maisto Ogni anno, in questo periodo, a Nord del deserto Israeliano dall’arida terra spunta l’erba che si colora con migliaia di anemoni rossi, questo succede al termine della stagione delle piogge, quando la terra colma di acqua rilascia i suoi frutti. L’anemone è un fiore molto comune in Israele, ma vederlo d’inverno e per di più in mezzo al deserto è un’esperienza unica, la cui fioritura è però una bellezza fragile, che, una volta raggiunto il massimo splendore, non dura più di una settimana. Questo spettacolo della natura viene celebrato con il Festival Darom Adom dall’ebraico “Sud Rosso” che coinvolge i vari centri della regione di Eshkol, nel Nord del Paese, il festival è nato nel 2007 per dare risalto non solo al de-

serto fiorito, ma anche ai centri abitati che hanno la fortuna di ospitare questo straordinario fenomeno, così, ogni fine settimana, si svolgono tante attività per le fa-

miglie, i turisti e i tantissimi escursionisti che attraversano il Negev. In questo maestoso deserto però, non ci sono solo i fiori, a chi arriva in queste zone appare come

un miraggio la gola di Ein Avdat, piccola oasi nella valle del fiume Zin, a metà strada tra Gerusalemme e le coste del Mar Rosso, un piccolo Eden, con famiglie di timidi stambecchi nubiani che si abbeverano alla piscina naturale dove si specchiano le imponenti pareti del canyon, tra tamarischi e pioppi del deserto, nella roccia si notano gli incavi abitati dai monaci in epoca bizantina, tutto intorno, solo una distesa a perdita d’occhio di sabbia e roccia. Gli eremiti scelsero questo luogo per meditare sul divino per la stessa ragione che porta qui ogni giorno, da ogni direzione, le antilopi e gli avvoltoi, l’acqua che sgorga in superficie dopo un lungo percorso nelle profondità della terra. Nel deserto del Negev, circa il 60% del territorio israeliano,

paesaggio arido tagliato in due dalla Route 40, orlato in lontananza da montagne color ocra e sparso di accampamenti beduini, piccoli villaggi e meraviglie geologiche, l’acqua è tutto. Proprio l’acqua, insieme al vento, dà origine a delle spettacolari sculture naturali della Valle del Timna, qui, nel corso di milioni di anni, gli agenti atmosferici hanno plasmato archi, colonne e piramidi dalle rocce di arenaria lungo i wadi, letti di antichi fiumi che, in particolari periodi dell’anno, in concomitanza con forti piogge, generano, oggi come migliaia di anni fa, violente inondazioni lampo, tra le formazioni più suggestive ci sono gli hoodoo, grandi funghi rocciosi disseminati nel parco dove l’acqua, piena dopo piena, ha assottigliato la parte inferiore di un’antica colonna di pietra.


Classificazione degli impianti di accoglienza per cani Pasquale Falco Gli impianti che ospitano cani possono essere di diverse tipologie e finalità; il quadro complessivo si è andato delineando negli ultimi decenni con diverse norme. Di seguito se ne ripropone una rapida sintesi e conseguente classificazione. Nel periodo antecedente gli anni ’90 del secolo scorso, l’impianto di accoglienza per cani più diffuso era il canile pubblico comunale, dove si effettuava, sotto vigilanza veterinaria, il controllo di malattie infettive, come la rabbia, e il controllo del randagismo, col ricorso all’eutanasia. I cani randagi catturati venivano trattenuti per non più di tre giorni e quindi soppressi, se non reclamati dal proprietario. Con la Legge Quadro (L. n.28/1991), il cane, quale animale di affezione, acquisisce il diritto ad essere tutelato. Si prevedono due tipi di strutture: il canile pubblico comunale ed il canile rifugio, separati, anche se adiacenti. Il canile pubblico, definito anche canile sanitario, di proprietà del Comune, che può essere dato in gestione ad associazioni protezionistiche, ospita temporaneamente il cane vagante, catturato o abbandonato, per un necessario periodo di osservazione (da un minimo di 10-15 giorni fino ad un massimo di 60 giorni); se in questo periodo non ne viene reclamato il possesso, il cane viene affidato o ad un nuovo proprietario, o viene affidato ad un canile rifugio. In sostanza il canile sanitario è un reparto di

isolamento con funzione di filtro, in cui, mediante permanenza in box individuali, è garantito il benessere dell’animale. Il canile rifugio, invece, è destinato ad ospitare i cani che hanno superato favorevolmente il periodo di osservazione sanitaria. La Legge n.349/1993 disciplina l’attività cinotecnica (allevamento, selezione e addestramento delle razze canine) e la figura dell’allevatore. Chiunque abbia una femmina di qualsiasi razza canina, che fa una cucciolata, è definito “allevatore”; può diventare “allevatore amatoriale”, non inquadrato dal punto di vista fiscale, ma riconosciuto dall’ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiana), se è proprietario, da almeno un anno, di due femmine della stessa razza che, dopo essere state presentate in esposizione, abbiano ottenuto la qualifica di almeno "Molto Buono", ed abbiano entrambe prodotto una cucciolata. Inoltre, è chiaramente necessario che dimostri di avere gli spazi e le strutture adatte alla crescita dei cuccioli. Con questa legge, quella cinotecnica diventa attività imprenditoriale agricola, quando i redditi che ne derivano sono prevalenti rispetto a quelli di altre attività economiche non agricole svolte dallo stesso soggetto; il tempo dedicato all’attività viene quantificato in giorni lavorativi (più del 50% dei giorni lavorativi annui). In tal caso i soggetti che esercitano l'attività cinotecnica, così come sopra, sono imprendi-

tori agricoli, ai sensi dell'art.2135 del cod. civile. Non sono comunque imprenditori agricoli gli allevatori che in un anno hanno meno di 5 fattrici e producono meno di 30 cuccioli. Se si verificano entrambe queste due ultime condizioni, è allora possibile l’iscrizione presso la Camera di Commercio come imprenditore agricolo e alle liste dei coltivatori diretti e beneficiare così di tutte le agevolazioni relative al settore agricolo. In assenza di tali requisiti, invece, coloro che praticano l’attività cinotecnica possono richiedere l’iscrizione presso la Camera di Commercio come imprenditori commerciali. Le principali attività della cinofilia vanno dall’allevamento (amatoriale e professionale), alla pensione per cani, all’addestramento, alla prestazione di servizi di toelettatura; ovviamente tali attività possono coesistere in varie forme. Infine, il D.lgs n.26/2014, di recepimento della direttiva n.2010/63/UE, detta regole per l’utilizzo, in esperimenti scientifici di molteplici specie di animali, tra cui anche i cani, il cui utilizzo è vietato in linea di principio, ma ammesso in deroga. Vengono individuate caratteristiche tecnico-strutturali e micro ambientali (grandezze superficiali delle aree di contenimento, ventilazione, temperatura, umidità, illuminazione, rumore) dei locali di permanenza degli animali. Nel diagramma di sintesi le diverse tipologie di impianti.

Standard costruttivi delle strutture

Fin dall’addomesticazione, risalente a circa 40.000 anni fa, l’uomo ed il cane hanno convissuto in un rapporto di reciproco vantaggio, guadagnando il primo un valido compagno di caccia e un attento guardiano capace di avvisarlo di pericoli incombenti, ricevendo il secondo, lasciata la sua natura di lupo, cura ed alimentazione. Oggigiorno tale rapporto si è ancor più consolidato, in quanto, pur divenendo secondario il ruolo di guardiano, e marginale quello di compagno di caccia, per quei pochi che ancora praticano l’attività venatoria, grande importanza sociale hanno acquisito i ruoli attuali che i cani d’affezione o da compagnia ricoprono: basti pensare alla fedele e quotidiana compagnia che forniscono a grandi e piccini, alla valenza curativa nella pet terapy, al salvataggio durante catastrofi sismiche, valanghe, a mare, ai cani guida per i non vedenti, ai cani molecolari in grado di avvertire, come strumenti diagnostici, gravi malattie dell’uomo, o in grado di rilevare la presenza di esplosivi e droghe. Può accadere di frequente che il proprietario si debba separare dal proprio animale per un certo tempo, lasciandolo in un impianto di accoglienza dove, in sua assenza, sia comunque garantita sicurezza e confort; questi impianti, infatti, oltre a garantire pulizia, profilassi igienico-sanitaria, corrette razioni alimentari, assistenza agli animali, devono essere dotati di elementi strutturali di base, deputati all’accoglienza vera e propria dei cani, realizzati secondo determinati standard progettuali. La norma regionale (DGR n. 209/2014) detta le regole su vari aspetti (caratteristiche generali, copertura parziale dalle intemperie, pavimentazione, ampiezza della superficie in ragione del numero di ospiti) e distingue i principali elementi strutturali di base: a. il box, destinato ad accogliere un solo animale e per questo definibile “box singolo”, deve avere una zona coperta ed una scoperta di superfici adeguate, così come alla tabella seguente, con annessa, eventualmente, una ulteriore area di esercizio scoperta, da utilizzarsi per favorire l’attività fisica del soggetto ospitato. b. il box multiplo, che accoglie stabilmente più cani, deve tener conto delle necessità fisiologiche e biologiche degli animali in gruppo e quindi del possibile instaurarsi di gerarchie tra i cani; ai box multipli si applicano le stesse caratteristiche costruttive e tecniche dettate per i box singoli. I box anzidetti, chiusi, siano essi per singoli cani o collettivi, di isolamento o meno, temporanei o permanenti, dovendo assolvere alla funzione di ricovero, devono essere freschi d’estate, caldi d’inverno, arieggiati comunque, coperti o parzialmente coperti, dotati di cuccia o giaciglio, suddivisi in una zona di ricovero vero e proprio e un annesso parchetto, cosicchè l’animale possa davvero trovarvi tranquillità e sentirvisi sicuro; dovranno essere facilmente lavabili e disinfettabili, avere un adeguato sistema di drenaggio delle acque e dei liquami. c. l’area di comune utilizzo per la ricreazione, definita “recinto di sgambatura o di sguinzagliamento”, è destinata a soddisfare le necessità fisiologiche, biologiche ed etologiche di cani costretti a vivere in spazi ristretti, prevedendo, anche a più cani contemporaneamente, il bisogno di sgambare su spazi differenziati, magari su terreno con erba anziché in cemento, per qualche ora nell’arco della giornata. P.F.


Un accordo nazionale per i controlli sui rifiuti Arpac aderisce alla convenzione Snpa per incrementare le ispezioni agli impianti in un settore a rischio illegalità Luigi Stefano Sorvino Claudio Marro Alberto Grosso Con lo scopo di incrementare le attività di controllo degli impianti di gestione dei rifiuti che la normativa affida alle Province (ai sensi dell’art. 197 del Testo Unico Ambientale) e contribuire al contrasto degli illeciti sui rifiuti su tutto il territorio nazionale, Arpa Campania, insieme alle altre Agenzie Regionali, ha siglato una convenzione con Ispra, della durata triennale. In tale ambito è stato costituito un gruppo di lavoro per assicurare le attività di vigilanza e controllo in materia di gestione dei rifiuti di cui all’art. 206/bis del D.Lgs. 152/2006 in supporto alla Direzione generale per i rifiuti e l’inquinamento del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. La convenzione tra Ispra e gli altri soggetti del Snpa prevede sopralluoghi e controlli sugli impianti di gestione dei rifiuti, individuati sulla base di indicazioni fornite dal Ministero dell’Ambiente che tengono conto sia della loro distribuzione territoriale, della tipologia di flussi di rifiuti gestiti e delle criticità dimostrate in termini di raggiungimento degli obiettivi di recupero e riciclaggio fissati dalla normativa europea. In particolare, i controlli riguarderanno:

- impianti di trattamento veicoli fuori uso (autodemolizione, rottamazione, frantumazione) - impianti di trattamento Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) - impianti di smaltimento e recupero in procedura semplificata Inoltre, il Mattm ha richiesto uno studio sui flussi di rifiuti in entrata e in uscita dagli impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb) e sulla loro composizione merceologica. Si tratta della prima convenzione operativa del Snpa sottoscritta con la Direzione generale per i rifiuti e l’inquinamento del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare con la quale viene appositamente finanziato un programma di sopralluoghi e controlli sugli impianti di gestione dei rifiuti. Il Pod (Piano operativo di dettaglio) annesso alla convenzione prevede, per la prima annualità:

• controlli annuali su un campione di circa 350 impianti di gestione dei rifiuti (per il primo anno sono stati individuati come prioritari gli stoccaggi in procedura semplificata, impianti trattamento Raee e autodemolitori) presenti sul territorio nazionale; • analisi merceologiche sul rifiuto urbano indifferenziato in ingresso agli impianti e sui flussi misti in uscita (sopravaglio e sottovaglio ove possibile), al fine di identificare le diverse frazioni merceologiche riciclabili (frazioni metalliche quali alluminio, rame, ferro, plastiche, organico, eccetera). Arpac, sulla base della convenzione sottoscritta e grazie alle risorse economiche supplementari previste, effettuerà: • 26 ispezioni per il primo anno, così ripartite: 3 in provincia di Avellino, 3 in provincia di Benevento, 7 in provincia di Caserta, 7 in provincia di Napoli e 6 in provincia di Salerno; • 14 analisi merceologiche sui rifiuti in ingresso ed in uscita ai 7 impianti Tmb della regione Campania. In tabella il dettaglio delle ispezioni previste e delle analisi merceologiche per ciascun dipartimento provinciale e per ciascuna tipologia di impianto (Vfu – Gestione Veicoli fuori uso, Raee – gestione Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche; Semplificate – Gestione autorizzata in procedura semplificata). Tutte le attività della prima annualità dovranno concludersi entro il 24 luglio 2020. Con la convenzione ci si propone anche di adottare procedure omogenee tra le diverse Agenzie e la possibilità di divulgare risultati uniformi e confrontabili nelle diverse realtà, utilizzando per

le ispezioni format condivisi. Per l’annualità 2020/2021 è prevista l’estensione delle ispezioni agli impianti che applicano la disciplina “End of Waste” di cui all’art.184 ter comma 3 ter del D.Lgs.152/06, anche in riferimento alle Linee guida del Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente approvate recentissimamente nella seduta del Consiglio del 6 febbraio 2020, con Deliberazione n. 67. I controlli oggetto della convenzione si sommano e si integrano a quelli che Arpac effettua sugli impianti di gestione rifiuti dotati di Autorizzazione integrata ambientale (Aia) nonché di quelli che l’Agenzia assicura annualmente a supporto dell’Autorità e della Polizia giudiziaria, diventati, questi ultimi, sempre più assidui negli ultimi anni anche a causa dei frequenti incendi che hanno interessato gli impianti campani. L’auspicio è che i controlli straordinari che Arpac effettua in casi di emergenze o incidenti diventino sempre più rari per lasciare più spazio ai controlli ordinari e programmati, come quelli previsti dalla convenzione con Ispra. Tali controlli, pur se effettuati in un contesto di carenze di risorse umane, mirano a prevenire le criticità ambientali connesse con la gestione di questi impianti attraverso la verifica del rispetto delle autorizzazioni ambientali. In quest’ottica è fondamentale attivare gli accordi e le convenzioni con gli Enti istituzionalmente preposti al controllo della gestione, intermediazione e commercio dei rifiuti (Province) o con gli Enti e le Istituzioni direttamente o indirettamente coinvolte (Mattm, Regione, Enti d’ambito, eccetera).


End of Waste, pubblicate linee guida Snpa per il recupero dei rifiuti Quand'è che un rifiuto può cessare di essere considerato uno scarto e tornare a essere utilizzato? Sull' "end of waste" (in italiano, "cessazione della qualifica di rifiuto") sono state di recente pubblicate le linee guida elaborate dal Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente. È un risultato, a cui ha lavorato anche l'Arpa Campania, che discende dalle norme introdotte lo scorso autunno con la legge 128 del 2019, che hanno ridefinito il percorso per recuperare i rifiuti trasformandoli in prodotti. Le nuove norme prevedono, tra l'altro, un sistema di controlli sugli impianti di gestione e recupero dei rifiuti, affidati all'Ispra e alle agenzie regionali/provinciali per la protezione dell'ambiente. Spetta dunque al Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente il compito di effettuare i controlli su quegli impianti per il recupero dei rifiuti che hanno ricevuto l'autorizzazione dalle Regioni. La legge 128 del 2019, di conversione del decreto-legge 101 del 2019, recante disposizioni urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali, ha infatti modificato l'articolo 184 ter del decreto legislativo 152 del 2006, sulla cessazione della qualifica di rifiuto. A rilasciare le autorizzazioni agli impianti saranno le autorità competenti e queste, entro dieci giorni dalla notifica all'impianto, dovranno trasmettere al-

l'Ispra i relativi provvedimenti per l'autorizzazione, in modo che il Snpa sia informato sulla presenza, in ciascuna regione, di impianti che recuperano rifiuti. Per ottemperare e operare le verifiche sugli impianti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, il Sistema ha stilato le Linee Guida SNPA n. 23/2020. Un documento con cui si definisce un sistema comune di pianificazione ed esecuzione delle ispezioni. La conformità degli impianti sarà valutata "caso per caso", in base a quanto stabilito dal comma 3 ter dell'articolo 184 ter. La legge stabilisce che l'Ispra o l'Arpa/Appa, territorialmente competente e comunque delegata da Ispra, effettui controlli a campione sull'impianto, che siano verificate la conformità delle modalità operative e gestionali, i rifiuti in ingresso, i processi di recupero e le sostanze o gli oggetti in uscita.

Arpa Campania a supporto delle Forze dell’Ordine Nell’ambito del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, l’Arpa Campania è una delle realtà più impegnate nel supporto tecnico alle Autorità giudiziarie e alle Forze di polizia, agli Organi straordinari ed ai Vigili del Fuoco, nell’ottica di contrastare i reati ambientali e valutarne gli effetti. Una nuova sezione del sito internet Arpac illustra, giorno per giorno, le attività dell’Agenzia svolte su incarico della Magistratura, degli Organi di polizia e delle strutture di protezione civile. In particolare, nella pagina “attività dell’Agenzia”, verranno riportate le statistiche sugli interventi dell’Arpa Campania

richiesti dalle Autorità giudiziarie e dalle Forze di polizia, mentre la pagina “risultati delle attività” rimanda ai materiali diffusi da Procure della Repubblica e Comandi delle forze dell’ordine, in cui viene citato il contributo fornito dall’Agenzia ambientale. È una sezione informativa, realizzata grazie alla collaborazione tra realtà istituzionali, che ha lo scopo di promuovere la “mission” dell’Agenzia ambientale come braccio tecnico delle istituzioni, in una regione dove è particolarmente alta l’attenzione dell’opinione pubblica sul fronte del contrasto agli ecoreati.

Ecoreati: Arpac e Carabinieri Forestali collaborano alla formazione degli ufficiali con esercitazioni sul campo Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 28 febbraio 2020 - Anno XVI, N.4 Edizione chiusa dalla redazione il 28 febbraio 2020 DIRETTORE EDITORIALE Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE Pietro Funaro CAPOREDATTORI Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE Savino Cuomo HANNO COLLABORATO I. Buonfanti, M. Cammarano, F. De Capua, G. De Crescenzo, B. Giordano, P.Falco, A. Grosso, G. Loffredo, R. Maisto, C. Marro, L. Monsurrò, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice SEGRETARIA AMMINISTRATIVA Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO Pietro Vasaturo EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

Prosegue la collaborazione tra Arpac e Carabinieri forestali per la formazione degli allievi ufficiali dell’Arma destinati a lavorare nell’ambito del contrasto agli ecoreati. Dopo un primo intervento di docenza che si è tenuto lo scorso ottobre, a inizio febbraio l’Agenzia ha inviato un proprio funzionario nella sede del Centro di addestramento dei Carabinieri forestali, situato a Castel Volturno, per contribuire alla formazione di undici allievi ufficiali con una serie di attività didattiche ed esercitative. In particolare, agli allievi ufficiali dei Carabinieri forestali sono state illustrate le attività di Arpac finalizzate a valutare la salubrità dei terreni della cosiddetta Terra dei fuochi. Gli allievi ufficiali hanno svolto un’esercitazione sul campo, condotta dall’ingegnere Roberto Bardari (Direzione tecnica Arpac – UO Rifiuti e uso del suolo) con attività di campionamento di terreni e acque propedeutici all’esecuzione di indagini chimico-fisiche. Le attività sul campo si sono svolte su terreni ricadenti nell’Area vasta di Bortolotto, già oggetto di indagine nell’abito delle attività svolte nella Terra dei fuochi in seguito all’approvazione della legge 6 del 2014.


L’inverno 2019/20 più caldo degli ultimi 30 anni La presenza scomoda dell’anticiclone sull’Europa ha negato il freddo e le piogge sull’Italia Gennaro Loffredo La stagione invernale 2019/20 è terminata. In Italia è stato un trimestre governato dalla quasi totale assenza di ondate di freddo degne di nota e da piogge concentrate segnatamente nella prima metà del mese di Dicembre. Le condizioni meteorologiche dei paesi affacciati al Mediterraneo, infatti, sono state caratterizzate dalla presenza ingombrante di un’area di alta pressione di matrice africana, la quale (soprattutto nei mesi di gennaio e febbraio) ha fatto da scudo all’ingresso delle piovose perturbazioni atlantiche, quest’ultime deviate verso latitudini elevate. I Forti gradienti di pressione tra il Mediterraneo e l’Europa del nord sono state la causa delle numerose ed intense tempeste che hanno sconvolto vari paesi dell’Europa centrale ed occidentale mentre, grazie alla protezione delle Alpi e degli Appennini, il nostro versante è stato interessato da venti caldi e secchi di fohn che hanno lievitato le temperature su valori da primavera inoltrata, specie sul nord ovest e sul versante adriatico, nonché sulle nostre isole maggiori. Torino spetta il primato della città più calda e

secca del trimestre invernale, dove il 3 febbraio ha registrato un valore di 27°C. Clima primaverile per lunghi tratti anche sulla città di Napoli, dov’è mancato il suggestivo spettacolo del Vesuvio imbiancato. L’intera Europa ha vissuto una stagiona invernale eccezionalmente calda. La città di Mosca, per citare un esempio, ha registrato temperature nell’ordine dei 10°C al di sopra dei valori normali per lunghi tratti della stagione fredda. Bisogna tornare indietro sino al 1990 per trovare una simile stagione mite e “anomala” ma ciò che impressiona è che, analizzando i dati raccolti dal centro europeo di previsioni a medio lungo termine, molto probabilmente questa anomalia potrebbe proseguire anche nelle prossime settimane. Certo, nelle città non si è sofferto il freddo e i termostati delle case sono rimasti a livelli autunnali, ma nelle campagne si rischia il disastro con le fioriture anticipate delle mimose e dei mandorli di parecchie settimane. Anche la fauna ha risentito di questa fase anomala; molte specie animali sono usciti prematuramente dal letargo scombussolando il loro equilibrio biologico. Gennaio e

Febbraio sono risultati i mesi più caldi della norma di circa 2°C sulla nostra penisola, soprattutto al nord. E anche le precipitazioni sono state di gran lunga inferiori alla media stagionale su tutto il nostro paese, con scarsa o totale assenza di neve su tutto il nostro comprensorio appenni-

nico. Un inverno senza neve ha messo in crisi l’industria del turismo invernale, con diversi impianti sciistici chiusi a causa delle temperature elevate che non permettevano la buona riuscita dell’innevamento artificiale. Il primo Marzo entra ufficialmente la

primavera meteorologica, una stagione ricca di contrasti e di sbalzi termici, utile soprattutto per rimpinguare le falde acquifere in vista dell’estate. Una stagione che si spera faccia il suo dovere, in un periodo dove i cambiamenti climatici stanno modificando l’assetto e l’equilibrio delle stagioni.

Cerotti smart per curare le ferite dei coralli Anche i coralli, come tutti gli esseri viventi, hanno bisogno di cure per le continue ferite che l’uomo procura loro senza neanche accorgersene. Proprio per questo sono nati in Italia i cerotti smart contro le infezioni provocate da inquinamento, cambiamenti climatici e attività umane. Descritti sulla rivista Scientific Reports e sperimentati alle Maldive, i cerotti sono stati ottenuti dall'Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) in collaborazione con il MaRHE Center (Marine Research and High Education Center alle Maldive) dell'Università di Milano-Bicocca. Sono stati portati avanti dei test sull’efficacia di questa nuova forma di medicamento registrando esiti più che posi-

tivi: infatti, per dieci giorni sono stati condotti in un acquario e per quattro mesi alle Maldive, nei coralli della specie Acropora muricata, tra le specie a rischio indicate dall'Unione Internazionale per la

Conservazione della Natura (Iucn). Forse nessuno sa che sono oltre quaranta le malattie che minacciano i coralli e ad oggi non esistono metodi efficaci per prevenirle o curarle. Ma ora una speranza

c’è. I cerotti, biocompatibili e biodegradabili, rilasciano in modo controllato farmaci come antibiotici o antiossidanti da applicare sulle parti malate. "Il trattamento consentirà di poter caricare nel primo cerotto farmaci specifici a seconda del tipo di infezione, da anti-batterici ad anti-protozoi e anti-fungini, così da creare un trattamento ad hoc per le specifiche infezioni dei coralli", osserva Marco Contardi, del gruppo Smart Materials dell'Iit e primo autore dello studio”. Un secondo cerotto sigilla poi la parte danneggiata per impedire ulteriori infezioni.” Una vera e propria novità assoluta, come ha rilevato Simone Montano, del dipartimento di Scienze dell'Ambiente e della

Terra (Disat) e del MaRHE center dell'Università di Milano-Bicocca. "Ad oggi, per limitare l'impatto di queste patologie, la tecnica che viene più comunemente utilizzata è la totale o parziale rimozione della colonia, con conseguente ulteriore danno alle comunità coralline. Grazie a questo studio - aggiunge - si potrebbe curare direttamente in loco i coralli malati permettendo una conservazione più efficace di uno degli ecosistemi naturali più meravigliosi del nostro pianeta". La ricerca non si ferma mai e il Made in Italy stavolta ha avuto la meglio, trovando una possibile soluzione al problema spinoso della salvaguardia dei coralli, tesoro inestimabile che la natura ci ha regalato. A.P.


La tutela paesaggistica e la difesa del “bello” Maria Cammarano Quanto è ampia la nozione giuridica di ambiente? La tutela apprestata dall'ordinamento può avere ad oggetto un paradigma squisitamente estetico? Come noto la nozione di ambiente è frutto di una costruzione dottrinaria e giurisprudenziale basata - almeno per quanto in trattazione - sull'art. 9 della Costituzione, norma che pone «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione». Nel nostro ordinamento quindi - l’ambiente assume costituzionalmente la veste di “paesaggio”, inteso - secondo l'affascinante nozione fornita dal Predieri – quale: «forma del paese, creata dall’azione cosciente e sistematica della comunità umana che vi è insediata, in modo intensivo o estensivo, nella città o nella campagna, che agisce sul suolo, che produce segni nella sua cultura». È paesaggio «ogni preesistenza naturale, l’intero territorio, la flora e la fauna» ed «ogni intervento umano che operi nel divenire del paesaggio qualunque possa essere l’area in cui viene svolto». Secondo la Consulta, il paesaggio assume rilevanza nel senso di intenderlo quale valore estetico – culturale, (Corte Cost., sentenza n. 4 del 1985) e la nozione di paesaggio può costituire un elemento o un momento della tutela ambientale ma non può esaurirla: «la tutela paesaggistica come quella ambientale o come

Liternum: nuova vita al sito archeologico Approvato il progetto di riqualificazione quella urbanistica possono riguardare gli stessi oggetti … ma diverse sono le finalità in relazione alle quali lo stesso oggetto viene riguardato, e le finalità paesaggistiche costituiscono una parte delle finalità di tipo ambientale». E allora dottrina e giurisprudenza sembrano fornire la giusta copertura costituzionale alla tutela ed alla protezione del "bello". In effetti molteplici sono le pronunce del Giudice Amministrativo che individuano nell' "estetica" un parametro per valutare, da un lato, l'intervento del cittadino e dall'altro, il legittimo esercizio del potere amministrativo. Certo la nebulosità di questo concetto non può che avere ricadute in termini di discrezionalità amministrativa. Sta di fatto che molto spesso e anche in assenza di specifiche norme di regolamento - le Pubbliche Amministrazioni hanno manifestato l'esigenza di difendere l'estetica di un luogo. Ha fatto discutere, non molto tempo fa, un'ordinanza del sindaco del Comune di Casamicciola che ha vietato - con

tanto di multe ai trasgressori di stendere il bucato nel centro storico del Comune dell'isola verde. Altre ordinanze, hanno previsto limitazioni in ordine all'installazione di antenne o parabole. Ma preservare il bello potrebbe significare limitare molto di più le iniziative dei privati e finanche vietare loro l'esibizione di alcuni arredi nelle zone che affacciano sulle aree pubbliche oltre che imporre una particolare pulizia e cura degli spazi, delle saracinesche, delle vetrine; obblighi - questi ultimi già previsti nella stragrande maggioranza dei regolamenti comunali. Ebbene se, come affermava il principe Miskin ne “L'idiota” di Dostoevskij, "la bellezza salverà il mondo", allora c'è da sperare che la tutela dell'ambiente e segnatamente la tutela del paesaggio diventino sempre più questo, anche questo: ricerca del decoro, difesa del bello; anche in Italia, anche in Campania, per tutti e non solo in qualche Comune amministrato in maniera illuminata.

Fabiana Liguori Lo scorso 17 febbraio è stato approvato dal comune di Napoli il progetto definitivo per i lavori di riqualificazione che garantiranno l’apertura e la fruizione del sito archeologico Liternum, ex tenuta Varcaturo. Liternum è un'antica cittadina, presso il Lago Patria, frazione del comune di Giugliano in Campania (NA). La zona interessata era abitata già in epoca preistorica ma è nel 194 a.C. che i romani fondarono Liternum. La colonia fu assegnata a dei veterani della seconda guerra punica, appartenenti all'esercito di Scipione l'Africano che qui si rifugiò esule e vi morì. La città ebbe un notevole sviluppo in epoca augustea, ma soprattutto tra la fine del I ed il II secolo d.C., grazie alla realizzazione della via Domiziana che, partendo da Sinuessa (nel territorio dell'attuale Mondragone), la collegava con i centri della costa campana ed in particolare con il porto di Puteoli, l'odierna Pozzuoli. La fonte di reddito era principalmente la pesca ma si narra anche di un importante impiego della sabbia del litorale, particolarmente fine e bianca, per la produzione del vetro. C’erano, inoltre, botteghe, laboratori artigianali, profumieri e diverse produzioni ceramiche. Nel Medioevo la pianura intorno a Liternum divenne luogo di insediamento da parte dei monaci Benedettini. Nel 1932 sono stati portati alla luce alcuni resti dell'antica città relativi al Foro, il Capitolium, la Basilica ed il Teatro. Nel parco è presente anche l'Ara di Scipione l'Africano. Al di fuori delle mura cittadine sono stati individuati residui dell'anfiteatro e

la necropoli con la maggior parte delle sepolture di epoca imperiale. Grazie all'interessamento del comune di Giugliano, e con sovvenzioni ottenute tramite la Soprintendenza di Napoli, sono stati avviati una serie di interventi finalizzati alla realizzazione del Parco e museo archeologico di Liternum. Il primo lotto dei lavori è iniziato nell'agosto del 2006 è il Parco è stato ultimato nell'aprile 2009. Dal 2016 il parco e l'anfiteatro sono entrati nel circuito del "Parco archeologico dei Campi Flegrei”. L’obiettivo del progetto appena approvato è di rendere accessibile ad una più ampia utenza un sito archeologico di notevole interesse storico-culturale, nonché di rilanciare, mediante degli attrattori sociali e culturali, una porzione di territorio bisognoso di riqualificazione urbana e sociale. Il lavori previsti sono rivolti al mantenimento ed al rispetto delle peculiarità delle caratteristiche originarie del sito, mediante opere accessorie di tutela materiale dei luoghi e valorizzazione visiva degli spazi, nonché miglioramento della fruizione degli stessi. In particolare, si interverrà sulla recinzione e sul suo rivestimento in tufo e sarà completata mediante la costruzione di strutture mobili non permanenti, costituite da gabbioni in acciaio riempite con pietrame. Saranno impiantati un sistema di illuminazione dinamica dei reperti archeologici e un sistema di telesorveglianza a circuito chiuso e con controllo remoto. É in programma anche un intervento di sistemazione del verde spontaneo e la realizzazione di una area verde da destinare ai visitatori.


Andare a lavoro in buona compagnia e risparmiando, grazie al carpooling Anna Paparo Si è ormai diffuso un nuovo modo per raggiungere il luogo di lavoro senza problemi, risparmiando tempo e denaro: il carpooling, ovvero la condivisione del viaggio in auto private. Un’alternativa particolarmente funzionale che permette di andare a lavoro in compagnia, riducendo il traffico e di conseguenza risparmiando anche qualche euro – cosa che non fa male di questi tempi -. Grazie all’applicazione Jojob, la prima in Italia, ma non l’unica, si può cercare uno strappo al lavoro senza fatica. E solo nel 2018 sono stati registrati risparmi pari a 650mila euro per tutti quei dipendenti che hanno scelto il carpooling, la navetta aziendale o di recarsi in ufficio a piedi o in bicicletta. La cosa interessante è che i dipendenti che certificano questo tipo di viaggio virtuoso maturano punti, chiamati Foglie oro, per accedere a sconti in locali, ristoranti, bar e palestre convenzionate. Nello specifico questa particolare ed utile applicazione permette ai dipendenti delle aziende aderenti – che ormai sono più di 2.000 in tutta Italia – non solo di mettersi in contatto con i colleghi che fanno un percorso simile a orario compatibili, ma anche di quantificare la CO2 risparmiata. Secondo il Rap-

porto sulla mobilità sostenibile aziendale 2018 di Jojob, negli anni scorsi tutti quei dipendenti che hanno lasciato a casa le loro auto a favore del carpooling hanno evitato di percorrere 3,1milioni di km, e dunque hanno evitato di emettere in atmosfera ben 420 tonnellate di CO2: il risparmio di questo gas serra è quasi raddoppiato (+89%) rispetto a quello registrato nel 2017. Da

qui, un risparmio economico complessivo di circa 620 mila euro, calcolando 0,20 euro di costo, fra carburante e usura del veicolo, per ogni chilometro percorso. Peraltro, meno auto per strada significa anche meno traffico e minore difficoltà di parcheggio. Ma questa app ha allargato i suoi servizi di mobilità aziendale anche a chi decide di lasciare in garage la propria auto a favore della

bicicletta o addirittura per chi sceglie di muoversi a piedi: nei nove mesi di attività del servizio, gli utenti di Jojob hanno percorso oltre 36mila km in bicicletta e più di 7mila km a piedi. È nato poi Jojob Navette, un servizio che oltre ad aver certificato quasi 80 mila km di strada evitati, permette ai dipendenti di visualizzare i viaggi programmati dal mezzo aziendale e di prenotare il

posto, in modo da evitare il sovraffollamento. Queste tre modalità, complessivamente, hanno fatto risparmiare ai dipendenti altri venticinque mila euro circa. Davvero un ottimo traguardo, non c’è che dire! Sono stati portati avanti anche calcoli statistici che hanno portato alla conclusione che ad utilizzare Jojob sono maggiormente gli uomini con il 58%, l’età media è pari a 35 anni, mentre l'età media delle donne è trent’anni. Il tragitto medio in carpooling è di circa 30 chilometri, con 2 o 3 persone per auto. Sette “carpooler" su dieci preferiscono alternare l’uso dell’auto invece di dividere le spese del singolo viaggio, il 15% degli utenti non tiene conto dei costi e fa carpooling per viaggiare in compagnia, il restante 15% utilizza la funzione “Conto J” che suddivide le spese fra i membri dell’equipaggio, anche con forfait settimanali o mensili. Un modo pratico per evitare imbarazzi per chiedere un contributo ai colleghi, e per preservare rapporti di lavoro. Un bel metodo per evitare stress da traffico, il tutto accompagnato dalla possibilità di andare in compagnia con un risparmio di energia, soldi e carburante.


Il progetto Su-Eatable Life per le mense green Scelte alimentari sane e sostenibili per “pesare” meno sul Pianeta Scelte alimentari sane e sostenibili per “pesare” meno sul Pianeta alla base di SU-EATABLE LIFE (www.sueatablelife.eu/it/), progetto europeo triennale che intende dimostrare come, grazie all’adozione di una dieta ad hoc, sia concretamente possibile ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera ed il consumo idrico. Un dato molto rilevante, ma generalmente poco noto, rivela infatti come in Europa il sistema agricolo di produzione alimentare sia, oltre che intensivo, anche altamente impattante: è infatti responsabile del 30% circa delle emissioni di CO2eq totali della UE e del 44% del consumo di acqua a livello continentale. Il progetto SUEATABLE LIFE nasce quindi per correggere questo trend e per stimolare l'adozione di una dieta corretta grazie ad attività mirate condotte presso mense universitarie e aziendali. Una dieta sana e sostenibile si basa su pasti completi in termini nutrizionali, con una prevalenza di prodotti di origine vegetale e cereali (o derivati) meglio se integrali, privilegia le materie prime di stagione e limita la frequenza di quegli ingredienti come la carne rossa, che sono meno vantaggiosi per salute e ambiente, a favore di quelli più sostenibili come ad

esempio legumi, pesce e carni bianche. La sperimentazione del progetto è partita a gennaio in Gran Bretagna e nei giorni scorsi anche nel nostro Paese: fra Italia e Uk saranno 3.150 in totale le persone mediamente coinvolte ogni giorno (2200 solo in Italia) in 4 aziende e 3 università (City University of London, University of Worcester e due mense aziendali nel Regno Unito e, in Italia, Università di Parma, Gruppo Barilla - stabilimento di Novara -, Ducati Motors e con il contributo operativo di Felsinea Ristorazione, Camst Group e la partecipazione di ER.GO (Azienda Regionale Emilia-Romagna per il Diritto agli Studi Superiori). La fase sperimentale durerà sette mesi e sarà articolata in tre aree di azione svolte all’interno delle mense partecipanti: - informazione (con materiali illustrativi e campagne tematiche); - rafforzamento dell’offerta di cibo sano e sostenibile, con l’offerta quotidiana di piatti ottimali dal punto di vista nutrizionale e ambientale (definiti My Plate 4 the Future); - coinvolgimento attivo delle persone tramite la piattaforma digitale greenApes e l’introduzione di meccanismi premiali. G.M.

La diffusione dell’orto verticale 2.0 Coltivare i prodotti fuori stagione garantendo maggiore freschezza e tagliando i trasporti Verdura a chilometri zero? Nessun problema, la riposta potrebbe arrivare dall’urban farming e dagli orti verticali, almeno per i consumatori benestanti, finora le coltivazioni indoor hanno preso piede più che altro per insalate e ortaggi da foglia, ma l’editing genomico promette di allargare il menù e la NASA guarda agli sviluppi con interesse. Questa nuova tecnica CRISPR per modificare l’espressione di tre geni chiamati SIER, SP5G ed SP, dove questi sono rispettivamente un regolatore della lunghezza degli internodi, un gene responsabile della fioritura precoce e un mutante che nelle varietà di interesse industriale porta la pianta a crescere solo fino al momento della fioritura, per poi fer-

marsi, la combinazione delle tre mutazioni consente di ottenere piante più compatte e con un ciclo vitale più rapido. La dimensioni dei frutti e la produttività per pianta sono ridotti, ma la produzione to-

tale ottenibile è compensata dal maggior numero di piante coltivabili per unità di superficie, secondo gli studiosi, questa varietà sarebbe perfetta per l’orticoltura urbana indoor, ma per piante come

queste è facile ipotizzare anche altri utilizzi, potrebbero essere impiegate per coltivazioni super-intensive in basi terrestri remote, ad esempio in Antartide, in future basi sulla Luna o altri pianeti, o anche su navicelle spaziali nel corso di viaggi interplanetari, consentendo di avere sempre prodotti freschi con valore nutrizionale elevato, a differenza di altre varietà sviluppate in modo ornamentale o di ricerca, lo stesso tipo di intervento mirato su geni dello sviluppo potrebbe essere replicato in altre specie al medesimo scopo di modificarle, anche per ottimizzare l’architettura della pianta per sfruttarne al meglio la disposizione in spazi limitati e accorciare il ciclo vitale in modo da con-

sentire più raccolti nel corso dell’anno. Le piante rampicanti, cespugliose o arbustive, come fragole e lamponi, zucchine e peperoni, uva e kiwi, potrebbero essere adottate per prime, poi potrebbero seguire zafferano, vaniglia e caffè, e anche piante d’uso medicinale e cosmetico. I ricercatori sottolineano che, controllando le condizioni ambientali, si possono ottenere piante fisicamente protette dagli stress ambientali e anche da patogeni e parassiti, con una conseguente riduzione dell’uso di fungicidi e pesticidi, inoltre coltivare i prodotti vicino al consumatore finale, anche fuori stagione, accorcerebbe la filiera, garantendo maggiore freschezza e tagliando i trasporti. R.M.


Regalare una seconda vita ai vecchi mobili Ikea crea casette per aiutare gli animali ed incentivare il riuso creativo Ilaria Buonfanti In un clima di sempre maggiore attenzione verso la tutela ambientale, la riduzione degli sprechi, il restauro ed il riutilizzo di alcuni oggetti, non dovrebbe meravigliarci che il grande colosso Ikea ha deciso di dare una seconda vita ai vecchi mobili inutilizzati. Già durante lo scorso anno, Ikea aveva sperimentato la vendita di mobili usati e rigenerati nel Regno Unito per ridurre la produzione di rifiuti. I mobili in buono stato vengono completamente rinnovati e rimessi in vendita nel reparto delle offerte, con un prezzo quindi molto conveniente. Ma, a mio avviso, l’idea più originale è stata trasformare i vecchi mobili in casette per animali bisognosi. Il progetto, nato nel Regno Unito, è stato realizzato con la collaborazione di alcuni designer

londinesi che hanno disegnato queste casette, costruendole poi con l’utilizzo di vecchi pezzi di mobilio. Il progetto si chiama “Wild Homes for Wildlife” ed ha coinvolto anche molti artisti locali che hanno trasformato prodotti in disuso, abbandonati in magazzino o materiale di scarto, in delle casette per api, uccellini, insetti e pipistrelli che vivono al Sutcliffe Park, un bel parco londinese non distante dall’osservatorio di Greenwich. Le casette sono tutte diverse tra loro, alcune bianche, altre coloratissime, piccole oppure grandi, lineari o di forme particolari. Hanno tutte in comune l’utilità nel far bene all’ambiente, perché aiutano gli amici animali a trovare un riparo nei mesi più freddi e non costituiscono spreco, andando ad inserirsi in un sistema di economia circolare. Alcune sono davvero singolari, come quella dell’artista Iain Talbot che ha creato il “Bug Bud”, una struttura a

forma di uovo blu brillante composta da vecchie sedie Ikea, ideale per la sopravvivenza di api e vespe. “Pipi” invece è un’opera con superfici ruvide all’interno per aiutare i pipistrelli ad avere una buona presa e posarsi durante il giorno. Uno dei progetti più incredibili è “Honey I’m Home!” dell’artista Hattie Newman, un colorato villaggio di api creato da un tavolino. Anche noi possiamo dare nuova vita ad oggetti che hanno bisogno di un cambiamento. Una cassettiera o un armadio possono essere completamente rinnovati grazie alla tecnica del decoupage. È necessario levigare la superficie

del mobile in modo da rimuovere completamente la vecchia vernice. Una volta ripulita, uniformatela ricoprendola con della vernice bianca, fate asciugare e poi procedete con la decorazione. Scegliete i ritagli di carta da utilizzare e con l’aiuto di un pennello passate su di essi una o più mani di colla vinilica fino a quando non aderiranno perfettamente alla superficie del mobile. A questo punto per proteggere la decorazione sarà sufficiente stendere un po’ di vernice trasparente. Si può utilizzare lo stesso procedimento anche per decorare le sedie, un tavolino, delle mensole, ecc.

VIAGGIO NEL MONDO DEGLI ECO GIOIELLI Il rispetto per l’ambiente attraverso l’utilizzo di materiali ecostenibili I gioielli ecosostenibili rappresentano la vera tendenza degli ultimi anni. Sono sempre di più, infatti, le persone che scelgono di sfoggiare per una serata particolare o nella vita di tutti i giorni gioielli ecologici, considerati originali, eleganti, esteticamente impattanti e salutari per l’ambiente circostante. Le statistiche dimostrano che si tratta di un business in costante crescita principalmente per due motivi: l’aspetto estetico perchè questi gioielli sono indubbiamente originali ed unici nel loro genere e l’aspetto sostenibile in quanto realizzati con materiali non inquinanti, spesso riciclati e reperibili in natura. Il legno è usato moltissimo in quanto adattabile e facilmente lavora-

bile, viene spesso utilizzato al naturale o colorato con tinture sostenibili per creare collane, bracciali ed orecchini. Anche il rame e l’alluminio sono molto gettonati, ed è importante riciclare questi materiali che spesso vengono erroneamente gettati nell’indifferenziata apportando gravi danni all’ambiente. I fili di rame e alluminio, grazie alla loro abilità, possono essere intrecciati per prendere forma di tronchi e rami di alberi, oppure venature delle foglie, per diventare gioielli davvero green oltre che alla moda. Ad accompagnare i fili e impreziosire i gioielli si possono aggiungere delle pietre preziose, racchiuse nei gusci di rame e alluminio, come il turchese, l’opale e

l’agata, in modo da rendere ancora più unici questi eco gioielli. Grazie al fatto di essere realizzati con materiali di recupero, salvati appunto dalle discariche, questi gioielli purché artigianali riescono a mantenere un prezzo più basso rispetto a quelli realizzati invece con materiali nuovi. Lo spago è largamente utilizzato nella creazione soprattutto delle collane. Può essere al naturale o colorato e spesso impreziosito da inserti di me-

tallo, legno, perline, conchiglie, ecc. Così come anche la lana viene intrecciata per creare eco gioielli prettamente invernali. Ma l’idea forse più originale di tutte arriva dall’America dove una designer floreale ha inventato la collezione “Passionflower”, una collezione costituita da piante, prevalentemente da piante grasse. Ogni singolo gioiello può essere indossato

per due a quattro settimane prima che le piante inizino a crescere. Infatti, esse prima di mettere le radici nella base di metallo possono essere rimosse e ripiantate, mentre gli accessori possono continuare a essere indossati da soli o perché no, impreziositi da altre piante grasse. Massima sostenibilità ed originalità e nessuno spreco. I.B.


LE “AKTIVHAUS” DI WERNER SOBEK Un modello di abitazione sostenibile, architettonicamente contemporaneo ed adattabile Antonio Palumbo La F87 (Efficiency House Plus with Electromobility), realizzata nel cuore di Berlino al n. 87 della Fasanenstraße (non lontano dal famoso viale del Kurfürstendamm), e la prima “Casa Triplo Zero” (Zero Energy Building, Zero Emission Building, Zero Waste Building), arrocata su una piccola collina nel Baden-Württemberg, sono solo due degli esempi più noti delle “Aktivhaus” progettate negli ultimi anni dall’architetto tedesco Werner Sobek (nato ad Aalen nel 1953), dal 1994 docente presso l’Università di Stoccarda ed attualmente direttore (quale successore di Frei Otto e Joerg Schlaich) dell’“Institut Für Leichtbau Entwerfen und Konstruieren (ILEK)”. Il progetto della F87 include pienamente i concetti di sostenibilità ed efficienza, coniugando il comfort abitativo ed il risparmio energetico con la riduzione delle emissioni di CO2 e, infine, con un sistema costruttivo che consente la dismissione ed il riciclaggio completo dell’edificio al termine del proprio ciclo di vita: come si legge nella relazione della giuria del concorso bandito dal Ministero dell’Edilizia tedesco, «l’F87 rappresenta in modo molto convincente la combinazione tra efficienza energetica e mobilità e l’interazione intelligente tra utente, casa e veicoli, presentando un modello di abitazione sostenibile, architettonicamente contemporaneo e perfettamente

adattabile». Con i suoi 130 mq, distribuiti su due piani, la dimora risponde appieno alle esigenze di una famiglia della classe media tedesca. Le tre camere da letto, la cucina, il soggiorno, i servizi, un giardino interno su cui si affacciano i vari ambienti ed il garage sono organizzati all’interno di un parallelepipedo le cui facciate sono state ideate in modo da ridurre al minimo le dispersioni termiche e garantire l’illuminazione naturale. Pannelli fotovoltaici integrati con solare termico sulle pareti esterne e sulla copertura, unitamente a sistemi di pompe di calore, assicurano l’energia e il

riscaldamento necessari. La Efficiency House Plus with Electromobility di Berlino sembra andare addirittura oltre il principio “zero energia, emissioni e rifiuti”, in quanto è stata progettata in modo tale da essere non solo energeticamente autonoma ma anche da produrre elettricità sufficiente ad alimentare i veicoli di proprietà degli inquilini e da convogliare l’eventuale surplus nella rete pubblica, contribuendo così all’attenta politica berlinese sul risparmio energetico: il progetto pilota, infatti, vuole soddisfare le richieste di mobilità urbana della società contemporanea senza dover ri-

nunciare al comfort abitativo degli occupanti. Al termine del proprio ciclo di vita la costruzione sarà “riciclata” ed i suoi elementi costruttivi e materiali potranno essere impiegati anche per usi diversi. Ancor di più, la Aktivhaus “Triplo Zero” di Stoccarda si è rivelata in grado di produrre energia due volte superiore a quella necessaria per i suoi consumi. Il progetto, denominato “B10” (un indirizzo abbreviato di ‘Bruckmannweg 10’), ha dato vita ad una piccola casa di circa 85 mq, con un telaio portante realizzato in legno non trattato (proveniente da foreste sostenibili), il

cui esterno è coperto da un foglio di fibra di vetro e silicio. All’interno, una piccola scatola (delle dimensioni di un modem), collegata al web, consente all’intero organismo edilizio di regolare il proprio consumo di energia solare incamerata. Thorsten Klaus descrive la struttura progettata da Sobek come una «casa intelligente, realmente sostenibile in termini di tecnologia e durata nel tempo». «Tali abitazioni - sostiene Klaus potrebbero creare un surplus di energia per alimentare i vecchi edifici e fornire energia supplementare per ogni quartiere».


Grandi Napoletani, grandi Campani

Gaio Plinio Secondo “il Vecchio” Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Gaio Plinio Secondo (Como?, 23 d. C.; Stabia, 79 d. C.) è stato uno scienziato, filosofo e comandante militare oltre che governatore in epoca romana ed è diventato in qualche modo il "testimone" (oggi diremmo "testimonial") più famoso della drammatica eruzione vesuviana del 79 d. C.. Come spesso purtroppo avviene nella letteratura latina ci restano pochi frammenti della sua vasta opera e tra essi: i Bellorum Germaniae; gli Studiosi libri III (manuale sulla formazione dell'oratore); i Dubii sermonis libri VIII, (questioni grammaticali); A fine Aufidii Bassi libri XXXI (storia dell'Impero

romano); De vita Pomponii Secundi. Ci resta, però, la sua opera più importante: la Naturalis Historia in 37 volumi dedicati a medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli, storia dell'arte, geografia, antropologia, zoologia e anche botanica. La bibliografia poteva vantare oltre 500 autori per oltre 2000 libri: una vera e propria "summa" delle conoscenze scientifiche di tutta un'era e di tutta l'antichità. Su tutto, però, si evidenzia la sua morte: forse la causa principale della sua fama planetaria legandosi proprio dall'eruzione che descrisse e grazie al racconto che ci lasciò il nipote, Plinio il Giovane, sulla nave da lui comandata. Sarebbe morto a Stabia perché stava cercando di portare aiuto ad alcuni suoi amici e sarebbe stato ucciso dalle esalazioni del vulcano. Le origini comanche (contese a quelle veronesi) si legano alla testimonianza di San Girolamo e alla sua Cronaca. Il suo primo maestro, portato a Roma dal padre, fu il poeta e generale Publio Pomponio Secondo e da lui acquisì la curiosità scientifica e umana iniziando i suoi studi presso le piante di loto

in in giardino appartenuto a Marco Licinio Crasso e presso la Domus Aurea, costruita da Nerone (e recentemente restaurata). Fu giovane comandante nelle campagne in Gallia e in Spagna studiando le caratteristiche di quei territori e di quelle popolazioni e anche diversi aspetti della vita e dell'arte militare. Con Nerone riuscì a studiare la Carta d'Armenia e a dedicarsi al completamento della Storia delle Guerre Germaniche oltre che allo studio di

grammatica e retorica. Sotto Vespasiano fu procuratore nella Gallia Narbonense e in Spagna (vi studiò prodotti agricoli e minerali) con incarichi anche nella Gallia Belgica. La lettera del nipote lo consegnò alla storia, secondo la definizione di Italo Calvino, come protomartire della scienza sperimentale. Si trovava a Miseno come praefectus classis Misenensis e fu vittima proprio della sua grande volontà di studiare e di sapere: si avvicinò troppo

al Vesuvio e il Vesuvio fu alla fine il suo carnefice... Qualche mese è balzato agli onori delle cronache il casoPlinio ed in particolare grazie agli articoli del giornalista-ricercatore Andrea Cionci (La Stampa). In un recente articolo un giallo relativo ad un cranio che potrebbe essere quello di Plinio e ne riportiamo qualche stralcio visto il grande interesse e il fascino della vicenda (La Stampa, 22/1/2020). segue a pag.15


segue da pagina 14 "Quando si parla di archeologia, di solito il giornalismo si limita a raccontare. Il «Progetto Plinio», invece, è nato grazie a un articolo su questo giornale e ha prodotto una ricerca scientifica su quella che, sempre più verosimilmente, è l’unica reliquia esistente di Gaio Plinio Secondo detto il Vecchio, scrittore, naturalista, filosofo e ammiraglio romano, cui si deve la prima operazione di protezione civile documentata della storia. Resosi conto del disastro incombente per migliaia di persone [Plinio] cambiò i piani e mobilitò le sue quadriremi per recuperare tramite lance - i cittadini ammassati sulle spiagge da Ercolano a Stabia. Fu il primo salvataggio di civili con mezzi militari della storia. Plinio stesso, a bordo della Fortuna, diresse verso Stabia per salvare il suo ricchissimo amico Pomponiano il quale aveva già caricato i propri averi su due naves a vela, rimaste inchiodate a terra dai venti contrari. A causa del mare agitato e dell’oscurità, per il ritorno fu necessario attendere sulla spiaggia. Plinio, già 56enne e grosso di corporatura, ebbe un malore; chiese dell’acqua e, aiutato da due schiavi, si sdraiò. Tre giorni dopo, il suo cadavere fu trovato intatto, come se dormisse. Stando al Giovane, era stato soffocato dalle polveri, ma si parla anche di un odore di zolfo, tipico di un gas letale, l’acido solfidrico, emesso sovente dai vulcani. Nel 1900 un ingegnere napoletano, Gennaro Matrone, fa eseguire alcuni scavi nel suo terreno presso l’antica spiaggia di Stabia: emergono 70 scheletri ammassati in pochi metri. Le loro ossa non sono bruciate; forse li ha uccisi un gas. In disparte, si rinviene uno scheletro dai caratteri negroidi di 2,10 metri di altezza e - stranamente composto quello di un uomo supino con accanto una brocca. La testa è appoggiata a un pilastro, ma soprattutto è carico di preziosissime insegne militari d’oro. L’ingegnere segnala la scoperta alle autorità ma, ignorato, vende gli ori a collezionisti stranieri. Un diplomatico francese gli suggerisce che lo scheletro potrebbe appartenere a Plinio. Matrone pubblica in un libello questa ipotesi, che però viene derisa dagli archeologi [...]. Matrone conserva solo il cranio e il gladio, che finiranno, poi, definitiva-

mente al Museo dell’Arte sanitaria di Roma. Nel 2010 un altro ingegnere campano, Flavio Russo, archeologo sperimentale, pubblica per lo Stato Maggiore della Difesa il volume 79 d.C., rotta su Pompei, dove rivaluta l’attribuzione a Plinio. Nel 2017, La Stampa rilancia l’idea di Russo di far eseguire un esame isotopico sui denti per verificare dove il soggetto avesse trascorso l’infanzia (le acque possiedono isotopi diversi a seconda delle regioni, che restano imprigionati nello smalto dei primi denti permanenti). La notizia fa il giro del mondo e alcuni sponsor rispondono all’appello. L’Accademia di Arte Sanitaria costituisce la onlus «Theriaca» per acquisire i fondi di Sofia Medrano, Ivan Pavlov,

Alessandro Francoli e Giorgio Nicastro..Chi scrive coordina un pool di ricercatori di alto profilo: il primo esame è quello isotopico sui denti della mandibola (il cranio è privo di mascella superiore) condotto da Mauro Brilli, geochimico dell’Igag-Cnr. I risultati sono entusiasmanti: il soggetto, all’età di sei-sette anni, potrebbe essersi trovato (almeno in Italia) in un’area tra Appennino centrale e Pianura Padana comprendente anche Como, città natale di Plinio. Presto però arriva la doccia fredda: l’esame dell’età di morte del soggetto, condotta sugli stessi denti da Roberto Cameriere, docente di Medicina legale a Macerata, riporta un risultato impietoso: 37 anni. Non può essere Plinio, morto a 56 anni.

Il pool di ricercatori vive un momento di sconforto, quando, a sorpresa, arriva il colpo di scena: l’antropologo fisico Luciano Fattore intuisce che la mandibola potrebbe appartenere a un altro soggetto. David Caramelli, direttore del dipartimento di Biologia all’Università di Firenze, insieme con Alessandra Modi, esegue l’esame del Dna antico e conferma: sono due uomini diversi. La calotta dell’ammiraglio era priva del massiccio facciale e Matrone aveva ricomposto il teschio prendendo «in prestito» un’altra mandibola, di un 37enne, appunto. L’aplogruppo genetico viene poi studiato da Teresa Rinaldi, biologa della Sapienza: la calotta è compatibile con un cittadino romano-italico. La mandibola potrebbe essere

riconducibile anche alla fascia nordafricana, soprattutto alla Numidia. Forse si tratta di quel nero altissimo? Uno schiavo-guardia del corpo? Plausibile, visto il rango dell’ammiraglio, tanto più che un terzo dei marinai romani erano africani. Tuttavia, l’esame isotopico sui denti esclude la provenienza africana. Forse un nero di seconda generazione, cresciuto «in cattività» in Italia. Ciò che conta è però la calotta. Fattore ne esamina le suture craniche: l’età alla morte stimata per la volta è di circa 45,2 anni, ± 12,6 anni (resta quindi plausibile fino ai 57,8) mentre per il sistema latero-anteriore è di circa 56,2, ± 8,5 anni. In questo caso, il valore centrale corrisponde curiosamente all’età di morte di Plinio".


Violazioni al Regolamento Generale della Protezione dei Dati: record italiano Il caso della multa a TIM S.P.A. per il telemarketing Luca Monsurrò Il Garante Privacy Italiano ha comminato una sanzione di 27,8 milioni di euro a TIM s.p.a. per il telemarketing che ha permesso all’Italia di salire la classifica delle sanzioni determinate per inottemperanza al GDPR, ed ora il nostro Paese è secondo solo al Regno Unito. Difatti, nel caso in questione, sono pervenute all’Autorità Garante, dal 1° gennaio 2017 ai primi mesi del 2019, numerosissime segnalazioni e reclami (nell’ordine di alcune centinaia), che hanno riguardato trattamenti di dati aventi ad oggetto la ricezione di chiamate promozionali indesiderate, nell’interesse di TIM S.p.A., effettuate in assenza di consenso degli interessati e nonostante l’iscrizione delle utenze telefoniche nel Registro pubblico delle opposizioni. Ulteriori doglianze hanno inoltre evidenziato il mancato riscontro alle istanze formulate dagli interessati con riguardo ai diritti sanciti dalla normativa in materia di protezione dei dati personali, e in particolare a quelli di accesso ai propri dati e di opposizione al trattamento per

finalità promozionali, come anche la raccolta di un consenso unico e indistinto al trattamento dei dati per svariate finalità - anche ulteriori all’esecuzione del contratto nell’ambito della modulistica predisposta per l’autocertificazione di possesso di linea prepagata. Inoltre TIM s.p.a. ha trasmesso diverse notifiche relative a violazioni di dati personali (c.d. “data breach”) che, in particolare, hanno evidenziato alcuni disallineamenti fra i sistemi che trattano i dati personali della clientela, tali da provocare, ad esempio, l’errata attribuzione di linee telefoniche ai soggetti intestatari o l’errata associazione fra intestatari e i dati di contatto utilizzati dalla Società. Il verificarsi di un “data breach”, è utile ricordarlo, rappresenta una violazione di sicurezza che comporta - accidentalmente o in modo illecito - la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati, e questa violazione potrebbe compromettere la riservatezza, l’integrità o la disponibilità di questi dati. Quando si legge di sanzioni multimi-

lionarie adottate ai sensi e per gli effetti dell’articolo 83 del GDPR, è pur vero da un lato che senza ispezioni né sanzioni, e quindi senza regole, non ci sarebbe alcun rispetto per i diritti e le libertà fondamentali degli individui, però, dall’altro lato vi è sicuramente preoccupazione ed inquietudine, perché quella stessa sanzione rappresenta una certificazione ufficiale di una mancata applicazione della norma e quindi di una mancata salvaguardia di dati personali. Ciò dovrebbe comportare la necessità di conso-

lidare dei metodi nuovi di organizzazione, di gestione e di controllo dei propri dati personali, in ossequio al GDPR ed alla maggiore responsabilizzazione sia dei titolari che dei responsabili del trattamento, cercando di adottare comportamenti proattivi e tali da dimostrare la concreta adozione di misure finalizzate ad assicurare l’applicazione del Regolamento. La caratteristica di questo approccio è rappresentato proprio dalla possibilità di decisioni autonome da parte dei soggetti su indicati sulle

modalità da intraprendere, sulle garanzie e sui limiti del trattamento dei dati. Infine, ritornando al caso della TIM, all’esito di attività ispettive poste in essere mediante l’ausilio del Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza, la Società ha dimostrato di non avere sufficiente contezza di alcuni fondamentali aspetti sul trattamento dei dati, come la violazione del principio di privacy by design, o la gestione dei “data breach” avvenuti in tempi diversi.


Focus dei giudici amministrativi sull’accesso civico generalizzato Non è sindacabile la finalità soggettiva che può sottendere l’istanza Felicia De Capua Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia, sezione seconda, con la sentenza n. 10/2020 effettua una disamina sull’accesso civico generalizzato. La parte motiva della sentenza espone i principi di tale forma di accesso rinviando a pregressa giurisprudenza per un’approfondita ed accurata analisi delle problematiche connesse (v. TAR Campania, Napoli, sez. VI, 9 maggio 2019, n. 2486). In particolare nella decisione in esame viene specificato che la finalità soggettiva che motiva il richiedente a presentare istanza di accesso civico generalizzato non è sindacabile: persino le richieste di accesso civico presentate per finalità “egoistiche” possono favorire un controllo diffuso sull’amministrazione. In sostanza il controllo diffuso cui si riferisce la legge, non è connesso alla singola domanda di accesso ma “è il risultato complessivo cui “aspira” la riforma sulla trasparenza la quale, ampliando

la possibilità di conoscere l’attività amministrativa, favorisce forme diffuse di verifica sul perseguimento dei compiti istituzionali e una maggiore partecipazione dei cittadini ai processi democratici e al dibattito pubblico. In definitiva, l’accesso generalizzato deve essere riguardato come estrinsecazione di una libertà e di un bisogno di cittadinanza attiva, i cui limiti, espressamente previsti dal legislatore, debbono essere considerati di stretta interpretazione”. Nello specifico la società ricorrente ha chiesto il soddisfacimento del diritto di prendere visione ed estrarre copia dei documenti riguardanti immobili di proprietà del Comune, formulando due istanze, una di accesso civico semplice e l’altra di accesso civico generalizzato. Il TAR premette che, nel caso in esame, non si prospettano problemi in ordine ai limiti all’accesso generalizzato di cui all’art. 5 bis del D.Lgs. n. 33/2013 e riconosce che l’amministrazione non ha provveduto a soddisfare inte-

gralmente l’accesso agli atti. Quindi ordina di adempiere entro trenta giorni dalla comunicazione della decisione, consentendo l’ostensione dei restanti documenti, cioè i provvedimenti inerenti la procedura di messa a bando degli alloggi, le determinazioni di assegnazione degli stessi, nonché l’elenco degli immobili posseduti e/o detenuti e i canoni di locazione percepiti relativi all’anno 2019.

La ricorrente ha fondato la richiesta dei documenti in questione su considerazioni sia sotto il profilo pubblicistico, in relazione al non corretto uso delle finanze pubbliche, sia sotto il profilo privatistico, con riferimento all’art. 1384 c.c., atteso che il Comune, pur avendone la disponibilità, non avrebbe assegnato gli alloggi (mettendoli a reddito) in modo tempestivo, per cui sarebbe irrilevante l’eventuale (e contestato) ritardo della so-

cietà ricorrente nell’esecuzione del contratto di ristrutturazione, con conseguente possibilità di domandare in sede giudiziale la riduzione della penale in forza della richiamata disposizione civilistica. I giudici lombardi ribadiscono che la disciplina prevista per l’accesso civico generalizzato si affianca, senza sovrapposizioni, alle forme di pubblicazione on line di cui al decreto trasparenza e all’accesso agli atti amministrativi di cui alla L. 241/1990, consentendo, in coerenza con la ratio che lo ha ispirato, l’accesso alla generalità degli atti e delle informazioni, senza onere di motivazione, a tutti i cittadini singoli e associati, in modo da far assurgere la trasparenza a condizione indispensabile per favorire il coinvolgimento dei cittadini nella cura della “cosa pubblica”, oltreché mezzo per contrastare ogni ipotesi di corruzione e per garantire l’imparzialità e il buon andamento dell’Amministrazione (in tal senso, Consiglio di Stato, sez. III, 6 marzo 2019, n. 1546).

Viaggio nelle leggi ambientali ACQUE La Corte di Cassazione Sezione III, con la Sentenza n. 3450 del 28 gennaio 2020, ha stabilito che in tema di tutela delle acque dall’inquinamento, lo scarico dei reflui provenienti da impianti di autolavaggio, eseguito in assenza di autorizzazione, integra il reato di cui all’art. 137, comma primo, del D.Lgs. n. 152 del 2006, non potendo tali acque essere assimiliate a quelle domestiche. DANNO AMBIENTALE In tema di danno ambientale, è legittimato a costituirsi parte civile il cittadino che non si dolga del degrado dell'ambiente ma faccia valere una specifica pretesa in relazione a determinati beni, quali cespiti, attività e diritti

soggettivi individuali (come quello alla salute), in conformità alla regola generale posta dall'art. 2043 cod. civ. In altre parole, il cittadino non si deve dolere del degrado dell'ambiente, ma deve far valere una specifica pretesa in relazione a determinati

beni. Corte di Cassazione Sezione III, Sentenza n. 1997 del 20 gennaio 2020. ECOTASSE L'art. 3, comma 40, della Legge n. 549 del 1995 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica. GU

Serie Generale n.302 del 2912-1995 - Suppl. Ordinario n. 153) va interpretato nel senso che per il riconoscimento della riduzione al 20 del tributo speciale da applicare sulla porzione di rifiuto, anche proveniente da raccolta indifferenziata, smaltito in discarica, è necessario e sufficiente che sia conferito presso impianti di selezione automatica i quali effettuino trattamenti preordinati allo smaltimento, ma che consentano, come conseguenza secondaria, il recupero di sostanze o di energia, riducendo la frazione destinata alla discarica. Consiglio di Stato Sez. V, pronuncia n.276 del 13 gennaio 2020. RIFIUTI L'obbligo di rimozione cui si

riferisce l’illecito contravvenzionale di cui all’art. 255, comma 3, TUA, sorge sia in capo al responsabile dell'abbandono, quale conseguenza della sua condotta, sia nei confronti degli obbligati in solido, quando sia dimostrata la sussistenza del dolo o della colpa, sia, infine nei confronti dei destinatari dell'ordinanza sindacale di rimozione che sono obbligati in quanto tali e che, in caso di inottemperanza, ne subiscono, per ciò solo, le conseguenze se non hanno provveduto ad impugnare il provvedimento per ottenerne l'annullamento o non hanno fornito al giudice penale elementi significativi per l'eventuale disapplicazione. Cassazione Sezione III, pronuncia n. 2199 del 21 gennaio 2020. A.T.


RecuperArti: il centro di riuso creativo tutto al femminile Gli scarti delle aziende recuperati e messi a disposizione di scuole e artisti Cristina Abbrunzo La filosofia: promuovere in modo attivo una cultura del riutilizzo, in cui gli "scarti" vengano rivalutati e portati a una nuova vita attraverso la creatività. Un vero e proprio percorso artistico ed educativo che passa dal senso civico e dalla coscienza sociale. Un'Associazione si pone come tramite fra aziende e artisti, le scuole e gli enti no-profit, ma anche come caposaldo per le persone che desiderano capire come dare nuova vita a quelli che di primo acchito potrebbero sembrare rifiuti, mentre invece sono... risorse! RecuperARTI nasce a Pietrasanta (LU) da 7 donne, madri e professioniste, con lo scopo di creare un vero e proprio Centro di riuso creativo, un punto di riferimento per il territorio rivolto a tutti quegli enti e a quelle persone che hanno bisogno di materiali per realizzare i propri progetti. L’associazione raccoglie, seleziona e immagazzina gli scarti donati dalle aziende del territorio una

volta terminato il ciclo di produzione. Tali materiali possono così essere offerti a privati, scuole, artisti e realtà no profit convenzionate interessati al riuso creativo. Il primo step per attivare il processo di recupero è quello di ritirare dalle imprese scarti di produzione, errori e giacenze di magazzini non più commercializzabili, che vengono così conservati all’interno del Centro di riuso. Questo servizio offerto dall’associazione è totalmente gratuito e permette all’azienda sia un risparmio economico, sia un ritorno in termini immagine. I primi beneficiari dei servizi di RecuperARTI sono i nidi e scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, enti di formazione e tutti i soggetti ed enti pubblici o privati impegnati in campo educativo. Questi soggetti, oltre ad essere i primi beneficiari dei materiali raccolti, hanno l’opportunità di usufruire di percorsi didattici studiati, organizzati e gestiti d RecuperARTI. L’associazione inoltre offre ad artisti, desi-

gner, famiglie e privati la possibilità di utilizzare i materiali di scarto per realizzare non solo opere d’arte ma anche progetti personali. Il primo evidente risultato è che il recupero dei materiali di scarto in una prospettiva creativa-espressiva rende l’economia più circolare e riduce le perdite. Inoltre, lo svolgimento

di formazioni e laboratori presso il centro di riuso e le scuole aiutano a rendere i bambini/e veicoli efficaci attraverso i quali diffondere, nelle famiglie e nella società in generale comportamenti più consapevoli e rispettosi nei confronti dell’ambiente. Ma non solo RecuperARTI organizza eventi e corsi sul tema

A Genova nasce la prima biblioteca del giocattolo Un progetto per educare anche i più piccoli alla cultura del riciclo Forse non tutti sanno che nella città della Lanterna c’è, già da qualche anno, la Biblioteca del Giocattolo, un progetto innovativo ed educativo nato dall’intuizione dell’Associazione Matermagna che da anni si occupa appunto dell’educazione al non-spreco, ma anche di ecologia e riciclo, di smaltimento corretto e sostenibile dei rifiuti e di sostenibilità. Un luogo, unico caso in Italia, dove oltre ai libri si possono prendere in prestito peluche, bambole, giochi di società e persino attrezzi sportivi. Due le sedi: in via Lugo, a Genova San Teodoro, e negli spazi di Palazzo Verde in via del Molo, negli ex Magazzini dell’Abbondanza. La sede di Palazzo Verde è aperta il secondo sabato di ogni mese dalle 16.30 alle 18, mentre la sede di San Teodoro è attualmente in fase di riallestimento ma riprenderà l’at-

tività quanto prima. Come funziona questa particolarissima ludoteca? Semplice, i bambini e le famiglie si recano sul posto e possono donare o prendere in prestito giocattoli e libri usati, rigorosamente utilizzabili, sicuri e in buono stato. L'obiettivo del progetto è quello di insegnare e sensibilizzare i più piccoli fin dalla tenera età a dare valore agli oggetti, a non gettarli e a

stimolarli nel riuso. Ma non solo. All'interno di Officina e Biblioteca del Giocattolo prendono vita anche tantissime attività come i laboratori ludico formativi: qui si insegna ai piccoli anche a riparare i loro giochi e a riscoprire l'utilità del riuso dei pezzi dei vari giocattoli rotti. Molto importante, infatti, è anche l’attività di riciclo creativo dei materiali di scarto,

utili anche per realizzare nuovi giocattoli sostenibili. Gli esperti sottolineano quanto sia fondamentale insegnare già nei primi anni di vita i valori ai più piccoli, le buone norme di coabitazione e di comportamento, anche verso l'ambiente. «Si tratta di un progetto pilota in Italia – spiega Sara Pavia, referente delle attività educative dell’associazione Matermagna – che ha diversi obiettivi, da quello educativo della riduzione dello spreco e del riciclo, a quello di creare un luogo di socializzazione, dove dallo scambio si possono creare nuove amicizie. Senza dimenticare che vogliamo fare passare un messaggio importante, e cioè che, in questa maniera, si può allungare la vita degli oggetti». È proprio il caso di dirlo, allora: giocando s’impara! C.A.

del riuso sia per adulti che per bambini: riutilizzo, pari opportunità e tutela dell’ambiente sono i solidi ideali su cui si fonda questa virtuosa associazione che, vista la sua competenza, ha ricevuto anche un importante riconoscimento da parte della Fondazione Yves Rocher, arrivando terza classificata al premio “Terre de Femmes”, dedicato ai progetti femminili a tutela dell’ambiente e della sostenibilità. Il Premio Terre de Femmes è un riconoscimento in denaro rivolto a donne che con il loro progetti innovativi si impegnano nella tutela dell’ambiente e nella promozione della sostenibilità. Nell’ultima e recente edizione le prime tre classificate sono state Martina Panisi, con il progetto “Forrest Giants”, Emanuela Saporito con “Orti Alti” e Marina Massaro di RecuperARTI. Il premio in denaro ricevuto dall’Associazione permetterà di estenderne e potenziarne le attività. Verrà consolidata la partnership con gli istituti scolastici di Pietrasanta (LU) per consentire agli insegnanti l’accesso ai materiali presenti nel Centro e offrire laboratori nelle scuole dell’infanzia ed elementari. Tramite il riuso creativo si ripensa la relazione con lo spreco e si ridà uno scopo a materiali altrimenti inutilmente destinati alla discarica: riuso creativo è quando sostenibilità e creatività si uniscono per il miglioramento delle nostre comunità e del nostro pianeta.


MI PERMETTETE SEMPLICEMENTE DI CAMBIARE IL MONDO? Una società diventata liquida come il mare può generare tempeste. Andrea Gallo Martina Tafuro “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni”. Queste parole, scritte da Karl Marx nel 1852, ci invitano a riflettere sul fatto che non possiamo sempre parlare del mondo nel quale vorremmo vivere, quanto piuttosto occorre confrontarsi sul mondo nel quale dobbiamo vivere. Il cittadino del ricco e opulento occidente consuma l’ambiente, così come una moltitudine di cittadini dei paesi poveri, per ogni singolo nato nei paesi sviluppati, vi sono alcune decine di nascite in un paese povero. Per cui molta popolazione che consuma poco danneggia l’ambiente, quanto poca popolazione che consuma molto. Paradossalmente, però, è unicamente la povertà ad aver imposto, fino ad oggi, un freno globale al consumismo spinto e ha permesso al mondo ricco di sciupare risorse per accrescere ulteriormente la propria ricchezza. E diciamocela tutta! La povertà provoca degrado ambientale, così come sviluppo ed uguaglianza non vanno proprio d’accordo. La risoluzione del problema è demandata al singolo, che deve farsi promotore della salvaguardia della Terra. Insomma, io cittadina semplice, che devo sapere sull’ambiente per poter incidere nel cambiamento delle cose? Sicuramente non solo le norme ambientali, che scompaiono e appaiono con una velocità impressionante. La mera conoscenza delle norme non è sufficiente per avere un quadro completo della realtà, bisogna collocarle nel loro contesto so-

ciale. Viviamo nell’era in cui tutti si chiedono su chi deve fare ciò che va fatto, d’altro canto i nostri problemi sono globali e io possiedo solo mezzi locali per poterli risolvere. La distanza tra i ricchi e i potenti e il resto del popolo è irreversibile, la massa non è più come una volta quando aveva un senso il concetto di rivoluzione, la globalizzazione ci ha appiattiti, non riconosciamo neppure più i nemici da combattere. Adriano Sella, missionario saveriano, in “Come cambiare il mondo con i nuovi stili di vita”, propone di gestire le nostre società come se il futuro contasse davvero, il problema è trovare le soluzioni adatte per farlo, manipolati come siamo da un sistema in disfacimento. Padre Adriano ci dice che è molto facile fare assistenzialismo, perché non richiede nessun impegno di cambiamento delle nostre abitudini. Ci si mette la coscienza a posto perché si è dato qualcosa in denaro o aiuti, mentre tutto continua come prima con stili di vita che generano un consumismo spietato, che svuotano la vita di relazioni umane. Dobbiamo proclamare con forza che cambiando il nostro stile di vita, possiamo riconoscere tutti sullo stesso cammino e passo dopo passo costruire quel mondo dove tutti possano ritrovarsi alla stessa mensa della vita, con la responsabilità di garantire a ciascuno ciò che gli spetta di diritto, ciò di cui ha bisogno per un’esistenza dignitosa. Diffondiamo allora questo virus e per contagiare tutti nell’impegno a cambiare tenore di vita, pratiche e scelte quotidiane fino a quando la pace e la giustizia si baceranno. Basta capire che riempire le nostre abitazioni di oggetti e suppellettili non equivale a riempire anche il cuore

di chi vi abita. Penso sempre che questo cambiamento è già cominciato, e sono tanti coloro che si impegnano per farlo crescere sempre più con generosità. Facciamo un passettino più in là e leggiamo: “La speranza non è in vendita” di Luigi Ciotti. Il Don così la mette giù: “In un mondo d’ingiustizie sempre più intollerabili, la speranza rischia di diventare quasi un lusso, un bene alla portata di pochi. Ma una speranza “d’elite”, una speranza che esclude, in realtà è una speranza falsa. E per fermare questa compravendita di speranze di seconda mano bisogna trasformare la denuncia dell’ingiustizia in impegno per costruire giustizia”. L’invito è rivolto a chi si indigna, ma non si impegna. A chi chiude gli occhi davanti ai disgraziati, rendendoli invisibili. A chi trasforma la povertà e l’emigrazione in una colpa. A certa Chiesa più ricca che coraggiosa. A chi privatizza la speranza tenendosela tutta per sé e lasciando agli altri le briciole. La speranza consiste nel capire che si apprende a leggere il mondo che ci circonda, ancora prima di imparare parole e frasi. Bisogna coniugare, come se fossero verbi, le parole speranza e libertà e metterle in relazione nella pratica rivoluzionaria di ogni giorno. In tutte

queste forme essa non è qualcosa di puramente soggettivo, ma aspetto reale dello sviluppo concreto dell’essere. La spinta a riappropriarci della speranza ci viene anche da don Andrea Gallo, che in “Non uccidete il futuro dei giovani”, così scrive: “Una società diventata liquida come il mare può generare tempeste, proprio come il mare. E magari anche tzunami. C’è il rischio che i nostri giovani, specialmente quando saranno scomparsi i genitori che li mantengono ben oltre la maggiore età, si ribellino in massa come i sans papiers parigini e i giovani tunisini”. I problemi sociali sono quindi il mondo immediato di ogni essere umano, che affronta la vita con la volontà di divenirne soggetto. Leggere la presenza opprimente e asfissiante dello sfruttamento e della manipolazione dell’esistenza è una forma embrionale di presa di coscienza, che permette agli esploratori di speranza di cercare un luogo in cui denunciare. Questo perché, nella lotta sociale, in un primo momento, il sapere si manifesta nella forma della protesta. La protesta, una volta trovato il luogo in cui potersi esprimere, si trasforma in denuncia; scaturita dal confronto tra persone che pur essendo titolari degli stessi diritti vivono in condizioni molto diverse. A sua

volta, la denuncia si trasforma in critica e questa, spontaneamente, si trasforma in ribellione. La lettura del mondo, con occhi nuovi e liberi, risveglia l’immaginazione che è desiderio di cambiamento. Non mi sento parte di una macchina, di una squadra, di un pool indifferente e anonimo, sempre a chiedersi come, insensibile al perché. Il vero radicalismo della nostra epoca, sta nel riconoscere che il bene comune è il bene che, superando l’appetito individuale, libera e unisce tutti. La misuro, giorno per giorno, sulle mie capacità, sulla necessità di andare oltre, di superare le difficoltà. E’ pur vero che possono esserci eccessi, dovuti all’abbandono sociale, in quanto sono stata lasciata sola a centrocampo, nella mia partita della vita. Non c’è problema! Mi nutro di speranza per una continua ricerca di soluzioni, questo alimento diventa qualità necessaria per lo sviluppo umano dei miei sacrifici, in fondo produco, consumo e genero speranza a costo zero e rispettoso dell’ambiente. Troppo a lungo il capitale ha puntato a ridurre il ruolo del lavoro di relazione, sino a dichiarare il non lavoro sociale come felicità. La posta in gioco non è il guadagno della posizione di alcuni, ma il futuro che costruiremo insieme.


NAPOLI 7/8 APRILE

STAZIONE MARITTIMA DI NAPOLI 7/8 APRILE