Ecotossicologia, a Napoli la scuola estiva La presentazione del progetto formativo organizzato dall’ordine dei Biologi con la collaborazione di Arpac PRIMO PIANO
Cambiamenti climatici: i gravi effetti in Campania
I cambiamenti climatici sono oramai una realtà complessa e sempre più in evoluzione. In Italia, l'incremento di fenomeni meteorologici anomali e improvvisi genera un impatto sulla comunità e sul territorio sempre più negativo, fino a diventare a volte disastroso. Anche la Campania non è immune da tali "aggressioni": nella regione, infatti, tali eventi hanno causato negli ultimi anni...
Ha preso avvio a Napoli per il varo della Summer School of Environmental Toxicology 2019, l’innovativo progetto didattico che mira a formare specialisti nel campo ambientale e nella prevenzione della salute. Una vera e propria “scuola” destinata a laureati in Biologia e Biotecnologie, che potranno così diventare esperti nella valutazione e gestione del rischio ecotossicologico da inquinamento ambientale. Nata dalla collaborazione tra Ordine nazionale dei Biologi ed Arpa Campania, la Summer School è una delle prime attivate...
AMBIENTE & CULTURA
Lo scienziato Carminantonio Lippi
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ARPAC
Legionellosi: accordo tra ospedale Ruggi di Salerno e Arpac L’ospedale Ruggi di Salerno e l’Arpa Campania hanno sottoscritto una convenzione per il monitoraggio della legionella all’interno degli impianti dell’ospedale. Lo scopo di questo accordo è rafforzare nel nosocomio salernitano la prevenzione della legionellosi...
Liguori a pag.2
NATURA & BIODIVERSITÀ
Le brezze marine durante la stagione calda Le brezze marine sono venti deboli o talvolta moderati che si formano praticamente lungo le zone costiere e si spingono fino a qualche chilometro all’interno ed hanno il compito di mitigare...
De Crescenzo-Lanza pagg.14-15
a pag.6
Primo piano Sacchetti bio: c’è da fidarsi?
Bio-architettura L’architettura di Peter Zumthor
Hanno suscitato non poco scalpore i risultati di una ricerca condotta dall’Università di Plymouth su sacchetti per la spesa prodotti con diversi materiali, dalle bioplastiche al polietilene. I ricercatori inglesi hanno analizzato cinque tipologie diverse di shopper...
SCIENZA & TECNOLOGIA
Pochi architetti contemporanei riescono ad esprimersi in modo tanto efficace e coinvolgente quanto lo svizzero Peter Zumthor (nato a Basilea nel 1943), vincitore del Premio Imperiale del Giappone nel 2008 e del Premio Pritzker nel 2009, il quale ha insegnato...
La radiografia di un vulcano
Palumbo a pag.11
Maisto a pag.13
NATUR@MENTE
In cammino sempre e senza contachilometri
Martelli a pag.3
Loffredo a pag.9
Un evento storico: è stata realizzata la prima radiografia ad un vulcano e la scelta è ricaduta sullo Stromboli. L’esperimento è stato possibile grazie alla collaborazione di un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale...
Carminantonio Lippi nacque a Casal Velino (Salerno) nel 1760 (morì a Napoli nel 1823) e fu uno scienziato esperto di vulcanologia e geologia oltre che di mineralogia. Lippi fin dal 1817 iniziò a pensare ad un ponte in ferro da realizzarsi sul Garigliano e realizzato successivamente da Luigi Giura (Maschito, 1795 - Napoli, 1864). Ipotizzò anche una diversa storia per le città di Pompei e di Ercolano...
CURIOSITÀ
AMBIENTE & TENDENZE
La rinascita della foresta di Salgado in Brasile
Trendy e funzionali: tornano le borracce
Evidente il grande successo del progetto di riforestazione attuato
Da un incontro “ravvicinato” con la morte e la sofferenza ad un sogno di speranza: questo il percorso del famoso fotoreporter brasiliano Sebastião Salgado che, di ritorno da una dolorosa esperienza in Rwanda... a pag.16
Abbrunzo a pag.17
Se i personaggi del vangelo avessero avuto una specie di contachilometri incorporato, penso che la classifica dei più infaticabili camminatori l’avrebbe vinta Maria. Gesù a parte, naturalmente. Siccome allora Gesù è fuori concorso, a capeggiare la graduatoria è lei: Maria. La troviamo sempre in cammino, da un punto all’altro della Palestina, con uno sconfinamento anche all’estero... Sempre in cammino… Santa Maria, donna della strada, come vorremmo somigliarti nelle nostre corse trafelate, ma non abbiamo traguardi. Siamo pellegrini come te, ma senza santuari verso cui andare. Tafuro a pag.19
Cambiamenti climatici: i gravi effetti in Campania È urgente attuare politiche ambientali per l’incolumità della comunità e la conservazione del territorio Fabiana Liguori I cambiamenti climatici sono oramai una realtà complessa e sempre più in evoluzione. In Italia, l'incremento di fenomeni meteorologici anomali e improvvisi genera un impatto sulla comunità e sul territorio sempre più negativo, fino a diventare a volte disastroso. Anche la Campania non è immune da tali "aggressioni": nella regione, infatti, tali eventi hanno causato negli ultimi anni consistenti danni e forti disagi. In vista delle prossime elezioni europee, Legambiente ha presentato il dossier “Il clima è già cambiato: la Campania alla sfida per l’Europa” con dati e riflessioni circa la problematica, rivolta a quanti oggi si candidano a rappresentare i cittadini campani e del mezzogiorno in Europa. Questi i numeri di Legambiente sugli impatti dei mutamenti climatici che stanno trasformando il Paese: dal 2010 ad oggi sono 198 i comuni colpiti, 340 fenomeni meteorologici estremi, 109 i casi di danni a infrastrutture da piogge intense, 157 le persone vittime del maltempo. Dal 2013 al 2016 ben 18 regioni sono state colpite da 102 eventi estremi che hanno provocato alluvioni o fenomeni
franosi generando l’apertura di 56 stati emergenziali. L’apertura dei 56 stati di emergenza nei diversi territori interessati, ha permesso di censire i danni provocati da frane e alluvioni e di stimare il fabbisogno necessario per fronteggiare l’emergenza: di fronte ad un danneggiamento accertato di circa 7,6 miliardi di euro, lo Stato ha risposto stanziando circa il 10% di quanto necessario, 738 milioni di euro, ed erogandone fino ad oggi circa 618 milioni. Oltre 1,1 miliardi di euro di danni in Campania, 800 milioni in Emilia Romagna e Abruzzo, 700 milioni in Toscana, oltre 600milioni in Liguria e nelle Marche. Cifre che riguardano sia il patrimonio pubblico e privato che le attività produttive. Nello specifico se diamo un'occhiata su quanto scritto sulla Campania, i dati sono inquietanti: 29 eventi estremi dal 2010 a oggi, tra cui 6 trombe d'aria, 6 allagamenti da piogge intense, 12 episodi di danni consistenti a infrastrutture o al patrimonio storico a causa del maltempo, 4 esondazioni fluviali e una frana. Oltre 1,1 miliardi di euro di danni. Quanto basta per provare a correre a ripari. Per poter comprendere a pieno la vulnerabilità e la fra-
gilità dell'Italia in relazione a fenomeni meteorologici, è necessario porre l'accento sull'elevato rischio idrogeologico che caratterizza il Belpaese: sono 7.145 i comuni (l’88% del totale) che hanno almeno un’area classificata come ad elevato rischio (circa il 15,8% del territorio nazionale) e sono oltre 7 milioni gli italiani che vivono o lavorano in queste aree. Rispetto a questo scenario nazionale la Campania si inserisce in maniera lineare nella complessità della situazione: dei 550 comuni presenti nella regione, sono 503 (il 91%) quelli in cui ricadono aree classificate a elevato rischio idrogeologico con una superficie di circa 3.338 kmq (il 24,4% della superficie regionale). L’elevata diffusione del rischio idrogeologico nella regione ha portato negli ultimi decenni alla programmazione di 478 cantieri per “mettere in sicurezza il territorio”, di cui 57 risultano ancora in corso di esecuzione, 255 sono già conclusi e 166 riguardano altri interventi. Gli importi stanziati per questi progetti ammontano a 687,89 milioni di euro. In questi territori sono presenti scuole, beni culturali, attività produttive e commerciali che devono convivere quotidianamente con questi rischi (e non solo). Vista l’elevata pericolosità presente sul territorio e la lentezza con cui si realizzano le opere necessarie a mitigare il rischio idrogeologico a livello regionale, Legambiente ha effettuato un monitoraggio per misurare il livello di trasparenza, accessibilità e sensibilizzazione dei piani di protezione civile nei 39 comuni del Bacino del Sarno, l'area colpita dalla terribile alluvione del maggio 1998. Il piano di protezione civile infatti è uno strumento necessario per la corretta pianificazione e gestione dell’emergenza e dovrebbe essere uno strumento largamente diffuso e conosciuto dalla popolazione. Visitando i siti istituzionali
dei 39 comuni dell’area, in 14 di questi, pari al 35%, il piano di protezione civile è immediatamente visibile accessibile in home page con un semplice clik. Nei restanti comuni il link relativo al piano di protezione civile non è facilmente individuabile. Il quadro regionale invece mostra come siano 339 (il 73% dei comuni della regione) i comuni dotati di un piano aggiornato in conformità alle disposizioni normative, 79 quelli con un piano non aggiornato (14%), 54 quelli privi di piano (10%) e 18 i comuni non rilevati (3%). Tale ritardo nella pianificazione evidenzia purtroppo ancora il perdurare di una scarsa attenzione da parte delle amministrazioni locali rispetto alla necessità di porre in essere sistemi di gestione dell’emergenza in grado di salvaguardare l’incolumità delle comunità. Il cambiamento climatico mette a rischio anche l'immenso patrimonio forestale regionale: circa 450.000 ettari, pari a quasi un terzo circa dell’intero territorio della Campania. Difatti, i cambiamenti di temperatura e le piogge sempre più frequenti, pongono gli ecosistemi in una condizione di difficoltà, favorendo, inoltre, l'insediamento di specie alloctone in-
vasive. Con la conseguenza che non tutte le specie arboree sono in grado di reagire alle avversità climatiche, spostandosi, bensì andando in contro ad estinzione. Per mitigare tale rischio, la Giunta regionale, ha approvato il Documento Esecutivo di Programmazione Forestale (DEPF) per il triennio 20182020, che definisce operativamente le politiche pubbliche della Regione Campania in materia di forestazione. Nel documento sono previste risorse per 246,9 milioni di euro, pari ad 82,3 milioni all’anno, per l’attuazione degli interventi di forestazione e bonifica montana nel triennio 2018-2020, circa 7 milioni in più rispetto al precedente DEPF. Non meno frequenti sono i danni al patrimonio archeologico e storico-culturale: su 8.889 beni culturali presenti in Campania, secondo l'Ispra, sono 1.154 i beni a rischio “elevato” e “molto elevato” di frana (13% del totale regionale). La cifra sale a 3.189, se si considerano anche i siti per cui la pericolosità viene indicata come media o moderata (35,9% del totale regionale). Sono 689, invece, i beni culturali a rischio “medio” e “elevata” alluvioni (7,70 per cento del totale regionale).
Sacchetti bio: c’è da fidarsi? L’Inghilterra accusa, l’Italia risponde: gli unici riconosciuti sono quelli in bioplastica compostabile Giulia Martelli Hanno suscitato non poco scalpore i risultati di una ricerca condotta dall’Università di Plymouth su sacchetti per la spesa prodotti con diversi materiali, dalle bioplastiche al polietilene. I ricercatori inglesi hanno analizzato cinque tipologie diverse di shopper (biodegradabile, compostabile, convenzionale e due oxodegradabili) dopo averle esposte per tre anni nell’ambiente naturale come se fossero state abbandonate all’aria, nel terreno e in mare. Al termine del periodo, alcune di esse erano ancora integre ed in grado di trasportare la spesa. Già lo scorso Ottobre, un’indagine di Altroconsumo aveva evidenziato che la metà dei sacchetti in circolazione risultava fuori legge, in quanto non rispettava i requisiti minimi che prevedono la biodegradabilità, la compostabilità e l’impiego di almeno il 40% di materia prima rinnovabile per quelli monouso destinati a contenere e trasportare alimenti. È chiaro che notizie del genere non fanno altro che creare confusione tra i consumatori, i quali hanno iniziato infatti a chiedersi se la sovrattassa imposta sui sacchetti, in virtù della loro biodegradabilità nell’ambiente, sia legittima. Già un anno fa era nata una polemica, quando la rete tv
Bbc aveva anticipato alcuni risultati preliminari dell’Università britannica dopo due anni di esposizione alla biodegradazione non avvenuta. La Symphony Environmental Technologies, che aveva prodotto il sacchetto intatto, aveva criticato quello studio e aveva contestato le credenziali dei ricercatori in quanto non scienziati dei polimeri. La risposta italiana ai ricercatori inglesi è arrivata da Assobioplastiche (Associazione Italiana delle bioplastiche e dei materiali biodegradabili e compostabili) attraverso un comunicato: “Lo studio del-
l’Università di Plymouth ci dice che solo il sacchetto biodegradabile e compostabile – progettato per essere gestito nel circuito della raccolta dell’umido in appositi impianti industriali – anche se erroneamente disperso nell’ambiente per effetto di cattive abitudini (littering), va incontro a totale decomposizione in ambiente marino in soli tre mesi e presenta un impatto ambientale ridotto, confermando che è scorretto utilizzare il termine “biodegradabile” rispetto a prodotti a base di polimeri tradizionali o con l’aggiunta di additivi
che ne accelerano la frammentazione (c.d. oxo-degradabili). Gli unici prodotti a potersi fregiare correttamente di tale definizione sono infatti quelli in bioplastica compostabile. I risultati pubblicati non sono quindi sorprendenti per gli esperti di chimica dei polimeri e di biodegradazione, ma anzi confermano che la decisione della UE (direttiva SUP) di proibire tutti i materiali tradizionali additivati con acceleranti la frammentazione è corretta. La soluzione non è la biodegradazione in quanto tale (che comunque i sacchetti in
bioplastica compostabile possiedono a differenza degli altri), essa non deve essere mai vista come una più comoda soluzione o una scusa per la disseminazione incontrollata nell’ambiente (che porterebbe al paradosso di legittimare ad esempio il littering degli scarti e residui organici in mare, in quanto biodegradabili)”. Altra questione, forse più pregnante, aggiungeremmo noi, è quella di verificare che tutti i sacchetti in circolazione siano effettivamente a norma così da garantire una veloce e sicura compostabilità.
A Parigi la Conferenza Unesco sull'acqua Costa: le crisi idriche spostano ogni anno circa 70 milioni di persone Le immagini che dallo spazio ci mostrano le abbondanti masse d'acqua che caratterizzano la terra non tengono conto che meno dell'1% di questa massa è di acqua dolce. E' dunque poca l'acqua utilizzabile dalle popolazioni per la produzione alimentare, l'energia, l'industria o il tempo libero. La giusta gestione di questa limitata risorsa è indispensabile per la salute dell'uomo, per il mantenimento dell'ecosistema, ma anche per garantire la parità di genere. Per affrontare questo tema cruciale si è aperta a Parigi qualche giorno fa la Conferenza internazionale sull'acqua organizzata dall'Unesco. L'obiettivo è riunire tutti i Paesi del mondo intorno ad un tavolo per discutere un approccio comune per la gestione delle risorse idriche. Tenuto conto che quasi tutte le attività umane dipendono dall'acqua, questa è alla base dello sviluppo durevole, della riduzione della povertà ma anche della pace. L'intervento del ministro Costa alla Conferenza dell'Unesco sull'acqua ha messo in luce che le crisi idriche spostano ogni
anno circa 70 milioni di persone, numero raddoppiato negli ultimi 50 anni. Le stesse crisi idriche generano conflitti sanguinari, con un incremento del 150% dal 2000 a oggi. La malattia che stronca la vita al maggior numero di bambini al mondo è l'assenza
di acqua oppure la sua contaminazione". Lo ha detto il ministro dell'Ambiente, il pentastellato Sergio Costa, intervenendo martedì a Parigi alla Conferenza internazionale sull'acqua organizzata dall'Unesco. "La disponibilità di acqua dolce - ha spiegato il
ministro - sta progressivamente diminuendo con la crescita della popolazione e con l'aumento degli impieghi agricoli, industriali ed energetici, mentre le regioni continentali diventano sempre più secche a causa dei cambiamenti climatici".
"Quasi 1,4 milioni di persone muoiono ogni anno a causa di malattie associate all'acqua potabile contaminata - ha proseguito Costa -. Tre persone su 10 non hanno accesso all'acqua potabile, 6 persone su 10 non hanno servizi igienici sicuri, 2 miliardi di persone vivono in Paesi sottoposti a forti stress idrici". Per Costa "è necessario sviluppare il sistema di controllo e monitoraggio dell'acqua, per superare pericolosi meccanismi di aggregazione nazionale e internazionale che tendono alla privatizzazione estrema impoverendo i territori; ridurre gli sprechi; investire per ristrutturare le reti idriche; informare il cittadino sulla gestione della risorsa acqua con una piattaforma aperta". "L'acqua è sopravvivenza e rappresenta un diritto umano inalienabile - ha concluso il Ministro -, eppure parliamo ancora di un bene commerciale sul quale ottenere la massimizzazione del profitto, come si potrebbe fare per qualsiasi prodotto posto in commercio, piuttosto che come bene essenziale per la vita umana". (ANSA)
Geotermia: la scienza che studia le sorgenti sotterranee di calore e il loro sfruttamento L’energia rinnovabile che meglio rappresenta l’Italia Tina Pollice Il motore termico che per sua natura è la Terra stessa mette gratuitamente a nostra disposizione ogni anno un’enorme energia pari a 33 miliardi di Tep (tonnellata equivalente di petrolio unità di misura energetica) circa il triplo della domanda di energia primaria mondiale. Energia non raggiungibile ovunque in ugual misura. Come è più utile impiegare tecnologie fotovoltaiche dove l’irraggiamento solare è ottimale, o pale eoliche in caso di dati anemometrici incoraggianti, ci sono aree lungo il pianeta con caratteristiche geologiche che rendono la geotermia particolarmente allettante come fonte energetica. Alcune di queste aree sono proprio in Italia, basti pensare che i sistemi geotermici più preziosi per la produzione di energia sono quelli a vapore dominante, e, che ne esistono solo cinque al mondo di cui uno a Larderello in Toscana. Eppure, nonostante il know-how secolare accumulato e le caratteristiche uniche (in primis la continuità produttiva, oltre alla possibilità di coniugare impieghi elettrici e termici) di quest’energia, le potenzialità della geotermia sono ancora largamente inespresse. Per questo, a livello globale, la Global geothermal alliance si è presentata nel 2015 all’Ac-
cordo sul clima di Parigi lanciando obiettivi ambiziosi e raggiungibili: +500% di elettricità e +200% di energia termica generate da fonte geotermica entro il 2030. Un contesto entro il quale anche l’Italia può fare molto visto che il contributo della geotermia ai consumi italiani di energia primaria (dati 2015) si ferma appena allo 0,87%, quanto basta per evitare l’emissione di 4 MTonn/a di CO2 l’anno. La geotermia può essere considerata a buon diritto l’energia rinnovabile che meglio rappresenta l’Italia. La sua storia ha origini antichis-
sime, ed entra sulla scena dell’economia energetica mondiale proprio in un piccolo centro della Toscana, Larderello, dove nel 1904, il calore di fluidi geotermici produsse elettricità. Ed è sempre dall’Italia che, rimase fino al 1952 l’unica produttrice al mondo di energia geotermoelettrica, l’idea si diffuse in molti altri Paesi. Al nostro Paese, sebbene abbia perso da tempo il primato globale della potenza geotermica installata, viene riconosciuta una leadership indiscussa per le competenze secolari maturate nella coltivazione di quest’energia pulita.
In Campania esiste, specie nell’area napoletana, un potenziale elevatissimo per le peculiari caratteristiche del distretto geovulcanologico del Somma-Vesuvio e dei Campi Flegrei. Ricercatori dell’INGV hanno stimato che la potenzialità geotermica della sola area Campi Flegrei + Ischia è pari ad almeno 17 GW( 10 alla nona potenza W) l’equivalente di due centrali nucleari medio–grandi. È evidente che la geotermia è una fonte energetica continua e praticamente inesauribile che potrebbe avvicinare la nostra regione alla quasi indipen-
denza energetica. Non dimentichiamo la scoperta di un bacino geotermico localizzato nei terreni carbonatici che fanno da substrato ai depositi piroclastico–alluvionali nella piana di Mondragone. In Campania esistono un gran numero di manifestazioni geotermiche con caratteristiche e potenzialità compatibili con gli attuali impianti di sfruttamento della risorse che hanno raggiunto una maturità tecnica ed un’affidabilità molto elevata, ma, scontiamo forti ritardi per la scarsa lungimiranza e per l’inerzia della classe politica passata.
Ecotossicologia, a Napoli la scuola estiva La presentazione del progetto formativo organizzato dall’ordine dei Biologi con la collaborazione di Arpac Ha preso avvio a Napoli per il varo della Summer School of Environmental Toxicology 2019, l’innovativo progetto didattico che mira a formare specialisti nel campo ambientale e nella prevenzione della salute. Una vera e propria “scuola” destinata a laureati in Biologia e Biotecnologie, che potranno così diventare esperti nella valutazione e gestione del rischio ecotossicologico da inquinamento ambientale. Nata dalla collaborazione tra Ordine nazionale dei Biologi ed Arpa Campania, la Summer School è una delle prime attivate in Italia sul tema dell’ecotossicologia. Strutturata in 36 ore di lezioni frontalicase study e 18 di formazione pratica, la scuola vedrà partecipare venti allievi, scelti con un bando che si è chiuso lo scorso 15 aprile. Tre degli allievi saranno poi selezionati per una borsa di studio finanziata dall’Ordine, che comporterà uno stage di un anno da svolgere in laboratorio nell’Agenzia ambientale campana. La Scuola ha aperto ufficialmente i battenti venerdì 3 maggio, quando è stata presentata nel corso di un evento
che si è tenuto negli spazi dell’Auditorium della Città Metropolitana di Napoli, in via don Bosco. Sono intervenuti, tra gli altri, l’europarlamentare Isabella Adinolfi, il vicepresidente della Regione Campania Fulvio Bonavitacola, il pm della Procura di Napoli Giulio Vanacore. Saluti istituzionali affidati al senatore Vincenzo D’Anna, presidente dell’Ordine nazionale dei Biologi, al commissa-
rio straordinario Arpac Stefano Sorvino ed a Marialuisa Gallo, che in Arpac dirige il Laboratorio regionale Reach ed Ecotossicologia. «La Summer school – ha spiegato Marialuisa Gallo – consentirà ai partecipanti di accrescere le proprie competenze di base attraverso un sistema di formazione innovativo, una full immersion che coniuga l’attività pratica con quella teorica». «Metteremo a
disposizione metodi analitici all’avanguardia in adeguamento alle normative vigenti» ha aggiunto la dirigente del laboratorio di Ecotossicologia dell’Agenzia regionale. «Tutto ciò che va in direzione di una collaborazione scientifica tra entità particolarmente qualificate e autorevoli come l’Ordine dei Biologi e la nostra Arpac è sicuramente da sostenere e valorizzare» ha sottolineato, dal canto suo, il
vicepresidente della Regione Fulvio Bonavitacola. «Nel nostro territorio – ha proseguito – abbiamo tante problematiche ambientali, ma dobbiamo fare anche chiarezza contro luoghi comuni e semplificazioni: in questo è essenziale l’aiuto della comunità scientifica». «La scienza deve soccorrere il decisore politico, deve avvertire la popolazione sulla realtà e sulla concretezza dei rischi che corre», ha detto il presidente dei Biologi Vincenzo D’Anna. «Mi farò promotore di una proposta che illustrerò alla ministra della Salute, Giulia Grillo, ed alle commissioni parlamentari, per cui ogni Comune si doti di un biologo, perché ogni ente locale si può trovare ad affrontare il ciclo dei rifiuti, il loro smaltimento, l’inquinamento ambientale, la valutazione di impatto ambientale, la questione delle mense e, quindi, l’igiene e la sicurezza degli alimenti. Avere una sentinella sul posto, che possa allertare e verificare in loco i danni e la pericolosità di certi contesti, significa poi passare ad un successivo step per produrre una bonifica vera e propria», ha concluso.
Prevenzione della Legionellosi: accordo tra ospedale Ruggi di Salerno e Arpa Campania L’ospedale Ruggi di Salerno e l’Arpa Campania hanno sottoscritto una convenzione per il monitoraggio della legionella all’interno degli impianti dell’ospedale. Lo scopo di questo accordo tra l’Azienda ospedaliera universitaria e l’Agenzia ambientale campana è rafforzare nel nosocomio salernitano la prevenzione della legionellosi, polmonite che in alcuni casi può avere esiti letali. Nell’arco di un anno l’Agenzia preleverà trecento campioni di acqua degli impianti idrici e di climatizzazione, più cinquanta campioni di varie matrici, tra cui aria, biofilm e sedimenti, secondo un piano di monitoraggio elaborato dalla Direzione sanitaria dell’Azienda
ospedaliera. L’obiettivo è verificare se negli impianti dell’ospedale possa annidarsi la legionella, il batterio responsabile della malattia nota anche come “morbo del legionario”, e quindi evitare che la patologia possa essere con-
tratta all’interno dell’ospedale. I prelievi verranno effettuati nella struttura ospedaliera salernitana e nelle altre sedi afferenti all’Azienda ospedaliera, cioè i presidi ospedalieri “da Procida” di Salerno, “Santa Maria dell’Olmo”
di Cava de’ Tirreni, “Fucito” di Mercato San Severino e “Costa d’Amalfi” di Castiglione di Ravello. La convenzione tra i due enti è stata voluta dal direttore generale dell’Azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, Giuseppe Longo, e dal commissario straordinario dell’Agenzia regionale protezione ambientale Campania, Stefano Sorvino, in ragione della valenza di una collaborazione che contribuisce a potenziare la prevenzione sanitaria in ospedale. Le attività saranno affidate in Arpac al Laboratorio regionale di riferimento per la legionellosi diretto da Anna Maria Rossi. Già nel 1999, prima di transitare nell’Agenzia, l’al-
lora Laboratorio di igiene e profilassi dell’Asl di Salerno collaborò con il Ruggi a un importante progetto-pilota per la sorveglianza della legionellosi in ambito nosocomiale. Questo studio, oggetto di successive pubblicazioni scientifiche, rappresentò di fatto lo start up del monitoraggio della presenza della legionella negli ospedali della nostra regione. Attualmente, Arpac collabora alla sorveglianza ambientale preventiva della legionella in diverse strutture sanitarie campane, tra cui le aziende ospedaliere Giuseppe Moscati di Avellino e San Pio di Benevento, i presìdi ospedalieri e le strutture sanitarie assistenziali delle Asl di Salerno e di Avellino.
Studenti in visita al termovalorizzatore di Acerra Iniziativa nell’ambito del progetto di alternanza scuola-lavoro attivato da Arpac e liceo Imbriani di Pomigliano Anna Gaudioso Il progetto di Alternanza scuola lavoro intrapreso dal liceo Imbriani di Pomigliano d’Arco e dall’Arpa Campania, iniziato nel dicembre 2018, si è concluso lo scorso 30 aprile con la visita al termovalorizzatore di Acerra, in provincia di Napoli. Si tratta di una tappa prevista nell’ambito del percorso che l’agenzia ambientale regionale ha programmato con i liceali della città nota per un’importante area industriale. Un momento importante per promuovere conoscenze e far rendere conto da vicino, attraverso la disponibilità e le competenze degli addetti ai lavori, quanto impegno e professionalità ci siano dietro allo svolgimento dei controlli ambientali. Nello specifico, si è mostrato come vengono effettuati ogni giorno i controlli all’impianto di Acerra. I giovani studenti hanno visto da vicino come funzionano gli strumenti utilizzati per le analisi quotidiane al termovalorizzatore, utili per valutarne le emissioni in atmosfera. La visita all’impianto gestito da A2A SpA segna da una parte il termine degli incontri con gli alunni, dall’altra apre loro spiragli nuovi dando conoscenze non solo teoriche ma anche pratiche, guar-
Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 15 maggio 2019 - Anno XV, N.9 Edizione chiusa dalla redazione il 15 maggio 2019 DIRETTORE EDITORIALE
Luigi Stefano Sorvino
DIRETTORE RESPONSABILE
Pietro Funaro
CAPOREDATTORI
Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli
IN REDAZIONE
Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro
GRAFICA E IMPAGINAZIONE
Savino Cuomo
HANNO COLLABORATO
I. Buonfanti, F. De Capua, G. De Crescenzo, R. Funaro, B. Giordano, G. Loffredo, R. Maisto, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice
SEGRETARIA AMMINISTRATIVA
Carla Gavini
DIRETTORE AMMINISTRATIVO
Pietro Vasaturo
EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.
dando da vicino le modalità usate dagli ingegneri e dagli operatori che eseguono i controlli. In questo progetto di Alternanza scuola lavoro sono stati coinvolti, per Arpac, Luigi Cossentino direttore dell’Area territoriale di Napoli, il dirigente Vincenzo Barbuto che si occupa di bonifiche, oltre a chi scrive nella veste di responsabile dell’educazione ambientale. Per la scuola hanno partecipato le insegnanti Paola Miranda, Assunta Di Lorenzo, Cinzia Antignani e Nunzia Antignani. Nel percorso progettuale di Alternanza scuola lavoro, dopo vari incontri, lezioni frontali, una visita nella periferia Est di Napoli al sito in corso di bonifica della Kuwait raffinazione e chimica spa, azienda nota con il nome di Q8, e momenti vari di confronto, siamo arrivati alla visita al termovalorizzatore di Acerra. Puntuali e con fare educato, erano presenti la classe 3A e 3C del Liceo classico scientifico Imbriani, accompagnati da Nunzia Antignani, insegnante di scienze e Assunta Di Lorenzo, che insegna matematica. I ragazzi e gli insegnanti sono stati accolti da Simone Malvezzi, responsabile degli impianti campani gestiti dalla A2A Ambiente, e da Beatrice Papa che si occupa del controllo e monitoraggio del termovalorizzatore di Acerra. Per Arpac, oltre al tutor e ai referenti del progetto, erano presenti i tecnici del Dipartimento di Napoli Renato Olivares e Raffaele Cioffi. Nella prima parte della mattinata gli studenti hanno preso parte a un interessante dibattito sul termovalorizzatore, dopodiché hanno inoltre potuto visitare l’impianto nelle varie fasi di funzionamento. Beatrice Papa ha accompagnato i ragazzi e gli insegnanti per la visita guidata all’impianto. Una volta sulla torre, gli studenti hanno potuto assistere alle diverse fasi di controllo in atto delle emissioni in atmosfera ai camini: i tecnici Arpac Simone Macchione e Renato Terlizzi si sono resi disponibili illustrando le normative e le tecniche relative ai con-
trolli e dato risposte alle domande e alle curiosità poste dagli studenti. Questi giovani studenti fra non molto saranno di fronte a una scelta importante per il loro futuro, dovranno decidere cosa fare della loro vita, quali studi intraprendere, quali possibilità il mondo del lavoro può offrire e soprattutto verso cosa si sentono più portati. Sicuramente scegliere un indirizzo di studio verso cui si è maggior-
mente portati può dare più possibilità di realizzazione nel lavoro. Nel ritenere positivo questo percorso formativo, bisogna anche dire che vivere un’esperienza lavorativa da vicino è interessante perché potrebbe influire sulle scelte dei nostri giovani studenti, ed è per questo che a loro va il nostro augurio e la speranza che le loro scelte siano consapevoli e di possibile realizzazione.
Come si gestiscono i rifiuti? Premio per le scuole ad Avellino
Sensibilizzare gli studenti a gestire correttamente scarti e immondizia è uno degli obiettivi di un concorso promosso dall’Osservatorio regionale per la gestione dei rifiuti, insieme all’Ufficio scolastico regionale della Campania. Lo scorso 13 maggio, nell’auditorium dell’Istituto Perna – Alighieri di Avellino, si è tenuta una cerimonia di premiazione delle classi delle scuole irpine risultate vincitrici del bando di concorso intitolato “Il riciclo e il riuso dei rifiuti per rigenerare il nostro ecosistema e creare lavoro”. In totale, su tutta la regione, il bando prevede l’assegnazione di quindici borse di studio, ciascuna del valore di cin-
quecento euro. Alla cerimonia di premiazione svoltasi ad Avellino sono intervenuti, tra gli altri, il vicepresidente della Regione Fulvio Bonavitacola, il senatore Enzo De Luca che presiede l’Osservatorio regionale, il commissario straordinario Arpac Stefano Sorvino, il direttore generale dell’Asl di Avellino Maria Morgante, inoltre Anna Martinoli, direttore generale del Ciclo integrato delle acque e dei rifiuti, valutazioni e autorizzazioni ambientali della Regione Campania e la preside del Perna-Alighieri Annamaria Labruna, Ha moderato l’ingegnere Tiziana Capolupo (dipartimento Arpac di Avellino).
Il dryfarming: la nuova frontiera dell'orticoltura È importante selezionare le sementi delle varietà che si dimostrano più resilienti Anna Paparo Trovare una soluzione ai cambiamenti climatici è diventata una vera e propria sfida per tutte le nazioni del mondo che hanno a cuore la salute del nostro pianeta e di tutte le forme viventi. Così, le nuove possibili parole d'ordine che entreranno nel nostro vocabolario green saranno dryfarming, selezione delle varietà, conoscenza del terreno e lettura della stagionalità. Queste, ora come ora, rappresentano le quattro radici per la coltivazione in risposta al cambiamento climatico evidenziate in occasione della nona edizione della Fiera di Vita in Campagna, dedicata agli hobby farmer, i coltivatori della domenica, evento che si è chiuso qualche settimana fa a Montichiari (Brescia). Marta Cipriani, esperta in orticoltura, ha così risposto ad un'intervista per una storica rivista specializzata: "Dobbiamo modificare il nostro approccio all'agricoltura,
rieducare il coltivatore al terreno e alla selezione delle varietà di piante più adatte a sopravvivere in un contesto di carenza di risorse idriche. Attraverso l'impiego dell'irrigazione artificiale si è persa la conoscenza di come le piante possano reagire di fronte alla mancanza di acqua, invece c'è, proprio, l'esigenza di tornare a selezionare le sementi delle varietà che si dimostrano in natura più resilienti, a interpretare la stagionalità alla luce delle mutate condizioni climatiche e a intervenire sulla lavorazione del suolo per favorire la ricarica delle falde acquifere e limitare la dispersione idrica nel terreno". Restando sempre in termini di conoscenza, si deve sottolineare che, mentre cresce la passione degli italiani per il biologico, stando ad una indagine condotta dalla storica rivista condotta su più di due mila e ottocento agricoltori per passione, gli hobby farmer sono promossi, ma con riserva. E ancora, se la maggior parte
degli appassionati è in grado di determinare correttamente se una pratica è biologica o meno, ci sono ancora moltissimi miti da sfatare e tantissimi temi da approfondire e da studiare. È questo il caso, per esempio, dell'utilizzo della cenere di legna per la fertilizzazione del terreno, una pratica ritenuta utile da tre intervistati su quattro, ma che aumenta l'alcalinità del suolo
rendendolo inadatto alla coltivazione di molte piante. La cenere, inoltre, è totalmente priva di azoto, un minerale prezioso per la vegetazione. Per tutte queste motivazioni, il dryfarming, ovvero “coltivare a secco”, rappresenta una valida alternativa al modo invasivo e distruttivo di sfruttare i terreni per la produzione agricola, soprattutto di questi tempi in cui i repentini cam-
biamenti climatici stanno creando confusione e stanno distruggendo i precari e delicati equilibri naturali degli ecosistemi presenti sulla Terra. È cosa risaputa che i vecchi proverbi racchiudono la più grande e saggia verità. Ed ora lo possiamo davvero urlare a squarciagola: “non esistono più le mezze stagioni” e dobbiamo cercare una soluzione finché siamo ancora in tempo.
L’agricoltura sociale sbarca in Cilento Un campo di nocciole curato da persone con problemi psichiatrici “Chi passa pi la Torre non è abburlato, Ciccu Martinu o è muorto o e malatu” (chi passa per la Torre non viene preso in giro, Pinco Pallino è morto oppure è malato): è un antico proverbio torrese che si sente recitare spesso dagli abitanti di Torre Orsaia, piccolo e meraviglioso comune immerso nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Nel 2003 il Comune di Torre Orsaia ha affidato in comodato d’uso al Sir (struttura intermedia residenziale) un ettaro di terreno per piantare alberi di nocciole. Oggi, a distanza di 16 anni, quello stesso terreno diventa un grande esempio di agricoltura sociale grazie al lavoro dei pazienti di una struttura psichiatrica. I problemi istituzionali, finanziari e burocratici che molto spesso bloccano l’avvio di
nuovi progetti, questa volta sono stati egregiamente superati ed il progetto ha avuto inizio. Il progetto è denominato “Agricoltura Sociale e Solidale” ed è stato ufficializzato il mese scorso con una cerimonia alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il direttore del dipartimento di salute
mentale dell’Asl Giulio Corrivetti, il direttore dell’unità operativa di Sapri-Sant’Arsenio Antonio Mautone e il vescovo Monsignor Antonio De Luca. Il progetto è stato studiato per permettere la riabilitazione e l’integrazione di persone affette da disturbi mentali. Il lavoro permette-
rebbe il recupero del malato psichiatrico che si sentirebbe utile e partecipe nella società, il malato avrebbe inoltre diritto ad una borsa lavoro della durata di sei mesi. Questi 10 lavoratori “speciali” si stanno prendendo cura di circa 200 alberi di nocciole, tagliano l’erba, concimano, annaffiano e quando le nocciole
saranno pronte (tra circa 2 anni) verranno vendute a pasticcerie e ad aziende agricole del territorio ed il ricavato verrà utilizzato per migliorare la struttura psichiatrica che li ospita. Anche alcune aziende riconosciute a livello mondiale, come la Nestlè, si sono rese disponibili per l’acquisto delle nocciole. Ogni giorno, gli operatori delle cooperative Multiservice ed Egea seguono il lavoro di questi neo contadini, favorendo lo scambio, la socialità, la cooperazione, lo spirito di gruppo. Il lavoro serve per far tornare a sognare, per regalare serenità e dignità a coloro che l’hanno persa. Il recupero del malato psichiatrico è importantissimo sia per il malato sia per le loro famiglie e può diventare una risorsa economica per l’intero territorio. A.P.
Le brezze marine durante la stagione calda Hanno il compito di mitigare l’opprimente calura estiva Gennaro Loffredo Le brezze marine sono venti deboli o talvolta moderati che si formano praticamente lungo le zone costiere e si spingono fino a qualche chilometro all’interno ed hanno il compito di mitigare l’opprimente calura estiva, almeno sulle fasce prospicienti al mare. Esse si formano sull’Italia nel periodo estivo quando domina l’alta pressione e con essa il tempo buono e il caldo. Durante una assolata giornata di fine primavera o inizio estate, infatti, il mare risulta più freddo della terraferma nelle ore diurne e questo mette in moto una corrente d’aria che va dal mare verso l’interno (brezza marina). Di notte succede il contrario, con la terraferma che si raffredda più velocemente rispetto all’acqua, di conseguenza si attiva una corrente d’aria dalle zone interne verso il mare ( brezza di mare). Se al mattino ci rechiamo su una spiaggia, il mare risulta piatto perché per tutta la
notte la brezza di terra ha soffiato, riducendo al minimo la formazione delle onde. Essa ha inoltre allontanato da riva tutte le eventuali impurità e
l’acqua risulta spesso pulita e trasparente. Con il passare delle ore la brezza di mare prende sempre più piede, a seguito del riscal-
damento della terraferma. Ciò comporta in un primo tempo un lieve aumento del moto ondoso, con la formazione di onde corte, che tuttavia non disturbano più di tanto i bagnanti. In una fase successiva, soprattutto nel tardo pomeriggio, si può avere lo spiaggiamento di tutte le impurità che la brezza di monte aveva allontanato al largo la notte precedente; l’acqua, di conseguenza, tenderà a sporcarsi leggermente. Naturalmente il fenomeno non si manifesta nello stesso modo su tutte le nostre spiagge e anche la brezza di mare può risultare più o meno intensa. In presenza di golfi, la brezza di mare può risultare anche moderata e determinare un increspamento della superficie marina anche notevole; basta allontanarsi dalla costa di qualche miglio per ritrovare il mare piatto. Se invece siamo in presenza di una spiaggia molto lunga, senza insenature evidenti, l’azione della brezza di mare sarà minore e la superficie
dell’acqua tenderà ad incresparsi di meno. Tale fenomeno si presenta tra la tarda primavera e il cuore dell’estate mentre tende gradualmente ad attenuarsi tra la fine della stagione estiva e l’autunno. Nel periodo tardo estivo e pre-autunnale, infatti, il mare ha oramai accumulato tutto il calore dei mesi precedenti e quindi il divario di temperatura tra la superficie marina e la terraferma diventa minima; di conseguenza le brezze risulteranno sempre più deboli. La nostra penisola è completamente circondata dai mari e gli effetti delle brezze sono ben evidenti su tutte le città costiere dell’Italia centro meridionale, influenzando positivamente il clima della nostra nazione. Insomma il mare sebbene rappresenti per molti un luogo dove i fenomeni estremi della natura possono prender forma in maniera intensa e pericolosa, ha i suoi innumerevoli pregi come quello di rendere particolarmente dolce ed invidiato il nostro clima.
La biodiversità marina pugliese sotto attacco Le specie del bacino lagunare di Taranto al centro di un lucroso traffico internazionale Nonostante l'inquinamento, la pesca di frodo, i traffici di cavallucci marini e altri illeciti, il bacino lagunare di Taranto mantiene una diversità biologica altissima, troppo spesso ignorata e dimenticata. Una comunità ecologica di tutto rispetto, forse un po’ anomala, perchè una buona percentuale delle specie presenti sono alloctone. Il Mar Piccolo è un esperimento di “naturalizzazione urbana” a cielo aperto in cui si è costruita nel tempo una comunità ecologica mista, in cui coesistono specie esotiche e specie autoctone, quello che è interessante è che questa comunità sembra funzionare bene nel suo ruolo fondamentale di depurazione delle acque inquinate, malgrado la probabile sostituzione di specie native con specie aliene. Tuttavia, qui troviamo specie autoctone preziose e protette: nel Mar Piccolo la famiglia dei
Syngnathidae, oltre a due specie di pesce ago, conta entrambe le specie di cavalluccio marino del Mediterraneo, Hippocampus hippocampus e Hippocampus guttulatus, questi pesci insieme a tante altre specie sembrano purtroppo facciano gola al mercato orientale per la produzione domestica di liquore di cavallucci marini ed erbe varie, dalle vantate proprietà farmacologiche. La medicina cinese è parte integrante della cultura tradizionale della Cina e tutti ne fanno uso, molti di questi rimedi, fantasiosi ed inattendibili, devono soddisfare le richieste di oltre un miliardo e mezzo di persone, il che è ecologicamente insostenibile, si stima di fatto che ogni anno siano prelevati con le reti a strascico dai mari di tutto il mondo 37 milioni di cavallucci marini. La polvere di ippocampo costa circa un euro al grammo, ma
una coppia di cavallucci essiccata, dal peso totale di 10 g, può arrivare sui 35 euro, quindi è evidente come queste cifre aprano la porta ad un lucroso traffico internazionale di questi pesci. Non è sorprendente che sia proprio da Taranto, città piegata dalla disoccupazione, oltre che dall’inquinamento, che sia partito un commercio illecito di cavallucci marini, infatti è facile da dedurre, perché questa “nostrana”, è la popolazione di cavallucci marini più ricca del Mediterraneo occidentale. I cavallucci marini purtroppo non sono gli unici animali "tarantini" d’interesse per il mercato dell’estremo oriente, ci sono anche le oloturie, le tartarughe marine, gli stadi infantili dei pesci e le larve delle seppie, insomma catturano un po’ di tutto, senza crearsi il problema del disastro biologico che creano. R.M.
Rapporto Repower: la mobilità sostenibile e i veicoli elettrici La svolta culturale per accettare l’elettrico è in corso Bruno Giordano La mobilità green continua a crescere in Italia: nel 2018 le immatricolazioni di auto elettriche sono aumentate del 147,3% rispetto al 2017. Un incremento importante che, nonostante le incertezze normative e le barriere culturali, conferma una sempre maggiore accettazione del full electric da parte del pubblico italiano. Un mercato, quello delle nuove auto a zero emissioni, dall’enorme potenziale come emerso all’ultimo Salone dell’auto di Ginevra: l’auto elettrica rappresenta una vetrina sempre più importante per marchi vecchi e nuovi di tutto il mondo ed un’enorme possibilità di rinnovare, innovare e rilanciare le vendite. Non c’è timore da parte delle case costruttrici nell’affermare l’importanza della tecnologia legata all’elettrico. La diffusione di mezzi elettrici, incluse le bici, è superiore in contesti come la Norvegia o l’Olanda, Paesi piccoli e abbastanza ricchi da potersi permettere questa conversione su larga scala, ma, il trend è in crescita in tutto il mondo. Secondo il rapporto Repower questa tendenza è dovuta in particolare alla Cina. Un contesto particolare, con megalopoli dai numeri e dimensioni che in Europa facciamo fatica ad immaginare, ma che risultano essere un laboratorio perfetto per mezzi sempre più connessi,
La pagella e-mobility delle otto maggiori città italiane intermodali, condivisi e digitalizzati, generalmente destinati a percorrenze brevi e lunghi periodi di sosta. Se i veicoli elettrici sono già il 2% di quelli circolanti al mondo, è perché in Cina rappresentano il 2,6% del parco auto. La Cina è il Paese in proporzione con la maggiore diffusione di auto elettriche dopo Norvegia, Islanda e Svezia, e sta investendo molto in infrastrutture: entro il 2020 punta a un totale di 5 milioni di punti di ricarica attivi, oggi sono circa 200.000. Anche l’Europa sembra essersi svegliata, tanto da superare l’America di Trump che solo cinque anni fa era prima al mondo nelle immatricolazioni di veicoli elettrici. Se nel vecchio continente la crescita di quelli messi su strada sempre fra il 2014 e il 2017 è stata del 145%, negli USA si è fermata ad un modesto +67% nonostante la massiccia elettrificazione della California e il dirompente fenomeno Tesla, che con Model 3
ha fatto schizzare le vendite di auto elettriche a livelli mai visti prima. Altro aspetto importante che emerge dal Rapporto Repower è che, mobilità elettrica non significa solo auto o moto elettriche al posto di quelle con motore a scoppio, ma, implementazione di una serie di innovazioni che possano rendere più vivibili le nostre città. Il tutto sfruttando al meglio le nuove tecnologie e quell’ecosistema digitale in cui siamo ormai immersi, giovani in primis. Con le App, community, social, connettività, la mobilità elettrica ha rapidamente colto le opportunità del mondo digitale creando e offrendo un numero quasi infinito di servizi agli utenti. La svolta culturale per accettare l’elettrico è in corso, i giovani scelgono nuove forme di mobilità e il quadro normativo, seppur a volte complicato e faticoso da affrontare, si sta lentamente adeguando a questa transizione, e, l’Ue in questo senso ci aiuta molto.
La pagella per le otto maggiori città italiane è stata stilata, in base ai dati forniti dai Comuni, all’interno del progetto “Alla Carica”. Generation Electricity, sostenuto dal ministero dell’Ambiente per la sensibilizzazione dei millennials sulle smart city, www.allacarica.it. Torino è al primo posto: ben 303 le colonnine, che diventeranno 564 entro dicembre, e ci sono agevolazioni su Ztl e parcheggi per chi possiede auto elettriche o ibride. Sono 196 le auto del car sharing elettrico e la prospettiva è che arrivino a 330 entro fine anno. Consistente anche la quota dello scooter sharing: 150 mezzi. Per la mobilità pubblica, si contano 51 bus elettrici e ben 200 tram. Milano è in testa per le politiche di sviluppo già programmate sull’e-mobility. L’auto elettrica privata è a quota 811, dicembre 2017, e le colonnine sono solo 32, ma saliranno a un migliaio entro il 2020. Meglio la mobilità pubblica: l’obiettivo è full electric nel 2030. Ben 2.950 taxi su un totale di 4.900 sono ibridi. A oggi, sono 1.150 le due ruote a pedalata assistita nel bike sharing, 410 gli scooter elettrici. Bologna è prima per capillarità degli interventi: a fine 2017 le ibride erano 4.273 su 200.000 veicoli, ma le elettriche solo 75. Il car sharing elettrico è a quota 120, destinato a raddoppiare a breve. Mezzi pubblici: 95 filobus e 6 bus, più 86 ibridi. Punta sui taxi, su 5 mila bici elettriche incentivate, 320 in arrivo in sharing. Firenze è la città
con il maggior numero di mezzi elettrici privati in rapporto alla popolazione: 4.000. Inoltre dei quattro gestori privati di car sharing due sono elettrici, e dispongono di un totale di 220 veicoli. Per ricaricarli, ci sono 173 colonnine, più 90 home station per i mezzi comunali, sei fast charger per i taxi. E soprattutto, ben otto bus su dieci sono elettrici. Roma al dicembre 2017 erano 2.400 le auto elettriche, con appena 120 colonnine, destinate a diventare 700 entro la fine del 2020. Il car sharing elettrico pubblico non va oltre l’atto simbolico: un’auto e un van. Un po’ meglio sul fronte dei binari, vecchia tradizione smantellata negli anni ‘60: 160 tram, 156 mezzi tra metro e ferrovie regionali, 75 filobus. Ma 5 linee total electric risultano disattivate con 60 bus in attesa di revamping. Genova flotta privata ibrida a quota 1.965, 50 colonnine, 200 entro il 2020, e 34 taxi ibridi, 1 elettrico. Il car sharing elettrico è ancora in rampa di lancio: 10 veicoli in corso di attivazione. Palermo Car sharing elettrico a quota 24 auto, destinate ad arrivare a 80 entro il prossimo anno. Ci sono poi 17 tram, 8 colonnine e 16 punti a ricarica veloce. Napoli numeri bassi, ma incentivi: sgravi fiscali a chi acquista elettrico, agevolazioni su Ztl e parcheggi. Sono stati programmati 120 punti pubblici di ricarica, per ora le auto elettriche private sono solo 50. Per la mobilità pubblica, 61 filobus e 42 tram non in servizio per lavori sulla linea. B.G.
L’architettura di Peter Zumthor É caratterizzata segnatamente dalla qualità materica delle superfici Antonio Palumbo Pochi architetti contemporanei riescono ad esprimersi in modo tanto efficace e coinvolgente quanto lo svizzero Peter Zumthor (nato a Basilea nel 1943), vincitore del Premio Imperiale del Giappone nel 2008 e del Premio Pritzker nel 2009, il quale ha insegnato, tra l’altro, in prestigiose università, tra cui la Harvard Graduate School of Design e l’Accademia di Architettura di Mandrisio. Le peculiarità espressive di questo straordinario autore sono ben sintetizzate dalle incisive parole di Dietmar Steiner, quando parla dei Bagni Termali realizzati a Vals nel 1996, definendoli «un monumento della storia dell’architettura europea. A Zumthor - continua Steiner - piace l’idea che il nuovo edificio comunichi la sensazione di essere più vecchio dei suoi vicini già esistenti, come se esso fosse sempre stato qui, in questo paesaggio». L’architettura del maestro svizzero si caratterizza segnatamente per la qualità materica delle superfici, la cui rappresentazione si traduce spesso in un aspetto massivo, che si accoppia sempre ad una originalissima definizione delle stesse, per cui si predilige l’uso di materiali naturali lasciati a vista e dove la luce riveste un ruolo di straordinaria importanza. A livello internazionale, Zumthor è conosciuto ed apprezzato soprattutto per i suoi progetti di piccola e media scala, nei quali è l’aspetto “artigianale” a prevalere, configurando ogni volta elementi qualitativi connessi a soluzioni del tutto singolari: tali sono, ad esempio, quello per la Kunsthaus di Bregenz (Austria), per il Museo d’arte Kolumba a Colonia e per il Serpentine Gallery Pavilion di Londra. Tuttavia, la miglior esemplificazione della sua poetica compositiva è data, in particolare, da due straordinari progetti: quelli per il Centro Termale di Vals (Svizzera) e per il Padiglione Svizzero dell’Expo 2000 di Hannover. Il complesso termale di Vals, inaugurato nel 1996, è costituito da una costruzione incastonata nella montagna circostante, di cui incorpora la
matericità della roccia, ponendola in relazione con altri due elementi fondamentali: l’acqua e la luce (proveniente soprattutto dall’alto, attraverso lucernari che le imprimono un carattere quasi scenografico): si tratta dei tre fattori a cui Zumthor conferisce particolare risalto, facendo ruotare intorno ad essi il contributo estetico fornito da altri componenti. L’interno dell’edificio (pareti, pavimenti, persino alcuni arredi) è interamente rivestito in pietra locale, lavorata in modo tale da risultare ruvida al tatto, i tagli sulle pareti da cui filtra la luce all’interno enfatizzano il materiale e gli spettacolari effetti dell’acqua riflessa. Come ci ricorda ancora Steiner, con un’immagine fortemente evocativa: «I visitatori avvertono il significato dell’edificio e sperimentano e percepiscono molte sensazioni, muovendosi entro spazi che racchiudono mirabilmente l’acqua e la luce. Il pubblico osserva gli ambienti ed ha la sensazione di conoscerli già, ma di non averli mai visti in questo modo. Ciò all’interno di una dimensione temporale». Nel caso del Padiglione Svizzero dell’Expo 2000 di Hannover, invece, l’intuizione progettuale di Zumthor è, pressappoco, geniale. Essa trae origine da un’immagine consueta nell’immaginario collettivo: quella di un semplice
accatastamento di assi di legno stoccati in un qualsiasi deposito o magazzino di falegnameria o carpenteria. Nel suo Padiglione di Hannover Zumthor vuole evocare l’odore e il rumore del legno in stagionatura, materiale tipico delle tradizionali costruzioni alpine. «Offre, dunque, al visitatore come ci racconta ancora Steiner - un’esperienza sensoriale in cui l’olfatto e l’udito, più ancora che la vista, sono protagonisti. Una ricerca molto simile a quella sperimentata col precedente progetto per le Terme di Vals».
La pellicola per alimenti naturale Un’innovazione made in Italy prodotta utilizzando la cera d’api al posto della plastica Ilaria Buonfanti Alle api non dobbiamo solo quella magnifica creazione che è il miele, il primo “dolcificante” naturale della storia dell’uomo. Dobbiamo molto di più: le api sono responsabili di circa il 70 per cento della impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta, garantendo circa il 35% della produzione globale di cibo. Inoltre le api producono la pappa reale, la cera ed un veleno che vede molte applicazioni in farmacia e medicina. Ma da oggi c’è un motivo in più per amare e proteggere questi animaletti laboriosi, la loro cera infatti verrà utilizzata per produrre una pellicola per alimenti evitando così l’utilizzo della plastica. Apepak, questo il nome del prodotto, è una miracolosa creazione che arriva da Castelfranco, in Veneto, ed è fatto di cotone biologico certificato o riciclato dai laboratori tessili italiani. Per creare Apepak, oltre al cotone bio, si utilizza olio di jojoba e cera d’api provenienti da aziende italiane ed il risultato è una pellicola modella-
bile e resistente ad unto e perdite, così da poter essere utilizzato per ricoprire gli alimenti. Il vantaggio è quello di non usare la plastica, di avere un prodotto riutilizzabile e che alla fine del suo ciclo di vita non inquina. “Ci sono già alcuni prodotti similari, spiega la vicepresidente della coop, Francesca Amato, ma stiamo cercando di avere un prodotto quanto più ecologico possibile e so-
prattutto che sia made in Italy al 100%. Per noi però ha anche un’altra valenza: quella che questa produzione si trasformi in posti di lavoro per persone svantaggiate. Apepak infatti è prodotto da una società, Sonda Società Cooperativa Sociale Onlus, che impiega persone con problematiche psico-sociali di diversa natura che, tramite questo lavoro, hanno la possibilità di riguadagnare la pro-
pria dignità e il ruolo sociale nella comunità. Questo involucro è ideale per frutta e formaggio e in modo particolare per il pane perché permette che il contenuto respiri, pur conservandolo a lungo. Raccomandiamo invece di non usarlo direttamente a contatto con la carne che può rilasciare il sangue”. Dal momento che il 47% della plastica ritrovata nella grande chiazza di immondi-
zia del Pacifico o Great Pacific Garbage Patch o Pacific Trash Vortex è composta da film, sacchetti e involucri di plastica, è fondamentale cercare di limitare il più possibile l’uso della plastica. Il National Geographic prevede che entro la metà del secolo negli oceani ci sarà più plastica che pesci. Speriamo si possa registrare quanto prima un cambio di rotta.
Un progetto sostenibile sospeso tra le nuvole La compagnia aerea australiana Qantas dice no ai rifiuti anche ad alta quota Rosa Funaro Sospesi tra le nuvole, dove nulla viene sprecato. Quello che può sembrare un sogno celestiale è “solo”, ma non poco importante, un nuovo progetto ecosostenibile: la linea aerea australiana Qantas, infatti, ha testato il primo volo al mondo senza l’utilizzo di prodotti in plastica monouso. Il progetto mira a dimostrare che, anche a migliaia di metri di quota, il rispetto per l’ambiente non va mai dimenticato e un piccolo impegno può davvero fare la differenza. Il volo inaugurale è stato quello che collega Sydney ad Adelaide, che copre una distanza di circa 722 km, dura circa due ore e genera di solito circa 34 chili di rifiuti (fino a
150 tonnellate all'anno). L’iniziativa, soprannominata “The Bowerbird Project” ha avuto luogo in mezzo a un crescente movimento mondiale nato per contrastare l’uso sconsiderato della plastica, ri-
cavata da combustibili fossili, non biodegradabili, che costituiscono una grave minaccia per gli oceani e l’ecosistema. L’obiettivo principale è di eliminare definitivamente da tutti i voli della compagnia
circa cento milioni di questi prodotti usa e getta entro il 2021. A bordo del velivolo prescelto per l’“esperimento”, infatti, non sono stati utilizzati né bicchieri, tazze e posate in plastica monouso che sarebbero poi stati portati in discarica né contenitori ed imballaggi in plastica per servire i pasti caldi, destinati senz’altro a finire negli inceneritori. Gli assistenti di volo hanno distribuito a tutti i passeggeri i pasti all’interno di contenitori in bio-plastica fatta di canna da zucchero, con posate in amido di mais. Entrambi i materiali sono 100% compostabili e saranno destinati, dopo essere stati trattati, a campi e fattorie. I prodotti non compostabili utilizzati in volo, invece, se in
plastica saranno avviati a seconda vita, mentre quelli in materiale non riciclabile diventeranno materia prima per realizzare un combustibile non fossile chiamato PEF. Niente diverrà niente. Tutto muta, e vive, sempre. Di forti differenze tra il nuovo volo zero waste e il volo “ordinario” non sono state percepite dai viaggiatori, la qualità dei servizi è rimasta intatta, così come i costi del viaggio. Quello della compagnia Qantas è senza alcun dubbio un progetto ambizioso, complesso e di grande valenza per l’ambiente. Ma non solo. È l’esempio tangibile di come il cambiamento, seppur graduale e faticoso, sia possibile e senza dover necessariamente gravare sugli utenti.
LA RADIOGRAFIA DI UN VULCANO Grazie ai muoni si potranno evitare frane o collassi interni Rosario Maisto Un evento storico: è stata realizzata la prima radiografia ad un vulcano e la scelta è ricaduta sullo Stromboli. L’esperimento è stato possibile grazie alla collaborazione di un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) in collaborazione con altri istituti di ricerca. La muografia, o radiografia muonica, è una tecnica che utilizza i muoni, particelle che vengono prodotte quando i raggi cosmici provenienti dallo spazio interagiscono con l’atmosfera terrestre, per ricostruire un’immagine della struttura interna di un oggetto. I risultati della prima radiografia muonica del vulcano Stromboli, hanno rivelato la presenza di una zona a bassa densità nell’area sommitale del vulcano, la zona corrisponde ad una struttura di collasso formatasi nell’area dei crateri durante l’eruzione effusiva del 2007 e successivamente riempita da materiale piroclastico prodotto dall’attività esplosiva stromboliana. Il risultato ottenuto, servirà a comprendere meglio i processi eruttivi del vulcano e la dinamica del versante della Sciara del Fuoco, che nel passato è stato più volte interessato da frane. La tecnica della radiografia muonica si basa su un principio simile a quello della radiografia che utilizza raggi X ma, rispetto a questa, presenta il vantaggio di poter essere impiegata per investi-
gare su oggetti molto più grandi, come i vulcani, perché i muoni hanno una capacità di penetrazione nella materia molto maggiore rispetto ai raggi X. La prima sfida che hanno dovuto affrontare i ricercatori è stata la necessità di ideare un rivelatore compatto con alta risoluzione angolare, che non richiedesse alimentazione elettrica, che si potesse trasportare sulle pendici del vulcano e resistesse alle intemperie. Il rilevatore utilizzato è costituito da 320 film di emulsioni nucleari, speciali lastre fotografiche che consentono di fotografare con grande precisione il passaggio delle particelle che le attraversano, la sua superficie utilizzata è di circa 1 mq, è stato posizionato nel sito “Le Roccette” a 640 metri di quota ed ha raccolto per circa 5 mesi le tracce dei muoni che hanno percorso il vulcano. I muoni prodotti nell’interazione dei raggi cosmici con l’atmosfera sono penetrati nella roccia vulcanica e l’hanno attraversato da una parte all’altra, tuttavia, a seconda della densità e dello spessore della roccia, una parte di questi è stata assorbita. Infine, in base al numero di muoni che sono arrivati sul rivelatore dalle diverse direzioni, gli scienziati hanno potuto capire la densità del materiale che questi hanno attraversato. Grazie a queste particolari radiografie della sommità del vulcano, quindi, da oggi sarà possibile monitorare l’evoluzione della sua struttura interna ed evitare così frane o collassi interni.
IL TEATRO SI ILLUMINA D'IMMENSO GRAZIE ALLE PEDALATE DEGLI SPETTATORI Che andare a teatro fosse salutare per la mente e lo spirito è cosa risaputa. Ma da oggi sarà possibile curare anche il fisico, praticando sport per produrre energia 100% green in grado di “dare luce” a uno spettacolo teatrale. E' quanto accaduto sabato 4 maggio al Palazzo della Luce di Torino che ha ospitato l'evento di lancio dell'iniziativa dal titolo 'Teatro a Pedali'. Questo format è stato ideato da Mulino ad Arte per realizzare uno spettacolo dal vivo a impatto zero grazie all'impiego di quindici biciclette che gli spettatori hanno potuto utilizzare, prima e durante lo show, per generare fino a 1,5 kilowatt per il service audio-luci dello spettacolo. Come illuminare
d'immenso uno spettacolo teatrale impattando al minimo l'ambiente. L'evento, realizzato con Elettro-tech e sostenuto dalla Compagnia di San Paolo e dalla società Eicom, si è aperto con una vera e propria 'Pedalata della Luce', un tour a due ruote di 7,5 chilometri alla scoperta di punti interessanti della città legati all'energia. A seguire c'è stata la 'Pedalata didattica' con cui gli studenti dell'istituto 'Boselli' hanno iniziato ad accumulare l'energia necessaria per lo spettacolo che è stato preceduto da uno show cooking crudista, naturalmente bio e only green. Fra i partecipanti della giornata, oltre all'ideatore Daniele Ronco, anche l'attore Tullio Solenghi,
il campione di ciclismo Claudio Chiappucci e Paola Gianotti, che con il suo giro del mondo in bici in 144 giorni detiene il Guinness World Record. A patrocinare l'iniziativa, che sarà seguita da un tour estivo di 'Teatro a Pedali', il Comune di Torino, come ha annunciato l'assessore all'Ambiente Alberto Unia, "ha approvato in giunta una delibera per la certificazione del sistema di gestione sostenibile degli eventi gestiti dalla Città, con l'obiettivo di estenderla anche agli altri". Gli antichi non hanno detto il falso, anzi proprio vero che “mens sana in corpore sano”. E quale soluzione migliore se non quella del teatro in bici? A.P. Foto da www.bikeitalia.it
Grandi Napoletani, grandi Campani
Lo scienziato Carminantonio Lippi Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Carminantonio Lippi nacque a Casal Velino (Salerno) nel 1760 (morì a Napoli nel 1823) e fu uno scienziato esperto di vulcanologia e geologia oltre che di mineralogia. Lippi fin dal 1817 iniziò a pensare ad un ponte in ferro da realizzarsi sul Garigliano e realizzato successivamente da Luigi Giura (Maschito, 1795 - Napoli, 1864). Ipotizzò anche una diversa storia per le città di Pompei e di Ercolano sepolte nel 79 d. C.: grande e vivace fu il dibattito quando pubblicò un libro nel quale avanzava l’ipotesi secondo la quale l’area vesuviana trovò la sua fine non per il fuoco ma per una “alluvione” (recenti le tesi che confermano la presenza devastante di materiali piroclastici e nubi ardenti che avrebbero travolto cose e persone). Fu un uomo dalle mille
risorse (scientifiche) e, nell'ottica di uno sviluppo dell'attività metallurgica e mineraria, ideò diversi progetti per la gestione delle foreste con un Ispettorato Silvano preposto al controllo delle compagnie minerarie e alla gestione delle operazioni di taglio e trasporto del legname per “dimostrare la necessità della coltura delle miniere nelle Sicilie, far rile-
vare gli ostacoli che si oppongono a quest’impresa, indicare i mezzi necessari per effettuarla”. Come abbiamo già notato per diversi personaggi, il Lippi fu uno di quei geni perfettamente inseriti nel suo tempo e artefici di invenzioni teoriche e pratiche di grande portata: a lui, infatti, si possono far risalire la nascita della moderna “silvicoltura” (un ramo delle scienze
forestali per l'impianto e la conservazione dei terreni boschivi) e anche dell’artiglieria a vapore. “Coloro che mi conoscono -scrisse con una bella e napoletana ironia il Lippi nella introduzione del suo saggio- sanno che i miei travagli sono stati sempre diretti a cose utili e che in materie militari son ignorante a segno che non so chi sia più se l’alfiere o il tenente e che distin-
guo benissimo la cavalleria dalla fanteria allorché i soldati sono a piedi o a cavallo… saranno sopresi di vedere essermi occupato di un grande oggetto di guerra portandolo ad un grado di superiorità sorprendente qual è l’artiglieria a vapore condensato che rovescerà un giorno […] tutto l’ordine attuale della balistica”. segue a pag.15
segue da pagina 14 Il progetto, tra l’altro, prevedeva anche l’uso della stessa energia a fini non bellici (“per l’arti e l’industria in generale”). Questa l’affascinante e orgogliosa premessa delle sue innovative tesi relative alla distruzione di Pompei ed Ercolano: “Non vi è a mio credere, all’in fuora del presente, altro esempio, di essere stata la storia smentita dalla fisica. L’aver confutalo tanti autori morti con una scoperta, fondata sopra fatti geologici da essi, perché la geologia poco o niente a loro tempi conosciuta, ignorati, è nell’ordine delle cose. Ma essersi veduta a dì nostri una società di letterati per circa sei anni incaponita nel commettere irregolarità, per soffogare una novità, unica nel suo genere, e dai fatti suddetti, sotto ai suoi occhi esistenti sostenuta, ecco quel che farà sicuramente stupore. Rassegno, intanto, al sano criterio, ed all’imparziale giudizio del pubblico il mio travaglio, e le scritture pro et contra all’argomento, presentate all’Accademia di scienze di Napoli per di lei ordine, onde possa giudicare dai fatti, dagli argomenti in esse contenuti, e dalle sue decisioni del merito della cosa. La presente edizione sarà seguita da una seconda poliglotta, ed elegante, nella quale coll’omissione delle scritture suddette, saran pubblicate le sole due mie lettere, concernenti il sotterramento di Pompei e d’Ercolano per via umida; e ciò in volume in foglio a sei colonne, per le lingue latina, inglese, francese, italiana, tedesca, e spagnuola. ”. Tra le opere più
importanti di Lippi si segnalano le seguenti pubblicazioni: Carminantonio Lippi, Fu il fuoco o l'acqua a seppellire Pompei ed Ercolano?, Napoli, Real Collegio Militare, 1816; Id. Memoria relativamente alla coltura delle miniere delle Sicilie, Vienna, Nella Stamperia D’Alberti, 1798 Id., Ponte pensile sul Garigliano, Napoli, 1817; id. Artiglieria a vapore condensato e meccaniche secondarie, Napoli, 1819; id., Corollarj che a favore del ponte pensile da Carlo Lippi proposto per il Garigliano risultano dal Rapporto fatto all'Accademia di Scienze di Napoli [...], Napoli, 1818; id., Artiglieria a vapore condensato e meccaniche secondarie animate da questo gas, Napoli, Tipografia Sangiacomo 1819; id., Trionfo in Napoli, in Parigi ed in Londra del ponte pensile proposto per il Garigliano, Napoli, 1820.
La rinascita della foresta di Salgado in Brasile Venti anni dopo è evidente il grande successo del progetto di riforestazione attuato Da un incontro “ravvicinato” con la morte e la sofferenza ad un sogno di speranza: questo il percorso del famoso fotoreporter brasiliano Sebastião Salgado che, di ritorno da una dolorosa esperienza in Rwanda che l’aveva traumatizzato nel corpo e nell’anima, ha accolto l’invito della preziosa moglie Lélia Deluiz Wanick Salgado di piantare una foresta in Brasile per ridare vita al suo luogo delle origini, impoverito e deforestato dalle grande aziende agricole. Correva l’anno 1998 e nasceva così ufficialmente l’Instituto Terra: l’organizzazione dedicata allo sviluppo sostenibile della Valle del fiume Doce dove si trovava “Fazenda Bulcão”, il ranch che il padre di Salgado aveva gestito fino al momento della sua morte, vicino alla città di Aimorés, nello stato di Minas Gerais: una terra che per secoli ha subito lo sfruttamento incontrollato delle materie prime in particolare del ferro - e in cui le popolazioni scontano sulla propria pelle le conseguenze di quelle scelte scellerate: siccità, desertificazione, devastazione del suolo e soprattutto miseria per una popolazione che basava il proprio sostentamento sul lavoro nei campi. Oggi, venti anni dopo, i risultati sono stupefacenti. Il percorso però non è stato dei più semplici. Ci sono voluti diversi anni, infatti, prima che gli arbusti piantati diventassero resistenti e si adattassero al territorio iniziando a generare i
semi che hanno poi contribuito a ripopolare l’intera area. Una volta che gli alberi hanno iniziato ad adattarsi al territorio, il percorso si è fatto più semplice e tutto è avvenuto con grande naturalezza. In un’intervista al The Guardian nel 2005, Salgado ha detto: “Quella terra era tanto malata quanto lo ero io, tutto era distrutto. Circa lo 0,5 per cento soltanto del terreno era
ricoperto da alberi, per il resto non era rimasto più nulla. A quel punto mia moglie e io abbiamo avuto l’incredibile idea di ripiantare questa foresta. Quando abbiamo cominciato, tutti gli uccelli, gli insetti e i pesci sono tornati. E insieme agli alberi che rinascevano, rinascevo anch’io. Questo è stato il momento più importante”. Dal momento in cui gli alberi sono rinati, infatti, ha iniziato a riprendere
forma anche la biodiversità che caratterizzava questo territorio in passato. Nel giro di pochi anni, infatti, sono tornati gli animali che erano migrati da un ambiente che non offriva loro ormai più niente. Sono riapparse 172 specie di uccelli, 33 specie di mammiferi, 293 di piante, 15 di rettili e 15 di anfibi. È rinato, in modo del tutto naturale e spontaneo, un intero ecosistema, che oggi Sal-
gado e la moglie curano con amore e orgoglio. Una vera e propria esperienza di rinascita, che ha fatto un gran bene all’ambiente ma anche alla coppia, oltre a dare a tutto il mondo un grande messaggio: contro l’inquinamento, l’effetto serra e i numerosi danni ambientali c’è sempre qualcosa che possiamo fare. Foto tratte da http://www.institutoterra.org G.M.
Trendy e funzionali: tornano di moda le borracce L’alternativa sostenibile alle bottigliette di plastica Cristina Abbrunzo Il 15 marzo, in occasione dello Sciopero globale per il clima, nelle piazze del nostro Bel Paese e di tutto il mondo c’erano un numero incredibile di studenti e una miriade di cartelli contro l’inquinamento del pianeta, i modelli di consumo irrazionali e contro l’invasione della plastica. Si è trattavo della prima grande manifestazione “globale” di questo tipo. In Italia, però, si registrano da tempo molte iniziative che vanno in questa direzione. Ci sono aziende alimentari e catene di supermercati che hanno eliminato la plastica dagli imballaggi o la sostituiscono con materiali ricavati da fonti rinnovabili. I cittadini comprano sempre di più prodotti dell’agricoltura biologica e impiegano solo sacchetti per la spesa in materiale compostabile. Poi ci sono decine di località che hanno deciso di vietare subito stoviglie, bicchieri, cannucce di plastica. È di pochi giorni fa la notizia dell’intenzione di vietare nelle spiagge pugliesi oggetti di plastica monouso, con un’unica eccezione: le bottiglie di acqua minerale. Non bisogna essere laureati in economia per sapere che le bottiglie di plastica monouso, quando non sono smaltite correttamente, rappresentano una delle maggiori fonti di inquinamento delle spiagge, dei parchi e dei luoghi pubblici. Purtroppo l’elemento comune a tutte le buone azioni elencate è la volontà di non adottare provvedimenti contro l’acqua minerale in bottiglie di plastica, anche se sono tra le responsabili del problema delle microplastiche ormai presenti anche nel cibo. Non tutti sanno che siamo il Paese che consuma più acqua in bottiglia in Europa e le cifre fanno impressione. Sembra che gli italiani non possano proprio fare a meno della loro bottiglia anche quando sono fuori di casa. Ma il problema si sta allargando anche ad altri mercati. Negli Stati Uniti, per esempio, dove si è sempre consumata molta acqua di rubinetto, sono aumentate le vendite di acqua in bottiglia. Nel 2014 i con-
sumi sono cresciuti del 7%, mentre nel 2015 di un altro 7,9%. Anche in Italia, dove la produzione di acque minerali confezionate è sempre stata alta, si è assistito a un ulteriore aumento. Perché? Cosa ci spinge a comprare acqua in bottiglia, se continuano a ripeterci che la plastica è un materiale altamente inquinante e che molta della plastica che usiamo non viene riciclata? È anche colpa della pubblicità, del marketing. L’acqua in bottiglia ha un giro d’affari enorme e anche se spesso sui giornali leggiamo che dobbiamo imparare a ridurre il nostro consumo di plastica, il giorno dopo troviamo sulle stesse pagine un articolo che presenta la nuova bottiglietta da borsetta! Eppure le alternative ci sono. Se bisogna suggerire qualche
cosa di concreto da fare subito, alle centinaia di migliaia di giovani, ragazzi e adulti che hanno partecipato alle manifestazioni per salvare il pianeta, potremmo invitarli a comprare una borraccia! Sì esatto, una semplice borraccia, un oggetto classico che regge la sfida del tempo, grazie a materiali e concept di ultima generazione. Alcune persone riutilizzano la stessa bottiglietta d’acqua usa e getta più volte, ma questa pratica è sconsigliabile: la plastica potrebbe col tempo rilasciare sostanze tossiche. Inoltre, le bottiglie di plastica usa e getta sono pensate per essere buttate via (e riciclate) dopo il primo utilizzo, per questo non è previsto che siano facili da pulire e asciugare, né che siano a prova di graffi: i batteri possono trovare un ambiente ospitale alla loro formazione in piccolissimi anfratti.
Le borracce si possono riempire, igienizzare per bene e riutilizzare infinite volte. La scelta della borraccia è un’operazione semplice con risvolti positivi enormi per l’ambiente e per il portafoglio che pochi hanno voglia di suggerire. Si preferisce eliminare le cannucce di plastica dai cocktail, servire solo brocche di acqua del rubinetto nei convegni, decidere che in spiaggia i piatti e le stoviglie saranno solo compostabili e auspicare l’eliminazione dei rifiuti plastici negli uffici pubblici. Si tratta di iniziative lodevoli che però delegano ad altri, la soluzione di un problema che invece è di tutti. Scegliendo le borracce, se si cominciasse subito, forse a fine anno il numero di bottiglie di plastica potrebbe diminuire di 1 miliardo e non dovremmo più vergognarci di essere il primo paese al mondo che, senza un buon motivo, beve più acqua minerale. L’impresa è fattibile senza grossi problemi visto che nella maggior parte delle località italiane la qualità dell’acqua di rete è molto buona. L’obiettivo è contribuire a diminuire lo spreco e il consumo di bottiglie di plastica, innescando abitudini responsabili che tengano conto dell’ambiente. Con le case dell’acqua sempre più presenti sul territorio, con i boccioni distribuiti in scuole e uffici e con le fontanelle classiche a portata di mano, e a volte rintracciabili via app,
avere la borraccia farà la differenza. Si sta cercando infatti di portare il concetto di borraccia fuori dall’immaginario “outdoor”, creando delle bottiglie dal design elegante che si adattino alle esigenze della vita e allo stile della città. Per questo, per esempio, molte aziende produttrici continuano a lavorare per ridurre al minimo il peso delle borracce, in modo che siano davvero comode e facili da portare sempre con sé. Inoltre molta attenzione si sta dedicando anche al loro aspetto estetico. Oggi infatti le borracce per l’acqua sono più belle che mai! Sono oggetti di design, a volte personalizzabili con alcune foto o con il proprio nome. Insomma, ogni nostro gesto può fare la differenza. Se poi diventa 'contagioso' e incide sugli stili di vita, può davvero diventare decisivo. Ha senso usare per pochi minuti un imballaggio in plastica che ha un costo ambientale molto alto per essere prodotto, trasportato e riciclato? Possiamo farne a meno? La risposta è sì. L’impegno di ogni singolo non è mai irrilevante! Basta prendere una piccola abitudine, portarsi sempre dietro una borraccia riutilizzabile che potrà essere riempita in qualunque fontanella pubblica, rubinetto, o anche nei bar (basta chiederlo). Avremo evitato al Pianeta lo spreco di risorse, e avremo regalato a noi stessi un pizzico di contagiosa consapevolezza.
L’Autorizzazione Integrata Ambientale per la realizzazione di una discarica Il conferimento dei rifiuti in stoccaggio può essere scelto in via residuale Felicia De Capua Il TAR Puglia – Bari, sez. II, con sentenza 4 marzo 2019, n. 342, ha affrontato la questione della natura giuridica dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per l’esercizio dell’attività di discarica del privato. Nel caso in specie un’impresa impugnava davanti al Tribunale amministrativo il provvedimento di diniego alla realizzazione di una discarica, adottato dalla competente Provincia. I giudici amministrativi concludono con il rigetto del riscorso, acclarando il principio generale per cui conferimento in discarica dei rifiuti costituisce l’ultima opzione prevista per il trattamento dei rifiuti. La sentenza articola in modo interessante il quadro normativo in materia sia a livello nazionale che europeo. L’art. 179 del d.lgs. n. 152/2006 s.m.i. stabilisce la cd. “gerarchia dei rifiuti”, intesa come “ordine di priorità” nella politica e nell’attività di gestione degli stessi: in primis è prevista la prevenzione, intesa come insieme di misure volte ad impedire la produzione di rifiuti. A seguire sono previsti: il riuti-
lizzo del bene; il riciclaggio, al fine di ottenere altri prodotti o materiali; il recupero di altro tipo (ad esempio attraverso le tecniche di utilizzo del rifiuto pretrattato come combustibile). In ultimo è previsto lo smaltimento, che può avvenire, secondo due modalità principali: la prima è costituita dall’incenerimento, la seconda (resi-
duale) dal conferimento a discarica. L’attività di discarica costituisce un’attività riservata a soggetti muniti di predeterminati requisiti, che assume un rilevante pubblico interesse e viene “concessa”, per un tempo limitato (salvo proroga) al gestore ambientale, previa autorizzazione, a fronte della presentazione di una domanda, corredata dal
progetto definitivo (art. 208, c. 12, d.lgs. n. 152/2006). L’AIA viene rilasciata ad esito dell’esercizio di discrezionalità mista, che implica tanto apprezzamenti tecnici, quanto valutazioni di opportunità, e coinvolge, attraverso la Conferenza di Servizi, una pluralità di enti: enti locali (regioni, province, comuni), organismi tecnici (ARPA, ASL, Comitato
tecnico VIA) o preposti alla tutela paesaggistico-culturale (es. Soprintendenza del Ministero dei Beni culturali). Nello specifico, il Tar chiarisce che l’AIA si connota come una tipica autorizzazione costitutiva, “concessa” per un tempo prestabilito (art. 208, c. 12, d.lgs. n. 152/2006): “non sussiste, dunque, in capo al destinatario alcun precostituito diritto ad ottenerla”. In sostanza viene chiarito che l’AIA è il provvedimento che permette l’impianto e l’esercizio di una “installazione” di trattamento dei rifiuti, con prescrizioni idonee a prevenire o contenere al massimo le emissioni inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo, secondo le migliori tecnologie disponibili (c.d. best available techniques), in conformità alla normativa interna ed al diritto europeo, nell’ottica del perseguimento di un elevato livello di tutela ambientale (art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’UE) e pur sempre nell’ambito della pianificazione strategica dell’amministrazione regionale e nel rispetto tassativo della “gerarchia” nel trattamento dei rifiuti.
Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI Il delitto di cui all’art. 260 d.lgs. 152\06 (ora 452-quaterdecies cod. pen.) è reato abituale proprio, in quanto caratterizzato dalla sussistenza di una serie di condotte le quali, singolarmente considerate, potrebbero anche non costituire reato, con l'ulteriore conseguenza che la consumazione deve ritenersi esaurita con la cessazione dell'attività organizzata finalizzata al traffico illecito dei rifiuti e alla pluralità delle azioni, che è elemento costitutivo del fatto, corrisponde una unica violazione di legge . Corte di Cassazione Sezione III n. 16036 del 12 aprile 2019.
AMBIENTE La legittimazione ad agire contro provvedimenti di approvazione di progetti di opere ed impianti potenzialmente impattanti sul territorio, dal punto di vista
ambientale, urbanistico e paesaggistico, non richiede una dimostrazione puntuale della concreta dannosità dell’impianto che, in quanto ancora da realizzare si tradurrebbe in una prova di ca-
rattere diabolico, ma anche soltanto una prospettazione plausibile delle ripercussioni negative. Irrigidimenti sul piano probatorio in simili fattispecie potrebbe vanificare la tutela giurisdizionale, con violazione dei principi costituzionali sanciti dall’art. 24 e 113 della Costituzione. Consiglio di Stato Sezione V n. 2176 del 2 aprile 2019. ACQUA Gli scarichi provenienti dall’attività casearia restano soggetti alla disciplina generale sugli scarichi, in quanto si tratta di un’attività del tutto diversa da quella dell’allevamento di bestiame, perché concernente la lavorazione successiva di uno dei prodotti dell’allevamento
medesimo, fra le quali può essere ricompresa, in linea di principio, anche l’attività di trasformazione casearia di uno dei possibili prodotti dell’allevamento del bestiame. A tale assimilazione, tuttavia, il legislatore pone una ulteriore delimitazione la quale, richiamando un rapporto di stretta connessione funzionale, considera la sola trasformazione e valorizzazione del prodotto, effettuata, però, utilizzando materia prima lavorata che deve pervenire in misura prevalente dall’attività di coltivazione dei terreni di cui l’impresa disponga a qualsiasi titolo. Corte di Cassazione Sezione III n. 16044 del 12 aprile 2019. A.T.
a cura di Martina Tafuro
IN CAMMINO SEMPRE E SENZA CONTACHILOMETRI
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Se i personaggi del vangelo avessero avuto una specie di contachilometri incorporato, penso che la classifica dei più infaticabili camminatori l’avrebbe vinta Maria. Gesù a parte, naturalmente. Siccome allora Gesù è fuori concorso, a capeggiare la graduatoria è lei: Maria. La troviamo sempre in cammino, da un punto all’altro della Palestina, con uno sconfinamento anche all’estero... Sempre in cammino… Santa Maria, donna della strada, come vorremmo somigliarti nelle nostre corse trafelate, ma non abbiamo traguardi. Siamo pellegrini come te, ma senza santuari verso cui andare. Camminiamo sull’asfalto, e il bitume cancella
le nostre orme. Forzati del camminare, ci manca nella bisaccia di viandanti la cartina stradale che dia senso al nostro itinerare. E con tutti i raccordi anulari che abbiamo a disposizione, la nostra vita non si raccorda con nessun svincolo costruttivo, le ruote girano a vuoto sugli anelli dell’assurdo, e ci ritroviamo inesorabilmente a contemplare gli stessi panorami. Santa Maria, donna della strada, fà che i nostri sentieri siano, come lo furono i tuoi, strumenti di comunicazione con la gente e non nastri isolanti entro cui assicuriamo la nostra aristocratica solitudine. Liberaci dall’ansia della metropoli e
donaci l’impazienza di Dio. L’impazienza di Dio ci fa allungare il passo per raggiungere i compagni di strada. L’ansia della metropoli, invece, ci rende specialisti del sorpasso. Ci fa guadagnare tempo, ma ci fa perdere il fratello che cammina accanto a noi. Santa Maria, donna della strada, segno di sicura speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio, facci capire come, più che sulle mappe della geografia, dobbiamo cercare sulle tavole della storia le carovaniere dei nostri pellegrinaggi… Prendici per mano e facci scorgere la presenza di Dio sotto il filo dei giorni, negli accadimenti del tempo, nel volgere delle stagioni umane, nei tra-
monti delle onnipotenze terrene, nei crepuscoli mattinali di popoli nuovi, nelle attese di solidarietà che si colgono nell'aria. Verso questi santuari dirigi i nostri passi. Per scorgere sulle sabbie dell’effimero le orme dell’eterno. Restituisci sapori di ricerca interiore alla nostra inquietudine di turisti senza meta. Se ci vedi allo sbando, sul ciglio della strada, fermati, Samaritana dolcissima, per versare sulle nostre ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. E poi rimettici in carreggiata…
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Don Tonino Bello
15 MAGGIO GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA FAMIGLIA E se provassi a parlare della festa della mia famiglia? Sono quella che sono e lo devo a tutte le belle esperienze vissute che mi hanno fatto crescere. Se ho imparato l’uso della lingua, che uso come una mitraglia a raffica. Se sono, più o meno, appartenente a un credo religioso. Se ho fatto affascinanti esperienze nell’infanzia. Se ho camminato assieme alla meravigliosa Roberta e all’amata Maria, è anche e soprattutto grazie alla famiglia nella cui formazione ho giocato nel campo del vivere. Per me sinonimo di famiglia è radice. Si le radici che possiedo hanno caratterizzato ciò che, nel bene e nel male, sono oggi. Ma sono e restano inviolabili! Si! Credo nei sogni, in essi intravedo una realtà a tal punto perfetta da attrarre tutte le mie energie, perché si possa concretizzare.
Credo nei desideri, celano bisogni che comprendo, ma che non riesco ad appagare. Sono una visionaria perchè, sono consapevole che alcuni di loro rimarranno sempre e solo tali: quelli sono i più gracili. Uno su tutti quello di una comunità da riattaccare, blandendo la morte. Curo questo sogno con affetto particolare, perché negli anni mi sono accorto di quanto sia stato importante e per me vitale aver vissuto il mio essere comunità, per ricaricarmi, per condividere, per confrontare e consegnare i miei bagagli. E la cosa che più mi intenerisce e mi affascina di questo sogno è la possibilità di dar vita a tutto ciò grazie alla mia passione nel vivere. Nella nostra liquidità sociale non ci sono più certezze: le famiglie sono in crisi, lo sposalizio non è più realistico e vogliamo parlare della monogamia? Chi è che non si di-
letta a pontificare su questi ed altri luoghi comuni! Io ho passato un’infanzia felice e spensierata, coccolato dagli affetti di chi mi circondava. Non sto piangendomi addosso! La vita è continuata non sono mica stata lasciata sola. Il desiderio di cercare qualcosa che riempisse di senso la mia esistenza mi ha fatto un giorno incontrare altre ominidi/sognatrici. Ho sgomitato tanto, ma alla fine ho conosciuto una Donna che non mi deluderà mai! Ho capito che tutto serve, che è un Amore più grande che mi fa crescere e ed è bello dirlo agli altri. Ho conosciuto Roberta, Federica, Ines e ho camminato con loro. La famiglia che è parte di me non è uscita col buco. Non perché io sia più brava di Andrea e Maria, ma solo perché ho capito che da sola non vado da nessuna parte!
a cura di Fabiana Liguori
Dal 17 al 19 maggio 2019 “San Severino si racconta, la Fiera Medievale” A Mercato San Severino (SA) Mercato San Severino rivive i fasti del Medioevo con una serie di attrazioni, spettacoli e rivisitazioni storiche per riportare i visitatori alle antiche vicende dei Sanseverino e della loro città. Nella tre giorni spazio ai giochi medievali, esibizioni di artisti di strada, musici, arcieri, falconieri, combattimenti e altre attrazioni.
Dal 17 al 19 maggio 2019 “Benevento in fiore” A Benevento Una tre giorni interamente dedicati al giardinaggio, alla botanica, all’arredo, all’artigianato e tipicità presso la Villa Comunale del capoluogo sannita. Dal 17 al 19 maggio 2019 “Photo Art Market” A Palazzo Fondi, Napoli La splendida corte di Palazzo Fondi, a Napoli, farà da cornice al mercato itinerante della fotografia d’arte per un collezionismo accessibile. Ideato e coordinato dall’Associazione Photo Polis, fotografi professionisti e nuove realtà emergenti proporranno invece, una selezione delle loro immagini in edizioni economicamente ridotte, firmate e a tiratura limitata.
Il 18 maggio 2019 “Cantine Aperte” A Reino (BN) La manifestazione enogastronomica è dedicata a tutti gli amanti del buon vino rigorosamente "fatto in casa". Protagoniste saranno le cantine reinesi, grazie alle quali sarà possibile degustare ed apprezzare il dionisiaco nettare, accompagnato da gustosi prodotti tipici locali. Il 18 e 19 maggio 2019 La Festa della Zeppola Al Parco del Sole, Montoro (AV) La manifestazione è interamente incentrata su una antica tradizione montorese riguardante la preparazione delle zeppole, un dolce composto da un impasto molle, come quello dei bignè, a cui viene conferito la forma di una ciambellina che viene poi fritta o cotta al forno. Presso gli stand, collocati per l'occasione, si potranno gustare queste prelibatezze ma non solo. Il 18 e 19 maggio 2019 La “Festa degli asparagi” A Postiglione (SA) Una delle manifestazioni più significative dell’area, apprezzata dai buongustai e da chi predilige il sapore inconfondibile e genuino dell’asparago, noto anche per le sue proprietà nutritive che lo rendono un cibo leggero e adatto ai primi caldi. Nel corso della kermesse si potranno degustare piatti a base di asparagi selvatici e bere del buon vino locale. In programma anche un’escursione guidata nel Parco Nazionale del Cilento con piacevoli soste e degustazioni nel bel mezzo della natura.
Il 19 maggio 2019 Una passeggiata alla scoperta del borgo Ad Aterrana di Montoro (AV) Strade, vicoli, antichi portoni e cantine racconteranno il passato di Aterrana, arroccata ai piedi del parco, attraverso itinerari alla scoperta degli antichi mestieri locali, nati grazie ai boschi e ai castagneti che per secoli hanno retto l’economia del paese. Prevista anche una mini escursione in montagna alle Grotte Balzi del Guacci. Il 20 e il 21 maggio 2019 La sagra della Maracucciata A Lentiscosa (SA) Si rinnova nel piccolo borgo di Camerota, l’appuntamento che celebra il maracuoccio, un legume della famiglia della cicerchia, il cui aspetto è quello di un piccolo pisello dai colori che vanno dal verde scuro al marroncino, e che viene coltivato, almeno così pare, solo in questo piccolo angolo del Parco Nazionale del Cilento.
Dal 20 al 22 maggio 2019 “TuttoPizza Expo” Alla Mostra d’Oltremare (NA) Per tre giorni la città di Napoli, “capitale mondiale della margherita”, sarà luogo di incontro di tutto il “pianeta pizza”: dai servizi alle farine, dalle bevande al caseario, dal conserviero, al packaging sino a tutto il food service ed horeca. Si tratta di una fiera particolare, in cui non sono protagonisti solo gli stand espositivi ma gli operatori stessi grazie alla presenza dei principali esperti del settore che, attraverso un fitto programma di master class, trasmetteranno conoscenze e competenze su vari temi: dagli abbinamenti alla conservazione dei prodotti fino al design dei locali.
Il 26 maggio 2019 “Segni in versi, attacco d’arte poetico” A Napoli L'Associazione culturale no profit “Poesie metropolitane” e il Consorzio "Antiche Botteghe Tessili", in collaborazione con le Associazioni Retake Napoli, Sii Turista della tua città e NAcosa (un progetto di arte contemporanea) presentano "SegninVersi: attacco d'arte poetico", una giornata all’insegna della poesia, dell’arte e della cultura per la valorizzazione di Piazza Mercato con creazione e decorazione in loco di fioriere ed altro tipo di arredo urbano, performance artistiche e tour turistici che faranno rivivere storia e tradizione di una delle piazze più antiche di Napoli. Il 31 maggio e 1 e 2 giugno 2019 “Atella Sound Circus” Al Casale di Teverolaccio di Succivo (CE) Nel consueto scenario del Casale di Teverolaccio avrò luogo la IV edizione dell’Atella Sound Circus, un festival di musica dal vivo ed artisti di strada: una festa di colori, musica, balli e spettacoli d’arte circense aperta a tutti, rigorosamente ad ingresso gratuito. Molteplici sono gli eventi che si terranno in una tre giorni che si preannuncia intensa: musica dal vivo, giocoleria e arte circense, stand gastronomici, attività didattiche.