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Arpa Campania Ambiente n. 8/2019

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ISTITUZIONI

Plastic free, i primi passi della Campania

Poveri mari, povero Pianeta. La plastica vince e divora ogni cosa, questo è quanto per decenni hanno “denunciato” associazioni ambientaliste e singoli cittadini... Liguori a pag.4 CLIMA

I temporali pomeridiani nella stagione calda Siamo a Maggio, ultimo mese della stagione primaverile e secondo del semestre caldo. Le temperature tendono gradualmente a salire su valori sempre più estivi. Nelle giornate più calde si raggiungono già i trenta gradi... Loffredo a pag.8

NATURA & BIODIVERSITÀ

Viaggi in camper? Le mete per la primavera

IL QUINTO RAPPORTO SULLA BIOECONOMIA IN EUROPA In Italia il settore ha generato una produzione pari a circa 328 miliardi di euro Il Rapporto sulla Bioeconomia in Europa, curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo in collaborazione con Assobiotec, ha come obiettivo quello di monitorare le attività legate alla bioeconomia, quell’insieme di settori che utilizzano materie prime rinnovabili di origine biologica. Le stime, aggiornate al 2017, riportano che in Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia ha generato una produzione pari a circa 328 miliardi di euro occupando oltre due milioni di persone. La bioeconomia rappresenta il 10,1% in termini di produzione e il 7,7% in termini di occupati... Pollice a pag.3

Il ritorno dei boschi in un Paese distratto

Progetti ipogei: opportunità per l’architettura del paesaggio

NATUR@MENTE

Lo sviluppo sostenibile è ancora credibile?

I boschi guadagnano spazio nel Mezzogiorno. Tra il 2005 e il 2014, in base ai dati dell’Inventario forestale nazionale, la superficie boschiva è cresciuta di quasi il 17 percento in Molise, del 16,2 percento in Sicilia, dell’11,1 percento in Basilicata e del 9,9 percento in Calabria. Ma anche in Campania il fenomeno è di rilievo. Il Touring Club Italia, che da sempre affianca chi vuol viaggiare bene, ha stilato una top ten delle mete per chi ama muoversi in camper, scegliendole tra quelle contrassegnate da Bandiere arancioni.

Mosca a pag.6

L’architettura tradizionalemente intesa è rappresentata, per lo più, dalla dimensione dell’erigere, dell’innalzare e dell’aggiungere un nuovo elemento ad un contesto preesistente. L’architettura ipogea, al contrario, fa maggiormente riferimento alle azioni dello scavare, del sottrarre e dello svelare ciò che è nascosto...

Esposito a pag.9

Palumbo a pag.12

AMBIENTE & SALUTE

Può un’app sostituire un consulto medico?

AMBIENTE & CULTURA

CURIOSITÀ

Nicola Antonio Stigliola, filosofo e architetto

Il guardaroba italiano diventa ecofriendly

Grandi Napoletani, grandi Campani

La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… Martelli a pag.13

De Crescenzo-Lanza pagg.14-15

Paparo a pag.16

“Devo staccarmi dalla massa, perchè la distanza economica tra me e la massa si sta riducendo e il risultato è che non solo devo sviluppare nuovi modi, meno appariscenti, per distinguermi dai più, ma, avverto un bisogno maggiore di distanziarmi da loro, per esorcizzare questo avvicinamento sgradito”. Come in ogni agglomerato urbano che si rispetti, anche nella mia città, è in corso la costruzione di scintillanti villette unifamiliari. In questo notevole sforzo di riqualificazione delle periferie si costruisce la nuova zona residenziale della città natale di Giordano Bruno. Tafuro a pag.19


Per un’Italia al passo con l’Europa Il Decalogo ambientale del WWF in vista delle elezioni europee Diciassette sono le procedure d’infrazione dell’Unione Europea a carico dell’Italia e 43 le istruttorie aperte per sospetta violazione delle norme ambientali (al primo posto in Europa). Al 31 dicembre 2018 il Belpaese ha pagato oltre 548 milioni di euro di multe per il mancato rispetto della normativa comunitaria, dei quali più di 204 milioni solo per le discariche abusive, oltre 151 milioni per la gestione dei rifiuti in Campania e 25 milioni per il mancato trattamento delle acque urbane. Ad oggi i maggiori problemi continuano ad essere la gestione dei rifiuti e delle acque interne e marine, la qualità dell’aria e la scarsa tutela degli ecosistemi. Tale disarmante condizione in cui affoga, oramai da decenni, l’Italia affrontata nel dossier “Italia chiama Europa – L’Ambiente ritrovato”, presentato dal Wwf Italia in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Nel Rapporto, l’associazione ambientalista chiede ai volti e ai partiti candidati di portare avanti dieci azioni per mettere il Paese al passo con l’Europa sul fronte ambientale: 1. L’Italia acceleri l'attuazione della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile tramite la Commissione e il Forum per lo Sviluppo Sostenibile, promuovendo, nel contempo: una contabilità nazionale, territoriale e di impresa che contempli indicatori per valutare l’impatto delle attività umane sul capitale naturale, l’apertura di un dibattito nazionale sui nuovi modelli di sviluppo economico; l'introduzione dello Sviluppo Sostenibile in Costituzione; 2. L’Italia svolga un ruolo propulsivo in Europa per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi, anche dotandosi, a sua volta come altri Paesi europei, di un Piano Nazionale Energia e Clima che fornisca strumenti operativi per puntare davvero sulle rinnovabili, l’efficienza e il risparmio energetico e attui l’uscita dal carbone entro il 2025, nonché di una Strategia Nazionale a lungo termine,

con tappe intermedie ben definite per arrivare ben prima del 2050 a zero emissioni nette di gas serra; 3. L’Italia deve completare la Rete Natura 2000 includendo tutte le aree chiave sia terrestri che marine, assicurando Enti di gestione e misure di conservazione efficaci, garantendo adeguati finanziamenti con lo strumento dei PAF (Prioritise Action Framework) e si impegni a migliorare la governance dei Parchi nazionali e regionali nel quadro di un rilancio della Strategia Nazionale per la Biodiversità che individui obbiettivi di conservazione concreti e misurabili in tutte le politiche di settore nazionali e regionali; 4. L’Italia dimostri di tenere davvero ai suoi mari, dando piena attuazione alla Strate-

gia Marina Nazionale e alla Direttiva Habitat, rafforzando il ruolo delle Aree Marine Protette nelle politiche attive di tutela e sorveglianza delle risorse naturali, aumentando la superficie dei Siti di Importanza Comunitaria a mare, per conseguire l’obiettivo del buono stato ambientale delle acque, e effettuando una Pianificazione dello Spazio Marittimo, che sia coerente con questo obiettivo e sostenga un’economia blu sostenibile; 5. L’Italia sia in prima fila nel sostenere una riforma della Politica Agricola Comune (PAC) post 2020 che assicuri eco-schemi obbligatori per gli Stati membri con una dotazione finanziaria minima del 30% per pagamenti diretti e l’obiettivo del 40% della SAU (Superficie Agricola Utiliz-

zata) destinato ad agricoltura biologica entro il 2030; 6. L’Italia favorisca un’agricoltura sostenibile con l’approvazione del nuovo PAN Piano d’Azione Nazionale Pesticidi che contenga misure cogenti regolamentari per ridurre l’uso di questi prodotti chimici nei siti Natura 2000 e nelle altre aree naturali protette, stabilisca per i trattamenti con pesticidi distanze minime di sicurezza dalle abitazioni e dalle colture biologiche fornendo, fornendo nel contempo un’informazione corretta sulla loro pericolosità e dando piena attuazione alla Direttiva Nitrati; 7. L’Italia combatta con maggiore decisione la pesca illegale e non regolamentata (IUU, secondo l’acronimo europeo), raddoppiando, nel contempo, i suoi sforzi per implementare le azioni della Politica Comune sulla Pesca (PCP) finalizzate a ridurre il sovrasfruttamento degli stock Ittici, attraverso l’uso appropriato dei fondi europei (FEAMP) e sostenga, inoltre, lo sviluppo di una Piccola Pesca sostenibile, favorendo esperienze di cogestione, attraverso il recepimento del Piano d’Azione Regionale sulla Piccola Pesca; 8. L’Italia affronti preventivamente il problema del rischio idrogeologico, assicurando la manutenzione del territorio e la riqualificazione della risorsa idrica, rilanciando il

ruolo centrale delle Autorità di Bacino (come previsto dalla Direttive Acque e Alluvioni) nella pianificazione territoriale e nella scelta degli interventi prioritari su scala nazionale, bloccando il consumo del suolo lungo le aste fluviali e avviando interventi integrati per la mitigazione del rischio e per la tutela e il recupero degli ecosistemi; 9. L’Italia punti, finalmente, ad una Strategia pluriennale a sostegno dell’economia circolare che definisca chiaramente i distinti ruoli del mercato, dell’amministrazione pubblica, dei singoli e delle comunità e che punti all’innovazione dei sistemi produttivi e alla responsabilizzazione del consumatore, grazie alla regia di un’Agenzia per l’uso efficiente delle risorse; 10. L’Italia recepisca al più presto la Direttiva europea sulla plastica monouso e punti decisamente alla riduzione degli sprechi e, quindi, dei rifiuti, aggiornando la normativa nazionale end of waste, ferma agli anni ’90, introducendo nuove forme di responsabilità estesa del produttore (EPR) anche a settori ora esclusi (alimentare, tessile, arredamento, costruzioni) e utilizzando la leva fiscale per penalizzare l’uso inefficiente di materiali e/o energia, premiando, nel contempo, i comportamenti virtuosi.


Il Rapporto sulla Bioeconomia in Europa In Italia l’insieme delle attività connesse al settore ha generato una produzione pari a circa 328 miliardi di euro Tina Pollice Il Rapporto sulla Bioeconomia in Europa, curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo in collaborazione con Assobiotec, ha come obiettivo quello di monitorare le attività legate alla bioeconomia, quell’insieme di settori che utilizzano materie prime rinnovabili di origine biologica. Le stime, aggiornate al 2017, riportano che in Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia ha generato una produzione pari a circa 328 miliardi di euro occupando oltre due milioni di persone. La bioeconomia rappresenta il 10,1% in termini di produzione e il 7,7% in termini di occupati sul totale dell’economia del nostro Paese. Secondo queste stime, il valore della produzione della bioeconomia nel 2017 è cresciuto di oltre 6 miliardi rispetto al 2016 (+1,9%). L’analisi di lungo periodo evidenzia un incremento del valore della produzione della bioeconomia negli ultimi 10 anni passando dall’ 8,8% del 2008 al 10,1% del 2017. L’industria alimentare e delle bevande, i servizi legati al ciclo idrico e di gestione dei rifiuti, sono i settori nei quali c’è maggior incremento del settore. Per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, le stime originali sulla componente biocompatibile dei rifiuti portano ad un valore della produzione pari a 6,8 miliardi di euro nel 2017, in crescita dell’1,6% rispetto al 2016 e del 21,8% rispetto al 2008. Nella bioeconomia le foreste giocano un ruolo chiave preservando la biodiversità animale e vegetale, contrastando i cambiamenti climatici grazie alla fotosintesi, fornendo un baluardo al dissesto idrogeologico. Con 11 milioni di ettari occupati dalla foresta, il 38% della superficie, l’Italia è il sesto Paese dell’Ue in termini assoluti e il primo per dinamica: la superficie boschiva è aumentata del 6,7% nell’ultimo quarto di secolo, rispetto ad un +2,1% nella media Ue. Il Belpaese è ai primi posti anche per protezione delle foreste, con 4,7 milioni di ettari di foresta cruciali per preservare la biodiversità e le caratteristiche paesaggistiche e 8,2 milioni di ettari con ruolo di

protezione del suolo e delle acque. In Italia, il settore della silvicoltura, il ramo delle scienze forestali che riguarda l'impianto e la conservazione dei terreni boschivi, fornisce direttamente 40.000 posti di lavoro e crea un valore aggiunto pari a 1,3 miliardi di euro. Tra i vari impieghi dei prodotti forestali c’è quello di produrre legname lavorato per l’industria del mobile e per le costruzioni. ll settore dà lavoro a 104.277 addetti in Italia, il 2,8% degli addetti del manifatturiero, con un fatturato complessivo di 13,3 miliardi di euro, che vede l’Italia in seconda posizione dietro alla Germania in Ue.

Il settore della carta ha vissuto negli ultimi anni una fase di trasformazione: la dematerializzazione dei contenuti ha portato, in particolare nei contesti anglosassoni, ad una significativa diminuzione dei consumi di carta, concentrata nel settore della carta grafica. A livello mondiale la produzione di carta per usi grafici è passata da 21,4 a 16,1 chilogrammi pro-capite. Si rafforza, il ruolo storico dell’Italia che, nonostante la mancanza di materia prima, si colloca, con 72mila addetti come secondo produttore europeo. La percentuale di rifiuti avviati al riciclo in Italia è pari al 77% mentre la Francia è al 53%, il

Regno Unito al 59%, la Germania al 53% (dati 2014). La media europea è pari al 55%. Con riferimento ai rifiuti biocompatibili, l’incidenza del riciclo in Italia è superiore alla media europea e prossima al 91%, solo il 6% dei rifiuti trattati viene termovalorizzato e il 3% finisce in discarica. Questo dato conferma la forte specializzazione del nostro Paese nel riciclo. Nelle filiere della carta e del legno il rifiuto viene rigenerato e riutilizzato in modo da rimetterlo sul mercato, oppure viene riciclato a materia prima. Sia la carta che il legno si prestano ad essere reimmessi nel processo produttivo più e più volte. Attraverso la chiusura del cerchio non solo si riduce il consumo di materia prima, alberi e cellulosa, ma, si risparmiano energia e acqua, si riducono le emissioni, si diminuisce la quantità di materiali destinati alle discariche. Lo sviluppo della bioeconomia nel Mezzogiorno assume una valenza particolare. L’adesione ai modelli dell’economia circolare e della bioeconomia potrà permettere al Sud un recupero con le economie più avanzate. Un forte potenziale si intravede nella filiera agroalimentare e nella chimica verde che vede nell’ambito delle produzioni bio-based l’affermazione di diverse esperienze nelle regioni meridionali. La filiera del legno e della carta presentano una spiccata

specializzazione in Calabria e Sardegna nell’industria del legno, grazie anche alla buona dotazione di materie prime e Campania ed Abruzzo per la carta. Emergono segnali interessanti di una crescente consapevolezza degli attori pubblici e privati del potenziale legato alle produzioni sostenibili e ad una maggiore attenzione all’ambiente come l’esempio di Rete 100% Campania che, partendo dalla carta da macero, mette in atto un ciclo di trasformazione di prossimità in grado di garantire che l’intera catena del valore resti sul territorio: la lavorazione in loco di 100mila tonnellate di carta proveniente da raccolta differenziata ha una ricaduta stimata in 300 posti di lavoro ed oltre 80 milioni di valore aggiunto. Altro segnale positivo è legato alla raccolta differenziata. I dati sul riciclo di carta e cartone degli ultimi anni mostrano infatti per il Sud Italia, che parte da livelli più limitati, dei tassi di crescita più alti di quelli registrati per il Centro-Nord: le stime per il 2018 parlano di un Sud che cresce a velocità quadrupla rispetto al CentroNord, +6,9% contro un +1,4%, a testimonianza che il Mezzogiorno ha tutte le potenzialità per recuperare il gap esistente ed affrontare la sfida dell’innovazione e della competizione globale con le altre realtà economiche nazionali e internazionali.


Plastic free, i primi passi della Campania Fabiana Liguori Poveri mari, povero Pianeta. La plastica vince e divora ogni cosa, questo è quanto per decenni hanno “denunciato” associazioni ambientaliste e singoli cittadini italiani e non, rispetto alla grave situazione di inquinamento determinata dall’uso incondizionato e scriteriato di questo materiale. Eppure, finalmente, oggi qualcosa si muove. Effetto Greta Thunberg ? Improvviso manifestarsi di un senso civico comune? Responsabilizzazione collettiva circa la protezione del territorio e della biodiversità? Dedizione “suprema” alle direttive del ministro Sergio Costa? Chissà, ciò che è certo è che in Italia, seppur a rilento, molte amministrazioni ed Enti sembrano voler cambiare rotta e scegliere la strada plastic free. Per quanto riguarda la Campania sono diverse le Amministrazioni che hanno intrapreso questo percorso. Da domani primo maggio, grazie a un’ordinanza del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, partirà sul Lungomare partenopeo (dalla località La Pietra alla località Pietrarsa) partirà, in fase sperimentale, il divieto del consumo di plastica monouso non biodegradabile e non compostabile per poi, verificata l'efficacia del dispositivo, estenderlo progressivamente a tutto il territorio comunale. Il provvedimento che avrà durata fino al 30 settembre 2019 è rivolto in prima applicazione agli esercizi commerciali, ai pubblici esercizi, ai laboratori di produzione artigianale di alimenti autorizzati alla vendita per asporto, agli operatori del commercio su aree pubbliche, incluse le attività di catering del settore alimentare e agli esercenti delle attività balneari, quali lidi e circoli nautici. Buone nuove anche dalla isole: ordinanze sindacali anche a Capri e Ischia, dove le associazioni dei commercianti e dei ristoratori hanno chiesto al primo cittadino una proroga per consentire lo smaltimento delle scorte prima di far partire i controlli e le multe: concessi 90 giorni di tempo per adeguarsi al divieto

Il Parco del Vesuvio diventa plastic free Ilaria Buonfanti

totale di vendita ed utilizzo di bottiglie, contenitori, piatti, posate, bicchieri, cotton fioc e tutto ciò che di plastica si trova attualmente in commercio o viene utilizzato in mense, bar, ristoranti ed alberghi dell’isola. Stesso discorso per Sorrento. Procida tenta di “dire la sua” con l’ordinanza n. 18/2019 che stabilizza il divieto d’uso della plastica usa e getta nelle pubbliche manifestazioni. Una simbolica prima tappa che seppur molto lontana dalla meta rappresenta pur sempre un passo. Pochi giorni fa, si è unito al coro eco friendly anche il comune di Castellammare di Stabia (NA). A partire dal primo luglio, le attività commerciali, artigianali e di som-

ministrazione di alimenti e bevande non potranno distribuire ai clienti posate, piatti, cannucce di plastica, contenitori e sacchetti monouso per la spesa in materiale non biodegradabile. Per le attività commerciali restano poco più di due mesi di tempo per adeguarsi e per i trasgressori sono previste sanzioni variabili tra 25 e 500 euro. Tra le realtà più belle che hanno subito messo in atto misure per ridurre o eliminare l’uso della plastica, sostituendola con vetro e prodotti biodegradabili in tutti gli uffici amministrativi e di gestione ma anche nell’ambito del proprio territorio di competenza: l’Ente Parco Nazionale del Cilento e l’Ente Parco del Vesuvio.

Le terribili immagini dei giorni scorsi che mostravano un’area del parco nazionale del Vesuvio invasa dai rifiuti derivanti da un bivacco pasquale, hanno lasciato certamente senza parole; proprio in un momento in cui la riflessione e le azioni contro la dispersione e l’accumulo di prodotti plastici nell’ambiente sono all’ordine del giorno. Già il 27 marzo scorso, infatti, il Consiglio Direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio ha approvato una delibera per ridurre drasticamente l’utilizzo della plastica nel territorio del Parco, con la speranza che questa riduzione possa in tempi brevi trasformarsi in un azzeramento totale. In tutti gli uffici dell’Ente Parco verranno utilizzati prodotti di vetro e biodegradabili e verranno avviate campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale nelle scuole del territorio dei comuni del Parco. Insegnare ai bambini e ai ragazzi quali e quanti danni provocano i materiali plastici è il primo passo per sperare in un futuro “plastic free”. Bisogna spiegare loro le tecniche di riutilizzo e riciclaggio dei materiali, spiegare la gestione dei

rifiuti e il loro corretto smaltimento, insegnare il rispetto per il nostro pianeta che vive una fase drammatica a causa dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici che purtroppo sono opera dell’uomo. Verrà istituita anche una borsa di studio con l’obiettivo di monitorare le azioni messe in campo ed i relativi effetti. Nel breve periodo l’Ente Parco si impegna a disincentivare l’utilizzo di buste ed imballaggi in plastica introducendo materiali alternativi. Inoltre si impegna a promuovere studi, indagini e ricerche scientifiche sugli impatti delle materie plastiche e a promuovere accordi e collaborazioni con gli operatori che mettono in atto politiche finalizzate alla corretta gestione della plastica. “Con questa Delibera abbiamo voluto avviare un percorso verso un Parco del Vesuvio Plastic Free - spiega Agostino Casillo Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio - mettendo in atto misure concrete per limitare l’utilizzo della plastica monouso e per incentivare sempre di più un modello di economia che preveda la gestione dei rifiuti plastici in un’ottica di riduzione, riuso e riciclo”.

Ecospiagge per tutti

Il nuovo certificato di sostenibilità per gli stabilimenti Un modo di concepire la spiaggia come un’esperienza aperta a tutti, più che un semplice bollino. Si tratta del marchio “Ecospiagge per tutti” presentato da Legambiente e Village for all a Carrara, in occasione della fiera nazionale Balnearia 2019. Dall’estate prossima sarà assegnato agli stabilimenti balneari che avranno raggiunto uno standard in merito alla sostenibilità ambientale e all’accessibilità totale . Ha affermato Sebastiano Venneri, responsabile Territorio e innovazione di Legambiente: “Il litorale, il bagnasciuga, le spiagge sono il demanio: il bene comune per eccellenza. Da tempo siamo attivi nel settore del turismo che significa

per noi scommettere sul futuro riducendo l’impatto ambientale delle strutture ma anche recuperare situazioni compromesse da un turismo distruttivo e restituire spazio al mare e alla spiaggia.” Aggiunge Roberto Vitali, presidente di Village for all: “Nel nostro Paese, quasi il 30% degli abitanti ha più di 65 anni e più di 10 milioni di persone hanno una qualche disabilità; in Europa gli over 65 e i disabili sono 127 milioni, parliamo di una persona su cinque. Il primo target al quale pensiamo è la famiglia con bambini piccoli e poi il segmento dei senior, e molto spesso, se affrontiamo con competenza le loro esigenze di accoglienza, si risolvono anche

quelle degli ospiti con disabilità”. Pionieri nella partecipazione al progetto sei stabilimenti della Rete d’Impresa delle Marine del Parco di Viareggio: i bagni Alhambra, Aretusa, Arizona, Ester, Mergellina e Teresa. Agli aderenti al progetto si fornisce un disciplinare sintetizzabile in un decalogo diviso per aree. Rifiuti: riduzione, raccolta differenziata, riutilizzo e resa degli imballi; Energia: risparmio energetico e approvvigionamento da fonti rinnovabili Acqua: risparmio nel consumo, riduzione dell’utilizzo di sostanze chimiche; Alimentazione e gastronomia: alimenti bio, a km zero, menu per celiaci e vegani e attenzione alle

intolleranze; Mobilità sostenibile: promozione dei mezzi di trasporto pubblico e dell’utilizzo di mezzi ecologici; Accessibilità e inclusione: libero accesso alla battigia per clienti e non; attenzione alle esigenze di persone con disabilità motoria, sensoriale, cognitivo/comportamentale, senior, famiglie con bambini piccoli ; Acquisti eco-sostenibili: prodotti e packaging eco-sostenibili; Patrimonio naturale e culturale: promozione dei beni culturali e naturali, manifestazioni tradizionali; Rumore: riduzione del disturbo sonoro; Comunicazione: coinvolgimento di avventori e dipendenti nella messa in pratica dei comportamenti indicati. A.E.


Turismo spaziale, primi viaggi “fra le stelle” entro il 2019 Si partirà anche dall’Italia, previsto uno spazioporto in Puglia Il turismo spaziale sta per diventare realtà. Entro la fine del prossimo anno, infatti, la Blue Origin di Jeff Bezos e la Virgin Galactic di Richard Branson, le due aziende private in prima linea su questa nuova frontiera, porteranno in orbita i loro primi facoltosi clienti. Sì perché i biglietti per imbarcarsi in questa straordinaria avventura saranno tutto fuorché a buon mercato. Basti pensare che le oltre 650 persone in lista d'attesa con la società di Branson, imprenditore britannico a capo del colosso Virgin Group, hanno già pagato da tempo la bellezza di 250mila dollari. Naturalmente l'obiettivo è quello di rendere questi costi decisamente più accessibili, ma per i primi anni l'esperienza di poter ammirare la Terra dalle “stelle” sarà per soli vip e ricchi imprenditori. In realtà il turismo spaziale non è al suo debutto in senso assoluto, dato che anni addietro alcuni ricchissimi hanno avuto la possibilità di salire a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) sborsando milioni di dollari alle agenzie governative che hanno offerto i pacchetti, comprensivi di lunghi e impegnativi allenamenti. L'esperienza offerta da Virgin Galactic e Blue Origin

sarà sostanzialmente diversa, dato che i turisti sorvoleranno la Terra a bordo di navicellerazzo per pochi minuti. La ISS si trova inoltre a circa 400 chilometri di altezza dalla superficie terrestre, mentre questi velivoli supereranno di poco i 100 chilometri, dove si trova la cosiddetta linea di Karman, che separa il confine tra l'atmosfera terrestre e lo spazio. Durante il sorvolo, in parole semplici, i turisti avranno sopra le proprie teste il classico cielo spaziale oscuro e potranno ammirare la curvatura della Terra. Uno

spettacolo meraviglioso che probabilmente convincerà una volta per tutte i ‘terrapiattisti'. L'offerta di Virgin Galactic e Blue Origin non saranno uguali. Nel primo caso, i turisti saranno imbarcati sulla navicella spaziale WhiteKnightTwo, che verrà sganciata in volo da un velivolo chiamato SpaceShipTwo VSS Unity. A 15mila metri di altezza – un aereo di linea vola a circa 10mila metri – il velivolo si separa dalla navicella che accende i propulsori per raggiungere lo spazio; durante questa esperienza i turisti

spaziali sperimente- ranno l'assenza di gravità per alcuni minuti e potranno godersi una vista meravigliosa. La navicella, dopo alcuni minuti nello spazio, tornerà autonomamente allo spazioporto. Una notizia particolarmente interessante risiede nel fatto che uno dei primi spazioporti sarà realizzato in Puglia, per la precisione all'aeroporto di Taranto-Grottaglie. Per quanto concerne Blue Origin, che non ha ancora comunicato i prezzi, i turisti avranno un'esperienza più “tradizionale”; saranno infatti imbarcati su un classico razzo

sulla cui sommità è posta una capsula con ampie finestre. Dopo il liftoff il razzo si sgancia e la capsula prosegue nella traiettoria prevista, attraversando per alcuni minuti lo spazio. Al rientro la capsula attiva dei retrorazzi e tre grandi paracadute per atterrare dolcemente nella località programmata. Non sono ancora note le date ufficiali, ma gli ultimi test sono andati tutti a buon fine – nel 2014 morì un copilota della Virgin Galactic – e i primi viaggi sono previsti entro e non oltre il 2019. (fanpage.it)


Il ritorno dei boschi in un Paese distratto La superficie forestale si espande al Sud, ma manca una regia. Dibattito sul recente volume di De Nardo Luigi Mosca I boschi guadagnano spazio nel Mezzogiorno. Tra il 2005 e il 2014, in base ai dati dell’Inventario forestale nazionale, la superficie boschiva è cresciuta di quasi il 17 percento in Molise, del 16,2 percento in Sicilia, dell’11,1 percento in Basilicata e del 9,9 percento in Calabria. Ma anche in Campania il fenomeno è di rilievo. Tanto che nella prossima edizione dell’Inventario risulterà, con tutta probabilità, che nella nostra regione i boschi occupano più spazio dell’agricoltura. A suo modo, è un sorpasso storico. Il rapporto tra le aree forestali e le popolazioni meridionali è il focus di un volume, scritto dall’ingegnere e manager pubblico Alfonso De Nardo, intitolato appunto “Uomini e boschi” (edizioni Clean). Lo scorso 29 aprile, nell’Aula magna dell’Orto botanico di Napoli, l’opera ha fornito il pretesto per un ampio dibattito tra esperti, sulla “questione forestale” nell’ambito della questione meridionale. Sono intervenuti, tra gli altri, il colonnello Angelo Marciano, comandante dei Carabinieri forestali a Napoli e provincia, il professore Antonio Saracino, che insegna Assestamento forestale e silvicoltura alla Federico II, l’avvocato Stefano Sorvino che dirige l’Agenzia ambientale campana, la dottoressa Flora Della Valle che dirige l’Ufficio centrale Foreste e caccia della

Regione Campania, oltre ovviamente all’autore del libro. Il tutto sotto le insegne dell’Associazione nazionale forestali e dell’Ordine dei dottori agronomi e forestali di Napoli, che hanno promosso l’incontro. Dunque, i boschi avanzano in Italia e in particolare nel Meridione. Sembrerebbe una buona notizia, ma lo è fino a un certo punto. «All’espansione del bosco», scrive De Nardo, «corrispondono, come invarianti della Storia, incuria e abbandono, che contribuiscono fortemente alla vulnerabilità del territorio». Come ha evidenziato Saracino nel corso del dibattito, l’ampliamento e la contrazione della superficie forestale nascono da complesse vicende socio-economiche. «Nel Mezzogiorno», ha ricordato lo studioso, «si è consumato nel Novecento un esodo di massa dalla dorsale appenninica». In altre parole, pesano l’abbandono dei piccoli comuni delle aree interne e il tramonto dell’economia ba-

sata appunto su boschi e pascoli. Così le grandi popolazioni di faggi e querce vivono una nuova stagione di espansione, una sorta di rivincita sull’uomo, ma è una rivincita che avviene in un vuoto, o quasi, di gestione e di cura del territorio. La discussione è corsa alle origini del dibattito meridionalista, che è sempre stato, storicamente, dibattito sulla montagna. Lo «sfasciume pendulo» di Giustino Fortunato o anche l’ «osso» di Manlio Rossi-Doria, opposto alla «polpa» fertile delle piane costiere, sono immagini che hanno avuto ampia fortuna e che puntano lo sguardo proprio sull’ambiente boschivo, visto come risorsa ma anche limite allo sviluppo. La questione meridionale è sempre stata “questione montana”, nonostante la facile iconografia del Sud baciato dal sole e dal mare. Questo, perlomeno, fino alla seconda guerra mondiale. «La questione meridio-

nale, che per lunghi decenni ha avuto tra le sue espressioni principali proprio il malessere e l’arretratezza delle popolazioni delle aree interne», scrive appunto De Nardo, «ha assunto da qualche tempo un forte connotato di “questione ambientale”, i cui sintomi più appariscenti, nelle pianure urbanizzate e nelle montagne isolate, sono il disordine del territorio, l’acutezza del rischio idrogeologico, l’incapacità di far fronte alle emergenze ambientali». La “questione montana” diventa quindi questione ambientale: il focus non è solo sul superamento dell’arretratezza economica, ma sulla difesa degli ecosistemi. Come ha segnalato il colonnello Marciano, il cambio di paradigma è ben segnalato dall’approvazione della legge Galasso a metà anni Ottanta: un provvedimento che inserisce i boschi tra i beni ambientali sottoposti a protezione speciale. Non più una risorsa economica, dunque: ai boschi si chiede, piuttosto, in tempi più recenti, di fornire servizi ecosistemici, dal freno al dissesto idrogeologico al bilanciamento delle emissioni di anidride carbonica. «La cosiddetta economia forestale oggi non è esiste più», ha

riconosciuto De Nardo. «Appurato questo, qual è oggi il nostro rapporto con quel 30 percento di territorio campano occupato oggi dai boschi?». Una domanda in gran parte ancora aperta. A Sorvino è toccato il compito di passare in rassegna gli interventi legislativi che hanno affrontato il tema, a partire addirittura dal periodo murattiano fino ad arrivare agli sviluppi più recenti, maturati in un quadro istituzionale decisamente mutato, con un assetto marcatamente regionalista. Un regionalismo che rischia di relegare la questione meridionale in un «cono d’ombra», per usare le parole del commissario dell’Arpa Campania. Senza una visione meridionalista è difficile però affrontare il tema delle risorse forestali. Alle regioni, del resto, sono affidati compiti importanti in materia di politiche forestali: ma qual è la politica complessiva dell’Italia in materia di boschi? Tra le pieghe di questo interrogativo si insidia un paradosso: il mondo dei boschi rappresenta un terzo del territorio italiano, ma oggi più che mai appare lontano, periferico nella vita delle persone e nell’agenda della politica.


Earth Day, il compleanno del nostro pianeta Lo scorso 22 aprile si è celebrata la 49esima Giornata mondiale della Terra Anna Gaudioso L’Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e sentirsi parte del tutto. È un giorno speciale, un po’ come festeggiare il compleanno, dove tutti cercano di pensare e ripensare a cosa è stato fatto e cosa si può ancora fare per il nostro “amato” pianeta. Una ricorrenza per riflettere su temi importanti come la protezione e la salvaguardia di ogni forma di vita e di risorse naturali. Da quasi cinquanta anni, in tutto il mondo, il 22 aprile si celebra la Giornata della Terra, che quest’anno è coincisa con il lunedì di Pasqua. È un giorno che solitamente si passa all’aria aperta, dunque quale momento migliore per guardarsi intorno e pensare di fare qualcosa per il pianeta in cui viviamo? Un suggerimento ci viene da Barbara Molinario, presidente di Road to green 2020, associazione per la promozione della sostenibilità. «Visto che è scortese presentarsi ai compleanni a mani vuote – ha detto l’attivista – ecco, po-

Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 30 aprile 2019 - Anno XV, N.8 Edizione chiusa dalla redazione il 30 aprile 2019 DIRETTORE EDITORIALE

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HANNO COLLABORATO

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SEGRETARIA AMMINISTRATIVA

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DIRETTORE AMMINISTRATIVO

Pietro Vasaturo

EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

tremmo fare un bel regalo alla Terra, quello di adottare, almeno per questo giorno, una serie di comportamenti corretti, e magari mantenerli anche nei giorni a venire». Sarebbe proprio un bel regalo, soprattutto per noi abitanti della Terra. Infatti, si potrebbe pensare all’acqua come un bene prezioso per la sopravvivenza di tutte le forme di vita, cercando di non sprecarla, magari stando attenti a chiudere sempre il rubinetto mentre ci laviamo i denti o mentre ci insaponiamo i capelli sotto la doccia, insomma cercare di non lasciare mai scorrere l’acqua se non la stiamo utilizzando. Perché - diciamo la verità erroneamente abbiamo sempre pensato che l’acqua fosse una risorsa inesauribile, ma non è così. Altro esempio: stare attenti a non consumare energia elettrica inutilmente, spegnere sempre le luci nelle stanze che non frequentiamo: in questo modo facciamo un regalo anche a noi stessi pagando meno in bolletta. Ancora: un netto “no” alla plastica, evitare quindi il più possibile piatti e bicchieri di carta. È vero, sono pratici ma hanno un enorme impatto ambientale. Meglio le stoviglie ottenute da scarti alimentari. Del resto le scampagnate sono belle, ma bisogna avere cura e attenzione a non lasciare residui di spazzatura in giro. Altro punto dolente della contemporaneità è lo spreco alimentare. Bisogna avere maggiore attenzione, su internet è possibile trovare moltissime ricette per utilizzare gli avanzi. Un appello importante può essere: riduciamo al minimo la produzione dei i rifiuti. Per dare il pro-

prio contributo, basterebbe fermarsi a pensare se ciò che stiamo per gettare via può essere riutilizzato almeno un’altra volta in qualche modo. Un piccolo gesto che potrebbe dare grandi risultati. La Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo e informativo. Questa giornata viene utilizzata dai gruppi ecologisti per valutare le problematiche del pianeta: l'inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l'esaurimento delle risorse non rinnovabili. Il tentativo è di orientare le popolazioni verso scelte che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell'uomo; que-

ste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi, e la protezione delle specie minacciate. La celebrazione di questa giornata nasce il 22 aprile 1970, per dare voce alla necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. È un grido universale per dire: “soli siamo niente, insieme una forza”. A questo bisogna aggiungere una considerazione: il giorno della Terra dovrebbe essere in realtà celebrato tutti i giorni. Dunque, impegniamoci tutti, sempre.


I temporali pomeridiani nella stagione calda La nube tende a dissolversi in serata e la temperatura subisce un calo solo nelle zone interessate dalle precipitazioni Gennaro Loffredo Siamo a Maggio, ultimo mese della stagione primaverile e secondo del semestre caldo. Le temperature tendono gradualmente a salire su valori sempre più estivi. Nelle giornate più calde si raggiungono già i trenta gradi, specie nell’ultima decade del mese. Ci si spoglia e si pensa già ai prossimi mesi estivi. La pioggia cade in maniera irregolare e le precipitazioni tendono ad assumere carattere di rovescio o temporale, specie nelle ore più calde della giornata. Sono i classici temporali pomeridiani che diventano sempre più frequenti con l’avanzare della stagione. Ma cosa sono i temporali di calore? Sono fenomeni atmosferici che si formano nella troposfera (zona bassa dell’atmosfera dove avvengono gli eventi meteorologici) e si originano da una termica, ossia pacchetti di aria calda che si sollevano dal terreno trasformandosi in nube. Questi trovano condizioni ideali per svilupparsi quando la pressione al suolo diventa livellata, ad esempio nel momento in cui un anticiclone si indebolisce. L’atmosfera deve essere, dunque, instabile e l’aria sufficientemente umida. L’attività temporalesca risulta particolarmente elevata nel pomeriggio e soprattutto sulle zone montuose, apice del riscaldamento diurno nei

bassi strati dell’atmosfera. Il temporale di calore dura in media dai 30 ai 60 minuti e non determina cambiamenti su vasta scala della situazione meteorologica. La nube tende a dissolversi nel corso della tarda serata e la temperatura subisce un calo solo nelle zone interessate dalle precipitazioni. Maggiore divario termico lungo la colonna d’aria, corrisponde spesso ad una maggiore intensità del fenomeno. Capita frequentemente, quando le

correnti in quota sono abbastanza incisive, che i temporali possono raggiungere anche le relative zone costiere, recando un temporaneo refrigerio ma anche un aumento dell’umidità relativa. L’attività temporalesca pomeridiana è presente da fine marzo a metà settembre ed è molto intensa tra giugno e luglio; scarsa o assente nel semestre freddo. Come mai i cumuli e i temporali preferiscono le zone montuose piut-

tosto che le zone di mare? Laddove si verifica il maggior assorbimento della radiazione solare, ad esempio su suoli brulli, sassosi, terreni rocciosi e senza vegetazione, grandi centri urbani, distese di terra arida, l’aria si riscalda maggiormente rispetto alle zone circostanti. Zone con folta vegetazione, specchi di acqua e superficie marina hanno una capacità di assorbimento molto ridotta e lenta, e il calore accumulato è minore rispetto all’am-

biente circostante. Questo processo inibisce la formazione di nubi convettive, e così mentre a pochi chilometri di distanza si scatena il putiferio, in riva al mare i bagnanti godono tranquillamente della giornata soleggiata ma con il temporale dietro l’angolo. La natura è imprevedibile, ci sorprende sempre, ci emoziona con le sue innumerevoli manifestazioni tutto l’anno ma anche nel corso della giornata stessa.


Viaggi in camper? Le mete per la primavera Dal Touring Club Italia la selezione delle migliori aree attrezzate per i camperisti Alessia Esposito Il Touring Club Italia, che da sempre affianca chi vuol viaggiare bene, ha stilato una top ten delle mete per chi ama muoversi in camper, scegliendole tra quelle contrassegnate da Bandiere arancioni. La prima è Cherasco, in provincia di Cuneo, che offre paesaggi (colline piene di vigneti), monumenti (il castello Visconteo) e gastronomia (i Baci di Cherasco e i mille modi di mangiare le lumache); da aprile a dicembre sono organizzati inoltre i Grandi mercati. Per i camper c’è un’area di sosta attrezzata gratuita con acqua, scarico, illuminazione e corrente elettrica. Seconda meta Castelnuovo Magra, in Liguria, che dà la possibilità ai suoi ospiti di fare passeggiate in mountain bike tra vigneti e uliveti, fermarsi per le degustazioni del vino Vermentino e della "Prosciutta castelnovese". In merito alle visite per monumenti, il Touring consiglia il castello dei Vescovi Conti di Luni e l’Enoteca pubblica della Liguria e della Lunigiana. La sosta per i camper è gratuita nel parcheggio comunale o nell’agriturismo Cascina dei Peri, nel verde. Terzo luogo sul podio è Pizzighettone, in provincia di Cremona, attraversata dall'Adda, fiume che fa parte di un parco regionale e visitabile in crociera. Anche qui la gastronomia offre la spe-

cialità del luogo: i cosiddetti fagioli dell’occhio. Da vedere la cinta muraria e la cerchia di Casematte. Per i camperisti piazzole libere e attrezzate sia lungo le mura che lungo il fiume. Occupa il quarto posto Ala, in provincia di Trento, famosa per la tessitura dei velluti di seta. Il centro, tutto da passeggiare, è barocco e ospita anche un Museo del pianoforte. E per l’enogastronomia non può mancare una degustazione del vino Marzemino. Area

di sosta per i camper in via dello Statuto. Fontanellato, tra Parma e Piacenza, è il quinto comune consigliato dal Touring Club Italia. Da vedere la Rocca Sanvitale, con una sezione affrescata dal Parmigianino, da sperimentare invece è il più grande labirinto esistente in Italia, il Labirinto della Masone. Parmigiano Reggiano, torta fritta, culatello e Lambrusco consigliati per l’enogastronomia. E area attrezzata per i camper

in via Polizzi/via XXIV Maggio aperta 24 ore su 24, dotata di scarico cassetta WC, pozzetto, presa energia elettrica, servizi igienici, illuminazione, pista ciclabile.A chiudere la top ten: Pitigliano (Grosseto), Serra san Quirico (Ancona), San Donato Val Di Comino (Frosinone), la campana Sant'Agata De' Goti (Benevento) e Cisternino (Brindisi). Per maggiori dettagli consultare il sito web https://www.touringclub.it. E poi… non resta che partire.

Al via il progetto “Sve(g)liamo la Dormiente” Per la conservazione delle biodiversità del massiccio del Taburno-Camposauro Rosa Funaro “Sve(g)liamo la Dormiente”, questo il nome del nuovo progetto presentato lo scorso 18 aprile che interesserà l’area del massiccio del TaburnoCamposauro e coinvolgerà 15 amministrazioni locali: Benevento, città capoluogo più i 14 comuni in cui si estende il Parco regionale (Bonea, Bucciano, Cautano, Foglianise, Frasso Telesino, Melizzano, Moiano, Montesarchio, Paupisi, Sant’Agata de’ Goti, Solopaca, Tocco Caudio, Torrecuso e Vitulano). L’obiettivo principale è far conoscere il valore del capitale naturale del Parco e stimolare una presa di coscienza generale al fine di favorire comportamenti virtuosi, da parte di cittadini ed istituzioni, e la partecipazione della comunità ai processi di tutela

della biodiversità e per una gestione eco-compatibile delle risorse naturali. Il progetto è sostenuto da Fondazione con il Sud e promosso dall’Associazione WWF Sannio (soggetto responsabile) in partenariato con Ente Parco Regionale del Taburno – Camposauro (organismo di gestione dell’area protetta in cui si svolgerà il progetto, come richiesto dal

bando), Regione Campania Direzione Generale per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e Universita degli Studi di Napoli Federico II Dipartimento di Agraria; Achab Med Srl, ASOIM onlus e altre associazioni: “Terra e Radici”, “Giardino Oltremodo Botanico onlus”, “Gramigna organizzazione di volontariato” e “Lutria snc Wildlife Research

and Consulting”. "Si tratta di un piano sicuramente ambizioso ma fattivo. Le iniziative che verranno messe in campo sono volte proprio a far sì che non solo le scolaresche ma tutti i fruitori della nostra area protetta si rendano conto che c'è di bisogno di tutela, di valorizzazione e di mettere in capo una serie di buone prassi affinché questo territorio non venga considerato solo come un luogo a sé stante ma bensì come qualcosa da vivere" ha commentato il presidente dell'Ente Parco Costantino Caturano. Ed è in questa direzione che si muovono online il sito web (www.svegliamoladormiente.net), la pagina Facebook e l'account Instagram del progetto insieme al form "contribuisci con un'idea", ideato proprio per ascoltare e raccogliere suggerimenti da chiun-

que voglia contribuire alla rinascita del Taburno Camposauro. Tra le attività già in programma la creazione di sei aiuole didattiche con essenze autoctone; la realizzazione di un “Atlante della flora e della fauna del Parco”; il posizionamento di bat-box e cassettenido per i chirotteri e gli uccelli del parco; interventi per il miglioramento degli habitat naturali (ad esempio la Faggeta appenninica con Taxus e Ilex); il monitoraggio di mammiferi ed uccelli; la mappatura ed il recupero dei sentieri con l’organizzazione di eventi per svelare aspetti ambientali, storici e del gusto; la realizzazione di stagni per anfibi e rettili; la promozione di un Contratto di falda per la tutela e la regolamentazione dello sfruttamento del bacino idrico del massiccio.


Col clima che cambia occorre riprogettare edifici e infrastrutture Un adeguamento di quelli esistenti richiederebbe costi difficili da sostenere È l’allarme lanciato dall’Anbi, associazione delle bonifiche e dei bacini irrigui, e da Legambiente. Con il cambiamento del clima bisogna riprogettare l’Italia e determinare al più presto nuovi standard di gestione del territorio: nuovi criteri di progettazione, un nuovo modo di concepire le opere e di costruire case. La riprogettazione dovrà riguardare gli edifici futuri poiché un adeguamento di quelli già esistenti richiederebbe costi difficili da sostenere. Occorrono, per tutti i nuovi edifici ed opere, innovativi standard costruttivi e di progettazione adeguati al clima cambiato. Gli standard devono adeguarsi a resistere a venti più impetuosi del solito e a liberare velocemente quantità notevoli di acqua. Il sistema di gestione del deflusso delle acque è tarato sulle stagioni di una volta, che, oggi, non è più così. Bisogna dare diversi criteri progettuali a scantinati, gallerie, tunnel. Vanno dimensionati in modo differente i nuovi sottopassi, nei quali ogni anno accade che si allaghino e qualcuno anneghi dentro l’automobile. Con le bombe d’acqua accade che le strade si trasformano in torrenti furiosi ed i ponti sono scavalcati dalle piene arrab-

Prima strada al grafene riciclabile

biate, da qui l’esigenza di nuovi criteri per le canalette di scolo oltre il ciglio della strada, per i deflussi delle acque bianche per le rogge di bonifica agraria. Le pile dei ponti posate sul greto dei fiumi e dei torrenti devono reggere piene furiose, alberi trascinati con violenza, erosioni divoratrici. Vanno impostate dimensioni più grandi per le idrovore di bonifica e i canali scolmatori, i derivatori, le briglie lungo i fiumi. Vanno concepiti in modo differente i tombini sui bordi delle strade e le spallette degli argini dei corsi d’acqua. Negli edifici bisogna ridisegnare gli standard di inclinazione dei tetti, le gronde, i pluviali, le caditoie. I tetti piani dell’Italia

centrale e del Sud devono avere deflussi adeguati per la pioggia, se in due ore una terrazza si trasforma in una piscina di acqua piovana alta un metro, sulla statica dell’edificio di colpo pesano decine o tonnellate di peso in più. Le tegole dei tetti dovranno trovare sistemi di aggancio o di avvitatura, e i sostegni di ponteggi, le tettoie e i tabelloni pubblicitari dovranno essere pensati sui regimi di vento più impetuosi. Questi, alcuni dei punti cui metter mano in fretta e da subito, altrimenti, ogni primavera ed autunno continueremo a leggere notizie orrende di famiglie trascinate ed uccise dall’acqua o di passanti uccisi da tettoie divelte dal vento. B.G.

È stato inventato un "supermodificante al grafene" che aumenta la resistenza delle strade al passaggio delle auto, una tecnologia tutta italiana che per la prima volta è stata testata su strada. Questo ingrediente permette di migliorare le prestazioni dell’asfalto, rendendolo più resistente, antismog, antighiaccio e soprattutto molto ecologico, ad impatto zero per l'ambiente. La sperimentazione ha riguardato il rifacimento dei due strati più superficiali di una sezione lunga un chilometro della strada Provinciale Ardeatina a Roma con un brevetto tutto italiano depositato e che fa parte del Progetto Ecopave, un nuovo programma di ricerca. A sperimentare il supermodificante è stata Iterchimica, che si occupa proprio di tecnologie per migliorare le prestazioni dell'asfalto. I tecnici hanno verificato come alla prova dei fatti, i miglioramenti si sono avuti su tutti i punti divista, dalla resistenza alla fatica, alla resistenza e alla deformazione. A seguito del successo della prova effettuata, i tecnici, stanno valutando eventualmente di replicare l'esperimento in altre zone d'Italia e all'estero. I risultati del confronto tra Gipave e un asfalto tradizionale sono: durata (il miglioramento di resistenza alla fatica è risultato superiore al 250%), resistenza al passaggio di veicoli (i test meccanici hanno dimostrato un aumento della forza di resistenza al passaggio dei veicoli del 35%), resistenza alla deformazione a parità di sforzo (il modulo di rigidezza è stato misurato a diverse temperature mostrando un miglioramento del 46% a 40°C), deformazione plastica permanente (i valori di “ormaiamento” ovvero, “traccia lasciata da pneumatici e eventuali deformazioni nell’asfalto”, sono risultati inferiori del 35% a 60°C). Nel prodotto italiano c'è anche una ricaduta importante dal punto di vista ambientale, infatti, la combinazione di nuove tecnologie e la rigenerazione delle vecchie pavimentazioni stradali, permettono il riuso dei materiali già presenti sulla strada, l'aumento della durata delle stesse e la conseguente diminuzione della manutenzione. Si stima che le strade realizzate con questa tecnologia potranno essere riciclate al 100%, riducendo così l'estrazione di nuovi materiali e l'impiego di bitume e catrame di primo utilizzo, facendo risparmiare soldi e aiutando l’ambiente. R.M.


Sazi di microplastiche, digiuni in mare, i pesci non crescono più La fauna marina si nutre di questi minuscoli residui scambiati per plancton Bruno Giordano Sappiamo che le microplastiche sono dei minuscoli pezzi di materiale plastico, solitamente inferiori ai 5 millimetri. In base alla loro origine, esse possono essere suddivise in due categorie principali. Microplastiche primarie rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di piccole particelle, e, si stima che questa categoria rappresenti il 15-31% delle microplastiche presenti nell’oceano e nei mari, prodotte dal lavaggio di capi sintetici (35% delle microplastiche primarie), dall’abrasione degli pneumatici durante la guida (28%), da microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo (per esempio, le micro-particelle dello scrub facciale) 2%. Le Microplastiche secondarie sono prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica più grandi, come buste, bottiglie o reti da pesca che rappresentano circa il 68-81% delle microplastiche presenti nell’oceano e nei mari. Ha dell’incredibile, ma, purtroppo veritiera, la scoperta che, a causa delle micro plastiche presenti nei mari, in molti esemplari di pesci si sta manifestando il fenomeno della 'pseudo sazietà'. Il pesce ha lo stomaco pieno di micro plastiche, non riesce ad espellerle e si sente sazio, così non

mangia e non cresce. Lo ha rivelato la biologa marina Martina Capriotti durante la tavola rotonda 'Le frontiere delle sostenibilità', organizzata a Genova in occasione dell'assemblea dell'Associazione nazionale cooperative di consumatori - Coop., illustrando i risultati ottenuti dagli studi di laboratorio. Le ricerche documentano come, ed anche, il Mare Adriatico sia sicuramente molto vulnerabile ed attaccabile dalle micro plastiche, per la sua conformazione semi chiusa, la bassa profondità nella parte settentrionale, l'alta antropizzazione delle coste e dei fiumi e il ridotto ricircolo dell'acqua. Nonostante vi siano due correnti

costiere, una verso Nord e una verso Sud, fuori da queste, il materiale plastico tende ad accumularsi con gravi danni sui pesci. Le micro plastiche tendono a essere ingerite perché scambiate per plancton e perché sulla superficie hanno aderito batteri e micro alghe che le rendono appetibili al pesce. A tutto ciò si aggiunga il monito della biologa e l’allarme che, anche nell'Adriatico si stanno formando aree stagnanti dove le micro plastiche si accumulano come nelle “isole di plastica” formatesi nel Pacifico. Urge arginare la proliferazione di queste problematiche e proteggere l’Adriatico prima che sia tutto irreparabile.


Progetti ipogei: opportunità per l’architettura del paesaggio Antonio Palumbo L’architettura tradizionalemente intesa è rappresentata, per lo più, dalla dimensione dell’erigere, dell’innalzare e dell’aggiungere un nuovo elemento ad un contesto preesistente. L’architettura ipogea, al contrario, fa maggiormente riferimento alle azioni dello scavare, del sottrarre e dello svelare ciò che è nascosto: in buona sostanza, si tratta di un nuovo spazio architettonico, capace di conseguire - in molti casi meglio di altri - la corrispondenza fra forma e architettura. David Bennet, con riferimento alla propria esperienza presso la Minnesota University, parla esplicitamente del tentativo di «scardinare la tradizionale associazione tra specifiche attività e determinate forme architettoniche».L’attuale progetto ipogeo, in tal senso, può offrire nuove opportunità alle capacità creative degli architetti moderni e la sua dimensione non va intesa come un ripiegamento evasivo generato da quella componente nostalgicosimbolica che ha attraversato la storia della civiltà e della cultura (né come utopistico tentativo di privare l’architettura stessa del suo ruolo di “presenza differente” rispetto all’ambiente naturale in cui essa si inserisce), ma va, al contrario, considerato come testimonianza della ricerca in atto di una via alternativa, realmente praticabile nella trasformazione del nostro habitat presente e futuro, ricca di

spunti di riflessione e di interessanti soluzioni che, nell’ottica di un mutuo e costante tentativo di integrazione tra architettura e natura, tra suolo e sottosuolo, investe tutti i tipi di costruzioni, dalle infrastrutture urbane agli spazi pubblici per la cultura e il tempo libero, dai luoghi sacri alle abitazioni. L’architettura ipogea introduce, da questo punto di vista, una modalità di trasformazione dell’ambiente che non vede più il prodotto di un progetto come una cosa a sé stante, ma lavora bensì sul complesso degli elementi e delle relazioni che lo circondano. Ecco, allora, che il lavoro sullo spazio ipogeo diviene la conseguenza di un’architet-

tura che simula la morfogenesi del territorio “adat- tandovisi”, per ricreare un accordo primordiale con le forze della natura e rispondere, in uno, al mutato atteggiamento dell’uomo contemporaneo, sensibilizzato di fronte al rischio dell’inquinamento ambientale e alla riduzione delle energie disponibili: far scomparire (o quasi) l’architettura sottoterra permette di recuperare suolo per usi diversi. D’altra parte, il discorso richiama numerose suggestioni di figure retoriche (le catacombe, l’alveare, il suk, ecc.), sottolineando l’idea di una città composta di più strati, tutti potenzialmente vitali, come ipotizza anche Rem Ko-

olhaas in alcuni suoi importanti lavori teorico-progettuali: il tema dell’architettura ipogea non riguarda più la sola spazialità eccezionale dei luoghi collettivi e della residenza privata ma investe tutta l’estetica dell’underground metropolitano (sottopassi, stazioni della metro, centri commerciali, tunnel carrabili, ecc.). Tra i più importanti progetti ipogei degli ultimi anni possiamo ricordare: la Concert Hall di Blaibach (Germania), progettata dallo Studio Peter Haimerl Architektur di Monaco; il Danish National Maritime Museum di Helsingor (Danimarca), firmato BIG Bjarke Ingels Group; l’Opificio

per la trasformazione dei salumi Salpi di Preci (Perugia), ideato da Nothing Studio, per la cui realizzazione sono stati adottati gli standard costruttivi LEED per la sostenibilità ambientale; la Cantina Antinori di Bargino (Firenze), progettata da Archea Associati nel pieno del contesto vinicolocollinare del Chianti; la Villa soprannominata The Hole (il buco), creata dallo Studio SeArch a Vals, in Svizzera, vicino alle famose terme progettate da Peter Zumthor, la cui facciata appare completamente nascosta nel pendio alpino pur sfruttando la meravigliosa vista sul paesaggio circostante e permettendo alla luce di penetrare nell’edificio.


MICROBIOMA E CANCRO AL COLON Oltre alla componente genetica, possono incidere sulla malattia anche le abitudini alimentari Rosario Maisto I ricercatori hanno approfondito il collegamento tra la composizione della popolazione batterica intestinale e il cancro al colon. I risultati dello studio sono sorprendenti, di fatto, il carcinoma al colon retto è una delle più comuni neoplasie di natura maligna e si sviluppa a partire da "cellule impazzite", localizzate nella parete interna della parte finale dell’apparato digerente e nelle forme non ereditarie, la componente genetica può spiegare solo in piccola parte l’incidenza della malattia, altri fattori anch’esso importanti che hanno un ruolo cruciale nello sviluppo della malattia sono le abitudini alimentari e lo stile di vita infatti, questo studio suggerisce che

anche il microbioma intestinale deve essere preso in considerazione, vista la marcata correlazione tra la composizione del microbioma e presenza di carcinomi. Nei campioni fecali di persone affette da cancro al colon si è osservato la presenza di un insieme di batteri “marcatori” del carcinoma, il Fusobacterium nucleatum che era già stato associato alla malattia, ma anche altri batteri che rafforzano tale situazione. L’inserimento nell’analisi di campioni raccolti in studi passati ha ulteriormente rafforzato e validato tali risultati, il metodo di ricerca è consistito nell’analizzare un migliaio di campioni fecali con l’approccio della metagenomica computazionale, ovvero, si tratta del sequenziamento massivo e parallelo del materiale genetico presente in tali campioni che, tramite avanzati metodi bioinformatici, permette di identificare organismi e geni microbici presenti nel microbioma intestinale. Questa analisi metagenomica che genera una gran mole di dati è infatti seguita da analisi statistiche e di apprendimento automatico che hanno considerato campioni provenienti da un totale di nove diverse popolazioni mondiali. Si è osservato poi che nei soggetti affetti da carcinoma, il microbioma possiede un numero più elevato di copie di un gene che codifica per un enzima chiamato cutC, questo enzima

è coinvolto nel metabolismo della colina, un composto organico proveniente dalla dieta e nella conseguente produzione di una molecola la “trimetilammina” che è stata associata a un rischio più elevato di contrarre il cancro al colon retto. Insomma, è vero che il microbioma rilevato nelle feci è altamente predittivo per la presenza della malattia ed è importante perché, combinato con altri test disponibili

Salute digitale

PUÒ UN’APP SOSTITUIRE UN CONSULTO MEDICO? Giulia Martelli Quella riguardante la salute è una delle categorie di applicazioni più gettonate, che offrono migliaia di diverse opzioni per tenere sotto controllo ogni possibile aspetto del benessere di un utente. Tra queste, tre sottocategorie di app sono le più diffuse tra i consumatori, almeno maggiorenni, italiani nell’ultimo anno: “Salute &Medicina”, “Fitness” e “Benessere”. Le app “Salute &Medicina” sono quelle dedicate alla gestione di situazioni mediche, al controllo delle abitudini e stili di vita, al monitoraggio dei farmaci e delle terapie e alla prenotazione di visite ed esami. Le app “Fitness” sono destinate a monitorare l’esercizio fisico, come

contapassi o tracking percorso, a consigliare lo svolgimento di determinati esercizi mirati al conseguimento della forma fisica e a gestire e controllare lo sforzo. Le app “Benessere”, infine, sono finalizzate a migliorare e monitorare lo stato di benessere generale, a gestire il sonno e ad aumentare concentrazione e serenità. Ma quanto sono affidabili queste applicazioni? Da uno studio sulla salute digitale deriva che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne riconosce le potenzialità ma sottolinea l’importanza di prove di efficacia e studi sottesi; in poche parole, chi la produce deve assumersi l’impegno di dimostrare che sia efficace e sicura. Per questo, l’ OMS ha annunciato l’istituzione del Departement

of Digital Health per la valutazione di queste ultime e per favorirne la regolamentazione e l’integrazione nei sistemi sanitari. Da Oltreoceano sono arrivate già le prime conferme: l’Apple Watch, ad esempio, ha introdotto due nuove funzioni di elettrocardiogramma (Ecg) e notifica di ritmi cardiaci irregolari autorizzate dalla Food and Drug Administration (l’autorità sanitaria statunitense) a seguito di sperimentazioni cliniche condotte in collaborazione con la Stanford Medicine su un campione molto numeroso di persone. La tecnologia, però, non può e non deve sostituire la relazione medico-paziente, può, invece, supportare l’iter terapeutico che in futuro potrà avvalersi anche di terapie digitali.

come quello del sangue occulto nelle feci, potrebbe aumentare l’accuratezza di test non invasivi. Sul piano terapeutico, invece, anche se la composizione del microbioma è collegata con l’efficacia dei nuovi approcci immunoterapici, è ancora troppo presto per pensare di agire direttamente sul microbioma e staccare l’immunoterapia per migliorare le terapie esistenti.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Nicola Antonio Stigliola, filosofo e architetto Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Nicola Antonio Stigliola detto anche Colantonio Stelliola (1546, Nola – 1623, Napoli) fu filosofo, un moderno editorestampatore, architetto e medico. Era legato da una profonda e proficua amicizia con Tommaso Campanella e Giordano Bruno, fu anche membro dell'Accademia dei Lincei. Seguiva le idee copernicane sull'eliocentrismo e quelle di Bruno sull'esoterismo e sulla magia. Credeva nelle complesse cosmologie pitagoriche, compresa la tesi secondo la quale i pianeti e le stelle erano come la terra, coperti di piante e animali: "Stigliola mi disse ... che gli sembrava irrazionale che corpi tanto più grandi del la terra e lo spazio tra il centro della terra e la luna dovrebbero essere composti semplicemente da

fuoco ozioso, e non invece di ogni sorta di elementi e piante, animali e uomini, proprio come sosteneva il nostro connazionale Filolao" (la testimonianza è di Tommaso Campanella, “Il libro e il corpo della natura”). Stigliola e Bruno, del resto, erano nati a soli due anni di distanza nella stessa regione e nella stessa zona dell'Italia meridionale (Nola ed in partico-

lare il Monte Cicala). I primi anni di vita e di studio li trascorse a Napoli, studiò poi medicina all’antica prestigiosa Università di Salerno, (si laureò nel 1571). A Napoli pubblicò "Theriace et Mithridatia Libellus" (1577): al centro una polemica in difesa del suo insegnante sull'uso di “theria” (una sottoclasse di mammiferi), contro la scuola medica di Padova.

A queste polemiche se ne lega un’altra riferibile a Ferrante Imperato, un altro grande scienziato del tempo: “Sappiamo con certezza che egli fu assai legato a quel Colantonio Stigliola (o Stelliola) da Nola, cui si diceva si dovesse, toutcourt, la stesura dell’Historia, che egli avrebbe ceduto all’Imperato per un compenso di cento scudi. Lo Stigliola, come già il suo

maestro, anch’egli amico dell’Imperato, Bartolomeo Maranta (circa 1500-1571), fu oggetto delle persecuzioni pretestuose e violente dell’Inquisizione, fu tra i lincei napoletani, amico del Della Porta e del Campanella, convinto seguace del conterraneo Bruno, fu inoltre stampatore, spagirista, filosofo ed ingegnere insigne”. segue a pag.15


segue da pagina 14 Stigliola, in seguito, approfondì l’architettura e l’insegnamento e nel 1580 diventò topografo per la città di Napoli sviluppando nuovi progetti per il porto e la cinta muraria della città. Avviò una importante e moderna attività di editore nel centro di Napoli, dal 1593 al 1606. Oggi sono conosciute 82 di queste opere stampate e la stampa fu stata "una delle più grandiose” delle sue iniziative. Fu processato anche per eresia, sempre a Napoli, nel 1595. Sul suo epitaffio si legge: “Al membro dell'Accademia dei Lincei, Nicola Antonio Stigliola, non solo un filosofo, ma che si distingue in tutte le arti liberali in aggiunta alle scienze fisiche, politica, etica, architettura, arti militari, seguace delle scienze del Pitagora fino alla sua carriera il matematico supremo della città di Partenope, finendo i suoi giorni l'11 aprile 1623”. Queste alcune delle opere di Nicola Stigliola: Theriace et Mithridatia Libellus (1577) De gli elementi meccanici (1597) Telescopio, sopra ispecillo celeste (1627 posth.) Enciclopedia pitagora (1616). Un Giancola Sitillo (anagramma di Nicola Stigliola), un gesuita, avrebbe scritto in seguito una puntuale e poetica traduzione in lingua napoletana dell’Eneide: ci piace pensare che possa essere in qualche modo legato alla figura del geniale scienziato di Nola e ci riserviamo di fare ulteriori ricerche su due grandi personaggi della nostra storia e della nostra cultura. In-

tanto, però, vi riportiamo un brano significativo nel quale vengono affrontati i sempre eterni temi della vecchiaia e della giovinezza: “A no viecchio. No viecchio sgangarato e miezo strutto / na pettura vedea, fatt’a ciammiello, / de se stisso quann’era sbarvatiello. / Quanto chella era bella, iss’era brutto! / Isso tanno sparaie sto bello mutto: / “Vecchiaia cana! Oh si da vecchiariello / far io mo me potesse giovaniello, / com’era tanno, e me mutasse tutto!” / Ma zitto, Antuono mio, lassa ste baie: / desederanno d’essere zembrillo, / haie già chello che vuoie e non lo saie: / già da viecchio si’ fatto figliulillo, / ca pe sta voglia che mostrata n’aie, / si non si’ pazzo, si’ no peccerillo!”…


Il guardaroba italiano diventa ecofriendly: i tessuti e gli accessori only green Determinante l’utilizzo di tinture al cento per cento naturali realizzate con gli scarti agricoli Anna Paparo

santa tre per cento entro il 2030, le potenzialità di una filiera del tessile totalmente ecologica sono inestimabili tanto da rappresentare il circa venti per cento del fatturato del settore nel Made in Italy (oggi pari alla cifra di circa cinque miliardi). Inoltre, bisogna dire che oggi oltre il cinquanta cinque per cento degli italiani è disposto a pagare addirittura il venticinque per cento in più per rendere il proprio guardaroba ecofriendly. In linea con l'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, Donne in Campo di Cia e Ispra hanno affermato che è necessario costruire nuovi sistemi di produzione a impatto zero sull'ambiente. Forse nessuno lo sa, ma oggi per produrre una semplice t-shirt servono in media quasi tre mila litri di acqua, generando di conseguenza elevate emissioni di anidride carbonica e utilizzando soprattutto fibre e colo-

Si apre una nuova strada per la moda made in Italy, una strada only green, attraverso la quale si potranno colorare i tessuti e gli accessori utilizzando tinte al cento per cento naturali realizzate con gli scarti agricoli, partendo dalle foglie del carciofo bianco arrivando alle tuniche delle cipolle ramate, alle scorze del melograno e ai ricci del castagno, passando per i residui di potatura del ciliegio e dell'ulivo. Così, protagonista indiscusso dell'iniziativa di Donne in Campo Cia-Agricoltori Italiani e Ispra è proprio questo nuovo modo di fare tendenza. Si tratta della moda che fa bene all'ambiente e di un comparto green che fa l'occhiolino all'economia. Partendo dal presupposto che, secondo le statistiche, la produzione mondiale di indumenti è destinato a crescere del ben ses-

ranti di sintesi. Per questo bisogna modificare il modo di produrre, trovando un valido aiuto nelle tinture naturali collegate all'uso di fibre vegetali e animali, che vanno dalla lana alla seta, toccando anche la canapa e il lino. Elementi che riducono ai minimi termini i rischi di allergie e di dermatiti da contatto dovute alle fibre e ai coloranti sintetici. Quindi, recuperando piante e scarti di coltivazione a uso tintorio, si potranno riqualificare aree dismesse o degradate e, poi, a consolidare territori tutelando allo stesso tempo biodiversità e paesaggio. Una vera e propria rivoluzione ecofriendly che potrà rendere il nostro armadio sempre più cool, ma soprattutto only green e amico dell'ambiente, invertendo la rotta dell'industria tessile verso la salvaguardia della salute nostra e della natura che ci circonda.

Nuovi trend total ecofriendly

La cosmesi e il vetro: connubio perfetto per la natura La cosmetica si veste anche lei di verde, cercando un metodo per impattare il meno possibile l'ambiente circostante. I nuovi trend total ecofriendly dei prodotti di bellezza e dei profumi, che soltanto in Italia copre un mercato che si aggira oltre un miliardo di euro, si stanno riflettendo anche nel packaging, ovvero tutto ciò che riguarda l'imballaggio. In merito a ciò è stato chiesto ai consumatori quale, secondo loro, sia il miglior materiale da impiegare per l'imballaggio dei prodotti di cosmesi. Così, il settantasette per cento dei consumatori considera il vetro il miglior contenitore per la cosmetica e i profumi. Le motivazioni sono molteplici: il quarantasette per cento lo sceglie per la sua sostenibilità, perché, essendo un materiale inerte; il quarantaquattro per cento afferma che non disperde sostanze chimiche; il quarantasei per cento lo sceglie, invece, perché può preservare al meglio la qualità e il profumo del contenuto; e poi, il ventuno per cento lo definisce un ottimo materiale da

imballaggio per il suo tocco raffinato che riesce a dare ai prodotti. A rilevare questi dati è stata un'indagine condotta da InSites nei mesi scorsi. Questa tendenza è confermata e supportata anche dai numeri: la produzione in Italia dei flaconi di vetro è aumentata nel 2018 del ben quattro per cento rispetto all'anno precedente (sono inclusi anche quelli per la farmaceutica), come confermano i dati ISTAT. Come ha ben osservato Marco Ravasi, Presidente della sezione contenitori in vetro di Assovetro, i consumatori stanno diventano sempre più attenti e più consapevoli. Hanno preso coscienza che le loro scelte di acquisto impattano sull'ambiente e, come sostiene l'indagine, questi eco-consumatori raggiungono in Italia addirittura una percentuale del novanta tre per cento. Un motivo ci sarà. Ravasi, inoltre, ha dimostrato il suo entusiasmo, dicendo che questa tendenza vetro non solo si riscontra nei comparti tradizionali, bottiglie e vasetti, ma anche in un settore come

quello della cosmetica, che sta diventando così un'area di espansione del mercato dei packaging in vetro. Non ci si ferma mai. E ora anche il pianeta della cosmetica si tinge di verde, non solo il colore della speranza, ma anche

colore della salute e della natura, procedendo in un'unica direzione: abbattere l'impatto ambientale con un packaging ecofriendly e salvaguardare la salute di tutti con l'impiego di sostanze completamente bio. A.P.


Sorridi all’ambiente in modo sano ed ecologico Tutte le alternative green agli spazzolini da denti in plastica Cristina Abbrunzo Il problema della plastica, lo smaltimento dei rifiuti e il riscaldamento globale sono temi caldi della storia moderna e attualissimi, vista la recente definitiva approvazione della Direttiva Europea che vieterà la plastica monouso dal 2021 anche nel nostro Paese. Ecco che, grazie anche al grande clamore mosso dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg e dai tanti giovani scesi in piazza nei vari FridayforFuture sparsi per il mondo, l’attenzione dell’opinione pubblica si è finalmente focalizzata sul problema. Sarà, quindi, per una ventata di autentica sensibilizzazione o, in taluni casi, addirittura per una sorta di tendenza green che si sta diffonendo quasi come una moda, che tutti si è un po' più interessati ad individuare e correggere pratiche quotidiane spesso nemiche dell’ambiente. E se tra queste pratiche inquinanti ci fosse addirittura sorridere? Sì, ci avete mai pensato a quanto, ad esempio, un comune spazzolino da denti, utilizzato per curare e sbiancare il nostro sorriso, sia inquinante? Siamo completamente immersi da oggetti e utensili che spesso diamo per scontato il loro utilizzo senza preoccuparci di quanto la loro produzione e il loro smaltimento abbia impatto sull’ambiente. Un esempio è proprio lo spazzolino da denti manuale che usiamo quotidianamente e che è quasi interamente realizzato con una varietà di materie plastiche, una fra tante il polipropilene. Una ricerca condotta dal Franklin Associates for the Plastics Division of the American Chemistry Council ha stimato che per ogni spazzolino dal peso di circa 25 grammi vengono prodotti 34 grammi di gas serra. Calcolando che i dentisti consigliano di cambiare lo spazzolino ogni 2/3 mesi, ecco che vengono gettati quotidianamente quantità enormi di plastica non riciclata e non riciclabile, anche solo per “sorridere”. Ecco perché ho ritenuto importante iniziare ad osservare e studiare cosa offre il mercato

dei prodotti dedicati all’oral care ecofriendly così da poterne segnalare qualità e caratteristiche. Un primo metodo di avvicinamento al mondo green è il semplicissimo spazzolino manuale con testina intercambiabile. Ne esistono diversi ma basati sulla stessa concezione, ad esempio il TioCare. Si tratta di uno spazzolino costituito da 2 elementi: la parte intercambiabile e il manico. La parte ricambiabile (eccezion fatta per le setole) è composta da un polimero derivato dalle piante che sarebbe completamente degradabile in quattro settimane se sottoposto ai trattamenti di smaltimento dei rifiuti organici. Le setole invece non sono allo stesso modo degradabili ma sono “bio based” e quindi quando eliminate nell’indifferenziata e smaltite poi per combustione non produrranno gas tossici. Il manico è anch’esso “bio based”.

La normativa italiana prevede che nell’organico possano finirci solo gli scarti degli alimenti e elementi affini e quindi questo spazzolino va eliminato nel bidone dell’indifferenziata. Quindi testina intercambiabile e no gas tossici. Un’altra interessante alternativa ai comuni spazzolini in plastica sono poi quelli in bamboo. Il bamboo è, infatti, il materiale ecologico per eccellenza: ha una crescita rapidissima, assorbe l’anidride carbonica – un bosco di bamboo può catturare fino a 17 tonnellate di carbonio in un anno! – e non richiede un uso eccessivo di pesticidi. Minimali, riciclabili al 100% e addirittura personalizzabili. In commercio, infatti, si trovano molti spazzolini in bamboo colorati, dal design accattivante e persino personalizzabili con hashtag, piccoli disegni o scritte. E se neppure lo spazzolino in

bamboo vi ha convinti, ci sono tante altre alternative green che potrebbero conquistarvi, una moltitudine di prodotti ottenuti da materiali biodegradabili o riciclati. E’ il caso, ad esempio, del Radius Toothbrush uno spazzolino creato riciclando vecchie banconote di dollari americani. Sì, proprio così, il manico è fatto con delle vecchie banconote, ma anche legno riciclato oppure con semi di lino e la testina è interscambiabile! Un’altra idea originale arriva poi sempre dall’America. Si tratta di un’ azienda, la Preserve, che ha trovato un ottimo sistema per farci cambiare spazzolino ogni tre mesi, mandando a casa uno spazzolino nuovo automaticamente e invitando il cliente a spedire quello vecchio. E’ prodotto con plastica riciclata proveniente da vecchi vasetti dello yogurt. Con i vecchi spazzolini, una loro azienda partner, creerà delle panchine, dei tavoli da picnic o del materiale

stradale. E se avete deciso di abbandonare completamente l’uso dello spazzolino per un’alternativa naturale al 100%, vi suggerisco di provare il Miswak. Ricavato dai ramoscelli di Araak, è un ottimo spazzolino naturale a cui non serve nemmeno l’aggiunta di dentifricio. Secondo alcuni studi, il Miswak avrebbe proprietà antisettiche, detergenti e astringenti che lo renderebbero ideale per l’igiene orale. Utilizzare il Miswak è molto semplice e pare si tratti di un’antica pratica tradizionale orientale: basta masticare una delle estremità del bastoncino fino a ottenere una struttura simile a quella delle setole di un normale spazzolino da denti. Insomma ognuno di noi nel proprio piccolo può davvero fare la differenza per dare avvio a uno stile di vita più sano e rispettoso verso l’ambiente in cui viviamo.


I termini per la proposizione del ricorso contro l’aggiudicazione di un appalto È ammesso il differimento in caso di condotte dilatorie dell’amministrazione Felicia De Capua Il Consiglio di Stato, sez. V, con sentenza 3 aprile 2019, n. 2190, interviene in materia di appalti in merito ai termini per la proposizione del ricorso contro l’aggiudicazione. In particolare, i giudici di Palazzo Spada con la sentenza in esame, decidono che, nel caso in cui l’Amministrazione non abbia comunicato in modo completo l’aggiudicazione di un appalto e non abbia risposto tempestivamente alla richiesta di accesso agli atti, il termine di trenta giorni per la proposizione del ricorso, previsto dall’art. 120, comma 5, Cod. proc. amm., è differito per il tempo occorso all’impresa ricorrente per l’acquisizione dei documenti della controparte. Il Consiglio di Stato ritiene opportuno prolungare il suddetto termine ordinario per l’impugnazione dell’aggiudicazione, in applicazione del principio di effettività della tutela. Il Codice del Processo Amministrativo prevede un termine estremamente ristretto per l’impugnazione dell’aggiudicazione di un appalto, ma tale termine presuppone, per la

sua operatività, il rispetto degli oneri di pubblicità da parte della stazione appaltante. In sostanza, quando la proposizione del ricorso introduttivo del giudizio avverso l’aggiudicazione è effettuata oltre il termine di trenta giorni, occorre verificare, in relazione alla tempestività del ricorso, se la comunicazione dell’aggiudicazione è stata esaustiva. Qualora incompleta, bisogna verificare se la parte interessata abbia presentato tempestiva istanza di

accesso ai documenti per acquisire gli elementi necessari all’impugnazione; in caso di tempestiva istanza, è opportuno esaminare quale condotta abbia tenuto l’amministrazione ovvero se essa abbia fornito o meno un accesso pieno e in tempo utile. Il termine di impugnazione può differirsi del tempo necessario all’acquisizione della documentazione richiesta con l’istanza di accesso, solo se l’amministrazione abbia tenuto una condotta dilatoria.

Infatti, si legge nel provvedimento, i principi di effettività della tutela giurisdizionale (art. 24 Cost., e art. 1 Cod. proc. amm.), così come enunciati dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea (cfr. sentenza 8 maggio 2014, in C-161/13) portano a ritenere che, qualora la stazione appaltante rifiuti illegittimamente di consentire l’accesso ovvero, in qualunque modo tenga una condotta di natura dilatoria, il potere di impugnare non “si

consuma” con il decorso del termine di legge, ma è posticipato di un numero di giorni necessari alla effettiva acquisizione dei documenti stessi. Nel caso di specie, l’impugnazione è ritenuta tempestiva in quanto l’amministrazione non ha concesso tempestivamente l’accesso agli atti, in particolare all’offerta tecnica dell’aggiudicataria, essendo decorsi quasi trenta giorni dall’istanza di accesso, a sua volta proposta tempestivamente.

Viaggio nelle leggi ambientali ACQUA La condotta di utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento senza la tenuta e la compilazione del pertinente registro, che costituisce un adempimento documentale prescritto dal decreto 7 aprile 2006 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e dagli atti regionali di attuazione, integra la fattispecie di reato di cui all’art. 137 comma 14 del D.Lvo n. 152/06. Cassazione Penale Sezione III, Sentenza n. 12264 del 20/03/2019. ACQUA Per quanto concerne la disciplina in tema di inquinamento idrico, la finalità dell'autorizzazione non è sol-

denota una effettiva offensività della condotta, in quanto determina una evidente lesione dell'interesse protetto dal precetto penale. Cassazione Penale Sezione III, Sentenza n. 11518 del 15/03/2019.

tanto quella di permettere l'apertura e l'effettuazione dello scarico, ma anche di porre l'amministrazione competente nelle condizioni di verificare la sussistenza delle condizioni di legge per

il rilascio del titolo abilitativo ed effettuare ogni successiva attività di controllo e prevenzione, con la conseguenza che l'apertura o l'effettuazione di uno scarico in assenza dell'autorizzazione

RIFIUTI Tutti coloro che siano coinvolti nella produzione o nella detenzione di beni sono responsabili della gestione dei rifiuti che ne derivano. Lo ha chiarito nuovamente la Cassazione Penale, che nella Sentenza n. 12876 del 25 marzo 2019 ha affermato che tale responsabilità grava su tutti i soggetti coinvolti nella produzione o nella detenzione di beni dai quali origi-

nano i rifiuti pericolosi e la normativa di riferimento è posta a protezione della salute umana per tutti coloro, quindi anche i lavoratori, che vengono in contatto con i rifiuti nelle attività di gestione degli stessi. Lo ha affermato decidendo un caso inerente il trasporto e la bonifica di cisterne contenenti sostanze pericolose, precisando che i residui gassosi che derivano dallo svuotamento devono considerarsi rifiuti e che in capo ai soggetti apicali delle imprese coinvolte (in questo caso, committente, appaltatrice e subappaltatrice) possono configurarsi obblighi giuridici impeditivi di eventi infortunistici. A.T.


LO SVILUPPO SOSTENIBILE È ANCORA CREDIBILE? Alla riscoperta del cammino e non dell’arrivo Andrea Tafuro “Devo staccarmi dalla massa, perchè la distanza economica tra me e la massa si sta riducendo e il risultato è che non solo devo sviluppare nuovi modi, meno appariscenti, per distinguermi dai più, ma, avverto un bisogno maggiore di distanziarmi da loro, per esorcizzare questo avvicinamento sgradito.” Come in ogni agglomerato urbano che si rispetti, anche nella mia città, è in corso la costruzione di scintillanti villette unifamiliari. In questo notevole sforzo di riqualificazione delle periferie si costruisce la nuova zona residenziale della città natale di Giordano Bruno. Al centro del giardino di queste bellissime ville stanno interrando degli ulivi secolari. E’ di gran moda di questi tempi, avere il giardino con piante adulte e ancor di più, possedere le più alla moda, già folte e lussureggianti. Dove oggi si costruiscono ville, un tempo non c’erano uliveti. Se venissero piantati giovani ulivi servirebbero anni per ottenere una bella pianta. Ecco, allora, venire in soccorso l’imprenditoria 4.0. Esistono ditte specializzate che espiantano ulivi secolari e li ripiantano anche a pochi metri dalla porta della tua bella casa. Nessuno ha più il tempo di attendere! Son fiero del mio titolo di cattivo consumatore esperto, perchè, sia per educazione che per scelta, vivo di essenzialità. Ma, nelle cattedrali del consumo che, pure, frequento con ingordigia osservo che il leggendario homo consumens si trova sempre più

spesso di fronte a offerte sostenibili, green, low carbon. Con così tante cose etichettate come sustainable, è diventato tutto essenzialmente sustainababble, nel migliore dei casi indica una pratica o un prodotto un pò meno dannoso rispetto all’alternativa convenzionale. In questo nostro tempo, l’accesso alla ricchezza di molte più persone, il calo dei prezzi dei beni di consumo in generale, hanno trasformato nell’immaginario collettivo il concetto di status. Al punto che, oggi, l’élite punta a consumare meno della classe media e sceglie nuovi indicatori di benessere per dimostrare il proprio posizionamento sociale. Elizabeth Currid-Halkett, docente presso l’Università della Southern California in politiche pubbliche, offre un’analisi di questo spaccato sociale in: The Sum of Small Things. A Theory of the Aspirational

Class (La Somma delle Piccole Cose. Una Teoria sulla Classe Aspirazionale), in cui indaga i nuovi comportamenti di consumo delle classi abbienti. O meglio delle nuove élite, che non per forza coincidono con le classi più ricche: i nuovi parametri per definire i potenti del pianeta, secondo Currid-Halkett, sono piuttosto l’istruzione di alto profilo e il capitale culturale. L’autrice, per definire queste nuove élite, introduce il concetto di aspirational class e nel dipanarsi delle pagine del volume ne descrive le abitudini in termini di istruzione dei figli, salute, genitorialità e pensioni. La classe aspirazionale non compra auto di lusso o ville con piscina per dimostrare la propria superiorità, ma sceglie di assumere la domestica per avere più tempo per sé e poter dedicarsi allo sport o alla meditazione. Insomma, i beni materiali non sono più il simbolo di un elevato status sociale, perchè accessibili a tutti. Gli aspirational hanno modificato le proprie abitudini d’acquisto in modo meno appariscente, modificandole in maniera da svelare la propria padronanza del mondo in determinate materie… attraverso la somma di piccole cose, ma che si riferiscono a precisi stili di vita. Gli aspirational sono dunque: “Estremamente istruiti, definiti dal capitale culturale piuttosto che dal proprio salario annuale, questi individui sono ardentemente impegnati nell’acquisto di prodotti biologici,

nell’indossare borse di tela griffate NPR [National Public Radio, organizzazione non profit che comprende un migliaio di radio indipendenti americane] e allattano al seno i propri bambini. Hanno a cuore il fatto che i propri consumi siano discreti e poco ostentati: mangiano, per esempio, pollo solo se allevato all’aperto e pomodori bio, indossano magliette di cotone organico e scarpe TOMS, ascoltano le serie di podcast. Utilizzano il proprio potere d’acquisto per assumere bambinaie e domestici, per coltivare la crescita dei propri figli e praticare yoga e Pilates”. La nuova élite non si lascia più attrarre da “capi firmati, orologi, gioielli, auto e altri beni socialmente visibili”, preferisce, invece, acquistare oggetti che gli diano uno status intellettuale. Il fatto di consumare solo alimenti bio, dimostra le nobili tendenze all’ambientalismo e una spiccata conoscenza di tematiche come il climate change. Evidenzia, inoltre l’autrice, che la classe media indirizza gran parte dei propri guadagni al consumo ostentativo, più di quanto non faccia la classe abbiente. Quindi per la classe aspirational, il consumo ostentativo democratizzato è meno appetibile che per le persone più ricche, se per Veblen il lusso ostentato serviva per dimostrare di non aver bisogno di lavorare per essere ricchi, oggi la classe abbiente è anche quella che lavora di più. D’altra parte l’aspirational lavora di

più, perchè pone al centro dei suoi desiderata un bene per lui di estremo valore in termini sociali: l’istruzione. Le competenze guadagnate dall’élite nel corso degli anni derivano infatti proprio dal loro accesso all’istruzione superiore delle università. Ecco perché oggi, secondo Currid-Halkett, “la consapevolezza sociale, ambientale e culturale” rappresenta la principale fonte di capitale sociale. Il timore è che le nuove abitudini d’acquisto dell’élite potrebbero trasformarsi in una strategia per rafforzare la propria posizione di dominio. “Prima, essere ricchi voleva dire avere tempo libero e, per esempio, potersi dedicare al volontariato. Le nuove classi agiate invece si distinguono in base al merito e al fatto di lavorare sodo, perciò anche chi è più in alto nella scala non ha molte ore di libertà. E allora ci si distingue perché si può pagare una tata, o perché si può scegliere di allattare al seno”. Fai parte della classe aspirazionale se: compri cose che ti fanno sentire una persona migliore; i consumi non vistosi rappresentano una fetta importante della tua spesa; fare il genitore è un nuovo status symbol; parli di idee e non di cose… come nei salotti intellettual/chic; disponi del tuo tempo con discreta flessibilità, come lavorare da casa che fa tanto élite. E…vuoi mettere un bellissimo ulivo secolare nel giardino della tua villetta biodinamica.


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