Arpac avvia un’app sulle acque di balneazione Con un click i risultati in tempo reale delle analisi stagionali PRIMO PIANO
Rapporto Unesco sullo sviluppo idrico
Resta un obiettivo irraggiungibile per gran parte della popolazione mondiale il sesto dei 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030: garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie entro il 2030. È quanto rilevato dall'ultimo rapporto Unesco sullo sviluppo idrico globale.
Dalla scorsa settimana disponibile un'applicazione per smartphone, ideata da Arpac, che consente a cittadini e turisti di informarsi in tempo reale sulla qualità delle acque di balneazione in Campania. Si tratta di un'app gratuita e di semplice utilizzo, che fornisce informazioni su ciascuno dei 328 tratti di costa monitorati dall'Agenzia. Punto per punto, è possibile conoscerne la classe di qualità (eccellente, buona, sufficiente, scarsa), eventuali divieti di balneazione e i risultati dei prelievi che Arpac esegue da aprile a settembre di ogni anno.
LA RECENSIONE
La questione meridionale? È un tema ambientale
di Luigi Stefano Sorvino
a pag.6
CUG
Il bilancio delle campagne di screening in Agenzia Nei mesi di dicembre 2018 e febbraio 2019 si sono svolte presso le sedi provinciali dell’Agenzia le attività di informazione, prevenzione e screening a favore dei dipendenti Arpac e del personale della partecipata Arpac Multiservizi.
Giordano a pag.3
NATURA & BIODIVERSITÀ
Nuova vita al fiume Sarno
Colantuono-Vetromile a pag.5
Lo stato del patrimonio verde in Italia
Glenn Murcutt l’architetto dei luoghi
Il Ministero per le Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo ha passato al vaglio il patrimonio verde italiano, dando vita al primo censimento delle aree total green made in Italy. Uno dei dati emersi è che l'Italia conta circa 9 milioni di ettari di foreste e quasi 2 milioni di ettari di altre terre boschive, in prevalenza arbusteti, boscaglie... Paparo a pag.11
C’era una volta un bellissimo fiume, navigabile e pescoso, che attraversava con i suoi ventiquattro chilometri le viscere della Campania ed era persino citato da poeti e scrittori nelle loro opere: il Sarno, questo il suo nome ed oggi, dopo anni di fallimenti e centinaia di milioni di euro spesi, è conosciuto come uno dei fiumi più inquinati d’Europa. Questo corso d’acqua nasce a circa 30 metri sul livello del mare dalle pendici del monte Saro e sfocia nel Mar Tirreno di fronte al pittoresco scoglio di Rovigliano nel Golfo di Napoli. Liguori a pag.10
L’architetto australiano Glenn Murcutt (classe 1936) è uno di quei pochi specialisti in grado di «interpretare il paesaggio in forma costruita», come lui stesso ha spesso dichiarato. L’architettura sostenibile è infatti, per lui, l’unica possibile ed è per questo che la “dimensione etica” ne caratterizza costantemente il prolifico percorso creativo. Palumbo a pag.13
AMBIENTE & CULTURA
CURIOSITÀ
Il cuoco letterato, Don Vincenzo Corrado
Il tempo a Pasqua: come mai è così imprevedibile?
Grandi Napoletani, grandi Campani
La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… De Crescenzo-Lanza pagg.14 e 15
Loffredo a pag.16
Alfonso De Nardo, ingegnere forestale e già dirigente ed amministratore nel settore ambientale, anche culturalmente impegnato, ha pubblicato più volte interessanti lavori sui temi della forestazione e montagna meridionale, della difesa del suolo e opere di bonifica e, in particolare, pregevoli studi sulla problematica dei Regi Lagni in Campania. In passato, nei rispettivi ruoli e dal mio angolo visuale della pianificazione di bacino, ci siamo più volte operativamente incrociati sia nelle competenze tecnico-istituzionali che nel dibattito pubblico sulle tematiche ambientali ed idrauliche del territorio campano. La sua ultima ricerca, Uomini e boschi (pubblicata di recente da Clean Edizioni), affronta la problematica della montagna inquadrata sia nella prospettiva storico-evolutiva della questione meridionale che sotto il profilo della difesa territoriale, e quindi delle connessioni idrogeologiche, ecologiche e paesaggistiche. Il sottotitolo, Il bosco e le aree interne nella questione meridionale, focalizza il filo conduttore della organica riflessione, sviluppata con ricchezza di momenti analitici, citazioni di letteratura tecnica e riferimenti bibliografici con riflessioni critiche e propositive sull'uso e gestione del bosco come elemento di manutenzione del territorio. a pag.2
La questione meridionale? È un tema ambientale “Uomini e boschi”, un volume di De Nardo ricostruisce il problema del Mezzogiorno in chiave ecologica Alfonso De Nardo, ingegnere forestale e già dirigente ed amministratore nel settore ambientale, anche culturalmente impegnato, ha pubblicato più volte interessanti lavori sui temi della forestazione e montagna meridionale, della difesa del suolo e opere di bonifica e, in particolare, pregevoli studi sulla problematica dei Regi Lagni in Campania. In passato, nei rispettivi ruoli e dal mio angolo visuale della pianificazione di bacino, ci siamo più volte operativamente incrociati sia nelle competenze tecnico-istituzionali che nel dibattito pubblico sulle tematiche ambientali ed idrauliche del territorio campano. La sua ultima ricerca, Uomini e boschi (pubblicata di recente da Clean Edizioni), affronta la problematica della montagna inquadrata sia nella prospettiva storico-evolutiva della questione meridionale che sotto il profilo della difesa territoriale, e quindi delle connessioni idrogeologiche, ecologiche e paesaggistiche. Il sottotitolo, Il bosco e le aree interne nella questione meridionale, focalizza il filo conduttore della organica riflessione, sviluppata con ricchezza di momenti analitici, citazioni di letteratura tecnica e riferimenti bibliografici con riflessioni critiche e propositive sull'uso e gestione del bosco come elemento di manutenzione del territorio. Prendendo le mosse dall'analisi storica sino alla vicenda attuale, la tesi di fondo del testo è che «all'abbandono ed
del all'inselvatichimento bosco va contrapposto un uso corretto della risorsa forestale esercitato come forma essenziale di manutenzione continua e programmata del territorio, nel rispetto delle indicazioni normative e delle direttive tecniche fornite dalla pianificazione idrogeologica di bacino e da quelle delle utilizzazioni boschive». Secondo la condivisibile impostazione dell'autore occorre promuovere un uso consapevole del territorio boschivo, che coniughi l'interesse della categoria economico-imprenditoriale al prelievo ed alla trasformazione della risorsa forestale con la necessità di preservare e migliorare la copertura vegetazionale, fattore insostituibile di stabilità idrogeologica. Nella introduzione De Nardo evidenzia come, dopo secoli di disboscamento forsennato, l'attualità registri un nuovo periodo di espansione del bosco (documentato da indici
e tabelle), soprattutto per il calo della pressione antropica sulle aree interne di montagna, con un significativo incremento della superficie forestale italiana, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. Il volume, nel ripercorrere la dialettica culturale che ha animato la "questione meridionale" tra Ottocento e Novecento, attraverso i suoi principali autori – da Nitti a Fortunato, da Villari a Dorso sino a Rossi Doria – mostrando come sia pervasa dal rilievo della questione della montagna, evidenzia la condizione delle aree interne e depresse storicamente colpite da processi di abbandono e dissesto (dalle frequenti frane ed alluvioni della Basilicata e Calabria, definita «sfasciume pendulo sul mare» alla definizione di «osso» dell'interno contrapposto alla «polpa costiera»). Sulla gestione della montagna si sono storicamente articolati interessi contrapposti, tra le esigenze di mantenimento dell'integrità idrogeologica nel contrasto ai fenomeni di erosione e degrado, e quelle produttive degli imprenditori forestali e di sussistenza delle stesse popolazioni – attestate sui diritti consuetudinari e gli usi civici – mediante l'economia della raccolta del legno, con la progressiva costruzione da parte dell'autorità statale di sistemi normativi necessari per la regolazione degli usi del suolo (già prima della Unificazione). Si inizia dalla legge murattiana del 1811 e dalla norma-
tiva napoleonica, con il varo dell'Amministrazione generale delle acque e foreste e poi con la derivata Direzione generale del Regno borbonico costituita nel 1819 - diretta dall'importante figura di Carlo Afan De Rivera - con i suoi compiti disciplinati nel 1826 da una legge napoletana in vigore sino all'Unità d'Italia. Abbiamo poi avuto la prima norma unitaria del 1877, con l'introduzione di forti vincoli sulla disponibilità dei terreni forestali, la legge del 1910 istitutiva dell'Azienda di Stato delle foreste demaniali e la normativa del 1923 nota come "legge Serpieri" sino al riconoscimento costituzionale (ex articolo 44, secondo comma) di provvedimenti a favore delle zone montane, su cui si è fondata la legge n. 1102/1971 istitutiva delle Comunità montane, che è stata la prima ed unica a legare sul piano normativo questione meridionale e montana. L'autore analizza l'impatto dell'intervento legislativo nei decenni e focalizza in particolare gli sconvolgimenti del secondo dopoguerra, valutando gli effetti del calo demografico e della riduzione della pressione antropica sui boschi, della questione sociale con i flussi migratori e la desertificazione delle aree montane, le variazioni degli interessi di mercato – con la perdita di peso dell'economia forestale – e la progressiva rarefazione sino alla scomparsa di un efficace presidio umano del territorio. Nel nuovo millennio il segno
dominante è costituito dal passaggio – già prefigurato da Rossi Doria e da lungo tempo compiuto – «da una montagna sovrappopolata ed eccessivamente sfruttata ad una montagna abbandonata ed inselvatichita, priva di un significativo interesse economico e per ciò scaricata da ogni forma di presidio». In definitiva, deve condividersi la conclusione secondo cui oggi la questione meridionale – una volta espressione storica di sottosviluppo delle aree dell'Appennino meridionale – ha assunto un forte connotato di questione ambientale, "i cui sintomi più appariscenti ... sono il disordine del territorio, l'acutezza del rischio idrogeologico, l'incapacità di far fronte alle emergenze ambientali, il permanere quindi di condizioni intollerabili di inquinamento delle matrici ambientali e di degrado delle aree urbane e rurali". Da questa difficile condizione attuale occorre una ripartenza, con un articolato impegno di pensiero e di azione in capo ai ceti dirigenti - tanto della comunità istituzionale quanto della società civile - in grado di sviluppare iniziative di tutela, risanamento e valorizzazione coordinata delle risorse montane, intendendo l'uso del territorio come difesa e sviluppo dei corretti equilibri economici ed ambientali, soprattutto nella difficile area dell'Appennino Meridionale. Il Commissario Straordinario Avv. Luigi Stefano Sorvino
Rapporto Unesco sullo sviluppo idrico globale Nonostante significativi progressi dell’ultimo decennio, c’è ancora molto da fare Bruno Giordano Resta un obiettivo irraggiungibile per gran parte della popolazione mondiale il sesto dei 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030: garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie entro il 2030. È quanto rilevato dall'ultimo rapporto Unesco sullo sviluppo idrico globale. Nonostante i significativi progressi compiuti negli ultimi 15 anni, nel 2015 tre persone su dieci (2,1 miliardi) erano escluse da quella che le Nazioni Unite chiamano acqua sicura, intendendo un servizio idrico potabile gestito in sicurezza: accessibile, disponibile quando necessario e priva di contaminazioni. Inoltre, 4,5 miliardi, pari a sei su dieci, non avevano servizi igienici sicuri. Una spada di Damocle grava sulla situazione: il cambiamento climatico. Nel 2017 conflitti e persecuzioni hanno costretto 68,5 milioni di persone a fuggire dalle loro case, mentre 25,3 milioni in media all'anno sono costretti a migrare a causa di disastri naturali, il doppio rispetto ai primi anni Settanta. Inoltre entro il 2050, il 45% del prodotto interno lordo globale sarà minacciato dal danno ambientale e dalla mancanza di risorse idriche. Si consideri che più di due terzi della superficie terrestre è coperta d'acqua, ma solo una piccola quota, circa il 3%, è dolce. E con la crescita della popolazione mondiale, sale la pressione sull'approvvigionamento idrico. Fino ad arrivare al paradosso che chi vive nelle aree più povere del mondo si ritrova ad acquistare acqua trasportata dai camion ad un prezzo 20 volte superiore rispetto al costo sostenuto da chi ha accesso diretto alle risorse idriche. Un’azione per la maggior parte di noi scontata,
aprire il rubinetto e veder scendere oro trasparente, diventa per buona parte della popolazione globale un miraggio. Per correre ai ripari, nel 2010 le Nazioni Unite hanno dichiarato l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici uno dei diritti fondamentali dell’essere umano. La situazione è così grave che in alcune aree del mondo si prefigurano prospettive da guerra dell’acqua. Yemen, Somalia e Siria sono tra i paesi in cui il surriscaldamento del Pianeta è da molti considerato come la principale causa di brutali conflitti. E, sebbene l’attenzione mediatica sulle guerre scatenate dal climate change sia concentrata in Africa e Medio Oriente, uno scontro sulle risorse idriche potenzialmente ancora più pericoloso potrebbe profilarsi tra India e Pakistan. Questo perché i due Stati asiatici hanno qualcosa in comune: sono aspri rivali nell'accesso all’acqua ed entrambi dispongono di armamenti nucleari. Ma a quel punto non sarebbe più soltanto una guerra dell’acqua.
Nasce il Primo Atlante di Economia Circolare Ecodom, il principale Consorzio di gestione dei RAEE, e CDCA il primo Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, hanno censito le esperienze di economia circolare già attive in Italia. Queste esperienze, in costante aumento, sono state raccolte nell’Atlante Italiano di Economia Circolare, www.economiacircolare.com, classificate per regione e suddivise in 18 categorie merceologiche. Alla realizzazione dell’Atlante Italiano di Economia Circolare hanno contribuito anche Poliedra, Consorzio del Politecnico di Milano che svolge attività di ricerca nei settori della valutazione ambientale e della sostenibilità, A Sud, associazione indipendente impegnata nella tutela e nella giustizia ambientale, Ecosistemi, fondazione specializzata in strategie per lo sviluppo sostenibile, Banca Popolare Etica, istituto creditizio ispirato ai principi di trasparenza ed equità e Zona, associazione di reporter e photo editor di fama internazionale. Sono quasi 200 le esperienze di economia circolare già attive in Italia
e mappate. La Lombardia è in testa alla classifica con il 20,6% delle esperienze raccolte, seguita a poca distanza da Lazio (17%), Toscana (12%), Emilia Romagna (8%) e Veneto (5,3%). Roma è la città più virtuosa con 27 realtà, seguita da Milano con 25, Bologna e Firenze a pari merito con 8. L’agroalimentare guida la classifica con il 16,3% delle esperienze, seguita dal tessile con il 14,3%, dal riciclo di materie prime seconde e dalla raccolta e gestione dei rifiuti (10,2%). Buone performance anche per il settore edilizio con il 9% e per i mobili e complementi d’arredo (7%). Questi dati rappresentano un’ulteriore conferma del ruolo sempre più centrale che riveste l’economia circolare nel nostro Paese che, non a caso, tra gli Stati europei è in testa alle classifiche, seguito da Regno Unito, Germania e Francia. L’Italia guadagna infatti un punto rispetto allo scorso anno, con un indice di circolarità di 103 punti (come rivela il “Rapporto sull’economia circolare in Italia 2019” realiz-
zato dal Circular Economy Network, di cui Ecodom è uno dei soci promotori). Ecodom e CDCA hanno deciso di premiare chi sa raccontare le esperienze virtuose di economia circolare in Italia, lanciando la seconda edizione del Concorso “Storie di Economia Circolare”, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente e dall’Ordine dei Giornalisti e rivolto a videomaker, fotografi, scrittori, giornalisti e fumettisti. I partecipanti potranno raccontare realtà già mappate nell’Atlante o scoprirne di nuove. Le modalità di partecipazione sono disponibili sul sito www.economiacircolare.com. B.G.
Piante di uso comune: molte sono a rischio Dal caffè alla camomilla, dal cotone all’abete, uno studio colombiano spiega quante piante rischiano l’estinzione Ilaria Buonfanti Da una ricerca svolta ultimamente in un centro di studi in Colombia, il CIAT (Centro Internazionale per l’Agricoltura Tropicale) è emerso un dato poco confortante che riguarda molte piante di uso comune: tali piante sono a forte rischio estinzione. Quando si pensa ad una pianta a rischio, si immagina spesso una pianta poco conosciuta, che fiorisce e cresce in luoghi più o meno incontaminati. Invece tra gli esemplari selvatici a forte rischio estinzione rientrano piante che fanno parte della vita di tutti i giorni. Tra quelle utilizzate in cucina figurano per esempio il caffè, la vaniglia, il cacao, la camomilla e la cannella ma in questo elenco di specie a rischio troviamo anche piante utilizzate in medicina, oppure per la produzione tessile, per l’alimentazione degli animali da allevamento ed infine anche piante utilizzate nell’abbellimento dei parchi e dei giardini pubblici e privati.
Per giungere a queste conclusioni a dir poco allarmanti, i ricercatori hanno classificato le piante provenienti da oltre 200 nazioni in una scala che varia da 1 a 100. Valori superiori a 75 indicano specie “sufficientemente conservate”, che riflettono una “bassa priorità” in termini di sforzi e di politiche conservative da attuare. A differenza di quanto si possa ingenuamente pensare, delle quasi 7.000 specie considerate, solo il 3% è attualmente classificato come “a bassa priorità” o “sufficientemente conservato”. Ciò significa che il 97% delle specie studiate è a rischio, per alcune il rischio è ancora minimo ma per altre la situazione è altamente preoccupante. Consideriamo ad esempio la pianta del caffè, bevanda utilizzata in tutto il mondo; il consumo di caffè è elevatissimo e continua ad aumentare, immaginare l’inizio delle nostre giornate senza un caffè è impensabile per gran parte della popolazione mondiale. La Coffea liberica,
specie altamente ricercata dai produttori di caffè per la sua resistenza alle malattie, si assesta su un indicatore di 32,3 mentre la Coffea arabica non supera i 33,8 così come le altre specie di caffè analizzate, nessuna delle quali raggiunge un indicatore globale superiore a 36. La pianta grazie alla quale si produce il cioccolato (come si farebbe senza!), il Theobroma cacao raggiunge appena il valore di 35,4 mentre l’abete del
Caucaso, utilizzati per gli addobbi natalizi addirittura non supera il 13,5. Sarebbe logico vietare la vendita di questi abeti ed utilizzare solo alberi ecologici per il periodo natalizio. Colin Khoury, autore della ricerca ed esperto in biodiversità afferma: “L’indicatore sottolinea l’urgenza di proteggere le piante selvatiche più utili per l’uomo e per le sue attività, con particolare riferimento al consumo di suolo
dilagante e spesso incontrollato e ai bruschi, imprevisti sbalzi di temperatura, umidità, piovosità media dovuti al profondo cambiamento climatico in atto. Adesso, infatti, non solo siamo in grado di misurare il livello di conservazione di questo patrimonio naturale e culturale paese per paese ma abbiamo anche le informazioni necessarie per poter attuare politiche di conservazione mirate per la singola specie.
La Grande Muraglia Verde africana Una barriera di vegetazione che attraversa il Sahel per ottomila chilometri La chiamano la “Grande Muraglia Verde”, un muro di vegetazione che attraversa l'Africa da ovest verso est, una meraviglia naturale che, una volta completata, si estenderà per ottomila km, con un obiettivo, fornire cibo e un futuro a milioni di persone che vivono in una regione in ginocchio a causa dei cambiamenti climatici. Questo della Grande Muraglia Verde è un progetto guidato dall'Africa con una forte ambizione, sviluppare un enorme striscia di vegetazione che attraversa tutto il paese, e una volta completata, sarà la più grande struttura vivente sulla Terra. Nasce infatti, nella regione del Sahel, al confine meridionale del deserto del Sahara, uno dei luoghi più poveri del
pianeta, questa regione è tra le aree più a rischio per via degli effetti dei cambiamenti climatici e milioni di abitanti stanno già affrontando il loro impatto critico, la marcata siccità, la mancanza di cibo, i
conflitti per la scarsità di risorse naturali e la migrazione di massa verso l'Europa sono alcune delle conseguenze più note. Dalla nascita dell'iniziativa nel 2007, la speranza di una nuova vita
è diventata più concreta, grazie anche a una maggiore sicurezza alimentare, posti di lavoro e stabilità, si tratta di una nuova iniziativa guidata dall’Unione Africana che sta operando per creare un vasto sistema di paesaggi produttivi verdi tra il Nord Africa, il Sahel e il Corno d'Africa. Più che la linea di alberi inizialmente immaginata, l'iniziativa punta a un mosaico di interventi volti anche allo sviluppo delle zone rurali rafforzando gli ecosistemi. La Grande Muraglia Verde sarà lunga ottomila km, larga quindici km, il progetto prevede di piantare, tra gli altri anche delle acacie, alberi resistenti alla siccità, le cui radici conservano acqua nel suolo. Da allora l'iniziativa ha reclutato altri paesi per
piantare alberi di acacia resistenti alla siccità su tutta la larghezza del continente, nonostante la muraglia sia attualmente completata solo per il quindici per cento circa, ha già avuto un impatto molto importante sui paesi coinvolti. Questo Grande Muro Verde non è solo per il Sahel ma rappresenta quindi un “Simbolo Globale per l'Umanità” che supera la sua più grande minaccia, il nostro ambiente volubile e malato, dimostrando che se possiamo lavorare con la natura, anche in posti impegnativi come il Sahel, possiamo superare le avversità trasformando la vita di milioni di persone fornendo terreni fertili e costruire un mondo migliore per le generaR.M. zioni future.
Il bilancio delle campagne di screening in Agenzia Tra gli obiettivi futuri del Comitato Unico di Garanzia l’ampliamento delle iniziative di prevenzione Vania Colantuono Angela Vetromile Nei mesi di dicembre 2018 e febbraio 2019 si sono svolte presso le sedi provinciali dell’Agenzia le attività di informazione, prevenzione e screening a favore dei dipendenti Arpac e del personale della partecipata Arpac Multiservizi. Il Comitato Unico di Garanzia (CUG) è stato promotore di queste attività, così come previsto dal Piano delle Azioni Positive, per il triennio 2018-2020, approvato con Deliberazione n. 257/2018. Ma cosa si intende con il termine "azione positiva"? Si tratta di un’azione concreta finalizzata a favorire l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne, a prevenire o rimuovere situazioni di discriminazione o violenze sessuali, morali o psicologiche e favorire lo stato di salute psicofisico nel contesto lavorativo. Il Piano si sviluppa in 4 obiettivi, tra questi, nell’ambito dell’obiettivo 2 “Benessere organizzativo e welfare” è stata prevista l’azione 2.4 “Attuare, consolidare e arricchire gli attuali screening di prevenzione”. La realizzazione di questa azione è stata coordinata dal gruppo di lavoro “Salute, sicurezza sul lavoro e stress correlato” di cui fanno parte la Beatrice Cocozziello, Angela Vetromile , Vania Colantuono e Brunella Resicato, in collaborazione con l’U.O. GERI. La finalità delle iniziative svolte è stata quella di sensibilizzare i partecipanti all’ importanza della prevenzione e della ricerca in campo oncologico, con particolare riferimento al tumore della mammella e della prostata, nella consapevolezza che spesso si dedichi poca atten-
Grafico 2
zione alla propria salute e che esista, ancora oggi, una scarsa cultura della prevenzione. Sono stati realizzati due progetti: Progetto di Prevenzione Senologica “In-Vita alla Prevenzione”e Progetto di Prevenzione Urologica “Prevenire per Vivere: la Prevenzione Urologica Itinerante”. La prima iniziativa ha registrato un'adesione complessiva di 197 donne su un numero previsto di 261 con una percentuale di adesioni del 75.5%. Per quanto attiene l’età, il campione di donne esaminato è stato ben rappresentativo di tutte le fasce d’età maggiormente a rischio. Nello specifico: 3 donne dai 20-30 anni, 35 dai 31-40 anni, 61 dai 41-50 anni e 98 > 50 anni. Al termine dell'indagine condotta, considerando i fattori protettivi e i fattori di rischio per l'insorgenza del tumore al seno, le donne visitate sono state suddivise in classi di rischio, così come riportato nel grafico 1. Tutte le donne ad alto rischio di sviluppare un tumore al seno nel corso della vita sono state indirizzate al medico di base per la programmazione di un percorso di sorveglianza clinico-strumentale volto a tutelare la loro salute con la finalità di identificare precocemente una eventuale neoplasia mammaria. L’iniziativa di prevenzione urologica ha invece registrato
un adeseione complessiva di 143 uomini su un numero previsto di 263, con una percentuale di adesioni pari al 54.4%. I dipendenti dell’Agenzia, prima di essere sottoposti a visita, hanno compilato una scheda/questionario allo scopo di valutare il grado di sensibilizzazione verso la prevenzione delle patologie urologiche. L’età media dei pazienti è stata di 56 anni. La visita ha evidenziato una percentuale del 99% di soggetti con prostata nei limiti per età e dell’1% di soggetti con prostata con ingrossamento benigno (Grafico 2). Nel complesso, le iniziative di prevenzione sono state positivamente accolte dai dipendenti Arpac e dal personale della partecipata Arpac Multiservizi. In particolare lo screening senologico ha raccolto l’adesione di gran parte delle colleghe; mentre quello prostatico ha evidenziato una minore adesione, probabilmente legata alla invasività dell’ esame. Tra gli obiettivi futuri del CUG vi è quello di ampliare le campagne di prevenzione e in tal senso il Comitato sta lavorando all’individuazione e all’ organizzazione di nuove attività di screening finalizzati alla prevenzione di tumori della pelle quali il melanoma e alla prevenzione di patologie venose . Grafico 1
Logo e sito web, il CUG rafforza la sua identità Il Comitato Unico di Garanzia dell’Arpac ha approvato all’unanimità il logo che lo rappresenterà negli anni futuri. Scelto tra i quattro prototipi realizzati e proposti dal Gruppo di Lavoro “Comunicazione Informazione e Sito web” (composto da Giulia Martelli, Nunzia Riccardi e Francesca Barone), il logo riprende l’idea dell’albero (che rimanda all’area di appartenenza dell’Agenzia: l’ambiente, la natura) riproponendo, nelle fattezze del tronco, quello già presente nella home page del sito dell’Arpac. L’immagine rappresenta un grande fusto su cui coesistono una serie di foglie di varie dimensioni e colori ad indicare l’eterogeneità dell’ambiente lavorativo: quelle a forma di simbolo riportano ai temi di interesse del Comitato mentre quelle vuote racchiudono o potranno racchiudere in futuro anche altri aspetti attualmente non considerati garantendo così una struttura dinamica. Come previsto dal Piano Delle Azioni Positive 2018-2020 ed in ottemperanza alla normativa nazionale è stato inoltre attivato sul sito internet dell'Agenzia lo spazio dedicato al CUG. Accedendo alla sezione è possibile consultare tutti i documenti relativi al Comitato: componenti, normativa di riferimento, atti e piani nonché approfondimenti sulle materie di competenza. Il logo, infine, sarà reso interattivo cosicché, linkando sui simboli, si verrà immediatamente riportati alla sezione tematica afferente (Benessere Organizzativo, Uguaglianza di genere, Centralità dell’individuo, Conciliazione tempi di vita/lavoro, Salute Stress e Prevenzione). G.M.
Arpac: riparte in Campania il monitoraggio per la balneazione Trecentoventotto tratti di costa monitorati per un totale di circa 480 chilometri, duemilaseicento prelievi in un anno effettuati con una flotta di otto mezzi nautici. Sono alcuni dei numeri del monitoraggio delle acque di balneazione in Campania, condotto da Arpac da aprile a settembre a tutela della salute dei bagnanti. Alla fine del 2018 solo il 3% delle acque di balneazione monitorate dall'Arpa Campania è risultato di qualità "scarsa" e quindi da vietare ai bagnanti. La classificazione, riportata nella Deliberazione di Giunta regionale n. 881 dello scorso 19 dicembre, si basa sui risultati delle ultime quattro stagioni di monitoraggio. In base a questa classificazione, il 97% delle acque monitorate risulta dunque idoneo alla balneazione (l'88% è classificato come "eccellente"). Tuttavia anche questi tratti costieri restano sotto esame da parte dell'Agenzia e potranno essere temporaneamente vietati alla balneazione, se nel corso della stagione balneare 2019 i parametri microbiologici previsti dalla normativa dovessero superare i limiti di legge. Dal monitoraggio sono esclusi circa 60 chilometri di litorale vietati in maniera permanente perché ospitano foci di
Al via l’app dell’Agenzia La qualità delle acque in tempo reale
fiumi e canali, porti, aree militari e aree protette. I controlli di routine condotti da Arpac toccano almeno una volta al mese tutte le acque di balneazione incluse nel monitoraggio. A questi si aggiungono controlli nei cosiddetti "punti di studio", controlli supplementari in caso di superamenti dei valori limite per i parametri microbiologici, e controlli di emergenza in caso di anomalie dell'ambiente marino-costiero (ad esempio quelle determinate da mucillagini, fioriture algali, meduse, rifiuti in sospensione). In totale, i laboratori Arpac hanno prodotto, nel corso del 2018, circa 5200 determinazioni analitiche per i soli pa-
rametri microbiologici che determinano la balneabilità. Spetta ai sindaci adottare ed eventualmente revocare i divieti di balneazione, di norma sulla base dei dati forniti dall'Agenzia. «Questo sistema di controlli», commenta il commissario dell'Arpa Campania, «del tutto conforme alla normativa vigente, di derivazione comunitaria, rende la nostra regione un esempio positivo di monitoraggio e valorizzazione dell'ambiente marino-costiero. I controlli sono ormai una realtà consolidata da molti anni, ora la priorità è informare in maniera efficace cittadini e turisti sempre più attenti alla salubrità delle risorse marine».
Dalla scorsa settimana disponibile un'applicazione per smartphone, ideata da Arpac, che consente a cittadini e turisti di informarsi in tempo reale sulla qualità delle acque di balneazione in Campania. Si tratta di un'app gratuita e di semplice utilizzo, che fornisce informazioni su ciascuno dei 328 tratti di costa monitorati dall'Agenzia. Punto per punto, è possibile conoscerne la classe di qualità (eccellente, buona, sufficiente, scarsa), eventuali divieti di balneazione e i risultati dei prelievi che Arpac esegue da aprile a settembre di ogni anno. L'app mobile "Arpac Balneazione", lanciata in occasione della Giornata del mare istituita dal Nuovo Codice della Nautica, è disponibile al momento in versione Android, scaricabile dal Play Store di Google. A breve sarà disponibile anche per dispositivi iOS: per ulteriori informazioni si invita a consultare la pagina dedicata del sito Arpac. I dati del monitoraggio delle acque di balneazione in Campania continuano a essere pubblicati anche nella
sezione "Balneazione" del sito web arpacampania.it, da oggi presentata agli utenti in veste rinnovata. Con queste novità prosegue lo sforzo dell'Arpa Campania per adeguarsi alle sfide della digitalizzazione e della comunicazione di rete. In particolare, l'app sulla balneazione è conforme alle indicazioni del recente Piano triennale per l'informatica nella Pubblica Amministrazione 2019-2021, rappresentando un sistema informativo innovativo, con l'obiettivo di avvicinare sempre più l'Agenzia ambientale ai cittadini e ai portatori di interesse.
Plastic Free Challenge: l’Arpac accetta la sfida Avviate tutte le procedure per bandire la plastica dalle proprie sedi Cristina Abbrunzo L’Arpac aderisce con convinzione alla campagna “Plastic Free Challenge” lanciata dal Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, al fine di ridurre l’uso della plastica, sino all’eliminazione dei prodotti monouso. Questi ultimi rappresentano la maggior parte dei rifiuti plastici ed uno dei maggiori inquinanti del terreno, dei fiumi e del mare, rivelandosi estremamente pericolosi per gli ecosistemi acquatici, terrestri e per la salute umana e degli esseri viventi. Il Ministro Costa, con la campagna di sensibilizza-
zione #IoSonoAmbiente, dopo aver bandito la plastica dalla sede del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, iniziando
dagli articoli monouso, ha esteso l’appello a seguire l’ esempio agli altri Ministeri e a tutte le istituzioni, per dare per primi un segnale concreto ai cittadini, senza il quale non sarebbe corretto chiedere il loro impegno. L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania, un’ istituzione che si occupa proprio della salvaguardia di un territorio da sempre nell’occhio del ciclone per quanto concerne le problematiche ambientali, non avrebbe mai potuto esimersi dall’accettare con entusiasmo e motivazione l’invito del Mini-
stro. Il commissario straordinario dell’Agenzia, Stefano Sorvino, ha dato quindi il via alla predisposizione tutti gli atti e le procedure necessarie a trasformare sia la sede generale Arpac che i dipartimenti provinciali, in uffici Plastic Free. Nello specifico, verranno messi in atto i seguenti interventi “virtuosi”: 1. l'adeguamento dei contratti di fornitura delle macchine automatiche erogatrici, in uso nelle diverse sedi agenziali, attraverso l'eliminazione delle bottiglie di plastica; 2. la sostituzione nei distribu-
tori di bevande calde dei bicchieri di plastica con quelli di carta e delle palette di plastica per girare il caffè con quelle di legno; 3. l' installazione degli erogatori di acqua naturale o frizzante, anche refrigerata; 4. la distribuzione gratuita ai dipendenti di borracce in alluminio riciclato, per consumare l'acqua alla scrivania; 5. la massimizzazione della raccolta differenziata dei rifiuti; 6. la riduzione della produzione complessiva di rifiuti, in particolar modo di imballaggi in plastica.
Copernicus: lo “Stato europeo del clima 2018” Il Copernicus Climate Change Service (C3S), in collaborazione con il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio raggio (ECMWF), per conto dell’Unione europea, ha pubblicato l’European State of the Climate 2018. Il rapporto presenta una panoramica delle condizioni annuali e stagionali in Europa e nell’Artico europeo, rispetto alla media a lungo termine. Illustra in dettaglio tre eventi più significativi nel 2018 in cui si sono verificate condizioni meteorologiche persistenti per diversi mesi ed esplora le variazioni associate di durata del sole, vegetazione e umidità del suolo, scarichi flu-
Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 15 aprile 2019 - Anno XV, N.7 Edizione chiusa dalla redazione il 16 aprile 2019 DIRETTORE EDITORIALE
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viali, incendi, ghiacciai e ghiaccio marino. Infine, vengono evidenziati una serie di indicatori chiave per i cambiamenti climatici, che colloca gli eventi e il loro impatto in un contesto globale a più lungo termine. Temperature La temperatura media europea nel 2018 è stata una delle tre più alte mai registrate. L’estate è stata la più calda mai registrata, più di 1,3°C del solito. Tutte le stagioni sono state più calde del solito, con la tarda primavera, l’estate e l’autunno che hanno visto temperature superiori di 1°C sopra la media. Si sono verificate alte temperature massime dalla primavera in poi, soprattutto al nord. Si sono verificate temperature minime molto al di sopra della media nel sud-est. Siccità Si è avuto un inizio freddo dell’anno. Le temperature medie sono state più alte del normale per ogni mese da aprile a dicembre. Si è verificato un lungo periodo di siccità da primavera a novembre. Le zone dell’Europa centrale e settentrionale sono state le più colpite, con precipitazioni stagionali che hanno
raggiunto meno dell’80% dei livelli normali per la primavera, l’estate e l’autunno. Le precipitazioni ridotte e le temperature calde portano a una siccità nell’Europa settentrionale che corrisponde alla gravità di quella del 1976. Le persistenti condizioni calde e secche del 2018 in Europa mostrano una chiara impronta sulle principali variabili climatiche: - Vegetazione e superficie terrestre, - Incendi, - Ghiacciai alpini, - Durata del sole, - Temperature superficiali dei laghi, - Scarsità d’acqua nei fiumi. Gli indicatori climatici principali mo-
strano l’evoluzione a lungo termine di diverse variabili climatiche chiave. Questi possono essere usati per valutare le tendenze globali e regionali di un clima che cambia. Temperature, Gas serra, Ghiacciai e ghiacci nel mare, Livello dei mari. (articolo tratto da www.snpambiente.it. Per ulteriori approfondimenti si invita a consultare il sito dell’Snpa. I grafici sono estratti dal rapporto European State of the Climate 2018 pubblicato da Copernicus Climate Change Service (C3S), in collaborazione con il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio raggio (ECMWF) .)
CNR ed ENI insieme per lo sviluppo sostenibile Siglato un Accordo di ricerca congiunto contro i cambiamenti climatici Salvatore Patrizio* Il 15 marzo scorso centinaia di migliaia di giovani studenti, spinti dall’encomiabile attivismo ambientale della giovanissima svedese Greta Thumberg, sono scesi nelle piazze di ogni parte del mondo per chiedere, ai vari Capi di Stato e di Governo, impegni concreti contro i cambiamenti climatici. Le richieste al Global strike for future (Sciopero globale per il futuro), gridate a gran voce dai manifestanti, sono quelle fissate nel testo approvato alla Conferenza Internazionale sul Clima, sottoscritto da circa 200 Paesi a Parigi nel 2015: mantenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi, sforzandosi di fermarsi a +1,5° C; tagliare le emissioni di CO2 del 15% ogni anno ed adottare sistemi di sviluppo sostenibile in grado, per davvero, di salvaguardare l’ecosistema terra. Ed è proprio in risposta a tutte queste e ad altre pressanti emergenze ambientali che il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Amministratore Delegato di Eni S.p.A., dando seguito al Memorandum of Understanding (Memorandum d'Intesa) firmato a maggio 2018, hanno sottoscritto il 24 marzo 2019 a Lecce, alla presenza del Presidente del Consiglio dei Ministri, del Ministro per il Sud e del Presidente della Regione Puglia, un Joint Research Agreement (JRA) per
Seduti l'Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi (a sinistra) e il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Massimo Inguscio. Alle loro spalle, da sinistra a destra, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e il ministro per il Sud Barbara Lezzi (www.ilpaesenuovo.it) l’istituzione di quattro centri di ricerca congiunti nel Sud Italia per uno sviluppo ambientale ed economico sostenibile in Italia e nel mondo. L’impegno economico complessivo è di oltre 20 milioni di euro per una durata di cinque anni. Ad ogni laboratorio, istituito
presso centri operativi o di ricerca già esistenti, sarà assegnata una delle quattro aree fondamentali individuate nell’Accordo: 1. Studio dei cambiamenti climatici nell’Artico presso l’Istituto CNR Nanotec di Lecce; 2. Energia pulita da fusione a confinamento magnetico presso il
centro “Ettore Majorana” di Gela (CL); 3. Gestione sostenibile e innovativa del ciclo dell’acqua presso il Centro “Acqua” di Metaponto (MT); 4. Sviluppo di un’agricoltura a basse emissioni di CO2 nel polo di ricerca agrario del CNR di Portici (NA). Le attività di ricerca del laboratorio Eni-CNR di Lecce saranno dedicate ad analizzare e quantificare i processi climatici legati alla destabilizzazione della criosfera artica, in particolare del permafrost, e della valutazione degli effetti del suo scongelamento sull’oceano artico. Lo sforzo congiunto Eni-CNR porterà a costituire il primo laboratorio italiano per lo studio integrato della criosfera terrestre artica, che utilizzerà misure in campo, osservazioni satellitari e modellistica numerica. Il centro Eni–CNR di Gela sarà orientato alla ricerca di avanguardia sulle caratteristiche dei plasmi, dei magneti superconduttori e sulle caratteristiche delle centrali che possono sfruttare
le proprietà dei materiali e i vantaggi del processo di fusione. Il centro svilupperà competenze anche sul fronte del trasporto e dello stoccaggio della potenza elettrica, interfacciandosi con centri CNR che già operano in Sicilia in questi campi. Il Centro Eni-CNR “Acqua” si prefigge, invece, di incrementare le conoscenze scientifiche promuovendo soluzioni e tecnologie innovative in grado di aumentare la produttività e l'efficienza dell'uso dell'acqua nel comparto agricolo e di mitigare gli impatti crescenti della siccità nel Mediterraneo e in altre aree strategiche come Corno d'Africa, Sahel e Medio Oriente. Infine, nel polo di ricerca agrario del CNR di Portici, saranno sviluppati progetti dedicati allo studio della decarbonizzazione in ambito agricolo e degli scarti da biomasse da utilizzare come materia prima per la produzione di biocarburanti nelle bioraffinerie Eni. *CNR-Napoli
A Caserta il Congresso per un nuovo risorgimento ambientale Cittadini, imprese ed associazioni per tutelare l’ambiente e la salute Tina Pollice È giunto al quinto anno l’annuale congresso dell’ANGAM, organizzato dal presidente Antonio Borbone, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente e dall’Albo nazionale gestori ambientali, e, svoltosi nella bellissima cornice del Grand Hotel Vanvitelli di Caserta sala Farnese il 6 aprile scorso. Il tema di quest’anno è stato: “Sicurezza Ambientale dei Territori, un nuovo patto territoriale per l’ambiente verso un’economia circolare e sostenibile”. ANGAM acronimo di Associazione Nazionale Gestori Ambientali ha l’ambizione di aggregare e riunire intorno ad un tavolo di contrattazione i cittadini, le imprese, le associazioni, gli stakeholder affinché possa nascere un risorgimento ambientale che sappia coniugare la risoluzione dell’annosa questione dei rifiuti ed al contempo aiuti nella transazione dalla vecchia economia carbonfossile ad una nuova economia green e circular con il riciclo ed il riuso, per meglio tutelare l’ambiente e la salute. Dal Convegno è emerso esplicitamente e “fuori dai denti” che, perché vi sia risorgimento è necessario che la politica faccia la sua parte con serietà e consapevolezza, dal momento che a tutt’oggi vige gran confusione e caos nelle normative che ri-
guardano i rifiuti (vedi circolare V1121 del 2019 che detta le linee guida per gli impianti di stoccaggio rendendo il tutto più confuso e incerto) ed il continuo rimpallo da un’istituzione all’altra, poiché gran parte delle competenze rifiuti sono ministeriali. Sui termovalorizzatori l’attuale Governo è diviso: Salvini ne costruirebbe
uno per provincia, mentre i 5 Stelle, da sempre contrari, fortemente confortati da dati scientifici i quali evidenziano che anche l’impianto più sofisticato ed aggiornato produce diossine. Una terza via è stata proposta proprio dall’ANGAM al convegno, attraverso imprenditori e professionisti presenti, che operano nel settore.
Tra le proposte avanzate alle istituzioni c’è un “patto territoriale per l’ambiente” attuabile in 8 punti nell’immediato: incentivare la differenziata “di qualità”; accelerare il trasferimento tecnologico innovativo alle aziende operanti nel comparto ambientale dei rifiuti, bonifiche, etc; sostenere il revamping dei termovalorizza-
tori/inceneritori esistenti al fine di adeguarli a nuovi criteri di efficacia ed efficienza ambientale; realizzare impianti di compostaggio/trattamento dell’umido per chiudere la filiera del ciclo dei rifiuti; istituire un tavolo tecnico istituzionale di concertazione ambientale permanente presso il ministero dell’Ambiente; promuovere azioni di sviluppo del mercato del “green public procurement” attraverso la diffusione della conoscenza delle possibilità aperte dal nuovo Codice degli appalti; realizzare nuove politiche finanziarie e fiscali in direzione “green” ( per lo sviluppo dei mercati dei prodotti riutilizzati e dei materiali riciclati) eliminando gli incentivi vigenti per prodotti a elevato impatto ambientale; emanare i decreti end of waste ossia la cessazione della qualifica dei rifiuti per facilitare lo sbocco di nuovi mercati delle materie prime seconde e dei prodotti di riciclo nell’ambito della circular economy, attesi da oltre 13 anni, il cui mercato vale 88.000 miliardi di euro con più di 575.000 addetti.
NUOVA VITA AL FIUME SARNO Al via il masterplan per il risanamento del corso d’acqua campano. Incontro a Roma Fabiana Liguori C’era una volta un bellissimo fiume, navigabile e pescoso, che attraversava con i suoi ventiquattro chilometri le viscere della Campania ed era persino citato da poeti e scrittori nelle loro opere:il Sarno, questo il suo nome ed oggi, dopo anni di fallimenti e centinaia di milioni di euro spesi, è conosciuto come uno dei fiumi più inquinati d’Europa. Questo corso d’acqua nasce a circa 30 metri sul livello del mare dalle pendici del monte Saro e sfocia nel Mar Tirreno di fronte al pittoresco scoglio di Rovigliano nel Golfo di Napoli. Lo scorso 3 aprile si è tenuto a Roma un incontro, voluto dal Ministro all’Ambiente, Sergio Costa, circa la complessa e grave condizione di inquinamento del Sarno. A tale incontro sono stati “convocati” i sindaci dei comuni toccati dal bacino idrico, la Regione Campania, Città Metropolitana di Napoli, la Gori, i responsabili dei parchi e degli altri enti interessati: “Lavorare insieme per trovare una sintesi migliore, progettare interventi a breve, medio e lungo termine ed arrivare ad una soluzione definitiva di questo problema”, queste le parole con cui il ministro Costa ha aperto i lavori del Masterplan, il cui compito sarà
proprio quello di “far respirare” di nuovo il fiume e i territori limitrofi. “Attraverso una fase interlocutoria con il Presidente della Regione Campania – ha continuato il ministro – abbiamo avviato un percorso e concordato la definizione degli step da seguire per la realizzazione del masterplan per il Bacino del fiume. L’Ufficio di coordinamento per la programmazione degli interventi da mettere in atto sarà l’Autorità distrettuale di Bacino dell’Appennino Meridionale congiuntamente con la direzione per la Salvaguardia del Territorio e delle Acque del Ministero dell’Ambiente, che ha predisposto una bozza della programmazione su cui avviare il lavoro di risanamento”. Quattro le macro criticità: allu-
vioni, frane, acque superficiali, acque sotterranee e ciclo integrato delle acque. Nel corso dell’appuntamento il vice presidente della Regione Campania, Fulvio Bonavitacola, ha fornito informazioni circa il ruolo in essere della Regione attraverso: l’incremento delle risorse inizialmente previste (da 217 fino a 401 milioni di euro) per consentire il riassetto funzionale dell’intero bacino idrografico; la messa a disposizione delle risultanze dei nuovi studi di modellazione idraulica effettuati, su incarico regionale, dal Dipartimento di ingegneria civile e ambientale della Federico II, che consentono di limitare l’impatto ambientale della foce finale originariamente prevista, la trasmissione degli atti tecnici
riguardanti la nuova soluzione progettuale alle amministrazioni interessate con indizione di Conferenza dei servizi istruttoria e termine di acquisizione finale dei pareri alla data del 17 maggio 2019. E ancora: il completamento delle procedure di gara per l’affidamento degli incarichi di progettazione dei tre lotti di progettazione (fiume Sarno, alvei Nocerino e Solofrana, versante vesuviano e canale Conte Sarno) per l’importo di 7,7 milioni di euro; l’inquadramento del progetto di sistemazione idraulica dell’asta fluviale in un più generale programma di disinquinamento e riqualificazione ambientale dell’intero bacino idrografico, comprendente il sistema di collettamento e depurazione di tutti i
reflui civili e industriali dell’area. Tante le associazioni e le realtà locali che in tanti anni di diatriba, promesse e negligenze, hanno fatto sentire la propria voce cercando “volti seri e strade nuove” per cambiare il vergognoso stato di cose che “caratterizza” quel territorio. Una e forte la richiesta fatta al Governo da parte di questi cittadini: “operare rispetto ai programmi e agli interventi da attuare come “supervisore” di tutti gli addetti ai lavori coinvolti richiamando i soggetti pubblici, oltre che al rigoroso rispetto della legge, a quei principi di leale collaborazione istituzionale e di buon andamento, di trasparenza ed efficienza dell’azione amministrativa che devono essere il cardine dell’azione di bonifica e di riqualificazione del bacino fluviale”. Responsabilizzare ognuno a svolgere già solo bene il proprio compito e a mantenere gli impegni presi, è già un inizio serio. Agli abitanti del luogo, l’arduo compito non solo di sperare che tutto vada come deve ma di “vigilare” sul proseguo delle attività, affinché le parole e gli intenti non si fermino, come spesso accade, sospesi tra le nuvole o finiscano chiusi e dimenticati in un cassetto.
ISCHIA E CAPRI: L’AMBIENTE COME PRIORITÀ Un centro di Ricerca sui mutamenti climatici e la costituzione dell’Area marina protetta di Capri Giulia Martelli Le isole della Campania si tingono di verde. Tanti, infatti, i provvedimenti ambientali previsti dal Governo e dagli amministratori locali. A partire da Ischia, già conosciuta come Isola Verde (a detta di alcuni per la rigogliosa vegetazione e di altri invece, per il colore del tufo del Monte Epomeo) che dal prossimo anno ospiterà un Centro di Ricerca sull’impatto dei cambiamenti globali sugli ecosistemi marini. Il già esistente ed efficiente Centro Villa Dohrn dell’isola, che rappresenta un laboratorio naturale, si candida infatti ad osservatorio privilegiato del fenomeno grazie ad uno studio
sull’acidificazione marina da Co2, sottolineando come le conseguenze sugli ecosistemi potrebbero essere più gravi di quanto si immagina. A rischio
sarebbero specie abitualmente longeve come i coralli, i ricci (Arbacia Lixula e Paracentrotus lividus) ed una specie di madrepora arancione (Astroi-
des calycularis). Il Centro sarà pienamente operativo nel 2020 e le ricerche serviranno a comprendere come saranno gli oceani del 2100. Anche la vicina Capri è nell’agenda verde del Ministero dell’Ambiente dove si è dato avvio al percorso amministrativo per creare l’ “Area marina protetta di Capri”. Dopo l’annuncio del Ministro Sergio Costa nel corso dell’evento organizzato da Marevivo per i dieci anni di Delfini Guardiani, anche la giunta comunale dell’isola ha adottato i necessari provvedimenti per dare via alle procedure e, per raggiungere quanto prima l’obiettivo del Parco marino,
ha stabilito che: “In mancanza di specifici fondi statali utili, gli stessi saranno impegnati sul fondo di accantonamento previsto dal contributo di sbarco”. Nel dispositivo è stato anche ricordato come già anni fa con la costituzione della Consulta del Mare (composta dai Comuni di Capri ed Anacapri, dalle associazioni ambientaliste e dagli operatori economici ed alberghieri), l’obiettivo fosse proprio quello di richiedere la creazione dell’area Marina Protetta proprio per regolamentare gli specchi d’acqua e tutelare il mare considerando il progressivo sovraffollamento dell’isola soprattutto in determinati periodi dell’anno.
Lo stato del patrimonio verde in Italia Il primo censimento del Ministero dell’Agricoltura: rallentata la crescita Anna Paparo Il Ministero per le Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo ha passato al vaglio il patrimonio verde italiano, dando vita al primo censimento delle aree total green made in Italy. Uno dei dati emersi è che l'Italia conta circa 9 milioni di ettari di foreste e quasi 2 milioni di ettari di altre terre boschive, in prevalenza arbusteti, boscaglie e macchia, coprendo oltre il 35% del territorio nazionale. Da questo primo rapporto sullo stato del settore forestale italiano, si è posto l'accento sul fatto che in alcune Regioni le foreste occupano circa la metà della superficie, come in TrentinoAlto Adige, Liguria, Toscana, Umbria e Sardegna, mentre la Puglia e la Sicilia sono quelle con il tasso di superficie forestale più basso. È stato fatto un resoconto mettendo a confronto le aree verdi nel corso del tempo, affermando che nell'ultimo se-
colo la superficie forestale è aumentata in maniera costante, anche se recentemente il processo è drasticamente rallentato, dovuto
probabilmente alla diminuzione della disponibilità di aree idonee. Sulla base dei tre inventari delle foreste italiane risalenti al 1985, 2005 e 2015, si evince che c'è stato un incremento annuo della superficie forestale totale dello 0,3% tra il 1985 e il 2005 e dello 0,2% tra il 2005 e il 2015. Concentrate specialmente in Liguria, Toscana e in Emilia Romagna, la maggior parte delle foreste italiane – ovvero il 66% – è di proprietà privata; d'altro canto quelle di proprietà pubblica – la restante parte pari al 34% – interessano parti consistenti della superficie fo-
restale, particolarmente nella provincia autonoma di Trento, nelle regioni del Lazio, Abruzzo e Sicilia. Non dobbiamo sottovalutare l'importanza della presenza degli alberi: basti pensare che ogni anno le foreste italiane sottraggono dall'atmosfera circa 47milioni di tonnellate di anidride carbonica. Grazie a questo censimento, unico e primo esemplare, è stato stilato un elenco della notevole varietà che ritroviamo in Italia: dominano le faggete, i boschi di rovere, roverella e farnia, i castagneti, le leccete e i boschi di abete rosso. Le specie piu diffuse sono il faggio, il carpino nero, la roverella, il castagno, il cerro, il larice, l'abete rosso e il leccio. "I nostri boschi hanno per il Paese un ruolo strategico (così ha commentato il ministro Gian Marco Centinaio) questo immenso polmone verde ricopre circa il 40%del territorio nazionale, un immenso patrimonio biologico e culturale". La presenza delle foreste rappresenta un elemento positivo non solo per il benessere nostro e dell'ambiente, ma il settore legato alle aree verdi procura lavoro a ben oltre 100mila persone. Infatti, in Italia il settore forestale, inteso come selvicoltura e lavori in bosco, impiega molta forza lavoro. E le foreste ita-
liane sono una fonte crescente di ricchezza, che va dai funghi alle castagne, dal riciclo fino alle attività più ricreative. Anche questo segnala questo Rapporto sullo stato delle Foreste, pubblicato dal ministero. Nel 2017, ad esempio, sono state raccolte e avviate a riciclo oltre 1,8milioni di tonnellate di legno usato, con un incremento del dieci per cento rispetto al2016. L' attività di riciclo genera un volume d'affari pari a circa 3miliardi di euro e circa trenta mila posti di lavoro. Il rapporto segnala anche il crescente interesse per l'edilizia in legno. Ad avvalorare questi dati, c'è il Centro Studi Federlegno Arredo Eventi, che ha affermato che questo settore ha un fatturato che sfiora i 700milioni di euro e l'Italia si colloca al quarto posto nell'Unione europea, con una quota di mercato pari all'8,4% del totale comunitario, dietro Germania, Regno Unito e Svezia. Nelle foreste e nei boschi ci svolgono anche escursioni: in Italia il mondo dell'associazionismo escursionistico può contare su oltre 620.000iscritti. E poi ci sono circa 192 parchi avventura, distribuiti principalmente tra Lombardia e Trentino-Alto Adige, Toscana e Sicilia. Le foreste racchiudono un realtà parallela tutta da vivere.
Alla ricerca dei fiumi marziani Secondo molti scienziati, solo nella storia tarda di Marte è subentrato il periodo di disseccamento Rosario Maisto La storia tradizionale del clima di Marte prevede che esso sia stato prima caldo e umido mentre adesso è freddo e secco. Le prove però suggeriscono che la sua evoluzione sia stata più complicata. Ovviamente, in riferimento all'acqua su Marte, si accende inevitabilmente l'eccitazione, dal momento che, dove vi era prima l'acqua, avrebbe potuto esistere anche la vita che noi conosciamo e tanti scienziati già incominciano a sognare i nomi dei fossili marziani ma bisogna valutare ancora meglio l’ipotesi, infatti, la superficie attuale di Marte presenta un ricordo arso dell'acqua, quel poco che rimane del liquido vitale proviene da gocce salate stagionali, si trova in grotte sotto forma di laghi sotterranei o giace congelato nel ghiaccio. Tuttavia, le rocce ferrose del pianeta registrano un passato abbondante di acqua, con profonde vallate scolpite in un paesaggio punteggiato da letti di laghi secchi, ventagli alluvionali e ciottoli fluviali levigati. Gli scienziati hanno sempre pensato che il periodo caldo e umido del pianeta sia stato relativamente breve, ma, secondo il nuovo studio e le nuove analisi, questi antichi canali sono più ampi di quelli presenti oggi sulla Terra. Secondo quanto credono molti scienziati, solo nella storia tarda di Marte è subentrato il periodo di disseccamento.
Restano ancora molti quesiti su ciò che è accaduto durante questo lungo periodo del passato del “giovane” Marte e su come potevano riempirsi i fiumi in condizioni mutevoli, mentre l'attuale atmosfera di Marte è troppo sottile per bloccare una grande quantità di calore proveniente dal sole, molti scienziati concordano sul fatto che probabilmente nel passato essa sia stata più spessa e avrebbe permesso l'esistenza di un mondo più umido. Anche allora però Marte non era un paradiso
tropicale, il Sole era più debole del 2530% rispetto a oggi, questo significa che c’erano meno radiazioni solari che riscaldavano il terreno roccioso del pianeta. Supportati dalla straordinaria risoluzione della strumentazione in orbita su Marte come lo High Resolution Imaging Science Experiment (HiRISE), i ricercatori hanno analizzato le dimensioni di oltre 200 antichi letti dei fiumi, ed hanno trovato quello che sembra essere un periodo curiosamente persistente del deflusso di
acqua, ora infatti è in programma l'atterraggio del rover Mars 2020 nel cratere di Jezero, contenente uno di questi delta di fiume di fase avanzata, il rover potrà fotografare i sedimenti e aiutare gli scienziati a determinare la quantità d'acqua versata nel cratere. Comunque sia andata, questo periodo caldo e umido non è continuato, la vecchia atmosfera sembra sia stata erosa e con essa sono scomparsi anche molti laghi e fiumi marziani.
Sushi drop: il drone sottomarino per la pesca sostenibile Una maniera economica ed ecologica per studiare il mare e i suoi abitanti Pesca sostenibile significa lasciare nei mari abbastanza pesci, rispettare gli habitat e assicurarsi che le persone che dipendono dall’economia della pesca possano mantenere i loro mezzi di sussistenza. Proprio sulla base di quest’idea è nato Sushi Drop, un drone che permetterà di valutare lo stato di salute delle acque dell’Adriatico. Il progetto è nato infatti da una collaborazione italo-croata il cui obiettivo è l’esplorazione dei fondali fino ad oltre 200 metri di profondità ed è stato finanziato con oltre 1,7 milioni di euro dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Interreg Italia-Croazia. L’ambizioso progetto prevede la collaborazione di ingegneri elettronici, biologi, topografi ed esperti di robotica proveniente da di-
verse università italiane e croate. Adesso si avvierà la costruzione del drone che dovrà essere utilizzato per la prima volta nell’estate 2020. La prima campagna di monitoraggio sarà per i ricercatori un salto nel vuoto, sarà infatti impossibile prevedere cosa succe-
derà nel dettaglio ma sulla base delle eventuali difficoltà riscontrate, sarà possibile poi intervenire con modifiche e risoluzione dei problemi. Sushi Drop sarà capace di raccogliere dati preziosi sui parametri chimico-fisici dei mari e sarà dotato di fotocamere e di
un sonar con tecnologia multibeam. “Si tratta di un sonar multifascio, niente a che vedere con il tradizionale ecoscandaglio che rilevava i segnali in una sola direzione, qui la possibilità di intercettare i segnali è pluridirezionale” spiega il ricercatore. La sua prima campagna di monitoraggio verrà effettuata nel Mar adriatico settentrionale, a Pedaso, a circa 80 metri di profondità. E’ stato scelto questo luogo in particolare in quanto la pesca qui è difficoltosa ed i biologi si aspettano di trovare grande biodiversità e ottima conservazione dell’habitat. Dopo il primo test il drone scivolerà in una depressione di 270 metri, la fossa di Pomo, considerata la nursery più importante per il nasello e lo scampo. Que-
st’area in passato è stata fortemente sfruttata dalla pesca a strascico e soltanto da pochi anni è sottoposta a severe restrizioni: sarà interessante documentarne le criticità e gli effetti di ripresa. Il più grande vantaggio del Sushi Drop è che, rispetto alle navi oceanografiche, risulta essere molto più economico ed ecologico; inoltre opera in totale autonomia e può raggiungere profondità elevate. L’importanza di questo progetto è che le informazioni verranno condivise su una piattaforma online diventando fruibili per tutti: istituti di ricerca, studenti universitari, associazioni ambientaliste, imprese ittiche, favorendo così la comunicazione e la messa a punto di strategie utili per la protezione dei nostri mari. I.B.
Glenn Murcutt l’architetto dei luoghi Far dialogare le opere con il contesto, esaltando le specificità dei terrritori Antonio Palumbo L’architetto australiano Glenn Murcutt (classe 1936) è uno di quei pochi specialisti in grado di «interpretare il paesaggio in forma costruita», come lui stesso ha spesso dichiarato. L’architettura sostenibile è infatti, per lui, l’unica possibile ed è per questo che la “dimensione etica” ne caratterizza costantemente il prolifico percorso creativo. Numerosi i premi e riconoscimenti ricevuti, tra cui il prestigioso Prizker Architecture Prize, ricevuto nel 2002 proprio in Italia. La sostenibilità di Murcutt si esprime nella capacità, davvero singolare, del paesaggista australiano di far dialogare le sue opere con il contesto, esaltando le specificità, ogni volta mutevoli, dei suoi terrritori: l’interpretazione dei luoghi che egli dà tende a trasporre in architettura i ritmi naturali dell’ambiente ed è in grado di produrre, per questo, costruzioni capaci di conformarsi ai vincoli climatici ed alle caratteristiche naturali dei siti interessati. «Architetture - come egli tiene a sottolineare - adattabili alle variazioni atmosferiche, che riescono a fronteggiare perfino i fenomeni delle grandi piogge e delle inondazioni, senza opporre resistenza, lasciando che l’acqua scorra naturalmente al di sotto delle costruzioni, spesso staccate dal suolo». Le sue case non prevedono alcun sistema di climatizzazione dell’aria e per la loro costruzione egli ha sempre inteso utilizzare materiali locali, in alcuni casi anche riciclati. Da più di cinquant’anni, Murcutt concepisce l’architettura quale idea di «spazio da integrare con l’ambiente», nella convinzione che «questo sia ciò che tutti noi dovremmo fare e che tutti avremmo dovuto fare da sempre». Per Murcutt, come ha scritto Françoise Fromonot, «l’acqua, l’aria e la luce, fondamenti della vita organica, non sono soltanto necessarie alla sopravvivenza, ma vanno rese visibili, leggibili, quasi palpabili, perché affermino la loro
presenza inscrivendola nellla materia stessa della costruzione». «Le immagini antispettacolari delle sue architetture - sostiene Adriana Labella privilegiano il punto di vista del paesaggio naturale e restituiscono, con forza, la sua rarefatta bellezza e leggerezza, esaltata dalla tagliente luminosità australiana, che ne lascia distinguere le forme nei loro contorni. Rivelano la sua profonda conoscenza di quel territorio, nutrita, fin dall’infanzia, dall’osservazione diretta della natura ed arricchita inoltre, in età adulta, dall’esperienza singolare di un tratto di vita vissuto in una comunità di aborigeni». Perseguendo questa «estetica della necessità», le case di Murcutt ambiscono altresì ad una totale autonomia energetica. L’estrema attenzione da lui posta alle differenze climatiche, nei diversi luoghi in cui ha realizzato i suoi progetti, ha caratterizzato la sua ricerca di molteplici soluzioni dei più diversi sistemi costruttivi in grado di controllare l’ombra, il raffrescamento e la ventilazione degli edifici. Così come sono stati opportunamente pensati diversi ‘pacchetti’ di involucri per i solai e le pareti delle sue case, in modo da sostenere l’efficacia dei sistemi passivi di regolazione climatica prescelti. La dimensione “artigianale” dell’architettura di Murcutt,
segnata dal suo appassionato impegno professionale ed unita alla passione per la natura ed il paesaggio della sua terra natia, gli consentono di continuare a riaffermare una scelta esistenziale di sostenibilità, che, come afferma ancora Labella, «segna il suo operare esclusivo dentro il paesaggio australiano, con la natura e per la natura»: è nel peculiare rapporto con questo paesaggio che l’architetto continua a coniugare sensibilità ecologica e sostenibilità ambientale in un’etica-estetica della necessità che non solo ne caratterizza da sempre l’opera ma mira, in ultima analisi, a costituire, per gli uomini di ogni tempo, un monito a ritornare ad uno stile di vita più rispettoso dei ritmi del pianeta e del naturale ciclo delle stagioni e della vita.
Grandi Napoletani, grandi Campani
Il cuoco letterato, Don Vincenzo Corrado Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Vincenzo Corrado (Oria, 18 gennaio 1736 – Napoli, 11 novembre 1836) è stato un cuoco e un letterato (e le due cose si unirono in pieno) tra i più famosi a Napoli, in Italia e all'estero. La sua opera più famosa fu il Cuoco Galante pubblicato nel 1773 ma con numerose ristampe anche in altre lingue. Morto il padre Domenico, fu al servizio di Michele Imperiali Principe di Modena e Francavilla Fontana, Marchese di Oria e Gentiluomo di camera del Re delle due Sicilie. Lo seguì a Napoli e iniziò lì la sua pratica da cuoco ad alti livelli. A San Pietro a Maiella si specializzò negli studi di matematica, di astronomia e filosofia e sarebbe rimasto nella capitale fino al 1836
quando morì alla bella età di 100 anni dimostrando nei fatti che mangiare bene aiuta a vivere bene... Fu il principe di Francavilla a nominarlo soprintendente alle cucine a Palazzo Cellamare sulla collina panoramicissima delle Mortelle. "L'abbondanza, la varietà, la
delicatezza delle vivande, la splendidezza e la sontuosità delle tavole -avrebbe dichiarato il Corrado- richiedevano una schiera di uomini d'arte, saggi e probi". Si trattava non di semplici banchetti ma di eventi di carattere internazionale che richiedevano l'impiego di centinaia di persone
tutte con ruoli e mansioni specifiche: maestro di casa, maestro di cucina, maestro di scalco (per acquistare, cucinare, dissodare e tagliare qualsiasi animale commestibile), una pattuglia di cuochi, da quello per le fritture a quello per le insalate fino ai pasticcieri, ai bottiglie di e ai
ripostieri addetti alle scenografie con coppe di cristallo, vasi di porcellana, posate o oggetti in argenti, teli, sete, arazzi, corone di fiori, verdure, cesti con frutti freschi e uccellini melle gabbiette o pesci utilizzati solo per colorite stanze e tavole. segue a pag.15
segue da pagina 14 Non mancavano, ovviamente, servitori di ogni tipo e di ogni ordine con maggiordomi, domestici e paggi e anche giullari e musici. Il Cuoco Galante agli inizi dell'Ottocento aveva raggiunto le 10.000 (cifra consistente all'epoca). copie, fu diffusa, in traduzione, anche all'estero. La sua fama superò i confini del Regno di Napoli e dell'Italia e nelle nuove edizioni figuravano anche prodotti del tutto inediti per il tempo: i pomodori, le patate, il caffè e la cioccolata. Nel 1778 pubblicò un "Credenziere del buon gusto, del bello, del soave e del dilettevole per soddisfare gli uomini di sapere e di gusto". Pubblicò inoltre "Il cibo Pitagorico" (Il primo vegetariano in Italia!), "Trattato sulle patate", "Manovre del cioccolato e del caffè", "Trattato sull'agricoltura e la pastorizia"
ed infine "Poesie baccanali per commensali". Notevole e quanto mai attuale per la valorizzazione delle eccellenze locali un suo "Notiziario" dei prodotti tipici del tempo, suddivisi per province e città. Questa una delle ricette del suo grande libro "Il cuoco galante, opera meccanica dell'oritano Vincenzo Corrado: di varie capricciose vivande nel fine de' loro istessi trattati accresciuta". Parliamo di uno dei prodotti più famosi e amati nelle primavere napoletane (la pastiera): "Ammollito bene il frumento in acqua, cotto in brodo e freddato, si mescolerà con panna di latte, gialli di uova, giulebbe, cedro pesto, e sciolto con acqua di fiori d’aranci, con senso di ambra e d’acqua di cannella; si metterà nella cassa di pasta, la quale si coprirà con altra pasta a strisce, e si farà cuocere”.
La preparazione dei banchetti L'organizzazione dei magnifici banchetti e delle cene lussuose gli diedero l'appellativo di cuoco galante. La cosa straordinaria è che dietro gli scenari di un favoloso pranzo o cena vi era una preparazione, quasi orchestrale della quale il direttore era il Corrado. Alle sue dipendenze vi era una vera e propria squadra di addetti alle cucine formata da precettori cuochi e servienti. La presentazione estetica, oltre al gusto, acquista la sua importanza in cucina, ed il Corrado dedica grande spazio alle decorazioni e al modo di imbandire le tavole dei banchetti. Nell'opera del Corrado sono anche presentati i sorbetti, in vari gusti, ed il caffè, che, a differenza dall'attuale espresso, veniva bollito in apposite caffettiere.
Precettori un precettore di alloggio e sistemazione posti per tutti gli invitati; un precettore di preparazione dei cibi; un precettore abile con utensili domestici, che aveva la mansione di far provviste e comperare il necessario al mercato per le mense, di dissodare e di affettare ogni tipo di carne o pesce; Chef e Cuochi Il cuoco friggitorie; il cuoco per le insalate; il pasticciere; il bottigliere; il ripostiere; Serventi lavapiatti, camerieri, maggiordomi, domestici, volteggianti e giullari che intervenivano non appena il servizio di cucina conse-
gnava le varie portate artisticamente decorate. Non era solo una semplice cena, era un vero e proprio spettacolo, fuori dall'immaginato. A volte comprendeva l'utilizzo di 100 persone per altrettanti o più invitati. I banchetti o le cene con caratteristiche e assortimenti di piatti erano accoppiate con tanta inventiva e particolari astuzie architettoniche ed eleganti al fine di plasmare una scenografia sfarzosa e affinata. Egli stesso nelle sue opere e nei suoi diari ci descrive queste splendide composizioni culinarie come opere d'arte, quasi uno spreco consumarle. Decorazioni Bicchieri e coppe di cristallo, posate in argento intagliate, tovaglie di pizzo fiorentino, buche e composizioni floreali, piatti in porcellana di Capodimonte
Il tempo a Pasqua: come mai è così imprevedibile? La variabilità atmosferica primaverile può determinare modifiche previsionali anche all’ultimo minuto Gennaro Loffredo Che tempo farà nel periodo pasquale? È il dilemma di ogni anno, giunti in prossimità delle feste sante. Se ne parla al bar, in ufficio, al parco ed in molti luoghi pubblici. Diventa quasi un’ossessione, per la gente comune, sapere del tempo che farà durante il primo vero ponte della primavera. Quest’anno, poi, a differenza del 2018 la Pasqua cade alta. Con questa espressione si intende che la festività pasquale cade in un periodo compreso tra il 14 ed il 25 Aprile. Si spererebbe che il clima, quindi, fosse più clemente. La primavera è arrivata oramai da un pezzo e si cerca di uscire all’aperto; le gite fuori porta diventano un appuntamento fisso, da coniugare eventualmente da un periodo pasquale stabile e soleggiato. Diciamolo chiaramente: il tempo del periodo pasquale deve essere bello. Non sembra concepibile trascorrere queste brevi vacanze primaverili al chiuso, come in inverno. Il sole deve essere presente, magari con qualche nuvola, ma
la pioggia continua ed il grigiore proprio non vengono accettati. La corsa alle previsioni per il periodo in questione diventa quindi una sorte di frenesia, un appuntamento immancabile che deve essere inquadrato con notevole precisione anche con diversi giorni di anticipo. In base al tempo che farà si pre-
notano camere d’albergo, si organizzano gite e ritrovi. C’è chi addirittura pensa di trascorrere queste giornate persino al mare, tempo permettendo. Guai al mondo se si prevede pioggia e poi il tempo si rivela migliore del previsto. Gli introiti economici degli operatori turistici subiscono perdite e allora scattano le proteste contro
questo o quell’altro meteorologo, una vera e propria caccia alle streghe con tanto di conta dei danni. Eppure il tempo che fa a Pasqua non è sempre così scontato, anzi spesso nasconde delle vere e proprie insidie. Ma è così difficile prevedere il tempo che fa a Pasqua? Purtroppo sì. Le festività pasquali avvengono in uno dei periodi
più variabili e mutevoli dell’anno: la primavera. Spesso ed erroneamente si crede che questa sia una stagione con tempo in progressivo stabilimento verso l’estate (che è stabile e soleggiata per eccellenza). Ma non c è niente di più sbagliato. La primavera è sempre stata una stagione dove le masse d’aria di diversa origine e temperature si scontrano e lo fanno spesso nel bacino centrale del Mediterraneo. Può succedere che il tempo a Pasqua sia stabile e soleggiato, ma la variabilità atmosferica incombe sempre e può determinare modifiche previsionali anche all’ultimo minuto. Per gli addetti ai lavori, quindi, le festività pasquali sono molto difficili da inquadrare sotto il profilo atmosferico. Ecco perché il meteorologo ha spesso un rapporto poco piacevole con questo periodo dell’anno. E ancora una volta ci chiederanno il tempo che farà a Pasqua, anche settimane prima. E sarà il dilemma pure di quest’anno, poco consapevoli che la prognosi potrà essere sciolta solo a poche ore dall’evento.
Idee per riciclare gli imballaggi delle uova di Pasqua Dal web tutti i consigli per una festa amica dell’ambiente Rosa Funaro Arriva Pasqua, e come tutte le feste comandate che stanno raggiungendo una deriva sempre più consumistica, l’ambiente inizia a tremare…Sul banco degli imputati le uova di cioccolato, gioia di grandi e piccini ma che rappresentano un “pericolo” per l’ecosistema. Per qualche grammo di cioccolato, infatti, si comprerà una quantità di plastica spropositata, nell’ordine: il lenzuolo di confezione, il suo relativo fiocco o laccio, il basamento che tiene l’uovo, la confezione in cui c’è la sorpresa e la sorpresa stessa ovviamente di plastica. Se non riusciamo a rinunciare all’acquisto almeno possiamo provare a limitare i danni, così, il web, ci offre una carrellata di idee per provare a riutilizzare gli imballaggi delle uova. Così, le capsule di plastica che contengono la sorpresa potranno
diventare degli originali portacandele pieni di cera da sciogliere a bagnomaria oppure essere utilizzati come piccoli contenitori o ancora, potranno essere trasformati in divertenti maracas. Con la base dell'uovo di Pasqua si potrà dare vita ad un porta orecchini decorativo, basterà rivestirlo con della stoffa e forarlo lungo il bordo, in modo da poterci inserire gli orecchini, grazie ai loro gancetti. Capovolgendolo, assomiglierà ad un piccolo paralume. Con l'incarto delle uova di Pasqua si potrà poi costruire un coloratissimo aquilone. Grazie a due bacchette o bastoncini di legno, spago, colla ecologica e filo di nylon in poche mosse si potrà ottenere un aquilone fai-da-te praticamente a costo zero. Infine, unendo insieme gli incarti di più uova si potrà formare una tovaglia, da utilizzare durante i pic-nic primaverili.
Approvata la nuova Direttiva europea: dal 2021 addio alla plastica monouso L’Italia si porta avanti rispetto agli altri paesi con tante iniziative plastic free Cristina Abbrunzo I tanti giovani recentemente scesi nelle piazze di tutto il mondo hanno chiesto di fare in fretta per salvare l’ambiente puntando a uno sviluppo più sostenibile. E, appare quasi come una risposta che regala speranza che, nel frattempo, la plenaria del Parlamento europeo abbia approvato, finalmente e definitivamente, il divieto alla plastica monouso a partire dal 2021. Una decisione epocale in chiave ambientale che farà sparire tutti quei prodotti in plastica usa e getta che ormai invadono la nostra vita quotidiana. Sono oggetti che utilizziamo quasi giornalmente e che nella nostra quotidianità hanno una vita di pochi minuti, ma che purtroppo hanno una vita lunghissima, quasi “eterna” per il nostro ambiente. Inoltre questo lentissimo processo di decomposizione della plastica genera gran parte delle microplastiche che vengono ingerite dai pesci e quindi, a loro volta, reingerite da noi quando consumiamo prodotti ittici sulle nostre tavole. Si calcola che ogni anno tra gli 8 e le 10 milioni di tonnellate di plastica finiscano negli oceani, mettendo a rischio ecosistemi e salute umana. L’ accordo firmato a Bruxelles prevede diverse soluzioni attraverso: o la totale messa al bando di tutto un elenco di prodotti usa e getta; o, laddove non sarà possibile almeno per il momento avere delle soluzioni sostenibili, in alcuni casi
sarà limitata la vendita, in altri casi saranno i produttori a dover pagare il costo dell’inquinamento da plastica sul principio del “chi inquina paga”. Nello specifico, tra i tanti oggetti banditi, troveremo prodotti come piatti, posate, cannucce, contenitori per alimenti, tazze per bevande, pacchetti ed involucri e bacchette per girare il caffè e verranno prese misure di: una riduzione nazionale del consumo; nuovi sui requisiti di progettazione (i contenitori per bevande monouso saranno ammessi sul mercato solo se i loro tappi e coperchi restano attaccati); nuovi requisiti di etichettatura che indichino come devono essere smaltiti i rifiuti e il loro impatto ambientale; obblighi per i produttori che dovranno contribuire a coprire i costi di gestione e pulizia dei rifiuti, ricevendo però incentivi per lo sviluppo di alternative meno inquinanti. Dopo il voto del Parlamento europeo, che segue la proposta della Commissione ambiente depositata a maggio e l’accordo politico del dicembre dello scorso anno, la palla passerà agli Stati membri, che dovranno recepire la direttiva. E, quando la disposizione entrerà in vigore, tutti questi oggetti dovranno sparire, oltre che dalle nostre case, anche e soprattutto dai banconi dei bar e dai tavoli di pub e locali vari. Oggi, fortunatamente, molti Paesi stanno già compiendo grandi passi avanti. E l’Italia è in prima fila. Greenpeace ha realizzato nel nostro Paese
un’indagine proprio ricercando gli esempi virtuosi nell’ambito della lotta alla plastica. Lo studio prendeva in esame 162 locali presenti in 10 diverse città italiane, da Nord a Sud. Nell’attesa che entri in vigore la nuova normativa europea sulla plastica monouso, l’Italia dimostra di essere già molto avanti. C’è chi, per esempio, al posto delle cannucce di plastica ha introdotto l’utilizzo di cannucce di rame: parliamo, dunque, di cannucce che non inquinano perché risultano lavabili e riutilizzabili fino a che non si danneggiano. Tra i pionieri di questa innovazione c’è il locale Sabir di Palermo: al suo interno, i clienti possono gustare i drink in tutta tranquillità, sorseggiandoli piacevolmente con queste cannucce di rame. E c’è chi, sempre in Italia, si è spinto addirittura oltre la normativa europea e, anziché sostituire la plastica
usa e getta con carta o bioplastica (con materiali, quindi, che devono poi essere in ogni caso smaltiti), ha scommesso sul riutilizzo degli oggetti in plastica. Ecco quindi che la formula vincente diventa proprio il riuso della plastica. In tal modo, non si producono quelle quantità abnormi di rifiuti: anzi, il volume dei rifiuti rimane invariato. Un ottimo esempio arriva da Napoli. La birra, all’ex Asilo Filangieri, viene versata e sorseggiata in bicchieri di plastica non monouso, bensì lavabili e riutilizzabili. Il cliente paga una cauzione di 50 centesimi che viene restituita nel momento in cui il bicchiere viene riconsegnato. Si comprende dunque molto bene come, in questo caso, si vada ben oltre gli obiettivi di riduzione dei materiali in plastica. Ad oggi, l’aspetto più ostico da risolvere resta quello di alcuni
imballaggi che non sembrano avere molte alternative. Un esempio? Le bottigliette di plastica monouso dell’acqua minerale. In merito a questo, l’Europa ha fissato un obiettivo di raccolta per tutte le nazioni aderenti pari al 90% entro il 2025. Anche in tal caso, però, l’Italia dimostra di essere all’avanguardia. A Bologna, presso il locale Lortica, i clienti possono riempire a titolo gratuito le proprie borracce con acqua, acquistando al contempo alimenti sfusi, in modo da ridurre ai minimi termini l’utilizzo del packaging. Tra tutti i locali censiti da Greenpeace, però, soltanto il 15% è riuscito a trovare soluzioni utili al problema degli imballaggi. I dati che riguardano il nostro Paese restano comunque incoraggianti. Secondo l’indagine di Greenpeace, il 95% dei locali analizzati utilizza piatti non monouso sia in plastica che in materiali diversi; il 77% utilizza agitatori per cocktail e bevande varie in acciaio (dunque, riutilizzabili infinite volte), il 58% non usa posate in plastica o in altri materiali monouso; il 13% propone cannucce in metallo lavabili e riutilizzabili. Andiamo avanti così, e confermeremo di rappresentare un grande modello da imitare da parte di molti altri Paesi europei.
Il ricorso improprio all’accesso civico generalizzato Non può estendersi a documenti prodotti da altre amministrazioni Felicia De Capua Il Tar Lazio, con la sentenza n. 4122/2019 pubblicata il 28 marzo scorso, si è espresso sulla richiesta di accesso civico generalizzato formulata da un giornalista al Garante per la protezione dei dati personali, ai sensi dell’art. 5, comma 2 del D.Lgs. 33/2013 s.m.i. Oggetto della domanda in questione i seguenti documenti: la memoria di costituzione, la sentenza definitiva del giudizio, l’ammontare delle spese e i documenti contabili di liquidazione degli onorari agli avvocati incaricati, nell’ambito di un contenzioso civile dinnanzi al tribunale. I giudici non ravvisano alcun fondamento nella richiesta avanzata, in quanto tesa a controllare l’attività dei privati e i rapporti tra essi intercorrenti ai fini di un’inchiesta, come dichiarato dallo stesso giornalista. Dunque, respingono il ricorso in base all’assunto che l’istanza in questione non è funzionale allo scopo stabilito dalla citata normativa, ossia il controllo diffuso sul buon andamento della pubblica amministrazione e sul corretto utilizzo delle risorse pubbliche. Inoltre, aggiungono, il diritto di accesso civico generalizzato, non può estendersi a documenti o informazioni che non sono detenuti
dalla pubblica amministrazione o che sono detenuti da amministrazioni diverse da quella interpellata dall’interessato. Gli atti in questione non sono detenuti “ratione officii” dall’amministrazione resistente che, seppure è stata parte nel processo civile di cui si tratta, non ha svolto né poteva svolgere alcuna funzione di deposito, pubblicazione, conservazione dei relativi atti giudiziari. Nel caso specifico, la domanda di accesso avrebbe dovuto essere presentata al
Tribunale, presso l’ufficio giudiziario che ha definito la controversia, non al Garante per la protezione dei dati personali. Di poi i giudici pure manifestano la loro obiezione in riferimento agli obblighi di pubblicazione reclamati dal giornalista ricorrente ai sensi dell’art. 15 del D.Lgs. 33/2013, comma 1, lettera d), al fine di conoscere l’ammontare degli onorari riconosciuti agli avvocati incaricati della difesa dell’amministrazione resistente. Al riguardo i giudici
specificano che, nel caso di specie, la citata disposizione non può trovare applicazione in quanto trattasi di documenti relativi ad un incarico professionale conferito nel 2002, le cui competenze risultano essere state liquidate nel 2010, dunque prima dell’entrata in vigore della normativa in questione. In virtù del principio di non retroattività della legge non può essere esercitato un diritto che non era riconosciuto dalla legge in vigore al momento in cui si è verificata la
relativa fattispecie costitutiva. A nulla è valso il richiamo da parte del ricorrente della circolare ministeriale n. 2/2017 che estenderebbe l’accesso civico anche a informazioni o documenti esistenti in data anteriore all’entrata in vigore della legge. La circolare richiamata, concludono i giudici del TAR, non è condivisibile per le ragioni esposte e, per la natura propria di essa, non è vincolante né per il giudice, né per la pubblica amministrazione.
Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI. Disciplina emergenziale e confisca del mezzo di trasporto Ove la condotta sanzionata dall'art. 6 del D.L. n. 172 del 2008, si sovrapponga a quella indicata dall'art. 256 o dall'art. 258, comma 4 D.lgs 152/06, poichè per queste ultime l'art. 259 dello stesso testo unico prevede che la confisca debba trovare applicazione anche nel caso di patteggiamento, tale disposizione dovrà operare anche con riferimento al piu grave reato indicato dall'art. 6. Corte di Cassazione Sezione III n. 12703 del 21 Marzo 2019. ELETTROSMOG Va rimessa alla Corte di giu-
tipologia. Consiglio di Stato Sez. VI n. 2033 del 27 marzo 2019.
stizia Ue la questione se il diritto dell’Unione europea osti a una normativa nazionale, come quella di cui all’art. 8, comma 6, l. 22 febbraio 2001, n. 36, intesa ed applicata nel senso di consentire alle singole amministrazioni locali
criteri localizzativi degli impianti di telefonia mobile, anche espressi sotto forma di divieto, quali il divieto di collocare antenne in determinate aree ovvero ad una determinata distanza da edifici appartenenti ad una data
RIFIUTI La Corte di Giustizia UE il 28 marzo (cause C487 e C489/17) ha chiarito che gli Stati membri devono tener conto “della fattibilità tecnica e della praticabilità economica, cosicché le disposizioni della Dir. 98/08 non possono essere interpretate nel senso di imporre al detentore di un rifiuto obblighi irragionevoli, sia dal punto di vista tecnico che economico, in materia di gestione dei rifiuti”. Pertanto “il detentore di un rifiuto, pur non essendo obbligato a verificare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa nel rifiuto in esame, ha tuttavia
l’obbligo di ricercare quelle che possano ragionevolmente trovarvisi”. E il principio di precauzione deve essere interpretato solo nel senso che, “qualora, dopo una valutazione dei rischi quanto più possibile completa tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, il detentore di un rifiuto che può essere classificato sia con codici corrispondenti a rifiuti pericolosi sia con codici corrispondenti a rifiuti non pericolosi si trovi nell’impossibilità pratica di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutare le caratteristiche di pericolo che detto rifiuto presenta, quest’ultimo deve essere classificato come rifiuto pericoloso”. fonte: tuttoambiente.it
IL FRUTTO DEL LAVORO DELL’UOMO La tavola di Antoine de Chevalier comunità viva Andrea Tafuro “Le grandi imprese dell’agrobusiness,intrecciandosi con il capitale finanziario, controllano l’accesso ai beni della natura,terra, acqua, biodiversità. Hanno imposto la proprietà privata di esseri viventi come le sementi, attraverso la registrazione dei semi transgenici, per ottenere maggiori profitti attraverso la vendita combinata dei semi e dei veleni. Loro non producono alimenti, producono solo merci in cambio di profitto”. Joao Pedro Stedile - Via Campesina Siamo a Pasqua 2019, scrivo queste cose mentre commemoro con incontenibile goduria la grande tavolata invernale con braciola di cotenna, bollente pelosa e fumante, a casa di Antoine de Chevalier. E’ l’allegoria della mia beneamata collettività vivente e viva che consuma all’unanimità, gioiosamente festante, il frutto del meticoloso lavoro di imballaggio della Rosalba, celebrando il comune vincolo affettivo che stringe tutti in un solo abbraccio. La storia del cibo, del mio cibo, è fatta anche di questi salvifici riti. Nei tempi antichi l’homo erectus aveva due riti. Uno piuttosto condiviso di cannibalismo, consisteva nell’estrazione del cervello del parente defunto, che veniva mangiato per acquisire le sue virtù. L’altro consisteva nella conservazione della mandibola scarnificata e il cadavere, probabilmente, veniva disperso come accade ancor oggi presso certi primitivi. Ruperto de Nola, cuoco spagnolo alla corte di Ferdinando I re di Napoli, è
stato autore del primo libro di cucina: Llibre del Coch. Quindi mi sento autorizzato a parlare di cibo. Sempre a Nola la storia ci rimanda le gesta di un certo monsignor Capobianco, che con frequenza, donava al Pontefice qualche botte di Greco di Nola, che però egli non gradiva, trovandolo disuguale nel colore e matroso, grasso, opilativo e verdesco. Il Greco di Nola era contaminato dalla matre, cioè dalla feccia, lasciava in bocca un sapore denso di zolfo e oppilava, cioè ostruiva, tutti i canali anatomici… insomma, questo Capobianco attentava alla vita del Papa. I teologi della Curia vescovile di Nola si riunirono varie volte, nel corso degli anni, per stabilire cosa bisognasse fare contro i muroli et le campe, i terribili insetti che devastavano le vigne peggio di un biblico flagello e, divorandone i pampini e i germogli, le riducevano in desolati ammassi di sterpi. Si decise che il vescovo di Nola, ogni volta che si presentava l’infestazione, vestito pontifi-
calmente, dopo aver detto messa davanti alla Chiesa di San Michele in Ottajano, maledicesse gli insetti voraci, figli di Beelzebub signore delle mosche e intimasse loro di tornare nell’Inferno. Il rapporto tra cibo e religioni è, dunque, sempre stato importante. Ai Musulmani è vietato mangiare carne di maiale e bere bevande alcooliche. Anche agli Ebrei è vietato mangiare carne di maiale. I Cattolici non devono mangiare carne il venerdì, nei giorni della Quaresima. Tutte le religioni, insomma, in modo diverso hanno collegamenti con il cibo. Insomma cibo e rituali sociali sono sempre stati legati in tutte le epoche e le culture, dalle valenze religiose a quelle più conviviali delle pratiche umane, il cibo e le abitudini alimentari non si rivelano mai pratiche dalla valenza neutra ma connotate di significati simbolici, emozionali e collettivi che fanno del cibo e della tavola teatro di costruzione e ricostruzione dei rapporti, delle identità e dei valori che fondano una cultura attraverso le varie epoche che la attraversano. Assistiamo in questi mesti e tristi tempi, però, a un rovesciamento radicale di prospettiva, poichè non si produce più cibo per mangiarlo ma per venderlo. Nel momento in cui la fame sembra vinta, almeno in occidente, l’unica valore attribuibile al cibo è quello di mercato. Essendo i mangiatori di cibo dei consumatori, per essi que-
st’ultimo deve costare il meno possibile. Qui non entra in gioco solamente la legge della domanda e dell’offerta, ma è la necessità irrazionale di rendere immortale la vittoria sulla fame. In ogni caso quello che è certo è che il cibo deve costare quanto meno è possibile. Ma, c’è sempre un ma, quando il prezzo è basso il suo valore è minimizzato e lo si può sprecare abbondantemente quanto impunemente. Nei paesi a forte industrializzazione, secondo studi internazionali, si butta via dal trenta al cinquanta per cento degli alimenti prodotti nel territorio. A partire dalle logiche di marketing aggressivo adottate dalla grande distribuzione, per cui gli scaffali sono sempre pieni e dove è impedita, attraverso la tecnica del packaging, ogni forma di risparmio e conservazione. Andiamo a guardare nel retro di un supermercato: imballaggi, prodotti appena scaduti, frutta e verdura non più esteticamente presentabile sugli scaffali, una pre-discarica insomma, dove si accumula tutta la merce invenduta per essere buttata. Stessa sorte che tocca al nostro pane e affini, lo vogliamo sempre fresco di giornata e alla sera l’invenduto, seppure ancora commestibile, viene gettato nella spazzatura. Lo spreco più significativo è quello che ha luogo in famiglia, qui i frigoriferi e i congelatori, nati con il proposito della conservazione e del risparmio, sono diventati l’anti-
camera della spazzatura. Un tempo la conservazione del cibo era una prassi vitale per la famiglia, oggi la cultura usa-e-getta, ha trasformato la tecnologia della conservazione in legittimazione dello spreco. Ho voglia di mangiare solo mezza scatola di tonno, tanto la metto in frigo, acquisto più carne di quel che serve, tanto la congelo. Cose che si verificano molto di rado e intanto… . gli avanzi finiranno nella spazzatura. Infine, sono i terreni stessi che vengono mangiati dal cibo, il disboscamento, l’utilizzo massiccio di fertilizzanti chimici e anticrittogamici stanno distruggendo la terra nella quale viviamo. Un tempo andare in campagna significava rigenerarsi, materialmente e spiritualmente, dalla vita inquinata della città. Oggi, al posto dell’equilibrio e dell’armonia tra uomo e natura sembra che ci sia stata una dichiarazione di guerra: l’agricoltura industriale ha dichiarato guerra alla Terra. Tutto queste situazioni hanno aperto le porte a una de-ritualizzazione del cibo poiché il pasto e le sue valenze si stanno gradualmente destrutturando in favore di una sempre maggior assenza di regole, di luoghi, tempi e spazi comuni prima invarianti. In un certo senso siamo quindi ciò che mangiamo o, meglio, si potrebbe dire che mangiando comunichiamo sempre qualcosa di noi, non solo come individui, ma come cultura cui apparteniamo.
a cura di Fabiana Liguori
La Settimana Santa in Campania
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Il 18 e 19 aprile 2019 I riti della Settimana Santa A Procida (NA) La suggestione e il fascino dei riti della Santa Pasqua a Procida, isola del Golfo di Napoli, sono un’esperienza che regala emozioni senza eguali. L'origine di questa processione, tra le più antiche della Campania, risale al Seicento e ancora oggi è uno dei momenti più attesi dagli abitanti dell’isola.
Fino al 3 maggio 2019 Fotografia, “Eco” mostra personale di Roberto Della Noce Allo Spazio NEA, Piazza Bellini, Napoli “Il viaggio visivo di Roberto Della Noce è l’incontro/scontro della razionalità che prova ad imprigionare il desiderio di bellezza. Le vetrine sono i luoghi in cui viene codificata la nostra vanità, dove il nostro bisogno di piacere e di essere accettati trova la sua consacrazione. Il fotografo trova nel mito di Eco e Narciso una sua verità ed una sua attualità”.
Il 18 e il 19 aprile 2019 I Misteri del Venerdì Santo A Vallata (AV) Uno dei più antichi e dei più suggestivi appuntamenti dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Questa spettacolare rappresentazione religiosa si svolge nel borgo irpino dal 1541, anno in cui la fiorente comunità ebraica, stabilitasi in paese per dedicarsi al commercio di bestiame lungo la strada verso la vicina Puglia, si convertì al Cristianesimo. Il 19 aprile 2019 La Processione del Venerdì Santo ad Agerola (NA) La Processione del Venerdì Santo sarà composta da figuranti in uniformi da soldati, giudici e dignitari dell’epoca romana che riproporranno la Passione di Cristo. La processione percorrerà dieci chilometri, con stazioni allestite lungo le strade del paese. Il testo della rappresentazione sarà metà narrato e metà recitato. Il 19 aprile 2019 La Processione del Venerdì Santo a Pucciano, Nocera Superiore (SA) La processione, come di consueto, partirà dalla Parrocchia di San Giovanni Battista e attraverserà le vie principali della cittadina dell’agro nocerino sarnese, raccontando le parti più salienti della vita di Gesù fino alla sua Passione. Il 19 aprile 2019 La Via Crucis nelle Basiliche Paleocristiane A Cimitile (NA) Una cornice suggestiva per la Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo Il 19 aprile 2019 La Passione Vivente di Cristo a Caianello (CE) Nella parte più storica del paese, dove si rivivrà l'atmosfera della Gerusalemme di un tempo, con gli antichi mestieri, la lavorazione dei campi e tanto altro. Si vivranno tutte le scene delle ultime ore della vita di Gesù, a partire dall'ingresso trionfale in Gerusalemme fino alla morte e alla resurrezione. Il 19 aprile 2019 Pasqua 2019, La Crocifissione a Cesinali (AV) L’opera scritta dal compianto e grandissimo Maestro e Professore Carmine Fernando Venezia, vede ormai, da oltre mezzo secolo, la messa in scena degli ultimi istanti drammatici della vita di Gesù. Centinaia sono gli attori e le comparse che, ogni anno, danno vita a questo incredibile spettacolo in cui la fede si fonde con l’arte e la storia con la tradizione. Il 19 aprile 2019 La Passione di Cristo a Gesualdo (AV) Un percorso teatralizzato che, dal Cappellone, sede del Pretorio di Pilato, risalirà verso il Golgota, rappresentato dall'imponente Castello Longobardo, lungo in cui si consumerà il dramma. Nella sera del Venerdì Santo, gli animi tormentati di Carlo Gesualdo, si fonderanno con i sofferenti sussulti di Gesù alla croce. Le lacrime di Maria, rintoccano come campane in un giorno di dolore, scuotendo il cuore dei soldati romani. Il corpo di Gesù, deposto tra le braccia di una madre sofferta e cosciente dell'incontro, ormai avvenuto tra Dio e suo figlio. Il 19 aprile 2019 A Vico Equense, Sant’Agnello, Massa Lubrense, Meta e Piano di Sorrento (NA) La Processione del Cristo Morto e dell'Addolorata
Fino al 5 maggio 2019 “La retrospettiva di Maurits Cornelis Escher” Al Palazzo delle Arti, Napoli Una mostra dedicata a Escher, l’incisore e grafico olandese conosciuto per le sue incisioni su legno, litografie e mezzetinte che tendono a presentare costruzioni impossibili, esplorazioni dell'infinito, tassellature del piano e dello spazio e motivi a geometrie interconnesse che cambiano gradualmente in forme via via differenti. Oltre alle opere del visionario genio, amatissimo dal pubblico, sarà in esposizione anche un’ampia sezione dedicata all’influenza che il suo lavoro e le sue creazioni esercitarono sulle generazioni successive, dai dischi ai fumetti, dalla pubblicità al cinema: un percorso di 200 opere che parte da Escher per arrivare ai giorni nostri. Fino al 30 giugno 2019 “Chagall. Sogno d’amore” Alla Basilica della Pietrasanta, Napoli La mostra racconta la vita, l’opera e il sentimento del grande artista russo Marc Chagall per la sua sempre amatissima moglie Bella, attraverso l’esposizione di 150 opere tra dipinti, disegni, acquerelli e incisioni. Un nucleo di opere rare e straordinarie, provenienti da collezioni private e quindi di difficile accesso per il grande pubblico. Fino al 30 giugno 2019 “Canova e l’Antico” Al Museo Archeologico, Napoli “L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”: definizione che ben si addice al sommo Antonio Canova e alla sua arte sublime. Per la prima volta, viene messo a fuoco in una mostra quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei contemporanei un “novello Fidia”. “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili” era il monito di Winckelmann, seguìto da Canova lungo tutto il corso della sua attività artistica. Il 22, 24, 25, 27, 28, 30 aprile e 1 maggio 2019 La "Sagra degli Asparagi” A Squille, Castel Campagnano (CE) Il piccolo borgo casertano sarà teatro di una lunga serie di incontri enogastronomici finalizzati alla celebrazione dell’ortaggio tipico delle campagne circostanti, conosciuto anche in campo medico per le considerevoli proprietà benefiche. Dal 25 al 28 aprile 2019 Comicon, il Salone Internazionale del Fumetto Alla Mostra D’Oltremare, Napoli Il 27 e il 28 aprile 2019 La “Festa delle fragole” A Parete (CE) Una due giorni dedicata alla fragola: un mercato con vendita di confetture, liquori, distillati, stand enogastronomici dove i maestri pasticcieri e gelatai useranno questi prelibati frutti di Parete per realizzare vere e proprie opere d’arte da gustare nelle giornate della festa. Poi ancora mostre fotografiche, visite guidate e laboratori didattici dedicati ai bambini. Dal 27 al 30 aprile 2019 “Bianco Tanagro, storia, tradizioni e gusto in un carciofo” Ad Auletta (SA) Una kermesse dedicata al carciofo bianco, un prodotto di nicchia, tipico della zona (si coltiva anche a Caggiano, Pertosa e Salvitelle) che ha conquistato chef e gourmet per le sue caratteristiche organolettiche e la sua versatilità. “Taberne” gastronomiche, salotti culinari, show cooking, itinerari, artisti di strada e musica popolare.