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Arpa Campania Ambiente n.6/2019

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EDUCAZIONE AMBIENTALE

A Nairobi l’assemblea Onu sull’ambiente

Ambiente e legalità: a Nola confronto tra esperti È possibile superare l’etichetta Terra dei fuochi? Dibattito tra studiosi

Dall’11 al 15 marzo a Nairobi, in occasione dell’assemblea Unea (UN Environment Assembly) si sono incontrati i rappresentanti dei Paesi di tutto il mondo... Gaudioso a pag.4

Dall’Enea un sistema per controllare la concentrazione di trialometani. Abbiamo ascoltato Grazia Fattoruso, tra gli inventori di questa importante innovazione.

È possibile superare l’etichetta Terra dei fuochi? Si tratta di un marchio che ancora contraddistingue, nell’immaginario comune, un territorio vasto a cavallo tra le province di Napoli e di Caserta. Se sia possibile archiviarlo è uno degli interroga- tivi a cui hanno provato a rispondere esperti e rappresentanti delle istituzioni nel corso di un convegno che si è tenuto lo scorso 21 marzo a Nola, organizzato dal Lions Club Nola Ottaviano Augusto nella Reggia Orsini, sede del Tribunale della città bruniana.

Martelli a pag.5

Mosca a pag.2

L’INTERVISTA

Gli inquinanti nelle reti idriche acquedottistiche

NATURA & BIODIVERSITÀ

La certificazione dei benefici delle foreste

Una vera e propria rivoluzione verde quella presentata i giorni scorsi al ministero delle Politiche agricole. Ben 1.000 ettari di terreno boschivo hanno ottenuto la prima certificazione di tutti i `servizi ambientali... Pollice a pag.6

Globicefali in Cilento, un avvistamento raro

Di recente i tecnici Arpac hanno avvistato alcuni esemplari di Globicefalo al largo della costa cilentana. L’avvistamento è avvenuto nei primi di febbraio durante le attività relative al monitoraggio marino in attuazione della “Marine Strategy” (direttiva europea 2008/56/CE recepita in Italia con decreto legislativo n. 190/2010). Monaco-Di Maio-Celentano-D’Apice a pag.3

Speciale Clima

Liguori, Paparo, Giordano, Abbrunzo, Esposito, Loffredo pagg.9-12

AMBIENTE & SALUTE

La presenza di pesticidi in alta montagna

AMBIENTE & CULTURA

AMBIENTE & TRADIZIONE

Tiberio Cavallo il grande scienziato

“Canova e l’Antico” in mostra a Napoli

Grandi Napoletani, grandi Campani

La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… Maisto a pag.7

De Crescenzo-Lanza pagg.14-15

De Capua a pag.16

BIO-ARCHITETTURA

L’architettura organica di Bruce Goff

«Ogni idea che può essere pensata nei nostri tempi può essere realizzata nei nostri tempi»: si può certamente affermare che quest’espressione definisce il tratto distintivo e la sintesi di tutta l’opera professionale e creativa ed il testamento architettonico di Bruce Goff, che Charles Jencks ha definito il “Michelangelo del kitsch”. Statunitense, nato nel Kansas (Alton, 1904) e scomparso nel 1982, Goff non seguì un’istruzione accademica e scelse convintamente la “strada organica”, elaborando, nel corso della sua lunga carriera, più di 500 progetti... Palumbo a pag.13


È possibile superare l’etichetta Terra dei fuochi? Dibattito tra studiosi e autorità su una questione aperta

Ambiente e legalità: a Nola confronto tra esperti Luigi Mosca È possibile superare l’etichetta Terra dei fuochi? Si tratta di un marchio che ancora contraddistingue, nell’immaginario comune, un territorio vasto a cavallo tra le province di Napoli e di Caserta. Se sia possibile archiviarlo è uno degli interrogativi a cui hanno provato a rispondere esperti e rappresentanti delle istituzioni nel corso di un convegno che si è tenuto lo scorso 21 marzo a Nola, organizzato dal Lions Club Nola Ottaviano Augusto nella Reggia Orsini, sede del Tribunale della città bruniana. Il professore Francesco Pirozzi, ingegnere della Federico II, ha provato a fare il punto sul dibattito in corso. «Bisognerebbe cancellare questo infausto toponimo», ha detto il docente universitario. «È un marchio infondato, a giudicare dai fatti finora accertati. Purtroppo però è stato ufficializzato persino da leggi dello Stato». L’etichetta “Terra dei fuochi” nascerebbe dunque più da fattori emotivi che da evidenze scientifiche. Introdotta per la prima volta nel 2003 in un Rapporto Ecomafie di Legambiente, è diventata popolare grazie a Gomorra, il celebre libro di Roberto Saviano, e infine è stata consacrata nel nostro ordinamento con la legge 6 del 2014. I “fuochi”, come tutti sanno, sono i roghi illegali di rifiuti che caratterizzano questo territorio. Eppure sono solo un aspetto del problema: la cattiva gestione degli scarti ha tante sfumature in questa terra, dall’interramento abusivo alla gestione scorretta delle discariche, dalle piramidi di ecoballe ai comportamenti diffusi di abbandono dell’immondizia lungo le strade. I comuni della Terra dei fuochi, del resto, hanno caratteristiche peculiari da molti punti di vista, con una densità abitativa che non ha pari in Italia, e terreni di origine vulcanica che ospitano naturalmente alcune sostanze inquinanti. In questo scenario, è difficile stabilire se effettivamente è in corso un’emergenza. Le analisi condotte sui terreni agricoli hanno finora smen-

tito, in gran parte, che sia da vietare la coltivazione di prodotti alimentari destinati ai consumatori. Solo una piccola percentuale dei terreni finora indagati è stata dichiarata non idonea per questo tipo di colture. Eppure, la delimitazione ufficiale della Terra dei fuochi comprende ben 57 Comuni e un’area di oltre mille chilometri quadrati, dando l’impressione che l’intero territorio sia malato. Inoltre, l’impatto dei problemi ambientali sulla salute dei resi-

denti non è stata dimostrata dagli studi finora condotti, anche se, purtroppo, non è stata neppure smentita definitivamente. «Dato questo quadro di conoscenze», ha concluso il docente dell’ateneo federiciano, «l’etichetta Terra dei fuochi appare frutto di una lettura semplicistica, basata prevalentemente su fattori emotivi. L’allarme nella popolazione risulta eccessivo rispetto ai dati disponibili. Oggi, per fortuna, nella definizione che

Prevenzione legionellosi Arpac incontra le scuole Arpac ha illustrato agli studenti di tre scuole superiori le problematiche legate alla prevenzione e al controllo della legionellosi. Lo scorso 20 marzo, nell’aula magna del liceo classico Tasso di Salerno, la dirigente del Laboratorio di riferimento regionale per la legionellosi, Anna Maria Rossi, ha animato un seminario formativo destinato, oltre che ai ragazzi del Tasso, anche agli studenti dei licei scientifici Da Vinci di Salerno e Genolino di Cava de’ Tirreni. Hanno introdotto i lavori il commissario dell’Agenzia Stefano Sorvino e la dirigente del

Tasso, Carmela Santarcangelo. Sono intervenuti Francesca Di Leo, Trofimena Lucibello, Mariangela Pagano, Antonio Petrosino, operatori del Laboratorio legionellosi. Il laboratorio con sede a Salerno è il perno del sistema di sorveglianza della “malattia del legionario” in Campania. In caso di contagio, il laboratorio ne ricerca la fonte ambientale, prelevando campioni di acqua, aerosol, biofilm nei punti critici degli impianti termoidraulici e di condizionamento degli edifici frequentati dai pazienti che hanno contratto la malattia.

Wikipedia dà della Terra dei fuochi, viene messo in risalto che si tratta di un’etichetta ingannevole». Chiamato a trarre le conclusioni del dibattito, il commissario Arpac Stefano Sorvino ha ricordato i «fondamentali» della Campania: la regione più densamente popolata d’Italia, una regione «complessa», spesso laboratorio di gestione delle emergenze ambientali e di protezione civile. La Terra dei fuochi ne è un esempio. «In questo territo-

rio», ha sottolineato Sorvino, «esistono indubbiamente delle criticità locali ma è disponibile anche un’abbondanza di indagini e di dati che ne fa un modello su scala nazionale. Probabilmente, questa etichetta inquadra un complesso di fenomeni che è presente anche altrove». Il commissario Arpac ha sottolineato l’esigenza di approvare, su scala nazionale, un regolamento che disciplini l’utilizzo dei terreni e delle acque sotterranee a scopo agricolo, stabilendo limiti certi per la presenza di inquinanti. In mancanza di un quadro di norme definito, gli esperti che hanno lavorato sulla Terra dei fuochi hanno elaborato un modello scientifico per valutare i terreni, modello che potrebbe fungere da base per le regole da adottare per tutto il Paese. Al dibattito sono intervenuti, tra gli altri, la vicepresidente del Tribunale di Nola, Silvana Gentile, il vicepresidente della Camera civile della città bruniana Domenico Visone, la ricercatrice Rosalinda Sorrentino del dipartimento di Farmacologia dell’Università di Salerno, la presidente del Lions Club locale, Maria Silvestro, il presidente di Pmi International Salvatore Guerriero.


Globicefali in Cilento, un avvistamento raro La presenza dei cetacei, documentata da Arpac nel corso delle attività a mare, è un evento non comune D. Monaco, L. De Maio, A. Celentano, F. D’Apice Di recente i tecnici Arpac hanno avvistato alcuni esemplari di Globicefalo al largo della costa cilentana. L’avvistamento è avvenuto nei primi di febbraio durante le attività relative al monitoraggio marino in attuazione della “Marine Strategy” (direttiva europea 2008/56/CE recepita in Italia con decreto legislativo n. 190/2010). Sul sito web Arpac (nella sezione Aree tematiche > Mare) è disponibile un breve filmato, realizzato dai tecnici dell’Agenzia, che mostra questo incontro inaspettato. Si tratta di una specie di cetacei tipicamente pelagica e piuttosto rara che predilige aree su fondali attorno ai 2000 metri. I globicefali sono caratterizzati da una colorazione del corpo uniformemente nera, tranne che sul ventre dove si osserva una caratteristica macchia bianca a forma di ancora. L’etimologia del nome deriva dal latino “globus” (sfera) e dal greco “kephalé” (dalla testa globosa) che si riferisce appunto alla forma globosa del capo che è privo di rostro. Presentano notevole dimorfismo sessuale: le dimensioni del maschio si aggirano su 6 metri di lunghezza e 2 tonnellate di peso. La fem-

mina in media non raggiunge i 5 m di lunghezza e sfiora la tonnellata. Il gruppo di quattro o cinque esemplari è stato osservato in prossimità della stazione di campionamento posta a 12 miglia nautiche al largo di Capo Palinuro. I Globicefali sono stati riconosciuti dalla caratteristica testa globosa, nera, e dalla pinna dorsale in

posizione mediana bassa e curva. Per non pochi minuti gli esemplari hanno affiancato il battello Helios di Arpac nuotando in branco e si sono lasciati avvicinare con molta naturalezza. A tutt'oggi sono poche le informazioni circa la distribuzione e la popolazione della specie. È noto che nel Mediterraneo i Globicefali predili-

gono le acque profonde del bacino occidentale, ma non si hanno dati precisi sulla presenza di questo cetaceo nel bacino orientale. Avvistare un globicefalo costituisce quindi una rarità (Notarbartolo Di Sciara, G. et al., 1990; Marini, L. et al., 1992; Airoldi, S. et al. 1999), anche se alcuni esemplari sono stati rilevati in passato lungo la

Presenza del globicefalo in Mediterraneo (Fonte: Notarbartolo di Sciara & Birkun, 2010)

costa campana tra l’isola di Ischia e l’Isola di Ventotene. Il piccolo branco di Globicefali, avvistato alle 10.30 circa del 7 febbraio 2019, si muoveva lentamente e pertanto è stato possibile, per i tecnici della UO Mare di Arpac, effettuare rilievi fotografici lungo la tratta di indagine definita dal programma operativo delle attività 2019 (POA) per la Marine Strategy. L'avvistamento descritto ben si configura con le finalità della direttiva per la Marine Strategy che, nel campo della politica comunitaria per l’ambiente marino introduce, fra l'altro, la ricerca di nuovi tipi di inquinanti e indagini di visual census quali: micro e macro plastiche, rifiuti spiaggiati, specie non indigene, studio degli habitat di coralligeno, fondi mobili a rodoliti, mappatura delle praterie di Posidonia oceanica e specie protette quali “Gabbiano corso”, “Patella ferruginea” ed il “Tursiope”. Porre l'attenzione, nel corso delle attività Arpac in mare, sulla presenza di specie di particolare rarità non rappresenta quindi solo uno spettacolo di indubbia curiosità e fascino, ma rientra nello studio degli habitat e nella ricerca sull'ambiente marino.


A Nairobi l’assemblea Onu sull’ambiente La partecipazione del ministro Costa al raduno internazionale: «L’Africa soffre per i cambiamenti climatici» Anna Gaudioso Dall’11 al 15 marzo a Nairobi, in occasione dell’assemblea Unea (UN Environment Assembly) si sono incontrati i rappresentanti dei Paesi di tutto il mondo: all’ordine del giorno, le grandi sfide ambientali in cui è impegnata la comunità internazionale, a partire dai cambiamenti climatici. Al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa è stata posta una domanda: perché scegliere l’Africa come sede dell’incontro? «Perché è un continente in grande sofferenza», ha risposto Costa, «per cui diventa necessario tracciare tutti insieme un percorso chiaro e risolutivo». Il ministro, che si è recato in prima persona nella capitale del Kenya, ha ribadito l’importanza di tenere in Africa questa Assemblea delle Nazioni Unite, per centrare l’attenzione su quelle che si

intendono possano essere scelte innovative di produzione e di consumo per vivere in modo sostenibile. Il ministro ha inoltre espresso parole di positività e di pieno appoggio alle manifestazioni del 15 marzo organizzate da Fridays For Future per dire stop ai cambiamenti climatici. Costa ha speso parole positive e di plauso rivolgendosi ai giovani manifestanti; in più ha sostenuto che il messaggio dei giovani è generoso e ricco di umanità. Questi giovani si sono uniti per essere ascoltati, per dire al mondo che non si può più attendere oltre, che non si può prescindere dall’essere umano. Il loro è un messaggio solare: protagonisti per una causa nobile e di generale utilità, si sono attivati e continueranno a farlo perché hanno compreso i rischi del mutamento climatico. Non lo fanno quindi

per una bandiera, ma per ricordare al mondo che «non abbiamo un pianeta A e un pianeta B; abbiamo un solo pianeta, o lo salviamo o non ci salverà». Forse dovremmo chiederci cosa sta succedendo a questa nostra società basata su un modello di vita che sembra ignorare le sfide di un futuro che oramai è diventato presente. Il continuo abuso e consumo delle risorse del pianeta in modo irresponsabile sta causando danni a tutti gli abitanti del globo. Per cui non si può più rimandare a nuovi appuntamenti a nuove visioni di soluzioni , bisogna cercare soluzioni urgenti e risolutorie per garantire un futuro alle prossime generazioni. Secondo l’IPCC , il gruppo in-

tergovernativo sul cambiamento climatico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l'Organizzazione meteorologica mondiale ed il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente allo scopo di studiare il riscaldamento globale, la situazione attuale è critica se continuiamo al ritmo attuale e superiamo di 1,5°C l’aumento di temperatura media globale rispetto al periodo pre-industriale. Andremo incontro ad una situazione che risulterà fuori controllo e a quel punto nessun intervento umano sarà più possibile. Per cui, per evitare questo rischio concreto, è necessario dimezzare le emissioni globali di CO2 entro il 2030 e azzerarle entro il 2050.

Una soluzione ottimale può solo essere affrontata in modo efficace promuovendo un cambiamento che parte “dal basso”, responsabilizzando il comportamento dei cittadini affinché questi possano influire sulle decisioni politiche. Sicuramente è una sfida forte, infatti lo sciopero del 15 marzo aveva lo scopo di sensibilizzare i governi. Il Ministro dell’ambiente Sergio Costa e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno risposto ricevendo alcuni gruppi di ragazzi per discutere delle loro richieste. Il risultato è stato un impegno a creare un tavolo di lavoro per collaborare su proposte concrete. È stata anche proposta una consultazione pubblica per raccogliere le idee di tutti.


Gli inquinanti nelle reti idriche acquedottistiche Dall’ENEA un sistema per controllare la concentrazione di trialometani Giulia Martelli Quest’anno la Giornata Mondiale dell’Acqua dal titolo “Senza lasciare nessuno indietro”, ha imposto una riflessione sul tema dell’acqua come bene di tutti ma è stata anche l’occasione per presentare un’invenzione Made in Naples che potrebbe portare ad una svolta nelle procedure di controllo attuate dai gestori delle reti idriche. Stiamo parlando di un metodo ed un sistema per controllare la concentrazione di trialometani in una rete idrica acquedottistica, messo a punto da un team di ricercatori appartenenti all’ENEA di Portici e all’Università di Napoli Federico II. La rivoluzione del “plastic free” di cui tanto si parla in questi giorni passa anche di qui: un maggior utilizzo dell’acqua di rubinetto porterebbe, infatti, ad una sensibile riduzione della plastica monouso. Abbiamo ascoltato Grazia Fattoruso, tra gli inventori di questa importante innovazione. L’invenzione nasce dalla collaborazione tra Università e Centro di Ricerca ENEA, da chi è composto il team che ha messo a punto questo sistema? Hanno lavorato al prototipo i ricercatori ENEA del Laboratorio DTE/FSD/SAFS – Sistemi ed Applicazioni Fotovoltaiche e Sensoristiche, che si occupano dello sviluppo di applicazioni in ambito fotovoltaico e sensoristico e di sistemi Modeling&GIS-centric, i professori dell’Università Federico II di Napoli afferenti ai Dipartimenti di Ingegneria Civile, edile ed Ambientale (prof. M. Fabbricino) e di Scienze Chimiche – Laboratorio ACE - Analytical Chemistry for the

Environment (Prof. Marco Trifuoggi) Ormai già da qualche anno in alcuni acquedotti italiani si è diffuso il sistema del telecontrollo: anomalie, guasti e rotture vengono infatti immediatamente segnalati sui monitor di una centrale operativa cosicché i tecnici possano azionare i comandi di controllo o, se necessario, far agire le squadre di pronto intervento. La vostra invenzione rappresenta un passo in avanti: non segnala perdite d’acqua ma l’eventuale presenza di sostanze nocive nella rete idrica. In cosa consiste esattamente? E come funziona? La qualità dell’acqua al rubinetto deve essere ottima ed è compito dei gestori del servizio idrico garantirlo. L’acqua infatti prima di essere distribuita è sottoposta a una serie di trattamenti che ne determinano la potabilità. Tra i trattamenti necessari vi è quello della disinfezione nella rete acquedottistica che permette la rimozione dei microrganismi patogeni. Ad oggi, i disinfettanti più utilizzati negli acquedotti sono quelli a base di cloro il cui utilizzo però può determinare la formazione di una serie di sostanze, note come sottoprodotti della disinfezione, che, se presenti oltre certe concentrazioni, possono risultare nocive alla salute umana. I sottoprodotti includono numerose specie chimiche tra cui i trialometani (THMs), ai quali fanno riferimento le normative vigenti nazionali ed europee sulla qualità delle acque potabili, fissando valori soglia per la loro concentrazione, essendo una delle classi più rilevanti. L’invenzione è il primo sistema software per il

Dati acquisiti dalle sonde fisse

Tratto dell'acquedotto Santa Sofia su cui è stata sperimentata l'invenzione

Grazia Fattoruso - Centro di Ricerca Enea di Portici controllo continuo, distribuito e dinamico della concentrazione e della speciazione dei trialometani totali (TTHM) nei sistemi acquedottistici, esso consente di ottenere una stima in tempo reale o previsionale delle concentrazioni dei trialometani lungo l’intero acquedotto, consentendo ai gestori del servizio idrico una gestione tempestiva e mirata di eventuali alterazioni della qualità dell’acqua, e valutando l’impatto della clorazione sulla salute della popolazione. Il sistema funziona attraverso l’utilizzo integrato di diversi strumenti: oltre a reti di sensori (fisse e mobili) e piattaforma multi-modello di simulazione del comportamento idraulico e della qualità delle acque dell’acquedotto, anche tecniche di intelligenza computazionale per l’ottimizzazione dei piani di campionamento (fissi e mobili) e della calibrazione della modellistica numerica. In pratica, prende in ingresso i dati in tempo reale acquisiti sia da sensori fissi distribuiti lungo l’acquedotto che da eventuali operatori in campo in

punti strategici dell’acquedotto; essi sono assimilati dalla modellistica di simulazione che elabora scenari predittivi delle concentrazioni di trialometani in ogni punto della rete acquedottistica, visualizzati tramite una console GIS, sviluppata ad hoc. Quali sono i vantaggi di questa invenzione rispetto ai metodi di controllo tradizionali? Tradizionalmente, il controllo della concentrazione dei trialometani negli acquedotti avviene tramite piani di campionamento periodici e sparsi ed analisi di laboratorio. La variabilità e la dinamicità di un acquedotto richiederebbero un controllo di tali sostanze in tempo reale e in tutti i punti dell’acquedotto. Tuttavia, l’impossibilità di accesso ad alcuni tratti della rete acquedottistica nonché il costo delle analisi di laboratorio non consentono agli enti gestori un monitoraggio e controllo continuo e diffuso. Attraverso questa soluzione, i gestori del servizio idrico sono dotati della capacità di individuare in tempo

Sonda multiparametrica Veolia Kapta2 quasi reale l’alterazione della qualità delle acque ovvero la presenza di concentrazioni elevate di trialometani e quantificare le diverse specie; localizzare i tratti di rete interessati; analizzare l’evoluzione nel tempo e lungo l’intera rete del processo in atto; valutare la risposta del sistema a variazioni del dosaggio di cloro nonché ad altri possibili interventi che modificano l’idraulica del sistema; decidere campagne di misura straordinarie definendo il numero ottimale di punti della rete da campionare e la loro localizzazione; minimizzare quindi gli effetti sulla popolazione servita garantendo la continuità del servizio ed un’acqua sicura. Il brevetto era stato depositato lo scorso giugno, quanto manca per la commercializzazione di questa invenzione? I titolari dell’invenzione, appartenenti tutti a strutture delle ricerca pubblica nazionale, sono disponibili già oggi a valutare ogni ipotesi di trasferimento industriale ad aziende interessate.


L’Italia prima al mondo nella certificazione dei benefici delle foreste Tina Pollice Una vera e propria rivoluzione verde quella presentata i giorni scorsi al ministero delle Politiche agricole. Ben 1.000 ettari di terreno boschivo hanno ottenuto la prima certificazione di tutti i `servizi ambientali´ offerti dall’ecosistema forestale sulla collettività, sia in termini di salute che per il contesto socio-economico. Un vero e proprio modello di valorizzazione delle foreste, replicabile su tutto il territorio nazionale. Ed è così che L’Italia è la prima nazione al mondo a certificare i benefici delle foreste. I 1.000 ettari, “bollinati” dalla scienza, riescono a conservare oltre 220 mila tonnellate di CO2, pari alle emissioni medie annue di più di 110 mila auto, a cui si aggiungono 1.747 tonnellate di CO2 stoccate grazie alla riforestazione. Inoltre migliorano la disponibilità e la potabilità di oltre 1,2 milioni di metri cubi di acqua all’anno, ed evitano l’erosione di 7,5 tonnellate di suolo, mettendo allo stesso tempo a disposizione 458 ettari di area naturale per il tempo libero. L’obiettivo, che prende in considerazione gli impatti positivi offerti dal territorio, dalla biodiversità, dalla mitigazione degli inquinanti nell’aria, dalla pulizia dell’acqua, dalla conservazione del suolo e dalla promozione di attività ricreative, è stato raggiunto

grazie alla collaborazione tra WaldPlus, azienda specializzata nella gestione di foreste, ed Etifor, spin-off dell’università di Padova, che si occupa del calcolo degli impatti positivi per l’uomo. I 1.000 ettari, di cui sono stati calcolati scientificamente i benefici, secondo la procedura di certificazione internazionale del Forest stewardship council (Fsc), si trovano in Veneto, Lombardia e Trentino Alto Adige. Grazie a questo traguardo, si apre un nuovo, importante capitolo nella gestione sostenibile e nella valorizzazione dei boschi e delle loro funzioni in

Italia. L’Italia è, infatti, il primo Paese ad aver ottenuto la certificazione a livello mondiale per tutti e cinque i servizi ambientali presenti nel territorio, i cosiddetti servizi ecosistemici: conservazione delle specie animali e vegetali, miglioramento della qualità e quantità dell’acqua, aumento della stabilità e dei nutrienti contenuti nel suolo, aumento dello stoccaggio e sequestro del carbonio, miglioramento dei servizi turistico-ricreativi. Su 1.000 ettari di area boschiva certificati, 65 ettari, una superficie pari a 108 campi da calcio, sono stati ripristinati grazie a 110.000

nuovi alberi; 40 ettari presentano un suolo più ricco, con effetti positivi sulla diminuzione dell’erosione, sulla fertilità e il miglioramento dell’attività microbica. Gli alberi che crescono nei boschi certificati appartengono a 36 specie diverse selezionate tra quelle che meglio si adattano al contesto locale: il pino silvestre, l’abete rosso, il larice, la quercia, il faggio, il frassino e il nocciolo. Secondo lo studio, un albero, quando ha raggiunto l’età adulta, riesce a catturare 0,65 tonnellate di CO2: questo significa che per catturare le emissioni medie annue di un’auto servono 3 alberi. È una soddisfazione essere stati i primi al mondo a calcolare scientificamente quanto gli alberi siano utili alla nostra vita. Molte persone e aziende hanno compreso l’importante ruolo dei boschi ed investono quotidianamente per migliorarne la gestione. La particolarità di questo approccio consiste nel coinvolgere non solo i gestori forestali, ma anche sponsor privati, acquirenti di servizi ambientali, retailer e aziende perché possano così contribuire al contenimento dei cambiamenti climatici, al miglioramento della qualità del suolo. La certificazione dei servizi ecosistemici Fsc è un valido supporto non solo alla valorizzazione delle funzioni del bosco, ma anche allo sviluppo sostenibile dell’economia locale.

Innovazioni e florovivaismo. Il progetto di ENEA

Il giardiniere virtuale, l’assistente al gardening che tutela la biodiversità Che siate esperti del settore o semplici amanti del verde, da oggi un giardiniere virtuale potrà farvi da assistente. Si tratta dell’Anthosart Green Tool, l’idea nata dal progetto coordinato da ENEA “Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile” mirato ad abbattere i costi di gestione delle aree verdi e il consumo di acqua, oltre che a scoprire tutti i possibili utilizzi alternativi delle piante: dall’alimentazione e l’artigianato al territorio, fino all’arte, alla musica e alla letteratura. In versione app gratuita disponibile anche per smartphone e tablet, il giardiniere virtuale si pone l’obiettivo di

assistere vivaisti, progettisti, amministratori e privati cittadini nella scelta tra le oltre 1.400 specie di piante disponibili nel database tra quelle che si trovano in Italia, al fine di organizzare spazi verdi più adatti all’area geografica e alle peculiarità ambientali. Gli utenti potranno avere a disposizione una grande mole di informazioni che consentono di approfondire il valore ambientale e culturale di ogni specie, garantendo così il rispetto della natura. Questo per favorire uno sviluppo del florovivaismo di qualità che non mina con specie aliene, anzi tuteli la biodiversità del nostro Paese e la tipologia di paesaggi urbani. Il funziona-

mento è semplice. Bisogna inserire alcuni dati come l’area geografica, l’altitudine, la categoria di infrastruttura desiderata (aiuola, giardino roccioso, viale, ecc.), colori preferiti, quantità di luce, umidità e salinità del terreno e comparirà una griglia completa delle specie più adatte e consigli utili. Dichiara Patrizia Menegoni, della divisione Protezione e valorizzazione del territorio e del capitale naturale di ENEA: “La ricchezza della nostra flora, con oltre 7mila specie, e la capacità di adattamento alle diverse caratteristiche ambientali del territorio, offre grandi opportunità per la progettazione del verde e risponde anche alle

esigenze di diversificazione dell’offerta del settore vivaistico. Giardini, bordure, aiuole, tetti e pareti verdi potranno divenire luoghi di collegamento tra le infrastrutture verdi e il paesaggio naturale per riportare la natura in città e costruire un verde urbano più sostenibile, migliorando anche la qualità

della vita e il benessere delle persone”. La ricerca è stata condotta in collaborazione con Forum Plinianum e Società Botanica Italiana, finanziata dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e presentata all’importante fiera internazionale “My Plant & Garden - International Green Expo”. A.E.


La presenza di pesticidi in alta montagna I ghiacciai come accumulatori di contaminanti trasportati in atmosfera Rosario Maisto Utilizzati in pianura e rinvenuti in alta montagna, alcuni pesticidi per l’agricoltura possono minacciare le larve di insetti dei torrenti glaciali alpini: questo è quanto sostiene lo studio dell’Università di Milano-Bicocca, sulla presenza nei ghiacciai Alpini di una selezione di pesticidi usati regolarmente su larga scala. Grazie all’analisi di una carota di ghiaccio prelevata dal ghiacciaio, nel massiccio del Monte Rosa, è stato possibile evidenziare una forte correlazione tra gli usi, dal 1996 a oggi, dell’insetticida chlorpyrifos e dell’erbicida terbutilazina nelle aree agricole italiane limitrofe alle Alpi e le quantità ritrovate nella massa glaciale. I ricercatori, inoltre, hanno raccolto e analizzato campioni di acqua di fusione da sei ghiacciai alpini, Lys nel Monte Rosa, Morteratsch nel Massiccio del Bernina, Forni nel gruppo dell’Ortles Cevedale, Presena nel gruppo della Presanella, Tuckett nel gruppo del Brenta e Giogo Alto nel gruppo del Palla Bianca Similaun, nei quali lo scioglimento primaverile del manto nevoso determina il rilascio dei contaminanti immagazzi-

nati. Questi dati ottenuti hanno rivelato la presenza in tutto l’arco alpino e non solo, di alcuni pesticidi appartenenti alle categorie degli insetticidi ed erbicidi, confermando così il ruolo dei ghiacciai come accumulatori di contaminanti trasportati in atmosfera e evidenziando una connessione con gli usi agricoli nelle aree limitrofe alle Alpi e luoghi circostanti. La valutazione del rischio ecologico per la comunità acquatica dei torrenti glaciali alpini indica una situazione

di rischio per le concentrazioni dichlorpirifos superiori di quasi cento volte rispetto al valore soglia presenti nelle acque di fusione di alcuni ghiacciai. La comunità a rischio è quella dei macro invertebrati, tra i quali i gruppi faunistici più frequenti sono gli insetti, in particolare chironomidi tra cui le specie Diamesa cinerella e Diamesa zernyi. L’entità della contaminazione e la sua distribuzione, evidenziano l’esigenza

di aggiornare le procedure di valutazione del rischio ecologico che considerino anche il trasporto atmosferico a media distanza, questo è trascurato, ma di fondamentale importanza per la concessione dell’autorizzazione ministeriale alla messa in commercio del prodotto fitosanitario, per proteggere le comunità acquatiche non solo alpine ma di tutto il mondo, perché il rispetto della vita viene proprio dall’acqua, quindi cerchiamo di preservarla!

Il “viaggio” dei microbatteri in mare Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31marzo 2019 - Anno XV, N.6 Edizione chiusa dalla redazione il 31 marzo 2019 DIRETTORE EDITORIALE

Luigi Stefano Sorvino

DIRETTORE RESPONSABILE

Pietro Funaro

CAPOREDATTORI

Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli

IN REDAZIONE

Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro

GRAFICA E IMPAGINAZIONE

Savino Cuomo

HANNO COLLABORATO

I. Buonfanti, A.Celentano, F. D’Apice, F. De Capua, G. De Crescenzo, L. De Maio, A. Esposito, R. Funaro, B. Giordano, G. Loffredo, R. Maisto, D. Monaco, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice

SEGRETARIA AMMINISTRATIVA

Carla Gavini

DIRETTORE AMMINISTRATIVO

Pietro Vasaturo

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Si spostano utilizzando le particelle di plastica presenti nell’acqua I batteri possono viaggiare per migliaia di chilometri via mare e raggiungere la costa di un altro paese utilizzando le minuscole particelle di plastica che l'uomo ha disseminato nel mondo. Sulla superficie di questo materiale, infatti, pensato proprio per resistere agli agenti atmosferici e per molto tempo, i patogeni creano un biofilm nel quale riescono a convivere insieme a tante altre comunità microbiche. I ricercatori hanno analizzato i minuscoli detriti di plastica in varie spiagge scoprendo che il 45% di questi era contaminato dal batterio Escherichia coli e il 90% dal Vibrione, entrambi possono causare problemi intestinali nell'uomo, con conseguenze più gravi sulle fasce più deboli, come bambini e anziani. Insomma, ci sono molte probabilità del fatto che la plastica possa ospitare non solo queste comunità ma svariati tipi di batteri, ora infatti, i ricercatori dovranno confermare le prove che si sarebbero potuti trovare diversi altri organismi. Tutto questo, aggiunge un’altra preoccupazione per la salute dei nostri mari e dell'ambiente in generale, ma niente batte come inquinante il pellet di plastica. Queste

minuscole perline colorate che troviamo in tutte le spiagge, soprattutto in inverno quando non vengono pulite ogni mattina, sono la base con la quale l'industria realizza tanti oggetti di plastica, come le bottiglie e i recipienti di detersivi, bibite o vernici. Hanno la forma di minuscoli granuli per poter essere trasportati più facilmente in container dai quali, a volte, fuoriescono contaminando l'ambiente marino e costiero. Il fatto che siano così colorati e attraenti pone un altro pericolo, i bambini tendono a metterli in bocca, creando un ulteriore motivo di preoccupazione e finiscono inoltre anche nello stomaco di molte specie marine, inclusi i pesci che mangiamo. I batteri arrivano in

mare in tanti modi, dagli scarichi agricoli che contengono i liquami degli animali da allevamento, oppure dagli scarichi delle nostre fogne, soprattutto in caso di forti piogge, nei paesi meno sviluppati questi batteri possono proliferare a causa di reti fognarie insufficienti, una volta raggiunti i fiumi e il mare, questi patogeni possono entrare in contatto con la plastica e legarsi. Al momento non è ancora possibile calcolare per quanto tempo questi batteri riescano a sopravvivere in acqua e senza essere intaccati dal sole ma questo scenario potrebbe portare a una diffusione di nuove malattie nell'ambiente marino e delle alghe tossiche. R.M.


Il complesso architettonico della Maddalena Da convento ad ospedale psichiatrico, ad Aversa un tesoro sepolto dall’indifferenza Antonio Stabile Il complesso della Maddalena ad Aversa fu fondato per volere di Carlo I d’Angiò fuori le mura angioine, presso l’antica porta di San Nicola. La sua destinazione, citata in alcuni documenti con la denominazione di Hospitale Leprosorum S. Mariae Magdalenae, era finalizzata alla cura e all’assistenza dei malati di lebbra. Secondo alcune fonti il complesso era gestito dai Cavalieri di San Giovanni che all’epoca amministravano una buona parte dei lazzaretti d’Europa poiché il morbo costituiva una malattia diffusa in tutti i paesi europei. Dopo 150 anni dalla sua fondazione, nel 1420, la struttura fu dismessa per la diminuzione del numero dei malati e per il trasferimento parziale del lebbrosario a Sant’ Eligio, di ciò ne approfittarono i Frati Minori conventuali che si insediarono e la ampliarono fino a trasformarla in un convento. Nell’anno 1430 il nobile aversano Jacopo Scaglione fece costruire il chiostro, ove un altro aversano, il vicario generale Angelo Orabona, aggiunse il pozzetto marmoreo centrale riportante una cicogna, stemma del suo casato.

Nel 1707 nella chiesa furono avviate opere di restauro continuate fino al 1777. I frati risedettero nella struttura fino al 1813 (dunque per ben 393 anni), fino a quando un

decreto designò il complesso come “Ospedale dei pazzi” ed essi si trasferirono nel convento di San Domenico. Il 5 maggio 1813 venne quindi inaugurata la Real Casa Dè Matti, primo manicomio d’Italia e secondo in Europa, opera del francese Gioacchino Murat, con il trasferimento di quaranta degenti dall’ospedale degli Incurabili di Napoli. Le cure praticate nel plesso risultavano essere all’avanguardia, con nuovi metodi terapeutici che davano ai malati notevoli giovamenti e guarigioni, questo conferì all’istituto una considerevole fama in tutta Europa, tanto da essere visitato da sovrani

e da noti uomini di scienza attirati dalla curiosità di questi nuovi metodi curativi. La sua chiusura avvenne nel 1980 con la Legge Basaglia. La chiesa della Maddalena conserva ancora oggi l’impianto angioino a un'unica navata con altari laterali, la navata centrale che si conclude con il transetto formato da due cappelle laterali e una terza che costituisce il vano absidale. Su un alto tamburo si sviluppa la cupola sormontata da un lanternino, il tamburo cilindrico è impostato su 4 archi, collegati a 4 pennacchi sferici illuminati da otto finestroni. All’interno della chiesa sono

presenti innumerevoli opere artistiche di notevole valore, in particolare quelle attribuite a Giovanni da Nola, tra cui il gruppo scultoreo dell’altare maggiore “la Vergine e il Bambino” circondati da angioletti e le statue di San Pietro e San Paolo inserite nelle nicchie laterali su due semicolonne doriche. Altro pregio è il sarcofago marmoreo di Pietro Lamberti costruito dal fratello Pirro (1555) che riporta “il Lamberti che giace con in mano un libro aperto” sul lato opposto è presente il sarcofago marmoreo di Angelo Orabona con inciso lo stemma del casato. Altra perla del complesso della Maddalena è il chiostro realizzato con pilastri di pietra grigia che sorreggono archi a tutto sesto con volte affrescate con episodi della vita di San Francesco. Al suo centro è situato un pozzo marmoreo, chiamato il pozzo di San Bernardino in onore del santo che venne ospitato nel monastero. Ad oggi vi sono testimonianze di un ricco patrimonio di sculture e tele pregevoli, molte delle quali versano in uno stato di totale abbandono.


Il Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima 2030 Fabiana Liguori Lo scorso 20 marzo è stato presentato dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa e dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio il Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima 2030 e il portale di consultazione connesso (www.energiaclima2030.mise. gov.it). Il Piano è stato inviato l'8 gennaio scorso alla Commissione europea in forma di Proposta, come previsto dal Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio 2016/0375 sulla Governance dell'Unione dell'energia. Il nuovo documento programmatico costituisce lo strumento con cui ogni Stato, in coerenza con le regole europee vigenti e con i provvedimenti attuativi del pacchetto europeo energia e clima 2030, stabilisce i propri contributi agli obiettivi europei sulla de carbonizzazione, sull'efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili e quali sono i propri obiettivi in tema di sicurezza energetica, mercato interno dell'energia e ricerca, innovazione e competitività. Secondo il ministro Di Maio: “Il cittadino viene finalmente messo al centro di questa transizione energetica, diventando egli stesso parte attiva del processo di produzione. Destinatari e artefici di questa nuova politica sono quindi i singoli e le imprese, che insieme a tutti gli stakeholder del settore potranno inviare le loro proposte attraverso la piattaforma web per la consultazione pubblica che diventa anche uno strumento di dialogo”. Il Governo italiano punta ad abbattere la dipendenza dalle fonti fossili di energia e la conseguente importazione dall’estero, sostituendola con la produzione interna di energia rinnovabile: "Il Piano consentirà all’Italia di ridurre entro il 2030 le proprie emissioni nel settore della grande industria e della produzione elettrica del 56%, rispetto al 2005, a fronte di un obiettivo europeo del 43%. Mentre negli altri settori, quali i trasporti terrestri, il civile e l’agricoltura, al realizzarsi dei benefici attesi

dall’attuazione delle politiche e misure individuate, si supererà l’obiettivo del -33% fissato dall’Unione Europea, raggiungendo circa il -35% entro il 2030; altro grande obiettivo sarà perseguire una copertura dei consumi finali lordi di energia da fonti rinnovabili del 30% rispetto all’attuale 18%”. Anche il ministro Costa, durante il suo intervento ha sottolineato l'importanza del Piano, frutto di una collaborazione e di un impegno condiviso da parte di tre Ministeri (Mise, Mattm e Mit): "con ogni miliardo speso nella carbonfossile si producono statisticamente 5 mila posti di lavoro, per ogni miliardo speso nelle energie rinnovabili i posti sono 15 mila. Dobbiamo fare in modo che la nostra transizione energetica sia equilibrata, sì in

un tempo stabilito ma graduale affinché chi proviene dal vecchio sistema produttivo non rimanga indietro ma riesca a mettersi al passo e a trasformare ed arricchire la propria professionalità di nuove opportunità". Secondo molti addetti ai lavori ed esperti in materia di energia e cambiamenti climatici, alla luce degli Accordi di Parigi sul clima, il primo obiettivo che ogni Paese dovrebbe proporsi oggi è una rapida transizione energetica e il Piano proposto dal Governo non prevede e non propone una drastica riduzione dell’uso dei combustibili fossili, né una forte espansione delle rinnovabili. Inoltre, non accenna alla necessità di facilitare, con opportune infrastrutture, la mobilità pedonale e ciclistica. Come si evince anche dal documento pubbli-

cato dagli scienziati di Energia per l’Italia a commento del Piano di Governo: “C’è un ossequioso rispetto per gli obiettivi che l’UE si è data per il 2030, ma non ci sono idee originali e tantomeno proposte concrete per andare oltre quegli obiettivi, come converrebbe ad un Paese come l’Italia che ha abbondanti energie rinnovabili, una affermata industria manifatturiera, scarsissimi combustibili fossili, forte dipendenza energetica dall’estero e che è molto colpita nella sua vocazione turistica e culturale dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento”. Bisognerebbe finalmente capire che per avere energia abbiamo “bruciato” più di quello che si poteva “bruciare”, che l’agricoltura deve essere utilizzata solo per l’alimentazione e che il futuro è nell’energia elet-

trica rinnovabile. “Quello proposto dal Governo è un Piano che sembra non rendersi conto che la transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è non solo necessaria, ma inevitabile e che assecondarla e anticiparla è una grande opportunità di crescita economica e riduzione dei costi causati dagli impatti ambientali e climatici”. Le perplessità diffuse sulla "concretezza" e efficienza del Piano italiano sembrano assumere forma anche a livello europeo. Al Consiglio europeo terminato pochi giorni fa a Bruxelles, infatti, i leader dell'Ue non hanno dato voce al cambiamento di rotta che tutti si aspettavano, soprattutto i milioni di studenti e giovani che in tutto il continente sono scesi in piazza per chiedere politiche adeguate a contrastare il surriscaldamento del Pianeta. Sul clima, infatti, i 28 leader hanno scelto ancora di non decidere, intrappolati dai veti degli Stati. E stavolta è stata la Germania a bloccare la decarbonizzazione, insieme a Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, paesi dove l'industria del carbone è ancora forte. L'Italia non ha preso posizione, Giuseppe Conte ammutolito. Secondo Emmanuel Macron: “Il compromesso trovato a Bruxelles è altamente insufficiente, non risponde con chia-

rezza agli impegni assunti a Parigi nel 2015, né alle sfide identificate scientificamente dai migliori esperti, né alla legittima impazienza dei giovani”. La Francia era favorevole, insieme ad altri 8 Stati: Spagna, Olanda, Portogallo, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Finlandia, Belgio. Sono stati messi in minoranza dagli altri paesi: i contrari e gli ignavi. Nei fatti, il vertice Ue non è riuscito a mettere tutti d’accordo sul sostegno alla strategia di lungo termine proposta recentemente dalla Commissione europea, che prevede di raggiungere la cosiddetta “decarbonizzazione” (“carbon neutrality”) per tutta l’Ue entro il 2050: ovvero un’economia in cui le emissioni climalteranti residue, dopo le riduzioni massicce programmate negli anni precedenti, saranno pienamente compensate e quindi “neutralizzate” da bacini di assorbimento (“carbon sink”), foreste e parchi urbani. Furiosi gli ambientalisti. La "riluttanza di Germania e Italia e l'opposizione di Polonia, Ungheria e Repubblica ceca" hanno impedito l'adozione di un piano per la piena decarbonizzazione dell'economia al 2050", recita una nota di Greenpeace Europa. "Orgoglio" Italia, bella, fiera e unita sulla sua comoda e silenziosa poltrona del non fare.


La nostra Terra chiede aiuto per il cambiamento climatico Anna Paparo È davvero inarrestabile il cambiamento climatico. Basti pensare al continuo scioglimento dei ghiacciai con il conseguente innalzamento del livello dei mari, passando per le ondate di siccità e di calore fino ad arrivare alla crescente concentrazione dei gas serra, all’aumento progressivo e impellente delle temperature medie, concludendo con i rischi della salute umana e di tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta. In pratica ci troviamo di fronte a un vero e proprio quadro apocalittico, dove bisogna al più presto intervenire. E non hanno perso tempo tutti gli enti di ricerca e le varie organizzazioni internazionali a porre l’accento sulla gravità della situazione lanciando continui allarmi ribadendo la tempestiva necessità a trovare una soluzione a riguardo senza mezzi termini né tanto meno mezze misure. Tanto che il 15 marzo, grazie all’impegno e alla tenacia di una ragazza svedese di soli

sedici anni, Greta Thunberg, è stato indetto uno sciopero generale coinvolgendo gli studenti di tutto il mondo per cercare di ottenere un reale impegno dalle istituzioni con la messa in atto di fattibili soluzioni al problema.

Grazie al suo Global Strike – questo il nome di battesimo della manifestazione - la piccola grande Greta è diventata ora simbolo di una generazione che è stanca di stare a guardare la lenta agonia della Terra. Grazie alla sua capar-

bietà, è ora candidata al Premio Nobel per la pace. Come abbiamo potuto ascoltare e leggere attraverso i media, le conseguenze del cambiamento climatico in atto sono diverse e sono state sottolineate più e più volte, ma al

momento non si sono ancora visti risultati positivi. Prendendo di mira le temperature in continuo aumento, l’ONU fa la sua parte invitando tutti a mettere in atto “misure senza precedenti”. A ciò va collegata l’emissione senza precedenti di gas serra, indicati come i principali responsabili della “febbre” del pianeta, coinvolgendo in un effetto domino senza precedenti i ghiacciai che ai poli stanno diminuendo di spessore, che nell’arco degli ultimi 50’ anni è calato del ben 30 per cento. Ma l’ONU non si è fermato qui, stilando una lista nera in cui compaiono le disastrose conseguenze sull’uomo e sulla natura: gli eventi estremi registrati, come terremoti, tsunami e incendi, sono in continuo aumento, facendo registrare 10.733 vittime. Numeri alquanto agghiaccianti, che non lasciano alcun margine di speranza senza un pronto intervento. Quindi, chi ha tempo non aspetti tempo: la Terra chiede aiuto!

Best Climate Solutions 2018 Premiato il miglior progetto di comunicazione sui cambiamenti climatici Bruno Giordano Nella prestigiosa cornice del Festival for the Earth a Venezia, presso l’Hotel Ca’ Sagredo, alla presenza di personalità autorevoli nel campo del giornalismo e della scienza, il Premio Pulitzer Daniel Fagin, il climatologo di fama mondiale Nigel Tapper, il portavoce della Commissione Europea per l’Ambiente Enrico Brivio, il direttore del National Geographic Italia Marco Cattaneo, è stato assegnato il premio Best Climate Solutions 2018, co-prodotto da Fondazione CMCC - Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e Festival per la Terra, al network Climate Without Borders. È premiato chi combatte false notizie e catastrofismi

con competenza, approfondimento ed equilibrio, che sono i cardini della buona comunicazione e punti di forza del miglior progetto di comunicazione in tema di cambiamenti climatici. Il Climate Without Borders è un progetto innovativo che mette insieme una rete internazionale di presentatori meteo, che davanti alle telecamere cercano il linguaggio migliore per attenzionare il grande pubblico sul cambiamento climatico. Un progetto con grande potenziale, un’iniziativa che riconosce il bisogno di opportunità di formazione per coloro che hanno il compito di raccontare il meteo sui media, e metterli nelle condizioni di imparare di più sulle connessioni tra scienza, comunicazione, politiche e iniziative

sul clima. Gli altri due progetti che hanno ricevuto la menzione speciale della giuria del premio sono stati Climate Feedback, una rete internazionale di scienziati che analizza l'informazione sul clima diffusa dai principali media, con l'obiettivo di aiutare i lettori a sapere di quali notizie fidarsi, e Climate Tracker che coinvolge oltre settemila giovani giornalisti in più di 150 paesi, seguendo la convinzione che, con l'adeguato supporto, ogni persona possa diventare una voce influente sul tema dei cambiamenti climatici. I tre progetti sono giunti sino alla fine del concorso che ha visto la partecipazione di oltre 100 candidature provenienti da oltre 20 Paesi. La grande partecipazione e la qualità delle idee in gara

hanno mostrato crescente sensibilità, consapevolezza e interesse sul tema, soprattutto da parte delle giovani generazioni, che, vanno oltre il sensazionalismo ed il catastrofismo.

I premi, del valore di 3000 euro per il vincitore e 1000 euro ciascuno per le menzioni speciali, sono stati messi a disposizione da Greenfid, main partner di Festival per la Terra.


Greta Thunberg e il Global Strike for Future Tutti in piazza per il futuro e la lotta ai cambiamenti climatici Cristina Abbrunzo Venerdì 15 marzo 2019 resterà per sempre una data da ricordare. Studenti di tutto il mondo sono scesi in piazza, anche in Italia, per far sentire la propria voce, soprattutto ai capi di Stato e di governo, a cui chiedono impegni concreti contro i cambiamenti climatici. Si tratta del Global strike for future, una manifestazione globale che ha ricevuto l'adesione di 98 Paesi e arriva dopo mesi di manifestazioni, organizzate ogni venerdì, in diverse città, di ogni continente, nei #FridaysForFuture lanciati dalla 16enne svedese Greta Thunberg, simbolo mondiale di questa protesta. Ma facciamo un passo indietro. Tutto è iniziato qualche mese fa su iniziativa di un'adolescente svedese rimasta sconvolta dagli incendi devastanti e dalle temperature record che, lo scorso anno, hanno colpito il suo paese. La ragazza ha deciso, quindi, di manifestare ogni venerdì sotto il Parlamento di Stoccolma per protestare contro la scarsa ambizione delle attuali politiche sul clima. Nel corso delle successive settimane, anche grazie ai social, questo suo gesto è diventato virale e, studenti di tantissimi paesi del mondo, si sono uniti a Greta e la sua protesta, disertando anche loro la scuola, ogni venerdì, per chiedere provvedimenti più efficaci nella lotta ai cambiamenti climatici. Sono nati così i cosiddetti #FridaysForFuture, diffusi a macchia d’olio ed arrivati anche in Italia. La speranza di Greta e di tutti gli attivisti di FFF è che, di fronte a una diffusione così virale della protesta, i governi occidentali, i maggiori responsabili dell’emergenza clima, si convincano che, se non le danno la priorità che merita, nel giro di pochi decenni, non sarà più possibile tornare indietro. Un movimento planetario guidato da una ragazzina. Che ora, secondo molti, merita il Premio Nobel per la pace mentre, nel frattempo, in Svezia, è stata già nominata donna dell’anno. Treccine bionde, viso pulito e angelico, Greta – con la sua

storia personale di giovane affetta da sindrome di Asperger - ha grinta e carattere da vendere. Al punto che non ci ha pensato due volte a rimproverare (a più riprese) i leader mondiali per la scarsa cura che hanno del pianeta. Sul clima "non voglio che speriate, vi voglio vedere nel panico”, ha detto , dura e incisiva, ai leader mondiali presenti in sala in occasione della Conferenza sul clima dell’Onu, dove ha tenuto un appassionato discorso accusandoli di comportarsi come “bambini irresponsabili, non abbastanza maturi da dire le cose come stanno”. Il mondo si è definitivamente accorto di lei e Greta è diventata una vera e propria icona. Di cosa? Di coraggio, di consapevolezza, di azione. Ma come spesso capita la notorietà porta con sé un prezzo da pagare. Da mesi sotto i riflettori, c’è anche chi la contesta e pesantemente. C’è chi si chiede cosa una ragazzina di 16 anni ne possa sapere, tecnicamente, di crisi climatica. Chi punta il dito sulla sua condizione di ragazza affetta dalla sindrome di Asperger e di come, per questo motivo, possa risultare effettivamente interessata alla causa del riscaldamento globale. E c’è chi la trova una figura strumentalizzata per chissà che trovata

pubblicitaria o pianificata a tavolino e costruita mediaticamente per favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde. Nella solita “Italietta” ,invece, ha cominciato la ex cantante Rita Pavone, che l’aveva attaccata con un tweet descrivendola inquietante con le sue treccine e il suo sguardo strano, seguita poi dall’opinionista Maria Giovanna Maglie, che in un’intervista ad un programma radiofonico aveva dichiarato: “Adesso non si può più dire male di Greta perché mi hanno detto che ha la sindrome di Asperger, cioè è malata di autismo, allora a quel punto il politically correct e anche il buon senso mi vietano di dire quello che avrei detto se fosse stata sana: che l’avrei messa sotto con la macchina”. E ci sta pure che di fronte all’archetipo perfetto del “capo dei buoni" - giovane, donna, con disabilità: mancava solo fosse nera e omosessuale - si scatenasse un’onda di cinismo

uguale e contraria all’idolatria messianica di chi già candida Greta al Nobel per la Pace: chissà chi c’è dietro, chissà da dove viene, chissà dove finiremo se ascoltiamo le sue bislacche giaculatorie contro i potenti o il suo stile di vita da fricchettona che non viaggia in aereo e non mangia animali. Ci sta: esplicitare dissenso è la base dei nostri sistemi democratici. Sfugge, tuttavia, quale sia l’aspetto di critica nel dichiarare di voler investire una minorenne. Una minorenne con disabilità. Una minorenne con disabilità che lotta per le sue idee, forte di un ambiente circostante che, evidentemente, invece di emarginarla, la supporta e la incoraggia ad affermare con ogni mezzo le sue convinzioni. No, la battuta non fa ridere. E non perché le persone con disabilità non possano essere criticate, ma, la critica è tale, se va di pari passo con il rispetto dell’interlocutore. Anche perché la sindrome di

Asperger non è una malattia, ma una neurodiversità. Il cervello di chi ha la sindrome di Asperger funziona su canali diversi, ha un modo di recepire e elaborare le informazioni diverso dalla maggioranza (neurotipicità), ma il quoziente cognitivo degli Asperger non è deficitario, ma nella media o superiore a quello della maggioranza. Piuttosto, ahimè, l’ignoranza e il cattivo gusto, quelle sì che sono malattie. Per cui smettetela di parlare di Greta e ascoltate quel che chiedono lei e milioni di giovani. Il grido delle piazze del 15 marzo era uno solo: politici, ascoltate gli scienziati. E fate qualcosa per evitare che l’aumento delle temperature diventi irreversibile. Peccato quindi per quel plotone di commentatori che hanno scambiato Greta per un fantoccio qualunque, uno di quei leader senza idee, né ideali, in cerca di cause popolari per poter sopravvivere politicamente. E non, invece, l’innesco accidentale di un movimento globale che da lei prescinde e che aveva bisogno solamente di una cornice simbolica per potersi diffondere a macchia d’olio in tutto il mondo. Greta e i giovani di mezzo mondo, banalmente, stanno chiedendo alla politica di non voltarsi dall’altra parte, per inerzia o ignavia, di fronte all’unica sfida davvero epocale che ha di fronte. Di questo dovremmo parlare. Di come fare. Non delle treccine di Greta. Questa ragazzina, a modo suo, il mondo l’ha salvato. E non perché da tutto questo clamore si otterranno, forse, risposte concrete e attive. E non perché risolverà di colpo il dramma dei cambiamenti climatici. Greta ha salvato il mondo dall’indifferenza, dalla passività e smosso un incredibile numero di coscienze. Forse il fatto che un’attivista donna non-neurotipica di 16 anni abbia la forza e l’energia per rendere questa cosa possibile a livello globale è il problema che tormenta i suoi sedicenti critici. Polemiche e polveroni a parte, e addirittura Greta a parte, resta il fatto che quelle piazze piene di manifestanti in tutto il mondo sono state già una vittoria per la società civile.


É stato un inverno caldo e secco al Nord Italia, freddo e piovoso al Sud Gennaro Loffredo Con l’ingresso della primavera, anche dal punto di vista astronomico (20 Marzo), è possibile dare una valutazione finale della stagione invernale 2018/19 appena conclusasi. Nel suo complesso l’inverno ha mostrato un quadro abbastanza diverso rispetto alle attese. Le proiezioni stagionali indicavano agli esordi della stagione una fase più fredda su tutta l’Italia e su gran parte del continente europeo centrale ed orientale, cosa che è avvenuta solo in parte. L’anomala ed ingombrante presenza di un’area di alta pressione sull’Europa centrooccidentale (grafico sotto) ha praticamente deviato il normale decorso delle perturbazioni atlantiche, che sono state costrette così a scorrere a latitudini elevate. Per i suddetti motivi le piogge, che generalmente bagnano la nostra penisola durante la stagione invernale, sono venute a mancare (salvo brevi episodi) soprattutto sul versante tirrenico e sulle regioni settentrionali. Il mese di Feb-

braio è stato il mese più siccitoso del trimestre invernale. Il nord ovest, in particolare, si è trovato dinanzi ad una grave carenza idrica. La poca neve caduta sulle Alpi potrebbe aggravare la situazione in vista della stagione estiva. Il Po è ai minimi storici, così come tanti altri fiumi e laghi delle regioni occidentali italiane. Francia e Penisola Iberica sono stati funestati da venti secchi e da incendi e la Gran Bretagna ha registrato temperature eccezionalmente miti. Se da una parte tale circolazione ha sfavorito una zona, dall’altra invece i fenomeni si sono concentrati sempre sulle stesse aree. Le regioni meridionali e parte del versante adriatico, così come il sud-est Europa, sono state ripetutamente interessate da masse d’aria più fredda ed instabile di matrice polare, in discesa lungo il bordo orientale dell’anticiclone. Su queste zone le piogge e le nevicate sono cadute ad intervalli regolari, garantendo il normale svolgimento delle attività invernali. La regione Campania è stata la zona di

Anomalia pressoria sull’Europa da Dicembre 2018 a Febbraio 2019 spartiacque tra due circolazioni opposte e di conseguenza ha subito in maniera alterna prima l’una, con lunghe fasi di bel tempo e di clima più mite (Dicembre e prima parte di Febbraio), e poi l’altra con periodi di freddo intenso e neve, anche a quote basse (soprattutto a Gennaio e fine Febbraio). Il quadro termico, di conse-

guenza, è stato al di sotto della norma al sud Italia, ma anche in Grecia e nel nord Africa. Surplus pluviometrici sono evidenziati soprattutto sulla Sicilia che dalla scorsa estate sta vivendo uno dei periodi più piovosi di sempre. Ma come evolverà la situazione meteorologica dei prossimi due mesi primaverili? Secondo le ultime emissioni

dei centri di calcolo, l’avanzare della stagione potrebbe dare il via a imponenti scambi meridiani, i quali darebbero vita a situazioni potenzialmente più instabili soprattutto al centro sud, ma con possibile coinvolgimento anche del nord. La primavera riuscirà ad attenuare la grave siccità che affligge il nord?

Nuova Delhi: il murales fatto di smog Alessia Esposito L’arte che incontra l’ambiente. Il connubio in un murales di trecento metri quadrati in India, a Nuova Delhi, presentato recentemente dall’artista visivo italiano Andreco. L’opera, che intende rappresentare l’inquinamento atmosferico, è stata realizzata utilizzando proprio l’inquinamento atmosferico. Come? Tramite un inchiostro prodotto a partire dallo smog. L’opera si inserisce come quinta tappa del più ampio Climate Art Project, progetto itinerante che promuove l’attenzione al cambiamento climatico in tutto il mondo unendo arte, scienza e ambiente. Un progetto nato nel 2015 in occasione della Cop 21, la Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite. Il Climate Art Project ha già fatto tappa in

Portogallo e a Venezia per le Biennali di Arte 2017 e Architettura 2018; ora si ferma non a caso a Nuova Delhi, una delle città maggiormente afflitte dal problema dell’inquinamento. Il murales di Andreco, presente nel Lodhi Art District, Lodhi Colony, è parte dell’urban art festival St+art Delhi 2019 ed è prodotto da St+art India Foundation in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Delhi e supportato da diverse organizzazioni come Asian paint e Air Ink. L’opera traspone artisticamente i dati sull’inquinamento atmosferico e le Nature Based Solutions, ovvero i metodi basati sui processi naturali per risolvere i problemi generati dall’impatto dell’uomo. Raffigura simbolicamente fumi tossici e gas serra causati dalle emissioni industriali, dai mezzi di tra-

sporto e dai roghi rifiuti, accanto a un ambiente salubre. Il passaggio viene rimarcato da un albero vero, posto al centro del muro. A completare il lavoro, intrecci di figure simboliche con formule chimiche, grafici e dati forniti dai centri di ricerca che formano un'unica immagine concettuale dal forte impatto visivo. Andreco, nato a Roma, è dottore di ricerca in Ingegneria Ambientale sulla sostenibilità urbana ed ha all’attivo un post dottorato sulle Nature Based Solutions. Le ricerche scientifiche si integrano oggi con la ricerca artistica per un approccio multidisciplinare che analizzi il rapporto tra spazio urbano e paesaggio naturale e tra l'uomo e l'ambiente in tutte le sue declinazioni, sensibilizzando, grazie all’arte, l’opinione pubblica.


L’architettura organica di Bruce Goff Strutture specificamente calibrate sulle esigenze di coloro a cui erano destinate Antonio Palumbo «Ogni idea che può essere pensata nei nostri tempi può essere realizzata nei nostri tempi»: si può certamente affermare che quest’espressione definisce il tratto distintivo e la sintesi di tutta l’opera professionale e creativa ed il testamento architettonico di Bruce Goff, che Charles Jencks ha definito il “Michelangelo del kitsch”. Statunitense, nato nel Kansas (Alton, 1904) e scomparso nel 1982, Goff non seguì un’istruzione accademica e scelse convintamente la “strada organica”, elaborando, nel corso della sua lunga carriera, più di 500 progetti (di cui 140 realizzati). Collaborò con Frank Ll. Wright, ma quando questi gli offrì di lavorare per lui (peraltro, con il prestigioso ruolo di primo assistente del suo studio) rifiutò l’offerta del grande maestro, in quanto non gradiva operare in una posizione di subalternità, la quale certamente non gli avrebbe permesso di esprimere appieno le proprie idee: da questo punto di vista, è bene sottolineare che la generazione di architetti cui appartenne Goff dovette immancabilmente confrontarsi col genio e col carisma professionale di Wright, ma egli - a differenza di molti di essi - non ne subì affatto l’influenza e, anzi, reinterpretando in modo del tutto originale il concetto di “architettura organica” appreso dal caposcuola, arrivò ad elaborare architetture particolarissime e specificamente calibrate sulle esigenze di coloro a cui erano

destinate. Eccezion fatta per i lavori giovanili - riconducibili ad uno stile che si colloca tra la tarda Art Nouveau e la Secessione Viennese e che non potevano non risentire dell’influenza del grande maestro di Richland Center - le realizzazioni più mature di Goff, invece, lo affrancano completamente dall’opera e dallo stile del suo caposcuola, caratterizzandosi per una singolarità che, non di rado, diviene estrema. Gli straordinari impianti planimetrici di Goff - dei quali è stata pubblicata un’importante rassegna nella monografia “Bruce Goff in Architecture”, redatta da Takenobu Mohri ed edita dal Kenchiku Planning Center

di Tokyo - sono realmente, come ebbe ad affermare Herb Greene, «affascinanti come quelli delle chiese barocche siciliane» e sembrano «derivare da un mondo multiforme». Così, ad esempio, la Bavinger House - realizzata a Norman, in Oklahoma, tra il 1951 e il 1955, per la coppia di artisti Eugene e Nancy Bavinger rappresenta uno degli edifici più particolari di Goff ed una sorta di ‘summa’ dei principi organici da lui teorizzati. In risposta alle esigenze dei coniugi Bavinger, che gli chiedono uno spazio aperto e continuo per sé e per i loro due figli, Goff progetta un unico contenitore, che si genera e si eleva a partire da una spirale

centrale sostenuta da un albero in acciaio e da alcuni cavi ai quali è collegata la copertura in sospensione. Internamente giardini e vasche d’acqua irregolari occupano il piano terra insieme alla cucina e alla sala da pranzo. Tutti i materiali sono scelti, utilizzati ed assemblati dal progettista in modo sorprendente. Tra essi si annoverano pezzi di produzione navale e aeronautica, un autocarro, 6 macchine da cucire, frammenti di roccia e un albero di noce colpito da un fulmine: e questi sono solo alcuni dei singolari elementi utilizzati da Goff nella realizzazione di questo fantastico edificio dalle imprevedibili

combinazioni di colori e texture e dalle sistemazioni anticonvenzionali degli spazi interni, «fatto più per le emozioni spirituali che per la vita quotidiana». In memoria dell’estroso architetto di Alton, il regista e scrittore tedesco Heinz Emigholz, nel 2002, ha realizzato in 40 giorni il documentario dal titolo “Goff in the desert” (poi presentato al Festival di Berlino del 2003): una sorta di videocatalogo in cui vengono presentati più di 60 edifici tutti di sorprendente e straordinaria fattura - progettati e realizzati dal grande maestro statunitense nel corso dei suoi 66 anni di impegno professionale.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Tiberio Cavallo il grande scienziato Fu amico di Alessandro Volta e inventore dell’Elettroscopio Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza Grandi Napoletani, grandi Campani La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Tiberio Cavallo (Napoli, 1749 – Londra, 1809), fu una singolare figura di scienziato di livello internazionale. Approfondì fin da giovane i suoi studi in Inghilterra ma non perse mai i contatti con la sua patria d’origine. Fu artefice di esperimenti e invenzioni di strumenti di precisione oltre che di trattati scritti in maniera sistematica e chiara, grande frequentatore dell’alta società londinese (suonava violino e pianoforte), uomo di grandi relazioni capace di mettere in contatto diversi scienziati (ottimi i rapporti con Alessan-

dro Volta), fu tra i primi a studiare i possibili impieghi medici dell’elettricità e fu l’inventore, nel 1780 (prima della versione definitiva realizzata proprio dal Volta), dell’elettroscopio (rivelatore di

cariche elettriche). Fin dal 1781 era stato il primo a ipotizzare l’uso dell’idrogeno come gas portante e sperimentò le sue capacità ascensionali (provò con esiti negativi a usare bolle di sa-

pone, involucri di carta e vesciche di animali). Vincenzo Lunardi seguì le sue teorie per i primi voli del suo aerostato in Inghilterra il 15 settembre del 1784. Lo stesso Lunardi diventò prota-

gonista delle cronache napoletane ed europee quando, il 13 settembre del 1789, con il suo “globo aerostatico”, alla presenza di Ferdinando IV e della moglie Maria Carolina, realizzò la prima “ascensione” a Napoli da Largo di Palazzo a Capodrise (Caserta) in oltre un’ora di viaggio e un picco di 6000 metri di altezza (l’esperimento fu ripetuto a Palermo il 15 agosto del 1790). Ebbe con le scienze sempre un approccio sperimentale e pragmatico. I suoi primi testi erano legati ai fenomeni elettrici (1775, Extraordinary electricity of the atmosphere observed at Islington). Pubblicò in seguito A complete treatise on electricity in theory and practice, with original experiments, (tradotta anche in italiano e in altre lingue nel 1779). Sulla base di sperimentazioni personali e di sperimentazioni conosciute a quel tempo, divise il tema in quattro parti: le leggi fondamentali dell'elettricità, le teorie sulla sua natura, le applicazioni pratiche, nuovi esperimenti. segue a pag.15


segue da pagina 14 Iniziò così la progettazione del suo elettroscopio (misuratore di cariche elettriche) apprezzato anche da Alessandro Volta, con il quale aveva avviato un ottimo rapporto culturale. Un una seconda fase i suoi studi si svilupparono sulla fisica terrestre ed in particolare nei suoi aspetti barologici, idraulici e meteorologici (di questi anni il Treatise on the nature and properties of air, and other permanently elastic fluids. To which is prefixed an introduction to chymistry, Londra, 1781). A dimostrazione della molteplicità dei suoi interessi realizzò anche delle analisi sull'influenza dell'aria e della luce sulla vita delle piante. Gli studi sul volo furono pubblicati inThe history and practice of aerostation (Londra, 1785 con varie traduzioni in varie lingue) e in questo testo scriveva anche una storia dei tentativi di volo fino allora effettuati studiando il problema scientifico e tecnologico della navigazione aerea con un pallone riservando una grande attenzione al tema della direzione del volo. Alla fine del Settecento l'Essay on the medical properties of factious airs, with an appendix on the nature of the blood, edito a Londra e che che si collega alla tematica fisico-medica di alcuni scritti giovanili. Il più importante tra gli scritti di questi anni, e forse di tutta la produzione dell'autore, è The elements of natural or experimental philosophy (Londra,1803, in quattro volumi: un ambizioso tenta-

tivo di disegnare in un quadro unitario la visione del mondo con il livello raggiunto dalle scienze dell'epoca, in particolare dalla fisica e dalla chimica con i relativi fenomeni e le relative sperimentazioni. Il 13 settembre del 1789, mentre altrove si verificarono i tumulti e i massacri della famosa rivoluzione, il re Ferdinando IV e la regina Maria Carolina seguirono dai balconi di Palazzo Reale la partenza del pallone di Lunardi che si alzò dal maneggio atterrando presso Caserta, a Capodrise dopo poco più di un’ora e dopo aver raggiunto una quota di oltre 3000 metri. Lunardi riuscì a

ripetere il clamoroso esperimento il 31 luglio del 1790 a Palermo e il 24 agosto del 1791 al largo di Capri (fu salvato da alcuni pescatori). "Ah non temer Lunardi, all’alta sfera / Rapidissimamente a vol ne andrai, / Arride al tuo cammin, Chi giusto impera / Sul bel Sebeto, ove altre palme avrai”. Questo l’inizio della poesia composta da Clemente Filomarino de’ Duchi Della Torre “Pel volo aereo felicemente eseguito in Napoli il 13 settembre 1789″. Era il primo volo che si effettuava sui cieli di Napoli, sotto lo sguardo meravigliato di re, regine e popolo e grazie alle ricerche di Tiberio Cavallo.


“Canova e l’Antico”: una mostra dedicata al più grande scultore neoclassico Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre le sue porte al mondo Inaugurata giovedì scorso al Museo Archeologico Nazionale di Napoli quella che è stata definita dal Direttore, Paolo Giulierini, una “mostra epocale” dedicata ad Antonio Canova. La mostra è stata preceduta, forse non a caso, da un docufilm andato in onda nelle sale cinematografiche nei giorni scorsi, illustrativo della vita e delle opere canoviane. Con la mostra-evento “Canova e l’Antico” il MANN punta in alto per attrarre un pubblico cosmopolita, credendo che sulla cultura si possa investire per conquistare un ruolo da protagonisti a livello internazionale, proponendo l’arte come patrimonio universale.

I prestiti sostanziali provengono dal museo Hermitage, che promuove la mostra insieme al MANN: basti citare “Ebe”, “Amore e Psiche stanti”, “Danzatrice con le mani sui fianchi” e “Le Grazie”, che donano la loro immagine al manifesto. Imponenti gruppi marmorei hanno viaggiato per una settimana circa per arrivare da San Pietroburgo a Napoli. Altri prestiti, altrettanto significativi, anche per il contenuto artistico, arrivano da più vicino, dal polo canoviano in Veneto: diverse opere provengono dalla Gypsotheca di Possagno, piccolo museo sito nel paese natale dell’artista, che vanta cinquantamila visite all’anno; altri

disegni provengono, invece, dal Museo Civico di Bassano del Grappa. Si tratta di schizzi che rappresentano il primo gesto creativo di Canova, i primi passi verso la scultura, essenziali dunque per una visione d’insieme dell’iter creativo dell’artista veneto. Gradevoli gli accostamenti suggeriti al visitatore non solo tra gli “schizzi” e le opere stesse del Canova, ma anche tra le opere canoviane e quelle ercolanesi e addirittura etrusche, a significare che l’arte dello scultore veneto è l’effetto della scoperta di Pompei ed Ercolano e che l’archeologia ha determinato la stagione del Neoclassicismo. In totale è possibile ammirare fino al trenta giugno, centodieci opere tra statue in marmo (dodici), calchi in gesso, bassorilievi, disegni, dipinti monocromi e tempere. Non solo un’esperienza espositiva, a detta di Giulierini, ma anche diverse operazioni collaterali sono previste per avvicinare e interessare il più svariato pubblico: dai fumetti (Topolino e Canova), ai laboratori didattici, ai workshop di fotografia, alle

conferenze e agli studi importanti da destinare a pubblicazioni per tracciare non solo un catalogo, ma anche i temi della ricerca attorno all’artista e alle sue opere. Il percorso museale, che comincia nell’atrio della galleria e continua nel Salone della Meridiana, si snoda anche nella parte tecnologica che dona un tocco di contemporaneità offrendo contenuti alla storia dell’artista veneto. L’idea di museo che si vuole trasferire non è quella di un’isola, ma di un luogo vivo in armonia con la città, tant’è che la mostra prevede pure un itinerario cittadino volto a far scoprire il rapporto costante tra Canova e Napoli: dapprima come giovane

viaggiatore desideroso di ammirare le opere d’arte e poi come maestro per le numerose committenze dei regnanti e dell’aristocrazia napoletana. Il percorso ideato si snoda fino a Piazza Plebiscito, dove le statue equestri, una per intero e l’altra in parte, sono a firma di Canova. Per godere del percorso espositivo nella sua compiutezza, non resta che attendere l’imminente arrivo della grandiosa statua raffigurante “La pace”, proveniente da Kiev, considerata opera cardine non solo per la qualità compositiva, ma anche per il significato allegorico che assunse all’epoca e che tuttora conserva. F.DEC

Nasce agli Astroni il vino degli antichi romani Il rispetto del territorio e delle tecniche di agricoltura alla base dell’ottimo vino della famiglia Moccia Ilaria Buonfanti Il capoluogo campano è la seconda città europea per superfice vitata in territorio metropolitano. Un panorama famoso in tutto il mondo, plasmato anche dalla vite. Il profilo di Posillipo, il cratere spento degli Astroni, la collina partenopea e il suo versante che degrada dolcemente verso il mare e i Campi Flegrei. E ancora San Martino, i vigneti sparsi attorno all’Osservatorio vesuviano, i piccoli appezzamenti in via Manzoni: la città è piena di queste macchie verdi, più o meno consistenti, che colorano la città vivendo come parte integrante del paesaggio urbano. Sulla collina degli Astroni, la

famiglia Moccia, produce eccellenti vini da ben 4 generazioni. Il substrato di origine vulcanica garantisce massima fertilità al terreno ed il clima mediterraneo permette alle viti di crescere senza alcun problema. “La nostra azienda confina per tutta la lunghezza con le mura della Riserva degli Astroni fatte costruire nel 1465 da Alfonso d’Aragona”, dice Raffaele Moccia. “Negli anni ho acquisito 5,5 ettari di vigneti, di cui 3,5 considerati storici, di origine ellenica, come ha certificato Ismecert, ho ricomposto quello che era il terreno di famiglia salvaguardando tutto quello che c’è di antico, come la “vite gelsomina” a bacca bianca che era molto di moda

tra l’Ottocento e il Novecento come utilizzo per uvaggi con la Falanghina ed altre varietà storiche come il Caprettone e la Catalanesca. I vini che produciamo sono due Doc, Agnanum Piedirosso Campi Flegrei e Agnanum Falanghina Campi Flegrei e due Igt, Agna-

num Piedirosso Sabbia Vulcanica e Agnanum Falanghina Sabbia Vulcanica”. Le viti vengono coltivate come si faceva in passato perché la particolare pendenza del terreno permette l’utilizzo esclusivo della zappa a mano in modo tale che ogni singola vite,

grazie alla formazione di un piccolo bacino idrico, possa ricevere la giusta quantità d’acqua di cui ha bisogno. In questi vigneti la vita scorre lenta, le tradizioni vengono rispettate, il terreno viene sfruttato senza alcun abuso, il vino che viene prodotto è lo stesso degli antichi romani e ne ha la medesima genealogia perché non sono cambiati i metodi di produzione tranne l’apporto di una maggiore igiene nelle fasi di produzione, insomma sorseggiare un calice di questi vini è come fare un tuffo nel passato. Adesso l’azienda punta ad aumentare la produzione e ad allargare la distribuzione dei prodotti verso il Nord Europa e gli Stati Uniti.


THAILANDIA

Per l’industria tessile Il packaging fatto il riciclo dell’acqua è realtà con foglie di banano EColoRo, l’innovazione tecnologica contro l’inquinamento È noto che l’industria tessile sia tra le imprese più inquinanti al mondo, infatti, il trattamento e la tintura delle fibre causano il 20% dell’inquinamento idrico. L’innovazione tecnologica può però aiutare a ridurre questo impatto ed EColoRo è quella, finanziata con fondi europei, attualmente in sperimentazione in Italia e in Belgio, che grazie al trattamento delle acque reflue senza sostanze chimiche, consente di riutilizzare l’acqua, riducendone il consumo del 90%. Con EColoRo le acque reflue vengono trattate senza sostanze chimiche e poi riutilizzate. Nell’acronimo EColoRo è sintetizzato l’intero processo che comprende due step principali. La prima fase combina elettrocoagulazione, EC electro-coagulation, e flottazione per rimuovere efficacemente gli inquinanti, i coloranti e le sostanze chimiche. Gli ioni rilasciati da una fonte di ferro si coagulano con le impurità, producendo fiocchi di forma rotonda che si sedimentano e possono essere rimossi attraverso una filtrazione. La seconda fase prevede l’utilizzo di processi a membrana di ultrafiltrazione e osmosi inversa, RO reverse osmosis. I fanghi risultanti vengono disidratati e l’acqua viene estratta. L’acqua non è un prodotto commerciale, ma un’eredità da proteggere quanto si legge nella Direttiva quadro europea sull’acqua (2000/60/EC). Il suo riciclo, però, è un investimento per l’industria. Il progetto ECWRTI, Electro Coagulati on for Water Recycling in Textile Industry, è molto importante perché l'acqua pulita è sempre stata una delle principali preoccupazioni negli anni. Il gruppo industriale belga Utexbel, leader in Europa nel trattamento dei tessuti, è stato scelto per la dimostrazione in scala reale del prototipo in costruzione, in vista della successiva commercializzazione. La sperimentazione ha avuto successo. L’efficacia della tecnologia è stata dimostrata con un prototipo su scala pilota in diverse fabbriche tessili euro-

pee, in Italia la Tintoria Pavese. Dall’esperimento alla realtà il passo è breve, ma le autorizzazioni sono l’unico ostacolo. Infatti, applicando questa tecnologia lo scarico delle acque reflue fino alla fogna diminuisce in modo consistente e cambia di composizione determinando la richiesta di nuovi permessi. A complicare il tutto è la mancanza di omogeneità normativa. Le procedure e la durata delle richieste di autorizzazione cambiano da Paese in

Paese. L’ingegneria è olandese, ma la produzione e l’assemblaggio dell’unità di riciclo possono essere realizzate in tutto il mondo. L’azienda lavora con partner industriali in Turchia e Bangladesh, dove l’impatto sull’ambiente è ancora molto alto. Il sogno e la finalità ultima è quello di costruire una fabbrica ecologica che produca tessuti sostenibili e sicuri per l’ambiente in Europa e nel mondo, e, si è sulla buona strada. B.G.

Rosa Funaro L’idea che ogni grande metamorfosi cominci da piccoli cambiamenti quotidiani non è un luogo comune, anzi. E’ e deve essere una spinta, un input contro il lassismo, per rimboccarsi le maniche e fare nel proprio piccolo la propria parte. Evviva ambiente. Sono tante le piccole e gradi aziende nel mondo che si sono incanalate in questa direzione. Una recentissima idea arriva da un supermercato thailandese che ha deciso di limitare l’utilizzo della plastica per gli imballaggi alimentari sostituendola con un packaging del tutto naturale e biodegradabile: le foglie di banano. Purtroppo, nei supermarket di tutto il mondo, è ancora predominante l’impiego di plastica per il confezionamento, soprattutto di frutta e verdura. Una scelta di un materiale usa e getta fortemente inquinante che sta avvelenando il pianeta. Per fortuna, tanti stanno aprendo gli occhi, cercando nuove alternative o diffondendo quelle già esistenti. Proprio come nel caso delle foglie di banano. Nei paesi tropicali queste foglie grandi, verdi, resistenti ma flessibili, sono utilizzate non solo nelle cerimonie e durante le offerte religiose ma anche in cucina per servire i piatti tipici della tradizione o al posto di pellicola o carta

stagnola per il trasporto di cibo take away. Adesso il Rimping, un supermercato thailandese, che si trova a Chiang Mai nel nord del paese, ha deciso di sfruttare questa risorsa naturale anche per imballare frutta e verdura. Non tutte le foglie del banano sono adatte all’intento ma quelle più larghe e spesse ben si prestano, soprattutto per la loro robustezza e duttilità. Inoltre la superficie cerosa conferisce loro una forte resistenza all'acqua e agli altri liquidi molto più di altri materiali naturali. Questa nuova destinazione d’uso delle foglie di banano non è una vera e propria innovazione dato che sono una soluzione di imballaggio che esiste già di anni. Ma il fatto che sia utilizzata a livello commerciale, da un vero e proprio distributore alimentare, che si sviluppi in paesi dove il banano cresce abbondante e rigoglioso può, se diffuso in maniera continuativa e capillare, portare grandi benefici ambientali. A differenza della plastica, infatti, le foglie sono organiche e possono, dopo l’uso, diventare compost.

L’abbigliamento sportivo ecosostenibile Si sente parlare spessissimo di mobilità sostenibile, di agricoltura sostenibile, ma di abbigliamento sportivo sostenibile invece difficilmente. In realtà il mondo dello sport è sempre più sensibile nei confronti delle tematiche ambientali e molte marche stanno producendo prodotti plastic-free ed ecostenibili. I materiali naturali sono la scelta migliore, per noi e per l’ambiente; il primo che salta alla mente è sicuramente il cotone: naturale, ma non ecologico, perché per produrre una sola t-shirt si consumano ben 2.700 litri d’acqua! Per non parlare di uso di pesticidi

e coloranti chimici: insomma, via libera al cotone solo se proviene da agricoltura biologica. Ottime alternative sono la canapa e il bamboo: due piante molto resistenti che non necessitano di antiparassitari; il bamboo poi regala una fibra morbidissima, anallergica e ad effetto antibatterico, inoltre è un tessuto traspirante, scherma i raggi UV, è completamente biodegradabile, e la sua pianta produce il 35% in più di ossigeno rispetto alle altre. Yogaessential, marchio Made in Italy di abbigliamento per la pratica dello yoga e non solo, produce abbigliamento per uomo e

donna, in prodotti naturali biologici. Prana invece è un brand americano (i cui capi si possono acquistare online); hanno linee per uomo e donna, suddivise per attività sportiva: yoga, nuoto, arrampicata, abbigliamento sportivo in genere e quello adatto per il viaggio. Utilizzano solo materiali ecologici: cotone bio, canapa, lana e poliestere di riciclo, ed inoltre sostengono diversi progetti, ad esempio di gestione sostenibile delle foreste. Purotatto invece è un’azienda italiana la cui particolarità è che ha sfruttato una materia

prima davvero impensabile: il latte! Gli scarti di produzione vengono lavorati fino ad ottenere un filato, con cui poi realizzare gli abiti: il risultato è un tessuto morbido e che idrata la pelle con cui viene a contatto. Per lo sport c’è una linea di tshirt, tutte in materiali naturali: fibra di latte, lino, cotone organico, con un’ampia scelta di colori e modelli. Anche marchi più commerciali (Nike, Adidas, Reebok) hanno le loro linee sostenibili con la promessa che nel prossimo futuro l’attenzione verso la sostenibilità aumenterà in maniera costante. I.B.


Le linee-guida dell’Anac non figurano tra le diverse fonti del diritto Sono state definite “prassi amministrativa” dai giudici del Tar Puglia-Lecce Felicia De Capua Una recentissima sentenza del Tar Puglia - Lecce, sez. II, 28 marzo 2019, n. 519, definisce le Linee Guida Anac “prassi amministrative” non assimilabili alle fonti del diritto. I giudici pugliesi sono stati chiamati a pronunciarsi sull’ipotetica esclusione di una impresa concorrente che non aveva indicato negli atti di gara di avere subito l’applicazione di penali in un precedente contratto. L’impresa ricorrente si richiamava alle Linee Guida Anac pubblicate nella G.U. n. 2 del 3.1.2017, in materia di grave illecito professionale, che affermano la rilevanza delle penali che abbiano superato l’1% del valore lordo di appalto. Secondo l’ipotesi di parte ricorrente, l’impresa avrebbe dovuto dichiarare tali penali al momento della presentazione dell’offerta, sicché siffatta omissione integrerebbe l’ipotesi espulsiva di cui all’art. 80 co. 5 lett. c) D.lgs. n. 50/16 (“… il fornire, anche per negligenza, informazioni false

o fuorvianti suscettibili di influenzare le decisioni sull’esclusione, la selezione o l’aggiudicazione ovvero l’omettere le informazioni dovute ai fini del corretto svolgimento della procedura di selezione”). Ebbene, la sanzione in esame “… non risulta espressamente dai documenti relativi a tale procedura o dal diritto nazionale vigente, bensì da un’interpretazione di tale diritto e di tali documenti nonché dal meccanismo diretto a colmare, con un intervento delle autorità o dei giudici amministrativi nazionali, le lacune presenti in tali documenti” (Corte di Giustizia, causa C27/15). In sostanza, considerano i giudici, si pretende di ricavare la sanzione espulsiva non già dalla violazione di una precisa norma giuridica, ma da una prassi dettata da una autorità amministrativa, cui non è attribuito alcun potere di normazione primaria o secondaria. (i.e. Anac). Osserva il Collegio che le Linee Guida in esame non sono state approvate con decreto ministeriale o interministeriale: esse

non possiedono la forza normativa dei regolamenti ministeriali emanati ai sensi dell’art. 17 comma 3 L. n. 400/88, con tutto ciò che ne discende in termini di forza e valore dell’atto. Nel rigettare il ricorso, i giudici pugliesi chiariscono che le citate Linee Guida non possono determinare l’invocata sanzione, in quanto in contrasto con il principio del “clare loqui”, fissato dalla giurisprudenza comunitaria e nazionale. A

dimostrare la mutevolezza di tale “prassi”, il TAR richiama le modifiche in corso delle medesime Linee Guida sui gravi illeciti, che prevedono proprio l’eliminazione dell’obbligo di comunicazione delle penali di importo superiore all’1% del valore del contratto. Di conseguenza le stazioni appaltanti saranno tenute a comunicare esclusivamente le penali che rappresentano inadempienze particolarmente gravi o dimostrative, per la loro ripetiti-

vità, di una persistente carenza professionale, ai sensi dell’art. 80 del Codice degli Appalti. La decisione si conclude dichiarando l’erroneità dell’assunto della parte ricorrente affermando chiaramente che le Linee Guida dell’Autorità non possono porre l’obbligo per il concorrente di rendere una dichiarazione specifica in sede di gara, avente ad oggetto le eventuali penali subite nell’esecuzione di un contratto precedente.

Viaggio nelle leggi ambientali ACQUA In tema di inquinamento idrico, la finalità dell'autorizzazione non è soltanto quella di permettere l'apertura e l'effettuazione dello scarico, ma anche di porre l'amministrazione competente nelle condizioni di verificare la sussistenza delle condizioni di legge per il rilascio del titolo abilitativo ed effettuare ogni successiva attività di controllo e prevenzione, con la conseguenza che l'apertura o l'effettuazione di uno scarico in assenza dell'autorizzazione denota una effettiva offensività della condotta, in quanto determina una evidente lesione dell'interesse protetto dal precetto penale. Ne consegue, che l'apertura o, comunque, l'effettuazione di uno scarico richiede il preventivo rilascio di una formale, espressa autorizzazione rila-

sciata dalle competenti autorità sulla base dei criteri e nelle forme indicate dalla legge e non ammette equipollenti. Nella fattispecie, non soltanto è mancata una formale attestazione delle condizioni per il rilascio del titolo da parte dell'amministrazione competente, ma l'assenza dell'autorizzazione ha precluso la eventuale imposizione di specifiche prescrizioni, la complessiva attività di "monitoraggio ecologico" che la legge richiede, circa la permanenza delle condizioni

che hanno consentito il rilascio del titolo ed il rispetto dei termini di efficacia stabiliti dalla legge per il titolo medesimo e, cioè, tutti quegli adempimenti finalizzati, come si è detto, alla sottoposizione di attività potenzialmente pericolose per l'integrità dell'ambiente ad una disciplina rigorosa e puntuali controlli. Corte di Cassazione Penale, Sez. III Sentenza n.11518 del 15/03/2019. ACQUA In tema di tutela delle acque dall'inquinamento, l'articolo 124, d.lgs. 152/06 prevede la necessaria, preventiva autorizzazione per tutti gli scarichi, indicando anche la procedura per il suo rilascio e tale titolo abilitativo non può essere sostituito da equipollenti, quali i pareri o nulla

osta dei servizi comunali, che rivestono natura meramente interna al provvedimento. Tale contesto, si desume dalla semplice lettura degli artt. 124 e 125 d.lgs. 152/06, prevedendo che, il rilascio del titolo abilitativo presuppone una serie di adempimenti. Si pensi, ad esempio, alla necessità dell'indicazione delle caratteristiche, anche tecniche, dello scarico e della sua destinazione finale (art. 125, comma 1); alla possibilità di stabilire prescrizioni e limiti per particolari tipologie di scarico in presenza di determinate condizioni (art. 124, comma 8), ovvero in relazione alle caratteristiche tecniche dello scarico, alla sua localizzazione e alle condizioni locali dell'ambiente interessato (art. 124, comma 10); alla necessità del versamento della somma di cui al comma undi-

cesimo dell'articolo 124, nonché alle verifiche che caratterizzano lo specifico procedimento amministrativo, sicché non può ritenersi sostituibile da altri atti o provvedimenti rilasciati per finalità diverse ed all'esito di procedure stabilite da altre disposizioni normative, (ad es. dall'autorizzazione sanitaria). A maggior ragione, non assumono alcuna validità taciti assensi o illegittime prassi eventualmente applicate dalle amministrazioni competenti. Scopo dell'autorizzazione è, infatti, quello di consentire una preventiva verifica della rispondenza di un'attività, potenzialmente pericolosa per l'ambiente, a quanto stabilito dalla legge. Corte di Cassazione Penale, Sez. III Sentenza n.11518 del 15/03/2019. A.T.


RIFLESSIONI SULL’ORA DELLA TERRA: UGUAGLIANZA E PARTECIPAZIONE Andrea Tafuro Come ogni anno dal 1970 si è svolta nella notte tra il 30 e il 31 marzo, l’ora della Terra. L’iniziativa promossa dal WWF ha come obiettivo principale la mobilitazione collettiva contro il cambiamento climatico e coinvolgerà cittadini, imprese, istituzioni e governi di tutto il mondo che saranno chiamati a spegnere simbolicamente le luci per un’ora. L’evento centrale, si è svolto sabato 30 marzo, nella splendida città dei Sassi, Matera. Alle 20,30 è iniziata l’ora di buio con lo spegnimento delle luci in piazza San Pietro Caveoso e Rupe dell’Idris. A seguire, la proiezione video di immagini dell’Agenzia Spaziale Italiana e scatti delle bellezze naturali di ogni angolo del Pianeta. Ma qual’è il nostro rapporto con la terra? A questo termine, nel corso dei secoli, sono stati dati vari

completando il giro del mondo. Siamo agli inizi del 16° secolo, la Terra, improvvisamente, dopo più di un millennio di immobilismo geografico e culturale non è più al centro dell’universo, non è più piatta, non è ferma su se stessa. L’homo scemens europeo scopre altre civiltà e diventa cosciente di vivere nella provincialità dell’area giudaico-islamico-cristiana. Si creano i primi ceppi meticci con l’importazione di manodopera dall’Africa. Verdura, frutta, cereali... virus, vengono importati da una parte all’altra del globo, è un’era caratterizzata da immigrazione, violenza, schiavitù, per caso non è l’era in cui siamo ancora immersi? Il colonialismo, lo sviluppo economico, l’espansione delle comunicazioni, il movimento di popolazioni, la crescita demografica, ha generato la mondializzazione dell’economia, delle idee. Con l’umanesimo illuminista si af-

“Dobbiamo imparare a essere qui sul pianeta. Imparare a essere, cioè abituarci a vivere, a condividere, a comunicare, a restare in comunione in quanto umani del pianeta Terra”

Edgar Morin significati: la terra natale è simbolo di identità forte, sono le radici da rivendicare e difendere. La terra quando è la fonte di sussistenza scatena appetiti e interessi. La terraterrestre incita alla fuga mundi, anziché all'assunzione di responsabilità. Ma quando l’essere umano ha avuto modo di riconoscersi, sempre più, come cittadino di un unico pianeta? Quando Cristoforo Colombo ha raggiunto le Americhe, convinto di dirigersi verso l’India, e Magellano, pochi anni dopo, ha confermato la sua intuizione

ferma l’uguaglianza di diritti per tutti. La teoria evoluzionista fa discendere tutti dallo stesso primate. Poi l’umanità è divenuta consapevole della potenzialità di autoannientamento, l’allarme ecologico ha portato l’attenzione su fenomeni non più locali, ma globali e l’interdipendenza diventa il principio su cui tutto si basa. Cresce la disuguaglianza tra paesi sviluppati e sottosviluppati, un problema che richiama soluzioni rispetto a questioni importanti e ineludibili. Le diverse realtà sono costrette

ad incontrarsi e ne scaturisce l’ arricchimento culturale, la partecipazione, che soprattutto attraverso il web permette di essere presenti nei punti più disparati del globo, in tempo reale. Nella società connessa sempre al resto del mondo, l’essere umano deve essere sempre pronto a fare cose nuove. In questo contesto, abbiamo l’opportunità di sviluppare un nuovo dialogo uomo-mondo. In Terra-Patria Edgar Morin, sociologo francese, ci propone come primo passo la distinzione tra civilizzazione e cultura. La cul-

tura è l'insieme delle credenze e dei valori caratteristici di una determinata comunità. La civilizzazione è invece il processo attraverso il quale si trasmettono da una comunità all'altra: le tecniche, i saperi, le scienze. Morin, sostiene che non si può pretendere di concepire il globale attraverso un sapere specialistico e settorializzato, che avrebbe lo scopo di semplificare l’universo tenendolo perciò sotto controllo, ma invece attraverso una rivoluzione culturale che conduca dal pensiero del semplice al pensiero del com-

plesso. In altri termini non è attraverso la razionalizzazione, che riusciamo a comprendere i problemi attuali. È sotto gli occhi di tutti, più aumenta il modello razionalizzatore, più aumenta l’incoscienza, cioè l’incapacità di cogliere il contesto planetario in tutte le sue urgenti problematiche. Morin scrive: “Dobbiamo imparare a essere qui sul pianeta. Imparare a essere, cioè abituarci a vivere, a condividere, a comunicare, a restare in comunione in quanto umani del pianeta Terra”. La mondializzazione mi fa credere che viviamo in una comunità di destino di tutti gli uomini e donne, abbiamo gli stessi problemi e subiamo le stesse minacce “... una patria è una comunità di destini, quindi la Terra è la patria comune che dobbiamo cercare di salvare in una situazione dove sembra non esserci più futuro e quindi prevalgono l'incertezza, la paura e le logiche regressive...”. L’uomo, è chiamato a lottare per un mondo migliore. Il pianeta Terra diventa l’unica possibile bandiera per unificare obiettivi e strategie, senza privilegiare una cultura piuttosto che un'altra, nel rispetto della diversità di ognuna.


Premiati i partecipanti al progetto di formazione “Scugnizzi a vela” L’associazione Life chiama a sostegno imprenditori e aziende per l’inserimento lavorativo dei ragazzi Il prossimo 5 aprile, ore 11.00 a Napoli, presso la Base Navale “ACTON” della Marina Militare, si terrà la cerimonia di premiazione dei ragazzi che partecipano al progetto “Scugnizzi a Vela” dell’Associazione onlus Life. Tale progetto propone, ai giovani a rischio di devianza ed emarginazione sociale dell’area penale campana, un modello di vita alternativo, caratterizzato non solo dai principi insiti nelle attività marinare e nel restauro del legno, quali lealtà, onestà e rispetto reciproco, ma anche dedicato all’apprendimento di conoscenze e contenuti professionali, utili alla costruzione di un futuro migliore. La Marina Militare sostiene l’iniziativa, mettendo a disposizione dell’Associazione alcuni locali all’interno della Base Navale, dove i ragazzi si cimentano, imparando sul campo le varie tecniche per manutenere le imbarcazioni in legno a vela. Gli Scugnizzi a Vela e i volontari coinvolti nel progetto, saranno premiati dal Comandante Logistico della Marina Militare Ammiraglio Eduardo Serra, neo Presidente Onorario Life onlus, dal Sindaco di Napoli Luigi De Magistris e dal Capo Dipartimento della Giustizia Minorile, Gemma Tuccillo. Nell’occasione il primo cittadino riceverà da uno “scugnizzo” la divisa di timoniere dell’equipaggio di Nave Scuola Matteo, un bialbero in legno di 15 metri, impiegato dai capitani coraggiosi della Life per la formazione in mare. Da circa due anni l’imbarcazione è collocata negli storici cantieri navali Megaride, per un impegnativo restauro, peraltro realizzato proprio nell’ambito del progetto. Durante la manifestazione saranno illustrate le attività realizzate nel corso dello scorso anno e sarà presentata l’etica iniziativa “Napoli vera c’è”: un vero e proprio appello rivolto agli imprenditori e alle aziende, affinché, una volta finito il piano di formazione, diano un’opportunità lavorativa ai partecipanti (percorso già intrapreso dalla Mc Donald’s). Scugnizzi a Vela, infatti, è dedicato ai ragazzi provenienti da famiglie disagiate della Campania, dal Centro di Giustizia Minorile per la Campania, dal Centro polifunzionale di Nisida, dalle Comunità educative e di alloggio l’Aquilotto, Il Germoglio e un’Ala di Riserva, realtà locali che intravedono in questa esperienza educativa, unica del suo genere, un percorso di crescita ed inserimento nella civile società dei ragazzi impegnati. Il progetto è realizzato in collaborazione con la Marina Militare, con la partecipazione del Centro di Giustizia Minorile per la Campania - Ministero della Giustizia e patrocinato dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Tirreno Centrale, dal Comune di Napoli e dalla Città Metropolitana di Napoli.


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