Mal d’aria: l’Onu lancia l’allarme Il novanta per cento della popolazione mondiale è esposta a fonti inquinanti Che l’inquinamento sia divenuto una reale emergenza per tutto il nostro pianeta è cosa ormai più che risaputa. Nonostante ciò nessuno andrebbe a pensare minimamente all’arrivo di una vera e propria apocalisse con l’estinzione di massa di tutto il genere umano. A dare l’allarme è stato l’ONU, che, rappresentato nella figura di David Boyd, esperto per i diritti umani e l’ambiente, ha affermato con fermezza e rammarico che una vita umana finisce prematuramente, a causa della sua esposizione all'inquinamento atmosferico, ogni cinque secondi, per circa ottocento decessi all'ora. Una realtà così grave da far sì che "l'umanità sta per causare la sesta estinzione di massa nel mondo". Boyd ha esposto la sua teoria in una conferenza a Ginevra indicando le principali conseguenze del cambiamento climatico e affrontando il problema del declino della biodiversità, sottolineando il pericolo che ci circonda e ricordando che "quello in cui viviamo, secondo le conoscenze ad oggi, è il solo pianeta in cui la vita è possibile". Ma l'umanità tende a fare orecchie da mercante, causando danni irreparabili, più preoccupanti di quelli causati dalla rivoluzione industriale. Si è portato a conoscenza di tutti, grazie agli studi di Boyd e della sua equipe, che il livello di diossina presente nell'atmosfera ha raggiunto più di quattrocento parti per milione, il livello più alto mai toccato da seicentocinquantamilaanni. La situazione prospettata è davvero apocalittica, proprio come quella rappresentata nei film di fantascienza che si divertono a fantasticare sulla futura fine del mondo, senza capire che se si continuerà così tutto ciò diventerà una dura e triste realtà e non basterà neanche un supereroe a salvarci. Continuando a spiegare, Boyd ha poi sottolineato che ciò provocherà un cambiamento climatico pericoloso e imprevedibile... Paparo pag.3
EDITORIALE
Inquinamento atmosferico e nuove politiche di area vasta di Luigi Stefano Sorvino
ARPAC
Arpac avvia su Twitter canale dedicato ai pollini Su Twitter è attivo il canale del Laboratorio multisito Inquinamento atmosferico e Biomonitoraggio regionale, struttura dell'Arpa Campania con sede a Caserta. a pag.6
NATURA & BIODIVERSITÀ
Al via i bioblitz nei parchi italiani Al via dal 16 marzo, fino a settembre i bioblitz nei parchi italiani. Dodici gli appuntamenti organizzati da Federparchi, a partire dall’isola di Pianosa(Li). Esposito a pag.8
BIO-ARCHITETTURA
La Makoko Floating School La nostra rubrica si occuperà di una struttura davvero singolare, segnatamente in termini di ecosostenibilità: una scuola in grado di galleggiare sull’acqua... Palumbo a pag.12
AMBIENTE & DIRITTO
La pubblicazione dei dati reddituali dei dirigenti Ancora una volta si pone all’attenzione di studiosi e operatori il tema del bilanciamento tra le esigenze di trasparenza amministrativa e quelle di tutela dei dati... De Capua a pag.18
"Muoversi in città: ambiente, traffico e viabilità ad Avellino" è il titolo di un incontro organizzato dall'associazione Controvento lo scorso 8 marzo ad Avellino. Svariati gli studiosi ed esperti che sono intervenuti su un tema molto sentito dalla comunità locale. Ha partecipato, tra gli altri, il commissario straordinario Arpac Stefano Sorvino: pubblichiamo un estratto del suo intervento. Risulta ancora una volta di pressante attualità in questa stagione invernale il fenomeno dell'inquinamento dell'aria, diffuso a livello nazionale e regionale, con perduranti criticità in Campania sia nell'area metropolitana sia nei capoluoghi interni, che generano legittima preoccupazione nel dibattito pubblico per le potenziali ricadute sulla salute umana. L'Arpa Campania, fra le sue molteplici attività di monitoraggio, dedica particolare impegno alla verifica della qualità dell'aria, con un intenso lavoro di misurazione ma anche di analisi e studio su questa essenziale matrice ambientale, attraverso una rete capillare di stazioni fisse e mobili di rilevazione che rendono dati puntuali sui principali inquinanti atmosferici, costantemente pubblicati, resi accessibili a tutti gli interessati e diramati alle autorità competenti. In particolare, il continuo monitoraggio viene sintetizzato in bollettini giornalieri, comunicati quotidianamente tramite note ufficiali (via p.e.c.) ai Comuni ed agli uffici regionali per i provvedimenti di competenza e
quindi diffusi alle amministrazioni ed alla popolazione tramite internet (sul sito www.arpacampania.it). L'organizzazione del monitoraggio è pienamente conforme ai canoni della normativa tecnica, è stata recentemente aggiornata secondo un progetto approvato dal Ministero dell'Ambiente e validato dagli organi tecnici, e produce dati ad intervalli regolari con analizzatori anche orari, pur essendo suscettibile – come tutte le infrastrutture – di ulteriori potenziamenti nella strumen- tazione e nelle tecnologie (per cui sono stati recentemente richiesti finanziamenti alla Regione). Spesso si richiede impropriamente di installare altre centraline di rilevamento in ogni dove ma la normativa vieta l'uso di stazioni di misura non conformi ai criteri di zonizzazione e, quindi, l'inutile eccesso di centraline, nel rispetto dei canoni di efficienza, efficacia ed economicità. La materia dell'inquinamento atmosferico è oggi dettagliatamente normata, sia sotto il profilo del monitoraggio – istituzionalmente affidato alle Agenzie ambientali – che delle pianificazioni regionali e dei provvedimenti comunali, con le relative misure di intervento riferite ai macrosettori emissivi. continua a pag.2
L'inquinamento atmosferico e le nuove politiche di area vasta Segue dalla prima In particolare la normativa di riferimento è costituita da ben cinque direttive comunitarie che - dal 2004 al 2016 - hanno affrontato i vari aspetti del fenomeno, a partire da quella fondamentale n. 2008/50/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, relativa alla "qualità dell'aria ambiente", che costituisce ad oggi la principale traccia di riferimento. Gli orientamenti legislativi europei, incorporati nell'ordinamento domestico, stabiliscono una serie di criteri e principi fra cui quello che le autorità pubbliche sono tenute a garantire un attento monitoraggio – in Italia affidato alle Agenzie ambientali – delle concentrazioni e flussi di molecole e sostanze inquinanti. Seguono le normative nazionali, con la disciplina generale del codice ambientale - D.Lgs. n. 152/2006 e, soprattutto, il D.Lgs. n. 155/2000 di attuazione settoriale della direttiva del 2008, anche con l'approvazione della nuova zonizzazione e configurazione della rete di rilevamento. Ne discendono vari decreti di attuazione del Ministero dell'Ambiente e regolamentazioni statali, tra cui quella fondamentale relativa alle emissioni industriali per la prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento sino alle discipline e pianificazioni regionali. Uno strumento fondamentale è rappresentato dal Piano regionale di risanamento e mantenimento della qualità dell'aria, adottato in Campania nel 2005 e di cui è stato recentemente avviato l'aggiornamento da parte della Regione. Non è facile definire compiutamente gli effetti epidemiologici, tuttavia risultano indiscutibili le conseguenze negative dello smog sulla salute e, tra gli inquinanti atmosferici, il particolato è quello che produce il maggior impatto, in quanto la frazione fine – una volta inalata – raggiunge e colpisce le zone profonde dell'apparato respiratorio. Il rapporto tra inquinamento dell'aria e condizione di salute negli ambienti urbani è documentato da una serie di studi epidemiologici - oltre alle indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) -
che evidenziano gli impatti delle polveri sottili nelle città europee e la valutazione della loro incidenza negativa sul benessere, aspettativa e qualità di vita della popolazione. Il tema è di rilievo europeo e nazionale: tra l'altro la Corte di Giustizia dell'Unione europea, già con la sentenza del 19/12/2012, ha condannato l'Italia per non aver assicurato, negli anni 2006 e 2007, che le concentrazioni di materiale particolato PM10 rispettassero i valori limite fissati dalla precedente direttiva 1999/30/CE presso numerose zone ed agglomerati del territorio italiano. Oggi la Commissione europea ha avviato due preoccupanti procedure di infrazione nei riguardi dell'Italia per la non corretta applicazione della Direttiva 2008/50/CE, in riferimento ai superamenti continui e di lungo periodo dei valori limite del materiale particolato PM10 e del biossido di azoto sul territorio italiano, sforamenti che interessano in modo prolungato anche una serie di zone localizzate in Campania. Nelle procedure di infrazione comunitarie attivate assume particolare rilievo l'individuazione dei termini finali entro cui si prevede di assicurare il rispetto dei valori limite di qualità dell'aria, con la conseguenza che una riduzione di tali termini per effetto di misure di risanamento addizionali gioverebbe all'esito favorevole delle procedure. Vi-
ceversa, in caso di permanenza dei superamenti attuali, una sentenza di condanna della Corte di Giustizia risulterebbe molto onerosa per il nostro Paese, anche con la possibile riduzione dei fondi strutturali. Oggi in Italia la più rilevante situazione di smog si concentra nella macro-regione climatica e produttiva della Pianura Padana, costituita dal Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, dove si stanno realizzando di recente importanti esperienze ed iniziative su base interregionale. Il bacino padano costituisce una macroarea fortemente antropizzata, con oltre 23 milioni di abitanti (circa il 40% del totale della popolazione italiana), caratterizzata da un'altissima densità nella pianura e da una forte concentrazione di attività produttive ed infrastrutturali di trasporto, come snodo nazionale dei traffici nord-sud. La zona padana è chiusa dalle montagne su tre lati e, in particolare a nord, dalla grande ca-
tena montuosa delle Alpi - che rappresentano un fattore limitante per le correnti d'aria – con frequenti situazioni di calme di vento e conseguenti stagnazioni atmosferiche. Le quattro Regioni padane hanno sottoscritto un accordo con il precedente Governo (in concomitanza con il G7 dell'Ambiente di Bologna) per l'attuazione di misure coordinate finalizzate al miglioramento della qualità dell'aria ed alla gestione di strumenti comuni, con un impegno incisivo per area vasta, capace di travalicare i pur ampi confini regionali abbracciando l'intero territorio interessato. Tra le iniziative si segnala il bando per l'ecobonus destinato alla rottamazione dei veicoli commerciali più inquinanti, misura adottata in via sperimentale dalla Emilia-Romagna e resa azione di sistema grazie ad un finanziamento statale (di 8 milioni) raddoppiato con i fondi stanziati dalle quattro Regioni del bacino.
Inoltre è prevista l'estensione dell'ecobonus anche alla sostituzione dei veicoli privati. Vi sono ulteriori finanziamenti per ridurre le emissioni prodotte dalle attività agricole e varie iniziative a supporto della mobilità sostenibile, anche con contributi ai comuni per realizzare nuove piste ciclabili e posizionare nuove colonnine per la ricarica di auto elettriche, con significativi investimenti pubblici e privati. In particolare l'Emilia-Romagna si pone come "apripista" nella sfida della mobilità ad emissioni zero, puntando a ridurre il divario che separa l'Italia dai Paesi a più alto tasso di sviluppo del mercato delle auto elettriche (come Norvegia, Svezia ed Olanda).Tenendo conto che le fonti emissive critiche, responsabili dei superamenti, sono prioritariamente individuabili nel traffico veicolare, nel riscaldamento domestico a biomasse e nelle emissioni delle attività produttive (industriali, energetiche ed agricole) il Ministero dell'Ambiente sta promuovendo accordi di programma con le Regioni per l'adozione di misure finalizzate al miglioramento della qualità dell'aria. Già nel 2015 veniva sottoscritto un Protocollo di intesa tra il Ministro dell'Ambiente e la Conferenza delle Regioni finalizzato ad incoraggiare il passaggio a modalità di trasporto pubblico a basse emissioni, disincentivare l'utilizzo del mezzo privato, favorire misure preordinate ad aumentare l'efficienza energetica, abbattere le emissioni. In tal senso si sta predisponendo un accordo tra il Ministero e la Regione Campania. Si tratta di agire incidendo su tutti i settori che contribuiscono all'inquinamento atmosferico, puntando sull'integrazione delle misure di intervento e sviluppando politiche e misure coordinate ai vari livelli di governo, non solo con le limitazioni, riduzioni e divieti di cui alle ordinanze comunali interdittive ma anche con azioni di potenziamento, riqualificazione e regolamentazione, oltre che di sensibilizzazione circa gli stili di vita individuali e collettivi. Il Commissario Straordinario Avv. Luigi Stefano Sorvino
MAL D’ARIA: L’ONU LANCIA L’ALLARME Il novanta per cento della popolazione mondiale è esposta all'inquinamento atmosferico Anna Paparo Che l’inquinamento sia divenuto una reale emergenza per tutto il nostro pianeta è cosa ormai più che risaputa. Nonostante ciò nessuno andrebbe a pensare minimamente all’arrivo di una vera e propria apocalisse con l’estinzione di massa di tutto il genere umano. A dare l’allarme è stato l’ONU, che, rappresentato nella figura di David Boyd, esperto per i diritti umani e l’ambiente, ha affermato con fermezza e rammarico che una vita umana finisce prematuramente, a causa della sua esposizione all'inquinamento atmosferico, ogni cinque secondi, per circa ottocento decessi all'ora. Una realtà così grave da far sì che "l'umanità sta per causare la sesta estinzione di massa nel mondo". Boyd ha esposto la sua teoria in una conferenza a Ginevra indicando le principali conseguenze del cambiamento climatico e affrontando il problema del declino della biodiversità, sottolineando il pericolo che ci circonda e ricordando che "quello in cui viviamo, secondo le conoscenze ad oggi, è il solo pianeta in cui la vita è possibile". Ma l'umanità tende a fare orecchie da mercante, causando danni irreparabili, più preoccupanti di quelli causati dalla rivoluzione industriale. Si è portato a conoscenza di tutti, grazie agli studi di Boyd e della sua equipe, che
il livello di diossina presente nell'atmosfera ha raggiunto più di quattrocento parti per milione, il livello più alto mai toccato da seicentocinquantamilaanni. La situazione prospettata è davvero apocalittica, proprio come quella rappresentata nei film di fantascienza che si divertono a fantasticare sulla futura fine del mondo, senza capire che se si continuerà così tutto ciò diventerà una dura e triste realtà e non basterà neanche un supereroe a
salvarci. Continuando a spiegare, Boyd ha poi sottolineato che ciò provocherà un cambiamento climatico pericoloso e imprevedibile, come se quello che già vive la Terra non fosse abbastanza. I tassi di estinzione sono centinaia di volte superiori al normale e stanno ad indicare, secondo il rappresentante Onu "che gli esseri umani sono all'origine della sesta estinzione di massa su circa quattro miliardi anni di vita di questo pianeta.” Le conse-
guenze di queste condizioni climatiche sono senza un margine di appello visto che il novanta per cento della popolazione mondiale è esposta all'inquinamento atmosferico. L'aria inquinata causa, pertanto, sette milioni di morti premature ogni anno nel mondo di cui seicentomila sono bambini con un’età compresa tra i cinque e i tre anni, se non anche meno. Più vittime di quante ne possano fare le guerre, le uccisioni, la
tubercolosi, l'aids e la malaria messe insieme. Dati scioccanti che fanno riflettere: ogni ora muoiono quasi mille persone, una ogni cinque secondi. Una situazione disastrosa che non lascia margine di scampo, possibilità di salvezza a meno che non si corra immediatamente ai ripari e l’uomo con tutte le sue attività più che invasive riesca a dare un freno a questo fenomeno che inevitabilmente ci porterà all’apocalisse.
Secondo Greenpeace i soldi pubblici favoriscono gli allevamenti intensivi I sussidi della PAC non spingono gli agricoltori verso la sostenibilità Tina Pollice Il rapporto di Greenpeace Soldi pubblici ‘in pasto’ agli allevamenti intensivi pubblicato i giorni scorsi, analizza i trend nel settore zootecnico europeo e l'uso dei terreni agricoli in Europa. La ricerca mostra che la tendenza, nel settore dell'allevamento europeo, è una concentrazione crescente della produzione di carne e prodotti lattiero-caseari delle grandi aziende dalle dimensioni sempre maggiori a discapito delle piccole aziende che muoiono. I dati mostrano che oltre il 71% di tutta la superficie agricola dell'Ue, coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli, è destinata all'alimentazione del bestiame. Anche escludendo dal calcolo i pascoli e tenendo conto solo delle terre utilizzate per le coltivazioni, emerge che oltre il 63% delle terre coltivabili europee viene utilizzato per produrre mangime per gli animali invece che cibo per le persone. Gli scienziati avvertono che dobbiamo diminuire drasticamente la produzione di carne per evitare disastrose conseguenze per l’ambiente, la salute e il clima, ma, i sussidi della PAC invece di incentivare gli agricoltori verso un’agricoltura più ecologica, stanno spingendo in
una direzione pericolosa. Aggiungendo la mancanza di informazioni ufficiali sull’ammontare complessivo dei sussidi PAC destinati alla zootecnia ci accorgiamo di una preoccupante opacità del sistema. In Europa 125 milioni di ettari di terra sono utilizzati per produrre mangimi o per il pascolo. Tenendo conto dei pagamenti della Politica Agricola Comune, PAC, Greenpeace stima che annualmente tra i 28 e i 32 miliardi di euro di pagamenti diretti vanno al settore
dell’allevamento, che rappresentano circa il 18-20% del bilancio totale dell'Unione. In Italia i dati sono raccolti nel sistema RICA, Rete di Informazione Contabile Agricola, trasmessi alla Commissione Europea e inclusi nel FADN, Farm Accountancy Data Network. In base ai dati ufficiali tra il 2004 e il 2016 l'Italia ha perso oltre 320.000 aziende, un calo del 38%, mentre il numero delle aziende agricole molto grandi, oltre i 500.000 euro di Standard Output S.O.,
è aumentato del 21%, e quelle grandi, €100.000 - €500.000 S.O., sono aumentate del 23%. I dati più recenti (2016) indicano che la produzione di carne suina in Italia è concentrata nelle aziende di maggiori dimensioni: oltre il 90% si produce in aziende con uno S.O. maggiore di €500.000, con un leggero aumento negli ultimi 3 anni. La produzione di pollame in Italia (nel 2016) appare concentrata per il 95,4% in aziende grandi per il 40,6% e molto grandi per il 54,8%.
Circa la metà della produzione di latte e prodotti lattiero-caseari, tra il 2004 (49,9%) e il 2016 (51,7%) è stata prodotta da aziende agricole appartenenti alla seconda fascia di dimensioni S.O. €100.000 <500.000. Nello stesso periodo la quota della produzione delle aziende più grandi è leggermente aumentata dal 22,7% al 28,8%, mentre la quota delle altre classi di dimensioni è diminuita. In sintesi, per il periodo analizzato, i due gruppi che racchiudono le aziende di maggiori dimensioni, grandi e molto grandi, hanno prodotto la maggior parte del latte e dei prodotti lattiero-caseari, 80,5%. La quantità di superficie agricola utilizzata destinata alla produzione di foraggi e mangimi in Italia è stimata essere il 58,2% del totale. Le aziende agricole di piccole dimensioni stanno scomparendo a ritmi allarmanti e il denaro pubblico aiuta quelle di dimensioni maggiori a crescere sempre più. Un ciclo perverso che deve finire. Bisogna invertire la rotta. Lo chiede il Pianeta, e, i governi nazionali ed il Parlamento europeo non possono non tenerne conto nella negoziazione della prossima Politica Agricola Comune che riguarderà il periodo 20212027.
Attenzione al “Principio dell’Innovazione” Può essere una trappola strategica per raggirare controlli e neutralizzare misure restrittive Bruno Giordano C’è un principio entrato nella legislazione europea, e che, ora, rischia di minare alla base le nuove politiche climatiche, ambientali o sanitarie dell’UE. È il “principio dell'innovazione”, inventato da alcune delle industrie più controverse in Europa riunite nell’European Risk Forum, una piattaforma di lobby che raduna rappresentanti dell’industria chimica, del tabacco e dei combustibili fossili. Tra i più noti membri del gruppo, colossi del calibro di Philip Morris, Chevron, Dow, Bayer-Monsanto e Basf. Tutte imprese che sono e saranno interessate sempre più da misure restrittive in tema di prodotti chimici, pesticidi, nanotecnologie, prodotti farmaceutici. Per il CEO Corporate Europe Observatory, organizzazione con la funzione di controllo delle lobby nell’Unione Europea, «il principale interesse di queste industrie ‘sporche’ è mantenere i loro prodotti sul mercato con il minor numero possibile di restrizioni e regolamentazioni». E, grazie al principio dell’innovazione, d’ora in poi, intendono incidere nel pro-
cesso regolatorio delle istituzioni europee obbligandole a prendere in considerazione l’impatto sull’innovazione di ogni nuova normativa. Il Corporate Europe Observatory sostiene che la piattaforma di lobby abbia chiesto di leggere alla luce di questo nuovo principio il REACH, cioè il regolamento europeo sulle sostanze chimiche con l’intento di ricavarne inter-
pretazioni più vicine alle necessità dell’industria, sempre in cerca di maggiore deregolamentazione. Chiamandolo ‘principio’ si ha l’impressione che questo concetto abbia una base legale di qualche tipo, ma non è così. In realtà è un’invenzione delle imprese, non paragonabile a principi giuridici sanciti dai trattati europei, come il ‘principio di precauzione’ o quello per cui
‘chi inquina paga’. Il principio dell’innovazione va ad incidere sulla valutazione di impatto che precede la stesura di nuove regole o sulla revisione di quelle esistenti. In questa fase, le imprese avranno maggior voce in capitolo se riusciranno a convincere i funzionari europei che una politica cautelativa nei confronti della salute o dell’ambiente non tiene in
sufficiente considerazione l’impatto economico sul settore privato. In sostanza il cosiddetto principio d’innovazione risulta, a ben vedere, una trappola strategica per raggirare controlli e neutralizzare misure restrittive. Ma, come hanno fatto le istituzioni europee ad assumere nei loro documenti questa “invenzione” dell’industria? Bisogna risalire al 2013, quando il “principio dell’innovazione” è stato lanciato dall’European Risk Forum con l’appoggio dei più importanti gruppi di pressione del continente: Business Europe (la “Confindustria europea”) e l’European Roundtable of Industrialist. Nel 2015 è comparso per la prima volta in un documento della Commissione europea, e a dicembre è stato incluso nel testo votato dal Parlamento europeo sul nuovo programma Horizon 2021-2027. Si rende necessaria una riflessione su come sia importante, oggi, al cospetto di vere e proprie rivoluzioni, in risposta ai guasti antropici procurati, non solo vigilare, ma, anche e soprattutto, contenere i gruppi di pressione all’origine dei problemi del pianeta.
Educazione ambientale nelle scuole primarie Proseguono i percorsi di formazione alla sostenibilità: a Nocera Inferiore partecipano anche gli alunni delle elementari Anna Gaudioso Proseguono i percorsi di educazione ambientale promossi da Arpac. Come ogni anno, in questo periodo siamo in pieno ritmo al V Comprensivo di Nocera Inferiore diretto dalla preside Ida Di Lieto. Al plesso sant’Anna, una delle sedi di questa scuola della cittadina in provincia di Salerno, insieme alla professoressa Francesca Salvati che ha coinvolto gli alunni della scuola secondaria di primo grado classe prima e seconda, collaborano le insegnanti Margherita Russo, Patrizia Sica e Carmen D’Avino. Quest’anno prenderanno parte al progetto ambientale anche gli alunni della primaria, le classi quinte della scuola elementare del plesso san Mauro. Questa nuova esperienza è utile per dare stimoli e continuità ai più giovani. Come ogni anno i ragazzi di terza media daranno il passaggio del testimone agli alunni di prima e allo stesso modo, gli alunni di prima accoglieranno e lavoreranno insieme agli alunni di quinta della scuola primaria di San Mauro. Ma quel che più auspichiamo si realizzi al meglio è il lavoro di squadra, un passo fondamentale per la nostra formazione. Questi percorsi mirano a stimolare un interesse per l’Ambiente e a costruire una partecipazione informata da parte degli alunni e delle comunità per favorire un processo di cambiamento degli stili di vita rispetto a quelli attuali di consumo. Il progetto per l’anno 2019 è “Noi e l’Orto”. Sulle parole di Marco Tullio Cicerone, “Se accanto alla biblioteca avrai l’orto non ti mancherà nulla”, si dà il via
a questo nuovo percorso educativo. All’interrogativo “perché un orto a scuola?” è possibile rispondere: perché coltivare un orto a scuola significa coltivare se stessi; è un modo per imparare a conoscere il proprio territorio, il funzionamento di una comunità, l’importanza dei beni collettivi e dei saperi altrui. È un’attività interdisciplinare adattabile a tutte le età, un’occasione di crescita in cui si supera la divisone insegnante e allievo e si impara condividendo gesti, scelte e azioni, oltre che metodo. Questo progetto, che va avanti già da qualche anno, quest’anno si intreccia anche con quelli che sono gli obiettivi del progetto d’istituto. Inserito in
un’ampia zona rurale, il plesso Sant’Anna si presta molto bene a questo tipo di iniziativa in quanto, nell’antistante area della scuola vi è un ampio spazio verde che permette la realizzazione di un orto. Realizzare un orto aromatico per fornire agli allievi conoscenze sulla origine di molte piante, come sono arrivate a noi, le loro proprietà in campo terapeutico, saper riconoscerne i profumi e l’utilizzo in cucina, sono attività sicuramente utili e piacevoli. Infatti lo scorso anno con gli alunni del plesso Cafiero abbiamo realizzato, come momento finale del percorso “Erbe aromatiche”, i cracker alla curcuma, che è un potente antinfiammatorio. Per stimolare a una partecipazione attiva per la difesa dell’ambiente e alla vita sociale, è necessario trasmettere a tutti il messaggio: “Attenti solo ai nostri bisogni abbiamo dimenticato i bisogni della Terra!” L’obiettivo è di stimolare una coscienza ambientalista per lasciare che i più giovani decidano consapevolmente quali azioni adottare a favore dell’ambiente. Informare, formare ed educare sono i capisaldi di un percorso verso una cittadinanza cosciente e consapevole.
Arpac avvia su Twitter un canale dedicato ai pollini Su Twitter è attivo il canale del Laboratorio multisito Inquinamento atmosferico e Biomonitoraggio regionale, struttura dell'Arpa Campania con sede a Caserta. Il canale è principalmente dedicato alla diffusione del bollettino settimanale dei pollini, che viene emesso di norma il martedì e fornisce un quadro della dispersione aerea dei pollini allergenici delle piante e degli alberi maggiormente presenti sul territorio campano. Si tratta del primo canale avviato da Arpac sui social media: un ulteriore passo per avvicinare l'Agenzia ai cittadini e agli interlocutori istituzionali, organizzato dal Servizio Comunicazione dell'Ente e pienamente condiviso dal commissario straordinario Stefano Sorvino. Arpac monitora la diffusione dei pollini con tre stazioni, situate rispettivamente a Napoli, Caserta e Benevento. Il "Laboratorio dei pollini", accreditato per il metodo di prova UNI 11108:2004 con il quale si
eseguono le attività, produce il bollettino settimanale dal 2007. Il bollettino, presentato ora in veste completamente rinnovata con elementi grafici che facilitano la sua consultazione, è destinato principalmente ai cittadini che soffrono di pollinosi e ai medici allergologi. La pubblicazione è pensata infatti per informare sulla diffusione dei pollini che provocano allergie, anche con previsioni di tendenza per i giorni successivi. Inoltre i dati di monitoraggio raccolti a medio/lungo periodo possono essere utilizzati in campo ambientale, ad esempio per la valutazione dei cambiamenti climatici.
Il clima non può aspettare: SNPA aderisce al Global Strike for Future Il grido d’allarme di un’adolescente ha scosso i Governi di tutto il mondo: i Fridaysforfuture nascono infatti dalla protesta della sedicenne Greta Thunberg che a Stoccolma, in occasione della COP24, andò a sedersi ogni giorno davanti al Parlamento durante l’orario scolastico, per chiedere al governo svedese che si rispettassero i limiti delle emissioni di carbonio sanciti nell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico sottoscritto nel 2015. Il 15 marzo è la giornata dello sciopero mondiale per il futuro; sono 198 i Paesi che dovrebbero aderire all’iniziativa Global Strike for Future, giornata in cui scenderanno in piazza non solo i giovani, ma tutti quelli che sentono il bisogno di sollecitare i Governi di tutto il mondo ad agire più decisamente per contrastare i cambiamenti climatici, la sfida di questo millennio. Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), insieme ad altri Enti di Ricerca ed associazioni ambientaliste, aderisce a questa grande manifestazione di sensibilizzazione a livello mondiale verso le problematiche legate al clima, mettendo a disposizione dati, informazioni e at-
Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 15 marzo 2019 - Anno XV, N.5 Edizione chiusa dalla redazione il 15 marzo 2019 DIRETTORE EDITORIALE
Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE
Pietro Funaro CAPOREDATTORI
Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE
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tività che come Sistema si stanno portando avanti sui cambiamenti climatici. Il Sistema pubblica, con cadenza annuale, il rapporto “Gli indicatori del clima in Italia”. Gli studi condotti hanno evidenziato come in Italia il 2018 è stato, ad oggi, l’anno più caldo di tutta la serie storica di dati controllati ed elaborati, cioè almeno dal 1961: +1,77 °C rispetto al valore normale di riferimento 1961-1990, +1,15°C rispetto al rispetto al valore normale di riferimento 1981-2010; questa base trentennale viene utilizzata dai servizi meteorologici e idrologici nazionali per valutare le medie a lungo termine e la variabilità inter-annuale dei principali parametri climatici, quali temperatura, precipitazioni e vento, che sono importanti per gli ambiti sensibili al clima come la gestione delle risorse idriche, energia, agricoltura e salute. In base a studi che ricostruiscono il clima in un passato più remoto, si può affermare che in Italia il 2018 risulta essere l’anno più caldo da almeno 2 secoli circa. In un chiaro segnale dei continui cambiamenti climatici a lungo termine associati alle concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera, a scala globale gli anni 2015, 2016, 2017 e 2018 sono stati confermati dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) come i quattro più caldi mai registrati. Il 2018 si classifica come il quarto anno più caldo mai registrato. L’anno 2016 rimane l’anno più caldo mai registrato (1,2 ° C al di sopra del dato di base preindustriale). Tornando al clima in Italia, nel mese di ottobre dello scorso anno, l’Italia è stata teatro di una serie di eventi meteorologici estremi che hanno determinato gravi conseguenze per la popolazione, l’ambiente e il territorio del nostro Paese. Le piogge sono cadute abbondantemente su quasi tutto il territorio nazionale, con tempi e intensità diverse nelle varie regioni. Le precipitazioni cumulate giornaliere più elevate sono state registrate nelle zone prealpine, con valori di oltre 400 mm in Friuli
Venezia Giulia e di oltre 300 mm in Liguria, Veneto e Lombardia. A scala globale, l’inizio del 2019 è stato caratterizzato da condizioni meteorologiche di grande impatto in molte parti del mondo, tra cui il freddo in Nord America, il calore record, incendi e piogge in Australia, temperature record e precipitazioni in alcune parti del Sud America e forti nevicate sulle Alpi e sull’Himalaya. Siccità e precipitazioni. Uno dei 16 indicatori dell’edizione 2018 del Rapporto Ambiente SNPA, presentato in occasione della Prima Conferenza Nazionale del Sistema per la Protezione dell’Ambiente lo scorso 27 febbraio, illustra la situazione relativa alla siccità; nel 2017 l’apporto di precipitazione sulla scala temporale di 12 mesi, è stato nettamente inferiore alla media climatologica (periodo di riferimento 19482016) e sono stati osservati deficit di precipitazione sull’intero territorio nazionale. Clima e meteo: Una sintesi di dati e informazioni meteo climatiche sugli ultimi eventi del clima in Italia è stata trasmessa dall’ISPRA alla WMO, che cura la redazione del “WMO Annual Statement on the Status of the Global Climate in 2018”. L’ISPRA svolge la funzione focal point nazionale per la realizzazione e trasmissione regolare al Regional Climate Centre della Regione VI (Europa) della WMO di dati e prodotti relativi allo stato e alle variazioni del clima in Italia. Con l’obiettivo di riorganizzare e consolidare i servizi di
meteorologia climatica nel nostro Paese, con la legge di bilancio 2018, ad istituire l’Agenzia nazionale per la meteorologia e la climatologia (ItaliaMeteo) e, congiuntamente, un Comitato nazionale di indirizzo che ha il compito di proporre lo statuto dell’Agenzia e di individuare le migliori modalità di razionalizzazione e riconduzione ad unità del sistema meteorologico italiano, in cui operano anche componenti del SNPA e che fornisce da anni servizi di meteorologia operativa, sia a livello territoriale che nazionale. L’Agenzia ItaliaMeteo e il Comitato di indirizzo per la meteorologia e la climatologia rappresentano un’opportunità preziosa e indifferibile per mettere a sistema, valorizzare, condividere e coordinare tutte le attività di meteorologia e climatologia operative in essere o da completare, in un’ottica e con le finalità di un servizio pubblico rivolto a tutti. Gli ecosistemi vegetali e in particolare le foreste e i suoli agricoli sono un elemento chiave nelle strategie di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici. Rispetto alle strategie di mitigazione (riduzione delle emissioni di gasserra), va segnalato prima di tutto che dalla distruzione delle foreste (10 milioni di ettari nel 2018) e più in generale dalla conversione da forme naturali e semi-naturali di uso del suolo a forme artificiali, si liberano in atmosfera circa 4,5 miliardi di tonnellate di CO2, che si aggiungono ai 37,1 miliardi di tonnellate di CO2 derivanti dalla combustione di carbone, petrolio e gas e dalla produzione di cemento. In questo senso, le misure di protezione per evitare la distruzione delle foreste hanno il duplice vantaggio di proteggere la biodiversità ed evitare l’emissione di enormi masse di gas-serra. Inoltre, la vegetazione ha la capacità di assorbire CO2 attraverso la fotosintesi clorofilliana e, quindi, di sottrarla dall’atmosfera. La CO2 sequestrata viene quindi fissata per periodi che vanno da pochi mesi a molto decenni nelle foglie, nei rami, nel tronco, nella lettiera e nel suolo. In Italia la capacità fissativa delle foreste è pari a circa 35 milioni di tonnellate di CO2, in grado di compensare l’8% del totale delle emissioni nazionali (428 milioni di tonnellate di CO2). Infine va ricordato il ruolo fondamentale che la conservazione e il ripristino di habitat naturali, quali aree umide e dune costiere, hanno nelle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici e agli effetti degli eventi estremi, come dimostrano molti casi di successo. (articolo pubblicato sul sito www.snpambiente.it)
Al via i bioblitz nei parchi italiani Alla ricerca delle specie aliene animali e vegetali negli ecosistemi nostrani Alessia Esposito Al via dal 16 marzo, fino a settembre i bioblitz nei parchi italiani. Dodici gli appuntamenti organizzati da Federparchi, a partire dall’isola di Pianosa, in provincia di Livorno. L’obiettivo è quello di coinvolgere i partecipanti nella cosiddetta “caccia” alle specie aliene animali e vegetali che anno dopo anno stanno invadendo gli ecosistemi, con danni agli habitat naturali e all’economie: tremila specie aliene quelle individuate in Italia di cui il 15% invasive, dodici miliardi la stima dei costi dei danni. Quella di Pianosa sarà un’avventura in cui i partecipanti potranno fare esperienza di ricerca diretta, studio e attività pratiche accompagnati dalle guide del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, dagli operatori di Legambiente (partner del progetto Life ASAP) e dagli esperti dell’Istituto Pangea Onlus, braccio tecnico operativo della Federparchi per l’intera campagna. L’attività di ricerca e controllo nei Parchi rientra nella campagna di Citizen Science, è prevista dal progetto europeo LIFE Asap dedicato alla divul-
gazione e alla sensibilizzazione sul tema ed è coadiuvata dai parchi interessati oltre che dalle istituzioni del territorio. “Le specie aliene sono quelle specie animali o vegetali trasportate dall'uomo in modo volontario o accidentale al di fuori della loro area d'origine, che in ambienti privi dei loro antagonisti naturali possono diventare invasive”. Partire dall’isola di Pianosa non è un caso: le isole sono ricche di biodiveristà e per questo particolarmente vulnerabili. Pianosa era sede di un carcere di massima sicurezza ed ormai inglobata nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Qui i partecipanti saranno divisi in squadre per procedere ad attività sul campo e laboratori didattici. I partecipanti inizieranno la giornata con il riconoscimento delle specie presenti nell’ecosistema e, muniti di un apposito kit, procederanno ad interventi di eliminazione radicale delle specie vegetali aliene. Le segnalazioni possono giungere anche per via digitale grazie ad AsapP, l'App gratuita e disponibile sia per dispositivi IOS che Android. Una volta raccolte e convalidate da esperti del settore ver-
ranno inserite nei database internazionali utili alle analisi da parte degli istituti scientifici. Gli appuntamenti successivi si svolgeranno secondo il calendario: 30 marzo - Parco Nazionale del Circeo, 13 aprile Parco Regionale della Mandria, 27 aprile - Parco Nazio-
nale del Vesuvio, 11 maggio Ente Regionale dei Parchi di Romanatura, 22 maggio Parco Regionale della Maremma, 15 giugno - Parco Nazionale Aspromonte, 22 giugno - Riserva Naturale Monte Pellegrino, 13 luglio - Parco Nazionale del Gran Paradiso, 20 luglio - Parco Nazionale Ap-
pennino Lucano, 7 settembre Parco Nazionale dell’Alta Murgia, 14 settembre - Parco Regionale Agricolo Sud Milano. Maggiori informazioni sulle modalità di partecipazione e su tutti i bioblitz sono disponibili sui siti web: www.lifeasap.eu, www.islepark.gov.it e www.federparchi.it
La primavera, stagione di transizione e cambiamenti Un’esplosione di colori e profumi tra l’inverno appena passato e l’estate incipiente Gennaro Loffredo Nell’emisfero boreale la primavera meteorologica, per convenzione, inizia il giorno 1 marzo e va fino al 31 maggio, mentre la corrispondente stagione astronomica inizia il 21 marzo, giorno dell’equinozio (durata del dì uguale alla notte). Il sole in primavera è già alto e abbastanza caldo. La sua azione sui vegetali è palese. È un’esplosione di colori e profumi dei fiori appena sbocciati e delle piante che germogliano. La primavera spesso ci sorprende per le belle giornate calde e luminose, quasi a sbeffeggiare l’inverno appena passato. A volte, però, è l’inverno che si prende gioco della primavera, soffiando aria fredda e facendo
cadere la neve non necessariamente solo in montagna. L’eventuale arrivo del freddo e della neve su un patrimonio vegetativo ancora quiescente non sarebbe causa di grossi problemi, ma se la medesima situazione si presentasse quando i vegetali sono già
sbocciati, i danni sarebbero ingenti. Ecco perché il gelo primaverile rappresenta un incubo per la natura. La primavera, infatti, è una stagione di transizione tra l’inverno appena passato e l’estate incipiente ed è normale che si alternino fasi che
ci ricordano l’inverno ed altre che ci donano un anticipo dell’estate. Nella prima parte della stagione le condizioni atmosferiche sono spesso instabili, stante il passaggio delle perturbazioni atlantiche. A marzo può ancora nevicare a quote molto basse (vista la presenza di aria ancora molto fredda sull’Europa centro-settentrionale) e varie volte in passato questo mese è stato testimone di tardive ondate di gelo, come nel marzo 1971. Aprile, invece, rappresenta il mese primaverile per eccellenza. Le giornate più lunghe e luminose invogliano la gente a riversarsi in luoghi aperti ed in mezzo alla natura, oramai completamente esplosa. Non mancano, tuttavia, specie nelle prime due decadi del
mese giornate piovose, mentre al sud si affacciano le prime brevi ondate di caldo proveniente dall’Africa. A maggio la primavera è ben inoltrata e cominciano ad intravedersi i primi caratteri dell’estate. In genere le temperature sono ancora molto miti ed è il momento in cui i cappotti e gli indumenti pesanti vengono definitivamente riposti negli armadi. In questa fase le perturbazioni divengono sempre più rare (soprattutto al meridione), mentre fanno capolino sui nostri rilievi montuosi i primi temporali di calore. La primavera, insomma, anche se un pò volubile e capricciosa è la stagione della rinascita ed è capace di mostrarsi in tutta la sua bellezza.
REPORT
Il Global Resources Outlook 2019 Dal 1970 al 2017 l’estrazione di risorse naturali ha subito un notevole incremento Rosa Funaro Parlare di cambiamenti climatici, di emissioni, di fonti energetiche sostenibili, di Pianeta, di Terra, mare, biodiversità, è diventato per Istituzioni e amministrazioni quasi un fare sistematico, sembra di sentire parole e buoni propositi imparati a memoria che nel fattivo, salvo meravigliose eccezioni, danno seguito a niente o a molto poco. Questa sensazione è purtroppo confermata spesso da studi e ricerche che mettono a nudo i vizi e la pochezza degli esseri umani. Secondo il Global Resources Outlook 2019, elaborato dall'International Resource Panel, che esamina gli andamenti delle risorse naturali e i modelli di consumo corrispondenti per supportare i responsabili politici nel processo decisionale strategico e nella transizione verso un'economia sostenibile,dal 1970 al 2017 l'estrazione di risorse naturali è più che triplicata, con un aumento dell'uso di minerali non metallici di ben cinque volte e un aumento del 45% dell'uso di combustibili fossili. Stando al Rapporto, pubblicato in occasione della Assemblea Onu sull'Ambiente (Unea-4), negli ultimi cinque decenni, la popolazione globale è raddoppiata, l'estrazione dei materiali è triplicata e il prodotto interno lordo è quadru-
plicato. Il rapporto rileva che l'estrazione globale annuale di materiali è passata da 27 a 92 miliardi di tonnellate. Dal 2000, la crescita dei tassi di estrazione è accelerata a 3,2 per cento all'anno, guidato in gran parte da importanti investimenti in infrastrutture e standard di vita materiale più elevati in sviluppo e transizione dei paesi, specialmente in Asia. "L'Outlook delle risorse globali
mostra che stiamo scavando per risorse limitate, come se non ci fosse un domani, causando cambiamenti climatici e perdita di biodiversità nel corso degli anni – non ci sarà un domani per molte persone a meno che non ci fermiamo” ha commentato Joyce Msyua, direttore esecutivo facente funzione di Un Environment - Francamente. Nel Report sono indicati nel dettaglio i numeri relativi alle
diverse risorse naturali. Per quanto riguarda i minerali metallici dal 1970 al 2017, l’estrazione ha avuto un incremento ogni anno del 2,7%, l'uso di carbone, petrolio e gas naturale è aumentato da 6 a 15 miliardi di tonnellate, ma la quota dell'estrazione globale totale diminuita dal 23 al 16%. Anche la domanda riguardante la biomassa è aumentata da 9 a 24 miliardi di tonnellate. La quantità di
acqua estratta per l'agricoltura, le industrie e i comuni è significativamente aumentata: da 2.500 km3 a 3.900 km3 all'anno. Tra il 2000 e 2012, il 70% dei prelievi mondiali è stato utilizzato per l'agricoltura, principalmente per l'irrigazione, mentre per le industrie il 19% e per i comuni l’11 per cento. Infine, per quanto attiene l’uso del suolo, tra il 2000 e il 2010 la superficie globale coltivabile è aumentata da 15,2 milioni a 15,4 milioni di km². Le aree coltivate sono diminuite in Europa e Nord America, ma aumentati a Africa, America Latina e Asia. Quella da pascolo è diminuita da 31,3 milioni di km² a 30,9 milioni di km². Africa e America Latina ha subito lievi perdite di foresta mentre altre regioni del mondo hanno avuto lievi incrementi. Senza seri e accurati accorgimenti nelle politiche energetiche di tutti i Paesi entro il 2060, l'uso globale di materia prima potrebbe raddoppiare fino a 190 miliardi di tonnellate (da 92 miliardi), mentre le emissioni di gas serra potrebbero aumentare del 43%. Gli effetti? Ai posteri l’ardua sentenza.
Alliance to End Plastic Waste: le multinazionali contro la plastica dispersa nell’ambiente Giulia Martelli Quando a guidare l’operato e le scelte di imprese multinazionali non è soltanto il profitto ma la sostenibilità ambientale, allora si può dire che siamo realmente di fronte ad un cambiamento. A dare prova di questa “nuova visione” la nascita dell’ Alliance to end plastic waste (Aepw): una federazione composta per ora da quasi trenta imprese operanti in Nord e Sud America, Europa, Asia, Africa e Medio Oriente, attive nella value chain dei beni di consumo e della plastica. Produttori di materiali chimici e plastici, società di beni di consumo, retailer, aziende attive nel settore della trasformazione delle materie plastiche e società che si occupano di gestione dei rifiuti, assieme per proporre soluzioni innovative per contrastare la dispersione dei rifiuti di plastica nell’ambiente, in particolare negli oceani. L’Alleanza è nata con una dote sostanziosa: un investimento di più di 1 miliardo di dollari e l’obiettivo di destinare, nei prossimi 5 anni, 1,5 miliardi di dollari alla lotta ai rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente. David Taylor, hairman of the Board, presidente e Ceo di Procter & Gamble e presidente dell’Aepw, ha sottolineato: « Siamo di fronte a una sfida globale seria e complessa, da affrontare con la
massima rapidità e con una leadership forte. La nuova Alleanza rappresenta il massimo sforzo realizzato sino a oggi per dire basta ai rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente. Vorrei invitare qualsiasi società, grande o piccola che sia, attiva in tutte le regioni e in tutti i settori, a unirsi a noi». Secondo Ocean Conservancy, quasi l’80% dei rifiuti di plastica nell’oceano deriva da rifiuti prodotti sulla terraferma e che, nella stragrande maggioranza dei casi, raggiungono il mare via fiume. Un recente studio evidenzia che
oltre il 90% della plastica proviene dai dieci corsi d’acqua principali al mondo – otto in Asia e due n Africa – e il 60% dei rifiuti di plastica nell’oceano proviene da cinque Paesi del Sud-est asiatico. L’Aepw ha annunciato una prima serie di progetti come le collaborazioni con le città, per «elaborare dei sistemi di gestione integrata dei rifiuti nelle grandi aree urbane in cui mancano le infrastrutture, in particolare lungo i fiumi che trasportano dalla terraferma all’oceano grandi quantità di rifiuti di plastica non ge-
stiti». Dall’Alliace dicono che «la realizzazione di questo obiettivo non potrà prescindere dal coinvolgimento di stakeholder e governi locali e porterà all’elaborazione di modelli replicabili ed economicamente sostenibili, applicabili in più città e regioni. L’Aepw cercherà di instaurare delle partnership con città situate in aree ad alta dispersione di plastica, provando al tempo stesso a collaborare con programmi preesistenti rivolti alle realtà urbane, come ad esempio il progetto STOP in Indonesia». Un’altra iniziativa è la fondazione di The Incubator Network di Circulate Capital, «per sviluppare e promuovere le tecnologie, i modelli commerciali e gli imprenditori che combattono la dispersione dei rifiuti di plastica negli oceani e migliorano la gestione e il riciclaggio dei rifiuti con lo scopo di creare un programma di progetti su cui investire, concentrandosi inizialmente sul Sud-est asiatico». La nuova alleanza globale anti- plastica punta inoltre anche a creare una collaborazione con organizzazioni intergovernative, compresa l’Onu, «per elaborare incontri formativi e workshop congiunti rivolti a funzionari governativi e leader comunitari per aiutarli a identificare e a perseguire le soluzioni più efficaci e localmente rilevanti nelle aree di massima priorità».
Nesquik All Natural: addio al tradizionale packaging giallo La famosa scatola gialla che accompagna grandi e piccini a prima colazione diventerà un lontano ricordo. La Neqsuik dice addio allo storico packaging e lancia Nesquik All Natural, nuovo prodotto, nuova ricetta, nuova confezione. Se prima, sul sito web ufficiale, era consigliato il riutilizzo dei barattoli in diversi modi a prova di fantasia, ora il packaging sarà sostituito da una busta in carta completamente riciclabile e prodotta con materie prime provenienti da fonti sostenibili, certificate FSC Forest Stewardship Council. Un packaging che promette di non far rimpiangere quello passato almeno nella sostanza, conservando tutte le proprietà e gli aromi della polvere di cacao durante
tutta la filiera. Nestlè dichiara che anche la produzione sarà più green: solo cinque ingredienti e tutti naturali. Più cacao, innanzitutto, proveniente dall’Africa Occidentale, e il 20 % di zucchero in meno e del tipo di canna grezzo, invece che il tradizionale zucchero bianco raffinato. Saranno cinque i Paesi dove verrà effettuata per ora la fase di lancio: Francia, Germania, Portogallo, Spagna, Italia. Una svolta che non riguarda il singolo prodotto ma vuol essere un impegno della multinazionale, accusata di essere tra i grandi inquinatori. La Nestlè ad oggi "ha presentato la propria strategia per conquistare un futuro libero dall'inquinamento, annunciando una serie di azioni specifiche in linea con l'impe-
gno già assunto nell'aprile 2018 che punta a rendere il 100% dei suoi imballaggi riciclabili o riutilizzabili entro il 2025. L'azienda si concentrerà in particolar modo sulla riduzione dei rifiuti plastici". Yasser Abdul Malak, responsabile della categoria dei prodotti legati al consumo di latte per Europa, Medio Oriente e Nord Africa, ha aggiunto: “La busta di carta riciclabile è la prima del suo genere. Passare
dalla plastica alla carta è una grande sfida, ma un passo importante nella progettazione del packaging alimentare del futuro. Oggi abbiamo compiuto questo passo per dimostrare che rispondiamo veramente alla domanda dei consumatori di cibo più naturale e sostenibile“. E non solo Nesquik. La multinazionale pro-
mette che a cambiare e a diventare più green, entro il 2020, saranno anche lo snack Yes!, gli Smarties e la bevanda Milo. Tutte belle notizie? Non proprio. La sostenibilità viene pagata dal consumatore con un aumento del prezzo sugli scaffali. Ma chi riuscirà davvero a rinunciare al Nesquik a colazione? A.E.
Le piante transgeniche rendono di più Disinnescano gli effetti negativi del riscaldamento globale Rosario Maisto Le piante modificate per ottimizzare il percorso metabolico della fotorespirazione offrono una resa del quaranta per cento superiore alle loro controparti naturali. La ricerca è stata condotta nel quadro di un progetto sostenuto dalla Foundation for Food and Agriculture Research (FFAR) e dal Department for International Development (DFID) del governo britannico. Queste piante transgeniche producono biomassa attraverso la fotosintesi, nella quale l'enzima Rubisco usa l'energia solare per trasformare l'anidride carbonica e l'acqua negli zuccheri che alimentano la crescita delle piante e completare la fotosintesi, questa presenta una doppia funzione, carbossilasica e ossigenasica, ognuna delle quali in grado di agire in particolari condizioni di concentrazione dei substrati. Se la reazione carbossilasica inter-
viene nella fase oscura della fotosintesi allo scopo di formare gliceraldeide-3-fosfato utilizzabile per la gluconeogenesi o le biosintesi lipidiche e aminoacidiche, la reazione ossidasica permette la protezione della cellula vegetale dall'accumulo di ROS (specie reattive dell'ossigeno) in caso di esagerate quantità di fotoni assorbiti dalle clorofille, il Rubisco essendosi evoluto in un ambiente che era ancora relativamente povero di ossigeno non distingue in modo efficiente fra anidride carbonica e ossigeno, per cui circa il venti per cento delle volte usa quest’ultimo al posto della CO2, sintetizzando così un composto vegetale tossico che intacca le membrane cellulari. Per eliminare tutte queste sostanze dannose le piante ricorrono alla cosiddetta fotorespirazione, un processo metabolico molto complesso che comporta un rallentamento della fotosintesi e l’impiego di parte delle
riserve di carbonio già accumulate, poiché a penalizzare la fotosintesi non sono solo le alte concentrazioni di ossigeno, ma anche le temperature elevate, da tempo i biologi sono alla ricerca di metodi che possano migliorare l’efficienza fotosintetica delle piante, in modo da disinnescare gli effetti della diminuzione delle rese dovuta al riscaldamento globale. I ricercatori, hanno studiato i percorsi metabolici di millesettecento piante riuscendo a definire tre possibili strade in grado di semplificare e accorciare significativamente il complesso ciclo della fotorespirazione, e le hanno poi riprodotte in piante di tabacco appositamente ingegnerizzate. I test condotti per due anni in condizioni agronomiche reali hanno mostrato che queste piante danno realmente una resa in media del quaranta per cento superiore a quella delle piante naturali tradizionali. Un esempio lampante il Canale di Panama che è stata un'impresa di ingegneria che ha aumentato l'efficienza del commercio in modo sproporzionato, lo stesso queste scorciatoie fotorespiratorie sono un'impresa di ingegneria vegetale che si rivela un mezzo unico per aumentare notevolmente l'efficienza della fotosintesi, in un mondo dove ormai di ossigeno ce n’è ben poco!
La CO2 si trasforma in carbone solido Il progetto sviluppato da un team australiano I ricercatori del Royal Melbourne Institute of Technology hanno dato vita ad una nuova e rivoluzionaria tecnica che premetterà di rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera convertendola in scaglie solide di carbone economico e a impatto ambientale pari a zero, così da poter riavvolgere nel tempo i processi che hanno portato ai tanto temuti cambiamenti climatici. Non è la prima volta che si è cercata una soluzione al problema dell’alta presenza nell’atmosfera della Co2. L’anidride carbonica è stata convertita in un solido a temperature estremamente elevate, però tutto ciò ha reso questo processo industrialmente non redditizio. Il team australiano, d’altro canto, avvalendosi dell’ausilio dei metalli liquidi con funzione di catalizzatore, ha dimostrato che è possibile riportare il gas in carbonio a temperatura ambiente con un processo ecosostenibile descritto e presentato sulla famosa rivista “Nature Communications”. Il carbonio solido ottenuto risulta essere, infatti, facilmente immagazzinabile nel terreno in modo sicuro o può essere riutilizzato come fonte di energia. Per convertire la Co2 i ricercatori hanno, inoltre, sviluppato un catalizzatore di metallo liquido con specifiche proprietà di superficie che lo rende estremamente efficiente nel condurre elettricità. Grazie a una serie di reazioni chimiche l'anidride carbonica si converte in scaglie solide di carbone, che distaccano naturalmente dalla superficie di metallo liquido, permettendo la produzione continua di materiale solido carbonaceo. La coordinatrice dello studio, Dorna Esrafilzadeh, parla entusiasta del processo, affermando che offre una nuova maniera di risolvere il problema delle emissioni di Co2 dalle produzioni di cemento, di acciaio e la produzione di elettricità da carbone e gas. Ma non finisce qui. Il carbone prodotto può essere usato per produrre altra energia o essere interrato in sicurezza. Insomma, il team di Melbourne offre una vasta gamma di possibilità per l’utilizzo di questo prodotto speciale, regalando un margine di vittoria nella battaglia agli incalzanti cambiamenti climatici e al sempre crescente inquinamento. Aveva proprio ragione Lavoiser: in natura niente si crea, niente si distrugge, ma tutto si trasforma. E il Royal Melbourne Institute of Technology lo ha preso in parola, regalando a tutto il mondo questa scoperta sensazionale che potrebbe davvero rivoluzionare la produzione energetica a impatto ambientale zero, così che la Terra tornerà a respirare aria pulita. A.P.
LA MAKOKO FLOATING SCHOOL Un prototipo di edificio galleggiante nel cuore della laguna di Lagos Antonio Palumbo La nostra rubrica si occuperà di una struttura davvero singolare, segnatamente in termini di ecosostenibilità: una scuola in grado di galleggiare sull’acqua realizzata per la bidonville di Makoko, in Nigeria, dallo studio MLE Architects e, in particolare, dell’architetto locale Kunle Adeyemi, il quale ha pensato bene di riadattare l’idea della palafitta, tipica costruzione della città di Lagos, per creare una scuola in grado di accogliere gli oltre 100 bambini del quartiere di Makoko. Il progetto per la realizzazione delle scuole galleggianti risale al 2012 e, di anno in anno, si va affermando, a beneficio di tutte quelle comunità che risiedono nell’area lagunare di Lagos, in riva all’Oceano, sulle quali incombe il costante pericolo delle inondazioni, dovute ai cambiamenti climatici e al conseguente innalzamento del livello delle acque. «La costruzione - spiega Adeyemi - si può adattare a qualsiasi impiego, anche come casa oppure ospedale, secondo una visione di sviluppo sostenibile specificamente pensata per le comunità costiere africane. Appare, d’altronde, sempre più urgente, in questi luoghi dove la popolazione cresce a vista d’occhio, escogitare soluzioni costruttive che siano rapide, efficaci e, soprattutto, caratterizzate da una elevata versatilità ed economicità di realizzazione e di esercizio». Infatti, con poco più di 6.000 dollari, tanta inventiva, il legno locale e 256 barili di plastica (che consentono al fabbricato di galleggiare sul Golfo di Guinea), Adeyemi offre una possibile soluzione al problema dello sfratto selvaggio degli abitanti delle baraccopoli (che ha investito Lagos e la Nigeria già da parecchi anni, secondo un’indagine condotta da Amnesty International). La Makoko Floating School rappresenta, appunto, un prototipo di edificio galleggiante, costruito per la comunità di un villaggio situato nel cuore della laguna di Lagos, la più grande città della Nigeria: Makoko appariva il luogo ideale per testare questo nuovo modello architettonico
ad alto contenuto ecologico. Quale progetto-pilota, l’intervento ha inteso adottare un approccio innovativo per affrontare altresì i bisogni sociali e fisici della comunità, in considerazione di un contesto che è in rapidissima espansione demografica: obiettivo principale è stato quello di generare sistemi di costruzione alternativi, ecologici e sostenibili per la brulicante popolazione delle regioni costiere africane. La struttura della scuola, a forma di “A”, è costituita da 3 piani sovrapposti che vanno rastremandosi verso l’alto. L’aula si trova al 2° livello, mentre sul tetto sono state sistemate delle celle fotovoltaiche e un sistema di raccolta dell’acqua piovana, per aumentare la sostenibilità complessiva delle soluzioni adottate. Il livello inferiore viene invece utilizzato come parco giochi e quando, alla fine delle attività didattiche giornaliere, gli alunni vanno via, la scuola diventa uno spazio comunitario per i residenti del villaggio, grazie al quale poter pescare e rilassarsi all’ombra che la struttura, naturalmente ventilata, è in grado di offrire.
Le fasi più avanzate del progetto prevedono la creazione di tante altre strutture come questa al servizio degli abitanti, fino a determinare la realizzazione di una città galleggiante eco-compatibile sulle acque della laguna di Makoko. Già nominata per i Designs of the Year 2014 dal Design Museum di Londra, la scuola galleggiante di Adeyemi costituisce, di sicuro, un’opzione molto promettente per il futuro di molte realtà costiere africane.
Il dossier di Legambiente sui pesticidi Lo studio evidenzia la regolarità del 61% dei 9.939 campioni analizzati Secondo il dossier di Legambiente “Stop Pesticidi”, Boscalid, Chlorpyrifos, Fludioxonil, Metalaxil, Imidacloprid, Captan, Cyprodinil sono i pesticidi più diffusi negli alimenti campionati in Italia. Il rapporto evidenzia la regolarità del 61% dei 9.939 campioni analizzati e l’assenza di residui di pesticidi: un risultato positivo che, da solo, non basta a far abbassare l’attenzione su quanti e quali residui di prodotti fitosanitari si possono rintracciare negli alimenti, e, permanere nell’ambiente. A preoccupare non sono tanto i campioni fuorilegge, che non superano l’1,3 per cento del totale, quanto quel 34 per cento di campioni regolari che presentano comunque uno o più residui di pesticidi. Il problema vero, che desta preoccupazione, è il multiresiduo vale a dire le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro che possono provocare effetti additivi o addirittura sinergici a danno dell'organismo umano, e, per il quale la legislazione europea ancora non distingue tra campioni regolari e quelli con uno o più residui. La frutta è la categoria dove
si concentra la quota maggiore di campioni regolari multiresiduo. Solo il 36% dei campioni analizzati è privo di tracce di pesticidi, mentre l’1,7% è irregolare e oltre il 60%, nonostante sia considerato regolare, presenta tracce di uno o più residui chimici. Per la verdura il quadro è eterogeneo. Da un lato, il 64% dei campioni risulta privo di tracce. Dall’altro, si riscontrano significative percentuali di irregolarità in alcuni prodotti, tra i quali peperoni, ortaggi da fusto e legumi. La provenienza dei campioni alimentari incide notevolmente. Infatti, nel confronto tra i campioni esteri e italiani, quelli che presentano più irregolarità sono quelli esteri: sono irregolari, infatti, il 3,9% dei campioni esteri rispetto allo 0,5% di quelli nazionali, e almeno il 33% dei campioni di provenienza estera rispetto al 28% di quelli italiani presenta una traccia di multiresiduo. Se lo scorso anno era un campione di foglie di tè verde, di origine cinese, a contenere il più alto numero di residui, ben 21, quest’anno il record è stato segnato da un peperone cinese contenente 25 residui
di prodotti fitosanitari. E il paradosso è che soltanto una modesta quantità del pesticida irrorato in campo raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nel suolo e nell’acqua, così come confermato dall’Ispra nel suo ultimo rapporto, il quale evidenzia la presenza di pesticidi nel 60%
circa delle acque superficiali e nel 30% di quelle sotterranee. Per Legambiente si può e si deve fare molto di più per ridurre i rischi e le conseguenze negative che un utilizzo non corretto dei pesticidi ha determinato e continua a determinare sull'ambiente. Va incentivato il rispetto di fasce tampone, non soggette a
trattamenti, dai corpi idrici per minimizzare il rischio di inquinamento dei corsi d'acqua; va incentivata la diffusione di tecniche alternative al mezzo chimico e la tutela della biodiversità, che può determinare un miglioramento della resilienza e dell'equilibrio biologico nell'ambiente coltivato. B.G.
L’uso delle staminali per reprimere l’Hiv Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche con una particolare mutazione ha permesso di ottenere una remissione di lunga durata del virus HIV-1 in un paziente sieropositivo già da tempo, nel suo sangue non è stato più trovato alcun marcatore della rivitalizzazione del virus, anche a distanza di anni dalla sospensione della terapia farmacologica, di fatto, fino ad oggi, era noto un solo caso di questo tipo, risalente al 2009, e il fatto che si sia riusciti a replicare il risultato fa sperare che quello precedente non sia stato un'anomalia, e che questo approccio possa essere usato per tenere sotto controllo la malattia. Attualmente sono circa trentasette milioni le persone colpite dall’infezione da HIV, ma solo ventuno milioni hanno
accesso alla terapia antiretrovirale (ART) che permette di sopravvivere molto più a lungo, però, questa terapia è molto costosa, anche perché la comparsa di ceppi HIV resistenti richiede la messa a punto di farmaci più efficaci e
sempre più costosi, per questo motivo la ricerca di mezzi e risorse per ottenere una soppressione durevole e senza farmaci del virus è molto attiva e continua. Il successo avuto nel 2009 era stato ottenuto trapiantando
cellule staminali ematopoietiche ricavate da un portatore di una rara variazione in entrambe le copie del gene che codifica per un recettore che si trova sui linfociti, il recettore CCR5, solitamente, l'HIV si serve di questo recettore per penetrare nelle cellule, ma la variante in questione, chiamata CCR5 Delta 32 perché nel gene c’è un eliminazione di 32 coppie di basi, cambiando lievemente la forma, impedendo l'ingresso del virus, tanto da rendere refrattari alla malattia chi ne è portatore. Il protocollo usato sul primo paziente, però, era molto aggressivo e quindi è stato abbandonato, ma il ricorso a protocolli meno aggressivi finora non era riuscito a replicare il successo, tutto questo grazie al gruppo di ricerca del-
l’University College di Londra, dopo il trapianto, avvenuto nel 2016, il paziente che ha preferito rimanere anonimo, ha acquisito entrambe le copie della mutazione introdotta, manifestando solo una lieve reazione. I test sono stati ripetuti ed hanno confermato che la presenza dell'HIV rimaneva impercettibile, la terapia antiretrovirale, proseguita per sedici mesi, è stata interrotta, ora il paziente è in remissione da diciotto mesi, per un totale di trentacinque mesi dal trapianto. Nell’attesa che questa nuova variante del ricettore sia sempre più refrattaria e resistente per reprimere sempre più una malattia che ormai affligge da anni milioni di persone, attendiamo con entusiasmo e fiducia i prossimi risultati. R.M.
Grandi Napoletani, grandi Campani
L’ingegnere Francesco Del Giudice Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Francesco Del Giudice nacque a Capua il 27 maggio del 1815 dal generale Raffaele del Giudice. Iniziò gli studi di ingegneria ed entrò nella Scuola di Ingegneria napoletana per Ingegneri di Ponti e Strade diventando, presso la scuola militare della Nunziatella, Alfiere del Genio Militare. Nel 1833, sulla base delle leggi emanate nel 1806 da Giuseppe Bonaparte, Ferdinando II di Borbone regolamentò il corpo dei vigili del fuoco (per la prima volta in Italia) e nel 1834, con il grado di tenente fu assegnato alla nuova Compagnia degli Artefici Pompieri di Napoli. Nel 1837 fu promosso capi-
tano ed aiutante facente funzioni di direttore ingegnere del Corpo dei Pompieri di Napoli. Fu giudicato sia in epoca borbonica che sabauda un vero e proprio genio e fu uno dei pochi ad essere confermato nelle sue cariche prima e dopo la nascita del Regno d’Italia mantenendo il co-
foto da floraplanner.artplannerscuole.itit
mando del corpo pompieristico napoletano. “Diede lustro alla Compagnia dei Pompieri di Napoli, portandola a risultati eccellenti dal punti di vista delle tecniche pompieristiche e delle attrezzature di spegnimento [...]. Apportò riforme tecniche e fece dotare gli uomini di elmi
in acciaio, asce, pale e scale di ferro uncinate mobili, le stesse usate dai lampionai napoletani. Perfezionò inoltre il carro trainato dai cavalli, dotandolo di una pompa idraulica azionata da caldaia a vapore. Studiò i sistemi europei di salvataggio, in particolare
tappeto grande a scivolo”. Negli ultimi anni della sua vita, a dimostrazione della sua sensibilità verso il suo lavoro, fu sistematicamente interessato ai temi dell’educazione dei giovani e promosse la fondazione delle scuole professionali e tecniche del Regno d’Italia: suggerì la creazione di istituti agrari (“quattro nelle principali regioni delle province napoletane ed uno superiore centrale nella prossimità di questa vasta e popolosa città di Napoli”; fu preside dell’Istituto Tecnico Giovan Battista della Porta di Napoli (ancora attivo in via Foria); promosse l’idea di fondare a Portici una Scuola superiore di Agricoltura. Nel 1871 progettò e realizzò l’edificio in ferro e legno per la Mostra Marittima Napoletana. Scienziato, letterato, giurista, docente, fu anche socio dell’Accademia di Belle Arti della Società Reale Borbonica; del Reale Istituto d’Incoraggiamento per le Scienze Naturali; della Accademia delle Scienze dell‘Istituto di Bologna (dalla quale ricevette un premio per le sue pubblicazioni); presidente onorario della Società Antropologica di Liverpool. segue a pag.15
segue da pagina 14 Morì a Napoli il 7 febbraio del 1880 e il Comune lo ricordò con il nome di una strada e con un busto nella Villa Comunale: due scelte importanti ma che forse non bastano a ricordare la grandezza di un personaggio come Del Giudice. Del Giudice regalò tanti primati a Napoli e all’Italia: suo il progetto, nel 1836, del primo elmetto “specialistico” per pompieri con visiera retrattile; del 1843 il primo regolamento in Italia con la prescrizione di un servizio di vigilanza nei teatri (successivi altri regolamenti per la vigilanza sui luoghi di lavoro); del 1848 la prima “macchina di salvamento” (la prima autoscala azionata a mano). Fu sempre Del Giudice a progettare una rete di bocche da incendio in tutta la Capitale, con prese d'acqua e piccoli serbatoi in caso di bassa pressione, a programmare addestramenti ginnici per i suoi uomini e a disegnare le prime divise antincendio, i primi autorespiratori, i primi teli di salvataggio e delle linee aeree per trasporto-lettighe e sacchi (attuali tecniche utilizzate dal nucleo “Speleo Alpine Fluviali”)… "Mai arretrare davanti alla furia del fuoco" e in lingua latina risulta ancora più solenne ("In impetu ignis numquam retrorsum"). Tutti i vigili del fuoco conoscono il motto del loro Comando provinciale: è lo stesso da oltre due secoli, fin dalla sua nascita nel 1806, la prima
registrata in Italia ed è il motto che ha accompagnato di sicuro tutta la vita di Francesco Del Giudice. Queste alcune delle sue pubblicazioni: “Universalità dei mezzi di previdenza, difesa e salvezza per le calamità degli incendi”, Bologna 1848; “Lettere e nota sulla macchina fumifera per spegnere gl’incendi del sig. Philipps”, Napoli 1850; “Degli ammae-
stramenti dell’arte di spegnare gli incendi ed usare i partiti di salvezza per uomini e cose”, Napoli 1851; “Della instituzione de’ pompieri per grandi città e terre minori di qualunque Stato”, Bologna 1852; “Manuale pratico per gl’incendi”, Napoli 1854; “Rapporto letto al Reale Istituto d’Incoraggiamento delle Scienze Naturali intorno alla pretesa invenzione di Mac-
china per innalzare Acqua dei sigg. Dabbene e Piemontesi”, Napoli 1851; “Notizie istoriche del R. Istituto d’incoraggiamento alle scienze naturali dalla sua fondazione fino al 1860”, 1862; “De’ lavori Accademici del R. Istituto d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali Economiche e Tecnologiche di Napoli nell’Anno 1869”, Napoli, 1870. Documenti originali e testimonianze preziose (quadri, dise-
gni e oggetti) della storia di Francesco del Giudice e dei pompieri napoletani sono consultabili presso la preziosa Galleria Storica dei Pompieri Napoletani, in via del Sole n. 10, nel centro antico di Napoli, nella splendida e storica sede dell’ex Monastero della Pietrasanta, grazie al lavoro di ricerca effettuato dall’Ufficio Memoria e Patrimonio Storico dei Vigili del Fuoco della Campania.
Se butti male… Finisce in mare! Al via il progetto educativo di Legambiente e Corepla rivolto alle scuole di Campania e Puglia Fabiana Liguori Camminare in spiaggia in primavera è una delle cose che molti annovererebbero tra le 100 cose più belle da fare nella vita. Le forme, i colori, gli odori, hanno una dimensione così intima e surreale che spesso artisti e pensatori, scelgono luoghi vicino al mare per dare vita al proprio estro, sentimento o riflessione. In Italia, questo “spazio” è spesso brutalizzato e se provate a fare una camminata su un litorale, troverete senz’altro chilometri e chilometri di costa deturpati da cumuli di
rifiuti di ogni tipo, gettati con consapevolezza o provenienti dagli scarichi non depurati, dalla brutta abitudine di utilizzare i wc come pattumiera ma anche dalla cattiva gestione dei rifiuti domestici. Per non parlare di quelle scenografiche “istallazioni” di spazzatura che spesso vediamo galleggiare sulla superficie del mare o arenate sulle spiagge, una vera bruttezza per gli occhi e il cuore. Nel 2018 nell’ambito dell’indagine nazionale Beach litter, su 78 spiagge italiane monitorate da Legambiente (in 14 diverse Regioni), sono stati trovati 48.388 rifiuti in
un’area complessiva di 416.850 mq, pari a 60 campi da calcio. Una media di 620 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia, quattro rifiuti ogni passo. Altro che passeggiata, uno slalom.. Eppure contrastare il marine litter è possibile, soprattutto attraverso campagne di indirizzo e responsabilizzazione dei cittadini (soprattutto dei più giovani) circa i comportamenti da avere nel corso della giornata (riduzione della produzione di rifiuti domestici, corretta raccolta differenziata, riciclo e così via). Sono queste le tematiche al centro del progetto educativo “Se butti male… Finisce in mare!” promosso da Legambiente e Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica) e rivolto alle scuole primarie e secondarie di I grado. Lo scorso anno è stata la Sicilia ad accogliere l’iniziativa che ha visto impegnati circa 2.000 volontari, tra studenti ed educatori di Legambiente. Al termine delle attività è stato possibile realizzare, grazie al coinvolgimento delle scuole, un monitoraggio scientifico dei rifiuti più recuperati
in 12 arenili (tra Catania, Palermo, Agrigento, Scicli, Taormina, Bagheria, Modica, Calatabiano e Barcellona). L’edizione 2019 interesserà due regioni italiane: Campania e Puglia, con il coinvolgimento di 4.000 unità (tra studenti, volontari e cittadini). In particolare in ogni classe gli educatori di Legambiente svolgeranno incontri periodici per la realizzazione di laboratori e attività ludicodidattiche, sia in aula che sul campo. Tutti i docenti partecipanti al progetto avranno a disposizione una guida per approfondire il tema del marine litter, delle microplasti-
che e la spazzatura in mare e in spiaggia con i propri ragazzi, che potranno successivamente cimentarsi in un’attività di monitoraggio dei rifiuti in spiaggia grazie al supporto di un diario in cui annotare i dettagli della propria esperienza di citizen science. Tutte le scuole della Campania e della Puglia che desiderano aderire al progetto potranno richiedere i materiali didattici compilando il modulo on line su www.legambientescuolaformazione.it Per info sul progetto Se butti male… Finisce in mare!” scrivere a scuola.formazione@legambiente.it
Nasce a Londra la biblioteca delle cose Un luogo dove è possibile prendere in prestito centinaia di oggetti di utilizzo quotidiano A chi non è mai capitato di dover fare un buco nel muro ed accorgersi che il martello non basta, serve un trapano che in casa non c’è perché non si è mai ritenuto di doverlo acquistare dato lo sporadico utilizzo. Si potrebbe chiedere al vicino, che di bricolage se ne intende, ma poi l’ansia della restituzione celere ed integra dell’attrezzo potrebbe costituire un deterrente. A Londra il problema è stato risolto in marniera geniale e, in questo ed in tanti altri casi, può essere d’ aiuto la Library of Things, un luogo dove è possibile prendere in prestito centinaia di oggetti di utilizzo quotidiano…proprio come si fa con i libri in biblioteca! L’idea nasce dal fatto che non sempre acquistare è la soluzione giusta. Spesso il possesso di un oggetto, di un elettrodomestico o di uno strumento da lavoro,
può diventare uno spreco in rapporto al tempo di utilizzo. Nata per caso da un’idea di Rebecca Trevelyan, la Library of Things si è sviluppata grazie ad progetto di crowfunding a cui hanno partecipato 248 backer e che ha fruttato 15 mila sterline che sono servite ad acquistare i primi oggetti, il resto è poi arrivato grazie a donazioni di privati o di aziende. Così, dal martedì alla domenica, è possibile recarsi nel quartiere di Crystal Palace e prenotare ciò di cui si ha bisogno (fino a un massimo di 14 giorni): una macchina per la pasta fatta in casa a tre sterline al giorno oppure una macchina per cucire a sette sterline e finanche una coppia di racchette da badminton a due sterline al giorno, con la possibilità di sconti per i frequentatori abituali e per chi verte in una situazione econo-
mica difficile. A questo si aggiungono una serie di corsi, workshop ed eventi per avvicinare le persone alla cultura del fai da te e far sì che si crei una vera e propria community. Attività di questo tipo si stanno diffondendo non solo nel Regno Unito ma un po’ in giro per tutto il modo con esperienze simili negli Stati Uniti,Germania, Olanda e Canada, ed è una tendenza che non si limita agli oggetti ma che sfocia anche nei servizi. La cosiddetta “sharing economy”, infatti, è destinata a valere globalmente 335 miliardi di dollari all’anno entro il 2025, una cifra enorme che continuerà a crescere grazie a servizi come Airbnb, Uber, Zipcar e TaskRabbit che stanno modificando profondamente i rispettivi settori. Allora… perché comprare quando si può noleggiare? G.M.
Barbie diventa eroina dell’ambiente Mattel e National Geographic insieme per far scoprire natura e sostenibilità Cristina Abbrunzo Il 9 marzo di quest’anno ha compiuto 60 anni la bambola più famosa al mondo: Barbie. All’anagrafe Barbara Millicent Roberts, classe 1959, la prima bambola con le curve di una giovane donna viene presentata ufficialmente alla fiera American Toy Fair di New York. I suoi ideatori sono gli americani Ruth e Elliot Handler, la coppia fondatrice della Mattel, la notissima casa produttrice di giocattoli. Tutto ha inizio quando Ruth decide di lanciare sul mercato un giocattolo che apra ai bambini le porte della vita adulta. La vulcanica creatrice di giochi si mette così alla ricerca di un'idea per una nuova bambola che non abbia i tratti infantili, ma sia caratterizzata dalle forme di una giovane donna con lunghe gambe e seno formoso. Nel corso degli anni, la bambola si è attirata molte critiche a causa della rivoluzione che ha imposto nel mondo dei giochi per l'infanzia. Se le bambole tradizionali rappresentano per le bambine una sorta di figlie con cui sperimentare il proprio futuro ruolo materno, la Barbie diventa un mezzo per emulare la vita adulta. In realtà, l'idea stessa della bambola viene suggerita a Ruth dai giochi di sua figlia, che tentava continuamente di imitare gli adulti. Ed è proprio con questo intento che nasce la Barbie: assecondare il desiderio dei bambini di comportarsi come i grandi che li circondano. Biondissima e magrissima, la Barbie classica nasce come ritratto della tipica bellezza californiana: una perfezione non umana, raggiunta in un corpo di plastica. Icona di glamour e stile, nel corso degli anni, però, molti sono stati i cambiamenti apportati a partire proprio dal suo aspetto e le sue misure. Il mito della bellezza irraggiungibile è stato superato e, seppur sempre biondissima, oggi Barbie assomiglia molto di più alle bambine che giocano con lei. Alta o bassa, con corporatura longilinea o robusta. Barbie è tanti tipi di donna. Con il motto "puoi essere ciò che vuoi", la Mattel ha recentemente creato nuove bambole più vicine alle donne
reali, nelle quali, infatti, vediamo rappresentate le diversità fisiche che rendono ogni donna unica, oltre alle infinite possibilità lavorative di cui tutte le donne possono godere. Il progetto di Mattel, veicolato da Barbie, assume il nome di “dream gap project”. Si tratta di un progetto, appunto, che aspira a fermare il “dream gap” delle bambine. Questo concetto è relativamente nuovo e sicuramente più noto negli Stati Uniti, perché è stato dimostrato che negli USA le bambine tra i 5 e i 6 anni si lasciano condizionare da modelli e stereotipi diffusi soprattutto dai media, che le convincono di non essere adatte a certi tipi di attività rispetto al genere maschile. Questi stereotipi o pregiudizi a cui le bambine sono esposte rendono, purtroppo, molto semplice il pro-
cesso attraverso cui smettono di credere in se stesse e nei propri sogni. Barbie, nell’ambito del “dream gap project“, ha intrapreso tutta una serie di iniziative. Ha infatti commissionato una serie di ricerche, mirate a fare luce sui modelli più positivi e stimolanti per le bambine e le ragazze e ha chiamato a rapporto una community globale per sostenere e supportare le bambine nel progetto. Forse era proprio tempo di accorgersi che, per le donne di questo secolo, occorrono modelli ben diversi, in grado di rispondere a quelle aspirazioni che molte bambine hanno di realizzarsi nella vita anche al di fuori dei ruoli tradizionali, in settori del mondo del lavoro
che vedono ai vertici poche presenze femminili, spesso neanche molto riconosciute. E’ già da un po’, dunque, che il modello della classica Barbie è stato superato grazie al lancio di alcune linee di bambole che rappresentano professioni e carriere importanti o addirittura personaggi noti. Nel 2015 Mattel lancia le Barbie Sheros, bambole ispirate a eroine dei nostri giorni: si va da Ibtihaj Muhammad, campionessa di scherma, prima sportiva a competere con il velo, a Gabby Douglas, prima ginnasta afroamericana a vincere l’oro alle olimpiadi, ad Ava Duvernay, prima donna afroamericana a ricevere una nomination al Golden Globe, fino all’italiana Sara Gama, calciatrice della Juventus e
della nazionale femminile omaggiata dalla bambola americana per la sua grinta in campo. Nel 2016 Barbie si fa portavoce di uno dei problemi più diffusi tra le donne, soprattutto adolescenti: la difficoltà ad accettare il proprio corpo. La bambola viene lanciata in versione curvy e non più con una silhouette perfetta, al punto che la rivista Time le dedica la copertina con tanto di titolo: “Ora possiamo smettere di parlare del mio corpo?”. Nel 2017 Mattel si lascia ispirare dalle donne famose che hanno lasciato un segno nella storia: Barbie prende i panni dell’artista Frida Kahlo, della fisica Katherine Johnson, dell’aviatrice Amelia Earhart, solo per citarne alcune. E arriviamo al 2019, ricorrenza del 60esimo compleanno di Barbie, il tema che la Mattel sceglie di trattare è l’ambiente. A tale proposito, sigla un accordo globale con National Geographic per creare una nuova linea di prodotto e contenuti dedicati all’esplorazione del mondo, alla scienza, protezione della natura e ricerca. In un momento storico molto delicato, in cui i cambiamenti climatici ci invitano a rivolgere la massima attenzione all'ambiente, le nuove Barbie di National Geographic hanno lo scopo preciso di far conoscere alle bambine di tutto il mondo
le professioni legate proprio all'ambiente, al suo studio, alla sua cura e al suo rispetto. Viviamo ancora in un mondo che associa l'immagine dello scienziato e del naturalista all'uomo, ma National Geographic e Mattel hanno deciso di lavorare insieme per cambiare le cose. Ecco quindi l'idea di una selezione di professioniste in formato bambola pronte a rivoluzionare il mondo dei giocattoli: biologhe marine, astrofisiche, esperte di conservazione della fauna, fotoreporter specializzate in ritratti di animali selvatici, entomologhe etc. E per assicurarsi che ogni bambola fosse il più autentica possibile, una commissione che includeva la redattrice della rivista National Geographic, Susan Goldberg, e alcuni esploratori del National Geographic, hanno consigliato ai progettisti quali accessori e set da gioco dovevano accompagnare ogni modello. Proprio Susan Goldberg ha dichiarato che aiutare le persone a capire il mondo è, ed è sempre stato, lo scopo principale di National Geographic: “Attraverso la nostra collaborazione con Mattel, siamo entusiasti di raggiungere i bambini in un modo nuovo, usando il potere del gioco per ispirare la nostra prossima generazione di esploratori, scienziati e fotografi.”
La pubblicazione dei dati reddituali e patrimoniali di tutti i dirigenti La Consulta è intervenuta con la dichiarazione di illegittimità incostituzionale Felicia De Capua Ancora una volta si pone all’attenzione di studiosi e operatori il tema del bilanciamento tra le esigenze di trasparenza amministrativa e quelle di tutela dei dati personali. Il caso in esame riguarda la norma di cui all’art. 14, c. 1-bis del D.Lgs. 33/2013 s.m.i., che prevede per tutti i dirigenti l’obbligo generalizzato di pubblicazione, tra gli altri, dei dati reddituali e patrimoniali, originariamente imposti solo ai titolari di incarichi politici, di amministrazione, di direzione e di governo. Più precisamente si tratta di compensi percepiti per lo svolgimento dell’incarico dirigenziale e di dati patrimoniali ricavabili dalla dichiarazione dei redditi e da apposite attestazioni sui diritti reali sui beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri, sulle azioni di società e sulle quote di partecipazione a società. La norma in questione è stata dapprima impugnata dinnanzi al TAR Lazio dai dirigenti di ruolo dell’ufficio del Garante della Privacy e poi soggetta al sindacato di legittimità costituzionale in via incidentale. La Corte Costituzionale con sen-
tenza n. 20/2019, depositata il 21 febbraio scorso, ne ha dichiarato l’incostituzionalità. I giudici hanno ritenuto che il legislatore può prevedere strumenti che consentano il libero accesso alle informazioni purché ragionevolmente ed effettivamente collegato all’esercizio di un controllo sul corretto svolgimento delle funzioni istituzionali e sull’impiego virtuoso delle risorse pubbliche. Ciò non vale, secondo i giudici costituzionali, per i dati reddituali e patrimoniali, in quanto non direttamente collegati all’espletamento dell’incarico affidato né alla necessità di rendere conto ai cittadini di ogni aspetto della propria condizione economica e sociale, come avviene per i titolari di incarichi politici. Inoltre, aggiungono, la pubblicazione di quantità ingenti di dati, senza alcuna distinzione tra i dirigenti, in relazione al ruolo, alle responsabilità e alla carica ricoperta, e dunque al rischio corruttivo connesso, non agevola la ricerca di quelli più significativi, anche a fini anticorruttivi, generando “opacità per confusione” e forme di indagine tendenti a soddisfare mere curiosità. La sentenza prevede, dunque, l’applicabi-
lità della disposizione censurata limitatamente ai titolari degli incarichi dirigenziali previsti dall’art. 19, commi 3 e 4, del d.lgs. n. 165/2001. Secondo la Consulta, “l’attribuzione a tali dirigenti di compiti – propositivi, organizzativi, di gestione (di risorse umane e strumentali) e di spesa – di elevatissimo rilievo rende non irragionevole, allo stato, il mantenimento in capo ad essi
proprio degli obblighi di trasparenza di cui si discute”. L’articolata sentenza si conclude con il richiamo alla responsabilità del legislatore rispetto ad un urgente intervento atto a ridisegnare la materia con le necessarie diversificazioni per tutte le pubbliche amministrazioni, anche non statali, e per le tipologie di incarichi dirigenziali. Allo stato rimane, purtroppo,
irrisolta, in quanto non accolta per difetto di rilevanza, la sollevata questione di costituzionalità dell’art. 14 comma 1-ter, che prevede l’obbligo generalizzato di pubblicazione degli emolumenti complessivi a carico della finanza pubblica, i quali, si suppone, contengono in sé o possono addirittura coincidere con i suindicati compensi di cui al comma 1 lett. c) dello stesso articolo.
Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI Gli artt. 242 (“il responsabile dell'inquinamento mette in opera…”), 244 (co. 4: “Se il responsabile non sia individuabile…”), 250 (“Qualora i soggetti responsabili della contaminazione non provvedano…”), 192 del d.lgs. 152/2006 evidenziano che le misure di bonifica gravano sui soggetti “ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa”, per cui l’ordinanza che le impone presuppone necessariamente una valutazione autonoma dei fatti “in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo” (art. 192 cit.). Le indagini degli organi “preposti al controllo” hanno
dunque la natura di atti della fase istruttoria, sulla cui base il titolare del potere di ordinanza deve formare la sua motivata decisione individuando gli specifici fatti contestati ed esponendo l’iter logico che sostiene l’attribuzione della loro responsabi-
lità. La esplicita volontà di escludere ogni valutazione sulle specifiche responsabilità di per sé evidenzia la illegittimità dei provvedimenti, i quali risultano manifestamente carenti della chiara individuazione dei presupposti di fatto e di
diritto che giustificano l’esercizio del potere a carico dei destinatari. TAR Abruzzo (PE) Sez. I n. 27 del 5 febbraio 2019
approfondimento istruttorio, sintomatico della disfunzione amministrativa. Consiglio di Stato Sez. IV n. 983 del 11 febbraio 2019.
VALUTAZIONE DI INCIDENZA SANITARIA Sebbene, in linea di principio, nell’ambito del procedimento per il rilascio dell’AIA (o di VIA) non è obbligatorio procedere alla valutazione di incidenza sanitaria, va tuttavia ribadito che è necessario procedervi quando le concrete evidenze istruttorie dimostrino la sussistenza di un serio pericolo per la salute pubblica. L’Amministrazione che in tali casi non la effettui incorre, pertanto, nel tipico vizio dell’eccesso di potere sotto il profilo del mancato
INQUINAMENTO Non assume decisivo rilievo la rubrica dell'articolo 452bis c.p. («inquinamento ambientale»),né è di ausilio la definizione di inquinamento contenuta nell'art. 5, comma 1, lettera i-ter), del d.lgs. n. 152 del 2006, perché tale definizione ha portata limitata a quell'ambito; tanto più che, quando lo ha ritenuto necessario a fini definitori, la legge n. 68 del 2015 ha espressamente richiamato il d.lgs. del 2006 o altre disposizioni. Cass. Sez. III n. 6268 del 8 A.T. febbraio 2019.
a cura di Andrea Tafuro
“Credo che sarà la mente delle bellezze, intese come noi donne, a salvare il mondo”
Marina Faiella
INQUINAMENTO DIGITALE NEMICO DELL’AMBIENTE E vai! Spedisci quante mail vuoi, tanto non è carta stampata e soprattutto è importante che il destinatario manco le stampi. I messaggi di posta elettronica sono economici, immediati, comodi e allora puoi spedirne a decine ogni giorno. Ma, siamo proprio sicuri che non inquinino? L’Agenzia francese per l’Ambiente e la Gestione dell’Energia (Ademe), ha calcolato infatti che una e-mail da 1megabyte emette circa 19 grammi di CO2, tenendo conto sia del consumo energetico del pc che di quello dei server coinvolti nel traffico. La ricerca ha evidenziato che 8 mail emettono tanta CO2 quanto quella prodotta da un’auto che percorre 1 km. Per farla semplice, sarebbe come dire che, per un’azienda con 100 dipendenti che inviano in media 33 messaggi di posta al giorno, per circa 220 giorni all’anno, si producano all’incirca 13,6 tonnellate di CO2…pari a 13
viaggi andata e ritorno da Parigi a New York. L’inquinamento digitale è prodotto dai data center, spazi fisici di diverse dimensioni al cui interno sono presenti server e sistemi di immagazzinamento dati. I data server per funzionare necessitano dei gruppi di continuità, sistemi di climatizzazione e sicurezza. Tutto questo genera il consumo di enormi quantità di energia, che si trasforma quindi in inquinamento digitale. Come possiamo ridurre la nostra impronta digitale? Cancellare e annullare l’iscrizione a spam e newsletter indesiderate: un’email aggiunge circa 20g di anidride carbonica nell’atmosfera. Cancellare le app non utilizzate: in media, una persona ha 70 app sul proprio cellulare, la maggior parte delle quali inutilizzate. Chiudere ogni finestra di navigazione che non viene utilizzata.
Scollegare il cellulare quando la carica è completa: carica il cellulare oltre il tempo necessario consuma molta più energia. Quando si acquista un nuovo cellulare, optare per uno schermo più piccolo: gli schermi più piccoli, infatti, consumano meno energia. D’altra parte c’è l’inquinamento prodotto dagli acquisti online. I dati riferiti al 2018 ci dicono che 22 milioni di italiani hanno comprato cellulari, scarpe, libri, frullatori e cibo per cani da casa. Tutti questi prodotti sono trasportati unicamente su strada, utilizzando una pianificazione logistica che mira a ridurre il più possibile i tempi di consegna. È bene riflettere sulle conseguenze ambientali di tutti questi pacchi in circolazione. Quando compriamo un maglione in negozio, la commessa lo mette in una busta di carta, se lo ordini in rete verrà impacchettato prima in un sacchetto di
plastica e poi messo in una scatola di cartone sigillata con delle fascette. Corepla (Consorzio per il riciclo degli imballaggi di plastica) dichiara che l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo nel 2016, immettendo nell’ambiente 2 milioni 200mila tonnellate di plastica ovvero 300 mila tonnellate. Insomma, il mondo digitale ha perso la sua innocenza! Nel corso degli ultimi anni ricerche, sempre più approfondite, considerano i prodotti digitali, sempre di più, artefici di inquinamento, diventando sempre più protagonisti della crisi ecologica. Da più parti si invoca una svolta verde del digitale, poiché se sino ad ora, lo si associava nell’im¬maginario collettivo al mondo del green in forza della sua immaterialità, oggi abbiamo scoperto la sua fisicità.
WOMENOMICS: DONNE MOTORE DELL’ECONOMIA In ogni rivoluzione c’è gente, che sa vestire di parole giuste cambiamenti rischiosi. E’ venuta alla luce così la gig economy, economia dei lavoretti o ancora plattform capitalismo, alcuni si son fatti avanti battezzandola economia della condivisione. Il cambio di paradigma serve a tranquillizzare gli animi più inquieti, perché nessuno si infiamma di fronte a una piattaforma, mentre condivisione è l'opposto di egoismo. È quello che vorremmo essere: altruisti e non meschini e così siamo scortati nei pressi della virtù teologale della carità, quella per cui dobbiamo amare il prossimo come noi stessi. Insomma, se la abbracciamo non solo ingrassiamo il nostro asfittico conto in banca ma ci avviciniamo a Dio. Il tutto con un paio di clic su una app. E’ iniziata una nuova Era, la tecno-
logia mobile e la new economy hanno cambiato radicalmente il modo di vivere e di lavorare di tante persone, facendole uscire dagli schemi arcaici dell’economia, basata sui grandi affari e sulle grandi aziende. Uomini e donne hanno sperimentato un modello nuovo di economia sostenibile, costruito su attività autonome
online sulla condivisione, sulla passione e sull’impegno. Gli studiosi li chiamano nomadi digitali, coloro che hanno scelto come stile di vita un progressivo ritorno alla più atavica delle condizioni dell’uomo, il nomadismo. Volente o nolente il vostro futuro prossimo sarà mobile, le persone si mettono in connessione tra loro, è l’agorà
digitale bellezza! E’ in questa chiave di lettura che il digitale, attraverso il lavoro agile può ridurre il gender gap. Infatti, il Piano d’Azione UE 2017-2019 recita: “La parità di genere rappresenta uno dei valori fondamentali dell’Unione Europea. Eppure, sul lavoro la realtà è diversa. Nell’UE le donne, nei vari settori economici, guadagnano in media oltre il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini. Questo divario retributivo di genere è rimasto stabile negli ultimi 5 anni. Al ritmo di cambiamento attuale verrà colmato solo all’inizio del prossimo millennio.” E’ nella Rete che ha aperto la strada a questo moderno nomadismo digitale, che le donne trovano gli spazi per puntare a unire vita professionale e personale, amalgamando due ambiti rispetto a cui si è spesso costrette a scegliere.
Tutto ciò è possibile realizzare laddove ci sono organizzazioni che offrono alle donne la possibilità di poter negoziare sul tempo e sul luogo del lavoro. La rivoluzione delle donne nel modo di concepire il lavoro, è basata su flessibilità, autonomia e responsabilizzazione. Misurare gli obiettivi e i risultati e non più le ore trascorse alla scrivania al fine di superare un aspetto che finora ha penalizzato le donne lavoratrici. La tecnologia mobile e il suo mondo digitale sono gli strumenti essenziali per l’empowerment al femminile, cioè quel processo di crescita che porta a modificare le relazioni di potere favorendo la partecipazione delle donne ai processi decisionali, per far emergere risorse latenti attraverso il riconoscimento di conoscenze ed esperienze.
Foto di Fabiana Liguori
8 marzo 2019 – Napoli, corteo contro la violenza sulle donne e per la libertà di essere #nonunadimeno “Un grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce”