Prima conferenza Snpa a Roma Nel corso dell’evento il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha ringraziato gli operatori dell’Arpa Campania PRIMO PIANO
Al via le visite guidate al Turtle point di Portici
Una nuova inaugurazione a due anni dall’apertura ufficiale, un piccolo miracolo affacciato sul mare di Portici che nel tempo è cresciuto fino ad imporsi come polo scientifico dalla doppia anima che si divide tra la cura delle tartarughe marine e le analisi ambientali. Lo scorso 20 Febbraio il Centro Ricerche Tartarughe Marine e Osservatorio del Golfo di Napoli...
Si è chiusa a Roma la prima Conferenza del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, inaugurata il 27 febbraio alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E’ intervenuto, tra gli altri, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha espresso una visione del Sistema basata anche sulla sua precedente esperienza di collaborazione con Arpac nell’ambito dell’ attività investigativa in questa regione. «L’Arpa Campania», ha detto il ministro, «è un’Agenzia che conosco...
AMBIENTE & CULTURA
Carlo Celano, la prima guida storica di Napoli
Mosca a pag.6
PRIMO PIANO
L’Unione Europea vieta la pesca elettrica La pesca a impulsi elettrici sarà totalmente vietata ai pescherecci dell'Ue dal 1 luglio 2021. Fino al 30 giugno 2021 i pescherecci già dotati di elettricità potranno continuare a utilizzare le deroghe fornite dal 2007, vale a dire entro il limite del 5% delle flotte degli Stati membri.
Martelli a pag.2
MEDITERRANEO
Ambiente, clima e prospettive di sviluppo
Grandi Napoletani, grandi Campani La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani... De Crescenzo-Lanza pagg.14-15
Pollice a pag.4
La fame nel mondo e i cambiamenti climatici
Bio-architettura Le case di Vo Trong Nghia
È quanto emerge dal rapporto “Africa Regional Overwiew of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition” (Panoramica regionale dell'Africa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione.
AMBIENTE & DIRITTO
Il diritto di accesso e il Codice degli Appalti
Giordano a pag.10
Lo scorso 25 febbraio nell’incantevole cornice di Villa Doria D’Angri, sede dell’Università degli Studi di Napoli si è svolto il workshop “Ambiente, clima e prospettive di sviluppo nel Mediterraneo” a cura dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (ISSM) del Consiglio Nazionale delle ricerche (CNR). In un contesto generale caratterizzato dalla scarsità di risorse fondamentali per lo sviluppo umano e da una forte pressione antropica sulle risorse, il cambiamento climatico assume sempre più un ruolo determinante nell’amplificare problematiche... Liguori a pag.11
Il gruppo Vo Trong Nghia Architects è uno studio tecnico, composto da un team di architetti vietnamiti, che, negli ultimi anni, ha portato avanti alcuni dei più avanzati ed innovativi studi progettuali per la realizzazione di spazi abitativi sempre più connessi con l’ambiente e con il contesto. Oltre a ciò, l’intensa attività dello studio si confronta... Palumbo a pag.12
NEWS
AMBIENTE & TENDENZE
In viaggio il Treno Verde per la mobilità sostenibile
Matrimoni: si diffonde l’uso dell’oro etico
Partita, è il caso di dirlo, la 31esima edizione del Treno Verde, l’iniziativa itinerante di Legambiente e Ferrovie dello Stato Italiane - con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente... Esposito a pag.16
Abbrunzo a pag.17
Il Tar Puglia, sezione terza, con Ordinanza n. 49/2019 ha obbligato l’amministrazione interessata alla esibizione integrale, senza omissis, di tutta la documentazione di gara richiesta dalla ditta ricorrente, relativa all’offerta di una concorrente, ivi incluse le parti del progetto tecnico. Il diritto di accesso alla documentazione amministrativa relativa ad una gara di appalto è specificamente regolamentato dall’art. 53 d.lgs. n. 50/2016 (Codice degli Appalti), che ha mantenuto in sostanza i principi dell’art. 13 del d.lgs. n. 163/2006, richiamato nella sentenza in esame in quanto, ratione temporis... De Capua a pag.18
Al via le visite guidate al Turtle point di Portici A due anni dall’inaugurazione si spalancano le porte dell’ospedale delle tartarughe Giulia Martelli Una nuova inaugurazione a due anni dall’apertura ufficiale, un piccolo miracolo affacciato sul mare di Portici che nel tempo è cresciuto fino ad imporsi come polo scientifico dalla doppia anima che si divide tra la cura delle tartarughe marine e le analisi ambientali. Lo scorso 20 Febbraio il Centro Ricerche Tartarughe Marine e Osservatorio del Golfo di Napoli, ha infatti aperto definitivamente le porte ai visitatori presentando progetti e programmi futuri che lo vedranno protagonista nel sensibilizzare il pubblico sull’importanza della salvaguardia e sulla corretta gestione degli ecosistemi marini del Mediterraneo. «Questo è un Centro per la ricerca e il recupero delle tartarughe marine – ha spiegato Roberto Danovaro, presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn – con un Osservatorio del golfo di Napoli, con acquari che ci danno i descrittori della strategia marina, ovvero i criteri con cui tutti i mari italiani vengono monitorati dalle Arpa per comprendere lo stato di salute dell’ambiente». Ma questo è solo un polo di un progetto più grande, che comprende «la riapertura dell’acquario storico in Villa Comunale entro la fine dell’anno, la realizzazione del museo del mare nell’ex circolo della stampa e l’apertura a Bagnoli di una Marine farm and factory, con i 13 milioni di finanziamenti europei che già abbiamo». L’idea è quella di un grande polo del mare, con a Portici l’anima scientifica e divulgativa e a Bagnoli un grande centro per il ripopolamento dei mari (parliamo di coralli, anemoni, cavallucci
marini) e per la fornitura alle industrie mediche e cosmetiche di materie prime come alghe e microrganismi. Soddisfatto il sindaco di Portici Vincenzo Cuomo, che ha ipotizzato la creazione di un parco a tema marino nell’area antistante il Centro già attrezzata e dedicata al tempo libero ed ha assicurato che l’ingresso per tutti i bambini sotto i 12 anni residenti nel comune sarà gratuito. Per comprendere la portata del lavoro sin qui svolto e dei progetti in cantiere abbiamo sentito Sandra Hochscheid, la “signora delle tartarughe”, biologa e direttrice scientifica del Centro. Lei definisce le tartarughe marine ambasciatori di speranza per i nostri mari. In che modo queste preziose “sentinelle ambientali” hanno contribuito in questi due anni di attività del Centro allo studio della qualità delle acque del Golfo di Napoli? Con quali risultati? Dal 2000 il centro raccoglie le plastiche e il materiale antropico ingerito dalle tartarughe attraverso le feci che esse rilasciano in vasca di con-
valescenza. Il materiale viene categorizzato, contato e pesato secondo un protocollo europeo (MSFD TG Marine Litter 2013). La stessa procedura viene applicata per il monitoraggio dei rifiuti marini ingeriti e campionati da tartarughe rinvenute morte dal 2011 (lungo la costa della Campania) durante l’esame autoptico (prelevato dall’intero tratto gastrointestinale). Nello specifico, negli ultimi due anni, il Centro ha partecipato al progetto Europeo INDICIT, che ha monitorato la presenza delle plastiche nella Caretta caretta in diversi paesi del Mediteraneo, europei e non. Sono stati analizzati i contenuti gastrointestinali di 11 esemplari morti, recuperati nel corso del biennio 2017-2018 e sottoposti ad esame necroscopico presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di Portici. Inoltre, sono stati analizzati i residui fecali di 50 esemplari vivi ospedalizzati durante il biennio 2017-2018: un totale di 46 residui fecali, appartenenti a 23 di questi esemplari, sono risultati positivi alla presenza di rifiuti marini. Il marine litter è uno dei problemi più attuali cui devono far fronte tutti i governi nazionali. Anche l’Italia si sta preparando alla svolta con il Decreto Salva Mare dopo aver messo al bando i sacchetti tradizionali per la spesa, i cotton-fioc e le microplastiche nei cosmetici. Oltre alle plastiche, quali sono le principali cause di “ricovero”? Oltre alla ingestione di rifiuti le tartarughe vengono spesso ricoverate perché sono
intrappolate in lenze, corde, reti fantasma e altri materiali abbandonati nel mare. Particolarmente interessate da tali problematiche sono le pinne, che spesso presentano lesioni, fratture delle ossa e strozzature che a volte portano anche alla perdita dell’arto se la circolazione è stata interrotta e la pinna è andata in necrosi. Altre cause di danno sono risultate poi la pesca e l’impatto con i natanti. La nuova apertura del Centro rappresenta un’occasione speciale per quanti vorranno guardare più da vicino il mondo delle tartarughe marine e conoscere le storie degli esemplari attualmente ospitati che, una volta curati, saranno liberi di tornare in mare. Si parla già di un boom di prenotazioni. Quali sono le modalità di accesso ed i percorsi attivati? Cosa i visitatori si troveranno di fronte? Sul sito https://fondazionedohrn.it si trovano i dati di contatto per il Turtle Point e si
possono effettuare le prenotazioni online per la visita al centro che si svolge così: si parte dai sei acquari tematici allestiti nella sala di ingresso, sormontata da modelli in dimensioni reali dei grandi vertebrati marini, dove le nostre guide spiegheranno accuratamente sei degli undici descrittori sviluppati dalla Direttiva Europea per la valutazione del buono stato ambientale. Sarà possibile così apprendere cosa si intende per biodiversità mantenuta, cosa sono le specie non indigene, quali sono le popolazioni ittiche sfruttate a fini commerciali, il significato di eutrofizzazione di origine umana, l’integrità del fondo marino e come i rifiuti provocano danni all’ambiente costiero e marino. Dopo aver così compreso in maniera più precisa ciò che esiste nel mondo subacqueo, ci sarà un accesso privilegiato all’incontro con le tartarughe marine in cura nel Centro di Recupero.
Università e associazioni “Insieme per l’ambiente” Siglato un protocollo d’intesa tra Federico II e Legambiente Come unire gli sforzi nella salvaguardia ambientale delle nostre città. Se n’è parlato lo scorso 20 febbraio a “INSIEME PER L’AMBIENTE”, evento organizzato da CIAK SI SCIENZA, il canale green ideato e diretto da Vincenza Faraco, docente di chimica e biotecnologia delle fermentazioni dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, in collaborazione con Legambiente Campania. è Dopo i saluti istituzionali del direttore
del CESTEV Gennaro Piccialli e dell’assessore all’ambiente del Comune di Napoli Raffaele del Giudice, la presentazione della mission e delle attività di CIAK SI SCIENZA mirate a sensibilizzare il grande pubblico sull’importanza del rispetto dell’ambiente attraverso brevi video, documentari e servizi giornalistici ed eventi in sinergia con altre forme di sapere artistiche e culturali: una divulgazione a 360° che copre
TV, web, social, radio e carta stampata. Alfredo Napoli, Event Organizer e membro della segreteria regionale di Legambiente, ha illustrato poi contenuti e finalità delle campagne “VolontariXNatura”, grazie alle quali tutti i cittadini possono svolgere attività pratiche. Momento centrale dell’evento, che ha visto la partecipazione di oltre 300 tra studenti di scuola superiore e universitari, è stato la firma di un protocollo d’intesa tra CIAK SI SCIENZA e Legambiente Campania. “Questa alleanza – ha sottolineato la Prof.ssa Faraco – rappresenta un nuovo capitolo di cui sentivamo la necessità. Tanto sta cambiando e su più fronti: le università italiane si sono ufficialmente impegnate a diventare “plastic free”, una scelta analoga la faranno a breve importanti catene di supermercati italiani, seguendo l’esempio dell’olandese Ekoplaza. I cittadini/consumatori dovranno cambiare le loro abitudini, noi vogliamo aiutarli attraverso questa collabora-
zione, creando sinergie con tutte quelle realtà che già quotidianamente si impegnano sul territorio”. L’appello alla mobilitazione lanciato da INSIEME PER L’AMBIENTE ha trovato risonanza nelle performances musicali di Maurizio Capone dei « Capone & Bungt Bangt ». Già premiato nel 2017 da Legambiente come « campione campano dell’economia circolare », l’artista ha portato all’evento il loro « Eco Music
WorkShow » - che ha ottenuto sul web più di due milioni di visualizzazioni - per condividere una visione rivoluzionaria : trasformare rifiuti come barattoli, tubi e scatole in eccellenti strumenti musicali. Un incontro inedito tra spettacolo e laboratorio, in cui l’artista, oltre ad esibirsi, ha raccontato la storia tutta speciale di questi strumenti, simbolo di un percorso che vuole mettere la creatività al servizio dell’ambiente.
Lotta ai roghi: le linee guida per lo stoccaggio dei rifiuti Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha presentato le "Linee guida per la gestione operativa degli stoccaggi negli impianti di gestione dei rifiuti e per la prevenzione dei rischi", che sono state oggetto di una circolare ministeriale del 21 gennaio scorso per operare il meglio possibile sul fronte della prevenzione di un fenomeno che interessa purtroppo non solo la "Terra dei fuochi" ma il Paese intero. “Si tratta – ha spiegato Costa – di linee guida chiare, uno strumento operativo di prevenzione condiviso con le amministrazioni regionali e le agenzie ambientali a fine gennaio e già implementato con criteri operativi e gestionali sullo stoccaggio dei rifiuti”. L'attività svolta negli impianti di gestione dei rifiuti deve rispondere alla normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, nonché alle norme generali e specifiche di pre-
venzione degli incendi. Tuttavia, prioritariamente alla corretta gestione della fase operativa dell'emergenza, occorre limitare il rischio di incendio riducendo sia la probabilità che l'incendio si verifichi sia le conseguenze che si avrebbero nel caso in cui
non fosse possibile evitarne l'innesco; per questo assume grande importanza l'attività della prevenzione del rischio, attraverso: • l'ottimizzazione delle misure organizzative e tecniche nell'ambito di ciascun impianto in cui vengono effettuati stoc-
caggi di rifiuti; • l'adeguata informazione e formazione del personale che opera negli impianti; • il controllo e il monitoraggio delle sorgenti di innesco e delle fonti di calore; • l'adeguata manutenzione delle aree, dei mezzi d'opera e degli impianti tecnologici, nonché degli eventuali impianti di protezione antincendi. Il Ministero dell’Ambiente richiede che in fase di esercizio, la responsabilità della gestione operativa dell'impianto sia affidata ad un direttore tecnico cui spettano i compiti di controllo a partire dalla fase di accettazione dei carichi nell'impianto, fino alla fase di trasporto all'eventuale successivo impianto di destinazione. Deve essere sempre presente in impianto durante l'orario di operatività dello stesso, assicurando, ovvero collaborando
con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (laddove tali figure non siano coincidenti). Secondo la circolare in tutti gli impianti che gestiscono rifiuti devono essere previsti sistemi di videosorveglianza, preferibilmente con presidio h24, salvo casi particolari da valutare di volta in volta; impianti e dispositivi di protezione attiva antincendio; impianti di aspirazione e trattamento dell’aria e una serie di norme per la prevenzione e per l’azione di contrasto al rogo laddove dovesse verificarsi. Il documento prevede inoltre il tempo massimo di permanenza dello stoccaggio dei rifiuti in base alla loro pericolosità e tipologia e stabilisce una adeguata programmazione di controlli ambientali sugli impianti, relativi anche a quantitativi e modalità di gestione dei rifiuti in stoccaggio.
L’Unione Europea vieta la pesca elettrica Il Parlamento Europeo ha votato per il divieto assoluto di questa pratica distruttiva Tina Pollice La pesca a impulsi elettrici sarà totalmente vietata ai pescherecci dell'Ue dal 1 luglio 2021. Fino al 30 giugno 2021 i pescherecci già dotati di elettricità potranno continuare a utilizzare le deroghe fornite dal 2007, vale a dire entro il limite del 5% delle flotte degli Stati membri. Non ci saranno nuove deroghe; la ricerca scientifica dovrà essere rigorosamente controllata con un numero limitato di imbarcazioni e precise autorizzazioni. Sono questi, alcuni dei punti dell'accordo raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio Ue che hanno approvato la proposta della Commissione relativa alla pesca. Le nuove norme comprendono disposizioni per la protezione dell'ecosistema marino, degli habitat marini e per evitare catture accessorie di specie non commerciali e sensibili. Soprattutto, l'accordo fa chiarezza sulla pesca a impulsi elettrici, tecnica vietata nei paesi dell’Unione dal 2008, ma, massicciamente adottata dai pescatori dei mari del Nord. La pesca elettrica è già vietata nella maggior parte delle nazioni. Nel 1998 è stata vietata in Italia (art. 31 Regolamento EC n.850/98), ma nel 2006 la Commissione Europea propose l’introduzione di dero-
ghe per consentire agli Stati membri di praticarla comunque, nonostante il divieto su tutti i metodi di pesca distruttivi come la pesca con esplosivi, il veleno e la corrente elettrica. In cosa consiste la pesca elettrica? La pesca a impulsi elettrici equipaggia di elettrodi le reti a strascico, che, quando trascinate sul fondo marino, rilasciano scariche elettriche nei sedimenti, provocando contrazioni muscolari ai pesci, spinti per questo dalla sabbia nelle reti da pesca.
Le scariche elettriche costringono pesci e il piccolo pesce come i frutti di mare e specie commercialmente preziose come la sogliola e i gamberetti a staccarsi dal fondo, permettendo di essere catturati con una rete da traino. Nonostante la pesca elettrica sia vietata nelle acque dell'UE dal 1998, la Commissione ha concesso però delle deroghe (2007), che consentivano agli Stati membri di dotare il 5% delle loro flotte con reti a strascico con attrezzi per pesca a impulsi per una
sorta di sperimentazione scientifica. Secondo la Commissione Europea e altri ricercatori la tecnica poteva presentare vantaggi ambientali ed economici rispetto alla pesca a strascico tradizionale: più selettiva per quanto riguarda le specie bersaglio e più economica (gli attrezzi da pesca a impulsi sono più leggeri delle tradizionali attrezzature da pesca a strascico e si riducono i costi del carburante). Dal 2011 però, il metodo è stato adottato su scala industriale dai pescatori
olandesi nel Mare del Nord meridionale e nella Manica, e ha permesso loro di aumentare le catture di sogliole, loro principali specie bersaglio. La pratica è stata, da sempre, avversata dagli ambientalisti e dai gruppi che rappresentano i piccoli pescatori francesi e britannici, perché metterebbe a rischio l'intero ecosistema marino. Si teme che le scosse elettriche possano causare danni a lungo termine ai sedimenti dei fondali e agli ecosistemi marini oltre alle specie non bersaglio, e che la tecnica possa essere così efficiente da causare danni ad intere aree di pesca. Entusiasta la fondatrice di BLOOM Claire Nouvian che ha definito il divieto una straordinaria vittoria per gli oceani, i pescatori e l’Europa. Il team di BLOOM ha lavorato giorno e notte, per settimane, per ottenere questo risultato. “Finalmente il Parlamento si oppone fermamente a una pratica distruttiva che è stata autorizzata in Europa solo a causa della collusione immorale tra le lobby e le istituzioni industriali. Questa vittoria parlamentare è il successo collettivo dei piccoli pescatori e di diverse ONG riunite da BLOOM in una coalizione informale che ha mostrato tutto il suo potere di convinzione”.
Oslo capitale green: stop alle auto in centro Dall’1 gennaio 2019 stop totale al traffico privato, vietate anche le e-car Ilaria Buonfanti La Norvegia è uno dei paesi che più investe sulla sostenibilità, il concetto di salute correlato all’ambiente circostante è sempre più evidente quindi la qualità della vita è molto più alta in città a basso impatto ambientale. Oslo è stata spesso definita come la capitale verde d’Europa per il costante impegno a favore dell’ambiente, per il divieto di deforestazione, per l’utilizzo di fonti di energia alternative e per l’elevato benessere psicofisico dei suoi abitanti. E per non smentirsi, dall’inizio di quest’anno, la città di Oslo ha regalato ai suoi abitanti un centro città completamente libero dalle auto. Tutte le autovetture hanno il divieto assoluto di circolare, una decisione radicale che ha bandito dal centro città non soltanto le auto più inquinanti ma anche le vetture a zero emissioni come quelle elettriche. Oslo è la capitale mondiale delle e-car, con oltre il 60% di vetture nuove elettriche, ibride o a idrogeno, grazie ai forti incentivi forniti: non si pagano Iva e tassa di circolazione, hanno parcheggi gratuiti e 1.300 punti di ricarica.
Ma anche le e-car non potranno entrare in centro città! Dal 2015, anno in cui fu annunciata la chiusura del centro città a tutte le autovetture, importanti lavori al sistema di servizio pubblico hanno reso la città ancor più all’avanguardia nella mobilità sostenibile. Il potenziamento del servizio pubblico, preciso ed impeccabile unito al frequente utilizzo delle biciclette (in città esistono 180 km di piste ciclabili), rendono l’auto quasi superflua. Tutte le più importanti capitali a livello mondiale che stanno investendo sulla sostenibilità e sull’aumento della qualità della vita, ritengono che il trasporto pubblico debba essere ineccepibile per rendere agevoli gli spostamenti dei cittadini ed evitare l’utilizzo dei veicoli privati. Lì dove una volta esistevano grandi parcheggi, sono stati realizzati marciapiedi e spazi pubblici, aree ricreative, parchi giochi, ristoranti e teatri di strada. Un lavoro molto imponente, dunque, quello svolto nella città di Oslo, portato avanti assieme a squadre di architetti, urbanisti, costruttori ed esperti di mobilità, e che por-
terà alla riduzione del 50% delle emissioni di CO2 in atmosfera entro il 2020, con l’obiettivo di arrivare a meno 95% nel 2030. Inoltre, entro il 2020 tutti i mezzi di trasporto pubblico dovranno essere emission-free, taxi inclusi. L’obiettivo era restituire la città agli abitanti, dare priorità ai pedoni, ai ciclisti e incentivare l’uso dei trasporti
pubblici. I bambini dovevano poter giocare sicuri per le strade, gli anziani avevano bisogno di panchine per sedersi, mentre le auto sono ingombranti e il traffico in centro leva spazio ad altre cose. Obiettivo centrato! E in Italia? Milano, dove per entrare in centro i non residenti pagano 5 euro al giorno, da ottobre ha vietato l’in-
gresso ai veicoli diesel euro 3 o inferiori, divieto che si è esteso agli euro 4 da gennaio, con l’obiettivo di eliminare tutti i motori diesel dal 2025. Con modalità diverse il blocco è stato adottato anche in Veneto ed Emilia Romagna, firmatarie insieme alla Lombardia dell’Accordo di Bacino Padano, per limitare l’inquinamento.
Il veliero di plastica solca i mari contro l’inquinamento Il battello è stato realizzato utilizzando dieci tonnellate di plastica riciclata All’arrembaggio! L’inquinamento ha un nuovo nemico: il veliero FlipFlopi. Costruito totalmente in plastica riciclata supercolorata, solca i mari africani per sensibilizzare la popolazione contro l'inquinamento. Il battello è stato realizzato grazie al lavoro di artigiani specializzati utilizzando dieci tonnellate di plastica riciclata. L’imbarcazione ha già fatto parlare di sé, percorrendo 500 chilometri compresi tra l'isola di Lamu in Kenya e Zanzibar, partecipando in prima linea alla campagna “Mare pulito” voluta fortemente dall'agenzia delle Nazioni Unite per l'ambiente con lo scopo di sensibilizzare le popolazioni africane sui danni provocati dall'inquinamento della plastica nei mari. Forse
nessuno sa che ogni anno finiscono negli oceani ben 8milioni di tonnellate di plastica che danneggiano la fauna marina, la pesca e il turismo, che sono quantificati in danni per la non proprio modica cifra di
8miliardi di dollari. In pratica, secondo una stima accurata, oltre l’80% dei rifiuti che finiscono in mare sono proprio di plastica. Un dato alquanto inquietante. E la nostra FlipFlopi vuole
proprio questo, ovvero porre l’attenzione su questo problema, facendo tappa durante la sua navigazione, in molti porti per informare la popolazione locale su come prevenire i danni da rifiuti di plastica. Tra le città toccate si ricordano Malindi, Kipini e Mombasa in Kenya. L’impegno e la costanza hanno fatto registrare le prime vittorie di questo veliero e della sua campagna di sensibilizzazione. Basti pensare alla chiusura della discarica di Kibarani a Mombasa, che rilasciava liquami tossici direttamente nell'oceano. Kibarani, così, diventerà una zona verde con alberi, e i rifiuti che qui confluivano saranno lavorati in un nuovo sito più ecologico. E ancora, si deve menzionare
un altro risultato positivo. Ci si riferisce alla decisione presa da 29imprese, tra cui 22alberghi, di ridurre i rifiuti di plastica, eliminando ad esempio le bottiglie e le cannucce di plastica. Tutte queste iniziative rientrano nel quadro degli sforzi del Kenya per diventare lo Stato pioniere della lotta all'inquinamento da plastica in Africa. È, infatti, dal 2017 che il Paese ha introdotto misure severissime in materia di sacchetti di plastica, con ulte fino a 40mila dollari per i trasgressori. Intanto prosegue il viaggio del veliero Flipflopi non si arresta e la prossima tappa sarà Nairobi, in previsione dell'Assemblea delle Nazioni Unite per l'ambiente, prevista dall'11 al 15 marzo prossimi. A.P.
Prima conferenza Snpa a Roma Nel corso dell’evento il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha ringraziato gli operatori dell’Arpa Campania Luigi Mosca Si è chiusa a Roma la prima Conferenza del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, inaugurata il 27 febbraio alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E’ intervenuto, tra gli altri, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha espresso una visione del Sistema basata anche sulla sua precedente esperienza di collaborazione con Arpac nell’ambito dell’ attività investigativa in questa regione. «L’Arpa Campania», ha detto il ministro, «è un’Agenzia che conosco particolarmente bene grazie alle mie trascorse esperienze in quella terra. E’ un esempio di cosa possiamo trovare nel Sistema. Diamo per acquisito che vi siano competenze, ma vorrei citare anche due ulteriori qualità: la passione e la generosità. Ho visto operatori Arpac uscire di notte in aree difficili delle province di Napoli e Caserta, per puro spirito di servizio nei confronti dei cittadini e dello Stato. Troviamo questi valori nell’Agenzia ambientale campana – ha aggiunto l’esponente del Governo – ma più in generale animano il Sistema nazionale nel suo complesso». Rigore del dato scientifico, controllo esercitato a fianco della comunità in logica di prevenzione, indipen-
denza delle valutazioni, sono tre principi cardine del Snpa formulati dal ministro nel corso del suo intervento. «Dalla tutela dell’ambiente, da come lo sapremo custodire e valorizzare, passa il futuro del Paese, ma le scelte non sono di domani. Le scelte sono qui, ora, anche attraverso gli esiti di questi due giorni di lavoro e da come sapremo renderli concreti ed operativi», ha dichiarato il presidente Snpa Stefano Laporta. I direttori generali di Arpa Liguria, Carlo Emanuele Pepe (vicepresidente Snpa), Arpa Toscana, Marcello Mossa Verre, Arpae Emilia Romagna, Giuseppe Bortone, e il direttore tecnico scientifico di Arpa Lombardia, Giuseppe Sgorbati, hanno illustrato il Sistema alle autorità in sala. Alla presenza del Capo dello Stato, il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente ha insomma presentato se stesso e il lavoro che svolge quotidianamente per la tutela degli ecosistemi e della salute dei cittadini. Una realtà, come è noto, composta da 21 Agenzie regionali per l’ambiente e delle Province autonome (Arpa/ Appa), coordinato a livello nazionale dall’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra). Tra gli obiettivi del Sistema istituito quasi tre anni fa con la legge 132 del 2016, garantire controlli ambientali omogenei da
L’arrivo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sede della Conferenza Nord a Sud in tutto il Paese. Diecimila esperti ambientali dislocati in 200 sedi operative su tutto il territorio italiano: sono i numeri del Sistema, operativo dal 1 gennaio 2017. Monitoraggio, controllo, ricerca, analisi e produzione dei di dati ambientali sono le principali attività del Snpa. Lo scorso anno sono state condotte 600 mila analisi di laboratorio, 100 mila tra ispezioni, verifiche e controlli sul campo, fornite 74 mila valutazioni su questioni ambientali. Per fornire una descrizione puntuale ed esaustiva
della situazione ambientale del paese, Snpa ha elaborato oltre 300 indicatori statistici e oltre 150.000 dati aggiornati, in linea con gli obiettivi dell’azione europea in campo ambientale. «L’idea di Sistema, di cui sono stato profondamente convinto sin dall’inizio», ha detto Laporta, che come è noto è anche presidente Ispra, «è quella di una rete capillare, che sia veramente in grado di rispondere alle necessità del Paese e dei cittadini con efficacia e tempestività: per fare questo, è neces-
sario che tutti si tenda ad una prospettiva più ampia, uscendo dalla propria autoreferenzialità e che tutti riusciamo a guardare al di là del nostro mondo, al mondo economico, a quello delle imprese e a confrontarsi con loro, dal momento che è questa stessa realtà esterna che ci chiede continuamente di intervenire con autorevolezza e senza indugi». Sul sito del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, snpambiente.it, è possibile assistere in streaming ai lavori della Conferenza.
Energia dai rifiuti: sperimentazione ad Avellino Produrre energia dai rifiuti, con processi a basso impatto ambientale. È lo scopo di un accordo, siglato tra Università di Salerno, Arpa Campania e Irpiniambiente per avviare nuove sperimentazioni tecnologiche nello Stir di Pianodardine, alle porte di Avellino. L’azienda che gestisce l’impianto di trattamento di rifiuti nella periferia del capoluogo irpino intende utilizzare processi meccanici a bassa temperatura per trasformare i rifiuti urbani in combustibile solido valido per usi industriali. Per questo si avvarrà della collaborazione del Centro in-
La sigla dell’accordo nella sede del dipartimento Arpac irpino terdipartimentale Sistemi per l’innovazione e il management, struttura dell’ateneo di Fisciano, mentre Arpac ha il compito di monitorare la pro-
duzione di emissioni e miasmi durante le fasi di trattamento dei rifiuti. Altro partner del progetto è il Comea, Consorzio per il mi-
glioramento e l’efficienza energetica. L’accordo, che ha una durata di due anni, prevede l’impiego di macchinari costituiti da reattori Lmtp (Low Temperature Mechanical Process), capaci di comprimere i rifiuti e riscaldarli fino a una temperatura di 400 gradi centigradi. Di conseguenza, i rifiuti si decompongono fino a ottenere un combustibile interessante per svariati usi industriali. Come ha sottolineato uno dei firmatari dell’accordo, l’avvocato Nicola Boccalone che amministra Irpiniambiente, il processo sarà sottoposto a una duplice valutazione. Da
un lato, occorrerà studiarne l’efficienza dal punto di vista tecnico e produttivo, dall’altro sotto esame sono gli impatti ambientali di questa tecnologia. A sottoscrivere l’intesa venerdì 22 febbraio scorso nella sede del dipartimento di Avellino dell’Arpa Campania, il commissario straordinario dell’Agenzia, l’avvocato Stefano Sorvino, i professori Domenico Capriglione e Francesco Polese rispettivamente per Comea e Università di Salerno. Referente del progetto è, per Arpa Campania, la direttrice dell’Area territoriale del dipartimento di Avellino, Lucia D’Arienzo.
Valutare gli eventi sahariani con il supporto del wind profiler Jolanda Autorino Da circa due anni l’Arpa Campania dispone di un wind profiler, uno dei tre strumenti di questo tipo collocati sul territorio nazionale. La strumentazione (foto a destra), installata in collaborazione con il Centro italiano ricerche aerospaziali (Cira) presso la sede di Capua, è in grado di fornire informazioni relative al rimescolamento atmosferico ed è, pertanto, di grande supporto per analisi delle condizioni meteorologiche locali. Più in dettaglio, si tratta di uno strumento che consente di creare profili verticali del vento, attraverso misure di direzione e velocità fino ad un’altezza di tre chilometri, con una risoluzione spaziale di circa cinquanta metri. Il wind profiler è dotato di un modulo aggiuntivo Rass (Radio acoustic sound system) che consente di ottenere misure di temperatura dell’aria fino a circa 1500 m di altezza. Le misurazioni effettuate dal wind profiler sono disponibili in tempo reale nella sezione “Misure in atmosfera” del sito meteoarpac.it, curato dal Centro meteorologico e climatologico del-
Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 28 febbraio 2019 - Anno XV, N.4 Edizione chiusa dalla redazione il 28 febbraio 2019 DIRETTORE EDITORIALE
Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE
Pietro Funaro CAPOREDATTORI
Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli
l’Agenzia (Cemec). L’utilizzo di questo tipo di strumentazione risulta di particolare utilità ai fini della stima del rimescolamento atmosferico fino a quote che non possono essere raggiunte con tradizionali strumenti di misura al suolo. È importante per capire se si verificano, in particolare, fenomeni di inversione termica che implicano ristagno delle polveri sottili o apporti di polveri di origine sahariana. In particolari condizioni meteorologiche può infatti verificarsi il trasporto a lunghe distanze di polveri sottili di origine naturale. In particolare accade nel Mediterraneo, dal Sahara verso le coste europee, dando luogo ad anomali incrementi delle concentrazioni di Pm10, nell’ambito di quelli che vengono definiti “eventi sahariani”.
A titolo esemplificativo si riporta (Grafico 1) un’immagine relativa ai profili di vento in quota dalle ore 8 UTC alle 13 UTC del 29 ottobre 2018 presso Capua in concomitanza con un significativo evento sahariano. Tale evento è avvenuto nell’ambito di uno straordinario episodio di maltempo e disagio nella città di Napoli, che ha implicato cadute di alberi in diversi quartieri cittadini, interruzione di collegamenti navali nel Golfo, chiusura di numerose strade, tra queste anche alcune fondamentali per la viabilità cittadina, ma soprattutto una tragedia nel quartiere Fuorigrotta, dove la caduta di un albero è costata la vita ad un giovane 21enne. In ascissa viene riportato il tempo con intervalli di misurazione con cadenza
di circa 30 minuti, in ordinata viene indicata la quota espressa in metri. Il vento è rappresentato da segmenti orientati secondo la direzione in gradi con origine nel punto cardinale di provenienza, la sua velocità è rappresentata dai trattini all’estremità del segmento, perpendicolari e posizionati lungo il lato sinistro; ogni trattino, in gergo “barbetta” è pari a 10 nodi. Per agevolarne la lettura, la velocità è indicata inoltre dal colore del segmento, secondo la legenda riportata sul margine destro dell’elaborazione grafica. Sul sito meteoarpac.it è disponibile una sezione, intitolata “Eventi polveri sahariane”, in cui vengono pubblicati dei report specifici per gli eventi di questo tipo particolarmente significativi che si verificano in Campania.
IN REDAZIONE
Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE
Savino Cuomo HANNO COLLABORATO
J. Autorino, I. Buonfanti, F. De Capua, G. De Crescenzo, A. Esposito, R. Funaro, B. Giordano, G. Loffredo, R. Maisto, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice SEGRETARIA AMMINISTRATIVA
Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO
Pietro Vasaturo
EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.
Grafico 1. Profili di vento in quota dalle ore 8 UTC alle 13 UTC del 29 ottobre 2018 presso Capua in concomitanza con un significativo evento sahariano
Lo zero termico e la sua importanza Serve anche per determinare un eventuale pericolo di valanghe e il limite delle nevicate nel caso di precipitazioni Gennaro Loffredo Lo zero termico è l’altitudine al di sopra della quale la temperatura dell’aria rimane sempre minore di zero. Sapendo che la temperatura nella troposfera (cioè la zona dell’atmosfera dove avvengono tutti i fenomeni meteorologici) diminuisce man mano che saliamo verso l’alto (in genere di 0,6°C ogni 100metri), possiamo individuare il punto dello zero termico nel momento in cui la temperatura incontra gli 0°C e salendo ulteriormente essa rimane sempre inferiore ad esso. Nella stagione invernale, tuttavia, possono esserci delle situazioni di inversione termica, ossia di condizioni in cui fa più freddo al suolo e più caldo a media altezza. In questo caso il calcolo dello zero termico può essere abbastanza complicato e bisognerebbe analizzare l’intero profilo verticale della colonna d’aria. Perché è importante conoscere la quota dello zero termico? Esso risulta fondamentale in quanto in caso di precipitazioni, serve per capire a che quote queste rimangono nello strato di neve o tramutano nella forma di pioggia. La neve, in verità, riesce a rimanere tale anche più in basso dello zero termico, perché può
non riuscire a fondere fino ad una temperatura di 4°C e di conseguenza la quota neve si pone quasi sempre all’incirca tra 300 e 700metri al di sotto dello zero termico. Il dato dello zero termico è indicato in metri di altezza sul livello del mare ed è spesso indicato nei bollettini meteorologici. Esso assume particolare importanza soprattutto nelle zone di montagna, in quanto serve per determinare un eventuale pericolo di valanghe e il limite delle nevicate nel caso di precipitazioni. Conoscere il dato dello zero termico può risultare utile a chi è impegnato ad attività sportive quali il parapendio ed il paracadutismo, nonché ai piloti di mongolfiere, alianti, deltaplani, etc. Lo zero termico in Italia, ovviamente, varia a seconda delle stagioni. Se prendiamo come punto di riferimento la regione Campania, nella stagione invernale lo zero termico si attesta in media intorno ai 1800metri in libera atmosfera, in situazioni prettamente anticicloniche; 2300-2400metri in primavera ed in autunno, 4000-4500metri nel trimestre estivo. Negli ultimi decenni, tuttavia, l’aumento della temperatura globale del pianeta indotto sia da cause antropiche che da
cause naturali ha favorito delle ripercussioni sia nelle temperature registrate al suolo che in libera atmosfera. Secondo gli ultimi studi, a risentire maggiormente dell’aumento della temperatura sembrerebbero proprio le quote superiori e con esse l’al-
tezza media dello zero termico ha subito un considerevole rialzo. Durante l’estate e la prima parte dell’autunno, il rialzo dello zero termico sull’Europa meridionale può essere spiegato da una maggiore influenza degli anticicloni subtropicali di origine africana.
Lo zero termico sempre più alto sta mettendo in sofferenza i ghiacciai alpini, la nostra vera riserva di acqua della stagione estiva. Il cambiamento climatico è reale e le conseguenze già si sentono in maniera drammatica in molti stati.
Isola di Montecristo: aumentano i posti per le visite La riserva naturale ha aperto le prenotazioni, boom di richieste. Alcune accortezze per i fortunati visitatori Alessia Esposito Saranno duemila le persone che potranno scoprire le bellezze dell’Isola di Montecristo, in provincia di Livorno. Il numero raddoppia rispetto a quello dell’anno scorso, effetto della nuova gestione da parte dell’Ente Parco nazionale dell'Arcipelago toscano (prima era affidata al reparto carabinieri biodiversità di Follonica). L’isola di Montecristo è Riserva Naturale tra le più importanti per la tutela della biodiversità dell’Arcipelago Toscano e del Mar Tirreno. Gli accessi contingentati sono una necessità che deriva proprio dalle eccezionali caratteristiche ambientali dell’isola in cui
non è possibile muoversi in autonomia. Le date disponibili per effettuare una visita sono state prese d’assalto , a partire dal giorno di lancio (il 10 febbraio); molte quelle già sold out. La prenotazione è da effettuare all’indirizzo web
https://prenotazioni.islepark.it /. Alcuni posti sono riservati ai residenti delle isole toscane e c’è un piano apposito per studenti. I periodi in cui è possibile recarsi a visitare l’isola sono compresi tra il 2 marzo e il 15 aprile e tra il 15 maggio e
il 31 ottobre, con esclusione del periodo 16 aprile – 14 maggio per motivi di tutela dell’avifauna. È vietata la balneazione. Ma, limiti a parte, il fascino dell’isola si può scoprire grazie a tre diversi itinerari di trekking al Monastero, alle Grotta del Santo o al Belvedere. Sarà la guida ad indicare agli ospiti il percorso adatto. Ma attenzione ad arrivare con la giusta attrezzatura, per la sicurezza di tutti la Guida potrebbe decidere di non farvi partecipare alla visita! Necessarie scarpe da trekking, un abbigliamento comodo, una giacca antivento e impermeabile, calze tecniche, uno zainetto per l’equipaggiamento. Poi altri consigli
per godersi la visita al meglio: un binocolo e bastoncini da trekking per allentare un po’ la fatica alle gambe spostando parte del peso alla parte superiore del corpo. E, inoltre, viveri e una sufficiente scorta d’acqua considerando che sull’isola non è possibile acquistare né cibo né bevande. Insomma, una visita da effettuare con alcune accortezze, ma per chi riuscirà ad aggiudicarsi uno degli agognati posti, una meraviglia per gli occhi che potranno godere delle incredibili bellezze naturali, ma anche del suggestivo Monastero di San Mamiliano e della Fortezza di Montecristo. Parola di Dumas e del suo conte!
Produrre energia dai rifiuti organici Studio coordinato dalla Sea Risorse insieme ad Alia e Cavalzani Inox Anna Paparo Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Così recita un verso della famosissima canzone dell’intramontabile genio di Fabrizio De Andrè e in questo momento cade proprio a fagiolo, visto che è stato sperimentato un sistema che porterebbe alla produzione di energia rinnovabile partendo dai rifiuti organici. Ci troviamo di fronte a un palese se non addirittura perfetto esempio di economia circolare. A diramare la notizia sono stati i ricercatori del progetto “Bio2energy”, realizzato dal dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Firenze, in collaborazione con il Pin di Prato e il Cnr Iccom e finanziato dalla Regione Toscana con tre milioni di euro. Questo studio, coordinato dalla Sea Risorse insieme ad Alia e Cavalzani Inox, è stato presentato in questi giorni
nella città di Firenze con lo scopo di aprire uno spiraglio sulla risoluzione del problema rifiuti. Il tutto nasce da una semplice e rivoluzionaria idea che è partita da Viareggio ma che può essere estesa in tutta la Toscana, se non addirittura in tutta Italia e, perché no, in tutto il mondo. Ma vediamo nel dettaglio di cosa si tratta. In pratica, è stato messo su un modello per il trattamento dei rifiuti in grado di produrre biometano e bioidrogeno dalla sinergia tra materiale organico (proveniente dalla raccolta differenziata) e fanghi di depurazione (provenienti da impianti di depurazione dell'acqua), attraverso un processo che è stato definito in gergo tecnico di “codigestione anaerobica”, ovvero, per i profani della materia, in assenza di ossigeno si ottiene la degradazione del materiale organico e la produzione di biogas. I residui di questo processo, hanno spiegato i ricercatori,
possono essere, quindi, utilizzati come fertilizzanti naturali per l'agricoltura. A ciò va aggiunto la valorizzazione della FORSU, cioè la Frazione Organica del Rifiuto Organico, cioè il materiale raccolto dalla raccolta differenziata dell'organico (altrimenti detto umido). Tra i risultati di 'Bio2energy' sono stati registrati la riduzione dei costi sia in termini economici che ambientali, l'inserimento del digestato sul mercato quale fonte di nutriente con recupero di materia, produzione di fertilizzanti organici rinnovabili con il sistema “End of Waste”, l'ottimizzazione del recupero energetico e efficientamento energetico dell'impianto di codigestione e depurazione. “In natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Ed è stato preso proprio alla lettera da questo gruppo di studiosi italiani, che, con l’appoggio della Regione e di tantissimi enti importanti nell’ambiente, hanno saputo interpretare ed applicare alla lettera il principio che regola i fenomeni reali di Lavoisier per sfruttare le potenzialità dei rifiuti, che nessuno ha quasi mai saputo cogliere. Ci troviamo davanti a un punto di svolta nella lotta all’inquinamento che porta la firma del Made in Italy e che fa ben sperare in una prospettiva più rosea per la natura e per tutto il nostro pianeta.
Traformare il latte scaduto in materiale isolante Recuperare gli alimenti per evitare sprechi Ogni giorno, dalle nostre tavole alla ristorazione, per passare anche dalla grande distribuzione, ingenti quantità di alimenti sono gettate nella spazzatura, alcuni perché non commestibili (perché superata la data di scadenza), altri perché semplicemente scartati. Fortunatamente, già da diverso tempo, è usanza comune recuperare cibi scaduti ma ancora perfettamente commestibili per trasformarli in materia prima per il settore della produzione di mangimi per animali. In Sardegna invece sono andati oltre trasformando il latte scaduto in materiale isolante. Quest’azienda così innovativa si chiama Milk Brick e utilizza gli scarti dell’industria casearia per creare un bio-composto isolante termico brevettato. Questo bio-composto viene usato per la produzione industriale di mattoni prefabbricati per l’edilizia, prodotti che risolvono il problema della dispersione termica degli edifici. La materia prima del bio-composto è chiamata “fibra di latte”, un composto altamente compatibile con l’essere umano poiché possiede lo stesso PH della pelle umana. La “fibra di latte” si ottiene con l’estrazione iniziale della caseina dal latte scaduto e successivamente, tramite un processo di estrusione nasce la cosiddetta fibra. Questa è una fibra biologica con importanti caratteristiche di isolamento termico che è traspirante, antibatterica, anallergica e assorbe l’umidità rilasciandola in termoregolazione. Con la fibra di latte miscelata con la calce idraulica si ottiene il bio composito brevettato nel 2016 con il quale si producono i mattoni isolanti termici. Qualunque tipo di latte può essere utilizzato e l’utilizzo è al 100%, non esistono quindi scarti di produzione. Questo è un vantaggio enorme per un’azienda che normalmente, per provvedere allo smaltimento dei rifiuti di produzione, utilizza tempo, soldi ed energia oltre a sviluppare inquinamento ambientale. La Milk Brick sorprendentemente non produce materiali di scarto. Dal bio-composto è possibile sviluppare varie tipologie di prodotti: mattoni da muratura, rivestimenti a cappotto, blocchi per il solaio e mattoni per la bioedilizia composti al 100% in fibra di latte. Uno dei principali vantaggi dell’utilizzo dei “mattoni di latte” è la maggiore velocità di realizzazione del lavoro in quanto l’utilizzo dei mattoni classici richiede una posa a stratificazione che prevede 2 strati di muratura che vanno a creare un’intercapedine dove viene inserito l’isolante termico in pannelli rigidi. Con i prodotti Milk Brick invece, è possibile isolare termicamente l’abitazione con una singola posa dei prodotti. I.B.
La fame nel mondo aumenta in Africa anche a causa del cambiamento climatico Bruno Giordano È quanto emerge dal rapporto “Africa Regional Overwiew of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition” (Panoramica regionale dell'Africa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione. Come affrontare la minaccia della variabilità climatica e degli estremi per sicurezza alimentare e nutrizione) pubblicato
dalla Fao e da United Nations economic commission for Africa (Eca). Nell’Africa subsahariana 237 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica: vanificati ed annullati tutti i miglioramenti ottenuti con le buone pratiche negli ultimi anni. Dal rapporto si evince che il peggioramento in Africa ha origine dalla difficile situazione economica globale, dal peggioramento delle condizioni ambientali, ed ancora, all’insieme dei conflitti e della
variabilità climatica. La crescita economica è rallentata nel 2016 a causa dei bassi prezzi delle materie prime alimentari. L’insicurezza alimentare è peggiorata nei paesi colpiti da guerre unitamente ai gravi fenomeni di siccità e alle inondazioni. Negli ultimi 10 anni i disastri legati al clima hanno colpito circa 16 milioni di persone e causato danni ingenti (0,67 miliardi di dollari) in tutto il continente. I dati del rapporto mostrano che gli eventi climatici più estremi e più frequenti unitamente alla variabilità climatica stanno minacciando seriamente di intaccare i risultati raggiunti per porre fine alla fame e alla malnutrizione. Dei 257 milioni di persone che soffrono la fame in Africa (1 africano su 5) ben 237 milioni vivono nell’Africa subsahariana, i restanti 20 milioni nell’Africa settentrionale. Per la Fao ed Eca sono necessarie politiche atte a costruire una maggiore resilienza delle famiglie, delle comunità e dei Paesi alla variabilità climatica ed agli eventi estremi. Bisogna costruire capacità istituzionali nel progettare, coordinare e
potenziare tutte quelle azioni messe in atto per il monitoraggio dei rischi, preparazione e risposte alle emergenze, misure di riduzione della vulnerabilità, protezione sociale e pianificazione ed attuazione di misure per la resilienza. Le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici e la riduzione del rischio catastrofi devono essere allineate e coordinate con gli interventi nei settori dell’alimentazione e dei sistemi alimentari. Infatti il
rapporto conclude affermando che:”la necessità di maggiori sforzi nella raccolta dei dati, nel monitoraggio e nell’attuazione di pratiche agricole intelligenti dal punto di vista del clima. Gli sforzi continui attraverso partenariati, la fusione dell’adattamento ai cambiamenti climatici, la riduzione del rischio di catastrofi ed il finanziamento a lungo termine possono mettere insieme le esigenze umanitarie e quelle di sviluppo”.
Quanto può inquinare il caffè in capsule? È quanto cercheranno di appurare un team di ricercatori-biologi dell’Università Milano-Bicocca attraverso il progetto “Caffè senza tracce”. Il gruppo di biologi del Dipartimento di Scienze dell’ambiente e della Terra si è interrogato sull’impatto ambientale che il consumo di questa bevanda, molto amata dagli italiani, produce. Essi hanno stimato un consumo di capsule nell’ordine di 5000 all’anno per il solo gruppo di ricerca costituito da undici persone; figurarsi monitorare uffici, aziende, università tutte. Il progetto, che si finanzia con una raccolta fondi crowdfunding partita sulla storica piattaforma produzioni dal Basso, ha come obiettivo di differenziare le capsule dal caffè esausto, analizzare eventuali rilascio di microplastiche e nanoparticelle all’interno della bevanda, sperimentare forme di riuso del caffè esausto. Sarà importante studiare e stabilire mediante opportune analisi di laboratorio il rilascio di nanoparticelle e microplastiche originate dalle alte temperature raggiunte all’interno delle macchinette del caffè;
bisognerà ricercare se esistono materiali più idonei, che non siano le capsule, per contenere il caffè in modo da non danneggiare la salute dell’uomo. Per separare le capsule dal caffè esausto il team di lavoro ha individuato una macchina speciale messa a disposizione dall’azienda White Star che permetterà di differenziare i rifiuti in modo sostenibile iniziando al momento un processo di compostaggio. Hanno inoltre stipulato una partnership con il Parco Nord di Milano per riutilizzare il caffè esausto come fertilizzante dell’Orto Comune di Niguarda. Queste le finalità di un progetto volto a rassicurare i tanti abituali consumatori di caffè in capsule e per chi volesse contribuire alla campagna di crowdfunding del progetto “Caffè senza tracce” sarà utile collegarsi al link https://www.produzionidalbasso.com/project/caffè-senza-tracc e/. Gli scienziati con questo progetto intendono contribuire ad orientare produttori e consumatori verso materiali di consumo più sicuri e sostenibili. B.G.
Ambiente, clima e prospettive di sviluppo nel Mediterraneo Un workshop in ricordo della compianta Eugenia Ferragina, ricercatrice del CNR-ISSM Fabiana Liguori Lo scorso 25 febbraio nell’incantevole cornice di Villa Doria D’Angri, sede dell’Università degli Studi di Napoli si è svolto il workshop “Ambiente, clima e prospettive di sviluppo nel Mediterraneo” a cura dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (ISSM) del Consiglio Nazionale delle ricerche (CNR). In un contesto generale caratterizzato dalla scarsità di risorse fondamentali per lo sviluppo umano e da una forte pressione antropica sulle risorse, il cambiamento climatico assume sempre più un ruolo determinante nell’amplificare problematiche già presenti nei Paesi che abbracciano il Mediterraneo (crisi idrica, insicurezza alimentare, flussi migratori e così via). L’obiettivo del workshop è proprio quello di individuare possibili soluzioni che contribuiscano a rendere la regione del Mediterraneo un’area di prosperità e pace. Con semplicità e maestria, il Direttore dell’Istituto Salvatore Capasso, ha fatto gli onori di casa presentando alla sala e alla stampa il curatissimo “Rapporto sulle economie del Mediterraneo” a cura della compianta ricercatrice Eugenia Ferragina. Il volume analizza in particolare l’impatto delle disuguaglianze economico sociali, degli squilibri territoriali e dei cambiamenti strutturali nei mercati del lavoro sulle migrazioni mediterranee. La profondità e l’estensione della crisi politica che ha investito l’intera area hanno infatti cambiato radicalmente lo scenario in base al quale la
Hanno detto:
politica d’integrazione euro mediterranea è stata concepita ed attuata. Il rapporto getta le basi per lo sviluppo di nuovi modelli di analisi e di orientamenti politici in grado di rispondere alle drammatiche sfide che le regioni mediterranee stanno affrontando. Per porre rimedio alla situazione attuale occorrerebbe rafforzare la coesione territoriale, ridurre i divari di reddito e migliorare l’accesso delle aree marginali alle infrastrutture di base. Spesso durante il convegno si è parlato del Continente africano e della volontà da parte dei paesi del Nuovo Continente, nel nostro caso dell’Italia, di innescare cooperazioni e accordi con i governi africani per delineare un percorso comune di crescita e investimenti. Ci preme riportare, prima di scrivere di fondi, energie rinnovabili e protocolli d’intesa, quanto “denunciato” pochi giorni fa dall’Unicef: «La continua e crescente condizione di insicurezza nella regione del Sahel ha costretto alla chiusura o alla non operatività circa 2.000 scuole in Burkina Faso, Mali e Niger. Il numero
di strutture scolastiche coinvolte risulta raddoppiato rispetto al 2017. Le minacce al personale scolastico, gli attacchi contro strutture scolastiche e l'uso delle scuole a scopi militari hanno interrotto il ciclo di apprendimento scolastico per più di 400.000 bambini nei tre Paesi e lasciato 10.000 insegnanti senza la possibilità di lavorare o sfollati a causa delle violenze”. Il Sahel è oggi un territorio immenso diviso tra otto Stati, dove la povertà gioca un ruolo cruciale. Insieme al controllo di trafficanti e terroristi. Questo è quanto. Al tavolo dei relatori, oltre al direttore Capasso: Alberto Carotenuto, Rettore dell’Università degli studi di Napoli Parthenope, Massimo Inguscio Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Riccardo Rigillo Direttore Generale del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Grammenos Mastrojeni Coordinatore delle politiche di cooperazione nel settore acqua e ambiente DCGS-MAECI, Enrico Granara, Ministro Plenipotenziario, coordinatore per gli affari multilaterali nell’area euro mediterranea e nel golfo DGAP-MAECI, e Giorgio Budillon Direttore del Dipartimento di scienze tecnologiche dell’Università degli studi di Napoli Parthenope. Sempre forte e significativa la presenza e l’intervento del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare Sergio Costa. Ha moderato Marco Demarco, editorialista del Corriere della Sera.
“L’Italia si è candidata per ospitare la Cop 26 del 2020 e questo perché vogliamo sempre più assumere un ruolo di leadership ambientale sia a livello europeo che internazionale. Il 31 dicembre del 2018, come previsto dall’Unione Europea, abbiamo firmato e depositato a Bruxelles il Piano Clima-energia con cui ci siamo impegnati a mettere in atto una serie di azioni per arrivare entro il 2030 a ridurre del 33% di Co2 in atmosfera, a portare l’utilizzo delle rinnovabili al 32% e a diminuire i consumi energetici dal 32.5 per cento (previsto d’accordo di Parigi) al 43%”. Sergio Costa “Il recupero di terre nelle aree più povere, perse a causa anche dei cambiamenti climatici, deve essere visto da parte dei Paesi più ricchi non come un intervento gratuito umanitario ma come un’opportunità straordinaria di cosviluppo che genererebbe economia, benessere ambientale, stabilizzazione dei rapporti, circolazione culturale, produttività e tanto altro. Si tratta di operazioni portate sul dramma dei più bisognosi ma non per questo devono essere fatte nella logica dell’assoluta gratuità. L’assoluta gratuità è in realtà paralizzante perché una volta finito l’intervento pubblico, l’azione si ferma e nulla cambia davvero”. Grammenos Mastrojeni “I paesi dell’Est Med vantano un investimento maggiore in energia alternativa e da termovalorizzazione. I paesi della sponda Sud (Algeria, Libia e così via) essendo paesi ricchi di fossili, prediligono l’impiego di queste risorse anziché sperimentale fonti sostenibili come avviene in Italia o nei paesi dell’Est Med. Questo è sì un elemento di disparità ma che potrebbe diventare strumento di sviluppo comune innescando uno scambio più equilibrato e sano. A causa di un forte incremento demografico e dei cambiamenti climatici la sponda Sud ha subito gravi mancanze perdendo negli anni la possibilità di sfamare i propri abitanti. Ciò ha determinato le tensioni economiche e sociali e l’instabilità politica che tuttora vivono e devastano il paese”. Salvatore Capasso
LE CASE DI VO TRONG NGHIA I progetti sostenibili che cambiano il volto delle città vietnamite Antonio Palumbo Il gruppo Vo Trong Nghia Architects è uno studio tecnico, composto da un team di architetti vietnamiti, che, negli ultimi anni, ha portato avanti alcuni dei più avanzati ed innovativi studi progettuali per la realizzazione di spazi abitativi sempre più connessi con l’ambiente e con il contesto. Oltre a ciò, l’intensa attività dello studio si confronta, in modo sempre più impegnato, con il tema della massiccia urbanizzazione del Vietnam, occupandosi segnatamente dell’architettura residenziale delle metropoli e delle grandi città. La Casa Bihn, ad esempio, progettata per Ho Chi Minh City in collaborazione con lo studio Sanuki + Nishizawa Architects, rappresenta, da questo punto di vista, uno dei progetti più rivoluzionari per nuove abitazioni ideato da Vo Trong Nghia. Nel cemento sono ricavati degli elementi frangisole in corrispondenza dei due fronti aperti dell’edificio, i quali, oltre a favorire la formazione di correnti d’aria, formano l’articolazione delle facciate; il progetto sfrutta la forza naturale dell’acqua e il benefico influsso della vegetazione; l’elevato si sviluppa su 6 livelli, dei quali uno interrato, in cui ben si inserisce la vegetazione, presente a ogni piano. Anche dal punto di vista climatico questa abitazione risulta particolarmente efficace, perché proprio la sua orditura, concepita secondo una sequenza di pieni e vuoti, con aperture alternate sulle
pareti perimetrali, favorisce la ventilazione naturale. Nella Casa Bihn l’estetica generata dal dialogo tra cemento e natura si conferma ancora una volta e definisce l’imprescindibile rapporto tra architettura e paesaggio, concretizzato nella continua permeabilità tra interno ed esterno, come uno degli elementi più fondanti e riconoscibili dell’approccio con cui il giovane studio vietnamita affronta le questioni progettuali. Come spiega il direttore di VTN Architects, Takashi Niwa: «Architettura e paesaggio non sono mai separati nei nostri progetti. Speriamo in-
fatti che gli abitanti vivano nei nostri edifici come in un paesaggio di cui godere al massimo gli scenari. D’altronde, l’alta densità delle città vietnamite contemporanee rende le persone assetate di natura. Così, anche allo scopo di migliorare l’efficienza energetica, nei nostri progetti inseriamo sia grandi alberi sia vegetazione più minuta, in modo da ottenere non solo vaste zone di ombra ma anche orti e giardini, per far sì che gli abitanti siano motivati a prendersi cura dei tetti verdi coinvolgendo anche i vicini, attivando una rete di relazioni che rafforza i legami sociali e
collettivi». Nel singolare prototipo abitativo House for Trees, ultimo dei suoi progetti realizzato nel distretto di Tan Binh, (una delle zone residenziali più densamente popolate di Ho Chi Minh City), VTN Architects si pone ancora una volta l’obiettivo di incrementare gli spazi verdi della principale metropoli vietnamita. Costituito da 5 elementi distinti, l’edificio residenziale si sviluppa su un’area di 474.3 mq, circondata su tutti i lati da tipiche case a schiera, ed è stato pensato come un insieme di blocchi separati, ciascuno dei quali, però, seppur caratteriz-
zato da una funzione specifica, presenta in copertura un tetto costituito da un bacino contenente piante tropicali. Inseriti nel lotto dalla forma un po’ irregolare, i 5 nuclei sono stati disposti in modo da creare un cortile centrale con in mezzo dei piccoli giardini. L’idea delle grandi “vasche” in copertura contenenti le piante, inoltre, è finalizzata a svolgere un’importante azione di contenimento delle forti piogge vietnamite: se estesa ad un numero consistente di unità, la soluzione di VTN Architects potrebbe ridurre, in modo significativo, il rischio di inondazioni.
La doccia antilegionella made in Campania Il prodotto azzera i rischi di contagio derivanti dagli attuali processi di sanificazione obsoleti Sembrerà assurdo ma la cronaca ci dice che una doccia può diventare addirittura mortale. In che senso? La colpa è del batterio Legionella Pneumophila che è uno dei principali nemici della salute dell’uomo. Chi viene contagiato si prende il Morbo del Legionario, ossia una broncopolmonite fulminante che spesso può portare alla morte. L’ acqua calda e le tracce di calcare e corrosione negli impianti sono l’ambiente più favorevole per fare crescere questo batterio, pertanto, la massima probabilità di contagio in una casa risiede proprio nella doccia: respirando l’aria mista all’acqua polverizzata dal soffione (ovviamente se il batterio è presente in quantità sufficiente) . Da Sant’Arpino, un piccolo comune in provincia di Caserta, però sembra arrivare un’innovativa soluzione al problema, una svolta attesa da anni nei processi di sanificazione applicati al relax ed al tempo libero. Si tratta del primo pannello doccia con sistema di sanificazione antilegionella, progettato e realizzato dall’azienda Siligroup presentato lo scorso 14 febbraio a Bolo-
gna nella prestigiosa cornice dell’undicesima edizione del Forum Piscine. “L’ideazione e la realizzazione del primo pannello doccia brevettato con integrato sistema antilegionella – ha dichiarato il founder di Siligroup, Giuseppe Dell’Aversana – rappresenta un significativo passo in avanti nel processo di sicurezza sanitaria negli impianti destinati al mondo della sport. Il prodotto, frutto di anni di ricerca e studi, azzera i rischi di contagio e gli sprechi di tempo ed anche denaro derivanti dagli attuali processi di sanificazione obsoleti. Il cuore tecnologico del nuovo pannello doccia permette la sanificazione punto per punto, in maniera garantita, programmatica e verificabile”. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio balzo in avanti che sta destando enorme interesse fra gli esperti del settore, infatti sono già molte le richieste pervenute all’azienda campana anche dall’estero, a dimostrazione del fatto che tale problematica è molto sentita così come è sentita la necessità di fare fronte comune contro questo “nemico silenzioso”. G.M.
Il profumo terapeutico della lavanda Rosario Maisto La lavanda (Lavandula angustifolia) è una pianta della famiglia delle Lamiaceae, ha proprietà ansiolitiche simili, a quelle delle benzodiazepine, i farmaci contro l'ansia più diffusi, di fatto, a dimostrare questa capacità della lavanda ci sono una serie di esperimenti sui topi e la scoperta potrebbe avere ricadute di interesse clinico. I fiori della lavanda sono utilizzati in fitoterapia per le numerose proprietà dovute alla presenza dell'olio essenziale linalolo, acetato di linalile, limonene, cineolo, canfora, alfa-terpineolo, beta-ocimene, tannini, acido ursolico, flavonoidi e sostanze amare. Questi principi attivi conferiscono alla pianta azione sedativa e calmante sul sistema nervoso, da utilizzare in caso
di ansia, agitazione, nervosismo, mal di testa e stress e insonnia, ma la medicina moderna ha trascurato a lungo questa possibilità, e nel caso della lavanda, diversi studi hanno confermato che una sostanza in essa contenuta, nello specifico “il linalolo”, ha dav-
vero effetti rilassanti, ma nessuno di quegli studi, però, ne aveva individuato chiaramente il meccanismo d'azione. Ora invece, si è intuito che il linalolo agisce sui recettori cerebrali che legano anche le benzodiazepine (sottogruppo di recettori del GABA), ma
somministrando la sostanza a un gruppo di topi in modo che fosse assorbita direttamente dal sangue non c'è stato alcun effetto rilassante, al contrario, si sono manifestati disturbi dei movimenti simili a quelli prodotti dall'alcool e dall'iniezione di benzodiazepine. Si è notato poi, che l'esposizione dei topi a vapori di linalolo induce chiaramente il rilassamento, e senza comprometterne i movimenti, bloccando la risposta ai recettori del GABA, tuttavia, l'effetto ansiolitico svanisce, per confermare il ruolo dell'olfatto, i ricercatori hanno esposto ai vapori di linalolo alcuni topi privi dei neuroni olfattivi, constatando che non si manifestava alcun rilassamento. Questi risultati indicano quindi che, a differenza delle benzodiazepine, il linalolo non agisce direttamente sui recet-
tori del GABA, ma li attiva attraverso i neuroni olfattivi della mucosa nasale, altre conferme, potrebbero portare a un uso di questa sostanza in contesti clinici, come la preanestesia nei casi in cui il ricorso ad altri ansiolitici è sconsigliato, o in pazienti in cui la somministrazione per via orale o parentale è problematica, come i neonati o gli anziani in stato confusionale. Insomma si stanno sperimentando tanti modi e tanti casi per poter utilizzare al meglio questo estratto di linalolo, ora particolarmente apprezzato in campo medicinale e non solo olistico per i vari effetti, sperando che si riesca a trovare metodi e terapie alternative per aiutare anche per le persone che non le possono adoperare come i soggetti allergici.
Grandi Napoletani, grandi Campani
Carlo Celano, la prima guida storica di Napoli Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza Grandi Napoletani, grandi Campani La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Carlo Celano nacque a Napoli il 26 febbraio del 1625 (vi morì Il 3 dicembre del 1693). Era figlio di un medico (Salvatore), appassionato di storia e di arte (fu la prima guida per le strade della capitale del Viceregno spagnolo). Studiò diritto presso i Gesuiti, si laureò e diventò avvocato ma fu sospettato di un coinvolgimento nella rivolta di Masaniello (luglio 1647) e finì in prigione alla Vicaria ma fu liberato grazie all'intervento di
un collega influente presso la Corte spagnola. Nel 1660 prese i voti ed entrò nella congregazione delle missioni apostoliche di Napoli. L'arcivescovo Filomarino lo nominò canonico della cattedrale ma continuò le sue attività letterarie con lo pseudonimo di "Ettore Calcolona" (soprattutto commedie
di successo ispirate a modelli spagnoli). Famosa la satira Degli avanzi delle poste, in cui immagina di pubblicare lettere mai recapitate e conservate come avanzi nei depositi postali (si trattava di una critica dura contro le mode del suo tempo). Celano fu un protagonista della vita culturale napoletana tra i salotti
del giurista Francesco Valletta e quelli del pittore Luca Giordano. Grande fu il suo impegno per restaurare la chiesa di Santa Restituta presso il Duomo di Napoli soprattutto dopo i gravi danni seguiti al violento terremoto del 5 giugno 1688. Raccolse fondi consistenti, diventò responsabile dei lavori e la
chiesa fu finalmente riaperta il 24 maggio del 1692. Contemporaneamente veniva pubblicata la sua opera più importante, quella che gli avrebbe dato una fama plurisecolare: Le Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli, opera dedicata a Papa Innocenzo XII. segue a pag.15
segue da pagina 14 Si trattava di una vera e propria guida turistica in dieci itinerari ma si trattava anche di una monumentale opera di ricerca e di letteratura, carica com'era di descrizioni particolareggiatissime degli edifici sacri e civili con tanti aneddoti e tante notizie spesso effettivamente "curiose" come prometteva il titolo, in un'accezione barocca nelle forme della scrittura e nei contenuti. Una vera e propria miniera di notizie che sarebbero state riportate, copiate o approfondite, per gli anni successivi (e fino ad oggi) da tutti quelli che hanno provato e provano a descrivere Napoli e le sue bellezze storico-artistiche-architettoniche. Il successo fu enorme: nel Settecento fu ristampato tre volte e più volte fu ristampato dell'Ottocento con l'edizione aggiornata di Giovanbattista Chiarini, autore, in sostanza di una nuova guida che partiva dalle notizie del Celano per arricchirle con le sue ricerche e le descrizioni di nuovi monumenti e siti sotto tra Settecento e Ottocento e che, ovviamente, non erano nell'edizione originaria di don Celano. Non mancavano piante, disegni, incisioni, notizie storiche, biografie dei protagonisti della nostra storia in quella che si potrebbe definire una vera e propria enciclopedia della cultura napoletana. Tra le tantissime edizioni anche recenti si se-
gnala quella degli anni 70 per i suoi preziosi indici analitici. Tra le sue opere si segnalano: Non è padre essendo Re; Gli effetti della cortesia; Dell'amare l'ardire; La pietà trionfante; La forza della fedeltà; Degli avanzi delle Poste; Corso Politico nei Ginnasi Delphici del Gran Alfonso Primo Re di questo nome in Napoli; Lettere Spirituale e Morale in diversi soggetti; Le Notizie del bello dell'antico e del curioso della
città di Napoli, date dal canonico Carlo Celano. Questo l'appassionante inizio di questa appassionante opera... "Fia bene che i signori forastieri, prima che si portino a veder ed osservar le parti della nostra città di Napoli, habbiano una general ma brieve notitia della fondatione, ampliationi, riti ed altro. E prima circa la fondazione, lasciando le tante controversie che si leggono negli storici
napoletani, seguiremo quel che ne lasciò scritto il nostro accuratissimo Fabio Giordano, al quale la nostra città deve molto, havendone date notitie pur troppo chiare ed erudite, cavate da Strabone ed altri antichi scrittori greci, o non sapute o male interpetrate da alcuni de’ nostri storiografi. E tanto più che questo grand’huomo approvato ne viene dal dottissimo nostro Pietro Lasena, censore più che rigido di quello che su
la materia dell’antico s’è scritto da’ moderni. Diremo, dunque, che la nostra città hebbe la sua fondatione da Eumelio Falero figliuolo d’Alcone, che fu uno degli Argonauti compagni di Giasone; e la fondò di greci ateniesi, benché havessero portati altri nomi dalle loro colonie, e da questo si ricava che questa città fusse stata fondata prima della ruina di Troja, ed in conseguenza prima di Roma"...
Progetto di recupero dei farmaci validi non scaduti Una buona iniziativa per la cura dell’ambiente e il sostegno dei più bisognosi Rosa Funaro A volte basta davvero poco per fare nel proprio piccolo cose buone per chi è meno fortunato ma anche per il territorio e l’ambiente. Il Comune di Napoli ha di recente aderito al progetto di recupero dei farmaci validi non scaduti (RFV) in collaborazione con l'ASIA Napoli e il Banco Farmaceutico Onlus. Il progetto prevede il conferimento da parte dei cittadini in determinate farmacie e il successivo smistamento: il farmaco non scaduto diventa protagonista di un riciclo virtuoso combinando economia circolare e solidarietà. Ogni anno, infatti, vengono sprecate tonnellate di RFV, che prevedono particolari processi di smaltimento ( essendo rifiuti speciali) provocando danni per tutta la comunità , sia in termini ambientali che economici. Grazie a questa iniziativa, si riducono tali quantitativi, diffondendo la best practice di prevenzione rifiuti e riduzione dello spreco e nello stesso tempo si sosten-
Elenco delle farmacie coinvolte nel progetto pilota:
gono gli enti che assistono le famiglie bisognose che spesso non possono curare un figlio, un padre o comunque una persona amata per ragioni economiche. Il progetto prevede di collocare all' interno delle farmacie che aderiscono, appositi contenitori di raccolta facilmente identificabili in cui ognuno potrà donare i medicinali di cui non ha più bisogno. I RFV, con almeno 8 mesi di
validità, correttamente conservati nella loro confezione integra saranno smistati e riutilizzati da enti non profit per progetti locali di assistenza alle fasce deboli della comunità o di cooperazione decentrata. Sono esclusi i farmaci che appartengono alle tabelle delle sostanze stupefacenti e psicotrope, i farmaci da conservare in frigorifero ei farmaci ospedalieri.
- Farmacia Beneduce, Via S. Paolo ai Tribunali, 21 - 80138, Napoli - tel. 081299658 - Farmacia Europa Dr. Raucci, Via Europa, 249 80127 Napoli - tel. 0817142886 - Farmacia Antica Toledo, Via Toledo, 287 - 80132 Napoli - tel 081418094 - Farmacia Carella, Via Luigi Caldieri, 134 - 80128 Napoli - tel. 0815602525 - Farmacia Mura Greche, P.zza Vincenzo Calenda, 14 80139 - Napoli - tel. 081287947 - Farmacia S. Francesco, C.so Umberto I, 98 - 80138 Napoli - tel. 081202195 - Farmacia Maurelli, Vico Cavallerizza, 41 - 80121 Napoli - tel. 081416950 - Farmacia Giangrieco, Via Nuova Poggioreale, 163 80143 Napoli - tel. 081261327 - Farmacia Das Farma, Via Toledo, 345 - 80134 Napoli tel. 081 407126 - Farmacia Belvedere , Via Belvedere, 226 - 80127 Napoli - tel. 081 7146171 I farmaci raccolti saranno consegnati a due enti assistenziali del territorio: Caritas San Vincenzo Pallotti e Croce Rossa Italiana.
In viaggio il Treno Verde per la mobilità sostenibile La campagna itinerante di Legambiente e Ferrovie dello Stato Partita, è il caso di dirlo, la 31esima edizione del Treno Verde, l’iniziativa itinerante di Legambiente e Ferrovie dello Stato Italiane - con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare - per promuovere il trasporto pubblico e limitare l’inquinamento. Un viaggio in dodici tappe che è partito da Palermo (dal 18 al 20 febbraio), arrivando a Bari (dal 22 al 24 febbraio), passando per Napoli Centrale (dal 26 al 28 febbraio) a Roma Termini (dal 2 al 4 marzo), poi Pescara (dal 6 all’8 marzo), Arezzo(dal 10 al 12 marzo), Civitanova Marche(dal 14 al 16 marzo), Rimini (dal 18 al 20 marzo), Padova (dal 22 al 24 marzo), Genova Piazza Principe (dal 26 al 28 marzo), Torino Porta Nuova (dal 30 marzo al 1 aprile) e, infine, Milano Porta Garibaldi (dal 3 al 5 aprile). Un viaggio in cui pro-
tagonista è un Manifesto per una mobilità sostenibile. Sul treno, visitabile da tutti, è presente una mostra didattica e interattiva, allestita su quattro carrozze, sulle sfide per combattere i cambiamenti climatici. Nella prima carrozza il focus sui rischi dell’inquinamento atmosferico e acustico, nella seconda una sezione sulle idee più innovative e le best practices per una mobilità a zero emissioni. La mostra della terza carrozza si concentra invece sull’importanza del riciclo e riutilizzo dei pneumatici per l’arredo urbano, i fondi stradali e tante altre soluzioni con cui riciclare questi materiali. La quarta e ultima carrozza è invece uno spazio di confronto, laboratori e dibattiti per mettere in gioco i singoli sulle tematiche ambientali. Quando è possibile salire a bordo del Treno Verde? Per le scuole (previa prenotazione)
dal lunedì al sabato dalle 8:30 alle 14, mentre per gli altri visitatori dalle 16 alle 19. Di domenica, il Treno Verde è invece aperto dalle 10 alle 13. Dal comunicato stampa Legambiente le parole del Presidente Stefano Ciafani: “Senza ambiziose politiche nazionali non vinceremo questa sfida. Non c'è stato il dirottamento delle risorse economiche destinate tradizionalmente a strade e autostrade verso gli investimenti per le aree urbane per rilanciare la cura del ferro del trasporto pubblico e potenziare il trasporto ferroviario per i pendolari; abbiamo assistito al balletto dell’ecotassa sulle auto inquinanti, alla fine depotenziata, e constatato l'assenza di incentivi per chi vuole rottamare l’auto inquinante senza acquistarne una nuova, praticare la sharing mobility, o comprare le e-bike e gli altri veicoli elettrici”. A.E.
Matrimoni green: si diffonde l’uso dell’oro etico Anche le fedi nuziali diventano ecosostenibili Cristina Abbrunzo L'attenzione verso il tema della sostenibilità ambientale è in costante aumento, tanto da coinvolgere sempre più numerosi aspetti della vita quotidiana. Anche quelli più insoliti. In crescita, ad esempio, la tendenza ad organizzare matrimoni green. Per l’esattezza, si chiama Green-conventional wedding, la nuova attitudine fra i futuri sposi che privilegia l’incontro tra le tante tradizioni che gravitano intorno al mondo delle nozze e la filosofia eco-friendly, entrata a pieno titolo nella vita di ogni giorno degli italiani, e non solo. Sono tante e sempre più creative le idee per un matrimonio elegante ma, allo stesso tempo, rispettoso della natura. Si parte dalla scelta degli ecoresort, ossia strutture costruite con l’utilizzo di materiali bio e alimentate da energie rinnovabili, passando per pranzi a base di prodotti naturali e a km zero, sino alla scelta di abiti da sposa in tessuti naturali come canapa, seta brunetta e cotone da coltivazione controllata. Per i viaggi di nozze poi, tantissime le agenzie che offrono soluzioni green presso mete ed hotel ecosostenibili, così come diffusa è la predilezione a scegliere mezzi di trasporto green, ossia a basso impatto ambientale. Addirittura il tradizionale ed emblematico lancio del riso è stato soppiantato da un più ecologico lancio di mangime per uccelli. Ma se c'è un momento della cerimonia nuziale a cui nessuna coppia di sposi, neppure quella più eccentrica, stravagante e meno affezionata alla tradizione, rinuncerebbe mai, è lo scambio delle fedi: il gesto romantico che più di ogni altro sottolinea la promessa e l'impegno reciproco "finché morte non ci separi". Tuttavia, nonostante l'indiscusso valore simbolico, è raro che anche gli sposi più attenti alla sostenibilità ambientale si chiedano da dove provengano le materie prime, l'oro e le pietre preziose con cui vengono fabbricati anelli di fidanzamento e fedi nuziali, o che
si interroghino riguardo alle condizioni in cui avvengono i processi estrattivi e di lavorazione. I gioielli sono oggetti così incantevoli, preziosi e scintillanti che tendiamo a dimenticare che anche questo tipo di industria può contribuire all'inquinamento dell'ambiente circostante e, in alcuni casi, allo sfruttamento sociale di intere popolazioni. L'estrazione dell'oro ha un effetto devastante sull'ambiente e si stima che per produrre un solo anello, vengano generate circa 20 tonnellate di scarti. Inoltre per l’estrazione dell’oro vengono utilizzate sostanze nocive come il mercurio e il cianuro.
I rifiuti contaminati dal cianuro e dal mercurio nella migliore delle ipotesi vengono stoccati in vasche protette da semplici muri di cemento o, come avviene soprattutto nei paesi meno sviluppati, versati nei corsi d’acqua o negli oceani. E’ utile ricordare che un cucchiaino contenente una soluzione di cianuro al 2% è letale per qualsiasi uomo adulto. Mentre il mercurio causa danni irreversibili a cervello, fegato e reni. In più, oltre all'inquinamento dell'aria e delle falde acquifere generato da determinati processi di lavorazione, troppo spesso l'estrazione dell'oro e di alcune pietre preziose avviene
in circostanze di scarsa tutela o di sfruttamento dei lavoratori, ai danni di una manodopera che è anche minorile e in piena violazione dei più elementari diritti umani. Ecco allora farsi strada una soluzione alternativa e più ecosostenibile. Per i matrimoni green, e non solo per quelli, c’è l’oro etico. Con oro etico si intende quella tipologia di oro che sia stata estratta con tecniche e metodologie non invasive, ovvero senza l'utilizzo di agenti chimici o esplosivi, nonché in armonia e collaborazione con l'ambiente e le comunità locali coinvolte. La definizione di oro etico è entrata progressivamente nel gergo minerario, dei metalli preziosi e giornalistico a partire dall'inizio degli anni 2000 con l'evoluzione delle pratiche di sostenibilità ambientale e sociale. L’oro etico è nato appunto per combattere il fenomeno, abbastanza consueto in alcuni Paesi meno sviluppati come l’Africa o la Tanzania, dello sfruttamento dei lavoratori dell’oro e della loro esposizione a sostanze pericolose per la sua lavorazione. Essendo un argomento che, in fin dei conti, si sta approfondendo da poco, le tecniche di lavorazione dette green sono ancora in fase di sviluppo. Ov-
viamente il costo dell’oro etico è leggermente più alto rispetto a quello classico, ma una speciale certificazione attesta che per la sua estrazione e successiva lavorazione non è stato violato l’ambiente nè sono stati sfruttati i lavoratori coinvolti nelle operazioni relative. E’ possibile, ad esempio, diffondere la cultura dell’oro eco sostenibile firmando petizioni, o semplicemente informando gli altri sulle nuove metodologie di estrazione, che molti ancora ignorano. Ma, sopratutto, si può scegliere di acquistare un oggetto prezioso certificato green gold: un gesto semplice, ma carico di significato. E, stando ai recenti dati contenuti nel Rapporto Italia dell’Eurispes, questo impegno è stato preso molto sul serio perché, negli ultimi anni, le vendite di oro etico sono aumentate del 18,5% e, il buon andamento di questi primi 2 mesi dell’anno, conferma un trend ancora in crescita. Certamente contribuire alla diffusione della cultura del green gold è fondamentale, ma comprare per sé, o magari donare, un oggetto realizzato in oro etico, (indipendentemente dal suo valore oggettivo), significa rispettare il pianeta in cui si vive e amare il prossimo.
Ampiezza e limiti del diritto di accesso secondo il Codice degli Appalti L’ipotesi di accesso integrale in presenza di segreti tecnici e commerciali Felicia De Capua Il Tar Puglia, sezione terza, con Ordinanza n. 49/2019 ha obbligato l’amministrazione interessata alla esibizione integrale, senza omissis, di tutta la documentazione di gara richiesta dalla ditta ricorrente, relativa all’offerta di una concorrente, ivi incluse le parti del progetto tecnico. Il diritto di accesso alla documentazione amministrativa relativa ad una gara di appalto è specificamente regolamentato dall’art. 53 d.lgs. n. 50/2016 (Codice degli Appalti), che ha mantenuto in sostanza i principi dell’art. 13 del d.lgs. n. 163/2006, richiamato nella sentenza in esame in quanto, ratione temporis, applicabile alla gara de qua. In forza della citata disposizione “è comunque consentito l’accesso al concorrente che lo chieda in vista della difesa in giudizio dei propri interessi in relazione alla procedura di affidamento del contratto nell’ambito della quale viene formulata la richiesta di accesso”. È stato quindi riconosciuto che l’impresa ricorrente sia titolare di un interesse diretto, attuale e concreto (ex art. 22, comma 1, lett. b) L. n.
241/1990 e art. 2, comma 1 d.p.r. n. 184/2006) all’accesso pieno all’offerta tecnica della controinteressata ed al resto della documentazione, in vista della tutela in giudizio delle proprie posizioni giuridiche soggettive. Dunque i giudici pugliesi concludono che nell’ipotesi dell’accesso “difensivo”, verificata l’esistenza di un interesse differenziato della parte che richiede i documenti, il diritto di accesso agli
atti di una gara di appalto deve essere riconosciuto anche quando vi è l’opposizione – come avvenuto nella fattispecie concreta oggetto di giudizio – di altri partecipanti controinteressati per la tutela di segreti tecnici e commerciali. Dunque le posizioni giuridiche soggettive prevalgono anche laddove sia stato legittimamente opposto dalla parte contro interessata un segreto tecnico o commerciale ai sensi
dell’art. 13, comma 5, lett. a) e b) d.lgs. n. 163/2006. Infine i giudici osservano che la partecipazione alle gare di appalto pubbliche comporta l’accettazione implicita da parte del concorrente delle regole di trasparenza ed imparzialità che caratterizzano la selezione. Nel momento in cui un’impresa decide di partecipare ad una gara di appalto pubblica accetta il rischio di divulga-
zione del segreto industriale o commerciale, in relazione ai caratteri di pubblicità e trasparenza, ove quest’ultimo sia impiegato allo scopo di acquisire un vantaggio competitivo all’interno di una gara pubblica. Tuttavia, precisano, rimane fermo l’obbligo tassativo per il richiedente di utilizzare i documenti acquisiti esclusivamente per la cura e la difesa dei propri interessi giuridici.
Viaggio nelle leggi ambientali ACQUA La disciplina sui reflui trova applicazione solo se il collegamento fra ciclo di produzione e recapito finale sia diretto ed attuato, senza soluzione di continuità, mediante una condotta o altro sistema stabile di collettamento, atteso che l'art. 183 lett. h) del D.Lgs. 152/2006 definisce quale scarico, che rimanda alla normativa sui reflui, solo l'immissione effettuata tramite un sistema stabile e diretto di collettamento. Consegue che in assenza di diretta immissione nel suolo, nel sottosuolo o nella rete fognaria mediante una condotta o un sistema stabile di
ad una miscela per la quale invece non esiste uno specifico codice identificativo. Corte di Cassazione Sezione III n. 4976 del 1 febbraio 2019.
collettamento i reflui sono da considerarsi rifiuti allo stato liquido, soggetti alla distinta disciplina dell'art. 256 D.Lgs. n. 152 del 2006. Corte di Cassazione Sezione III n. 5813 del 6 febbraio 2019.
RIFIUTI La miscelazione dei rifiuti può essere definita come l’operazione consistente nella mescolanza, volontaria o involontaria, di due o più tipi di rifiuti aventi codici identificativi diversi in modo da dare origine
RUMORE Mentre per i valori limite assoluti l'art. 8, comma 1, d.P.C.M. 14 novembre 1997 prevede che, in attesa della classificazione del territorio da parte dei comuni in zone, trovino applicazione i limiti del previgente d.P.C.M. 1 marzo 1991 ("In attesa che i comuni provvedano agli adempimenti previsti dall'art. 6, comma 1, lett. a), della legge 26 ottobre 1995 n. 447, si applicano i limiti di cui all'art. 6, comma 1, del decreto del Presidente del
Consiglio dei Ministri 1° marzo 1991") per i valori limite differenziali non vi è alcun riferimento alla zonizzazione acustica comunale, ragion per cui l'art. 4 dello stesso d.P.C.M. del 1997, che li contempla, continua ad applicarsi anche a seguito dell’approvazione della zonizzazione stessa. In altre parole, il rinvio operato al solo primo comma dell'art. 6 depone per una scelta normativa che non ha voluto far cessare l’applicabilità del criterio "differenziale" all'introduzione della disciplina a regime, e cioè all'adozione del piano comunale di zonizzazione acustica. TAR Friuli VG Sez. I n. 47 del 29 gennaio 2019. A.T.
L’economia della Ciambella Il pensiero di Kate Rawort La serendipità è la fortuna di fare felici scoperte per puro caso Martina Tafuro No! Qui non si parla di ricette e Kate Raworth non è una chef. Il modello economico della ciambella (Doughnut economy), suggerito da questa economista di Oxford, in L’economia della “ciambella”, sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, si propone di esporre in modo chiaro e scientifico le basi per lo sviluppo sostenibile. “Raggiungere lo sviluppo senza portare danni alla Terra”, ecco lo scopo della Doughnut Economy. Questo modello si sviluppa nello spazio di due confini: un confine interno (inner boundery) relativo alle dimensioni sociali ed un confine esterno (outer boundery) relativo ai limiti ambientali. All’interno di questi due confini si estende uno spazio che prende la forma di una ciambella in cui lo sviluppo sostenibile è possibile. Il confine interno è la dimensione sociale, spazio dove si sviluppa una società stabile che dovrebbe garantire a tutte le persone la disponibilità delle risorse di base, come il cibo, l’acqua, l’assistenza sanitaria e l’energia, in modo tale che i diritti umani vengano pienamente rispettati. Il confine esterno delimita i limiti ambientali che comprendono l’utilizzo delle risorse naturali da parte dell’uomo, il quale non dovrebbe porre sotto stress i processi naturali della Terra causando, ad esempio, perdita di biodiversità e cambiamento climatico. La dimensione ambientale forma un confine esterno, superato il quale si realizzano le condizioni di degrado ambientale. Più approfonditamente, la riflessione della Raworth parte dalla considerazione del fatto che il benessere umano dipende dal mantenimento delle risorse in un buono stato naturale complessivo, che non deve oltrepassare alcune soglie, dettate dalle necessità dei singoli individui di soddisfare alcune esigenze fondamentali per condurre una vita dignitosa e con le giuste opportunità. Le norme internazionali
La pubblica felicità
sui diritti umani hanno sempre sostenuto per ogni individuo il diritto morale a risorse fondamentali quali cibo, acqua, assistenza sanitaria di base, istruzione, libertà di espressione, partecipazione politica e sicurezza personale. L’economista inglese ci dice che, come esiste un confine esterno all’uso delle risorse, una specie di tetto, oltre cui il degrado ambientale diventa inaccettabile e pericoloso per l’intera umanità, ne esiste uno interno al prelievo di risorse, denominato livello sociale di base, come un pavimento e scendere sotto il quale ci indica che la deprivazione umana diventa inaccettabile e insostenibile. Kate individua undici priorità sociali da prendere in considerazione, esse sono la disponibilità: del cibo, dell’acqua, dell’assistenza sanitaria, di reddito, dell’istruzione, di energia, di lavoro, del diritto di espressione, della parità di genere, dell’equità sociale e della resilienza agli shock. Tra i diritti sociali fondamentali, la cosiddetta base sociale e i confini planetari ovvero i tetti ambientali, si crea una fascia circolare a forma di ciambella, sicura per l’ambiente e socialmente giusta per l’umanità. Dalla combinazione dei confini sociali e universali nasce una prospettiva nuova di sviluppo sostenibile. E’ purtroppo vero che siamo ben lontani dal vivere all’interno della ciambella. E’ possibile vivere nei confini
della Ciambella? La sfida da affrontare è certamente complessa, i confini sociali e planetari, nella realtà, sono tra loro interdipendenti, poiché i problemi ambientali possono alimentare la povertà e viceversa. Le politiche volte a rientrare entro i limiti ambientali possono, se mal progettati, spingere parte delle popolazioni a sfondare i confini del benessere sociale e viceversa. La sfida è creare economie che riescano a portare l’intera umanità nella Ciambella. Ossessionati dalla crescita infinita del PIL, abbiamo perso di vista che l’obiettivo è di progredire in modo stabile. La Raworth, ci dice che cinque, sono i fattori che determinano il funzionamento della Ciambella: la popolazione, la distribuzione, l’aspirazione, la Tecnologia e la Governance. In conclusione, la Ciambella di Kate è l’immagine che tratteggia le relazioni esistenti tra le tre dimensioni del benessere: economico, sociale e ambientale. E’ diventato impellente per l’umanità che queste tre dimensioni debbano essere raggiunte parallelamente. Questo nostro secolo ha bisogno di una nuova economia che come un fuoco ardente infiammi l’umanità di progettazione rigenerativa. E’ urgente creare una vera e duratura economia circolare, per restituire agli ominidi dalle dita opponibili il ruolo di partecipanti attivi ai processi ciclici della vita sulla Terra.
L’Europa è contrassegnata da marcate e profonde differenze culturali e economiche. Tale diversità ha radici nel conflitto tra la riforma protestante e la successiva contro-riforma cattolica, sorto cinque secoli fa. Lutero, Calvino e i riformatori furono gli apostoli di una spiritualità basata sull’etica del lavoro da cui dopo qualche secolo nacque il capitalismo moderno e il liberismo anglosassone. Il sud, cattolico e comunitario, diede vita all’Economia civile napoletana, italiana e latina del diciottesimo secolo. Il capitalismo si è concretizzato attraverso diverse anime, che hanno dato vita a diverse direzioni al mercato, all’impresa e all’economia. La cooperazione, le banche popolari, le imprese famigliari, il welfarestate, il socialismo, l’economia mista, la felicità pubblica, insieme al familismo amorale e l’evasione fiscale furono tratti specifici del capitalismo latino. La grande impresa, la finanza, la ricerca individuale della felicità e il liberismo furono quelli del capitalismo nordico e protestante. Il XXI secolo, però, è connotato da un forte appiattimento delle forme di economia, perché i valori e il genio del capitalismo anglosassone stanno diventando, grazie alla globalizzazione, i valori del mondo intero. Un processo di standardizzazione dell’impresa, dei mercati e della razionalità economica, che sta riducendo drasticamente la biodiversità economica, finanziaria e sociale della terra, e quindi la sua capacità di futuro. Non capiamo la crisi dell’Europa del Sud senza prendere sul serio lo smarrimento della sua anima economica e civile, del suo spirito del capitalismo. Luigino Bruni, l’autore di questo saggio, analizza le sfide fondamentali da utilizzare per leggere il futuro civile ed economico del modello europeo ed italiano: uguaglianza, consumo, lavoro, comunità, gratuità, felicità pubblica. Parole antiche e nuove, che hanno formato il lessico della cultura europea, ma che a un certo punto sono state eclissate dalla frenesia dell’imitazione di modelli anglosassoni. Esse tuttavia possono e devono diventare parole di futuro, se vogliamo che l’Europa e l’Italia conservino una vocazione e un destino nell’economia del XXI secolo. M.T.
Il Salone del Libro e dell’Editoria di Napoli Giovedì 7 marzo alle ore 11.30, presso Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli, sarà presentata alla stampa “Napoli CittàLibro”, il Salone del Libro e dell’Editoria in programma dal 4 al 7 aprile 2019 a Castel Sant’Elmo. Saranno resi noti il programma, gli ospiti, le iniziative. “Approdi” è il tema dell’edizione 2019 promosso all’associazione Liber@Arte, in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura e il Polo museale della Campania-Ministero per i Beni e le attività culturali. In un’epoca in cui il confine tra opinioni e fatti è sempre più sbiadito è necessario fermarsi e ritornare ai fondamentali: questo tema è un appello allo spirito critico per una riflessione mirata, stabile ed equilibrata. Conoscere, informarsi, approfondire, permettono di affinare la sensibilità e la capacità di comprendere il mondo, offrendo un riparo dalle tempeste della disinformazione e dai moderni canti di Sirena. L’approdo evoca il moto a luogo, la provenienza, ma anche lo stato in luogo, l’accoglienza, il mettere radici. Il porto è come una doppia porta che da un lato invita a entrare e abitare in un luogo preciso e
I volti del Burkina Faso In mostra le fotografie di Francesco Cocco
dall’altro si apre sull’orizzonte, sfidando a partire. La cultura, un faro verso cui dirigersi, un ancoraggio affidabile cui aggrapparsi per non perdersi nella corrente dell’arbitrio, delle opinioni gridate. A NapoliCittàLibro si potranno seguire riflessioni sulle migrazioni come sui traguardi tagliati dalla scienza, approfondire argomenti di attualità come lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’ambiente, i cambiamenti del mondo del lavoro, i diritti ci-
vili e il significato di una cittadinanza attiva, le prospettive di crescita del nostro Paese, il ruolo dei giovani e dell’istruzione. Arricchito da nuovi format e nuovi contenuti NapoliCittàLibro si appropria degli spazi della fortezza di Castel Sant’Elmo accogliendo al suo interno uno spaccato del mondo editoriale con un nuovo allestimento: a ospitare gli incontri e gli espositori saranno infatti gli ambulacri, vero cuore della struttura.
Fino al 16 marzo a Napoli presso il Complesso Monumentale della SS Annunziata è aperta al pubblico la mostra Burkinabè di Francesco Cocco. Si tratta di ritratti in bianco e nero, volti di giovani donne, a volte dall'identità sessuale incerta e vulnerabile come l'Africa in cui vivono: Adjara, Sarina, Linda, Celine, Juliette, Therese, Marietta, Alfonsine, Blessed, Charlene, Zanaba, Mariam, Ibauldo Celine, Kabare. Hanno fra i 16 e 19 anni, vivono nella provincia di Kadiogo, fuori Ouagadougou, in un centro di accoglienza per donne e ragazze che hanno subito violenza o fuggono da matrimoni combinati. E poi, ancora uomini nella sala di aspetto di dispensari sanitari e madri con neonati urlanti, anziane considerate streghe e bimbi abusati da professori bianchi occidentali, bambini che scavano in miniere d’oro abusive e altri che giocano a biliardino o sulla terra arsa, nonostante tutto. La Repubblica del Burkina Faso nelle immagini scattate da Francesco Cocco nel febbraio del 2017 più che la “terra degli uomini integri” appare come la “terra delle donne sospese”, fra povertà e riscatto, paura e desiderio di cambiare, tradizioni come macigni e nuovi diritti tutti da conquistare. La mostra sarà aperta dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 13, il venerdì dalle 9 alle 18 e il sabato dalle 9.30 alle 18.00. Ulteriori visite su appuntamento a cura dell’Associazione Manallart (info 333 88 77 512 - 333 38 51 932) - Ingresso gratuito
Quando il pregiudizio è più importante del giudizio A Napoli la presentazione del libro del magistrato Paola Di Nicola “La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio” di Paola Di Nicola è un libro che invita a riflettere sui tanti aspetti della violenza sulle donne e sui pregiudizi e i luoghi comuni che spesso si manifestano in episodi del genere: “le donne mentono sempre”, “le donne strumentalizzano le denunce di violenza per ottenere benefici”, “se l’è cercata”, “le donne usano il sesso per fare carriera”, “ma tu com’eri vestita?”, queste sono solo alcune delle illazioni che la società ha purtroppo interiorizzato. Allusioni volte a neutralizzare la donna e a perpetuare una sudditanza e una discriminazione di genere in ogni ambito, soprattutto in
quello giuridico, che è il settore determinante perché tutto possa rimanere come è sempre stato. Ogni nostro gesto, parola, azione deriva da un’impostazione acquisita per tradizione, storia, cultura, e neanche i giudici ne sono privi. Con la sua attività di magistrato, Paola Di Nicola ha deciso di affrontare il problema dalle aule del tribunale, ovvero dal luogo in cui do-
vrebbe regnare sempre la verità e invece troppo spesso “vince” lo stereotipo. Il libro sarà presentato venerdì 1 marzo, alle ore 16, a Palazzo Armieri. Con l’autrice interverranno l’assessore regionale alle Pari Opportunità e l’assessore regionale alla Sicurezza e Legalità Franco Roberti. Introduce e modera la giornalista di « Repubblica» Ilaria Urbani.