Le misure ambientali adottate in Campania Forestali ed Esercito hanno reso noti i dati relativi alle azioni intraprese nel 2018 Inizia l’anno ed è ora di “fare i conti” con quello precedente … Anche per quanto riguarda l’ambiente è il momento di verificare se le azioni intraprese per la lotta alle ecomafie previste da protocolli d’intesa, proclami e progetti hanno dato i risultati sperati. Non si sono fatti attendere, allora, i bilanci delle attività relative al 2018 dei Carabinieri Forestali e dell’Esercito (nell’ambito dell’operazione “Terra dei Fuochi”). I dati parlano chiaro: 71.835 controlli (più del 14% rispetto al 2017 e più del 26% rispetto al 2016) effettuati nel 2018 dai Carabinieri Forestali in Campania, 3.049 gli illeciti amministrativi contestati (più del 45% rispetto al 2017 e più del 102% rispetto al 2016) per un importo di € 3.715.869,75 e 2.456 (più del 21% rispetto al 2016) le notizie di reato segnalate all’AG, con 834 sequestri e 15 arresti (più del 50% rispetto al 2017 e più del 67% rispetto al 2016). Tra i risultati operativi più significativi il contrasto al bracconaggio di avifauna; si pensi che in un’unica azione di polizia giudiziaria sono stati sequestrati oltre 1500 esemplari di avifauna selvatica, illegalmente catturati da soggetti dediti stabilmente al bracconaggio e destinati alla vendita per finalità ornamentali, commerciali e alimentari nel Nord Italia. Molti anche gli strumenti sequestrati per la caccia illegale: si tratta di dispositivi elettromagnetici che diffondevano il verso degli uccelli, richiami, stampi di plastica che riproducevano le sembianze dei volatili e che venivano disposti in zone in cui erano state piazzate trappole e reti. Il contrasto agli abbandoni, alle discariche e alla gestione illecita di rifiuti ha prodotto, poi, 626 notizie di reato (+46% rispetto al 2017 e più del doppio rispetto al 2016 +161%) nonché la contestazione di 536 illeciti (+30% rispetto al 2017 e + 165% rispetto al 2016). Martelli a pag.3
EDITORIALE
L’inquinamento atmosferico ed il monitoraggio Arpac di Luigi Stefano Sorvino
ARPAC
Studenti dalla Grecia in visita ai frantoi campani Un progetto educativo nell’ambito di Erasmus plus Gli studenti dell’istituto professionale di Megara, nei pressi di Atene, sono venuti a lezione in Italia per imparare come si gestiscono... a pag.6
GREEN ECONOMY
Economia circolare: una scelta intelligente e conveniente Utilizzare un modello di economia circolare è per ogni Paese una scelta intelligente, conveniente e salutare. pagg.4 e 5
BIO-ARCHITETTURA
Architettura e sostenibilità secondo Mario Cucinella L’architetto palermitano Mario Cucinella (nato nel 1960), fondatore di Building Green Futures ed esponente di primo piano... a pag.12
ARTE & AMBIENTE
L’Abbazia di San Lorenzo ad Septimum Una delle più grandi chiese di epoca longobarda in Campania L’Abbazia di San Lorenzo ad Septimum di Aversa con annesso monastero,vanta origini antichissime. Sorge in una località che già... Stabile a pag.15
Si manifesta oggi un crescente interesse dell’opinione pubblica e dei media verso i diffusi fenomeni di inquinamento atmosferico che affliggono diversi centri urbani anche della Campania, con particolare apprensione per le potenziali ricadute sulla salute dei cittadini esposti. L’attenzione si focalizza sulla efficienza e qualità del servizio di monitoraggio atmosferico, effettuato dall’Arpac istituzionalmente responsabile – in nome e per conto della Regione – della rilevazione, gestione e valutazione dei dati e delle informazioni sulla qualità dell’aria. Talvolta, paradossalmente, la pur legittima preoccupazione degli utenti e delle associazioni anziché concentrarsi sulla complessa analisi delle cause e, soprattutto, sulla non facile ricerca delle soluzioni strutturali, sembra appuntarsi sulla presunta insufficienza o inadeguatezza della pur avanzata rete di monitoraggio – di cui si chiede la capillarizzazione – quasi che le centraline non fossero uno strumento di rilevazione ma le responsabili delle criticità e del contenuto dei dati monitorati. Risulta così utile riepilogare i principi della materia per ragionare in modo non emotivo ma costruttivo e propositivo, anche chiarendo la fondamentale attività dell’Agenzia, svolta con impegno e scrupolo professionale dalle sue strutture tecniche, in un settore di sempre più essenziale rilievo per la tutela ambientale. L’inquinamento della matrice aria ha rappresentato la prima tematica su cui si è misurato il nascente diritto ambientale, con l’antesignana
legge “antismog” n. 615/1966, che definiva il fenomeno e le finalità di protezione sanitaria della primigenia normativa, identificando le potenziali fonti inquinanti, con la previsione di una serie di strumenti e misure – all’epoca quasi del tutto inattuata – per formulare una risposta organica all’incipiente e poi sempre più pervasiva problematica. Nella successiva evoluzione, come in tutti i rami del diritto dell’ambiente, le azioni e politiche di settore si sono sviluppate in ambito europeo, tra l’altro con la “comunicazione per la strategia tematica dell’ambiente urbano (2005)” e la conseguente direttiva 2008/ 50/CE delle Istituzioni comunitarie, relativa alla “qualità dell’aria ambiente e per un’ area più pulita in Europa”, poi recepita in ambito nazionale dal D.Lgs 155/2010. Con il progresso tecnologico e delle conoscenze, si è accresciuto il numero delle sostanze sottoposte al monitoraggio, con sempre maggiore attenzione alle c.d. polveri sottili ed ultrasottili (P.M.10 e P.M.2,5), “particulate matter”, in quanto gli studi scientifici hanno evidenziato quanto le frazioni più fini del particolato siano pericolose per la salute umana, investendo direttamente l’apparato respiratorio. continua a pag.2
L’inquinamento atmosferico ed il monitoraggio Arpac Il territorio regionale registra significativi e ricorrenti punti critici non solo nell’area metropolitana Segue dalla prima Si è approfondita la complessità tecnica del fenomeno, con un’articolata classificazione delle fonti di inquinamento – tra naturali ed antropiche – collegate alle più svariate cause e tipologie di emissioni (connesse alla circolazione ed al traffico urbano, agli impianti di riscaldamento, alle attività produttive, ecc.), mentre gli studi epidemiologici hanno ribadito ed approfondito il nesso tra l’inquinamento dell’aria ed il peggioramento delle condizioni di salute della popolazione esposta soprattutto nelle città. L’Arpa Campania è fortemente impegnata sul tema, con le difficili peculiarità del territorio regionale, che registra significativi e ricorrenti punti critici non solo nell’area metropolitana (Napoli città e soprattutto da piazza Garibaldi all’hinterland AcerranoNolano, con picchi tra Pomigliano d’Arco e San Vitaliano), ma altresì nelle città interne di Avellino e Benevento, anche a causa della sfavorevole conformazione geomorfologica a conca, con il relativo “effetto-catino” che favorisce la formazione, concentrazione ed accumulo di elementi inquinanti in ristagno (con il fenomeno invernale dell’inversione termica). La rete di rilevazione dell’Arpac è oggi completa ed efficiente, ancorché suscettibile di opportuni potenziamenti e perfezionamenti, costituita da alcune decine di centraline fisse, localizzate in punti strategici per l’intero territorio regionale integrata all’occorrenza dalle campagne straordinarie dei cinque laboratori mobili. Essa è in grado di offrire, in conformità alla normativa comunitaria e nazionale, dati attendibili e tempestivi che vengono costantemente resi accessibili al pubblico e posti a disposizione delle Amministrazioni locali, competenti ad adottare i provvedimenti necessari e le politiche d’intervento. La normativa prevede appunto che la rete di misura sia soggetta alla gestione e al controllo pubblico, assicurato in Italia dalle Agenzie regionali
per l’ambiente, garantendo un sistema di valutazione della qualità atmosferica con standard elevati ed omogenei sull’intero territorio. Il sistema di acquisizione, trasmissione e messa a disposizione dei dati deve rispondere a criteri di oggettività e tempestività della conoscenza, secondo canoni di efficienza, efficacia ed economicità. Il presupposto del sistema di valutazione è costituito dalla zonazione del territorio per agglomerati, individuati secondo appositi parametri, con misurazione in siti fissi di campionamento, indicatori ed altre tecniche. L’attuale configurazione della rete regionale di monitoraggio, gestita dalla Direzione tecnica dell’Arpac è
stata oggetto di recente rivisitazione e potenziamento, approvata dalla Regione Campania nel 2014, in attuazione della normativa di settore e a valle della validazione del Ministero dell’Ambiente, con i conformi pareri dell’Ispra e dell’Enea. A fronte delle continue richieste di installazione di altre centraline in molteplici punti del territorio, è bene ricordare che la normativa vieta l’inutile eccesso di stazioni di monitoraggio – da dislocare in conformità ai criteri delle c.d. “tre E” ( efficienza, efficacia ed economicità) – e per ogni sito la valutazione deve ritenersi rappresentativa dell’intera zona o agglomerato di riferimento. La rete Arpac restitui-
sce quindi rilevazioni puntuali in siti e con tecniche specificatamente determinate, secondo oggettivi criteri di individuazione, ed elabora previsioni modellistiche al fine di consentire una valutazione media dell’esposizione della popolazione alle emissioni inquinanti. Si tratta ora, da parte degli enti competenti, di intervenire sulle cause attivando di volta in volta i piani e le misure necessarie nei casi di superamento dei limiti e valori consentiti, inter agendo sul complesso insieme delle sorgenti di emissioni ovunque localizzate, con azioni di area vasta concertate tra le varie Amministrazioni per il breve, medio e lungo periodo (seguendo il modello europeo e secondo quanto sta iniziando a sperimentarsi nella Pianura Padana). Gli interventi e politiche attive possono essere le più svariate, con ordinanze interdittive e regolamenti impositivi ma anche misure incentivanti e di sensibilizzazione rispetto agli stili di vita, con interventi a favore della mobilità urbana sostenibile, della riconversione del trasporto pubblico verso mezzi a basso impatto, con la promozione di forme alternative di mobilità urbana (car sharing, car pooling, bike sharing).
Ed ancora occorre favorire il rinnovo del parco circolante in senso ecologico, la maggiore osservanza del Codice della strada con l’attuazione degli strumenti di piano da esso previsti, politiche urbanistiche di delocalizzazione delle concentrazioni insediative e volte a realizzare infrastrutture verdi, isole pedonali e zone a traffico limitato, piste ciclabili, controlli sulle emissioni industriali e sul sistema degli impianti termici di climatizzazione e riscaldamento. Per questi ultimi è importante promuovere politiche volte a migliorare l’efficienza energetica degli edifici, in modo da minimizzare l’uso degli impianti di riscaldamento, e scegliere le tecnologie più idonee, tenendo anche conto dell’importanza di minimizzare le emissioni di polveri sottili da riscaldamenti domestici, che rappresentano circa la metà delle emissioni totali. C’è veramente molto da fare nello sviluppo del ventaglio di misure possibili, generali e settoriali, volte alla riduzione dell’inquinamento atmosferico, da coniugare nella specificità delle singole realtà locali per calibrarle in modo adeguate alla portata della problematica. Il Commissario Straordinario Avv. Luigi Stefano Sorvino
Le misure ambientali adottate in Campania Forestali ed Esercito hanno reso noti i dati relativi alle azioni intraprese nel 2018 Giulia Martelli Inizia l’anno ed è ora di “fare i conti” con quello precedente … Anche per quanto riguarda l’ambiente è il momento di verificare se le azioni intraprese per la lotta alle ecomafie previste da protocolli d’intesa, proclami e progetti hanno dato i risultati sperati. Non si sono fatti attendere, allora, i bilanci delle attività relative al 2018 dei Carabinieri Forestali e dell’Esercito (nell’ambito dell’operazione “Terra dei Fuochi”). I dati parlano chiaro: 71.835 controlli (più del 14% rispetto al 2017 e più del 26% rispetto al 2016) effettuati nel 2018 dai Carabinieri Forestali in Campania, 3.049 gli illeciti amministrativi contestati (più del 45% rispetto al 2017 e più del 102% rispetto al 2016) per un importo di € 3.715.869,75 e 2.456 (più del 21% rispetto al 2016) le notizie di reato segnalate all’AG, con 834 sequestri e 15 arresti (più del 50% rispetto al 2017 e più del 67% rispetto al 2016). Tra i risultati operativi più significativi il contrasto al bracconaggio di avifauna; si pensi che in un’unica azione di polizia giudiziaria sono stati sequestrati oltre 1500 esemplari di avifauna selvatica, illegalmente catturati da soggetti de-
diti stabilmente al bracconaggio e destinati alla vendita per finalità ornamentali, commerciali e alimentari nel Nord Italia. Molti anche gli strumenti sequestrati per la caccia illegale: si tratta di dispositivi elettromagnetici che diffondevano il verso degli uccelli, richiami, stampi di plastica che riproducevano le sembianze dei volatili e che venivano disposti in zone in cui erano state piazzate trappole e reti. Il contrasto agli abbandoni, alle discariche e alla gestione illecita di rifiuti ha prodotto, poi, 626 notizie di reato (+46% rispetto al 2017 e più del doppio rispetto al 2016 +161%) nonché la contestazione di 536 illeciti (+30% rispetto al 2017 e + 165% rispetto al 2016). Da segnalare l’accertamento, nell’hinterland napoletano e nolano, di decine di illeciti nei trasporti e nella gestione di rifiuti che hanno riguardato attività del settore edile, quelle dedite a riparazioni meccaniche, autocarrozzerie, produzione di calzature e di infissi, risultate operare talvolta senza alcuna autorizzazione. Illegalità diffusa anche nella gestione di siti di trattamento e stoccaggio di rifiuti del casertano e in numerose aziende zootecniche, sia in provincia di
Caserta che di Salerno che smaltivano i reflui bruti direttamente sul suolo o nelle acque superficiali ovvero in difformità alla disciplina regionale sull’utilizzazione agronomica degli stessi. Tre gli arresti in flagranza per combustione illecita di rifiuti (San Tammaro, Palma Campania), la fattispecie delittuosa introdotta nel 2014 per contrastare il fenomeno dei roghi tossici. I militari dell’esercito, dal canto loro, in quattro anni di attività hanno portato
alla luce 4.400 siti di sversamento e oltre 920 roghi e da quest’anno potranno avvalersi per migliorare il controllo del territorio di nuove unità e nuove attrezzature come droni con un raggio d’azione di 10 km che permetteranno la trasmissione di immagini video aeree ad una stazione di terra, ad un laptop e ad un terminale video remoto, sia in ambiente diurno che notturno. Tutti questi numeri non resteranno però dei dati isolati ma serviranno a
mettere in atto nuove strategie e nuovi progetti; per i ventotto Comuni della provincia di Napoli che rientrano nella zona della Terra dei Fuochi è infatti cominciato un ciclo di audizioni presso la Commissione Speciale “Terra dei fuochi, bonifiche, ecomafie” al fine di illustrare nuove metodologie per affrontare le emergenze ambientali raccogliendo appunto dati utili che saranno messi a disposizione dei sindaci coinvolti.
Italia: paese europeo a maggior rischio smog Anche la diseguaglianza economica tra le cause della cattiva salute del Bel paese Anna Paparo La piaga dell’inquinamento non risparmia proprio nessuno. Così, l’Italia a causa dell’alto tasso di avvelenamento dell’ambiente e delle basse condizioni socio-economiche non riesce a uscirne incolume, aggiudicandosi il titolo di Paese dell'Ue col più alto numero di aree a rischio a causa dello smog e ondate di calore in Europa. A dirlo è stato il primo rapporto dell'Agenzia dell'Ue per l'ambiente (Eea) che mette in relazione indicatori sulla salute, ambientali e socio-demografici. Lo studio ha ben messo in evidenza che le diseguaglianze economiche e sociali aumentano l'impatto di inquinamento
atmosferico e acustico e delle temperature estreme, con i paesi del Sud e dell'Est Europa più vulnerabili. Inoltre, l’Agenzia Ue ha rilevato che i maggiori rischi per la salute dovuti all’inquinamento e ai cambiamenti climatici sono stati ri-
scontrati in quelle aree dove i redditi e il livello di istruzione sono inferiori alla media europea e, d’altro canto, superiori sono i tassi di disoccupazione a lungo termine e di anzianità della popolazione. Tra le città con i più alti livelli di disoccu-
pazione e la più alta esposizione al particolato Pm10 ritroviamo Torino, Stara Zagora (Bulgaria) e Nicosia (Cipro). A tutto ci si deve aggiungere che lo studio ha posto l’accento sul fatto che l'Italia rappresenti uno, oltre alla Grecia e alla Slovacchia, caratterizzato dal maggior numero di territori in cui i rischi ambientali si sovrappongono ai fattori sociali e viceversa. Nella Penisola, infatti, si trova il maggior numero di aree in Europa esposte a tre tipi di inquinamento atmosferico - da particolato, biossido di azoto e ozono - e alle ondate di calore, con la presenza simultanea dei problemi di smog tipici delle aree urbane con reddito pro-capite inferiore alla media europea (Pm10 e
ozono) e quelli delle regioni sviluppate (biossido di azoto). Ma non finisce qui. L’Eea ha notato che le variabili socio-economiche incidono, infine, anche sulla capacità di gestire fenomeni meteo estremi: l'invecchiamento amplia le fasce vulnerabili della popolazione, a cui va aggiunto che la disponibilità di reddito è determinante, per esempio, per isolare termicamente il luogo dove si abita e un basso livello di istruzione può ridurre la consapevolezza sui comportamenti da adottare in caso di picchi di calore. Un monito, quello che proviene dall’Unione Europea, che continua a porre l’accento sui fenomeni dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici che non smettono di far parlare di sé.
Economia circolare: una scelta intelligente e conveniente Le proposte di Legambiente al Governo per l’adozione di un sistema più sostenibile Fabiana Liguori Utilizzare un modello di economia circolare è per ogni Paese una scelta intelligente, conveniente e salutare. Parlare in Italia di questo settore è diventato routine. Tante le chiacchiere e i “buoni propositi” ma nel concreto, siamo un Paese molto indietro pur essendo ben consapevoli di quanto questo sistema, più sostenibile e a basso impatto ambientale, gioverebbe a tutti: amministrazioni, territorio ed abitanti. L’economia circolare, infatti, crea anche investimenti, occupazione e benefici economici, ma nel Belpaese, purtroppo, nonostante siano tante le realtà virtuose presenti, non si riesce a dare una svolta in questa direzione perché ogni azione e iniziativa è ostacolata da un quadro legislativo inadeguato e contraddittorio. Lo studio di Legambiente e Università di Padova su industria 4.0 e economia circolare, evidenzia come le aziende che hanno investito in questo modello abbiano incrementato il livello occupazionale e come gli investimenti hanno portato ad un aumento del valore del prodotto e a un miglioramento della reputazione dell’impresa. Queste realtà sono fiore all’occhiello del Paese ma invece di essere sostenute e valorizzate vengono spesso lasciate sole, senza una politica industriale a livello nazionale che punti sul settore. Il 2018 è stato l’anno dell’approvazione del pacchetto europeo sull’economia circolare, con cui sono stati introdotti obiettivi di preparazione, riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti: 50% al 2020, 60% al 2030 e 65% al 2035. In Italia, la percentuale di preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio si attesta al 43,9%, considerando tutte le frazioni contenute nei rifiuti urbani. A pesare la mancanza di un’adeguata rete impiantistica a supporto di queste operazioni. Una delle conseguenze è il
trasferimento dei rifiuti raccolti in altre regioni o all’estero. Senza urgenti e adeguati interventi da parte del Governo si rischia l’intasamento del sistema, con impianti e siti di stoccaggio pieni di materiale che non trova destinazione e, come sta già accadendo, l’intrusione dell’illegalità nel sistema. Legambiente, da sempre im-
pegnata nel diffondere le buone pratiche per il cittadino e l’ambiente, si mobilita ancora una volta per cercare di cambiare le cose presentando al Governo e al Parlamento dieci azioni da mettere in atto per rimuovere quelle barriere non tecnologiche che frenano lo sviluppo di un sano modello di economia circolare: 1. Più riciclo con l'End of waste
Approvare subito una norma semplice ed efficace sull'End of waste (Eow) per aumentare il riciclo dei rifiuti urbani e speciali e superare la crisi aperta con la sentenza del Consiglio di Stato che ha centralizzato le competenze allo Stato. Il riciclo dei rifiuti va semplificato al massimo. È urgente anche che il ministero dell'Ambiente emani
una circolare per tutte le Regioni per confermare che la produzione del biometano da digestione anaerobica non ha nulla a che fare con la normativa Eow. Per velocizzare l'iter di definizione e condivisione dei decreti Eow serve costituire una task force al Ministero dell'Ambiente che si occupi esclusivamente di questo. segue a pag.5
segue da pagina 4 2. Rifiuti zero, impianti mille Completare il sistema impiantistico per il riciclo e il riuso dei rifiuti, urbani e speciali, rendendo autosufficiente ogni regione. Serve approvare una norma sul dibattito pubblico per aumentare il consenso e facilitare la realizzazione degli impianti industriali per l'economia circolare italiana. Nel Centro Sud Italia è urgente realizzare almeno un impianto di compostaggio e di digestione anaerobica con produzione di biometano per ogni provincia. Serve anche autorizzare almeno una discarica per regione per smaltire i rifiuti contenenti amianto, anche alla luce della ripartenza dell'extra bonus per sostituire le onduline in cemento amianto con i pannelli fotovoltaici grazie al decreto incentivi di prossima emanazione. 3. L'apertura al mercato non migliora le performance dei sistemi consortili Da tempo si paventa un'apertura al mercato di alcune filiere di gestione dei rifiuti per aumentare le performance del sistema. I dati delle precedenti esperienze in questo senso (dalle pile ai rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) dimostrano che la concorrenza porta i sistemi consortili a privilegiare i rifiuti più semplici da raccogliere e quindi con costi minori, sfavorendo evidentemente le aree più difficili da raggiungere. L'Italia non deve più ripetere lo stesso errore. 4. Tariffa puntuale obbligatoria per ridurre e prevenire la produzione dei rifiuti Le statistiche sul ciclo dei rifiuti in Italia confermano da tempo che solo con i sistemi
di tariffazione puntuale che fanno pagare meno le utenze, domestiche e non, che producono minori quantità di rifiuti. Serve approvare una norma che obblighi i Comuni italiani ad abbandonare il sistema di tariffazione normalizzata passando a quella puntuale basato su sistemi di raccolta domiciliare, sul modello di quanto già fatto con legge regionale in Emilia Romagna o Lazio. 5. Una nuova ecotassa in discarica sui quantitativi pro capite di secco residuo smaltito Occorre approvare una norma che modifichi il tributo speciale per il conferimento in discarica. Con il collegato ambientale approvato alla fine del 2015 sono previsti sconti progressivi per le amministrazioni locali che superano la soglia minima del 65% di raccolta differenziata ma tutto questo non è più sufficiente. Le Regioni devono essere obbligate a modulare il tributo attraverso premialità in funzione del secco residuo pro capite avviato a smalti-
mento con l’obiettivo di ridurre il rifiuto indifferenziato in favore di riciclo, prevenzione e riuso dei materiali. 6. Appalti più verdi Bisogna mettere in campo una task force per controllare e obbligare tutte le stazioni appaltanti al rispetto dell'uso dei Criteri Ambientali Minimi nelle gare al fine di promuovere il Green public procurement e creare un mercato interno dei prodotti realizzati dal riciclo dei rifiuti, anche per fronteggiare l’emergenza causata dalla chiusura delle frontiere cinese alle importazioni di rifiuti. 7. Approvare i disegni di legge 'Salvamare' e sul ‘fishing for litter’ È impellente approvare il disegno di legge “Salvamare” sulla plastica monouso predisposto dal ministro Sergio Costa, unificandone i contenuti con il progetto di legge sul “Fishing for litter” per permettere ai pescatori di fare gli spazzini del mare. È fondamentale approvare definitivamente le due leggi prima della prossima estate per mantenere la leadership normativa dell’Italia nel contrastare il marine litter che soffoca mari, fiumi e laghi. 8. Meno plastica monouso per l’ortofrutta nei supermercati Serve emanare una circolare del ministero della Salute per sbloccare l'uso delle retine riutilizzabili per l'acquisto dell'ortofrutta nei supermercati, così come avviene già in diversi Paesi europei e come già fanno due aziende in Italia (tra queste Ecor NaturaSì). Non ci sono normative igienico-alimentari europee che obbligano l’uso dei sacchetti monouso e che vietano
l’uso dei sacchetti riutilizzabili. 9. Più controlli per combattere la concorrenza sleale Bisogna garantire subito un sistema efficace di controlli lungo tutta la filiera dei rifiuti, urbani e speciali, per contrastare mercati e traffici illeciti (ad esempio per quanto riguarda gli smaltimenti illegali degli pneumatici fuori uso è fondamentale contrastare la vendita in nero di quelli nuovi). Per superare il problema cronico del Paese con controlli ambientali a macchia di leopardo, è decisivo che il ministero dell’Ambiente concluda il lavoro iniziato con l’approvazione trasversale in Parlamento della legge 132. Se vogliamo tutelare l’ambiente, la salute dei cittadini, le attività delle imprese rispettose della legge che subiscono la concorrenza sleale da parte di quelle che scaricano sulla collettività i costi ambientali delle loro produzioni, serve rendere capillare, adeguato e omogeneo sul territorio nazionale il sistema dei controlli pubblici sull’am-
biente. Serve arrivare subito all’approvazione dei decreti attuativi della legge 132. 10. Promuovere l’innovazione di prodotto e processo In ultimo è necessario costruire un sistema premiante per l’innovazione di processo per rendere più convenienti le nuove tecnologie di riciclo di materiali oggi difficilmente riciclabili e per l’innovazione di prodotto per ridurre fortemente la vendita sul mercato di prodotti performanti ma che possono essere avviati solo a recupero energetico o i discarica. Per incentivare ad esempio il riciclo delle plastiche più costose da avviare a recupero di materia è fondamentale prevedere agevolazioni fiscali per aziende e prodotti che utilizzano una quota minima di polimeri riciclati, come da proposta del Tavolo per il riciclo di qualità, istituito da Federazione Gomma-Plastica e di cui fanno parte anche IPPR (Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo), Conai, Corepla, ISPRA, ENEA e Legambiente.
Promuovere l’agricoltura di precisione La Regione istituisce un Osservatorio La Regione Campania ha istituito, con delibera di Giunta, l’Osservatorio regionale dell’agricoltura di precisione. Tra gli obiettivi del nuovo organismo, previsto dalla legge regionale n. 15/2018 e a cui potrà collaborare anche l’Arpa Campania, c’è la promozione di un’agricoltura sostenibile dal punto di vista ambientale. «L’Osservatorio – ha dichiarato Franco Alfieri, capo della segreteria del presidente della Giunta regionale Vincenzo De Luca – è uno strumento operativo con cui diamo attuazione alla normativa regionale in materia di agricoltura di precisione. Il nostro obiettivo è favorire e promuovere modelli di agricoltura virtuosi per la protezione della funzionalità dei suoli, per l’innovazione e la sostenibilità, per un uso efficiente delle risorse naturali, per la tutela delle risorse idriche e la riduzione dell’impatto ambientale delle produzioni». L’Osservatorio avrà sede presso l’Assessorato all’Agricol-
tura e, come specifica Alfieri, «sarà la struttura di riferimento a livello regionale cui competerà l’individuazione delle tecnologie disponibili e del loro migliore utilizzo in base alle colture prevalenti, oltre a fungere da centro di raccolta dati sulla superficie agri-
cola regionale utilizzata al fine di indicare gli strumenti regionali per il finanziamento delle pratiche più innovative e sostenibili». Con decreto del presidente della Giunta regionale saranno definiti la composizione e il funzionamento dell’Osservato-
rio previo parere della Commissione consiliare competente. A tal fine, la direzione generale delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha condotto una manifestazione di interesse sul territorio regionale per individuare gli enti e le organizzazioni con specifiche
competenze in materia di agricoltura di precisione che intendono far parte del nuovo organismo. Hanno manifestato interesse ad entrare nell’Osservatorio l’università di Napoli Federico II – dipartimento di Agraria, l’università di Salerno, l’università del Sannio, l’università della Campania Luigi Vanvitelli – Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche, l’università di Napoli Parthenope – dipartimento di Scienze e tecnologie, il Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo (Cnr Isafom), il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – Orticoltura, frutticoltura agrumicoltura (Crea Ofa), l’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, il Centro per la ricerca applicata in agricoltura (Craa), l’Arpa Campania e le organizzazioni agricole Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Copagri.
Studenti dalla Grecia in visita ai frantoi campani Un progetto educativo nell’ambito di Erasmus plus con la collaborazione di Arpac Gli studenti dell’istituto professionale di Megara, nei pressi di Atene, sono venuti a lezione in Italia per imparare come si gestiscono i residui della molitura delle olive, i cosiddetti reflui oleari. Partner di questo progetto didattico è stata l’Arpa Campania, contattata dalla “facilitatrice” Melina Elena Stylianou che segue per alcune scuole greche i progetti Erasmus plus destinati agli istituti superiori. Diciotto studenti dell’indirizzo meccanico, elettrotecnico e
agronomico, accompagnati da due insegnanti, sono stati impegnati in un percorso educativo dall’11 al 15 febbraio. Il progetto, incentrato sui trattamenti integrali e gli utilizzi collaterali dei residui derivanti dalla produzione di olio d’oliva, si è articolato in tre giornate d’aula che si sono svolte nella sede della Fondazione Menna a Salerno, e in due giorni di attività sul campo, con visite alle sedi di Coldiretti Salerno, ProfaAgri Salerno e Legambiente
Paestum e a diverse realtà produttive. Tra queste, lo stabilimento Olio Dante a Montesarchio, in provincia di Benevento, il frantoio Serra Marina a Laureana Cilento e il sansificio Sios a Battipaglia, entrambi in provincia di Salerno. Per l’Agenzia, sono stati impegnati come docenti Claudio Marro (responsabile della UOC Monitoraggi e controlli) e Pasquale Falco (UO Rifiuti e uso del suolo). Ai giovani ospiti greci, tra l’altro, è stata illustrata l’attività di Arpac in materia di controlli sul corretto utilizzo dei reflui oleari. Tra gli argomenti del percorso educativo, l’analisi dei risultati del Piano di monitoraggio ambientale dei suoli e delle acque superficiali interessati all’utilizzazione agronomica dei reflui prodotti dai frantoi oleari, attività svolta dal 2007 al 2010, e inoltre l’individuazione delle aree agricole della Campania idonee allo spandimento delle acque di vegetazione dei frantoi oleari.
Biblioteca degli alberi, un nuovo parco per Milano Il nuovo spazio verde ha anche finalità didattiche: «ogni giardino è un messaggio», ha spiegato l’ideatore Anna Gaudioso Molto più di un semplice spazio verde. La Biblioteca degli Alberi è un “giardino botanico contemporaneo”, costato circa il triplo di un normale parco pubblico milanese. Un’area così mancava alla città meneghina, che vanta altri
Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 15 febbraio 2019 - Anno XV, N.3 Edizione chiusa dalla redazione il 15 febbraio 2018 DIRETTORE EDITORIALE
Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE
Pietro Funaro CAPOREDATTORI
Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE
Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE
Savino Cuomo HANNO COLLABORATO
I. Buonfanti, F. De Capua, G. De Crescenzo, A. Esposito, R. Funaro, B. Giordano, G. Loffredo, R. Maisto, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice, A. Stabile SEGRETARIA AMMINISTRATIVA
Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO
Pietro Vasaturo
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due parchi ben strutturati. La biblioteca verde di Milano, inaugurata alla fine del 2018, si presenta con una geometria varia, tra percorsi lineari, campi poligonali e stanze arboree circolari, ma la cosa più attraente è la condivisione, perché il parco è a disposizione di tutti, non ci sono recinzioni né orari di chiusura. C’è però un'illuminazione studiata per enfatizzarne la bellezza degli spazi nell’arco delle ventiquattro ore. L’ideatore di tutto ciò è Piet Oudolf, uno dei più importanti paesaggisti contemporanei, ideatore, tra l’altro, dei Lurja Garden del Millennium Park a Chicago e di High Line a New York. Percorrendo lo spazio verde si incontrano giardini “spontanei” realizzati con piante erbacee perenni, grandi assenti le varietà annuali. Il parco cittadino, terzo per estensione, ospita 450 alberi di 19 specie arboree diverse provenienti da tutto il mondo e ben 90mila piante tra siepi, arbusti, rampicanti, varietà acquatiche e essenze erbacee perenni. L’architetto olandese Petra Blaisse, che è l’anima creativa del progetto, in un'intervista ha detto che «ogni giardino è un messaggio». «Penso – ha aggiunto – che storicamente un giardino rappresenti la cultura, la città. Il desiderio di collaborare gli uni con gli altri in Europa e nel resto del mondo è simboleggiato dalle piante e dagli alberi che abbiamo scelto». Qualcuno lo ha già definito “il nuovo giardino botanico di Milano” data la sua biodiversità: frassino, pioppo nero, storace americano, ginkgo bi-
loba, betulla dell’Himalaya, pino nero, pioppo bianco, corniolo, bambù sono solo alcune delle specie che si possono ammirare percorrendo i diversi sentieri. La Biblioteca degli Alberi con i suoi 9,5 ettari di estensione, progettata dallo studio olandese Inside Outside/Petra Blaisse di Amsterdam, si presenta in chiave moderna, con l’idea del giardino romantico, con importanti collezioni di alberi, una vegetazione ricca e variegata, un’ampia gamma di spazi utilizzabili per le più svariate funzioni. I percorsi lineari si snodano per tutto il parco, mettendo in relazione aree interne ed esterne; i campi irregolari sono giardini orna-
mentali e architettonici, caratterizzati da prati o piccole piazze dagli usi svariati; le foreste circolari racchiudono gruppi di alberi a formare spazi interni in cui sostare o organizzare eventi. L’augurio che ci facciamo è che tutte le città possano realizzare una biblioteca degli alberi, per arricchire i nostri territori di ambienti sani e belli alla vista, piante utili per la nostra salute e per garantire una giusta biodiversità. Una costante lezione di educazione ambientale a portata di bambini e di adulti, una fonte naturale di sapere a portata di tutti. (foto da www.artribune.com di Lucilla Loiotile)
Il mare è come un serbatoio di calore La “scorta” immagazzinata ad agosto viene rilasciata a fine inverno Gennaro Loffredo Tante volte in autunno ci siamo trovati di fronte a violente ondate di maltempo o alluvioni catastrofiche che hanno flagellato i nostri territori, in particolare delle regioni meridionali italiane. L’intensità di tali fenomeni era legata alla particolare energia scaturita dalle acque calde del mar Mediterraneo, grazie al calore accumulato nei precedenti mesi estivi. Durante il passaggio di una perturbazione, infatti, l’energia termica presente sul mare viene convertita in energia meccanica (vento, pioggia, grandine) ed elettrica (fulmini). Più il mare risulta caldo, più c’è energia in gioco e più i fronti in arrivo dall’Oceano Atlantico acquistano potenza. Il mare raggiunge, generalmente, il picco massimo annuale di temperatura superficiale nei mesi di settembre ed ottobre. Ma come mai i valori termici delle acque marine risultano più alte in questi mesi e non nel periodo più caldo dell’anno? La risposta è semplice. Il mare ha una capacità termica maggiore rispetto alla terraferma. Il calore immagazzinato nei mesi estivi si libera molto lentamente e solo alla fine della stagione invernale il mare raggiunge la temperatura più bassa. Nei mesi di Dicembre e Gennaio le temperature superficiali marine sono ancora abbastanza miti e conservano, in parte, ancora il calore immagazzinato durante il semestre estivo. Di conseguenza il mare esercita un’azione mitigatrice di tutte quelle aree costiere, le quali tenderanno ad avere un clima molto più mite rispetto alle aree più interne. Il rovescio della medaglia, però, si manifesta tra la fine di febbraio e l’inizio di Marzo. Durante questo periodo il mare raggiunge il picco del freddo. Il mar Tirreno tocca temperature superficiali intorno ai 14-15°C gradi, passando ai 12-13°C del Mar Ligure fino ai 9-10°C dell’Adriatico settentrionale. In questo caso l’energia accumulata nei mesi precedenti tende drasticamente a dissiparsi e man mano che la stagione avanza, i temporali sul mare divengono via via piu’ rari ed isolati.
Fonte grafico temperatura mare "www.meteoscienza.it" Riducendosi drasticamente il contributo di calore preso dal mare, si può capire come perche tra la fine dell’inverno e la primavera, i fenomeni meteorologici non raggiungono più (o quasi) le intensità dei mesi autunnali, tranne in casi eccezionali. Il mare, soprattutto tra la primavera e l’inizio dell’estate tende ad avere un potere stabilizzante, proprio a causa della sua minore temperatura rispetto alla terraferma. Naturalmente, durante questa fase stagionale, la temperatura
dell’acqua risulta alquanto bassa e questo si ripercuote, ancora una volta, sul clima delle zone costiere, che a loro volta sono raggiunte da gradevoli e rinfrescanti brezze marine. Le ondate di calore saranno così smorzate, almeno inizialmente, dalle acque fresche ereditate nei mesi più freddi dell’anno. Il mare è, quindi, come un serbatoio che immagazzina energia in estate, la rilascia in autunno e la scarica del tutto in questo periodo di fine inverno.
Gli oceani sono sempre più caldi Da alcuni studi emerge che gli oceani sono più caldi rispetto ad ogni altro periodo storico del passato. Infatti, hanno assorbito più del 90% del calore rilasciato dai gas serra emessi dalle attività umane, rallentando il riscaldamento dell’atmosfera, e causando molte altre spiacevoli alterazioni al clima terrestre. L’aumento della quantità di calore negli oceani può determinare onde maggiori, mentre un aumento della temperatura dell’acqua superficiale alimenta temporali più violenti, facendo aumentare i danni causati dai cicloni e dalle tempeste tropicali che distruggono l’habitat sottomarino e ha impatti negativi sulle risorse ittiche. In Antartide la calotta polare si sta sciogliendo ad una velocità sei volte superiore a quella del periodo 19791990, un aumento in parte dovuto a l’acqua più calda che oggi bagna la piattaforma continentale, nell’ultimo decennio invece, le misurazioni del contenuto di calore dell’oceano sono state migliorate da sensori galleggianti, chiamati Argo floats, che sono stati rilasciati negli oceani, questi sensori autonomi registrano a intervalli regolari la temperatura nei 2000 mt superficiali della colonna d’acqua ed hanno migliorato la qualità dei dati a disposizione dei ricercatori per lo studio del calore contenuto in essi. In altre parole, gli oceani agiscono come un gigantesco tampone termico che ci protegge dal sentire direttamente tutto il calore del cambiamento climatico. Nel 2018 l’intero strato superficiale degli oceani, dalla superficie fino a 2000 metri di profondità, è risultato più caldo di tutti gli anni precedenti, questo piccolo aumento di temperatura è stato sufficiente per determinare un aumento di 3 mm del livello medio del mare, semplicemente perché l’acqua calda occupa più spazio, ed ora stiamo pagando percependo gli effetti cumulativi del calore in modo più acuto. Dobbiamo fare il possibile per ridurre le emissioni e riuscire a preservare il clima che abbiamo, risparmieremo così un potenziale e logoR.M. rante riscaldamento futuro.
Cambiamento climatico e moria di insetti Un articolo pubblicato il 15 gennaio sul quotidiano inglese The Guardian (passato ovviamente inosservato nei nostri organi di disinformazione, concentrati su ben altri problemi) dovrebbe farci molto riflettere. L’articolo riportava i risultati del viaggio fatto l’anno scorso dallo scienziato Brad Lister nella foresta pluviale portoricana di Sierra de Luquillo, a 35 anni dalla sua prima esplorazione. Ebbene con molta sorpresa Lister ha scoperto che in quel remoto angolo del mondo il 98% degli insetti terrestri era scomparso. Questo è terribile e molto, molto inquietante perché,
come noto, gli insetti sono alla base della catena alimentare e quindi nella foresta anche le rane e gli uccelli sono diminuiti di circa il 50-65%. La notizia è tanto più sconcertante se si pensa che i dati sono relativi ad un’area protetta. Possiamo facilmente pensare che dove la natura non è protetta la situazione sia ben più grave. Del resto, anche in Europa, ad esempio, le farfalle sono diminuite del 50% in 20 anni (periodo dal 1990 al 2011) e persino nelle riserve naturali tedesche in 25 anni gli insetti volanti sono crollati del 75%. Ma qual è la causa di questa drastica diminuzione?Sicuramente le alte-
razioni degli ecosistemi ed il riscaldamento climatico. Sempre Brad Lister ricorda che nella foresta pluviale il numero di periodi caldi, con temperature superiori a 29 gradi centigradi è aumentato enormemente: si è passati da zero negli anni 70 fino a qualcosa come il 44% dei giorni nostri. Il filosofo inglese Timothy Morton definisce il riscaldamento globale un “iperoggetto”, ossia un oggetto che sfugge alla nostra reale percezione, ma in cui trascorriamo la nostra vita. Anzi, il riscaldamento globale è l’iperoggetto per eccellenza. Un iperoggetto di cui non comprendiamo la valenza e la gra-
vità. Quindi ci comportiamo come se non esistesse. Riguarda tutti gli esseri umani da vicino, è connesso a tutte le nostre attività e agli oggetti con cui abbiamo a che fare, eppure è percepito come lontanissimo. Morton ne trae la conclusione che la fine del mondo almeno per l’uomo sia già iniziata. Del resto, la storia dimostra che le estinzioni non avvengono sempre per un evento improvviso (il meteorite dei dinosauri), ma si consumano nel tempo. Avrà ragione lui? Chissà, forse sì, a giudicare da quello che accade in una sperduta foresta pluviale di Porto Rico. B.G.
In Cina nasce l’orto botanico virtuale Ad oggi gli studiosi hanno sequenziato il genoma di ben trecentocinquanta piante terrestri Nasce in Cina il primo orto botanico virtuale, che con i suoi 761 campioni e le sue trecento cinquanta mappe genetiche delle piante si impone diventando il più grande al mondo. Raccogliendo i tantissimi esemplari dell’Orto botanico cinese di Ruili, che si trova in un'area subtropicale vicino al confine con la Birmania, la sua versione virtuale, pubblicata sulla rivista GigaScience,
si deve alla Banca Genetica Nazionale (Bgi) della Cina ed è il frutto della ricerca coordinata da Huan Liu. Ad oggi gli studiosi hanno sequenziato il genoma di ben trecentocinquanta piante terrestri (circa il triplo di quelli finora disponibili), ma l'obiettivo principale di questo rivoluzionario progetto è quello di arrivare a diecimila per capire l'evoluzione dei principali rami del-
l'albero della vita ed avere l'intero giardino botanico in formato digitale. I ricercatori cinesi hanno, così, raccolto e sequenziato circa settecentosessantuno campioni, che rappresentano seicentoottantanove specie di piante di centotrentasette famiglie e quarantanove ordini. Insomma, ci troviamo di fronte a numeri molto alti. In Cina questo Orto botanico nasce con l’unico e principale scopo di tutelare le specie vegetali cinesi a rischio di estinzione e, pertanto, rappresenta il primo tentativo scientifico e sistematico al mondo di digitalizzare un intero orto botanico basandosi sui dati genetici e le informazioni raccolte dai campioni. Fondata nel 2002, questa particolare e innovativa struttura ospita al suo interno oltre mille e duecento specie di piante native e può essere esplorata anche con tour virtuali su internet. I ricercatori, impegnati in questa bellissima esperienza, hanno prodotto cinquanta quattro terabyte di dati sequenziati, comprensivi del Dna, l'identificazione delle
specie, le immagini digitalizzate dei campioni, oltre a un erbario da conservare nella Nuova banca genetica nazionale cinese a Shenzhen. Finora, dei settecento sessantuno campioni, le sequenze e i dati degli organelli cellulari in cui avviene la fotosintesi (cloroplasti) hanno permesso di identificare ben duecentocinquantasette specie e cinquecentoquattro famiglie di
piante. "La descrizione genetica – commenta entusiasta Liu - ci darà la possibilità di raccogliere dati importanti e sarà, quindi, utile nei futuri studi sull'ecologia e sulla biodiversità a livello molecolare". La natura non smette mai di stupire e fornisce sempre nuovi spunti alla ricerca scientifica per la scoperta di nuovi fantastici tesori. A.P.
Ideata una macchina capace di convertire i rifiuti di plastica in carburante Bruno Giordano Ha fatto molto scalpore la notizia, lanciata dal settimanale In a Bottle in un focus sul tema del riciclo e dell’economia circolare, di una macchina a bassa tecnologia capace di convertire i rifiuti di plastica in carburante diesel e benzina, capace di aiutare a combattere l’inquinamento e fornire carburante a comunità remote nei paesi in via di sviluppo. Scalpore anche perché gli ideatori non sono proprio ortodossi del mondo scientifico, essi sono l’attore francese Samuel Le Bihan e lo scienziato autodidatta Cristofer Costes. L’idea è quella di incoraggiare la raccolta dei rifiuti prima che finiscano negli oceani attraverso un reattore chiuso capace di generare carburante. Per tre anni e mezzo Le Bihan ha finanziato lo sviluppo della macchina grezza - soprannominata Chrysalis in un hangar a Puget-Theniers, sulle colline alle spalle della città di Nizza.
Il suo partner è lo scienziato autodidatta di 35 anni Costes. I granuli di plastica vengono immessi in un reattore chiuso, dove vengono scomposti a 450 gradi centigradi per produrre diesel, benzina e un residuo di carbonio che può essere utilizzato nei pastelli. «Un chilo di plastica può produrre un litro di liquido, che è possibile filtrare tra diesel e benzina, ha affermato Costes. Con 50.000 euro di finanziamento aggiuntivo da parte delle autorità locali, i due prevedono di creare un prototipo più grande in grado di convertire 50 kg di plastica in carburante ogni 80 minuti. Sorprende e colpisce come tutti, in parte col personale impegno, in parte cercando di ideare e realizzare strumenti che contrastano l’inquinamento, sentano e percepiscano come grave tutto ciò che ruota intorno al riciclo delle plastiche tanto da avvertire il bisogno di dare comunque il proprio contributo.
Pendolaria 2018: il rapporto sui mezzi pubblici Un’Italia a due velocità con grandi differenze tra le regioni. Male la Campania Alessia Esposito Cresce sempre di più il numero dei pendolari italiani; cresce, però, anche il divario dei servizi di trasporto pubblico tra le regioni del nostro Paese. È la fotografia scattata dal decimo rapporto “Pendolaria”, l’indagine annuale di Legambiente sullo stato della mobilità collettiva in Italia. Sono 5,59 milioni gli utenti del trasporto pubblico: 2 milioni e 874 mila persone utilizzano quotidianamente il servizio ferroviario regionale e 2 milioni e 716mila sono coloro che usufruiscono della rete metropolitana, presente in sette città italiane. Ma se la domanda aumenta, in alcune regioni diminuiscono chilometri di linee e il livello dei servizi. Se tra Firenze e Bologna ci sono “162 treni che sfrecciano a 300 km/h nei due sensi di marcia ogni giorno (erano 152 lo scorso anno, 142 due anni fa, mentre erano solo 18 gli Eurostar nel 2002)”, in molte altre zone del Paese abbiamo convogli vecchi. Sulla RomaLido di Ostia e sulla linea campana della Circumvesuviana sono quasi sessantamila gli utenti che hanno rinunciato al servizio per colpa di tagli e degrado. Nove regioni e due province autonome fanno registrare un aumento dei passeggeri, dieci invece segnano il trend negativo. Cresce in Lombardia, Alto Adige, Emilia Romagna,
Puglia; grande successo della metropolitana di Milano e dei tram a Firenze e Bergamo. In Piemonte si è invece registrata la soppressione di alcune linee che ha comportato una contrazione del 4,4 % dei passeggeri. Significativamente in difficoltà la Sicilia (con 37.600 utenti dei mezzi pubblici a partire dai 50.300 del 2009) e la Campania che
passa da 413.600 viaggiatori a 308.500, pur se con una inversione di tendenza negli ultimi anni. Per quanto riguarda l’età dei treni, c’è una positiva riduzione dai 17,2 di un anno fa ai 16,8 anni rispetto al 2017, ma principalmente nell’Italia centro-settentrionale, mentre rimane indietro il meridione con un’età media di 19,2 anni.
Investimenti regionali e di Trenitalia tuttavia promettono di migliorare la situazione con l’ingresso di nuovi treni anche grazie alle politiche della scorsa legislatura. Dichiara Edoardo Zanchini, vice presidente di Legambiente: “Sono tanti i segnali positivi dalle città e dalle Regioni che mostrano una disponibilità delle persone a usare
treni e trasporto pubblico locale, confermata da tutte le indagini. […] I risultati prodotti dagli investimenti dimostrano che si può davvero migliorare la vita delle persone, riducendo l’inquinamento e le emissioni di gas serra generate dai trasporti, ma occorre avere una chiara idea dei problemi da affrontare, per allargare il cambiamento a ogni parte d’Italia. Se si vuole davvero migliorare la situazione per i pendolari, gli ambiti di intervento sono quattro: aumentare le risorse, coordinare e controllare quanto avviene sulla rete, cambiare le priorità infrastrutturali e fermare il taglio delle cosiddette linee secondarie.” Il paradosso è che se l’Italia si è dotata di nuove linee ad alta velocità per 1.213 chilometri, sono state eliminati 1.120 km di altre linee e ci sono state sospensioni per altri 321 km con la conseguenza che alcune zone sono praticamente senza collegamenti ferroviari. Sulle manovre dell’attuale governo, Zanchini, commenta: “Ad oggi non si è capito quale idea abbia il governo per il rilancio dell’offerta per i pendolari e per il trasporto pubblico locale. Si fa un gran parlare di Tav, ma il rischio è che come nelle precedenti legislature vadano avanti solo le autostrade, mentre le opere che servono ai pendolari rimangono ferme, rinviate e incompiute”.
Bioplastica anche per le mozzarelle della legalità Il nuovo materiale fatto di amido di mais e oli vegetali Tina Pollice La mozzarella di bufala campana DOP prodotta dal caseificio gestito dalla Cooperativa Sociale “Le Terre di Don Peppe Diana - Libera Terra” è stata presentata allo stand Novamont al MARCA di Bologna nel suo nuovo packaging in MATER-BI, la bioplastica biodegradabile e compostabile di Novamont che può essere smaltita assieme agli scarti alimentari, realizzato in collaborazione con Cooperativa Ventuno, fondata da familiari di vittime della criminalità organizzata e impegnata da anni nella tutela dell’ambiente e della legalità della provincia di Caserta, anche attraverso la promozione dell’uso di imballaggi biodegradabili e compostabili a norma di legge. Con una produzione annua intorno alle 5 mila tonnellate, la mozzarella di bufala cam-
pana DOP è il più importante prodotto di origine protetta del Mezzogiorno. La sua filiera rappresenta una voce importante del PIL campano con circa 15 mila occupati e un fatturato intorno ai 600 milioni di euro. La busta presentata al MARCA di Bologna è stata realizzata in MATER-BI, bioplastica biodegradabile e compostabile secondo lo standard UNI 13432, ottenuta grazie a tecnologie proprietarie Novamont nel campo degli amidi, delle cellulose, degli oli vegetali e delle loro combinazioni ed è totalmente conforme alle norme della legge 123/2017 sugli imballaggi primari alimentari, con un contenuto di materia prima rinnovabile di almeno il 40% certificato EN 16640 e piena compliance alle disposizioni in tema di contatto con gli alimenti. Le componenti essenziali per la produzione delle bioplastiche MATER-BI sono amido di mais e oli vegetali, non modificati geneticamente e coltivati in Europa con pratiche agricole di tipo tradizionale, creando filiere integrate che vanno ben oltre le bioplastiche stesse, in sinergia con il cibo e con la qualità dei territori attraverso l’applicazione di una continua innovazione.
I prodotti compostabili realizzati in MATER-BI rappresentano soluzioni capaci di chiudere il cerchio dell’economia, perché nascono dalla terra e ritornano alla terra. Evitano infatti lo smaltimento in discarica e contribuiscono alla creazione di compost di qualità, un alleato importantissimo per combattere la desertificazione e l’erosione dei suoli. Sono prodotti in grado di creare valore diffuso lungo tutta la filiera, trasformando problemi locali in imperdibili opportunità di cambiamento e di sviluppo. L’utilizzo di sistemi innovativi e sostenibili, proprio a partire dagli imballaggi, rappresenta un segnale concreto di attenzione e cura dell’ambiente che completa il profilo di eccellenza di un prodotto come la mozzarella di bufala campana DOP. Il caseificio gestito dalla Cooperativa Sociale “Le Terre di Don Peppe Diana” di Castel Volturno è la prima ed unica azienda della Campania che aderisce al Consorzio Libera Terra Mediterraneo, il sodalizio di Cooperative Sociali nate per l’utilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata attraverso la creazione di imprese sociali.
Stop alla plastica nelle Università La lotta alla plastica monouso vede da quest’anno coinvolto anche il mondo universitario. La campagna promossa da Marevivo #StopSingleUsePlastic è stata estesa anche agli Atenei italiani, in virtù di un Protocollo d’Intesa firmato congiuntamente da Marevivo, Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) e Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare (CoNISMa), e sigillato dal sottosegretario di Stato all’Ambiente on. Salvatore Micillo, con delega, tra le altre, alla tutela del mare e all’educazione ambientale. L’obiettivo del Protocollo è quello di impegnarsi in un reciproco rapporto di collaborazione, finalizzato alla sensibilizzazione e all’educazione alla tutela dell’ambiente, che possa favorire l’eliminazione della plastica monouso nelle università. Tra le misure previste: l’installazione di dispenser di acqua senza bicchieri di plastica nelle aree pubbliche, all’interno dei Dipartimenti e degli Uffici Centrali e la relativa distribuzione di borracce personalizzate e l’installazione di macchine del caffè con bicchieri di carta e con l’opzione “senza erogazione del bicchiere”, per incentivare l’uso di tazze personali. Per quanto riguarda, invece, i servizi di ristorazione universitaria, ad essere favoriti nelle gare d’appalto saranno coloro che avranno abbandonato l’utilizzo della plastica monouso, contribuendo così alla riduzione dei rifiuti di plastica negli atenei. Come spiegato da Sauro Longhi, Magnifico Rettore dell’Università Politecnica delle Marche, per le università è un’occasione importante da cogliere al volo per sensibilizzare i giovani su una tematica che in futuro li coinvolgerà in prima persona. “La plastica è, e sarà sempre di più, un problema planetario – ha commentato il Presidente di Marevivo, Rosalba Giugni – se non viene affrontato con urgenza e determinazione, visto che questo materiale indistruttibile è ormai entrato nella catena alimentare con i rischi che ne possono conseguire per l’uomo”. Soddisfatto anche il sottosegretario Micillo, per il quale la campagna unisce tre temi importanti su cui il Ministero dell’Ambiente sta lavorando dall’insediamento dell’attuale Governo: la riduzione della plastica monouso, la salvaguardia del mare e l’educazione ambientale. “Un ulteriore passo in avanti per l’ambiente – ha commentato Micillo – in linea con la Strategia Europea sulla plastica e con i risultati raggiunti in questi mesi dal Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, dalla sfida #PlasticFree, realizzata a costo zero al Ministero dell’Ambiente e poi raccolta con successo da numerose amministrazioni pubbliche da Nord a Sud del Paese, al divieto già in vigore dei cotton-fioc non biodegradabili e all’uso di microplastiche nei cosmetici effettivo dal prossimo anno, al disegno di legge Salvamare, finalizzato a promuovere il recupero dei rifiuti in mare, e infine al Protocollo d’Intesa col MIUR per diffondere l’educazione ambientale nelle scuole”. (dal web)
ARCHITETTURA E SOSTENIBILITÀ SECONDO MARIO CUCINELLA Antonio Palumbo L’architetto palermitano Mario Cucinella (nato nel 1960), fondatore di Building Green Futures ed esponente di primo piano dell’architettura italiana ed internazionale, sin dagli inizi della propria attività è stato un convinto sostenitore della rigenerazione urbana e del costruire ecosostenibile, quand’anche si trattasse della realizzazione di grandi strutture: così infatti è stato, ad esempio, per la Stazione della Metropolitana Villejuif Léo Lagrange di Parigi, per il Sino-Italian Ecological and Energy Efficient Building dell’Università di Tsinghua in Cina, per il Masterplan di riqualificazione dell’ex Manifattura dei tabacchi collocata nell’area est di Napoli. Cresciuto professionalmente a Genova, dove ha fatto parte del team di Renzo Piano, lavora adesso a Bologna e a Parigi, dove ha sede il suo studio MCA Mario Cucinella Architects. Nel 2009 e nel 2011 si è aggiudicato il Premio MIPIM nella categoria “green building” con il Centre for Sustainable Energy Technologies (CSET) realizzato a Ningo, in Cina, e con la Sede italiana centrale della 3M a Milano. Sensibilità, creatività e sostenibilità sono i temi che, sin dagli inizi della carriera, hanno caratterizzato il lavoro dell’architetto palermitano: nell’impostazione operativa di Cucinella, la tecnologia, il processo costruttivo, la statica degli edifici, così come la loro ingegneria impiantistica, si traducono in forme compiute e capaci di dialogare con l’uomo e con i suoi contesti di vita, comunicando, in uno, il funzionamento di sistemi che, nel loro complesso, oltre a rendere immediatamente espliciti le soluzioni adottate ed ogni dettaglio tecnologico, esprimono un chiaro processo costruttivo ed infondono carattere ed identità alle architetture che vanno a costituire. Anche l’impegno sociale di Cucinella è noto, specie allorché ci si riferisce all’esigenza, sempre più avvertita, di coniugare le esigenze abitative della gente comune con i temi
del costruire ecosostenibile. Parlando delle case del prossimo futuro, infatti, Mario Cucinella ci illustra con chiarezza quale sia, dal suo punto di vista, il connubio da perseguire, a metà strada tra bellezza e sostenibilità: la Casa 100K, per esempio, risponde ad una domanda molto semplice di accesso alla residenza da parte di milioni di persone che oggi non dispongono più delle risorse finanziarie necessarie per acquistare una casa in grado di soddisfare contemporaneamente i 3 requisiti relativi alla convenienza economica, al risparmio energetico e al carattere sociale. Come ci ricorda lo
stesso Cucinella: «Si tratta di una casa low cost a zero emissioni da 100 metri quadrati, che costa 1000 euro al metro quadrato (ovvero, 100mila euro), costruita “su misura” sfruttando i vantaggi della prefabbricazione industriale, dell’uso di materiali innovativi e dello sfruttamento di energie da fonti rinnovabili. È una casa a emissioni zero capace di andare incontro alle esigenze di una ampia fascia sociale. Il segreto è una tecnologia costruttiva che utilizza moduli strutturali leggeri, con grande flessibilità compositiva degli spazi interni e delle facciate, un sistema di tamponamenti a elevato isolamento
termico e pannelli solari e fotovoltaici perfettamente integrati per la produzione di acqua calda sanitaria ed elettricità». È una risposta ad un’esigenza urgente e pressante del mercato che, attualmente e soprattutto in Italia, non è ancora seriamente presa in considerazione da Stato, Regioni e Comuni, i quali sembrano aver del tutto derubricato le questioni relative alla realizzazione di edilizia popolare di nuova generazione. La vera sfida, in tal senso, resta quella di combinare la qualità a basso costo con le energie rinnovabili, impegnandosi finalmente a realizzare il nuovo patrimonio
edilizio in modo che esso rappresenti una delle soluzioni concrete del problema energetico dei nostri giorni. Come ci ricorda ancora Cucinella: «Nell’epoca attuale, il problema non è più quello di proporre formule magiche ma di fare semplicemente qualcosa per vivere meglio, per costruire edifici che facciano vivere tutti meglio e che, soprattutto, siano in grado di rispettare l’ambiente, perché, tanto nell’ambito della loro filiera produttiva quanto in quello del loro ciclo di vita, sono “responsabili” delle emissioni che producono e della qualità della vita delle persone che ci abitano».
L’immunoterapia per combattere i tumori Una nuova ricerca in campo medico per evitare gli effetti collaterali dei trattamenti Rosario Maisto Tumori allo stadio avanzato, una ricerca suggerisce un modo per identificare quelli che hanno maggiori probabilità di rispondere alle terapie che scatenano una risposta immunitaria, infatti, i dati pubblicati indicano che i tumori con un gran numero di mutazioni del DNA hanno maggiori probabilità di rispondere alle immunoterapie rispetto agli altri, garantendo una maggiore sopravvivenza a chi riceve quelle terapie. Questa nuova frontiera in campo medico, cerca un modo per selezionare le persone, una minoranza dei pazienti che hanno maggiori probabilità di rispondere alle immunoterapie, in modo da risparmiare ad altri gli effetti collaterali dei trattamenti, perché queste terapie possono includere insufficienza renale e problemi polmonari, ma il sistema immunitario è complicato ed è difficile determinare che cosa rende un tumore vulnerabile alla terapia, permettendo a un altro di resistervi.
Lo sviluppo dei farmaci appunto, consiste nel cercare linee guida importanti ma relativamente semplici, che sfidano la biologia, un'ipotesi è che quanto più un tumore è geneticamente diverso da un tessuto normale, tanto più è probabile che il sistema immunitario lo riconosca e lo elimini, di fatto, i ricercatori hanno esaminato dieci diversi tipi di cancro, tra cui il melanoma e il cancro del seno, analizzando i dati relativi alla sequenza di DNA di tumori allo stadio avanzato di persone curate con immunoterapie a base di inibitori dei checkpoint, cioè sostanze che disattivano il “blocco” che alcuni tipi di tumore riescono a imporre all'attività del sistema immunitario, hanno poi analizzato anche le sequenze di tumori avanzati di persone che non avevano ricevuto inibitori dei checkpoint. Il risultato, è che nella maggior parte di questi tumori a un maggior numero di mutazioni era associata una maggiore probabilità di rispondere agli inibitori dei checkpoint, quindi si ha una maggiore so-
pravvivenza di pazienti in una gamma ampia di tumori anche affrontati con varie terapie standard. I dati hanno anche mostrato che il numero di mutazioni che prevedono una buona risposta all'immunoterapia variano da un tipo di cancro all'altro, volendo usare questo approccio nei test clinici, i ricercatori do-
vrebbero fissare una soglia di mutazione per ogni tipo di cancro. Alcune aziende farmaceutiche hanno iniziato a includere sulle loro immunoterapie dei test che misurano il numero di mutazioni in un tumore, i risultati però sono stati contrastanti. Naturalmente, c'è ancora del lavoro da fare, il
loro uso nella pratica clinica rappresenta una sfida che stanno testando man mano per riuscire a debellare questo male dall'interno con la risposta immunologica dello stesso, facendo così, si aiuta anche psicologicamentei pazienti aggirando il calvario a cui sono purtroppo sottoposti inevitabilmente.
I droni e gli animali: un rapporto complicato Creare assuefazione al rumore prodotto potrebbe risolvere il problema dello stress degli orsi Ilaria Buonfanti Romeo Durscher, dirigente dell’azienda cinese Dji (uno dei maggiori produttori di droni del mondo) ha affermato che nel giro di 3-5 anni i droni saranno come gli smartphone, cioè diventeranno dispositivi personali da utilizzare nella vita di tutti i giorni. Un pochino azzardata questa previsione ma sicuramente nessuno discute sull’utilità di questi dispositivi che, dotati di fotocamera, telecamere, sensori di calore e di gas forniscono dati di ogni genere in modo preciso e repentino. I droni, utilizzati da Amazon per consegnare piccoli pacchi e da Domino’s per portare pizze a domicilio possono però causare, in zone isolate dove regna sovrana la fauna selvatica, arrecare disturbi più o meno
gravi alla stessa. Usati spesso per raccogliere dati sulla conservazione delle specie, per valutare lo stato di salute ambientale oppure i livelli di inquinamento non si può ignorare il fatto che, in presenza di un drone, gli animali modificano il proprio comportamento mostrando spesso segnali di insofferenza, paura e stress. Come si potrebbe
porre rimedio? All’università del Minnesota hanno sviluppato un progetto di ricerca che vede come protagonisti gli orsi neri o baribal. Ad alcuni individui in cattività è stato applicato un impianto di biologger cardiaco per misurare costantemente la frequenza cardiaca. Il biologger fornisce anche informazioni sull’ambiente circo-
stante, le coordinate GPS, la velocità alla quale si sposta, ecc. Durante i primi giorni, i cinque orsi oggetti dell’esperimento hanno mostrato un aumento notevole della frequenza cardiaca, fino a quattro volte superiore alla norma ma, con il procedere dei giorni e la costante presenza di piccoli droni, gli orsi si sono gradualmente tranquillizzati e la loro frequenza ha poi raggiunto livelli nella norma. Questo esperimento ha dimostrato che gli orsi si sono assuefatti, percependo la presenza dei droni non più come segnale di pericolo e mostrando quindi alta tollerabilità. I ricercatori inoltre hanno arrestato i voli per ben 118 giorni, per poi riprenderli. Anche in questo casi gli orsi
hanno dimostrato massima tolleranza e tranquillità provando che l’assuefazione dura nel tempo. I ricercatori, però, hanno sottolineato come il tasso di assuefazione dipenda probabilmente dalla specie. In generale gli orsi tendono ad avere contatti frequenti con le persone, mostrando meno paura dopo esposizioni ripetute: potrebbero essere predisposti, perciò, a diventare tolleranti verso nuovi disturbi. È possibile che altri animali siano meno inclini ad abituarsi. Sulla base degli incoraggianti risultati ottenuti, i ricercatori hanno dichiarato che l’uso dei droni per attività di salvaguardia ambientale, come ad esempio il pattugliamento anti-bracconaggio, può portare benefici senza conseguenze ad alto stress per gli animali.
Grandi Napoletani, grandi Campani
Raffaele Sacco e la canzone d’autore Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Raffaele Sacco nacque a Feroleto Piano (in Calabria), il 14 agosto del 1792. Morì a Napoli nel 1872. Il padre era ottico e aprì a Napoli una bottega nella zona del Borgo Loreto e raccolse già nei primi anni di attività dei grandi successi nella costruzione di lenti e cannocchiale unendo le capacità tecniche alle conoscenze scientifiche (Il Giornale delle Due Sicilie, 1816). Diventò allievo del fisico Antonio Barba all’Università di Napoli approfondendo la conoscenza delle tecniche per la costruzione dei microscopi. Ottenuti i titoli universitari, continuò con successo il suo lavoro nella nuova bottega in via della Quercia, attuale via Capitelli e attuale sede della ditta Sacco nel centro antico di Napoli insieme alla moglie (non ebbe figli). Nel 1830 il Reale Istituto di Incoraggiamento (preziosa istituzione per la valorizzazione di tecnologia e produttività del tempo) gli conferì una medaglia per una invenzione che lo rese famoso nel Regno delle Due Sicilie, in Italia e all'estero: l'aletoscopio. Era uno strumento importante "per lo scovrimento di tutte le falsità, che potreb-
Te Voglio Bene Assaje 'Nzomma songh'io lo fauzo? Appila, sié' maesta: Ca ll'arta toja è chesta Lo dico 'mmeretá. Io jastemmá vorría lo juorno che t'amaje! Io te voglio bene assaje... e tu nun pienze a me! Pecché quanno mme vide, te 'ngrife comm'a gatto? Nenné', che t'aggio fatto, ca nun mme puó' vedé?! Io t'aggio amato tanto... Si t'amo tu lo ssaje! Io te voglio bene assaje... e tu non pienze a me! La notte tutti dormono, ma io che vuó' durmire?! Penzanno a nénna mia, mme sento ascevolí! Li quarte d'ora sonano a uno, a duje, a tre... bero aver luogo sopra bolli, suggelli, firme, caratteri, ed altro", una sorta di "microscopio finalizzato e settoriale" (prezioso per giudici e periti, ebbe la "privativa"-brevetto esclusivo da Francesco I di Borbone). Sacco realizzò anche altri strumenti di precisione e all'avanguardia: telescopi, cannocchiale e binocoli con diverse lenti. Nel 1834 ebbe un’altra medaglia d’oro, sempre dall’Istituto d’incoraggiamento, per il perfezionamento del "telemetro" (avveniristico strumento per la misurazione a distanza degli oggetti,
strumento simile a quello utilizzato nelle app dei nostri smartphone!). La tecnologia e la scienza ottica, però, erano due delle passioni coltivate da Sacco: amava anche la letteratura e la poesia (in lingua italiana e in lingua napoletana). Diventò presto un riferimento fisso dei salotti napoletani per la sua capacità di comporre poesie improvvisate sui temi più disparati e fu membro apprezzatissimo di diverse accademie letterarie non solo napoletane: tra esse quella "CattolicoTeandrofila" fondata nel 1822 e presieduta dal cardinale Luigi Ruffo di Scilla, arcivescovo di Napoli (Sacco era profondamente cattolico e l'accademia aveva tra i suoi scopi le "battaglie" contro l'ateismo). Si trattava (come per gli altri temi) di componimenti semplici ma sentiti ed efficaci (in particolare quelli dedicati a Cristo). Tra le poesie napoletane (mai raccolte, purtroppo, in maniera organica e analitica) si ricordano La vita de ll’ommo, La palombella d’oro e Ammore e pacienza; tra le canzoni spiccano La busciarda, Lo spantecato sotto lo barcone de Menechella, Lo retuorno de lo cardillo e soprattutto la celeberrima Te voglio bene assaie, probabilmente scritta (come ricorda una lapide collocata presso l'attuale Ottica Sacco a Spaccanapoli) nel 1835 e musicata da Gaetano Donizetti. Diventò presto una delle canzoni più famose della storia della canzone napoletana ed ebbe un successo straordinario al punto da far nascere anche tante "imitazioni" e parodie.
Io te voglio bene assaje... e tu non pienze a me! Recòrdate lo juorno ca stive a me becino, e te scorréano, 'nzino, le llacreme, accossí!... Deciste a me: "Non chiagnere, ca tu lo mio sarraje..." Io te voglio bene assaje... e tu non pienze a me! Guárdame 'nfaccia e vide comme sòngo arredutto: Sicco, peliento e brutto, nennélla mia, pe' te! Cusuto a filo duppio, co' te mme vedarraje... Io te voglio bene assaje... e tu non pienze a me! Saccio ca non vuó' scennere la grada quanno è scuro... Vatténne muro muro, appòjate 'ncuoll'a me... Tu, n'ommo comm'a chisto, addó' lo trovarraje? Io te voglio bene asssaje... e tu non pienze a me! Quanno só' fatto cennere, tanno mme chiagnarraje... Tanno addimmannarraje: Nennillo mio addó' è?! La fossa mia tu arape e llá mme trovarraje... Io te voglio bene assaje... e tu non pienze a me!
L’Abbazia di San Lorenzo ad Septimum Ad Aversa una delle più grandi chiese edificate in epoca longobarda in Campania Antonio Stabile L’Abbazia di San Lorenzo ad Septimum di Aversa con annesso monastero,vanta origini antichissime. Sorge in una località che già in epoca antica rivestiva grande interesse: al settimo miglio della città sull’antico percorso della via Consolare Campana che congiungeva Capua a Pozzuoli. Qui fu edificato un piccolo monastero benedettino con il patrocinio dei principi longobardi di Capua, Aloara e di suo figlio Landenulfo. La data della fondazione della chiesa, che è la più antica di Aversa, si attesta intorno al secolo X ed è una delle più grandi chiese edificate in epoca longobarda in Campania. In epoca normanna (XIXII secolo) l’abbazia di S.Lorenzo assunse un grande rilievo nel rappresentare il polo monastico nella protocontea di Aversa, elevata a sede episcopale da papa Leone IX nel 1054. L’abbazia e la cattedrale dedicata a S.Paolo, condivisero i tratti del monachesimo benedettino, infatti alla fine del XI secolo i normanni Guitmondo e Guarino, fratelli e monaci benedettini, si ritrovarono a essere rispettivamente vescovo di Aversa e abate di S.Lorenzo. Durante questo periodo il monastero di S.Lorenzo virtù di donazioni signorili ebbe disponibilità di vasti possedimenti estesi ben oltre la Campania, con privi-
legi ad hoc da Papa Urbano II, che lo resero indipendente dall’episcopio aversano, al punto da crescere in importanza sino a divenire una delle più importanti abbazie dell’Italia meridionale. Originariamente la chiesa era caratterizzata da un impianto di tipo cassinese, formato da tre navate terminanti con absidi semicircolari, una cripta e da un portico antistante la facciata. Nel 1090 per volere dell’abate Matteo, un tal mastro Bernardo realizzò il maestoso portale della facciata, sorretto da due colonne striate a spira che poggiano
su due leoni accosciati, alla cui sommità sono collocate due teste taurine sporgenti dai capitelli e sul vertice del timpano un aquila simbolo allusivo a S.Benedetto. A causa del terremoto del 1456 crollò l’antico campanile a destra della facciata, la parte superiore dell’abside e il vano del coro. Andarono distrutti gran parte del pavimento in mosaico, le decorazione pittoriche e gli arredi. La chiesa rimase in abbandono fino agli inizi del XVI secolo quando incominciarono i lavori di restauro che diedero l’attuale impronta barocca grazie al-
l’intervento di Andrea Malinconico. Fu costruito il nuovo campanile, la sagrestia e nuove cappelle laterali arricchite da preziosi dipinti di Marco Pino da Siena, Sebastiano Conca e di Francesco Mura. Nel 1995 fu effettuato un nuovo lavoro di consolidamento e restauro dell’intero complesso, vennero inoltre riportati ha riportato alla luce elementi medievali della chiesa. Le parti più antiche e visibili sono: il piccolo chiostro, a tre luci per lato su pilastri in piperno, con resti di un pozzo adornato da una coppia di colonne e archi-
trave, forse fine del’400 e i primi del’500. Il grande chiostro rinascimentale, a due ordini su nove arcate per lato, poggianti su colonne gli ambienti attigui (lo scalone,la grande sala) conservano notevoli resti architettonici del tardo manieristici. Il monastero fu soppresso nel 1807 e divenne prima un pensionato per fanciulle nobili (patrocinato da Carolina Murat), poi nel 1818 orfanotrofio militare, e successivamente scuola tecnica, attualmente l’edificio ospita la Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli.
Fare il bucato rispettando l’ambiente Produrre in casa detersivi di uso comune è semplice, divertente ed economico Quanti detersivi abbiamo in casa nostra? Ognuno di noi sicuramente ha un detersivo per i piatti, uno per la lavastoviglie, uno per la lavatrice, uno per le varie tipologie di bucato, ammorbidente, anticalcare, prodotto per i vetri, per il forno, per i pavimenti, ecc. Insomma, abbiamo un prodotto specifico per qualsiasi cosa. E su quanti di questi compare sul retro un “simpatico” simbolo di pericolo? Su tutti purtroppo. Questo significa che quel prodotto è nocivo per noi e per l’ambiente. Ciò che rende i detersivi inquinanti e nocivi sono i fosfati contenuti, i quali una volta scaricati in mare, favoriscono il proliferare delle alghe che sottraggono ossigeno all’acqua creando un ambiente inospitale per i pesci e gli altri animali acquatici. Inoltre, i tensioattivi chimici, provocano un notevole danno ambientale a causa dei prodotti petrolchimici presenti e ai metalli pesanti contenuti. Fortunatamente oggi è possibile trovare nei supermercati linee di prodotti green, a prezzi anche ragionevoli, ad esempio Winni’s Naturel, W5 eco, L’Albero Verde, Green Emotion, èECO, e tanti altri. Ma alcuni detersivi di uso comune si possono produrre facilmente anche in casa. I.B.
Detersivo per lavatrice al bicarbonato e sapone di Marsiglia: Ingredienti: 1 tazza di bicarbonato di sodio 1 tazza di soda (si tratta di carbonato di sodio, da non confondere assolutamente con la soda caustica!!) 30 ml di sapone di Marsiglia liquido 10 gocce di olio essenziale a vostra scelta Preparazione: mescolare bene all’interno di un vecchio flacone di detersivo liquido (o di ammorbidente) la soda e il bicarbonato con il sapone di Marsiglia. Successivamente, una volta che questi si saranno amalgamati bene, aggiungere 10 gocce del vostro olio essenziale preferito.
Detersivo naturale per lana e capi delicati: Ingredienti: 100 gr di sapone di Marsiglia grattugiato Un cucchiaino di lanolina anidra (acquistabile in farmacia) Un cucchiaio di olio di oliva Un cucchiaio di glicerina (anche questa reperibile in farmacia) 3 litri di acqua calda distillata Procedimento: Mettete il sapone di Marsiglia in una pentola ricoperto di acqua calda (ne serviranno circa 2 litri), ponete sul fornello e fate sciogliere mescolando con un cucchiaio. Contemporaneamente mettete la lanolina in un pentolino a parte e sciogliete anche questa a fuoco basso; poi aggiungete l’olio di oliva e la glicerina. Dopo che si è sciolta, versate la miscela grassa di olio e glicerina nella pentola con il sapone, aggiungete 1 dl di acqua calda e frullate con il mixer a immersione. Raggiunta la consistenza gelatinosa, il detersivo è praticamente pronto e potete travasarlo.
Raee: i dati dei conferimenti nel 2018 In Italia raccolte dal Consorzio Ecolamp oltre quattordici milioni di lampadine Rosa Funaro A volte, anche dall’Italia arrivano buone nuove nel settore della spazzatura. Nel 2018 il Consorzio Ecolamp ha raccolto 3.868 le tonnellate di rifiuti Raee (apparecchiature elettriche ed elettroniche), registrando un incremento del 17% rispetto al 2017. Il 55% della raccolta è costituito da piccoli elettrodomestici, elettronica di consumo e apparecchi di illuminazione (R4), mentre il restante 45% da sorgenti luminose esauste (R5). Il Consorzio segnala che nello scorso anno è cresciuta del 37% la raccolta dei piccoli elettrodomestici giunti a fine vita. In totale sono state 2.135 le tonnellate di lampade, rasoi elettrici, frullatori e smar-
tphone conferiti. Ma da dove arriva tutto il materiale? 2.104 tonnellate sono state raccolte attraverso i centri di conferimento serviti dal consorzio e presenti su tutto il territorio nazionale, mentre 31 tonnellate provengono dai servizi messi a disposizione da Ecolamp per professionisti e operatori del settore. Per quanto riguarda le lampadine avviate dal consorzio a impianti di trattamento specializzati, 706 tonnellate arrivano dai servizi volontari offerti dal Consorzio a installatori e altri utenti professionali, mentre 1.027 sono le tonnellate raccolte lo scorso anno dai privati cittadini. Si tratta complessivamente di 1.733 tonnellate, pari a oltre 14 milioni di sorgenti lumi-
nose avviate a corretto riciclo. Il 65% della raccolta di lampadine si concentra in cinque regioni italiane per un totale di 1.124 tonnellate. Al primo posto si conferma la Lombardia con 460 tonnellate, seguita da Veneto (215), Emilia Romagna (165), Toscana (156) e Piemonte (128). Nello specifico, per quanto riguarda le sorgenti luminose correttamente riciclate, la Campania sale alla settima posizione nella classifica nazionale con 76 tonnellate raccolte (+28,8% rispetto all’anno precedente). Napoli, prima provincia del Sud Italia, rimane stabile a 31 tonnellate, mentre salgono Caserta, che passa da 13 a 29 tonnellate, e Salerno che raggiunge le 12 tonnellate, tre in più dell’anno scorso.
ANDARE A LAVORO CON FIDO Da migliore amico dell’uomo a collega. Aumentano anche in Italia gli uffici pet friendly Cristina Abbrunzo In Italia vivono più di 60 milioni di animali domestici ed è uno dei Paesi piu’ “pet friendly” al mondo. Terzo in classifica per la precisione, preceduto solo da Stati Uniti e Polonia. Lo rivela il Rapporto Assalco – Zoomark 2018, compendio annuale sul mondo dei pet, curato da Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) e da Zoomark International. Tale Rapporto documenta la crescente importanza del ruolo degli animali da compagnia in Italia, restituendoci la fotografia di un Paese che denota una sempre più spiccata sensibilità rispetto al ruolo sociale dei pet, radicata al punto da tradursi in richieste di un maggiore riconoscimento anche a livello giuridico ed economico. Seppur il sentire comune non abbia ancora trovato una piena traduzione nello sviluppo di norme, strutture e sistemi, l’attenzione per questi temi è alta. Sia da parte delle istituzioni e delle diverse parti politiche, sia degli enti e associazioni più autorevoli. Numerose le richieste avanzate anche attraverso disegni di legge, come quelle relative alla tutela dei pet, alle agevolazioni economiche, al tema dell’impignorabilità e dell’affido, al miglioramento della vita quotidiana, all’introduzione di un’Anagrafe Nazio-
nale, al riconoscimento degli animali da compagnia come esseri senzienti nella Costituzione ecc. Insomma, siamo sempre più affezionati ai nostri pets, che ormai sono diventati dei membri delle nostre famiglie a tutti gli effetti. Stiamo con loro più tempo possibile e non li lasciamo mai soli, nemmeno quando andiamo in vacanza. Peccato dover andare al lavoro senza di loro… Molteplici sono gli studi scientifici che dimostrano quanto faccia bene lavorare con il proprio cane: come segnalato dal britannico The Guardian, i ricercatori della Virginia Commonwealth University hanno studiato i livelli di stress dei dipendenti di un'azienda manifatturiera che hanno portato i cani a lavorare e l’esito ha rivelato che gli impiegati amanti dei cani hanno riferito di sentirsi significativamente meno stressati rispetto a quelli che non accompagnati da fido. Si respira un clima più sereno e aumenta anche la produttività, i dipendenti hanno in media un umore migliore con un cane o un gatto affianco e si registra spesso anche un incremento di attività fisica. Quando ci sono cani in ufficio c’è meno stress e si tende a stare in ufficio più a lungo, cala il tasso di assenteismo e lo spirito di squadra ne esce rinforzato. Ma cosa dice il legislatore a proposito della presenza degli animali domestici sul luogo di lavoro? Ebbene, in re-
altà, non esiste nessuna legge sui cani e sui gatti in ufficio. È a discrezione di ogni singola azienda. Ma mentre all’estero la possibilità di poter portare i propri cani in ufficio inizia a diventare un’abitudine sempre più diffusa - negli Stati Uniti 1 azienda su 5 è pet friendly - nel Bel Paese sembrano esserci ancora diverse barriere, ritardi e resistenze. Tuttavia si avverte che il vento sta cambiando finalmente anche qui e, di mese in mese, spuntano nuove iniziative e sono sempre di più le aziende in cui i dipendenti, un giorno a settimana o in particolari occasioni, possono portare in ufficio anche il proprio cane o gatto. Non
siamo certamente ai livelli degli Stati Uniti, ma le prospettive sono buone. Ci sono varie piccole aziende che si sono lanciate nella sperimentazione, ma non mancano anche alcune note multinazionali che nelle sedi italiane accolgono cani e gatti, come Zynga, Amazon e Google, nella sua sede milanese. Anche alla Nintendo Italia, con sede a Vimercate (MB) sono ammessi i cani. L’azienda, in particolare, ha lanciato i cosiddetti “Pet Friday” ossia i venerdì aperti ai cani in cui tutti i dipendenti possono portare con sé il proprio animale domestico. C’è poi Purina, la nota azienda che produce alimenti per animali, che da qualche anno ha avviato Pets@work, l’iniziativa che valorizza la relazione fra persone e animali domestici anche sul posto di lavoro. Agli ospiti a quattro zampe è stata dedicata anche la costruzione di una piccola area tutta per loro. E nella sede di Mars Italia, ad Assago, una volta al mese, si svolge il “Pet friendly day”, una giornata in cui tutti i dipendenti possono portare con sè in ufficio il proprio amico a quattro zampe. Visti i benefici, è bene anche dire che i cani in ufficio non si possono portare in modo indiscriminato, così come ci pare, è necessario un codice di condotta. Ogni azienda può creare il proprio, anche a seconda degli ambienti in cui si lavora,
ma ci sono delle regole che sono comuni. Per poter portare il proprio cane in azienda il proprietario deve: aver conseguito il patentino del Buon Conduttore Cinofilo riconosciuto dall’Enci, presentare il certificato di buona salute del cane, possedere polizza assicurativa che copra eventuali danni a terzi/cose causati dal cane. Il cane deve essere in regola con la normale profilassi vaccinale e antirabbica e possedere il regolare microchip ed essere registrato all’anagrafe canina. È necessario anche definire cosa accade se un animale si mostra aggressivo. I padroni devono assicurare i propri cani ed educarli in modo che non arrechino disturbo ai colleghi e a loro stessi. Ad oggi, i responsabili delle risorse umane delle diverse aziende, già certificano i miglioramenti registrati laddove le politiche pet friendly sono state adottate. La futura classe dirigente è dunque fortemente orientata verso la condivisione degli spazi di lavoro con gli animali domestici e proprio per questo è prevedibile che le aziende più innovative valuteranno il tema con grande attenzione, senza derubricarlo a livello di simpatica iniziativa, come ancora oggi viene vista dai più scettici. Perchè si sa da sempre il cane è considerato il migliore amico dell’uomo, chissà che non diventi sempre piu’ anche un ottimo collega.
Accesso agli atti: il caso della mancata individuazione dei controinteressati L’istante può in alcuni casi omettere la notifica del ricorso ai terzi Felicia De Capua Il Consiglio di Stato, sez. III, con la recente sentenza n. 216 del 9 gennaio scorso, chiarisce che in sede giurisdizionale l’omessa notifica del ricorso di accesso agli atti ai controinteressati non determina la conseguente inammissibilità del ricorso stesso, qualora l’amministrazione destinataria della richiesta non abbia valutato, in sede procedimentale, la partecipazione di altri soggetti. Ad una contraria conclusione si opporrebbe, in primis, la buona fede dell’impugnante che non ha provveduto a notificare ad alcuno oltre che all’amministrazione, “conformandosi” alla valutazione resa da quest’ultima, secondo cui non esistevano posizioni di controinteresse, tanto da non avere comunicato a nessuno l’avvenuta presentazione della domanda di accesso. La decisione in esame è guidata dalla previsione dell’art. 3, comma 1, del d.P.R. 12 aprile 2006 n. 184: “(…) la pubblica amministrazione cui è indirizzata la richiesta di accesso, se individua soggetti controinteressati, di cui all’articolo 22,
comma 1, lettera c), della legge, è tenuta a dare comunicazione agli stessi (…)”. Di conseguenza, se nel procedimento avviato dall’istanza di accesso ai documenti, l’amministrazione individua un controinteressato, a costui dovrà essere notificato l’eventuale ricorso proposto dall’istante avverso il provvedimento di diniego al-
l’accesso (ovvero avverso il silenzio). Per converso, nel caso in cui l’amministrazione non abbia in sede procedimentale individuato alcuna posizione di controinteresse, l’istante non sarà tenuto a notificare il ricorso ad alcun controinteressato (così, Cons. giust. amm. Sicilia sez. giurisd. 16 marzo 2017 n. 104,
Cons. Stato, sez. VI, 8 febbraio 2012, n. 677; sez. VI, 30 luglio 2010, n. 5062; sez. IV, 26 agosto 2014, n. 4308; sez. III, 16 maggio 2011, n. 2968). In sostanza, in base al consolidato orientamento giurisprudenziale, i soggetti che in fase di procedimento potrebbero subire un pregiudizio dall’accoglimento della istanza di accesso,
acquisirebbero la qualifica di controinteressati nel caso di impugnazione del provvedimento di diniego. Al contempo i giudici di Palazzo Spada precisano che detto “parallelismo” non può, tuttavia, indurre a ritenere che la mancata previsione dell’amministrazione di una posizione di controinteresse, implichi la facoltà, o addirittura la legittimità, di riportare siffatta posizione anche in sede giurisdizionale. La giurisprudenza ha previsto, infatti, che il giudice adito, ove ravvisi posizioni di controinteresse, sia tenuto anche ex officio, a ottemperare all’obbligo di cui all’art. 116 c.p.a., imponendo la notifica del ricorso alla parte controinteressata. In caso contrario, non si rispetterebbe la natura sostanziale ed autonoma della posizione di controinteresse, ma si rimetterebbe la effettività della tutela di tale posizione alla mera “scelta” dell’amministrazione che, omettendo di ottemperare agli obblighi previsti dal citato art. 3 del d.P.R. 12 aprile 2006, n. 184, escluderebbe definitivamente dalla tutela giudiziale il controinteressato sostanziale.
Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI In tema di emergenza rifiuti, deve ritenersi manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, D.L. 6 novembre 2008, n. 172 per violazione dell'art. 3 Cost., poiché non lede i principi di uguaglianza e ragionevolezza la scelta normativa del legislatore di differenziare, con la previsione di una disciplina eccezionale e temporanea, l'applicazione della norma penale, apparendo oggettivamente più grave la violazione della disciplina normativa dei rifiuti nelle zone ove vige lo stato di emergenza rispetto alle altre zone del territorio nazionale dove l'emergenza non sussista o sia cessata. Parimenti manifestamente infondato è l'ulteriore profilo di violazione del
principio della riserva di legge, ex. art. 25 Cost., in materia penale poiché la durata ed estensione dello stato di emergenza costituisce mero fatto presupposto da cui dipende l'applicazione della legge penale di cui all'art. 6 del citato decreto e non è ele-
mento costitutivo del reato. Lo stato di emergenza costituisce il necessario presupposto di fatto per l'adozione di norme derogatorie alle ordinarie disposizioni legislative che giustificano un trattamento differenziato e non è elemento normativo della fattispecie che
ne delimita l'ambito di applicazione. Ed invero, la fattispecie penale è prevista dall'art. 6 del d.l. n. 172 del 2008, conv. dalla legge n. 210 del 2018 che punisce, quanto alla condotta tipica, le condotte ivi descritte che riprendono in larga misura quelle condotte già ricomprese nell'art. 256 del D.Lgs n. 152 de 2006, condotte che se poste in essere nei territori dove vige la dichiarazione dello stato di emergenza nel settore dei rifiuti, sono punite più severamente. La dichiarazione dello stato di emergenza, a sua volta, trova i suoi presupposti nella legge n. 252 del 1992 che attribuisce al DPCM la competenza a determinare la durata del medesimo e l'ambito spaziale in vige, cosicché l'atto diviene elemento integrativo della fat-
tispecie penale costituendone un presupposto di fatto dal quale dipende l'applicazione dell'art. 6 del d.l. 172 del 2008. Per il diniego o il riconoscimento della causa di non punibilità, si evidenzia che la stessa non rileva sullo stato di incensuratezza atteso che i parametri di valutazione di cui all'art. 131-bis cod. pen. hanno natura e struttura oggettiva, ed operano su un piano diverso da quelli sulla personalità del reo. Nella specie, la sentenza ha ben argomentato la gravità della condotta posta in essere dal ricorrente e l'allarme sociale derivato anche dal fatto che scaricava i rifiuti su terreni altrui. Corte di Cassazione Penale, Sez. 3a 24/01/2019 (Ud. 24/10/2018), Sentenza n.3582. A.T.
A TUTTI GLI UOMINI: LE DONNE ESISTONO, NON SI IGNORANO “L'umanità non è l'insieme degli esseri umani, ma sono gli esseri umani che vivono insieme” Andrea Tafuro Si è celebrata l’11 febbraio la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La giornata si propone di riflettere e porre in essere tutti gli strumenti tesi ad eliminare stereotipi e pregiudizi che rendono le carriere femminili un percorso a ostacoli. La parola che mi viene in mente è: alleanza… alleanze: termini che in questi nostri tempi fanno pensare a tresche politiche, ad appoggi incrociati per difendere manovre e interessi, ai clan mafiosi, alleanze di branco: vengono in mente le bande violente, che si alleano e si combattono. Ci sono però altri ambiti nei quali si usano questi stessi termini, qui i contenuti e i modi cambiano completamente. Dimmi con chi ti allei e ti dirò chi sei. Negli ultimi due secoli abbiamo prestato attenzione alla voce dei popoli che hanno rovesciato lo Stato assoluto, ai proletari che hanno difeso i propri diritti. Concentriamoci oltre e analizziamo l’azione collettiva che mette al centro dei propri comportamenti la proclamazione della libertà di soggetti creatori e liberatori di se stessi. Voglio far miei gli studi di Alain
Touraine, sociologo militante, che suggerisce di considerare come obiettivo delle società moderne la lotta contro il predominio del mercato e contro i poteri autoritari. Il movimento che più lo interessa è quello delle donne. Tale movimento sta portando alla trasformazione del campo culturale, creando un nuovo contesto conflittuale, sottratto ai gruppi dominanti. Le donne, come attrici collettive, creano la posta in gioco e il campo culturale del conflitto con altri attori sociali. Nella deriva etico/sociale dove ci ha trascinati la globalizzazione, le donne confermano la propria identità e le proprie rivendicazioni. In altre parole, costruiscono se stesse, riparano ciò che è stato smembrato dall’esposizione alla deriva delle forze del mercato. Nonostante ciò la società insiste nel negare il rispetto alle donne, penso ad alcuni anni fa e ai tre caporali del 33esimo reggimento Acqui indagati per lo stupro di Pizzoli (L’Aquila), furono riammessi in servizio. Cito dalla cronaca, è la vittima Rosa a parlare: “Quello non può essere stato, come lo definisce il difensore di Tuccia, un atto amoroso consensuale … a meno che io non gli abbia chiesto di uccidermi non può essere atto amoroso. Non so con cosa lo ha fatto,
una mano non può fare questo, ma il medico legale ha detto che la mano può entrare fino al gomito. Non so.” La fede nell’onnipotenza della globalizzazione ha generato l’idea che le vittime possano solo mettere in luce le contraddizioni del sistema, mentre ricadrebbe sugli intellettuali e i militanti politici la responsabilità d’indicare la strada da seguire contro l’offensiva del capitale. Le donne stanno dimostrando il contrario, l’azione è possibile e approda a
ROSALIND: STORIE DA RICORDARE Quando, nel 1962, Watson, Crick e Wilkins ricevettero il premio Nobel per la medicina grazie alla scoperta della struttura del dna, non si udì mezza parola su di lei. Se il comitato non la incluse, fu perché i tre moschettieri della doppia elica si guardarono bene dal ricordare il fondamentale apporto che le ricerche della scienziata avevano dato alla individuazione della struttura tridimensionale degli acidi nucleici costituiti da lunghe catene molecolari avvolte a elica. Lei, non avrebbe potuto lamentarsi: cristallografa professionista, Rosalind Franklin era morta, il 16 aprile 1958, di tumore a 37 anni, probabilmente anche a causa delle radiazioni a cui i suoi studi l’avevano lungamente esposta. Nata nel 1920, Franklin studiò a Cambridge, iniziando la sua carriera di ricercatrice a Parigi e continuandola poi al Kings College di Londra. Fu qui che le sue foto del dna, viste all’insaputa della donna, folgorarono Watson, che in esse riconobbe la raffigurazione della doppia elica. Nel 1952 infatti, utilizzando una macchina da lei modificata, Franklin aveva ottenuto la foto del dna nella sua forma b. Attraverso l’analisi del suo epistolario e delle interviste ai protagonisti minori della vicenda, è emerso che sia stata proprio lei la vera scopritrice della morfologia a elica del dna. Nel tempo, però, il suo apporto cominciò a emergere. Infatti quando, dopo la vincita del Nobel, Watson scrisse The Double Helix e non poté non citarla. Ma lo fece minimizzandone il più possibile l’apporto, denigrandola come donna e come scienziata. Tanta misoginia, determinò un cambio di editore, la Harvard University Press, dopo che ne era circolata una prima bozza, rescisse il contratto, perchè il testo offendeva colei che non era più in grado di difendersi. é l’ennesima testimonianza di come l’apporto femminile venga minimizzato dalla società.
trasformazioni efficaci sull’assetto sociale. E’ possibile uscire da una posizione difensiva davanti all’esclusione, a patto di riconoscersi in quanto soggetti che si richiamano a principi capaci di coagulare attorno a sé ampie forze. Affidarsi a ideologi non è più indispensabile per raggiungere i propri interessi e migliorare la propria condizione. Nell’epoca presente le donne sono soggetti che rivendicano identità e diritti culturali. Touraine scrive: “Il mondo delle donne non vuol dire come vivono le donne. Vuol dire il mondo in generale qual è creato e immaginato su iniziativa delle donne. C’era un mondo al maschile, ora c’è un mondo orientato al femminile. Cosa vuol dire? In senso generale che siamo tutti passati in Europa da una società che era orientata verso la conquista a un cultura orientata verso l’interiorità, cioè l’individuo, la conoscenza di sé”. Il senso dato dalle donne a questo rivolgersi verso se stessi non è il piacere o il consumo. Oggi la sola grande idea possibile nella nostra società di conquista è di reintegrare ciò che è stato diviso, di riunire ciò che è stato polarizzato. Alle donne, interessa ricostruire una società più umana e integrata e che non si basi sulla logica della macchina a vapore. Il grande progetto portato avanti dalle donne nel mondo occidentale è, dopo aver scomposto la natura, cercare di capire come ricomporla. Ma non c'è una visione delle donne e una degli uomini, è una visione generale. Gli uomini non parlano più molto, hanno ancora il potere, il de-
naro, ma sul senso della cultura sono le donne che parlano di più, e gli uomini sono in genere d’accordo, non sono contro. Si diceva: finalmente le donne sono diventate eguali agli uomini. No, è il contrario: sono progressivamente gli uomini che si avvicinano al modello culturale elaborato dalle donne. Che belle parole ho scritto per le donne... A Bologna, anni fa, un cittadino islamico ha sentito impuro il proprio rapporto con una donna cristiana e ha tentato di decapitarla, la donna, un’ucraina di 45 anni, se la scampa, rischia di ritrovarsi paraplegica. E’ il caso forse di mandare le religioni in analisi, l’ipocrisia mercantile ha represso il concetto di purezza e non è stato certo colpa delle ragazze. Sarà che il maschio considera atto da punire l’impurità della femmina...per la sua scarsa prestazione? In questo ventunesimo secolo siamo ancora a parlare e a scontrarci sul puro e l’impuro. Vedo molta gente in giro condannata al masochismo celibatario istantaneamente pronta a chiedere cerimonie riparatrici. E poi non ho capito, non posso pregare nella mia fede cattolica, perchè lo Spirito illumini i cuori dei miei Padri, per farli cambiare idea e affermare che la diversità di genere è un valore e un bene assoluto da difendere. C’è chi lavora alacremente per costruire un mondo senza ferite, tutto levigato, dove un’indifferenza generalizzata renderà tutti soli e insignificanti. Preferisco le mie tare, ringrazio mio padre che mi ha insegnato a vederle.
CirCuba: un invito alla gioia Dal 14 febbraio al 24 marzo a Napoli la magia del circo incontra la musica e i ritmi latini
Approda per la prima volta in Italia il fantastico spettacolo "CirCuba", che mescola danza, folklore e arti circensi su diversi ritmi e melodie: rumba, merengue, cha cha cha e salsa. L’evento rappresenta un vero e proprio invito alla gioia, un rimedio contro l'oscurità. Per l’occasione, sono stati selezionati circa cinquanta artisti dalla più famosa scuola di circo a L’Avana. Ad esibirsi, infatti, non saranno i soliti clown, semplici giocolieri o trapezisti “spericolati”, ma un gruppo di talenti che darà vita a un vero e proprio show carico di fascino, calore, musicalità e bravura artistica.