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Arpa Campania Ambiente n.2/2019

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ISTITUZIONI

Patto della Polizia locale contro i roghi di rifiuti

Dopo Marano, Qualiano, Villaricca e Calvizzano che qualche mese fa hanno firmato un patto per l’esercizio congiunto dei servizi di polizia locale nel contrasto... Martelli a pag.3 DAL MONDO

L’impatto ambientale del latte vegetale Nell’era della dieta vegana, in cui il mangiare sano è diventata una massima di vita, sapere che le bevande alternative al latte, ovvero quelle derivate dal riso, dalla soia, dall’avena o dalle mandorle, per la loro produzione emettono un terzo dei gas serra... Paparo a pag.4

NATURA & BIODIVERSITÀ

Più alberi contro i cambiamenti climatici

ACQUE DI BALNEAZIONE LA SITUAZIONE È STABILE Pubblicato il provvedimento che classifica i tratti di costa campani Alla fine del 2018 è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione Campania la delibera di Giunta regionale che classifica le acque di balneazione in base al monitoraggio condotto da Arpac. La classificazione, che si basa su quattro classi di qualità (“scarsa”, “sufficiente”, “buona” ed “eccellente”) è il frutto delle analisi condotte nel corso delle ultime quattro stagioni balneari (dal 2015 al 2018) sui 330 tratti di costa in cui è suddiviso il litorale campano ai fini della balneazione. a pag.6

Arpac: la sicurezza sul lavoro in un convegno a Giugliano

L’architettura dai mille colori di Friedensreich Hundertwasser

STUDI & RICERCHE

La sostenibilità dei processi produttivi

Platea gremita a Giugliano per un convegno sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, organizzato per il decennale del decreto legislativo 81 del 2008. A fare gli onori di casa lo scorso 18 gennaio, nella Chiesa delle confezioniste, il vicesindaco della terza città della Campania per numero di abitanti, Domenico Pianese. Smog, traffico, problemi respiratori, bambini a rischio salute. Sempre di più si parla di costruire cinture verdi intorno e dentro le città come soluzione all’inquinamento crescente delle nostre metropoli.

a pag.7

Friedensreich Hundertwasser (all’anagrafe Frederich Stowasser), uno dei pionieri più importanti della bioarchitettura, fu attivo prevalentemente a Vienna, dove era nato nel 1928 ed è morto nel 2000. Inizialmente pittore, diede vita al movimento artistico conosciuto come Transautomatismo, nel quale le sue coloratissime e fantasiose visioni prefigurano ciò che...

Giordano a pag.8

Palumbo a pag.12

AMBIENTE & SALUTE

Cambiare dieta per la salute del Pianeta

AMBIENTE & TRADIZIONE

NEWS

Eduardo Scarpetta, padre del teatro moderno

Il Futurismo in mostra a Napoli

Grandi Napoletani, grandi Campani

La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… Pollice a pag.13

De Crescenzo-Lanza pagg.14-15

De Capua a pag.16

Tutte le attività umane hanno un certo impatto sull’ambiente e modificano non solo il paesaggio che ci circonda, ma l’economia e l’organizzazione sociale e culturale. Per valutare le condizioni e lo stato di salute del sistema ambiente si possono usare gli indicatori di sostenibilità. Sempre più persone si occupano di indicatori di sostenibilità ambientale nell’ambito dei processi produttivi, sia a livello mondiale che nazionale, regionale o di singolo prodotto. La ricerca è importante per sviluppare dinamiche produttive che diano benefici nel presente e... Buonfanti a pag.11


Due anni fa l’estate rovente del Parco del Vesuvio Presentato il “conto” in termini di biodiversità ma anche i progetti di rinaturalizzazzione La situazione è preoccupante ma non tutto è perduto: questo il messaggio venuto fuori due giorni fa quando, presso il Palazzo Mediceo di Ottaviano, sono stati presentati i risultati dello studio commissionato dall'Ente Parco al Dipartimento di Agraria dell'Università di Napoli Federico II in seguito agli incendi che hanno interessato il Parco Nazionale del Vesuvio nell'estate del 2017. I danni hanno interessato una superficie di 3.194 ettari, pari a circa l’80% della superficie boschiva complessiva e sono stati ripartiti per classi di severità: alta 374 ettari, medioalta 2.147, medio-bassa 466 e bassa 207. Ai fini dell’individuazione delle aree da sottoporre ad interventi di recupero post-incendio, sono stati analizzati quattro obiettivi specifici: rischio idrogeologico, fruibilità, naturalità e produzioni agro-forestali. Dallo studio è inoltre emerso

che in conseguenza degli incendi le aree boscate maggiormente esposte a fenomeni di erosione sono rappresentate da soprassuoli di conifere ad alta e medio-alta severità di incendio. Da qui la necessità di intervenire prioritariamente attraverso abbattimenti selettivi e piantagioni di specie autoctone meno suscettibili e più adattate agli incendi. In queste aree si prevede di intervenire con opere di ingegneria naturalistica capaci di contrastare efficacemente i processi erosivi e di creare le condizioni per un insediamento rapido della vegetazione attraverso due progetti pilota di restauro post-incendio boschivo che prevedono interventi su circa 80 ettari di pinete nei comuni vesuviani di Terzigno, Boscotrecase, Trecase e Ottaviano, per un importo complessivo di 1.200.000 euro. Dal web le dichiarazioni del Presidente dell'Ente Parco Nazionale del

Vesuvio Agostino Casillo: “ Per molti mesi - ha dichiarato - abbiamo letto di dati approssimativi e analisi improvvisate sugli effetti dei roghi e sulla ripresa vegetativa. Oggi grazie ad un lavoro durato più di un anno di un team di professori e ricercatori tra i massimi esperti in Italia in materia, abbiamo dati originali e definitivi risultato di uno studio scientifico rigoroso e validato da una istituzione scientifica. Ma sono contento – ha poi concluso Casillo - soprattutto perché questo importante investimento dell'Ente Parco in ricerca non è stato fine a se stesso ma è servito a mettere a punto i due progetti di rinaturalizzazione che attualmente sono al vaglio istruttorio del Ministero dell'Ambiente per le necessarie autorizzazioni e successivo finanziamento che prevediamo trovino realizzazione nel corso di quest'anno”.

Il clima in Italia: che febbraio avremo? Per molti versi questo mese è considerato più freddo del suo predecessore Gennaro Loffredo Febbraio è il secondo mese dell’inverno meteorologico, le giornate si allungano ma è spesso considerato il più freddo dell’anno. Anche quest’anno questo mese tenderà ad assumere caratteristiche pienamente invernali, condito da venti forti, grandinate e nevicate anche a quote molto basse. La nostra penisola continuerà, infatti, ad essere interessata da incursioni di aria fredda polare, le quali tenderanno a coinvolgere soprattutto le regioni centromeridionali, con ottimi accumuli nevosi in montagna. Dice un famoso proverbio: febbraio è corto e amaro; in effetti il mese è costituito da 28 al massimo 29 giorni, mentre l’appellativo di amaro è dovuto al fatto che si trova alla fine dell’inverno in cui, anticamente, le provviste alimentari scarseggiavano a

causa del freddo. Per molti versi Febbraio è addirittura considerato più freddo del suo predecessore. In generale secondo la climatologia italiana il secondo mese dell’anno è spesso caratterizzato da frequenti invasioni di aria gelida provenienti dalle regioni artiche e dalla Siberia, soprat-

tutto nelle prime due settimane. È ancora impressa nella mente di tutti i meteorologi e degli appassionati della materia, una delle nevicate più intense ed estese che ha interessato la città di Napoli, nello scorso 27 Febbraio 2018. Famose sono anche le storiche ondate di gelo nel

febbraio 2012 e 1956. La neve scende in maniera generosa durante questo mese e spesso può interessare anche le zone di pianura e talvolta di mare, specie sulle coste adriatiche. Nella seconda parte del mese, tuttavia, le giornate tendono ad allungarsi ed inevitabilmente anche le temperature

sono generalmente in lieve, ma graduale aumento, complice il maggior numero di ore di soleggiamento. Le temperature superficiali dei mari, invece, raggiungono il picco minimo annuale nelle ultime due decadi. Negli ultimi giorni del mese il tempo tende temporaneamente a stabilizzarsi, tant’è che cominciano a farsi sentire i primi timidi effetti dell’avvicinarsi della primavera e le temperature durante le ore centrali della giornata cominciano a salire rapidamente su valori prossimi ai 20°C, specie sulle zone lontane dal mare. Febbraio, insomma, ha sempre avuto le peculiarità di mese scoppiettante e dinamico e sono convinto che anche stavolta saprà alternare momenti di inverno più crudo ad altri più tiepidi e dolci, segnale della nuova stagione primaverile, non più così lontana.


A scuola di olio evo:un progetto formativo per imparare a scegliere la qualità L’iniziativa nasce dal protocollo d’intesa tra la Coldiretti Campania e l’Ufficio Scolastico Regionale Fabiana Liguori Gli oli italiani sono apprezzati in tutto il mondo, perché hanno profumi e sapori unici, provenienti da centinaia di coltivazioni diverse, diffuse su tutta la penisola. Riconoscere un olio di qualità, imparare a leggere l’etichetta, capirne la provenienza è fondamentale per scegliere in modo consapevole il condimento giusto per la propria tavola. Assaporare prima dell’acquisto è cosa buona e giusta: un buon olio profuma di sentori vegetali (erba tagliata, pomodoro, carciofo) e al gusto è un po’ amaro e piccante (percezioni positive, tipiche del frutto dell’oliva). I migliori oli da utilizzare sono quelli ricchi di polifenoli, prodotti da ottime olive, in frantoi puliti e conservati correttamente. In Italia abbiamo ben 42 Denominazioni di Origine per gli oli. Un vero motivo di orgoglio per il Paese e senz’altro un punto di forza socio economico di altissimo livello. Diffondere la cultura di questo settore è e deve essere una priorità non solo per il Governo ma anche per gli

esperti del comparto. Il progetto “A scuola di Olio Evo”, lanciato da Coldiretti e Aprol Campania (Organizzazione degli olivicoltori), dedicato agli studenti degli istituti alberghieri presenti nelle cinque province, viaggia proprio in questa direzione: “È paradossale – ha spiegato Francesco Acampora, presidente di Aprol Campania – che in una regione con 64 varietà di olive si abbia

una scarsa conoscenza del ciclo di vita dell’olio. La Campania possiede oltre 74 mila ettari coltivati ad oliveto, di cui il 5% circa con metodi di produzione biologica e cinque Dop: Cilento, Colline Salernitane, Irpinia Colline dell'Ufita, Penisola Sorrentina e Terre Aurunche. Per questo motivo abbiamo deciso di rivolgerci ai ragazzi che si stanno formando per diventare chef e operatori turistici. Sa-

ranno loro i primi ambasciatori del made in Italy e del made in Campania”. L’iniziativa nasce dal protocollo d’intesa tra la Coldiretti Campania e l’Ufficio Scolastico Regionale. Il progetto si spalma su una tre giorni incentrata sulla conoscenza, scelta e utilizzo in cucina degli oli e in particolare dell’extravergine d’oliva, attraverso un percorso di degustazione guidato alla scoperta del

processo produttivo e delle tecniche di conservazione. I lavori si concludono con una gara di cucina che i ragazzi svolgono in piccoli gruppi, proponendo un piatto in abbinamento ad un olio extravergine regionale: fruttato leggero, medio o intenso. Una giuria tecnica decreta poi il team vincitore, che concorrerà ad una finale regionale in una prestigiosa location. “La sfida del nostro tempo – ha commentato Gennarino Masiello, presidente di Coldiretti Campania e vicepresidente nazionale – è rispondere alle esigenze di conoscenza del consumatore. Oggi c’è un’attenzione diffusa e forte nei confronti dell’alimentazione, sia in termini salutistici che qualitativi. L’olio extravergine è l’alimento più utilizzato fin dai primi mesi e per tutto il corso della vita. La Food and Drug Administration americana lo ha definito di recente come un vero e proprio farmaco per il benessere, mentre spesso si finisce per definirlo solo un condimento. Occorre lavorare in questa senso partendo anzitutto dalle scuole, dai giovani”.

Patto della Polizia locale contro i roghi di rifiuti Siglato da quattordici Comuni partenopei, a Napoli la cabina di regia Giulia Martelli Dopo Marano, Qualiano, Villaricca e Calvizzano che qualche mese fa hanno firmato un patto per l’esercizio congiunto dei servizi di polizia locale nel contrasto del fenomeno degli incendi dolosi di rifiuti, è la volta di altri quattordici Comuni. Lo scorso 22 gennaio, infatti, presso la prefettura di Napoli, è stato firmato dal sindaco di Napoli e quelli dei Comuni limitrofi di: Arzano, Casandrino, Cercola, Melito di Napoli, Mugnano di Napoli, Portici, Pozzuoli, Quarto, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, Volla e dai commissari straordinari di Ca-

soria e Casavatore, l’accordo che sancisce una sinergia tra i paesi coinvolti ed istituisce una task force di vigili urbani che ha la possibilità di intervenire anche nelle zone “di confine”. A promuovere il documento è stato l’incaricato per il contrasto dei roghi Gerlando Iorio, sulla scia dell’accordo tra la polizia metropolitana e provinciale di Caserta sottoscritto lo scorso 3 maggio. “Si tratta di un progetto che prevede l’attività di cooperazione tra le forze di polizia presenti sul territorio per svolgere congiuntamente e in cooperazione attività di controllo e di contrasto al fenomeno dell’abbandono e dell’incendio di rifiuti –

ha sottolineato il commissario ai roghi tossici - dando la possibilità alle polizie di collaborare ma anche di presidiare un territorio aldilà di quelli che sono i confini strettamente di competenza. Un ufficiale del Comando di polizia di Napoli farà attività di raccordo e di coordinamento con gli altri comandi delle polizie locali limitrofe per predisporre un intervento di controllo del territorio”. Tra i cittadini che assistono a questo “ulteriore patto” resta però lo scetticismo: avrà realmente un seguito, data l’atavica penuria di caschi bianchi, in alcuni Comuni bastanti a malapena ad assolvere all’ordinario?


L’impatto ambientale del latte vegetale Secondo uno studio dell’Università di Oxford, la sua produzione provoca un terzo dei gas serra Anna Paparo Nell’era della dieta vegana, in cui il mangiare sano è diventata una massima di vita, sapere che le bevande alternative al latte, ovvero quelle derivate dal riso, dalla soia, dall’avena o dalle mandorle, per la loro produzione emettono un terzo dei gas serra sprigionati per la produzione del latte bovino, rappresenta davvero una notizia inverosimile. Invece, è la pura verità. A rivelarlo è stato uno studio dell'Università di Oxford, citato dal sito della BBC. Secondo quanto è stato scoperto, produrre un bicchiere di latte vegetale richiede mediamente un decimo della terra richiesta per il latte intero bovino. Per quanto riguarda l’impiego di acqua i valori variano molto di più: le bevande a base di soia e avena richiedono appena un dodicesimo dell'acqua necessaria per il latte vaccino; quelle dal riso ne richiedono neanche metà, quelle dalle mandorle circa due terzi. Insomma, c’è un enorme dispiego di energie e risorse che nessuno poteva mai immaginare. Il latte vegetale rappre-

senta una valida alternativa al latte intero, con il quale ha in comune solo il colore. Ora, non si sa in che misura questa scoperta inciderà sul consumo dell’alimento usato nelle diete. Ma vediamo più da vicino quali sono le caratteristiche di questa particolare tipologia di alimento. Come si sa, il latte vegetale ha caratteristiche organolettiche e nutrizionali particolari. Di calcio, vitamine (in particolare A e D) e caseina è, infatti, ricco il latte vaccino, ma non quello vegetale, adatto alla dieta di chi presenta problemi di intolleranza al lattosio e alle proteine del latte di mucca. L’assenza di alcuni importanti nutrienti implica, nel caso di assunzione esclusiva di latte vegetale, la necessità di introdurli mediante altri cibi tra cui tofu, legumi, verdure, frutta secca e uova o di optare per bevande vegetali addizionate. Mettendo da parte allergie e intolleranze, le varietà vegetali sono indicate anche per chi ha problemi di ipercolesterolemia: infatti, il loro bassissimo contenuto di grassi saturi non espone a rischi l’apparato cardiovascolare. Il latte di soia e

quello di avena, in particolare, sono in grado di ridurre i livelli di colesterolo “cattivo” (LDL), mentre quello di mandorle, ricco di antiossidanti, argina l’azione dannosa dei radicali liberi rallentando l’invecchiamento cellulare. I diversi tipi di latte vegetale sono, poi, reperibili nei negozi specializzati e nella grande distribuzione, ma andrebbero comunque acquistati solo quando vi sia la garanzia della provenienza biologica per evitare di introdurre residui di pesticidi e fito-

farmaci o di incorrere in prodotti realizzati con organismi geneticamente modificati. Inoltre, andrebbe verificato che il latte scelto non contenga aggiunte di grassi e sodio. Insomma, riso, avena, soia, mandorle sono una fonte inesauribile di salute e benessere. Ma, a quanto pare si è sottovalutato che la lavorazione di queste materie porta un impiego massiccio di risorse e di energia, innalzando il livello di inquinamento. In pratica, pur di stare bene l’uomo danneggia

l’ambiente. La natura, come sempre, mette a nostra disposizione tutto ciò che ha, esponendo se stessa a pericoli. Chissà se come hanno riscontrato questa anomalia nella produzione del latte vegetale tradotto in un terzo della produzione del gas serra, si riuscirà a eliminare questo pericolo per poter usufruire delle qualità benefiche di questi alimenti senza danneggiare nessuno, tantomeno il nostro pianeta Terra. Ai posteri l’ardua sentenza.

ANTARTIDE E RISCALDAMENTO GLOBALE

Lo scioglimento dei ghiacciai: un drammatico fenomeno in aumento Il riscaldamento globale continua a far sentire sempre più la sua presenza. Basti pensare che l'Antartide sta perdendo ogni anno una massa di ghiaccio 6 volte superiore a quella che ha perso negli ultimi 40 anni. Tutto ciò ha, poi, causato il conseguente innalzamento dei livelli delle acque dei mari di più di un centimetro calcolato nello stesso arco di tempo preso in esame come campione. A dare l’allarme è stato lo studio pubblicato sulla rivista dell'Accademia americana delle Scienze (Pnas), condotto da un gruppo internazionale di glaciologi dell'Università della California, a Irvine, coordinato dal Professor Eric Rignot, insieme ai colleghi del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e dell'Università olandese di Utrecht. Lo studio, che è stato portato avanti, si è basato sull'analisi di 18 regioni antartiche, comprendente 176 banchine di ghiaccio, comprese anche le isole circostanti. Inoltre, le indagini sono state condotte partendo dai

carotaggi dei ghiacci, passando per lo studio degli iceberg distaccati dal continente bianco, fino ad arrivare ad analizzare le osservazioni satellitari e le foto aeree ad alta risoluzione scattate da una distanza di circa 5 metri dall’Operation IceBridge della Nasa. A tutto ciò si deve aggiungere l’interfe-

rometria radar satellitare realizzata da diverse agenzie spaziali e dalla serie di immagini satellitari Landsat ancora in corso e iniziate nei primi anni ’70. È stato, quindi, confrontato l’accumulo di neve nei bacini interni con il ghiaccio scaricato dai ghiacciai in mare, dove il ghiaccio galleggia nell’oceano staccan-

dosi dalla banchisa. Le analisi hanno, così, permesso di stimare, negli anni compresi tra il1979 e1990, la perdita di ghiacci annua in circa quaranta miliardi di tonnellate. Una cifra schizzata a duecento cinquantadue miliardi di tonnellate annue tra il 2009 e il2017. Da tutti i dati rilevati attraverso lo studio di queste svariate fonti, si è giunti alla conclusione che le perdite più consistenti riguardano soprattutto le regioni occidentali, considerate dagli studiosi tra le più sensibili ai cambiamenti climatici. "Si tratta solo della punta di un iceberg", così ha commentato il Professor Eric Rignot, dell'Università californiana. "Continuando con questo ritmo - ha concluso l'esperto - ci aspettiamo un aumento del livello dei mari di alcuni metri nei prossimi secoli". Grazie al team guidato da Rigot, ci ritroviamo di fronte alla valutazione più lunga di quel che resta della massa di ghiaccio A.P. antartico.


Educazione ambientale nel Snpa: lavori in corso Doppio incontro a Roma: la formazione per la sostenibilità è funzione fondante del Sistema Anna Gaudioso Lo scorso 16 gennaio, con il titolo “Educazione ambientale e alla sostenibilità nel Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente”, nella Sala conferenze dell’Ispra a Roma si è tenuta una tavola rotonda promossa dal Snpa, seguita il giorno dopo da un seminario. A moderare i lavori, Sergio Sichenze, responsabile LaREa di Arpa Friuli Venezia Giulia, e con l’intervento introduttivo di Paolo Tamburini, coordinatore della Rete dei referenti di educazione ambientale del Snpa. In questo contesto, la Rete dei referenti e il GdL Educazione ambientale, istituiti nell’ambito del Sistema, hanno avuto modo di mettere a fuoco strategie, metodologie e strumenti per possibili prossime azioni comuni. Nell’ambito della Tavola rotonda del 16 sono intervenuti il presidente Snpa Stefano Laporta, che ha messo il punto sull’importanza di fare rete. Si è inoltre parlato di agenda 2030, e del fatto che il lavoro del Sistema rischia di essere inutile se non produce conoscenza. A seguire è intervenuto il direttore generale Ispra, Alessandro Bratti, che accanto alla parola “ambiente” ha voluto sottolineare le parole “economia” e “società”. Non si fa protezione ambientale senza considerare le componenti socio-economiche e soprattutto senza creare un

rapporto di fiducia con i cittadini. “Fiducia” è davvero una parola-chiave: le agenzie che lavorano sul territorio devono recuperare l’idea di fiducia per poter realizzare un intervento, un progetto che possa essere di generale condivisione ed accettazione. Alla tavola rotonda era presente anche il presidente di Week Italia Mario Salomone che ha confermati la necessità delle competenze ma ha ribadito che accanto alla competenza ci vuole l’entusiasmo, requi-

sito indispensabile per chi si occupa di ambiente. Ciò che è emerso dalla giornata di studio e di confronto è che bisogna affrontare le sfide del mondo contemporaneo, ogni educazione è meditazione ambientale, bisogna cercare sempre collaborazioni con altre reti, cercare di realizzare progetti comuni. Sicuramente riconosciamo di vivere in un mondo di paura, di rabbia, ed è proprio per questo che bisogna camminare insieme per andare lontano, camminare

insieme, fare rete. È dal 2003 che gli educatori ambientali del sistema agenziale vanno nei congressi mondiali per trovare reti di altri paesi: bisogna avvicinare sempre più le istanze ambientali e sociali perché elementi interagenti per fare cittadinanza attiva. Per Michela Mayer, responsabile del Gruppo Educazione all’interno dell’ Associazione italiana per una scienza della sostenibilità (Iass), è importante togliere le barriere e mettere insieme vari scien-

ziati tra le varie discipline per riuscire a cambiare in primo luogo noi stessi e poi gli altri. La scienza stessa deve capire per trasformare, il discorso scientifico va costruito insieme ai cittadini. La sostenibilità è complessità, ma non deve spaventarci. Sono intervenuti, tra gli altri, Marcello Mossa Verre, direttore generale Arpa Toscana, Vanessa Pallucchi, vicepresidente Legambiente, Maria Antonietta Quadrelli, responsabile Ufficio educazione Wwf Italia, Roberta Cafarotti, direttore scientifico Earth Day Italia. Con la legge 132 del 2016 (art. 3 comma g), l´educazione ambientale e alla sostenibilità viene riconosciuta come una delle funzioni istituzionali che Ispra e le Agenzie ambientali sono chiamate a svolgere. Da qui l’esigenza di definire una specifica strategia trasversale e le azioni che potranno essere realizzate con il Programma di lavoro definito nell’ambito del Tavolo istruttorio del Consiglio del Snpa (Tic V). Ispra e le Agenzie ambientali da tempo sono impegnate nel produrre conoscenza, corretta informazione e nello svolgere un ruolo fondamentale di supporto alle amministrazioni e ai territori nelle azioni volte alla sostenibilità, ma per essere ancora più efficaci devono svolgere anche un ruolo educativo: aiutare i cittadini a capire e ad agire in modo responsabile.


Pubblicato il provvedimento che classifica i tratti di costa campani: l’88% è “eccellente”

Acque di balneazione, situazione stabile Lucio De Maio Emma Lionetti Luigi Mosca Alla fine del 2018 è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione Campania la delibera di Giunta regionale che classifica le acque di balneazione in base al monitoraggio condotto da Arpac. La classificazione, che si basa su quattro classi di qualità (“scarsa”, “sufficiente”, “buona” ed “eccellente”) è il frutto delle analisi condotte nel corso delle ultime quattro stagioni balneari (dal 2015 al 2018) sui 330 tratti di costa in cui è suddiviso il litorale campano ai fini della balneazione. La lettura dell’allegato della delibera mostra che i valori percentuali delle diverse classi di qualità non si discostano di molto rispetto a quelli della delibera adottata l’anno precedente. Le acque di balneazione dichiarate di qualità eccellente passano dall’89% all’88%, probabilmente a seguito dei superamenti, nel 2018, dei valori limite dei parametri determinanti la balneabilità in alcuni tratti di costa. I superamenti potrebbero dipendere dalla maggiore frequenza di eventi piovosi rispetto all’anno precedente (si veda l’articolo pubblicato in precedenza). Valori percentuali costanti, invece

Solo il 3% delle acque monitorate da Arpac è di qualità “scarsa”: una percentuale in diminuzione negli ultimi anni sono quelli della costa di “scarsa” qualità, pari al 3% del litorale campano oggetto di monitoraggio, percentuale identica all’anno precedente. All’inizio della stagione balneare 2019, dunque, il 97% del litorale campano monitorato risulterà balneabile (si tratta del totale delle acque di qualità eccellente, buona, sufficiente e di nuova classificazione), con un residuo 3% di costa non balneabile perché di qualità “scarsa”. Resta esclusa dal conteggio la quota di litorale vietata a prescindere dal monitoraggio Arpac, circa 60 chilometri che ospitano porti, strutture mili-

tari, canali e foci di fiumi non risanabili, eccetera. Per le acque di qualità scarsa, all’apertura della stagione balneare 2019, i sindaci dei comuni interessati dovranno emettere un provvedimento di divieto di balneazione. Questo divieto potrà essere revocato nel corso della stagione balneare al verificarsi di condizioni previste dalla legge: questo accade quando i Co-

muni eliminano le cause di inquinamento, con un’opportuna documentazione degli interventi eseguiti, e inoltre si verifica un primo esito analitico favorevole nel corso della stagione balneare, per quanto riguarda i parametri microbiologici indicatori di contaminazione fecale (Escherichia coli ed Enterococchi intestinali). Anche le acque dichiarate idonee alla balneazione a inizio stagione balneare, tuttavia, possono subire cambiamenti: possono ad esempio essere temporaneamente vietate alla balneazione in caso di esiti sfavorevoli durante la campagna di monitoraggio 2019. Se si amplia la prospettiva alla serie storica dei dati degli ultimi anni, l’andamento della classificazione delle acque di balneazione campane mostra un tendenziale miglioramento, probabilmente dovuto a una migliore gestione dei sistemi fognari, in particolare lungo il litorale domizio e nell’area vesuviana, conseguenza di un’efficiente sinergia delle diverse istituzioni coinvolte. Le acque di qualità scarsa erano infatti nel 2013 il 10% delle acque monitorate. Questa quota si è ridimensionata ma permangono alcune criticità, concentrate soprattutto nel Casertano (in prossimità della foce dei Regi Lagni),

nella periferia orientale di Napoli, in alcuni tratti del litorale vesuviano non ancora risanati, nell’area intorno alla foce del Sarno e in prossimità dei principali fiumi che sfociano in provincia di Salerno. Dal 1 aprile fino al 30 settembre, con l’ausilio della sua flotta coordinata dalla UO Mare, Arpac sarà impegnata nelle operazioni dei campionamenti a mare e nella valutazione, verifica e trasmissione dei dati ottenuti. Su ciascuna acqua di balneazione (42 in provincia di Caserta, 149 in provincia di Napoli e 139 in quella di Salerno) i Dipartimenti provinciali provvederanno al prelievo dei campioni di acqua che successivamente saranno analizzati nei laboratori Arpac secondo i criteri normativi. In caso di situazioni anomale ed evidenza di inquinamento si provvederà alle indagini e ai sopralluoghi per individuare le eventuali cause di contaminazione e saranno effettuati campionamenti aggiuntivi. Gli esiti di tutti i controlli eseguiti, a garanzia dell’informazione al pubblico prevista dalla legge, saranno consultabili in tempo reale sul sito web istituzionale di Arpac (www.arpacampania.it) contestualmente alla pubblicazione sul Portale del Ministero della Salute (www.portaleacque.it).


Il Snpa e la qualità dell’aria Dati sull’inquinamento atmosferico: auspicabile un sito web nazionale In tutte le regioni e nelle province autonome di Trento e Bolzano, le Arpa e le Appa gestiscono le reti di monitoraggio della qualità dell’aria che forniscono i dati ufficiali, sulla cui base vengono assunti da parte degli enti locali i provvedimenti previsti dalle normative europee, nazionali e regionali per contrastare le situazioni di inquinamento atmosferico. Tutte le Agenzie pubblicano i dati rilevati, sia pure con modalità molte diverse, oltre che attraverso i propri siti Web, anche mediante APP e con i Social media. Numerose notizie sono pubblicate sull’argomento dal notiziario del Sistema, AmbienteInforma. Recentemente, ad esempio, Arpa Toscana ha presentato il nuovo servizio di pubblicazione dei dati in tempo reale relativamente agli inquinanti gassosi, informazioni che si aggiungono a quelle già messe a disposizione: la serie decennale di indicatori per i diversi inquinanti, i bollettini giornalieri, i report, i grafici interattivi, l’indice di criticità della qualità dell’aria, gli rss, gli opendata. Il tutto spiegato con un video-tutorial. Diverse agenzie pubblicano sul sito

dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) i dati in tempo reale degli inquinanti gassosi, che contribuiscono a formare l’Air Quality Index della EEA. Le agenzie ambientali che hanno al proprio interno anche i servizi meteorologici, pubblicano anche le previsioni per l’inquinamento dell’aria nei giorni successivi. Alcune agenzie stanno lavorando a progetti sperimentali di citizen science con l’uso di sensori smart per rilevare dati integrativi della qualità dell’aria nell’ambito di iniziative che favoriscono la partecipazione attiva dei cittadini. È il caso, ad esempio del progetto CAPTOR, a cui hanno partecipato diverse agenzie del nord Italia insieme con Legambiente. E’ auspicabile, nell’ambito del Snpa, e degli sforzi che si stanno facendo per omogeneizzare la situazione esistente si possa mettere a sistema le migliori esperienze esistenti, per arrivare a pubblicare in un sito nazionale tutti i dati da visualizzare con modalità user friendly, mettendo altresì a disposizione dati aperti e riutilizzabili (dal notiziario Snpa AmbienteInforma).

Air Quality Index EEA

Sicurezza sul lavoro, convegno a Giugliano Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31 gennaio 2019 - Anno XV, N.2 Edizione chiusa dalla redazione il 31 gennaio 2018 DIRETTORE EDITORIALE

Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE

Pietro Funaro CAPOREDATTORI

Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE

Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE

Savino Cuomo HANNO COLLABORATO

I. Buonfanti, F. Clemente, F. De Capua, G. De Crescenzo, L. De Maio, A. Esposito, R. Fanelli, R. Funaro, B. Giordano, E. Lionetti, G. Loffredo, R. Maisto, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice SEGRETARIA AMMINISTRATIVA

Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO

Pietro Vasaturo

EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

Il Commissario Arpac ha raccontato la sua esperienza come manager pubblico Platea gremita a Giugliano per un convegno sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, organizzato per il decennale del decreto legislativo 81 del 2008. A fare gli onori di casa lo scorso 18 gennaio, nella Chiesa delle confezioniste, il vicesindaco della terza città della Campania per numero di abitanti, Domenico Pianese. Tra i relatori il commissario Arpac Stefano Sorvino, chiamato, in qualità di manager di diversi Enti pubblici, a raccontare la sua esperienza in materia di protezione della salute dei lavoratori. «È la prima volta – ha commentato il commissario dell’Agenzia ambientale – che vengo chiamato in questo comune, punto cardine della cosiddetta Terra dei fuochi, a discutere di qualcosa che non è strettamente legato

alla mission ambientale dell’Ente che dirigo». Gli esperti intervenuti al convegno hanno provato a rispondere ad alcuni interrogativi. Quanto e come il decreto 81 è stato applicato nelle imprese italiane? Perché oggi tornano ad aumentare gli infortuni sul lavoro? Tra i relatori, l’amministratore di Arpac Multiservizi Giovanni Porcelli, il consigliere della Città metropolitana di Napoli Nicola Pirozzi, il vicepresidente della Camera di commercio partenopea Fabrizio Luongo, il consigliere dell’Ordine provinciale degli ingegneri Ettore Nardi, inoltre Giovanni Sabatino, presidente della Riserva del litorale domizio. Ha moderato l’incontro il giornalista Marcello Curzio, organizzazione a cura dell’Aicast Giugliano.


Più alberi contro i cambiamenti climatici La forestazione urbana tra le buone pratiche in città Bruno Giordano Smog, traffico, problemi respiratori, bambini a rischio salute. Sempre di più si parla di costruire cinture verdi intorno e dentro le città come soluzione all’inquinamento crescente delle nostre metropoli. Ed è stata questa la proposta di Stefano Boeri (noto architetto milanese) al primo World Forum on Urban Forests promosso dalla Fao (insieme al Politecnico di Milano, alla Sisef e al Comune di Mantova). Piantare alberi ovunque in città. Un albero produce ogni anno 110 chili di ossigeno e assorbe centinaia di grammi di CO2. Da New York a Tirana e Shanghai, sempre più metropoli scelgono la strada della forestazione urbana. Un albero in città, un albero in età matura, da solo produce ogni anno 110 Kg di ossigeno; e assorbe centinaia di grammi di quel veleno invisibile prodotto soprattutto dal traffico che entra ogni giorno nei nostri polmoni. Un albero in città assorbe ogni anno circa 400 Kg di anidride carbonica. Quella CO2 che è per il 75% prodotta

dalle città del mondo e che è alle origini del riscaldamento del pianeta e dei cambiamenti nel clima: fenomeni che non solo i meteorologi, ma tutti noi, ogni giorno che passa, osserviamo con angoscia. Moltiplicare il numero degli alberi e delle altre piante presenti nelle città del mondo, sostituire con superfici verdi migliaia di ettari di asfalto e di lamiera (le macchine parcheggiate che spesso non usiamo), portare la natura vivente non solo nelle corti e lungo i viali, ma anche sulle facciate e sui tetti delle case, delle scuole, dei musei, dei centri commerciali non sono più soltanto gesti di sana ecologia, buone intenzioni di piccole minoranze sensibili all’ambiente, sono scelte necessarie se vogliamo che le nostre città, da principali cause del cambiamento climatico nel nostro pianeta, diventino le protagoniste di una sfida che ogni giorno diventa più difficile, ma che è ancora aperta e possibile: quella di provare a rallentare il riscaldamento del pianeta. Se è vero che la CO2 agisce come un fertilizzante per le

piante, portare i boschi e le foreste nelle città significa provare a sfidare il riscaldamento globale proprio dove si alimenta. Da New York, che pianta un milione di alberi, a Parigi che trasforma in orti i tetti degli edifici pubblici; da

Tirana che costruisce un immenso Bosco orbitale, a Shanghai che trasforma in campi da coltivare un’intera isola, le grandi città si stanno muovendo, spesso autonomamente rispetto alle politiche ambientali delle loro nazioni, per au-

mentare le superfici a parco, a giardino, a coltivazione, a verde condiviso. Piantare un albero è un gesto possibile a tutti, un atto di senso civico, un gesto che produce risultati immediati sul clima e sulla qualità della vita urbana.

Piante OGM per purificare l’aria di casa L’ingegneria genetica ha trasformato il pothos in un perfetto filtro antinquinamento Sempre più spesso (e giustamente) ci lamentiamo dell’inquinamento delle nostre città, ed il luogo di cui valutiamo raramente la qualità dell’aria, e il relativo inquinamento indoor, sono proprio le nostre case. Possiamo utilizzare filtri HEPA (dall’inglese High Efficiency Particulate Air filter), presenti in molti climatizzatori, aspirapolvere e cappe di aspirazione, per metterci al riparo da particelle di polvere e allergeni, ma alcuni composti dannosi sono troppo sottili per essere intrappolati in questo modo. È il caso di piccole molecole come il cloroformio, che è presente in quantità ridotte nell’acqua clorata, o il benzene, uno dei componenti naturali del petrolio, utilizzato come

antidetonante nelle benzine. Anche i più scettici nei confronti dell’ingegneria genetica potrebbero vedere i lati positivi del lavoro, pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology, dei ricercatori dell’Università di Washington: per rimuovere cloroformio e benzene dall’aria delle nostre case hanno modificato geneticamente una comune pianta

da appartamento, Epipremnum aureum, anche nota come pothos. Anche se l’intero processo ha richiesto più di due anni, la scelta degli scienziati è ricaduta su questa pianta da appartamento proprio perché robusta e capace di crescere in ogni tipo di condizioni. Queste piante “pimpate” esprimono una proteina, 2E1, in grado di trasformare questi composti in

molecole utili alla crescita della pianta stessa. A questo punto è stata testata in laboratorio la capacità di rimuovere gli inquinanti dall’aria da parte delle piante modificate, rispetto a quelle tradizionali: sono state poste entrambe sotto tubi di vetro, all’interno dei quali veniva aggiunto benzene o cloroformio. Per undici giorni i ricercatori hanno controllato le concentrazioni in ogni tubo. Le piante non modificate non erano state in grado di rimuovere le sostanze indesiderate, mentre quelle prodotte dal team avevano diminuito dell’82% la concentrazione di cloroformio dopo tre giorni, che, dopo sei giorni, risultava praticamente impossibile da rilevare all’interno del tubo. Anche con il benzene aveva

funzionato, ma più lentamente: dopo otto giorni la concentrazione era scesa circa del 75%. Per misurare agevolmente i cambiamenti si era fatto uso di una concentrazione di questi inquinanti decisamente superiore rispetto a quella presente nelle nostre abitazioni, ma chi ha condotto lo studio si aspetta che i risultati siano simili anche in appartamento. L’unico requisito per trasformare queste piante nelle nostre migliori amiche è assicurare la presenza di qualcosa in grado di muovere l’aria all’interno dell’appartamento: basta un ventilatore. Questo permetterebbe di purificare tutta l’aria e in tempi più brevi, anche se la nostra piccola compagna verde sta in un angolo. I.B.


Giardini per gli allergici: un progetto dedicato ai bambini L’indagine ha coivolto oltre duecento scolari tra gli otto e i dieci anni Rosario Maisto È nata una nuova ricerca che combina urbanizzazione e salute dei residenti, in particolare i bambini di età scolare che vivono a pochi chilometri da Palermo. Si tratta del progetto “Giardini per allergici”, condotto da un team multidisciplinare dell’Unità di ricerca di epidemiologia clinica e ambientale delle malattie polmonari e allergiche pediatriche (Ecampap) – Istituto di biomedicina e immunologia molecolare Alberto Monroy del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibim), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), dell’Arpa Emilia-Romagna e del Dipartimento di epidemiologia del Lazio (DepLazio), i cui risultati sono stati pubblicati su Environmental Health. Gli scolari coinvolti, in tutto 244 tra gli 8 e i 10 anni, hanno compilato un questionario per la valutazione dei sintomi respiratori, allergici e generali. Nell’area dove si trovano le scuole è attiva una delle due stazioni di misurazione di fondo del livello di inquinamento, non influenzata prevalentemente da emissioni specifiche cioè industrie, traffico, riscaldamento residenziale, ecc. Lo studio è stato condotto in una zona pianeg-

SOS fattorie in Italia In dieci anni persi più di un milione di animali Rosa Funaro

giante caratterizzata da intensive edificazioni, soprattutto insediamenti commerciali e alloggi pubblici, a circa 2km dalla discarica della città vicino Palermo e ha consentito di stimare l’indicatore grafico greenness di esposizione al verde (NDVI), attraverso misurazioni da satellite e l’indicatore di greyness, e la composizione del territorio, usando la classificazione (CLC), programma sviluppato dall'Agenzia Europea per l'Ambiente per il rilevamento e il monitoraggio delle caratteristiche di copertura e uso del territorio. Arpa Emilia-Romagna, infine, ha raccolto i dati sul biossido di azoto (NO2) in vicinanza di strade ad alto traffico. Gli elementi riscontrati sono poi stati elaborati ed associati, facendo emergere che i bambini che vivono in aree o città densamente cementificate, ri-

portano più sintomi oculari e generali - come cefalea e stanchezza - rispetto a quelli che vivono in aree meno cementificate. Anche vivere in prossimità di una strada ad alto traffico determina un aumento del rischio dei sintomi oculari tipo bruciore, lacrimazione, sensazione di sabbia negli occhi e nasali. Il risultato è dunque la necessità di una pianificazione urbana sostenibile a misura di bambino. La ricerca si inserisce nell’ambito della recente Prima Conferenza Mondiale su Inquinamento Atmosferico e Salute di Ginevra, in cui la Sanità ha fatto il punto sulla salute degli abitanti del Pianeta, lanciando un appello ai governi, al mondo sanitario e della ricerca di fare della lotta all’inquinamento atmosferico una priorità, perché il nostro futuro va tutelato ed il “Futuro” sono i nostri bambini!

Negli ultimi dieci anni le fattorie italiane hanno perso 1,7 milioni di animali allevati. Sono a rischio estinzione ben 130 razze tra le quali: 38 di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini. A lanciare l’allarme è la sempre presente Coldiretti. La perdita riguarda soprattutto la montagna e le aree interne del Paese, dove mancano le condizioni sociali ed economiche minime per garantire la permanenza di pastori e allevatori. Tra gli animali in pericolo: l’Asino Amiatino, originario della Toscana e la Chianina, regina tra le razze bovine italiane. Per quanto riguarda i cavalli: il Maremmano dalla storia antichissima, presente nel litorale tirrenico della bassa Toscana, il Pentro, cavallo originario del Molise, la Marchigiana diffusa in centro Italia, e il cavallo Haflinger, altoatesino dalla folta e setosa criniera. Tempi duri anche per il maiale nero casertano “Calvo”, che ha avuto la sua massima diffusione alla fine dell’800 per poi essere riscoperto in tempi recenti con allevamenti allo stato brado o semibrado, per la pecora Sopravissana e la Ancona, tipica gallina dalle penne a pois , entrambe diffuse nel Centro Italia. “Gli animali custoditi negli allevamenti italiani – spiega la Coldiretti – rappresentano un tesoro unico al mondo che va tutelato e protetto anche perché a rischio non c’è solo la biodiversità di preziose razze, ma anche il presidio di un territorio dove la manutenzione è garantita proprio dall’attività di allevamento, con il lavoro silenzioso di pulizia e di compattamento dei suoli svolto dagli animali”. L’allevamento italiano è senz’altro anche un importante comparto economico per il Paese: vale 17,3 miliardi di euro e rappresenta il 35 per cento dell’intera agricoltura nazionale, con un impatto rilevante anche dal punto di vista occupazionale dove sono circa 800mila le persone al lavoro.

In Cina gli scarafaggi mangiano i rifiuti In Cina, dove si producono più di 25mila tonnellate di spazzatura ogni giorno, precisamente a Jinan, alla periferia di Shandong, si allevano circa un miliardo di scarafaggi, ai quali vengono fornite 50 tonnellate giornaliere di rifiuti alimentari. Secondo il South China Morning Post solo nel 2017, a Pechino, sono state prodotte nove milioni di tonnellate di immondizia. Per risolvere il problema, ricercatori cinesi hanno pensato ad una soluzione alternativa: darli in pasto a questi insetti. Come spiega l’agenzia di stampa britannica Reuters, è negli stessi impianti di smaltimento dei rifiuti che ne vengono allevati

milioni e milioni: a Jinan, nell’impianto gestito dalla Shandong Qiaobin Agricultural Technology Co. si trovano ben un miliardo di bacherozzi, allevati per smaltire le circa 50 tonnellate di rifiuti quotidiani in cui vivono. L’azienda sta

pensando all’apertura di altri tre impianti entro il 2019, per smaltire circa un terzo dei rifiuti alimentari prodotti nella città da sette milioni di abitanti. Ma che cosa succede agli scarafaggi, dopo? Quando essi

muoiono diventano mangime per i maiali e altri animali da allevamento. In alcuni casi possono diventare anche componenti di farmaci, come avviene a Xichang. Sono utili per curare le ulcere orali e peptiche, le ferite della pelle e persino il cancro allo stomaco. I ricercatori stanno anche cercando di utilizzare l’estratto degli scarafaggi per maschere di bellezza, pillole dimagranti e persino trattamenti per la perdita dei capelli. Proprio a Xichang, nel Sichuan (sud-ovest del Paese), è presente il più grande allevamento di scarafaggi al mondo con 6 miliardi di esemplari,

fatti crescere a temperatura e umidità controllate, usando perfino strumenti di intelligenza artificiale. Esiste un pericolo però: se questi insetti dovessero trovare il modo di uscire dagli allevamenti, sarebbe una catastrofe, ma a questo l’operosità dei cinesi ha ovviato costruendo un fossato intorno agli allevamenti pieno di acqua e pesci. Se gli scarafaggi dovessero scappare, cadrebbero nel fossato e i pesci li mangeranno tutti. A ben vedersi tutte le ipotesi concrete e praticabili son prese in considerazione ed attuate per contenere ed aiutare nello smaltimento dei rifiuti. B.G.


Acritrionile: fibra di carbonio prodotta da scarti vegetali I primi dati lasciano ben sperare. Si può fare a meno del petrolio Fabiana Clemente Fibra di carbonio creata a partire dalle piante? Siamo abituati a considerare il petrolio la principale fonte. E invece non è frutto dell’immaginazione. Bensì una nuova realtà che si sta concretizzando. A lavorare in questa direzione è il National Renewable Energy Laboratory. Un team di ricercatori ha di recente diffuso risultati sulla conversione della biomassa lignocellulosica in una sostanza chimica a base biologica chiamata acrilonitrile, il precursore della produzione di fibra di carbonio. Composto organico, derivato dall’acido acrilico, usato per produrre fibre sintetiche (acriliche), resine termoplastiche, gomme sintetiche. È anche un componente della gomma sintetica. La dimerizzazione dell’acrilonitrile produce adiponitrile, utilizzato nella sintesi di alcuni tipi di nylon. Ergo, un’alternativa ecosostenibile. I produttori dei diversi mezzi di trasporto, stanno puntando su leggerezza e riduzione dell'impatto ambientale. Dalle auto alle biciclette, dagli aeroplani e alle navicelle spaziali, la fibra di carbonio è ormai presente. Cinque volte più resistente

dell'acciaio, due volte più rigida ma anche più leggera. Poliedrica in numerosi campi. Ma per limitare l’impiego di petrolio, si potrebbero sfruttare meglio delle alternative rinnovabili. L’acritrionile è una sostanza chimica prodotta oggi attraverso un complesso processo a base di petrolio su scala industriale. Il propilene, derivato dal petrolio o dal gas naturale, viene miscelato con ammoniaca, ossigeno e un catalizzatore. La reazione genera elevate quantità di calore e acido cianidrico, un sottoprodotto tossico. Anche il catalizzatore utilizzato per produrre l'acrilonitrile oggi è piuttosto complesso e costoso e i ricercatori non ne comprendono ancora completamente il meccanismo. Per lo studio di nuove idee per la produzione di acrilonitrile da materie prime rinnovabili, il Dipartimento dell'Energia (DOE) ha invitato vari laboratori di ricerca a produrre acrilonitrile dai rifiuti vegetali, come quelli derivanti dalla lavorazione del mais, dalla paglia di grano e di riso dai trucioli di legno. Si tratta della parte non commestibile della pianta che può essere scomposta in zuccheri,

a loro volta convertiti in una vasta gamma di prodotti a base biologica per uso quotidiano. Secondo gli scienziati dell'NREL, gli zuccheri di origine lignocellulosica provenienti da fonti rinnovabili potrebbero essere in grado di rendere la fibra di carbonio più economica e più ampiamente adottata per le applicazioni di trasporto di tutti i giorni. Per procedere in questa direzione, gli scienziati hanno quindi utilizzato un semplice catalizzatore per una reazione chimica chiamata nitrilazione. Meno costoso dell’equivalente utilizzato nel processo a base di petrolio. Non si produce inoltre calore in eccesso né acido cianidrico che è tossico. Il processo a base biologica genera come sottoprodotti solo acqua e alcol. Il prossimo step sarà incentrato sul ridimensionamento del processo in modo da produrre 50 chilogrammi di acrilonitrile. I ricercatori stanno collaborando con diverse aziende tra cui una società di catalizzatori per produrre quello necessario alle operazioni su scala pilota. I primi dati pubblicati su Science lasciano ben sperare. Si può fare a meno dell’utilizzo di petrolio.

Cotone sulla luna I primi semi sono germogliati Con soddisfazione si è raggiunto un altro traguardo per l’umanità nell’era della tecnologia spaziale e biologica, la sonda cinese Chang’e-4, allunata il 3 gennaio scorso sulla faccia nascosta della Luna, nell’emisfero sud, ha portato la Cina a raggiungere il primato mondiale di allunaggio sul suolo lunare, dalla parte opposta rispetto alla Terra, con grande gioia per il team, ha completato il primo esperimento biologico sulla superficie del nostro satellite, infatti, le foto provenienti dalla sonda, mostrano che i primi semi di cotone sono germogliati, ricordiamo che la sonda ha portato sulla Luna una mini “biosfera” progettata da 28 università cinesi guidate dall’Università di Chongqing della Cina sud-occidentale, questa scatola cilindrica realizzata con speciali materiali in lega di alluminio, pesa circa 3 kg, con dentro anche semi di patata, Arabidopsis (l’arabetta comune) e uova di bachi da seta e lieviti che, una volta nati, produrranno anidride carbonica, mentre le patate e i semi i cotone genereranno ossigeno attraverso la fotosintesi, ricreando così un piccolo e semplice ecosistema che verrà studiato nel dettaglio dagli scienziati tramite una piccola telecamera, ovviamente, tutta la strumentazione è progettata per resistere alle alte temperature del giorno (130 gradi) e al freddo della notte lunare (-240 gradi), e in questo esperimento si propone di accumulare le conoscenze per raggiungere una migliore comprensione della geologia lunare, dell’origine del nostro satellite e della sua evoluzione e chissà sperando anche di costruire una futura base lunare, nonché una residenza a lungo termine sulla Luna. A oggi, le ultime immagini che sono arrivate dalla sonda, mostrano che i germogli di cotone stanno crescendo bene, questi sono i risultati di numerosi test nei quali organismi analoghi, hanno sperimentato le severe e particolari condizioni ambientali a cui sono sottoposti i campioni sul nostro satellite, come bassa gravità, forti radiazioni solari e un’elevata escursione termica. Le abilità di coltivare piante sulla Luna saranno parte integrante delle missioni spaziali a lungo termine, come ad esempio i viaggi su Marte, il risultato al quale si assiste in queste ore è un primo passo verso una realtà, sempre più vicina, nella quale gli astronauti potenzialmente si potranno procurare il cibo nello spazio, in ambienti controllati, aumentando la sicurezza degli alimenti e riducendo pertanto la necessità di tornare sulla Terra per rifornirsi, un sogno che sta diventando realtà!. R.M.


LA SOSTENIBILITÀ DEI PROCESSI PRODUTTIVI Valutare l’impatto ambientale in ogni settore è fondamentale per il Pianeta Ilaria Buonfanti Tutte le attività umane hanno un certo impatto sull’ambiente e modificano non solo il paesaggio che ci circonda, ma l’economia e l’organizzazione sociale e culturale. Per valutare le condizioni e lo stato di salute del sistema ambiente si possono usare gli indicatori di sostenibilità. Sempre più persone si occupano di indicatori di sostenibilità ambientale nell’ambito dei processi produttivi, sia a livello mondiale che nazionale, regionale o di singolo prodotto. La ricerca è importante per sviluppare dinamiche produttive che diano benefici nel presente e, soprattutto, non vadano a compromettere i benefici delle generazioni future. Per valutare l’impatto di un processo

produttivo sull’ambiente, esistono specifiche metodologie scientifiche che permettono di convertire un valore di prodotto in un valore di impatto ambientale. I dati da cui si parte provengono quasi sempre da database ufficiali mentre la stima di impatto viene di volta in volta contestualizzata nelle singole analisi che vengono svolte. Consideriamo le emissioni di gas a effetto serra. Già a partire dalla fine del secolo scorso, molte aziende hanno cominciato a delocalizzare la loro produzione in Paesi meno sviluppati come Cina, India e Brasile separando, di fatto, il nucleo di produzione dal nucleo del consumo (rappresentato, per esempio, da Stati Uniti ed Europa). Ciò ha comportato anche uno spostamento delle emissioni di gas serra incorporate nel commercio internazionale, con una diminuzione nei Paesi di consumo e un aumento nei Paesi di produzione. Negli ultimi decenni, l’assegnazione delle emissioni si è sempre basata su un calcolo orientato al produttore. Recentemente invece, si cerca di seguire i flussi di emissione cercando di allocarli, quindi di contabilizzarli, al Paese di consumo finale: se un oggetto viene prodotto in Cina ed esportato negli Stati Uniti, la responsabilità delle emissioni fatte in Cina viene data agli Stati Uniti. Qual è l’importanza di un sistema contabile di questo tipo? Bisogna dimostrare che spesso il vir-

tuosismo manifestato dai Paesi consumatori in relazione alla riduzione di emissioni nazionali è, in realtà, un semplice spostamento di emissioni, che deve essere investigato, analizzato, capito e possibilmente ostacolato o quantomeno gestito. Anche perché non si tratta semplicemente di ridurre le emissioni a livello nazionale: i gas a effetto serra non hanno un effetto diretto sulla salute umana, rappresentano piuttosto un problema globale per cui rilasciarli in Cina o negli Stati Uniti non fa differenza. Anzi, lo stesso oggetto prodotto in uno Stato industrializzato spesso ha un impatto ambientale minore grazie all’uso di fonti energetiche al-

ternative o allo sviluppo di nuove tecnologie. Si sente molto parlare dell’impatto ambientale del settore agricolo e della produzione di cibo. Che indicatori di sostenibilità vengono usati in questi casi? Il più comune è la carbon footprint, quindi la quantità di diossido di carbonio (CO2) rilasciata nell’atmosfera. È stato dimostrato che l’impatto ambientale maggiore è dato da un’alimentazione a base di carne, quindi le diete vegetariane e vegane hanno una carbon footprint inferiore. Minore è l’impatto ambientale di ognuno di noi maggiori saranno i vantaggi futuri.

LIBRI IN CAMBIO DI RIFIUTI DA RICICLARE In provincia di Salerno “Non rifiutiamoci” e “Un libro in sospeso”, le due idee che fanno bene alla comunità Un’iniziativa con duplice valore. “Non rifiutiamoci” è il progetto di Michele Gentile che gestisce da più di trent’anni la libreria “Ex Libris Cafè” del comune salernitano di Polla. Allo slogan di “meno plastica, meno alluminio, più libri” l’idea è volta a ricavare guadagno dallo smaltimento dei materiali e, con i proventi, finanziare l’acquisto di libri. Grazie alla collaborazione con le scuole, “Non rifiutiamoci” nel 2018 ha raccolto tre quintali di alluminio il cui ricavato è stato rinvestito in libri per i ragazzi partecipanti. L’iniziativa continua nel 2019: per il nuovo anno sono già pronti 23 libri destinati al comune ligure di Bordighera, grazie ai genitori che hanno spinto per prendere parte, anche se a di-

stanza, al progetto. Un grande servizio per la comunità che va ben oltre le mansioni richieste dall’esercizio della professione di libraio. Commenta a tal proposito Michele Gentile all’Adnkronos che "la libreria è un presidio, non è un esercizio commerciale e il librario non è un commerciante, è un mestiere particolare, devi avere spirito di sacrificio". Proprio per questo che, prima ancora di “Non rifiutiamoci”, Gentile aveva lanciato un’altra iniziativa, quella del “Libro in sospeso”. Prendendo le mosse dalla famosa usanza del caffè sospeso partenopeo, infatti, il cliente può scegliere di acquistare due libri al posto di uno contribuendo a fornire lo scaffale dedicato ai libri in sospeso, grazie a cui le pagine

potranno finire nelle mani di chi non può permettersi di comprarli. Ma si può anche scegliere di donare i libri ai ragazzi che stanno scontando una pena detentiva nelle carceri minorili oppure al progetto di ricostituzione della libreria di Mosul, andata distrutta. O, infine, a chi raccoglie rifiuti riciclabili e li porta in libreria. Un grande impegno per una persona sola. Qualcosa si muove, ma Michele Gentile, che si definisce un “book clochard che elemosina libri da chiunque”, aggiunge con rammarico che " da una parte le persone leggono sempre meno, dall'altra le istituzioni non hanno attenzione per le librerie e l'utilità della lettura è sottovalutata. Io faccio quello

che posso ma se non c'è correlazione tra scuola, letteratura, istituzioni e librerie non si va da nessuna parte." Un caffè offerto all’umanità, diceva Luciano De Crescenzo del caffè sospeso, un libro of-

ferto all’umanità, potremmo dire dell’iniziativa di Gentile. Che, abbinata a “Non rifiutiamoci”, fa diventare una libreria un avamposto di legalità ed educazione civica. Con l’aiuto di tutti. A.E.


L’architettura dai mille colori di Friedensreich Hundertwasser Antonio Palumbo Friedensreich Hundertwasser (all’anagrafe Frederich Stowasser), uno dei pionieri più importanti della bioarchitettura, fu attivo prevalentemente a Vienna, dove era nato nel 1928 ed è morto nel 2000. Inizialmente pittore, diede vita al movimento artistico conosciuto come Transautomatismo, nel quale le sue coloratissime e fantasiose visioni prefigurano ciò che egli avrebbe in seguito sviluppato in forma di teorie e realizzazioni di edifici. Nel 1958 l’artista si avvicinò ufficialmente al mondo dell’architettura, esordendo con la pubblicazione di un manifesto contro il razionalismo, il quale rappresentava anche il programma di quella personalissima visione organica che gli ha consentito di generare opere come la Hundertwasserhaus, caratterizzate da uno stile i cui tratti distintivi sono l’irregolarità e la naturalistica vitalità delle soluzioni adottate. In tal senso, la connotazione distintiva del pittore-architetto austriaco è data dalla combinazione dei colori delle sue dimore con una vera e propria “invasione” degli elementi naturali, che vanno a fondersi con i volumi architettonici, con le coperture e con le facciate dei suoi edifici in maniera del tutto singolare, dando vita a realizzazioni il cui livello di integrazione estetica dell’artificio con l’ambiente naturale non ha uguali nella storia dell’architettura e, in termini valoriali, può essere paragonato, per certi versi, ai principi costruttivi che ispirarono il grande Antoni Gaudí. In definitiva, l’intenzione di Hundertwasser è quella di reintrodurre, nella concezione dell’abitare, un’alleanza tra l’uomo e l’ambiente naturale in grado di considerare le prerogative di entrambi: di qui il rifiuto di tanta architettura razionalista, che ha fatto di lui uno dei più convinti costruttori “organici” e, per inciso, uno dei migliori di sempre. Di primo acchito, le opere di

Hundertwasser sembrano uscite da un libro di favole per bambini: le loro coloratissime componenti (facciate, finestre, camini, elementi di copertura, ecc.) paiono combinarsi con alberi, arbusti e tetti verdi con giocosa e quasi infantile vivacità compositiva, ma, ad un più attento ed approfondito sguardo, si colgono, con immediatezza, tutti quegli elementi e caratteristiche che ne fanno, tuttora, dei capisaldi della bioarchitettura. Per tratteggiare i connotati essenziali dell’eccentrica e straordinaria produzione del pittore-architetto austriaco basterebbe soffermarsi, brevemente, sull’analisi della sua opera più nota: la Hundertwasserhaus di Vienna (1983-1986). Qui la singolare capacità creativa dell’autore si combina mirabilmente con sorprendenti modalità di inserimento degli elementi naturali. Hundertwasser rompe i tradizionali schemi di allineamento delle bucature in facciata e la sua visione utopica concepisce i fronti dei volumi come un vero e proprio “puzzle” di colori, che si articolano lungo linee ondeggianti, forme scomposte, coperture integrate con alberi,

arbusti e rampicanti, elementi e cupolette che strizzano l’occhio al Barocco e, perfino, all’arte mudéjar: si tratta, in realtà, di uno degli esempi più belli e riusciti della storia dell’architettura di come si possa costruire accoppiando principi naturali e creatività estetica per stimolare nell’uomo - il quale rappresenta poi l’utilizzatore finale di quelle creazioni - una rinnovata attenzione per l’ambiente che lo circonda e, in definitiva, per la vita.


Cambiare dieta per migliorare la salute del Pianeta È indispensabile e non più inderogabile, modificare tipo di alimentazione Tina Pollice La salute della Terra è alquanto compromessa e per migliorare la situazione non sono più sufficienti solo le politiche ambientali, partite in ritardo rispetto ai programmi stabiliti, ma, anche la… dieta. Che cosa c’entra la dieta, l’alimentazione con l’inquinamento? C’entra. È risaputo e riconosciuto che la carne rossa fornisce una nutrizione senza pari ed è una parte importante di una dieta equilibrata. Una dieta equilibrata che includa carne rossa assicura, senza bisogno di integratori, un apporto naturale adeguato di sostanze nutritive essenziali tra cui ferro, zinco e vitamine del gruppo B. Solo con un cambiamento dei nostri stili di vita potremmo affrontare il cambiamento climatico e le sfide ad esso legate. Orbene, una commissione

di 37 esperti provenienti da 16 paesi con competenze in materia di salute, nutrizione e sostenibilità ambientale, ha pubblicato la “Planetary Health Diet”, vale a dire una dieta che, se applicata, porterebbe a ridurre le emissioni di gas serra a livelli compatibili con l'accordo di Parigi (2015), e, a migliorare la salute dei 10 miliardi di persone che popoleranno il pianeta nel 2050. Anche secondo lo studio del World Economic Forum, bilanciare il regime alimentare introducendo proteine alternative, e limitando il consumo di carne, porterebbe a ridurre drasticamente, di circa un quarto, le emissioni di gas serra, e potrebbe al contempo ridurre del 5% le morti preventivate ogni anno, con milioni di vite risparmiate. È quindi la produzione intensiva di carne di manzo responsabile di un quarto delle emissioni dei gas

serra legate agli alimenti: il manzo ha infatti un’intensità di emissione pari a 23,9 kg di CO2 per un equivalente di 200 Kcal, altre fonti proteiche come fagioli, insetti, grano e nocciole emettono circa 1 kg di CO2 per un equivalente analogo di valore nutrizionale. Altre fonti proteiche quali tofu, maiale, alghe e pollo producono invece dai 3 ai 6 kg di CO2 equivalenti. In particolare, lo studio analizza 13 fonti di proteine che includono: manzo, maiale e pollo; frutta e vegetali che possono essere consumati freschi o lavorati, come fagioli e piselli; sostituti proteici non animali lavorati come tofu, prodotti di glutine di frumento o microproteine; nuovi prodotti come carne di coltura, insetti e alga spirulina. Consumare meno carne di manzo, sostituendola con proteine alternative, invece, potrebbe incidere sul numero dei decessi legato alla

dieta alimentare del 2,4% con un picco del 5% nei Paesi più ricchi. Dal momento che sarà impossibile soddisfare in modo sostenibile la domanda futura di carni a livello mondiale, lo studio del WEF dimostra che può invece essere possibile produrre abbastanza nutrimento per 10 miliardi di persone nel mondo, migliorare la salute delle persone e del pianeta senza eliminare la carne totalmente a patto di utilizzare produzioni innovative ridurre l’allevamento intensivo e adottare uno stile alimentare vario e bilanciato. Da qui anche il richiamo agli allevatori per l’utilizzo di mangimi innovativi per gli animali, a partire dagli insetti. Diviene sempre più importante e non più rimandabile ottimizzare l'allevamento animale per rendere i nostri ambienti e sistemi alimentari più sostenibili e le nostre popolazioni più sane.

Le tendenze del mercato sono sempre più a favore dei prodotti biologici, soprattutto per uova, confetture e biscotti

Italiani sempre più bio, già dalla colazione Alessia Esposito La tavola degli italiani è sempre più bio, soprattutto al mattino. Lo rivelano i dati Nomisma sul mercato bio del nostro Paese. L’indagine è stata presentata da Assobio in occasione di Marca 2019, il grande Salone internazionale sui prodotti a Marca del Distributore tenutosi questo gennaio a Bologna. Nata nel 2006 con 11 imprese, oggi Assobio conta 98 associate che rappresentano oltre la metà del mercato nazionale. Ha come obiettivo il miglioramento della qualità e della diffusione dei prodotti biologici, la tutela e il sostegno allo sviluppo delle imprese. Un comparto che anno dopo anno registra una crescita sempre maggiore. I dati presentati a Marca 2019 fanno registrare un incremento

dell’8% per un totale di vendite che superano i 3,5 miliardi di euro. Nella top ten dei prodotti più venduti ci sono quelli per la prima colazione: uova, confetture, gallette di cereali soffiati, bevande sostitutive del latte, latte fresco, pasta di semola, olio evo, yogurt intero, verdura

IV gamma, biscotti. Acquisti che vengono effettuati per il 45% grazie alla grande distribuzione per ragioni di comodità, convenienza e assortimento facendo assumere alla GDO un peso sempre maggiore con uno sviluppo del 14%. Un peso che non è solo quello della distribu-

zione, ma si estende anche alla produzione. Gli acquisti dei prodotti a marca del distributore rappresentano, secondo le fonti Nielsen, il 41 % con una crescita dell’11%. La direttrice delle scelte, inoltre, stando ai dati raccolti, non è solo il biologico, ma anche la sostenibilità in termini ecologici. Se il 52% del campione dice che si tratta di una scelta di salute, il 47 % la attribuisce a ragioni di sicurezza alimentare, mentre il 26% sceglie bio per ragioni di ecocompatibilità. A influenzare il processo d’acquisto anche l’origine italiana delle materie prime, la qualità degli ingredienti e la filiera di produzione. Commenta il Presidente di AssoBio Roberto Zanoni: “I nuovi dati confermano una volta di più che non si tratta di una moda, ma che la scelta bio si sta

consolidando in maniera consapevole a livello internazionale. Un fenomeno che sta prendendo piede sempre di più in Italia, in tutta Europa, ma anche ovunque nel mondo, basti pensare alle performance delle nostre aziende in paesi come gli USA, la Cina e il Giappone. L’interesse del consumatore nei confronti di prodotti naturali, semplici e a basso impatto ambientale si rivela un’esigenza diffusa. E il disegno di legge sul biologico, approvato a grande maggioranza alla Camera e ora in discussione al Senato, una volta emanato ci consentirà di rafforzare ulteriormente un settore che ci vede leader a livello mondiale”. Insomma il cambiamento è tanto significativo da poterlo definire un vero e proprio mutamento nelle abitudini dei consumatori.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Eduardo Scarpetta, padre del teatro moderno Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Eduardo Scarpetta (Napoli, 12 marzo 1853 – Napoli, 29 novembre 1925), attore e commediografo, fu il capostipite della dinastia teatrale degli Scarpetta-De Filippo. Il padre di Eduardo Scarpetta era un funzionario statale ed Eduardo, già a quindici anni, entrò in una compagnia teatrale per passione e anche per assicurare un sostegno alla famiglia. Era il 1868be dopo dieci anni era già capocomico della compagnia del famoso Petito. In quegli anni inizia il successo del suo personaggio più amato: Felice Sciosciammocca, sintesi di goffaggine affettata e di una ingenua furbizia e Perito, intuendone la forza tea-

trale, scrisse per Scarpetta/Felice alcune farse affiancandolo a Pulcinella (Feliciello mariuolo de 'na pizza e Felice Sciosciammocca creduto guaglione 'e n'anno). Con la morte di Petito lascia il San Carlino e allestisce in autonomia un teatro in un baraccone sul molo di Napoli per ritornare,

con successo, al San Carlino (Don Felice maestro di calligrafia meglio conosciuta come Lu curaggio de nu pumpiere napulitano). L'anno successivo viene scritturato per una tournée a livello nazionale. Rinnovò il teatro inanellando una lunga serie di successi che lo fecero diventare un vero e

proprio idolo e non solo a Napoli e anche il patrimonio diventa consistente (case e ville nella zona di Chiaia e carrozze). Dal 1876 prende in moglie Rosa De Filippo e, forse, intreccia in seguito una relazione amorosa con la nipote Luisa De Filippo (da lei avrebbe avuto i figli Eduardo,

Peppino e Titina). Dalla moglie ebbe, invece, i figli Domenico e Vincenzo. Memorabile, nel 1889, il successo di Na Santarella al Teatro Sannazaro (da lì la sua villa "La Santarella" al Vomero con la famosa scritta irriverente e scarpettiana: "Qui rido io"). segue a pag.15


segue da pagina 14 In seguito la celeberrima Miseria e nobiltà (tre versioni per il cinema, compresa quella di Totò nel 1954) con la prima apparizione teatrale del figlio dodicenne Vincenzo nei panni di Peppeniello. Fu, del resto, lui stesso anche un apprezzato attore cinematografico agli inizi della storia del cinema. Erano gli anni anche dei cafè chantant ma l'investimento del suo Salone Margherita (sotto la Galleria Umberto) non si rivelarono felici. La trasposizione comica della Figlia di Iorio di D'Annunzio (Il figlio di Iorio) gli costò un insuccesso clamoroso, un processo (alla fine vinse) e tante critiche per aver "osato" attaccare il "vate" abruzzese (lo difese solo Benedetto Croce). La fondazione del Teatro Salone Margherita, il primo grande varietà napoletano, costruito nei sotterranei della nuova Galleria Umberto I, cominciò a minare le fortune del commediografo, che in risposta alla nuova moda si ripresentò al pubblico con un suo Cafè-chantant, ma il colpo di grazia gli arrivò nel 1904, quando fu protagonista suo malgrado di una delle più clamorose vicende teatrali dell'epoca: quella riguardante la parodia de La figlia

di Iorio di Gabriele d'Annunzio, che gli procurò un cocente insuccesso (D'Annunzio addirittura lo trascinò in tribunale per una memorabile causa durata tre anni, dal 1906 al 1908, che comunque Scarpetta vinse) e tante amarezze. Moltissime sono le critiche di questi anni, soprattutto da parte di Salvatore Di Giacomo e Roberto Bracco. Unica voce in sua difesa fu quella di Benedetto Croce. La delusione fu forte e, dopo alcuni allestimenti minori e dopo aver passato al figlio Vincenzo il testimone del personaggio di Sciosciammocca, si ritirò dalle scene nel 1909 e morì nel 1925, all'età di 72 anni (funerali imponenti con corpo imbalsamato e bara di vetro fino alla Cappella di famiglia nel cimitero di Santa Maria del Pianto a Napoli. Numerosissime (anche oggi) le rappresentazioni delle sue commedie ancora cariche di una forza conica semplice, genuina ed efficace: nei suoi testi non ritroviamo (ancora) la profondità di un Pirandello o di un Eduardo ma possiamo dire senz'altro che senza il suo teatro (figlio di una tradizione antichissima) non avremmo avuto l'evoluzione del teatro napoletano e italiano moderno.

Le Opere di Scarpetta 1875 - Gelusia ovvero Ammore spusalizio e gelusia 1876 - Ov'è mammà? 1876 - Na commedia 'e tre atte 1876 - Quinnice solde so' cchiù assaie de seimilalire 1876 - È buscia o verità? 1877 - Felice maestro di callegrafia ovvero Lu curaggio de nu pompiere napulitano 1879 - Feliciello e Feliciella 1879 - Li testamenti di Parasacco 1879 - La collana d'oro 1880 - L'Accademia disturbata 1880 - Le treccia dell'Imperatore 1880 - La Presentazione de 'na compagnia ovvero Felice direttore di compagnia 1880 - Tetillo (da Bébé di Alfred Hennequin) 1880 - Mettiteve a fa l'ammore cu me! (da Fatemi la corte di Salvestri) 1880 - Li Piscivinnole napulitane 1880 - Tric Trac (da Tric Trac di Guarino) 1880 - Lu pescecane 1880 - Nu zio ciuccio e 'nu nepote scemo (da Il finto medico di F. Cerlone) 1880 - Duje marite 'mbrugliune (da Les dominos roses di A. Hennequin e A. Delacour) 1880 - Bazzicotto 1880 - Il non plus ultra della disperazione ovvero La Battaglia del Rigoletto; I duelli; Lu Pagnottino. 1881 - Lo scarfalietto (da La Boule di Meilhac e Halévy) 1881 - Vi' che m'ha fatto frateme 1881 - Tetillo 'nzurato 1881 - Le Bravure di Don Felice 1881 - La posta in quarta pagina 1881 - Tre pecore viziose 1881 - L'amico 'e papà 1881 - No pasticcio 1881 - La casa numero sette 1882 - Il romanzo di un farmacista povero 1882 - 'A fortuna 'e Feliciello 1882 - Nun la trovo a mmaretà 1882 - La nutriccia 1882 - Fifì 1882 - No quartino a lu quinto piano 1882 - Na commedia a vapore 1883 - 'Nu frongillo cecato 1883 - Amore e polenta 1883 - Na paglia 'e Firenze 1883 - Na furnata de paura 1883 - Na tombola 'e duemila lire 1883 - Nu buono giuvinotto 1883 - S'ha da dì o no? 1883 - La signorina Piripipì 1883 - Nu casino sotto a lu Vesuvio 1884 - Na capa sciacquata 1884 - La calamita 1884 - Nu brutto difetto 1884 - Na matassa 'mbrugliata 1885 - Na società 'e marite 1885 - Un'agenzia di matrimoni 1885 - Li nepute de lu sinneco (da Le Droit d'un aîné di Burani) 1885 - Lu marito de Nannina (da 115, rue Pigalle di Alexandre Bisson) 1886 - O viaggio 'e nozze 1887 - Nu bastone 'e fuoco

1888 - Miseria e nobiltà 1888 - Nu turco napulitano (da Le Parisien di A. Hennequin) 1889 - Lu miedeco de li femmene ovvero Il dottor Suricillo 1889 - 'Na Santarella (da Mam'zelle Nitouche, di Henri Meilhac e Albert Millaud) 1889 - Girolino e Pirolé 1890 - Pazzie di Carnevale (da Le Metamorfosi di Pulcinella (Scenario dell'Arte) di Antonio Petito) 1890 - Il Matrimonio di stella 1890 - Casà Bignè 1890 - Na stampa e doje figure 1891 - Il capitano Saetta 1892 - Guerra agli uomini 1892 - Cocò 1893 - Na mugliera scurnosa 1893 - Lu Cafè Chantant 1893 - Li cafune a Napule 1893 - Lily e Mimì 1894 - Nu ministro mmiezzo a li guaie (da I fastidi d'un grand'uomo di Eraldo Baretti) 1894 - Li mariuole ovvero La Contessa tre cape 1894 - Farfariello 1894 - Tre cazune furtunate' 1895 - Na bona guagliona 1895 - La casa vecchia 1896 - La Bohème 1896 - I tre soci 1896 - L'albergo del silenzio 1897 - Le due stelle 1897 - Casa Pipiton 1897 - La belle sciantose 1897 - Zetiallo, vidovo e nzurato 1897 - 'Na mascatura inglese 1898 - Nina Boné 1898 - Nu cane bastardo 1899 - Madama Ficcarelli 1899 - 'Na creatura sperduta 1899 - La pupa mobile 1899 - 'A cammerera nova 1899 - Duje chiapparielle 1899 - Na figliola romantica 1900 - A figlia 'e don Gennaro 1900 - A nanassa 1901 - Cane e gatte 1901 - Tutti in viaggio 1901 - Il debutto di Gemma 1902 - Carcere e matrimonio 1902 - A Mosca 1902 - Madama Rollé 1902 - Madama Sangenella 1902 - O balcone 'e Rusinella 1903 - Na mugliera africana 1903 - Nu figlio a pusticcio 1903 - Il processo fiaschella 1903 - Li mmale lengue 1904 - 'Nu core d'angelo 1904 - Il figlio di Iorio 1905 - La geisha 1907 - Na mugliera zetella 1907 - Na brutta pazzia 1908 - O miedeco d'e pazze 1909 - La coda del diavolo 1915 - Tre epoche 1923 - Nu disastro ferroviario 1924 - Woronoff


Il Futurismo del primo ventennio in mostra a Napoli Atavico il legame tra la città partenopea e il movimento d’avanguardia La trecentesca Cappella Palatina del Maschio Angioino ospiterà, ancora per pochi giorni, fino al prossimo 17 febbraio, sessantaquattro opere del movimento futurista. “Abbiate fiducia nel progresso, che ha sempre ragione, anche quando ha torto, perché è il movimento, la vita, la lotta, la speranza”. Queste le parole-manifesto dello scrittore Filippo Tommaso Marinetti, sulle quali il visitatore attento e curioso si può soffermare prima di immergersi nella visione dei capolavori futuristi. Parole che rappresentano in sintesi il fulcro della concezione, propria del Futurismo letterario e pittorico, dei cambiamenti apportati alla vita dell’uomo dalla modernità in una tensione verso il consumismo frenetico ed esasperato. Una precedente mostra dedicata a questa corrente è stata organizzata a Napoli, a cura di Achille Bonito Oliva, nel 2009 in occasione del centenario della nascita del movimento. In realtà il legame con la città di Napoli è atavico: il 14 febbraio 1909, la rivista “La Tavola Rotonda” delle edizioni Bideri pubblicò il manifesto futurista di Marinetti, sei giorni prima del giornale francese “Le Figaro”. In più pochi mesi dopo fu organizzata una serata futurista al

teatro Mercadante, cui parteciparono gli intellettuali partenopei dell’epoca, da Croce a Scarpetta, da Scarfoglio a Matilde Serao, oltre a politici, professionisti e tanti giornalisti. Nel 1914 venne poi organizzata una mostra alla Galleria Sprovieri con opere di Boccioni, Balla e Severini e spettacoli di cabaret di Francesco Cangiullo, amico di Marinetti e personaggio chiave del futurismo napoletano e italiano, che ideò, tra l’altro, “Piedigrotta”, scherzoso poema parolibero ispirato alla omonima festa napoletana. La mostra si concentra proprio su quegli anni: i quadri esposti, provenienti da collezioni private, risalgono al primo ventennio del Novecento. Numerose le opere di Balla, uno degli artisti cardine del movimento, dalla

produzione eclettica e florida, da alcuni definito il “genio futurista”. Fra tutte si fa notare “Estate”, risalente al 1918: la costruzione del quadro è concepita come organismo totale dove la cornice è con esso un

tutt’uno nella forma e nei colori. Diverse le opere che si concentrano sul movimento delle macchine, dalla bicicletta (“Bicicletta, fusione di paesaggio. Idolo meccanico”, Fillia, 1924) alla motocicletta (“Motocicli-

sta”, Gerardo Dottori, 1914) ai treni (“Dinamismo di un treno in corsa nella notte”, Luigi Russolo, 1911 circa), in un gioco maestoso di contorsioni e girandole di forme e arcobaleni di colori, con il conseguente richiamo al tema del rumore, già allora così contemporaneo (“Rumoristica Plastica Baltrr”, Giacomo Balla, 1914). Quest’opera esprime il ritmo ripetuto del suono (tach, tech, teeech, taaa), in discesa diagonale lungo dei gradini colorati. È possibile ammirare tra gli altri “Simultaneità architettonica” di Enrico Prampolini, considerato uno degli esempi più compiuti dell’arte meccanica futurista, quadro simbolo che racchiude il senso dell’interazione tra il paesaggio e l’opera meccanica. F.DEC

Al via a Napoli i corsi per volontari della Lega del Filo d’Oro Non solo un percorso formativo ma un vero e proprio percorso di vita Rosemary Fanelli Ripartiranno il prossimo mese, in otto diverse regioni italiane, i corsi di formazione per i nuovi volontari della Lega del Filo d'Oro. L’iniziativa si svolgerà presso varie sedi dell’Associazione, tra le quali Napoli, dove sarà possibile partecipare a corsi gratuiti, utili per avvicinarsi al mondo delle persone con sordocecità e pluriminorazioni psicosensoriali, scoprire i loro bisogni e le modalità più corrette per favorirne l’integrazione sociale. I corsi saranno articolati in lezioni teoriche e pratiche, durante le quali le nuove leve saranno affiancate da esperti ed operatori del settore. Questa iniziativa rappresenta una grande opportunità

per la crescita sociale: i volontari, infatti, sono una risorsa preziosa per i diversamente abili perché permettono loro di diversificare la loro quotidianità, troppo spesso avvolta nelle difficoltà e nella solitudine, con relazioni di amicizia, ma anche con un supporto pratico e concreto, favorendone

l’integrazione mediante attività ricreative e di socializzazione. Tale percorso arricchisce nel contempo anche i volontari, che hanno l’occasione di seguire, accanto al percorso formativo, un vero e proprio percorso di vita. Purtroppo essi rappresentano ancora un numero esiguo anche a causa dell’impegno e

della costanza richiesta. Come evidenziato dall’ultimo studio condotto in tema di volontariato e pubblicato sul sito di “Redattore Sociale”, la maggior parte delle associazioni opera nel campo dell’assistenza sociale (11.812) e della sanità (9.098). Seguono quelle che si occupano di cultura, sport e ricreazione. Anziani e minori rappresentano i principali utenti, con il 25,4%, mentre si dedicano a malati e disabili solo il 18% delle organizzazioni. Di nomadi, immigrati o profughi si occupano invece solo il 5,7 % . Al nord ed al centro si trovano invece oltre la metà delle associazioni. Pochi i numeri che riguardano i volontari veri e propri, dato che la metà delle associazioni

opera con meno di 16 volontari: solo il 15% ne ha un numero superiore a 50. Il volontariato richiede serietà e continuità, nel caso specifico della Lega del Filo d’Oro è richiesta la disponibilità a svolgere un servizio con cadenza settimanale o quindicinale. L’impegno richiesto è esiguo, ma proprio a causa dell’importanza e delle problematiche con cui combattono quotidianamente i diversamente abili da affiancare, sono richieste serietà e dedizione. Chi è davvero interessato all’iniziativa può segnalarne l’interesse fino al 15 marzo, lasciando i propri dati direttamente sul sito dell’associazione www.legadelfilodoro.it o contattando il numero 071. 72451.


Arriva dalla Svezia la Potato Plastic La plastica amica dell’ambiente ottenuta dalle patate Cristina Abbrunzo Il futuro, si sa, è sempre più orientato alla sostenibilità ambientale e non passa giorno senza che un’idea rivoluzionaria arrivi a ridefinire le nostre certezze. Niente ormai deve più sorprenderci. Avreste mai pensato, ad esempio, di ritrovarvi un giorno a mangiare con delle posate fatte addirittura di patate? Si avete capito bene: patate! Al forno, bollite, fritte, a puré e gratinate: le patate sono uno degli alimenti più universali, si trovano ovunque e l’unico limite è la fantasia. Fette e bucce, poi, sono uno dei più antichi rimedi naturali che esistono: l’amido ha un effetto lenitivo sulla pelle in caso di scottature, attenua borse e occhiaie sotto agli occhi, allevia il mal di testa e secondo qualcuno combatte perfino l’insonnia. Ma le meraviglie del tubero che, secondo la FAO, ha una produzione mondiale di 367 milioni di tonnellate, non finiscono qui. Pontus Törnqvist, 24 anni, svedese, studente di design alla Lund University di Göteborg, ha recentemente condotto una ricerca sperimentale che lo ha portato (a dire il vero anche un po' per caso) alla creazione della prima plastica ecologica ottenuta a partire dagli scarti delle patate. Per l’esattezza, fecola di patate, acqua e glicerina: sono tre gli ingredienti, ecologici e

biodegradabili, per creare la plastica” del futuro. Si chiama Potato Plastic e, come spiega Törnqvist, è in realtà frutto di un fortunato errore, dal momento che gli ingredienti da utilizzare inizialmente come base di questa ecoplastica dovevano essere le alghe. Per tenerle insieme, il giovane ricercatore ha scelto proprio la fecola di patate mescolata con acqua, che ha scoperto trasformarsi in una pellicola sottile e simile alla plastica una volta asciutta. Da lì, il cambio di programma: messe da parte le alghe, era necessario trovare un ingrediente che rendesse quel materiale così interessante un po’ più flessibile ed elastico, e la glicerina si è rivelata perfetta. Il procedimento per creare la Potato Plastic è estremamente semplice: siamo di fronte a una termoplastica resa malleabile dal calore, che si degrada naturalmente in soli due mesi e che tramite l’impiego di semplici stampi permette di creare forchette, coltelli, cucchiai, bicchieri e piccole buste eco. Utensili, questi, pensati principalmente per l’utilizzo all’interno dei fast food, che saranno costretti di qui a poco a fare i conti con la normativa UE che ha messo al bando la plastica usa e getta entro il 2021. Un’invenzione talmente degna di nota che ha permesso al giovane Törnqvist di vincere la tappa svedese del “James Dyson Awards” 2018 per il design, competizione internazio-

nale che premia le idee rivoluzionarie in campo ingegneristico. La vittoria gli ha permesso di ottenere un premio di 30 mila corone svedesi (circa 3 mila euro) che verrà investito per perfezionare l’invenzione – specialmente dal punto di vista estetico, aspetto che è stato lasciato momentaneamente da parte in favore di una resa funzionale – e di partecipare così alla seconda fase della competizione, durante la quale il giovane gareggerà con altri 26 concorrenti provenienti da tutto il mondo. Il vincitore finale della gara otterrà un premio di 340 mila corone svedesi (circa 35 mila euro), utili per dare avvio a un progetto su scala internazionale.

“Mi interessava trovare delle soluzioni per risolvere il problema della vita post utilizzo dei materiali plastici usa e getta – ha dichiarato il giovane – partendo dalla considerazione della gigantesca sproporzione tra il loro tempo medio di uso nella nostra vita quotidiana (circa 20 minuti) e la loro durata quando vengono rilasciati nell’ambiente (450 anni)”. Ma non è tutto, perché la Potato Plastic promette anche di risolvere il problema dello spreco di cibo e dei rifiuti causati dagli scarti della lavorazione delle patate, che rappresentano oggi una delle maggiori coltivazioni in Svezia. “Circa il 20% delle patate

coltivate nel mio paese viene scartato per produrre amido. Con questa invenzione abbiamo un grande vantaggio ecologico ed economico perché utilizziamo i rifiuti che abbiamo già, invece di crearne di nuovi” conclude il giovane. L’ampiezza e l’ambizione delle tante idee che stanno nascendo, soprattutto dai giovani, è non solo stimolante, ma quasi commovente. Vedere giovani ingegneri, studenti, ricercatori in erba essere così irrequieti e attivi di fronte alle problematiche globali ci riempie di speranza e ci dimostra come concetti semplici e geniali hanno il potere di rivoluzionare il modo in cui vivono le persone.


L’accesso civico generalizzato agli atti di una gara d’appalto È ammessa la domanda avanzata dalla ditta non partecipante Felicia De Capua La questione della compatibilità dell’accesso civico generalizzato con gli atti di gara sembra non trovare uniforme orientamento tra i giudici amministrativi di primo grado. In controtendenza con precedenti decisioni, il Tar Lombardia, sez. IV, con la sentenza 11 gennaio 2019, n. 45, statuisce che il c.d. accesso civico generalizzato può applicarsi anche ai procedimenti di appalto delle pubbliche amministrazioni. I giudici lombardi affermano che non è sufficiente a negare l’applicazione dell’accesso civico generalizzato, il richiamo all’art. 5 bis del D.Lgs 33/2013, secondo cui è escluso «nei casi di segreto di Stato e negli altri casi di divieti di accesso o divulgazione previsti dalla legge, ivi compresi i casi in cui l’accesso è subordinato dalla disciplina vigente al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all’articolo 24, comma 1, della legge n. 241 del 1990». Nel caso in specie la società ri-

corrente, a seguito del diniego delle offerte tecniche ed economiche di una gara cui non ha partecipato, ricorrendo al TAR rivendica il proprio diritto di accesso sia con riguardo alla L. 241/1990 e al D.Lgs. 50/2016, art. 53 (codice dei contratti pubblici) sia con riferimento del D.Lgs. 33/2013 s.m.i., art. 5 comma 2. Invero

i giudici lombardi colgono l’occasione per rammentare con chiarezza che la mancata partecipazione ad una procedura non implica di per sé l’esclusione da ogni pretesa di accesso ai documenti (cfr. TAR Veneto, sez. I, 10.1.2017, n. 16). L’accesso in materia di appalti può essere vietato negli stessi limiti in cui ciò av-

viene per i partecipanti alla gara, quindi, fino a che questa non sarà terminata, ma non può essere escluso in via definitiva, se non per quanto stabilito da diverse disposizioni. Di poi il Tar Lombardia afferma che in astratto non ci sono motivi per negare l’accesso civico nei confronti della documentazione amministra-

tiva presentata in gara. La motivazione del diniego addotta dall’amministrazione appaltante è considerata illegittima in quanto si risolve in un mero richiamo alla norma preclusiva dell’ostensione, senza un preciso riferimento alle circostanze fattuali e giuridiche impeditive dell’accesso civico. Conseguentemente il TAR accoglie il ricorso, demandando all’amministrazione la previsione motivata delle ipotesi di preclusione all’accesso alle offerte, secondo i vincoli posti dalla disciplina in materia. Per effetto dell’accoglimento del ricorso, l’amministrazione interessata è onerata di una nuova valutazione dell’accesso, anche di quello civico, con interpello delle imprese interessate e con eventuale successiva valutazione di un rilascio dei documenti o parti di essi non coperti da esigenze di riservatezza ai sensi della normativa (in particolare l’art. 5 bis comma 2 del D.Lgs. 33/2013 s.m.i. oppure l’art. 24 della L. 241/1990).

Viaggio nelle leggi ambientali ACQUE REFLUE La lettera normativa è chiara nell’attrarre alla nozione di acque reflue urbane, di cui alla lett. i) dell’art. 74 del D.L.vo 152/2006 anche i reflui misti cioè caratterizzati dal miscuglio tra acque reflue domestiche, acque reflue industriali e acque meteoriche. La legge si limita a parlare di “miscuglio di acque reflue domestiche, di acque reflue industriali ovvero meteoriche di dilavamento convogliate in reti fognarie”, senza esigere espressamente che detto “miscuglio” avvenga sin dall’immissione in fognatura. Tuttavia, per potersi parlare di acque urbane le stesse devono essere composte in prevalenza da acque domestiche e solo in minore percentuale da acque industriali, sicché laddove il miscuglio veda la prevalenza di acque domestiche

rispetto alle acque industriali il refluo risultante è da considerare urbano, anziché industriale. Di conseguenza, in caso di miscelazione di reflui di diversa natura, il criterio da utilizzare per stabilire la natura della risultante è quello relativo al “refluo quantitativamente prevalente”: ove prevalgano i “reflui urbani”, il prodotto della miscelazione dovrà essere considerato, agli effetti di legge, della stessa natura, a prescindere dal luogo in cui avviene la miscelazione (all’interno o all’esterno del depuratore, “a monte” o “a valle” dello stesso). Tar Sardegna, Sez. I Sentenza n.688 del 27/07/2018. INQUINAMENTO ATMOSFERICO Il principio di precauzione è principio di sviluppo che si rea-

lizza all’interno della conoscenza scientifica, per cui le misure precauzionali devono essere adottate anche in assenza di una legge scientifica di copertura, a condizione che si registri da parte di un organo tecnico, diverso da quello competente ad adottare la misura restrittiva (nel caso di specie rappresentato dal tavolo tecnico di coordinamento della qualità dell’aria costituito presso la Città Metropolitana di Torino, del quale fa parte anche l’A.R.P.A. Piemonte), la presenza di dati scientifici certi, recenti, oggettivi e disponibili. Nel provvedimento di adozione e attuazione della misura strutturale di contrasto alla concentrazione di sostanze inquinanti nell’aria, consistente nel divieto di circolazione delle auto diesel omologate nella ca-

tegoria euro 3, il principio di precauzione non impone all’amministrazione di fornire la prova della sicura efficienza delle limitazioni adottate, ma quella, più coerente con le finalità preventive, che la circolazione libera delle auto diesel omologate euro 3 accentui la probabilità del rischio di innalzamento dei livelli di inquinamento dell’aria nel comune. Il diritto di libera circolazione fine a stesso, il c.d. diritto di circolare liberamente per il puro piacere di assecondare la propria comodità, può essere legittimamente compresso ove venga in rilievo l’esigenza irrinunciabile e indifferibile di proteggere la salute pubblica e di preservare il valore primario dell’ambiente per un periodo di tempo limitato e strettamente necessario per fronteggiare il superamento

delle soglie limite di emissione di polveri sottili. A fronte della tutela rafforzata di tali beni primari non si apprezza la irragionevolezza del sacrificio, parziale ma pur sempre significativo, della libertà di circolazione dei singoli e dei nuclei familiari, atteso che la stessa è affidata a misure mobili, flessibili e rivedibili sia in base ai rilevamenti annuali del valore delle emissioni, destinati a ridursi in maniera tanto più rapida quanto più le misure strutturali siano effettivamente e prontamente attuate, sia in base alla rideterminazione quinquennale delle concentrazioni di sostanze inquinanti prevista per la valutazione dei piani della qualità dell’aria. TAR PIEMONTE, Torino, Sez.1, ordinanza n. 20 del 15 gennaio 2019. A.T.


È curioso vedere come quasi tutti gli uomini che valgono molto abbiano maniere semplici e che quasi sempre le maniere semplici siano prese per indizio di poco valore. Giacomo Leopardi

LE PAROLE DEL 2019 PER RITROVARE LA SPERANZA ACCOGLIENZA

Un sentimento di fluidità domina le nostre esistenze causando disorientamento, incertezza. Ci relazioniamo, ci combattiamo, ci rapportiamo all’insegna della storicizzazione della verità. Questo è il tempo del qui e non altrove, dove ogni verità è contenuta in una cultura e un territorio circoscritti. L’umano del terzo millennio non sa più decidere cosa è bene e cosa è male: è il relativismo. Ciò genera, tra le altre cose, quelle bislacche discriminanti culturali, come la presunzione occidentale di essere superiore e poter diffondere la democrazia, dimenticando verità universali, come ad esempio il rispetto per la dignità umana. “Chi fomenta paura a fini politici se-

mina violenza”, bisogna restare attenti a combattere la retorica di chi fomenta la paura dei migranti a fini politici seminando violenza, discriminazione razziale e xenofobia, è indispensabile per le nazioni approvare i patti globali Onu per migrazioni sicure e per la difesa dei rifugiati. Faccio mie le parole di Bergoglio, che suggerisce a tutti i decisori 4 concetti da utilizzare per promuovere e integrare azioni utili a tessere strategie efficaci in grado di offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

INTEGRAZIONE

Anna Osagie, arriva dalla capitale dello stato di Edo in Nigeria: Benin City. In Italia vive da venti anni, da tre ha dato vita ad un marchio specializzato, AnnaHo Design, utilizzando commistioni afro occidentali, realizza cappotti con rifiniture in tessuto Addis Abeba, blazer in wax, accessori che mixano pezzi d’artigianato. Dopo aver vissuto a Milano, si è trasferita a Mele-

gnano. Durante l’ultimo défilé del suo brand ha fatto sfilare oltre a persone comuni, anche donne salvate dai barconi. “Volevo persone normali perché i miei abiti sono pensati per persone normali. Volevo donne migranti o richiedenti asilo, per dare loro un’opportunità e un incoraggiamento e dimostrare che un migrante, a certe condizioni, può dare un contributo utile a tutti i settori

della società”. Anna ha sposato un italiano e ha tre figli. Ha fatto la parrucchiera e la baby sitter. La moda la divertiva ma non pensava di farne un mestiere. Poi, per una serie di circostanze si è trovata a confezionare da sola le bomboniere del suo matrimonio, ed è stato un successo. Ha inziato a fare dei vestitini per la figlia, mixando stoffe africane e linee occidentali, ed è stato un altro successo. Così ha deciso di impegnarsi in modo più serio e sistematico, ed è nata AnnaHo, che oggi propone anche borse e accessori. Ha dichiarato: “La globalizzazione ha prodotto un grande spaesamento ma in un certo senso ha posto le condizioni per creare delle connessioni nuove e più ricche, per una nuova forma di conoscenza, che parta dalle cose, in questo caso i tessuti e i manufatti artigiani, per arrivare alle persone. Perché l’unità del genere umano passa attraverso le sue tante differenze e sono le differenze, alla fine, a restituirci l’unità”.

ALLEANZA

Coltivare l’alleanza con la terra è l’invito rivolto a tutti gli uomini e donne che abitano il pianeta Terra, che ci viene trasmesso dalla comunità cattolica, attraverso la voce dei suoi vescovi. E’ indispensabile implementare processi che ci

aiutino a disinvestire dalle fonti fossili e a promuovere un lavoro dignitoso in ottica ambientale. In questo nostro tempo, il più delle volte ci si sente “come se tale alleanza fosse intaccata”: dalle devastazioni dei fenomeni atmosferici,

a causa del cambiamento climatico e all’inquinamento diffuso”. Per questo “talvolta si fa strada un senso di impotenza e di disperazione, come fossimo di fronte ad un degrado inevitabile della nostra terra”. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, anche per orientare a nuovi stili. Papa Francesco già nell’enciclica Laudato si aveva esortato “a non cedere alla rassegnazione”, perché come scritto nella Genesi: “Finché durerà la terra, seme e mèsse, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno” e tutti noi siamo sicuri che: “Dio promette un futuro in cui l’umanità e gli altri viventi possano fiorire nella pace”. E’ importante, però, che tutti contribuiscano, perché la “gravità del mutamento climatico in atto”, al di là di quanto affer-

mato da certe “forme di negazionismo antiscientifico”, è evidente che esso “sia legato in gran parte a comportamenti umani, che possiamo modificare”. Insomma, intraprendere un rinnovato stile di vita, dove la comunione con gli altri uomini è l’elemento determinante per le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti scaturisce da una grande attenzione nei confronti del creato, pensando che esiste una grande reciprocità tra noi, il prossimo, la creazione e Dio. Nel prenderci cura del creato, noi constatiamo che Dio, tramite esso, si prende cura di noi, poiché l’approccio cristiano mette Dio creatore al primo posto, l’uomo come prima creatura e il creato come dono di Dio all’uomo affinché nel creato l’uomo, ogni uomo, tutto l’uomo si sviluppi e faccia

sviluppare lo stesso in tutte le sue componenti: uomini, animali, piante. La visione cristiana è il camminare insieme dell’uomo e dell’ambiente verso Dio. “La nostra celebrazione non può, però, dimenticare le ferite di cui soffre la nostra terra, che possono essere guarite solo da coscienze animate dalla giustizia e da mani solidali. Guarire è voce del verbo amare, e chi desidera guarire sente che quel gesto ha in sé una valenza che lo vorrebbe perenne, come perenne e fedele è l’Amore che sgorga dal cuore di Dio e si manifesta nella bellezza nel creato, a noi affidato come dono e responsabilità. Con esso, proprio perché gratuitamente donato, è necessario anche riconciliarsi quando ci accorgiamo di averlo violato”. di Andrea Tafuro


a cura di Fabiana Liguori

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