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Arpa Campania Ambiente n.19/2019

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Piano di monitoraggio e controllo degli effluenti zootecnici ARPAC presenta i risultati del Progetto di MONIToraggio degli EFfluenti zootecnici (MONITEF) il cui obiettivo primario è stato quello di verificare le problematiche connesse con l’applicazione normativa nazionale e regionale di settore relativa allo spandimento sul suolo dei reflui zootecnici. Per la relazione completa si rimanda al sito ARPAC all’indirizzo http://www.arpacampania.it/ web/guest/764. Tale progetto, realizzato da ARPAC tra il 2015 ed il 2018, mediante convenzione con la committente Regione Campania (Assessorato Agricoltura UOD “Tutela della qualità, tracciabilità dei prodotti agricoli e zootecnici, servizi di sviluppo agricolo”) ha previsto sopralluoghi presso circa 300 aziende zootecniche, acquisizioni e verifiche documentali presso 34 Comuni, l’implementazione di quasi 1000 comunicazioni di fertirrigazione presentate dagli allevatori ai Comuni, la somministrazione di questionari, sia ai titolari degli allevamenti che ai funzionari comunali competenti, il monitoraggio ambientale di alcuni corsi d’acqua, sia analizzando parametri di base (chimico-fisici e microbiologici), sia effettuando analisi “isotopiche”, finalizzate a discriminare le “sorgenti dei nitrati”. Ricordiamo che tra gli impatti ambientali più significativi attribuiti all’agricoltura si può certamente citare l’inquinamento da nitrati prodotto nelle aziende zootecniche. Le ingenti quantità di nitrati contenute nelle deiezioni...

Si è svolta il 23 settembre scorso, all’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, la European Biotech Week, promossa da Europa Bio e giunta oramai alla sua VII edizione. L’evento, organizzato e coordinato dal Comune di Napoli–Assessorato alle Attività Produttive...

Marro-Falco-Iorio pagg.2-3

Patrizio a pag.8

Funghi, attenzione a cosa mettiamo nel piatto Il signor Autunno è arrivato, e con lui le passeggiate nei boschi a caccia di funghi: chiodini, porcini e gallinacci... a pag.9

L’Arpac partecipa agli Stati Generali del Mare 2019

Arpac impegnata nella formazione dei Carabinieri Forestali a Castel Volturno La Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, nell'ambito del percorso formativo biennale rivolto agli Allievi Tenenti del 1° Corso Ufficiali Carabinieri - Ruolo Forestale, ha inteso dedicare una specifica sessione all'approfondimento di alcune tematiche di settore.

Nell'ottica della difesa e valorizzazione della risorsa Mare, l'Agenzia Regionale per la protezione ambientale della Campania è lieta di partecipare alla rassegna "Gli Stati Generali del Mare 2019" promossa dal Comune di Napoli. In data 31 ottobre dalle ore 9 alle ore 16, presso il Porto di Napoli (Banchina lato strada della Darsena Acton), i tecnici e i conduttori dell'Agenzia accoglieranno e accompagneranno gratuitamente i visitatori e le scolaresche a bordo del battello oceanografico Helios per illu-

strare le attrezzature, le funzionalità e le curiosità caratterizzanti questa bellissima imbarcazione, fiore all'occhiello dell'Arpac e colonna portante di tutte le attività svolte per la tutela dell'ambiente marino. Coloro che fossero interessati all'iniziativa possono prenotare la visita guidata entro e non oltre il 23 ottobre ai seguenti recapiti: Tel. 081. 2326 405 – 419 – 451 Email c.abbrunzo@arpacampania.it f.liguori@arpacampania.it

Un orto terapeutico nel cuore di Napoli

a pag.4

Individuato il killer della plastica I ricercatori CNR illustrano le nuove armi contro il nocivo inquinante

Insegnare a seminare. Ad aver cura della terra, la pazienza dell’attesa, la gioia della raccolta. Impegno, costanza, senso di responsabilità e utilità, queste le parole chiave del progetto... Liguori a pag.11

Il diritto all’oblio in un mondo globalizzato Con la locuzione "diritto all'oblio" si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia che prevede la non diffusione, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell'onore di una persona, per tali intendendosi princi-

palmente i precedenti giudiziari di una persona, difatti la permanenza in rete di notizie di cronaca giudiziaria non aggiornate può rappresentare un ostacolo al reinserimento sociale di qualsiasi individuo. Monsurrò a pag.16

Gli auguri di Arpacampania Ambiente per il pensionamento del Direttore Tecnico Il Direttore Responsabile del Magazine Arpacampania Ambiente e la Redazione tutta rivolgono alla dott.ssa Marinella Vito, a riposo dalla

fine di settembre dopo diciannove anni di servizio in Agenzia - di cui undici nella veste di direttore tecnico dell'Ente - un ringraziamento per la

proficua collaborazione instauratasi negli anni del suo mandato ed un augurio di un prosieguo di vita sereno e ricco di nuovi traguardi.


Piano di monitoraggio e controllo degli effluenti zootecnici osservati i carichi di azoto per ettaro. Tale aspetto assume maggiore rilevanza se si considera che la normativa relativa allo spandimento degli effluenti zootecnici va rispettata da tutti coloro che ricorrono alla fertirrigazione e che quindi intendono “sfruttareâ€? le relative proprietĂ fertilizzanti, anche se poi gli adempimenti amministrativi (comunicazione, registro di utilizzazione, etc.) ricadono solo sugli allevamenti di maggiori dimensioni, essendo esonerati tutti gli altri allevamenti. segue a pag.3

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ARPAC presenta i risultati del Progetto di MONIToraggio degli EFfluenti zootecnici (MONITEF) il cui obiettivo primario è stato quello di verificare le problematiche connesse con l’applicazione normativa nazionale e regionale di settore relativa allo spandimento sul suolo dei reflui zootecnici. Per la relazione completa si rimanda al sito ARPAC all’indirizzo http://www.arpacampania.it/ web/guest/764. Tale progetto, realizzato da ARPAC tra il 2015 ed il 2018, mediante convenzione con la committente Regione Campania (Assessorato Agricoltura UOD “Tutela della qualitĂ , tracciabilitĂ dei prodotti agricoli e zootecnici, servizi di sviluppo agricoloâ€?) ha previsto sopralluoghi presso circa 300 aziende zootecniche, acquisizioni e verifiche documentali presso 34 Comuni, l’implementazione di quasi 1000 comunicazioni di fertirrigazione presentate dagli allevatori ai Comuni, la somministrazione di questionari, sia ai titolari degli allevamenti che ai funzionari comunali competenti, il monitoraggio ambientale di alcuni corsi d’acqua, sia analizzando parametri di base (chimico-fisici e microbiologici), sia effettuando analisi “isotopicheâ€?, finalizzate a discriminare le “sorgenti dei nitratiâ€?. Ricordiamo che tra gli impatti ambientali piĂš significativi attribuiti all’agricoltura si può certamente citare l’inquinamento da nitrati prodotto nelle aziende zootecniche. Le ingenti quantitĂ di nitrati contenute nelle deiezioni solide e liquide degli animali (effluenti) da allevamento possono contaminare le falde acquifere ed i corsi d’acqua superficiali.Per prevenire tutto ciò, lo Stato Italiano, e quindi la Campania, ha disciplinato in maniera molto puntuale la fertirrigazione, ossia lo spandimento sui terreni agricoli degli effluenti zootecnici, prevedendo specifiche norme tecniche, ivi comprese

divieti e adempimenti amministrativi, finalizzati a valorizzare agronomicamentele deiezioni zootecniche senza per questo pregiudicare l’ambiente, ma al contrario mirando a tutelare soprattutto le faldedai nitrati. I soggetti coinvolti nell’applicazione di tale norme sono molteplici: dagli allevatori, produttori degli effluenti zootecnici, ai coltivatori, principali utilizzatori degli effluenti zootecnici a beneficio dell’agricoltura. Senza dimenticare i Comuni, che ai sensi dell’art. 5 della L.R. 14/2010, sono gli enti competenti ad effettuare i controlli connessi con le comunicazioni di spandimento agronomico e l’ARPAC, che attraverso le proprie strutture territoriali dipartimentali, effettua sopralluoghi ed ispezioni a supporto e su istanza dei Comuni, degli altri Enti e delle forze dell’ordine, finalizzati a verificare la corretta gestione ambientale dei reflui zootecnici. I risultati del Progetto MONITEF, nel loro complesso, restituiscono un quadro sostanzialmente problematico. Dall’analisi della documentazione esaminata da ARPAC, relativa alle comunicazioni di spandimento dei reflui zootecnici e agli adempimenti connessi, previsti dalla normativa nazionale e regionale, emerge una parziale ed approssimativa ottemperanza. La criticità maggiore riguarda la mancata o errata compilazione del registro di utilizzazione degli effluenti zootecnici, documento con il quale sostanzialmente, il titolare dello spandimento auto dichiara quanti reflui zootecnici produce, e quindi quanto azoto, ha distribuito nel periodo consentito, nonchÊ quali sono stati i terreni (intesi come fogli e particelle catastali) oggetto della fertirrigazione. Tale inosservanza non consente agli organi di controllo di riscontrare il rispetto degli adempimenti autodichiarati in sede di comunicazione di spandimento dagli allevatori e di conseguenza di determinare e valutare se sono stati

Claudio Marro Pasquale Falco Pasquale Iorio

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segue da pagina 2 Appare evidente che se la normativa regionale di settore non viene rispettata da una parte di quei circa 2.000 allevatori per la quale essa è cogente, si nutrono forti dubbi che le stesse norme tecniche possano essere�onorate� dai restanti circa 24.000 allevamenti che in ogni caso interessano circa il 17% dell’azoto prodotto sul territorio regionale. Alla luce delle criticità sopra evidenziate, una informatizzazione delle procedure e delle modalità di compilazione della modulistica in questione rappresenta una condizione irrinunciabile sia per semplificare il lavoro, soprattutto a quelle amministrazioni comunali di ridotte dimensioni, sia per facilitare la trasmissione, l’acquisizione e l’incrocio di dati da parte degli enti interessati, necessari per le proprie funzioni istituzionali (Regione, Provincie, ARPAC, Forze dell’Ordine, etc.). Il lavoro realizzato da ARPAC ha evidenziato, inoltre, la necessità di assicurare un’attività continua di formazione ed aggiornamento rivolta soprattutto agli operatori delle amministrazioni comunali impegnati sulle tematiche in questione (esigenza manifestata dal 100% del campione intervistato), ma anche a quegli allevatori che pur non essendo obbligati a presentare la comunicazione di spandimento sono comunque assoggettati alle relative disposizioni tecniche. Altra criticità evidenziata da ARPAC riguarda il Documento di Trasporto (DdT) esibito da poco piÚ del 50% delle aziende zootecniche visitate e compilato correttamente nel 30-40% dei casi. Ricordiamo che il DdT ha lo scopo di assicurare la tracciabilità dei reflui zootecnici e se compilato correttamente, rappresenta per il titolare dell’allevamento, una prova evidente del corretto utilizzo dei reflui a beneficio dell’agricoltura, soprattutto se detto documento viene richiesto ed esibito agli organi di controllo

durante la circolazione su strada degli effluenti. Il progetto MONITEF, in piÚ, ha provato a verificare se in certi comprensori, ad elevata vocazione zootecnica, la qualità ambientale di un numero molto ristretto di corsi d’acqua (appena 4), potesse essere influenzata negativamente da apporti accidentali o volontari di reflui zootecnici. Pur considerando che tale monitoraggio ambientale è stato effettuato per un 1-2 anni (in funzione dei parametri analizzati), i risultati ottenuti appaiono interessanti ed aprono a nuovi scenari. In linea generale, nei 4 corsi d’acqua indagati, è stato osservato (anche se con livelli diversi) un peggioramento della loro qualità ambientale (misurata con LIMeco) nel passare dalla stazione di monte a quella di valle. Pur considerando che non è affatto semplice discriminare se tale peggioramento è attribuibile, in parte od in toto ai reflui zootecnici, atteso che i parametri indagati non sono esclusivi indicatori di una contaminazione da reflui zootecnici, è stata effettuata anche un’analisi isotopica dei nitrati (NO3) potenzialmente in grado di discriminare le diverse fonti (atmosferiche, fertilizzanti, reflui zootecnici o civili, etc.) In questo ambito, la tecnologia proposta, ha consentito di determinare, in 3 corsi d’acqua ed in 3 degli 8 punti di campionamento, la presenza di nitrati sia di origine animale che civile. Ciò implica che sia il settore zootecnico che il settore degli scarichi civili debbano in ogni caso adoperarsi, nell’ambito delle proprie sfere di competenza, affinchÊ concorrano alla tutela dei corpi idrici e alla salvaguardia di una risorsa ambientale come l’acqua. Le problematiche evidenziate con il Progetto MONITEF, infatti, devono stimolare tutti i soggetti coinvolti, ad attivarsi affinchÊ la normativa di settore trovi effettiva applicazione, consapevoli che le norme da essa dettate rappresentano il punto di partenza

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Rappresentazione cartografica di un corso dÂ’acqua monitorato, di terreni dichiarati per lo spandimento agricolo e dellÂ’ubicazione dei centri di allevamento.

per la tutela dei corpi idrici ed il presupposto per scongiurare ulteriori incrementi delle aree vulnerabili ai nitrati. In una regione come la Campania, in cui la zootecnia e le relative produzioni agroalimentari (come la mozzarella) costituiscono una quota notevole del PIL regionale, l’aumento delle zone vulnerabili ai nitrati può comportare un danno irrimediabile per l’intera economia regionale. Nei prossimi numeri del Magazine "Arpa Campania Ambiente" saranno pubblicati dei focus sui risultati conseguiti con il Piano.

Canale Rio Pantano (monte e valle) - CE

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CE

Legenda Allev.CE (VETINFO 06/2018) Corsi d'acqua monitorati Punti di campionamento Spandimenti reflui zootecnici 0

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Arpac impegnata nella formazione dei Carabinieri Forestali a Castel Volturno La Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, nell'ambito del percorso formativo biennale rivolto agli Allievi Tenenti del 1° Corso Ufficiali Carabinieri Ruolo Forestale, ha inteso dedicare una specifica sessione all'approfondimento di alcune tematiche di settore. A tal fine la Scuola Forestale Carabinieri - Centro Addestramento Castel Volturno, Diretta dal Colonnello Antonio Zumbolo, ha richiesto la collaborazione dell’ARPAC per attività didattico/esercitativa a cui l’Agenzia ha con entusiasmo aderito, intervenendo al corso nelle giornate del 9 e 10 ottobre. Durante la prima giornata l’ing. Roberto Bardari della Direzione Tecnica Agenziale, ha tenuto una sessione teorico/applicativa sulla “Attività di Campionamento dei suoli e acque di pozzo e indagini chimico-fisiche – Metodologie utilizzate nell’ambito del monitoraggio della Terra dei Fuochi Legge 6/2014”; mentre

il 10 u.s. il dott. Claudio Delle Femmine, dell’Area Territoriale di Caserta, ha tenuto la sessione esercitativa sulle “Attività di Controllo presso un Impianto di Depurazione”. In particolare, la sessione esercitativa del 9 ottobre, svolta con il prezioso supporto dei tecnici della partecipata Arpac Multiservizi Srl, ha avuto luogo in un campo di prova ubicato a Castel Volturno in località Bortolotto. Sono state quindi effettuate dagli Allievi prove di campionamento, di acqua sotterranea, con l’utilizzo di apposita unità di emungimento in dotazione all’Agenzia secondo la metodologia US EPA il 540/S95/504, e di Suoli ad uso Agricolo secondo le modalità previste dell’ Allegato I del novello Decreto del Ministero dell’ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare n. 46 del 1° marzo 2019. Nella sessione esercitativa del 10 ottobre, si è provveduto ad

effettuare un’accurata visita tecnica dell’impianto di depurazione regionale “Foce Regi Lagni” di Villa Literno, per fornire agli Allievi competenze in merito alle modalità di controllo di un impianto di depurazione sia di reflui civili che industriali. Il Commissario Straordinario dell’ARPAC, avv. Stefano Sorvino, al termine della lezione impartita il 9 ottobre sulle “nuove funzioni delle Agenzie Regionali di Protezioni Ambientali nell’ambito Sistema Nazione per la Protezione Ambientale istituito con la novella Legge n. 132/2016”, ha rivolto il suo saluto ai giovani Tenenti che si stanno formando per entrare nei ruoli operativi dell’Arma e ha chiuso auspicando che “dette fruttuose iniziative possano divenire una consuetudine formativa da poter confermare anche nelle future edizioni del Corso Allevi Ufficiali dei Carabinieri Forestali”. G.M.

Estate 2019: anomalie meteo in Campania Nelle aree interne temperature minime medie di sette gradi più alte rispetto alla media storica Jolanda Autorino In Campania il periodo giugnoagosto 2019 (estate meteorologica), valutato a partire dai dati acquisiti dal Centro funzionale multirischi della Protezione civile regionale, ha avuto aspetti peculiari. I dati del 2019, elaborati dal CEMEC (Centro Meteorologico E Climatologico della Campania) sono stati confrontati con le serie storiche 1994-2018 e 2002-2018, quindi con periodi

di riferimento già con temperature superiori alle medie CLINO 1961-1990. È stata un’estate nel complesso calda e poco piovosa, particolarmente interessante per il considerevole aumento delle temperature minime per le quali, nelle stazioni di riferimento nelle aree interne (Avellino e Benevento), è stato osservato un sostanziale aumento di circa 7 °C rispetto alla media della serie storica di riferimento, attestata ad un valore della tempeElaborazione CEMEC

Serie ordinata delle temperature medie estive nel periodo 1994-2019 presso Benevento

ratura minima media pari a 9.2°C ad Avellino e a 10,2 a Benevento. Nel trimestre estivo la temperatura media minima ha raggiunto il valore di 17°C nel 2019, classificandosi al primo posto come valore di temperatura minima più calda rilevata tra il 1994 ed il 2019 nello stesso periodo, come si vede dal grafico seguente. Nelle stazioni di Grazzanise ed Ercolano, più prossime all’effetto mitigatore del Mar Tirreno l’effetto è simile con differenze della temperatura minima estiva 2019 rispetto alla media storica di 6-7 °C e con valori superiori a 20°C. Nel corso del trimestre l’andamento stagionale è stato caratterizzato da una tempera- tura media che rappresenta il valore massimo dell’intera serie temporale ad Avellino, con 24.7 °C a fronte delle medie delle serie storiche di 22,9 °C. Per le altre stazioni di riferimento la temperatura media del 2019 rappresenta il secondo valore più alto della serie dopo quella dell’eccezionale anno 2003.

Le temperature massime non sono state molto alte, anzi sono le seconde più basse dell’intera serie storica con la sostanziale differenza che si sono mantenute costanti al di sopra dei 31°C per un periodo di circa 40 giorni a partire dalla seconda metà di luglio 2019 fino alla fine del mese di agosto. Si riporta a titolo esplicativo il grafico relativo alla serie ordinata della media del trimestre estivo a Benevento. Per quanto concerne le precipitazioni, il

2019 è stato generalmente meno piovoso rispetto ai venti anni precedenti, con scarti di oltre 50 mm in meno rispetto alla media tranne che a Benevento dove le precipitazioni cumulate (119, 2 mm) sono leggermente superiori alla media storica di 97,2 mm a causa dei forti temporali del 28 luglio con 27.2 mm e del 25 agosto con addirittura 56.6 mm: in due giorni si è concentrata più di metà della pioggia del trimestre estivo. Elaborazione CEMEC

Serie ordinata delle temperature minime estive nel periodo 1994-2019 presso Benevento


Nuovi linguaggi per l’educazione ambientale A quasi un anno dalla Conferenza nazionale per la rete Infea, come evolve il dibattito sulla formazione “verde”? Anna Gaudioso Diffondere la cultura ambientale oggi è una priorità, una vera emergenza del nostro millennio. Educare al rispetto dell’ambiente è diventato indispensabile per indicare uno stile di vita corretto. Negli ultimi anni emergono nuovi linguaggi dell’educazione ambientale e alla sostenibilità, da cui si evidenziano aspetti importanti e collegati tra loro, un incrocio tra educazione, ambiente e democrazia. Soprattutto, emergono un linguaggio comune, un “sistema” informativo e di lavoro collaborativo che indirizzi tutti verso un obiettivo condiviso: costruire e diffondere una cultura basata sul rapporto umanità-ambiente. La cultura e l’educazione, infatti, sono le precondizioni essenziali per capire la complessità del mondo contemporaneo e per cambiarlo in meglio, agendo da protagonisti come cittadini attivi e consapevoli. Oggi si parla di educazione al futuro, in una visione all’insegna della creatività e dei nuovi linguaggi. Perché il nostro futuro e quello dei nostri figli e nipoti passa attraverso le nostre scelte, il nostro impegno e la nostra consapevolezza che viviamo una faselimite della storia dell’umanità. Educare all’ambiente è una occasione per tutti in quanto cittadini del mondo: insegnanti, operatori di enti pubblici,

educatori ambientali, studenti in generale a quanti siano interessati a scoprire esperienze, costruire relazioni e conoscere meglio metodi e linguaggi dell’educazione all’ambiente e alla sostenibilità. Anche le regioni consapevoli dell’importanza dell’educazione ambientale sono pronte a costruire una “una Rete di Reti”, rilanciare il sistema Infea, informazione, formazione e educazione ambientale: questo è infatti l’impegno delle Regioni e delle Province autonome che hanno ratificato il documento finale della Conferenza nazionale organizzata dalla Regione Sardegna lo scorso anno a Cagliari. In chiave, anche, di maggior apertura verso tutte le componenti sociali e produttive e di sviluppo di scambi di esperienze a livello nazionale e internazionale. Tutti si devono sentire parte di un progetto comune: quella che si richiede non è una partecipazione passiva, tutt’altro, è importante che tutti siano coinvolti a portare la propria esperienza e arrivare a una riflessione collettiva, per avere la possibilità di incidere sull’attuale situazione ambientale tenendo presente le sfide messe in conto dall’Agenda 2030. Conoscenze, scambi, condivisioni, voglia di fare e saper fare, attivare e non stare a guardare, raccontare ogni stimolo ricevuto o dato potrà contribuire a migliorare la

Rifiuti urbani in Campania, pubblicati i dati 2018 dell’Osservatorio Sul sito dell'Osservatorio regionale sulla gestione dei rifiuti sono disponibili i dati 2018 sulla produzione di rifiuti urbani in Campania, con le percentuali di raccolta differenziata raggiunte, comune per comune. Arpac ha fornito un contributo determinante all'elaborazione dei dati, in particolare con l'attività della Sezione regionale del Catasto rifiuti incardinata nella Direzione tecnica dell'Agenzia. Si tratta dei primi dati ufficiali sui risultati della gestione dei rifiuti urbani in Campania nel 2018. Dai dati disponibili emerge una lieve flessione nella percentuale di raccolta differenziata a livello regionale, passata dal 52,8 del 2017 al 52,7 del 2018. La tendenza storica tuttavia è ampiamente positiva: cin-

que anni prima, nel 2013, la quota di raccolta differenziata dei rifiuti urbani era attestata al 44% a livello regionale. Il Sannio risulta nel 2018 il territorio più virtuoso, con una quota di raccolta differenziata che supera il 70% a Benevento e provincia. Seguono la provincia di Avellino con il 63,66% e quella di Salerno con il 61,90%. I comuni con la percentuale di differenziata più elevata risultano Tortorella (Salerno) con il 99,12%, Domicella (Avellino) con il 94,61% e Visciano (Napoli) con il 93,99%. Tra i comuni con più di 20mila abitanti, si segnalano le prestazioni di Vico Equense (Napoli) con il 83,51%, Sarno (Salerno) con l'81,64% e Bacoli (Napoli) con l'81,36%.

nostra condizione ambientale. Dunque da ogni parte si richiede di fare rete, perché lo scambio di esperienze e di energie è fondamentale. Conoscere le situazioni ambientali che viviamo, mettere in moto le nostre idee per migliorare e cercare la strada migliore per correre ai ripari, organizzare dei veri e propri laboratori: toccare con mano le cose che si possono fare e realizzare, con i contributi di tutti, attraverso una integrazione tra diverse esperienze culturali e attraverso vedute e trasversalità di linguaggi, può riuscire a esprimere la complessità delle situazioni e al tempo stesso trovarne la soluzione collaborando tutti insieme.

D’altra parte, a tutte le istituzioni culturali è richiesto di collaborare alla realizzazione del cambiamento verso la sostenibilità (un termine che negli ultimi anni è comparso molte volte da protagonista), e contribuire a costruire nelle persone conoscenze appropriate, ma anche consapevolezza e responsabilità. La parola d’ordine è lavorare dunque per un cambiamento culturale, altrimenti sarà difficile immaginare prospettive realistiche di conservazione del nostro Pianeta, per cui si rende necessario sperimentare nuove forme di partenariato per confrontarsi ed attuare percorsi che possano immaginare un oggi e un futuro sostenibili.

Studio delle briofite acquatiche, convenzione con Federico II e Ispra Lo studio delle macrofite acquatiche è un utile strumento per la valutazione dello stato ecologico dei corpi idrici superficiali. In questa ottica, Arpac ha attivato un accordo di collaborazione con Ispra e con il Dipartimento di Biologia dell'Università di Napoli Federico II per l'identificazione e lo studio biochimico delle briofite presenti lungo i fiumi campani. L'accordo, che ha durata triennale ed è rinnovabile, rientra nel solco del biomonitoraggio delle macrofite acquatiche effettuato dal Dipartimento provinciale Arpac di Benevento ai fini del calcolo dell'indice IBMR ai sensi della direttiva europea 2000/60/CE. L'intesa va quindi a potenziare il monitoraggio biologico dei corsi d'acqua. Uno degli obiettivi della convenzione è studiare come le briofite presenti nei fiumi reagiscono all'inquinamento da metalli pesanti. Ciò contribuirà alla realizzazione di un quadro conoscitivo aggiornato dello stato ambientale complessivo di zone identificate come significative in funzione degli impatti delle attività umane.

Nell'ambito di tale collaborazione, Arpac si impegnerà a individuare i siti di monitoraggio, eseguire attività di campionamento e primo riconoscimento delle briofite, rendere disponibili i dati chimici e chimicofisici della matrice acque interne in riferimento ai corpi idrici identificati, e infine campionare i sedimenti e analizzarne la presenza di metalli pesanti. La struttura dell'Agenzia a cui faranno capo queste attività è il Dipartimento di Benevento diretto da Elina Barricella. Nel progetto è coinvolta anche la Direzione Tecnica dell'Agenzia. Nel quadro del progetto, Ispra si occuperà di supportare le attività di campo e di laboratorio, nonché di analizzare e georeferenziare i dati e rappresentare gli stessi cartograficamente. Il Dipartimento di Biologia dell'Università Federico II di Napoli si impegnerà nella identificazione e classificazione delle briofite, nello studio delle risposte biochimiche e microscopiche ai metalli pesanti, nonché nello studio ecotossicologico dei sedimenti fluviali.


Alberi giganteschi scoperti in Amazzonia La loro altezza è oggetto di studio ed ipotesi, tra queste: l’estrema lontananza dalle aree urbane e dall’industria Tina Pollice L’Amazzonia è un luogo denso, pieno di vita, con sempre nuove specie di flora e fauna, che vengono scoperte un giorno sì e l’altro pure. Il 14 agosto, in una giornata caldissima con 35° C è partita da Laranjal do Jari, comune del Brasile nello Stato dell'Amapá, la spedizione JariParu, un team di 30 persone coordinato da Eric Gorgens dell’Universidade Federal dos Vales do Jequitinhonha e Mucuri (Ufvjm), che in 10 giorni ha percorso circa 220 km lungo il fiume (Jari) che si inoltra in una delle regioni più isolate dell’Amazzonia. L’unico contatto della spedizione con la civiltà era un’attrezzatura SPOT satellitare per le situazioni di emergenza. Anche tra il 2016 e il 2018, l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (Inpe) ha coordinato il progetto EBA Estimativa de biomassa na Amazônia per la scansione laser di 850 aree dell’Amazzonia distribuite casualmente, lunga ciascuna 12 km e larga

300 m. In 7 di queste aree sono emerse prove dell’esistenza di alberi alti più di 80 m, la maggior parte dei quali si trova nell’area del fiume Jari, affluente settentrionale del Rio delle Amazzoni. Ed è così che ricercatori brasiliani e britannici, ritornati questa estate, hanno scoperto un’altra popolazione di giganti arborei di cui almeno 15 alti oltre 70 m, i restanti superavano tranquillamente gli 80 m. Sorprendentemente in questa foresta tropicale biodiversa, tutti questi alberi sono della stessa specie: Angelim ver-

melho, Dinizia excelsa. Una specie molto comune in Amazzonia che viene spesso usata per il legname grazie al suo legno resistente anche se puzzolente. Tuttavia, prima si era a conoscenza che essi potessero raggiungere solo i 60 m di altezza. Al momento, ancora si ignora come questi alberi siano riusciti a crescere così alti e la loro altezza è oggetto di studio ed ipotesi: come specie pioniere, le prime a crescere in nuove aree o radure nella vegetazione createsi a seguito di una tempesta o di un insediamento umano. Il fatto

“TREE OF THE YEAR 2019”

L’Italia punterà sulla Quercia delle Checche di Pienza Alla nuova edizione della rassegna “Tree of the Year Italia 2019” a rappresentare la Toscana e le regioni centrali del Bel Paese è stata la secolare Quercia delle Checche a Pienza in Val d'Orcia (Siena), dichiarata monumento verde nel 2017 dal Ministero dell’Ambiente. Si tratta del concorso lanciato dalla Giant Trees Foundation che, dal 2 settembre al 21 novembre, eleggerà la quercia italiana che poi parteciperà al concorso europeo 'Tree of the year 2020'. A diffondere la notizia è stata la Regione Toscana spiegando che la pianta vincitrice "non solo sarà eletta 'quercia dell'anno per l'Italia' e riceverà il supporto tecnico gratuito da parte del comitato scientifico nazionale ed internazionale di Giant Trees Foundation per la sua salvaguardia, tutela e benessere, ma verrà presentata a livello europeo ed entrerà in gara con gli alberi vincitori dei contest internazionali per l'elezione dell'albero europeo più importante nel 2020". Una vera e propria opportunità da cogliere al volo, che vedrà i riflettori puntati sulla

Quercia delle Checche che negli ultimi anni è stata purtroppo interessata da una serie di eventi che non le hanno risparmiato danni. Questo albero secolare rappresenta un fiore all'occhiello del nostro patrimonio verde, e così viene spontaneo inserirla in un percorso che la tuteli e la valorizzi ancora di più. Il nome “Quercia delle Checche” deriva dalla grande quantità di gazze che trovano riparo tra i suoi rami e porta con sé storia e racconti popolari che l’hanno accompagnata lungo i suoi 350 anni di vita. Alta quasi 20 metri, allunga le sue braccia per oltre 25 metri. Inoltre, ha una memoria storica abbastanza fornita. Basti pensare che ha conosciuto ben più di una guerra, ed è stata utilizzata anche come nascondiglio da parte dei partigiani durante il secondo conflitto mondiale. Le cure dei volontari, dei tecnici e del Comitato nato per la sua salvaguardia, le hanno permesso di attrarre visitatori da ogni dove e di continuare a offrire riparo agli uccelli come sempre ha A.P. fatto.

che siano sopravvissuti così a lungo e cresciuti così alti deve essere dovuto, almeno in parte, alla loro estrema lontananza dalle aree urbane e dall’industria. La tecnologia a scansione laser che ha permesso la recente scoperta di “alberi mammut”, non è solo un giocattolo per botanici, essa permette agli scienziati di mappare la struttura forestale e lo stoccaggio del carbonio con dettagli sorprendenti, su scale senza precedenti, e, quindi, valutare meglio la loro importanza nel ciclo globale del carbonio. Il rinvenimento degli alberi giganti suggerisce che il nord-est dell’Amazzonia potrebbe stoccare molto più carbonio di quanto sinora pensato. Ogni Vermelho di Angelim può immagazzinare fino a 40 t di carbonio, cioè quanto 300-500 alberi più piccoli, occupando lo spazio di sole 20 t. I ricercatori Jackson e Rifai considerano questa scoperta solo una piccola parte degli alberi rivelati dai dati della scansione laser, che, a sua volta copre solo una piccola

parte del Guiana Shield. Quindi, probabilmente, là fuori ci sono molti più alberi giganti ed alcuni anche più alti di 80 m Pensando a cosa sta accadendo in Amazzonia, ed al clima politico del Brasile dopo che il conservatore Jair Bolsonaro è divenuto presidente del Paese, si può concludere che ci sono molte ragioni per preoccuparsi per l’Amazzonia, ma, vi è ancora spazio per lo stupore. Il fatto che possano ancora avvenire di queste scoperte, nonostante parti della foresta continuino ad essere distrutte da disboscamento, incendi ed espansione agricola, dimostra quanto ci sia ancora da imparare e scoprire su questo straordinario e misterioso ecosistema. É probabile che molte specie dell’Amazzonia si estingueranno ancor prima di essere scoperte ed è per tale ragione che bisogna fare tutto il possibile per proteggere questa maestosa foresta pluviale e i suoi tesori, sia noti che non ancora scoperti.


Iceberg si stacca dalla calotta polare Non sembra sia colpa del riscaldamento globale, siamo di fronte ad una possibile ripresa? Anna Paparo Un gigantesco iceberg di 315 miliardi di tonnellate si è staccato dalla calotta di ghiaccio nell'Antartide orientale. A sedare gli animi degli ambientalisti sono stati gli scienziati dell'Australian Antartic Division, che hanno affermato che la causa di tale fenomeno non è stata stavolta il cambiamento climatico. Per una volta non c'è il suo zampino. Il distacco dell'iceberg tabulare, chiamato D28, dalla calotta polare Amery, è stato osservato dai satelliti europei e degli Usa giovedì scorso, caratterizzato da una superficie di 1636 kmq, più di una grande metropoli come Sydney, e uno spessore di circa 210 metri. In un comunicato l'Australian Antarctic Division ha ben spiegato il fenomeno: questo distacco è parte del normale ciclo delle calotte polari. La calotta Amery si trova, tuttavia, fra due stazioni di ricerca australiane e il suo staccarsi dalla “base” causerà difficoltà per la navigazione e per le operazioni di rifornimento delle due stazioni. "Non crediamo che questo evento sia legato al cambiamento climatico", così ha commentato Helen Amanda Fricker dello Scripps Institute of Oceanography. Il distacco dell'iceberg dalla calotta antartica "è parte del normale ciclo della calotta polare in cui osserviamo eventi

maggiori di distacco ogni 60-70 anni", questa la tesi dell'esperta, che spiega come le calotte polari "devono perdere massa perché guadagnano massa e devono restare delle stesse dimensioni". L'aumento di massa viene dalla neve che cade sul continente e dai ghiacciai che si muovono lentamente verso la costa. Non è da sottovalutare che l'iceberg non avrà impatto sui livelli marini poiché già galleggiava, spiega il glaciologo della Divisione Antartica Ben Galton-Fenzi. "Sarà tuttavia interessante vedere come la perdita di questa massa di ghiaccio avrà effetto sullo scioglimento sotto la calotta polare e sui tempi con cui il ghiaccio si stacca dal continente", ha poi aggiunto. Questi sono fenomeni tenuti sotto stretta osservazione che non possono essere trattati con superficialità, anche se è stato constatato che i cambiamenti climatici con il relativo riscaldamento globale non sono causa primaria del fenomeno studiato. Tuttavia, anche se ci troviamo di fronte a una buona notizia, non dobbiamo perdere di vista i problemi che scaturiscono dall'inquinamento, dal riscaldamento globale e i cambiamenti climatici e non dobbiamo smettere di cercare una possibile soluzione green a questi “fastidiosi” problemi. È la natura che ci chiede di aiutarla e salvaguardarla.

Le ottobrate romane Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 15 ottobre 2019 - Anno XV, N.19 Edizione chiusa dalla redazione il 15 ottobre 2019

Nel mese di ottobre capita sovente di assistere a ritorni di bel tempo dal sapore quasi estivo Gennaro Loffredo

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Le ottobrate romane, storicamente, erano delle tradizionali gite domenicali, in qualche caso anche di giovedì, che si svolgevano a Roma nei mesi di ottobre, verso le campagne fino ai primi decenni del XX secolo. Le principali mete delle gite erano il monte Testaccio, le montagne intorno a ponte Milvio, le vigne poste tra Monteverde e porta San Pancrazio o fuori porta San Giovanni e porta Pia. Insomma, durante le ottobrate romane ci si divertiva a suon di danze e di balli e non poteva mancare vino e cibo a volontà, tra cui gnocchi, trippa e abbacchio, consumati tra gli stornelli e il saltarello; il tutto accompagnato da tamburelli nacchere e chitarre, il tutto accompagnato da clima mite e soleggiato. Proprio per tale motivo fu adoperato con il termine “ottobrata” questo periodo di bel tempo e di temperature gradevoli. Capita sovente durante il secondo mese dell’autunno meteorologico che l’anticiclone delle Azzorre ritorni ad interessare il bacino centrale del Mediterraneo per una fase di almeno quattro o cinque giorni. In questo frangente temporale le condizioni atmosferiche tendono ad assumere caratteristiche della tarda estate,

caratterizzato da tempo spesso soleggiato e da temperature oltre i 25°C, durante le ore pomeridiane. In queste occasioni, durante il giorno, si sta bene a maniche corte e spesso si possono fare i bagni al mare. La sera, tuttavia, la temperatura si abbassa in modo sensibile in quanto, se il cielo è sereno, la perdita di calore per irraggiamento è elevata e le ore della notte cominciano ad essere superiori a quelle della notte. Di sera quindi è bene portare sempre con se un pullover, anche se leggero. Negli anni 2000 questo fenomeno meteorologico è diventato ancora più esasperato. Nel 2010 e nel 2017 le ottobrate “italiane” hanno assunto carattere dell’eccezionalità, stante la pre-

senza di un potente anticiclone di origine nord africano che ha portato le temperature a superare persino i 30°C su molte aree dell’Italia centro-meridionale. Le temperature alte non sono quasi mai accompagnate da un eccessiva umidità ed è molto raro assistere a condizioni di disagio fisico legato all’afa, come nei mesi di luglio ed Agosto. A Napoli le ottobrate assumono un fattore di rilevante importanza, soprattutto a livello turistico. La temperatura del mare nel golfo, vero termometro ambientale, si attesta ancora intorno ai 24°C e questa condizione favorisce il riversamento dei napoletani, ma anche di molti turisti, sulle spiagge della costa campana.


IL KILLER DELLA PLASTICA I ricercatori del CNR illustrano le nuove armi per combattere il nocivo inquinante Salvatore Patrizio Si è svolta il 23 settembre scorso, all’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, la European Biotech Week, promossa da Europa Bio e giunta oramai alla sua VII edizione. L’evento, organizzato e coordinato dal Comune di Napoli – Assessorato alle Attività Produttive, nella persona della prof.ssa Angela Procaccini, e dal Consorzio Technapoli, nella persona del dott. Marco Matarese, ha visto la collaborazione della stessa “Parthenope”, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con l’Istituto di Chimica Biomolecolare (ICB) e l’Istituto dei Polimeri, Compositi e Biomateriali (IPCB), dell’Associazione Marevivo e della società ATI Biotech Srl. L’obiettivo principale della manifestazione è stato quello di avvicinare i giovani, attraverso la scienza, la ricerca e l’innovazione, alla difesa dell’ambiente marino, sempre più a rischio a causa dell’inquinamento da plastiche e microplastiche. Proprio per questo, già a partire dai primi mesi del 2019, c’è stato un continuo e certosino lavoro con le scuole per favorire un proficuo coinvolgimento degli studenti degli Istituti Superiori nell’elaborazione di pro-

getti ed idee per la salvaguardia dell’ambiente. Le relazioni presentate dai ricercatori del CNR sono state incentrate soprattutto nella descrizione di cosa sono le microplastiche, quali sono gli effetti nocivi sulla fauna marina e sull’uomo e quali sono le nuove armi che la scienza mette attualmente in campo per combatterle. Innanzitutto, va detto che le microplastiche sono delle piccole particelle con un diametro compreso tra 330 micrometri e 5 millimetri. Esse provengono principalmente dai processi di degradazione di rifiuti plastici di maggiori dimensioni, come buste di plastica, bottiglie o reti da pesca abbandonate in mare, ma anche dallo sfregamento sull’asfalto della parte esterna degli pneumatici (costituita da polimeri sintetici mischiati a gomma e altri additivi), dal lavaggio dei capi di abbigliamento realizzati con fibre sintetiche, dai prodotti per la cura del corpo (nei detergenti per la pelle, nei dentifrici, nelle creme da barba sono comunemente inserite delle microsfere di plastica) ed altro ancora. Queste microparticelle si ritrovano nell’ambiente marino attraverso varie vie come la frammentazione naturale in pezzi infinitesimali della plastica

Foto da ehp.niehs.nih.gov

Ideonella sakaiensis, da Yoshida et. al 2016 gettata a mare; lo sfociare di fiumi e torrenti carichi di plastica; l’azione di piogge e venti e lo scarico degli impianti di depurazione. Una volta a mare le microplastiche, scambiate per fonti di cibo, vengono ingerite ed accumulate al loro interno dalla fauna ed avifauna marina (in particolare plancton, molluschi, crostacei, pesci, gabbiani, foche) provocando notevoli danni fisici come ad esempio il soffocamento. Non da meno sono i danni provocati dalla tossicità degli additivi contenuti nella plastica come, ad esempio, gli ftalati. Dato che molti di questi organismi marini (in particolare pesci e molluschi) rientrano

nella catena alimentare umana questi additivi si introducono anche nel nostro corpo. Il problema grave è che tali sostanze chimiche possono alterare le funzioni del sistema endocrino interferendo nello sviluppo sessuale, nella riproduzione e predisponendo l’uomo a malattie molto serie. Fortunatamente dal mondo della ricerca giungono buone notizie per combattere questo tipo di inquinamento. In Giappone un team di scienziati ha individuato un batterio, l’Ideonella sakaiensis, in grado, grazie agli enzimi PETase e MHETase, di degradare e assimilare la plastica, in particolare la PET (polieti-

lene tereftalato), materia prima per la realizzazione di bottiglie e contenitori per cibi e bevande ed estremamente resistente al processo di biodegradazione. Recentemente, invece, un gruppo di scienziati del Regno Unito ha modificato l’enzima PETase, potenziandone la rapidità di disintegrazione della plastica. Certamente la ricerca scientifica offre un determinante contributo per combattere questo triste fenomeno ma è indubbio che solo il comportamento virtuoso e consapevole di ogni cittadino potrà regalare un futuro migliore a noi stessi ed alle prossime generazioni.

Foto da www.greenpeace.org


Verso un nuovo modello alimentare Non arriveremo alla fine di questo secolo continuando sulla strada dell'agricoltura degenerativa Bruno Giordano L'agricoltura tradizionale ha sostenuto l'umanitĂ per millenni. L'agricoltura industriale, invece, è riuscita a creare una serie di situazioni insostenibili in meno di 70 anni e le previsioni indicano che non si potrĂ arrivare alla fine di questo secolo continuando sulla strada dell'agricoltura degenerativa. Il depauperamento e la distruzione dello strato superficiale del terreno, l'erosione e la desertificazione vengono aggravati dalle lavorazioni del suolo, dalla coltivazione mono colturale e dal non utilizzo di colture di copertura. Un recente studio realizzato dalla Ellen MacArthur Foundation dimostra i benefici economici e sociali derivanti da un sistema alimentare rigenerativo. E nel 2050 l’80% del cibo sarĂ consumato nelle cittĂ . Infatti lo studio “Cities and Circular Economy for Foodâ€?("CittĂ ed economia circolare per l'alimentazione"), esplora i bene-

fici della transizione verso un sistema alimentare rigenerativo. La ricerca delinea una visione sostenuta da principi di economia circolare, in cui la produzione alimentare migliora piuttosto che impattare sull'ambiente e in cui le persone hanno accesso a cibi sani

e nutrienti. Aumentando a dismisura la produttività , il sistema alimentare industriale è riuscito in gran parte a soddisfare le esigenze di una popolazione globale in crescita. Tuttavia, questo approccio alla produzione alimentare e alla gestione dei sottoprodotti

sta mettendo in pericolo la biodiversitĂ e la salute umana, rendendosi, di conseguenza, necessario un nuovo modello. Per invertire il trend e consolidare un nuovo sistema alimentare sostenibile emergono tre principali ambizioni: coltivare cibo in modo rigenerativo

e su base locale; sfruttare al meglio gli alimenti e commercializzare quelli piÚ sani. Se questi tre principi fossero perseguiti e raggiunti, entro il 2050, si potrebbero avere benefici per un valore di 2,7 trilioni di dollari l'anno. Benefici che porterebbero un contributo all’ambiente, tra cui una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra di 4,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Non scordando la riduzione dei costi sanitari associati all'uso di pesticidi che vale 550 miliardi di dollari. Quando si parla di come il cibo viene prodotto, consumato e distribuito, non bisogna perder di vista che abbiamo bisogno di una trasformazione radicale se vogliamo che i paradossi del nostro sistema alimentare globale siano risolti. Ridisegnando i sistemi alimentari urbani con i principi dell’economia circolare si potranno avere benefici enormi e riconnettere la dimensione sociale, economica e ambientale dello sviluppo sostenibile.

Funghi in tavola, attenzione a cosa mettiamo nel piatto Per non incorrere in spiacevoli sorprese è bene rivolgersi all’ispettorato micologico di zona Il signor Autunno è arrivato, e con lui le passeggiate nei boschi a caccia di funghi: chiodini, porcini e gallinacci sono tra le specie piÚ ricercate per deliziare i palati durante i banchetti stagionali. Bisogna stare attenti però, perchÊ da saporita leccornia a potenziale killer la strada può essere davvero breve se a finire nel piatto è la specie sbagliata, sia essa raccolta oppure acquistata. La principale raccomandazione, anche per chi si ritiene un esperto di funghi, è senza dubbio quella di rivolgersi alle Asl dove, gratuitamente, dei micologi controlleranno il raccolto. Purtroppo, contrariamente a quello che si crede, cottura ed essiccazione non servono a rendere meno tossici i funghi mortali come l’Amanita phalloides, l’Amanita Vera e tanti altri, poichÊ le tossine piÚ pericolose sono termostabili. Altri miti da sfatare

sono che: i funghi cresciuti sugli alberi sono sempre buoni, se cambiano colore al taglio sono tossici e che il latte è un antidoto contro gli avvelenamenti. Partendo dal presupposto che in taluni casi i sintomi di un’intossicazione da funghi possono presentarsi anche 20 ore dopo l’ingestione è bene sapere che non esiste alcun antidoto in grado di neutralizzare le tossine e quindi è necessario allontanarle prima possibile dall’organismo attraverso una lavanda gastrica, la somministrazione di carbone vegetale in polvere ed eventuale fleboclisi per ripristinare sali minerali e liquidi. Detto ciò, per non rinunciare a saporite ricette a base di funghi è bene seguire delle piccole regole: - Se acquistati: controllare che la cassetta o l’involucro che li contiene abbia sempre l’etichetta che provi l’avvenuto controllo da parte degli ispet-

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tori micologici delle Asl. - Se raccolti: la raccolta è regolamentata da una legge nazionale (352/1993) che prevede un limite massimo; vieta lâ&#x20AC;&#x2122;uso di rastrelli o altri strumenti che potrebbero danneggiare seriamente tutto lâ&#x20AC;&#x2122;apparato produttivo fungino; il fungo deve essere raccolto intero,

staccato dal micelio con movimento rotatorio e non tagliato, questo consente una sicura determinazione della specie; non si devono raccogliere esemplari troppo giovani o in cattivo stato di conservazione; la raccolta va riposta in contenitori che consentano la diffusione delle spore, vietando in

ogni caso lâ&#x20AC;&#x2122;uso di sacchetti di plastica che ne accelerano la decomposizione; non si devono distruggere gli esemplari che si ritengono velenosi perchĂŠ comunque utili alla vita del bosco e soprattutto: evitare di consumare funghi che non siano stati controllati da un micologo professionista!


Concerti ed ecosostenibilità: un binomio possibile? Negli ultimi anni si sta cercando di ridurre il più possibile l’impatto ambientale degli eventi Ilaria Buonfanti Allegria, urla, risate, canti, balli e tanta musica. Questo è il concerto, un momento di puro divertimento che coinvolge soprattutto i giovani trascinandoli in un vortice di euforia e spensieratezza. Alcuni dei ricordi più belli della gioventù sono legati proprio a queste serate fatte di sogni e amicizia. Ma organizzare un concerto ha, ovviamente, un impatto sull’ambiente. In un solo anno i concerti dal vivo hanno prodotto in Italia oltre 1.600.000 tonnellate di CO2, e se moltiplichiamo queste tonnellate per tutti quelli che si svolgono annualmente nel mondo, ci si rende conto di quanto sia spaventosa la quantità di anidride carbonica emessa nell’atmosfera. Pensiamo agli spostamenti dell’attrezzatura e degli artisti, pensiamo alle tonnellate di rifiuti prodotte dal pubblico, pensiamo all’inquinamento acustico e a quello luminoso. Insomma, un concerto non è decisamente un evento sostenibile. Oggi però, dopo decenni di eventi ad elevatissimo impatto ambientale, organizzati in tutto il mondo, si sta cercando di modificare tutta l’organizzazione di un concerto rendendolo green sotto tutti i punti di vista. Sono molte le iniziative messe in

campo: c’è chi ha pensato a un bicchiere acquistabile su cauzione che, alla fine dell’evento, può essere restituito (riavendo indietro il denaro) oppure può essere portato a casa per essere riutilizzato; si è cercato di incentivare l’utilizzo dei mezzi pubblici, adattando il servizio in base agli eventi; ci si affida alla raccolta differenziata e a dei “premi” che vengono dati a chi differenzia i rifiuti durante l’evento; c’è chi ha optato per laboratori

creativi, artigianato sostenibile e molto altro ancora. Jovanotti (escludendo le polemiche, rivelatesi inutili, sul tour della scorsa estate) e Ligabue hanno cercato di compensare il consumo di energia e il materiale promozionale dei concerti con progetti di rimboschimento; i Bon Jovi, a Buenos Aires, hanno utilizzato biocombustibile per alimentare il loro concerto; Cristicchi ha scelto un palco alimentato da ventisette pannelli foto-

voltaici; i Tetes de Bois sono riusciti a “dare corrente” ai loro spettacoli grazie agli spettatori che, pedalando su delle biciclette, hanno fornito l’energia necessaria all’evento. Un dato molto confortante è emerso da indagini recenti, ovvero che il 50% dei partecipanti al concerto, sarebbe disposto a pagare un prezzo più alto del biglietto se questo potesse contribuire a ridurre l’impatto della manifestazione sull’ambiente; il 71% potrebbe raggiungere il luogo dell’evento con i trasporti pubblici se l’offerta fosse inclusa nel costo di entrata; l’86% farebbe volentieri la raccolta differenziata durante questi momenti di festa, se ci fossero però gli appositi contenitori. E proprio sulla scia di questi buoni propositi arriva quindi un elenco di consigli per rendere la musica sostenibile: localizzare l’evento musicale in un luogo ben servito dalla rete dei trasporti urbani; realizzare la manifestazione durante le ore diurne per la riduzione dei consumi energetici, produrre energia elettrica a zero emissioni da impianti solari fotovoltaici, utilizzare apparecchiature efficienti come gli impianti a led e alimentare i gruppi elettrogeni con il biodiesel, differenziare i rifiuti ed eliminare la plastica.

I super moscerini immuni alle piante tossiche Rosario Maisto Applicando tre mutazioni in un singolo gene con la tecnica Crispr un team di ricercatori Americani ha creato moscerini con la capacità di cibarsi di piante tossiche per allontanare i predatori. Utilizzando questa tecnica di ingegneria genetica, nota come taglia e incolla del Dna, questi insetti possono cibarsi di piante tossiche senza subire danni, il risultato è stato raggiunto grazie a queste mutazioni genetiche, dove hanno permesso di ottenere moscerini dotati di una nuova strategia di difesa contro i predatori che normalmente non possiedono. Questi moscerini sono stati creati come le farfalle, hanno la capacità e la resistenza necessaria per essere immuni alle piante tossiche, la farfalla monarca è estremamente diffusa in Nord America e possiede un’interessante caratteristica, si è evoluta nel corso degli anni in modo da sviluppare una resistenza

alle tossine di una pianta erbacea del genere Asclepias. Questo straordinario tipo di farfalle, “le monarche” non muoiono, infatti ingerendo queste sostanze tossiche, sono in grado di conservarle nel proprio organismo e utilizzarle per rendersi sgradevoli ai predatori, quindi, modificando il Dna dei moscerini della frutta in laboratorio, i ricercatori sono riusciti per la prima volta in assoluto a ricreare delle mutazioni genetiche frutto dell’evoluzione in un organismo multicellulare. La tecnica Crispr è stata applicata su un singolo gene, provocando così la trasformazione voluta negli insetti. Tutto ciò che hanno fatto è stato applicare tre modifiche, così facendo hanno ottenuto che i “super moscerini” hanno sviluppato la stessa capacità delle farfalle monarca, risultando mille volte meno sensibili alle tossine della pianta rispetto ai moscerini originali e riuscendo a conservare il veleno per difendersi dai predatori. Il team di ri-

cerca ha inoltre dimostrato che altri venti gruppi di insetti, che comprendono anche scarafaggi e vespe, sono in grado di nutrirsi di piante tossiche senza conseguenze avendo sviluppato durante l’evoluzione le mutazioni genetiche che le hanno rese resistenti alle tossine, seppur in gradi diversi. La cosa più affascinante di tutto questo lavoro è che

sono riusciti a testare le ipotesi evolutive in un modo che non è mai stato possibile farlo al di fuori delle linee cellulari, quindi sarebbe stato complicato scoprire tutto ciò senza poter creare mutazioni con l’ingengeria genetica e applicando la tecnica Crispr, sperando che in futuro possono essere utili per studi immunizzanti in campo umano.


Un orto terapeutico nel cuore di Napoli Un progetto di agricoltura sociale dedicato ai diversamente abili Fabiana Liguori Insegnare a seminare. Ad aver cura della terra, la pazienza dell’attesa, la gioia della raccolta. Impegno, costanza, senso di responsabilità e utilità, queste le parole chiave del progetto di agricoltura sociale voluto e realizzato dall’Istituto Don Orione Piccolo Cottolengo di Napoli, Coldiretti Campania , Federpensionati Coldiretti, Campagna Amica e Panta Rei Impresa Sociale: un orto terapeutico “fuori terra” collocato nel cortile del Don Orione che sarà seguito, curato e portato avanti da ragazzi diversamente abili affiancati dai Seniors Coldiretti. Nel cortile del noto palazzo del Cinquecento nel cuore di Napoli che ospita lo storico Centro Don Orione non ci sono giardini né terreno coltivabile, pertanto sono state allestite delle strutture in legno che consentiranno di far crescere piante officinali, prodotti orticoli di stagione e piccoli alberi da frutto: verza viola, finocchi, canasta, scarola riccia, scarola liscia, broccoli di Natale, cavolfiori, broccoli neri, erbe officinali e ciclamini. Lo scorso 7 ottobre il taglio del nastro. Un momento molto emozionante, per tutti. Presenti: don Nello Tombacco, direttore del Centro Don Orione, Giorgio Grenzi, presidente nazionale di Coldiretti Federpensionati, Salvatore Loffreda, direttore di Coldiretti Campania, Pasquale Antonio Riccio, presidente di Panta Rei Impresa Sociale, Francesco Vernetti,

Ulivi: la Xylella arriva fino alle porte di Bari

presidente Commissione Agricoltura Comune di Napoli e Chiara Marciani, assessore alle politiche sociali della Regione Campania. All’inaugurazione è seguito il convegno sul tema "Benessere e reti sociali in aree urbane" davanti a una platea di 400 agricoltori in pensione provenienti dalle cinque province della Campania e delegazioni da Puglia, Calabria e Basilicata. In prima fila, i ragazzi del Centro Don Orione a cui è dedicato il progetto. Tra i relatori, è senz’altro da annoverare il prezioso intervento sul valore sociale delle reti di benessere a cura della professoressa Teresa Boccia, docente all’Università Federico II di Napoli. Nel corso dell’incontro è emersa la volontà dei partecipanti di sostenere con forza e costanza l’iniziativa e di farne un modello che possa essere replicato anche in altre realtà. I rappresentanti Coldiretti, Grenzi e Loffreda, hanno sottolineato il ruolo determinante degli agricoltori seniores: “Quando si va in

pensione, non ci si ferma, si continua a sostenere la propria impresa familiare, anche solo per trasferire le conoscenze acquisite in tanti anni. Come nella migliore tradizione agricola, la presenza degli anziani fra le mura di casa è sempre considerata un valore aggiunto all’interno di un welfare familiare che deve fare i conti sia con la gestione delle risorse economiche disponibili che con il tempo e il sostegno a figli e nipoti. La presenza dei nonni è sempre più importante anche rispetto alla funzione fondamentale di conservare le tradizioni alimentari e guidare i più giovani verso abitudini più salutari nelle scuole e nelle case”. Al Don Orione saranno proprio i “nonni custodi” Coldiretti a fare da tutor agli operatori e ai ragazzi speciali presenti nella struttura, in un percorso terapeutico a contatto con i cicli della natura che arricchirà di conoscenze, speranze e sorrisi la vita e il futuro di questi piccoli nuovi coltivatori.

“Mi è venuta la pelle d’oca e più l’elicottero si soffermava su questi alberi, diventati ormai dei tronchi bruciati, e più mi arrabbiavo”. Queste le parole dell’ex Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio che, in compagnia del presidente nazionale di Coldiretti, Ettore Prandini, a maggio scorso sorvolò gli uliveti della Puglia. Sono parole che fanno riflettere e che sottolineano la gravità di una situazione davvero allarmante che purtroppo dura da troppo tempo. Undici milioni di piante perdute, un danno ambientale ed economico senza precedenti. Il problema risulta molto difficile da arginare, la Xylella continua a viaggiare verso nord nonostante gli infiniti tentativi, fatti negli ultimi anni, per arrestare il suo percorso. Il 5 agosto scorso, l’Airf (l’Agenzia regionale per gli interventi irrigui e forestali) ha dato inizio ad un nuovo monitoraggio durato diverse settimane, dal quale è emerso che ci sono 61 nuovi casi di infezione nelle province di Brindisi e Taranto: 2 a Fasano (proprio di fronte all’ingresso del mercato ortofrutticolo), 1 a Ostuni, 1 a Francavilla Fontana, 1 a San Michele Salentino, 15 a Carovigno, 20 a Ceglie Messapica, 6 a San Marzano e 15 a Montemesola. Questi dati hanno confermato che l’infezione si è spostata più a nord raggiungendo la piana degli ulivi secolari e monumentali. La Piana, che oltre ad avere un notevole valore produttivo ha anche un importante valore paesaggistico e di forte appeal turistico, è già stata duramente colpita. Una soluzione a questo terribile problema potrebbe arrivare da una tecnica chiamata sovrainnesto. Il sovrainnesto è un innesto che si esegue su un innesto precedente; una sorta di “ristrutturazione” della pianta. Si tratta ora di non perdere altro tempo e di attendere il varo delle procedure di sovrainnesto che devono essere codificate dalla comunità scientifica, la indizione di specifici corsi di formazione per innestatori, e la emanazione dei relativi bandi, i cui finanziamenti sono indispensabili e dovuti per non far ricadere anche questo onere sulle spalle degli agricoltori.


L’architettura “umanistica” di Stefan Behnisch Lo studio Behnisch ripone grande attenzione alle dinamiche sociali e ai diversi aspetti della sostenibilità Antonio Palumbo L’architetto tedesco Stefan Behnisch (Stoccarda, 1957), figlio di Günter Behnisch, nel 1989 ha fondato nella propria città natale lo studio Behnisch Architekten quale filiale dello studio Behnisch & Partner già diretto dal padre: il suo workshop, in trent’anni di attività, ha aperto diversi uffici nel mondo, raggiungendo una rilevanza internazionale, ed è attualmete composto da circa 140 unità, tra architetti, designer e tecnici specializzati. Nei propri progetti lo studio Behnisch ripone grande attenzione alle dinamiche sociali e ai diversi aspetti della sostenibilità diffusa: elementi, in verità, ancora troppo poco considerati. La filosofia di ogni intervento parte da una piena considerazione del committente e della comunità che fruirà degli spazi progettati e dalla comprensione delle loro esigenze e possibili evoluzioni, elevando, in tal modo, la componente “umana” a principale elemento della progettazione stessa: sotto questo aspetto, le varie fasi progettuali seguono un andamento più iterativo che lineare e prevedono il coinvolgimento non solo di architetti ma di vari professionisti che contribuiscono alla messa in discussione delle idee, alla loro decostruzione e ricomposizione per approdare a soluzioni creative, innovative e sostenibili. La presenza di tali professionalità consente di arricchire i

gruppi di lavoro, valutando le idee progettuali da nuovi punti di vista. Attraverso la discussione, le idee vengono scomposte e ricomposte, per approdare infine ad una soluzione creativa, innovativa e sostenibile. Un’attenzione che è riservata anche alle dinamiche interne allo studio stesso: ricordando la propria esperienza di stagista agli inizi della carriera, infatti, lo stesso Behnisch ci ricorda che «tali iniziative rivestono fondamentale importanza, in quanto finalizzate a migliorare la conoscenza tra i membri dello staff e lo spirito di squadra». Nel complesso, una visione indubbiamente

“umanistica” dell’architettura, in cui le necessità del singolo non sono mai considerate a sé stanti ma vengono invece inquadrate in un contesto collettivo: ogni struttura realizzata deve rispettare il ‘genius loci’, inserendosi armoniosamente nell’ambiente sociale e naturale a cui appartiene. In ragione di ciò, il relativo progetto deve rispettare tutti i requisiti di sostenibilità, adeguandosi alle peculiarità del sito per il quale è stato ideato, impiegando, nel contempo, il minor numero di risorse naturali, materiali e finanziarie. Nel corso dei decenni, Behnisch & Partner ha realizzato

numerosi ed importanti progetti - la maggior parte dei quali insigniti di riconoscimenti e premi internazionali tanto nel settore pubblico quanto in quello privato. Tra le opere più famose si annoverano: l’istituto IBN di Wageningen (Olanda), progetto pilota europeo per la sostenibilità; la Norddeutsche Landesbank di Hannover (Germania), intervento sviluppato in collaborazione con Transsolar KlimaEngineering, che prevedeva l’installazione di un grande accumulatore sotterraneo di energia termica stagionale per climatizzare gli interni senza la necessità di un condizionamento

meccanico; il Genzyme Center di Cambridge-Boston (Massachusetts), all’epoca il più grande edificio commerciale LEED Platinum al mondo; il Centro di ricerca cellulare e biomolecolare di Terrence Donnelly (Università di Toronto); l’Agorà Pôle de Recherche sur le Cancer realizzata a Losanna (Svizzera); l’Adidas Arena a Herzogenaurach (Germania). Tra i progetti in corso di realizzazione, uno dei più importanti è quello per il Complesso scientifico e ingegneristico dell’Università di Harvard, sempre a CambridgeBoston (Massachusetts), che sarà completato nell’autunno del 2020.


Il grido dei giovani per il mondo Nel mese di settembre più di quattro milioni di persone hanno manifestato per il clima in tutto il mondo La mobilitazioni internazionale è stata di vaste proporzioni, infatti oltre alle 5.800 iniziative in 163 paesi a cui hanno aderito 73 sindacati ed 820 associazioni della società civile, vi erano anche circa 3.024 aziende che hanno voluto sposare il Green New Deal ambientale, facendo sentire la loro voce. Ma all’incontro sul clima tenutosi nel Palazzo di vetro delle Nazioni Unite, i leader mondiali non hanno preso misure concrete per ridurre le emissioni, nonostante il segretario Generale Antonio Guterres aveva invitato i Governi a presentare nuovi progetti in ambiti come il carbon pricing e la riforestazioni su vasta scala. Alcuni buone intenzioni si sono materializzate, come per esempio quella del Primo Ministro Indiano Narendra Modi che ha fissato l’obiettivo di 450 Giga watt per le energie rinnovabili entro il 2030, ossia cinque volte i livelli at-

tuali, oppure come la Germania e la Slovacchia che sono entrate a far parte di una alleanza di 32 paesi per fermare la costruzione di nuove centrali a carbone, eppure le contraddizioni sono numerose, come nella stessa India infatti le banche statali so-

stengono lo sviluppo dell’industria del carbone, o come in Russia dove da un lato si dichiara di voler ratificare l’accordo di Parigi, ma con obiettivi fissati molto limitati, per non parlare del negazionismo imperante dell’amministrazione Trump, a totale

beneficio delle industrie del carbone. Purtroppo la storia è piena di incoerenze tra le roboanti dichiarazioni di tutela ambientale e ciò che effettivamente si persegue, basta ricordare l’anno 1997 dove con il Protocollo di Kyoto si professava di “… agire a tutela

delle generazioni future …” ma poi in effetti le emissioni dopo la firma di quell’accordo aumentarono rispetto al passato, o come nel 1988 quando George H.W. Bush dichiarava di essere “…un ambientalista…” ma in realtà non ci fu durante la sua Amministrazione nessun passo in avanti per la riduzione dell’effetto serra, anzi. Per questi motivi la mobilitazione di massa che si è sviluppata e che ha toccato oramai quasi tutti gli angoli del Pianeta rappresenta una forza collettiva che può contribuire a portare alla totale consapevolezza del rischio che stiamo correndo al fine di incentivare quei cambiamenti di ampia portata e senza precedenti che devono toccare ogni aspetto della società. Non sarà certo semplice, ma si è all’inizio di una mobilitazione che difficilmente si fermerà ed ognuno dovrà fare la propria parte. Luc.Mon.

A scuola è arrivata l’“ora di futuro” Ambiente, salute, benessere e risparmio a portata di bambino Giulia Martelli I bambini di oggi sono gli adulti di domani. Su questa semplice considerazione si basa "Ora di Futuro", il progetto di educazione per i bambini da 0 a 11 anni promosso in tutta Italia da Generali Italia e The Human Safety Net con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e della Regione Lombardia che coinvolge insegnanti, famiglie, scuole primarie e reti non profit in tutta Italia. Il progetto "Ora di Futuro" si sviluppa in un percorso didattico innovativo per insegnare con il gioco ai bambini delle classi 3°, 4°, 5° delle scuole primarie a fare scelte responsabili su ambiente, salute, benessere e risparmio; iniziative per le famiglie in difficoltà, con bambini da 0 a 6 anni, incentrate sull’educazione alla genitorialità grazie alla collaborazione con le tre Onlus scelte dai dipendenti di Generali Country Italia: Mission Bambini, Albero della Vita, Centro per la Salute del Bambino(già da novembre sono

operativi 11 centri in tutta Italia nelle città di Bologna, Genova, Milano, Napoli, Novara, Palermo, Roma, Trieste, Torino). Il programma è partito con l'anno scolastico 2018-2019 e si articola su tre anni prevedendo un’Ora di Futuro a settimana per ciascuna classe. Il bilancio alla fine della prima annualità lascia ben sperare: circa 800 elaborati creativi di oltre 30mila bambini di 2.500 classi elementari sono stati presentati in Senato lo scorso 30 settembre, da 225 bambini che hanno consegnato 9 ‘mozioni di fiducia’ alla presidente Casellati su ambiente, salute, benessere ed economia. Riguardo alla tutela dell’ambiente e all’immaginazione di come sarà il futuro in generale, la maggior parte degli elaborati ha presentato un approccio sostanzialmente ottimista e positivo verso il futuro, anche se ci sono alcuni elaborati più “critici” o più preoccupati. L’obiettivo, ambizioso ma chiaro, resta: garantire oggi un futuro migliore agli adulti di domani.

Le proposte dei bambini delle classi quarte sulla tutela ambientale 1.Come favorire i punti di incontro, le aree verdi e le aree di gioco libero per bambini nelle città e negli spazi urbani? • Le città dovrebbero tenere in considerazione l’esigenza di spazi di incontro e di spazi sicuri dedicati ai bambini, in modo che i bambini si sentano capaci di muoversi liberamente e in tutta sicurezza. • Sarebbe bellissimo che nelle città ci fossero parchi e più spazi sicuri per giocare tra bambini, in cui i bambini possano muoversi liberamente. • Sarebbe bellissimo che nelle città ci fossero anche tante piste ciclabili che i bambini possano percorrere in sicurezza. 2. Come favorire una maggior tutela dell’ambiente, anche a livello delle azioni quotidiane? • L’ambiente ha bisogno di essere più tutelato e le leggi e

lo stato dovrebbero intervenire di più per affrontare i problemi ambientali. • Bisogna educare tutti, anche gli adulti, a rispettare di più l’ambiente. La raccolta differenziata ad esempio dovrebbe essere fatta sempre da tutti, si dovrebbe sprecare di meno e magari riutilizzare le cose piuttosto che buttarle subito via. • Sarebbe necessario incentivare davvero i mezzi di trasporto che non inquinano, come le biciclette e le auto elettriche. • Tutti dovrebbero, con i loro comportamenti di ogni giorno, pensare alla cura dell’ambiente 3. Come favorire ancora di più l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili? • Ci sono già adesso le tecnologie per sfruttare le fonti rinnovabili, come l’energia del vento e l’energia del sole, che

dovrebbero essere utilizzate in tutti gli edifici e soprattutto negli edifici pubblici. • Oltre ad usare le fonti di energia rinnovabile, è possibile costruire edifici che inquinano di meno e che hanno un impatto minore sul territorio, trattenendo il calore e non sprecandolo, sviluppandosi in altezza per lasciare spazio a parchi urbani. • Per spostarsi bisognerebbe utilizzare mezzi sostenibili: in città le biciclette e le auto elettriche dovrebbero sostituire i mezzi più inquinanti.


Grandi Napoletani di adozione

Giovanni Antonio Bartolomeo Rizzi Zannoni Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… Continuiamo il nostro viaggio con un famoso napoletano d’adozione. Giovanni Antonio Bartolomeo Rizzi Zannoni nacque a Padova il 2 settembre del 1736 e morì, campano "acquisito" il 20 maggio del 1814. È stato un grande cartografo e un geografo. Brillante allievo del padovano Giovanni Poleni, professore di Astronomia, viaggiò in tutto il mondo approfondendo le sue conoscenze in particolare nell'Impero russo ed in quello turco oltre che in Polonia, in servizio presso la corte di Augusto III realizzando una carta geografica della nazione tra le più eccellenti del tempo. Stessi successi ottenne in Danimarca, in Svezia e in Prussia dove fu coinvolto e anche messo in prigione durante la

famosa Guerra dei Sette Anni. Trasferitosi a Parigi, diventò responsabile dell'ufficio di ingegnere idrografo e vi conobbe il napoletano Ferdinandimo Galiani, protagonista della cultura di quegli anni. Fu il Galiani ad avviarlo allo studio e alla realizzazione di una carta del Regno di Napoli (la carta, in 4 fogli alla scala di 1:425.000 circa, fu pubblicata nel 1769 e contribuì a rafforzare la sua notorietà in tutta l'Europa). A Padova progettò una grande carta generale dell'Italia. Arrivò a Napoli nel 1781 e convinse il Ministro degli Affari Esteri e di Casa Reale, il Marchese Beccadelli della Sambuca e il Segretario di Guerra, Commercio e Marina, l'ammiraglio John Acton, della necessità di realizzare una nuova e dettagliatissima carta del Regno divisa in due parti: una terrestre e l'altra marittima. Per attuare l'ambizioso progetto fu istituita un'apposita "Officina topografica" sotto la direzione del Rizzi Zannoni. Il

grandioso lavoro durò oltre trent'anni. Si trattava di un'opera unica: "Atlante Geografico del Regno di Napoli" in 32 grandi fogli completati nel 1812, due anni prima della morte. Le dimensioni erano di 30 × 20 once e corrispondevano a 45 × 30 miglia: l'orografia era rappresentata artisticamente mediante un tratteggio semiprospettico definito "alla cavaliera". Il successo fu enorme e, successivamente, continuò, con un credito crescente e con il consenso e il sostegno del governo borbonico, i suoi lavori cartografici e metrici e la sua originaria "Officina" diventò dopo la sua morte il "Reale Officio Topografico", di fatto il primo nucleo dell'Istituto Geografico Militare Italiano e uno dei primati del Sud preunitario dal punto di vista scientifico grazie alla lungimirante valorizzazione delle eccellenze locali (e di quelle "estere" perfettamente integrate nel sistema politico-culturale voluto dai Borbone). segue a pag.15


segue da pagina 14

Alcune carte di G.A. Rizzi Zannoni Carta geografica tratta dall’Atlante del Regno di Napoli Ridotto in VI Fogli, 1815 ca., disegnata sempre da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni e incisa da V. Aloja, montata su tela a stacchi. Il titolo della carta è iscritto in un ricco e decorativo cartiglio di gusto neoclassico nel quale spicca lo stemma dei Borboni. Nel quinto foglio sono riportate

le scale grafiche l’una in Miglia 30 Italiane e l’altra di 10 Leghe comuni di Francia. Questa edizione, contrariamente alla prima, riporta le “indicazioni di confini: di Stati, di Provincie, di Distretti, di Circondarj”. La carta è arricchita da una particolare coloritura che evidenzia la rete stradale, l’idrografia ed i centri abitati.

Atlante Geografico del Regno di Napoli, uno tra i più belli di tutta l’opera. Disegnato da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, inciso su rame da Giuseppe Guerra, è datato 1794. ll paesaggio riportato nella carta è dominato dalla rappresentazione del Golfo di Napoli e dell’imponenza del Vesuvio, la

Quello qui presentato è il Foglio n. 21 delll’Atlante Geografico del Regno di Napoli. Disegnato da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni e inciso su su rame da Giuseppe Guerra, riporta la data 1811. Nella carta topografica compare il litorale del Golfo

di Taranto e parte del territorio interno, con i punti di riferimento costituiti a nord da Laterza e Carovigno, dalla foce del Vagento (Basento) e Maruggi a sud. Pantani e acquitrini circondano i corsi d’acqua, sufficientemente dettagliata appare la rete viaria.

Più fitta la rete degli isediamenti a est di Taranto dove spiccano gli abitati di Manduria, Oria, Francavilla e Grottaglie. Come per altri fogli anche in questo traspare l’interesse per le antichità dei rilevatori.

cui orografia, similmente a quella del resto della carta è evidenziata ricorrendo al sistema del lumeggiamento obliquo. Ulteriori elementi legati alla morfologia vulcanica dell’area sono evidenziati dai circoli vulcanici dei Campi Flegrei. In mare troviamo le isole dell’arcipalago napoletano, il litorale

compreso è lo spazio tra la foce dei Regj Lagni sino a Salerno. Tratti di costa appaiono paludosi e pieni di vegetazione. Fitto il sistema viario nell’area di Napoli e tutto intorno al Vesuvio, come denso appare l’insediamento soprattutto in prossimità dei due centri maggiori, Napoli e Salerno.

Nuova Carta dell’Italia, di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, 1802. Pubblicata dall’editore Molini di Firenze è una sorta di manifesto pubblicitario, con il quale l’astronomo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni intendeva lanciare per sottoscrizione un progetto di più ampio

respiro: la Gran carta d’Italia in 15 fogli. A seguito del fallimento dell’iniziativa, la carta in due fogli rimane l’unico documento che ci consente di valutare le novità e i limiti delle conoscenze cartografiche sull’Italia al volgere del XVIII secolo. Fonte: famedisud.it


Il diritto all’oblio in un mondo globalizzato La permanenza in rete di notizie non aggiornate può nuocere agli individui Luca Monsurrò Con la locuzione "diritto all'oblio" si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia che prevede la non diffusione, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell'onore di una persona, per tali intendendosi principalmente i precedenti giudiziari di una persona, difatti la permanenza in rete di notizie di cronaca giudiziaria non aggiornate può rappresentare un ostacolo al reinserimento sociale di qualsiasi individuo. Il diritto all’oblio va riconosciuto anche a chi è stato riabilitato dopo una condanna, il principio è stato affermato dal Garante Privacy che ha ordinato a Google la rimozione di due Url che rimandavano ad informazioni giudiziarie non più rappresentative dell’ attuale situazione di un imprenditore che dopo aver tentato di far deindicizzare le pagine direttamente a Google, si era rivolto all’Autorità lamentando il pregiudizio derivante alla propria reputazione personale e professionale della permanenza in rete di informazioni obsolete e non aggiornate. Difatti alla base dell’Istituto della riabilitazione vi è il principio del venir

meno delle pene accessorie e di ogni altro effetto personale della condanna come misura premiale finalizzata al reinserimento sociale della persona. Di parere contrario è invero la pronuncia della Corte di Giustizia Europea del settembre 2019 (causa C-507/17 tra Google Inc. e Commission Nationale de l’informatique et des libertè - CNIL) dove allo stato attuale, non sussiste, per il gestore di un motore di ricerca che accoglie una richiesta di deindicizzazione presentata dall’interessato, eventualmente a seguito

di un’ingiunzione di un’autorità di controllo o di un’autorità giudiziaria di uno Stato Membro, un obbligo di effettuare tale deindicizzazione su tutte le versioni del suo motore. La Corte da un lato sottolinea che, in un mondo globalizzato, l’accesso da parte degli utenti di Internet, in particolare quelli localizzati al di fuori dell’Unione Europea, all’indicizzazione di un link, che rinvia a informazioni concernenti una persona il cui centro di interessi si trova nell’Unione, può produrre effetti immediati e sostanziali

sulla persona in questione all’interno dell’Unione stessa, e quindi una deindicizzazione mondiale sarebbe idonea certamente a conseguire pienamente l’obiettivo di protezione perseguito dal diritto dell’Unione. Ma dall’altro lato, precisa tuttavia che molti Stati terzi non riconoscono il diritto alla deindicizzazione o comunque adottano un approccio diverso per tale diritto. Tutto ciò si basa sul convincimento che il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione so-

ciale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità. Inoltre, l’equilibrio tra il diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali, da un lato, e la libertà di informazione degli utenti di Internet, dall’altro, può variare notevolmente nel mondo. La Corte conclude quindi che, allo stato attuale, non sussiste, per il gestore di un motore di ricerca che accoglie una richiesta di deindicizzazione presentata dall’interessato, eventualmente a seguito di un’ingiunzione di un’autorità di controllo o di un’autorità giudiziaria di uno Stato membro, un obbligo, derivante dal diritto dell’Unione, di effettuare tale deindicizzazione su tutte le versioni del suo motore, pur riconoscendo che il diritto dell’Unione obbliga tuttavia il gestore di un motore di ricerca a effettuare tale deindicizzazione nelle versioni del suo motore di ricerca corrispondenti a tutti gli Stati Membri e ad adottare misure sufficientemente efficaci per garantire una tutela più ampia ed effettiva anche al di fuori degli Stati Membri, dei diritti fondamentali della persona interessata.


Gli atti di gestione del rapporto di lavoro pubblico privatizzato Le relative controversie sono di competenza del giudice amministrativo Felicia De Capua Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 5230 del 24 luglio 2019, sez. V, ha richiamato il costante orientamento della giurisprudenza sul tema della competenza dei giudici amministrativi sulle controversie che riguardano gli atti di gestione del rapporto di lavoro pubblico privatizzato. Secondo questa linea interpretativa, gli atti di macro-organizzazione sono riconducibili alla categoria di atti di cui all’art. 4, commi 1 e 2, D.lgs. n. 165/2001 s.m.i. Più precisamente essi sono considerati provvedimenti amministrativi adottati dalle pubbliche amministrazioni allo scopo di disciplinare il disegno della struttura amministrativa, definendo le linee fondamentali di organizzazione degli uffici, le modalità di conferimento della titolarità delle funzioni, la dotazione organica complessiva (cfr. Cons. Stato, sez. III, 3 aprile 2019, n. 2210). In più, secondo i giudici di palazzo Spada, gli atti di macro – organizzazione sono in grado di incidere sul rapporto di lavoro del singolo pubblico dipendente. Nel caso di specie

l’interessato impugnava, già dinnanzi al Tar, vari provvedimenti, ivi compresa la delibera di riorganizzazione dei servizi amministrativi del Comune in questione. In sintesi egli sosteneva che il riassetto organizzativo aveva avuto quale unico obiettivo quello di estrometterlo dalla direzione di un Settore caratterizzato dall’esercizio di competenze rilevanti per l’attività dell’ente, ponendolo alla guida di un settore marginale, quale quello demografico. Invero il giudice di prime cure aveva dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice amministrativoin favore di quello ordinario, avvalendosi del disposto dell’art. 63 del D.Lgs. n. 165/2001, che attribuisce alla giurisdizione ordinaria le controversie in materia di rapporto di lavoro dei dipendenti contrattualizzati delle pubbliche amministrazioni, incluse quelle relative al conferimento e alla revoca di incarichi dirigenziali. In sostanza il giudice di prime cure ha sostenuto che l’impugnazione degli atti afferenti l’organizzazione degli uffici non assumeva autonoma rilevanza, essendo stata propo-

sta solo per le ricadute indirette sugli incarichi dirigenziali del ricorrente, non spiegando direttamente gli effetti lesivi nella sfera dello stesso. In senso contrario la decisione del Consiglio di Stato: nel caso in esame, la situazione soggettiva del privato è di interesse legittimo e la relativa controversia spetta, dunque, alla giurisdizione di legittimità del giudice amministrativo (cfr. Cass. civ., Sez. Unite, 28 febbraio 2019, n. 6040; Sez. Unite, 4 luglio 2018, n. 17353; Sez. Unite, 31 maggio 2016, n.

11387; Cons. Stato, sez. V, 23 novembre 2018, n. 6645; V, 30 ottobre 2017, n. 4988; VI, 3 aprile 2018, n. 2034; VI, 16 febbraio 2018, n. 997). È interessante far notare che, con la sentenza in esame, i giudici prevedono, altresì, che la giurisdizione è del giudice amministrativo anche nel caso in cui, successivamente all’adozione dell’atto di macro – organizzazione, siano adottati i provvedimenti di conferimento o revoca dell’incarico, anch’essi oggetto di impugnazione, purché la contestazione investa di-

rettamente il corretto esercizio del potere amministrativo mediante la non conformità a legge degli atti di macro – organizzazione e, solo in via derivata, gli atti di conferimento o revoca dell’incarico (cfr. Cass. civ., Sez. Unite, 21 dicembre 2018, n. 33212; Sez. Unite, 27 febbraio 2017, n. 4881). In conclusione il singolo dipendente pubblico può impugnare gli atti di macro-organizzazione dinnanzi al Tar, qualora dall’adozione di questi si palesi l’interesse legittimo da tutelare.

Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI Il TAR Umbria Sez. I con Sentenza n. 484 del 2 settembre 2019, in tema di affluenti di allevamento, ha stabilito che: occorre che non vi sia soluzione di continuità tra il processo di produzione del materiale e la sua diretta destinazione alla fertirrigazione o il suo conferimento all’impianto di biogas, affinché sia integrata la condizione prevista dall’art. 184 bis, c. 1, lett. b), d.lgs. n. 152/2006 (così come dalla normativa europea) e l’effluente sia qualificabile come sottoprodotto. Se tale cesura si verifica, perché il materiale viene stoccato in un sito privo di autorizzazione a tal fine e dunque “abbandonato”, esso deve necessariamente considerarsi rifiuto e non è più suscettibile di perdere questa qualifica.

Anche l’art. 3, c. 1, lett. j), d.m. 25 febbraio 2016 precisa che, ai fini dell’utilizzo agronomico degli effluenti di allevamento, per stoccaggio debba intendersi il “deposito di effluenti … effettuato nel rispetto dei criteri e delle condizioni di cui al presente decreto”. ACQUA A norma del comma 1 dell’art. 223 disp. att. cod. proc. pen.,

l’avviso all’interessato del giorno, dell’ora e del luogo ove le analisi saranno effettuate può essere dato anche oralmente e per tale avviso non è prescritta alcuna forma specifica, né alcun termine minimo deve intercorrere tra il prelievo e le successive analisi, essendo richiesto soltanto che detto termine sia comunque sufficiente a consentire all’interessato la possibilità di otte-

nere l’assistenza eventuale di un consulente tecnico. Se si tiene conto del dato letterale dell’art. 220, emerge chiaramente che lo stesso si riferisce ad indizi di reato che emergono nel corso delle attività ispettive o di vigilanza, il che porta ad affermare che la cognizione circa la sussistenza di indizi di reità, ancorché non riferibili ad un soggetto specifico, deve risultare oggettivamente evidente a chi opera mentre effettua tale attività e non deve essere soltanto ipotizzata sulla base di mere congetture, né può ritenersi possibile, dopo che un reato è stato accertato, sostenere che chi effettuava il controllo avrebbe dovuto prefigurarsi quale ne sarebbe stato l’esito. Cassazione penale, Sez. III n. 36626 del 29 agosto 2019 (UP 10 luglio 2019).

RIFIUTI La gestione dei rifiuti con inosservanza delle prescrizioni dell’autorizzazione ha natura di reato di mera condotta per la cui integrazione non assume rilievo l’idoneità della condotta a recare concreto pregiudizio al bene finale: “in tema di gestione dei rifiuti, il reato di cui all’art. 256, comma quarto, D.Lgs. 3 aprile 2006 n. 152, gestione dei rifiuti con inosservanza delle prescrizioni dell’autorizzazione, ha natura di reato di mera condotta, per la cui integrazione non assume rilievo l’idoneità della condotta a recare concreto pregiudizio al bene finale, atteso che il bene protetto è anche quello strumentale del controllo amministrativo da parte della pubblica amministrazione”. Cassazione Penale - sez. III - Sentenza del 10 luglio 2019 n. 30397. A.T.


Warka water: l’albero che produce acqua potabile L’invenzione Made in Italy studiata per le popolazioni rurali dei paesi in via di sviluppo Cristina Abbrunzo La sfida per salvare il Pianeta – e noi stessi – è aperta da tempo e vede impegnati intelligenze vive e aziende coraggiose. In alcuni casi le tecnologie all’avanguardia sono già disponibili e chiedono, da parte nostra, solo di prenderne atto e applicarle. Il crescere della consapevolezza ecologica ha portato ad un interesse, che va sempre di più aumentando, nei confronti delle cosiddette eco invenzioni. La sostenibilità non è più soltanto un concetto teorico sentito da qualche parte, ma sta iniziando a far parte della nostra vita e, anche se lentamente, sta diventando un valore costitutivo della produzione e del consumo. Anche l’Italia dice la sua in ambito di eco invenzioni. Il nostro Paese mantiene in merito il quarto posto nella Ue dopo Germania, Francia e Paesi Bassi. Il “genio” italiano si colora sempre più di verde: in 10 anni, il numero dei brevetti green made in Italy, pubblicati in Europa, è aumentato complessivamente del 22%. Si tratta in sostanza di oltre 3.500 invenzioni registrate che introducono innovazioni a basso impatto ambientale nei processi o nei prodotti realizzati. Ma non solo.

Grande spazio ed attenzione anche al tema dell’accesso universale alle energie rinnovabili e ai beni di prima necessità da parte dei Paesi più poveri della Terra. Lo spirito umanitario che da sempre contraddistingue il nostro Belpaese ha fatto sì che gran parte delle nuove tecnologie green, inventate negli ultimi anni, fossero anche orientate verso questo tema complesso e preoccupante che la UE ha condensato in un rapporto dal titolo “Sostenibilità ed equità”.

Dati alla mano, ad esempio, si stima che nel mondo vi siano più di 800 milioni di persone che non hanno acqua potabile disponibile e che, ogni giorno, muoiano circa 1400 bambini sotto i 5 anni per malattie trasmesse da acqua infetta. In questa ottica, degna di nota è senza dubbio l’invenzione tutta made in Italy dal nome Warka Water, ovvero albero dell’acqua; una struttura a forma di albero capace di produrre acqua potabile. Un progetto nato dall’ingegno dell’architetto italiano Arturo

Vittori che insieme al suo team ha realizzato il prototipo di un sistema per la produzione d’acqua a basso costo e costruito con materiali naturali come il bambù, canapa e plastiche biodegradabili. Studiata proprio per le popolazioni rurali dei paesi in via di sviluppo, dove le condizioni infrastrutturali ed igieniche rendono l'accesso all'acqua potabile quasi impossibile, la struttura del Warka Water si presenta come una sorta di torre reticolare a maglia triangolare, alta 10 metri, pesante

Solar bottle: la bottiglia/depuratore per i paesi piu’ poveri Un sesto della popolazione mondiale ancora oggi non ha accesso all’acqua potabile; più di un milione di persone, per la maggior parte bambini, muoiono ogni anno a causa di malattie dovute all’acqua inquinata. Solar Bottle nasce dall’esigenza di rispondere a questa problematica, proponendosi come un economico ed essenziale depuratore portatile d’acqua che sfrutta energia solare. Si tratta di un altro bel progetto italiano ideato dal designer Alberto Meda in collaborazione con l’argentino Francisco Gomez Paz che consiste nella realizzazione di un contenitore low cost capace di disinfettare

l’acqua adatto alle popolazione che spesso si trovano bere acqua microbiologicamente contaminata. Il tutto grazie alla brevettata tecnologia SODIS (Solar Water Disinfection), che permette la disinfezione del liquido tramite i raggi solari, di-

struggendo i patogeni che causano malattie potenzialmente gravi quali tifo, dissenteria e colera. Solar Bottle è composta da due facce: una in pet trasparente che raccoglie i raggi UA-V e l’altra in alluminio, che aumenta la temperatura

facilitando il processo di depurazione. La capacità della borraccia è di 4 litri e saranno necessarie circa 6 ore di esposizione al sole per una purificazione profonda. La particolare maniglia, inoltre, assolve ad una duplice funzione: permette di inclinare al meglio le bottiglie, a seconda dell’incidenza del sole (un po’ come dei pannellini solari) e in più ne garantisce un facile trasporto. Un prodotto socialmente sostenibile, a basso impatto ambientale e funzionante ad energia pulita. Un altro ottimo esempio di progettazione sostenibile tutta made in Italy. C.A.

solo 60 kg, ecosostenibile e costruita con materiali ecologici e facilmente reperibili come nylon, giunchi di bambù e bioplastica, e capace di trasformare, attraverso un processo di condensazione, l’umidità in acqua potabile fino a 100 litri giornalieri. Di per sé, l’idea è molto semplice e si basa appunto sul principio naturale secondo cui la condensazione dell’aria produce acqua, sfruttando l’escursione termica tra il giorno e la notte. Partendo da questo presupposto, l’umidità prodotta viene catturata attraverso una speciale rete. Uno speciale collettore ha il compito di raccogliere l’acqua ed eliminarne le impurità, così da renderla immediatamente potabile per la popolazione. La struttura, inoltre, è facile da assemblare, non richiede l’impiego di energia elettrica e ha bassi costi di realizzazione (circa 500 dollari). I test preliminari sono stati già effettuati nel Lazio, mentre il primo prototipo di “albero dell’acqua” è stato da qualche anno installato in un villaggio dell’Etiopia. Si stima che solo nel primo anno dalla sua messa in opera nell’area di Dorze, Warka Water abbia già prodotto più di 30mila litri d’acqua. Il Warka Water si pone come soluzione alternativa per risolvere almeno in parte il fabbisogno idrico Etiope. Finora ne sono stati realizzati quattro, ma adesso occorre passare alla fase operativa di installazione degli altri prototipi.


GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE DONNE RURALI Andrea Tafuro “Genere è la definizione socialmente costruita di donne e uomini. È l’immagine sociale della diversità di sesso biologica, determinata dalla concezione dei compiti, delle funzioni e dei ruoli attribuiti a donne e uomini nella società e nella sfera pubblica e privata. È una definizione di femminilità e mascolinità culturalmente specifica, che come tale varia nello spazio e nel tempo (…) Genere non è solo una definizione socialmente costruita di donne e uomini, è anche una definizione culturalmente costruita della relazione tra i sessi. In questa definizione è implicita una relazione ineguale di potere, col dominio del maschile e la subordinazione del femminile nella maggioranza delle sfere della vita”. Consiglio d’Europa (1998) La Giornata internazionale delle donne rurali è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite attraverso la Risoluzione 62/136 del 18 dicembre 2007, con lo scopo di riconoscere “il ruolo chiave delle donne rurali nel promuovere lo sviluppo rurale e agricolo, contribuendo alla sicurezza alimentare e allo sradicamento della povertà rurale”. Tale ricorrenza ricade nella settimana in cui le Nazioni Unite celebrano sia la Giornata mondiale dell’alimentazione, il 16 ottobre, sia la Giornata internazionale per lo sradicamento della povertà il 17 ottobre. Tali obiettivi sono divenuti di priorità strategica mondiale con la sottoscri-

zione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile; invero, la sicurezza alimentare, l’uguaglianza di genere, l’emancipazione femminile, la produzione agricola sostenibile e la lotta alla povertà, infatti, sono variabili trasversali nei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile sanciti dall’Agenda. La forza di queste donne, contribuisce all’approvvigionamento alimentare, al sostegno economico e sociale delle proprie comunità, pur senza ottenere alcun tipo di riconoscimento. È questa una lunga storia, perché il percorso portato avanti contro le discriminazioni delle donne e le lotte per l’affermazione dell’uguaglianza di genere, prende le mosse nei primi anni settanta. Cronologicamente, è con l’approvazione della Convenzione per l’abolizione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW), da parte delle Nazioni Unite nel 1979, che si avvia il dibattito e la lotta per le conquiste femminili. Successivamente si sono svolte le Conferenze Mondiali sulle Donne di Copenhagen (1980) e Nairobi (1985) e la Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna (1993). In tutte queste sedi, è stato affermato il principio di parità, di opportunità, di retribuzione, di diritti nella sfera pubblica e privata, oltre che l’eliminazione di ogni forma di discriminazione sessuale e di violenza nei confronti del genere femminile. Il punto di svolta del percorso di lotta è stato raggiunto con la Quarta Conferenza Mondiale delle Donne di Pechino (1995), poiché a Pechino si registra un cambio nei contenuti e nelle

azioni intraprese nelle lotte per la risoluzione della questione femminile, essenzialmente in riferimento al dualismo sviluppo/sottosviluppo. Due concetti in particolare, il gender mainstreaming e l’empowerment entrano a far parte del processo sociale e culturale, che investe il modo di affermare diritti, interessi, obblighi e opportunità dell’universo femminile e del mondo maschile. Il progetto che nasce con la Conferenza di Pechino non è: “rivolto ad incidere soltanto sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne, bensì inteso a rimodellare la realtà complessiva a partire dalla forza delle donne come soggetti capaci di

portare cambiamento”. Questa ricorrenza sia per tutti noi, maschi e femmine occidentali, sviluppati e sovrabbondanti di superfluo, momento di riflessione, perché la maggior parte delle donne rurali non solo vive in condizioni di disumana povertà economica, ma è quotidianamente vittima di discriminazioni e violenze. In paesi come Africa e India, le donne subiscono, quotidianamente, mutilazioni genitali femminili e matrimoni combinati, di rado entrano a far parte dei consigli locali e non hanno nessuna influenza, nella gestione delle politiche economiche e ambientali della loro comunità.

Sunita e Nemonte, donne della sostenibilità

Sunita Kashyap è una delle donne che ha potuto usufruire del microcredito moderno, ideato e concesso attraverso la fondazione della Grameen Bank di Muhammad Yunus, banchiere bengalese, che nel 2006 ha ricevuto il Nobel per la Pace per tale scelta di campo. Sunita dopo aver terminato gli studi, ha fondato il Mahila Umang Producers Company (Umang) – un’organizzazione gestita dalle donne rurali dei distretti di Almora e Ranikhet, nel Nord dell’India. L’Umang, in primis produce e distribuisce prodotti di ma-

glieria e biologici, inoltre supporta le contadine e artigiane locali grazie a concessioni economiche con il microcredito. Tali risorse economiche sono utilizzate per migliorare le condizioni di vita delle donne e l’istruzione dei figli.“Vogliamo dare condizioni di vita sostenibili e assicurare reddito costate alle donne nelle zone rurali. Prima di noi, le donne lavoravano la terra, ma i raccolti venivano venduti da intermediari, uomini. Le agricoltrici, come me, dovevano percorrere lunghe distanze, attraverso le montagne, solo per raggiungere il venditore. Umang, invece, dà a tutte noi la possibilità di diventare imprenditrici. Abbiamo creato gruppi di sostegno in tutti i villaggi, che le donne possono sfruttare per lavorare i propri appezzamenti e vendere i loro prodotti. Alla vendita, affianchiamo una consulenza finanziaria, cosicché le nostre agricoltrici possano avere dei risparmi: questo fa di noi un modello”, queste sono le parole di Sunita per spiegare Umang.

Nemonte Nenquimo, di etnia Waorani, è nata sulle rive del fiume Curarayin. Da piccola lascia la sua comunità per studiare nella scuola della missione, ma torna presto al villaggio per non sentirsi sradicata dal suo popolo. Grazie al suo contatto con il mondo esterno alla foresta, Nemonte ha mobilitato quasi 5.000 Waorani a difesa della propria terra: “Prima combattevamo con le frecce. Adesso lo facciamo con la penna. Anzi, il pc”. Nel 2018 ha affrontato il governo ecuadoriano in una causa legale di portata storica; lo scorso 26

aprile 2019, il verdetto: l’Ecuador non può destinare 200.000 ettari di foresta della provincia di Pastaza allo sfruttamento petrolifero, perché, nel rispetto della Costituzione del Paese, deve prima consultare «in modo adeguato» i popoli indigeni che ci vivono. In Ecuador, circa 800.000 ettari di suolo sono collettivamente assegnati alle 12 comunità waorani, e senza il loro consenso lo Stato non può decidere come destinare il sottosuolo. Nemonte ha una figlia di 4 anni, che già conosce tanti canti waorani; le tradizioni ancestrali si conciliano bene con ciò che serve oggi a difendere una vita dignitosa.


a cura di Fabiana Liguori

Stati Generali del Mare 2019: “Insieme Ritroveremo il Mare” Prossimi appuntamenti

benefico il cui ricavato sarà devoluto interamente al reparto pediatrico oncologico dell'Ospedale Santobono Posillipo

Dal 18 al 23 ottobre Nella Sala delle Terrazze di Castel dell'Ovo, Napoli “SOS Mare” - Mostra d’arte collettiva realizzata da 15 artisti a cura dell’Associazione Terra del Sole.

Il 27 ottobre “Pulizia di autunno alla Gaiola” Alla Gaiola, Area Marina Protetta (NA) A cura di C.S.I. Gaiola pulizia straordinaria dei fondali dell' AMP Per info e prenotazioni: m.simeone@gaiola.org

Il 19 ottobre “Naples Waterfront WalkingTour” a cura dell’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo e del CNR, un tour che esplorerà i luoghi simbolo del patrimonio culturale urbano con particolare attenzione al Waterfront napoletano. Prenotazioni al seguente link: www.eventbrite.it/e/biglietti-naples-waterfrontwalking-tour-75106147509

Il 28 ottobre “Dal mare al mare” Al Circolo Rari Nantes, Napoli Attività di esplorazione con canoe e Kajak sul lungomare Per info e prenotazioni: asdrarinantesnapoli@hotmail.com tel. 0817640029

Il 19 ottobre “YogAmare” Al Pontile Nord di Bagnoli (NA) A cura del Centro Zen 81 una giornata di yoga legata al benessere psicofisico e con i benefici della bellezza del panorama del Mare di Napoli. Per info e prenotazioni zen81olistico@gmail.com Dal 24 al 31 ottobre “Giochi d'acqua” Alle Terrazze di Castel dell'Ovo (Napoli) Installazioni di sculture dell'artista campano Felice Meo, già espositore alla Biennale di Milano Il 24 ottobre Al Circolo Posillipo di Napoli Pulizia fondali, uscite in canoa, canoa polo e piccole imbarcazioni a vela con dimostrazione pratica delle discipline sportive-acquatiche. Il 25 ottobre Il saper vivere marino” All’ Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, Portici (NA) Giornata di divulgazione relativa alla tutela del patrimonio marino, alla sicurezza alimentare dei prodotti ittici ,e al consumo consapevole dei prodotti della pesca. Il 26 ottobre “II trofeo nazionale Water Bike” Con partenza da Colonna Spezzata, Piazza Vittoria. A cura di Water Bike Campania una spettacolare gara di bici acquatiche nel golfo di Napoli e valorizzazione dello Sport sostenibile Il 26 ottobre Al Teatro Forcella (Napoli) “‘O Luciano D''O RRe” di Ferdinando Russo a cura dell’Associazione “I Lazzari” Spettacolo teatrale con la partecipazione di attori amatoriali e un gruppo di bambini “lazzarelli” dell'800, che narra le vicende dei marinai del Borgo di Santa Lucia Il 26 ottobre “AmareMare” Alla biblioteca, Convento S. Domenico Maggiore, Napoli A cura di Associazione Primaverarte un evento rivolto a sensibilizzare attraverso canti, balli ed opere pittoriche, verso comportamenti più corretti e consapevoli della plastica e dell'importanza del riutilizzo. Il 26 e il 27 ottobre “Pesca un sorriso” Al Molo San Vincenzo, Napoli A cura dell'Associazione Amare la pesca gara di pesca ricreativa a scopo

Il 29 ottobre “Napoli emozione e mare” Nella sala Giunta Palazzo San Giacomo Napoli A cura della scuola “Saranno mai Famosi” Una proiezione audiovisiva, omaggio alla città partenopea Il 29 ottobre “Workshop sulla presenza e monitoraggio di macro e micro plastiche in mare” All’Università degli Studi di Napoli Parthenope (NA) Il 30 ottobre “V Memorial F. Maniscalco” Al Circolo Ilva di Bagnoli (NA) Convegno su Napoli e la fotografia subacquea mondiale a cura del Circolo Ilva, Marevivo e Isform. Il 30 ottobre “Sea plastic free” A Riva Fiorita (NA) Eco tour di Posillipo in Sup, a cura del Centro Sportivo Dilettanti Napoli Sup. Per info e prenotazioni: cerrisilvia2@gmail.com Il 30 ottobre “Un mare senza plastica” A Monte Sant’ Angelo (NA) Convegno di presentazione della Task Force Big FEDII e mostra fotografica a cura dell'Università Federico II Il 31 ottobre “La barca dei...... pensieri” Al Museo del Mare di Napoli a Bagnoli (NA) Presentazione e proposte degli allievi delle scuole medie ed elementari sull'inquinamento del Mare con presentazione di un video ed elaborazione di pensieri scritti in forma di messaggi ed imbarcati in una scialuppa. Il 31 ottobre “Visita al Battello oceonografico Helios” Alla Darsena Acton del porto di Napoli A cura dell’Agenzia Regionale Protezione ambientale campana Visite guidate a bordo del battello Arpac che illustreranno il funzionamento e le caratteristiche degli strumenti utilizzati per il controllo a tutela dell'ambiente marino costiero In corso “Thalassa. Meraviglie sommerse del Mediterraneo” Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli Il racconto del Mare Nostrum attraverso 400 reperti provenienti da prestigiose istituzioni italiane e straniere


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