Arpac partner istituzionale della Fondazione di Partecipazione Osservatorio del mare PRIMO PIANO
Beach Litter 2019: il bilancio dell’indagine
L’estate è finalmente alle porte, ma Legambiente avverte: dobbiamo fare di più per le nostre spiagge. Sconfortante, infatti, il bilancio dell’indagine “Beach Litter” sullo stato di salute dei nostri litorali. Durante una passeggiata in spiaggia sono in media dieci rifiuti al metro quelli in cui ci si imbatte, principalmente di plastica. E quelli visibili sono soltanto il 15% di quelli che...
Lo scorso 27 maggio nella splendida cornice di Villa Doria d’Angri a Posillipo si è tenuta la cerimonia di costituzione formale della Fondazione di Partecipazione Osservatorio del mare e del litorale costiero (Fondazione OM) di cui l’Arpac è partner istituzionale assieme alla Direzione Marittima di Napoli. Ricco il parterre di esperti e rappresentanti istituzionali degli undici organismi coinvolti, che hanno espresso la loro soddisfazione per il raggiungimento di un traguardo tanto importante quanto ambizioso... Martelli a pag.4
ARPAC
Il monitoraggio ambientale per la ricerca del virus dell’epatite A Una delle numerose attività che Arpac svolge a supporto dell’Assessorato alla Sanità della Regione Campania riguarda il “Monitoraggio ambientale per la ricerca del virus dell’epatite A nelle potenziali fonti idriche di contaminazione prossime alle zone di produzione dei molluschi bivalvi”.
Esposito a pag.2
NATURA & BIODIVERSITÀ
Rapporto Cobat: rifiuti tecnologici a riciclo
AMBIENTE & CULTURA
Ferdinando II di Borbone, Re delle Due Sicilie
De Crescenzo-Lanza pagg.14-15
De Maio-Marro-Monaco a pag.5
CNR: codificata la sequenza genetica del grano
Fu Re dal 1830 al 1859. Orgoglioso e tenace, cercò di portare il regno verso la totale autonomia anche sotto il profilo economico (riuscì a pareggiare il bilancio statale riducendo i costi per la corte ed evitando di aumentare le tasse) e anche nei confronti delle grandi potenze del tempo (Inghilterra in testa e a partire dalla “guerra degli zolfi”). Del governo di Ferdinando II si ricordano, tra le tantissime opere...
Bio-architettura: i paesaggi scultura di Gilles Brusset
Il grano o frumento, genere triticum, è un vegetale appartenente alla famiglia delle graminacee. Con una produzione totale di circa 35 milioni di tonnellate è il decimo raccolto più importante al mondo. Il triticum è stato uno dei primi cereali coltivati...
AMBIENTE & DIRITTO
Il Regolamento in materia di dati personali
Patrizio a pag.10
Dai dati emersi dal Rapporto Cobat 2018 oltre 116mila tonnellate di batterie al piombo, più di 6mila tonnellate di pile portatili esauste, quasi 19mila tonnellate di Raee-rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche ed oltre 2mila di Pfu-pneumatici fuori uso, per un totale di oltre 140mila tonnellate di rifiuti tecnologici sono stati avviati al riciclo. Il consorzio Cobat da oltre 30 anni è il braccio operativo di un’economia circolare che trasforma in nuove materie prime montagne di prodotti non più utili, erroneamente considerati rifiuti. Giordano a pag.8
L’artista francese Gilles Brusset è attualmente uno dei maggiori e più apprezzati creatori di parchi urbani e realizza i suoi lavori in ogni parte nel mondo: quando arte e natura si mescolano insieme, dando vita a luoghi dalla straordinaria e singolare valenza, si può pensare alle opere realizzate da questo estroso creatore di spazi verdi. Palumbo a pag.11
SCIENZA & TECNOLOGIA
AMBIENTE & TENDENZE
Il matematico che vuol salvare le api
Balloons ban: stop ai palloncini in volo
Inventato un pesticida naturale che non uccide questi insetti “L’universo è scritto in termini matematici e intendere non può la natura chi non intende la matematica.” Così scriveva Galileo Galilei che credeva nella matematica come linguaggio universale... Buonfanti a pag.12
Abbrunzo a pag.18
Come noto il 25 maggio 2018 ha trovato la definitiva applicazione il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (RGPD) di derivazione Comunitaria, che ha regolamentato le attività in merito alla protezione dei dati personali. Nel corso del secondo semestre dell’anno, in Italia si è disciplinato inoltre il “Codice in materia di dati personali” (ex D.Lgs 196/2003), attraverso il D.Lgs 101/2018 apportando sostanziali modifiche ed integrazioni adeguando così il quadro normativo Nazionale a quello Europeo. Difatti il Decreto Legislativo 101/2018 è stato adottato ai sensi dell’art.13 della legge di delegazione europea ... Accettullo-Monsurrò a pag.16
Beach Litter 2019, i dati per un’estate consapevole Legambiente: un rifiuto ogni dieci metri di spiaggia. L’indagine effettuata su un campione di 93 tratti Alessia Esposito L’estate è finalmente alle porte, ma Legambiente avverte: dobbiamo fare di più per le nostre spiagge. Sconfortante, infatti, il bilancio dell’indagine “Beach Litter” sullo stato di salute dei nostri litorali. Durante una passeggiata in spiaggia sono in media dieci rifiuti al metro quelli in cui ci si imbatte, principalmente di plastica. E quelli visibili sono soltanto il 15% di quelli che effettivamente invadono l’ecosistema marino: la maggior parte infatti sono quelli che finiscono in mare. Gettati al momento, arrivati da fiumi o da scarichi depurati o mal gestiti, senza contare l’errore a monte di chi utilizza il wc come una pattumiera. I numeri parlano da soli: 93 le spiagge monitorate per un totale di circa 400mila metri quadri, pari a quasi 60 campi di calcio. Sono stati trovati una media di 968 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia (90.049 i rifiuti censiti in totale). Quali sono i rifiuti più diffusi? Prevalogono pezzi di plastica e polistirolo, seguiti da tappi (almeno uno per ogni metro di
spiaggia), mozziconi di sigarette (per l’equivalente di 359 pacchetti di sigarette in 9 km), cotton fioc (il 7,4% dei rifiuti) e materiale da costruzione (oltre 4mila rifiuti frutto di sversamenti illegali). Senza dimenticare i prodotti usa e getta: ogni 100 metri di spiaggia si incontrano 34 stoviglie (tra piatti, bicchieri, posate e cannucce) e 45 bottiglie di plastica. La plastica è insomma la tipologia di rifiuto più diffuso: 10mila in totale le bottiglie e contenitori di plastica per bevande. Il problema non è solo italiano, tanto che le nuove direttive europee mirano ad imporre entro il 2021 misure di prevenzione e sensibilizzazione sin dall’inizio della filiera. A chiudere la classifica dei rifiuti più frequenti ci sono le retine per la coltivazione dei mitili (3,4%) e i frammenti di vetro o ceramica con il 3,1%. L’indagine di Legambiente è stata realizzata tra aprile e maggio dai volontari dell’associazione che seguono un protocollo scientifico riconosciuto dall’Agenzia Europea dell’Ambiente e si configura come una delle più grandi iniziative di citizen science. Le spiagge ad
essere state setacciate dai sono state 2 in Abruzzo; 2 in Basilicata; 6 in Calabria; 29 in Campania; 3 in Emilia-Romagna; 3 in Friuli-Venezia Giulia; 5 nel Lazio; 5 nelle Marche; 1 in Molise; 14 in Puglia; 5 in Sardegna; 13 in Sicilia; 3 in Toscana e 2 in Veneto. Conclude Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente: «Siamo stati tra i primi paesi in Europa a mettere al bando gli shopper in plastica, e
abbiamo anticipato la direttiva europea per i cotton fioc di plastica e le microplastiche nei prodotti cosmetici. Ora però è il momento di alzare l’asticella e recepire al più presto la nuova Direttiva europea con obiettivi e target di riduzione ancora più ambiziosi. Insieme a questo bisogna promuovere innovazione e ricerca nell’ottica dell’economia circolare; stimolare l’industria e le aziende a farsi carico di que-
sta emergenza; aumentare la qualità della raccolta differenziata e del riciclo; guidare i cittadini e i consumatori a prevenire i rifiuti, a non abusare della plastica e adottare stili di vita più sostenibili. È necessario che governi nazionale e locali, industria e consumatori, sorreggano insieme la sfida che ci aspetta: diminuire l’enorme pressione che l’uomo esercita sui mari, gli oceani e i suoi abitanti».
Siglato un protocollo d'intesa per tutelare le colline beneventane Rosa Funaro Preservare l’unicità dei paesaggi e la genuinità delle colture che crescono nelle terre sannite è l’obiettivo del protocollo d’intesa, siglato lo scorso 14 maggio presso il Palazzo Santa Lucia di Napoli, tra la Regione Campania e l'Area delle Colline Beneventane. L'accordo riguarda nove comuni (San Giorgio del Sannio capofila, Arpaise, Calvi, Ceppaloni, San Leucio del Sannio, San Martino Sannita, San Nazzaro, San Nicola Manfredi, Sant'Angelo a Cupolo) ed è finalizzato all'elaborazione del piano di sviluppo integrato e intersettoriale del "Sistema Territoriale delle Colline
Beneventane" formalmente costituito con una convenzione tra enti locali. Un punto importante sarà quello di integrare i progetti esistenti a favore di una strategia d'area e intercettare nuove risorse sulla programmazione 2014/2020.
"La firma di questo importante documento - ha dichiarato il presidente della Regione , Vincenzo De Luca è pienamente in linea con l'orientamento che ci siamo dati come amministrazione: non avere territori orfani. Abbiamo fatto investimenti im-
portanti nell'area irpina. Stiamo aspettando che il Governo, al di là delle chiacchiere, trasferisca i poteri per la Lioni-Grottaminarda che è bloccata con problemi drammatici per le imprese. Abbiamo firmato un protocollo analogo per l'Alta Irpinia e fatto investimenti significativi nelle aree industriali. Stimo facendo la stessa cosa per la rete ospedaliera, che necessita di interventi urgenti”. De Luca ha ricordato, inoltre, la tappa di pochi giorni fa nel Fortore "dove abbiamo potuto visitare il centro di lavorazione alimentare e macellazione di un imprenditore importante, Cremonini, una bellissima realtà, di grande
qualità" e il lavoro che si sta facendo in Regione "sulla parte bassa del Sannio, in particolare per la valorizzazione della cultura". Poi ha concluso: "stiamo lavorando per creare le condizioni per creare occupazione. Parte tra poche settimane un bando nazionale per il Piano per il Lavoro che abbiamo discusso per mesi col Ministro. Servirà a dare impiego nell'amministrazione pubblica, con procedure trasparenti, a 10mila giovani meridionali e a frenare così l'emorragia di ragazze e di ragazzi che dopo anni di studio sono costretti a trasferirsi a Milano per lavorare. Dunque ci sentiamo legati a questi territori e a questi obiettivi di sviluppo".
A Timor Est il futuro è “plastic neutral” Firmato un accordo per costruire un rivoluzionario impianto di riciclaggio chimico Nella guerra aperta alla plastica, dichiarata dal mondo intero, la piccola, ma allo stesso tempo grande, nazione di Timor Est, nel Sudest asiatico a nord dell'Australia, si prepara a diventare il primo paese plastic neutral. Dopo aver firmato un accordo per costruire un rivoluzionario impianto di riciclaggio chimico della plastica basato su una nuova tecnologia australiana, guadagna la pole position. Di cosa si tratta? Ci troviamo di fronte a un reattore catalitico idrotermico, detto anche Cat-HTR. È un impianto che offre una soluzione potenziale alla crisi globale causata dalla decisione della Cina di non accettare più rifiuti plastica da riciclare. L'impianto, del valore di circa 58milioni di dollari australiani (pari a circa 36milioni di euro), è in grado di disintegrare la plastica in pezzetti minuscoli e dà la possibilità di riutilizzarla per creare nuova plastica, carburante o cera dura, il cui olio è usato nel make up e nel beauty. Potrà trattare 20mila tonnellate di plastica di scarto ogni anno e produrre circa 17mila tonnellate di carburanti sintetici. Gli impianti Cat-HTR, già work in progress in Canada e Gran
Bretagna, hanno la cruciale caratteristica di riciclare anche la plastica detta “di fine vita”, il cui destino è la discarica, gli oceani e i fiumi. Basti pensare che, secondo le ultime stime, finiscono negli oceani ogni anno 8milioni di tonnellate di plastica e altre decine di milioni nelle discariche. Il padre di questa rivoluzionaria invenzione, Thomas Maschmeyer, docente di chimica all'Università di Sidney, ha affermato entusiasta in un'intervista al Sydney Morning
Herald che, il suo impianto funziona allo stesso modo di una pentola a pressione, solo in continuità, senza mai fermarsi. Ha detto, inoltre: “Il materiale, in condizioni di alta pressione e alte temperature, induce una depolimerizzazione radicale, in altre parole l'acqua e il calore nell'impianto causano un effetto di forbice, che taglia la plastica in minuscoli frammenti". Questi sono liquidi o gassosi a seconda della grandezza in cui li tagliamo. Poi si possono usare
processi esistenti per creare prodotti convenzionali, plastiche, cere, oli lubrificanti, solventi. Qual è l'obiettivo di tutto questo processo? La risposta è molto semplice: quello di trasformare la plastica da rifiuto a risorsa economica. Alla base c'è la volontà di autoregolare il problema dei rifiuti. La tecnologia viene concessa a Timor Est gratuitamente, spiega ancora Maschmeyer, perché "l'idea di una nazione plastic neutral può e deve essere un
esempio di importanza globale". Il segretario per l'Ambiente di Timor Est, Demetrio do Amaral, che ha firmato l'accordo, spiega che il piano prevede la formazione di un'entità no-profit per operare l'impianto, comprare plastica di scarto da gruppi comunitari come le scuole e poi vendere i prodotti con un utile netto. "Timor Est potrà essere un esempio al resto del mondo su ciò che questa tecnologia può realizzare e sui benefici che avrà per il pianeta". A.P.
L’inquinamento da antibiotici nei fiumi del mondo Ricerca in settantadue paesi, trovati nel 65% dei siti monitorati Cresce l'emergenza inquinamento da antibiotici nei fiumi di tutto il mondo che in qualche caso superano i livelli di sicurezza di oltre 300 volte. Lo afferma uno studio dell'università di New York che sarà presentato al meeting della Society of Environmental Toxicology and Chemistry ad Helsinki. Sono stati testati i fiumi di 72 paesi in sei continenti e gli antibiotici sono stati trovati nel 65% dei siti monitorati, compresi fiumi 'storici' come il Mekong o il Tamigi. Gli autori hanno spedito in tutto il mondo 92 kit di prelievo, chiedendo a ricercatori locali di fare più campionamenti in diversi siti lungo i fiumi e analizzandoli poi per i 14 antibiotici principali. La 'palma' di fiume più inquinato
va ad un sito in Bangladesh in cui il Metronidazolo, usato principalmente per alcune infezioni batteriche della pelle e della bocca, aveva un livello 300 volte maggiore rispetto a quello considerato di sicurezza. "I limiti di sicurezza sono superati prevalentemente in Asia e Africa - spiegano gli autori -, ma anche in Europa e in America ci sono livelli di contaminazione preoccupanti, il problema è globale". L'antibiotico più trovato è stato il trimetroprim, che si usa per le infezioni urinarie e che era presente in 307 dei 711 siti testati. La ciprofloxacina è invece il farmaco fra quelli monitorati che supera più volte i livelli di sicurezza, in 51 campioni. Le situazioni peggiori sono
state trovate in Bangladesh, Kenya, Ghana, Pakistan e Nigeria, mentre in Europa un sito in Austria è quello risultato più inquinato. Il Tamigi ha una concentrazione totale di antibiotici di 233 nanogrammi per litro, spiegano gli autori, mentre in Bangladesh è 170 volte superiore. I siti più inquinati sono di solito vicino a impianti di trattamento dei rifiuti o in zone instabili dal punto di vista della sicurezza. "Molti scienziati ora riconoscono il ruolo dell'ambiente nello sviluppo della resistenza agli antibiotici - spiega Alistair Boxall, uno degli autori -. I nostri dati dimostrano che la contaminazione dei fiumi può essere uno dei veicoli". (www.ansa.it)
Arpac partner istituzionale della Fondazione di Partecipazione Osservatorio del mare Giulia Martelli Lo scorso 27 maggio nella splendida cornice di Villa Doria d’Angri a Posillipo si è tenuta la cerimonia di costituzione formale della Fondazione di Partecipazione Osservatorio del mare e del litorale costiero (Fondazione OM) di cui l’Arpac è partner istituzionale assieme alla Direzione Marittima di Napoli. Ricco il parterre di esperti e rappresentanti istituzionali degli undici organismi coinvolti, che hanno espresso la loro soddisfazione per il raggiungimento di un traguardo tanto importante quanto ambizioso: integrare ed aggregare le conoscenze e i sistemi di monitoraggio marino-costiero così da fornire gli strumenti idonei per una corretta gestione dello spazio marittimo in Campania. Emozionato e soddisfatto Rosario Meo, Presidente designato della Fondazione OM, capitano di fregata, che sin dalla genesi di questo progetto si è speso con passione e competenza per realizzarlo:“Oggi non si raggiunge un traguardo ma si prosegue un viaggio iniziato già quattro anni fa in maniera spontanea con un protocollo d’intesa, un viaggio fatto di riunioni tecniche e tavoli istituzionali e che in questo giorno trova la sua ufficialità” - ha commentato Meo - “Il fine ultimo di questa scelta condivisa è quello di costruire un ponte tra gli enti locali e le istituzioni accademiche e scientifiche per consentire la realizzazione di una piattaforma di collaborazione attraverso l’integrazione dei temi ambientali e di salute con la creazione di un coordinamento che vede le reti stesse fare sistema assolvendo alla funzione di volano e consentendo lo sviluppo di azioni e progetti per il territorio. La varietà degli interessi, delle competenze e delle prospettive diviene allora un vantaggio,anziché una difficoltà, poiché moltiplica le abilità”. Ad illustrare il percorso svolto sino ad oggi Massimiliano Lega, docente dell’Università Parthenope e Presidente del Comitato Tecnico Scientifico della Fondazione: “L’Osservatorio, uno dei primi esempi europei, è stato sinora un “pensatoio”, un luogo dove le menti coinvolte hanno cercato di ragionare insieme sia sull’oggetto che sul modo in cui dialogare. La Fondazione, oggi, con i suoi undici partner è un organismo “aperto”, favorevole ad accogliere “a bordo” tutti gli enti e le istituzioni che volessero parteciparvi condividendone la mission ed è inoltre un organismo definito nella sua struttura, formato da un Consiglio direttivo, un Comitato Tecnico Scientifico ed una segreteria tecnica. Sette i tavoli tematici previsti: rete di infrastrutture per il monitoraggio ambientale; programmi e progetti per il
Soci fondatori della Fondazione OM
monitoraggio e la ricerca; elaborazione dati e cartografia ambientale; aspetti tecnico-giuridici per la pianificazione e la regolamentazione della fascia marino-costiera; formazione e divulgazione; sviluppo e valorizzazione sostenibile del patrimonio naturale e culturale del mare; produzione e salute. Tra i firmatari dell’atto costitutivo della Fondazione OM anche l’Arpac, in veste di partner istituzionale: “Come Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente ci occupiamo attivamente della risorsa mare sotto il profilo della tutela ambientale – ha sottolineato il Commissario Straordinario Luigi Stefano Sorvino – grazie ad un’ Unità operativa incardinata nella Direzione Tecnica in coordinamento con i Dipartimenti Provinciali
che hanno competenza costiera, l’Agenzia opera con una propria flotta anche su un piccolo tratto di litorale tirrenico, su delega dell’Agenzia Regionale della Basilicata. L’Arpac, pur avendo la forma giuridica di una pubblica amministrazione è un organismo con compiti tecnico scientifici, quindi, il partenariato ed il confronto con gli organismi più qualificati sui temi legati alla tutela ambientale è un elemento assolutamente qualificante che va promosso. Il discorso della circolarità dei dati (tra gli obiettivi primari della Fondazione OM) – ha continuato Sorvino – è un elemento basilare, al quale l’Agenzia è abituata dato l’ obbligo di informazione ambientale cui è sottoposta non soltanto nei confronti degli stakeholder ma anche dell’opinione pubblica.
• Università degli Studi di Napoli “Parthenope” • Università degli Studi di Napoli “Federico II” • Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” • ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile); • CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) • INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) • IZSM (Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno) • Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale • Fondazione Dohrn
Arpac e il monitoraggio ambientale per la ricerca del virus dell’epatite A Lucio De Maio Claudio Marro Dario Monaco Una delle numerose attività che ARPAC svolge a supporto dell’Assessorato alla Sanità della Regione Campania riguarda il “Monitoraggio ambientale per la ricerca del virus dell’epatite A nelle potenziali fonti idriche di contaminazione prossime alle zone di produzione dei molluschi bivalvi”. L'epatite virale A è una malattia infettiva acuta causata da un virus che aggredisce le cellule del fegato e la contaminazione avviene attraverso le feci di soggetti infetti, anche asintomatici. L'agente virale risulta resistente ai normali trattamenti di depurazione e attraverso le condutture fognarie può arrivare a contaminare le acque marine. Il consumo di molluschi crudi o poco cotti provenienti da acque inquinate rappresenta il più comune veicolo di contaminazione alimentare. In Italia la malattia è endemica, soprattutto nelle Regioni meridionali, dove è più diffusa la pratica di consumare frutti di mare crudi e per questo motivo è nato il Monitoraggio ambientale di cui sopra. Tuttavia, possono verificarsi epidemie o casi sporadici su tutto il territorio nazionale, legati non solamente al consumo di frutti di mare, ma anche di altri alimenti (vegetali e frutta) o acqua (per es. di pozzo) contaminati. Quest’attività di monitoraggio, che vede la collaborazione di Arpac con il Centro di Riferimento Regionale per la Sicurezza Sanitaria del Pescato (C.RiS.Sa.P.) e con l’Istituto Superiore di Sanità (Diparti-
mento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria) è nata in conseguenza di un evento epidemico di epatite A che si è verificato nel 2015 in alcuni specchi d’acqua della regione Campania. Da allora, ogni anno Arpac effettua un monitoraggio delle acque marine in specifiche stazioni che, concordate in ambito C.RiS.Sa.P, risultano variabili per posizione in funzione di specifiche criticità ed elementi di conoscenza che possono interessare anche le acque di balneazione. In tabella 1 sono riportati i dati del monitoraggio effettuato negli ultimi anni, mentre in figura 1 sono riportate le stazioni di monitoraggio 2019, suddivise per missioni di campionamento, e le relative coordinate in tabella 2. L’attività di monitoraggio predisposta per il 2019, svolta in 11 mesi (da febbraio a dicembre), prevede prelievi bimestrali su 27 stazioni in prossimità di scarichi sotto costa o in mare lungo condotte sottomarine nella fascia costiera compresa tra i Comuni di Castelvolturno e Torre del Greco, per un numero complessivo di campioni di acque (superficiali e profonde) pari a 136 che saranno poi analizzati nei laboratori del IZSM di Portici (Na).
Universiade Napoli, si studia la qualità dell’aria Un laboratorio Arpac posizionato vicino alla stazione marittima dove saranno ormeggiate le navi riservate agli atleti Fino al 20 agosto Arpac monitorerà la qualità dell’aria presso la Stazione Marittima di Napoli dove (dal 28 giugno al 14 luglio) saranno ormeggiate le due navi da crociera che ospiteranno parte degli atleti che parteciperanno all’Universiade. Grazie alla convenzione stipulata di recente con la Struttura Commissariale Napoli 2019, ogni ora un laboratorio mobile, che stazionerà nell’area del porto, analizzerà una serie di parametri che saranno trasmessi alla centrale informativa dell’Arpa Campania, cioè PM10, PM2.5, NO, NO2, NOx, Benzene, CO, Ozono, SO2. I dati acquisiti e i bollettini saranno pubblicati ogni giorno sui siti internet di Arpac e di Napoli 2019. Il monitoraggio prima, durante e dopo la manifestazione, permetterà un confronto sull’impatto ambientale che le due navi avranno sulla qualità dell’aria del capoluogo partenopeo. «Con questa convenzione – afferma il commissario straordinario di Napoli 2019, Gianluca Basile – avremo un monitoraggio aggiuntivo della qualità dell’aria nel porto di Napoli. Mostriamo attenzione al problema ambientale monitorando i dati sull’inquinamento per un periodo più ampio della sosta delle due navi. Stiamo lavorando inoltre affinché le due navi utilizzino carburante a bassissimo contenuto di zolfo. Sarà necessario – prosegue Basile – che anche i bus adibiti al trasporto degli atleti e delle delegazioni verso i vari impianti della Campania, garantiscano lo stazionamento a motori spenti all’interno dell’hub della Stazione Marittima. Un alleggerimento degli agenti inquinanti nell’aria sarà inoltre garantito dall’assenza di auto nel parcheggio del porto durante il periodo della manifestazione». Per il commissario straordinario Arpac, Stefano Sorvino, «La convenzione con Napoli 2019 permette di intensificare le attività che la nostra Agenzia svolge quotidianamente su tutto il territorio regionale. Il porto – aggiunge – è un grande produttore di
FORMAZIONE SNPA “Attuazione del Green Public Procurement (GPP)”
polveri sottili attenuate dalla brezza marina che innesca un naturale fenomeno di dispersione. Nel periodo di sosta delle navi intensificheremo i controlli sui livelli di ozono e pol-
veri sottili, mettendo a confronto i dati del porto con quelli che arriveranno dall’area di Piazza Garibaldi, tra le più inquinate, e di Capodimonte, tra le migliori per qualità dell’aria».
A partire dal 20 giugno 2019 sarà attivo il corso di formazione del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, sul tema del Green Public Procurement, realizzato in modalità e-learning. Il percorso formativo fornisce un quadro di riferimento degli indirizzi comunitari in materia di Sustainable Consumption and Prodiction (SCP); descrive le procedure per l’acquisto di beni e servizi come previsto dal Decreto Lgs.vo 50/2016; illustra le linee guida del SNPA per l’attuazione del GPP; approfondisce i Decreti CAM in vigore con i relativi allegati tecnici, le procedure e le certificazioni per la verifica del possesso dei CAM. Destinatari principali del corso sono gli operatori delle
Agenzie e di ISPRA che si occupano delle procedure di acquisto di beni e servizi. I partecipanti al corso dovranno essere designati dalla Propria Agenzie entro il 5 giugno p.v., (per un numero massimo di 4 operatori per ciascuna Agenzia). L’impegno stimato per la frequenza del corso è di circa 45 ore, liberamente fruibili nell’arco di 2 mesi. Al termine del percorso formativo sarà rilasciato ai corsisti un attestato di partecipazione. La partecipazione al corso non prevede costi..
La comunicazione del Sistema nazionale Incontro tematico ospitato da Arpa Campania Lavori in corso per la costruzione del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente: Napoli ha ospitato una riunione tematica sulla comunicazione istituzionale del Sistema. Nell’Aula formazione del dipartimento provinciale, a via don Bosco, il 20 e il 21 maggio scorsi si è riunito il gdl a cui è affidato il compito di stilare il Piano di comunicazione Snpa. Agli addetti alla comunicazione provenienti da sette Agenzie regionali e dall’Ispra si sono uniti ai lavori il vicepresidente Snpa e dg di Arpa Liguria, Carlo Pepe, e il dg di Arpa Sardegna, Alessandro Sanna. Nella foto il momento dei saluti di benvenuto affidati al commissario straordinario Arpac Stefano Sorvino, accompagnato dal direttore del dipartimento di Napoli Nicola Adamo e dal subcommissario Giovanni Improta.
Recupero degli imballaggi in plastica rinnovata convenzione Arpac – Corepla Ottimizzare la tracciabilità dei rifiuti in plastica è uno degli scopi della convenzione tra Arpa Campania e Corepla rinnovata di recente dopo tre anni di proficua attività. Per la prima volta, infatti, l’accordo tra l’Agenzia ambientale campana e il Consorzio nazionale per il recupero della plastica è stato siglato nel 2016: da allora, grazie ai dati forniti dalla sezione regionale del Catasto rifiuti (struttura della Direzione tecnica Arpac), il Consorzio ha potuto monitorare con più accuratezza la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica in Campania e le quantità recuperate da quaranta impianti convenzionati. La collaborazione con l’Agenzia ha permesso al Consorzio, in particolare, di disporre di dati più tempestivi e trasmessi da un’unica fonte. Un’esperienza dunque positiva, che ha contribuito a promuovere la corretta gestione dei rifiuti in plastica in Campania. Alla luce di questi risultati, il rinnovo dell’accordo, che avrà durata annuale e potrà essere ulteriormente riproposto, è stato siglato lo scorso 23 maggio dal commissario straordinario Arpac, Stefano Sorvino e dal direttore generale Corepla, Massimo Paravidino.
Terre e rocce da scavo: il Consiglio Snpa approva linee guida su applicazione norme Nello scorso Consiglio Federale del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente sono stati approvati alcuni manuali. Uno dei più attesi è contenuto nella delibera 54/2019 “Linea guida sull’applicazione della disciplina per l’utilizzo delle terre e rocce da scavo“. Una tematica con un grande campo di applicazione in molti cantieri e opere, un manuale che aiuta a sciogliere alcuni dubbi interpretativi della normativa, che già con il DPR del 13 giugno 2017, n. 120 aveva compiuto notevoli passi avanti. Fra le novità più significative, l’affermazione dell’impostazione adot-
tata da Arpa Liguria nel territorio regionale circa il fondo naturale per l’amianto, che non prevede la determinazione numerica di un valore, ma introduce il concetto di “compatibilità geologica”. Inoltre sono state chiarite, soprattutto nell’ambito dei cantieri di piccole dimensioni, alcune incertezze: adesso sul tema Snpa ha un approccio unitario, riassunto nelle sessanta pagine della linea guida consultabile sul sito Snpa (da snpambiente.it)
Educazione ambientale a Nocera Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31maggio 2019 - Anno XV, N.10 Edizione chiusa dalla redazione il 31 maggio 2019 DIRETTORE EDITORIALE
Luigi Stefano Sorvino
DIRETTORE RESPONSABILE
Pietro Funaro
CAPOREDATTORI
Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli
IN REDAZIONE
Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro
GRAFICA E IMPAGINAZIONE
Savino Cuomo
HANNO COLLABORATO
U. Accettullo, I. Buonfanti, F. De Capua, G. De Crescenzo, L. De Maio, A. Esposito, R. Funaro, B. Giordano, G. Loffredo, R. Maisto, C. Marro, D. Monaco, L. Monsurrò, A. Palumbo, A. Paparo, S. Patrizio, T. Pollice
SEGRETARIA AMMINISTRATIVA
Carla Gavini
DIRETTORE AMMINISTRATIVO
Pietro Vasaturo
EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.
A Nocera Inferiore si conclude uno dei percorsi di educazione ambientale promossi quest’anno da Arpac in collaborazione con le scuole del territorio. Nel comune del Salernitano l’Agenzia ha collaborato in particolare con la sede di Villanova del V Istituto comprensivo – Scuola secondaria di primo grado. Qui oggi, 31 maggio, alle 10.30 gli alunni animeranno una manifestazione dal titolo “L’orto: sapori, profumi e storia”.
IL FESTIVAL DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE La sostenibilità economica, sociale, ambientale e istituzionale è la sola speranza per un futuro di benessere Tina Pollice Ritorna il Festival dello Sviluppo Sostenibile. Organizzato da ASviS, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, ed inaugurato il 21 maggio scorso all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il Festival durerà 17 giorni, tanti quanti sono gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 sottoscritta da 193 Paesi nel 2015. L’intento è quello di coinvolgere, anche in questa edizione, imprese, società civile, istituzioni e cittadini proprio nel momento in cui l’interesse per il futuro del pianeta e dei sistemi economici e sociali sta raggiungendo livelli mai visti sinora; basti pensare che quasi
l’85% degli italiani si dichiara a favore di politiche per lo sviluppo sostenibile, secondo recenti dati della Fondazione Unipolis. L’edizione 2019 sottolinea l’urgenza di un impegno forte, generale e condiviso, affinché si riesca a cambiare il modello di sviluppo attuale, non più sostenibile. Un modello da superare, per arrivare ad una transizione necessaria: la sostenibilità economica, sociale, ambientale e istituzionale è la sola speranza per un futuro di benessere. Le sfide affrontate dal Festival sono quelle al centro del dibattito culturale e politico, in Italia come nel mondo: lotta al cambiamento climatico, transizione energetica, innovazione tecnologica, futuro del lavoro, lotta alla povertà e alle diseguaglianze, salute e sicurezza alimentare, educazione e formazione continua, cooperazione internazionale, infrastrutture e mobilità sostenibile, dialogo interreligioso e futuro dell’Europa, protezione dell’ambiente e sviluppo economico. Infatti, non a caso, l’esortazione del Festival 2019 è “Mettiamo mano al nostro futuro”: un invito a tutti, un richiamo all’azione individuale e collettiva, dal mondo economico e imprenditoriale a quello della politica e delle istituzioni, dalle scuole alle università, dai cittadini agli operatori della cultura e dell’informazione. Fino al 6 giugno sono in programma in tutto il Paese centinaia di eventi,
convegni, seminari, workshop, mostre, spettacoli, eventi sportivi, presentazioni di libri e documentari, collegati agli Obiettivi di sviluppo sostenibile. All’inaugurazione del Festival al convegno internazionale “Per un’Europa campionessa mondiale di sviluppo sostenibile” hanno partecipato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e varie personalità internazionali. Le amministrazioni comunali di Bologna, Milano, Palermo, Parma, Roma e Torino hanno deciso di pro-
muovere il Festival a livello cittadino, con numerose iniziative di valore culturale e simbolico. Inoltre, il Festival sarà connesso con manifestazioni concomitanti che si terranno in altri Paesi in occasione della European Sustainable Development Week (Esdw), dal 30 maggio al 5 giugno. Collaborano al Festival la Commissione Europea, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Cassa depositi e prestiti, Invitalia.
RAPPORTO COBAT 2018: I RIFIUTI TECNOLOGICI AVVIATI A RICICLO Bruno Giordano Dai dati emersi dal Rapporto Cobat 2018 oltre 116mila tonnellate di batterie al piombo, più di 6mila tonnellate di pile portatili esauste, quasi 19mila tonnellate di Raee-rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche ed oltre 2mila di Pfu-pneumatici fuori uso, per un totale di oltre 140mila tonnellate di rifiuti tecnologici sono stati avviati al riciclo. Il consorzio Cobat da oltre 30 anni è il braccio operativo di un’economia circolare che trasforma in nuove materie prime montagne di prodotti non più utili, erroneamente considerati rifiuti. Nel 2018 il Consorzio ha raccolto oltre 116mila tonnellate di batterie al piombo esauste. Le Regioni che registrano il maggiore in-
cremento dei quantitativi di raccolta sono Molise (+17%), Campania (+11%) e Lazio (+8%). In termini assoluti, invece, Lombardia, Veneto e Campania raggiungono i migliori risultati rispettivamente con oltre 22mila tonnellate la prima e oltre 12mila tonnellate le altre due. Nel 2018 sono state oltre 6mila le tonnellate di pile portatili esauste raccolte in tutta Italia. Nel 2018 si registra una diminuzione della raccolta di pile portatili, circa il 10% a livello nazionale; l’andamento è legato principalmente alle diminuzioni riscontrate in Lombardia (-30%), Veneto e Lazio, che restano tuttavia in termini assoluti le Regioni più virtuose, rispettivamente con 353 tonnellate, 245 tonnellate e 96 tonnellate di pile portatili
esauste raccolte. Le differenze di raccolta su base regionale sono riconducibili principalmente alla riassegnazione delle Province di competenza ad opera del Cdcnpa-Centro di Coordinamento Nazionale Pile e Accumulatori valida per il biennio 2018-2020. Il 2018 ha rappresentato per Cobat un anno significativo nella gestione dei Raee-Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche: i 1.392 Punti di Raccolta gestiti in tutta Italia
hanno prodotto quasi 19mila tonnellate di Raee (+35,43%). Nel 2018 si registra una crescita di raccolta costante in tutti i Raggruppamenti, in particolare il Raggruppamento R2 (altri grandi bianchi, +381%), seguito dal Raggruppamento R4 (piccoli elettrodomestici, +113%). Il Raggruppamento R3 (Tv e monitor), con oltre 8mila tonnellate, resta in assoluto quello in
cui il Consorzio registra la maggior quantità raccolta. Per quanto riguarda i Raee professionali, la raccolta è gestita direttamente dal Consorzio con operatori logistici altamente qualificati ed è passata dalle 1.360 tonnellate del 2017 alle 1.401 tonnellate del 2018. Il quantitativo di Pfu-Pneumatici Fuori Uso nel 2018 ha superato le 2mila tonnellate (+6,5%).
L’anticiclone delle Azzorre, beniamino dell’estate È capace di garantire sulla penisola italiana condizioni di tempo stabile e caldo senza eccessi Gennaro Loffredo Lo sentiamo spesso nominare in televisione, additato come l’anticiclone buono, è amato da tutti grazie al suo respiro caldo e gradevole. È l’anticiclone delle Azzorre, il termoregolatore dell’estate mediterranea, capace di garantire sulla nostra penisola condizioni di tempo stabile e caldo senza eccessi. Non è altro che un area di alta pressione di origine subtropicale oceanica, presente sul medio oceano Atlantico, in prossimità appunto dell’arcipelago delle Azzorre. Questo anticiclone è caratterizzato da valori termici molto contenuti, a causa proprio della sua posizione, dove molto difficilmente la temperatura superficiale oceanica supera i 25°C. L’anticiclone delle Azzorre in base ai suoi movimenti modifica la situazione meteorologica europea. Nel periodo invernale la sua posizione spesso defilata in Atlantico consente ad un gran numero di perturbazioni di raggiungere la peni-
sola italiana. In estate, oltre ad espandersi verso levante, tende a preservare il Mediterraneo dalle perturbazioni. Statisticamente e’ la terza o la quarta settimana di Giugno che in genere l’alta delle Azzorre prende possesso di gran parte dell’Europa centro meridionale, frammentata solo dal passaggio di qualche fronte instabile di origine atlantica. Quando arriva l’alta pressione delle Azzorre l’estate italiana
ha un sapore decisamente gradevole con temperature che si portano intorno ai 30°C al nord Italia e solo localmente qualche grado in più al centro-sud. Ma solitamente questo accade nel periodo più caldo dell’anno: l’ultima settimana di Luglio e la prima di Agosto. L’estate delle Azzorre termina in genere a fine Agosto con la cosiddetta “tempesta equinoziale”, la quale sancisce la fine del periodo più
caldo del trimestre estivo. A partire dagli anni duemila, però, questa figura stabilizzante è stata praticamente rimpiazzata dall’anticiclone subtropicale africano. La nostra penisola, di conseguenza, si è trovata esposta ad ondate di calore intense e persistenti, le quali sono diventate sempre più frequenti nel corso dell’ultimo decennio. La circolazione atmosferica delle medie latitudini europee, di conse-
guenza, è stata caratterizzata da scambi meridiani NordSud, i quali hanno inasprito i contrasti termici e alimentato fenomeni meteorologici sempre più estremi. È una situazione che è, molto probabilmente, figlia dei cambiamenti climatici magari associati a cicli naturali. E l’uomo non dovrà fare altro che adattarsi cercando di difendere, per quanto può, l’ambiente circostante.
Lucania tra avventura e tempi lenti... Tre mete paesaggistiche da non perdere: i ponti di Sasso di Castalda, i murales di Satriano e l’archeologia di Venosa La primavera mancata vi ha impigriti e non avete ancora voglia di sfoderare il costume e progettare un weekend al mare? L’alternativa è a portata di mano: la Lucania. Borghi, natura e - perché no? avventura. Per fare il pieno di brividi a Sasso di Castalda trovate i Ponti Tibetani, un percorso di circa un’ora e mezza che si sviluppa sulle sponde del “Fosso Arenazzo” e che prevede una passerella in assi distanti tra loro circa 40 cm, che danno la sensazione di camminare letteralmente sospesi nel cielo. Ad assicurare la sicurezza, ovviamente, un’apposita imbracatura. Il punto di partenza è raggiungibile dal centro storico di Sasso di Castalda. Ci si imbatte nel primo dei due ponti, il Ponte Petracca, lungo 95 metri e a circa 30 metri di altezza. Dopo averlo percorso, un’altra breve passeggiata nella natura e ci si trova alla partenza del secondo
ponte, il “Ponte alla luna”, lungo 300 metri a un’altezza di 102 metri dal torrente sottostante. Brividi, ma anche indescrivibile emozione a camminare praticamente nel vuoto. L’arrivo è altrettanto spettacolare grazie al panorama sul paesaggio circostante che ripagherà sicuramente la fatica di chi si è prestato all’impresa. Come proseguire il fine settimana? Con il buon vino e cibo lucano (peperone crusco su tutto) e la visita ai borghi. Tra i più interessanti c’è sicuramente Satriano di Lucania, “capitale dei murales” che sono estesi alle case dell’intero centro, per cui il cammino nel borgo diventerà una caccia al tesoro di quello più bello. Alcuni raccontano vere e proprie storie a fumetti! I soggetti richiamano la tradizione, il culto religioso e le leggende locali. Alcuni parlano di personaggi del posto, come Giovanni de Gregorio, detto il
Pietrafesa, pittore del Seicento, formatosi a Napoli e poi rientrato nel paese di origine portandovi la ua arte. Terza e ultima tappa uno dei “borghi più belli di Italia”, Venosa, la città di Orazio, perché proprio qui nacque il celebre poeta latino Quinto Orazio Flacco. Qui una visita particolare la meritano il Castello Aragonese e il Parco Archeologico con la celebre “Incompiuta”. Quest’ultima fa parte del Complesso della Santissima Trinità, composta dalla chiesa antica e dalla chiesa Incompiuta, la cui costruzione appunto non fu mai portata a termine. L’interesse deriva proprio dalla stratificazione nella costruzione di tracce ereditate da Romani, Longobardi e Normanni. Tre piccoli spunti per un soggiorno tra natura, arte, cultura ed enogastronomia di cui la Lucania è ricca. Cosa chiedere di più a un fine settimana? A.E.
IL CODICE DEL GRANO Codificata dal CNR con altri partner internazionali, la sequenza genetica del frumento Salvatore Patrizio* Il grano o frumento, genere triticum, è un vegetale appartenente alla famiglia delle graminacee. Con una produzione totale di circa 35 milioni di tonnellate è il decimo raccolto più importante al mondo. Il triticum è stato uno dei primi cereali coltivati dall’uomo già a partire dal neolitico. Il centro della sua domesticazione è stato identificato in località diverse dell'ampia area che dai rilievi iraniani e dalle montagne dell'Anatolia raggiunge la costa della Palestina, comprendendo la valle del Tigri e dell'Eufrate, area che per la sua forma è stata definita la Mezzaluna Fertile. Tutto ebbe inizio, circa 10.000 anni fa, con due specie selvatiche, il Triticum boeoticum e il Triticum
urartu. Dalla domesticazione del T. boeoticum prese vita il T. monococcum (farro piccolo); il T. urartu, invece, fuse il proprio genoma con quello di una graminacea, la Aegilops speltoides, che generò il Triticum dicoccoides (farro selvatico). La selezione graduale di questo farro generò dapprima il Triticum dicoccum (farro medio) e poi il Triticum durum (grano duro). Poco tempo dopo un altro evento genetico coinvolse il Triticum dicoccum che inglobò completamente il genoma di un’altra pianta erbacea, l’Aegilops tauschii, per generare il Triticum spelta (farro grande). Tempo dopo, una serie di ulteriori modifiche genetiche portò al Triticum aestivum (grano tenero). Il triticum divenne ben presto una delle principali fonti alimentari per le popolazioni di
quel tempo. Fu la base dell'alimentazione sia della plebe romana che delle legioni romane. Veniva usato soprattutto per preparare pane, focacce e polente. L'assicurare alla capitale dell’Impero il regolare approvvigionamento portò i Romani a conquistare territori dove già si coltivava o si poteva coltivare frumento di buona qualità come il Cilento, la Sicilia, la Sardegna, le province asiatiche ed il nord Africa. Nel corso dei secoli il pane divenne sempre più l’alimento primario e fondamentale di quasi tutte le popolazioni presenti sul globo terrestre ed ancora oggi è considerato l'elemento base dell'alimentazione umana. In Italia il frumento occupa circa il 70% della superficie coltivata a cereali. Purtroppo, anche la coltivazione del grano duro deve fare i conti con i preoccupanti cambiamenti climatici in atto e
solo una efficace azione di miglioramento genetico potrà consentire di selezionare varietà più produttive ed ecosostenibili in grado di resistere a questi nuovi stress ambientali.Ed è proprio in virtù di questa considerazione che un consorzio internazionale, di alto livello tecnico-scientifico, ha effettuato la sequenza completa dei 14 cromosomi della varietà di frumento duro “Svevo”. Il genoma studiato contiene 66.000 geni e la sua analisi ha consentito di identificare decine di migliaia di marcatori molecolari che potranno essere utilizzati per la selezione di varietà migliorate. Un lavoro fondamentale che costituirà un riferimento per tutta la futura attività di miglioramento genetico e per l’identificazione e la tutela delle diverse tipologie di frumento attraverso tecniche di tracciabilità molecolare. La conoscenza della sequenza del
genoma consentirà ai ricercatori di individuare geni di grande rilevanza pratica come quelli che permettono la resistenza alle malattie o che consentono alla pianta di adattarsi alle nuove condizioni climatiche. Lo studio è stato condotto da un equipe composta da oltre 60 ricercatori provenienti da 7 Paesi diversi coordinati da Luigi Cattivelli del Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria (CREA). Del team hanno fatto parte anche Aldo Ceriotti dell’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria di Milano e Luciano Milanesi dell’Istituto di Tecnologie Biomediche di Segrate, entrambi Istituti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Il lavoro è stato pubblicato l’8 Aprile 2019 su Nature Genetics. *CNR-Napoli
I paesaggi-scultura di Gilles Brusset “Gli spazi verdi, il terreno, gli elementi naturali sono di per sé architettura” Antonio Palumbo L’artista francese Gilles Brusset è attualmente uno dei maggiori e più apprezzati creatori di parchi urbani e realizza i suoi lavori in ogni parte nel mondo: quando arte e natura si mescolano insieme, dando vita a luoghi dalla straordinaria e singolare valenza, si può pensare alle opere realizzate da questo estroso creatore di spazi verdi. La sua arte si confronta, di continuo, con sfide sempre più stimolanti e di portata internazionale, producendo alcuni tra i più straordinari giardini moderni. Al di là del grande contributo dato da Brusset in termini di realizzazioni concrete, è importante sottolineare il suo convinto ed appassionato impegno per la difesa della cultura paesaggistica nel mondo, in quanto, come egli suole affermare, «quella dell’architetto paesaggista è una professione che racchiude scienza, arte e cultura». Ed altrove egli attesta: «In un’era in cui tutti noi dobbiamo avere più attenzione e cura dell’ambiente, occorre una maggiore sensibilizzazione a tutte quelle che sono le tematiche sul verde. Da questo punto di vista, credo che ciascuno possa contribuire, con incisività, alla salvaguardia dell’ambiente e del verde che ci circondano. In tal modo, potrebbero crearsi le condizioni per avere luoghi dove vivere in modo più edificante e naturale. La continua ricerca di sistemi di vita più sani denota come le persone abbiano ormai preso atto del fatto che, seppure la città offra opportunità che nessun altro luogo può dare, vivere più a contatto con spazi aperti scevri dalla presenza di elementi artificiali può dare un po’ di tranquillità sicuramente rigenerante del corpo e dello spirito. Spesso la frenetica vita di tutti i giorni ci costringe a sottrarre tempo alla frequentazione delle aree verdi. Questo aspetto, in aggiunta allo spazio spesso insufficiente per una vegetazione soddisfacente, è alla base della carenza di parchi nelle nostre città: credo che le istituzioni, tutti gli operatori della comunicazione e noi specialisti del settore dobbiamo cercare di dare
opportunità sempre maggiori alla gente per avvicinarsi al verde e agli elementi vegetali. In questo senso, i miei paesaggi-scultura hanno una finalità che è, prima di tutto, didascalica: insegnare che il paesaggio, il terreno, gli elementi naturali sono di per sé architettura, luoghi dove poter trascorrere il proprio tempo in modo differente rispetto ai ritmi ed ai sistemi omologanti e, nn di rado, alienanti che la vita e la società di oggi ci impongono». Uno dei paesaggiscultura più significativi e noti
di Brusset è certamente quello per il parco urbano denominato L’enfance du pli, realizzato in Svizzera nel 2017, che è, segnatamente, una grande e particolarissima area di gioco per i bambini. L’organizzazione di questo spazio verde rimanda alle geniali trovate della Land Art di Michael Heizer, Walter De Maria, Robert Smithson, Richard Long, Dennis Oppenheim, Barry Flanagan e Marinus Boezem: si tratta di una serie di “ferite” aperte nel terreno, che scompaiono e riappaiono di conti-
nuo, i cui effetti “bituminosi” contrastano, in modo singolare e straordinario, con la spianata erbosa che caratterizza l’intero parco. Tali “ferite”, disposte secondo un tracciato ‘a pettine’, si sviluppano irregolarmente, dipanandosi per ogni luogo dell’area e, lungo di esse, i bambini possono distendersi, correre, sedersi, giocare. Il tema dell’intero intervento è quello della “modellazione del terreno”, che può esso stesso prestarsi, senza subire trasformazioni di sorta, a creare “interstizialità”, “pie-
ghe”, “sedute”, occasioni di svago per inventare giochi sempre nuovi e trascorrere il tempo fruendo liberamente di uno spazio pur privo di qualsiasi elemento artificale, costruttivo e/o di arredo. In conclusione, l’intervento dell’Enfance du pli risulta esemplificativo dell’intera poetica di Gilles Brusset, il quale, con una instancabile convinzione ambientalista, che si traduce sempre in opere di straordinario valore, porta avanti la propria battaglia per un futuro migliore.
Il matematico che vuol salvare le api Nel Regno Unito è stato inventato un pesticida naturale che non uccide questi insetti Ilaria Buonfanti “L’universo è scritto in termini matematici e intendere non può la natura chi non intende la matematica.” Così scriveva Galileo Galilei che credeva nella matematica come linguaggio universale, come abitudine all’onestà intellettuale (in matematica non si può barare!), come esempio di unione dei popoli perché una formula matematica è uguale in Italia, in Cina e in Nuova Zelanda. La matematica è presente da sempre e in ogni dove, ed oggi, un matematico del Regno Unito, un professore della University of Sussex, ha utilizzato le sue competenze matematiche per aiutare la salvaguardia delle api. Come spesso accade da quando l’informatica si è diffusa, gli esperimenti vengono prima progettati al computer, cercando di prevederne, pur con un certo margine di incertezza, i risultati. Nel caso specifico sono stati necessari dei modelli matematici, e chi meglio di un matematico poteva svilupparli e interpretarli? Da molti anni si riflette su come combattere al meglio i parassiti delle piante senza danneggiare ed uccidere gli insetti impollinatori, fondamentali nella catena alimentare e indispensabili nello sviluppo
delle coltivazioni a livello mondiale. Questo matematico inglese, tale Konstantin Blyuss, ha sviluppato una rivoluzionaria tecnica di ‘silenziamento genico’ per colpire specifici parassiti del grano senza danneggiare l’ambiente circostante, utilizzando solo batteri naturali del suolo. Questi batteri non tossici colpiscono solo i parassiti bersaglio, in particolare una specie che distrugge il grano. Gli esperimenti mostrano che il 92% di colture in più sopravvive con questo approccio, che potrebbe aiutare a
nutrire la crescente popolazione globale, aumentare la produzione di alimenti biologici e guidare quella dei biocarburanti. Era già noto che nel terreno vivono naturalmente batteri non tossici che possono aiutare le piante a difendersi, ma finora non era mai stato messo a punto un modo efficace per sfruttarne la potenza fino ad arrivare alla larga scala, necessaria perchè si possa usare industrialmente. La chiave, come spesso succede, è nei geni. Lo studio è stato condotto utiliz-
zando l’interferenza dell’RNA, che spegne la produzione delle proteine necessarie ai nematodi per crescere e riprodursi. Questo si realizza con dei biostimolanti derivati dagli stessi batteri, applicati sia immergendo i semi o le radici in una soluzione che li contiene, sia aggiungendo la soluzione al terreno in cui le piante crescono. “Immergendo i semi della pianta nella soluzione dei biostimolanti, spiega Blyuss, la pianta diventa un cavallo di Troia perché “consegna” le sostanze ai nematodi, ucciden-
doli. Abbiamo preso di mira i geni specifici del nematode, quindi sappiamo che questo non attaccherà altre creature”. Le piante prodotte utilizzando i biostimolanti mostrano rese vegetali decisamente migliori e una maggiore resistenza ai parassiti, ma non sono diverse da altre piante allevate artificialmente per avere alcune caratteristiche utili. Inoltre, i biostimolanti stessi sono veramente naturali, poiché non sono altro che prodotti di batteri che vivono già nel terreno.
Gli studi sul sistema immunitario dei neonati Potrebbero essere utili allo sviluppo di vaccini di nuova generazione Rosario Maisto Per molto tempo alcuni aspetti del sistema immunitario sono rimasti a lungo inspiegati, la sua attività è incredibilmente complicata variando da individuo a individuo, per questo capire come funziona potrebbe portare a vaccini migliori e persino ad una distinzione più chiara tra salute e malattia. Un consorzio globale di ricercatori ha iniziato a stabilire una linea di riferimento per uno sviluppo sano del sistema immunitario esaminando quali geni, proteine e cellule immunitarie sono attivi durante i primi sette giorni di vita un neonato. Infatti, in tutta la prima settimana avvengono tantissimi cambiamenti mole-
colari, si modificano oltre 1000 geni, molte proteine, centinaia di metaboliti, questi sono davvero i primi cambiamenti radicali, e dato che il sistema immunitario è estremamente complesso, gli studiosi non possono concentrarsi solo su un tipo di cellula o di proteina, al-
trimenti non potrebbero vedere come è regolato e funziona il sistema in un paziente in un dato momento, ecco perché sono rimasti sorpresi quando la ricerca ha indicato che il sistema immunitario dei bambini risponde alla nascita in modi simili, indipendente-
mente dal fatto che siano nati a termine o prematuri. Quando il bambino esce e affronta l'ambiente per la prima volta avvengono molti cambiamenti, come i batteri che colonizzano rapidamente il tratto digestivo, la pelle ed i polmoni, e questo è cruciale per modificare i fattori immunitari. Ecco la ragione per cui tutti i bambini rispondono in modo simile. Anche se i neonati hanno mostrato molte variazioni nelle misure di attività genetica, immunitaria e metabolica, gli studiosi le definiscono "firme di base" del cambiamento di attività geniche e immunitarie nel corso della prima settimana dopo la nascita. Lo studio ha cominciato a im-
postare un parametro di base del comportamento immunitario, ora si sta studiando in che modo i vaccini influenzano il processo. Ovviamente questo lavoro è fondamentale anche per determinare uno stato di malattia nascente nel bambino. Tutte queste indagini servono a tracciare un quadro complessivo del sistema per lo sviluppo di vaccini di nuova generazione, aiutando ad espandere il portafoglio di malattie che possono essere prevenute o curate, tutto questo porta a comprendere la complessità di fondo del sistema immunitario umano quindi possiamo affermare che prossimamente, saremo al centro di una grossa rivoluzione immunologica nella sanità pubblica.
Per una migliore qualità della vita gli italiani sempre più eco “Sostenibilità, smart city e smart mobility”, la ricerca di Arval Italia Anna Paparo Al richiamo di una vita più green e a impatto zero sull'ambiente gli italiani rispondono più che bene, pensando che vivere in un mondo “sano” migliori la qualità della vita. Tuttavia, cosa risaputa che non si può raggiungere questo obiettivo senza un impegno attivo da parte di tutti, comprese le istituzioni. Per questo l'adunata riguarda tutti, ma proprio tutti: ognuno deve fare la proprio parte in questo ambizioso processo di cambiamento dal colore verde. È quanto emerge dalla ricerca “Sostenibilità, smart city e smart mobility”, condotta su un campione di 1.500 Italiani e realizzata, in collaborazione con Doxa, dal Corporate Vehicle Observatory (Cvo) di Arval Italia, la piattaforma di ricerca indipendente dell'azienda leader nel noleggio a lungo termine. Andando nello specifico, è venuto fuori che per il 96%della popolazione italiana la principale conseguenza di un mondo più sostenibile è il miglioramento della qualità della vita, fatta da ingredienti semplici ovvero una città smart e un conseguente sviluppo di una mobilità intelligente. E se il
I Global Award per l’architettura sostenibile Chi sono gli architetti premiati con l’”Oscar”
55% dei cittadini si ritrova concorde sul fatto che ciascun individuo può impegnarsi per un mondo migliore, è più che naturale che senza Istituzioni e Informazione non si va lontano. Una migliore qualità della vita, per il 62% degli italiani, si traduce nel vivere in città meno inquinate; seguono, per il 51% dei connazionali, il contribuire al risparmio di risorse come energia e acqua e, ancora, l'opportunità di avere migliori servizi di trasporto pubblici (42%). E ancora: da un lato è emerso il bisogno di vivere in un mondo sostenibile condiviso all'unanimità (per il ben 81% è importante per ogni persona, per il 18% per i propri figli e nipoti); dall'altro, invece, è meno condivisa la fiducia nella sua realizza-
zione. Per la serie “mala tempora currunt”, sul futuro, gli italiani sono spaccati a metà e non nutrono buone speranze. Nel contesto della sostenibilità, si collocano i concetti di smart city e smart mobility, che possono avere un ruolo importante nello sviluppo di una migliore qualità della vita generale. Diversi i comportamenti positivi che gli italiani ritengono di praticare, nel loro quotidiano, in favore di una mobilità smartoriented: l'81% si muove a piedi o in bicicletta per percorsi brevi, il 59% si informa su come guidare in modo sempre più sicuro e il 57% su come farlo in modo più pulito. Ancora, il 41% usa più mezzi quando si sposta, combinando ad esempio auto e bici o auto e mezzi pubblici.
Il Global Award for Sustainable Architecture è un premio ideato da Jana Revedin nel 2006, che ogni anno viene conferito ai cinque architetti che più si sono distinti per la sostenibilità dei loro lavori. Professionisti che contribuiscono ad uno sviluppo equo, verde, che usano approcci innovativi e considerano i bisogni della società come punto di partenza. Anche quest’anno, il Global Award 2019 ha preso in considerazione tutti i progetti che promuovono i valori di una società più equa, oltre che più ‘verde’. Ma... chi sono i cinque architetti premiati e le ragioni che hanno portato il panel di giudici a sceglierli. Hanno meritato il Global Award for Sustainable Architecture, i vincitori Rozana Montiel (Messico), Ammar Khammash (Giordania) e Jorge Lobos (Cile) per il loro approccio interdisciplinare. Alla ricerca scientifica più innovativa associano il sapere artigianale, tradizionale, ed hanno una visione ‘artistica’ di ciò che viene progettato per il pubblico. Il loro obbiettivo è realizzare edifici, case, strutture che siano comprensibili al grande pubblico, economicamente accessibili e allo stesso tempo desiderabili. Werner Sobek (Germania) ha invece ottenuto il riconoscimento per la sua capacità di innovazione e per l’approccio incline al perpetuare l’eccellenza. Direttore dell’Institut Für Leichtbau Entwerfen und Konstruieren di Stoccarda, dedicato al design progettuale e all’ingegneria edile, il focus della sua carriera è centrato sulle strutture leggere. Infine Ersen Gürsel (Turchia) è stato premiato per la sua lunga esperienza professionale nell’ambito del design per la pedagogia e per la ricerca sull’influenza dell’architettura sulla società. Viene ricordato anche perché nel 1933 il suo istituto, la Mimar Sinan Fine Arts University di Istanbul, ha offerto rifugio a diversi esponenti del Bauhaus perseguitati dal nazismo. B.G.
Grandi Napoletani, grandi Campani
Ferdinando II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie IL RICORDO NEL CENTOSESSANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE (1859-2019) Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Fu Re dal 1830 al 1859. Orgoglioso e tenace, cercò di portare il regno verso la totale autonomia anche sotto il profilo economico (riuscì a pareggiare il bilancio statale riducendo i costi per la corte ed evitando di aumentare le tasse) e anche nei confronti delle grandi potenze del tempo (Inghilterra in testa e a partire dalla “guerra degli zolfi”). Del governo di Ferdinando II si ricordano, tra le tantissime opere: l’inaugurazione della prima ferrovia italiana Napoli-Portici nel 1839; il primo ponte in ferro sul Garigliano; l’ampliamento e la costruzione di porti in tutto il regno; il primo telegrafo elettrico e sottomarino; la costruzione del bellissimo e panoramico corso Maria Teresa (il cui nome fu ingiustamente cambiato con quello attuale di Corso Vittorio Emanuele); i teatri di Fog-
gia e Lucera; lo sviluppo di fabbriche come quelle di Castellammare (1200 operai solo nei cantieri navali), di Sava a Porta Capuana (che forniva pantaloni anche agli eserciti stranieri), di Mongiana (ferriere calabresi) o di Pietrarsa (la più grande fabbrica metalmeccanica italiana con i suoi 1050 operai: costruiva dai motori alle rotaie, dalle gru alle
locomotive). Durante il regno di Ferdinando II le industrie coprivano il fabbisogno interno ed esportavano ingenti quantità di merci di ogni tipo e natura. Dal suo primo matrimonio con Maria Cristina di Savoia (“la Santa”, come veniva definita dai napoletani), morta di parto, ebbe un solo figlio, Francesco, futuro Francesco II.
Si risposò con Maria Teresa d'Asburgo (chiamata affettuosamente “Tetella”), un’austriaca che imparò presto ad amare quel re così “napoletano” e al quale regalò naturalmente tanti figli (dodici). Un male misterioso (probabile conseguenza di un ferimento subito diversi mesi prima e organizzato in un complesso complotto anglo-
piemontese-massonico) lo portò alla morte nella primavera del 1859. La sua morte doveva essere la premessa più importante per avviare un processo di unificazione che, nelle forme nelle quali fu realizzato, sarebbe stato impossibile attuare con la presenza di un Re come Ferdinando II. segue a pag.15
lire-oro conservati nei banchi nazionali in Italia (dei 668 milioni di lire-oro, patrimonio di tutti gli stati italiani messi insieme 443 milioni erano del Regno delle Due Sicilie).
segue da pagina 14 I PRIMATI DI FERDINANDO II 1831 prima istituzione di un assegno di disoccupazione per chi era impossibilitato a lavorare.
1859 maggiore quantità di moneta circolante in Italia (433 milioni di lire).
1832 primo grande ponte sospeso interamente in ferro in Italia sul Garigliano.
1859 la città più popolosa d’Italia, Napoli (447.065 abitanti rispetto ai 204.715 di Torino o ai 194.587 di Roma).
1832 prima ordinanza italiana in materia di nettezza urbana (con raccolta differenziata). 1832 prima istituzione in Italia di un ente per gli studi statistici (Direzione Centrale di Statistica con il Giornale di Statistica di Sicilia). 1833 primo regolamento organico per il Corpo dei Pompieri in Italia.
1859 il più alto numero in percentuale di addetti all’industria in Italia (1.189.582 solo nel Mezzogiorno continentale). 1839 prima illuminazione pubblica stradale a gas di una città in Italia. 1839 prima normativa per la tutela dei beni culturali in Italia.
1833 più alto numero in Italia di vaccinati contro il vaiolo in rapporto alla popolazione (oltre un milione e trecentomila persone in venti anni).
1840 prima fabbrica metalmeccanica d’Italia per numero di operai (1.050, Pietrarsa, Napoli).
1833 prima nave da crociera in Europa (Francesco I).
1840 prima fabbrica in Italia per la produzione di rotaie (Pietrarsa).
1833 più alto tasso di longevità in Europa (1 novantenne ogni 117 morti, 1 centenario ogni 946 morti, rispetto alla media europea di 1 a 11.996). 1836 primo progetto italiano per automobile (a vapore, in Sicilia). 1837 la più grande produzione di coralli lavorati in Italia (3200 operai, Torre del Greco). 1838 primo trattato internazionale e prima legge in Italia per l’abolizione dello schiavismo. 1839 prima ferrovia italiana (Napoli-Portici).
1859 primo stato italiano per percentuale di orfanatrofi, ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e formazione.
1840 la più grande produzione di zolfo al mondo (Sicilia). 1841 primo osservatorio vulcanologico al mondo presso il Vesuvio. 1841 primo osservatorio meteorologico italiano (sul Vesuvio). 1841 prima rete di fari lenticolari a luce costante in Italia. 1841 la più grande percentuale di seta lavorata esportata in Italia. 1843 prima nave da guerra a
1859 la più bassa percentuale di mortalità infantile.
vapore in Italia (pirofregata Ercole, a Castellammare). 1844 prima istituzione di un marchio per la tutela di un prodotto (olio pugliese). 1845 primo “ascensore” (o “sedia volante”) in Italia (Reggia di Caserta). 1851 prima lavatrice motorizzata italiana a Napoli (presso l'Albergo dei Poveri) 1852 primo bacino di carenaggio italiano in muratura nel porto di Napoli. 1852 primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia a Capodimonte. 1854 prima nave italiana a vapore per l’America (il “Sici-
lia”).
1859 più alto numero di centenari in Italia (46 i centenari ancora al 1861 nelle province napoletane, 9 in Piemonte, 4 in Lombardia).
1855 i più estesi interventi di bonifica in Italia.
1859 la più alta percentuale di medici per abitanti in Italia.
1856 primo sismografo elettromagnetico nel mondo (Luigi Palmieri).
1859 prima città d’Italia per numero di teatri.
1858 prima carta geografica alimentare in Europa (Benedetto Marzolla). 1858 primo tunnel ferroviario italiano a Nocera. 1859 prima nazione italiana e seconda in Europa per esportazione annuale di guanti (69.000 dozzine di paia). 1859 prima bandiera italiana e seconda nel mondo (dopo quella inglese) per presenze nei porti francesi. 1859 la più grande industria navale d’Italia per numero di operai (a Castellammare). 1859 la più grande cartiera d’Italia (Isola Liri, 500 operai). 1859 prima flotta militare d’Italia. 1859 prima flotta mercantile in Italia . 1860 il più alto numero di operai addetti all'industria tessile in Italia. 1859 la linea telegrafica più estesa d'Italia. 1859 maggiore quantità di
1859 prima città d’Italia per numero di conservatori musicali. 1859 primo “piano regolatore” in Italia, per la città di Napoli. 1859 prima città d’Italia per numero di tipografie (Napoli: 113). 1859 più alto numero in assoluto e in percentuale di iscritti all’università in Italia (Napoli, 10.528). 1859 prima città d’Italia per numero di giornali e riviste. 1859 migliori livelli di spread in Italia 1859 minore debito pubblico in Italia 1859 minor numero di condannati a morte in Italia (1848-1860). 1859 minor carico tributario in Italia. 1859 il più alto tasso di crescita della popolazione in Italia. 1859 minore percentuale di emigranti in Italia.
Stato di attuazione del Regolamento in materia di protezione dei dati personali Umberto Accettullo Luca Monsurrò Come noto il 25 maggio 2018 ha trovato la definitiva applicazione il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (RGPD) di derivazione Comunitaria, che ha regolamentato le attività in merito alla protezione dei dati personali. Nel corso del secondo semestre dell’anno, in Italia si è disciplinato inoltre il “Codice in materia di dati personali” (ex D.Lgs 196/2003), attraverso il D.Lgs 101/2018 apportando sostanziali modifiche ed integrazioni adeguando così il quadro normativo Nazionale a quello Europeo. Difatti il Decreto Legislativo 101/2018 è stato adottato ai sensi dell’art.13 della legge di delegazione europea 25 ottobre 2017 n.163 seguendo il criterio di abrogare espressamente le disposizioni del “Codice in materia del trattamento dei dati personali” incompatibili con le disposizioni del RGPD e di modificare e coordinare le disposizioni vigenti in materia di protezione dei dati personali con le disposizioni recate dal medesimo RGPD, prevedendo, ove necessario, specifici provvedimenti attuativi ed integrativi adottati dal Garante Nazionale della Privacy. Lo stato di attuazione della legislazione in materia di protezione dei dati disegna uno scenario in cui con il Regolamento Europeo certamente
sono stati introdotti dei nuovi diritti per gli interessati ma anche diverse e più stringenti responsabilità per chi, soggetti pubblici e/o soggetti privati, trattano i dati nell’azione quotidiana. Molti sono stati gli interventi da parte del Legislatore Europeo e Nazionale che investono diverse questioni legate alla tutela dei diritti fondamentali degli individui, e che spaziano dal mondo del lavoro alla cybersecurity, dalla sanità alla trasparenza on line della Pubblica amministrazione, dal fisco alla protezione on line dei minori. Nel mondo del lavoro, grazie anche all’intervento del Garante Nazionale della Privacy, Autorità amministrativa indipendente e di controllo, è stato possibile circoscrivere numerose garanzie per quanto concerne, ad esempio, la raccolta delle impronte digitali per i dipendenti pubblici ai fini dell’assenteismo, nonché introducendo il divieto dei controlli massivi sulle e-mail e smartphone considerate lesive della dignità dei lavoratori. Come, ancora, sono state richiamate le Amministrazioni pubbliche a rispettare dei canoni di proporzionalità a contemperando obblighi di pubblicità degli atti con la dignità delle persone, bloccando ad esempio la diffusione on line, sui siti istituzionali, di dati sensibili degli interessati. In campo fiscale, ad esempio,
si sono individuati i presupposti affinché l’Agenzia delle Entrate potesse avviare l’obbligo della fatturazione elettronica ottenendo diverse tutele per evitare trattamenti spropositati di dati personali dei contribuenti, contemplando anche misure tecniche di tutela in relazione all’accesso sulla dichiarazione dei redditi precompilata da parte di contribuenti, Caf e soggetti autorizzati. Come si può comprendere quindi in riferimento al RGPD, le innovazioni intro-
dotte dalla normativa di settore, seppur in continuità con la disciplina previgente anch’essa di derivazione Comunitaria(Direttiva 95/46/CE), hanno permesso di rafforzare l’attività del Garante Privacy a livello internazionale cooperando con le altre Autorità di Controllo utilizzando una cornice normativa all’insegna di una più accentuata responsabilizzazione di chi opera in qualità di Titolare del Trattamento, con l’obbligo però di porre in essere delle misure tecnico organizzative tali da
assicurare la liceità dei trattamenti ed il rispetto dei diritti fondamentali degli interessati, a cui far da contrappasso un più severo e puntuale quadro sanzionatorio. Si è perseguito in definitiva l’obiettivo della chiarezza e della semplificazione, evitando così di duplicare alcune disposizioni seppur molto simili ma non coincidenti, basandosi sulla responsabilizzazione di chi opera nonché sulla prova di voler adottare al contempo misure proporzionate ed efficaci.
La natura del conflitto di interessi nell’affidamento dei contratti pubblici Il parere del Consiglio di Stato sullo schema delle Linee guida ANAC Felicia De Capua Il Consiglio di Stato ha reso il parere 5 marzo 2019 n. 667 sullo Schema di Linee guida ANAC aventi ad oggetto “Individuazione e gestione dei conflitti di interesse nelle procedure di affidamento di contratti pubblici”, in attuazione dell’art. 213, c. 2, del D.Lgs. 18 aprile 2016, n. 50. I giudici di Palazzo Spada offrono una vera e propria definizione scientifica di “conflitto di interessi”, che vale la pena citare: “il conflitto riguarda propriamente gli interessi, vale a dire la tensione verso un bene giuridico che soddisfi un bisogno. La nozione non si riferisce quindi a comportamenti, ma a stati della persona. In linea di teoria generale dell’analisi economica del diritto, un conflitto di interessi si determina le volte in cui a un soggetto giuridico sia affidata la funzione di cura di un interesse altrui (così detto interesse funzionalizzato) ed egli si trovi, al contempo, ad essere titolare (de iure vel de facto) di un diverso interesse la cui soddisfazione avviene aumentando i costi o diminuendo i benefici dell’interesse funzionalizzato”. Di poi è interessante la specifica-
zione che il conflitto di interessi non consiste in comportamenti dannosi per l’interesse funzionalizzato, ma si sostanzia in una condizione giuridica o di fatto dalla quale scaturisce il rischio di danno. Il parere esordisce con un preciso inquadramento della disciplina in materia di anticorruzione, sottolineando la logica di un sistema di tutela anticipatoria, che affianca il classico modello sanzionatorio basato, invece, su forme di tutela repressiva. Poi con riferimento al conflitto di interessi nei contratti pubblici i giudici si soffermano al paragrafo 2.6 delle citate Linee Guida laddove si dichiara che le situazioni di conflitto di interesse di cui all’art. 7 del d.P.R. 16 aprile 2013 (rapporti di coniugio o convivenza; rapporti di parentela o affinità entro il secondo grado; rapporti di frequentazione abituale; pendenza di una causa o di grave inimicizia; rapporti di credito o debito significativi; rapporti di tutorato, curatela, rappresentanza o agenzia; rapporti di amministrazione, dirigenza o gestione di associazioni anche non riconosciute, comitati, società o stabilimenti) sono richiamate dall’art. 42 del Codice dei Con-
tratti Pubblici a titolo meramente esemplificativo, rappresentando ipotesi predeterminate, in quanto la valutazione della possibile sussistenza del rischio di interferenza dell’interesse privato nelle scelte pubbliche è compiuta a monte dal legislatore. I giudici ritengono che il conflitto di interessi nell’ambito di gare d’appalto, pur essendo regolato da una norma speciale, aderisce ai principi della norma generale che prevede l’obbligo di astensione anche nelle ipotesi di conflitto potenziale. In definitiva
anche nei contratti pubblici il conflitto può essere tipico o atipico, considerando che non esiste un numerus clausus di situazioni che comportano incompatibilità, così come è riconosciuto dalla norma generale (art. 6 bis L. n. 241/1990, art. 53 d.lgs. n. 165/2001, art. 51 c.p.c.). Le ipotesi atipiche di conflitto di interessi, infatti, attengono a casi di potenziale incompatibilità la cui individuazione necessita di uno sforzo ermeneutico, derivanti dalla interpretazione dell’aggettivo “potenziale” non-
ché dalla declinazione del concetto di “interesse personale” e di “gravi ragioni di convenienza” (cfr. citato art. 7, ult. periodo). La nozione “potenziale” include, dunque, non soltanto le ipotesi di conflitto attuale e concreto, ma anche quelle che potrebbe derivare da una condizione non tipizzata, tuttavia ugualmente idonea a determinare il rischio. Tuttavia siffatte ampie espressioni lasciano all’interprete una notevole discrezione nell’individuazione della situazione di conflitto di interesse per cui, secondo i giudici, è necessario fornire adeguati elementi di valutazione alla stazione appaltante. Al riguardo, essi precisano, “va considerato che è necessario che, ex ante, questo tipo di situazioni sia preventivamente valutato dal dipendente e che, ex post, l’amministrazione valuti la sussistenza delle condizioni di astensione ad agire in base a circostanze concrete e documentabili”, esercitando l’obbligo di vigilanza sul rispetto in concreto degli obblighi in questione, tra l’altro non solo nella fase della procedura ad evidenza pubblica, ma anche nella fase esecutiva dei contratti pubblici.
Viaggio nelle leggi ambientali INQUINAMENTO ACUSTICO La Corte di Cassazione Penale, Sez. 3, con la Sentenza n.19230 del 07/05/2019 ha stabilito che, la verifica del superamento della soglia della normale tollerabilità non deve essere necessariamente effettuato mediante perizia o consulenza tecnica, ben potendo il giudice fondare il suo convincimento in ordine alla sussistenza di un fenomeno in grado di arrecare oggettivamente disturbo della pubblica quiete su elementi probatori di diversa natura, quali le dichiarazioni di coloro che sono in grado di riferire le caratteristiche e
gli effetti dei rumori percepiti, occorrendo, ciò nondimeno accertare la diffusa capacità offensiva del rumore in relazione al caso concreto. Inoltre ha stabilito che in
tema di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, l’attività di un bar regolarmente autorizzato dall’autorità amministrativa a rimanere aperto fino a tarda notte e all’uso di stru-
menti musicali e di diffusione sonora, va classificata come esercizio di un “mestiere rumoroso”, in quanto l’uso di tali strumenti è strettamente connesso e necessario all’esercizio dell’attività autorizzata, con la conseguenza che il superamento, mediante gli strumenti stessi, dei limiti massimi o differenziali di emissione del rumore integra l’illecito amministrativo di cui all’art. 10, comma 2, l. 26 ottobre 1995, n. 447 (Sez. 3, n. 34920 del 11/06/2015 - dep. 18/08/2015, Masselli). Nella fattispecie, tuttavia, non risulta che il bar fosse stato autorizzato dall’autorità amministrativa
a rimanere aperto fino a tarda notte e all’uso di strumenti musicali e di diffusione sonora, di talché l’attività svolta da detto bar non è classificabile come esercizio di un “mestiere rumoroso”, con conseguente applicazione della fattispecie di cui al comma 1 dell’art. 659 cod. pen.. Difatti nel DUAP, nell’ambito delle attività di somministrazione di alimenti e di bevande del locale, non era stata indicata anche l’emissione sonora effettuata tramite strumentazione meccanica e casse acustiche con la prescritta predisposizione della documentazione di impatto acustico. A.T.
Balloons ban: stop ai palloncini liberati in cielo Inquinano i mari e danneggiano la fauna Cristina Abbrunzo Da bambina ascoltavo una canzone di Renato Rascel che diceva: “Dove andranno a finire i palloncini, quando sfuggono di mano ai bambini ...” e mentre l’ascoltavo, fantasticavo di questi palloncini colorati che se ne andavano per l'azzurrità e arrivavano chissà dove. In effetti è un'immagine molto evocativa quella di un oggetto portato ad alta quota dalle correnti dell'aria, da guardare fino a quando non scompare nell'immensità. Ma la realtà – ahimè – è molto meno poetica di quanto cantasse Rascel. L’allegria di questi oggetti colorati che si librano nell’aria dura solo qualche minuto. I milioni di palloncini che, ogni anno, si levano in cielo, liberati in occasione delle più svariate festività, dopo essere scoppiati ricadono sulla terra e, più facilmente nelle acque dei mari, sotto forma di rifiuti plastici. E se si potesse seguirne la caduta dal cielo, sul mare o sulla terra, si comprenderebbe che l’impatto sull’ambiente di quell’attimo di gioia grava a lungo sulla salute del nostro Pianeta. Le affermazioni poi, secondo cui i palloncini in lattice sono biodegradabili e quindi innocui, sono fuorvianti: infatti, pur essendo vero che il lattice naturale può essere biodegradabile, la necessaria aggiunta di sostanze chimiche e coloranti nella fabbricazione può rendere quel tipo di palloncini persistenti per molto tempo nell’ambiente.
Nel frattempo, oltre ad inquinare, ogni anno frammenti di palloncini e cordicelle annesse fanno strage di animali, soprattutto di quelli marini – come uccelli, tartarughe e cetacei – che o li scambiano per le loro prede naturali e li ingeriscono rischiando addirittura la morte o restano impigliati e soffocati nei loro fili residui. I primi a mostrare gli effetti negativi del loro utilizzo sono stati il Csiro (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation) in Australia e gli inglesi dell'Imperial College di Londra. Secondo le loro stime, oltre il 90% degli uccelli marini, come gabbiani e albatros, ha ingerito plastica di vario tipo e origine e si prevede che, entro il 2050, la per-
centuale raggiungerà il 99%. Solo negli ultimi dieci anni, in base ai dati riportati dal progetto Balloons Blow, Don't Let Them Go avviato da una ONG che si batte per la tutela dell'ambiente, i resti di palloncini trovati nelle spiagge sono in media triplicati. Solo in Gran Bretagna, nel 2016, ne sono stati trovati il 53 percento in più rispetto all'anno precedente. Nell'apparato digerente di tantissimi esemplari sono state rinvenute enormi quantità di rifiuti plastici in grado di provocare gravi malattie e occlusioni. Sul sito di Balloons Blow sono riportate diverse immagini di animali uccisi dai palloncini. Virali le foto in rete del ritro-
vamento sulla spiaggia di Marina di Camerota, proprio sulle nostre coste, della povera tartaruga Chez, nel cui stomaco sono state rinvenute grandi quantità di plastica, un bicchierino da caffè e addirittura una confezione di M&M’s quasi intatta. Tutte conseguenze a cui per molto tempo non si è dato peso, ma che grazie alla nuova cultura e sensibilità relativa alla lotta all'inquinamento da plastiche che ormai dilaga a livello planetario si è finalmente deciso di affrontare e combattere. Ed ecco che, accanto alle azioni già avviate atte ad abolire prodotti monouso, cotton fioc e quant’altro, si fa strada anche la lotta al palloncino. La chiamano proprio “balloons ban”, che potremmo tradurre come “bando ai palloncini”, e sta interessando decine di città in tutto il mondo. L’ultima in ordine cronologico ad averlo applicato è Rhode Island, una cittadina poco distante da New York. Lì sarà vietato come altrove usare i palloncini ad elio e venderli: per i trasgressori una salata multa da 200 dollari. Lo hanno deciso le autorità locali dopo aver constatato visivamente i danni provocati dai resti dei palloncini sulla fauna marina e non. L’esempio di Rhode Island ri-
calca quelli, sempre negli States, di Provincetown e Nantucket nel Massachusetts, ma anche di diversi centri di Florida o California dove da tempo i palloncini sono banditi. In Australia, diverse città vicino Melbourne stanno sottoscrivendo lo stesso impegno nella lotta alla plastica. In Canada, a Vancouver, nei parchi è scattato il “no” ai palloncini. Il primo comune italiano ad accorgersi dei danni da palloncino e a sposare il progetto Clean Sea Life è stato Maruggio, in provincia di Taranto. Lo scorso anno dopo la scoperta di una covata di uova di tartaruga marina sulle sue coste è arrivata una ordinanza che vieta il lancio dei palloncini per tutelare e salvaguardare gli abitanti del mare. Vedremo se l’ordinanza pugliese si allargherà in altri comuni italiani e zone marine. In ogni caso per i bambini esistono alternative efficacissime ai festeggiamenti con i palloncini colorati. L’ideale sarebbe optare per decorazioni maggiormente ecocompatibili come petali di fiori, aquiloni, candele e bolle di sapone. E allora mi piace pensare che nell’azzurrità di quel cielo cantato da Rascel non ci sia più un palloncino inquinante a volare, ma magari un gabbiano che siamo riusciti a salvare.
a cura di Andrea Tafuro
“Gesto eversivo, che nasce dalla libertà e accende una relazione non generata dall'utilitarismo” Enzo Bianchi
GARRET HARDIN: LA CONDIVISIONE COME TRAGEDIA Garret Hardin, ecologo statunitense, nel 1968 pubblica: “The tragedy of the commons” (La tragedia dei beni comuni), un saggio che ha fortemente influenzato il concetto di condivisione. Hardin, nel saggio, parte dall’ipotesi dell’esistenza di un pascolo che sia aperto a tutti, che sia quindi condiviso, nel quale ciascun pastore si trova nella condizione di avere un grande beneficio derivante dalla vendita del suo bestiame e di dover sostenere costi bassi per l’accesso e per il mantenimento del pascolo, essendo il costo totale diviso tra tutti i pastori. L’ipotesi della condivisione resta accettabile fino a quando si arriva ad una situazione limite. In tale situazione il numero degli animali allevati supera la capacità effettiva del pascolo di generare risorse adeguate per il soddisfa-
cimento del bestiame e dei pastori, quindi la sua ricchezza è messa in pericolo. Il bene comune è sovrasfruttato. Anche in questa situazione ogni pastore, guidato unicamente dal principio dell’interesse personale (self interest) e spinto alla constante massimizzazione del proprio benessere personale, aggiungerà ulteriore bestiame al pascolo al fine di appropriarsi interamente dei ricavi provenienti dalla vendita di quest’ultimo, rimanendo valido che i costi degli spazi condivisi rimangono bassi. Lo studioso afferma che ogni pastore, più in generale ogni uomo, è guidato esclusivamente dal principio del self interest e dal desiderio di massimizzazione del proprio benessere anche a discapito del benessere comune. Seguendo questa pista concettuale è a
questo punto che si verifica la tragedia. Ogni pastore, guidato dal principio del self interest, incrementerà il proprio numero di capi di bestiame ipoteticamente senza limiti e senza considerare che le risorse del pascolo che ha a disposizione siano limitate. Ogni pastore sottrae unità di risorse dalla quantità di risorse totali disponibili di cui è formato il bene comune senza apportarne nessuna in cambio. Il popolo di Hardin fa rifermento a tutti quei beni di proprietà comune che generano un flusso finito di benefici. Tali beni sono accessibili a chiunque e sono escludibili, vale a dire che è molto difficile e costoso escludere i potenziali utilizzatori dal godimento del bene. In conclusione un qualsiasi bene comune sottoposto alla condivisione è
destinato ad essere danneggiato e impoverito poiché sovrautilizzato e gli individui restano intrappolati in questo circolo di deterioramento, non lasciando prospettive di miglioramento futuro. The tragedy of the Commons è stato per molto tempo la giustificazione teorica alla necessità di instaurare un controllo centralizzato dello stato sui beni comuni. I risultati sono sotto gli occhi di molti: il controllo ha accelerato il deterioramento del bene, generando corruzione e inefficienza. Accettando la visione di Hardin, facciamo nostra la visione che gli individui non sono in grado di organizzarsi nella gestione e utilizzazione del bene comune, di comunicare e non possono agire per il benessere personale e di terzi.
ELIONOR OSTROM: LA CONDIVISIONE COME SUCCESSO Elinior Ostrom, economista statunitense, premio Nobel per l’economia, nel 1990 pubblica: Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action (pubblicato in Italia da Marsilio nel 2006 con il titolo: Governare i beni collettivi). L’analisi della Ostrom è tutta incentrata sull’ approfondimento dei meccanismi che regolano il comportamento cooperativo e della condivisione. Nel dipanarsi delle pagine, l’economista sostiene che grazie alla comunicazione, gli individui sono in grado di introdurre dei principi in grado di regolamentare l’utilizzo, la gestione e limitare l’uso delle risorse e sono in grado di conservarle nel lungo periodo. I beni comuni, saranno preservati e curati nella condizione in cui, gli individui,
siano in possesso di informazioni affidabili e credibili riguardo i costi e i benefici derivanti dall’utilizzo e dalla condivisione delle risorse,
inoltre devono avere la possibilità di decidere in modo autonomo le regole di gestione. Sette sono i principi ispiratori per il buon funziona-
mento dei regimi basati sulla condivisione: 1) Definire in modo chiaro i confini del bene comune e chi è autorizzato a goderne. 2) Fissare i principi che regolino i tempi e luoghi di condivisione, quantità di risorse impiegate. 3) Creazione di un organismo per la regolazione e gestione dei commons al fine di assicurarne una gestione democratica. 4) Meccanismi di controllo. 5) Definizione di sanzioni per chi trasgredisce i principi del godimento dei commons. 6) Possibilità di accesso rapido ed economico a forme di mediazione per risolvere tempestivamente eventuali contenziosi. 7) Riconoscimento da parte delle autorità governative della facoltà di autogestione. Inoltre devono verificarsi ulteriori condizioni e cioè che le risorse devono essere in nu-
mero sufficientemente tale da incoraggiare gli utilizzatori a investire tempo per la definizione delle regole di utilizzo. Inoltre, gli utilizzatori devono godere di un certo grado di libertà tale da cambiare le regole e che almeno un numero minimo di utilizzatori deve essere coinvolto in una comunicazione diretta al fine di negoziare e aggiustare meccanismi non funzionanti del sistema. La Ostrom, in conclusione, ha teorizzato che gli individui, nella condizione in cui siano informati e abbiamo un certo grado di autonomia e di controllo reciproco, possono avviare azioni e comportamenti per il corretto utilizzo, conservazione e protezione dei beni comuni, frenandone la degradazione e lo sfruttamento.