Page 1

IL VENTENNALE DEL DISASTRO DI SARNO 1998-2018: la tragedia che causò la morte di centosessanta persone di Luigi Stefano Sorvino

serta. Nei giorni precedenti l'area era stata colpita da un prolungato evento meteorico che aveva prodotto una massiccia imbibizione dei terreni a monte, caratterizzati da coperture piroclastiche di origine vulcanica, con la conseguente dissoluzione della continuità tra calcare e piroclasti, che determinava i dissesti nella forma più devastante delle colate rapide. Il tragico evento veniva così connotato da una serie di rapidissime e distruttive frane di colamento, con il

Alcuni giorni fa, una serie di manifestazioni ed un convegno nazionale dei Geologi hanno commemorato il ventennale della catastrofe idrogeologica che – nel pomeriggio e nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1998 – si abbattè su Sarno, Siano e Bracigliano nel Salernitano, Quindici in Irpinia, comuni localizzati su versanti diversi della catena montuosa di Pizzo d'Alvano, oltre a San Felice a Cancello in provincia di CaPRIMO PIANO

ISTITUZIONI

Pesticidi nelle acque: il Rapporto ISPRA

La Direttiva Quadro sui rifiuti dell’Unione Europea

L’ISPRA (l’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha presentato lo scorso 10 maggio a Roma il Rapporto “Pesticidi nelle acque” 2018. Liguori a pag.3

STUDI & RICERCHE

Smog killer: la strage degli innocenti È l’Organizzazione Mondiale della Sanità OMS, a denunciare, in un rapporto pubblicato il 2 maggio scorso, che lo smog, l’aria inquinata da polveri sottili uccide più dell’Aids (1,1 milione di persone)... Pollice a pag.11

AMBIENTE & SALUTE AMBIENTE & SALUTE

Gli effetti miracolosi dei ricci di mare

Martelli a pag.14

distacco improvviso di milioni di metri cubi di fango dalle pendici della montagna, che si abbattevano senza segnali premonitori e con velocità devastante – anche per la ripidità dei versanti – sugli abitati pedemontani sottostanti. Il bilancio di vittime e danni risultava pesantissimo, con un totale di 160 morti, di cui 137 localizzati a Sarno, centinaia di feriti, migliaia di senzatetto, diffuse devastazioni con il travolgimento di abitazioni ed infrastrutture. continua a pag.6

Con la comunicazione 2018/C 124/01, l’Unione Europea presenta gli orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti principalmente in riferimento alla “Direttiva Quadro sui Rifiuti” (2008/98/CE). Tale comunicazione si compone di tre capitoli e quattro allegati: - il capitolo 1 restituisce un quadro generale per la classificazione dei rifiuti e fornisce le istruzioni su come leggere gli orientamenti; - il capitolo 2 pone l’accento sulla normativa UE in materia di rifiuti, sottolineandone la rilevanza per la definizione e la classificazione dei rifiuti (pericolosi); - il capitolo 3 presenta le fasi generali della classificazione dei rifiuti. Femiano a pag.4

I fiori della Campania a Euroflora 2018

Le aree di parcheggio nel paesaggio

Dopo sette anni è tornata a Genova,dal 21 aprile al 6 maggio, EUROFLORA l’undicesima edizione di questa esposizione internazionale, che quest'anno eccezionalmente si è svolta all'aperto nei Parchi di Nervi. La Campania ha partecipato alla manifestazione presentando, grazie agli operatori florovivaistici regionali, circa 10.000 steli tra fiori, fronde e foglie in una spettacolare collettiva, nonché curando... Mercadante a pag.10

Da clienti a credenti: è la sharing economy Mio nonno materno, contadino nolano, diceva: “Io ascolto la natura, io so quello che la collina di Castelcicala mi dice”. Io cittadino del mondo iperconnesso posso ancora parlare con la Pachamama e capire quello che mi comunica? Nel 2063 guardando indietro a questo XXI secolo, sicuramente, mi chiederò perché si possedevano così tante cose. Sui media proliferano storie che presentano accumulatori seriali, mentre...

Palumbo a pag.13

Nicola Antonio Giacinto Porpora Grandi Napoletani, grandi Campani La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. De Crescenzo-Lanza a pag.15

Tafuro a pag.20


Carta della Natura: presentazione ad Avellino

La raccolta di pneumatici fuori uso in Campania Nei primi quattro mesi del 2018 raccolte oltre seimila tonnellate Rosa Funaro Nei primi quattro mesi del 2018 sono stati raccolti presso gommisti, stazioni di servizio, autofficine della Campania oltre 600mila pneumatici da autovettura. Il bilancio è stato presentato dalla società Ecopneus, la principale responsabile della gestione dei pneumatici fuori uso in Italia con oltre 240.000 tonnellate raccolte ogni anno in tutto il Paese. La raccolta presso gli oltre 1.700 esercenti della Regione procede in linea con gli anni passati: 6.182 tonnellate di PFU raccolte da gennaio ad aprile a fronte di una media di circa 20.000 tonnellate di pneumatici fuori uso gestiti ogni anno da Ecopneus in Campania. A livello provinciale, Napoli si attesta al

primo posto con 2.682 tonnellate di PFU raccolte. Seguono le Province di Salerno (1.370 t), Caserta (1.142t), Avellino con 574 t e Benevento con 412 tonnellate. Ecopneus, grazie alla sottoscrizione di un Protocollo straordinario per la raccolta dei

PFU abbandonati nelle Province di Napoli e Caserta, siglato nel 2013 con Ministero dell’Ambiente, contribuisce in maniera significativa alla lotta contro quanti alterano l’ambiente: da gennaio, infatti, sono 118 le tonnellate di PFU rimosse da strade, caval-

La Carta della natura della Campania, la prima cartografia completa degli habitat naturali, seminaturali e antropici della regione, verrà presentata ad Avellino il prossimo 25 maggio. L’appuntamento è alle 9.30 a Palazzo Caracciolo (piazza Libertà). Partecipano all’evento il prefetto di Avellino Maria Tirone, il direttore generale Ispra Alessandro Bratti, il presidente del Consiglio regionale della Campania Rosa D’Amelio, il consigliere regionale Maurizio Petracca (presidente della Commissione agricoltura e risorse comunitarie e statali per lo sviluppo), il presidente della provincia di Avellino Domenico Gambacorta, il presidente dell’Osservatorio regionale sulla gestione dei rifiuti, Vincenzo De Luca. Per Arpac, che elaborato la Carta della natura della Campania in sinergia con l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, parteciperanno il commissario straordinario Luigi Stefano Sorvino e il direttore tecnico Marinella Vito. Interventi tecnici affidati a Lucilla Laureti e Roberto Bagnaia (Ispra), Roberta Santaniello (Regione Campania), Salvatore Viglietti (Arpac). L’evento segue il convegno di presentazione della Carta della natura che si è tenuto a Napoli lo scorso 20 aprile. cavia, terreni e correttamente recuperate. Dal 2013, invece, sono oltre 2.000 le tonnellate di PFU abbandonati raccolti grazie al Protocollo, con sostanziale regolarità nel corso degli anni (368 tonnellate nel 2014, 397 t nel 2015, 526 nel 2016 t e 639 t nel 2017). A questi numeri sono da aggiungere quelli estratti dai siti di Scisciano (NA) e Gianturco (Napoli centro), dove erano illegalmente stoccate ingenti quantitativi di pneumatici fuori uso: complessivamente ben 14.619 tonnellate di PFU (8484 t nel primo e 6.135 t nel secondo). Dai PFU, i pneumatici fuori uso si ottiene principalmente gomma riciclata, utilizzata poi per realizzare asfalti “silenziosi” e duraturi, superfici sportive, aree gioco, isolanti acustici e campi da calcio in erba sintetica. La Campania, essendo una

delle Regioni più popolose e quindi con un gran numero di auto e motoveicoli, si conferma una delle Regioni con i maggiori volumi di raccolta dei PFU. I numeri sono sostanzialmente costanti negli ultimi anni, al netto di qualche flessione dovuta al calo delle vendite di pneumatici a livello nazionale” ha commentato il Direttore Generale di Ecopneus Giovanni Corbetta. Secondo Corbetta, però, esistono ancora forti margini di miglioramento per quanto attiene la raccolta in Campania se solo ci fosse più partecipazione da parte delle amministrazioni locali che non usufruiscono come dovrebbero del Protocollo in essere: “dei 196 Comuni che avrebbero potuto avvalersi dal 2013 del ritiro gratuito dei PFU abbandonati nel proprio territorio, infatti, solo 46 hanno fatto domanda di adesione”.


Pesticidi nelle acque:presentato il Rapporto Nazionale dell’ISPRA Fabiana Liguori L’ISPRA (l’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha presentato lo scorso 10 maggio a Roma il Rapporto “Pesticidi nelle acque” 2018. Tale documento è il risultato di una articolata attività di indagini e controlli, svolta negli anni 2015-2016 sul territorio italiano,che ha coinvolto le Regioni e le Agenzie regionali per la protezione ambientale (tra cui l’Arpac). Nel biennio complessivamente venti regioni/province autonome hanno inviato all’Istituto le informazioni del monitoraggio, non sono stati disponibili i dati della Calabria e mancano le informazioni sulle acque superficiali della Liguria. Per quanto riguarda il monitoraggio, c’è stata una notevole evoluzione con un aumento della copertura territoriale, del numero di campioni e delle sostanze cercate. Ma andiamo nel dettaglio. Sono stati analizzati 35.353 campioni per un totale di 1.966.912 determinazioni analitiche, suddivisi per anno e per tipologia di acque. Nel 2016, in particolare, i dati riguardano 4.683 punti di campionamento, 17.275 campioni e 1.029.903 determinazioni analitiche. Nelle acque superficiali è stata rilevatala presenza di pesticidi in 1.041 punti di monitoraggio (67% del totale) e in 4.749 campioni (42,7% del

In Campania I dati presenti nel Rapporto dell’ISPRA si riferiscono al solo 2016. La rete è costituita da 144 punti di monitoraggio, 94 per le acque superficiali e 50 per quelle sotterranee. Le indagini hanno riguardato 768 campioni e sono state effettuate 23.547misure analitiche. Sono state cercate un totale di 59 sostanze. Nelle acque superficiali sono stati trovati residui nel 22,3% dei punti e nel 6,3% dei campioni in-

totale). Nelle acque sotterranee i pesticidi sono stati individuati in 1.047 punti di monitoraggio (33,5% del totale) e 1.715 campioni (27,8% del totale) Gli erbicidi e alcuni loro metaboliti sono ancora le sostanze più trovate, in particolar modo nelle acque superficiali dove costituiscono il 52,5% delle misure positive. Si è registrato un significativo incremento della pre-

senza di fungicidi e insetticidi, che si spiega con l’aumentata efficacia del monitoraggio e con il numero più alto di sostanze cercate. Il livello di contaminazione viene stabilito facendo riferimento ai limiti ambientali stabiliti dalla normativa di tutela delle acque, che indichiamo sinteticamente come standard di qualità ambientale (SQA). Per standard di qualità ambientale si intende “la concentrazione di un particolare inquinante o gruppo di inquinanti nelle acque, nei sedimenti e nel biota che non deve essere superata, per tutelare la salute umana e l'ambiente”. A livello nazionale su 1.554 punti di monitoraggio delle acque superficiali, 371 (23,9%) hanno livelli di concentrazione superiore agli SQA. La Lombardia, con il 49,4% dei punti che superano gli SQA, ha il livello più elevato di non conformità. Le sostanze che determinano il maggior numero di superamenti dei limiti sono il glifosate e il metabolita AMPA, cercato in modo capillare

nella Regione. L’erbicida è largamente impiegato, ed è probabile che l’inserimento nei programmi di monitoraggio possa determinare un aumento dei casi di non conformità nelle regioni dove ora non viene cercato. La percentuale dei punti con livelli di contaminazione superiori ai limiti è elevata in Veneto (36,7%), Provincia Autonoma di Bolzano (29,4%), Toscana (29,3%) e Piemonte (23,9%). Nelle acque sotterranee su 3.129 punti, 260 (8,3%) hanno concentrazioni superiori agli SQA. Il FriuliVenezia Giulia con il 34% dei punti di monitoraggio sopra i limiti è la Regione con la più elevata non conformità. Seguono la Sicilia (18,4%), il cui monitoraggio delle acque copre uno spettro di sostanze

vestigati. Sono state rinvenute 10 sostanze: le più frequenti sono clorpirifos, boscalid, metalaxil, dimetoato, e clorpirifos-metile. Nelle acque sotterranee sono stati trovati residui nel 2% dei punti e nel 1% dei campioni investigati. Sono state rinvenute 2 sostanze il clorpirifos e propizamide. Nelle acque superficiali, in 6 punti si riscontra un superamento degli SQA, mentre nelle acque sotterranee un solo punto supera i limiti.

molto ampio, sebbene riguardi essenzialmente la provincia di Ragusa, il Piemonte (14,8%) e la Lombardia con 10,5% dei punti di monitoraggio sopra i limiti. Nel Rapporto dell’Ispra, un ampia sezione è stata dedicata alle vendite di prodotti fitosanitari che nel 2015 sono state pari 136.055 tonnellate (63.322 ton. i principi attivi). Importante è la diminuzione (-36,7%) della vendita di prodotti molto tossici e tossici. Per quanto attiene la media nazionale rispetto alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU), pari a 4,6 kg/ha, sono nettamente al di sopra: il Veneto con oltre 10 kg/ha, la Provincia di Trento, la Campania, l’Emilia-Romagna superano gli 8 kg/ha e il Friuli-Venezia Giulia 7,6 kg/ha.


La Direttiva Quadro sui rifiuti dell’Unione Europea L'elenco stilato dall’UE definisce la valutazione delle caratteristiche di pericolo Rossella Femiano Con la comunicazione 2018/C 124/01, l’Unione Europea presenta gli orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti principalmente in riferimento alla “Direttiva Quadro sui Rifiuti” (2008/98/CE). Tale comunicazione si compone di tre capitoli e quattro allegati: - il capitolo 1 restituisce un quadro generale per la classificazione dei rifiuti e fornisce le istruzioni su come leggere gli orientamenti; - il capitolo 2 pone l’accento sulla normativa UE in materia di rifiuti, sottolineandone la rilevanza per la definizione e la classificazione dei rifiuti (pericolosi); - il capitolo 3 presenta le fasi generali della classificazione dei rifiuti. - l'allegato 1 fornisce l'elenco dei rifiuti commentato per una assistenza alla selezione delle voci appropriate dell'elenco dei rifiuti; - l'allegato 2 presenta le diverse fonti di dati sulle sostanze pericolose e la loro classificazione; - l'allegato 3 descrive i principi per la valutazione delle singole caratteristiche di pericolo; - l'allegato 4 riprende i con-

cetti fondamentali e fa riferimento alle norme e ai metodi disponibili per quanto concerne il campionamento dei rifiuti e le analisi chimiche dei rifiuti. La direttiva quadro sui rifiuti definisce «rifiuto» una «qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi» mentre definisce «ri-

fiuto pericoloso» un «rifiuto che presenta una o più caratteristiche pericolose di cui all'allegato III». A tal proposito, l'elenco europeo dei rifiuti definisce ulteriori disposizioni per la valutazione delle caratteristiche di pericolo e la classificazione dei rifiuti. La classificazione in base all'elenco dei rifiuti comporta

che ciascun rifiuto debba essere classificato tramite un codice a sei cifre. Prima di poter classificare un rifiuto è necessario verificare innanzitutto se la direttiva quadro sui rifiuti sia effettivamente applicabile ovvero: 1. si deve stabilire se la sostanza o l'oggetto in questione siano rifiuti e ai fini di tale specifica valutazione, gli

orientamenti sulla direttiva quadro sui rifiuti forniscono indicazioni sulla definizione fondamentale del concetto di «scartare/disfarsi» nonché su nozioni correlate quali ad esempio «sottoprodotto» e «cessazione della qualifica di rifiuto»; 2. si deve verificare se taluni flussi di rifiuti siano esclusi dall'ambito di applicazione della direttiva quadro sui rifiuti ovvero se sia tra le fattispecie citate all’Articolo 2 della Direttiva. Successivamente, si passa all’assegnazione di una voce specifica effettuata seguendo la procedura per l'uso dell'elenco dei rifiuti considerando le seguenti tipologie di voci: - voce di pericolo assoluto (AH, Absolute Hazardous, contrassegnata da un asterisco (*)); - voce di non pericolo assoluto (ANH) - voce specchio Una volta raccolte le informazioni sulla composizione dei rifiuti, è possibile valutare se le sostanze identificate sono classificate come pericolose, ossia se alle stesse è assegnato un codice di indicazione di pericolo.


Lo scioglimento dei ghiacciai della Patagonia Uno studio dell’Università di Edimburgo lancia l’allarme Anna Paparo I cambiamenti climatici non risparmiano davvero nessuno. Neanche i ghiacciai della Patagonia, che hanno sempre avuto il primato in grandezza dell’emisfero australe. Infatti, si stanno rimpicciolendo sempre più velocemente, abbattendo ogni tipo di previsione. A dimostrarlo sono i dati rilevati dal famoso satellite “CryoSat2” dell'Agenzia spaziale europea (Esa), rielaborati e, poi, pubblicati sulla rivista “Remote Sensing of Environment” dai ricercatori dell'università di Edimburgo. Grazie alle nuove tecniche di elaborazione dati di CryoSat, il cui compito è appunto quello di monitorare lo stato dei ghiacci del pianeta, gli studiosi impegnati sono riusciti ad avere dei dati molto più precisi. Loro, infatti, affermano che

"con CryoSat è venuto fuori che tra il 2011 e 2017 c'è stato un assottigliamento diffuso dei ghiacciai, soprattutto nella parte settentrionale". Come ha ben spiegato all'ANSA il dottor Luca Foresta, uno dei ricercatori, “il ghiacciaio Jorge Montt si è ritirato di circa due chilometri e mezzo e ha perso circa 2,2 miliardi di tonnellate (o gigatonnellate) di ghiaccio l'anno, mentre il ghiacciaio Upsala, che finisce in un lago, ha perso 2,68 miliardi di tonnellate l'anno". E ancora, è stato esaminato anche il ghiacciaio Pio XI, il più grande del Sud America, ed è, invece, stato sottolineato che è avanzato e che ha guadagnato massa ad un ritmo di 0,67 gigatonnellate l'anno. Insomma, nell'arco di sei anni, i campi di ghiaccio della Patagonia hanno perso massa ad un ritmo di ventuno miliardi di tonnellate l'anno, pari ad un innalzamento generale dei mari di 0,06 millimetri in più. "La perdita di massa dei campi di ghiaccio, nel periodo da noi studiato, è aumentata del ventiquattro per cento rispetto all'arco di tempo compreso tra l’anno 2000 e l’anno 2014 - conclude il dottor Foresta - purtroppo sta succedendo dappertutto. Tutto il mondo è stato colpito: i ghiacciai si stanno sciogliendo più velocemente ora che nella prima decade degli anni 2000".

Nessuno è stato escluso, anzi… Ci troviamo, quindi, a fare i conti con una situazione alquanto preoccupante se non si ricorrerà subito ai ripari, mettendo un freno a questi repentini cambiamenti climatici. Ma ancor di più la natura ci sta mandando una richiesta d’aiuto: il cambiamento brusco delle temperature e il conseguente mutamento legato al clima potrebbero alla lunga non essere più sopportati dalla Terra. Al momento sono soltanto piccoli segnali che

aspettano solo di essere decifrati. Insomma, l’uomo deve dare un freno alle sue attività invasive, attività che vanno ad intralciare e a sfasare quello che è il delicato equilibrio naturale. Basterebbe davvero poco per poter salvaguardare la “salute” del nostro pianeta. Ma a quanto pare c’è bisogno di alzare un po’ la voce e, ora come ora, sembra che la Terra stia davvero facendo la voce grossa. Sta a noi ascoltarla con attenzione e porre rimedio a tutto questo.

Trumpmore: il Presidente USA scolpito nel ghiaccio La provocazione di un’Organizzazione finlandese sui drammatici effetti del riscaldamento globale Come convincere gli scettici del cambiamento climatico a rivedere le proprie posizioni? Rendendoli protagonisti. È l’idea di MeltingIce, ong finlandese che ha deciso di scolpire nel ghiaccio il volto di Donald Trump. Il Presidente degli Stati Uniti non fa infatti mistero infatti delle sue teorie, a dir poco scettiche, in merito al riscaldamento globale e alle sue conseguenze, lasciando indietro l’ambiente in nome della tutela dell’industria americana. Con conseguenze sulle politiche ambientali di una delle più importanti potenze mondiali. Nel comunicato di MeltingIce si legge: “Il riscaldamento globale è un problema molto grave, ma è anche un concetto molto astratto. Per questo pensiamo che ci sia bisogno di un simbolo che rappresenti questo fenomeno e che dia a tutti la prova che esiste e che già sta producendo i suoi effetti". Continua il responsabile di MeltingIce, Nicolas Prieto: "Spesso le per-

sone hanno bisogno di vedere con i propri occhi per credere". L’impresa di MeltingIce non è da poco, perché le misure del progetto sono davvero titaniche: 35 metri di altezza per 20 di

larghezza e altri 20 di profondità. Per il suo finanziamento l’associazione ha deciso di avviare una campagna di crowdfunding (una raccolta fondi). La realizzazione dell’opera impieghe-

rebbe infatti circa un mese e avrebbe un costo di circa 400.000 dollari. Il progetto prende il nome di “Trumpmore” da quello del Monte Rushmore, dove sono scolpiti a imperitura memoria i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln e su cui l’attuale Presidente USA ha più volte espresso il desiderio di essere in futuro. Ma se il progetto “Trumpmore” riuscirà a realizzarsi sarà ben più bianca la superficie su cui ciò avverrà. Accanto al “Trump di ghiaccio” verrà poi installato un sistema di riprese 24 ore su 24 per mostrare live online le fasi dello scioglimento. Un vero e proprio faro puntato su Trump, sulla sua politica ambientale e i suoi effetti giorno dopo giorno. Gli uomini passano, i presidenti anche, ma il mondo è solo uno, sembra il monito dell’impresa. Per sostenere la campagna o per avere maggiori informazioni basta consultare il sito dedicato http://www.projecttrumpmore.com/. A.E.


IL VENTENNALE DEL DISASTRO DI SARNO 1998-2018: la tragedia che causò la morte di centosessanta persone Segue dalla prima La situazione di gran lunga più drammatica si verificava nella parte alta del Comune di Sarno, in particolare la frazione di Episcopio, per la gravità delle distruzioni ed il numero delle frane, amplificata anche dalla ritardata ed inadeguata attivazione del sistema di protezione civile (da cui è scaturita una lunghissima e tribolata vicenda penale). Nell'Avellinese il Comune di Quindici nel Vallo di Lauro veniva gravemente colpito, ma registrava un numero limitato di vittime (undici), anche per l'efficiente e tempestivo intervento di evacuazione da parte delle locali forze di polizia, analogamente a quanto accadeva in Bracigliano e Siano. La vicenda di Sarno, doppiata nell'arco di poco tempo da altre calamità – sia pure di minor rilievo – come l'alluvione della Valle Caudina nel dicembre 1999 ed il disastro di Soverato del settembre 2000, sconvolgeva l'opinione pubblica nazionale determinando la classe dirigente e politica ad assumere l'obiettivo del risanamento idrogeologico tra le priorità più urgenti dell'agenda di governo (come dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio D'Alema nel 1999). Di quel drammatico accadimento e delle sue conseguenze, mi sono occupato a vario titolo, sia sul piano professionale (anche quale consulente dell'Autorità giudiziaria), sia successivamente nella direzione delle Autorità di bacino regionali competenti per territorio. Il disastro del maggio 1998 ha assunto un particolare rilievo nel pur ricco catalogo nazionale delle calamità idrogeologiche degli ultimi decenni (dal Polesine al Vajont, dall'alluvione di Firenze a quella di Salerno, ecc.), aprendo una sequenza di assoluto rilievo per l'evoluzione della difesa del suolo, della pianificazione di bacino e della protezione civile, con particolare riferimento ai dispositivi di allertamento e di prevenzione. Veniva emanato dal Governo il decreto legge n. 180 del 1998 (convertito nella succes-

siva legge n. 267/98), recante misure emergenziali e strutturali, e il superamento dell'emergenza veniva affidato al Commissariato di governo, in capo al Presidente della Regione, ai sensi della legge di protezione civile attivato già nel 1997 – a seguito della frana di Pozzano in Penisola Sorrentina – per realizzare nelle aree colpite un complesso di interventi strutturali e di prevenzione, miranti alla messa in sicurezza, anche con prolungata di presidi territoriali idrogeologici. In ambito tecnico-scientifico le calamità del 1998 hanno stimolato una filiera di studi e di applicazioni a livello nazionale ed anche internazionale sulle frane denominate "mood flow", cioè colate distruttive – originate dalla tipica conformazione geomorfologica dell'Appennino campano – con

analisi e confronti produttivi di un notevole avanzamento nelle cognizioni scientifiche in materia (soprattutto di tipo geologico, geotecnico ed idraulico). Oggi, a vent'anni di distanza, molte cose sono state realizzate su vari piani: dalla quasi totale ricostruzione delle strutture danneggiate alla riduzione del rischio residuo nei comuni colpiti, mediante la realizzazione di infrastrutture di difesa, canalizzazioni, vasche ed opere ingegneristiche di notevole entità. Esse richiedono però periodiche ed onerose attività manutentive, spesso omesse per le perduranti incertezze nella titolarità delle competenze fra i vari enti e, soprattutto, per l'assenza di adeguate risorse finanziarie nella gestione ordinaria. Le Autorità di bacino regionali, oggi non più opera-

tive – per effetto della discutibile riforma statale dei distretti idrografici – hanno nel frattempo cartografato e mappato, con sempre maggiore puntualità, le aree a rischio frane ed idraulico nelle sue diverse classi (da R4 a R1), dettando una normativa interdittiva e vincolistica per area vasta, sovraordinata a quella urbanistica, ed hanno delineato la programmazione degli interventi pluriennali di messa in sicurezza, oggi coordinati in ambito nazionale nel repertorio RENDIS dalla struttura di missione della Presidenza del Consiglio "Italia sicura". Le politiche per la difesa del suolo e la prevenzione dei rischi non sono state, tuttavia, continue e perseveranti ma hanno conosciuto purtroppo fasi alterne di maggiore impulso ma anche di disimpegno, con momenti di fervore operativo e cali di tensione sulla problematica, con l'indebolimento delle strutture tecnico-amministrative preposte e, soprattutto, un consistente assottigliamento delle risorse finanziarie dedicate. Tuttavia, significativi avanzamenti sono stati conseguiti dal sistema di protezione civile nell'ambito della sempre maggiore articolazione delle attività di prevenzione "non strutturale", tra cui l'allertamento consistente in attività di preannuncio in termini probabilistici, di monitoraggio

e sorveglianza in tempo reale degli eventi e della evoluzione degli scenari di rischio. E' stato peraltro recentemente approvato, con decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018, il "Codice della protezione civile" – in attuazione della legge delega n. 30/2017 - recante significative innovazioni e la razionalizzazione delle stratificate e non sempre coordinate normative previgenti. Risultano essenziali la pianificazione di protezione civile ai diversi livelli territoriali, la sempre maggiore formazione professionale degli operatori, l'aggiornamento e l'applicazione delle normative tecniche, la diffusione della cultura delle protezione civile, con la finalità di promuovere la resilienza delle comunità e la diffusione di comportamenti consapevoli con misure di autoprotezione da parte dei cittadini. La stessa ARPAC è corresponsabilizzata nel supporto alla protezione civile, sia per effetto dell'articolo 3 della legge n. 132/20016 sul sistema agenziale nazionale, che prevede la "partecipazione, anche attraverso azioni di integrazione dei sistemi conoscitivi e di erogazione di servizi specifici, ai sistemi nazionali e regionali preposti agli interventi di protezione civile ...", sia ai sensi di recenti normative regionali (L.R. n. 38/2016). In particolare con la soppressione dell'Agenzia ARCADIS per la difesa del suolo ed il progressivo inquadramento del suo personale in ARPAC, proveniente dai Commissariati straordinari di protezione civile, si prefigura – sia pure a livello programmatico e di supporto alle altre strutture – una nuova ed ampliata attività di monitoraggio dei rischi naturali. Si tratta di un percorso articolato e complesso, da sviluppare con perseverante continuità in "tempo di pace", affinchè la memoria degli eventi calamitosi non sia soltanto rivolta al passato - di tipo commemorativo e retorico - ma piuttosto costituisca una proficua verifica dell'avanzamento delle iniziative di prevenzione finora attivate. Il Commissario Straordinario Avv. Luigi Stefano Sorvino


A Salerno convegno del Consiglio nazionale geologi per fare il punto. Sorvino: «Alluvione fu svolta epocale»

Venti anni dal disastro di Sarno. Cosa è cambiato? Istituzioni a confronto: passi avanti nella prevenzione, pochi gli interventi strutturali Luigi Mosca Centosessanta vittime, cinque comuni colpiti per un territorio di sessanta chilometri quadrati, decine di edifici distrutti e una scia di polemiche e di inchieste giudiziarie che ha segnato la storia della protezione civile in Italia. Si torna a parlare dell’alluvione di Sarno, la terza in ordine di grandezza accaduta nel nostro Paese nel secolo scorso, dopo i disastri del Vajont e della Val di Stava: sono passati infatti vent’anni da quella catastrofe, consumatasi tra il 5 e il 6 maggio del 1998. Il presidente della Repubblica ha ricordato come quei fatti non furono solo frutto del caso. «La tragedia di Sarno – ha affermato Sergio Mattarella – fu favorita e ingigantita da uno sconsiderato sfruttamento del suolo, da incuria e superficialità nell’affrontare i pericoli derivanti dall’assetto idrogeologico». Per lo sviluppo del sistema di protezione civile in Italia, gli eventi del maggio ‘98 hanno avuto un’importanza paragonabile al terremoto in Irpinia. Stefano Sorvino, attualmente commissario dell’Arpa Campania, è stato a lungo consulente della magistratura per le indagini che seguirono il disastro di Sarno. «Quella tragedia fu uno spartiacque storico», ha detto il commissario Arpac nel corso del convegno organizzato a Salerno, nel giorno del ventennale, dal Consiglio nazionale dei geologi. «Sarno ha avuto un’incidenza fondamentale nello sviluppo della normativa in tema di difesa del suolo. In questo l’Italia ha una propria tradizione autoctona, mentre gran parte del diritto ambientale nel nostro Paese è di derivazione comunitaria. Il punto è che la franosità è un problema caratteristico degli Appennini e in generale delle regioni mediterranee. Manca perciò un condiviso bagaglio di esperienze europee in materia». A Salerno si è fatto il punto su cosa è cambiato, in questi ultimi venti anni, in tema di contrasto al dissesto idrogeologico. Sorvino ha ricordato come, sulla spinta dei fatti di Sarno, si rese finalmente operativa la

legge 183 dell’’89, attivando le Autorità di bacino che fino a quel momento erano rimaste in pratica sulla carta. «Dopo il ’98, si è aperto, in tema di difesa del suolo, un periodo sperimentale che ha portato i suoi frutti», ha detto il commissario dell’Arpa Campania. «In particolare sono stati potenziati i cosiddetti interventi non strutturali, ad esempio la pianificazione delle emergenze e le reti di monitoraggio». Angelo Borrelli, capo del Dipartimento della protezione civile nazionale, ha sottolineato che nel ’98 in tutta la Campania erano attivi appena una

trentina di pluviometri. Oggi sono circa duecento, a cui si aggiungono strumenti di misurazione di altro tipo. Passi avanti sono stati compiuti, insomma, nello sviluppo delle reti di monitoraggio meteo-idro-pluviometriche, fondamentali per prevedere le emergenze e allertare in tempo la popolazione. «In seguito agli eventi tragici del ‘98», ha ricordato Borrelli, «furono adottati una serie di provvedimenti, a cominciare dal cosiddetto “decreto Sarno”, che hanno permesso al sistema della protezione civile di uscire dalla mera logica della gestione

post-evento, puntando sulla previsione e la prevenzione». Francesco Peduto, presidente del Consiglio nazionale dei geologi, ha osservato come l’alluvione che colpì Sarno, Quindici, Bracigliano, Siano e San Felice a Cancello abbia rappresentato «un momento di presa di coscienza nazionale rispetto alla vulnerabilità del territorio italiano. Grazie al lavoro svolto dalle Autorità di bacino, attivate a seguito di quella tragedia, disponiamo oggi di una mappatura completa delle aree a rischio idrogeologico presenti nel nostro Paese». In tutta Italia risultano censite ben 530mila frane, un numero che fa impressione: si tratta di oltre il 70% delle frane censite in tutta Europa. La presenza dell’Arpa Campania al convegno si spiega con l’esperienza personale di Sorvino (che ha collaborato alle indagini post-alluvione e successivamente è stato segretario generale dell’Autorità di bacino della Campania centrale), ma anche con il fatto che Sarno, per via dell’omonimo fiume, è sinonimo di degrado ambientale oltre che di dissesto idrogeologico. A questo proposito, il commissario Arpac ha osservato che la Campania è «regioni di grandi emergenze, sia sul fronte della

protezione civile che su quello ambientale, ma proprio per questo è anche un grande laboratorio dove, a volte, vengono sperimentate soluzioni innovative che poi si rivelano utili in un contesto più ampio». Non sono mancate le note dolenti nel corso del convegno. In primo luogo, la scarsità di fondi per finanziare gli interventi strutturali di protezione civile. A questo proposito, il sindaco di Salerno Vincenzo Napoli ha osservato che «portare fuori dal patto di stabilità gli interventi sulla sicurezza del territorio sarebbe un grande passo in avanti». Hanno partecipato al dibattito, tra gli altri, il vicepresidente della Giunta regionale della Campania, Fulvio Bonavitacola e per Ispra il responsabile del Servizio Geologia applicata e idrogeologia Marco Amanti. Bonavitacola ha riconosciuto il ruolo positivo svolto delle Autorità di bacino nel «colmare alcune lacune conoscitive». Grazie a questo lavoro abbiamo oggi una mappatura del rischio idrogeologico in Campania, «ma – ha aggiunto il vicepresidente della Regione – è mancata, perlomeno fino a tempi recenti, chiarezza su chi dovesse gestire la fase due, quella della realizzazione degli interventi strutturali».


A Napoli la giornata nazionale di Weec Italia La rete degli operatori di educazione ambientale ha scelto la città partenopea per una due giorni di dibattito Anna Gaudioso La Giornata nazionale della rete Weec Italia nasce dall’esigenza di uno scambio di esperienze e di relazioni tra i partecipanti, nell’ottica di uno sviluppo futuro di questa realtà legata al World Environmental Education Congress, il congresso internazionale che affronta i problemi dell’educazione ambientale su scala globale. Si cerca però, al tempo stesso, di valorizzare le iniziative di chi si occupa a vario titolo di educazione ambientale alla sostenibilità, nella scuola, nei contesti naturali e urbani, nel mondo dell’impresa e dell’università, attraverso la presentazione di esperienze innovative per metodologie, linguaggi o contesti di attuazione. L’incontro nazionale si è svolto a Napoli, il 20 e il 21 aprile scorsi. Padrone di casa l’università Federico II, che ha ospitato l’incontro in seno al Dipartimento di scienze sociali. La scelta del luogo dell’evento è ricaduta su una città del Sud per mettere in risalto persone ed enti di «buona volontà» che, non con poche difficoltà. cercano di mettere insieme realtà diverse sul territorio. Tra i presenti, la direttrice del Dipartimento di scienze sociali, Enrica Ama-

Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 15 maggio 2018 - Anno XIV, N.9 Edizione chiusa dalla redazione il 15 maggio 2018 DIRETTORE EDITORIALE

Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE

Pietro Funaro CAPOREDATTORI

Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE

Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE

Savino Cuomo HANNO COLLABORATO

F. Clemente, F. De Capua, G. De Crescenzo, A. Esposito, R. Fanelli, R. Femiano, R. Funaro, B. Giordano, R. Maisto, B. Mercadante, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice SEGRETARIA AMMINISTRATIVA

Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO

Pietro Vasaturo EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

turo, inoltre Ugo Leone, che alla Federico II ha insegnato Politica dell’ambiente ed è stato a lungo presidente del Parco nazionale del Vesuvio, infine Mario Salomone, segretario generale della Rete Weec Italia. Il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente è stato rappresentato da Paolo Tamburini (Arpa Emilia-Romagna), che ha tenuto un intervento sull’educazione ambientale e le sue prospettive di sostenibilità territoriale e da Sergio Si-

chenze (Arpa Friuli Venezia Giulia), che ha parlato del Sistema nazionale dell’educazione ambientale come di «un patto territoriale da rilanciare». Un intervento è stato curato dall’autrice di questo articolo, presente a nome dell’Arpa Campania. La Rete Weec Italia, avviata nel 2013 in seguito al Congresso mondiale Weec a Marrakech e consolidata nei successivi Congressi mondiali a Göteborg e Vancouver, nonché alle Giornate europee

di Educazione ambientale e alla sostenibilità a Bergamo, grazie al primo Workshop nazionale nel 2016 e al ciclo di incontri (trasmessi anche in streaming) "Tessere Nuove Connessioni", cerca di aggregare, di fare rete, presentandosi come soggetto capace di valorizzare lo sforzo di diverse energie, sia pubbliche che private, presenti nel nostro Paese, che si riconoscono in un comune manifesto di valori per promuovere una società sostenibile attraverso i processi educativi. L’evento partenopeo del 20-21 aprile, promosso dalla Rete Weec Italia, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze sociali dell'Università di Napoli Federico II, ha visto la partecipazione di varie realtà impegnate nell'educazione ambientale e alla sostenibilità. Tra queste, Il Comitato nazionale per l’educazione alla sostenibilità, organismo Unesco rappresentato in questa occasione da Aurelio Angelini, poi la Regione Campania, per la quale è intervenuta Rosa Caterina Marmo, la Riserva naturale statale – Oasi Wwf “Cratere degli Astroni”, rappresentata dal direttore Fabrizio Canonico e il LabTer di Pomigliano d’Arco, presente con Ciro Romano.

Una delegazione georgiana in visita all’UOC Siti contaminati e bonifiche Una delegazione istituzionale proveniente dalla Georgia ha visitato lo scorso 9 maggio i laboratori dell'Unità operativa complessa Siti contaminati e bonifiche, struttura Arpac con sede a via Antiniana a Pozzuoli. La visita rientra in un progetto di gemellaggio, finanziato dalla Commissione europea, che intende avvicinare le istituzioni della repubblica caucasica alle migliori esperienze continentali in materia di politiche ambientali e sanitarie. Il centro dell'Arpa Campania, dedicato alle aree in cui risultano inquinate molteplici matrici ambientali e attivo dal 2007, è stato scelto come oggetto di studio, da parte della delegazione georgiana, perché a Tbilisi c'è in cantiere un'analoga struttura in seno al National Center for Disease Control and Public Health. Tra gli ospiti che hanno visitato i laboratori di Pozzuoli, il capo del Dipartimento della Salute del governo georgiano, Marina Darakhvelidze, accompagnata da tecnici e funzionari di svariati ministeri della repubblica caucasica, oltre che da Pietro Comba dell'Istituto superiore di sanità, istituzione capofila, per l'Italia, del progetto di gemellaggio con le isti-

tuzioni georgiane. Ad accoglierli il direttore tecnico dell'agenzia ambientale campana, Marinella Vito e il direttore del centro di via Antiniana, Salvatore Di Rosa. Due le finalità fondamentali del tour europeo degli esperti georgiani, che toccherà, oltre all'Italia, anche il Regno Unito e la Polonia, nell'ambito del progetto comunitario di rafforzamento del sistema sanitario e ambientale di quei Paesi che aspirano a entrare nell'Unione europea. In primo luogo, la Georgia ha l'obiettivo di adeguare i propri laboratori agli stan-

dard più utilizzati in Europa. Inoltre le autorità di Tbilisi valutano di conformare la legislazione georgiana in materia ambientale alle norme vigenti nei Paesi europei, spesso di derivazione comunitaria. A nome della delegazione presente, Lali Ebanoidze, legale del National Center for Disease Control and Public Health, ha espresso gratitudine per l'accoglienza ricevuta dai tecnici campani e ha detto che il centro Arpac per i siti contaminati sarà sicuramente un modello utile per i progetti del governo georgiano.


La forestazione urbana per migliorare il territorio La ricerca, pubblicata sulla rivista Pnas, individua venti azioni per salvaguardare il patrimonio verde Bruno Giordano È dal verde che potremmo ottenere un taglio delle emissioni di CO2 urgentemente necessario. La tutela delle foreste del Pianeta, la riforestazione delle aree urbane oltre a salvaguardare la biodiversità ha il potenziale di ridurre le emissioni di CO2 per 7 miliardi di tonnellate all'anno entro il 2030, una cifra che equivale a togliere dalle strade 1,5 miliardi di auto alimentate a gasolio. Questi i risultati di uno studio internazionale condotto da Nature Conservancy insieme ad altre 15 istituzioni. La ricerca, pubblicata sulla rivista Pnas, individua venti soluzioni climatiche naturali, cioè azioni di salvaguardia, ripristino e gestione migliorata del patrimonio verde: dalle foreste alle praterie, dai terreni agricoli alle paludi. L'insieme di queste azioni, dicono gli studiosi, consentirebbe di ridurre le emissioni per 11,3 miliardi di tonnellate all'anno, a costi contenuti. Il risultato è quello che si otterrebbe fermando in toto la combustione del petrolio. La cifra corrisponde a oltre un terzo (37%) del taglio della

CO2 necessario a contenere l'aumento della temperatura globale entro i due gradi centigradi, così come previsto dall'accordo di Parigi. Stando all'indagine, la riforestazione ha sull'ambiente lo stesso impatto del rimuovere dalle strade 650 milioni di auto all'anno, mentre evitare i disboscamenti equivale a lasciare in garage 620 milioni di veicoli. Una gestione forestale più oculata toglie la stessa

CO2 generata da 189 milioni di macchine. In Italia, da una collaborazione tra enti pubblici e privati, profit e non profit, vicino al Parco Nord Milano sta per nascere un altro nuovo bosco urbano. Rete Clima e Day Gruppo Up lavoreranno insieme per aumentare l’estensione delle aree forestali nazionali, realizzando una nuova forestazione urbana finalizzata alla rinaturalizzazione del territo-

rio cittadino, all’aumento di spazi naturali fruibili vicino alla città, al miglioramento della qualità dell’aria e, non da ultimo, all’assorbimento della CO2 atmosferica a contrasto del cambiamento climatico. Ancora: i terreni agricoli occupano l'11% delle terre emerse; cambiare il modo in cui sono gestiti sarebbe come spegnere il motore a 522 milioni di automobili. Preservare le paludi, che sono

circa il 5% del territorio mondiale, mantiene imprigionati nel suolo 678 milioni di tonnellate di CO2, comparabile al far sparire dalla circolazione 145 milioni di auto. Le soluzioni climatiche naturali e le riforestazioni sono fondamentali per raggiungere l'obiettivo della decarbonizzazione, e al contempo, creano lavoro e proteggono le comunità nei Paesi sviluppati e in via di sviluppo.

I primi coralli geneticamente editati per salvare il reef Rosario Maisto Non sono super coralli geneticamente editati che potrebbero ripopolare il grande reef danneggiato dai cambiamenti climatici, ma sono comunque i primi polipetti di Acroporamillepora corretti con CRISPR che inaugura un nuovo filone di ricerca, con lo scopo di rivelare le basi molecolari della vulnerabilità al “bleaching”, lo sbiancamento innescato dal riscaldamento globale che sta decimando la barriera corallina. La maggior parte dei coralli si riproduce una volta o due all’anno, durante il plenilunio, rilasciando enormi quantità di cellule sessuali che fluttuano come fiocchi di neve sottomarina. La finestra temporale di questo suggestivo fenomeno può essere prevista in

modo abbastanza accurato, perciò i ricercatori hanno potuto campionare le acque al momento giusto, prelevando i prodotti della fecondazione a uno stadio abbastanza precoce da consentire la manipola-

zione. Prima ancora di essere uno strumento per il miglioramento genetico di piante e animali, CRISPR è un bisturi molecolare al servizio della ricerca di base, consente infatti

di inattivare facilmente i geni di interesse, per studiare i contraccolpi del loro silenziamento e dedurne la funzione. Questo nuovo metodo di ricerca sembra funzionare bene con tutti gli organismi su cui è stata messa alla prova, i coralli soffrono un declino senza precedenti a causa dei cambiamenti climatici, perciò è importante comprendere a livello molecolare come resistono agli stress termici, come completano il ciclo vitale, come interagiscono con le alghe simbionti (quelle la cui espulsione determina lo sbiancamento). Finora lo sforzo per decifrare il contributo di specifici geni a questi tratti è stato ostacolato dalla mancanza di metodi per testare la funzione dei geni stessi nei coralli, CRISPR ora ha messo in moto

una rivoluzione, consentendo ai ricercatori di effettuare cambiamenti di precisione nel genoma delle specie di interesse. Negli ultimi decenni sono stati accumulati molti dati di genomica e di espressione genica nei coralli, questo offre ai ricercatori, un ampio set di ipotesi sulla possibile funzione di specifici geni. Ci sono tante domande aperte su quali meccanismi aiutino i coralli a prosperare in questi ecosistemi vivaci e mutevoli, il prossimo passo sarà testare alcune di queste ipotesi sulla formazione dello scheletro, le simbiosi e lo sbiancamento. Le incognite sono davvero tante, si tratta di un’avventura entusiasmante che speriamo porti al miglioramento dei coralli e dell’ambiente circostante.


LE ALGHE TOSSICHE NEI MARI ITALIANI Per la Società Italiana di Tossicologia scatta l’allarme Per le spiagge italiane sono tempi duri, visto che è stata scoperta un’alga insidiosa che si sta diffondendo nei nostri mari, spesso invisibile ad occhio nudo e che può intossicare chiunque ne venga in contatto. Il suo nome di battesimo è "Ostreopsis ovata", si trova lungo le coste con fondali a prevalente natura rocciosa, predilige acque calme, calde e con buona luce. A lanciare l’allarme e a diffondere questi dati è stata la Società Italiana di Tossicologia (Sitox) in vista dell'arrivo dei mesi estivi, spiegando che questo fenomeno si verifica "da quando la tropicalizzazione del clima favorisce il fiorire di alghe bentoniche che producono tossine anche alle nostre latitudini". Inoltre, il team di studiosi hanno sottolineato che si alza la probabilità di inalare queste tossine quando ci si bagna e/o ci si espone all'aerosol marino, costituito dalla miriade di goccioline d'acqua sospese in aria, generato dalle onde che si infrangono sulla riva. Intanto questo microrganismo non ha perso tempo e la sua presenza è stata segnalata lungo le coste genovesi, tirreniche laziali, nelle acque dell'Emilia Romagna, ioniche e dell'Alta Toscana, nonché in Sicilia, Puglia, nel mare di Gaeta e nell'Alto Adriatico (ovunque tranne in Veneto). Le dimensioni di

quest’alga alquanto pericolosa variano dai 30 ai 70 micrometri. Bisogna, pertanto, ricordare che un micrometro equivale a un millesimo di millimetro, risultando invisibili a occhio nudo. Inoltre, è stato rilevato che possono proliferare sino a costituire una massa ben riconoscibile, che in mare si identifica con chiazze bruno-rossastre; se, poi, la fioritura è seguita dalla produzione di palitossine, i bagnanti ne sono facilmente esposti per cui in presenza di queste

"maree rosse", simili a mucillagini, è bene stare lontani almeno cento metri dalla riva. Ma cosa provoca il contatto con l’Ostreopsis? La sintomatologia dell'intossicazione può essere febbre oltre i trentotto gradi, congiuntiviti, rinorrea, tosse e problemi respiratori anche gravi, dermatiti da contatto, in qualche caso anche nausea e vomito, ricorda la Sitox. Ma non finisce qui. Le tossine marine prodotte da queste alghe particolari possono entrare nella catena alimentare e arrivare al

piatto: in particolare molluschi (soprattutto mitili) e ricci filtrano, accumulano e dunque concentrano tossine dal mare. Ecco perché è bene evitare il fai-da-te nella raccolta, per esempio, di cozze dalle rocce, ricci e altri organismi. Ad avvalorare tutto ciò, la Sitox ricorda che nel 2005 per la presenza dell'alga Ostreopsis nel Mediterraneo circa duecento persone nelle località intorno a Genova si intossicarono e di queste una quarantina fu ricoverata in ospedale. A.P.

I FIORI DELLA CAMPANIA A EUROFLORA 2018 Diecimila steli tra boccioli, fronde e foglie in una spettacolare collettiva Brunella Mercadante Dopo sette anni è tornata a Genova,dal 21 aprile al 6 maggio, EUROFLORA l’undicesima edizione di questa esposizione internazionale, che quest'anno eccezionalmente si è svolta all'aperto nei Parchi di Nervi. La Campania ha partecipato alla manifestazione presentando, grazie agli operatori florovivaistici regionali, circa 10.000 steli tra fiori, fronde e foglie in una spettacolare collettiva, nonché curando l'allestimento di Villa Grimaldi, una delle tre residenze storiche all'interno dei parchi di Nervi, ora trasformate in poli museali. In questa dimora ottocentesca con i fiori della nostra regione sono state decorate le sale, i salotti, le scale e perfino i bagni con splendide composizioni e suggestive installazioni floreali, che hanno destato, durante i 16 giorni dell'evento, l'ammirazione delle migliaia di visitatori,che in gruppi limitati, data la delicatezza degli ambienti museali, hanno potuto ammirare i magnifici al-

lestimenti e, alla fine del suggestivo percorso, godere l'esperienza di una straordinaria "esplosione" di profumi e colori realizzata con una grandiosa esposizione collettiva di fiori, foglie e fronde in vaso.Grazie a questa magnifica performance resa possibile con l'impegno e l'entusiasmo degli operatoriflorovivaistici regionali la Campania è salita sul podio ben 28 volte, conquistando 19 primi premi e 9 secondi

premi nell'ambito dei concorsi divisi nelle sezioni estetiche, tecniche ed artistiche. In particolare sono stati riconosciuti il 1°Premio d'Onore per la partecipazione di una collettiva con prevalenza fiori recisi, il 1°Premio per la più ricca, più variata e più artistica presentazione di fiori recisi di alta qualità,il 2° Premio per la più bella e originale composizione floreale realizzata con prevalenza di piante e fiori freschi,il 1° Premio per la composizione floreale che meglio interpreta un quadro esposto nel museo e presso il quale viene realizzata, il 1°Premio per la composizione floreale che meglio interpreta un elemento di arredo esposto nel museo e presso il quale viene realizzata; il 1° Premio per la più bella ed originale composizione floreale per l'arredo di un manufatto presente nei parchi di Nervi, il 1°Premio per la più bella ed originale composizione floreale per l'arredo di una scala o di uno scalone presente nei parchi di Nervi o all'interno dei Musei ,il 2°Premio per la più

bella e originale composizione di fronde verdi. A questi prestigiosi riconoscimenti si sono aggiunti altri 13 Primi Premi e 7 Secondi Premi per i concorsi della sezione "Fiori, Fronde e Foglie Recisi". Importanti riconoscimenti per tutto il florovivaismo della Campania, comparto tra più rappresentativi dell'agricoltura regionale,che oltre a vantare il primato nazionale nella produzione di fiori recisi si distingue meritatamente per la qualità, la bellezza e la varietà delle specie coltivate.La Campania, infatti, e forse non tutti lo sanno,grazie al clima mite tutto l'anno, alla presenza di terreni particolarmente fertili, alla memoria di tradizioni, nonché alla ricerca continua, alle grandi passione e capacità degli operatori del settore vanta il primato nella produzione dei fiori e foglie recisi ed occupa posizioni di assoluta preminenza nella produzione di piante da foglia e da fiore, rappresentando una importante realtà produttiva a livello italiano ed europeo.


Smog killer: la strage degli innocenti Sette milioni di morti l’anno per inquinamento dell’aria Tina Pollice È l’Organizzazione Mondiale della Sanità OMS, a denunciare, in un rapporto pubblicato il 2 maggio scorso, che lo smog, l’aria inquinata da polveri sottili uccide più dell’Aids (1,1 milione di persone), più della tubercolosi (1,4 milione), più del diabete (1,6 milioni), e più degli incidenti automobilistici (1,3 milioni). L’OMS riconosce l’inquinamento dell’aria come causa del 24% di tutte le morti per attacco cardiaco, del 25% degli ictus letali, del 29% di cancro ai polmoni e del 43% delle morti per malattie polmonari ostruttive (asma, bronchiti). La stima globale di 7 milioni di morti è in leggera crescita. L’ultimo bilancio del 2016 raccontava di 6,5 milioni di decessi. L’aumento si spiega a causa di un’esplosione della mortalità dovuta proprio all‘aumento dell’inquinamento dell’aria (4,2 milioni contro 3 milioni nel 2016). Le regioni più colpite sono quelle del Sudest asiatico, come l’India, e quelle del Pacifico occidentale (inclusa la Cina) con più di 2 milioni di decessi in ognuna delle due zone. Una cifra impressio-

nante che rivela l’entità del pericolo. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’OMS, nove persone su dieci (91% della popolazione mondiale) sono esposte quotidianamente ad un’aria che contiene “alti livelli di inquinanti”. L’organizzazione raccomanda il limite annuale di 10 µg/m³ di polveri sottili PM 2,5 in base ai risultati delle misure effettuate in 4.300 città di 108 paesi e cioè 1000 città in più rispetto al-

l’analisi del rapporto del 2016. Mai avuti dati più completi e pubblici sino ad oggi. Nonostante questo quadro catastrofico, l’OMS incoraggia gli sforzi della Cina il cui governo ha stabilito lo scorso inverno la fine del riscaldamento a carbone; incoraggia gli sforzi del Messico che, sul modello della città di Parigi, ha annunciato il divieto di circolazione dei veicoli diesel a partire dal 2015. Tuttavia,

sino ad oggi, città come Nuova Delhi, Pechino, Shangai, Lima o il Messico, e molte megalopoli del mondo intero superano, ancora, più di cinque volte questa soglia. Questo rischio è distribuito in modo diseguale. Le regioni più colpite sono l’India e la Cina, mentre l’Africa totalizza 1 milione di vittime. Nei paesi dell’arco mediterraneo orientale sono concentrati tanti decessi quanto tutto il continente eu-

ropeo: circa 500 mila. In questo scenario, tanto allarmante quanto dettagliato, le prime vittime sono i bambini. Il 7% delle morti avviene in bambini e ragazzi sotto i 15 anni e la polmonite è la principale causa di mortalità tra i bambini con età inferiore ai 5 anni. In Europa, dopo anni di raccomandazioni, la Commissione è determinata a mettere pressione a quegli Stati che non rispettano la direttiva del 2008 sulla qualità dell’aria e che superano regolarmente i valori limite di PM10 e di diossido d’azoto (NO2). Tuttavia, se in Europa qualcosa si muove, altri paesi, nel mondo, non hanno ancora preso misure d’urgenza. A cominciare proprio dall’India che, nel novembre 2017 ha conosciuto picchi di inquinamento altissimo, con più di 1 milione di morti su scala nazionale, e nonostante questo continua con l’incenerimento dei residui agricoli, negando il problema alla fonte. Per convincere tutti i Paesi a dichiarare guerra a questo nemico invisibile, l’OMS organizzerà a Ginevra, dal 30 ottobre al 1 novembre, la prima conferenza mondiale sull’inquinamento dell’aria e la salute.


Dall’Enea il “cappotto termico” per le case Sarà possibile grazie a giardini verticali e non solo pannelli isolanti Rosemary Fanelli Risparmi fino al 40% in bolletta, abbattimento termico del 40% ed abbassamento delle temperatura interna fino a 3 gradi. Questi gli obiettivi del “cappotto verde”, l’ultimo progetto nato in casa Enea, realizzabile grazie ad una copertura estensiva realizzata con piante ed essenze vegetali coltivati su terrazze, tetti e pareti esterne. Che il cappotto termico per gli edifici sia una soluzione efficace a ridurre i consumi di energia per il riscaldamento ed il raffreddamento domestico è ormai acclarato tra i professionisti del risparmio energetico. Ma che il cappotto si possa realizzare con un giardino verticale, invece che con pannelli isolanti, è la nuova frontiera della ricerca. Da alcuni anni, infatti, vari enti di ricerca e società private stanno sperimentando i risparmi in termini energetici, derivanti proprio dalla copertura a verde delle mura perimetrali degli edifici. Tra queste sperimentazioni c'è anche quella messa a punto dall’Enea. "Abbiamo realizzato una parete vegetale basata su un sistema estensivo di tettogiardino e su una struttura autoportante posizionata a 50 cm dalla parete dell'edificio della Scuola delle Energie, dove svolgiamo corsi di formazione spiega Carlo Alberto Campiotti del Dipartimento Unità per l'efficienza energetica ENEA. Successivamente abbiamo iniziato lo studio delle interazioni tra le coperture verdi, i flussi energetici, il microclima e il comfort interno, diversificando le specie vegetali". Lo strato di piante posto a mezzo metro dal muro crea un cuscinetto termico isolante intorno all'edificio, perché il sole, in estate, invece di battere sul muro viene captato dalle piante, mentre il freddo, in inverno, viene schermato dal muro verde. In più, sempre in inverno, si crea un effetto camino tra parete murata e parete vegetale, che abbassa i consumi per il riscaldamento del 10%. Il risparmio in bolletta è notevole, così come la riduzione delle emissioni di CO2 dell'edificio dovuta alla combustione del combustibile per il riscaldamento invernale ed al consumo

elettrico legato al periodo estivo. Ma non tutte le piante sono idonee a far parte del “cappotto”. Come spiegano i ricercatori di Casaccia, "Ogni pianta ha una propria tipologia fogliare data da colore, spessore, forma, disposizione sui fusti e ciclo biologico, che determina la quantità di radiazione solare che riesce a captare anziché colpire le pareti dell'edificio". Le coperture estensive sono caratterizzate da piante facili da coltivare, che necessitano di poca manutenzione, e che riescono ad immagazzinare acqua senza attrarre zanzare, topi o altre specie infestanti, che potrebbero arrecare problemi agli inquilini. Tra le varie tipologie di piante esaminate, la Pandorea Jasminoides sembra la più idonea a tale utilizzo. Oltre al miglioramento dell’isolamento termo-acustico e del confort abitativo per ogni singola abitazione, queste soluzioni presentano dei vantaggi per l’intero contesto urbano, sia in termini di riduzione dei gas serra e di ossigenazione, che per ridurre gli effetti delle bombe d’acqua. I tetti ed i terrazzi rappresentano infatti il 20% della superficie totale delle città e coprirli di vegetazione permetterebbe di assorbire almeno il 50% di acqua di acqua piovana, regolandone il deflusso nel sistema idrico delle città oltre a migliorare la qualità dell’aria.

È norvegese la prima casa biologica È con orgoglio che la Norvegia ha mostrato al mondo la prima casa interamente biologica. Per dirsi biologica un’abitazione deve rispondere a tutta una serie di requisiti imprescindibili. Per cominciare, i materiali utilizzati devono essere di recupero e di provenienza naturale. L’edificio, composto esclusivamente da scarti agricoli e rigorosamente a impatto zero, ha ricevuto il sostegno del Fondo per la costruzione ecologica del Ministero dell’Ambiente danese. Infatti,la casa, inaugurata in Norvegia lo scorso novembre, è collocata all’interno del nuovo ecoparco Biotopedi Middelfart, nel sud est della Danimarca. E’ frutto di una collaborazione danese-norvegese. Presentata una prima volta ad aprile 2017, l’abitazione biologica ideata e prodotta dal daneseEentil Een coniuga innovazione e sviluppo in un progetto avveniristico. Gli interni della casa biologica sono composti da biomateriali derivanti dall’attività agricola i quali, in assenza di alternative, sarebbero stati bruciati. La paglia, le alghe, gli steli di pomodoro e l’erba vengono combinati in

compositi per massimizzare la loro forza e pressati in pannelli per il rivestimento. L’innovazione regna sovrana non solo tra gli interni dell’abitazione, composti da scarti naturali, ma anche tra gli esterni. Gli architetti hanno scelto la tecnologia norvegeseKebony: il legname viene impregnato con una miscela liquida composta da alcol furfurilico, prodotto dai rifiuti agricoli. Attraverso il calore, questa sostanza permea il legno e lo rende duraturo e stabile. La struttura ottiene così solidità, resistenza al decadimento biologico e alle condizioni metereologiche avverse senza aver bisogno di una manutenzione

frequente. Il rivestimento grigio argento svilupperà nel tempo una patina, dando così alla casa un tocco rustico. L’altra particolarità dell’abitazione è la sua base. E’ stato soppiantato il cemento, materiale ad alta intensità di carbonio, e, la casa è stata costruita su fondazioni a vite consentendone così la facile rimozione della struttura. In realtà, la casa è progettata per essere modulare, il che significa che può essere adattata per soddisfare le esigenze di un cliente, montata e smontata rapidamente senza lasciare traccia. Un inno all’ambiente in sole quattro mura e un soffitto. B.G.


Park-green: le aree di parcheggio nel progetto di paesaggio Antonio Palumbo Il continuo consumo di spazi che la mobilità veicolare richiede per la realizzazione di aree di sosta sempre più vaste erode giornalmente quote significative di suolo e, dunque, di paesaggio. Tentare di trovare soluzioni progettuali e innovazioni tecnologiche che consentano la costruzione di spazi “naturali”, in grado di interpretare i luoghi della sosta come vere e proprie “occasioni di paesaggio”, diventa un obiettivo sempre più importante per il miglioramento futuro della qualità ambientale delle aree urbane e dei contesti in cui gli uomini vivono ed operano. Nell’immaginario comune non c’è forse niente di più lontano da un giardino di un’area sistemata a parcheggio, completamente pavimentata, impermeabile (generalmente arroventata sotto il sole estivo e battuta dalla pioggia e dai venti gelidi nella stagione invernale), un luogo dove abbandonare l’auto, ma nel quale sostare il più breve tempo possibile: eppure i parcheggi rappresentano oggi uno dei “paesaggi” più comuni e frequentati, sia in ambito urbano che extraurbano. In un suo recente saggio (ReThinking a Lot. The Design and Culture of Parking, MIT Press, 2012), Eran Ben-Joseph, professore di Urban Planning al MIT di Boston, evidenzia come architetti e urbanisti non prestino

grande interesse a queste aree, che però rappresentano, a tutti gli effetti e nella maggioranza dei casi, spazi pubblici. Numero, funzionalità, distanze minime sembrano essere gli unici parametri degni di nota. I paesaggisti, invece, non li hanno dati ancora completamente per persi, inserendoli all’interno della lista degli “spazi aperti”: appellativo che nel linguaggio di settore ha ormai preso il posto della sem-

plicistica e inadeguata definizione di “verde urbano” e che indica tutti quegli spazi vuoti «entro cui può ancora aver luogo la riproduzione della vita animale e vegetale, sia spontanea che orientata». Partendo allora dal presupposto che anche i parcheggi possono essere “spazi vivi”, molti sono i modi per tentare di “riconcettualizzare la sosta”, ripensando queste anonime aree come occasioni per la costruzione di nuovi paesaggi urbani, di luoghi pubblici, di spazi di qualità anche dal punto di vista ambientale. Un esempio ormai famoso è quello realizzato a Berlino dal Büro Kiefer: nel disegnare un parcheggio comune al servizio di un condominio residenziale, i progettisti hanno scelto di aggiungere alla semplice funzione della sosta auto quella del parco giochi, agendo per sovrapposizione temporale. Le due diverse funzioni sono consentite, infatti, da una successione degli usi nelle diverse ore della giornata. I residenti posteggiano la loro auto nel piazzale durante la notte, mentre di giorno il parcheggio si trasforma in campi di calcio e di pallavolo. La dicotomia “giardino/autorimessa, gioco/par-

cheggio”, che affligge spesso urbanisti e amministratori, viene qui ricomposta in un progetto che rifugge gli stereotipi, ricombinandosi in continue forme di contaminazione spaziale e temporale. Il paesaggista francese Michel Desvigne, infine, ha ampliato ulteriormente la dignità paesaggistica di questi spazi, prospettando l’inserimento di una sezione dedicata esplicitamente ai par-

cheggi all’interno de “La charte des paysages” del Piano del Verde di Bordeaux: secondo la visione di Desvigne, le aree (esistenti o future) adibite alla sosta delle auto dovranno essere sistematicamente alberate secondo schemi adattabili ai diversi luoghi, così da costituire dei veri e propri “micropaesaggi” e divenendo parte integrante del “sistema dei parchi urbani”.


Mangiare futta e verdura per combattere la depressione Fabiana Clemente La dieta mediterranea osanna l'importanza di frutta e verdura per il nostro benessere fisico. Un tripudio di antiossidanti, indispensabile per contrastare i radicali liberi e l'ossidazione cellulare. Studi di fama internazionale promuovono, pertanto, un'alimentazione di tipo alcalina per ridurre l'incidenza di forme tumorali. Ergo, tessuti con un ph basico scoraggiano la formazione di cellule anomale. Ma frutta e verdura hanno anche altri meriti. Uno fra questi è il benessere della salute mentale. Si, proprio così. Mangiare abitualmente i prodotti che la terra ci offre, può costituire un valido rimedio per contrastare la depressione. É quanto rivelato da uno studio condotto in Nuova Zelanda. L'umore trae benefici da una dieta green e curdista. Studiosi dell'Università di Otago hanno individuato nutrienti essenziali che incidono anche sulla salute mentale. Vitamine è sali minerali giocano un ruolo fondamentale nel conferire energia sufficiente per svolgere le attività quotidiane. Carotenoidi è flavonoidi per ridurre gli effetti dannosi dello stress ossidativo sul sistema nervoso. Tensioni, frustrazioni e stress

Gli effetti miracolosi dei ricci di mare Giulia Martelli

attaccano alcuni neurotrasmettitori come serotonina, noradrenalina, dopamina maggiori deputati nel regolare il tono dell'umore. Vitamina b12, acido folico anch'esse coinvolte nella regolazione del metabolismo dell'omocisteina - associata l rischio di depressione. Nella fattispecie, hanno scoperto che le persone che consumano più frutta e verdura crude aumentano i loro livelli di soddisfazione rispetto a coloro che prediligono i medesimi prodotti cotti o confezionati. Sono stati effettuati studi sulle abitudini alimentari di oltre 400 soggetti di età compresa tra i 18 e 25 anni. Inoltre, i fattori che possono influire sulla salute mentale

sono esercizio fisico, sonno, eventuali patologie croniche. Variabili significative sull'insorgenza della depressione. Uno stile di vita modulato su un sano equilibrio tra alimentazione consapevole e frequente attività fisica potrebbe fare la differenza. Funzioni cognitive e umore migliorareranno. Dello stesso avviso è l'OMS. Cinque porzione di frutta e verdura al giorno oltre a prevenire malattie cardiovascolari e tumorali, sarebbero un toccasana anche contro stati depressivi. Sentirsi più ottimisti, sicuri di sé, felici. A giovarne anche i rapporti sociali e la voglia di uscire e impegnarsi in più attività. Mens sana in corpore sano.

Il riccio di mare, da ingrediente culinario prelibato e ricercato a prezioso alleato della salute umana. Da diversi anni al centro delle sperimentazioni e degli studi in laboratorio c’è infatti l’Ovotiolo: una molecola di origine marina prodotta proprio dalle gonadi di questi ultimi. Già diversi anni fa i ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli in collaborazione con l’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del Cnr di Avellino dimostrarono che l’Ovotiolo, che nel riccio svolge una potente azione anti-ossidante proteggendo l’embrione dai radicali liberi che si formano all’atto della fecondazione, può svolgere un’azione antitumorale su cellule di carcinoma epatico, mentre non ha effetto su cellule normali determinando un tipo di morte delle cellule tumorali detto autofagia. Proseguendo le ricerche, un recente studio condotto da Imma Castellano e Anna Palumbo, ricercatrici sempre del Centro partenopeo, pubblicato sulla rivista "Oxidative Medicine and Cellular Longevity" e realizzato in col-

laborazione con il gruppo di ricerca della prof.ssa Assunta Pandolfi dell’Università di Chieti, ha dimostrato come questa molecolela abbia la capacità di ridurre la formazione delle placche aterosclerotiche, causa di diverse patologie cardiovascolari, tra cui quelle indotte dal diabete. Per tale attività di ricerca il team della SZN ha utilizzato come modello le cellule endoteliali umane isolate dalla vena di cordone ombelicale di donne affette da diabete gestazionale e cellule endoteliali umane isolate dalla vena di cordone ombelicale di donne sane. Con la somministrazione di Ovotiolo si è riscontrata una notevole riduzione dei livelli di radicali liberi dell’ossigeno e un aumento dei livelli dell’ossido nitrico. Lo studio apre, dunque, nuove prospettive per l’impiego di queste molecole come integratori alimentari per prevenire l’Infiammazione Sistemica Cronica di Basso Grado, determinante nello sviluppo di patologie molto diffuse come il diabete e altre malattie cardiovascolari, come l'infarto e l'ictus, sempre più frequenti nella nostra società.

Cinque medici campani tra i migliori d’Italia Il Sud brilla di professionisti top… ma le strutture? “Chi meglio di un medico può valutare un altro medico?” È questo l’interrogativo alla base della classifica dei Top Doctors Awards, che, per questa edizione, ha visto salire sul podio ben cinque medici campani, il che, se si pensa alla tanto pubblicizzata carenza ed inadeguatezza delle strutture ospedaliere del Sud Italia, è un dato che fa riflettere e non poco. Il premio dei Top Doctors Awards viene già consegnato da decenni negli Stati Uniti e riguarda i professionisti della sanità presenti sulla piattaforma Top Doctors giudicati

più meritevoli dai loro stessi colleghi. Sono loro, infatti, quelli chiamati ad indicare gli specialisti a cui affiderebbero la propria salute o quella di un familiare. La piattaforma non è un semplice elenco di professionisti in cui poter essere inclusi facendone richiesta: anche solo per accedere alla

selezione, è necessario venire segnalati da un collega. Successivamente, occorre superare il più rigoroso processo di selezione realizzato in collaborazione con Adecco Medical & Science. Solitamente, solo il 10% dei dottori valutati supera l’auditing di qualità ed entra a far parte del panel, at-

tualmente composto da oltre 60.000 medici. Per individuare i vincitori degli Awards, Top Doctors seleziona annualmente gli specialisti più apprezzati in base alle nomination espresse dai colleghi. Viene così creato una sorta di “albo d’oro” della medicina. I 30 vincitori riceveranno un attestato cartaceo e lo speciale badge virtuale che, affiancato al loro nome, permetterà agli utenti del portale di individuarli immediatamente. I cinque luminari della nostra regione sono: il Prof. Giulio

Bonavolontà (Oculistica), il Dott. Paolo Fedelini (Urologia), il Prof. Carlo Antonio Leone (Otorinolaringoiatria), il Dott. Pietro Maida (Chirurgia Generale) e un medico di Avellino, il Prof. Mario Malzoni (Ginecologia e Ostetricia). Un ottimo risultato per la Campania, seguita a ruota dalla Sicilia. Queste due sono infatti le prime regioni per numero di medici premiati. Seguono poi la Lombardia, il Piemonte, il Lazio e il Veneto con 4 specialisti, quindi Puglia con 3 medici ed Emilia-Romagna con 1 medico. G.M.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Nicola Antonio Giacinto Porpora Allievo di Scarlatti e di Greco Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza

Opere

Grandi Napoletani, grandi Campani La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Nicola Antonio Giacinto Porpora (Napoli, 1686 – Napoli, 1768), è stato un musicista compositore e maestro di canto: uno dei più celebri compositori della sua epoca soprattutto per quanto riguarda la storia dell'opera. Il padre era libraio nel centro antico della città capitale del vicereame spagnolo. La sua era una famiglia numerosa ma il padre volle avviarlo allo studio della musica iscrivendolo al conservatorio di Santa Maria di Loreto ed ebbe come maestri Alessandro Scarlatti e Gaetano Greco. "Basilio re di Oriente" al Teatro dei Fiorentini fu la sua prima opera. Era, intanto, diventato maestro di cappella dell'ambasciatore del Portogallo. Nel 1710 fu chiamato a Roma per scrivere la "Berenice", opera in tre atti (fu accolta dal pubblico con grande favore). Händel (a Roma quando quest'opera venne rappresentata) si complimentò con l'artista napoletano per il suo successo (presto sarebbero diventati grandi rivali). Tornato a Napoli, Porpora compose per il teatro San Bartolomeo l'opera in tre atti "Flavio Anicio Olibrio" (dicembre del 1711). Dopo quest'opera il compositore scrisse molte messe, salmi e mottetti per la maggior parte delle chiese della città. Il suo genio si espresse anche nell'insegnamento del canto (nella sua scuola si ricordano allievi del calibro di Carlo Broschi detto il Farinelli, Gaetano Majo-

rana detto Caffarelli, Hubert detto il Porporino, proprio dal nome del suo maestro). Nel 1719 sempre al teatro San Bartolomeo l'opera "Faramondo" (fu un'opera di grande successo) e la successiva e prestigiosa nomina di maestro del conservatorio degli poveri di Gesù Cristo. Grandi i successi dell'"Eumene (1721 a Roma) e (a Napoli) l'oratorio "Il martirio di Santa Eugenia" (una delle sue opere migliori). Per le nozze del principe di Montemiletto scrisse una cantata ("L'Imeneo") nella quale cantò il suo allievo Farinelli, poi "Amare per regnare" e ancora il dramma per musica "Adelaide". Trilli e mordenti (caratteristiche principali del suo canto) non convinsero Vienna e, di ritorno dall'Austria, riscosse un grande successo a Venezia (diventò maestro degli Incurabili e vi compose diverse opere e tra esse "Siface", "Imeneo in Atene" e, nel 1727, "Arianna e Teseo". Nel 1728 Porpora fu invitato a Dresda per insegnare canto alla principessa elettorale di Sassonia Maria Antonietta. Quando Hasse si ritrovò alla corte di Sassonia, nel 1730, vi trovò Porpora in possesso della direzione della musica della corte e fu allora che gli diede testimonianza di una grande ingratitudine (è di questi anni la "Semiramide riconosciuta" a Venezia). Arrivato a Londra, ebbe l'incarico di direttore dell'opera

Opere strumentali 6 sinfonie da camera a 3, op. 2 (1736, Londra) 6 sonate per 2 violini, 2 violoncelli e basso continuo (clavicembalo) (1745, Londra) 12 sonate per violino e basso (1754, Vienna) Concerto in sol maggiore per violoncello e archi Concerto per flauto e archi Sonata in fa maggiore per violoncello e basso continuo 2 fughe per clavicembalo

Oratori Gedeone Il martirio di Santa Eugenia I martìri di San Giovanni Nepomuceno Il verbo incarnato Davide italiana ma fu forte la rivalità con Händel: fu decisiva (a favore di Porpora) la "convocazione" in Inghilterra del grande Farinelli, la voce di Porpora. Pubblicò anche un libro di cantate e trii di violino ("Sinfonie") ma la fama come maestro di canto fu superiore a quella da compositore (del

Basilio, re di Oriente Berenice Calcante ed Achille 1740- 1760 Flavio Anicio Olibrio (Roma, 1722) Faramondo Eumene L'Imeneo Issipile Adelaide (Roma, 1723) Siface (Milano,1725) Imeneo in Atene Meride e Selinunte Ezio, dramma per musica in 3 atti, libretto di Pietro Metastasio (1728) Semiramide riconosciuta, dramma per musica in 3 atti, libretto di Metastasio Ermenegilda Tamerlano Alessandro nelle Indie Annibale Germanico in Germania (Roma, 1732) Ferdinando Lucio Papirio (Venezia, 1737) Rosbale Temistocle Le nozze di Ercole ed Ebe Il trionfo di Camilla Statira Polifemo, opera eroica in 3 atti, libretto di Paolo Rolli, 1735 Ifigenia in Aulide, opera eroica in 3 atti, libretto di Paolo Rolli Mitridate, opera eroica in 3 atti, libretto di Colley Cibber, 1736 Rosmene Partenope Didone Agrippina, Napoli, 1708 Angelica e Medoro Gli orti Esperidi Tiridate, libretto di Pietro Metastasio (Teatro San Carlo di Napoli, 1740) 1736, intanto, "La festa d'Imeneo", Her Majesty's Theatre). Dopo Londra, fu per diversi anni a Vienna ma tra il 1755 e il 1760 tornò a Napoli e nel 1740 fece rappresentare la sua ultima opera, "Il trionfo di Camilla" al Teatro San Carlo. La sua ultima compo-

sizione in assoluto, invece, fu una musica per la festa del sangue di San Gennaro eseguita nella cattedrale di Napoli nel 1765. Morì nel febbraio del 1766 e, secondo alcuni biografi, i funerali nella chiesa dell'Ecce Homo gli furono pagati dai musicisti napoletani del tempo.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Niccolò Piccinni Una delle Figure centrali dell'opera sia italiana sia francese della seconda metà del XVIII secolo fu Niccolò Piccinni, protagonista, tra l’altro, in maniera determinante allo sviluppo dell'opera buffa soprattutto Napoletana. La città che gli diede i natali fu Bari, nel 1728, quando la città pugliese faceva parte del Regno di Napoli. Proprio Napoli era il centro culturale del Regno per eccellenza, con la presenza di quattro conservatori: Piccinni avviò i suoi studi nel conservatorio di S. Onofrio a Napoli (grazie al Vescovo di Bari che sostenne i suoi studi) con Leonardo Leo e Francesco Durante. I suoi esordi giovanili si associano ad una messa, ad altre musiche sacre e ad un'opera comica, Le donne dispettose, rappresentata a Napoli nel 1754, cui seguirono in due anni altre 4 opere (due serie e due buffe) che gli procurarono rinomanza a Napoli e non solo; infatti nel 1758 fu rappresentato a Roma l'Alessandro nelle Indie e nel 1760 uno dei capolavori: La Cecchina ossia La buona figliuola (libretto di C. Goldoni) opera apprezzata tantissimo in

tutta Europa per la delicatezza melodica. Forte del successo ottenuto in Italia, Piccinni iniziò ad avere fama anche in Francia, dove però dovette affrontare l’oppo-

sizione dei direttori della Grand Opera, che gli opposero deliberatamente Christoph Willibald Gluck, persuadendo i due compositori a trattare lo stesso sog-

Alcune Opere liriche Le donne dispettose (opera buffa, libretto di Antonio Palomba, 1754, Napoli) Zenobia (opera seria, libretto di Pietro Metastasio, 1756, Teatro San Carlo di Napoli) Siroe re di Persia (opera seria, libretto di Pietro Metastasio, 1759, Napoli) La canterina (intermezzo, 1760, Napoli) Olimpiade (1a versione) (opera seria, libretto di Pietro Metastasio, 1761, Roma) Artaserse (opera seria, libretto di Pietro Metastasio, 1762, Napoli) L'equivoco (opera buffa, libretto di Antonio Villani, 1764, Napoli) La finta baronessa (opera buffa, libretto di Filippo Livigni, 1767, Napoli) Demetrio (opera seria, libretto di Pietro Metastasio, 1769, Teatro San Carlo di Napoli) La donna di spirito (opera buffa, 1770, Roma) Gelosia per gelosia (opera buffa, libretto di Giovanni Battista Lorenzi, 1770, Napoli) L'olandese in Italia (opera buffa, Niccolò Tassi, 1770, Milano) La donna de bell'umore (opera buffa, 1771, Napoli) La corsara (opera buffa, libretto di Giovanni Battista Lorenzi, 1771, Napoli) Gli amanti dispersi (farsa in prosa e intermezzo, 1772, Napoli) Gli amanti mascherati (opera buffa, 1774, Napoli) L'ignorante astuto (opera buffa, libretto di Pasquale Mililotti, 1775, Napoli) La capricciosa (L'incostanza) (opera buffa, 1776, Roma) Clytemnestre (tragédie lyrique, libretto di L. G. Pitra, 1787, Parigi) Le trame in maschera (opera buffa, 1793, Napoli) La Griselda (dramma eroicomico per musica, libretto di Angelo Anelli, 1793, Venezia)

getto - Iphigénie en Tauride contemporaneamente. La “concorrenza” giunse al punto che il pubblico parigino si divise tra Gluckisti e Piccinniani, sostenitori di Gluck e Piccinni, due fazioni quasi in guerra tra loro. L'Iphigénie di Gluck apparve prima, il 18 maggio 1779, L'Iphigénie di Piccinni giunse il 23 gennaio 1781, e, sebbene ripetuta per diciassette volte, scomparve nell'oblio. L'antagonismo tra il pubblico continuò, anche dopo che Gluck lasciò Parigi nel 1780; nello stesso anno Piccinni fu nominato direttore della Compagnia italiana dell'opera. Nel 1784 Piccinni divenne professore all'Académie Royale de Musique, una delle istituzioni dalla quale il Conservatoire fu fondato nel 1794. Nel 1789 si allontanò dalla capitale francese a causa dei fermenti rivoluzionari e si ritirò a Napoli, dedicandosi alla composizione di musiche sacre. Fu prima ben accolto da Re Ferdinando IV, ma in seguito, il matrimonio di sua figlia con un democratico francese lo condannò alla di-

sgrazia. Nei successivi nove anni condusse una esistenza precaria tra Venezia, Napoli e Roma. Per rivederlo a Parigi bisognò attendere fino al 1798, in un ritorno “acclamato” dalla critica parigina. Morì a Passy, presso Parigi. Dopo la sua morte, una lastra di pietra fu posta vicino alla sua casa nel borgo antico di Bari. Oggi la sua casa è stata restaurata ed un teatro al centro della città è a lui dedicato. La più completa lista dei suoi lavori fu redatta dalla Rivista musicale italiana, VIII, 75. Piccinni produsse più di ottanta opere, e sebbene i suoi ultimi lavori presentino l'influenza francese e tedesca, la sua opera appartiene pienamente alla Scuola Musicale Napoletana. La sua produzione fu vasta e raggiunse la sua espressione più alta soprattutto nell'opera comico-sentimentale. Nonostante l’indiscussa qualità nella produzione di opera seria non si trovano un vigore e una novità paragonabili a quelli che distinguono il teatro contemporaneo di Gluck o anche di N. Jommelli e di T. Traetta. S.L. e D.M.


Capitan Acciaio, il supereroe della differenziata Partita da Salerno l’iniziativa realizzata dal consorzio Ricrea con la collaborazione degli enti del territorio Alessia Esposito È partito il viaggio di Capitan Acciaio, il supereroe che, nelle piazze italiane, insegna la raccolta differenziata degli imballaggi in acciaio a grandi e piccini. L’iniziativa, giunta alla terza edizione, è di Ricrea (consorzio nazionale senza scopo di lucro per il riciclo e il recupero degli imballaggi in acciaio), facente parte del Sistema Conai, il consorzio nazionale imballaggi. Ha inoltre il patrocinio dei Comuni delle città interessate e la collaborazione dei gestori del servizio di raccolta differenziata. Il tour è partito l’8 maggio da Salerno per proseguire poi a Bari, Genova, Torino, Milano, Ferrara, Mestre, Brescia e finire a Cagliari con l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini alla conoscenza ed al corretto conferimento nella raccolta differenziata degli imballaggi d’acciaio. Ma non solo: anche premiare le best practices del settore. Afferma il presidente di Ricrea, Domenico Rinaldini: "Barattoli, scatole, scatolette, lattine, fusti, secchielli, bom-

bolette, tappi e chiusure in acciaio sono i protagonisti di un percorso circolare virtuoso e senza fine: da materia prima a imballaggio, a rifiuto differenziato, raccolto e avviato al riciclo per nascere a nuova vita, all'infinito. Abbiamo voluto organizzare queste nuove giornate di sensibilizzazione per migliorare gli ottimi risultati raggiunti e informare i cittadini sulla convenienza ambientale della raccolta differenziata degli

imballaggi in acciaio". Il riciclo degli imballaggi in acciaio è fondamentale in quanto si tratta di un materiale che si può recuperare all’infinito senza perdere le proprie qualità. Ricrea spiega che negli ultimi 20 anni l’Italia ha avviato a riciclo complessivamente 5,6 milioni di tonnellate di imballaggi in acciaio, un quantitativo sufficiente per realizzare le carrozze di un treno lungo da Roma a Parigi composto

da 50.700 vagoni, o 56.300 Km di binari ferroviari, pari ad oltre il doppio dell’intera linea ferroviaria italiana, con percentuali di riciclo sull'immesso al consumo che dal 2009 hanno superato quota 70%. Capitan Acciaio, da vero supereroe, avrà un occhio di riguardo nei confronti dei bambini: sarà presente il laboratorio ludico-creativo “RICREA il tuo giocattolo” grazie a cui si potranno rielaborare

creativamente gli imballaggi in acciaio e farli diventare giocattoli. Attività anche per i più grandi, come i quiz a premi per testare il proprio grado di consapevolezza in materia “differenziata”. Per chi volesse seguire giorno dopo giorno le imprese di Capitan Acciaio è stata creata una pagina apposita su Facebook. Insomma, Non resta che recarsi in piazza e mettersi alla prova.

Il barbecue a pellet gestibile da smartphone La ricerca “Primavere d’Italia” effettuata da eBay sui prodotti acquistati online ha confermato una crescente propensione all’outdoor, specialmente al nord dove, nonostante l’ostilità del clima, è stato registrato un incremento delle vendite pari al 370%. A farla da padrone in tutta Italia è il barbecue, da molti inserito perfino nelle liste di nozze. Dalle versioni straordinariamente versatili, da quelle in ghisa anticata a quelle di acciaio, da quelli piccoli “monoporzione” a quelli destinati a grandi grigliate nel pieno stile anglosassone, i barbecue di ultima generazione sono anche altamente tecnologici. Tre le tendenze del momento: il barbecue a pellet governabile da un app,

quello dotato di doppie griglie indipendenti e regolabili da remoto ed il brasero. Il “Bob” della tedesca Grillson, secondo la ricerca di mercato, risponde appieno alle esigenze dei consumatori. Governabile con lo smartphone, è autopu-

lente e funziona a pellet ecologici. È programmabile mediante una app, che consente una verifica delle temperature in tutte le fasi di cottura e da lontano, senza la necessità di andare su e giù in terrazza o in giardino, se non per girare

la griglia. Se i pellet stanno per esaurirsi, il barbecue trasmette un messaggio di allerta sempre mediante la app. L’utilizzo dei pellet ecologici, aromatizzabili a seconda del tipo di cibo che viene cucinato, evita il rilascio di fumi tossici e sostanze nocive. Altra tendenza in auge è la cottura delle verdure con griglie separate, poste su livelli diversi e funzionanti con due differenti combustibili: separando la cottura di carne e pesce dalle verdure è possibile selezionare fuochi diversi, evitando di bruciarle o rendendole “croccanti”. Oltre al gusto, i moderni barbecue sposano l’estetica. Il tempio del design, il Museum of Modern Art di New York, firma alcuni deliziosi e piccoli barbecue-griglie,

che rispondono a precise richieste del mercato: apparecchi compatti, di linea molo curata, trasportabili, facili da manovrare e lavabili in lavastoviglie. Ampio il successo che è stato riscosso da Partyclette, una mini raclette usata per scaldare e sciogliere il formaggio e rendere gustose anche semplici fette di pane. La voglia di barbecue ha contagiato anche i single e coloro che hanno piccoli spazi esterni: tutti pazzi per il brasero, una versione moderna del classico braciere, che oltre a creare un piacevole fuoco per le serate all’aperto, riesce a mantenere a lungo le braci, permettendo di cucinare con calore intenso carni e pesci interi, con l’aggiunta di una semplice griglia. Ros.Fa.


Una start up produce t-shirt dal metano Arriva dalla California la nuova frontiera della moda green Cristina Abbrunzo Si parla ormai da molti anni della salvaguardia del Pianeta e della tutela delle persone, ma oggi più che mai, è doveroso applicare questi concetti anche alla moda, seconda industria più inquinante al mondo. Trasformandola in un settore più sostenibile. Stando ai dati di un’indagine ambientale condotta in occasione del forum Global Green Growth di Copenaghen, una normale maglietta di cotone costerebbe 2,95 euro in termini di acqua, fertilizzanti ed energia. Insomma, il prezzo di un capo di abbigliamento non è unicamente quello che possiamo leggere sul suo cartellino. Tutto quanto, a partire dall’enorme quantità di pesticidi, al consumo d’acqua nei campi di cotone, fino alle emissioni di CO2 per la produzione di cuoio o delle zip, tutto quanto ha un impatto negativo sull’ambiente. Per ridurre l’impatto ambientale della tradizionale industria

della moda esistono molte realtà che, nel loro piccolo, cercano di responsabilizzare i consumatori sull’importanza di acquistare abiti non impat-

tanti. Si tratta di piccole e medie aziende di abbigliamento ecosostenibile che investono nella ricerca di nuovi tessuti naturali dalle alte pre-

stazioni tecnologiche, riducono le emissioni di CO2 e l’impiego di acqua durante il processo di produzione, ricorrono all’uso di un’energia pu-

Le nuove infradito fatte con le alghe La sostenibilità parte dalla testa e arriva ai piedi Le infradito rappresentano la calzatura più diffusa al mondo. Ogni anno, a livello globale, si producono oltre tre miliardi di infradito. Il semplice processo di fabbricazione e la convenienza delle materie prime ne hanno decretato il successo commerciale nei mercati più popolosi, come l’India e la Cina. Si pensi che sono le scarpe più utilizzate dai pescatori e dai contadini un po’ in tutto il mondo. In più, anche nei Paesi più industrializzati, le infradito (o flip flop che dir si voglia) sono, ad esempio, un must-have dell’estate che, proprio per la loro stagionalità, tendono ad essere usate per non più di tre mesi l’anno, finendo erroneamente per essere considerate quasi un prodotto usa e getta. Considerare le infradito che mettiamo ai nostri piedi come un prodotto usa e getta è indubbiamente sbagliato se facciamo un at-

timo mente locale sui materiali di cui sono fatte e sul loro impatto ambientale. Queste calzature, prodotte perlopiù con materiali plastici di tipo poliuretanico, rappresentano una delle principali fonti di inquinamento terrestre dato che, tra l’altro, vengono cambiate molto spesso essendo di natura molto economiche. C’è quindi da chiedersi che impatto possa avere sul pianeta una scarpa completamente ottenuta dal petrolio una volta arrivata a fine vita. Il

suo destino è lo stesso dei rifiuti non biodegradabili che finiscono, nel migliore dei casi, nelle discariche. Una nuova ricerca della University of California – San Diego ha portato alla creazione di infradito di tipo flipflop fatti con fonti del tutto rinnovabili, nello specifico con alghe marine. Costituite da una patina flessibile spugnosa e da una cinghia classica, questi infradito entreranno presto in produzione e verranno commercia-

lizzati ad un prezzo simbolico di tre dollari al paio, per il momento solo nel campus della UC di San Diego. I ricercatori si sono impegnati a realizzare le prime scarpe dalle alghe, sandali ecofriendly dove il poliuretano è sostituito dalla sua versione bio. La ricetta è un’evoluzione di quella impiegata dal suo stesso team per produrre biotavole da surf: prevede di estrarre l’olio dalla biomassa algale per modificarlo chimicamente con l’aggiunta dei giusti catalizzatori e di silicati. “Il petrolio viene dalle alghe che vivevano negli antichi oceani centinaia di milioni di anni fa”, aggiunge Stephen Mayfield, professore presso l’Università di California a San Diego Mayfield. “Molta gente non lo sa, ma ciò significa che tutto ciò che possiamo fare dal petrolio, possiamo, in ultima analisi, ottenerlo anche dalle alghe”. C.A.

lita e verificano direttamente la buona condotta dei fornitori. Assicurando la totale qualità e affidabilità dei prodotti. Ecco ad esempio, che da una start-up di San Francisco arriva un nuovo polimero prodotto con il metano. Grazie alle sue caratteristiche particolari può essere filato in tessuto ed essere così impiegato nel settore dell’abbigliamento, del tessile e degli imballaggi. L’idea è venuta alla ricercatrice Molly Morse, giovane ingegnere laureato a Stanford. La Morse è la fondatrice della Mango Materials, piccola società biotecnologica, proprietaria di un brevetto per la conversione del gas in plastica. Il processo utilizza microorganismi che si nutrono di ossigeno e metano per produrre in cambio PHA (poliidrossialcanoato). Il polimero è biodegradabile e quindi può essere facilmente decomposto da altri batteri. Il filato ottenuto è più sostenibile del cotone biologico. Per produrre il suo filato bio, la start up sta utilizzando oggi le emissioni di un impianto di trattamento dei rifiuti nella baia di San Francisco. L’obiettivo è quello di diffondere il nuovo filato bio nel settore della moda green, cui sembrano sensibili anche i grandi marchi.


Prossima l’entrata in vigore del regolamento europeo sulla privacy I profili applicativi nell’ordinamento giuridico italiano Felicia De Capua Il regolamento UE 2016/679, in vigore a partire dal prossimo 25 maggio, fissa in materia di privacy, regole uniformi per tutti gli Stati membri ed è applicabile immediatamente. In realtà nel nostro Paese è diffusa,al riguardo, la inconsapevolezza dei cittadini, e, nondimeno, i dubbi delle istituzioni e dei giuristi sulle modalità con cui sarà applicato e sugli effetti che potrà dispiegare sugli atti della vita privata e sull’attività economica in generale.Invero, per adattare il suddetto regolamento all’attuale situazione normativa italiana, le ipotesi astrattamente possibili sono tre: (i) entrata in vigore e contemporanea abrogazione esplicita del Codice della privacy; (ii) entrata in vigore e abrogazione implicita del Codice della privacy; (iii) entrata in vigore accompagnata da norme di dettaglio residuali del Codice della privacy e linee guida predisposte dall’Autorità garante affinché il regolamento sia correttamente interpretato e applicato. Que-

st’ultima ipotesi è la più probabile, anzi pare cheil Garante si stia muovendo in tal senso.D’altra parte, se pensiamo che, sotto la guida di Stefano Rodotà, il Codice della privacy italiano rappresentava la disciplina più coerente, sistematica e avanzata rispetto agli altri modelli europei, appare opportuno che la preziosa esperienza accumulatasi nel frattempo non vada dispersa.La nuova disciplina europea appare come un elenco di diritti garantiti al titolare dei dati e di obblighi che debbono essere osservati da quanti si occupano della raccolta, del trattamento e della circolazione di quei dati, ma in realtà mira a bilanciare i diritti fondamentali – sanciti a livello di Carta dei diritti Ue (all’articolo 8) - con i diritti del mercato, difesi dai Trattati. Il bilanciamento non è semplice, come dimostra l’ambiguità dell’articolo 1 del regolamento che, da un lato, «protegge i diritti e le libertà fondamentali delle persone fisiche, in particolare il diritto alla protezione dei dati personali» (comma 2) e dall’altro dispone però che

«la libera circolazione dei dati personali nell’Unione non può essere limitata né vietata per motivi attinenti alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali» (comma 3). Ora, se si può apprezzare il regolamento per i limiti alla profilazione, per l’inserzione nel catalogo dei diritti del diritto all’oblìo, per la conferma della responsabilità oggettiva di chi tratta i dati, appare preoccupante la libertà che il regolamento assicura ad ogni

titolare di negoziare la cessione dei propri dati,per ottenere non solo i vantaggiutili per acquisire beni eservizi necessari alla vita quotidiana, ma anche perfarne fonte di lucro.In più, non si comprende perché la tutela dei dati riguardi solo le persone fisiche e non anche le persone giuridiche, atteso che i diritti della personalità sono ormai estesi in tutti gli ordinamenti anche agli enti collettivi: le persone giuridiche non sono che uno schermo, una funzione, dietro

la quale operano pur sempre persone fisiche.È opportuno richiamare a tal proposito un documento che dovrebbe essere letto come una guida interpretativa del regolamento in questione: la Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio sullo «scambio e protezione dei dati personali in un mondo globalizzato» (COM 2017 n.7 final, del 10.1.2017). In questo documento la Commissione insiste soprattutto sulla circolazione extracomunitaria dei dati, preoccupandosi che essi siano adeguatamente tutelati perché non possano essere pregiudicati dal loro trasferimento in aree in cui non godono di analoga tutela (come accade ad esempio negli Usa). Il documento sottolinea in particolare che «il rispetto della privacy è una condizione necessaria per flussi commerciali stabili, sicuri e competitivi a livello mondiale» e aggiunge che la privacy non è merce di scambio (p.6) (…) e negli accordi commerciali la protezione dei dati personali non è negoziabile (p.7).

Viaggio nelle leggi ambientali ACQUA Nell’ipotesi di superamento dei limiti di emissione per lo scarico di acque reflue recapitati in pubblica fognatura, sanzionato dall’art. 137 del D.L.vo 152/2006, le indicazioni sulle metodiche di prelievo e campionamento del refluo, contenute nell’allegato 5 alla Parte II del medesimo decreto (campione medio prelevato nell’arco di tre ore), non costituiscono un criterio legale di valutazione della prova. In presenza di particolari esigenze individuate, e motivate, dall’organo di controllo, tali metodiche possono, infatti, essere derogate, anche con campionamento istantaneo, e non è neppure precluso l’esame visivo, purché

affiancato dal campionamento. Anche laddove la normativa extrapenale prevede specifiche presunzioni legali (come l’ordinamento tributario), il giudice penale resta tenuto alla valutazione dei dati di fatto, da considerare unitamente ad elementi di riscon-

tro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa. Cassazione Penale, Sezione IV, 16/04/2018, n. 16715. INQUINAMENTO ACUSTICO Il reato di cui all'art. 659, comma primo, Codice Penale

è reato solo eventualmente permanente, che si può consumare anche con un'unica condotta rumorosa o di schiamazzo, ove la stessa sia oggettivamente tale da recare, in determinate circostanze, un effettivo disturbo alle occupazioni o al riposo delle persone (Corte di cassazione, Sezione III penale, 25/02/2015, n. 8351). Inoltre, ai fini della configurabilità della contravvenzione prevista nell'art. 659 cod. pen. è necessario che i lamentati rumori abbiano la attitudine a propagarsi ed a costituire fonte di disturbo per la loro intensità e per la ubicazione spaziale della loro fonte - per una potenziale pluralità indeterminata di persone, sebbene non sia poi

necessaria la dimostrazione che poi tutte costoro siano state effettivamente disturbate (Corte di cassazione, Sezione I penale, 4/02/2000, n. 1394). Fattispecie: omissione di custodia adeguata su tre cani lasciati da soli nel terrazzo dell'appartamento ubicato all'interno di un edificio condominiale, gli stessi abbaiando per buona parte della notte impedivano, coi loro latrati, il riposo e la quiete di due abitanti del limitrofo appartamento. Corte di Cassazione Penale, Sez. 3^ 16/04/2018 (Ud. 22/11/2017), Sentenza n.16677, annulla senza rinvio per prescrizione del reato sentenza n. 187/2016 del Tribunale di Benevento del 29/01/2016. A.T.


DA CLIENTI A CREDENTI: È LA SHARING ECONOMY In Occidente vediamo gli alberi ma non percepiamo il giardino Andrea Tafuro Mio nonno materno, contadino nolano, diceva: “Io ascolto la natura, io so quello che la collina di Castelcicala mi dice”. Io cittadino del mondo iperconnesso posso ancora parlare con la Pachamama e capire quello che mi comunica? Nel 2063 guardando indietro a questo XXI secolo, sicuramente, mi chiederò perché si possedevano così tante cose. Sui media proliferano storie che presentano accumulatori seriali, mentre so bene da tempo che, l’ostentazione della ricchezza serve a sfoggiare lo status symbol posseduto. Ma, se guardassimo appena appena un po’ indietro nel tempo, penso al tempo di mio nonno Andrea, ci accorgeremmo che per centinaia di migliaia di lustri l’uomo è vissuto alla giornata, cittadino di un mondo concepito a sua misura, producendo per l’autoconsumo, riutilizzando i beni di generazione in generazione, scambiando per ottenere ciò che non riusciva a produrre da solo. Oggi si è fagocitati dal mito del ritorno all’innocenza della specie, tanto che nascono sempre nuove forme di pensiero e di azioni, tutte inventate per farci sentire tutti più buoni, belli e altruisti. Nel 2011 formalmente nasce il concetto di sharing economy e per il suo fantasmagorico debutto viene scelto il significato di consumo collaborativo. Oggi la sharing economy, impera, è viva e in ottima salute e siamo noi a garantirne la crescita. Crescita costante e tumultuosa, pensate a Uber, il servizio di taxi privato, oppure a

AirBnb, che permette di affittare una stanza o un’intera abitazione per alcune notti in tutto il mondo, sono queste alcune delle piattaforme digitali che utilizzano le dinamiche della collaborazione. Insomma se da novizi avete iniziato con la gig economy, l’economia dei lavoretti o con l’on demand economy, adesso l’avete battezzata economia della condivisione, perché il mondo odierno è terra di conquista, sempre più, di gente che sappia vestire di parole giuste cambiamenti rischiosi, nessuno si scalda di fronte a una piattaforma, mentre condivisione è l’opposto di egoismo, perché vi fa essere quello che tutti vorreste essere… degli altruisti. È la traversata della porta stretta che ci conduce alla pienezza della carità, la virtù teologale per antonomasia, quella che ci invita ad amare il prossimo come noi stessi. Insomma, consumatori di tutto il mondo unitevi, perché se abbracciate la sharing economy, non solo avrete la possibilità di rimpinguare il vostro esangue conto in banca ma, nientepopodimeno (forma univerbata della locuzione niente po’ po’ di meno), vi avvicinerete a Dio. Basta muovere il vostro ditino e con un paio di clic su una app, cambierete il mondo. Finalmente una vera rivoluzione, capace di trasformare l’intero pianeta e i suoi abitanti, perché non serve più la relazione fisica, dove persino il Megadirettore Galattico non ha bisogno di conoscere i suoi dipendenti/sottoposti. E allora, che bello poter condividere cose, anche con estranei che abbiamo appena conosciuto in rete, quel piccolo mi-

racolo moderno che ci permette di connetterci stabilmente e significativamente, con il colto e con l’inclita. Con sorriso magnetico con parole chiare, il nuovo profeta, predicherà che il nuovo approccio ha a che fare con il riemergere della comunità e la rinascita della fiducia verso l’Azienda. Sì, perché se decidi di far dormire in casa tua il Signor Nessuno con Airbnb, è solo perché senti di poterti fidare di lui, perché senti che tutti e due siete già stati clienti di qualcun altro che vi ha valutati positivamente. La sharing economy, nel racconto edificante e edificatorio del mito fondativo ha solo vantaggi, uno su tutti: è vantaggioso economicamente. I cantori della sharing economy come indomiti catechisti laici ci spiegano che essa porta alla decentralizzazione della ricchezza, del controllo e del potere. Per questi motivi è un’economia migliore del mo-

dello economico precedente, quello rozzo della produzione e del consumo che aveva promesso indipendenza economica, libertà, realizzazione personale e anche felicità e rovinosamente mantenuto poco. L’evangelista ci spiega che il nuovo modello merita di avere successo perché le co-

munità, il controllo e l’indipendenza economica vittime del modello precedente sono elementi incastonati nell’infrastruttura stessa della sharing economy. Trasformare i clienti in credenti… ci risiamo un’altra volta. Non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

GLOSSARIO

Il termine consumo collaborativo ha origine nel 1978 e fu coniato da Marcus Felson e Joe. L. Spaeth nel loro articolo: “Community Structure and Collaborative Consumption: A routine activity approach”, pubblicato sulla rivista American Behavioral Scientist. Il concetto di sharing economy iniziò ad essere discusso alla fine del Novecento da economisti e uomini d’affari, ma si è concretizzato con il diffondersi di internet e con la nascita delle community. Nel 2011 Bryan Walsh, senior editor al Time Magazine, nell’articolo: “10 Ideas that Will change the World”. Time Magazine, March, 2011, afferma che la sharing economy è una delle dieci idee destinate a cambiare il mondo di domani. La premessa è la seguente: la seconda decade del ventunesimo secolo è testimone di uno slancio economico dettato da una vera e propria rivoluzione virtuale. Questo modello si è sviluppato soprattutto grazie al progresso tecnologico che ha permesso una sempre maggiore diffusione di internet, della tecnologia, delle community on line e di nuove piattaforme tecnologiche. In questo panorama gli imprenditori che operano nel campo della sharing economy hanno scorto un’opportunità per i consumatori offrendo loro la possibilità di condividere sia beni tangibili, come la casa o l’auto, che intangibili, come il proprio tempo libero.


Maggio dei Monumenti 2018 a Napoli Giambattista Vico. L'età degli Dei, l'età degli Eroi, l'età degli Uomini nel 350° dalla sua nascita dal 28 aprile al 3 giugno Trecentocinquanta anni fa, in una casetta nel cuore del centro antico della nostra antica città, nacque il figlio di un libraio. Lo chiamarono Giambattista, fu un lettore curioso e appassionato, studiò la filosofia, il diritto e molte altre cose, insegnò la retorica, allevò, con mezzi modesti, una numerosa famiglia… Visse in dignitosa povertà, morì, nel 1744, in una casa appena un poco più grande di quella in cui era nato, poco distante. Ci ha lasciato scritti geniali e meravigliosi. Tanti tesori di storia e d’arte, chiese e palazzi monumentali, musei ricchi di bellezze incomparabili si trovano nel centro storico di Napoli, il più grande d'Europa, oggi Patrimonio Mondiale UNESCO. Osserviamo: un uomo vi si immerge, lo percorre, entra nella rete del tessuto stradale grecoromano, incontra le grandi chiese gotiche, rinascimentali e barocche, gli eleganti palazzi signorili, gli antichi monasteri, le sedi di istituzioni culturali e luoghi di studio, sfiora gli accessi segreti ai misteriosi cunicoli della città sotterranea. E’ lui. Il nostro concittadino Giambattista, oppure siamo noi, gli affaccendati napoletani del terzo millennio, o forse è un viaggiatore, un turista in visita nella nostra città che cerca di scoprirne i segreti? Il Maggio dei Monumenti è la più grande festa per la Cultura del mondo. Nel 350° anniversario della nascita di Giambattista Vico Napoli la dedica a lui. Egli ci è guida con la sua “Scienza Nuova” verso tante “discoverte”. Da esse apprendiamo che la umana civiltà non si formò con la sola Ragione e con la sola logica ma con la fantasia e l’immaginazione. E con quella sapienza possiamo, forse, ancora salvarla. L'Assessore alla Cultura e al Turismo Nino Daniele

Il programma completo e aggiornato delle iniziative è disponibile on line sul sito del Comune www.comune.napoli.it/maggiodeimonumenti2018

Arpa campania ambiente 2018 9  
Arpa campania ambiente 2018 9  
Advertisement