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Arpa Campania Ambiente n.23/2018

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Il Rapporto “Cambia la Terra 2018” L’agricoltura convenzionale inquina l’economia oltre che il Pianeta La presentazione presso la Camera dei Deputati del rapporto Cambia la Terra ha rappresentato l’occasione per esporre i più recenti dati sul modello produttivo agricolo italiano, e, avanzare proposte concrete ai rappresentanti delle istituzioni, per una seria transizione verso il biologico. L’attuale modello di produzione e distribuzione, come confermato dai più recenti studi delle organizzazioni internazionali, Federbio con Isde, Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF, non ha risolto i problemi dell’accesso al cibo, aggravando le emergenze relative all’inquinamento, al clima, alla sanità e alla conservazione della biodiversità. I dati scientifici confermano che il modello dell’agricoltura industriale è assolutamente superato ed offrono indicazioni molto chiare su come contrastare il cambiamento climatico, come tutelare la biodiversità e la salute pubblica attraverso il modello dell’agroecologia e dell’agricoltura biologica. Però, a fronte di questa chiarezza, si richiedono scelte politiche limpide e coraggiose. Le proposte avanzate sono di investire con decisione in agricoltura pulita, passando dall’attuale 15,4% di superficie coltivata a bio in Italia a fine 2017, al 40% di campi biologici entro il 2027, a conclusione del periodo di programmazione della nuova PAC. Vietare l’utilizzo dei prodotti chimici più dannosi, quale il glifosato e rimuoverlo da tutti i disciplinari di produzione che lo prevedono; attivare normative per prevenire il rischio di contaminazione accidentale con misure adeguate a carico di chi fa uso di prodotti chimici di sintesi nei terreni confinanti con quelli coltivati con il metodo biologico, applicando correttamente il principio chi inquina paga. Ambientalisti e imprenditori del biologico sono convinti che il modello agricolo del ‘900, industrializzazione più chimica di sintesi, sia giunto al capolinea...

Presentato nel 2017 dallo studio di architettura LAVA (autore, tra l’altro, del Watercube per le Olimpiadi di Pechino del 2008)...

Pollice a pag. 3

Palumbo a pag.12

EDITORIALE

Lo stato dei fiumi irpini e il monitoraggio Arpac di Luigi Stefano Sorvino

ARPAC

La “febbre del mare”: a novembre temperature delle acque troppo elevate in Campania Negli ultimi anni sempre più frequentemente si osservano in Campania fenomeni meteorologici di notevole intensità. a pag.6

SMART CITY

Inquinamento e smog nelle grandi città: la mobilità elettrica può essere una soluzione? Si è tenuta a Napoli, presso la sede dell’Enel, una giornata di divulgazione per comunicatori dedicata alla mobilità elettrica... Martelli a pag.5

SCIENZA & TECNOLOGIA

Recuperare biometano dai rifiuti organici Le eccellenze italiane che guardano al futuro La nuova frontiera dell’economia circolare si chiama biometano e l’Italia sta già dimostrando di essere pronta ad accogliere questa sfida. Giordano a pag.9

BIO-ARCHITETTURA

Il progetto Sydney Garden Island Trasformare l’ex base navale in un distretto culturale

Lo scorso 30 novembre ad Avellino si è tenuto un convegno sullo stato dell’arte del Servizio idrico integrato, promosso dall’Ordine provinciale degli ingegneri. Pubblichiamo una sintesi della relazione del commissario Arpac Stefano Sorvino, chiamato a illustrare le condizioni ambientali dei fiumi delle province interne della Campania. Il Servizio idrico integrato è inteso dalla normativa come razionalizzazione gestionale che ricompone, in un circuito organico ed unitario – organizzato in forma imprenditoriale - il servizio di acquedotto con quello di fognatura, collettamento e depurazione per ambiti ottimali. La qualità ed efficienza della gestione dovrebbero incidere in modo determinante sul miglioramento della condizione ambientale dei corpi idrici. La stretta connessione tra il profilo di gestione e le proiezioni ecologiche è recepita dalla stessa normativa comunitaria e nazionale, che ricompone organicamente i vari obiettivi, tra cui, dal punto di vista ambientale, il raggiungimento del “buono stato” per tutte le acque. I corpi idrici rappresentano segmenti elementari minimi di reticolo idrografico – ma anche laghi, tratti costieri ed acque di transizione – con caratteristiche tendenzialmente omogenee, su cui è possibile valutare le pressioni misurandone gli impatti, definire lo stato qualitativo (sotto l'aspetto chimico, ecologico ed ambientale), stabilire gli interventi di risanamento e tutela monitorandone l'efficacia rispetto al conseguimento degli obiettivi prefissati. In base alla normativa vi-

gente, ad Arpac compete l'attività di monitoraggio, oltre ai compiti di controllo puntuale di conformità delle emissioni ai parametri normativi. In sintesi, in Irpinia i corpi idrici superficiali non versano in pessimo stato ma nemmeno risultano immuni da situazioni di degrado, in qualche caso con criticità anche acute e diffuse, ma certamente recuperabili soprattutto attraverso il miglioramento delle gestioni depurative. Arpac, sin dal suo avvio di operatività nel 2001, svolge un monitoraggio costante ed articolato dei principali corpi idrici della Campania, comprese le aste fluviali, con attività progressivamente ampliate e rimodulate in conformità all’evoluzione della normativa di riferimento. Oggi la rete di monitoraggio Arpac è articolata in 153 stazioni di rilevamento, rappresentative di 193 corpi idrici superficiali, per la valutazione sistematica – svolta in archi pluriennali e finalizzata alla classificazione di qualità – degli elementi chimico-fisici e biologici i cui esiti consentiranno di verificare entro il 2021 il rispetto degli obiettivi di qualità ambientale. L’Agenzia ha recentemente attivato, nell’anno in corso, il monitoraggio della fauna ittica, anche grazie a una convenzione con l’Università di Napoli Federico II. continua a pag.2


Le condizioni ambientali dei fiumi irpini I dati del monitoraggio Arpac illustrati ad un convegno sullo stato del servizio idrico Segue dalla prima Arpac, dunque, pur nell’oggettivo sottodimensionamento delle strutture, dedica notevoli energie al monitoraggio dei corpi idrici, oltre ad esercitare controlli puntuali sulla conformità dei principali depuratori e sulle acque potabili (effettuati di supporto alle Asl). Inoltre l’Ente ha identificato e tipizzato complessivamente circa 250 corpi idrici superficiali della Campania. L'Agenzia monitora anche le acque sotterranee, laddove l'indicatore di riferimento è rappresentato dallo stato chimico secondo i criteri introdotti dalla normativa comunitaria, con l'obiettivo di raggiungere il “buono stato” per i corpi idrici sotterranei entro il 2021. Il livello di inquinamento da macrodescrittori (LIM) costituisce un indicatore sintetico della qualità delle acque fluviali, utilizzato ai fini della classificazione dello stato ecologico, che può risultare “elevato”, “buono”, “sufficiente”, “scarso” o “cattivo”. In Campania il monitoraggio dell'inquinamento attraverso questo indice rivela una condizione ambientale fortemente diversificata tra aree interne e costiere ma, soprattutto, tra montagna e pianura. Da un lato emerge la condizione positiva dei fiumi cilentani, dei Monti Picentini e del Matese che attraversano aree protette, presentando un elevato livello di naturalità, una bassa densità abitativa ed usi del suolo a limitato impatto. Viceversa i corsi d'acqua che attraversano la Piana Campana, nell'hinterland napoletano e casertano ma anche nelle province interne irpina e sannita, sono per lo più caratterizzati da valori (LIMeco) scarsi o cattivi, laddove l'antropizzazione indiscriminata ha prodotto un'alterazione pressoché totale degli stessi alvei, divenuti spesso recapito dei carichi inquinanti di origine civile e produttiva (agricola ed industriale). L'Irpinia, prevalentemente montuosa e caratterizzata dai notevoli massicci del Partenio e Terminio Tuoro, si connota peculiarmente per rilevanti giacimenti idrici di qualità e con valenza interregionale, oggetto di massicci

prelievi di risorsa ad uso potabile. Le captazioni, soprattutto del complesso sistema Sele-Calore (Caposele, Cassano, Serino, ecc.), determinano un rilevante depauperamento della portata delle principali aste fluviali, incidendo negativamente sul bilancio idrico e sul deflusso minimo vitale dei corsi d'acqua che si riducono quasi a regime torrentizio – in periodi estivi talvolta fino al ristagno delle acque – con negativi riflessi anche sullo stato qualitativo per l'abbattimento della capacità naturale di autodepurazione (collegata al rapporto quantità/qualità). Il reticolo idrografico dell'Irpinia risulta articolato tra il versante occidentale tirrenico e quello orientale adriatico, con i Monti Picentini come spartiacque, e, sotto il profilo qualitativo, emerge la necessità di misure specifiche di protezione, interventi correttivi ed azioni di risanamento per recuperare e mantenere gli obiettivi di qualità dello stato “buono” entro il 2021. Sull'esteso versante orientale fluiscono i bacini dei torrenti Calaggio e Cervaro e, soprattutto, dell'Ofanto che origina in Alta Irpinia assumendo significativo rilievo interregionale. Invece il fiume Sele, il bacino della Solofrana-Alto Sarno, i corsi d'acqua artificializzati nei canali dei Regi Lagni, l'importante ed articolato sistema del Calore-Sabato, con i suoi principali

affluenti in sinistra e destra idrografica (Ufita), sversano le acque di scorrimento superficiale nel versante tirrenico. I tratti iniziali e montani dell'Ofanto e del Sele in Alta Irpinia denotano una buona condizione ambientale. Più problematica si presenta la situazione del Sarno, bacino interprovinciale che origina dalla Solofrana-comprensorio dell'Alto Sarno, dell'Isclero affluente del Calore – con notevoli criticità per le pressioni della zona caudina nel suo sviluppo beneventano – e della limitata porzione irpina dei Regi Lagni nella parte occidentale della provincia (sottobacini del Clanio, Sciminaro e Quindici), ai limiti della Piana campana Nolana/Acerrana. Nel complesso lo stato ecologico dei corsi d'acqua delle province di Avellino e Benevento – risultante dal combinato di elementi biologici, idromorfologici, fisico-chimici e chimici – è

piuttosto critico nelle aree vallive, mentre le aste principali (Sabato, Solofrana, Isclero) e quelle secondarie, che costituiscono il recapito finale di scarichi, presentano uno stato inferiore al “buono” (e cioè all'obiettivo di qualità da raggiungere entro il 2021). Tali corpi idrici sono caratterizzati da uno stato ecologico scarso, evidenziato sia dal LIM che dagli indicatori ecologici biologici (EQB), con un trend evolutivo finora non particolarmente rassicurante. Viceversa, nelle province interne non si rilevano significative preoccupazioni per lo stato chimico, laddove non si evidenziano nel complesso importanti contaminazioni da pressioni ambientali, anche per la scarsa presenza di inquinamenti industriali. Arpac effettua controlli ai principali depuratori: per l'impianto più importante di Manocalzati sul Sabato non sono

stati rilevati parametri non conformi, mentre per una serie di impianti industriali ed urbani sono stati misurati superamenti di escherechia coli, azoto nitrico, azoto totale in percentuali variabili. Complessivamente su tutti gli impianti le non conformità rappresentano oltre il 60% nell'intero periodo 2011/2017, tuttavia nel 2017 si sono ridotte a circa un terzo del totale dei controlli. Agli scarichi non conformi dei depuratori si aggiungano quelli non depurati, con il risultato per i corsi d'acqua principali – come il Sabato, il Calore e l'Isclero – del persistere di uno stato ecologico non conforme alla normativa vigente. In altri termini mentre risulta rassicurante la situazione dell'inquinamento chimico, in quanto la presenza di sostanze indesiderabili di origine antropica è circoscritta a pochi casi specifici, l'inquinamento organico con nutrienti in eccesso risulta diffuso sia lungo le aste principali ma anche nei torrenti secondari che attraversano aree urbanizzate. Ecco perché emerge l'assoluta centralità per il sistema ambientale delle infrastrutture depurative. A tal fine risulta molto importante la realizzazione del “grande progetto” di “Risanamento ambientale dei corpi idrici superficiali delle aree interne” - finanziato dalla Regione sul precedente Por (soggetto attuatore Arcadis) ed oggi in fase avanzata per volontà dell'attuale Amministrazione regionale – per un importo totale di 100 milioni di euro, suddiviso per lotti funzionali delle province di Avellino e Benevento. Il rilevante intervento prevede per l'Irpinia sia la realizzazione di una serie di nuovi depuratori che il potenziamento di impianti già esistenti e l'adeguamento funzionale di alcuni piccoli, oltre alla realizzazione dei collettori fognari a servizio di 23 Comuni. Riprendendo un concetto suggestivo, oggi in voga nel dibattito su questi temi, un depuratore gestito con qualità può quasi rappresentare una “nuova sorgente”. Il Commissario Straordinario Avv. Luigi Stefano Sorvino


Il Rapporto “Cambia la Terra 2018” L’agricoltura convenzionale inquina l’economia oltre che il Pianeta Tina Pollice La presentazione presso la Camera dei Deputati del rapporto Cambia la Terra ha rappresentato l’occasione per esporre i più recenti dati sul modello produttivo agricolo italiano, e, avanzare proposte concrete ai rappresentanti delle istituzioni, per una seria transizione verso il biologico. L’attuale modello di produzione e distribuzione, come confermato dai più recenti studi delle organizzazioni internazionali, Federbio con Isde, Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF, non ha risolto i problemi dell’accesso al cibo, aggravando le emergenze relative all’inquinamento, al clima, alla sanità e alla conservazione della biodiversità. I dati scientifici confermano che il modello dell’agricoltura industriale è assolutamente superato ed offrono indicazioni molto chiare su come contrastare il cambiamento climatico, come tutelare la biodiversità e la salute pubblica attraverso il modello dell’agroecologia e dell’agricoltura biologica. Però, a fronte di questa chiarezza, si richiedono scelte politiche limpide e coraggiose. Le proposte avanzate sono di investire con decisione in agricoltura pulita, passando dall’attuale 15,4% di superficie coltivata a bio in Italia a fine 2017, al 40% di campi biologici entro il 2027, a conclusione del periodo di programmazione della nuova PAC. Vietare l’utilizzo dei prodotti chimici più

dannosi, quale il glifosato e rimuoverlo da tutti i disciplinari di produzione che lo prevedono; attivare normative per prevenire il rischio di contaminazione accidentale con misure adeguate a carico di chi fa uso di prodotti chimici di sintesi nei terreni confinanti con quelli coltivati con il metodo biologico, applicando correttamente il principio chi inquina paga. Ambientalisti e imprenditori del biologico sono convinti che il modello agricolo del ‘900, industrializzazione più chimica di sintesi, sia giunto

al capolinea proprio a causa dell’enorme impatto ambientale che ha generato: l’11% dei gas serra proviene dai campi coltivati; l’allargarsi a dismisura di coltivazioni sta eliminando, a livello globale, boschi e foreste ed è una delle prime due cause di perdita di specie animali e vegetali. L’attuale stato del pianeta impone di abbandonare i metodi di produzione a forte impatto ambientale. Si rende necessario l’aumento delle superfici coltivate col metodo biologico per

garantire il contrasto al cambiamento climatico, la tutela del suolo, della biodiversità e della salute dei cittadini. Il biologico e il biodinamico si stanno rapidamente affermando guadagnando posizioni di mercato, evidenziando come il modello di agricoltura basato sull’uso intensivo della chimica di sintesi e sull’ingegneria genetica è ormai superato. La vera innovazione è seguire l’approccio agroecologico per coltivare in armonia con la natura. Purtroppo a tutt’oggi, la Politica agricola europea (PAC), nel periodo 2013-2020, ha destinato 963 milioni di euro all’agricoltura biologica (dati elaborati dall’Ufficio studi della Camera dei deputati), contro i 41,5 miliardi destinati a quella convenzionale. Se si ragiona in termini di superficie, 6 volte in meno di quello che le spetterebbe, senza tener conto dei benefici ambientali che il modello agroecologico crea e, che andrebbero contabilizzati e incentivati. Il comitato di Cambia la Terra esige un cambio di rotta per la futura PAC alla luce dei benefici ambientali ed economici che l’agroecologia e più specificamente l’agricoltura biologica, l’applicazione più diffusa di questo approccio sostenibile all’agricoltura, può portare. A cominciare dalla conservazione del paesaggio e dalla tutela dei territori più fragili vessati dall’erosione, dalla desertificazione e dal dissesto idrogeologico fino ad arrivare alla tutela della salute pubblica.

GIORNATA MONDIALE DEL SUOLO: COME FERMARE L’INQUINAMENTO Si è celebrata mercoledì cinque dicembre in tutto il mondo la Giornata mondiale del suolo, ovvero la World Soil Day, istituita nel 2014 dall'agenzia alimentare dell'Onu, la Fao. Alla sua quarta edizione, il tema della manifestazione di quest'anno è stato “fermare l'inquinamento del suolo” e sui social sono piovuti gli hastag che a suon di click recitavano così: #StopSoilPollution. Come è stato ben spiegato, questo inquinamento “può essere invisibile e sembra lontano, ma tutti quanti e tutti i luoghi sono colpiti”. Lo sa benissimo la Fao che ha pubblicato sul suo sito un esaustivo articolo, in cui è stato descritto lo spirito di questa giornata speciale. “Con una popolazione mondiale che nel 2050 raggiungerà la cifra di nove miliardi, l'inquinamento del suolo è un problema globale che degrada i nostri terreni, avvelena il cibo che mangiamo, l'acqua che beviamo e l'aria che respiriamo. L'entità del problema è ancora sconosciuta e non ci sono dati certi disponibili su scala mondiale".

Inoltre, la Fao ha tenuto a ricordare che nell'agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile "gli obiettivi che troviamo ai punti due, tre, dodici e quindici prendono in diretta considerazione le risorse del suolo, specialmente l'inquinamento e il degrado, in relazione alla sicurezza alimentare". Come sempre si inizia dalle piccole cose che col tempo crescono e acquisiscono sempre più importanza. Una semplice giornata, alla sua quarta edizione, si è trasformata, così, in un momento particolarmente importante, in cui è stato coinvolto tutto il mondo di fronte a una problematica davvero importante, quella dell’inquinamento. Tra prospettive catastrofiche ed apocalittiche e la possibilità di vedere una speranza tutta “verde”, è stato sfruttato questo momento di festa per riflettere, discutere e portare alla ribalta tematiche legate alla salute dell’uomo e del Pianeta, cercando una soluzione per arginare le conseguenze prima che sia troppo tardi. A.P.


Un evento raro: neve sulle coste campane Lo scorso febbraio una copiosa pioggia di fiocchi bianchi ricoprì Napoli Gennaro Loffredo La magia della neve sui litorali della Campania è una merce rara. Quando arriva colora di un bianco insolito zone che da sempre sono considerate la patria del caldo, del sole e delle vacanze. La neve sul mare ha sempre avuto un certo fascino. Ma è così difficile vedere una nevicata lungo il litorale domizio, a Napoli, Salerno o lungo la costiera amalfitana? Ebbene, indubbiamente non è semplice. La nostra regione si trova in una posizione geografica poco esposta alle gelide sfuriate provenienti dal nord Europa. Immersa nel cuore del tiepido Mar Mediterraneo, risulta prevalentemente protetta dall’Appennino che addossa sui contrafforti montuosi interni le nubi e le nevicate provenienti dai Balcani (perché è da lì che arriva il vero freddo). “Stau” è il nome dato a questo fenomeno: lo stau libera le coste dalle nuvole e dalle precipitazioni, favorendo la discesa di aria secca e fredda proveniente dalla catena appenninica. Nonostante ciò, possono verificarsi situazioni particolari. Basta menzionare le famose ondate di gelo storiche che hanno interessato tutta la nostra penisola e che portarono nevicate eccezionali su tutta la costa campana e le isole, imbiancando la città partenopea che indossò una suggestiva immagine da cartolina. Ricordiamo in particolare le famose annate del

1929, 1956, del 1985 ed infine la più recente dello scorso febbraio 2018. Quest’ultima è stata paragonata per intensità, estensione ed accumulo alla famosa nevicata del 1956, anche se con durata nettamente inferiore. Ma quale sarebbe la configurazione sinottica ideale per vedere le nevicate sulle aree pianeggianti e costiere della Campania? Innanzitutto, un ponte di alta pressione che dalle isole delle Azzorre vada ad abbracciare l’anticiclone russo-siberiano. Un “ponte di Weikoff” (così chiamato in gergo questo fenomeno) pescherebbe aria gelida continentale dalle steppe più remote della Siberia(dove in inverno si raggiungono punte inferiori ai -50°C), la quale si metterebbe in moto lungo il bordo orientale di questa lingua anticiclonica fino a raggiungere le nostre zone. Quest’ultima, essendo molto fredda e densa al suolo, a contatto con l’aria temperata ed umida del Mediterraneo creerebbe i presupposti per dei fenomeni di contrasto. Si forma così il mix micidiale di aria umida e tiepida che, scorrendo al di sopra del cuscino gelido situato nei bassi strati dell’atmosfera, da vita alla formazione di nubi e precipitazioni, essenzialmente nevose qualora persistano temperature al suolo vicine allo zero. Un esempio tipico sono state le nevicate del 1956, quando si accumularono in città come Napoli e Salerno circa 10cm di neve pura ed

asciutta fin sul mare, e del 2018 quando la pioggia di fiocchi bianchi colpì più intensamente tutta l’area di Napoli, con disagi alla circolazione e chiusura delle scuole. Nel 1985 la neve raggiunse generosamente con accumulo anche Ischia e Capri e tutta la costiera amalfitana, regalando a queste zone un’atmosfera tipica del grande nord. In circostanze più rare, è anche possibile che le nevicate

possano raggiungere le nostre coste dalla Groenlandia o dal circolo polare artico attraverso intense correnti artico-marittime. In questo caso le ondate di gelo sono meno intense ma più foriere di precipitazioni, stante lo scorrimento delle masse d’aria (che si caricano di umidità) su vaste zone della superficie marina. Tale evento si presenta con l’intrusione di freddi venti di maestrale che, contrastando

con le acque più calde del Tirreno, offrono una condizione ideale per la formazione dei temporali nevosi. In questo caso la neve cade per il rovesciamento di aria fredda dall’alto verso il basso e quindi, a differenza della precedente, è a larghe falde, più umida e mista a grandine. Insomma, come una donna sfuggente e affascinante, “la dama bianca” si fa veramente desiderare dalle nostre parti.


Inquinamento e smog nelle grandi città: la mobilità elettrica può essere una soluzione? Giulia Martelli Si è tenuta a Napoli, presso la sede dell’Enel, una giornata di divulgazione per comunicatori dedicata alla mobilità elettrica come soluzione efficace per la sostenibilità ambientale: un’esigenza ormai imprescindibile per l’Italia, detentrice secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente del triste primato dei decessi prematuri dovuti all’inquinamento atmosferico (oltre 80mila a causa delle elevate concentrazioni di particolato, biossido di azoto e dell’ozono a livello del suolo). Ad introdurre i lavori Mauro Tedeschini, ex direttore di Quattroruote e fondatore di vaielettrico.it che ha sottolineato che quando si parla di questo tipo di mobilità si va non di rado incontro a giudizi e pareri discordi, che alimentano polemiche e dibattiti tra gli studiosi e le case produttrici… Nel mezzo i consumatori, che sempre più confusi assistono a questa svolta nel sistema dei trasporti. Dino Marcozzi, Senior Advisor dell’Associazione Motus-E, nata a maggio scorso e che riunisce tutti i protagonisti di questa rivoluzione green (dalle multinazionali produttrici di veicoli, ai Politecnici fino alle associazioni ambientaliste e di consumatori) ha au-

spicato una rapida conversione del parco circolante pubblico e privato con modelli a batterie, un comparto dove il nostro Paese segna un netto distacco con quelli europei nelle vendite: nel 2017 appena 4.827 (su 1.970.497 immatricolazioni) contro 54.617 della Germania, le 47.298 del Regno Unito e le 36.835 della Francia. Ma fanno meglio di noi pure “piccoli” Paesi come Olanda, Belgio, Svezia (tutte oltre quota 10.000) e la Norvegia che con 62.313 è leader continentale del settore. Ma perché accelerare la transizione? Quali sono i vantaggi del trasporto elettrico? Sicuramente il contri-

buto in termini di minore inquinamento ed alleggerimento del traffico urbano ma anche una sensibile riduzione dei costi di gestione e manutenzione dei veicoli (a fronte però, ahinoi, di costi di acquisto ancora elevatissimi), un vantaggio competitivo che potrebbe costituire un valore aggiunto in grado di abbattere oneri sociali, sanitari ed economici per cittadini, imprese ed istituzioni. Restano però da sciogliere alcuni nodi per convincere un automobilista di casa nostra a scegliere una vettura ecologica al 100%: autonomia, infrastrutture ed incentivi. Sono

anche questi ultimi a fare la differenza e purtroppo, in Italia, attualmente, se ne trovano soltanto alcuni di tipo indiretto. Al centro del dibattito anche “Batterie e fake news”, argomento approfondito da Luigi De Rocchi - R&D manager Cobat, che ha tracciato un quadro completo sugli accumulatori al litio – utilizzati per alimentare i veicoli elettrici dall’approvvigionamento (si tratta di un metallo che attualmente si concentra nel triangolo sudamericano ArgentinaCile-Colombia ma allo studio ci sono altri siti potenzialmente coltivabili anche in Europa), allo smaltimento (regolamen-

tato dalla normativa europea in merito al fine vita ma che vede tutti gli impianti di recupero fuori dall’Italia) fino all’ipotesi del second-life (non ancora disciplinata ma vantaggiosa in quanto una batteria di auto elettrica a fine vita conserva una carica residua pari circa al 70-75% e quindi potrebbe essere utilizzata negli impianti di storage elettrico). Valerio Rossi Albertini, chimico-fisico ricercatore del Cnr e comunicatore ha poi illustrato le nefaste conseguenze delle emissioni dei motori a scoppio in atmosfera, sottolineando come ognuno di noi abbia, scegliendo l’elettrico, la possibilità di incidere positivamente sulla propria salute e su quella del pianeta e questo, aldilà di un risparmio prospettico in termini meramente economici, basterebbe già a fare la scelta giusta. Un altro modo di spostarsi è possibile quindi, ed è salutare e vantaggioso. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione che nel giro di una decina d’anni sconvolgerà il mondo dei trasporti, sta a noi crederci, perché, come dice un antico adagio cinese: “Quando soffia il vento del cambiamento lo stolto innalza barriere per proteggersi mentre il saggio costruisce mulini a vento”.

MOTORI E SOLIDARIETÀ

“Amici speciali”, tutti in pista senza differenze Un circuito che simboleggia l’infinito, color arcobaleno: questo il logo identificativo dell’associazione no-profit “Amici speciali”che ha sede in provincia di Milano e persegue finalità di solidarietà sociale nell’ambito delle disabilità. Con il proprio Progetto – tutelato alla SIAE- Amici Speciali si propone di avvicinare le persone affette da differenti patologie motorie al mondo delle quattro ruote attraverso l’erogazione di specifici corsi di guida teorico/pratici da svolgere nei più importanti autodromi nazionali e in specifiche aree opportunamente attrezzate, e a quello del Motorsport grazie ad iniziative mirate in ambito agonistico. Davide

Montella, napoletano, giornalista e docente di educazione e sicurezza stradale che da oltre vent’ anni vive in prima persona e si occupa di diffondere la passione per il mondo dell’Automotive, dei Motori e del Motorsport, è il referente tecnico

dei corsi di guida sicura “Amici speciali” e ci ha raccontato le difficoltà ma soprattutto le soddisfazioni che un progetto tanto innovativo quanto ambizioso sta ottenendo, con una punta di rammarico per averlo visto nascere lontano dalla no-

stra regione ma determinato ad avviare al più presto una sperimentazione di questo tipo dalle anche dalle nostre parti. Il progetto “Amici Speciali” ha ottenuto l’approvazione ed il sostegno di Fiat Autonomy (il Programma di Mobilità Fiat Auto nato nell’intento di incoraggiare, agevolare ed assicurare la libertà di movimento per tutti, anche di coloro che presentano limitazioni motorie, sensoriali o intellettive) che dal prossimo mese metterà a disposizione dell’associazione due vetture allestite dall'azienda specializzata Handytech. “Non è importante quale sia il disagio, perché le persone disabili imparano così in fretta dal loro stato, dalla loro condi-

zione, da essere spesso in grado di dare vere e proprie lezioni di vita a coloro considerati abili”, questo ama ribadire Simona Di Consoli, presidente dell’ associazione. Il progetto prevede anche la possibilità di formare nuove figure professionali nel mondo dei motori come meccanici, telemetristi, ingegneri di pista, attraverso i processi di alternanza scuola-lavoro e l’affiancamento di organizzazioni operanti nel settore del Motorsport. Tutti in pista, allora, senza differenza alcuna per correre più veloci del pregiudizio e far in modo che tutti abbiano la possibilità di realizzare i propri sogni! G.M.


La “febbre del mare”: a novembre temperature delle acque troppo elevate in Campania Il monitoraggio Arpac ha registrato valori superiori alla media. Il mare “caldo” favorisce gli eventi meteo intensi Lucio De Maio Andrea Celentano Rosario Carbone Negli ultimi anni sempre più frequentemente si osservano in Campania fenomeni meteorologici di notevole intensità. In particolare l’inizio dell’autunno 2018 è stato caratterizzato da ripetute fasi di tempo instabile con marcati fenomeni temporaleschi e non di rado è stato possibile osservare dalla costa delle trombe marine, con lo stupore di molti. La formazione di una tromba marina è favorita dall'elevata temperatura del mare in grado di fornire considerevole energia ai sistemi nuvolosi. I moti vorticosi si innescano in seguito al contrasto tra l’aria calda ascendente e presente sulla superficie marina e l’aria fredda discendente in quota: fenomeni, questi, favoriti in mare dall'assenza di ostacoli. In questa situazione la forma della tromba d'aria sarà assottigliata, molto contorta e poco potente, ma tuttavia in grado di provocare danni significativi a persone o cose. Queste trombe marine sono dette "waterspout" e sono tipiche dell'Italia e in generale dell'Europa. Il mare, come è noto, ha la funzione di regolare il clima, infatti, l’acqua accumulando calore in estate e cedendola in inverno, rende gli inverni più miti e le estati meno afose. L’energia contenuta nel mare, tuttavia, può portare in alcuni periodi dell’anno alla formazione di eventi anche catastrofici, ad esempio la formazione di trombe marine. Infatti, il mare, specie nel periodo autunnale, costituisce un serbatoio di energia accumulata sotto forma di calore. Va ricordato che per aumentare di un solo grado la temperatura di un litro d’acqua, è necessario fornire circa 1000 calorie (1 kcal). Nel mese di novembre 2018, Arpac nell’ambito delle proprie attività di monitoraggio ha registrato temperature superficiali del mare che sono mediamente risultate superiori di circa 1,5° C rispetto a quelle registrate in anni precedenti nello stesso periodo. Ciò che colpisce maggiormente è l’au-

Grafico n. 1 Profili della temperatura in funzione della profondità registrati a settembre in una stazione a circa 12 miglia al largo di Capo Palinuro negli ultimi cinque anni

mento della temperatura anche negli strati più profondi: infatti è stato possibile osservare che la temperatura della colonna d’acqua si mantiene costante, intorno ai 21° C, fino a quasi 80 metri di profondità, dove la differenza rispetto agli anni precedenti è maggiore fino a raggiungere anche i 5° C. Tutto ciò si traduce in un accumulo di energia della massa d’acqua del mare che può contribuire in maniera determinante alla genesi di fenomeni particolarmente intensi come quelli registrati nell’autunno 2018. Nei grafici n. 1 e 2 sono rappresentati i profili della temperatura in funzione della profondità registrati negli ultimi quattro anni durante i mesi rispettivamente di settembre e novembre in una stazione a circa 12 miglia al largo di Capo Palinuro (Cilento). A tale distanza dalla costa è possibile ritenere ininfluente, in particolare sulla temperatura, l’apporto di acque provenienti da terra. Nel grafico n. 1 si può notare che nel 2016 sono state registrate a settembre temperature, in generale, relativamente più basse, ma gli andamenti sono abbastanza allineati senza evidenti scostamenti tra le diverse annualità. Il grafico n. 2, relativo alla stessa stazione, ma riferito al mese di novembre del quadriennio considerato, mostra che nel 2017 e nel 2016 le tem-

perature dalla superficie fino a 100 metri di profondità si sono molto abbassate raggiungendo valori che si possono ritenere tipici del periodo; il 2017 risulta l’anno in cui è stata ceduta la maggiore quantità di energia da settembre a novembre. Nel 2015 lo strato superficiale non ha perso molta energia nello stesso periodo, ma al di sotto dei 40 metri di profondità le

Grafico n. 2 Profili della temperatura in funzione della profondità registrati a novembre in una stazione a circa 12 miglia al largo di Capo Palinuro negli ultimi cinque anni

temperature si allineano con quelle del 2017 e del 2016. Il 2018 risulta, invece, un anno che si discosta nettamente dagli altri tre anni, infatti la temperatura si mantiene costantemente sui 21° C fino ad oltre i 70 metri di profondità con un accumulo di energia in questa massa d’acqua enorme rispetto alle altre tre annualità. Gli scambi termici tra mare e

atmosfera hanno certamente effetti benefici di regolazione e mitigazione del clima, ma uno scompenso del sistema con un accumulo eccessivo di energia da parte del mare si può facilmente tradurre in fenomeni meteorologici che in alcuni casi possono risultare anche catastrofici e portare inoltre a squilibri fisici, biologici e chimici dei nostri mari e degli oceani.

Arpac e AdSP Mar Tirreno Centrale, protocollo per il monitoraggio dell’aria nel porto di Napoli Siglato il protocollo tra l'AdsP del Mar Tirreno Centrale e l'Arpac per una campagna di monitoraggio sulla qualità dell'aria nelle aree demaniali del porto di Napoli. Prosegue con questo atto, stipulato lo scorso 6 dicembre, la collaborazione tra le due istituzioni per assicurare un percorso di miglioramento della sostenibilità del sistema portuale della Campania. Dopo l'avvio del progetto per la elettrificazione della banchina Calata Porta di Massa per i traghetti di Caremar, continua anche l'azione della Adsp per migliorare il contesto ambientale delle operazioni portuali. Il monitoraggio effettuato da Arpac avrà la durata di due anni e riguarderà le aree dello scalo partenopeo maggiormente sottoposte a rischio in-

quinamento da parte delle navi ormeggiate. I rilevamenti avverranno tramite un laboratorio mobile e con campionamento di polveri sottili, per le successive determinazioni analitiche. Al termine dei due anni, che partono a decorrere dalla data di sottoscrizione del protocollo, l'Arpac presenterà i risultati, oltre che all'AdSP, alla Giunta Regionale della Campania e alla Città Metropolitana. Al termine del primo anno di indagini l'Arpac trasmetterà una relazione intermedia. "Ritengo importante aver firmato oggi il protocollo- ha dichiarato il presidente dell’'AdSP Pietro Spirito- perché il nostro impegno è, nelle more dell'attuazione degli interventi già previsti per rendere il nostro scalo più ambientalmente

compatibile, verificare in quali zone si concentra - ed a quale grado di intensità - l'inquinamento da polveri sottili. È un passo importante, perché il porto è parte integrante della città e per noi è prioritario contribuire alla qualità della vita dei napoletani". Il Commissario Arpac, Luigi Stefano Sorvino, ha affermato che: "L'Arpac contribuisce con l'attività di monitoraggio della qualità dell'aria nel porto di Napoli alla tutela della salute in un'area con importanti flussi turistici. La sinergia tra Enti consentirà di migliorare la conoscenza dello stato ambientale in un'ottica di gestione sostenibile delle grandi infrastrutture. I dati via via acquisiti saranno resi disponibili sui siti istituzionali dell'Agenzia e dell'Autorità".


Alternanza scuola-lavoro per i ragazzi dell’Imbriani Convenzione tra Arpac e il liceo di Pomigliano. Gli alunni visiteranno il sito da bonificare della Kuwait a Napoli est Anna Gaudioso Il primo appuntamento formativo a cui ha partecipato Arpac in quest’anno scolastico, nell’ambito dei percorsi di alternanza scuola-lavoro, si è tenuto lo scorso 12 dicembre al liceo classicoscientifico Vittorio Imbriani di Pomigliano D’Arco (Napoli). Nell’aula magna sono intervenuti, per Arpac, Luigi Cossentino (direttore Area territoriale del Dipartimento di Napoli) e Vincenzo Barbuto (dirigente esperto in bonifiche). Entrambi sono stati individuati come tutor formativi nell’ambito della convenzione per lo svolgimento di percorsi di alternanza scuola-lavoro siglata a inizio dicembre tra l’Agenzia e il liceo Imbriani. La convenzione prevede una attività formativa in aula, che si è svolta il 12 e il 13 dicembre, sulla normativa ambientale, sul ciclo dei rifiuti e le bonifiche. Cossentino ha illustrato ai ragazzi le regole in materia di ciclo dei rifiuti e li ha sensibilizzati sull’esigenza di fare una raccolta differenziata attenta. A

Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 15 dicembre 2018 - Anno XIV, N.23 Edizione chiusa dalla redazione il 14 dicembre 2018 DIRETTORE EDITORIALE

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IN REDAZIONE

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EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

Barbuto è spettato il compito di affrontare il complesso tema delle bonifiche, con l’aiuto di slide che potessero carpire l’attenzione dei presenti. Ad accompagnare gli interventi tecnici dei tutor c’è stato un momento di informazione, formazione ed educazione ambientale per sottolineare che non c’è una svolta per un futuro sostenibile senza una crescita delle coscienze, senza (potremmo dire) una rivoluzione culturale, intima delle persone, che le spinga a una partecipazione attiva alle politiche ambientali, dalla differenziata dei rifiuti alla prevenzione dell’inquinamento e oltre. Il percorso formativo continuerà con uno stage nel sito della Kuwait raffinazione chimica spa (Krc), nella periferia est di Napoli, stage che si terrà il 20 e 21 dicembre, con una visita ai cantieri di bonifica al fine di permettere agli studenti la verifica in campo di quanto ascoltato e appreso nella attività formativa in aula. Per la scuola i tutor del progetto sono le professoresse Paola Miranda, che ha coinvolto la terza classe del liceo scientifico (se-

zione A), Assunta Di Lorenzo (terza C), inoltre Cinzia e Nunzia Antignani, insegnanti di scienze ovviamente interessate ai temi ambientali. Alle due giornate hanno partecipato anche i ragazzi della quarta D, interessati alle tematiche trattate. Nel corso dell’iniziativa sono state raccolte le impressioni dei ragazzi. «Questa giornata», ha detto uno studente del terzo anno, «ci ha permesso di aprire gli occhi sulla realtà in cui viviamo. L’alternanza scuola-lavoro può effettivamente aiutarci a fare scelte migliori in futuro». «Questa esperienza», ha detto un ragazzo della terza C, «ha permesso di acquisire una maggiore consapevolezza del nostro territorio e delle condizioni in cui viviamo». Un ragazzo di quarta D ha ap-

prezzato l’intervento dei tecnici sulla legislazione ambientale e in particolare sulle bonifiche: «strano ascoltare parole come bonifica, inquinamento, Terra dei fuochi», ha commentato. «Sono parole che mi risuonano familiari per via dei media, ma solo oggi ho capito di non conoscerne il vero significato». La terza tappa del percorso formativo si terrà a febbraio, nei laboratori Arpac della UOC Siti contaminati e bonifiche, situati ad Agnano, alle porte di Napoli: dopo aver visitato il sito della Krc, i ragazzi potranno rendersi conto da vicino di come vengono analizzati i campioni prelevati sul campo, nel corso delle attività di controllo e di ispezione che l’Agenzia svolge in quel sito.


No War Factory: bombe inesplose diventano gioielli etici A Natale fai un regalo solidale! Cristina Abbrunzo Il Natale è alle porte e, che siate religiosi o meno, è per antonomasia la festa della famiglia e dell’amore per il prossimo che si dimostra attraverso il rito condiviso del dono. Ogni dono ha una storia, che può emozionare o deludere. Può strappare un sorriso se chi lo ha scelto ha ascoltato i nostri desideri e speso del tempo a cercare il regalo giusto. Oppure tradire le aspettative se è preso a caso da un cestone di regali tutti uguali. Per non trasformare il Natale in un’occasione di frenetico consumismo si possono scegliere doni più densi di significato di altri. I doni che contengono in sè tutto il valore più puro del Natale sono quelli solidali. Scegliendo un regalo solidale il valore è sempre doppio. È un dono per chi lo riceve e diventa un dono anche per tutte quelle persone che non conosci, ma che grazie al tuo gesto solidale potranno ricevere un aiuto concreto. Come ogni anno a Dicembre, in molte città italiane, tornano gli Spazi di Natale di Emergency, veri e propri mercatini natalizi, luoghi accoglienti per far conoscere le attività dell’associazione, entrare in contatto con i volontari e anche acquistare regali solidali: vestiti, accessori, giocattoli, ceste di Natale e oggettistica varia, oltre alle creazioni fatte a mano dai gruppi dell'hand-made e dell'artigianato tipico dei Paesi dove Emergency è presente. Molte idee-regalo proposte negli Spazi Natale Emergency hanno dietro una storia. Come gli anelli, i bracciali e i portachiavi di No War Factory, un’azienda italiana che produce gioielli realizzati a mano da artigiani del Laos con l'alluminio recuperato da frammenti delle bombe sganciate durante la guerra del Vietnam. Il progetto ha preso il via nel 2017 con il semplice intento di fornire un valido aiuto al Laos che vanta il drammatico primato di paese più bombardato al mondo. L’idea di creare una linea di gioielli fatti a mano con l’alluminio ricavato dagli ordigni bellici nasce dalla volontà di Massimo e Serena, giovane

coppia toscana che ha compiuto numerose spedizioni in Laos collaborando con l’associazione canadese Adopt a village per la realizzazione di progetti umanitari nei villaggi rurali. No War Factory è infatti un’impresa che si fonda su principi etici importanti perché impiega gli artigiani locali fornendo loro la possibilità di lavorare; riutilizza l’alluminio delle bombe inesplose finanziando le associazioni impegnate nello sminamento, nonché nella messa in sicurezza della zona; e devolve il 10 per cento dei propri profitti nell’acquisto e nella distribuzione di filtri che servono a portare l’acqua potabile nei villaggi. Ma facciamo un passo indietro per comprendere profondamente la realtà di questo

paese considerato tra i più poveri del mondo, dove si vive con meno di 1,25 dollari al giorno. Durante le guerre che hanno sconvolto l’ Indocina, tra gli anni ’60 e ’70, quindici delle diciotto province del Laos furono bombardate da più di 580 mila missioni aeree americane. Il paese aveva infatti un’importanza strategica fondamentale sul fronte della guerra del Vietnam, dato che i comunisti usavano il suo territorio per trasportare truppe e artiglieria dal nord ai campi di battaglia nel sud del Vietnam. Per impedire questi movimenti di uomini ed armi, gli Stati Uniti scatenarono quella che è passata alla storia come la "Guerra Segreta", lanciando sul Laos più di 3 milioni di tonnellate di

materiale esplosivo, un numero che supera di gran lunga persino quello del materiale usato per bombardare insieme Germania e Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Ad oggi si calcola che siano più di 270 milioni le bombe a grappolo che sono state lanciate sullo Stato e 80 milioni di esse continuano a trovarsi sotto terra, rischiando di scoppiare da un momento all’altro. In quarant’anni solo l’1% delle bombe inesplose sono state fatte brillare, ma se i ritmi sostenuti al fine di debellare gli ordigni bellici sono questi, lo sviluppo del paese tarderà ad arrivare. Di fatti le bombe inesplose limitano la costruzione di infrastrutture, inoltre impedendo l’espansione delle coltivazioni, sono causa di carestia. La popolazione del Laos, tuttavia, ha sviluppato col tempo un’abilità tanto innovativa quanto ecologica: il riciclo delle bombe che sono esplose. Tramite una tecnica detta a staffa (l’alluminio fuso ricavato dalle bombe, viene colato dentro stampi di argilla) la gente ottiene oggetti di vario tipo come utensili da cucina e gioielli. Quello del Laos è un popolo che non dimentica, ma che, guidato dallo spirito di sopravvivenza, aguzza l’ingegno e sfrutta la

morte per facilitare la vita di ogni giorno. C’è chi l’ha provato sulla propria pelle quando si è recato in Laos. Massimo Moriconi e la moglie Serena Bacherotti hanno pensato di importare in Italia i singoli pezzi grezzi lavorati direttamente sul posto, per perfezionarli nella nostra terra e rivenderli. E’ nata così la No War Factory: create per uccidere, riciclate per aiutare. I due, acquistano i manufatti dagli artigiani -contribuendo allo sviluppo economico dei luoghi interessati- e li portano in Italia dove vengono impreziositi con pietre e argento dall’orafa Francesca Barbani. Il 10% netto del ricavato della vendita dei prodotti viene devoluto per acquistare filtri per rendere potabile l’acqua nei villaggi del Laos e in parte all’associazione MAG per lo sminamento del territorio. I gioielli etici di No War Factory sono acquistabili oltre che nei mercatini di Natale organizzati da Emergency anche sul sito dell’azienda. Trasformare il simbolo di una tragedia in un elemento di rinascita. Creare qualcosa di utile, oppure di bello e di prezioso da un ordigno che porta morte e distruzione. Esorcizzare l’immagine della guerra trasformandola nella forza di ricominciare. A Natale, puoi!


Le eccellenze italiane che guardano al futuro

Recuperare biometano dai rifiuti organici Bruno Giordano La nuova frontiera dell’economia circolare si chiama biometano e l’Italia sta già dimostrando di essere pronta ad accogliere questa sfida. Il biometano è un biocarburante avanzato, una risorsa rinnovabile e naturale che si ottiene raffinando il biogas generato dalla digestione anaerobica dei rifiuti organici, e, può essere utilizzato sia per l’immissione in rete sia per l’autotrazione. L’Italia sembra aver colto l’innovazione ed entro la fine dell’anno in corso saranno nove gli impianti in grado di produrre biometano. Il primo esempio nella produzione di biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana e nell’immissione di biometano nella rete di trasporto nazionale è rappresentato dall’impianto di Montello Spa a Bergamo. Entrato in funzione da giugno 2017, l’impianto è in grado di produrre circa 32 milioni di standard metri cubi, cioè l’equivalente quantitativo di carburante necessario ad automobili a metano

per percorrere circa 640 mln di chilometri. Segue l’impianto di Rende (CS): la Calabra Maceri ha inaugurato il primo impianto di biometano del Centro-Sud Italia connesso alla rete nazionale del gas naturale per gli usi industriali, residenziali e per l’autotrazione. L’impianto è in grado di trasformare 40.000 tonnellate annue di rifiuti organici da raccolta differenziata in 4,5 milioni di metri cubi di biometano annui. Il biometano per autotrazione, prodotto grazie a un sofisticato sistema di purificazione del gas, consente di percorrere 90.000.000 km che, con una media di 20.000 km annui a mezzo di trasporto, può alimentare fino a 4.500 autovetture, con un risparmio complessivo di oltre 16.200.000 kg di CO2 all’anno,3.600 kg per auto. L’altro taglio del nastro è avvenuto a Vittorio Veneto (Treviso) con l’inaugurazione a settembre del primo distributore di biometano proveniente dalla trasformazione del rifiuto organico. Ad ora il biometano derivato da rifiuto organico, ottenuto presso l’impianto SESA di

Este (Padova), viene utilizzato per alimentare la flotta della società di raccolta di rifiuti urbani Savno, attiva su 44 comuni della provincia di Treviso. Un vero e proprio ciclo virtuoso legato ai rifiuti organici: il biometano ottenuto dalla produzione di organico del Bacino potrà coprire oltre l’80% dei km percorsi per la raccolta dell’organico stesso, ovvero circa 1,1 mln di km all’anno, con un risparmio in termini di semplice acquisto di carburante di oltre 300.000 euro. Savno potrà inoltre risparmiare circa 10 t. di CO2 all’anno per ogni mezzo rispetto ad un veicolo con trazione a gasolio. A segnare la svolta è stata l’approvazione del decreto per la promozione dell’uso del biometano nel settore dei trasporti e le agevolazioni per le imprese a forte consumo di gas naturale che, insieme all’approvazione del nuovo pacchetto di direttive europee sull’economia circolare, permette di valorizzare a pieno il rifiuto organico in Italia e di accelerare il percorso verso modelli di consumo più sostenibili.

Finalmente siamo su Marte! Rosario Maisto “InSight” ovvero il rover della NASA, ha toccato la superficie marziana dopo aver frenato da quasi 20.000 ad appena 8 km/h. Era partito lo scorso 5 maggio e al termine di un viaggio di 205 giorni attraverso lo spazio, finalmente si è posato senza difficoltà sulla superficie di Marte. Il contatto con il Pianeta Rosso è avvenuto in una parte del paesaggio marziano illuminata dal Sole posta all'interno delle pianure equatoriali di Elysium Planiti. Il team di scienziati e ingegneri, raccolti insieme presso il Jet Propulsion Laboratory in California, ha avuto la conferma che il mezzo era sopravvissuto alla complessa e insidiosa discesa sulla superficie di Marte dopo aver ricevuto una serie di dati che indicavano il successo dell'operazione ed un’immagine inviata dallo stesso InSight. Infatti, una volta entrato nell'atmosfera, lo scudo anticalore ha impedito che il rover bruciasse nella rarefatta atmosfera marziana mentre precipitava alla velocità di quasi 20.000 km/h, un minuto dopo circa, il mezzo ha aperto un paracadute che l'ha frenato fino a portarlo ad una velocità di 215 km/h, a quel punto lo scudo termico è saltato via e il radar di bordo ha iniziato a cercare un posto dove toccare il suolo, poi InSight si è liberato del paracadute, ha continuato a scendere in caduta libera, ed ha acceso i controrazzi per rallentare la velocità di discesa fino ad appena 8 km/h. Tutto questo è stata un'esperienza incredibile, ora che i pannelli solari sono sistemati, InSight si è messo a lavoro. Di fatto, nel corso di un anno marziano, svolgerà un compito abbastanza differente dalle altre missioni marziane che si sono concentrate sulle vallate scoscese del pianeta, sui suoi grandi vulcani e i segni di antiche presenze di acqua. Questa missione intende raggiungere il cuore di Marte per misurare la dimensione del nucleo del pianeta e i suoi strati interiori, per farlo conterà sugli eventi sismici, tremori che spesso sono causati dalla stessa forza tettonica che ha plasmato le sue bellissime montagne e vallate, perché uno degli obiettivi è scoprire quanto sia intensa l'attività sismica, infatti Marte si colloca a metà strada tra la Terra e la Luna per quanto riguarda l'intensità dell'attività tettonica. InSight, nel corso dei prossimi mesi disporrà i suoi strumenti, incluso un sismometro particolarmente sensibile che dovrebbe essere in grado di cogliere una grande varietà di eventi, sia quelli prodotti dalle attività dello stesso pianeta, sia quelli prodotti dall'impatto dei meteoriti.


Italiani pentiti del troppo cibo buttato Mea culpa, ma anche campagne di sensibilizzazione da parte delle istituzioni e aiuto della tecnologia Alessia Esposito Un’Italia consapevole degli sprechi sulla tavola. È la fotografia che emerge dall’ultimo rapporto Waste Watcher 2018 presentato in occasione del ventennale di Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna diventato realtà di eccellenza europea nel recupero degli sprechi alimentari. Nove italiani su dieci infatti ammettono di essere rammaricati dello spreco di cibo e ne avvertono il senso di colpa, oltre che ritenerlo diseducativo per le nuove generazioni. Quattro connazionali su cinque, inoltre, giudicano irresponsabile buttare del cibo ancora buono e quattro su dieci sostengono di aver preso provvedimenti al fine di limitare gli sprechi facendo una lista della spesa adeguata (96%) o anche congelando il cibo avanzato (92%). I numeri dello spreco alimentare sono allarmanti: si tratta di di 2,89 kg/anno pro capite solo sul piano distributivo. Il 35% di questo spreco potrebbe essere recuperabile a scopo alimentazione umana. Sono i dati del progetto “Reduce” promosso dal Distal (Dipartimento Scienze e

Tecnologie Agroalimentari) dell’Università di Bologna con l’Università della Tuscia e il Ministero dell’Ambiente, nell’ambito della campagna Spreco Zero di Last Minute Market. A quanto registrato dal progetto, attraverso i cosiddetti Diari di Famiglia, lo spreco casalingo è di 36 kg annui di alimenti pro capite all’anno. I cibi più soggetti ad essere gettati nella spazzatura sono verdura e frutta fresca seguite da pane fresco, cipolle e aglio, latte e yogurt, formaggi, salse e sughi.

Nella pratica quotidiana il 63% degli intervistati dichiara di gettare il cibo una volta al mese (17%). Il 15% sostiene di gettare cibo una volta ogni due settimane, il 15% una volta a settimana e solo l’1% della popolazione ritiene di gettarlo quotidianamente o in misura di 4/5 volte a settimana. Perché si butta? Perché è scaduto (44%) o ha fatto la muffa (41%), non ha un buon odore / sapore (39%) o era stato acquistato in quantità eccessiva (36%). Quali, allora, le misure contro lo spreco da parte degli

italiani? Il 56% dei cittadini conserva il cibo cucinato in quantità eccessive, il 46% prima di buttare un alimento scaduto controlla che sia ancora buono, il 41% si assicura che il cibo a rischio di guastarsi venga mangiato prima, il 30% compila una lista della spesa per non comprare più del necessario. Gli italiani però danno anche responsabilità alla politica e alle istituzioni: queste dovrebbero promuovere, secondo il 90% del campione, iniziative di sensibilizzazione, per eviden-

ziare il danno economico legato allo spreco (88%) e il danno ambientale (88%). Anche la tecnologia è chiamata in causa per sconfiggere lo spreco alimentare. Per primi i sistemi di pianificazione della spesa (85%), i packaging intelligenti che cambiano colore e i sistemi di controllo delle temperature del frigo (84%). Commenta il fondatore Spreco Zero, Andrea Segrè: «I paradossi del cibo sono evidenti: 815 milioni di individui sulla terra soffrono la fame e 1 persona ogni 3 è malnutrita. Ma intanto una persona su 8 soffre di obesità. A breve prenderanno il via le iniziative della campagna Spreco Zero per i primi 20 anni di Last Minute Market. Tutti possiamo dare il nostro contributo all’obiettivo #famezero #sprecozero acquistando solo ciò che serve realmente, compilando liste precise che non cadono nelle sirene del marketing, scegliendo alimenti locali e di stagione basati sulla Dieta Mediterranea, consultando etichette e scadenze, utilizzando al meglio frigo, freezer e dispensa per gli alimenti senza stiparli alla rinfusa».

Green Friday: un’alternativa al venerdì degli sconti La proposta dei Verdi per innescare un circolo virtuoso e ridurre il consumismo Anche quest’anno siti e negozi sono stati presi d’assalto per il consueto Black Friday di fine novembre, il giorno dedicato agli sconti su qualunque merce, dalla tecnologia all’abbigliamento. Un’iniziativa che cavalca l’onda del consumismo e di certo non fa bene all’ambiente. Così la Federazione dei Verdi rilancia con il Green Friday. Dichiara il responsabile organizzazione dei Verdi, Francesco Alemanni: “Noi Verdi lanciamo il Green Friday, il giorno delle azioni positive, del dono e dello staccare la spina, in contrapposizione al Black Friday, che in questi ultimi anni è diventato il giorno del consumo eccessivo di risorse, contrario a tutti i principi della sostenibilità del Pianeta e della vita quoti-

diana. La contrapposizione è soprattutto tra l'essere una persona o un consumatore. Per questo sul sito Verdi.it abbiamo lanciato la campagna #GreenFriday, che sarà declinata in sei azioni". Eccoli, i sei consigli da seguire per vivere un perfetto Green Friday: 1) Esci nella natura. Al posto di sedersi al pc in attesa dello sconto perfetto, meglio respirare aria aperta, staccando il telefono e dedicandosi al meglio che la natura offre. Tutto gratis! 2) Impara l'arte. A volte trascurata, ma l’arte è protagonista del nostro Bel Paese. Dedicarsi all’arte è sempre arricchimento: che sia una giornata in un museo, una passeggiata tra le bellezze

delle città italiane o una lettura. 3) Stai coi tuoi figli. In una vita frenetica, poche cose sono più utili di staccare la spina per dedicarsi agli affetti più cari. Che siano figli, zii, nonni o nipoti l’importante è stare insieme coltivando le passioni comuni o, semplice-

mente, chiacchierando. 4) Fai una pedalata. Un modo per fare del bene alla propria mente e, contemporaneamente, apportare benefici alla salute. 5) Fai l'amore. Un consiglio banale, ma mai scontato, per dedicare del tempo al proprio compagno/a.

Piuttosto che un regalo materiale, non è meglio regalare un’esperienza insieme? 6) Aiuta il prossimo. Più che comprare, il vero arricchimento è donare. Molte cose che a noi sembrano scontate, non lo sono affatto per molte persone. Chiunque potrà regalare postando una foto dell’oggetto in questione e utilizzando l’hashtag #GreenFriday su Instagram, Twitter o Facebook. Seguendolo, chi ne ha bisogno potrà rintracciare dono e donatore. Insomma, il Green Friday è uno stimolo per opinione pubblica e politica a riflettere sui cambiamenti climatici e al tempo stesso una spinta ad innescare un circuito virtuoso per il benessere delle persone e dell’ambiente. A.E.


RICICLO PANNOLINI, LA SPERIMENTAZIONE VENETA Il progetto si è scontrato con la burocrazia evidenziando un vuoto normativo Ilaria Buonfanti Ogni bambino consuma circa 5000 pannolini nei primi tre anni di vita, contribuendo al problema dello smaltimento di quello che è, ad oggi, uno dei rifiuti urbani più inquinanti in assoluto. Solo in Italia, parliamo di circa il 2,5% dei rifiuti solidi urbani, 900.000 tonnellate che finiscono in discarica o in un termovalorizzatore, perché non rientrano nei materiali da separare attraverso una corretta raccolta differenziata. Da decenni si parla di come creare un processo di riciclo pannolini e assorbenti, con il lancio di progetti pilota in diversi Paesi del Mondo senza trovare,

però, la quadratura del cerchio. Il progetto “Riciclo” dell’azienda Fater potrebbe contribuire a risolvere, o per lo meno a ridurre, il problema dello smaltimento dei pannolini e degli assorbenti, tramite un impianto sperimentale situato in provincia di Treviso, unico in Europa. Il progetto, però, si è scontrato con la burocrazia italiana, che ha evidenziato un vuoto normativo. L’impianto, situato nella cittadina di Lovandina di Spresiano, era stato inaugurato nell’ottobre del 2017, ma una querelle tra l’azienda, la Regione Veneto e il Ministero dell’Ambiente ne ha bloccato il suo funzionamento. Le ragioni alla base di questo diverbio legale si basano su un cavillo burocratico, legato al concetto di “end of waste”, che di fatto ha impedito all’azienda Fater di avviare la sperimentazione di questo progetto di riciclo pannolini e assorbenti. Il motivo per il quale la Regione Veneto ha annullato l’autorizzazione all’impianto è, di fatto, l’assenza di una normativa che regoli il trattamento dei prodotti assorbenti. Ora, quindi, la questione è di competenza del Ministero dell’Ambiente. In effetti, il progetto sperimentale della Fater prevede il riutilizzo di parte dei materiali di cui sono composti pannolini e assorbenti, trasformandoli in “materia prima seconda”. Per non essere più considerato rifiuto, però, è necessaria una integrazione alle direttive comunitarie, con un ap-

posito decreto stilato dal Ministero dell’Ambiente, con il quale definire in modo chiaro i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto, il cosiddetto “end of waste”. Ora, quindi, si deve attendere la pronuncia della Commissione Europea. Come si legge sul sito ufficiale, il processo brevettato dall’azienda abruzzese Fater si basa su un sistema di riciclo pannolini e assorbenti che genera plastica in granuli e materia or-

ganico-cellulosica di elevata qualità e completamente sterilizzate, grazie all’utilizzo del vapore che elimina tutti i potenziali patogeni e i cattivi odori. Da 1 tonnellata di prodotti usati deriveranno 75 kg. di plastica e 225 kg. di materia organico-cellulosica. Il riciclo dei pannolini e dei prodotti assorbenti consentirebbe la produzione di arredi urbani e molteplici altri oggetti di uso quotidiano, cartoni per imballaggi industriali e fertilizzante.

È NATO ROS

MONITORARE LA FILIERA ITALIANA DEL RECUPERO DELL’OLIO ESAUSTO Ros è l’acronimo di Recycling oils system ed è il primo sistema di monitoraggio per tenere d’occhio la filiera italiana del recupero dell’olio esausto. Una mappa dettagliata e interattiva ideata da Renoils, consorzio nazionale di raccolta e recupero di oli e grassi vegetali e animali esausti, per ottimizzare la gestione della raccolta e del recupero, e, fornire alle Istituzioni di controllo una fotografia reale sempre aggiornata della filiera. Il sistema è stato realizzato da In-Time, spin-off dell’Università Tor Vergata di Roma. Ros raccoglie informazioni analitiche che provengono da 2.900 produttori di oli esausti e da 30 aziende: in

rete, 12mila tonnellate di oli avviati a recupero e 6,1mila tonnellate di oli destinati allo stoccaggio. Il monitoraggio consente di suddividere le quantità raccolte per intervallo di tempo, tipologia di rifiuto, luogo di produzione, tipo di produttore, tipologia di raccoglitore, modalità di trattamento. È possibile individuare le quantità conferite al consorzio suddivise per Regione di produzione, leggere il rapporto produzione-recupero o i flussi di origine e destinazione dell’olio usato. Grazie all’aiuto di questo strumento sarà più facile raggiungere due tra i più importanti obiettivi del consorzio: l’aumento dei volumi

della raccolta e una rendicontazione reale del settore. Solo attraverso la conoscenza del settore e dei quantitativi di oli esausti prodotti da ristoratori e famiglie è possibile adempiere in modo corretto agli obblighi di legge e operare in modo efficace nell’ambito dell’economia circolare.“L’economia circolare necessita di impianti, tecnologie, conoscenza e, oggi, grazie alle recenti direttive Ue, siamo di fronte a una grande opportunità. Quello italiano è un sistema sano, che deve avere regole certe e una governance chiara. Abbiamo bisogno di un confronto continuo sui dati, il cui detentore ufficiale è Ispra, e in questo contesto diamo il

benvenuto al consorzio Renoils, che abbiamo seguito da vicino fin dalla sua nascita” quanto affermato da Alessandro Bratti, direttore generale Ispra. Nonostante sia un prodotto naturale, se smaltito in modo scorretto l’olio esausto può generare diversi problemi dal punto di vista ambientale ed economico: può intasare condutture e depuratori, inquinare i pozzi di acqua pota-

bile rendendoli inutilizzabili: ne basta un solo litro per danneggiare un milione di litri d’acqua. Un corretto recupero, al contrario, produce valore: si stima infatti che 100 kg di olio vegetale avviati a riciclo equivalgano a 65 kg di olio lubrificante base rigenerato e 20/25 kg di biodiesel. Un modus operandi che salvaguardia l’ambiente e apre nuovi mercati. B.G.


IL PROGETTO SYDNEY GARDEN ISLAND Trasformare l’ex base navale della famosa città australiana in un distretto culturale Antonio Palumbo Presentato nel 2017 dallo studio di architettura LAVA (autore, tra l’altro, del Watercube per le Olimpiadi di Pechino del 2008), l’avveniristico progetto di “Sydney Garden Island” mira a trasformare l’ex base navale della famosa città australiana in un distretto culturale, attraverso l’implementazione di metodi di riutilizzo adattivo: il nuovo quartiere includerà un terminal per crociere con tratte internazionali, spazi residenziali, mercati galleggianti, stabilimenti balneari, aree per gli spettacoli, piscina portuale, parco high-tech, musei, gallerie e molto altro che dovrebbero attirare migliaia di turisti. Il nome, d’altro canto, rimanda al principale obiettivo di questo megaprogetto: tutte le strutture e gli impianti saranno realizzati con tecniche costruttive sostenibili, con tetti e facciate ricchi di vegetazione, circondati da numerose aree verdi. Invece di sovrapporsi alla bellezza della natura il progetto urbano di LAVA intende riportarla in primo piano, nel suo pieno rigoglio. In verità, Garden Island, l’isola giardino di Sydney, non è sempre stata una base della marina australiana. Nel 1788 questo

spazio fu affidato ai marinai della HMS Sirius (l’ammiraglia della flotta inglese), per fondare la prima colonia europea nel Nuovo Galles del Sud, semplicemente come spazio per coltivare verdure, quando il sito aveva solo 4,6 ettari di superficie (di qui il nome “Garden Island”): storicamente, si è trattato di un momento significativo, poiché è stata una delle prime volte in cui i coloni e gli indigeni sono entrati in contatto. Le pratiche di giardinaggio hanno

anche contribuito a introdurre le specie alimentari e le tecniche colturali europee in territorio australiano. Nel 1858, poi, Garden Island fu completamente utilizzata come base navale e adoperata come porto e sito per la riparazione delle navi. Durante la seconda guerra mondiale Garden Island si unì alla terraferma di Sydney attraverso la costruzione del Captain Cook Graving Dock (1942), espandendo il sito da 4,6 a 27 ettari. Secondo KWC Capital Par-

tners, società finanziaria per azioni immobiliari, il costo stimato dell’intero progetto si aggira intorno ai 15 miliardi di dollari (i piani sono attualmente in mano al governo australiano per la revisione e nessuna indicazione è stata ancora data in merito alle decisioni che si assumeranno per l’avvio dei lavori). Il cronoprogramma comprende un processo suddiviso in 3 fasi, da sviluppare in 30 anni: la prima fase consisterà nella costruzione di un terminal crocieristico internazionale, che ospiterà l’industria in costante crescita e impedirà ai grandi operatori di spostare le proprie navi verso porti interstatali o asiatici; il secondo stadio vedrà la Marina trasferirsi a Botany Bay, con appartamenti

e alberghi che prenderanno il posto delle attuali strutture; la terza e ultima tappa riguarderà la realizzazione di una splendida nuova area-giardino, per connettere l’isola al porto e alla città circostante. Infine, il progetto di Sydney Garden Island prevede addirittura il recupero di un piano urbanistico del primo architetto governativo australiano, Francis Greenway, il quale, nel 1825, propose lo sviluppo di uno schema a struttura piramidale su Garden Island, immaginando che: «(…) tutta la parte anteriore dell’isola giardino verso il porto può essere costruita in modo da formare parte della base della piramide con gradini che conducono ad essa da varie direzioni».


Il nostro Pianeta sta morendo? Solo due generazioni per salvarlo dagli effetti devastanti dei cambiamenti climatici Anna Paparo "Due generazioni, ovvero venti anni, per salvare il Pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell'uomo e dei territori". Così recita l’allarme rosso lanciato dal presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Walter Ricciardi: "È questo il tempo che ci rimane per mettere in atto misure concrete. Fra vent’anni potrebbe già essere troppo tardi. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l'anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito". Alla Conferenza internazionale sul clima Cop24, il Presidente Ricciardi ha continuato spiegando che si corre il serio rischio che le prossime generazioni non potranno più stare all'aria aperta per gran parte dell'anno a causa dell'aumento delle temperature: il pericolo concreto è che le ondate di calore, che nel 2003 hanno fatto settanta mila morti, possano passare da periodi limitati dell'anno a oltre duecento giorni l'anno in al-

cune parti del mondo. Ha lanciato un monito forte e chiaro: "i danni sulla salute dai cambiamenti climatici sono visibili all'istante ma sono devastanti; si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento". Già attualmente l'Organizzazione mondiale della sanità parla di vari milioni di morti legate ai cambiamenti climatici ed in Italia ben il dodici per cento dei ricoveri pediatrici in ospedale sono connessi all'inquinamento. Quindi, sul nesso tra cambiamenti climatici e salute si è fatto in queste settimane il punto della situazione a Roma all'Istituto superiore di sanità, dove si sono riuniti i massimi esperti internazionali in materia in occasione del primo simposio scientifico dedicato appunto a 'Salute e cambiamento del clima'. L'obiettivo, ha concluso Ricciardi, è quello di "fornire ai politici e istituzioni dati certi e scientifici relativi all'impatto sulla salute, perché prendano delle decisioni rapide, dopo che anche all'ultimo G20 non si è arrivati ad un documento finale netto. Le speranze sono

ora nella Cop24". Nonostante tutti i buoni propositi, le stime non hanno rilevato dati confortanti, in quanto sono già nove milioni l'anno nel mondo i morti causati dall'inquinamento, e potrebbero raddoppiare entro il 2050. Lo ha affermato durante una sessione del simposio su 'Cambiamenti climatici e salute' Philip

Landrigan, esperto del Boston College, che ha sottolineato come il novantadue per cento di questi sia nei paesi più poveri e che molti siano bambini. "In realtà la stima è per difetto - ha spiegato l'esperto – perché nove milioni sono i morti dovuti a cause di cui è ben noto il legame con l'inquinamento. C'è però un'area non ancora stu-

diata adeguatamente, per cui il conto potrebbe aumentare. Ad esempio sono oltre 89mila le sostanze chimiche a cui siamo esposti, e solo per la metà ci sono analisi della tossicità per la salute. Inquinamento e cambiamenti climatici inoltre sono strettamente connessi, se si riesce a limitare il primo diminuiscono anche i secondi".

L’alimentazione che rafforza il sistema immunitario Fabiana Clemente Il nostro sistema immunitario è particolarmente coinvolto e attivo contro agenti patogeni, durante il periodo invernale. E dunque, ciò che possiamo fare è fortificare le nostre difese, in modo da non dover dipendere dalle industrie farmaceutiche anche per un banale raffreddore. Alcune buone abitudini alimentari potrebbero fare al caso nostro. conosciamo quali alimenti sono maggiormente meritori. Alla top ten, troviamo l’aglio. Un alimento in grado di rafforzare le difese immunitarie che, grazie all’elevata presenza di allicina e di solfuro, stimola la moltiplicazione delle cellule che si occupano di combattere le infezioni. Ha il merito, inoltre, di aiutare l'organismo ad espellere tossine e cellule cancerogene, oltre che di proteggere il cuore prevenendo la formazione di placche nelle arterie. La Har-

vard Medical School inserisce il ginseng tra i rimedi per rafforzare il sistema immunitario, in presenza di un abbassamento delle difese da parte dell'organismo. Come non citare le fonti di vitamine A, C, E. In altre parole, gli agrumi. Da consumare in modo più assiduo durante la stagione invernale. Il loro contenuto di vitamina C aiuta il sistema immunitario a proteggerci dalle malattie oltre a rafforzare l'organismo, favorendo l'assorbimento del ferro contenuto negli alimenti vegetali. Consumare frutta e verdura di diverso tipo ed in modo vario permette all'organismo di assicurarsi tutte le vitamine necessarie per il buon funzionamento del sistema immunitario, con particolare riferimento a vitamina A e vitamina E. Le carote, e tutti gli alimenti vegetali ricchi di betacarotene - di colore arancione o rosso - contribuiscono a rafforzare le nostre difese immunita-

rie e a contrastare le infezioni, supporta l'azione dei linfociti T e contribuisce all'eliminazione dei radicali liberi, favorendo i processi di depurazione dell'organismo e contribuendo a contrastarne l'invec- chiamento. Stimola inoltre le cellule macrofaghe a produrre sostanze in grado di distruggere le cellule cancerogene. Buone notizie anche per gli amanti dei funghi. Essi contengono betaglucani che migliorano l'attività del sistema immunitario contro le infezioni e contro il cancro, oltre a ridurre le allergie legate ad un cattivo funzionamento del sistema immunitario. I betaglucani sono, inoltre, contenuti nella crusca di avena e nell'avena integrale. Questi sono solo alcuni degli alimenti consigliati. Se a questi, abbiniamo la riduzione di zucchero bianco, l’eliminazione delle sigarette, sicuramente otterremo un notevole incremento dei benefici alimentari.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Vincenzo Migliaro, il classico artista solitario Fu tra quelli che seppero glorificare, nelle sue mezze figure, la bellezza delle popolane napoletane Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Vincenzo Migliaro nacque a Napoli l’ 8 ottobre del 1858 (morì sempre a Napoli il 16 marzo del 1938) ed è stato un pittore, incisore e scultore affermato in Italia e all’estero. Ancora sospeso tra attività legate all’artigianato e attività legate all’arte, apprese l’arte dell’intaglio ai corsi della Società Centrale Operaia Napoletana e frequentò lo studio di Stanislao Lista; nel 1875 si iscrisse all'Istituto di Belle Arti di Napoli e lì si formò con un maestro di eccellenza: Domenico Morelli. Nel 1877 fu a Parigi ed ebbe la possibilità di studiare le opere in esposizione al Museo del Louvre, frequentando Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini e Vincenzo

Gemito. Nonostante diverse esperienze, nel corso degli anni si affermarono la sua linea e il suo gusto: la vita popolare napoletana come fonte principale di ispirazione. Partecipò alle

esposizioni nazionali e internazionali di Torino, Barcellona (1911, medaglia d’argento) affermandosi come esperto “analista” della vivace realtà dell’ex capitale del Regno delle Due

Sicilie. Partecipò anche alle Biennali di Venezia (1901 e 1928) e nel 1927 espose le sue opere nella Galleria Pesaro a Milano insieme ad altri artisti napoletani. Fu in quegli anni tra i decoratori del famoso Caffè Gambrinus alla fine della centralissima via Toledo e punto di riferimento di artisti, politici e letterati del tempo. Diverse opere sono conservate presso il Museo di San Martino e quelle di Capodimonte oltre che nella Galleria dell'Accademia di Belle Arti di Napoli (Testa di giovane donna, olio su tela, 1877, Studio di due figure coricate, carboncino, 1878 insieme a vari bozzetti). Pittore che oggi definiremmo “etnico”, rimase fedele fino alla fine dei suoi giorni ad una ricerca pittorica di raro rigore intellettuale che individuava nella storia della città la chiave per decifrare umori e inclinazioni della sua gente e dell’umanità in genere (("Ho lavorato sempre. Sono povero", amava dire di sé). Di carattere scontroso e solitario (del tutto all’opposto il suo stile pittorico), diventarono famose

le sue “mezze figure” (sempre personalissime e originali), la bellezza calda e appassionata delle figure femminili e popolari. Mentre nelle opere giovanili la pittura di Migliaro si caratterizzò per il suo accurato studio della grande pittura del passato (in particolare della scuola napoletana del Seicento), nella maturità le sue opere furono caratterizzate da un forte realismo, unito alla forza del colore e alla consistenza plastica. Molti dei suoi ritratti traducono in pittura le immagini poetiche di Salvatore Di Giacomo (poeta e autore tra le canzoni pi celebri del tempo): donne aggressive e belle, donne giovani e timide, i suoi ritratti sono sempre marchiati dalla profonda umanità e da un senso di partecipazione dell’artista. Tra le opere più caratteristiche “L’attesa” (vicoletti, bassi popolari e stretti, sole, miseria, colori e grande vivacità). Nell’opera e in questi tratti la sintesi più efficace di un pittore che seppe sintetizzare e rappresentare Napoli come pochi altri. Segue a pag.15


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Migliaro morì a Napoli il 16 marzo 1938. Pochi giorni dopo, per l’interessamento di Schettini e di Dell’Erba, fu allestita una sala con sue opere alla Mostra di tre secoli della pittura napoletana, dalla quale in un primo momento era stato escluso: la rassegna si aprì il 3 aprile con un discorso commemorativo sul Migliaro. Migliaro frequento i più grandi della cultura Napoletana, della politica e della nobiltà napoletana: Eduardo Scarfoglio, Libero Bovio, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo

Principali opere Testa di giovane donna, olio su tela Studio di due figure coricate, carboncino La decorazione delle sale del Caffè Gambrinus ‘A piazza francese Il ritratto di Carmen Taverna a Posillipo Strada di Napoli Napoli e la Giovane donna sugli scogli Porta e affreschi nel Palazzo Donn’Anna a Napoli Vico Grotta e vico Forno a S. Lucia Testina e un’Ave Maria, uno dei pochi temi sacri insieme con La preghiera Testa di Cristo Cristo davantia Erode S. Bagio dei Librai Trattoria all’aperto Paesaggio di Capri con donna e bambino Popolana Il ritratto di Fulvia Donna in nero Ritratti di Adalgisa La toletta della prostituta Donna che cuce Luciana Donna esotica La giapponese L’odalisca


Torna il Festival delle scale di Napoli Scorci incantevoli che permettono di guardare la città da una prospettiva nuova ed inaspettata Rosa Funaro Forse non tutti sanno che…scendendo dalla collina verso il mare, Napoli è attraversata da circa duecento scale panoramiche che offrono allo sguardo dei visitatori degli scorci incantevoli ed inusuali che permettono di guardare la città da una prospettiva nuova ed inaspettata. A far conoscere questi suggestivi percorsi c’è il coordinamento “Recupero scale di Napoli” – il cui promotore è Carmine Maturo e che si avvale della collaborazione di diversi enti e associazioni attivi sul territorio. Tra le iniziative promosse c’è da qualche anno anche la rassegna “Tu scendi dalle scale” – che per l’edizione 2018 si trasforma in “Festival delle scale di Napoli” corredandosi di un programma parallelo tutto musicale che andrà avanti fino a fine mese dividendosi in “Scale musicali” e “Scale reali”. Ma veniamo agli appuntamenti: per la sezione “passeggiate, trekking, percorsi” delle scale reali: sabato 15 avrà luogo “Le scale raccontano Napoli: dalla collina al mare”, che si svilupperà dal Petraio a piazza Plebiscito, tra panorami e dettagli storico-artistici (a cura di Gabriella Guida per la "Associazione napoletana beni culturali"; appuntamento a piazza Fuga davanti alla funicolare centrale; per informazioni e prenotazioni, il 335/8236123). Domenica 16 è invece fissato un doppio ap-

puntamento: alle 10.15 ci si vede alla Porta piccola di Capodimonte per una passeggiata musicale che si incentrerà sulla scala Niccolini al tondo di Capodimonte (passeggiata curata da Maria Settembre per “Cittadinanzattiva Campania”, per la parte musicale il gruppo “Popolo Vascio”; informazioni e prenotazioni al 329/4310601); mentre alle 11 Carmine Maturo per “Gente Green” accompagnerà i partecipanti lungo la collina gentile, con “Scale di Santa Maria degli Angeli alle Croci e

Paradisiello” (ci si vede a via Foria, angolo via Michele Tenore, e ci si prenota al 349/4597997). Ancora tanti sono gli itinerari, che si svolgeranno nei successivi fine settimana, con l’aggiunta della data del 26 dicembre – quando si andrà alla Pedamentina: appuntamento alle 11 a piazzale San Martino, per poi scendere sino alla scala di Montesanto. La passeggiata, intitolata “Come l’acqua che scorre: prosa fluida in Pedamentina”, è curata da “Lo sguardo che trasforma”

in collaborazione con il “Wwf Napoli” (ci si informa e prenota al 391/4143578), e vede l’esibizione di Roberta Misticone, Guido Liotti e Giovanna Panza (voci), con Edo Puccini (chitarra); coreografie di Gabriella Siciliano, Serena Scorzoni e Marta Michetti; regia di Guido Liotti. Gli altri percorsi: il 22 alle 10.15, “La strada verso la Reggia. Dal ponte della Sanità allo scalone Niccolini” (Laura Piccolo e Nina Cuomo per “Locus Iste”, telefono 347/2374210); il 23 alle 10, “Sguardi sulla città: dalle scale del Vomero, paesaggi antichi e moderni” (Maria Teresa Dandolo, Anita Pavone e Tiziana Tirrito per “Legambiente Parco letterario Vesuvio”, chiamare il 338/8408138): si scende per la Pedamentina, mentre alle 12.45 si replica scendendo per il Petraio. Il 29 alle 10.30, “Verso il paradiso. Passeggiata alle falde della collina di Capodimonte” (a cura di Gabriella Guida per “Associazione napoletana beni culturali", telefono 335/8236123); ultimo giorno, doppio appuntamento – il 30 ci si vede alle 10 per due diversi itinerari: “L’Imbrecciata di Pontecorvo. Una nobile scala verso la Porta Reale” (guidata da Pamela Palomba per “Locus Iste”, chiamare il 347/2374210); e “Trekking a Capodimonte. Le scale raccontano” (guida Maria Settembre per l’associazione “Pro Loco Capodimonte e Terza Municipalità”, chiamare il 329/4310601).

Oltre duecento opere di Escher in mostra al Pan L’artista olandese e il suo legame con il paesaggio italiano Le sue opere sono ammirate da scienziati, logici, matematici e fisici e, nel tempo, hanno ispirato il mondo contemporaneo del cinema, dei fumetti, della moda, della discografia, tanto da far parlare di “Eschermania”. Un connubio tra arte e scienza, tra disegno e spazio, geometrie labirintiche o simmetriche, metamorfosi, effetti ottici e illusionistici, l’infinito attraverso il dettaglio: queste le caratteristiche che si fanno notare nelle opere più conosciute di Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese, nato a fine ottocento. In realtà i primi lavori dell’artista, in sintonia con l’Art Nouveau, rappresentano forme decorative dettate da soggetti naturali, principalmente fiori e insetti, tratti ispirati alla flora e alla fauna italiana. Il piccolo “mauk” (così lo chiamavano i genitori) viaggia per la prima volta in Italia con la famiglia. Nel 1923 a Siena viene allestita la sua prima mostra personale e nello stesso anno si stabilisce a Roma. Il legame con il Belpaese si intensifica negli anni, tanto da influenzare e ispirare le sue opere: più precisamente nel pe-

riodo dal 1927 al 1935 Escher si dedica ai viaggi annuali di primavera da Roma fino in Sicilia, nelle zone più selvatiche, in compagnia o anche da solo. Ed è proprio durante uno di questi viaggi esplorativi che scaturisce nel 1930 il capolavoro del periodo paesaggista, l’opera che, a detta della critica, ha segnato la svolta verso il successo e il riconoscimento internazionale: “Ca-

strovalva”. Questa litografia, che si può osservare tra le opere esposte al Palazzo delle Arti di Napoli fino al 22 aprile 2019, ritrae la frazione di Anversa degli Abruzzi, piccolo borgo a circa ottocento metri sul livello del mare, che tuttora mantiene intatta la propria identità naturale e aspra. L’ultimo tornante prima dell’ingresso al paese, il Girone Escher, consente di osservare Castrovalva dalla stessa prospettiva ritratta nella litografia. Profondo il legame di Escher anche con la Campania, dove conosce, tra l’altro, la donna che diventerà sua moglie.

Una delle otto sezioni della citata mostra è dedicata al rapporto del grafico con questa regione: anche qui figurano rappresentazioni legate al paesaggio, pur’esse risalenti al primo periodo: una chicca su cui vale la pena soffermarsi è l’opera 3×3cm denominata “Ex libris” che rappresenta il Vesuvio fumante in un gioco tra il bianco e il nero. Varie le opere naturalistiche presenti che raffigurano la costiera amalfitana, Atrani e Ravello, in particolare, dove pure ha soggiornato il grafico olandese. A lui sono dedicati percorsi turistici guidati che si soffermano sui tratti di costa e sui luoghi amalfitani da cui trasse ispirazione per le sue opere, una fra tutte la celebre “Metamorfosi I”, che guarda già alle nuove frontiere immaginative e alle esperienze illusionistiche proprie del periodo successivo a quello paesaggista, seppur questo già caratterizzato da sottintese logiche e forme matematico-geometriche che si prestano ad un gioco di scomposizione e ricomposizione modulare dei paesaggi realistici disegnati dal genio enigmatico Escher. F.DEC.


a cura di Rosemary Fanelli

Il presepe napoletano tra storia e leggende Sacro e profano, fede e superstizione si contrappongono con veemenza “Tommasi’ te piace ‘o presepe?” Il celebre tormentone di “Natale in casa Cupiello” ci ricorda imperterrito che a Napoli, angeli, zampognari e pastori siano una cosa seria, anzi serissima. Da non napoletana non riuscivo a comprendere tutto questo interesse per delle statuine, per Benino, per le pecore e le zampogne. Dopo aver fatto tappa a San Gregorio Armeno, fulcro dell’arte presepiale partenopea e patrimonio dell’umanità, ho appreso come nelle case dei napoletani, fare il presepe vada ben oltre la tradizione cristiana, perché dietro ciascuno dei personaggi e degli ambienti che vi compaiono, si nascondono leggende e storie in cui intrecciano sacro e profano. In origine, la strada dei presepi era intitolata a San Liguoro, ma fu ribattezzata in onore della vicina chiesa dedicata a San Gregorio l'Illuminatore, patriarca d'Armenia. In questa strada, dove ci attorniano pastori in terracotta e profumo di caldarroste, anticamente esisteva un tempio pagano dedicato a Demetra, la dea madre della terra e della fertilità. La tradizione narra che in onore della dea, già in epoca greca, nelle botteghe limitrofe si forgiassero statuine di terracotta.

E sembra che proprio questi “ex voto” forgiati per Demetra, si siano lentamente trasformati in pastori, già dal Seicento. E’ stato poi sotto Carlo III che il presepe è diventato una vera e propria “pagina di Vangelo in dialetto napoletano”. Rispetto agli altri tipi di presepe, in quelli napoletani, i pastori e gli stessi componenti della Sacra Famiglia sono abbigliati secondo la tradizione del XVII e del XVIII secolo. La Madonna, San Giuseppe ed il Bambinello vanno posizionati allo scoccare della mezzanotte del 24 dicembre, mentre i Re Magi si avvicinano giorno dopo giorno alla capanna. Immancabile, è Benino, da posizionare in un angolino, nella parte più alta del

A Napoli la terza edizione del “Giocattolo Sospeso” È stata presentata nei giorni scorsi a Palazzo San Giacomo, la terza edizione del “Giocattolo Sospeso”, l'iniziativa di carattere solidale promossa dal comune di Napoli e volta a donare un gioco o un libro a chi non può permetterselo. Nello spirito della tradizione tutta napoletana del “sospeso”, dall’ 8 dicembre e fino al prossimo 6 gennaio, chiunque potrà acquistare un dono da regalare alle famiglie meno abbienti presso uno degli esercenti che aderiscono all’iniziativa. Al termine della raccolta i giocattoli acquistati saranno consegnati a chi ne farà richiesta direttamente presso i negozi che aderiscono all’iniziativa o distribuiti dalle associazioni territoriali alle famiglie disagiate, per assicurare anche ai piccoli meno fortunati un dono per il Natale. Il periodo natalizio è difatti

uno dei più significativi dell’anno, caratterizzato da una forte carica religiosa, ma anche segnato da un maggior consumismo. A risentirne sono soprattutto i più piccoli, tutti accomunati dall’attesa di ricevere un dono da Babbo Natale o la Befana. Non tutte le famiglie hanno la possibilità di far fronte a queste richieste. Da qui l’iniziativa del “sospeso”. Un atto di solidarietà concreto, che consentirà ai bambini meno fortunati di vivere appieno la magia del Natale, garantendo loro il diritto al gioco, riconosciuto e tutelato dall'art. 31 della Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia. Tutti possono aderire all’iniziativa solidale, acquistando un dono presso uno dei negozi che aderiscono all’iniziativa, il cui elenco è disponibile sul sito http://www.comune.napoli.it.

presepe ed in posizione dormiente, come metafora di un'umanità pronta al risveglio con l'avvento del Redentore. La posizione delle figure sul presepe, degli ambienti che riproducono il paesaggio e degli

oggetti che ne fanno parte, non è casuale, ma è correlata ad una simbologia specifica: “ogni cosa ha il suo posto”, come dice Eduardo in Casa Cupiello. Nel presepio sono presenti, anche nella sceneggiatura, nu-

merosi simboli, come il pozzo, ingresso degli inferi; l’ acqua, che rappresenta la vita purificata; il ponte, che agevola il trapasso dal mondo dei vivi a quello dei defunti. L’oste, simbolo della tentazione è contrapposto al pastore, che conduce le pecore, le anime dei morti. La morte è rappresentata dalla farina, dal mulino e dall’uomo sulla scala che raccoglie i fichi. Nel presepe compaiono spesso anche i questuanti, che secondo un’antica credenza napoletana, simboleggiano il vagare delle anime dei defunti, che girovagano sulla terra dal 2 novembre al 6 gennaio. Per questa stessa ragione, in alcuni presepi, il 17 gennaio si toglievano dalla grotta i personaggi della Natività e vi si mettevano le figurine rappresentanti le anime purganti. Sacro e profano, fede e superstizione si contrappongono con veemenza nel presepe, pezzo di storia della nostra maliziosa città. Il presepe è la rappresentazione di un mondo sommerso con il quale, tra storia e leggende, fede e superstizione, i napoletani si conciliano per esorcizzare la paura della morte e per accogliere le anime purganti. Un pezzo di tradizione e di folclore.

TRADIZIONE O INNOVAZIONE? LA SCELTA GOLOSA Mancano ormai pochi giorni al Natale e gli italiani sono di nuovo divisi tra fautori della tradizione milanese e sostenitori di quella veronese. Nel periodo più coccoloso e più calorico dell’anno, a farla da padroni, sulla tavola degli italiani, sono ancora una volta il panettone ed il pandoro. Diversi per forma, impasto e crosta ( presente nel panettone e non nel pandoro), sono entrambi dolci lievitati in modo naturale, difficilissimi da preparare. La laboriosa lavorazione prevede infatti più impasti, temperature controllate ed aree spaziose per il raffreddamento successivo alla cottura. In commercio ce ne sono svariate tipologie, in grado di accontentare anche i gusti più esigenti. Gli ingredienti sono definiti per legge, così come la percentuale di burro, uova, mentre canditi ed uvette possono variare entro certi limiti. Oggi il livello qualitativo rag-

giunto dalle industrie può competere con la produzione artigianale. Il tipo di lavorazione e l’obbligo di utilizzare ingredienti di qualità, come previsto dal Decreto del 22 luglio 2015, permettono alle grandi marche di realizzare economie di scala, pur mantenendo un buon livello qualitativo. Eppure i prodotti industriali si distinguono in diverse categorie proprio in relazione al prezzo, che spazia dai 3,50 ai 13 €/kg. Sia a livello artigianale che industriale, ogni pasticcere custodisce gelosamente il lievito madre caratterizzato da microrganismi selezionati, in grado di conferire al dolce un profilo organolettico tipico ed esclusivo. Un elemento che incide fortemente sui costi, nel caso del panettone, è la scelta della frutta candita, la cui provenienza può essere italiana, spagnola o sudamericana. Per le arance si può scegliere tra scorza o scorzone (più

pregiato). Quella conservata al freddo, nel congelatore, è migliore, anche se salgono i costi. La qualità dell’uvetta è invece abbastanza standardizzata e proviene quasi esclusivamente dalla Turchia, ma ne esistono di diverse qualità e dimensioni. Nel caso del pandoro ciò che incide maggiormente è la presenza e la quantità del burro, che può essere sostituito con grassi di minor pregio o con uova fresche, che possono essere sostituite con polveri. Un altro elemento di rilievo riguarda gli aromi naturali, come la vaniglia e l’olio essenziale di arancia, entrambi più costosi. È alquanto difficile pensare che un processo produttivo così lungo e l’impiego di ingredienti di pregio, possano essere remunerati con un basso prezzo di vendita al pubblico. Ma a noi golosi queste considerazioni interessano ben poco.


L’errato ricorso al whistleblowing per motivi personali Il diniego di accesso agli atti come conseguenza del distorto utilizzo dell’istituto Felicia De Capua Il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) in occasione dell’annuale relazione al Parlamento ha lamentato l’irrefrenabile uso distorto del whistleblowing in relazione a materie che non rientrano nell’ambito di applicazione di tale istituto. Non è un caso che i giudici amministrativi sono chiamati sempre più spesso a decidere sulla materia. Un’interessante sentenza del Tar Campania ha statuito che l’istituto in questione non è utilizzabile per ragioni di carattere personale o per contestazioni o rivendicazioni inerenti al rapporto di lavoro nei confronti di superiori (Tar Campania – Napoli, sez. VI, 8 giugno 2018, n. 3880). L’amministrazione chiamata in causa aveva sottratto all’accesso un esposto presentato nei confronti di una dirigente da una dipendente, che sosteneva di avere subito degli atti persecutori, anche al fine di tutelare l’identità dei soggetti sentiti in sede ispettiva. Ciò in presunta applicazione dell’articolo 54-bis d.lg. 30 marzo 2001, n. 165 che tutela il dipendente pubblico che segnala illeciti, garantendo l’anonimato del denunciante e

la sottrazione all’accesso della segnalazione dell’illecito. I giudici campani sono intervenuti, dunque, nell’ambito di un processo per l’accesso ai documenti amministrativi, affermando che il caso in specie non può ricondursi alla disciplina del whistleblowing e, dunque, nemmeno al citato articolo 54-bis. La disposizione in questione, infatti, si riferisce ad una fattispecie diversa che è quella del dipendente pubblico che, essendo venuto a conoscenza, per ragioni di ufficio, della

commissione di illeciti da parte di altri dipendenti, pur essendo esposto al rischio di possibili ritorsioni, segnala tali illeciti “nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione” denunciandoli al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza ovvero ANAC o all’autorità giudiziaria ordinaria o a quella contabile. Nel caso dell’esposto in esame, la segnalante ha agito a tutela dei diritti scaturenti dal proprio rapporto di lavoro asseritamente lesi dalla ricorrente,

per cui l’esposto in questione si inserisce in una “ordinaria” controversia di lavoro. Se ogni denuncia di violazione dei diritti di lavoratori scaturita da situazioni di conflitto con i superiori fosse ascritta alla fattispecie del whistleblowing (che nasce, storicamente, da esigenze di contrasto di fenomeni corruttivi) e di conseguenza i relativi atti fossero sottratti ad accesso ne deriverebbe, asseriscono i giudici, “una irragionevole compressione del diritto di accesso ai documenti che costituisce “principio generale

dell’attività amministrativa”. Siffatti conflitti sono regolati, invece, da altre normative. Del resto anche le circolari in materia hanno chiarito che “le segnalazioni non possono riguardare lamentele di carattere personale del segnalante o richieste che attengono alla disciplina del rapporto di lavoro o ai rapporti con superiori gerarchici o colleghi, disciplinate da altre procedure” (cfr. ad es. la Circ. 28 luglio 2015, n. 64 dell’I.N.A.I.L. o la Circ. 26 marzo 2018 n. 54 dell’I.N.P.S.).

Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI Va escluso, al di fuori dell'ipotesi contemplata dal legislatore, che la predisposizione di aree attrezzate per il conferimento di rifiuti astrattamente riconducibili ad un generico concetto di ecopiazzola o isola ecologica possa ritenersi sottratta alla disciplina generale sui rifiuti, poiché l'intervento del legislatore ha ormai definitivamente delimitato tale nozione prevedendo, peraltro, un regime autorizzatorio e gestionale che consente il conferimento ai centri di raccolta di un'ampia gamma di rifiuti in maniera controllata. Si è quindi stabilito che, in tutti i casi in cui non vi sia corrispondenza con quanto indicato dal legislatore, deve procedersi ad una valutazione dell'attività posta in essere secondo i principi generali in materia di ri-

pericolosi (quali batterie, frigoriferi, bombole di gas, motoveicoli fuori uso) e non pericolosi (quali plastica, metallo, cartone, materassi, cucine, pneumatici fuori uso). Corte di Cassazione Penale, Sez. 3, Sentenza n.51576 del 15/11/2018.

fiuti. Nella specie, è stato configurato il reato di cui all'articolo 256, comma 1, lett. a) e b) d.lgs. 152/2006, perché, quale sindaco del comune di Roncola, gestendo un centro di raccolta rifiuti differenziati in modo difforme da quanto prescritto dal d. m. 8 aprile 2008 (modificato dal Decreto Ministeriale 13 maggio 2009) ometteva di predisporre una pavimentazione di calcestruzzo per l'im-

permeabilizzazione del fondo, una copertura per i rifiuti pericolosi, contenitori in tenuta stagna, cartelli ed etichette per distinguere le diverse tipologie di rifiuti, sistemi per garantire la separazione dei rifiuti fino al conferimento all'impianto di smaltimento, nonché sistemi antincendio, effettuando, di fatto, in mancanza della prescritta autorizzazione, lo stoccaggio di rifiuti speciali

INQUINAMENTO ATMOSFERICO In tema di inquinamento atmosferico, l'autorizzazione è rilasciata con riferimento allo stabilimento. I singoli impianti e le singole attività presenti nello stabilimento non sono oggetto di distinte autorizzazioni." Dal dettato normativo, ex art. 269 d.lgs. n. 152 del 2006, si evince che l'autorizzazione sia rilasciata "con riferimento allo stabilimento" e non già al singolo macchinario. Come poi emerge dall'incipt, la

norma fa salvo quanto stabilito, tra l'altro, dall'art. 272, comma 1, che così recita: "Non sono sottoposti ad autorizzazione di cui al presente titolo gli stabilimenti in cui sono presenti esclusivamente impianti e attività elencati nella parte I dell'Allegato IV alla parte quinta del presente decreto. L'elenco si riferisce a impianti e ad attività le cui emissioni sono scarsamente rilevanti agli effetti dell'inquinamento atmosferico." Nella parte I dell'Allegato IV - impianti e attività in deroga della Parte Quinta, che individua gli "impianti ed attività di cui all'articolo 272, comma 1", alla lett. q) sono indicati i "macchinari a ciclo chiuso di concerie e pelliccerie". Corte di Cassazione Penale, Sez.3, Sentenza n.51033 del 09/11/2018 (Ud. A.T. 07/11/2018).


a cura di Martina Tafuro

LE DONNE GRANDI CHE LOTTANO PER LA GIUSTIZIA CLIMATICA Amazzoni ambientali che presidiano la Terra al tempo di internet Mary Robinson le persone al centro delle politiche Giurista e politica irlandese, nonchè prima donna ad essere stata eletta Presidente della Repubblica d’Irlanda (1990-1997), ha dedicato gran parte della sua vita e della sua carriera alla difesa dei diritti umani e dell’equità di genere mettendo al centro delle politiche il contrasto agli impatti del cambiamento climatico. Nel 2002 fonda l’organizzazione Realizing Rights, con la quale si avvicina alla questione del cambiamento climatico evidenziandone le conseguenze negative già in atto e che stavano subendo innanzitutto le popolazioni e in particolare le donne dei paesi meno sviluppati. Nel 2010, da vita alla Mary Robinson Foundation - Climate Justice, con lo scopo di diventare un punto di riferimento per l’educazione e l’advocacy nel campo della giustizia climatica, poichè il rispetto dei diritti umani e dell’equità di genere sono elementi indispensabili per affrontare gli impatti del cambiamento climatico. La Fondazione, at-

traverso azioni di networking e leadership, opera per far sì che donne leader di alto livello lavorino in sinergia con donne leader della società civile. Secondo Mary Robinson, la giustizia climatica è un tema morale per due motivi principali. Innanzitutto, perché ci costringe a capire quali siano i problemi e le sfide delle popolazioni più vulnerabili, portando così avanti un’azione climatica rapida e ambiziosa. Infine, perché ci informa su come dovremmo combattere contro il cambiamento climatico, cioè agendo in solidarietà.

Hindou Oumarou Ibrahim spendere la vita per il proprio popolo Ha dedicato la sua vita alla salvaguardia del popolo Mbororo, comunità pastorale nomade di circa 250.000 persone che vivono nella zona del Sahel, coinvolgendo le popolazioni indigene della regione nel programma governativo per le risorse ambientali del Ciad, utilizzando la conoscenza tradizionale per far fronte alle conseguenze del cambiamento climatico. È la coordinatrice dell’Associazione delle Donne e Popolazioni Indigene del Chad (AFPAT) ed è stata scelta come rappresentante della società civile alla cerimonia d’apertura per la firma dell’Accordo di Parigi del 2015, in occasione della COP 21. Nel suo discorso ai leader mondiali presenti ha ricordato l’effetto che questo fenomeno ha sulle comunità indigene come la sua. Infatti gli Mbororo dipendono, per il loro sostentamento, dall’ecosistema del lago Ciad, bacino idrico che sta scomparendo, prospettando per i membri di questa comunità un futuro da migranti clima-

tici. Ibrahim possiede una solida formazione sui diritti delle popolazioni indigene e sulla protezione ambientale, affermandosi negli anni come una delle maggiori esperte di mitigazione e adattamento climatico. Una parte significativa di questo impegno è focalizzata sull’importanza della conoscenza tradizionale delle popolazioni indigene. Il profondo legame che queste comunità hanno con il territorio è una risorsa che non può essere esclusa dalla ricerca scientifica per la protezione ambientale. Forte di questo bagaglio di conoscenze, nel 2012, ha collaborato allo sviluppo di un progetto di mappatura tridimensionale partecipativa per la gestione delle risorse ambientali del Ciad. Partecipativa, perché il processo consultivo ha coinvolto le popolazioni indigene della regione, integrando per la prima volta la loro conoscenza tradizionale nel programma di adattamento ambientale del governo.

Il progetto ha coinvolto le donne del popolo Mbororo evidenziando il loro ruolo nella protezione delle risorse ambientali, in qualità di responsabili del rifornimento alimentare per le loro famiglie, detengono gran parte della conoscenza su come adattarsi alle situazioni di emergenza, per esempio dove trovare l’acqua durante le siccità e come conservarla. In conclusione, è indispensabile capire come le comunità locali sono organizzate, così da utilizzare la conoscenza accumulata nel corso delle generazioni per fronteggiare le conseguenze del cambiamento climatico.

Zakia Naznin migrazioni ambientali Vs. giustizia climatica

Questa coraggiosa antropologa bengalese ha posto la prospettiva di genere al centro del suo lavoro, analizzando le cause che rendono vulnerabile chi non può emigrare dalle zone rurali in cui vive. L’innalzamento delle temperature e l’aumento di fenomeni ambientali disastrosi sta costringendo sempre più persone nel mondo a emigrare per soprav-

vivere. Non tutti gli individui esposti ai rischi del cambiamento climatico possono, però, emigrare, donne, bambini e anziani sono spesso costretti a rimanere e lottare per la loro sopravvivenza. È su questi gruppi vulnerabili che si concentra il lavoro di Zakia Naznin, ricercatrice del Bangladesh. Dal suo lavoro emerge come la prospettiva di genere sia fondamentale per trovare la causa della condizione di vulnerabilità in cui si trovano determinati gruppi di individui. Le donne in Bangladesh, come nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, sono spesso responsabili della gestione delle risorse naturali per garantire la sicu-

rezza alimentare alle loro famiglie. Le norme socio-culturali che le relegano a compiti di natura domestica e di assistenza diventano barriere insormontabili davanti alla necessità di trovare nuovi mezzi di sostentamento per sopravvivere al cambiamento climatico. La situazione delle donne del Bangladesh è uno dei tanti esempi di mancata realizzazione della giustizia climatica, ovvero di conseguenze del cambiamento ambientale a carico di persone che non hanno mezzi per porvi rimedio. Nel 2014 Naznin, affiancata da un gruppo di ricercatori del Bangladesh Center for Advanced Studies (Bcas), ha iniziato a collabo-

rare con Un women a un progetto di mitigazione ambientale delle comunità rurali del Bangladesh: “Riduzione della vulnerabilità delle donne colpite dai cambiamenti climatici attraverso opzioni di sostentamento alternative”. In questo quadro le donne di cinque distretti a rischio di disastro ambientale hanno seguito dei corsi di formazione per la conservazione delle risorse, la gestione delle emergenze e la diversificazione delle loro forme di reddito. Il progetto ha fornito l’occasione a Naznin per osservare le conseguenze delle migrazioni indotte dal cambiamento climatico, Naznin ha detto: “Quando si parla di migrazioni non ci si può fo-

calizzare solo sugli uomini che emigrano, ma bisogna considerare anche le donne che vengono lasciate nelle comunità di origine. Le migrazioni hanno un impatto importante sulla loro vita in termini di lavoro, mobilità e relazioni interne alla comunità”. Nei villaggi del Bangladesh che hanno visto l’attuazione del progetto di Un women c’è stato un miglioramento della resilienza ambientale e delle condizioni di vita della popolazione. In conclusione, bisogna sostenere chi è nell’impossibilità di lasciare la propria comunità di origine in modo da trasformare un problema complesso e spesso tragico in un’opportunità di cambiamento.


a cura di Fabiana Liguori

IL NATALE IN CAMPANIA Fino al 16 dicembre 2018 Il “Mercatino di Natale al Castello dell’Ettore, Apice Vecchia (BN) Fino al 23 dicembre 2018 La “mostra di arte presepiale” In Villa dei Marchesi Cappelli a Pollena Trocchia (NA) Fino al 27 dicembre 2018 “It’s Christmas” a Lapio (AV) Un ciclo di eventi ispirati al Natale tra folklore, arte e gastronomia.

Dal 15 al 23 dicembre 2018 “Harry Potter nel castello medievale” Performance, spettacoli e giochi per i bambini Al Maschio Angioino, Napoli

Il 16 dicembre 2018 I “Mercatini di Natale” A Riardo (CE) Il 16 dicembre 2018 Il “Presepe Vivente” A Mirabella Eclano (AV)

Dal 14 al 16 dicembre 2018 I “Mercatini di Natale” a Castellabate (SA) Dal 14 al 16 dicembre 2018 Il “Presepe Vivente in napoletano” A Villa Roomer, Barra (NA) Dal 14 al 16 e dal 21 al 23 dicembre 2018 “Il Palazzo di Babbo Natale nel centro storico” a Prata Principato Ultra (AV)

Il 16 e il 23 dicembre 2018 Il “Gusto del Natale” Animazione, spettacoli, giochi e musica per i più piccoli a Scisciano (NA) Dal 16 al 23 dicembre 2018 “Divino Jazz: concerti all’ombra del Vesuvio” Spettacoli gratuiti, degustazioni di prodotti tipici e visite guidate alle aziende vinicole Nei comuni di Boscotrecase e Trecase, in provincia di Napoli

Il 15 dicembre 2018 La “Cantata dei pastori”, commedia Al Salone Viviani di Castellammare di Stabia (NA) Il 15 e 16 dicembre 2018 I “Mercatini di Natale” a San Potito Ultra (AV) Il 18 dicembre 2018 “I nuovi suoni del ‘600”, concerto Nel Museo della Cappella Sansevero, Napoli Dal 20 al 23 dicembre 2018 Il “Mercatino di Natale” a Guardia Sanframondi (BN) Il 15 e il 16 dicembre 2018 Il “Mercato Meraviglia”, il design fatto a mano A Montesanto (NA)

Dal 21 al 23 dicembre 2018 Il “Presepe Vivente” di Lauro (AV)

Il 15 e 16 dicembre 2018 Il “Mercatino di Natale” Nel Chiostro di San Francesco ad Aversa (CE)

Dal 21 al 23 dicembre 2018 “Natale in Abbazia” Al Palazzo Abbaziale di Loreto, Mercogliano (AV)

Il 15 e 16 dicembre 2018 “Natale in casa Oiermo, artisti sotto l’albero” a Castellammare di Stabia (NA) Il 15 e il 16 dicembre 2018 La “Festa della tradizione” Balli, canti e sapori locali a Roccaromana (CE)

Il 27 e il 28 dicembre 2018 Il “Presepe Vivente” a Gesualdo (AV) Dal 27 al 29 dicembre 2018 Il “Presepe Vivente” A Pietrelcina (BN)


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