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Arpa Campania Ambiente n.20/2018

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A settembre conclusi i prelievi. Il 23% del litorale è stato interessato da un divieto, spesso temporaneo

Com’è andata la stagione balneare in Campania? ISTITUZIONI

Bacco “vive” in Campania

Poche settimane fa, a Palazzo Santa Lucia di Napoli, è stata presentata la “Guida delle aziende vitivinicole e vinicole della Campania 2018-2019”. Il catalogo giunto alla sesta edizione, è stato realizzato dalla Regione Campania in collaborazione con la sezione campana dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS), ed è destinata agli operatori della filiera enologica, nazionale ed estera... Liguori a pag.6

SOS AMBIENTE

Portici e il suo sensore “annusa-smog”

Sono circa 2700 i campioni di acqua di mare che Arpac ha prelevato lungo l’intera costa campana nel corso della stagione balneare 2018: quasi 300 campionamenti in più rispetto a quelli effettuati nella stagione precedente. L’incremento è dovuto al notevole aumento di segnalazioni di situazioni anomale, causate nella maggioranza dei casi da sversamenti occasionali in mare di inquinanti di origine fecale: un fenomeno, come vedremo, dovuto soprattutto alle frequenti piogge.

AMBIENTE & TRADIZIONE

Antonio Capece Minutolo

De Maio-Lionetti-Mosca a pag. 3

ARPAC

Terra dei fuochi, confronto tra autorità ed esperti La seconda edizione del convegno sul risanamento dei siti contaminati in Campania, promosso dall’università di Salerno lo scorso 19 ottobre, è stata l’occasione per fare il punto sullo stato dei lavori nella cosiddetta “Terra dei fuochi”.

De Crescenzo-Lanza pagg.14-15

a pag.2

Dalla Solfatara il batterio mangia-pesticidi

Antonio Capece Minutolo nacque a Napoli il 5 marzo 1768 da una delle famiglie nobili più antiche del regno, legata al vasto feudo di Canosa in Puglia e appartenente al prestigioso Sedile di Capuana. La cappella di famiglia, edificata nel duomo di Napoli già nel 764, vanta uomini politici, due cardinali e un gran numero di guerrieri: secolari servitori del Regno e della Chiesa.

I paesaggi delle attività estrattive dismesse

NATUR@MENTE

L’ambientalismo si internazionalizza

Per saperne di più sul progetto Biodefensor, abbiamo incontrato la professoressa Chiara Schiraldi del Dipartimento di Medicina Sperimentale Sez. di Biotecnologie, Istologia Medica e Biologia Molecolare dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Martelli a pag.5 Paparo a pag.10

La dismissione dell’industria estrattiva, determinatasi soprattutto con la crisi degli anni Novanta, ha generato numerosi “paesaggi minerari”, comunemente definiti “feriti”, “desolati”, “derelitti”. La riqualificazione di tali siti rappresenta una delle più rilevanti e stimolanti sfide del prossimo futuro, pur oscillando continuamente tra i rischi...

AMBIENTE & CULTURA

La Chiesa di Santa Maria a Piazza

Palumbo a pag.11

La città di Aversa è nota per essere la città delle cento chiese, tra le numerose opere presenti nel suo centro storico spicca la Chiesa di S. Maria a Piazza. Stabile a pag.13

AMBIENTE & SALUTE

AMBIENTE & TENDENZE

Microplastiche nel sale da cucina

Arriva il circo del futuro

Sono stati analizzati campioni di sale provenienti da ventuno paesi

Non rassicurano i risultati di una nuova ricerca, nata dalla collaborazione tra Greenpeace e l’Università della Corea del Sud, che hanno preso in esame campioni di sale marino, di miniera e di lago... Maisto a pag.12

Abbrunzo a pag.17

Nel 1972 fu pubblicato: “The Limits to Growth”. Questo capolavoro è il frutto delle intuizioni di Aurelio Peccei (in foto). Laureatosi in economia, fu partigiano di Giustizia e Libertà, nei mesi successivi alla Liberazione fu alla testa della casa madre torinese e contribuì alla fondazione dell’Alitalia. Pur essendo uno dei manager più competenti e creativi della Fiat e pur di essere fedele alla sua vocazione manageriale e aziendale, si vide precludere l’ascesa ai massimi vertici della Fiat, ma grazie ai suoi eccellenti rapporti prima con Vittorio Valletta poi con Gianni Agnelli riuscì a ritagliarsi spazi... Tafuro a pag.19


a cura di Luigi Mosca

Terra dei fuochi, confronto tra autorità ed esperti L’UniSa ha ospitato un focus sul risanamento dei siti contaminati La seconda edizione del convegno sul risanamento dei siti contaminati in Campania, promosso dall’università di Salerno lo scorso 19 ottobre, è stata l’occasione per fare il punto sullo stato dei lavori nella cosiddetta “Terra dei fuochi”. A che punto è la mappatura dei terreni agricoli per valutare se sono idonei alla coltivazione di prodotti alimentari? E a che punto sono le azioni di risanamento in quest’area di novanta comuni compresa tra le province di Napoli e Caserta? Queste sono alcune delle domande a cui hanno provato a rispondere esperti e rappresentanti delle istituzioni presenti nell’Aula delle lauree di ingegneria dell’ateneo di Fisciano. Tra i relatori, Maria Antonietta Troncone, a capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere, nella cui giurisdizione ricadono quindici dei novanta comuni della Terra dei fuochi. Il giudice ha espresso apprezzamento per la sinergia tra istituzioni sul territorio, in particolare per il lavoro dell’Arpa Campania, di cui il magistrato ha auspicato il potenziamento. Sul piano delle bonifiche, il procuratore ha evidenziato che è spesso difficile individuare il soggetto che deve compierle: non di rado i responsabili dell’inquinamento sono aziende fallite o dismesse, o magari c’è un concorso di molte azioni inquinanti che si sono sovrapposte nel tempo in un unico luogo, per cui il più delle volte, nell’impossibilità di costringere i responsabili a porre rimedio ai guasti ambientali, sono i soggetti pubblici che devono provvedere alla bonifica. Spesso, però, i comuni non hanno le risorse per farsi carico di operazioni così complesse. Un quadro difficile, dunque, dove tuttavia avanza la conoscenza sullo stato dell’ambiente, grazie a un lavoro di squadra in cui sono impegnate istituzioni con competenze tecnico-scientifiche, tra cui Università di Napoli Federico II, Ispra, Istituto supe-

Campi elettromagnetici seminario ad Avellino Incontro tra Arpac e l’Ordine degli ingegneri

riore di sanità, Arpa Campania, Istituto zooprofilattico sperimentale Campania e Calabria. Al direttore tecnico dell’Arpa Campania, Marinella Vito, è toccato il compito di illustrare l’avanzamento delle indagini condotte sui terreni agricoli. I risultati di questo lavoro sono esposti sul sito istituzionale Arpac, in un’apposita sezione dedicata alla Terra dei fuochi. In attesa di un Regolamento sugli interventi di bonifica dei siti agricoli, il gruppo di lavoro sulla Terra dei fuochi, previsto dalla legge 6 del 2014, ha elaborato un modello scientifico ad hoc per valutare l’idoneità dei terreni all’utilizzo in agricoltura. I risultati di questo lavoro, secondo il vicepresidente della Giunta regionale della Campania, Fulvio Bonavitacola, qualificano la Terra dei fuochi come un’entità «mitica». «Per anni – ha sostenuto l’esponente dell’esecutivo regionale – si è offerta di questo territorio un’immagine peggiore di quello che è in realtà. È necessario un risanamento identitario di questa terra, prima ancora che ambientale. Non si può negare l’esistenza di siti contaminati, ma l’evi-

denza finora disponibile dimostra che ammontano a poche decine di ettari i terreni su cui è necessario vietare la coltivazione di prodotti alimentari, una percentuale davvero esigua del territorio indagato». Sono intervenuti, tra gli altri, la senatrice Maria Domenica Castellone, il procuratore di Salerno facente funzione, Luigi Alberto Cannavale, il direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale Campania e Calabria, Antonio Limone, inoltre Vincenzo Belgiorno, ordinario di ingegneria sanitaria-ambientale all’università di Salerno e coordinatore del progetto RiCeRCa dedicato appunto alla Terra dei fuochi. La senatrice Castellone ha sottolineato che di recente la Commissione Igiene e Sanità del Senato ha approvato una proposta di legge sull’istituzione del Registro tumori nazionale. Il procuratore Cannavale, in linea con l’intervento della collega di Santa Maria Capua Vetere, ha evidenziato le criticità nella normativa che rendono difficile costringere i responsabili dei reati ambientali a compiere le bonifiche.

Un «confronto tra l’organo di controllo tecnico e la comunità professionale, su un tema da diversi anni al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica». Così il commissario straordinario Arpac Stefano Sorvino ha definito il seminario sui campi elettromagnetici che si è svolto lo scorso 26 ottobre a Mercogliano, alle porte di Avellino, organizzato dall’Ordine degli ingegneri della provincia irpina. Nel corso dell’incontro, che si è tenuto in un’affollata sala convegni del Grand Hotel Irpinia, si è discusso soprattutto di tutela della popolazione dai campi elettromagnetici generati dalle stazioni per la telefonia mobile. «In questo ambito», ha ricordato il commissario dell’Arpa Campania, «sono tre i principali fronti su cui è impegnata l’Agenzia. Le aree territoriali dei dipartimenti provinciali elaborano i pareri tecnici nell’ambito dei procedimenti di autorizzazione, inoltre svolgono controlli sui singoli impianti, infine conducono campagne di monitoraggio dell’inquinamento elettromagnetico in determinate aree». In base alla legge quadro 36 del 2001 spetta agli enti locali autorizzare gli impianti, sulla scorta dei pareri tecnici rilasciati dalle Arpa. Con la realizzazione del catasto delle sorgenti, previsto dal decreto ministeriale 13 febbraio 2014, potrebbero poi essere affidati nuovi compiti alle Agenzie ambientali. «La normativa – ha sottolineato Sorvino – offre una corsia privilegiata agli impianti per la telefonia mobile, considerati opere di urbanizzazione primaria. Quindi, per i Comuni, non c’è molto margine di manovra per limitarne la localizzazione. Di conse-

guenza, soprattutto nel passato, si è creato un fitto contenzioso tra i gestori degli impianti e i residenti. Oggi la materia si è consolidata, sulla base di una legislazione ispirata al principio di precauzione, e anche il contenzioso si è snellito». La normativa attuale prevede limiti di esposizione che non devono essere superati, in modo da tutelare la popolazione da possibili effetti acuti sulla salute, inoltre valori di attenzione da non superare in ambienti dove le persone restano a lungo, e infine obiettivi di qualità per proteggere i cittadini da possibili effetti a lungo termine. Al subcommissario dell’Agenzia, Giovanni Improta, anche nella veste di dirigente dell’Unità operativa Agenti fisici del dipartimento di Napoli, è spettato il compito di illustrare ai presenti, più in dettaglio, il ruolo dell’Arpa Campania in materia. Gli altri interventi sono stati affidati al professore Nicola Pasquino, docente di Misure per la compatibilità elettromagnetica dell’università Federico II di Napoli e a Monica Summa, vicepresidente dell’associazione degli ingegneri di Napoli. Ha moderato il dibattito Francesco Monaco, segretario dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Avellino.


Com’è andata la stagione balneare in Campania? A settembre conclusi i prelievi. Il 23% del litorale è stato interessato da un divieto, spesso temporaneo Lucio De Maio Emma Lionetti Luigi Mosca Sono circa 2700 i campioni di acqua di mare che Arpac ha prelevato lungo l’intera costa campana nel corso della stagione balneare 2018: quasi 300 campionamenti in più rispetto a quelli effettuati nella stagione precedente. L’incremento è dovuto al notevole aumento di segnalazioni di situazioni anomale, causate nella maggioranza dei casi da sversamenti occasionali in mare di inquinanti di origine fecale: un fenomeno, come vedremo, dovuto soprattutto alle frequenti piogge. Sono stati 202, poco più del 7% del totale, i campioni del monitoraggio 2018 che hanno superato i valori limite normativi degli analiti determinanti la balneabilità. In totale, tra acque costantemente vietate perché di qualità “scarsa” e acque vietate per fenomeni temporanei di inquinamento, circa il 23% delle acque di balneazione campane (79 acque su 330) è stato interessato da un divieto di balneazione quest’anno. In molti casi, però, si è trattato di divieti durati pochi giorni. Prima di ogni stagione balneare, le acque vengono classificate in base ai risultati analitici delle quattro stagioni precedenti: se sono classificate di qualità “scarsa”, vengono vietate dall’inizio della stagione balneare; se sono classificate di qualità “sufficiente”, “buona” o “eccellente” sono all’inizio dichiarate balneabili, ma possono essere

Quest’anno Arpac ha prelevato 2700 campioni lungo la costa temporaneamente vietate nel corso della stagione. È quello che è successo quest’anno in molti casi, soprattutto a causa delle condizioni meteo instabili. In occasione di forti piogge, laddove la rete di raccolta delle acque pluviali non è separata da quella delle acque di scarico, in alcuni tratti di mare si è verificato che i collettori fognari sono stati sottoposti a un carico eccessivo, con l’attivazione dei tubi di “troppo pieno” che hanno scaricato a mare materiale non depurato. L’intera stagione balneare 2018 è risultata, infatti, caratterizzata da frequenti acquazzoni pomeridiani, al contrario del 2017, particolarmente siccitoso, con una percentuale di superamento dei limiti di balneabilità, di conseguenza, molto bassa. Da aprile a settembre 2018, i divieti temporanei di balneazione hanno interessato anche aree dichiarate a inizio stagione balneare di qualità “eccellente”. Molto spesso, però, con il cessare delle piogge, sono cessati anche i “superamenti”, nel senso che sono rientrati nei limite di legge i valori analitici dei prelievi supplementari, condotti negli stessi punti che avevano “sforato” e in

Molti divieti, legati alle frequenti piogge, sono durati pochi giorni una serie di punti a distanza crescente da essi. In questi casi, come prevede la normativa, i divieti sono stati revocati pochi giorni dopo essere stati adottati. Ecco spiegata l’altalena di divieti e revoche raccontata dai media. La stagione balneare 2018 dunque ha messo in evidenza alcune carenze infrastrutturali, in particolare quelle dei sistemi a

fogna mista, dove le acque pluviali non sono separate dalle acque di fogna. In questi casi, la funzionalità degli impianti di depurazione può essere compromessa: quando la portata dei reflui aumenta in maniera eccessiva, gli stessi impianti devono essere by-passati per evitare danni. Ovviamente occorre intervenire per colmare queste carenze infrastrutturali (purtroppo presenti in Campania come in non poche aree d’Italia) ma nelle more di questo processo di adeguamento le amministrazioni locali possono adottare misure appropriate di gestione per tutelare la salute dei bagnanti. Ad esempio, quando si prevedono criticità, i Comuni potrebbero adottare preventivamente un divieto temporaneo di balneazione. Così i controlli verrebbero sospesi fino al termine del fenomeno critico: si eviterebbero prelievi superflui in acque già vietate, che fra l’altro pesano negativamente sull’analisi statistica ai fini della classificazione delle acque in vista della stagione balneare successiva. Durante la stagione balneare 2018 è stato possibile recuperare alla balneazione alcune acque “scarse”, così come prevede la normativa. Si tratta di acque comprese nei comuni di Atrani, Battipaglia, Minori (in provincia di Salerno) e di Sessa Aurunca (in provincia di Caserta). Qui si sono verificate le condizioni di legge per la riammissione alla balneazione in

corso di stagione e pertanto queste acque sono state restituite all’uso balneare con la qualifica di “nuova classificazione” fino al raggiungimento del set dei dati utili per l’attribuzione della classe di qualità. Per queste acque i sindaci delle amministrazioni comunali di pertinenza hanno infatti comunicato le azioni di risanamento, in particolare gli interventi sul sistema fognario e sugli impianti di depurazione. Queste azioni hanno permesso il recupero di salubrità del mare, confermato dalle analisi condotte da Arpac con riscontri analitici favorevoli. Il quadro della balneabilità in Campania è dunque complesso e si spiega anche con una normativa particolarmente articolata. Nel corso dei monitoraggi 2018, contestualmente ai prelievi di routine (sul sito istituzionale Arpac sono indicati con la lettera R = previsti da calendario ad inizio stagione) e a quelli aggiuntivi (S = Supplementari, PS = di Studio, DEL = di delimitazione ed EME = Emergenziali) sono state effettuate anche ispezioni visive per avvistamenti di fenomeni che mostravano alterazioni dell’aspetto del mare, ad esempio colorazioni anomale, larghe chiazze di schiuma, meduse, rifiuti e altro. In casi di sospetta contaminazione delle acque, all’ispezione sono seguite indagini ad hoc ma nella grande maggioranza dei casi questi fenomeni si sono rivelati di origine naturale, legati alla fioritura di microalghe.


A Salza si impara a conoscere il territorio Il borgo irpino è uno dei luoghi ideali per comprendere le specificità delle risorse naturali campane Anna Gaudioso Bagnata dal torrente Salzola, alle pendici del monte Serrone e del monte Faggiato sorge Salza Irpina, un centro tranquillo immerso nel verde. Sensibile all’ambiente, da molti anni questo comune attua una precisa raccolta differenziata dei rifiuti. Qui del resto quasi tutti hanno un orto o un po’ di giardino con alberi da frutta, anche perché non è certo l’acqua che manca. A testimoniare l’abbondanza di acqua in questo territorio pieno di sorgenti è la presenza dei resti di una fontana-lavatoio, che attingeva acqua da un acquedotto romano e un mulino imperiale utilizzato dai salzesi. Massimo Filippo, impegnato attivamente nella sagra della castagna, ci racconta che le castagne tipiche qui sono i marroni. Questa comunità ogni anno realizza la sagra del borgo in onore della festa della “Madonna delle Grazie”. Secondo lo storico Francesco Scandone, l’etimologia di Salza è da rinvenire nel latino “salsa”, femminile di “salsus”, cioè “salato”. Il toponimo è riferito a una fonte d’acqua minerale sodicaclorurata, posizionata nei pressi del paese, da cui veniva anticamente estratto il sale. Le origini di questo piccolo centro risalgono all’epoca longobarda, come testimonia la Porta di Salza, situata nell’area nord-occidentale del paese. Molto stretto il legame storico ed economico con Avellino: il territorio salzese rientrava nei possedimenti del longobardo Raidolfo, conte di Avellino. Molte signorie si sono succedute in questo piccolo borgo irpino: nel 1379 fu signore di Salza Grillo di Salerno, succeduto da Simoncello Caracciolo, poi il feudo passò agli Strambone che ampliarono il loro confine fino a Pomigliano D’Arco. Dopo vari passaggi arivò a Berio, nominato poi marchese di Salza Irpina. Da un punto di vista architettonico, Palazzo Capozzi, XVI secolo, vanta una facciata rinascimentale con portale e due torri angolari. Settecentesco è invece il Palazzo Imperiale D’Affitto che si trova nella parte più antica del borgo. Da visitare anche Palazzo Manfra, dove nacque il

sottotenente Francesco Manfra, medaglia d’oro al valor militare. Tra le personalità di rilievo storico nate a Salza, si ricorda Michele Capozzi, primo sindaco di questo borgo, consigliere provinciale di Avellino e deputato del Regno D’Italia. Si tratta di un personaggio di spicco che seppe usare bene i suoi legami familiari e le conoscenze acquisite nella Napoli che contava. Con la sua opera, ha lasciato un segno profondo non solo nella storia e nel territorio del comune natio, ma in tutta la provincia irpina. Capozzi dotò Salza Irpina di una cassa di risparmio, di un ospedale, di una biblioteca, del telegrafo, di fontane, di strade, del cimitero. Ottenne una medaglia al valore militare per aver reso molti servigi contro il brigantaggio.

Anche nel Consiglio provinciale tutelò gli interessi di questo territorio, con la costruzione – ad esempio – della ferrovia Avellino - Santa Venere e il prolungamento ferroviario da Sanseverino ad Avellino. Raffigurò perfettamente la nuova classe dirigente del Meridione: fu un politico nuovo ma legato ad alcune pratiche, forse necessarie per governare un territorio che risentiva ancora fortemente di retaggi nobiliari, vicini alla tipica amministrazione borbonica. Il borgo irpino, lo scorso anno, per i cento anni dalla morte di Capozzi, ha voluto ricordarlo quale personaggio illustre e uomo politico proprio per il suo grande operato e nel modo in cui lo aveva soprannominato il conterraneo Francesco de Sanctis nel suo “viaggio elettorale”, cioè “Il Re

Michele”. Come ogni anno Salza, poi, rinnova l’appuntamento della sagra della castagna, un prodotto tipico che era molto a cuore proprio al “Re Michele”. L’ultima edizione si è chiusa da pochi giorni. Ogni anno, come da tradizione, il Comitato festa della chiesa Madonna delle Grazie organizza questo appuntamento, anche con l’obiettivo di trovare le risorse economiche utili a ripetere il tutto l’anno successivo. Questo evento riunisce la popolazione e riconferma le sue radici. In questi luoghi si ritrova il sapore antico di tanti prodotti, magari non più stimati dalla maggioranza della popolazione. Un’anziana signora rivolgendosi alla nipote che assaggiava la zuppa timidamente le ha raccontato che quando lei era bambina nella

stessa situazione le avrebbero detto «ti magni e ciceri ca vrocca», cioè «ti mangi i ceci con la forchetta». Una delle componenti del comitato festa, Titti Cella, ci illustra le varie specialità della sagra, la particolare zuppa di legumi tipica del posto, un’insieme di tante qualità di fagioli, funghi e castagne prima arrostite poi unite alla zuppa, piatto squisito da provare. Titti ci accompagna lungo la strada adibita a festa e via via che si snoda il percorso della sagra si incontrano i vari stand. C’è quello della pasta, con le cannaze con il sugo, tipico piatto locale. Poi arriviamo allo stand della bruschetta con l’impiccato, un tipico caciocavallo legato con una cordicella sospeso su di una brace. Man mano che scende, il formaggio ricopre la fetta di pane tostato. Segue uno stand tutto dedicato ai dolci realizzati con le castagne: crostate, ciambelle, eccetera. Anche le “castagne del prete” sono una tipicità della zona, come la zucca e le sorbe. Queste ultime sono un frutto non più molto apprezzato dai consumatori, ma a Salza ne fanno un buon gelato. Infine, a coronare questo percorso fra ambiente e tradizione, scorgiamo un gruppo di giovani donne e non solo, tutte insieme a preparare le castagne per poi riversarle nella grande brace. Gira che ti rigira, dopo un po’ le castagne sono pronte per essere gustate.


Dalla Solfatara il batterio mangia-pesticidi Parla la professoressa Chiara Schiraldi, coordinatrice del progetto Biodefensor Giulia Martelli Il biorisanamento ambientale con microrganismi è oramai una certezza dell’ ingegneria naturalistica; quando CNR, Università, altri enti di ricerca e realtà produttive dialogano tra loro prendono vita idee destinate a cambiare il corso delle cose … in meglio, ovviamente. È il caso, ad esempio, del progetto Biodefensor. Si tratta della produzione su larga scala di enzimi che degradano i pesticidi isolati da un batterio di “casa nostra”: il Sulfolobus solfataricus, appartenente al regno degli archibatteri e che, essendo un termoacidofilo - cioè che vive in condizioni estremamente acide e calde come i geyser - fu individuato nella Solfatara di Pozzuoli negli anni Ottanta. Esso è stato riprodotto presso il laboratorio “Grandi Attrezzature” del Dipartimento di medicina sperimentale dell’ Università della Campania Luigi Vanvitelli attraverso processi di fermentazione e purificazione, perché, proprio l’enzima da esso prodotto, la fosfotriesterasi (ingegnerizzato in Escherichia coli dal professor Giuseppe Manco dell’IBP CNR di Napoli e dai suoi collaboratori) è in grado di mettere in atto reazioni chimiche che portano alla degradazione dei pesticidi. Per saperne di più abbiamo incontrato la professoressa Chiara Schiraldi del Dipartimento di Medicina Sperimentale Sez. di Biotecnologie, Istologia Medica e Biologia Molecolare dell’Università Luigi Vanvitelli. Dalla natura per la natura. Cosa si intende per bio-risanamento ambientale con microrganismi? E quali sono i contaminanti che possono essere trattati con questa tecnica? Per bio-risanamento si intende un insieme di tecniche e processi basati sull’utilizzo di microrganismi o più in generale biocatalizzatori in grado di modificare la struttura di sostanze tossiche e nocive ottenendo prodotti meno pericolosi per le specie viventi siano queste piante, animali o esseri umani. Questo può avvenire con una vera e propria metabolizzazione delle specie chimiche pericolose, che a questo

Solfatara di Pozzuoli vista dal satellite

punto vengono captate/internalizzate dal microrganismo ed eventualmente anche utilizzate come fonte energetica e/o per l’accrescimento della biomassa (duplicazione cellulare). In alternativa alcuni enzimi, proteine con funzione catalitica, con particolari proprietà sono in grado di degradare gli inquinanti di interesse trasformando le molecole tossiche in specie chimiche meno pericolose o addirittura innocue, che pertanto possono rientrare nei normali cicli vitali presenti in natura. I batteri responsabili di bio-risanamento agiscono, di solito, in tempi molto lunghi ed anche per questo spesso non sono stati seriamente presi in considerazione come alternativa ai prodotti chimici. Quali sono invece, secondo Lei, i vantaggi del loro utilizzo? Sicuramente l’aspetto relativo ai tempi di trattamento è importante, spesso però si faceva affidamento sullo sviluppo di una popolazione microbica di fatto già presente nell’ambiente contenente l’inquinante o le sostanze tossiche. Si può invece immaginare di implementare la funzione di degradazione utilizzando miscele di più microorganismi complementari e favorendo condizioni

di sviluppo degli stessi. Ad esempio, condizioni di assenza di ossigeno, sono fortemente desiderate per la digestione anaerobica che per altro può portare, se gestita in maniera controllata, alla sintesi di metano da utilizzare poi come biocombustibile. Queste applicazioni sono generalmente più inerenti al trattamento reflui e materiale di scarto anche in ambito cittadino. Dalla partnership tra l’IBP-CNR e il Dipartimento di medicina sperimentale dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli è nato il progetto di ricerca Biodefensor, che ha individuato per il bio-risanamento un batterio proveniente dalla Solfatara di Pozzuoli. I progetti di ricerca più interessanti e innovativi nascono nella stragrande maggioranza dei casi da collaborazioni che vedono CNR, Università, altri enti di ricerca e realtà produttive confrontarsi. Nel progetto Biodefensor, una serie di gruppi di ricerca campani a partire dal capofila CNR con il responsabile scientifico, Prof. Giuseppe Manco, gruppi del dipartimento di Chimica dell’Università Federico II, la società Tecnoobios, hanno collaborato con start up

di altre regioni e con l’istituto del CNR di Cosenza diretto dall’Ing. Lidietta Giorno per ottenere un’integrazione delle conoscenze e delle specializzazioni finalizzate a studiare sia biosensori che metodi idonei alla decontaminazione, ad esempio da pesticidi, con l’utilizzo di un enzima termofilo isolato la prima volta da un archeobatterio presente nella nostra Solfatara e poi prodotto per via ricombinante, con costrutti del gruppo del Prof. Manco presso i nostri laboratori per via fermentativa fino alla scala 100L. Da responsabile scientifico del progetto può illustrarci la metodologia utilizzata, le difficoltà incontrate e le

prospettive che questa tecnica di bio-remediation ambientale ha? Nel nostro caso miravamo ad avere un estratto cellulare arricchito del biocatalizzatore di interesse che fosse capace una volta disperso (ad esempio vaporizzato) in un ambiente contenente il contaminante, di degradarlo. La Dott.ssa Odile Restaino, Ricercatrice a tempo determinato del mio gruppo, assieme alla Dott.ssa Borzacchiello che ha appena concluso il ciclo di Dottorato hanno implementato presso il laboratorio “Grandi Attrezzature” del Dipartimento di medicina sperimentale processi di fermentazione e purificazione, con un primo passo di scale-up fino a rendere possibili alcuni test pilota di decontaminazione. I processi fermentativi sono complessi, c’è bisogno di avere conoscenze di microbiologia industriale, processi biotecnologici, conoscere apparecchiature che sono di fatto presenti in maniera del tutto similare a livello industriale, ed implementare i processi per renderli innovativi ed attuabili. Il punto nodale è sempre quello di poter usufruire di risorse strumentali avendo a mente che sono i tanti “cervelli” che formiamo nelle nostre università a poter sfruttare delle risorse economiche al meglio per cerare appunto innovazione. Il cambio delle biotecnologie in tutte le sue declinazioni può dare questa possibilità, tra le più interessanti certamente l’aspetto del biorisanamento e più in generale della bioeconomia.


Bacco “vive” in Campania Presentata la Guida delle aziende vitivinicole e vinicole della Campania 2018-2019 Fabiana Liguori Poche settimane fa, a Palazzo Santa Lucia di Napoli, è stata presentata la “Guida delle aziende vitivinicole e vinicole della Campania 2018-2019”. Il catalogo giunto alla sesta edizione, è stato realizzato dalla Regione Campania in collaborazione con la sezione campana dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS), ed è destinata agli operatori della filiera enologica, nazionale ed estera, e ai numerosi appassionati del settore. La Guida “racconta” di oltre 180 aziende presenti su tutto il territorio regionale e di oltre 400 tipologie di vino. È un prodotto editoriale, disponibile anche in lingua inglese, che si rinnova di anno in anno, diventando sempre più rappresentativo dell’offerta enologica regionale. Due le novità di questa edizione: ogni azienda è rappresentata non da uno ma due vini e l’inserimento di una sezione dedicata agli spumanti campani, la cui qualità è sempre più apprezzata in Italia e non solo. “Negli ultimi tempi – ha dichiarato De Luca – si registra un significativo ritorno dei giovani all’agricoltura e, in par-

ticolare, al comparto enologico che appassiona centinaia di ragazzi e ragazze. Una scelta lungimirante, visto che la Campania, sebbene non possa essere annoverata tra i grandi produttori, ha registrato un incremento del 130% delle esportazioni nell’ultimo decennio a testimonianza che esiste un mercato pronto a recepire la nostra offerta di qualità. Rilanciare il comparto significa valorizzare i territori e la loro identità culturale, dare nuova linfa al turismo eno-gastronomico, contrastare il fenomeno

dello spopolamento delle aree interne, insomma offrire un lavoro gratificante agli imprenditori di oggi e domani”. La pubblicazione è solo una delle azioni di una più articolata strategia regionale che considera il vino un ambasciatore formidabile dei nostri territori nel mondo: “Stiamo lavorano da anni e a pieno ritmo per il definitivo rilancio del comparto enologico della Campania, facendo leva su tutti gli strumenti finanziari a disposizione con un obiettivo ben preciso: rafforzare la no-

stra presenza sui mercati nazionale e internazionale” ha sottolineato De Luca. Durante la presentazione, infatti, la Regione ha stipulato tre protocolli d’intesa. Un primo accordo è stato siglato con l’Associazione nazionale Città del Vino, per mettere in campo una serie di azioni tra cui un piano strategico condiviso per la valorizzazione del patrimonio vitivinicolo, in linea con i principi espressi dall’Osservatorio Nazionale del Paesaggio Rurale, e volto, attraverso l’innovazione, al miglioramento

della competitività con il coinvolgimento delle associazioni di categoria e dell’intera filiera vitivinicola regionali. Il secondo protocollo è stato sottoscritto con l’Associazione nazionale Città del Vino e cinque comuni sanniti (Guardia Sanframondi, Castelvenere, Sant’Agata de’ Goti, Solopaca e Torrecuso), per dare concreta ed efficace attuazione alla prestigiosa candidatura “Città Europea del Vino 2019” e, più in generale, per valorizzare la Valle del Vino del Sannio beneventano. Il terzo accordo invece è stato redatto in sinergia con la sezione campana dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS), per la promozione e valorizzazione dei territori vitivinicoli e dei vini campani, soprattutto quelli a marchio. In attesa che alle parole, scritte e pronunciate, seguano i fatti, continuiamo a sperare che certe realtà, certe tipicità, certi sapori del territorio campano possano essere argomento di confronto e coesione delle amministrazioni e Istituzioni locali e nazionali: aver cura della propria terra è prima di tutto un dovere imprescindibile.

Giovani agricoltori, l’Italia è leader in Europa Bruono Giordano E’ quanto affermano dati forniti dalla Coldiretti. L’Italia, con 55mila imprese agricole italiane condotte da under 35, è al vertice in Europa come numero di giovani dediti all’agricoltura. Una presenza che ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70% delle imprese giovani opera in attività multifunzionali che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, all’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, alla sistemazione di parchi, giardini, strade, all’agribenessere e alla cura del paesaggio o alla produzione di energie rinnovabili. Senza dimenticare l’impegno a difesa della biodiversità

con il 25% degli agricoltori custodi che hanno salvato 311 prodotti e razze animali dal rischio di estinzione grazie ai sigilli di Campagna Amica che è under 40. Il risultato è che le aziende agricole dei giovani possiedono una superficie superiore di oltre il 54 % alla media, un fatturato più elevato del 75% della media e il 50% di occupati per azienda in più. L’agricoltura è diventata un settore capace di offrire e creare opportunità occupazionali e di crescita professionale, peraltro destinate ad aumentare nel tempo, e, non è un caso se questo profondo mutamento culturale si sia tradotto anche nelle scelte inerenti al percorso scolastico. Infatti negli ultimi sette anni, gli studenti italiani hanno preso d’assalto la facoltà di Agraria che registra un aumento del 14,5% delle iscrizioni, in netta

controtendenza nello stesso periodo al calo generale del 6,8% degli universitari che sono scesi costantemente negli anni fino ad arrivare ad appena 1,67 milioni nel 2017/18 ( dati dell’Anvur, l’Istituto nazionale deputato alla valutazione della ricerca scientifica e

dell’università italiana). L’agricoltura è tornata ad essere un settore strategico per la ripresa economica ed occupazionale ed è in atto un cambiamento epocale che non accadeva dalla rivoluzione industriale. Il mestiere della terra non è più considerato

l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è la nuova strada del futuro per le giovani generazioni fortemente motivate a costruirsi un futuro a contatto con la natura. Tra chi fa dell’agricoltura una scelta di vita accanto al numero crescente di quanti hanno scelto di raccogliere il testimone dei genitori, la vera novità rispetto al passato sono le new entry da altri settori o da diversi vissuti familiari che hanno deciso di scommettere sulla campagna con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione. Di fatto, secondo Coldiretti, tra queste new entry giovanili nelle campagne, ben la metà è laureata, il 57% ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% è più contento di prima.


La gestione delle reti idriche e fognarie nell'area protetta del Cilento e Diano Rossella Femiano L’ente gestore della maggior parte delle reti idriche e fognarie nonché degli impianti di depurazione dell’area Cilento, Diano e Alburni è la Consac gestioni idriche spa, nata nei primi anni ’50 come consorzio volontario di enti locali e che oggi è una società per azioni a totale capitale pubblico detenuto dai Comuni soci. Al 2017, la Consac ha sotto il proprio management: - 52 comuni per quanto concerne il servizio idropotabile (2.200 km di rete) con 380.708 abitanti (135.708 popolazione residente e 245.000 popolazione fluttuante); - 34 comuni per quanto concerne il servizio fognario (1.310 km di rete) e depurativo con 280.485 abitanti (90.485 popolazione residente e 190.000 popolazione fluttuante). Gli interventi di adeguamento infrastrutturale e di efficientamento funzionale susseguitisi negli anni sono derivati da una policy ben precisa di gestione coordinata delle diverse fasi del ciclo delle acque: dalla captazione alla depurazione. La mitigazione dello stress idrico correlato ai cambiamenti climatici in fase

Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31 ottobre 2018 - Anno XIV, N.20 Edizione chiusa dalla redazione il 31 ottobre 2018

di captazione, il miglioramento del livello di efficienza nella distribuzione idrica tramite revamping delle stazioni di pompaggio o ricerca/recupero delle perdite anche nelle infrastrutture di adduzione, maggiore efficacia nel trattamento delle acque reflue sono le mission che l’ente si pone in una perfetta logica di circular economy. La strategia messa in atto dal CdA guidato dall’avv. Gennaro Maione, ha condotto a risultati evidenti: per esempio, dal 2016 ad oggi, le perdite idriche calcolate come rapporto tra il volume delle perdite idriche totali ed il volume complessivo in ingresso nel sistema di acquedotto,sono diminuite di circa il 6% mentre il consumo di energia elettrica per servizio di fognatura, al netto dell'energia autoprodotta è calato di circa il 30%. Una politica che continua ed è immediatamente verificabile nelle procedure di appalto che contengono sempre più dei criteri di premialità per lavori, servizi e forniture che minimizzino gli impatti ambientali e nel piano di investimenti presentato all’Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente. In particolare, tra questo ed il prossimo anno si intendono realizzare – tra gli altri– i seguenti lavori:

- La realizzazione di un pozzo a Camerota – fraz. Licusati al fine di incrementare di 30 L/s la portata idrica disponibile in favore di diversi Comuni della Costa del Cilento,interessati da gravi condizioni di crisi idriche nel periodo estivo. - La realizzazione di un pozzo a S. Giovanni a Piro che porterà ad un incremento della disponibilità idrica pari a 30 L/s. - L’esecuzione nuove linee di potabiliz-

zazione in loc. “Paino” di Ascea mediante un potenziamento di 60 L/s. - La realizzazione di un impianto di sollevamento in fraz. Capitello nel Comune di Ispani che alimenti con le acque della sorgente Ruotolo, le utenze poste a quota più elevata delle frazioni di Caselle in Pittari, Morigerati, Santa Marina ed Ispani e la posa di una condotta premente che migliori l’efficienza del sistema di adduzione con risparmio di risorsa valutabile in circa 15 L/s.

Perdita di idrocarburi, un disastro nel santuario dei cetacei Pelagos

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La collisione è avvenuta a circa 14 miglia a Nord di Capo Corso e 15 miglia a Nord-ovest dell’isola di Capraia. A seguito dell’impatto 550 tonnellate di olio combustibile, tipo heavyfuel, si sono sversate in mare, nel cuore del Santuario Pelagos dei Cetacei. I due mercantili sono rimasti incastrati sotto l’effetto combinato dei movimenti delle onde e dei precedenti tentativi di separazione, il mercantile Ulysse si è liberato dal portacontainer. Sul luogo dell’incidente ci sono i mezzi navali e aerei di Francia e Italia, che assieme a Monaco hanno sottoscritto l’accordo Ramoge per la gestione integrata del litorale e finalizzata alla prevenzione e alla lotta dell’inquinamento. Proprio il 12 settembre si era svolta una simulazione di sversamento d’idrocarburi in mare al largo della Maddalena. Delle 550 tonnellate di combustibile sversato dalla M/N Virginia, circa 200 sono state recuperate mentre altre 350 sono ancora disperse in mare. Il carburante sversato è un materiale cancerogeno e mutagenico; questo tipo d’incidenti, ovviamente, non dovreb-

bero mai accadere, ma soprattutto non dovrebbe accadere in un ASPIM come il Santuario. Il Santuario Pelagos è stato istituito nel 1991 da Italia, Francia e Monaco con lo scopo di proteggere i mammiferi marini del Mediterraneo, è un’area Specialmente Protetta di Importanza Mediterranea (ASPIM) nel quadro del protocollo Biodiversità della Convenzione di Barcellona e sotto l’egida del Programma delle Nazioni Unite per l’Am-

biente (UNEP).Il grande problema, è quello della regolamentazione del grosso traffico navale. Nel Mediterraneo passa il 25% del traffico marittimo mondiale e il 30% del traffico petroliero mondiale, a fronte di una superficie che ricopre solo l’1% della superficie mondiale degli oceani e rappresenta la 0,3% del volume totale degli oceani.Naturalmente chi ha fatto un danno deve pagare e dovrebbe farlo fino a quando l’ambiente non torna nello stato in cui era prima dell’incidente. La macchia d’idrocarburi in superficie è infatti solo la punta dell’iceberg dell’inquinamento e gli effetti ecotossicologici rimangono molto tempo dopo che è sparita. Ora dopo questo disastro, si dovrebbe andare subito a fare delle biopsie su Stenelle e tursiopi per vedere cosa succede, oggi però il biomonitoraggio non fa ancora parte dei sistemi di monitoraggio degli ecosistemi marini condotti regolarmente dagli Stati, inoltre, è difficile dire quali siano gli impatti di questo sversamento, perché gli ecosistemi sono già impattati! R.M.


L’Europa è il secondo produttore di materie plastiche dopo la Cina

Cresce in Italia il riciclo della plastica Rosemary Fanelli L’industria italiana del riciclo della plastica continua a crescere, collocando l’Italia tra i paesi europei più virtuosi del settore del riciclo, dopo Germania e Spagna. Come riportato dal sito Vita.it, nel solo 2017 il 43,4% degli imballaggi raccolti è stato avviato al riciclo, mentre tra il 2005 e il 2017 la percentuale di imballaggi recuperati è cresciuta del 64%. Ciò ha comportato per il Paese un beneficio di oltre 2 miliardi di euro in termini economici, garantito dal risparmio di materie prime, oltre che in termini di energia elettrica e di emissioni di CO2. Attualmente, a 20 anni dall’istituzione di Corepla - il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica ne è stato stilato un bilancio delle attività nel Green Economy Report, realizzato in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Accanto ad un’approfondita analisi sul mondo del riciclo degli imballaggi in plastica, lo studio offre una rendicontazione dell’azione di Corepla, la cui mission si ispira ai principi della green economy e dell’economia circolare. Il report evidenzia come, nonostante l’Europa si assesti come il secondo produttore mondiale di materie plastiche dopo la Cina, negli anni si è sviluppata una consapevole industria del riciclo, tale da comportare una diminuzione dei rifiuti in plastica avviati in discarica del 43%, con un aumento dell’80% di quelli riciclati. Tali dati sono destinati a salire, attesi gli obiettivi europei sull’economia circolare. Secondo il Report, inoltre, il modello italiano di gestione degli imballaggi plastici risponde già attualmente a molti dei criteri introdotti dalla nuova Direttiva europea sui rifiuti. Questo proprio grazie al sistema Corepla che lo scorso anno ha garantito la raccolta di oltre un milione di tonnellate di imballaggi in plastica, mentre per 15 diversi flussi di materiali neè stato ottimiz-

Riciclo della plastica: buone pratiche dal mondo Comprare un biglietto dell’autobus con “dieci bicchieri” Rosa Funaro

zato il riciclo, ottenendo vantaggi ambientali considerevoli. Sempre tra il 2005 e il 2017 grazie all’azione del Consorzio si è evitato l’utilizzo di oltre 3 milioni di tonnellate di materia prima vergine, il cui volume è paragonabile a circa 300 Torre Eiffel, il consumo di 71 mila GWh di energia primaria (il 15% di quella consumata in Italia nel 2016) e l’emissione in atmosfera di 6 milioni di tonnellate di CO2, tante quante le emissioni prodotte da oltre 6 mila voli di andata e ritorno Roma-Tokyo. All’interno di questo quadro complessivamente positivo, nel Report si evidenziano alcuni elementi degni di attenzione.

Nel corso degli ultimi anni infatti, nonostante la crescita dei quantitativi raccolti ed avviati al recupero, la percentuale di riciclo è leggermente diminuita: ciò sembrerebbe riconducibile alla effettiva riciclabilità degli imballaggi in plastica ed alla stessa raccolta, confermata anche dalla crescita registrata negli ultimi anni della “frazione estranea” (plastica non da imballaggi e materiali non plastici) passata da 42 a 95 mila tonnellate tra il 2014 e il 2017), così come la capacità del sistema delle imprese di riciclo di assorbire quantitativi sempre crescenti di imballaggi selezionati e potenzialmente avviabili al recupero.

A Surabaya, la seconda città più grande dell’Indonesia, prendere l’autobus è davvero una scelta ecosostenibile. Le amministrazioni locali, infatti, hanno trovato un efficace modo per incoraggiare gli abitanti a riciclare i rifiuti: assegnare viaggi in autobus gratuiti in cambio del conferimento di bottiglie di plastica usate. Ma quali sono i numeri di tali operazioni? Un biglietto del pullman valido due ore “costa” dieci bicchieri di plastica (o anche 5, a seconda delle dimensioni). L’intero centro abitato ha ben accolto la nuova proposta di trasporto con la speranza che possa aiutare a raggiungere l’obiettivo ambizioso di liberarsi dai rifiuti in plastica entro il 2020. Una delle residenti di Surabaya, Linda Rahmawati, ha così commentato l’iniziativa: “I rifiuti, come le bottiglie di plastica, si accumulano nel mio quartiere, quindi le porto qui in modo che non solo sia più pulito ma anche per facilitare il lavoro dei netturbini”. A Surabaya, il 15%, pari a quasi 400 tonnellate, della spazzatura quotidiana prodotta è in plastica. Grazie a questo nuovo progetto ogni autobus riempito permetterà di raccogliere fino a 250 kilogrammi di bottiglie di plastica al giorno, circa 7,5 tonnellate al mese. Dopo la raccolta, le etichette e i tappi delle bottiglie vengono selezionati e venduti all’asta alle aziende di riciclaggio. I soldi ricavati dall’asta saranno destinati alla gestione e manutenzione degli autobus e quelli in eccedenza serviranno a finanziare gli spazi verdi nella città, situati sulla punta orientale di Java, l’isola principale dell’Indonesia. Secondo uno studio del 2015 pubblicato sulla rivista “Science”, l’Indonesia, un arcipelago di migliaia di isole, è il secondo più grande contributore al mondo di inquinanti plastici negli oceani dopo la Cina.

Iniziativa del Ministero: “Acqua sì...ma plastic free” I ricercatori della MedicalUniversity di Vienna monitorando le abitudini alimentari di un campione di persone provenienti da diversi Paesi europei, hanno verificato la presenza di nove tipi di microplastiche nelle feci umane: i due tipi più comuni sono quelli di polipropilene PP (utilizzato nei tappi delle bottiglie di plastica e nelle capsule del caffe) e di polietilene tereftalato PET (utilizzato praticamente in tutti i contenitori di bevande). Benché si tratti di uno studio pilota, l’allarme su quanto questi corpi estranei possano essere rischiosi per l’organismo di ogni essere vivente, deve sensibilizzare tutti all’utilizzo più consapevole di

questo materiale. Le bottiglie in PET, ad esempio, sono progettate e commercializzate per essere utilizzate una sola volta causa il potenziale rilascio di bisfenolo A, ed il loro smaltimento nonostante avvenga per la maggior parte via inceneritori o discariche genera comunque un rifiuto pari a 22mila tonn al giorno che finisce in oceano. Di qui l’iniziativa del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare “#IO SONO AMBIENTE LINEE GUIDA E MATERIALI PLASTIC FREE” con una campagna iniziata il 28 giugno, giorno in cui il Ministro Dott. Sergio Costa ha annunciato una legge per

consentire il recupero della plastica in mare, con il coinvolgimento dei pescatori ai quali verrà consentito, attraverso modifiche del D.Lgs 152/2006, di portare la plastica. La campagna si è poi evoluta fino allo scorso 4 ottobre giorno in cui il Ministero dell’Ambiente si è liberato dalla plastica monouso avendo intrapreso una serie di azioni:eliminazione dai distributori delle bottiglie di plastica; installazione degli erogatori di acqua naturale o frizzante; distribuzione gratuita di borracce in alluminio riciclato; sostituzione nei distributori dei bicchieri di plastica con quelli di carta, e delle paline di plastica per girare il caffè con quelle di legno.

Questa importante iniziativa è avvenuta successivamente ad un evento importante tenutosi in Campania: la stipula del protocollo d’intesa tra Consac gestioni idriche spa, il Parco Nazionale Cilento, Vallo di Diano e Alburni e Legambiente Campania, mirante a realizzare il progetto “ACQUA SI’…MA PLASTIC FREE!” per la riduzione del consumo di plastica nei comuni dell’area parco. Il progetto prevede il coinvolgimento di circa 13.000 alunni ai quali verrà donata una borraccia in alluminio riutilizzabile e che parteciperanno ad una serie di incontri di informazione e sensibilizzazione ambientale. Ros.Fem


ENVImobile e l’educazione ambientale Un progetto sulla sostenibilità per gli studenti tra i dieci e i quattordici anni Dante Santoro Nell’ambito del programma europeo ERASMUS + è nato il progetto ENVImobile, un progetto internazionale che si impegna ad educare al rispetto per l’ambiente ed a fare ricerca scientifica in diverse nazioni europee. Gli stati aderenti al progetto ENVImobile con le rispettive organizzazioni sono la Slovacchia, con l’organizzazione Strom Zivota a coordinare il progetto e INAK, l’Italia, che concorre con l’ Istituto di Biometeorologia del CNR, IBIMET, la Spagna, con VITA XXXI, e la Repubblica Ceca, con ZC HB Modry Kamen. Il progetto di educazione all’ambiente ha come target di riferimento gli studenti di età media tra i 10 e i 14 anni e viene strutturato nelle scuole primarie e secondarie di primo grado con l’obiettivo di realizzare materiali didattici e formativi che sensibilizzino gli studenti con lavori interdisciplinari, valorizzando anche le tecnologie e metodologie di apprendimento integrate di lingua e contenuto. I docenti hanno dovuto cambiare approccio e mettersi al passo con i tempi, strutturando un calendario di lezioni, 50 circa, ed un crono programma di iniziative per mettere al centro della formazione il rispetto dell’ambiente.

Il progetto ENVImobile si è anche arricchito di un’app per cellulari e dispositivi mobili con centinaia di quiz su argomenti importanti come le varie forme di inquinamento, i rifiuti, il patrimonio naturale, l’energia, la biodiversità, la cultura e l’ambiente umano. Lezioni e app sono disponibili in italiano, inglese, ceco, slovacco e spagnolo proprio per rendere fruibile ad ogni stato aderente in egual modo il progetto, Le lezioni devono essere

strutturate dai docenti rispettando determinati standard, partendo da una durata che non superi le due ore per favorire l’attezione e l’apprendimento delle nozioni; inoltre viene sperimentato un metodo definito con l’acronimo di EAR (EVOCAZIONE, APPREZZAMENTO, RIFLESIONE) che si svolge in tre momenti diversi: - Il momento dell’ evocazione è quello in cui gli studenti sono invogliati a partecipare attivamente parlando della loro conoscenza del tema am-

bientale. - Il momento dell’ apprezzamento è invece il secondo step che prevede un iniziale apprendimento dello studente e che deve integrare e soddisfare voglia di approfondimento con l’insegnante e con materiale informativo video e cartaceo. - Infine il momento della riflessione, che deve stimolare la mente degli alunni facendogli esprimere ragionamenti e giudizi sul valore di quanto studiato sulle tematiche ambientali e quanto personal-

mente ed emotivamente sia stato coinvolto. Con la tecnica ENVIMOBILE cambia l’approccio alle tematiche ambientali sia dello studente che del docente, con tecniche più interattive e volte a rendere protagonista l’alunno con azioni concrete e momenti di coinvolgimento emotivo che possono davvero far crescere una coscienza critica e consapevole in tema ambientale; un progetto da tenere d’occhio che fa ben sperare per gli anni a venire…


Con l’arrivo dei primi freddi sos smog Occorre rendere gli impianti di riscaldamento più sostenibili Anna Paparo La bella stagione ci ha ormai lasciato e a breve arriverà il freddoloso inverno, che ci costringerà ad utilizzare i riscaldamenti per trovare un po’ di tepore nelle nostre case. Così, bussa alle nostre porte anche il rischio di picchi di smog con la riaccensione degli impianti di riscaldamento privati e pubblici per la stagione in particolar modo nei mille e trecento Comuni italiani - in cui vivono ben quattro milioni di persone (inclusa l'intera Sardegna) - ma anche in frazioni e case isolate di Milano e Roma che non sono serviti dalla rete di metano. Le polveri sottili (Pm10 e Pm2,5) e l'anidride carbonica prodotte da gasolio, legna e pellet sono di nuovo pronte per tornare a inquinare l'aria. Tuttavia, una possibile soluzione per frenare l'inquinamento sono i gas Gpl (Gas di Petrolio Liquefatti) e Gnl (Gas Naturale Liquefatto). Per poter rendere fattibile questa possibilità occorrerebbe cambiare gli impianti. “Servono, appunto, misure in grado di sostenere concreta-

mente la sostituzione degli impianti e l'adozione di fonti sostenibili da parte dei cittadini”, come afferma il Dottor Andrea Arzà, amministratore delegato di Liquigas e vicepresidente Assogasliquidi presidente Gruppo Combustione che sollecita quindi l'erogazione di incentivi. “Gpl e Gnl”, spiega, “rappresentano una possibile rispo-

sta concreta e immediatamente disponibile all'esigenza di adottare soluzioni energetiche sostenibili per il riscaldamento domestico nelle aree non metanizzate”, quindi “occorre favorire la diffusione di queste fonti energetiche sostenibili non solo attraverso la sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui rischi dell'inquinamento, ma anche

attraverso misure in grado di sostenere concretamente la sostituzione degli impianti”. Questi gas rappresentano i migliori candidati per sostenere il fabbisogno nazionale di energia nella fase di transizione verso la “low carbon economy”. Il Gpl e il Gnl hanno emissioni ridotte di sostanze inquinanti, non comportano

rischi di contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle falde acquifere sotterranee e non producono rifiuti dannosi. Nei Comuni non allacciati alla rete del metano, spiega il manager Arzà, spesso sono invece utilizzate per il riscaldamento di case ed edifici pubblici fonti pericolose per la qualità dell’aria come il gasolio – solo nel 2017, secondo i dati diffusi dal Ministero dello Sviluppo economico nel bollettino petrolifero annuale, in Italia sono state impiegate oltre un milione di tonnellate di questo combustibile – e il pellet. Per favorire l’adozione di fonti di energia pulita come il Gpl e il Gnl da parte delle varie municipalità italiane, Liquigas (che in Italia distribuisce Gpl e Gnl per uso domestico, commerciale e industriale) e Ancitel Energia & Ambiente (da anni impegnata in favore dei Comuni italiani e dell’Anci – Associazione Nazionale Comuni Italiani) hanno sottoscritto nel 2016 un accordo. Insomma non manca nulla, dobbiamo solo agire. Chi ha tempo non aspetti tempo.

Portici e il suo sensore “annusa-smog” Una nuova vittoria per la ricerca made in Italy: il sensore “annusa-smog” soprannominato Monica dell'Enea, insieme all’innovativo progetto "Air-Heritage" portato avanti dal Comune di Portici, vicino Napoli, è l'unica proposta italiana a sbaragliare tutti e a salire sul podio con tanto di medaglia d’oro al collo nella partecipazione al bando europeo "Azioni Urbane Innovative" sull'abbattimento delle emissioni inquinanti in città. Con un budget pari a ben 4,1 milioni di euro, come viene spiegato in una nota dell'Enea, questa iniziativa triennale, naturalmente “tutta italiana”, prevede il coinvolgimento di tutti i cittadini per migliorare il monitoraggio della qualità dell'aria sul territorio e predisporre, quindi, misure ottimali di pianifica-

zione urbana e di controllo del traffico. Il progetto "Air-Heritage" ha anche visto la partecipazione dell'Arpac, del Dipartimento di Agraria dell'Università di Napoli "Federico II", di Legambiente Campania e della società milanese Terraria. Insomma, un’alleanza più che produttiva visti i risultati e i successi raggiunti. "Nonostante la piccola estensione territoriale, l'area del comune di Portici presenta livelli di traffico e di emissioni tipici di un grande centro urbano con relative criticità in materia di qualità dell'aria e di gestione delle emergenze", spiega il Dottor Ezio Terzini, responsabile della Divisione Fotovoltaico e Smart Network dell'Enea. Quindi, attraverso l'utilizzo del sistema multi-sensore porta-

tile per passeggini, scooter e zaini, denominato Monica (acronimo di MONItoraggio Cooperativo della qualità dell'Aria), i cittadini rappresenteranno parte attiva nel pro-

getto, in quanto saranno in grado di misurare i livelli di qualità dell'aria e conosceranno anche la loro esposizione grazie ad un'apposita applicazione da poter scari-

care tranquillamente sul proprio smartphone e/o sul proprio tablet o qualsiasi altro dispositivo, in modo da avere tutto a portata di click. I dati "istantanei" sulla qualità dell'aria raccolti da Monica saranno integrati con quelli delle centraline fisse dell'Arpac, permettendo in questo modo la creazione di mappe ad alta risoluzione spaziale e temporale per supportare il decisore politico. Motivo di vanto per l’Italia tutta, ma in particolar modo per il Sud della nostra penisola, che è riuscita ad impartire a tutta l’Europa (e non solo) una buona lezione di innovazione tecnologica tenendo sempre conto dell’ecologia e non perdendo mai di vista la salvaguardia della salute nostra, della generazioni future e del nostro pianeta. A.P.


I paesaggi delle attività estrattive dismesse La riqualificazione di tali siti rappresenta una delle più rilevanti e stimolanti sfide del prossimo futuro Antonio Palumbo La dismissione dell’industria estrattiva, determinatasi soprattutto con la crisi degli anni Novanta, ha generato numerosi “paesaggi minerari”, comunemente definiti “feriti”, “desolati”, “derelitti”. La riqualificazione di tali siti rappresenta una delle più rilevanti e stimolanti sfide del prossimo futuro, pur oscillando continuamente tra i rischi di produrre “monotonia paesaggistica” e straordinarie ed irripetibili opportunità di arricchire la forma e la funzione del paesaggio stesso. Tale esigenza deve tener conto di un elemento di fondamentale importanza, se non si vuol rischiare di cedere alla pura demagogia: un nuovo impulso alle attività estrattive costituisce oggi un tema decisivo per guardare al futuro del nostro Paese. Qui si incrociano le esigenze di settori strategici per l’economia italiana, come l’edilizia e le infrastrutture(fino ad arrivare ad alcuni tra i prodotti più noti del Made in Italy nel mondo), e le delicatissime questioni relative all’impatto ambientale e paesaggistico di cave e miniere: gli sforzi e gli studi messi in campo per la progettazione, gestione e recupero delle aree estrattive per l’industria del cemento e dei materiali lapidei rappresentano, da questo punto di vista, una sfida e un impegno comune di lavoro.

Sarà poi nell’innovazione dei processi che si apriranno opportunità importanti (che il settore delle costruzioni italiano non deve lasciarsi sfuggire)legate alla possibilità di ridurre, attraverso la ricerca e la sperimentazione, il prelievo di materie prime per sostituirle con altre provenienti da scarti di lavorazioni o da rifiuti recuperati. Ciò che si richiede, a tal fine, è soprattutto la definizione di un diverso orizzonte culturale, che consenta la reimmissione delle cave dismesse nel circuito degli usi collettivi e la possibilità offerta da tali

luoghi di reinventare il paesaggio antropico e la sua relazione con i contesti naturali. Occorre una riappropriazione culturale del territorio che sia in grado di proporre un moderno valore estetico, basato su di un nuovo rapporto intercorrente tra zone urbane ed extraurbane, tra aree degradate e ambiente, tra paesaggio naturale e paesaggio antropico. È evidente come, in un simile quadro, il recupero ambientale delle aree estrattive, rientrando in una logica piú generale che investe il paesaggio degradato, non possa ridursi alla semplice

cancellazione delle tracce dell’attività umana sul territorio, sebbene quest’ultima debba essere opportunamente reidirizzata in funzione della massima compatibilità con l’ambiente e con le sue risorse: la politica di recupero ambientale condotta sino ad oggi, segnatamentemirata alla ricucitura delle ferite inferte al territorio, si è dimostrata infatti perdente. L’ordine improponibile dei costi economici, inoltre, peraltro difficilmente ammortizzabili, e i lunghissimi tempi (diversi decenni) indispensabili ad una riabilitazione am-

bientale comunque mai completa, divengono facili scuse per l’abbandono e il degrado e per il trasferimento, in nuove aree inalterate, di ulteriori attività antropiche ad elevata invasività ecosistemica, determinando processi a catena basati sul consumo sistematico dei suoli e delle loro risorse. Contrariamente a tutto ciò, il recupero dei siti degradati dalle attività estrattive può e deve avvenire proprio tenendo conto del ruolo nodaleche tali aree rivestono nell’interrelazione tra infrastrutture e territorio.


MICROPLASTICHE NEL SALE DA CUCINA Sono stati analizzati campioni di diverse marche provenienti da ventuno paesi Rosario Maisto Non rassicurano i risultati di una nuova ricerca, nata dalla collaborazione tra Greenpeace e l’Università della Corea del Sud, che hanno preso in esame campioni di sale marino, di miniera e di lago, di diverse marche, provenienti da diversi paesi per analizzarne il contenuto. Dall'indagine è infatti risultato che 39 campioni, circa il 90% del totale, sono contaminati da microplastica costituita da Polietilene, Polipropilene e Polietilene Tereftalato (PET), ovvero le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta. Questo studio, il primo condotto su vasta scala e tale da permettere un’analisi comparata della presenza di microplastiche in campioni di sale da cucina provenienti da numerose aree geografiche, ha consentito anche di correlare i livelli di inquinamento riscontrati nel sale con l’immissione e il rilascio di plastica nell’ambiente. Tra tutti i campioni analizzati quelli provenienti dall’Asia hanno registrato i livelli medi di contaminazione più elevati con picchi fino a 13mila microplastiche in un campione proveniente dall’Indonesia. L'Asia è il continente più in sofferenza per l'inquinamento da plastiche, e l'Indonesia, con i suoi 54.720 km di costa, si è classificata come il secondo peggiore paese al mondo in termini di inquinamento da plastiche delle acque. Sono stati analizzati campioni di sale provenienti da 21 paesi di Europa, Nord e Sud America,

Africa e Asia, tre marchi che non contenevano microplastiche provengono da Taiwan (sale marino raffinato), Cina (sale grosso raffinato) e Francia (sale marino non raffinato prodotto dall'evaporazione solare). In generale nei campioni di sale marino è stata osservata una maggiore presenza di microplastiche compresi tra 0 e 1674 microplastiche per chilo, escludendo il campione indonesiano, seguiti dai campioni provenienti da laghi salati compresi tra 28 e 462 microplastiche per chilo e dalle miniere (compresi tra 0 e 148 micropla-

stiche per chilo. Anche i tre campioni di sale provenienti dall’Italia, due di tipo marino e uno di miniera, sono risultati contaminati dalle microplastiche con un numero di particelle compreso tra 4 e 30 unità per kg. Inoltre, in base ai risultati della ricerca e, considerando l'assunzione media giornaliera di 10g, un adulto potrebbe ingerire solo attraverso il consumo di sale da cucina, circa duemila frammenti di microplastiche all'anno considerando la concentrazione media di microplastiche in tutti i sali analizzati e fino a 110 sulla base del

dato italiano peggiore. I risultati suggeriscono che l'ingestione umana di microplastiche attraverso prodotti marini è fortemente correlata alle emissioni o rilasci di plastica in una data regione, infatti, per limitare la nostra esposizione alle microplastiche, sono necessarie misure preventive riguardo l’immissione di plastica in mare, una migliore gestione dei rifiuti in ambiente terrestre e, soprattutto, la riduzione della produzione di rifiuti in plastica, tutto sommato però,nessuno può dirsi al sicuro visto che sono ovunque.

Il fumo delle sigarette killer dell’ambiente La combustione delle “bionde” contribuisce per lo 0,2% delle emissioni di anidride carbonica globali Alla Conferenza sulla convenzione quadro dell'Oms (Organizzazione Mondiale Sanità), per il controllo del tabacco (FCTC) svoltasi a Parigi nella prima settimana di ottobre, è stato presentato un rapporto dell’Imperial College ( prestigiosa e selettiva università britannica con sede a Londra, specializzata in scienza, tecnologia, medicina ed economia ) sulla dannosità delle sigarette. Nel documento si evidenzia che le sigarette sono non solo dannose per la salute, ma anche per l’ambiente. Infatti, la combustione delle “bionde” contribuisce per lo 0,2% delle emissioni di anidride carbonica (CO2) glo-

bali. Secondo gli autori della ricerca, per produrre 6 mila miliardi l'anno di sigarette servono 22 miliardi di tonnellate d’acqua. Inoltre, è stato

osservato che tutto il ciclo completo della produzione del tabacco, del suo trattamento e la conseguente manifattura delle sigarette è responsabile

dell'emissione di 84 milioni di tonnellate di CO2 l'anno nell’ambiente, Di questi circa 21milioni provengonodalla coltivazione, 45 per il trattamento del tabacco e 16 per la manifattura delle sigarette, a tutto questo si aggiungono l'immissione nell'ambiente di sostanze tossiche, quali pesticidi e metalli pesanti. Il rilascio di queste sostanze a sua volta genera gravi malattie a carico dell’apparato cardio respiratorio e conseguentemente un aggravio dei costi per la gestione della salute pubblica. Altro aspetto importante, come giustamenteevidenziato dagli autori, è che il tabacco coltivato quasi esclu-

sivamente nei paesi in via di sviluppo, ha un impatto molto più alto di altre coltivazioni. Ad esempio in Zimbabwe un ettaro di terra può produrre diciannove volte più patate a fronte delle 1-1,2 tonnellate di tabacco che viene correntemente coltivato. In conclusione, il controllo del tabacco è un problema che ha a che fare con lo sviluppo nei Paesi produttori dello stesso in quanto è acclarato che i danni prodotti all'ambiente sono provocati lungo l'intero ciclo di vita dei prodotti a causa della deforestazione, dell'inquinamento dell'acqua da pesticidi e dallo smaltimento delle sigarette. B.G.


La Chiesa di Santa Maria a Piazza Parlare di questo antico Tempio è come toccare il cuore della città di Aversa Antonio Stabile La città di Aversa è nota per essere la città delle cento chiese, tra le numerose opere presenti nel suo centro storico spicca la Chiesa di S. Maria a Piazza. Parlare di questa Chiesa è come toccare il cuore della città stessa. Questo antico Tempio fu il nucleo primordiale intorno a cui si sviluppò la vita sociale, economica, politica e religiosa della nascente comunità cittadina. La Chiesa di S. Maria a Piazza confonde le sue origini con la città di Aversa, forse realizzata anche prima della stessa; la scarsità di documentazione, infatti, non permette di datare con certezza la sua edificazione, quel che è certo, è che essa ha vissuto intensamente le ansie e le attese dell’anno mille. La comunità attorno ad essa, aveva una vitalità laboriosa che si svolgeva nella zona “in Octabo” (situata presso il XIII miliare da Pozzuoli) a un miglio dalla Badia di S.Lorenzo “ad Septimum”. Ne consegue che, all’arrivo dei Normanni, il casale di “S.Paolo at Averse”, così chiamata all’epoca la città, non si presentava come spoglia e aperta campagna palustre e disabitata, ma come centro citta-

dino dove si svolgeva vita sociale e religiosa intorno alla “Platea di S.Maria”, antica denominazione dovuta alla vicinanza del castello “Arx Munita” cioè piazza d’armi oppure “Platea”. Qui potevano trovare rifugio esiliati o fuggiaschi greci, giudei, bizantini, longobardi e i superstiti della distrutta Atella. Il normanno Rainulfo Drengot nel 1022 si stabilì in un piccolo palazzo fortificato adiacente la Chiesa, con i suoi uomini, e realizzò una cinta di protezione a difesa dell’insediamento con fossati e siepi, mentre all’interno della fortificazione fece costruire diverse strutture militari e civili. Nel giro di pochi anni il sito divenne punto di riferimento per tutti i Normanni che giungevano nel Belpaese. Gli storici raccontano che i Normanni, rozzi com’erano, si dovettero adattare alle usanze e consuetudini vigenti della comunità cittadina. La fondazione della Chiesa si deve ai greci o ai bizantini che erano devotissimi alla Madonna, i Normanni successivamente ampliarono e abbellirono questo Tempio esistente. La struttura è caratterizzata da molti stili: normanno, gotico, romanico, bizantino e arabo, con pre-

valenza di quello longobardo. La Chiesa nel corso dei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti seguiti ad altrettanti devastazioni. Nel 1349, a seguito dei danni di un grave terremoto, fu probabilmente innalzata l’attuale costruzione. L’impianto originale antico era di solide forme romaniche, con sacrestia “gemmata”. Oggi dell’antica struttura sopravvivono l’ampia abside, che abbraccia tre navate con archi a tutto sesto recante finestroni a strombo di stile romanico. Molto più antico è il campanile di epoca contemporanea alla costruzione della Chiesa stessa, un opera incompiuta, caratteristica stilistica. La Chiesa è a croce latina con apertura verso Ovest. La facciata a tre navate anch’essa asimmetrica, è costituita da un rosone che illumina la navata centrale e da tre portali di forma ogivale diversi tra loro. Sulla porta centrale poggia un architrave sormontato da un arco acuto sul quale fa mostra un Agnus Dei, simbolo marmo-

reo. Sulle altre porte, come sulla centrale, vi sono lunette dove fino a pochi anni fa si potevano ammirare degli affreschi, ora quasi completamente distrutti. La Chiesa non ha mai perso la sua caratteristica struttura gotica, ripristinata dopo i restauri degli anni 1966, che hanno rimosso le decorazioni intervenute in epoche successive ad eccezione delle opere d’arte (altari marmorei barocchi e lapidi sepolcrali). L’antica sacrestia a destra della navata, allineata col presbiterio, fu realizzata dopo la ricostruzione del’300. Sul lato sinistro della navata troviamo la lastra tombale di Nicola Simonello, nobile aversano, datata 1450. Subito dopo è presente un affresco della Madonna e Bambino del 1400. All’ingresso secondario c’è un affresco incassato nel muro di una Madonna in Trono, con Bambino del ‘400. Al centro dell’abside si trova un bell’ organo inglese del 1850 e in alto un Cristo in croce, ele-

gante scultura in legno dell’800. Sulla destra spicca un bellissimo affresco anch’esso del’400 di S.Leonardo, santo caro ai normanni in quanto era ritenuto protettore dei prigionieri. All’interno della chiesa si può osservare un arco del trionfo che ha come base colonne di spoglio (III – IV secolo d.C.) di ordine diverso. Al centro dell’abside inoltre è visibile l’interno della cupola con i suoi quattro pennacchi in tufo, mentre agli angoli della navata centrale, si trovano altri affreschi importanti, come la Madonna con Bambino e Santi di Francesco Cicino di Caiazzo (XV secolo); la Crocefissione con Vergine e Santi anonimo (XIII secolo) di impronta giottesca, in quest’ultimo dipinto si nota la figura di Papa Leone IX, fondatore della diocesi di Aversa. Sul lato destro della semicupola spicca un affresco del (XII secolo) di scuola giottesca “Dormitio Virginia”. La Chiesa di S.Maria a Piazza è un monumento storico, testimonianza delle diverse influenze stilistiche adottate nei tempi, essa è dimostrazione di culture di un tempo ormai lontano che ha accompagnato lo sviluppo e la crescita della comunità aversana partecipando alla sua storia millenaria. Fulcro cittadino attorno al quale è andata evolvendosi l’intera comunità. Un luogo da visitare ed in cui perdersi ripercorrendo le orme di grandi che hanno contribuito e a rendere unica la città di Aversa ed il Sud Italia.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Antonio Capece Minutolo Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza Antonio Capece Minutolo nacque a Napoli il 5 marzo 1768 da una delle famiglie nobili più antiche del regno, legata al vasto feudo di Canosa in Puglia e appartenente al prestigioso Sedile di Capuana. La cappella di famiglia, edificata nel duomo di Napoli già nel 764, vanta uomini politici, due cardinali e un gran numero di guerrieri: secolari servitori del Regno e della Chiesa. “Fu nel 1787 che io, uscito dal collegio Nazareno (ove compii i miei studii di filosofia) entrai nella grande scena del mondo, in seguito di essere stato per due anni nella città di Canosa coi miei buoni genitori. Che bella cosa era il mondo allora sotto il tiranno Ferdinando IV e sotto il giogo della superstizione di tanti frati e preti intolleranti e fanatici! La maledetta filosofia avea principato in verità a fare le sue stragi (appunto per la soverchia tolleranza e dolcezza del governo temporale, come del potere spirituale); queste però non aveano attaccato la massa sociale. Andando col saggio ed imponente mio genitore nelle grandi conversazioni, egli mi notava a dito i frammassoni conosciuti ed i

dottori in miscredenza, e diceami: “Con quelli non farai discorso giammai; con quello non ti assoderai, evitandone ancora l'incontro e negandogli il saluto. Sono frammassoni, sono nemici del Papa (allora era ancora un segreto sconosciuto l'essere nemico del Re). Sono senza religione e scostu-

mati!” (Epistola, ovvero Riflessioni critiche sulla moderna "Storia del reame di Napoli" del Generale Pietro Colletta, 1834, cit. anche in seguito). Completò la sua formazione “divorando” tutti i classici che riusciva a trovare e rifiutando sempre lo studio “inutile e futile” delle lingue

straniere. Importante fu per lui anche la figura dello zio Enrico Capece Minutolo, vescovo di Mileto e futuro “alleato” del Cardinale Ruffo per la sua eroica impresa. Il padre cercò di avviarlo alla carriera forense ma, pur distinguendosi nella trattazione delle cause criminali, sentì

che l’avvocatura non era la sua vocazione. Le “declamazioni dei falsi liberali e dei miscredenti” lo tentano, concretizzandosi nell’invito ad affiliarsi alla massoneria: non lo convinsero e lo spinsero, anzi, ad approfondire la conoscenza della teologia e del diritto pubblico della nazione napoletana. Nel 1795 scrisse un’orazione su La Trinità per confutare i deisti e la loro religione. Scrive anche una dissertazione accademica su L’Utilità della Monarchia nello stato civile, con la quale scende in campo per difendere la causa del trono e dell’altare, minacciata dalle teorie degli illuministi. Richiamandosi alla tradizione del regno di Napoli, egli ricorda che non ci può essere una vera monarchia senza corpi intermedi, il più importante dei quali è l’aristocrazia, e che la società ha una sua personalità specifica, pur nella sottomissione e nella fedeltà al monarca, il quale da parte sua è legittimo quando rispetta le leggi e le consuetudini della nazione (e qui potrebbero iniziare i riferimenti all’attualità). segue a pag.15


segue da pagina 14 Nel 1796 è autore di Riflessioni critiche sull’opera dell’avvocato fiscale sig. D. Nicola Vivenzio intorno al servizio militare dei baroni in tempo di guerra, per chiarire il suo pensiero sui compiti della nobiltà nel suo tempo. In particolare partendo dalla considerazione che i feudi moderni non erano più concessi dal monarca in ricompensa di servigi ricevuti e in cambio del servizio militare prestato dai nobili, ma erano diventati corpi venali, che potevano anche essere acquistati, senza obblighi o vincoli connessi, egli ritiene priva di fondamento giuridico la pretesa del re d’imporre il servizio militare ai baroni; costoro, tuttavia, per il senso dell’onore e della fedeltà che li caratterizza, devono fornire denaro e soldati alla nazione quando questa è in pericolo. L’occasione per concretizzare queste idee non tardò ad arrivare É il novembre del 1798 e l’esercito francese si avvicina: Antonio Capece Minutolo riesce a reclutare soldati a sue spese e a incitare la popolazione alla resistenza. Alla partenza della corte e di re Ferdinando IV di Borbone per la Sicilia, viene nominato membro della Deputazione Straordinaria per il Buon Governo e per l’Interna Tranquillità, scontrandosi subito con Francesco Pignatelli, vicario generale del regno. Il Canosa, sulla base delle anti-

che consuetudini del regno, rivendica alla città di Napoli il privilegio di rappresentare la nazione in assenza del sovrano, come era già accaduto altre volte in passato. Il vicario si oppone alle richieste della municipalità e accusa addirittura i rappresentanti della nobiltà di voler instaurare una “repubblica aristocratica” e conclude un armistizio con gli invasori francesi. È il gennaio del 1799 e la capitale cade dopo i famosi tre giorni di combattimento che costarono oltre

ottomila morti alla parte napoletana, cristiana e borbonica. Lo stesso Championnet, dopo aver definito i “lazzaroni” degli “eroi”, ringrazierà i pochi giacobini locali “collaborazionisti” per aver favorito (a colpi di cannone da Sant’Elmo) il suo ingresso in città. La reazione popolare guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo che alla testa dell’esercito della Santa Fede giunge in poco tempo alle porte della capitale, salva la vita al Canosa, il quale, però, non sfugge però

alla Giunta di Stato borbonica, che gli infligge “anni 5 di castello” per insubordinazione nei confronti del vicario regio. I repubblicani avevano punito in lui il realista e i realisti punivano l’aristocratico, cioè i due elementi che sintetizzava in maniera armoniosa. Alla condanna dei cavalieri napoletani seguì lo scioglimento dei Sedili, atto che privò la nobiltà di ogni residua influenza politica e la nazione della sua rappresentanza. Il principe fu scarcerato gra-

zie all’amnistia generale nel 1801 ma iniziarono in quei mesi i contrasti più o meno velati con la Casa Reale e legati in gran parte a due modi di intendere la politica e, in fondo, la vita stessa. Canosa riprese così i suoi studi e, due anni dopo, pubblicò il Discorso sulla decadenza della Nobiltà, legandola alla decadenza della stessa monarchia e frutto di una politica di accentramento eccessiva che contribuì a demolire la società tradizionale organica e cristiana. (prima parte)


Ostriche nel porto di NewYork Filtri naturali a contrasto degli inquinanti Tina Pollice E’ una notizia virale che ha fatto il giro del web. Un miliardo di ostriche per ripulire l’acqua del porto di New York. Filtri naturali a contrasto degli inquinanti. È quanto si prefigge The Billion Oysters Project, un’iniziativa promossa da una scuola di scienze marine della Grande Mela per ripulire una delle baie più inquinate del mondo, ovvero la rada e il porto di New York. ll progetto in acquacoltura, nato dall’idea di due insegnanti della New York Harboor School, Pete Malinowski e Murray Fisher ha già collocato sui fondali del fiume Hudson 28 milioni di bivalvi, e conta di arrivare a un miliardo nel 2035, con l’obiettivo di creare delle vere e proprie barriere di filtraggio delle acque lungo tutta la superficie di 40 ettari intorno alla statua della Libertà tra l’imbocco dell’Hudson River e dell’East River. Gli studenti di scienze marine della Harbor School ed i volontari impegnati nel progetto, inseriscono larve nei gusci delle ostriche ritirate dai ristoranti; quando i bivalvi sono poi cresciuti ed arrivati ad una taglia utile sono rimessi sui fondali, dove in breve tempo formano vere e proprie scogliere sottomarine che alimentano la biodiver-

Fatto con una pittura speciale che ripulisce l’aria

A Roma il murales “mangia-smog” sità offrendo un habitat sicuro a molti animali. Scogliere che sono vere e proprie barriere indispensabili per smorzare la potenza delle onde prodotte dagli uragani. E non solo. Le ostriche essendo dei potenti filtri naturali puliscono l’acqua ad un ritmo sorprendente: 110-190 litri al giorno. Tale filtraggio avviene mediante le “ branchie” usate dalle ostriche per mangiare: “plancton” e particelle inquinanti vengono trattenute dall’ostrica. Un miliardo di bivalvi potrebbe filtrare tutta l’acqua del porto di New York in tre giorni! Un grande esempio di riferimento è stato l’”Oyster Recovery Project” della “Chesapeacke Bay” alla confluenza tra il Mariland e la Virginia ove sino ad oggi sono state depositate oltre 5,2 miliardi di ostriche con enormi vantaggi

anche occupazionali. Sembrerebbe una genialiata che risolve due grandi problemi (ambientale e occupazionale), se non fosse per il fatto che la comunità scientifica ha subito individuato la criticità proprio negli inquinanti filtrati dalle ostriche, che non spariscono ma, rimangono nei mitili che a loro volta dovrebbero essere trattati o distrutti per evitare che le sostanze filtrate entrino nella catena alimentare contaminandola ( basti pensare ad una serie di creature marine che si cibano di ostriche). I sistemi di biorimediazione sono molto validi e non ci sono solo le ostriche, ma, tante altre creature del mare, è però necessario un monitoraggio e una gestione costante. Diversamente, se si concentrano i contaminanti in un organismo o gruppi di organismi, il problema è solo traslato ma non risolto.

Un murales di mille metri quadrati realizzato con una pittura anti-inquinamento in grado di ripulire l'aria come un bosco di 30 alberi. È 'Hunting pollution', l'opera inaugurata a Roma, in via del Porto Fluviale, in zona Ostiense, alla presenza del governatore del Lazio Nicola Zingaretti e del presidente dell'VIII Municipio Amedeo Ciaccheri. Nato da una idea di Yourban2030, noprofit al femminile guidata da Veronica De Angelis, il murales - che copre completamente un edificio - è stato realizzato dall'artista Federico Massa (alias Iena Cruz) utilizzando la tecnologia Airlite, una pittura mangia-smog. Si tratta del più vasto murales d'Europa a utilizzare questa tecnica, la più grande opera, è stato spiegato, "di street art rigenerativa" del continente. 'Hunting pollution' rappresenta un airone tricolore, specie in estinzione, in lotta per la sopravvivenza. L'uccello cattura la sua preda in un mare gravemente compromesso, ma contribuisce lui stesso a 'cacciare' l'inquinamento da uno degli incroci più trafficati della città. Iena Cruz, milanese con esperienze tra New York, Miami e Barcellona, non è nuovo a questi temi: da qualche anno i suoi lavori denunciano proprio i rischi del cambiamento climatico e le minacce alle specie in via d'estinzione. Il progetto porta Roma, è stato sottolineato, a ricoprire un ruolo leader tra le capitali europee nell' abbattimento degli ossidi d'azoto emessi dalle auto. A eliminarli, assieme al benzene e la formaldeide, ci pensa in questo caso la pittura Airlite: 12 metri quadrati di questo prodotto possono eliminare tutto l'inquinamento prodotto in un giorno da un'auto. Inoltre agisce contro il fumo di sigaretta e i cattivi odori, ed elimina anche i batteri resistenti agli antibiotici. Con questo progetto inizia anche la collaborazione tra Yourban2030 e la noprofit 'Air is Art' di Kristen Grove, che dal 2017 vuole fondere arte sostenibile e comunità culturali. "Nel Piano dell'Aria che firmeremo con il ministro Costa sono previsti degli incentivi affinché si utilizzino nelle ristrutturazioni anche nuove tecnologie a sostegno a tutto ciò che è efficientamento energetico" ha detto il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. "Questa opera - ha affermato il minisindaco dell'VIII Municipio Amedeo Ciaccheri - compie una azione pedagogica verso la città nella costruzione di una sensibilità, e verso chi vorrà fare arte in questo territorio tenendo conto del tema della sostenibilità. Le tecnologie ci stanno dando una mano nella sfida globale dei cambiamenti climatici, fatta non solo di trattati ma di comportamenti quotidiani". (Ansa)


“Venghino, signori, venghino!” Arriva il circo del futuro! Il primo al mondo dove gli animali ci sono, ma sono ologrammi Cristina Abbrunzo Nello scorso numero di questa rubrica “Ambiente e Tendenze”, si è voluto porre l’attenzione sulla frequente controversia tra il conservare il rispetto di alcune tradizioni popolari radicate atavicamente nella nostra cultura e la moderna coscienza ecologista di una società sempre più oculata in merito a scelte sostenibili e amiche dell’ambiente e della natura tutta! Abbiamo, nello specifico, trattato il tema della tradizionale arte pirotecnica e dei fuochi d’artificio, celebrativi di moltissime festività, sostituiti da una modernissima tecnologia di droni luminosi, al fine di scongiurare i vari danni ambientali e di salute che questa tradizione antica produce da secoli. Sempre con lo stesso spirito e con la stessa volontà di andare alla ricerca di soluzioni che possano mediare tra conservazione e innovazione, ho scelto, in questo articolo, di toccare un argomento a me particolarmente caro, perché legato a ricordi d’infanzia: il circo! Un mondo magnetico quanto misterioso, dove regna la magia dell’arte e la confusione dell’estremo. Un universo di simboli che ruota attorno a un grande tendone rosso, cuore pulsante di un villaggio itinerante che regala sogni, illusioni e sprezzo del pericolo. Dal trapezista con il sogno di volare al giocoliere che rincorre la velocità, dalla forza e virilità del domatore alla cavallerizza che ondeggia tra sensualità e dominio. Spettacolo e vita insieme. Un microcosmo, una società in miniatura che si sposta di città in città. Una comunità chiusa con intrecci familiari molto forti, con regole e mentalità proprie che si tramandano di generazione in generazione e che è difficile pensare di sradicare. Così come è difficile sradicare in gran parte dell’immaginario collettivo, l’idea di un circo che non si avvalga della presenza di animali. Perchè la controversia è questa! Ma andiamo per gradi. La società circense itinerante, che gira il mondo piantando il

proprio tendone di piazza in piazza, si è sviluppata tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Dopo aver toccato l’apice del successo nei decenni scorsi, sembra oggi avviarsi sul viale del tramonto. Anche in Italia, negli ultimi anni, questo universo ha risentito di una crisi senza precedenti. A essere in crisi, però, è la forma tradizionale del circo, quella legata alla presenza di animali : «Questo è un mestiere destinato a tramontare. Un tempo il domatore era visto come un eroe, oggi è un aguzzino o un maltrattatore». Flavio Togni, 56 anni, domatore e erede di una nota famiglia circense italiana, racconta com’è cambiato il rapporto del pubblico con gli animali del circo. Da una parte i circensi, fermi e orgogliosi delle loro tradizioni, dall’altra gli animalisti, che chiedono a gran voce di cambiare la legge n. 337 del 1968 con cui lo Stato riconosce la funzione sociale dei circhi equestri e degli spettacoli viaggianti e sostiene il consolidamento del settore. Una battaglia storica quella tra circensi e animalisti, che si è accentuata negli ultimi anni e ha coinciso con la crisi del settore. Secondo il rapporto Eurispes 2015, il 68 per cento degli italiani si è detto contrario all’uso degli animali nei circhi. Il dato rivela l’ aumentata sensibilità della gente verso le condizioni

psicofisiche degli animali obiettivamente sottoposti ad una vita fatta di prigionia, viaggi estenuanti e addestramenti vessatori. Questa aumentata sensibilità, circa un anno fa, è arrivata fino in Parlamento e ha ottenuto l’ok definitivo per la legge delega di riordino del settore dello Spettacolo, che è stata approvata con 265 voti e 13 no. La nuova legge prevede il graduale superamento della presenza degli animali nei circhi e nelle attività dello spettacolo viaggiante. Ci sarà un progressivo cambiamento sino all’assenza totale degli animali nei circhi. Questo per far in modo che gli animali, ormai non più abituati, vengano ricollocati in luoghi adatti e a loro consoni. La Lav, Lega AntiVivisezione,

si è anche battuta per una formulazione più netta della legge e assicura che vigilerà affinché questo principio venga applicato. Con questa legge l’Italia si mette al passo con numerosi altri stati del mondo che hanno già vietato forme di intrattenimento basate sullo sfruttamento degli animali. Tra i tanti: Svezia, Croazia, Malta, Israele, Perù, Finlandia, Svizzera, Norvegia, Belgio, Canada, Messico e Gran Bretagna. E sono anche numerosi i circhi alternativi, ovvero circhi senza animali, che si stanno diffondendo sempre piu’. Il piu’ noto di tutti è da tempo il Cirque du Soleil, dove lo stupore nasce da gesta umane straordinarie: equilibri acrobatici, verticalismi, danza, magia, destrezze e

curiosità insolite. Ma il parere dei più nostalgici legati all’idea di un circo tradizionale, così come il punto di vista della maggior parte dei circensi stessi, è che questo porterà alla morte della magia e del vero senso popolare del circo. «Quando non ci saranno più animali nei circhi, i bambini non vedranno più i grandi felini africani» spiega ancora Flavio Togni. «Si romperà quell’alchimia meravigliosa tra uomo e animale, e il leone tornerà ad essere un tabù, l’animale pericoloso e cattivo a cui non ci si può avvicinare». Ma ecco il progresso e le nuove tecnologie entrare in campo per trovare una soluzione che possa mediare tra le due visioni e che possa appunto conservare le tradizioni rispettando ambiente e natura. Ologrammi al posto degli animali in carne e ossa: è questa l’idea rivoluzionaria portata avanti dal Circus Roncalli, circo tedesco fondato a Vienna nel 1976 da Bernhard Paul e André Heller. Da quest’anno, infatti, la compagnia circense ha deciso di bandire l’impiego degli animali negli spettacoli e di sostituirli con l’unione di 11 potenti proiettori, con una risoluzione altissima, capaci di regalare agli spettatori un’esperienza unica. Non ci sono gabbie, ma ci sono lo stesso animali che saltano nel cerchio infuocato, fanno acrobazie e giocano con la pallina. Tigri, cavalli, elefanti giganteggiano negli show del Roncalli in veste di proiezioni luminose per lo stupore soprattutto dei più piccoli. Le notizie che riguardano il ricorso alla tecnologia nell’entertainment come valida sostituta degli animali in carne e ossa, del resto, non sono una novità: l’Ocean Odyssey del principe arabo Khaled bin Alwaleed, ovvero il primo acquario senza pesci dove lo spettacolo lo fanno video, suoni e 3D, ne è un esempio significativo e non isolato. Perciò via libera ad idee come questa e “venghino signori, venghino” che la magia del circo tradizionale può anche coesistere con il rispetto di tutti gli esseri viventi!!!


Il diritto di accesso dei sindacati ai documenti amministrativi Riconosciuta l’ostensibilità del Documento di Valutazione dei Rischi Felicia De Capua L’orientamento giurisprudenziale formatosi in materia di diritto di accesso agli atti da parte delle organizzazioni sindacali è piuttosto permissivo. Di recente i giudici amministrativi pugliesi, nel confermare tale orientamento, si esprimono, in particolare, sulla legittimazione dei sindacati all’accesso al Documento di Valutazione dei Rischi (Tar Puglia, sez. III, 5 ottobre 2018, n. 1275). Secondo la richiamata giurisprudenza rileva un duplice profilo di legittimazione, per cui è riconosciuto all’organizzazione sindacale l’esercizio del diritto di accesso per la cognizione di documenti che possano coinvolgere sia le prerogative del sindacato stesso, sia quelle dei singoli iscritti nel cui interesse e rappresentanza esso opera. Tuttavia detta sfera di legittimazione, si legge nella sentenza, “non può tradursi in iniziative di preventivo e

generalizzato controllo dell’intera attività dell’amministrazione datrice di lavoro”, come espressamente previsto all’art. 24, comma terzo, della L. n. 241/1990, nel testo novellato dall’art. 16 della L. n. 15/2005. Pertanto, si legge ancora, “la domanda di accesso, ancorché esplicata in esercizio delle prerogative dell’organizza-

zione sindacale, soggiace al filtro dell’esistenza di un interesse diretto, concreto e attuale corrispondente ad un situazione giuridicamente tutelata che trovi collegamento nel documento che si vuole conoscere”. Nel caso di specie le Organizzazioni sindacali esercitano il diritto di accesso per conoscere e valutare la sicurezza

nei luoghi di lavoro, richiedendo i Documenti di Valutazione del Rischio (DVR). In premessa i giudici affermano la sussistenza in capo alla parte richiedente dell’interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso, “in ragione dello

stretto legame esistente tra la finalità dichiarata ed il documento richiesto”. Di poi gli stessi giudici richiamano la giurisprudenza secondo la quale non ostano divieti e preclusioni normative all’esercizio del diritto di accesso al DVR, non riguardando l’istanza atti sottratti all’accesso, né rilevandosi un controllo generalizzato sull’attività dell’Amministrazione. La sentenza in esame si conclude con un’affermazione che rafforza la dichiarata sussistenza del diritto di accesso della ricorrente organizzazione sindacale per le finalità esplicitate e gli interessi perseguiti: invero la L. n. 241/1990 incide sulla diretta cognizione degli atti datoriali già formati, “ma non deroga al ruolo istituzionale del RLS, quale organo di rappresentanza dei lavoratori, chiamato comunque alla esclusiva e qualificata interlocuzione con il datore di lavoro, anche sulla scelta delle modalità mirate a garantire la sicurezza”.

Viaggio nelle leggi ambientali URBANISTICA La realizzazione di edifici, strutture ed infrastrutture, finalizzati ad insediamenti civili e ad attività produttive in zone boscate o di pascolo, i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco, è consentita nei casi in cui tale possibilità sia stata prevista prima dell’incendio dagli strumenti urbanistici all’epoca vigenti, e richiede altresì che l’area sia già stata riservata a tale scopo dallo strumento urbanistico (irrilevante essendo la generica compatibilità dell’intervento con la destinazione dell’area. Corte di Cassazione Sezione III Sentenza n. 46042 del 11 ottobre 2018. ARIA La potenziale antinomia in-

sita nella disposizione transitoria di cui all’art 281, comma 3, d.lgs. 152 del 2006 – che, da un lato, prevede per gli stabilimenti esistenti per la prima volta assoggettati all’obbligo di autorizzazione dal d.lgs. 128 del 2010 di adeguarsi alla nuova normativa entro il 1° settembre 2013 e, dall’altro, anche per consentire alla autorità competenti per il controllo il tempo necessario per la valutazione delle istanze, anticipa al 31 luglio 2012 il termine per richiedere l’autorizzazione prevedendo in tal caso la possibilità di prosecuzione dell’attività sino alla pronuncia sull’istanza – dev’essere risolta interpretando la norma nel senso che, se la richiesta di autorizzazione sia presentata dopo tale ultimo

termine ma comunque prima del 1° settembre 2013 e risulti l’adeguamento anche sostanziale dello stabilimento ai valori limite di emissione enucleabili dalla disciplina

positiva, la permanenza della condotta illecita di esercizio dello stabilimento in assenza della prescritta autorizzazione, punita ai sensi del’art. 279, comma 1, d.lgs. 152 del

2006, cessa al momento di presentazione dell’istanza. Diversamente dalle ipotesi direttamente disciplinate da tale ultima disposizione, la fattispecie risultante dal combinato disposto della stessa e dalla disciplina transitoria contenuta nel successivo art. 281, comma 3, prevede infatti una norma a condotta mista, implicando la condotta commissiva della prosecuzione di un’attività produttiva in atto, lecitamente a suo tempo avviata, e la condotta omissiva del mancato adeguamento, formale e sostanziale, alla sopravvenuta normativa entro 1° settembre 2013. Corte di Cassazione Sezione III Sentenza n. 40243 del 10 settembre 2018. A.T.


Le necessità di ciascuna persona sulla terra devono essere soddisfatte, e ciascuno deve avere uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

PERCHÈ RALLENTARE È LA SOLUZIONE Nel 1968 Aurelio Peccei riunì alcuni studiosi di passaggio da Roma e insieme decisero che il destino dell’umanità doveva essere analizzato scientificamente, che le generazioni future dovevano essere avvisate di quello che stava per succedere, dovevano essere messe in guardia sui mutamenti e sui possibili pericoli planetari. Attenzione ed educazione al futuro e visione del destino dell’umanità, sono i due concetti che hanno da sempre guidato e ispirato tutti gli studi e le pubblicazioni di questa organizzazione. Questo gruppo di persone riunite da Peccei si costituì come “Club di Roma” e decise di investire risorse eco-

nomiche per studiare e analizzare il futuro dell’umanità. Il nome del gruppo nasce dal fatto che la prima riunione si svolse a Roma, presso la sede dell'Accademia dei Lincei alla Farnesina. Al suo invito risposero vari “programmatori del futuro”, professori, diplomatici, industriali, provenienti da tutto il mondo. Il “Club” attraverso la pubblicazione di un libro si prefiggeva di spiegare che cosa ci si sarebbe potuti aspettare all’inizio del ventunesimo secolo, con lo scopo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica. Grazie all’uso di calcolatori elettronici molto sofisticati (siamo nel 1970) e l’adozione di modelli

matematici complessi, alcuni studiosi, per conto del Club di Roma elaborarono degli scenari descrittivi su che cosa sarebbe potuto succedere se alcuni fenomeni fossero aumentati con certe tendenze. Con la pubblicazione “I limiti dello sviluppo”, del 1972 il Club propose le sue conclusioni, generando un acceso dibattito nella comunità internazionale. Dopo cinquant’anni resta ancora attuale questo testo ed i successivi editi dal Club di Roma, come base analitica in grado di esercitare una notevole influenza sulle tematiche ambientaliste. Alla Conferenza per il Cinquantesimo Anniversario del

Club di Roma, organizzata dallo stesso Club di Roma il 17 e il 18 ottobre, è stato ricordato che “Quando il Rapporto I limiti dello sviluppo è stato scritto, gli esseri umani erano 3,5 miliardi. Oggi sono 7,6 miliardi, il 117% in più in mezzo secolo. Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera sono cresciute da 322 a 403 parti per milione (un aumento devastante, che ha appena prodotto i tre anni più caldi in assoluto della storia della climatologia: 2014, 2015 e 2016, un’impressionante tripletta). Gli abitanti delle città sono passati da 1,3 miliardi a 4, cioè sono più che triplicati (+ 207%) e le megalopoli con più di 10 milioni di

abitanti sono passate dalle tre del 1968 (New York, Shangai e Tokyo) alle 22 attuali. Alla crisi ambientale globale si sono aggiunte in questi ultimi due decenni quelle sociali, politiche e morali. Miliardi di persone non hanno più fiducia nei loro governi e nella politica, crescono i populismi aggressivi, la povertà si è allargata e approfondita in molti Paesi del mondo. Valutare il successo di una società in termini di PIL è sempre più inadeguato, anche per misurare la crescente diseguaglianza tra ricchi e poveri. La massimizzazione del profitto e la salvaguardia del Pianeta sono in un conflitto ormai insanabile”.

L’ AMBIENTALISMO SI INTERNAZIONALIZZA Andrea Tafuro Nel 1972 fu pubblicato: “The Limits to Growth”. Questo capolavoro è il frutto delle intuizioni di Aurelio Peccei (in foto). Laureatosi in economia, fu partigiano di Giustizia e Libertà, nei mesi successivi alla Liberazione fu alla testa della casa madre torinese e contribuì alla fondazione dell’Alitalia. Pur essendo uno dei manager più competenti e creativi della Fiat e pur di essere fedele alla sua vocazione manageriale e aziendale, si vide precludere l’ascesa ai massimi vertici della Fiat, ma grazie ai suoi eccellenti rapporti prima con Vittorio Valletta poi con Gianni Agnelli riuscì a ritagliarsi spazi di manovra. Fondò e diresse in America Latina la più fortunata filiale estera della Fiat e

in seguito l’Adela, rimise in sesto l’ Olivetti e ideò, per gli investimenti nel Terzo Mondo, l’Italconsult. In età ormai matura Peccei iniziò a riflettere sulle implicazioni della mondializzazione dell'economia e della rapidità dell'innovazione tecnologica. La sua idea, era che le novità derivanti da questi due fenomeni non fossero solo positive, ma implicassero dei gravi squilibri a livello planetario destinati ad aggravarsi col passare del tempo fino ad arrivare a veri e propri punti di rottura. Peccei riteneva tuttavia che queste tendenze potessero essere governate, a condizione però di averne piena consapevolezza e di riuscire a realizzare una vera e propria rivoluzione nel modo di considerare il governo della cosa pubblica. Quel che era necessario, se-

condo Peccei, era un approccio sistemico, globale, previsionale e fortemente cooperativo. Il tutto, però, animato da un profondo senso del bene pubblico. Per far in modo che queste intuizioni divenissero patrimonio comune sia delle opinioni pubbliche che dei tecnici e dei governanti, Peccei costituì quel che noi oggi chiameremmo un serbatoio di pensiero, il Club di Roma, nel 1968 e si sforzò di capire come si potessero comunicare con successo le conoscenze e la visione complessiva maturate all'interno del gruppo. Il risultato, nel marzo del 1972, fu la pubblicazione, del rapporto The Limits to Growth, tradotto in Italia con un pessimo titolo: ”I limiti dello sviluppo”, che illustrava i possibili scenari planetari per i successivi settantacinque anni a seconda

delle scelte politiche e tecnologiche adottate. La ricerca fu strutturata secondo i criteri dell’analisi dei sistemi che si basa sullo studio di come variano col tempo alcune grandezze correlate con altre; si deve cercare di immaginare come ciascuna può variare se ognuna delle altre. La stessa procedura può essere applicata nel cercare di correlare gli affari di una impresa industriale con la dimensione del mercato, con l’aggressività dei concorrenti, col costo del denaro, con il cambiamento dei gusti dei consumatori, ecc. “The Limits to Growth” ha contribuito a: favorire l'internazionalizzazione del dibattito ambientalista; segnare la comparsa dell’ambientalismo scientifico, fondato su solide basi; istituzionalizzare le politiche am-

bientali; imporre n approccio sistemico e globale all'analisi dei fenomeni ambientali e soprattutto all'analisi del danno ambientale. In conclusione è stato un importante catalizzatore che ha favorito una straordinaria crescita della consapevolezza ambientale e dei relativi movimenti a livello mondiale.


a cura di Fabiana Liguori Fino al 3 novembre 2018 La “Festa della Castagna” A Montano Antilia (SA) Incontri, laboratori e convegni sul castagno e stand con degustazioni di prodotti tipici Fino al 3 novembre 2018 La “Festa della Castagna” a Stio (SA) Ogni anno la festa è caratterizzata, oltre che dalle prelibatezze gastronomiche locali, da numerosi eventi ed iniziative collaterali: esibizioni di musica dal vivo e gruppi folkloristici, spazi espositivi di artigianato. Le castagne rappresentano uno dei prodotti gastronomici tipici del luogo. Fino al 4 novembre 2018 “Vomero Chocoland 2018” A Napoli Cinque giornate dedicate al cioccolato, all’insegna di gusti estasianti e di un autentico tripudio di colori e dolcezza. I golosi napoletani - e non solo - potranno assaggiare autentici capolavori del cioccolato artigianale nel corso dell'evento e partecipare a laboratori, convegni e show coocking

Il 1 novembre 2018 “La tombola storica del 1734” A Napoli, nella Chiesa di San Gennaro all’Olmo L'Associazione "I Lazzari" presenta uno spettacolo in abiti d'epoca in "90 atti", scritto e diretto da Davide Brandi, che racconta, in chiave divertente e giocosa, la storia della Napoli del '700, tra i vicoli, i fondachi e il Palazzo Reale, la lotta ai vizi e ai giochi portata avanti da Padre Gregorio Rocco, i dialoghi del frate con i Sovrani Carlo e Ferdinando, Maria Amalia e Maria Carolina, e gli attriti col Ministro Tanucci. Dal 1 al 4 novembre 2018 La “Sagra della castagna e del pecorino vitulanese” A Vitulano (BN) La kermesse gastronomica, organizzata dalla Pro Loco Campo Sauro, celebra, oltre alla castagna, prodotto tipico dell'autunno, anche un'altra specialità locale: il pecorino vitulanese. Nel corso della manifestazione saranno allestiti diversi stand dove sarà possibile gustare la castagna "enzeta", qualità rappresentativa di Vitulano e di Camposauro: caldarroste, dolci a base di castagne nonché l'ottimo pecorino locale e tanti altri prodotti, accompagnati da un bicchiere di buon vino del Taburno o del Sannio e da spettacoli musicali. Saranno aperte le botteghe d'artigianato, le Chiese monumentali e la Pinacoteca e ci saranno escursioni nei castagneti, a piedi ed in mountain bike. Dal 2 al 4 novembre 2018 La “Sagra della Castagna” A Montella (AV) L'evento, nel suggestivo borgo irpino, che vede le caldarroste protagoniste assolute prevede anche la presenza di stand enogastronomici con i prodotti della Terra d'Irpina, come il caciocavallo impiccato, salumi, miele e dolci. Anche quest'anno, il paese aprirà le porte ai visitatori che potranno ammirare tutti i luoghi di interesse grazie anche ad un nutrito programma di visite e attività della Pro Loco Montella Alto Calore.

Il 3 e 4 novembre 2018 La “Sagra della Castagna e del fungo porcino” A Sipicciano di Galluccio (CE) Nel corso dell'evento saranno allestiti tantissimi stand con degustazioni di prodotti tipici locali a base di castagna e fungo porcino.

Il 4 novembre 2018 “L’Abbazia del mistero” Napoli, Museo del Sottosuolo Un percorso narrato nella storia del più grande noir di sempre con il reading musicale tratto da "Il nome della rosa" di Umberto Eco. Le parole di Brunella Caputo, regista, attrice e lettrice, daranno voce al diario di Adso. Ad accompagnare, il suono del sax di Stefano Giuliano. Il 9 e il 10 novembre 2018 La “Sagra dei funghi” a San Giuseppe Vesuviano (NA) Una manifestazione, organizzata dal Comitato Festa di San Leonardo di Noblac, che permette di coniugare i balli folcloristici della Campania con la degustazione di prodotti tipici presso i vari stand che saranno aperti al pubblico. Sarà quindi possibile assaggiare primi piatti a base di funghi porcini, il caciocavallo impiccato, sempre a base di porcini, panini con salsiccia e funghi e contorni. Il tutto, accompagnato da un buon vino novello locale.

Dal 9 all’11 novembre 2018 La “Sagra della castagna e del vino” A Sorbo Serpico (AV) Nel corso dell'evento, sarà possibile gustare diverse prelibatezze enogastronomiche, come la pizza fritta, il caciocavallo impiccato, la zuppa di castagne contadina, le caldarroste e i dolci di castagne. Il tutto accompagnato dai vini dell'azienda “Feudi di San Gregorio”. Il 10 novembre 2018 “SubTerranea, rassegna di arti visive e performative” A Napoli, Museo del Sottosuolo L’arte si cala negli abissi del sottosuolo partenopeo e si innesta nei suoi anfratti per dare vita ad un'esplosione creativa che ne unisce i diversi linguaggi. Decine artisti, scultori, danzatori e performer declineranno il tema ‘subterranea’ attraverso diversi angoli di visuale: gli invisibili - migranti, matti, persone senza diritti -, la forza della natura che resiste all'inquinamento prodotto dall'uomo o ancora l'energia mossa dal fuoco delle passioni. Gli artisti, i cui spettacoli, opere ed esposizioni si susseguiranno intrecciandosi fino a creare un continuum, condurranno gli spettatori in un viaggio unico attraverso uno dei luoghi più suggestivi di Napoli, nel ventre della città.

Il 10 novembre 2018 La “Sagra del Vino e dei prodotti tipici” A Camposano (NA) Una rassegna all’insegna del divertimento con giochi del cortile, come la corsa nei sacchi e il tiro alla fune, a cui seguiranno spettacoli, balli popolari e di gruppo. Non mancheranno attrazioni ed intrattenimento per i più piccoli. All’interno del percorso funzionerà un servizio ristoro con piatti tipici locali e vino in quantità. A conclusione, uno spettacolo pirotecnico. Il 10 e l’11 novembre 2018 La “ Festa del Novello” A Galluccio (CE) In occasione della sesta edizione, nell'accogliente paesino alle pendici del Vulcano di Roccamonfina sarà possibile gustare alcuni tra i migliori prodotti del territorio: oltre al Vino Novello, offerto in diverse declinazioni, ci saranno profumate caldarroste, ottimi dolci, tradizionali fritture ("crespiegli" e "mazzabotte"), succulenti primi piatti e appetitose grigliate di carne.


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Arpa Campania Ambiente n.20/2018 by Arpa Campania Servizio Comunicazione - Issuu