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Arpa campania ambiente 2018 2

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Inquinamento atmosferico ed interventi per area vasta: l’iniziativa di Avellino di Luigi Stefano Sorvino

mento ad alcuni punti del centro urbano ed al nucleo industriale di Pianodardine, secondo quanto segnalano di volta in volta le centraline di monitoraggio della rete Arpac, che registrano anche nel gennaio 2018 numerosi giorni con concentrazioni di PM10 superiori ai limiti consentiti. Concorrono alla scarsa qualità dell’aria sia la tipica conformazione a conca della cintura urbana avellinese che le condizioni meteo di ristagno nell’aria delle polveri sottili ed ultrasottili..

L’avvio del nuovo anno, con le prime rilevazioni sull’inquinamento atmosferico, conferma purtroppo le criticità già note da tempo relative alla qualità dell’aria in vari punti della Regione, con particolare riferimento all’hinterland orientale di Napoli ma anche a diversi centri urbani della Campania interna. Tra le situazioni di relativa criticità si conferma, in provincia di Avellino, l’area del capoluogo e dei comuni limitrofi, con particolare riferiPRIMO PIANO

Gli Stati Generali dei rifiuti in Campania

Lo scorso 22 gennaio 2018 presso il Teatro Bolivar di Napoli si è svolto un dibattito pubblico organizzato da Ricicla.tv intitolato: “Gli Stati Generali dei Rifiuti in Campania”. Liguori a pag.3

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ARPAC

Migliora la qualità delle acque di balneazione in Campania Migliora la qualità delle acque di balneazione in Campania. Secondo la delibera approvata dalla Giunta regionale a dicembre (deliberazione di Giunta regionale n. 779 del 12 dicembre 2017, pubblicata sul Burc n. 90 del 14 dicembre), ben l’89% delle acque costiere campane adibite alla balneazione risultano di qualità “eccellente”: l’anno precedente erano l’83%, nel 2014 il 76%. Lionetti-Mosca a a pag.6

Da Napoli alla Malesia per salvare il reef

L’economia si tinge di blu

Torquato Tasso, il sommo poeta

BIO-ARCHITETTURA

L’arhitettura di Hassan Fathy Hassan Fathy conquistò l’attenzione internazionale dopo la pubblicazione, nel 1973, del suo libro Architecture for the Poor (University of Chicago Press). Il libro, divenuto ormai un classico... Palumbo a pag.12

AMBIENTE & SALUTE AMBIENTE & SALUTE

L’alimentazione veg torna alle origini

Esposito a pag.13

La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi.

Nascere con il mare dentro, crescere con il desiderio di esplorarne i fondali nuotando come una sirena, studiare e lavorare sodo per realizzare questo sogno… È la storia di Oriana Migliaccio, biologa napoletana appena trentunenne che dirige a Pom Pom Island (nel Borneo Malese) un dipartimento interamente dedicato alla protezione dell’ambiente marino. La battaglia che ogni giorno questa “guerriera” partenopea porta avanti...

De Crescenzo-Lanza a pag.14

Martelli a pag.8

Il 15 e 16 gennaio 2018 si è svolto, nel prestigioso Centro Congressi dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, il workshop “Dalla fondazione all’operatività”, organizzato dal Cluster Tecnologico Nazionale (CTN) Blue Italian Growth (BIG), sequel del workshop “Bluemed - Building a sharedresearch and innovation agenda for blue jobs and growthacross the Mediterranean", tenutosi a Napoli lo scorso novembre, presso Villa Doria d’Angri... Patrizio a pag.9

In aumento le emissioni di metano in atmosfera

Pollice a pag.15


Inquinamento atmosferico ed interventi per area vasta: l’iniziativa di Avellino L’avvio del nuovo anno, con le prime rilevazioni sull’inquinamento atmosferico, conferma purtroppo le criticità già note da tempo relative alla qualità dell’aria in vari punti della Regione, con particolare riferimento all’hinterland orientale di Napoli ma anche a diversi centri urbani della Campania interna. Tra le situazioni di relativa criticità si conferma, in provincia di Avellino, l’area del capoluogo e dei comuni limitrofi, con particolare riferimento ad alcuni punti del centro urbano ed al nucleo industriale di Pianodardine, secondo quanto segnalano di volta in volta le centraline di monitoraggio della rete Arpac, che registrano anche nel gennaio 2018 numerosi giorni con concentrazioni di PM10 superiori ai limiti consentiti. Concorrono alla scarsa qualità dell’aria sia la tipica conformazione a conca della cintura urbana avellinese che le condizioni meteo di ristagno nell’aria delle polveri sottili ed ultrasottili, con particelle molto piccole prodotte dalla combustione, con la presenza di sostanze alla lunga dannose per la salute. Sul piano regionale, se è vero che le maggiori concentrazioni di fonti inquinanti (traffico veicolare con cantieri, infrastrutture produttive e trasportistiche come porto e aeroporto, riscaldamenti, etc….) si addensano nel capoluogo partenopeo, è altrettanto vero che la città di Napoli beneficia del suo ampio affaccio sul mare. Esso determina importanti fenomeni di rimescolamento e ricambio delle masse d'aria con dispersione degli inquinamenti per effetto delle brezze marine, mentre le situazioni più preoccupanti riguardano le aree che si dispiegano dalla stazione di Piazza Garibaldi verso l’hinterland nolano-acerrano (vedi, ad esempio, i Comuni di San Vitaliano, Pomigliano d’Arco, Acerra). Del resto anche a livello nazionale le grandi città di mare, come Genova o Napoli, presentano scenari delicati per le intense pressioni antropiche, di carattere residenziale e produttivo, ma nel complesso meno preoccupanti rispetto alle metropoli interne della Pianura Padana ed a città come Torino e Milano ubicate

in aree morfologicamente depresse. La settimana scorsa è stato attivato ad Avellino, con la partecipazione dell’Arpac, un esperimento interessante e positivo di area vasta - che richiama alcune esperienze avanzate dell’area padana con la stipula di un accordo intercomunale per l’adozione di un mix di azioni e misure congiunte volte al contrasto dell’inquinamento atmosferico nell’agglomerato avellinese. Come si è detto, le criticità di quest’area, pur circoscritta e caratterizzata da fonti inquinanti meno strutturate e complesse rispetto agli ambiti metropolitani, sono amplificate dalla conformazione geomorfologica a conca, con una valle circondata da colline che determina frequenti periodi di intensa stagnazione atmosferica ed un contesto favorevole alla formazione ed all’accumulo nell’aria di inquinanti.

Su questo areale, l’Arpac assicura un costante monitoraggio mediante due centraline fisse installate nel capoluogo, oltre ad una centralina di supporto dedicata all’impianto Stir di Pianodardine, che garantiscono un flusso continuo di informazioni, con aggiornamento orario e giornaliero, relative ai parametri dell’inquinamento atmosferico, con un valido supporto per l’interpretazione dei fenomeni emissivi e meteo-climatici. Inoltre, in passato (2014-15) è stata eseguita una specifica campagna di monitoraggio, su richiesta del Comune, con il posizionamento di un laboratorio mobile in Piazza Kennedy, al fine di approfondire le conoscenze sulla qualità dell’aria in una zona densamente antropizzata, con un tessuto stradale particolarmente fitto ed un significativo stazionamento di mezzi pubblici (autostazione

provvisoria). I risultati hanno evidenziato criticità per i parametri Pm10, NO2 e l’Arpac ha oggi assicurato la propria disponibilità ad un ulteriore monitoraggio straordinario sullo stesso sito al fine di verificare eventuali evoluzioni dello scenario. In materia vige la direttiva 2008/50/CE “relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa”, attuata in Italia dal D.lgs. di recepimento n. 155/2010, secondo cui la valutazione deve essere effettuata non occasionalmente per singoli punti ma con riferimento a zone territoriali omogenee ed agglomerati urbani, secondo un’apposita rete di rilevamento e monitoraggio gestita dalle agenzie ambientali. Il D.lgs. 155/2010 stabilisce, per i principali inquinanti, i valori limite, le soglie di allarme, il margine di tolleranza e le modalità secondo cui esso deve essere ridotto nel tempo e l’adozione di un apposito Piano regionale di Risanamento per agire sulle principali sorgenti di emissione, approvato ed integrato dalla Regione Campania nelle tornate del 2006/07 e 2012/14. I Sindaci, in quanto autorità sanitarie locali, verificata la presenza di inquinamento atmosferico, possono e devono adottare ordinanze interdittive della circolazione veicolare, ma tali provvedimenti contingibili

risultano per lo più inefficaci se occasionali e circoscritti solo a bacini amministrativi per ambiti comunali. Rispetto a questi presupposti, normativi e di fatto, il Comune di Avellino – su commendevole iniziativa dell’Assessore all’Ambiente Augusto Penna – ha proposto in modo innovativo la sottoscrizione di un accordo rivolto agli undici comuni dell’hinterland, suddivisi tra quelli ad alta concentrazione urbana e quelli dell’area montana – pedemontana con vocazione agricola, con un protocollo operativo che si articola in una serie di misure diversificate per il breve, medio e lungo periodo. Tali azioni differenti si suddividono in base alla tipologia di emissioni considerate, riguardanti le sorgenti diffuse fisse, i trasporti e le sorgenti puntuali e localizzate, con impegni variabili a seconda del numero di superamenti dei limiti consentiti per il Pm10 - al di sotto e al di sopra dei 35 sforamenti annui massimi - relativi alle limitazioni alla circolazione veicolare, al divieto di bruciatura dei vegetali (cd. abbruciamento), alla gestione della temperatura degli edifici pubblici e privati, al divieto di utilizzo dei camini, ecc… L’accordo è programmato per una gestione dinamica da parte delle Amministrazioni, modulata sulle esigenze di intervento collegate agli esiti del costante monitoraggio della qualità dell’aria diramati dalla rete regionale dell’Arpac, con la possibilità di verifiche e di integrazioni periodiche, efficace anche in termini di opportune azioni di prevenzione, promosse dai Sindaci a tutela della salute dei cittadini. Tale iniziativa di coordinamento, ancorché circoscritta ad un ambito significativo ma limitato del territorio regionale, può rappresentare un interessante ed utile laboratorio di quelle azioni integrate - con un mix di misure di diversa tipologia - da promuovere per area vasta con la necessaria sinergia, intercomunale ed intersettoriale, al fine di mitigare il fenomeno dell’inquinamento atmosferico purtroppo sempre incombente sulle nostre città. Il Commissario Straordinario Avv. Luigi Stefano Sorvino


Gli Stati Generali dei rifiuti in Campania Bisogna costruire nuovi impianti per il recupero di materia riciclabile Fabiana Liguori Lo scorso 22 gennaio 2018 presso il Teatro Bolivar di Napoli si è svolto un dibattito pubblico organizzato da Ricicla.tv intitolato: “Gli Stati Generali dei Rifiuti in Campania”. Sul palco: Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra; Fulvio Bonavitacola, assessore all’Ambiente della regione Campania; Tiziano Mazzoni, dirigente del settore ambiente di Utilitalia; l’imprenditore Aldo Savarese di “100% Campania” e Franco Matrone di “Zero Waste Campania”. Il confronto, moderato dalla giornalista di Ricicla.tv Monica D’Ambrosio e dal rifiutologo Roberto Cavallo, è stato incentrato sulle criticità e le prospettive relative al percorso verso l’autosufficienza nella gestione dei rifiuti urbani intrapreso dalla Regione Campania. Un traguardo, purtroppo, ancora troppo lontano. Ogni anno nella regione si producono più di due milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti urbani. Di queste, circa un milione viaggia verso impianti di trattamento in Italia o addirittura in Europa. Il costo di tale operazione, che grava sui contribuenti campani, ammonta a poco più di 140 milioni di euro, senza contare le sanzioni decretate dall’Unione Europea alla regione Campania: 120 mila euro al giorno fin quando non sarà stato realizzato un ciclo capace di trattare in autosufficienza i rifiuti prodotti. La Differenziata e gli impianti per il trattamento della frazione organica senza nuovi termovalorizzatori, erano i punti focali del “Nuovo piano rifiuti regionale” entrato in vi-

gore a dicembre 2016. Il fine: il raggiungimento dell’autosufficienza al 2020. A più di un anno dalla presentazione del documento, la situazione sembra tutt’altro che incoraggiante: la differenziata è di poco superiore al 50% e i nuovi impianti citati dalla Regione non sono ancora entrati in funzione. La meta annunciata nel Piano è senz’altro ancora viva, ma i tempi per il raggiungimento dell’obiettivo sembrano essere poco vicini. L’obiettivo previsto dal Piano è assolutamente raggiungibile – sostiene l’assessore all’Ambiente Fulvio Bonavitacola – Per migliorare la raccolta abbiamo appena varato un programma straordinario di 18 mesi che parla ai comuni sotto il 45% mettendo a loro disposizione uomini, mezzi e infrastrutture”. Per quanto riguarda la frazione organica, pari nel 2016 a circa 700mila tonnellate, trattate solo per il 10% in Regione, l’assessore assicura: “È già pronto un progetto esecutivo

per l’impianto di Battipaglia mentre sono tuttora in corso 15 procedure in fase avanzata di progettazione. Credo – conclude l’assessore – che entro pochi mesi avremo terminato i progetti e potremo partire”.“Al momento in Campania – dichiara Alessandro Bratti – ci sono circa 700mila tonnellate di rifiuti organici che non vengono riciclate così come 300mila tonnellate di scarti non recuperabili inviati a smaltimento in altre regioni d’Italia o addirittura oltre confine. La nuova pianificazione regionale – continua – cerca di raggiungere l’autosufficienza puntando al 65% di differenziata e alla costruzione di nuovi impianti di compostaggio entro il 2020, ma per passare dalla pianificazione all’attuazione è necessario accelerare il passo”. La vera piaga in Campania rimane la questione ecoballe. Ne restano da smaltire circa poco più di cinque milioni di tonnellate e seppur l’attua-

zione del Piano sulla questione avanza con palese lentezza, l’assessore sembra essere sereno al riguardo: “La fase dello smaltimento fuori Regione, seppur con qualche difficoltà, è partita – afferma Bonavitacola – adesso dobbiamo lavorare ai nuovi impianti per il recupero di materia riciclabile e per la produzione di Combustibile Solido Secondario. La gara per l’impianto CSS di Caivano è in corso, fra qualche settimana parte anche la gara per l’impianto di recupero di materia a Giugliano”. Al dibattito presenti anche le imprese e alcuni addetti ai lavori, che dalla platea hanno chiesto a gran voce di intervenire. Ma i tempi della diretta, quelli sì che sono brevi. E gestirli, talvolta, non è semplice, anche se non impossibile. Solo una minima rappresentanza, infatti, è riuscita a farsi ascoltare, contestando pubblicamente gli infiniti iter della burocrazia, altra vera piaga del Paese, che bloccano gli in-

vestimenti, compresi quelli in innovazione. Secondo Franco Matrone di Zero Waste Campania il problema è anche di manifattura:“Abbiamo tante imprese che lavorano i rifiuti ma pochi sbocchi di mercato per i materiali riciclati e in questo bisogna ancora investire tanto. Bisogna dar vita a vere e proprie filiere delle materie prime seconde”. Aldo Savarese di 100% Campania ha preferito andare nel concreto e chiedere all’Assessore Bonavitacola e a tutti i presenti un tavolo di confronto sull’economia circolare per provare a risollevare le sorti della Campania, terra così martoriata, proprio partendo dai rifiuti per creare poi occupazione sostenibile. Circa 100mila tonnellate di rifiuti creano 250 posti di lavoro se avviati correttamente a riciclo. Da qui la riflessione semplice e provocatoria del rifiutologo Roberto Cavallo: “cosa succederebbe se il milione di tonnellate di rifiuti che lascia la Campania restasse entro i confini regionali?”. “Per troppo tempo – dichiara Giovanni Paone, direttore editoriale di Ricicla.tv – la gestione dei cosiddetti RSU in Campania è stata terreno di fortissime speculazioni, siano esse politiche o criminali cosa che ha generato nell’opinione pubblica un clima di sospetto e terrore. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un milione di tonnellate all’anno va fuori regione per mancanza di impianti. C’è bisogno di un’accelerazione. Lo chiede l’Europa e lo chiedono i cittadini, stanchi di pagare a caro prezzo le colpe del passato”.


Conservazione della natura

COMUNE

DI

POLLICA

L’Accordo tra il Parco del Cilento e la Federico II Rossella Femiano Nuovo Accordo di collaborazione tra l’Ente Parco Cilento, Vallo di Diano e Alburni ed il Dipartimento di Biologia dell'Università Federico II di Napoli. Si tratta di una collaborazione che, ispirandosi ai principi fondamentali della gestione delle Aree Protette affermati nella Legge 394/91, intende garantire e promuovere in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese dando rilievo alle attività di educazione ambientale, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, e di attività ricreative compatibili. È stato, quindi, trasmesso al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, un programma di studi e/o progetti di sistema da realizzare, nel corso del 2017/2018, consistenti in: - “Conservazione della Lepre italica” (specie minacciata di estinzione che vive solo in poche zone dell’Appennino Centro Meridionale e in Sicilia. In Campania è nota solo nel territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni; Il Parco, in passato, già aveva portato avanti attività di studio della dieta della Lepre italica e di studio parassitologico al fine di mettere a punto strategie di conservazione che siano adatte alle sue esigenze ecologiche); “Conservazione della Lontra”; entrambi sulla scorta di un apposito Protocollo d'Intesa, con relativo Allegato Tecnico, predisposto dallo stesso Ente Parco, in

Lo sviluppo di nuovi insediamenti agricoli qualità di soggetto capofila; - “Convivere con il Lupo, conoscere per preservare”, sulla scorta di un Protocollo d'Intesa, con relativo Allegato Tecnico, predisposto dal Parco Nazionale dell'Alta Murgia, in qualità di soggetto capofila; - “Impatto degli Ungulati sulla biodiversità dei parchi italiani” sulla scorta di un Protocollo d'Intesa, con relativo Allegato Tecnico, predisposto dal Parco Nazionale dell'Appennino Lucano, Val d'Agri, Lagonegrese, in qualità di soggetto capofila. Il ruolo del Dipartimento di Biologia dell'Università Federico II di Napoli consiste nell’individuare una comune "cabina di regia" dell’attività di ricerca faunistica nell'ambito di questi progetti, affinché venga garantito il rispetto di protocolli operativi e delle specifiche disposizioni contenute negli allegati tecnici. Con apposita Convenzione che disciplina la collaborazione tra il Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ed il Dipartimento di Biologia dell’Università Federico II di Napoli è stato concordato:

- Per i progetti di “Conservazione della Lepre”, “Conservazione della Lontra”, “Convivere con il lupo, conoscere per preservare” , un costo complessivo pari ad € 30.000 ciascuno, che si ripartisce come segue: - € 22.000,00 a carico dell'Ente Parco, in termini di impegno professionale del personale strutturato e di rimborso delle spese; - € 8.000 a carico del Dipartimento, in termini di impegno professionale del personale strutturato docente e ricercatore e di strumentazioni tecniche messe a disposizione; - Per il progetto “Impatto degli Ungulati sulla biodiversità dei parchi italiani”, un costo complessivo pari ad € 45.000 cofinanziato nel modo seguente: - € 32.000,00 a carico dell'Ente Parco, in termini di impegno professionale del personale strutturato e di rimborso delle spese; - € 13.000 a carico del Dipartimento in termini di impegno professionale del personale strutturato docente e ricercatore e di strumentazioni tecniche messe a disposizione.

Con Delibera n. 1 del 09.01.2018, la Giunta Comunale di Pollica ha approvato alcuni criteri per la selezione degli interventi da proporre in deroga all’Ente Parco. Come argomentato dal sindaco Stefano Pisani, “le produzioni agricole, le tradizioni agroalimentari ed i tratti distintivi del paesaggio agrario rappresentano gli elementi tangibili del territorio e forniscono concrete opportunità di sviluppo alle aree rurali del Parco; il Comune di Pollica, “culla della Dieta Mediterranea”, da tempo sta investendo significative risorse nella valorizzazione delle produzioni agricole e delle tradizioni agroalimentari del territorio”. Per dare vita a processi di promozione dell’identità territoriale che ruota intorno all’agricoltura è necessario mettere in campo una serie di azioni volte a migliorare la competitività di questi territori (cfr. la superficie non coltivata è passata da 1197 Ha degli anni ’50 a 1500 Ha al 2014). L’attivazione degli strumenti derogatori messi a disposizione della normativa vigente e la flessibilità nell’interpretazione delle Norme Tecniche di Attuazione e del Piano del Parco, infatti, possono essere utili allo sviluppo di nuovi insediamenti agricoli. In quest’ottica, le azioni deliberate dal Comune di Pollica sono le seguenti: il richiedente non deve necessariamente

essere in possesso della qualifica di IAP; la richiesta di deroga può riguardare le sole volumetrie necessarie ai fini produttivi aziendali e non la realizzazione di volumi abitativi e turistico ricettivi. Il richiedente deve impegnarsi a presentare/realizzare un progetto di valorizzazione agricola aziendale/conservazione del paesaggio agrario, nonché prevedere particolare attenzione alla prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico dei suoli connessi all’attività agricola, per l’intera superficie aziendale e in nessun caso sarà possibile modificare la destinazione urbanistica delle volumetrie assentite ai fini produttivi. Inoltre, il richiedente è vincolato alla gestione e conduzione aziendale, “azienda in esercizio” per un periodo non inferiore a 15 anni, con il vincolo della non trasferibilità del bene se non per successione o per trasferimenti tra parenti in linea retta e/o per conferimento in società aventi i medesimi fini ed assumendone i medesimi impegni.Il Comune di Pollica si impegna ad ottenere una edificazione a saldo “zero di consumo di suolo”, a ridurre di una volumetria doppia le previsioni espansive nella zone D del Piano del Parco, rispetto alle volumetrie realizzate in aree agricole mediante l’applicazione del principio derogatorio. Ros.Fem.


Avviato un massiccio piano di riforestazione in Cina Si prevede di aumentare la copertura arborea del 23% entro il 2020 Ilaria Buonfanti La Cina è uno dei dieci paesi più inquinati del mondo. Diciamo Cina e pensiamo al cielo grigio, oppresso da una massiccia cappa di smog, alle onnipresenti mascherine sulla faccia degli abitanti delle città, all’urbanizzazione dilagante. Per questi motivi il governo ha intenzione di piantare 6,6 milioni di ettari di foresta nel 2018, ciò significa rendere verde un’area grande quanto l’Irlanda. Così mentre altri Stati sembrano rinunciare alla sostenibilità ambientale, dall’Oriente inizia una bella inversione di tendenza. In televisione sono sempre più frequenti immagini drammatiche dell’inquinamento a Pechino, dove centinaia di cantieri e fab-

briche stavano violando le misure antismog. Di contorno oltre dieci mila autoveicoli, classificati come fortemente inquinanti, erano stati scoperti ad infrangere i blocchi del traffico. Un quadro, quindi, preoccupante che continua a spingere i pechinesi a riflettere su un eventuale trasferimento verso altre città più a sud del Paese, come dimostrano diversi sondaggi. Alla luce di tutto ciò, il governo della Cina sta lavorando per aumentare la percentuale di foreste nel paese, passando così dal 21,7 al 23% entro il 2020, quindi al 26% entro il 2030. Il progetto di riforestazione vedrà una collaborazione con numerose aziende del settore green, per questo l’amministrazione ha lanciato una massiccia campagna. Parallelamente alla messa a dimora di nuovi alberi, il governo ha varato un piano che impone a province e regioni di limitare lo “sviluppo irrazionale” e ridurre le costruzioni in prossimità di fiumi, foreste e parchi nazionali. Quindici province hanno già abbracciato l’iniziativa creando appositi piani urbanistici, le altre sedici province ne seguiranno l’esempio quest’anno. “Le aziende, le organizzazioni e tutti gli esperti sono i benvenuti. La cooperazione è inserita in un elenco prioritario e l’obiettivo è rendere sostenibile il nostro paese”, ha dichiarato Zhang Jianlong, a capo dell'ammi- nistrazione forestale. Una misura ur-

gente considerando quanto l’inquinamento influisce sulla vita e la salute dei cinesi. Qualche anno fa, a mostrarlo era stato un documentario “Smog Journeys”, realizzato per Greenpeace da Jia Zhangke, uno dei registi cinesi più famosi al mondo, già vincitore in carriera del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2006. Il corto raccontava la vita di due famiglie cinesi, una di minatori, l’altra di designer di moda, rispettivamente della provincia di Hebei e di Pechino. Solo nel 2012 nella provincia di Hebei, che confina con l’area metropolitana di Pechino, erano stati consumati 313 milioni di tonnellate di carbone, e questa era stata la maggior causa di smog:

delle dieci città cinesi con il peggior tasso di inquinamento da PM2.5, sette appartenevano alla provincia di Hebei. Nel 2014, la Cina aveva dichiarato l’emergenza nazionale e da quel momento, aveva iniziato a investire per migliorare la salute dell’ambiente e sviluppare tecnologie pulite. Furono già piantati moltissimi alberi nella provincia nord-orientale di Hebei, nella provincia del Qinghai, nell’altopiano tibetano e nel deserto di Hunshandake nella regione autonoma settentrionale della Mongolia Interna. La Cina ha già speso 538 miliardi di yuan, circa 82 miliardi di dollari per questa battaglia green e ne spenderà molti altri nel prossimo futuro.

Il Monte Gandeng: la montagna dalle “uova d’oro” Una montagna in grado di deporre uova? Non è un’ultima trovata cinematografica. Siamo in Cina. Precisamente ai piedi del Monte Gandeng. Un monte sui generis. Una montagna che ogni trenta anni depone uova di pietra. Un’attività decisamente insolita. Eppure sono incastonate nella roccia strane uova rocciose, le cui origini sono ancora sconosciute. Stiamo parlando di Chan Da Ya, che si trova nella Qiánnán Buyei e Miao Autonomous Prefecture, nella provincia cinese di Guizhou. Qui sorge questa altura di circa venti metri, la cui superficie presenta le celebri uova di pietra. Una superficie irregolare punteggiata da dozzine di pietre rotonde e ovali di varie dimensioni. Così si presenta il particolare monte.

Nonostante le più disparate condizioni climatiche, le intemperie, il vento e la pioggia, continuino a eroderla, le uova rimangono intatte. Anzi diventando ancora più dure ed esposte. Ogni trenta anni, a causa della perdita di roccia circostante, esse cadano al suolo dai loro alloggi naturali. Il fenomeno della posa delle uova di Chan Da Ya è considerato unico al mondo, per cui i geologi hanno dovuto vederlo e studiarlo di persona per saperne di più. Numerose spedizioni alla volta di studiare la particolarità di questa montagna. Dagli studi è emerso che mentre la maggior parte del Monte Gandeng è costituito da sedimenti più duri, questa particolare sezione è costituita principalmente da roccia calcarea, che viene facilmente

erosa. Le uova, invece, sono caratterizzate da roccia molto più dura, quindi la differenza di tempo necessaria agli elementi per passare attraverso i diversi tipi di roccia, spiega il fenomeno della periodica deposizione dell'uova. Tuttavia, risulta ancora ignoto come una sezione calcarea formatasi 500 milioni di anni fa - nel periodo Cambriano - sia ancora esistente, o perché le uova di pietra siano tutte per-

fettamente rotonde o ovali. Denominate uova proprio per la loro rotondità. Gli abitanti del vicino villaggio di Gulu venerano da generazioni il monte, considerano sacre le uova, veri e propri portafortuna e più volte l'anno vanno a visitarle e toccarle. Quasi tutte le 125 famiglie di Gulu ne avevano almeno una in casa. Tuttavia, negli ultimi

anni, i media hanno acceso i riflettori sul Chan Da Ya che è diventata così famosa da essere ritenuta meta turistica. Oggi, molte delle uova cadute vengono vendute a scopo di lucro, al punto che a Gulu ne sono rimaste solo 70. Gli studi sono ancora in corso. E forse fra qualche tempo queste uova sveleranno il loro potere. F.C.


Balneazione

Migliora la qualità delle acque in Campania Emma Lionetti Luigi Mosca Migliora la qualità delle acque di balneazione in Campania. Secondo la delibera approvata dalla Giunta regionale a dicembre (deliberazione di Giunta regionale n. 779 del 12 dicembre 2017, pubblicata sul Burc n. 90 del 14 dicembre), ben l’89% delle acque costiere campane adibite alla balneazione risultano di qualità “eccellente”: l’anno precedente erano l’83%, nel 2014 il 76%. Una tendenza positiva, dunque, fotografata ogni anno dal provvedimento di Palazzo Santa Lucia dedicato a questa delicata materia. In particolare, le indicazioni provengono dagli allegati tecnici grazie ai quali è possibile conoscere, per ciascuna delle 330 acque di balneazione del litorale campano, la specifica classe di qualità (Eccellente, Buona, Sufficiente, Scarsa) calcolata, a cura della UO Mare di Arpac, attraverso l’elaborazione statistica dei dati delle ultime quattro stagioni balneari. Le acque etichettate come “scarse”, e perciò vietate ai bagnanti, sono il 3% delle acque di balneazione (è esclusa dal conteggio quella quota di litorale vietata a prescindere dal monitoraggio Arpac, circa 60 chilometri che ospitano porti, strutture militari, foci non risanabili, eccetera). Le acque “scarse” erano il 5% nel 2014, dunque anche in questo caso si registra un costante miglioramento, seppure lieve, negli ultimi anni. Le aree critiche si trovano in genere in prossimità dei centri urbani e delle foci di fiumi e canali. Per questa categoria di acque, all’apertura della stagione balneare 2018, il sindaco dell’amministrazione comunale di competenza dovrà emettere il provvedimento di divieto di balneazione. Divieto che potrà revocare in seguito, a fronte di documentate misure che attestino l’eliminazione delle cause di inquinamento (d.lgs. 116/08 e DM 30.03.2010) e di un contestuale primo esito analitico favorevole nel corso della stagione balneare. Le acque che risultano di qualità eccellente, buona, sufficiente e quelle di “nuova

classificazione” (acque recuperate alla balneazione di cui non è ancora disponibile il set di dati per l’attribuzione della classe di qualità) sono invece da considerarsi balneabili a inizio stagione balneare. Anche queste acque, però, possono essere temporaneamente vietate alla balneazione in caso di esiti sfavorevoli durante la campagna di monitoraggio 2018. Dal 1 aprile fino al 30 settembre, con l’ausilio della sua flotta coordinata dalla UO Mare, Arpac sarà impegnata nelle operazioni dei campionamenti a mare e nella valutazione, verifica e trasmissione dei dati ottenuti. Su ciascuna acqua di balneazione (42 in provincia di Caserta, 149 in provincia di Napoli e 139 in quella di Salerno) i Dipartimenti provinciali provvederanno al prelievo dei campioni di acqua che successivamente saranno analizzati nei laboratori Arpac secondo i criteri normativi. In caso di situazioni anomale ed evidenza di inquinamento si provvederà alle indagini e ai sopralluoghi per individuare le eventuali cause di contaminazione. Otre ai campionamenti previsti dal programma prestabilito nei punti della rete di monitoraggio (Prelievi Routinari), sa-

ranno eseguiti campionamenti aggiuntivi in date fuori dal calendario, secondo la seguente tipologia: • Prelievo Supplementare in caso di esito sfavorevole del campionamento routinario. • Prelievo in Punti Studio (PS) predefiniti ad inizio stagione balneare in corrispondenza di potenziali fonti di inquinamento. • Prelievo di DELimitazione a distanza crescente a destra e a sinistra rispetto al punto di prelievo di rete per definire i limiti di eventuali tratti interessati dall’inquinamento.

• Prelievo OSTRE, per la ricerca di Ostreopsis Ovata. • Prelievo in caso di EMErgenze riscontrate da Arpac o segnalate da altri. Sulla base delle risultanze relative agli anni scorsi, si prevedono (tra prelievi di routine e quelli di diverso tipo) all’incirca 2500/3000 campionamenti, su cui saranno effettuate 5000/6000 determinazioni analitiche microbiologiche per la rilevazione dei parametri determinanti la balneabilità (Escherichia coli ed Enterococchi intestinali), oltre a ulteriori indagini ana-

litiche, in caso di emergenza, qualora si ritengano opportune rilevazioni di tensioattivi, idrocarburi e fitoplancton. Gli esiti di tutti i controlli effettuati dall’Agenzia sono consultabili in tempo reale sul Portale del Ministero della Salute (www.portaleacque.it) e sul sito web istituzionale di Arpac (www.arpacampania.it) nella sezione dedicata alla “Balneazione”. (Articolo consultabile anche su AmbienteInforma, notiziario del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente)


Al via i percorsi scuola-lavoro dell’Ispra Cento ragazzi, a Roma e in Sicilia, coinvolti nei progetti della Buona scuola Anna Gaudioso La riforma conosciuta come “la Buona scuola” ha dato il via ad una serie di percorsi formativi. Ispra ha deciso di aderire a questa nuova forma di didattica, attivata in Italia ma già presente in Europa, in modo particolare in Germania e in Francia, in grado di orientare i giovani nel mondo del lavoro. Per l’anno scolastico 2017-2018 sono stati coinvolti circa cento ragazzi che prenderanno parte ai progetti educativi sostenuti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Difatti il 24 e il 25 gennaio sono stati presentati al convegno “Alternanza Scuola Lavoro in Ispra”, nella Sala conferenze dell’Istituto, a Roma, undici progetti. Di questi percorsi, nove si svolgeranno presso le sedi Ispra nella capitale e due presso le sedi dell’Istituto a Milazzo (Messina) e Palermo. Un momento formativo con ottime finalità, come la crescita culturale che accompagnerà il patrimonio culturale dei cittadini di domani. Una stretta collaborazione tra il mondo dell’istruzione e il mondo della ricerca: per

Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31 gennaio 2018 - Anno XIV, N.2 Edizione chiusa dalla redazione il 31 gennaio 2018 DIRETTORE EDITORIALE

Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE

Pietro Funaro CAPOREDATTORI

Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE

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Savino Cuomo HANNO COLLABORATO

I. Buonfanti, F. Clemente, F. De Capua, G. De Crescenzo, A. Esposito, R. Fanelli, R. Femiano, R. Funaro, B. Giordano, E. Lionetti, R. Maisto, A. Palumbo, A. Paparo, S. Patrizio, T. Pollice, D. Santoro SEGRETARIA AMMINISTRATIVA

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Pietro Vasaturo EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: magazinearpacampania@libero.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 1-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

questo è stato formalizzato un protocollo d’intesa tra il Ministero dell’università e della ricerca e l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. L’obiettivo è di orientare i giovani verso nuove prospettive di lavoro nel settore ambientale, unire le finalità educative del mondo dell’istruzione con le esigenze del mondo produttivo e della ricerca. Una nuova offerta formativa, insomma, per facilitare la transizione tra scuola e mondo del lavoro. Un modo nuovo di guardare al futuro per la scuola, attraverso questa nuova forma di didattica. Si cerca di consolidare, attraverso un’esperienza pratica e formativa, le conoscenze acquisite a scuola, dando modo ai giovani di sperimentare sul campo le attitudini personali e orientarsi verso percorsi a loro congeniali. Nel campo ambientale, per fare qualche esempio, i ragazzi avranno la possibilità di vedere da vicino come si misura l’elettrosmog, quale impatto può avere gettare della plastica nei nostri mari, in che modo i cambiamenti climatici influiscono sulle specie animali e vegetali, quale grande ricchezza di biodiversità ha il nostro Paese. L’alternanza scuola lavoro è sicuramente un momento formativo nuovo per la scuola che esce dagli stereotipi teorici dando la possibilità ai propri alunni di avere momenti anche di pratica. In questo modo si vuole fornire agli studenti le competenze necessarie per inserirsi nel mercato del lavoro, di passare dalla teoria, e dal senso critico sviluppato in classe, alla pratica e alle competenze specifiche richieste dal mercato del lavoro. Infine bisogna dire che così facendo si

modernizza e si potenzia la didattica scolastica, che a sua volta si rinnova in un’offerta più coerente con il moderno contesto sociale. Si può in questo modo fornire alle aziende risorse umane che in futuro potranno essere assunte, risparmiando sui costi di formazione.

I progetti presentati pochi giorni fa al convegno organizzato dall’Ispra spaziano tra vari temi, dalla biodiversità marina al rumore causato dalle linee ferroviarie, dall’elettrosmog all’impatto dei cambiamenti climatici, solo per citare alcuni degli argomenti oggetto di questi percorsi educativi.


Da Napoli alla Malesia per salvare il reef La storia di Oriana, biologa partenopea che dirige un intero dipartimento nel Borneo Giulia Martelli Nascere con il mare dentro, crescere con il desiderio di esplorarne i fondali nuotando come una sirena, studiare e lavorare sodo per realizzare questo sogno… È la storia di Oriana Migliaccio, biologa napoletana appena trentunenne che dirige a Pom Pom Island (nel Borneo Malese) un dipartimento interamente dedicato alla protezione dell’ambiente marino. La battaglia che ogni giorno questa “guerriera” partenopea porta avanti è quella di ridare vita alla barriera corallina proteggendone gli abitanti e in meno di un anno, la vita, vi assicuriamo, è tornata proliferare oltre ogni più rosea aspettativa. Abbiamo chiesto ad Oriana di illustrarci la sua missione malese, il suo legame con Napoli, i suoi progetti futuri… Provieni da una città dove il mare per quanto goda di uno stato di salute talvolta precario a causa di diportismo e inquinamento, custodisce comunque una biodiversità molto varia e bisognosa di tutela. Come è avvenuto il tuo “passaggio” da Napoli alla Malesia? A Napoli mi occupavo principalmente di ricerca. tra Università e Stazione Zoologica, ho passato più di cinque anni a valutare l’effetto delle pressioni ambientali sugli organismi acquatici. Il mio sogno pero’ era abbinare la ricerca ad azioni concrete per tutelare l’ambiente marino e divulgare i risultati ad un publico vasto. Volevo essere in prima linea e non dietro una scrivania. Per cui, una volta terminato il PostDoc alla SZN ho cercato qualcosa che mi permettesse di lavorare più attivamente nel campo. Ho scritto un progetto per il recupero della barriera corallina del Borneo Malese (triangolo della Biodiversità), quasi com-

pletamente distrutta dalla pesca con dinamite. Dopo qualche settimana, il progetto è stato approvato e quindi sono partita per una delle isole del Borneo! Quanto l’esperienza maturata qui a Napoli ti è stata utile nel tuo nuovo incarico oltreoceano? Il mio mentore è un Professore Partenopeo dell’Università di Napoli Federico II, il fisiologo Claudio Agnisola, è stato lui a trasmettermi la passione per la biologia marina, in particolare l’ecofisiologia ed il concetto di “dedizione al lavoro”, che in questo campo è vitale. Quali sono, nello specifico, le minacce che giorno dopo giorno mettono in pericolo le barriere coralline del Borneo Malese? Nel Borneo, il surriscaldamento globale determina la comparsa di correnti di acqua caldissima (fino 33-35°C) che causano gravi eventi di sbiancamento, colpendo aree piuttosto vaste. In alcuni casi, lo stress è così forte da determinare la “scomparsa” di vita nelle zone affette. Un’altra problematica importante è rappresentata dall’inquinamento, (specialmente da materiale plastico, di recente utilizzo in questa zona) e dalla mancanza di educazione ambientale. Gli effetti di questo tipo di inquina-

mento includono la perdita di valore estetico, perdita di habitat e lesioni di diverso grado agli organismi marini. A questi problemi “globali” si aggiungono tecniche di pesca distruttive, come la pesca con dinamite e “la caccia a squali e tartarughe”, a scopo alimentare. La barriera corallina viene completamente distrutta dall’utilizzo di dinamite, e già a partire da qualche giorno, l’area impattata diventa un deserto. Le pinne degli squali e il plastron delle tartarughe vengono utilizzate per la preparazione di zuppe. Mentre le uova di tartaruga bollite e mangiate in sostituzione del pollo. Quali sono le attività che svolgete per difendere le tartarughe verdi e ricostituire il ‘reef’? Quali risultati avete ottenuto sinora? Il Conservation Department si occupa della protezione dell’ambiente marino e di divulgazione. Grazie alla collaborazione con il WWF Malesia, Green Fins e Reef Check Mala-

sia abbiamo costruito una “rete” volta alla protezione della barriera corallina nel suo insieme. Abbiamo progetti di riconoscimento e marcatura della tartaruga verde e della tartaruga embricata; proteggiamo gli individui adulti e le uova dal bracconaggio e monitoriamo la temperatura dei nidi al fine di predirre il sesso delle tartarughine. In caso di necessità, con l’aiuto dei veterirari della Wildlife Rescue Unit, possiamo trattenere e curare tartarughe deboli o malate. Monitoriamo la temperatura delle acque, lo stato di salute della barriera corallina, riportiamo a Enti goveranativi e non eventuali esplosioni durante le immersioni o presenza di barche sospette. Puliamo regolarmente i fondali e la spiaggia da plastica ed altri materiali. Piantiamo coralli nelle aree distrutte in precedenza e ne monitoriamo la crescita. Ci occupiamo anche di divulgazione ed educazione ambientale. In questo primo

anno di attività abbiamo ottenuto risultati piuttosto soddisfacenti. Abbiamo raccolto dati utili al riconoscimento di oltre 40 tartarughe verdi e 20 tartarughe embricate, marcato 35 nuovi esemplari, salvato una tartarugha verde in grave pericolo di vita e rilasciato piu’ di 5000 tartarughine. Abbiamo inoltre iniziato un programma di educazione ambientale e training. Qui sull’isola tutti sanno cosa fare in caso di landing o spiaggiamento. Abbiamo individuato e monitorato una corrente particolarmente calda che ha causato lo sbiancamento di oltre il 70% della barriera corallina in un’isola nelle vicinanze. L’area è stata successivamente chiusa al pubbico. Sulla nostra isola, abbiamo piantato circa 2500 nuovi coralli. Dopo soli 10 mesi di lavoro nelle aree soggette a recupero,i coralli hanno cominciato a crescere, la vita marina si è moltiplicata, e i reef artificiali sono diventati un habitat importante per diverse specie. Oggi è possibile osservare centinaia di pesci tartarughe, nudibranchi, crostacei e molluschi di forme e colori inimmaginabili. Anche se ci vorrano decenni prima di ritornare alle “condizioni” originali. Attualmente Oriana è totalmente “immersa” nella sua avventura malese ma speriamo che possa presto ritornare in patria per fornire il suo prezioso contributo alla difesa della biodiversità marina nostrana.


L’economia si tinge di blu Il Consiglio Nazionale delle Ricerche partecipa al Cluster “Blue Italian Growth” Salvatore Patrizio* Il 15 e 16 gennaio 2018 si è svolto, nel prestigioso Centro Congressi dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, il workshop “Dalla fondazione all’operatività”, organizzato dal Cluster Tecnologico Nazionale (CTN) Blue Italian Growth (BIG), sequel del workshop “Bluemed - Building a sharedresearch and innovation agenda for blue jobs and growthacross the Mediterranean", tenutosi a Napoli lo scorso novembre, presso Villa Doria d’Angri sede congressuale dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, dove è avvenuta la presentazione del Cluster. L’obiettivo principale di questa due giorni è stato quello di avviare l’attività del CTNBIG con il compito di definire le priorità strategiche di ciascuna area al fine di rendere disponibile il materiale per l’elaborazione di posizioni nazionali da traferire nei processi di definizione degli interventi e delle nuove programmazioni regionali, nazionali, di bacino ed europee. Le armi vincenti messe in campo per una decisiva e incisiva “crescita blu” in Italia sono date dalla presenza di una folta rappresentanza di “attori del mare” ed il confronto diretto e continuo che il Cluster avrà con tutte le Amministrazioni interessate. Si è discusso di Biotecnologie marine, Risorse biotiche e abiotiche, Energie rinnovabili dal mare, Cantieristica e Robotica marina, Infrastrutture di ricerca, Ambiente marino e fascia costiera, Sostenibilità e usi economici del mare, Opportunità internazionali di finanziamento sui temi del mare e tant’altro ancora. Ma cosa sono i Cluster Tecnologici Nazionali? Sono reti formate da soggetti pubblici e privati che operano sul territorio nazionale in settori come la ricerca industriale, la formazione ed il trasferimento tecnologico. Ciascuna aggregazione è focalizzata su uno specifico ambito tecnologico e applicativo ritenuto strategico per il nostro Paese di cui rappresenta l’interlocutore più autorevole per competenze, conoscenze,

strutture, reti e potenzialità. Le aree strategiche in cui agiscono i 12 Cluster sono coerenti con le priorità delineate in Horizon 2020 e con le dodici aree di priorità per la ricerca individuate dal Programma Nazionale per la Ricerca 2015-2020. Il CTN-BIG è stato formalizzato il 2/10/2017,in risposta ad un apposito bando del MIUR (Decreto Direttoriale MIUR 3/8/2016 n. 1610 - Avviso per lo sviluppo e potenziamento di nuovi 4 cluster tecnologici nazionali). Gli attuali soci sono circa 60, ma il numero è in continua crescita. Tra essi ricordiamo: Consiglio Nazionale delle Ricerche (promotore della costituzione del Cluster); Stazione Zoologica “A. Dohrn”; Università degli Studi di Napoli “Federico II”; Università degli Studi di Napoli “Parthenope”;Università Politecnica delle Marche; Alma Mater Studiorum - Università degli Studi di Bologna"; Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare; Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale; Federazione Nazionale delle Imprese di Pesca; Maritime Techonolgy Cluster FVG Scarl; Distretto Ligure delle Tecnologie Marine Scarl; Aggregazione Pubblico Privata sulla Logistica Mare -Terra

Scarl; Tecno SpA; Marnavi SpA; Next Geosolutions Europe SpA; Aster Scpa. Presidente del CTN-BIG è Lucio Sabbadini. Inoltre, c’è da segnalare il forte impegno profuso dalla Regione Campania che ha promosso ed appoggiato la nascita del Cluster, dando anche la disponibilità ad ospitarne la sede presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. Si ricorda, infine, che il CTNBIG è aperto all'adesione di tutti i soggetti coinvolti sui temi della ricerca e dell'innovazione sulla “crescita blu”. *CNR-Napoli


Le novità ambientali nella Legge di Bilancio 2018 Bruno Giordano La legge di Bilancio 2018 introduce molte novità ambientali a riprova di come sia considerato importante l’ambiente nel suo insieme. Il credito d’imposta per l’acquisto di beni prodotti da plastiche riciclate; l’istituzione dell’Arera, l’Autorità di regolazione per l’energia, reti e ambiente; lo stop ai cotton-fioc non biodegradabili e delle bioplastiche nei cosmetici; l’istituzione del Parco nazionale del Matese le più rilevanti. Tenuto conto che, delle risorse complessivamente individuate nella legge di Bilancio 2018, oltre tre quarti sono destinate ad evitare un aumento dell’Iva, lo Stato italiano investe ogni anno 15,7Mrd (miliardi) di euro in sussidi ambientalmente favorevoli, ma ancora di più (16,1 Mrd di euro) ne sperpera in sussidi dannosi. Però, qualche piccolissimo passo in avanti è stato compiuto come sostiene la Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Sono prorogate le detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica e la sicurezza antisismica degli edifici. Sono state introdotte detrazioni fiscali per le aree verdi; previsti incentivi per l’efficientamento energetico dell’illuminazione pubblica con conseguente riduzione dei consumi pari al 50% rispetto ai consumi medi del 2015-16; agevolazioni fiscali per l’abbonamento al trasporto pubblico locale, regionale ed interregionale con la detraibilità del 19% sino ad un massimo di 250 euro. L’Autorità per l’energia elet-

trica e il gas dovrà definire tariffe per la ricarica dei veicoli non superiori a quelle previste per le utenze domestiche. Si prevede la possibilità di destinare fino a 100 Mio(milioni) di euro delle risorse già disponibili per ciascuno degli anni 20192033 sul Fondo per il rinnovamento del parco mezzi del trasporto pubblico a progetti sperimentali e innovativi di mobilità sostenibile. Lotta all’abusivismo con l’istituzione di un fondo, 10 Mio per il biennio 2018-2019, con la erogazione di contributi ai Comuni per l’integrazione delle risorse necessarie agli interventi di demolizione di opere abusive. Si istituisce, inoltre, la banca dati nazionale sull’abusivismo edilizio presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Sarà obbligatorio dal 2019 utilizzare cotton fioc in materiale biodegradabile e compostabile, vietando la produzione e la vendita di quelli con supporti in plastica, mentre dal 2020 sarà vietato mettere in commercio prodotti cosmetici contenenti microplastiche. L’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico, assume la denominazione di “Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente”, con funzioni di regolazione in materia di rifiuti. Ed ancora, le agevolazioni per la plastica riciclata con un credito d’imposta del 36% a favore delle imprese che acquistano prodotti realizzati con materiali derivati da plastiche miste provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi o da selezione di rifiuti urbani residui; l’istituzione di un fondo presso il Ministero dell’ambiente

per il finanziamento di interventi di messa in sicurezza e risanamento dei siti con presenza di rifiuti radioattivi. Misure contro gli sprechi alimentari e dei farmaci; rifinanziato il fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale per 800 Mio di euro per l’anno 2018, 1.615 Mio di euro per l’anno 2019, 2.180 Mio di euro per ciascuno degli anni dal 2020 al 2023, 2.480 Mio di euro per l’anno 2024 e 2.500 Mio di euro per ciascuno degli anni dal 2025 al 2033. Interventi nel settore idrico; istituite le aree

protette i nuovi parchi nazionali del Matese e di Portofino, nonché due nuove riserve marine in Puglia e in Sardegna. Si introducono nuove disposizioni per il Parco del Delta del Po, l’Ente Parco del Vesuvio e la Fondazione Gran Sasso d’Italia ed in ultimo sono istituiti i “distretti del cibo” al fine di promuovere lo sviluppo territoriale, diminuire l’impatto ambientale delle produzioni, ridurre lo spreco alimentare e salvaguardare il territorio e il paesaggio rurale attraverso le attività agricole e agroalimentari.

Come rigenerare il parco immobiliare Anche gli edifici hanno una loro percentuale di colpa nella piaga dell’inquinamento Anna Paparo “Regreeneration”, ovvero rigenerare come valore sostenibile crea valore immobiliare. Questo è il tema centrale del convegno, tenutosi il 17 gennaio a Roma presso l’Hotel Nazionale-Sala Capranichetta e organizzato da Tabula Rasa, agenzia green marketing e comunicazione ambientale, in collaborazione con “Energia felice”, un’importante associazione di promozione sociale, e con il patrocinio scientifico di “Nomisma”. Un momento di incontro e di confronto che ha chiamato a raccolta associazioni, interlocutori politici e i diversi protagonisti dell'intera filiera per affrontare il problema del riscaldamento globale e delle emissioni di gas nocivi, giungendo alla conclusione che anche gli edifici hanno una loro percentuale di colpa nella piaga dell’inquinamento. Infatti,

risulta che siano responsabili del trenta per cento delle emissioni nocive sul nostro Pianeta e del quaranta per cento dei consumi energetici; ed è per questo che la riqualificazione energetica del

parco immobiliare esistente offre a tutta la filiera una grande opportunità. L'iniziativa segna, poi, l'apertura di “Homo Condòmini Tour 2018”, cioè il Roadshow 2018 per l'efficienza energetica degli edifici collegato ad Habitami, campagna pubblica riqualificazione energetica edifici. Durante i lavori, si è focalizzata l’attenzione dei presenti e del mondo che l'attuale livello di riduzione dei consumi del comparto edilizio risulta essere di gran lunga inferiore rispetto ai trend previsti dagli scenari europei di de-carbonizzazione al 2050. Quindi, per spingere sull'acceleratore della riqualificazione, in stile nord Europa, bisognerà realizzare norme e parametri per garantire il ritorno dell'investimento privato. Così, come hanno spiegato alla convention, gli eco-bonus potenziati possono aprire il mercato della sostenibilità per la riqua-

lificazione energetica dei condomini. Mettendo a punto sistemi di diagnosi e soprattutto parametri certificati degli interventi di riqualificazione integrata degli edifici con l'apporto di eco-bonus e di fondi privati si potrà garantire la rigenereazione di milioni di edifici privati e pubblici in Italia. Oltre a tutto questo si è evidenziato che si sente anche l’esigenza di attuare un'opera di standardizzazione degli interventi da programmare, classificandoli in base ai risultati. Con l’obiettivo di mettere attorno ad un tavolo stakeholder, Uffici Studi, Associazioni Immobiliari e Associazioni dei consumatori per individuare insieme le forme e gli strumenti più efficaci, si è voluto far comprendere ai cittadini come la riqualificazione energetica faccia bene all’ambiente, migliori il conto di gestione energetica e accresca il valore dell’immobile.


La fibra di carbonio da scarti vegetali L’obiettivo dei ricercatori è trovare alternative “green” al petrolio Fabiana Clemente Fibra di carbonio creata dalle piante? Siamo abituati a considerare il petrolio la principale fonte. E invece qualcosa sta cambiando. A lavorare su questo filone è il National Renewable Energy Laboratory. Un team di ricercatori ha di recente diffuso risultati sulla conversione della biomassa lignocellulosica in una sostanza chimica a base biologica chiamata acrilonitrile, il precursore per la pro-

duzione di fibra di carbonio. Un piano b ecosostenibile. I produttori dei diversi mezzi di trasporto, stanno puntando su leggerezza e riduzione dell'impatto ambientale. Dalle auto alle biciclette, dagli aeroplani e alle navicelle spaziali, la fibra di carbonio è ormai presente. Cinque volte più resistente dell'acciaio, due volte più rigida ma anche più leggera. Poliedrica in numerosi campi. Ma per limitare l’impiego di petrolio, si potrebbero sfrut-

tare meglio delle alternative rinnovabili. L'acritrionile è una sostanza chimica prodotta oggi attraverso un complesso processo a base di petrolio su scala industriale. Il propilene, derivato dal petrolio o dal gas naturale, viene miscelato con ammoniaca, ossigeno e un catalizzatore. La reazione genera elevate quantità di calore e acido cianidrico, un sottoprodotto tossico. Anche il catalizzatore utilizzato per produrre l'acrilonitrile oggi è piuttosto complesso e costoso e i ricercatori non ne comprendono ancora completamente il meccanismo. Per lo studio di nuove idee per la produzione di acrilonitrile da materie prime rinnovabili, il Dipartimento dell'Energia (DOE) ha invitato vari laboratori di ricerca a produrre acrilonitrile dai rifiuti vegetali, come quelli derivanti dalla lavorazione del mais, dalla paglia di grano e di riso dai trucioli di legno. Si tratta della parte non commestibile della pianta che può essere scomposta in zuccheri, a loro volta convertiti in una vasta gamma di prodotti a base biologica per uso quotidiano. Secondo gli scienziati dell'NREL, gli zuccheri di origine lignocellulo-

sica provenienti da fonti rinnovabili potrebbero essere in grado di rendere la fibra di carbonio più economica e più ampiamente adottata per le applicazioni di trasporto di tutti i giorni. Per procedere in questa direzione, gli scienziati hanno quindi utilizzato un semplice catalizzatore per una reazione chimica chiamata nitrilazione. Meno costoso dell’equivalente utilizzato nel processo a base di petrolio. Non si produce inoltre calore in eccesso né acido cianidrico che è tossico.

Il processo a base biologica genera come sottoprodotti solo acqua e alcol. Il prossimo step sarà incentrato sul ridimensionamento del processo in modo da produrre cinquanta chilogrammi di acrilonitrile. I ricercatori stanno collaborando con diverse aziende tra cui una società di catalizzatori per produrre quello necessario alle operazioni su scala pilota. I primi dati pubblicati su Science lasciano ben sperare. Si può fare a meno dell’utilizzo di petrolio.

Allo studio una tecnica per creare delle varietà agrarie più resistenti e produttive

Nuovi semi per la “rivoluzione verde” La creazione di nuove varietà agrarie più resistenti e produttive può essere notevolmente accelerata grazie a una tecnica di coltivazione che permette di ottenere più generazioni di piante in un solo anno. Il risultato pone le premesse per una "rivoluzione verde" simile a quella del XX secolo portò a un aumento straordinario della produzione delle principali piante alimentari. Fortunatamente e volutamente, è stato messo a punto un protocollo di coltivazione per la selezione rapida (speed breeding) di nuove varietà vegetali, o cultivar, dotate di migliori caratteristiche, come una maggiore resistenza alle sfide ambientali e una resa maggiore, infatti, per la maggior parte delle piante coltivate, ottenere una nuova cultivar richiede diversi anni. Una volta identificate e incrociate le singole piante portatrici dei

tratti desiderati, servono in media da 4 a 6 generazioni di ulteriori incroci per sviluppare linee genetiche stabili di cui sia possibile valutare le caratteristiche agronomiche e la resa. Per le colture in campo aperto, che in genere non consentono più di una o due generazioni all'anno, questo si traduce in un dispendioso investimento in tempo, esattamente, grazie alla nuova tecnica, sono riusciti a ottenere fino a sei generazioni all'anno per il grano tenero, il grano duro, l'orzo, i piselli e i ceci, e quattro generazioni per la colza, di fatto, questa, usa ambienti di crescita completamente controllati, ma può essere adattata alle normali serre in vetro, e ricorre a luci a LED calibrate in modo da permettere ai vegetali di svolgere la fotosintesi fino a 22 ore al giorno, senza che l'accelerazione della crescita vada a scapito della ro-

bustezza e della produttività della pianta. Finora appunto, ci sono stati precedenti tentativi di accelerare i tempi di generazione delle piante ed avevano ottenuti piante gracili e con pochi semi. Le luci a LED inoltre sono molto meno costose delle lampade a vapori di sodio normalmente utilizzate, che generano molto calore ed emettono una luce di scarsa qualità per la fotosintesi. La tecnica, osservano i ricercatori, permetterà eventualmente, insieme ad altre tecnologie, come l'editing genico CRISPR, di fare notevoli passi avanti nella creazione di nuove cultivar adatte ad ambenti diversi, un ambito in cui la ricerca ha proceduto lentamente dopo la messa a punto del metodo di shuttle breeding, che portò alla cosiddetta rivoluzione verde degli anni sessanta. R.M.


Hassan Fathy: il luogo, l’ambiente e la qualità dell’architettura Antonio Palumbo Hassan Fathy conquistò l’attenzione internazionale dopo la pubblicazione, nel 1973, del suo libro Architecture for the Poor (University of Chicago Press). Il libro, divenuto ormai un classico, descrive nei dettagli l’esperienza fatta da Fathy con la progettazione e la realizzazione del villaggio di New Gourna (in Egitto, presso Luxor), costruito con mattoni di terra cruda secondo tradizionali concetti architettonici egiziani: case con cortili, archi e tetti a forma di cupola. Nella realizzazione, Fathy collaborò strettamente con la gente del luogo per adeguare i progetti alle necessità delle famiglie. Egli insegnava agli abitanti come costruire con mattoni di terra cruda ed usare antiche tecniche decorative, dirigendo i lavori di costruzione. Purtroppo, anche New Gourna non venne mai ultimato. Il progetto del nuovo nucleo urbano era impostato su alcune importanti idee che ancor oggi rendono unica nel suo genere la proposta e, al tempo stesso, delineano la personalità dell’architetto egiziano. Anzitutto il recupero della tecnica costruttiva locale, ovvero l’uso quasi esclusivo del mattone in terra cruda: con essa, Fathy insegnava a costruire archi e volte come anche a riprodurre decora-

zioni e lavorazioni, caratteristici dell’edilizia tradizionale araba. Questo costituiva un primo contributo all’economicità di quella che egli promuoveva come edilizia popolare, e che immaginava potenzialmente applicabile all’espansione rurale dell’Egitto di quegli anni. In secondo luogo, la costruzione del nuovo villaggio portava con sé una importante prerogativa che la avrebbe resa economicamente accettabile per le famiglie sfollate: Fathy pretese che i futuri proprietari avessero potuto partecipare in misura pressoché totale ai lavori edili; avrebbe insegnato lui stesso

alla popolazione le tecniche tradizionali e diretto i lavori. La partecipazione popolare poggiava anche su un altro pilastro. Al contrario delle metodologie pseudo-industriali - che consistevano nell’elaborare delle unità abitative che potessero essere applicate in modo ripetitivo e modulare - propose l’idea rivoluzionaria per la quale ogni nucleo familiare avrebbe ideato e contribuito alla progettazione del proprio spazio abitativo, rendendo così il tessuto urbano un aggregato di elementi individuali ed originali, seppur concepiti allo stesso modo e con gli stessi principi.

Negli ultimi decenni due forze hanno contribuito a far rinascere l’interesse per il progetto di New Gourna: la riscoperta delle tradizioni come veicolo di identificazione e valorizzazione culturale e la ricerca della sostenibilità ambientale ed economica come strategia di fuga dai cappi del consumismo. L’uso della terra e delle lavorazioni tradizionali assieme a quello delle nuove tecnologie ne fanno un punto di riferimento. Attualmente, tuttavia, molti degli edifici originari risultano irrecuperabili. Per questo Il World Monuments Fund, assieme all’UNESCO e

al Governatorato di Luxor, hanno promosso un lavoro di valutazione delle condizioni del villaggio; non solo dal punto di vista architettonico e strutturale, bensì anche riguardo all’aspetto socio-economico: si vogliono identificare e studiare i fattori di cambiamento della comunità e le sue dinamiche di sviluppo, i modelli di distribuzione urbana e di ripartizione degli spazi pubblici e privati e, finalmente, si intende promuovere presso la popolazione residente, nell’originario spirito del progetto di Fathy, l’attenzione per la conservazione del proprio ambiente di vita.


L’alimentazione veg torna alle origini Sviluppo del mercato e della ricerca di settore, ampio spazio a vegetali a km zero Alessia Esposito Anno nuovo, nuove abitudini. Anche per i vegani. La fotografia delle tendenze del settore per il 2018 è stilata dal Rapporto dell'Osservatorio VeganOk e segnala un trend rivolto, in una nicchia spesso molto proiettata ai nuovi sapori, alla tradizione. Paola Cane, direttrice del progetto, afferma: "Alcuni forti segnali ci indicano che l’alimentazione vegana sta rapidamente tornando alle origini. Un back to basic che è recupero della tradizione gastronomica mediterranea, dei nostri gusti, dei nostri ingredienti. Le novità del 2018 potrebbero non essere soltanto nuovi ingredienti e nuovi prodotti, ma anche, fortemente, il ritorno ad un’alimentazione più classica, dai gusti più tradizionali. Quindi due macro trend andranno a svilupparsi: i driver della spesa vegana (etica, salute, ambiente) porteranno le aziende a percorrere scelte opposte, all’insegna della tradizione o, al contrario, dell’innovazione, a volte anche estrema". Quindi sì cibi vegani, ma non

più ispirati ad alimenti etnici ed esotici, bensì alla nostra dieta mediterranea in un filone definito proprio VEG-MED. Una notizia che ha sicuramente un impatto positivo in termini ambientali favorendo il consumo di cibi di stagione e a chilometro zero. Una tendenza che si fa avanti non solo tra i vegani e che si unisce a quella del recupero di porzioni di cibo che vengono solitamente gettate via, nonostante siano commestibili e ricche di nutrienti. Un consumo, definito nel rapporto “dalla radice al pistillo” (traduzione dall’inglese “stem to root”), che assicura inoltre un risparmio di circa 150 € annui a famiglia e porta in tavola il pesto di ciuffi di carota o le bucce di anguria in agrodolce. A mantenere un consumo in ascesa sono i “superfood”, i cibi notoriamente ricchi di proprietà. Così sulle tavole vegane si riproporranno curcuma, acai, chia, canapa, quinoa, spirulina, bacche di goji, anche avocado, zenzero e curcuma, che saranno accompagnati da innovazioni come il kale, il cavolo riccio o la moringa. L’incremento del consumo dei superfood, nel 2017,

ha registrato un +8,2% rispetto al 2016 e,nel 2018, si prevede un aumento del 24,5% dei lanci di nuovi prodotti. L’altra offerta in fase di sviluppo è quella di dolci e gelati vegan: saranno sempre di più i dessert, i budini, i preparati per dolci e i gelati vegani.Ulteriore passi in avanti inoltre, secondo

il Rapporto, nella ricerca nel settore della carne cruelty free: “la tecnologia alimentare assumerà un ruolo sempre più importante nella produzione di prodotti sostituti che, sempre più fedelmente, imitano le proteine animali, con gli stessi sapori, ma a minore impatto ambientale.

Novità anche per quanto riguarda i formaggi: si amplia la loro gamma e aumenta la possibilità di scelta di sapori e stagionatura. Non solo più ingredienti come soia, riso, amidi o grassi vegetali, ma anche frutta a guscio. Si potrà trovare, ad esempio, un pecorino agli anacardi!

Così il corpo ricorda come combattere le malattie Rosario Maisto Il sistema immunitario rappresenta una componente fondamentale del nostro organismo, ci protegge sia contro le aggressioni esterne, come batteri e virus, sia contro le cellule malate come nel caso del cancro. Esso si compone di linfociti: un esercito di cellule efficiente e ben organizzato, che oltre ad attivarsi immediatamente in presenza di virus o batteri è anche in grado di riconoscere in maniera specifica questi agenti e di imparare dall’esperienza, infatti, dopo aver vinto una battaglia contro un particolare agente patogeno, i linfociti della memoria ricordano come rispondere in caso lo stesso pericolo si ripresenti. Questa fondamentale proprietà di memoria era già nota ma ora, grazie allo studio di biologi dell’Italian Institute for Geno-

mic Medicine (IIGM) di Torino, siamo capaci di comprendere per la prima volta il meccanismo biologico su cui si basa. Questa grande scoperta è arrivata grazie a uno studio multidisciplinare comprendente l’epigenetica, che studia modificazioni dell’espressione dei nostri geni che non coinvolgono la variazione della sequenza del DNA, l’immunologia e le moderne tecnologie di genomica molecolare. Un approccio completamente nuovo, che ha permesso di individuare con un dettaglio il ruolo di nuovi fattori molecolari coinvolti nel differenziamento della risposta immunitaria. Come le sentinelle a difesa di un castello, esistono prima di tutto alcuni linfociti che fanno la guardia al nostro organismo, questi sono i cosiddetti linfociti T naive, che non hanno mai incontrato antigeni; quando il nostro organi-

smo viene attaccato, la popolazione di linfociti naive risponde e prolifera in maniera esponenziale. Durante il processo di attivazione e proliferazione, i linfociti esprimono dei geni specifici per l’eliminazione del patogeno che li ha attivati e grazie all’attivazione di questi geni, la maggior parte dei linfociti T si trasforma nei cosiddetti linfociti effettori, cellule killer programmate con l’unica missione di uccidere le cellule infettate dal patogeno. Queste cellule, diventano “super soldati” se così li possiamo chiamare, ma pochi giorni dopo il processo di differenziazione muoiono. Di fatto, quando l’infezione è terminata, i linfociti effettori non tornano più indietro e non possono riprogrammarsi, permettendo così anche di ripristinare il numero di linfociti precedente all’attacco patogeno.


Grandi Napoletani, grandi Campani

Torquato Tasso, il sommo poeta Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Torquato Tasso nacque a Sorrento l'11 marzo del 1544 (morì a Roma Roma il 25 aprile del 1595). Fu uno dei poeti più attivi e famosi della storia della letteratura italiana in particolare per la sua opera più importante e conosciuta, la "Gerusalemme liberata" (1581), in cui vengono cantati gli scontri tra cristiani e musulmani durante la prima crociata, culminati nella conquista cristiana di Gerusalemme. Era l'ultimo dei tre figli di Bernardo Tasso, letterato e cortigiano nato a Venezia ma di antica nobiltà bergamasca, poi nel Regno di Napoli al servizio del principe di Salerno (Ferrante Sanseverino). La madre (Porzia de' Rossi) era una nobildonna napoletana. Lo accompagnò sempre il ricordo nostalgico della sua terra d'origine: "le piagge di Campagna amene, pompa maggior de la natura, e i colli che vagheggia il Tirren fertili e molli". Ricevette una solida educazione cattolica (fattore determinante per la sua vita e per la sua produzione). Fin da piccolo con il padre e poi da solo, per studio e per lavoro, iniziò una lunghissima e tormentata storia di viaggi e permanenze in giro per le corti di tutta la penisola. Significative alcune tappe: frequenti le sue visite al monastero benedettino di Cava de' Tirreni (lì si trovava la tomba di Urbano II, il papa che aveva indetto la prima crociata) e ricevette il sacramento dell'Eucaristia quando "non avea anco forse i nov'anni". In quegli anni un

episodio traumatico: la sorella Cornelia aveva rischiato di essere rapita a Sorrento durante un'incursione ottomana. E si avverte forte l'eco dei temi che avrebbe trattato nella Gerusalemme... Notevole la sua produzione di rime e dialoghi ma, completato nel 1575 il poema maggiore, cominciò per Tasso il periodo della nevrosi e del terrore di aver portato a termine un lavoro non gradito all'Inquisizione: "Qui va pur intorno questo benedetto romore de la proibizione d'infiniti poeti: vorrei sapere se ve n'è cosa alcuna di vero'. per mettere alla prova la propria ortodossia nella fede cristiana si sottopose sponta- neamente al giudizio dell'Inquisizione di Ferrara, ricevendo nel 1575 e nel 1577 due sentenze di assoluzione. Agitata la sua vita, intanto, tra prigionie, litigi, carteggi infuocati, riconciliazioni e fughe. Singolare un episodio: travestito da contadino, si recò dalla sorella, annunciandole la propria morte per vedere la sua reazione (si rivelò solo di fronte al grande dolore della donna). Ma i tormenti continuavano: "Vedi,

che fra' peccati egro rimango, qual destrier, che si volve nell'alta polve, e nel tenace fango". Rimase a Napoli dal giugno al novembre del 1594 presso il monastero benedettino di san Severino, sempre più attratto dalla vita monastica e dalla lettura della vita dei santi. "E per mio avviso non tarderà molto la novella,

perch'io mi sento al fine de la mia vita... Non è più tempo ch'io parli de la mia ostinata fortuna, per non dire de l'ingratitudine del mondo". Ormai prevaleva su tutto la "conversazione di questi divoti padri", quella che cominciava «la mia conversazione in cielo". Fu sepolto nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gia-

nicolo e presso il monastero, accanto alla strada, è ancora visibile il tronco nero di una quercia secolare sostenuto da un sopporto metallico: si tratterebbe della cosiddetta "quercia del Tasso", l'albero alla cui ombra il poeta spesso sedeva per un riposo, un riposo che nella sua vita aveva faticato a trovare.


In aumento le emissioni di metano in atmosfera Secondo uno studio della Nasa esse provengono da diversi settori Tina Pollice Le emissioni di gas metano nell’atmosfera sono aumentate drasticamente. Le fonti sono: le emissioni dell’industria petrolifera e del gas, e, la produzione microbica negli ambienti tropicali umidi come paludi e risaie. Quando le stime di queste fonti sono state sommate alle stime di altre fonti, il risultato delle emissioni di gas metano nell’atmosfera è stato superiore all’aumento osservato. La maggior parte delle molecole di metano nell’atmosfera non ha caratteristiche identificative che rivelano la loro origine, e, rintracciarne la provenienza coinvolge più settori: misurazioni di altri gas, analisi chimiche, firme isotopiche, osservazioni sull’uso del suolo e altro. Lo studio “Reduced biomass burning emissions reconcile conflicting estimates of the post-2006 atmospheric methane budget” di Nasa (National Center for Atmospheric Research Usa), Netherlands Institute for Space Research e università di Utrecht, pubblicato su Nature Communications, ritiene che tra le emissioni esaminate quelle prodotte dagli incendi contengono la maggiore percentuale di isotopi di carbonio pesante, le emissioni microbiche sono le più piccole e le emissioni di combusti-

bili fossili sono nel mezzo. L’etano, come il metano, è un componente del gas naturale e l’aumento di etano atmosferico indica l’aumento delle fonti dei combustibili fossili. La Nasa ha scoperto, quindi, che la maggior parte dell’enorme aumento delle emissioni globali di metano nell’ultimo decennio, proviene dall’industria dei combustibili fossili e che questa crescita è maggiore

di quanto si pensasse in precedenza. Come se non bastasse, report hanno stimato che le perdite prodotte dalla produzione di petrolio e gas, in particolare il fracking (una particolare tecnica estrattiva di petrolio e gas naturale che sfrutta la pressione dei liquidi per provocare delle fratture negli strati rocciosi più profondi del terreno), influiscono enormemente

LE ROCCE VIVENTI IN ROMANIA Non sono vegetali ma crescono e si riproducono come piante Rosmary Fanelli Crescono, si riproducono come piante e prosperano in decine di siti naturali rumeni. Non sono vegetali, ma vere e proprie rocce, frutto di sedimentazioni minerali. Scolpite dalla natura, rappresentano una delle più importanti riserve naturali della Romania, collocata a circa 35 km da Ramnicu Valcea e trasformata dall’Unesco in un museo a cielo aperto, il Muzeul Trovantilor. E’ qui che la natura espone le trovant, rocce dal fascino ineguagliabile, la cui bellezza naturale è arricchita da un alone di mistero. Le trovant non sono infatti rocce in senso stretto, ma massi, che nel lungo periodo si comportano come veri e propri organismi viventi. Pur essendo difficile immaginare una roccia capace di crescere, queste formazioni minerali, a partire dai 6/8 millimetri di grandezza, nel corso degli anni, possono raggiungere la dimensione di rocce grandi fino a dieci metri di diametro. Non bisogna incappare in conclusioni affrettate perché si stima che per una crescita

di cinque centimetri siano necessari almeno 1200 anni. Ciononostante, pur impiegando molto tempo nella crescita, la sabbia cementata che le compone e da cui deriva anche il nome, ha una composizione ad altissima concentrazione di sali minerali nell’impasto di arenaria, che a contatto con l’acqua piovana innesca delle reazioni chimiche tali da aumentare la pressione interna, facendo crescere di volume la materia. Inoltre, come accade per le rocce californiane della Death Valley, le trovant sono capaci di spostarsi da un posto all’altro. Sebbene nella Valle della Morte sulle sailing stones si racconta di movimenti inspiegabili alla scienza, da poco si è avanzata l’ipotesi che potrebbero muoversi grazie a sottili strati di ghiaccio che si formano durante la notte, sollecitando lo spostamento dei sassi con l’arrivo delle alte temperature diurne, che provocano spaccature nelle fessure del suolo. In Romania invece il movimento di questi “bitorzoli” potrebbe essere correlato alla struttura tellurica della zona. I geo-

logi che stanno analizzando queste straordinarie pietre, sostengono che la loro origine risalga ad almeno sei milioni di anni fa e che sia strettamente correlata all’ attività sismica che ha interessato la zona. Tuttavia non si è ancora riusciti a trovare una spiegazione logica per le trovant, che al loro interno presentano delle ramificazioni simili alle radici dei vegetali, forse necessarie a raccogliere l’acqua che le tiene “in vita”. Se si prova a sezionare una roccia, al suo interno, è difatti possibile ammirare dei caratteristici cerchi concentrici, simili a quelli presenti nei tronchi degli alberi. Che si tratti di una nuova forma di vita di tipo inorganico? Qualunque sia la spiegazione del fenomeno, è certo che i residenti della zona sono a conoscenza delle trovant da sempre, ma senza avergli mai dedicato particolare attenzione. Anzi, molto spesso, queste strabilianti rocce sono state utilizzate come materiale di costruzione. Recentemente la zona in cui le rocce proliferano, è fortunatamente divenuta patrimonio dell’umanità.

nell’aumento delle emissioni di metano. Il metano (CH4) è un gas serra 86 volte più potente della CO2 e numerosi studi hanno stabilito che, anche una percentuale molto piccola di perdita dalla catena di fornitura del gas naturale (dalla produzione, alla fornitura, alla combustione), può avere un impatto tale sul clima da annullare l’intero beneficio del passaggio dal carbone al gas. È stato notato che le emissioni delle fughe di metano dall’industria del gas e del petrolio del New Mexico, hanno impattato sul clima parimenti alle emissioni di circa dodici centrali elettriche a carbone. Siccome le centrali a gas non sostituiscono solo le centrali a carbone ad alto contenuto di carbonio, ma, sostituiscono spesso fonti di energia come il solare, l’eolico, il nucleare e persino l’efficienza energetica, si è dedotto che anche un tasso di perdita molto basso cancella i benefici climatici del fracking. In sintesi, lo studio della Nasa ha messo in evidenza che i tassi di dispersione del metano non sono affatto bassi e conferma che il fracking è parte in causa nel cambiamento climatico, e, nel tempo diverrà problema serio dato che il gas naturale compete sempre più con le fonti di energia rinnovabili.


Lo sviluppo delle enoteche nel Belpaese: la Campania, seconda regione d’Italia Rosa Funaro Il tempo passa, cambiano le persone, gli stili di vita, gli odori, i sapori. Ma certe abitudini, soprattutto a tavola, non passano mai. Come un buon bicchiere di vino per accompagnare i pasti. Secondo uno studio realizzato dalla Coldiretti e dalla Camera di Commercio di Milano, in Italia negli ultimi cinque anni si è verificata una crescita del 13% delle enoteche presenti sul territorio: 7.300 punti di vendita e di ristoro. La Campania conferma il trend con un +12,7% attestandosi al secondo posto con 835 enoteche, dopo la Lombardia (986). Seguono: Toscana (718) e Veneto (713). Per quanto riguarda, invece, i capoluoghi italiani è Napoli a conquistare il podio degli amatori del vino con 546 enoteche, seguita da Roma con 482 e Milano con 264. Analizzando le altre realtà regionali, nelle province vitivinicole emergono altri numeri: Avellino in cinque anni passa da 15 a 33 enoteche, Benevento da 18 a 33. A Caserta se

ne contano invece 136 con un lieve incremento di una unità, stesso trend su Salerno che tocca quota 87. “Un risultato che conferma la crescita del settore vitivinicolo in Campania – commenta Gennarino Masiello, vicepresi-

dente nazionale e presidente regionale di Coldiretti – ma anche una forte propensione ad un approccio qualitativo nei consumatori della nostra regione e non solo. In questi numeri c’è anche il flusso turistico imponente che sta in-

teressando i principali attrattori culturali del territorio. Italiani e stranieri abbinano sempre più l’esperienza turistica classica all’enograstronomia. Il primato nazionale della città di Napoli dimostra quanto spa-

Instagram apre le porte alle ecostar Tra foto, hashtag, didascalie i consigli per una vita “green” In risposta allo spreco e alla produzione di ogni tipo di spazzatura, nasce negli USA lo Zero Waste Movement, un vero e proprio movimento dei “rifiuti zero”. Si tratta di una comunità di attivisti che propugnano attraverso internet e i social media la riduzione od eliminazione totale della produzione di rifiuti, attraverso un attento e sano stile di vita. Protagonista indiscusso si è confermato Instagram, che è diventato il regno di una serie di influencer che, con belle foto, didascalie ed hashtag all’ultimo grido, raccontano tutti i giorni ai loro follower le tecniche per vivere producendo pochi rifiuti, e quei pochi tutti riciclabili. Il sito ambientalista TreeHugger ha provato, inoltre, a stilare un elenco delle star dello Zero Waste sul social network ed è emerso che Heather White di

"Intentionalism" posta foto coloratissime che insegnano a fare candele di cera di soia e sciroppo di sambuco per i bambini. Tutti prodotti fatti in casa, molti con ingredienti coltivati nell'orto sul retro, evitando di comprare roba nei supermarket avvolta da chili di imballaggi. E ancora, su “Going Zero Waste”, Kathryn

Kellog racconta del suo timore quando chiede ai negozianti di poter usare le sue retine per l'ortofrutta, evitando di usare i sacchetti di plastica. Ma non finisce qui. La “Zero Waste Nerd” Megean Weldon di Kansas City ogni giorno propone una piccola azione per ridurre i rifiuti. Jonathan Levy di Los Angeles, ribattezzato

“Zero Waste Guy”, si è preso, invece, la missione di denunciare gli sprechi di cibo. Il suo profilo Instagram abbonda di foto incredibili di frutta e verdura ancora commestibili buttate nei cassonetti. La lista è davvero lunga. Ma l’Italia come ha risposto a questo richiamo social? Anche per il Bel Paese c’è la possibilità di fare concorrenza agli USA attraverso due vademecum "Io non spreco", sul sito www.politicheagricole.it del Ministero delle politiche agricole e "Waste Notes", scaricabile dal sito della campagna www.sprecozero.it. Ma alcune dritte si possono ricavare anche dai tradizionali libri, come “Zero rifiuti in casa” di Bea Johnson e “Impatto zero” di Linda Maggiori, e tantissimi altri. Insomma, buona raccolta differenziata social. A.P.

zio di interesse possa esserci per i nostri vini. Caserta e Salerno confermano lo stesso fenomeno, pur con numeri minori in proporzione alla popolazione. Una riflessione a parte meritano Avellino e Benevento, territori fortemente vitivinicoli, dove si è verificato un raddoppio delle enoteche presenti nelle due province”. La scelta del vino, si conferma una scelta di qualità che caratterizza uno stile di vita “lento”, attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi, da contrapporre all’assunzione sregolata di alcol. Il boom dei corsi per sommelier, ma anche il numero crescente dei giovani che vogliono essere informati sulle caratteristiche dei vini dimostra quanto cresce, tra le nuove generazioni, la cultura della degustazione consapevole con la proliferazione di wine bar e un vero boom dell’enoturismo che oggi genera un indotto turistico di quasi 3 miliardi di euro l’anno. Secondo sempre la Coldiretti è in atto una rivoluzione sulle tavole degli italiani con i consumi di vino che dopo aver raggiunto il minimo a 33 litri pro capite nel 2017 hanno invertito la tendenza con un aumento record degli acquisti delle famiglie del 3%, trainato dai vini Doc (+5%), dalle Igt (+4%) e degli spumanti (+6%) mentre calano gli acquisti di vini comuni (-4%).


SEABIN: IL BIDONE DEI RIFIUTI GALLEGGIANTE L’invenzione di due surfisti australiani per pulire gli oceani Cristina Abbrunzo L’ONU definisce inquinamento marino «l’introduzione diretta o indiretta da parte dell’uomo nell’ambiente marino di sostanze o di energie capaci di produrre effetti negativi sulle risorse biologiche, sulla salute umana, sulle attività marittime e sulla qualità delle acque». Tra i molti aspetti di questo fenomeno, quello più evidente, che si percepisce più facilmente, è l’immissione di materiali e rifiuti solidi nel mare. Bottiglie e pezzi di polistirolo, reti da pesca abbandonate, sacchetti di plastica e mozziconi di sigaretta possono causare la morte di pesci, mammiferi marini e tartarughe, che spesso restano impigliati in questi oggetti o li ingeriscono scambiandoli per prede. Entro il 2050 gli oceani conterranno più plastica che pesci, secondo le proiezioni degli esperti. E mentre i grandi della Terra cercano soluzioni salvambiente che sembrano faticare a concretizzarsi, è la gente comune che ha a cuore il proprio pianeta che inizia a prodigarsi per cambiare le cose. È successo in Australia, dove due giovani ragazzi, Andrew Turton e Pete Ceglinski, si sono accorti che, mentre facevano la cosa che amano di più, stare in mare a bordo di una barca a vela o in equilibrio su un surf immersi nella bellezza assoluta della natura, venivano disturbati sempre più spesso dalla presenza di pezzi di

plastica, mozziconi di sigaretta, cartacce galleggianti e macchie di gasolio: un’offesa per la vista ma anche una minaccia per l’ambiente, il sintomo di uno stato di salute delle acque tutt’altro che rassicurante. Così hanno pensato ad una soluzione, hanno avuto un’intuizione e si sono rivolti a qualcuno che fosse in grado di aiutarli a concretizzarla: una società australiana specializzata in tecnologie marittime, la SMS (Shark Mitigation

Systems Pty). I prototipi hanno funzionato e oggi il Seabin Project fa parlare di sé in Australia e nel resto del mondo. Anche perché, nel frattempo, Andrew e Pete si sono stabiliti in Europa, scegliendo Palma di Maiorca come base operativa e sede per la messa a punto dei loro bidoni antispazzatura per il filtraggio dell’acqua. Sì è così, perché il Seabin altro non è che un particolare raccoglitore di rifiuti galleggiante, una sorta di aspirapolvere del

SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE E OBIETTIVI DELL’AGENDA 2030 Dante Santoro È iniziato il 2018 e facciamo la conta dei buoni propositi dell’anno passato che non abbiamo ancora realizzato, un po’ come quelli che ritualmente sventolano ai quattro venti i nostri governanti, salvo poi tradirli puntualmente. Uno dei buoni propositi disattesi da chi governa i principali Stati del pianeta è quello del contrasto al cambiamento climatico, che da decenni è in cima alle agende politiche internazionali fino ad arrivare all’ Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il documento è stato adottato dai Capi di Stato di 193 paesi membri dell’ ONU in occasione del Summit sullo Sviluppo Sostenibile nel settembre del 2105, in cui sono fissati impegni per uno sviluppo sostenibile da realizzare entro il 2030, individuando 17 obiettivi di cui quasi metà sono riferiti a materie ambientali, ovvero: 1- Acqua pulita ed igiene, 2Energia pulita ed accessibile, 3-

Città e comunità sostenibili, 4- Consumo e produzione responsabili, 5Agire per il clima, 6- La vita sottacqua, 7- La vita sulla terra. La redazione dell’ Agenda 2030 è solo l’ultima opera di una vera e propria antologia in materia ambientale, che ha inizio dalla prima conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano del 1972 a Stoccolma dove 133 Capi di Stato. Giusto per fare una cronistoria dobbiamo citare anche Rio de Janeiro 1992 – Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite, Berlino 1995, Ginevra 1996, Kyoto 1997, Bonn 2001, Johannesburg 2002- il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, Milano 2003, Montreal 2005, Bali 2007, Copenaghen 2009 e così via fino ai giorni nostri. L’ amara realtà è che il sistema consumistico delle attuali società industrializzate è agli antipodi con la politica ambientalistica ostentata da tanti governi a fini propagandistici. La speranza, per non dire l’il-

lusione, deve necessariamente essere riposta in un atteso momento di coscienza dal basso che deve partire dalla gente comune e dalle giovani generazioni, che sono le vere vittime e cavie della catastrofe ambientale verso cui si dirige il pianeta. Il mondo dell’istruzione in Italia deve iniziare ad avere un ruolo da protagonista in questa missione di consapevolezza collettiva. La scuola deve necessariamente insegnare agli studenti come si rispetta l’ambiente, ispirandosi ai 7 punti ambientali dell’ Agenda 2030. I tempi sono maturi per pensare all’istituzione di una vera e propria materia di educazione al rispetto dell’ambiente, con l’introduzione di un programma didattico volto a formare nuove generazioni che possano diffondere il messaggio ambientalista.Devono nascere nuove sensibilità diffuse, perché madre natura ci ha dato tanto ma noi le stiamo sottraendo troppo …

mare dotato di un filtro e di un tubo metallico da collegare ad una pompa situata sul molo o su un’imbarcazione. Il bordo del “cestino” si posiziona subito sotto il pelo dell’acqua, in modo che il pompaggio formi una corrente in superficie che trascina la spazzatura galleggiante fino a farla cadere nel cestino stesso. Quando il sacchetto-filtro è pieno, lo si estrae e lo si vuota. È importante sapere che se invece il sacco non viene vuotato e si riempe del tutto, il Seabin non smette di funzionare: il pompaggio dell’acqua continua a trascinare spazzatura, che va accumulandosi intorno al cestino e può essere raccolta facilmente. La plastica non è il solo bersaglio del Seabin: grazie ad un separatore olioacqua, infatti, anche i tensioattivi (detergenti) e le sostanze oleose come i carburanti vengono eliminate dalla superficie dell’acqua. Questo cestino per la spazzatura marina funziona 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, 365 giorni l’anno, e può essere posizionato sui pontili galleggianti, nei porti turistici, lungo le vie fluviali, nelle darsene, negli yacht club e pefino essere montato su barche a motore. Il progetto è stato protagonista di una raccolta fondi sulla piattaforma Indiegogo e ha riscontrato un successo superiore alle aspettative che ha permesso di superare la cifra di 267 mila dollari con un finanziamento pari al 115%.


Accesso civico generalizzato: la recente decisione del TAR Lombardia I limiti previsti dall’articolo 24, comma 1 della Legge numero 241del1990 Felicia De Capua La fattispecie in esame riguarda gli atti di una procedura di affidamento diretto ed in via d’urgenza del servizio di accoglienza profughi, ai sensi dell’art. 36, c. 2, lett. a) del d.lgs. n. 50/2016, effettuata dalla Prefettura al fine di garantire ulteriori posti per l’accoglienza dei migranti in arrivo sul territorio interessato, nelle more e fino all’espletamento di una idonea procedura negoziata. Il T.A.R. Lombardia osserva che la documentazione richiesta dal ricorrente concerne: per una parte, alcuni documenti forniti dall’affidataria del servizio nel corso del procedimento di evidenza pubblica volto all’aggiudicazione della relativa gara, ivi compresa l’attività di verifica svolta dalla stazione appaltante sull’idoneità tecnica e professionale dell’aggiudicataria; per un’altra parte ancora, alcuni dati inerenti ad aspetti relativi all’esecuzione del rapporto contrattuale in essere (comunicazioni sull’avvio dei posti di accoglienza, compensi, polizza assicurativa sulla responsabilità civile per danni a terzi); per una residua parte, convenzioni stipulate dalla Prefettura con soggetti terzi all’affidataria del

servizio. Il Collegio con sentenza n. 2157 del 14/11/2017 dichiara il ricorso parzialmente fondato: ammette l’accesso civico generalizzato per alcuni atti relativi alla convenzione e lo esclude per altri (atti di verifica ispettiva), in considerazione dei limiti previsti dall’art. 5-bis, c. 3, D.Lgs. 33/2013 s.m.i. In particolare sono ritenuti accessibili i seguenti documenti e/o dati: lettera di disponibilità della Cooperativa affidataria e informazioni dalla stessa fornite sull’attività esercitata e sull’esperienza; comunicazioni inviate alla Prefettura in merito all’avvio dei posti di accoglienza; ammontare dei com-

pensi maturati a partire dalla data dell’affidamento. Si tratta di informazioni strettamente connesse ad una convenzione stipulata in via diretta, la cui conoscenza generalizzata assolve “lo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”. D’altro canto il Collegio ritiene sottratti all’accesso tutti gli atti di “verifica” effettuati dalla Prefettura sulla Cooperativa, in quanto documentazione attinente a verifiche ispettive ordinarie. Il diritto di accesso generalizzato soggiace, infatti, ai limiti previsti dall’art. 24, c.

1 della L. n. 241/1990, secondo l’espresso richiamo contenuto nel c. 3 dell’art. 5-bis del d.lgs. n. 33/2013, che recita: “Il diritto di cui all’art. 5, c. 2, è escluso nei casi di segreto di Stato e negli altri casi di divieti di accesso o divulgazione previsti dalla legge, ivi compresi i casi in cui l’accesso è subordinato dalla disciplina vigente al rispetto di specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all’articolo 24, comma 1, della legge n. 241 del 1990”. A sua volta, l’art. 24, c. 1 appena citato, così dispone, per quanto di interesse: “Il diritto di accesso è escluso: a) per i documenti coperti da segreto di Stato ai sensi

della legge 24 ottobre 1977, n. 801, e successive modificazioni, e nei casi di segreto o di divieto di divulgazione espressamente previsti dalla legge, dal regolamento governativo di cui al comma 6 e dalle pubbliche amministrazioni ai sensi del comma 2 del presente articolo (…)”. Le singole pubbliche amministrazioni individuano, tramite appositi regolamenti, le categorie di documenti, da esse formati o comunque rientranti nella loro disponibilità, sottratti all’accesso. Nel caso in esame, il regolamento specifico è il D.M. 10 maggio 1994, n. 115 emesso dal Ministero dell’Interno (di cui la Prefettura è un’articolazione periferica) che prevede, tra le ipotesi di documentazione sottratta all’accesso, la “documentazione attinente ad inchieste ispettive sommarie e formali nonché a verifiche ispettive ordinarie e straordinarie” (art. 4, c. 1, lett. i), in quanto ricompresa nella categoria degli atti inaccessibili per motivi di riservatezza di terzi, persone, gruppi ed imprese. L’esito delle verifiche effettuate dalla Prefettura sui requisiti di affidabilità tecnica, professionale, finanziaria e legale dell’affidataria resta dunque sottratto all’accesso.

Viaggio nelle leggi ambientali MERCI PERICOLOSE E' stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea L 345/48 del 20.12.2016 la Direttiva (UE) 2016/2309 della Commissione del 16 dicembre 2016 che adegua per la quarta volta al progresso scientifico e tecnico gli allegati della direttiva 2008/68/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al trasporto interno di merci pericolose. RIFIUTI Il requisito della colpa postulato dall’art. 192 comma 3 del D.Lgs. n. 152/2006 ben può consistere nell’omissione degli accorgimenti e delle cautele, anche di ordine civilistico, che l’ordinaria dili-

genza, accortezza ed attenzione suggeriscono per assicurare un’efficace protezione ambientale dell’area soprattutto nei casi in cui tali omissioni siano colpevolmente mantenute anche a fronte di precedenti sversamenti abu-

sivi di rifiuti e della successiva bonifica nell’area privata. TAR Sicilia (PA) Sez. I n.2675 del 21 novembre 2016. RIFIUTI L’ente pubblico titolare del servizio di gestione del ciclo

dei rifiuti non può assumere in radice la qualifica di intermediario di rifiuti, visto che, ai sensi dell’art. 202 T.U.A., esso è tenuto ad affidare a soggetti privati la gestione del servizio. Ed è evidente che l’ente concedente, nel momento in cui affida la gestione ad un operatore privato, non acquisisce la materiale disponibilità dei rifiuti, ma non per questo assume la qualifica di intermediario di rifiuti. L’art. 212, comma 5, del T.U.A. prevede l’iscrizione all’Albo solo per le aziende speciali, i consorzi di Comuni e le società di gestione dei servizi pubblici e stabilisce che l’iscrizione è valida solo per i servizi di gestione (diretta) dei rifiuti

urbani prodotti nell’ambito territoriale di riferimento. L’individuazione della qualifica di intermediario di rifiuti è in realtà finalizzata ad evitare che l’operatore realmente responsabile della gestione dei rifiuti possa sottrarsi ai conseguenti oneri (la cui inosservanza, come è noto, ha rilevanza anche penale), mediante l’affidamento delle fasi operative ad altri operatori e la conservazione dei soli compiti di gestione amministrativo-finanziaria (in questo senso è rilevante l’inciso “…compresi gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti…”). TAR Marche Sez. I n. 672 del 29 novembre 2016. A.T.


a cura di Andrea Tafuro

PAROLE DEL 2018 PER TESTIMONIARE LA SPERANZA “È curioso vedere come quasi tutti gli uomini che valgono molto abbiano maniere semplici e che quasi sempre le maniere semplici siano prese per indizio di poco valore”. Giacomo Leopardi

ETNOCENTRISMO

ACCOGLIENZA Un sentimento di fluidità domina le nostre esistenze causando disorientamento, incertezza. Ci relazioniamo, ci combattiamo, ci rapportiamo all’insegna della storicizzazione della verità. Questo è il tempo del qui e non altrove, dove ogni verità è contenuta in una cultura e un territorio circoscritti. L’umano del terzo millennio non sa più decidere cosa è bene e cosa è male: è il relativismo. Dal punto di vista filosofico, il relativismo è quella corrente di pensiero secondo cui la conoscenza umana non può penetrare la realtà in sé, ma deve accontentarsi di afferrare, della realtà, solo aspetti parziali, particolari, contingenti. Ciò genera, tra le altre cose, quelle bislacche discriminanti culturali, come la presunzione occidentale di essere superiore e poter diffondere la democrazia, dimenticando verità universali, come ad esempio il rispetto per la dignità umana. “Chi fomenta paura a fini politici semina violenza”, ha dichiarato Francesco Bergoglio nel do-

cumento preparato per la Giornata Mondiale della Pace dello scorso 1 gennaio.

Fino agli inizi del 1900, si riteneva che vi fossero popoli dotati di cultura e popoli sprovvisti di essa. Le etnie diverse da quelle occidentali, benché acculturate, venivano considerate, primitive o barbare. Questa netta suddivisione è spiegata come etnocentrismo dell’uomo occidentale, il quale pensandosi detentore unico del sapere ha pensato bene, di proporre la propria cultura come termine di paragone per le altre. Gli antropologi ci dicono che con il termine etnocentrismo si indica il concetto secondo il quale il proprio modo di vita è il solo vero modo di essere integralmente uomini. Si tratta di una forma di riduzionismo, perché riconduce l’altro modo di vita a versione deformata

Nel Messaggio tutto dedicato a migranti e rifugiati, il Papa mette in guardia contro la retorica di chi fomenta la paura dei migranti a fini politici seminando violenza, discriminazione razziale e xenofobia, ed esorta le nazioni ad approvare i patti globali Onu per migrazioni sicure e per i rifugiati di cui si discuterà nel corso del corrente anno. Papa Francesco suggerisce a tutti i decisori 4 concetti da utilizzare per promuovere e integrare azioni utili a tessere strategie efficaci in grado di offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

del proprio: se il nostro è giusto il loro non può essere che sbagliato. In questi tempi moderni lo Zeitgest, lo Spirito del tempo, ci chiede continuamente:”Chi sei?”. Ecco il tarlo del nostro tempo: l’identità. Per essere qualcuno devi per forza registrarti in una categoria del genere homo sapiens, senza non sei nessuno. Sei un capo e allora prontamente rispondi: “Sono quello che faccio”. I giovani in cerca del primo impiego, il cinquantenne che cerca di ricollocarsi che fine fanno? Disarcionati dalla recessione e dalla buona novella proclamata dai sacerdoti della sobrietà, diventano simili a chi non lavora, non studia e non è in training: Neet, cioè non esistenti, affiliati alla moribonda classe glo-

bale ipertecnologica che pensava di avere in mano le sorti del mondo. Siamo ritornati all’origine quando al temine etnocentrismo, venne dato un significato di tipo evoluzionistico unilineare secondo il quale esisterebbe una linea di evoluzione biologica e culturale dominante, in cui tutte le società, attraversano diversi stadi progredendo a velocità diverse, le più lente restano a un livello inferiore rispetto a quelle che si evolvono più in fretta. Niente di più falso, perché l’umanità intera deve tendere a far nascere la vera relazione e cioè la comunità. Tutti gli esseri umani inseriti in una civiltà ne sono capaci, perché sanno riconoscere un bene comune che va al di là degli interessi di ciascuno.

pace per ogni diversità. Il dogma del pluralismo spesso si autorigenera in nichilismo che, frantumando le certezze acquisite si rovescia nel suo contrario, cioè bieco e intollerante dogmatismo. Il sociologo Peter L. Berger, così scrive sull’equiparazione delle culture. “Se io credo che il cannibalismo sia sbagliato, credo ipso facto che la mia cultura non fondata sul cannibalismo sia superiore a tutte quelle in cui le persone si mangiano l’un l’altra – almeno sotto questo aspetto. Al contrario, l’individuo completamente tollerante è ipso facto un individuo per il quale nulla è vero, e in ultima analisi, forse, un individuo che non è nulla. E questo è il terreno su cui spuntano i fanatici”. Abbattere ogni principio della morale fa nascere quel bisogno impellente di certezze, che può indurre

l’essere umano ad abbracciare universi morali marcati da una cieca intransigenza. Così dalla tolleranza assoluta del relativismo si arriva, dritti dritti, all’intolleranza del fanatismo. Vedi bene la sorte dei giovani europei passati dal nichilismo all’ideologia jihadista. Molte culture esaltano, ad esempio, la potenza militare e la costruzione di grandi infrastrutture, mentre relegano ai margini il lavoro di socializzazione, definendolo cosa senza importanza il lavoro di costruzione di legami e relazioni nelle comunità. Ma cosa ha davvero valore? Già Adam Smith, teorico dell’economia di libero mercato, nel 1779 nel meno noto: “La Teoria dei sentimenti sociali”, sottolineava con forza l’importanza dell’altruismo e dell’empatia per la crescita della società umana.

PLURALISMO

L’epoca delle forti conflittualità è ormai al tramonto, siamo posti davanti ad una realtà culturale sicuramente indecifrabile secondo i nostri consueti canoni, c’è ambivalenza relazionale, esperienze frammentate e disperse. Nel concreto di ogni giorno, sperimentiamo che ci sono po-

sizioni diverse, che si contrappongono e talvolta perfino si combattono. Ci troviamo dunque all’interno di un labirinto, come uscirne, senza correre il rischio di trovarci faccia a faccia con il Minotauro? Quali ali poter mettere sperando di non fare la fine di Icaro, bensì quella di Dedalo che si salvò?

Le nostre radici stabili, solide e definitive sono marcite e il più delle volte abbiamo smarrito il nostro futuro. Il vostro bel mondo occidentale è schiacciato sotto il tallone di una dottrina del pluralismo che partendo da un assunto neutro, la pluralità delle culture, fa nascere l’assoluto morale: ogni valore, ogni principio morale è relativo. Matthew Fforde, storico inglese, identifica questa ideologia come filosofia del vuoto, alla quale addebita la nascita della desocializzazione, fenomeno che genera una inesorabile liquefazione dei vincoli sociali. Per la filosofia del vuoto non esiste alcun principio universale in campo morale. Tutto è negoziabile, perché tutto si crea da una natura storico/culturale, così di tutelare come il sol dell’avvenire tolleranza e


Ventesima edizione del Premio Buona Sanità Premiate le eccellenze campane Lo scorso 26 gennaio si è tenuta la ventesima edizione del premio “Buona Sanità” nella splendida cornice del Teatro Mediterraneo della Mostra D’Oltremare. Questo premio ideato da Maria Rosaria Rondinella è nato per dare visibilità, coraggio e soprattutto speranza a tutti quei professionisti della salute che con la loro testimonianza di vita, con la loro professionalità e sacrificio sono d’esempio per il mondo dell’umana sofferenza. L’edizione del premio 2018 è stata dedicata a Costantino Mazzeo, un esempio concreto, una vita spesa al servizio della Sanità. Un direttore a “porte aperte”. Madrina del prestigioso premio la Principessa Camilla di Borbone delle Due Sicilie (foto2), Duchessa di Castro, che ha inviato un video per salutare tutti i i premiati e gli ospiti. “Medici, farmacisti, infermieri, portantini, tutto il mondo della Sanità sono la base per “lavorare per erogare salute”. La buona sanità c’è ed è importante. Viene sommersa però da quell’altra(la malasanità) che fa più rumore e nasconde quanti nella sofferenza, nella dedizione continuano a credere e a sperare, quasi in un mondo som-

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merso”. Queste le parole di maria Rosaria Rondinella durante la serata del 26. “Il vero potere è il servizio, un esercito impegnato 365 giorni all’anno in qualsiasi condizione e luogo, un esercito a volte dimenticato e vessato. Si è voluto premiare innanzitutto le Istituzioni, come il Prefetto di Napoli Carmela Pagano, il Questore di Napoli Antonio De Iesu, il Generale dei Carabinieri Mario Cinque, il Generale dei Nas Adelmo Nusi perché loro come istituzione debbono essere il faro guida del cittadino, proteggendo con la sicurezza, l’attenta vigilanza ed un severo controllo garantista. A loro e

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ai loro uomini e donne si affida il futuro dei nostri figli”. Quando il male supera apparentemente il bene, la fierezza, la fiducia,l’unione di squadra supera e vince. La Chiesa esce fuori dalle cattedrali per approdare sul terreno sociale. Viene premiato come esempio di terra di lavoro il Vescovo Angelo Spinillo. Premiate le strutture ospedaliere sia pubbliche che private, che ben supportano il pubblico anche con sacrifici, perché tutti insieme supportano il Sistema Sanitario Nazionale. Ad esempio si premia l’Ospedale Cardarelli per il grave peso del carico lavorativo che deve sopportare e

supportare, ma anche le eccellenze che ne fanno l’ospedale più importante del Meridione. Si premia la Fondazione Pascale per l’Amore alla ricerca. L’Ospedale di Avellino San Giuseppe Moscati di Avellino. Tra i premiati anche il bravissimo chirurgo napoletano Angelo Sorge (foto 1), direttore del Day Surgery dell’Ospedale San Giovanni Bosco. Pioniere in Italia di una nuova tecnica operatoria (che nasce in Francia) relativa all’ernia. Vengono premiate anche eccellenze extra regionali quali Lombardia, Lazio, Molise. Graditi ospiti, perché la sanità è unica e deve essere uguale in Italia, nonché le Università, base pa-

lestra del futuro. Si auspica un 118 Nazionale Unico per contenuti e protocolli. Alcuni nomi: SIS 118, ARES 118 di Roma. L’associazione scende in campo in collaborazione con istituzioni, altri enti certificatori per dare un concreto ulteriore contributo di servizio al Sistema Sanitario Nazionale. Infine il premio giornalistico viene attribuito a chi si prodiga per la giusta comunicazione e informazione. Dal premio nasce la spinta a perseverare a sperare a credere e a ottenere. Insomma un Premio, una Certificazione che tende a valorizzare davvero la Buona Sanità in Campania e in Italia. S.L.


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