La giornata mondiale della biodiversità Presentato il rapporto “Biodiversità a rischio 2018” PRIMO PIANO
L’Osservatorio circular economy network
La rivoluzione dell’economia circolare è ai blocchi di partenza. A giugno entrerà in vigore il pacchetto di iniziative voluto dalla Commissione Europea dopo un lungo travaglio politico ed economico. Per una volta il nostro Paese si trova in pole position: addestrata da sempre alla scarsità di miniere e materie prime, l’industria manifatturiera italiana ha imparato da secoli... Giordano a pag.3
BIO-ARCHITETTURA
Progetto “Garda by bike”
Il 22 Maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della biodiversità: una festività proclamata nel 2000 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite per ricordare l'adozione della Convenzione sulla Diversità Biologica. Per questa occasione è stato presentato a Manfredonia - in Puglia - il Rapporto di Legambiente “Biodiversità a rischio 2018”. Il messaggio lanciato dall’associazione ambientalista è chiaro: “Per contrastare il marine litter e la perdita di biodiversità bisogna puntare su politiche di prevenzione...
EDITORIALE
La nuova Protezione Civile ed il sistema agenziale
di Luigi Stefano Sorvino
Martelli a pag.9
ARPAC
Carta della natura, dibattito ad Avellino Ad Avellino affollato incontro di presentazione della Carta della natura della Campania. Bratti: «Irpinia non è area critica dal punto di vista ambientale, ma occorre manutenzione per combattere il dissesto». Mosca a pag.7
I prodotti ignifughi dannosi per l’ambiente
Social media e disturbo narcisistico della personalità
I ritardanti di fiamma sono sostanze chimiche aggiunte a molti materiali per prevenire o rallentare la formazione di un incendio. Vengono usati dagli anni ‘70 e si trovano in molti prodotti di consumo e industriali. Dai tappeti alla gommapiuma dei divani e sedie, ai cavi elettrici e materiali da costruzione. Buonfanti a pag.11
Garda by bike è un innovativo progetto del Ministero dei Trasporti, promosso di concerto con le Regioni di Lombardia e Veneto e con la Provincia Autonoma di Trento, per la realizzazione di una spettacolare (ed ecosostenibile) pista ciclabile che correrà lungo l’intero perimetro del Lago di Garda: in pratica, si tratta di un vero e proprio anello sospeso di circa 190 km, interamente fruibile da ciclisti ed amanti della bicicletta, che, in alcuni tratti, arriverà a sfiorare anche il pelo dell’acqua. L’itinerario è collocato nel periplo del lago, in una posizione strategica... Palumbo a pag.12
Chi di noi non conosce qualcuno eccessivamente concentrato su stesso? Tanto da sembrare egoista, incentrato a sovrastimare le proprie doti, la propria immagine. Un’estremizzazione dell’importanza del proprio sé. Ebbene il nostro conoscente non è semplicemente antipatico. La questione è ben più articolata, e il nocciolo è da ricercare... Clemente a pag.13
AMBIENTE & DIRITTO
AMBIENTE & TRADIZIONE
Procedimento disciplinare: nessun segreto sui documenti
Carlo Celano, giurista letterato ed artista
Il segreto sui documenti relativi al procedimento disciplinare non può essere opposto al dipendente che vuole impugnare dinanzi al Tribunale la sanzione disciplinare. De Capua a pag.18
De Crescenzo-Lanza a pag.14
Il primo atto normativo pubblicato nel 2018 (G.U. del 22/1/2018) è costituito dal Decreto legislativo n. 1, recante il nuovo "Codice della protezione civile", in attuazione della legge n. 30/2017, con cui il Parlamento aveva delegato al Governo il coordinamento e riordino della normativa di protezione civile, vigente dal 1992 ad oggi. Il varo del Codice della protezione civile rappresenta una novità davvero apprezzabile e rilevante, in quanto da una parte recepisce anche per questa materia la tendenza oggi diffusa in via generale alla codificazione normativa; dall'altra riorganizza la disciplina in origine piuttosto semplice e poi, via via ingarbugliata dalla superfetazione di numerose e non coordinate modifiche, specialmente intervenute nell'ultimo decennio. La storia della protezione civile italiana si è articolata in oltre un secolo di evoluzione legislativa, dal terremoto di Messina e dello Stretto del 1908 ad oggi, attraverso varie fasi – scandite dalla verificazione di calamità e catastrofi di varia tipologia e dimensione – procedendo da un originario modello centralistico-assistenziale all'attuale schema plurale e policentrico, ormai assai avanzato anche sotto il profilo organizzativo e strumentale. continua a pag.2
LA NUOVA PROTEZIONE CIVILE ED IL SISTEMA AGENZIALE Segue dalla prima Il Codice razionalizza ed integra le norme previgenti, a partire da alcuni residui regolamentari del 1981, poi soprattutto la legge fondamentale istitutiva del servizio n. 225/92, con le successive modifiche al sistema delle competenze arrecate dai decreti "Bassanini" del 1998 del cd. "federalismo amministrativo", la revisione costituzionale del titolo V con il coevo decreto legge n. 343/2001 (convertito nella legge n. 401/2001), sino alla tornata di modifiche del 2010-2012, attestate nella legge n. 100/2012, oltre ad una serie di direttive ed atti regolamentari. Il testo realizza, nei tempi relativamente brevi di esercizio della delega, un buon Codice organico ed innovativo che recupera e riassesta unitariamente più di venti anni di sviluppo legislativo e costituzionale, offrendo un corpus abbastanza compatto di cinquanta articoli riuniti in sette capi, redatto con una buona tecnica normativa (oggi qualità piuttosto rara). Il nuovo Codice, nella versione finale approvata dal Consiglio dei Ministri il 29/12/2017, attua così una legge delega che era stata approvata quasi all'unanimità, recando una normativa di "ricognizione" ma soprattutto di "coordinamento", che pure reca impegnative modifiche ed integrazioni, assieme al consolidamento di criteri e principi già attestati ed operativi in materia. La protezione civile, per effetto della legge di revisione costituzionale n. 3/2001, è materia a potestà legislativa concorrente, laddove le Regioni legiferano nella cornice dei principi fissati dalla legislazione statale (oggi costituiti dalle disposizioni del nuovo codice), con riferimenti all'ordinamento sovranazionale dell'Unione Europea ed al livello internazionale. Quali sono i consolidamenti della preesistente normativa e le principali innovazioni del Codice? Il Servizio nazionale viene consolidato come "sistema a rete" policentrico, che si
esprime su un'articolata base territoriale, per molteplicità di livelli istituzionali, definito di pubblica utilità, ed esercita una funzione costituita da un insieme di competenze ed attività volte a tutelare la comunità insediata sul territorio dai danni o dal pericolo di danni derivanti da eventi calamitosi, di origine naturalistica o antropica. La protezione civile esplica la sua azione in rapporto ad un'articolata tipologia di rischi incombenti sul territorio nazionale: sismico, vulcanico, da maremoto, idraulico, idrogeologico, da fenomeni meteorologici avversi, da deficit idrico e da incendi boschivi. Le attività della protezione civile vengono meglio articolate dal nuovo Codice, con particolare riferimento a quelle di prevenzione – in particolare "non strutturale" - e mitiga-
zione del rischio, oltre alla previsione, alla gestione dell'emergenza, che resta il momento centrale, ed alla fase del suo superamento. Vengono definite, ai vari livelli, le autorità nazionale e territoriali di protezione civile che operano secondo i principi costituzionali di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza in rapporto ai relativi ambiti, esprimendo nel loro insieme unitarietà dell'ordinamento e dell'esercizio della relativa funzione. Il Presidente del Consiglio dei Ministri è autorità nazionale ed è titolare della funzione di indirizzo politico in materia di protezione civile. I Presidenti delle Regioni, i Sindaci ed i Sindaci metropolitani sono autorità territoriali di protezione civile, i primi anche come rappresentanti di Enti dotati della potestà legislativa con-
corrente, attribuita in materia dalla rinnovata formulazione dell'art. 117 della Costituzione. Il Servizio nazionale non ha una configurazione piramidale ma si articola in una molteplicità di componenti, strutture operative nazionali e regionali nonchè soggetti concorrenti. Il Presidente del Consiglio ed il Governo si avvalgono del Dipartimento nazionale della protezione civile nonchè sul territorio delle Prefetture, mentre i Comuni operano anche in forma associata – secondo ambiti territoriali ed organizzativi ottimali - come le Città metropolitane e le Province, oggi riordinate come enti di area vasta secondo i criteri di cui alla legge n. 56/2014. La legge disciplina le attribuzioni del Presidente del Consiglio e delle Autorità territoriali articolando la tipologia triplice degli eventi emergenziali, tra emergenze semplici di livello locale (tipo A), complesse o di livello intermedio (tipo B) e straordinarie o di rilievo nazionale (tipo C). Una peculiare e primaria funzione tecnico-operativa è attribuita al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco mentre viene consolidata la disciplina delle organizzazioni di volontariato e delle reti associative operanti nel settore della protezione civile, concorrendo all'esercizio della funzione ed
integrando il sistema nell'ambito sociale. L'art. 13 del Codice enumera fra le strutture operative del Servizio nazionale al punto f "il sistema nazionale per la protezione dell'ambiente", con una disposizione che corrisponde all'art. 3 della legge n. 132/2016, secondo cui tra le funzioni del sistema agenziale vi è la "partecipazione, anche attraverso azioni di integrazioni dei sistemi conoscitivi e di erogazione di servizi specifici, ai sistemi nazionali e regionali preposti agli interventi di protezione civile...". Pertanto anche la nostra Agenzia regionale concorre non in forma isolata ma quale componente del sistema agenziale al meccanismo di protezione civile non con azioni dirette, ma piuttosto esprimendo attività di supporto, di integrazione e di erogazione di servizi specifici correlati alle competenze istituzionali. In Campania la materia della protezione civile è stata recentemente disciplinata in modo organico dalla legge regionale n. 12 del 22 maggio 2017, che organizza razionalmente il sistema regionale in conformità alla disciplina statale previgente, oggi tuttavia razionalizzata ed aggiornata dal nuovo Codice. Il Commissario Straordinario Avv. Luigi Stefano Sorvino
NASCE IN ITALIA L’OSSERVATORIO CIRCULAR ECONOMY NETWORK Bruno Giordano La rivoluzione dell’economia circolare è ai blocchi di partenza. A giugno entrerà in vigore il pacchetto di iniziative voluto dalla Commissione Europea dopo un lungo travaglio politico ed economico. Per una volta il nostro Paese si trova in pole position: addestrata da sempre alla scarsità di miniere e materie prime, l’industria manifatturiera italiana ha imparato da secoli a servirsi di scarti di ogni genere. Infatti, secondo l’indice di circolarità elaborato dalla Commissione Ue, l’Italia è già oggi al secondo posto in Europa nell’uso di materiali già utilizzati: da noi quasi 1 chilo di materia prima ogni 5 chili di materiali consumati viene dal riciclo. Siamo quindi a quota 18,5% contro il 26,7% del primo Paese riciclone, l’Olanda, trascinata in alto nella classifica da ottimi risultati anche nella seconda vita dei rifiuti organici e dei materiali da costruzione. Sempre secondo gli studi della Commissione, l’Italia è comunque avanti rispetto alla Francia 17,8% e al Belgio 16.9%, ma soprattutto sopravanza di molto il primo Paese manifatturiero d’Europa, la Germania, che, con un tasso di appena il 10.7%, si posiziona al di sotto della media europea 11.4%. Con la partenza del Pacchetto Circular Economy, si accelera un percorso già avviato che porterà vantaggi economici che si traducono in occupazione ag-
giuntiva: secondo le stime dell’Enea, l’economia circolare può creare fino a 540 mila posti di lavoro entro il 2030. Non sarà facile perché già adesso i casi di stop a progetti innovativi in questo settore sono nelle cronache: quello della Fater, ad esempio, azienda di produzione di pannolini che nasce da una joint venture fra il Gruppo Angelini e la Procter & Gamble che da anni cerca di far partire una catena di produzione di plastiche dal riciclo dell’usato e che è stata fermata prima da lungaggini burocratiche
nazionali e regionali e ora da una sentenza. Ed è per rimuovere ostacoli che effettivamente lavorano in favore di discarica, e, non di riuso, che è nato il Circular Economy Network, l’osservatorio della circolarità in Italia, creato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, la struttura che ha lanciato e sostiene gli Stati generali della Green Economy, e da un gruppo di 13 aziende e associazioni di impresa che vanno dai consorzi di riciclo alle industrie di bioplastiche, dalle acque minerali alle multiutility. Obiettivo: promuovere lo sviluppo dell’economia circolare in Italia, elaborando proposte di policy e contribuendo alla diffusione di buone pratiche e all’innovazione di sistema. A costituire il gruppo fondatore e il comitato di coordinamento del Circular Economy Network sono aziende e consorzi che rappresentano molti settori dell’imprenditoria italiana: Aitec associazione delle industrie cemen- tiere, Burgo Group settore cartario, Cobat Consorzio nazionale raccolta e riciclo, Co.Ge.Di distribuzione dei prodotti a marchio Uliveto e Rocchetta, Conai Consorzio nazionale Imballaggi, Ecodom Consorzio ita-
liano recupero e riciclaggio elettro- domestici, Ecopneus la società consortile per il recupero degli pneumatici fuori uso, Fater joint venture tra Procter & Gamble e Gruppo Angelini per la produzione di pannolini, Greenrail produzione di traverse ferroviarie innovative da gomma e plastica da riciclo, GRT Group trasformazione di plastica non riciclabile in carburante, Gruppo Hera multiutility dei servizi ambientali, Montello industria del recupero e riciclo, Novamont azienda della
bioeconomia e delle bioplastiche. A questo gruppo fondatore si stanno aggiungendo altri consorzi e aziende, mentre altri ancora parteciperanno all’assemblea del Network. Prime iniziative previste: la realizzazione di un premio per le start-up più innovative a settembre, la partecipazione agli Stati generali della Green Economy alla Fiera Ecomondo a novembre; la realizzazione di un Rapporto annuale sullo stato dell’economia circolare a febbraio.
Bandiere Blu
Per la Campania diciotto riconoscimenti Nell’estate 2018 aumentano le spiagge premiate, trentadue i parametri utilizzati Alessia Esposito Sempre di più le Bandiere Blu d’Italia, il riconoscimento dell’ong danese Foundation for Environmental Education. Per il 2018 si tratta di 175 assegnazioni, contro le 163 del 2017, per un numero totale di 368 spiagge. Entrano in classifica Sellia Marina, Sorrento, Piano di Sorrento Ispani, Cattolica, Peschici, Rodi Garganico e Marina dell’Orso di Poltu Quatu, mentre escono Anzio, Gabicce Mare, Termoli e Pozzallo. Più premiata, tra le regioni, la Liguria con 27 località, seguita dalla Toscana con 19 bandiere blu; terza la Campania con 18 riconoscimenti, grazie anche ai tre nuovi ingressi. Al quarto posto le Marche con 16 e poi la Puglia, con 14 (grazie anch’essa ai tre nuovi ingressi); sesto posto per la Sardegna con 13 bandiere blu, di cui due nuove. Settimo l’Abruzzo con 9 bandiere a pari merito con la Calabria. Otto bandiere blu per Veneto e Lazio (per quest’ultima esce Anzio, entra Trevignano romano), seguite dall’Emilia Romagna con 7 bandiere, poi la Sicilia con 6 bandiere (meno una rispetto al 2017). Con due nuovi ingressi la Ba-
silicata raggiunge le 4 bandiere, mentre il Friuli Venezia Giulia conferma le due. Chiude la classifica il Molise con una sola bandiera. La procedura utilizzata per assegnare le bandiere blu segue il protocollo Uni-En Iso 9001-2008. Le località vengono selezionate da una giuria internazionale e poi da una nazionale. La Fee colla-
bora con diverse realtà italiane: Ministero dell’Ambiente e quello della Cultura e del turismo, Comando generale delle Capitanerie di Porto - Guardia Costiera, Ispra, Laboratorio di oceanologia ed ecologia marina dell’Università della Tuscia, Consiglio nazionale dei chimici e Anci. Quali i criteri di assegnazione? Si tratta di 32
parametri che vengono aggiornati periodicamente. Innanzitutto viene tenuto conto della validità delle acque di balneazione (vengono ammesse solo quelle classificate come “eccellenti” negli ultimi quattro anni). Poi si passa a valutare l’efficienza della depurazione delle acque reflue e della rete fognaria, la raccolta differen-
ziata e la corretta gestione dei rifiuti pericolosi, la presenza di vaste aree pedonali, piste ciclabili, arredo urbano, aree verdi, i servizi delle spiagge (accessibilità compresa). E non finisce qui: vengono valutati anche i corsi di educazione ambientale, la pubblicazione dei dati sulle acque di balneazione, la situazione delle strutture alberghiere, dei servizi d’utilità pubblica sanitaria, le informazioni turistiche e la segnaletica. Si chiude con le certificazioni ottenute, le attività istituzionali e le strutture turistiche presenti sul territorio comunale e la presenza di attività di pesca ben inserita nel contesto della località marina.È il mix di tutti questi parametri che dà origine a quelle che possono sembrare contraddizioni (ad esempio la Sardegna con “sole” 13 bandiere blu o la Sicilia con 6). La qualità delle acque è infatti solo un primo criterio di giudizio a cui se ne sommano molti altri in termini di servizi. Si tratta quindi di un percorso accessibile a tutte le realtà che vogliano migliorarsi e trova in questo il suo scopo.
a cura di Salvatore Lanza
I campi elettromagnetici e l’uomo. Intervista al Professor Nicola Pasquino “Inquinamento elettromagnetico”, “elettrosmog” o, più correttamente, “esposizione umana ai campi elettromagnetici”: se ne parla da tanto e troppo spesso senza avere le necessarie competenze, con il rischio di disinformare anziché diffondere la giusta conoscenza. Per questo abbiamo intervistato il Prof. Ing. Nicola Pasquino, Professore di Misure per la Compatibilità Elettromagnetica, Responsabile Scientifico del Laboratorio di Compatibilità Elettromagnetica all’Università Federico II di Napoli e Coordinatore della Commissione “Esposizione Umana ai Campi Elettromagnetici” dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli. Professore, perché questo interesse continuo e crescente per i campi elettromagnetici? La questione ritorna periodicamente sulle pagine dei giornali a causa dell'uso sempre maggiore di sistemi di telecomunicazione, che emettono radiazione elettromagnetica: cellulari, tablet, wifi sono tra le sorgenti di cui la nostra quotidianità è sempre più pervasa. Per questo, ogni volta che la tecnologia avanza (è successo con il GSM, con l'UMTS, sta succedendo con l'LTE e il 5G), nella popolazione ritorna la preoccupazione su possibili effetti sulla salute. Ecco, parliamo proprio degli effetti noti, quelli accertati dalla Scienza. Innanzitutto, va detto che i sistemi di telecomunicazione generano “radiazioni non ionizzanti" (NIR), che non possono portare via elettroni dagli atomi e provocare un deterioramento del DNA cellulare come avviene per i raggi X usati per le radiografie, alle quali infatti bisogna sottoporsi solo in caso di reale necessità. Gli effetti delle NIR dipendo principalmente dalla frequenza: a bassa frequenza (fino a qualche centinaio di kilohertz), se l’intensità è sufficientemente elevata, si possono generare correnti nel corpo che interferiscono con i segnali che viaggiano lungo le terminazioni nervose. Ecco allora che si può provare un senso di nausea al termine di una risonanza magnetica, o spasmi muscolari quando “prendiamo la scossa”. Alle alte frequenze, quelle tipiche delle telecomunicazioni, l'unico effetto accertato sul corpo umano è il riscaldamento della zona
esposta: si ha, cioè, un innalzamento della temperatura corporea. Ma nel 2013 l’IARC (International Agency on Research on Cancer) non ha classificato i campi elettromagnetici come “possibilmente cancerogeni” per l’uomo? Sì, e li ha inseriti nel Gruppo 2B, che rappresenta la più bassa tra le categorie per le quali è riconosciuto un ruolo nella cancerogenesi, ad altri agenti, fra cui (solo per citarne alcuni più noti): i sottaceti, il caffè, l’arnica, il nickel in forma metallica e in lega. Come la stessa IARC chiarisce nel documento del 2013, a giudizio degli esperti, un’associazione causale si ritiene credibile, ma altri fattori come distorsioni e casualità potrebbero essere responsabili della correlazione osservata. Sulla base della ricerca mondiale, poi, la Commissione sulla Protezione dalla Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP), ente tecnico dell’Unione Europea, ha provveduto, a indicare i livelli di esposizione al campo elettromagnetico (e delle grandezze correlate quali le correnti indotte nel corpo) che non devono essere superati per garantire la salute dell’uomo, sia nel caso della popolazione sia dei lavoratori. Tali limiti, è bene chiarirlo, sono tipicamente ben più alti di quelli che riscontriamo nella nostra quotidianità. Come si è posta l’Italia rispetto a tali tematiche? L’Italia, con il DPCM 8/7/2003, ha posto un limite di esposizione per la popolazione al campo elettrico ad alta frequenza di 6 V/m negli ambienti destinati a permanenza oltre le 4 ore come le abitazioni, o che abbiano una particolare valenza sociale come
scuole, ospedali, parchi e giardini pubblici. Tale limite è ben al di sotto di quelli raccomandati dall’ICNIRP perché il legislatore italiano ha voluto applicare un fattore di protezione per le esposizioni di lungo periodo, rispetto all’EU che invece ha stabilito limiti solo con riferimento agli effetti che si verificano durante l’esposizione. L’Università Federico II è pienamente coinvolta nello studio dell’esposizione ai campi elettromagnetici attraverso diverse linee di ricerca: il Laboratorio di Compatibilità Elettromagnetica del Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell’Informazione, ad esempio, svolge studi scientifici sulle metodologie più corrette per la misurazione del campo elettromagnetico e, con colleghi del settore della Biologia e della Medicina, sulla valutare degli effetti su organismi viventi. E riguardo al recente protocollo di intesa con l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania (ARPAC)? Sì, è significativo ricordare che è stato sottoscritto un protocollo di collaborazione con ARPAC per condividere competenze e risorse umane e strumentali per un più efficace controllo del territorio e per lo sviluppo di attività di ricerca. Inoltre, il Laboratorio di Compatibilità Elettromagnetica svolge attività di servizio al territorio mediante l’esecuzione di attività di monitoraggio su richiesta di privati ed amministrazioni comunali per garantire i cittadini ed i lavoratori che i livelli di esposizione siano al di sotto dei limiti di legge. L’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli ha
istituito una Commissione Speciale di cui Lei è coordinatore: ci può dire quali attività svolgete? La Commissione, istituita dal Consiglio dell’Ordine su proposta del Presidente Prof. Edoardo Cosenza, ha come scopo principale la formazione e l’aggiornamento dei professionisti sulle azioni da attuare a tutela di popolazione e lavoratori. Lo facciamo attraverso seminari e convegni, l’ultimo dei quali si è tenuto a Napoli, nell’Aula Magna della Scuola Politecnica e delle Scienze di Base della Federico II, e ha visto un’ampia partecipazione anche di non addetti ai lavori
(come studenti e cittadini), evidentemente interessati all’argomento. Ciò conferma quanto sentito sia il bisogno di ricevere informazioni scientificamente solide su un tema così delicato. Quali sono le prossime attività della Commissione? Nell’immediato, stiamo preparando un opuscolo in cui, con linguaggio non tecnico, cercheremo di dare le giuste informazioni ai cittadini. Inoltre, a breve sarà disponibile un questionario da compilare su internet per capire i comportamenti dei cittadini nei confronti dei dispositivi che emettono campi elettromagnetici.
Presso l’Aula Magna dell’ ex Facoltà di Ingegneria si è tenuto un importante convegno: “L’esposizione ai campi elettromagnetici e la tutela della popolazione e dei lavoratori”. L’esposizione della popolazione e dei lavoratori ai campi elettromagnetici, fenomeno legato al proliferare di sorgenti artificiali di radiazioni quali stazioni radiobase per la telefonia cellulare, sistemi per il broadcast radiotelevisivo, sottostazioni di trasformazione dell’energia elettrica e processi industriali che sfruttano i campi elettromagnetici (forni ad induzione e forni a microonde industriali) o che li generano come conseguenza del proprio funzionamento (saldatrici), ha generato particolare sensibilità nella popolazione per il possibili effetti sulla salute umana. Per questo motivo, la Comm. Speciale “Esposizione Umana ai Campi Elettromagnetici” dell’Ordine degli Ing. della Prov. di Napoli, in collaborazione con la Scuola Politecnica e delle Scienze di Base dell’Università Federico II, l’Agenzia Regionale Protezione Ambientale della Campania (ARPAC), ASSI Ingegneria e BEST Napoli, al fine di favorire l’aggiornamento professionale sul tema
dell’esposizione ai campi elettromagnetici e degli strumenti di tutela della popolazione e dei lavoratori, l’informazione della popolazione, e stimolare l'interazione fra Università, Istituzioni ed Ordine, ha organizzato questo convegno di approfondimento con l’obiettivo di fornire la giusta informazione riportando fatti basati sull’evidenza sperimentale e sulla ricerca scientifica, e per illustrare le azioni che possono e devono essere messe in atto dagli enti preposti alla tutela della popolazione e dei lavoratori. Tra i relatori: il Prof. Piero Salatino, Presidente Scuola Politecnica Federico II, il Prof. Edoardo Cosenza, Pres. Ordine degli Ingegneri Prov. di Napoli, l’Avv. Fulvio Bonavitacola, V. Presidente e Assessore all’Ambiente della Regione Campania, l’Avv. Luigi Stefano Sorvino, Commissario ARPAC, il dr. Francesco Della Morte, Vice Presidente ASSI Ingegneria, l’Ing. Ambra Gambardella, Resp. Relaz. Esterne BEST Napoli, Il Prof. Nicola Pasquino, Docente di Misure per la Compatibilità Elettromagnetica, Federico II, l’Ing. Giovanni Improta, Subcommissario ARPAC, l’Ing. Alessandra Meo e l’Ing. Vincenzo Erennio Saviano.
Il ruolo del Prefetto nel codice di Protezione Civile Ad Avellino, un interessante dibattito sulla recente riforma arricchito dall’intervento del Commissario Arpac Fabiana Liguori Lo scorso 18 maggio si è tenuto un importante dibattito intitolato "Le competenze del Prefetto nel Codice di Protezione civile: evoluzione e prospettive della funzione prefettizia nel nuovo sistema". Il convegno è stato organizzato dal Consiglio esecutivo del Sinpref, il sindacato maggiormente rappresentativo della carriera prefettizia, in ordine alle prospettive aperte dall'entrata in vigore della riforma del Codice di Protezione civile (decreto legislativo n. 224 del 2 gennaio 2018). Ad accogliere la
gremita platea e a moderare i diversi interventi Maria Tirone, prefetto di Avellino e Antonio Giannelli, presidente del Sinpref. Significativi i contributi dei relatori: Giuseppe Zamberletti, già Commissario straordinario per la ricostruzione delle zone terremotate dell’Irpinia, ha presentato un’attenta analisi dei profili storici della Protezione civile, con un sentito approfondimento su quanto accadde in Irpinia e Campania; Massimo Pinto, Direttore generale per il Governo del territorio, i lavori pubblici e la protezione civile della Regione
Campania, ha fornito una chiara fotografia dell’organizzazione della Protezione civile regionale; Angelo Borrelli della Presidenza del Consiglio dei ministri - Capo Dipartimento della Protezione civile, ha dato il suo apporto circa il “Ruolo del Dipartimento-Funzioni di coordinamento a livello periferico” e Bruno Frattasi, Capo Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso pubblico e della Difesa civile, che ha dato ai presenti utili informazioni per quanto attiene “Le competenze del Ministero dell’Interno e del Prefetto in protezione civile”. Al tavolo dei relatori, presente anche il Commissario Arpac, Luigi Stefano Sorvino, che ha arricchito gli uditori circa “l’Evoluzione della disciplina del sistema di Protezione Civile, i Profili normativi ed amministrativi”. Il Commissario Sorvino, dopo un attento e dettagliato “racconto” storico riguardante gli eventi e le disgrazie che nel corso degli anni hanno aggredito il popolo e il territorio italiano, nonché il ruolo e le azioni messe in atto dalla Protezione civile, ha manifestato grande approvazione del nuovo Codice di Protezione
civile, definito come un valido strumento normativo. «Un decreto compatto, innovativo, di facile lettura e interpretazione – ha dichiarato Sorvino – che in soli cinquanta articoli delinea un sistema che sta sostanzialmente andando in vigore e che non solo coordina e riordina la legislazione precedente, ma per certi versi la consolida, recependo una serie di evoluzioni che nel frattempo sono maturate e introducendo degli elementi innovativi, anche sostanziosi. Il ruolo della Regione in Protezione civile è sempre più strutturato sia in
termini di legislazione, che di pianificazione e organizzazione operativa. A questo si aggiunge una posizione consolidata dei Comuni e dei sindaci e una perdurante centralità della figura prefettizia, da leggere in un quadro coordinato col sistema delle competenze delle autonomie territoriali. Il neo Codice è dunque un utilissimo strumento normativo che rappresenta il presupposto giusto al fare, all’attuare, alla messa in opera dei vari punti, a patto che si provveda a un adeguato e necessario stanziamento di risorse umane e finanziarie».
Progetto “Gli alberi della memoria” L’Agenzia è stata impegnata in numerosi incontri nelle scuole. Protagonisti gli alberi Anna Gaudioso Stimolare nei giovani la sensibilità verso l’ambiente, questo è il nostro obiettivo. Il sistema delle agenzie ambientali attribuisce al ruolo dell’educazione ambientale una valenza importantissima e decisiva, difatti tra i compiti istituzionali dell’Arpac è data particolare importanza ai programmi di divulgazione e formazione in materia ambientale. Il ruolo dell’informazione, della formazione e dell’educazione in campo ambientale è il presupposto per avviare la svolta verso un futuro sostenibile. Perché nessuna legge, potrebbe, di per sé, avviare la sostenibilità senza essere accompagnata da una crescita delle coscienze. Ed ecco motivati i nostri incontri con le scolaresche: ogni anno riavviamo i
nostri appuntamenti nelle scuole. Alcuni di questi sono momenti di informazione, altri sono percorsi informativo-educativi, che consistono in una serie di appuntamenti per l’intero anno scolastico. È già da un po’ di anni che collaboriamo con la scuola media di Nocera Inferiore, oggi quinto Comprensivo, quinto Distretto,
plesso Sant’Anna in località Villanova e con quello in via Cafiero. Tra i protagonisti, i ragazzi del plesso Sant’Anna della prima C, insieme alla professoressa Francesca Salvati che aderisce ai nostri percorsi ambientali già da alcuni anni con interesse e collaborazione attiva, e alle professoressa Giuseppina Califano e Carmen
D’Avino. Nel corso di quest’anno scolastico, il nostro primo incontro è avvenuto nella Giornata nazionale degli alberi, dando risalto alla funzione dell’albero di assorbire l’anidride carbonica e rilasciare ossigeno, prevenire il dissesto idrogeologico e proteggere la biodiversità. Quest’anno abbiamo portato avanti un percorso informativo educativo, dal titolo “Gli alberi della memoria”. Abbiamo parlato del nocciolo, visto che tantissimi anni fa c’erano molti alberi che delineavano le strade lungo il tragitto Nocera –Salerno. Insieme abbiamo piantato un albero di nocciolo nel giardino della scuola, simbolo per questo territorio di una memoria ritrovata. I ragazzi hanno realizzato un’indagine a casa: hanno chiesto ai genitori e soprattutto ai
nonni quali erano gli alberi che popolavano le strade e i giardini un tempo. Lo scorso anno abbiamo realizzato una manifestazione in cui è stato celebrato l’orto aromatico e fatto il passaggio del testimone tra la classe terza che lasciava e la prima classe che subentrava. Quest’anno abbiamo sostituito qualche piantina secca e inserito qualche altra pianta aromatica che mancava. Abbiamo visto dei video ed effettuato dimostrazioni pratiche in classe: muniti di vaso, terra, palette e rosmarino, abbiamo realizzato la riproduzione di una pianta per talea. Abbiamo fatto vedere come avviene la riproduzione per semina facendo vedere ai ragazzi delle piantine di zucca, di peperoncino e di basilico che avevano ancora il seme attaccato alla piantina che cresceva. Il fotoracconto a pag. 20
Sorvino: “Nella Campania interna equilibri ambientali meno stressati, ma occorre conoscere il territorio”
Carta della natura, dibattito ad Avellino Luigi Mosca Ad Avellino affollato incontro di presentazione della Carta della natura della Campania. Bratti: «Irpinia non è area critica dal punto di vista ambientale, ma occorre manutenzione per combattere il dissesto». L’elaborazione della Carta della natura della Campania conferma l’Irpinia come il “cuore verde” di una regione nel complesso fragile e decisamente impattata dalla presenza umana. «Non esistono isole felici», ha detto il commissario Arpac Stefano Sorvino nel corso dell’evento di presentazione della Carta, lo scorso 25 maggio ad Avellino, «però questo lavoro conferma come la Campania presenti uno scenario fortemente articolato, con un’area congestionata occupata dalla grande conurbazione costiera e una fascia interna dove gli equilibri ambientali sono meno stressati, fascia che comprende l’Irpinia, il Sannio e il Cilento». Sono 56 i diversi tipi di habitat identificati in provincia di Avellino, sui 105 del territorio regionale: un universo naturale, quello irpino, che comprende quindi una buona parte di tutta la biodiversità campana. Salvatore Viglietti
Arpa CAMPANIA AMBIENTE del 31 maggio 2018 - Anno XIV, N.10 Edizione chiusa dalla redazione il 31 maggio 2018 DIRETTORE EDITORIALE
Luigi Stefano Sorvino DIRETTORE RESPONSABILE
Pietro Funaro CAPOREDATTORI
Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE
Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE
Savino Cuomo HANNO COLLABORATO
I. Buonfanti, F. Clemente, F. De Capua, G. De Crescenzo, A. Esposito, R. Funaro, B. Giordano, R. Maisto, B. Mercadante, A. Palumbo, A. Paparo, T. Pollice, D. Santoro SEGRETARIA AMMINISTRATIVA
Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO
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(Arpac) e Lucilla Laureti (Ispra) hanno raccontato i contenuti della Carta a una platea di tecnici e amministratori riuniti a Palazzo Caracciolo: a risaltare, i boschi dell’Avellinese, e tra questi soprattutto castagneti, querceti e faggete. I tecnici dei due enti coinvolti nel progetto hanno per la prima volta censito tutti gli habitat della provincia, distinguendo ad esempio tra castagneti selvatici e castagneti da frutto, classificando inoltre i querceti a seconda della prevalenza del cerro o della roverella. Un lavoro che risulterà molto utile per il Piano paesaggistico regionale, in corso di elaborazione. «Questo tipo di strumenti», ha sottolineato il prefetto di Avellino Maria Tirone, «toglie alibi a scelte devastanti per il territorio. Non ci si può più trincerare nella mancata conoscenza delle risorse naturali, oggi sappiamo con precisione dove sono le aree di pregio da salvaguardare». Rosa D’Amelio, presidente del Consiglio regionale, ha aggiunto che «occorre uscire dalla logica delle emergenza e puntare finalmente sulla programmazione dello sviluppo. Lo strumento Carta della natura va proprio in questa direzione. In Irpinia, ad esempio, abbiamo uno dei bacini idrici più importanti d’Europa, che al momento disseta ben due regioni: conoscere le risorse del territorio è indispensabile, lo sviluppo non si improvvisa». «La descrizione degli habitat», ha osservato Sorvino, che è stato assessore all’Ambiente della Provincia di Avellino, «fa emergere le caratteristiche di pregio di un territorio dove l’abbondanza di risorse idriche e la presenza di importanti gruppi montuosi rendono la vegetazione rigogliosa in molte zone. Ovviamente, rispetto al resto della Campania, qui è più leggera la pressione esercitata dall’uomo sull’ambiente, ma non significa che sia da sottovalutare». Se in Campania, stando ai dati contenuti nella Carta, non è trascurabile la quota di territorio a pres-
sione antropica “alta” (9,27%) e “molto alta” (8,46%), in provincia di Avellino si registra una pressione antropica “alta” sul 4,31% del territorio, “molto alta” su appena lo 0,01%. Dei conseguenza, dal punto di vista naturalistico, la provincia di Avellino risulta meno fragile della regione nel suo complesso: il 3,53% del territorio irpino è considerato a fragilità “alta”, appena lo 0,03% a fragilità “molto alta”, percentuali che a livello regionale salgono rispettivamente al 5,62 e allo 0,51. «Dal punto di vista ambientale», ha sottolineato il direttore generale Ispra Alessandro Bratti, «l’Irpinia non è affatto una delle aree critiche del Paese. La Carta della natura, del resto, conferma che la provincia di Avellino è un’area naturalisticamente ricca, meno impattata dall’uomo rispetto ad altre aree della Campania e d’Italia. Ma anche i territori più verdi non vanno lasciati a se stessi, soprattutto in ragione dei cambiamenti climatici. È necessario puntare sulla manutenzione per combattere il dissesto». Bratti, che è già intervenuto alla presentazione della Carta della natura a Napoli, ha aggiunto anche che «il rapporto tra Arpa Campania e Ispra diventerà sempre più stretto con l’attuazione della legge 132. Arpac è già un punto di riferi-
mento importante per la conoscenza del territorio, ma con la realizzazione del Snpa l’obiettivo è colmare i gap strutturali che sussistono tra le varie agenzie regionali e rendere il sistema di autorizzazioni e controlli più uniforme su tutto il territorio nazionale. Questo – ha ragionato l’ex presidente della Commissione bicamerale ecomafie – è un bene per le imprese più sane e innovative, che hanno bisogno di regole certe per poter lavorare, e di un panorama istituzionale più omogeneo da regione a regione». Ha partecipato al dibattito anche Francesco Iovino, neopresidente del Parco regionale del Partenio, uno dei due parchi regionali irpini insieme a quello dei Monti picentini «La Carta della natura», ha detto Iovino, «ci fa conoscere in modo dettagliato tutte le peculiarità dell’intero Parco. Una conoscenza fondamentale per decidere come intervenire per incidere in modo efficiente. Nel territorio del Parco ci sono tante bellezze, come evidenzia questo lavoro, ma anche punti di fragilità sotto l’aspetto idrogeologico». Tra i presenti, il presidente dell’Osservatorio regionale rifiuti, Enzo De Luca, che ha ricordato come la Campania sia la prima regione del Mezzogiorno ad aver aderito al sistema ORSo per monitorare i flussi di rifiuti.
Essere, fare e partecipare: la sfida del “Climate Leader” Tina Pollice Il Climate Leader è un attivista per il clima, che ha a cuore le sorti della vita sul nostro pianeta. Svolge azioni e iniziative di sensibilizzazione sulle principali cause del cambiamento climatico e sulle soluzioni oggi possibili per mitigarne gli impatti e scongiurare conseguenze ben più gravi per la sopravvivenza dell’intero genere umano. Opera a titolo volontario in diversi ambiti della società civile, perché vuole dare un contributo personale e concreto alla risoluzione della crisi climatica. Visitando il sito web del The Climate Reality Project, l’Organizzazione internazionale fondata da Al Gore, 45° Vice Presidente degli Stati Uniti d’America sotto la presidenza di Bill Clinton e Premio Nobel per la Pace nel 2007 per il suo impegno in difesa dell’ambiente,
si scopre che è possibile entrare a farne parte. Il 2015 è stato un anno fondamentale per la salvaguardia della Terra e del Creato; il 18 giugno è stata pubblicata l’Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco e il12 dicembre alla COP23 di Parigi è stato raggiunto il primo accordo globale sui cambiamenti climatici, con un piano d'azione per limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2ºC e che si applicherà a partire dal 2020. Il 2018 è un anno molto importante, perché dobbiamo accelerare le azioni contro il cambiamento climatico a livello globale e locale. L’Italia e tutti i paesi d’Europa stanno sentendo gli effetti della grave crisi climatica ormai in atto da qualche decennio. I cittadini europei hanno già sperimentato le micidiali ondate di calore estive, le pericolose inondazioni, i lunghi periodi di siccità e la rapida diminuzione del
manto nevoso, aggravato dall’incremento delle temperature medie e stagionali anche a quote elevate. L’Italia nel 2017 si è dotata di una Strategia Energetica Nazionale SEN, un piano decennale per anticipare e gestire il cambiamento del sistema energetico italiano, ponendo un orizzonte di azioni da conseguire al 2030. Un percorso che rimanda allo scenario a lungo termine del 2050, stabilito dalla Roadmap europea che prevede la riduzione di almeno l’80% delle emissioni rispetto al 1990. Anche se c’è ancora molto da fare, alla COP23 di Bonn l’Italia si è impegnata politicamente a uscire dal carbone entro il 2025. La Germania sta implementando una strategia di transizione energetica, che consentirà al paese di abbandonare l’uso del carbone. Tali politiche di azione per il clima possono influenzare anche altri paesi dell’Europa
centrale e orientale a riesaminare le proprie politiche. Le sfide energetiche, economiche, sociali e ambientali per l’Italia, la Germania e tutta l'Europa devono fare accelerare la transizione verso le rinnovabili e portare alla graduale eliminazione della produzione di carbone, per raggiungere gli ambiziosi obiettivi dell'Accordo di Parigi e assicurare che il movimento verso l’energia pulita sia giusto ed equo, anche per i molti lavoratori del settore delle fonti fossili. Ed è proprio in Germania a Berlino che si terrà dal 26 al 28 giugno il prossimo Training del The Climate Reality Project con Al Gore, che formerà personalmente nuovi Climate Reality Leader provenienti da vari paesi europei e del mondo, perché possano passare all’azione e contribuire a risolvere la crisi climatica. Questo sarà il primo training di formazione in Europa dal 2013.
Politiche sul clima: la classifica stilata dal CAT Il CAT, Climate Action Tracker consorzio internazionale indipendente di ricerca, monitora l’impegno e le politiche climatiche delle singole nazioni ed ha di recente aggiornato il suo sistema di rating per adeguarlo agli obiettivi più stringenti usciti due anni fa dagli accordi di Parigi. Se alla Conferenza sul Clima di Copenaghen, nel 2009, era stato stabilito di contenere l’aumento delle temperature medie globali entro i 2°C al 2050, il limite auspicato nel 2015 è di 1,5°C. Obiettivo ambizioso anche perché i risultati della nuova classifica non sono confortanti: in cima alla lista dei cattivi stilata dal CAT c’è l’America di Trump. Ma se gli Stati Uniti meritano una grave insufficienza per le politiche sul clima, sono comunque in buona compagnia: la maglia nera la dividono con Arabia Saudita, Turchia, Cile, Russia e Ucraina. Le insufficienze
sono distinte in tre livelli: normale, serio e critico. Nella casella dell’insufficienza semplice o normale ricadono la maggioranza dei Paesi considerati: Australia, Brasile, Canada, ma anche due primi della classe come Norvegia e Svizzera, per non parlare dell’intero blocco dell’Unione Europea, con l’Italia, le cui politiche sono giudicate congiuntamente. Seriamente insufficienti sono
le potenze economiche asiatiche, ovvero Cina, Giappone, Corea del Sud e Singapore, a cui si uniscono Argentina e Sud Africa. In coda, il gruppo situazione critica, capitanato dagli Stati Uniti. Bisogna fare attenzione a leggere i dati. Un cambiamento di posizione che potrebbe sembrare un miglioramento, è dovuto semplicemente a una revisione dei livelli di emissioni di CO2 consentiti per le singole nazioni e non a un effettivo sviluppo delle politiche climatiche. Così l’India, che si è vista promuovere nel gruppo dei virtuosi grazie a un innalzamento dei livelli di emissioni di carbonio che le sono concessi. Invece la Repubblica Popolare è stata declassata dal livello medio del precedente rating a seriamente insufficiente. Questo riposizionamento riflette in realtà una crescita generale dell’economia e uno sviluppo sociale, che di conseguenza ri-
conoscono alla Cina una maggiore responsabilità e capacità di ridurre le proprie emissioni climalteranti. Tant’è vero che, considerando nel dettaglio le misure pratiche intraprese, si vede come, per la Cina,queste siano molto più avanti dei suoi NDC Nationally DeterminedContribution. Nel campo delle energie rinnovabili, ad esempio, la Cina corre molto più veloce dei suoi piani nazionali. Gli obiettivi da raggiungere per il 2020 nello sviluppo del fotovoltaico sono stati recentemente doppiati, dopo che i target iniziali erano già stati raggiunti quattro anni prima del previsto. Il problema maggiore, a questo punto, è proprio il grosso blocco di Paesi in gran parte occidentali, Europa compresa, le cui politiche sono tuttora insufficienti. La loro inerzia porterebbe il pianeta a scaldarsi di oltre 3°C. C’è molto lavoro da fare. B.G.
La giornata mondiale della biodiversità Presentato il rapporto “Biodiversità a rischio 2018” Giulia Martelli Il 22 Maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della biodiversità: una festività proclamata nel 2000 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite per ricordare l'adozione della Convenzione sulla Diversità Biologica. Per questa occasione è stato presentato a Manfredonia - in Puglia - il Rapporto di Legambiente “Biodiversità a rischio 2018”. Il messaggio lanciato dall’associazione ambientalista è chiaro: “Per contrastare il marine litter e la perdita di biodiversità bisogna puntare su politiche di prevenzione e sensibilizzazione e su una corretta gestione dei rifiuti coinvolgendo i cittadini”. I dati pubblicati, infatti, destano non poche preoccupazioni: in Italia e nel Mar Mediterraneo oltre un quinto del totale delle specie presenti sono a rischio di estinzione. Su un campione, utilizzato dall'IUCN, di 2807 specie italiane di spugne, coralli, squali, razze, coleotteri, farfalle, pesci d'acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, ben 596 sono a rischio di estinzione. Nel report è sottolineato che il Mediterraneo, per la sua variegata eterogeneità di ecosistemi, è considerato uno dei 25 biodiversity hotspots del mondo, ovvero una delle re-
L'impatto nel tempo delle specie invasive Rosario Maisto
gioni con il maggior numero di specie viventi in tutto il pianeta. È un punto cruciale per gran parte delle rotte migratorie degli uccelli paleartici, nelle sue acque vivono circa 900 specie di pesci e cetacei e circa 400 specie vegetali, ma, essendo un bacino semichiuso con ridotti scambi d’acqua con l’Oceano Atlantico, è attualmente una delle sei aree maggiormente invase da marine litter nel mondo (la concentrazione dei rifiuti in alcune aree è comparabile a quella delle cosiddette “isole galleggianti” dell’Oceano Pacifico). Tartarughe, mammiferi e uccelli marini possono morire per soffocamento dovuto all’ingestione accidentale di rifiuti (in particolare buste di plastica) scambiati per cibo oppure possono restare intrappolati nelle reti da pesca e negli attrezzi di
cattura professionale. Altro nemico della biodiversità è il sovrasfruttamento delle risorse naturali. Nel Mediterraneo, in particolare l’Adriatico - che da solo sostiene il 50% della produzione ittica italiana - è, insieme al Golfo di Gabes in Tunisia, l’area dove si pratica con più intensità la pesca a strascico, particolarmente distruttiva per gli ecosistemi di fondo. Infine, a contribuire a questa perdita sempre più consistente, la frammentazione degli habitat (dovuta ad esempio all’erosione delle coste e al mattone selvaggio) e i cambiamenti climatici, che sono una delle concause che favoriscono la diffusione delle specie aliene e invasive: l’Ispra, stima che ad oggi, 42 nuove specie ittiche sono state osservate nei mari italiani.
Quali sono le possibili conseguenze a lungo termine delle invasioni di specie aliene? Bisogna sottolineare che il pieno impatto non avviene subito dopo l’arrivo di queste nei nuovi ecosistemi ma solo dopo una fase di latenza, durante la quale esse hanno popolazioni limitate e sono difficili da rilevare. Queste specie invasive costituiscono un importante fattore di perdita di biodiversità, con un impatto significativo sul funzionamento degli ecosistemi, come particolarmente evidenti nelle piccole isole, dove le invasioni hanno determinato estinzioni multiple e modificazioni complete dei modelli biogeografici. La diffusione e gli impatti delle specie aliene possono essere estremamente rapidi. Per esempio, i rospi americani di canna (Rhinella marina), hanno invaso quasi il 20 per cento dell'Australia in meno di 80 anni e hanno causato il declino di numerose specie di predatori nativi, con effetti a cascata su tutta la rete alimentare. Un altro caso esemplare è quello del coniglio europeo, introdotto in oltre 800 isole in tutto il mondo, con pesanti impatti sulle comunità native, come lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, il degrado del paesaggio e il declino di numerose piante native. L’Université Grenoble Alpes CNRS, in Francia, e altri istituti francesi e norvegesi, hanno affrontato la questione in uno studio, combinando l'analisi del DNA ambientale estratto da carote di sedimento lacustre, funghi e analisi sedimentologiche per ricostruire 600 anni di dinamiche dell'ecosistema di un'isola sub-antartica, alla ricerca di una traccia dell'impatto dei conigli. Recenti analisi invece, hanno indicato che l’eccessivo sfruttamento dei pascoli da parte dei conigli sta causando il declino di molte piante endemiche e una completa modificazione delle comunità batteriche che vivono nel suolo. Le analisi dei campioni hanno rivelato che le comunità vegetali rimasero stabili dal 1400 d.C. fino agli anni quaranta del 900, quando il DNA dei conigli invasivi inizia a essere presente nei sedimenti, in corrispondenza di bruschi cambiamenti delle comunità vegetali, con un continuo declino di una specie vegetale dominante (Azorella selago). Inoltre, il tasso di erosione è bruscamente aumentato con la diffusione dei conigli stessi, infatti con questa ricerca, hanno scoperto che i cambiamenti si sono verificati per lo più dopo il 1970, il che suggerisce che le specie invasive possono avere un'influenza notevole, in alcuni casi addirittura più dei cambiamenti climatici.
Un modello da seguire: il progetto “Scuola Missione Green” Dante Santoro Il progetto “Scuola Missione Green” è un modello organizzativo che mette in connessione in maniera positiva iniziativa privata con la scuola pubblica e coinvolge oltre 1.600 scuole del territorio nazionale. Un esempio di come la collaborazione pubblico- privato può essere un’opportunità ed aiutare la scuola a sopperire a lacune didattiche ed organizzative su tematiche quanto mai attuali e necessarie per formare gli studenti. 1.600 scuole competono per presentare elaborati sul tema dello sviluppo eco-sostenibile ( il sogno green per il domani) e 5 scuole sono vincitrici con premi e visibilità per gli studenti meritevoli. I venti migliori elaborati delle scuole vengono esibiti in mostra all’Acquario di Genova. L’agenzia FPE si è occupata di tutto il progetto, dal recruiting delle scuole fino all’evento dell’Acquario. Il marchio Sammontana ha avuto l’intuizione di organizzare un’iniziativa di caratura nazionale a favore dell’ambiente, “Scuola Missione
Green – Un sogno per domani”, un’iniziativa didattica creativa sul tema dello sviluppo eco-sostenibile unica nel suo genere. Scuola Missione Green insegna ai bimbi la cura verso l’ambiente, agli studenti viene chiesto “come sarà il gelato del futuro”. L’azienda promotrice dell’iniziativa ha siglato un accordo volontario con il Ministero
dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per la valutazione dell’impatto ambientale di Barattolino. Dal giorno dell’accordo Sammontana ha misurato capillarmente le emissioni della filiera ed ha attivato iniziative per ridurre le emissioni in maniera drastica o azzerarle. Così sono nate linee di gelati con materie prime solo vege-
tali, packaging in carta e molte proposte eco-compatiili. Ad oggi, grazie a questa sensibilità, Barattolino Sammontana è il primo gelato sul mercato italiano a compensare le emissioni di CO2 eq con la garanzia del rigoroso protocollo ministeriale. Le cinque idee di riciclo vincitrici del concorso per i piccoli studenti dell’ultima edizione sono state
una più originale dell’altra, dal barattolo per gelati trasformato in lampada alimentata dalla luce solare, una casetta per uccelli, un porta vaso e un gioco per bambini. Le dichiarazioni della giuria che ha giudicato i lavori degli studenti danno il senso dello spirito dell’ iniziativa: “A prescindere dalle classifiche la Giuria ritiene che abbiano vinto tutti perché tutti i partecipanti hanno compreso - e questo era lo scopo del progetto Scuola Green - di dover essere gli ambasciatori di un mondo migliore, sognando in funzione della realtà: solo il sogno, che nasce dalla nostra immaginazione e dal nostro amore, può essere lo strumento magico per cambiare tutto in meglio”. In sintesi “Scuola Green- un sogno per domani” è una storia positiva di collaborazione tra imprenditoria e scuola pubblica che rende protagonisti gli studenti e stimola la loro intelligenza per ideare soluzioni e creare, quello che serve alla scuola di oggi, speriamo che questo metodo diventi la normalità e questo modello organizzativo possa diffondersi a macchia d’olio.
I prodotti ignifughi dannosi per l’ambiente I ritardanti di fiamma inquinano e producono sostanze tossiche per la salute umana Ilaria Buonfanti I ritardanti di fiamma sono sostanze chimiche aggiunte a molti materiali per prevenire o rallentare la formazione di un incendio. Vengono usati dagli anni ‘70 e si trovano in molti prodotti di consumo e industriali. Dai tappeti alla gommapiuma dei divani e sedie, dai dispositivi elettronici (computer, televisori, elettrodomestici) ai cavi elettrici e materiali da costruzione. Molti ritardanti di fiamma sono stati ritirati dal mercato e non si possono più produrre. Tuttavia non si degradano facilmente. Una volta immessi nell’ambiente sono estremamente persistenti e vi possono rimanere per anni. Sono stati associati a un’ampia gamma di effetti tossici, interferiscono con il sistema endocrino e con il sistema immunitario e hanno un impatto negativo sulle funzioni neurologiche. I classici ritardanti di fiamma sono i PBDE (eteri di difenile polibromurato), ritirati dal mercato statunitense nel 2004 ma sostituiti da una miscela chiamata Firemaster 550, molto simile dal punto di vista chimico. La
lobby di questi prodotti è pazzesca: quando i chimici trovano un certo composto nell’ambiente si fanno studi tossicologici e, dimostrato che è nocivo per la salute, l’industria lo ritira dal commercio. Purtroppo in brevissimo tempo viene rimpiazzato da un altro composto, molto simile al primo ma magari con un atomo diverso nella molecola di partenza così da
sfuggire ai rilevamenti. Le caratteristiche tossicologiche rimangono le stesse quindi si riprendono i controlli nell’ambiente e il ciclo riparte, oggi in maniera sempre più veloce. Se i livelli di questi composti nell’ambiente sono alti, quelli indoor sono altissimi. È stato fatto uno studio sulla presenza di ritardanti di fiamma nell’aria e nella polvere
all’interno di 63 case (tra Bloomington, Toronto e la Repubblica ceca) ed è emerso che per un certo composto i livelli erano molto alti e un’esposizione quotidiana a queste sostanze in ambienti indoor potrebbe arrecare nel tempo seri danni alla salute. Per monitorare i composti più grandi vengono utilizzati opportuni filtri per raccogliere la polvere dall’aspi-
rapolvere, mentre per quelli più piccoli si usano campionatori simili a piccole insalatiere con dentro un disco di gomma piuma che viene lasciato in posizione per 1 mese. Per capire a quanti di questi composti siamo veramente esposti, cioè non solo quali sono presenti nell’aria ma quanti ne respiriamo e quanti arrivano al nostro corpo, si utilizzano dei braccialetti di silicone. Sono perfetti campionatori passivi, non invasivi, economici e permettono di lavorare su grandi numeri; le persone devono tenerli per 7 giorni senza toglierli, indipendentemente da quello che fanno. Parte di quello che si trova sul braccialetto si trova anche nel nostro corpo, perché come si accumula sul silicone così si deposita sulle mani e può venire assorbito dalla pelle. Ci sono diversi studi che hanno dimostrato una correlazione tra quello che viene ritrovato su braccialetto e quello che si trova nel sangue e nelle urine. Grazie a questi studi si potranno cercare nuove soluzioni con il solo scopo che non vengano danneggiati sia gli esseri umani sia l’ambiente.
Nasce il materiale bio più forte del mondo Potrebbe diventare una vera e propria alternativa "ecologica" alla plastica Anna Paparo Si annunciano tempi davvero duri per l’acciaio e la seta di ragno, ed anche per tutti quelli che fino a qualche tempo fa erano conosciuti come gli elementi più resistenti al mondo. Infatti a spodestarli dal podio dei vincitori è stato il super-materiale bio, che li ha battuti in resistenza. Realizzato da un gruppo di ricercatori dell'Istituto Reale di Tecnologia a Stoccolma, questo nuovo elemento viene fuori dall’impiego di nanofibre di cellulosa, i mattoncini che costituiscono legno e piante. Il nuovo materiale artificiale ma biodegradabile potrebbe diventare una vera e propria alternativa "ecologica" alla plastica usata in aeroplani, automobili, arreda-
mento e anche risultare utile in biomedicina, perché la cellulosa non viene rigettata dal corpo. Ma vediamo più da vicino il procedimento che ha dato come risultato questo super-materiale. In pratica, usando una nuova tecnica di produzione, i ricercatori guidati dal Professor Daniel Söderberg, sono riusciti a
trasferire le proprietà meccaniche uniche delle nanofibre di cellulosa in un materiale ultra-leggero. Questo metodo innovativo e totalmente “green” ha fatto sì che le fibre potessero allinearsi nel giusto verso e, quindi, potessero (per così dire) "impacchettarsi" strettamente le une alle altre, eliminando la ne-
cessità di ricorrere all’ausilio di colle o altre componenti. Poi, grazie al supermicroscopio Desy, messo a disposizione dal Centro tedesco di ricerca sulla fisica nucleare, i ricercatori hanno potuto analizzare nel dettaglio la struttura del materiale mentre si formava. "Il nostro biomateriale è otto volte più forte e resistente della seta che il ragno usa per tessere le sue ragnatele", così ha esordito il Professor Söderberg, commentando la scoperta del suo team scientifico pubblicando i risultati sulla rivista Acs Nano dell'Associazione Americana di Chimica. "Supera anche l'acciaio e qualsiasi altro metallo o lega metallica, così come le fibre di vetro e la maggior parte dei materiali artificiali". Le fibre di cellulosa possono
essere intrecciate per realizzare tessuti, che possono essere impiegati per moltissime applicazioni. Insomma, questa nuova tecnica di produzione utilizzata potrebbe aprire la strada a una nuova categoria di materiali composti da nanofibre. Passi avanti nella ricerca, che non si ferma un attimo soprattutto quando si tratta di trovare nuove soluzioni totalmente “bio” nel rispetto dell’ambiente con l’unico di scopo di migliorare la qualità della vita dell’uomo sulla Terra. Quindi, rappresenta un valido aiuto per poter instaurare un equilibrio armonico tra uomo e natura, nel pieno rispetto di due mondi che sono apparentemente così lontani anni luce, eppure così vicini da toccarsi con un dito.
PROGETTO “GARDA BY BIKE” Una spettacolare ed ecosostenibile pista ciclabile che correrà lungo l’intero perimetro del Lago di Garda Antonio Palumbo Garda by bike è un innovativo progetto del Ministero dei Trasporti, promosso di concerto con le Regioni di Lombardia e Veneto e con la Provincia Autonoma di Trento, per la realizzazione di una spettacolare (ed ecosostenibile) pista ciclabile che correrà lungo l’intero perimetro del Lago di Garda: in pratica, si tratta di un vero e proprio anello sospeso di circa 190 km, interamente fruibile da ciclisti ed amanti della bicicletta, che, in alcuni tratti, arriverà a sfiorare anche il pelo dell’acqua. L’itinerario è collocato nel periplo del lago, in una posizione strategica, crocevia tra i due percorsi Eurovelo EV7 “Itinerario dell’Europa Centrale” ed Eurovelo EV8 “Itinerario Mediterraneo”, ed è quindi direttamente connesso alla rete ciclabile europea. Garda by bike sarà contrassegnato da una segnaletica uniforme, realizzata con le stesse modalità e col medesimo materiale, in tutti i territori attraversati ed ingloberà piste e percorsi ciclabili già esistenti, sia comunali che provinciali: tale segnaletica sarà contraddistinta da una grafica riportante il percorso individuato e le eventuali interconnessioni con altri percorsi ciclabili o ciclopedonali locali. Un progetto di grandissima importanza per una zona che ha sempre tentato di valorizzare al meglio le proprie risorse e le proprie capacità ricettive, puntando spesso sul turismo ‘green’ e su quello per le famiglie, che avranno, con questa nuova attrattiva, un’occasione in più per soggiornare sul Lago di Garda. L’anello ciclabile non sarà solo una delle più belle piste mai realizzate ma anche un efficace collegamento fra le città ed i comuni, permettendo, tra l’altro, agli appassionati della bicicletta di percorrere tratti oggi dismessi (come vecchie gallerie), attraversando Sirmione, Lonato e altri comuni come Manerba, Gargnano, Tignale e Limone, andando verso nord. La pista avrà livelli di difficoltà differenti: il tratto più
difficile del Garda by bike sarà quello tra Gargnano e Limone, dove le pendenze aumentano salendo sui monti della Valvestino (sono già previsti anche mezzi alternativi, come i battelli, per permettere a tutti di completare il percorso). Limone sul Garda, in particolare, è una piccola cittadina del bresciano (rimasta isolata fino al 1932, data in cui fu costruita la strada gardesana) che è attualmente diventata una delle mete più ambite, e, come sostiene l’attuale Sindaco, questo progetto permetterà di estenderne il periodo turistico fino a 12 mesi. Ovviamente, oltre alle positive ricadute in ambito incoming, alla base del progetto vi è nondimeno una volontà di tutela e salvaguardia dell’ambiente, con una previsione di ridurre notevolmente le emissioni di CO2 nella zona grazie al congiungimento diretto di ben 19 comuni. Alcuni tratti della pista sono già attivi da tempo (come quello tra Torbole e Riva del Garda), mentre altri - in particolare una nuova tratta di 4 km, che andrà a prolungare il percorso già esistente - verranno ultimati nei prossimi mesi. L’intero intervento, secondo le previsioni, dovrebbe
essere completato entro il 2021, con un costo complessivo di 102 milioni di euro, da ripartire fra i soggetti promotori (44,8 Lombardia; 17,8 Veneto; 39,4 Trentino). Garda by bike è un importante esempio di come si possano realizzare in Italia grandi progetti ecosostenibili e funzionali, capaci di rendere giustizia ai nostri bellissimi paesaggi: grande potenziale e patrimonio morfologico del Belpaese mai pienamente sfruttati.
SOCIAL MEDIA: PROMOTORE DEL DISTURBO NARCISISTICO DELLA PERSONALITÀ Fabiana Clemente Chi di noi non conosce qualcuno eccessivamente concentrato su stesso? Tanto da sembrare egoista, incentrato a sovrastimare le proprie doti, la propria immagine. Un’estremizzazione dell’importanza del proprio sé. Ebbene il nostro conoscente non è semplicemente antipatico. La questione è ben più articolata, e il nocciolo è da ricercare nella strutturazione della sua personalità. Nel DSM – manuale diagnostico - tale personalità è presentato sottoforma di disturbo. E di un vero e proprio disturbo si tratta. Idee di grandiosità, costante bisogno di ammirazione, mancanza di empatia. Il nostro conoscente manifesta un senso di superiorità, arroganza, disprezzo. Questa è la faccia esterna. Ma nell’inconscio la situazione è completamente ribaltata. Inferiorità e vulnerabilità alle critiche, spaventano il soggetto dal confronto con gli altri. L’imperativo è quello di migliorare se stessi nell’hic et nunc. Quindi, non attraverso progetti edificanti impegnativi. Ma si esplicita nell’urgenza di mostrare agli altri la propria superiorità, spesso anche denigrando coloro che li circondano. I ricercatori hanno individuato un certo numero di fattori di rischio per la crescita dei bambini. Essere ammirati per qualità innate come l’aspetto esteriore. Complimenti che non sono coerenti con la realtà ma esternati per altri motivi. Ricompense e lodi eccessive per un buon compor-
tamento. Essere viziati. Essere educati da genitori particolarmente indulgenti. Aspettative irrealistiche sui propri figli da parte di genitori con un’eccessiva autostima. Alcune ricerche attuali sottolineano un incremento senza precedenti di tale personalità. I social media, una sorte di specchietto per le allodole, estremizzano comportamenti peculiari che poggiano le basi sul narcisismo. Facebook e instagram forniscono ai giovani mezzi per mostrarsi nella forma migliore, esternare contenuti eruditi ma soprattutto ricercare l’attenzione
dell’altro. Le ore dedicate alla fruizione delle tecnologie sono tante, troppe e determinanti nella formazione di nuove personalità narcisistiche. Catapultati in una cultura che accetta e promuove il narcisismo come il nuovo status symbol. Da una società collettivista ad un individualismo sfrenato. Successo personale, beni di lusso, forma fisica smagliante, potere e popolarità. Se non mostri al mondo questi must have, per il mondo semplicemente non esisti. Una condivisione di finti contenuti, spesso costruiti a tavolini. Una condivisione
virtuale che ci fa dimenticare come nella realtà si condividono valori, momenti di vita, affetti. Dilagano indifferenza, egoismo, mancanza di rispetto, di considerazione, di empatia - i capisaldi della personalità narcisistica. Un’inversione di rotta, per quanto auspicabile, risulta quasi impossibile. Pertanto è indispensabile un intervento responsabile da parte dei genitori per limitare ai propri figli l’accesso ai social media. Ma soprattutto offrire loro una valida alternativa. Esperienze di vita autentiche e insostituibili.
SALE DI EPSOM: DALL’INGHILTERRA UN CONCENTRATO DI MAGNESIO E ZOLFO Dall’Inghilterra, precisamente ad Epsom, nel Surrey, proviene un antico sale ricco di magnesio e zolfo – caratterizzato da straordinarie proprietà benefiche. Il suo nome deriva appunto da una sorgente di magnesio solfato situata presso l’omonima cittadina. In primo luogo, ai Sali di Epsom sono da attribuire la depurazione dell’organismo e la purificazione della pelle. Rafforza i muscoli e migliora la crescita della vegetazione. Caratterizzato da una composizione diversa dai Sali tradizionali. La formula chimica per il magnesio solfato è MgSO4, ciò significa che questo sale può essere suddiviso in magnesio, zolfo e ossigeno. Composto, inoltre, da piccoli cristalli incolori e ha un aspetto simile al sale da tavola. Per contro, il comune sale da
cucina è caratterizzato da cloruro di sodio – il cui consumo eccessivo è responsabile del processo di invecchiamento, aumento di peso e inestetismi della cellulite. Quindi, sostituire il comune sale con il promettente sale di Epsom è il primo step per migliorare la nostra forma fisica. Nella fattispecie, sono all’incirca 9 i benefici apportati alla salute. Aumentano i livelli di magnesio, la cui carenza è da attribuire ad una dieta ricca di zucchero e farine raffinate, poca frutta e verdura, pochi cereali integrali e eccessivo consumo di formaggi e latticini. L’ipomagnesiemia è legata a pressione alta, malattie cardiache, ictus, srtrite, carie, osteoporosi, stanchezza cronica, malattie mentali. Ulteriore beneficio riguarda la riduzione dello stress. Secondo una ricerca
dell’University of North Caroline un incremento di magnesio aiuterebbe a rilassare i muscoli e la mente. Ancora, alcuni studi, pubblicati su Therapeutic Advances in Gastroenterology, i Sali di Epsom hanno un potere lassativo attraverso il rilascio di ormoni digestivi e di neurotrasmettitori. Sono inoltre deputati all’eliminazione di tossine e metalli pesanti presenti nelle cellule. In grado, inoltre, di ridurre dolore e infiammazione. Migliorano i livelli di zucchero nel sangue, sempre grazie all’apporto di magnesio. Aumentano i livelli di zolfo, minerale importante per molti processi biologici – dalla purificazione del fegato al ringiovanimento di pelle, capelli e unghie. In un unico ingrediente…la panacea di tutti i mali! F.C.
Grandi Napoletani, grandi Campani
Carlo Celano, giurista letterato ed artista Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza La nostra terra è stata segnata, da circa tremila anni, da uomini e donne che l’hanno resa grande. Storia, teatro, pittura, scultura, musica, architettura, letteratura… I settori nei quali Napoletani e Campani sono diventati famosi e hanno rese famose Napoli e la Campania sono numerosissimi. Continuiamo il nostro piccolo viaggio tra Napoletani e Campani famosi. Carlo Celano (Napoli, 26 febbraio 1625-Napoli, 3 dicembre 1693) è stato un religioso, avvocato e letterato, autore di numerose ricerche legate in particolare ai monumenti di Napoli. Nacque nella capitale del viceregno spagnolo dal medico Salvatore e da Antonia Picaccia. Dal padre gli venne trasmessa la passione per l'arte, l'architettura e le memorie del passato: con lui imparò l'amore per le passeggiate per la città e le visite accurate nelle chiese e nelle catacombe. Studiò presso i gesuiti e si laureò in diritto all'università iniziando presto la carriera di avvocato e di scrittore con opere letterarie in
prosa ed in versi. Per i sospetti di un suo coinvolgimento nella rivoluzione scoppiata a Napoli e guidata da Masaniello finì in galera e solo grazie all'intervento di un amico influente fu liberato riavviando così la sua carriera pubblica (fu nominato canonico della cattedrale dall'arcivescovo Filomarino). Intanto, nel 1660, aveva preso i voti ed era entrato nella congregazione delle missioni apostoliche napoletane. Fu autore, negli stessi anni (e con grande successo) di numerose commedie con lo pseudonimo (com'era molto diffuso a quei tempi) di Ettore Calcolona (si ispirava alle opere spagnole di Lope de Vega e Calderòn de la Barca). Nella satira "Degli avanzi delle Poste" immaginava di pubblicare lettere mai recapitate e accumulate come avanzi nei depositi postali (si trattava, con un espediente barocco, di una severa critica alle mode ed ai comportamenti sociali del suo tempo). Celano fu anche un brillante animatore della vita culturale cittadina, amico del grande pittore Luca Giordano e protagonista del salotto culturale dell'avvocato Francesco Valletta (vi incontrò lo storico Jean Mabillon e gli fece da sa-
piente guida durante il suo tour: Mabillon lo ricordò come un grande ed esperto conoscitore delle antichità cittadine). Don Carlo fu ricordato anche per la sua attività a favore del restauro della chiesa di Santa Restituta (nel Duomo di Napoli) in seguito ai danni provocati dal terremoto del 5 giugno del1688. Verso la metà del 1689 il Celano, già impegnato nella raccolta dei fondi che avrebbero finanziato i lavori, venne scelto come componente di una commissione che si sarebbe occupata del recupero dell'edificio (gli fu affidata la direzione dei lavori e la chiesa fu riaperta
il 24 maggio del 1692). Contemporaneamente veniva pubblicata la sua opera più importante, l'opera che lo avrebbe (giustamente) reso fsmoso: "Le notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli" dedicata a Papa Innocenzo XII. Si trattava di una monumentale e approfondita ricerca storica che aveva come obiettivi la descrizione dell'immenso patrimonio storico-artistico-culturale di Napoli e una sorta di "accompagnamento" degli stranieri in visita un città: un data-base analitico dei monumenti (usando un linguaggio attuale) e una vera e propria
guida turistica in dieci itinerari (tra strade, edifici sacri ed edifici laici) integrati anche da una lunga e affascinante serie di notizie, curiosità e leggende che ne rendono (anche oggi) piacevolissima la lettura. Chi si avvicina allo studio e alla conoscenza di Napoli non può non partire dalla lettura di Carlo Celano e chi ha scritto guide e storie di Napoli non poteva (e non può) prescindere dalla lettura della straordinaria opera di Celano, un autore che andrebbe conosciuto e valorizzato come mai, forse, è stato fatto in questi quattro secoli...
La Mineral Art Gallery nel cuore di Napoli Un grande spazio espositivo-mineralogico, luogo di innovazione e conoscenza Idee, conoscenza, innovazione, passione e amore per l’arte; questi ingredienti sono stati sapientemente inseriti in un mixer ed il risultato si chiama Mag. La Mineral Art Gallery del capoluogo partenopeo è uno spazio quasi surreale dove passato e futuro si intrecciano per regalare agli ospiti una sensazione direi magica, una fusione di elementi in parte già consociati e plasmati dall’uomo, in parte fusi e modellati “solo” dalle forze della natura. Si trova accanto al Museo Archeologico Nazionale ed è la più grande esposizione di minerali d’Europa, una gioia per gli occhi dei collezionisti e non solo. Geodi di ametista di ogni altezza, fette di agata brasiliana, druse di quarzo citrino e di agata e calcite, cristalli di ametista e quarzi bianchi. Alcuni articoli, alti più di un uomo, pesano diverse centinaia di kg e grazie alla loro luminosità e maestosità, regalano la sensazione di guardare un’illustrazione di “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne. In questa gallery, inaugurata lo scorso dicembre, è presente inoltre una vasta collezione di fossili ed un altrettanto ampia e variegata collezione di con-
chiglie, il tutto circondato da splendidi quadri, molto particolari, per dimostrare la coesistenza di opere d’arte naturali ed opere d’arte create dall’uomo. L’occhio del visitatore spazia tra colonie di crinoidi, ammoniti giganti, legni silicizzati, femore di Mammut e denti di Megalodonte, uno squalo ormai estinto che raggiungeva i 18 metri di lunghezza. La sezione del mare è rappresentata da moltissimeconchiglie: Nautilus, Conus,
Argonauta e Strombus, e poi naturalmente alberi coralligeni e quadri di Gorgonia. L’equipe è formata da una rete di mediatori tecnici e promuove collaborazioni progettuali con professionisti di settori legati alla creazione e l’installazione di opere di interior design ,che includono sinergicamente minerali, fossili e manufatti artistici, come elementi strutturali o complementi d’arredo che entrano in risonanza con un presente con-
temporaneo, nel quale la ricerca dell’equilibrio e delle natura sono sempre più presenti nella richiesta strutturale abitativa. Ciò apre le porte ad un futuro radicato nel passato ed attento a creare una presa di coscienza sul rapporto tra il percorso di una breve vita umana sul pianeta Terra e l’evoluzione dello stesso. Nella collezione Paleodesign2018 Mag esalta materia, forma e colore del passato mettendoli in relazione con il pre-
sente; celebra l’eccezionalità della fossilizzazione come fotografia del tempo, come possibilità di ricostruire l’origine e la trasformazione con armonia e funzionalità. Questa gallery è unica, è una sorta di viaggio nel tempo attraverso le ere geologiche, attraverso i mutamenti climatici, è la concretizzazione di quanto sia eccezionale la natura e al contempo, di quanto giovamento tragga la mente umana di fronte a cotanta bellezza. I.B.
“Francis Bacon. Transformation”, opere di un grande pittore! Presentata al Palazzo Reale di Napoli, la mostra "Francis Bacon. Transformation", in programma dal 20 maggio al 21 ottobre nelle sale di Villa Fiorentino a Sorrento. L'esposizione raccoglie opere donate dall’artista all'amico Barry Joule, costituite da disegni recto-verso, da dipinti del periodo surrealista degli anni Trenta, e da diversi documenti, immagini inedite, scatti fotografici privati e disegni.La collezione, che giunge a Sorrento dopo essere stata esposta, alla Fondazione Maeght, è stata in parte donata alla Tate Gallery di Londra e al museo Picasso di Parigi oltre che alla National Gallery di Ottawa, in Canada, paese nativo di Joule. Questa mostra di rilevanza internazionale realizzata in uno dei luoghi
più belli d’Italia e del mondo come Sorrento, la valorizzazione dell’arte contemporanea è uno dei obiettivi istituzionali e ciò diventa ancora più importante quando si va ad inaugurare l’esposizione delle opere di un artista che ha molto amato la città di Napoli. Bacon, durante una visita in città, rimane affascinato soprattutto dalle opere del Caravaggio che, in parte, hanno influenzato il suo lavoro. L'amico fraterno Barry Joule, spiega che sarà una grande mostra dei lavori di Bacon, per scoprire con chiarezza il percorso dal quale arrivava per poi creare i suoi avvincenti capolavori di pittura. Racconta che Bacon era un pioniere pittore della condizione umana, sperimentatore d’azzardo. Un uomo con un’assoluta libertà
creativa, un uomo determinato che non conosceva né limiti né confini, ciononostante, sviluppò una grande passione per il suo lavoro, per la sua arte. I suoi dipinti lo coinvolsero emotivamente in maniera profonda, la grande arte rompe gli schemi consolidati, poi li ricostruisce, per poi romperli di nuovo, e poi crea sulla tela una nuova figura, qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo e, nel caso di Bacon, qualcosa di veramente molto potente che, una volta visto, non si dimentica più. Dice che c’è molto da rivelare come la misteriosa “arte nascosta” di questo maestro, cose di cui veramente poche persone sono a conoscenza. Come disse una volta “i fatti lasciano i propri fantasmi”,in questo caso i fatti erano i dipinti finiti. R.M.
“Portatelovunque” un progetto di inclusione sociale Favorisce l’inserimento lavorativo di donne in difficoltà Quando la creatività incontra l’impegno sociale e l’attenzione nei confronti dell’ambiente non può che nascere qualcosa di innovativo e di veramente utile. Così, sulla piattaforma di crowdfounding “Ulule” arriva il nuovo “Portatelovunque”, un progetto di moda "green" e artigianale che mira a recuperare tessuti e materiali di scarto e li trasforma in oggetti di moda in collaborazione con la cooperativa sociale-sartoria romana "Lakruna", che lavora per l'inserimento lavorativo di donne in difficoltà. La campagna, che partirà a breve, servirà a raccogliere i preordini della nuova collezione di “Portatelovunque” e a sostenere il progetto di inclusione sociale, inaugurato sette anni fa, nel 2011, in collaborazione con il Dipartimento Salute Mentale Uoc D6 e il gruppo di Auto Mutuo Aiuto "Ama fare". Attenzione per il sociale, senza dimenticare l'ambiente, questo il motto del progetto innovativo very cool: basti pensare che tutti i prodotti di Portatelovunque sono pezzi unici e irripetibili, fatti a mano, ma soprattutto only green e a impatto zero. "Una muta da sub ormai da cambiare, la tappezzeria di una vecchia auto, un costume da bagno passato di moda, il vecchio ombrello che non si apre
PCUP, il bicchiere intelligente ed ecologico Rosa Funaro
più: ogni tessuto dismesso o mandato in pensione troppo presto può trovare una nuova vita e raccontare nuove storie, trasformando il rifiuto in risorsa", ha così spiegato il progetto Chiara Di Cillo, fondatrice di “Portatelovunque”. E ancora, pochette, borse e altri accessori saranno realizzati utilizzando tessuti recuperati dagli scarti di piccole, medie e grandi aziende e privati: "Se i clienti mi danno un tessuto che vogliono recuperare offro loro uno sconto come scambio per incentivare il riciclo". Inoltre, c’è da dire che ogni materiale di recupero è scelto non solo per l'estetica, ma anche per le proprietà tecniche: la maggior
parte di essi, infatti, sono impermeabili e molto resistenti. Tutti i prodotti sono nichel free e senza parti metalliche, così da evitare insorgenze di reazioni allergiche negli utenti fruitori del servizio. Una vera e propria rivoluzione nell’era dello shopping digitale, dove basta un click per acquistare prodotti di ogni tipo. Ora con questa iniziativa si unirà l’utile al dilettevole, ovvero l’essere alla moda con l’essere a favore della natura, andando ad impattare a livello zero l’ambiente che ci circonda. Insomma, da oggi in poi si potrà essere alla moda essendo total green, a favore della natura. A.P.
PCUP è un bicchiere in silicone indistruttibile da utilizzare in vuoto a rendere. Un chip inserito sul fondo e una app dedicata rendono istantaneo il pagamento e la restituzione della cauzione e, all'occorrenza, del cocktail stesso, velocizzando in sostanza le operazioni di cassa. Inoltre, il bicchiere “intelligente” è in grado di fornire funzioni e contenuti tutti da scoprire e da re-inventare a seconda dei contesti di utilizzo e delle loro esigenze: ricevere informazioni e promozioni relative alla programmazione di un festival, ricevere consigli circa eventi e locali dove continuare la serata a seconda dei tuoi gusti e non solo. PCUP permette al proprio utilizzatore di “scoprire” la storia del bicchiere, scritta dalle persone che ne hanno usufruito, e dai luoghi che ha attraversato, e quanta plastica ha permesso di risparmiare. Nei festival, negli stadi, nelle discoteche, come nella movida cittadina e in mille altri contesti, infatti, un numero incalcolabile di bicchieri di plastica usa e getta vengono
riempiti e svuotati per essere subito buttati via, destinati a inquinare il nostro mare e la nostra terra e a mettere così a repentaglio la nostra salute e la salute di ogni altro essere vivente. La scelta del materiale non è casuale. Il silicone non è un derivato del petrolio come la plastica, bensì del silicio, uno dei materiali più abbondanti sulla Terra , ed è pressoché indistruttibile: non si riga, non si opacizza, può essere lavato innumerevoli volte anche con metodi industriali. Inoltre, a differenza della plastica, non arriva mai a deteriorarsi e a rilasciare sostanze tossiche. Con PCUP, si sceglie di proteggere il proprio territorio, di pensare al Pianeta. L’innovazione è figlia di Lorenzo Pisoni e Stefano Fraioli, due giovanissimi liguri , che hanno trasformato un'idea ardita in una realtà innovativa: a Milano hanno avviato la startup Pcup srl e lanciato una campagna di crowfunding (in chiusura il 26 giugno 2018 ) attraverso la piattaforma https://www.eppela.com/it/. I fondi raccolti serviranno a migliorare “l'unicità del bicchiere” e avviarne la produzione in serie in Italia.
Sappada, il primo comune premiato per la gestione sostenibile della comunità Arriva la certificazione di comune sostenibile a Sappada, in provincia di Udine. Il riconoscimento in questione è la certificazione ISO 37101 “Gestione sostenibile delle comunità” ritirata dall’amministrazione il 10 maggio scorso presso L’università degli Studi di Padova. Si tratta di uno standard nato per aiutare le comunità ad attuare una strategia di sviluppo sostenibile legata al territorio nelle sue peculiarità sociali, economiche e ambientali. A rilasciare la certificazione è Csqa, ente indipendente, la cui vicediret-
trice Maria Chiara Ferrarese afferma: "La collaborazione con l’Università di Padova e con il Comune di Sappada ha permesso di mettere a punto un nuovo servizio certificativo, particolarmente innovativo e di grande interesse per la pubblica amministrazione e a beneficio delle comunità. Un
nuovo step nel consolidato impegno di Csqa nell’ambito dello sviluppo sostenibile, rappresenta un importante traguardo e arricchisce le proposte per garantire i cittadini sui temi della sostenibilità e della responsabilità sociale”. Il riconoscimento consentirà al comune, guidato dal sindaco Manuel PillerHoffer, una programmazione delle opere pubbliche applicando criteri rigorosi e indicatori verificabili sia da un punto di vista ambientale che economico. Lo standard, strutturato sul piano strategico e anche opera-
tivo, farà sì che il Comune di Sappada gestisca nel modo migliore attrattività, conservazione e miglioramento dell’ambiente, resilienza, utilizzo responsabile delle risorse, coesione sociale e benessere. Il professor Antonio Scipioni, del Dipartimento Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi di Padova, afferma: “Il progetto pilota di applicazione dello Standard ISO 37101 ci ha consentito di organizzare la gestione della Comunità secondo regole condivise a livello internazionale che hanno contribuito a
individuare azioni concrete e definite da parametri di miglioramento”. Aggiunge un commento anche Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente della Fondazione UniVerde che annualmente promuove gli esempi virtuosi in tema ambientale con il Green Pride: “Sappada riceverà sicuramente il Green Pride in quanto esempio virtuoso e lungimirante di pubblica amministrazione. La tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile sono le vere sfide del futuro e conditio sine qua non per il bene delle comunità”. A.E.
Lefay Resort: è italiana la Spa ecologica più bella del mondo Quando anche il lusso si fa green Cristina Abbrunzo La sostenibilità è il trend del momento. Lo dicono i dati raccolti da un sondaggio condotto dall’ Osservatorio Nazionale sullo stile di vita sostenibile, che ha recentemente coinvolto mille persone su tutto il territorio nazionale rappresentativi del campione italiano. Siamo di fronte a un cambiamento culturale: le persone sono diventate attive nelle scelte che fanno, vogliono partecipare al cambiamento e ben il 47 % degli italiani dichiara di essere attento alle pratiche sostenibili anche in tempo di crisi. Al supermercato scelgono bevande biologiche, frutta coltivata senza l’utilizzo di conservanti, acquistano vestiti realizzati con tessuti organici e per le proprie vacanze prediligono attività all’aria aperta. La novità è che questa sensibilità green sta oramai contagiando anche il settore del benessere. Così, se da una parte proliferano prodotti per la bellezza e il make up biologici, dall’altra Spa e centri benessere sono sempre più orientati verso la scelta di prodotti a km 0 da usare per i trattamenti, oppure centri di benessere che, al più comune olio, preferiscono cioccolato o miele per i massaggi rilassanti, e che per la pedicure propongono bagni di latte o scrub a base di bucce di limone. In Italia centri di questo tipo ce ne sono ormai molti. In comune hanno una filosofia che, proprio a partire dalla ricerca della qualità e della sostenibilità, si basa sull’utilizzo di materie prime naturali. Possibilmente realizzate dai produttori locali. Siamo ormai approdati nell'era della Spa 2.0, cioè la versione biocompatibile di quei centri-benessere la cui sigla deriva da una cittadina belga tuttora esistente, chiamata appunto Spa, situata in una valle delle Ardenne e nota sin dai tempi degli antichi Romani come luogo di cure ter-
mali. Da qualche lustro a questa parte, questa località della Vallonia è divenuta l’eponima di tutti i sempre più numerosi centri-benessere del pianeta, oggi spesso inclini, sia in Italia sia all’estero, a trasformarsi in Bio-Spa, ovvero in Spa ecosostenibili, alimentate da pannelli fotovoltaici o da altre fonti rinnovabili, software gestionali per monitorare il risparmio energetico e idrico, menu creati con prodotti locali a chilometro zero, arredi realizzati in materiali biologici, percorsi fitness all’aria aperta, disposizione
degli spazi ispirata al Feng Shui e così via. Quello che non tutti sanno è che la SPA ecologica considerata tra le più belle ed efficienti del mondo è tutta italiana. Si tratta del Lefay Resort & SPA Lago di Garda, una punta di diamante dell’hotellerie italiana, nell’incantevole Riviera dei Limoni, pochi metri sopra l’antico borgo di Gargnano. Una struttura paradisiaca che, in occasione dei World SPA & Wellness Awards di Londra, ha ottenuto il riconoscimento di “Miglior Destination SPA al
Mondo”, nonché, nel 2015, la certificazione come prima Spa organica ed ecologica in Italia e quarta nel mondo da parte di Ecocert, l’ente francese riconosciuto a livello mondiale nella certificazione di prodotti per la cosmesi. Il Lefay Resort presenta un mix fatto di comfort ed equilibrio, di silenzi e spazi, di piscine calde nel sole del Garda e un suggestivo lago salino, di raffinati viaggi attraverso le saune e i profumi, di trattamenti viso e corpo che combinano la medicina cinese con le terapie occidentali più recenti, e del gusto della dieta mediterranea, che aiuta anche il processo di digestione. Ma l’obiettivo è soprattutto quello di offrire un’esperienza a cinque stelle alternativa rispetto all’offerta già presente sul mercato, unendo eco-sostenibilità, efficienza e comfort. L’attenzione per l’impatto sul territorio e la sensibilità verso il rispetto dell’ambiente circostante hanno quindi costituito le fondamenta del progetto, a partire dal design architettonico moderno perfettamente
incastonato nel verde della provincia lombarda, fino ad arrivare alla centrale a biomasse per la produzione di energia elettrica, calore e raffreddamento, alimentata da sfalci e da scarti di lavorazione del legno. Una produzione energetica che, integrata con quella del robusto impianto fotovoltaico presente sul tetto, consente di coprire quasi interamente il fabbisogno della struttura, mantenendo sotto controllo i consumi di pvc, di carta e le emissioni di CO2. Anche i consumi dell’acqua vengono monitorati e regolati: sia l’acqua piovana che quella scartata dalle piscine vengono recuperate per consentire l’irrigazione attraverso un sistema di gestione avanzato, che permette di risparmiare fino al 50% rispetto a un impianto standard. Insomma, ormai anche il lusso si fa green e benvengano sempre più strutture per il benessere della persona inteso come armonia di mente, spirito, ma anche e soprattutto di ambiente circostante.
Procedimento disciplinare: nessun segreto sui documenti Le dichiarazioni “secretate” sono accessibili ai fini della tutela dei propri interessi giuridici Felicia De Capua Il segreto sui documenti relativi al procedimento disciplinare non può essere opposto al dipendente che vuole impugnare dinanzi al Tribunale la sanzione disciplinare. È quanto statuisce chiaramente il TAR Basilicata, con sentenza 19 febbraio 2018, richiamando l’art. 24, comma 7, primo periodo, L. 7 agosto 1990 n. 241. Tale articolo statuisce che “deve comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici”. Nella specie, dopo aver ricevuto la comunicazione dell’avvio del procedimento disciplinare, conclusosi con l’irrogazione della sanzione disciplinare della sospensione dal servizio per 3 giorni, un Preside di un istituto scolastico ha chiesto di accedere all’intero fascicolo della procedura, dovendo impugnare la sanzione stessa dinanzi al Giudice del Lavoro. L’Amministrazione ha accolto
parzialmente la predetta istanza, concedendo l’accesso alla relazione ispettiva e a tutti i suoi allegati, ma disponendo, altresì, l’integrale oscuramento delle dichiarazioni, rese da molti testi escussi che, in qualità di controinteressati, si erano opposti all’accesso. Il Preside ricorreva quindi al TAR della
Basilicata, sostenendo l’illegittimità del diniego. In particolare, la ricorrente ha specificato che, al momento della richiesta, aveva dichiarato di aver già adito il Giudice Ordinario in funzione di Giudice del Lavoro, per la contestazione della sanzione disciplinare irrogata nei suoi confronti, rappresentando che
per tale tipo di azione giudiziaria risultava necessario conoscere il contenuto delle dichiarazioni, rese agli ispettori, oscurate integralmente dall’Ufficio Scolastico Regionale. Il TAR adito, con la citata sentenza ha accolto il ricorso, pur compensando (con motivazione apparente, ritenendo genericamente sus-
sistere “giusti motivi”) le spese di giudizio. Per effetto della pronuncia in questione, l’Amministrazione resistente è stata quindi condannata a consentire alla ricorrente di accedere, sia nella forma della visione, sia mediante il rilascio in copia fotostatica, a tutte le dichiarazioni integralmente omesse.
Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI In tema di rifiuti, ogni qualvolta l’attività di abbandono ovvero di deposito incontrollato sia prodromica ad una successiva fase di smaltimento ovvero di recupero del rifiuto stesso, caratterizzandosi, pertanto, essa come una forma, per quanto elementare, di gestione del rifiuto (della quale attività potrebbe dirsi che essa costituisce il “grado zero”), la relativa illiceità penale permea di sé l’intera condotta (quindi sia la fase prodromica che quella successiva), integrando, pertanto, una fattispecie penale di durata, la cui permanenza cessa soltanto con il compimento delle fasi ulteriori rispetto a quella di rilascio, tutto ciò con le derivanti conseguenza anche a livello di decorrenza del termine pre-
scrizionale. Laddove, invece, siffatta attività non costituisca l’antecedente di una successiva fase volta al compimento di ulteriori operazioni aventi ad oggetto appunto lo smaltimento od il recupero del rifiuto, ma racchiuda in se l’intero disvalore penale della condotta, non vi è ragione di ritenere che essa sia idonea ad inte-
grare un reato permanente; ciò in quanto, essendosi il reato pienamente perfezionato ed esaurito in tutte le sue componenti oggettive e soggettive, risulterebbe del tutto irragionevole non considerarne oramai cristallizzati i profili dinamici fin dal momento dei rilascio del rifiuto, nessuna ulteriore attività residuando alla descritta condotta di abbandono. Sicché, sarà compito del giudice del merito valutare, di volta in volta, se l’azione di abbandono e deposito del rifiuto si vada ad innestare in una più articolata fase di gestione dello stesso ovvero se debba, invece, intendersi definita e conclusa in tutti i suoi elementi e non più dotata di un ulteriore dinamismo criminoso. Corte di C. P., Sez. 3^ 03/05/2018 (Ud.
29/09/2017), n.18880.
Sentenza
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Responsabilità omissiva per non avere impedito la verificazione di un evento - Posizione di garanzia Fattispecie: funzionari del Servizio di Prevenzione dell’Ambiente istituito presso l’ARPA. La responsabilità omissiva per non avere impedito la verificazione di un evento grava sul soggetto solo ed in quanto egli, investito di una cosiddetta posizione di garanzia, abbia l’obbligo giuridico di impedirlo (in relazione alla sussistenza della responsabilità penale ex art. 40 cod. pen. esclusivamente a carico di chi fosse investito dell’obbligo di impedire l’evento, cfr. ex mul-
tis: Corte di cassazione, Sezione III penale, 6/2/2017, n. 5439; idem Sezione III penale, 9/03/2011, n. 9281). Logicamente prioritario, pertanto, alla affermazione della penale responsabilità del soggetto, ove la stessa sia fondata sull’omesso controllo in ordine ad un evento che si aveva l’obbligo di impedire, è l’accertamento in relazione alla esistenza ed alla rilevanza giuridica di tale obbligo. Nella fattispecie per i funzionari non era precisata la disposizione organizzativa dell’Ufficio di loro appartenenza la quale avrebbe previsto la loro preposizione al servizio in questione, inoltre i reati erano comunque estinti per prescrizione. Corte di Cassazione Penale, Sez. 3^ 03/05/2018 (Ud. 29/09/2017), Sentenza n.18880.
HOMO FABER O HOMO LABORANS QUALE FUTURO? Dal lavoro all’opera e dall’opera al lavoro: l’animal laborans Andrea Tafuro Maggio 2018 è finito, ad inizio mese abbiamo tutti discusso del lavoro che non c’è e su quello che sarà. Possiamo fare una riflessione su quella concezione del lavoro che, certamente, non è esclusivamente quello che ti assicura uno stipendio equo, ma anche quello che nutre la fame ad autorealizzarsi, saziandola di opportunità e di occasioni, elementi capaci di moltiplicare socialità e desideri. Profondi cambiamenti hanno modificato radicalmente i mercati e il mondo del lavoro, rendendo l’intero quadro sociale e le organizzazioni instabili e in continua evoluzione. E’ diventato obbligatorio mettere la persona e le sue capacità in primo piano, sia in veste di cliente che di fornitore o di collaboratore, mettendole in competizione continua e pressante. D’altra parte l’affermazione della tecnologia all’interno dei nuovi meccanismi di produzione del valore, ha posto al centro del dibattito il tema della qualità dell’occupazione. Frederic Laloux in Reinventare le organizzazioni, pubblicato nel 2016, esamina la capacità di penetrazione della tecnologia nel mondo lavorativo, sottolineando che ciò che accomuna le nuove forme del lavoro: la gig economy, la on demand economy, le app economy, è prima di tutto un uso del lavoro totalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto sin ora. “Il lavoro, spesso, è svuotato della sua vera natura e assume utilità nella misura in
cui fa funzionare un sistema sempre più distribuito e frammentato, dove i confini e l’identità dell’occupazione tendono a sfumare e a diventare impersonali e liquidi tanto quanto quelli dell’impresa”. Insomma, sembra di capire che l’intero ambito dell’ universo lavorativo è vittima della provvisorietà e della precarietà, propagatosi a macchia d’olio nelle economie che fanno dello sviluppo tecnologico il meccanismo su cui innestare nuovi e sempre più remunerativi modelli di business, voracemente orientati a massimizzare il profitto attraverso relazioni sistematiche in combutta con il sistema economico/sociale che le circonda. È palese che l’infrastruttura alla base di questi modi di produrre lavoro, la co-
sidetta condivisione, tende a trasformare geneticamente le istituzioni seguendo due diverse traiettorie. Da un lato cresce il valore di tutte quelle meta-competenze, utili per gestire la complessità e produrre soluzioni, ad esempio quelle capacità personali che sviluppano creatività e equilibrio, così come quelle relazionali che accrescono le capacità di cooperare per il raggiungimento degli obiettivi, come l’etica e la tolleranza, che ritornano utili per gestire lo stress prodotto da relazioni disfunzionali e quindi adottare comportamenti adeguati a norme e valori condivisi. Dall’altro versante, osserviamo che il lavoro alimenta, continuamente, un forte peggioramento del benessere in-
dividuale e della coesione del tessuto sociale, nonché processi di impoverimento. Esemplare è la storia di Foodora, l’azienda tedesca fra le più importanti che si occupano di consegne di pasti a domicilio. Il Tribunale di Torino, nei mesi scorsi, ha respinto il ricorso di sei fattorini che avevano intentato una causa contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro con Foodora, decisa dalla società dopo le proteste del 2016 per chiedere un trattamento economico e normativo più equo. In sintesi, il giudice ha stabilito che i fattorini non sono dei dipendenti di Foodora, ma dei lavoratori autonomi e che di conseguenza l’azienda tedesca può decidere in ogni momento di interrompere il rapporto di lavoro. Qui, in evidenza viene proposto che il problema di come trovare un compromesso fra la libertà delle aziende di muoversi nell’area grigia come quella dei lavoretti tramite app e la necessità di tutelare le persone che lavorano per aziende del genere. Da una parte le aziende intendono il lavoro, per loro, quasi come qualcosa da fare nel tempo libero e quindi non bisognoso di eccessive regolamentazioni, ma poi sempre più spesso questi lavoretti diventano l’occupazione principale di molte persone. Senza opporre una forte resistenza civile siamo passati da citta-
dini-lavoratori a cittadiniconsumatori, poiché in questa maledetta quarta rivoluzione industriale il capitale per la sua valorizzazione ha più bisogno dei consumatori che non dei lavoratori. Povero Adam Smith che apre il suo Ricchezza delle Nazioni, con l’affermazione che per secoli l’umanità si è attenuta all’idea che all’origine della creazione di ogni ricchezza ci fosse il lavoro umano, dell’uno o dell’altro tipo. La scienza economica, ormai, si occupa solo delle funzioni e dei modi efficienti di come utilizzare il lavoro e non più della sua natura. La cultura economica, di conseguenza, esalta e deprime, al tempo stesso, il lavoro, facendolo diventare in molti casi la nuova misura di tutte le cose. Hannah Arendt, afferma che è stato creato un nuovo tipo di uomo: l’homo laborans. Allora, come creare un contesto nel quale il contributo delle persone come singoli e come collettività sia realmente valorizzato in una società attiva e sostenibile? La risposta è mettendo al centro del palcoscenico che “il primo, valore che ci deve guidare in questa sfida è la centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali: la famiglia, quale luogo delle relazioni affettive; il lavoro, quale espressione di un progetto di vita; la comunità e il territorio, quali ambiti di relazioni solidali”.
Foto di Anna Gaudioso
Maggio 2018 - Nocera Inferiore(Sa). Alunni impegnati nel Progetto “Gli alberi della memoria�