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Arpa campania ambiente 2014 22

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Il controllo del territorio attraverso i Sistemi Informativi Territoriali integrati con Google Earth Il controllo del territorio dal punto di vista ambientale può essere effettuato in maniera efficace ed immediata utilizzando le cosiddette “nuove tecnologie”. L’impiego di dati georeferiti (dati catastali, progettuali, impiantistici, ambientali, etc.), ad esempio, semplifica il lavoro che i tecnici dell’Agenzia Regionale Protezione Ambientale Campania effettuano sul campo, affinando gli strumenti di verifica e di conseguenza riducendo i tempi di risposta dell’Ente. Grazie all’impiego di software

specialistici, come ArcGIS in dotazione all’Agenzia, è possibile effettuare operazioni di data entry, analisi e restituzione dei dati raccolti sul campo o derivanti da tematismi forniti dagli Enti preposti. La restituzione del dato non avviene esclusivamente attraverso il plottaggio o la stampa di layout cartografici ma, grazie a l’impiego di specifici script, è possibile trasformare i dati da formato shapefile, in file con estensione kml (Keyhole Markup Language). Iorio-Lubrano-Ragone a pag.6

NATURA & BIODIVERSITÀ

ARPAC

REPORT

Patrimonio UNESCO in pericolo

Corso anticorruzione e per la trasparenza Si è svolto nei giorni scorsi a Mercato San Severino

Sos Scuola: Legambiente chiama le Istituzioni

Quali sono, per le pubbliche amministrazioni, i principali adempimenti in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza? Arpac, che da un anno circa ha avviato un percorso in queste materie, ha offerto la propria esperienza al comune di Mercato San Severino, in provincia di Salerno.

Da pochi mesi è cominciata la scuola. Tantissimi bambini e ragazzi sono tornati tra i banchi. È negli edifici scolastici che trascorrono gran parte del loro tempo. Giocano, imparano, sorridono e condividono tra quelle mura. Se fossi madre, mi piacerebbe sapere dove lascio mio figlio...

I patrimoni dell’umanità UNESCO sono in pericolo. Lo rivela il nuovo rapporto IUCN World Heritage Outlook, pubblicato in occasione del Congresso Mondiale dei Parchi svoltosi a Sydney. Esposito a pag.8

Liguori a pag.9

a pag.7

Canta Napoli! Anche a Natale

Oscar Green: sul podio tre idee “Made in Sud”

Dall'Olocene all'Antropocene

SICUREZZA ALIMENTARE

Mozzarella blu? Mai più! Molto spesso quando ci capita di parlare di un determinato colore tendiamo ad associarlo ad un alimento: il rosa al salmone, il rosso al pomodoro, il giallo al limone, il bianco alla mozzarella... Patrizio a pag.12

AMBIENTE & SALUTE BIO-ARCHITETTURA

I labirinti vegetali

Palumbo a pag.11

Canta Napoli! Anche a Natale. La cultura napoletana ha sempre offerto materiale variegato in termini di usi e costumi ed il Natale ne è una prova. La cucina, il presepe, la musica, il teatro sono solo alcuni esempi di come la tradizione napoletana abbia usi ben radicati nel tempo, le cui origini risalgono a secoli or sono. Eduardo è stato capace di racchiudere il tutto in una commedia e questo è uno dei tratti che lo rende ancora più “genio”: la napoletanità piena di valori senza stereotipi e clichè. Matania a pag.15

Oscar Green è il premio promosso da Coldiretti Giovani Impresa per valorizzare e dare spazio all’innovazione in agricoltura. Il premio richiede che i partecipanti propongano progetti legati alle radici del loro territorio con lo sguardo rivolto al futuro. Le api come centraline antinquinamento, la coltivazione di microalghe apprezzate in cosmesi, le prime chips di pane, la canapa con stupefacenti virtù culinarie, il pecorino anticolesterolo, le fragole volanti con la carta d'identità, l'orto del carcere di Capanne a Perugia che ridona dignità ai detenuti sono i vincitori del concorso Oscar Green di quest’anno. Martelli a pag.17

La Gran Bretagna ha reso noti i piani per la costruzione di un supercomputer del valore di 97 milioni di sterline, che avrà lo scopo di perfezionare le previsioni del tempo, in particolare quelle che riguardano gli eventi estremi. Nelle intenzioni dei progettisti il portentoso apparecchio tecnologico porterà benefici economici e sociali per due miliardi di sterline. Ad occuparsi della sua gestione ci penserà il Met Office, il servizio meteorologico del Regno Unito. Tafuro a pag.19


METODI BIOLOGICI PER LE ACQUE SUPERFICIALI INTERNE Angelo Morlando Il manuale n° 111/2014 (oltre 230 pagine) nasce come revisione ed aggiornamento del manuale ‘Metodi Biologici per le acque. Parte I. ISPRA, 2007". L’attività di revisione ed aggiornamento è stata effettuata dal Gruppo di Lavoro ‘Metodi Biologici’ coordinato da ISPRA, Linea di Attività n. A6, Area di Attività A – Armonizzazione dei metodi di analisi, campionamento e misura. L’elaborazione dei diversi protocolli è frutto di sottogruppi di lavoro specifici per ogni elemento biologico. L’impostazione, il coordinamento e la stesura finale dei diversi protocolli sono stati curati da Stefania Balzamo e Cristina Martone del Servizio Metrologia Ambientale Dipartimento Stato dell’Ambiente e Metrologia Ambientale di ISPRA. Citiamo con piacere la presenza di Cristiano GRAMEGNA dell'ARPA Campania. La pubblicazione è di contenuto tecnico-specialistico, ma è anche coaudivata da numeroso illustrazioni esplicative. Dopo una premessa e un capitolo per i termini e le definizioni, seguono tre macrocapitoli che hanno dei codici numeri che rimandano alle metodologie. Il primo capitolo, comprende il paragrafo "1020. Protocollo per il campionamento degli elementi di qualità fisicochimica in ambiente lacustre". Il secondo capitolo, comprende i paragrafi: "2010. Protocollo di campiona-

mento e analisi dei macroinvertebrati bentonici dei corsi d'acqua guadabili"; "2020. Protocollo di campionamento e analisi delle diatomee bentoniche dei corsi d'acqua"; "2030. Protocollo di campionamento e analisi delle macrofite dei corsi d'acqua guadabili"; "2040. Protocollo di campionamento e analisi della fauna ittica dei sistemi lotici guadabili". Il terzo capitolo, comprende i paragrafi: "3010. Protocollo di campionamento dei macroinvertebrati negli ambienti lacustri"; "3020. Protocollo per il campionamento di fitoplancton in ambiente lacustre"; "3030. Protocollo di campionamento della fauna ittica nei laghi italiani"; "3040. Protocollo di campionamento e analisi di macrofite acquatiche in ambiente lacustre"; "3050. Protocollo di campionamento e analisi delle diatomee bentoniche dei laghi e degli invasi". La Direttiva Europea 2000/60/CE ha adottato un approccio "ecologico" per la protezione delle acque, integrato tra il monitoraggio chimico e biologico e in Italia è stata recepita principalmente dal D.Lgs. 152/2006 e dai successivi decreti attuativi. Le modalità di campionamento descritte in questo Manuale sono proprio i metodi di riferimento per il campionamento finalizzato al monitoraggio e alla classificazione dei corpi idrici per le acque dolci superficiali, quindi, può considerasi un testo unico riepilogativo dei metodi di campionamento.

Dati della NASA confermano il continuo aumento della temperatura globale

2014: UN ALTRO ANNO “HOT” Paolo D’Auria La febbre della Terra continua a salire. Per il terzo mese consecutivo gli esperti della NASA hanno rilevato un aumento delle temperature superiore alla media degli ultimi periodi. Ad ottobre, infatti, le temperature globali hanno raggiunto un nuovo record di caldo. I dati riportati dal Goddard Institute for Space Studies (GISS) della NASA rivelano che il 2014 potrebbe presto “battere” il 2010 e diventare l'anno più caldo della storia: dopo maggio, agosto e settembre, il mese di ottobre è stato di 1,4 gradi centigradi al di sopra della media per il mese nel periodo tra il 1951 e il 1980.

La situazione più difficile è stata “letta” in aree della Siberia orientale, dove è stata registrata una temperatura di dieci gradi sopra la norma per il mese; tuttavia l'innalzamento netto delle temperatura ha colpito molte ampie zone della Terra: in Europa occidentale, Nord America ed Africa settentrionale ed occidentale il termometro nel mese scorso ha raggiunto temperature di sette gradi superiori alla media. A conferma di ciò ci sono anche i dati diffusi venerdì scorso dalla Agenzia meteorologica giapponese (JMA): utilizzando un periodo di riferimento ed una tecnica per la valutazione della media leggermente diverse rispetto alla NASA, anche i numeri del

JMA hanno dimostrato come l'ottobre scorso sia stato il più caldo mai registrato, con una temperatura di 0,6 gradi sopra alla media del periodo tra il 1981 e il 2010. E il dato diventa ancora più preoccupante se si “incrocia” con un video, diffuso di recente sempre dalla NASA (http://svs.gsfc.nasa.gov/cgibin/details.cgi?aid=11719), che mostra come l’anidride

carbonica si sposti in tutto il mondo. Il filmato, che si riferisce ai dati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2006 elaborati dal modello GEOS-5, è tutt’altro che recente ma fornisce una buona percezione di come il gas serra si disperda, trasportato da fenomeni clima-

tici, in tutto il mondo. Particolarmente significativa la differenza di emissioni tra i due emisferi. Una ulteriore conferma, se mai ve ne fosse stato bisogno, che i cambiamenti climatici sono diretta responsabilità dell’uomo e del progresso economico.


Giornata nazionale degli alberi Anche quest’anno tante iniziative per salvaguardare il patrimonio arboreo Brunella Mercadante

valore etico, culturale e sociale, quello di quest'anno è stato “L'albero: la sua storia, la nostra storia”. In effetti gli alberi ci raccontano la storia, combattono grazie alle loro radici i fenomeni di dissesto idrogeologico, mitigano il clima, rendono più vivibili gli insediamenti urbani, migliorano la qualità dell'aria, rappresentano da sempre un valore inestimabile per l'umanità, sono custodi della nostra memoria e fonte di risorse preziose. Sono elementi fondamentali dell'ecosistema e in modo particolare nelle città contribuiscono significativamente a contrastare l'inquinamento ambientale e a migliorare la qualità della nostra vita. Alcuni alberi sono stati, altresì, testimoni di importanti avvenimenti storici, altri sono legati a leggende, altri ancora hanno assistito a cambiamenti importanti nel tempo e nel territorio, simboli del millenario rapporto fra l'uomo e la natura. Celebrare la giornata nazionale degli alberi quindi rappresenta anche un importante momento di riflessione, di discussione e promozione di una diffusa cultura del verde come snodo cruciale fra salute, ambiente, paesaggio, economia e sviluppo del Paese e del suo territorio.

Il 21 novembre è stata celebrata la festa degli alberi, una giornata dedicata al verde, riconosciuta con una apposita legge, la 10 del 14 gennaio del 2013 - Norme per lo Sviluppo degli spazi verdi urbani- e nata col preciso obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza del patrimonio arboreo e boschivo, per la tutela della biodiversità, il contrasto ai cambiamenti climatici e la prevenzione del dissesto idrogeologico. Un'occasione previlegiata per porre l'attenzione sull'importanza degli alberi per la vita dell'uomo e dell'ambiente. Basti pensare a quanto è accaduto nel mese appena trascorso per le piogge che si sono abbattute con particolare violenza sul nostro Paese, provocando frane, smottamenti, allagamenti di intere città e purtroppo anche alcune vittime, per vedere ancora una volta come l'incuria del territorio, il disboscamento di intere montagne, causato dal taglio illegale degli alberi o dai numerosi incendi aggravino gli effetti già pesanti dei fenomeni atmosferici e dei loro mutamenti. Ogni anno per questa giornata viene scelto uno specifico tema di rilevante

Il restauro grazie a una raccolta fondi tra i residenti

LA STATUA DEL NILO “METTE LA TESTA A POSTO” Fabio Schiattarella Dopo più di 50 anni dal suo furto, la Testa di Sfinge torna a splendere sulla Statua del Nilo, l’incantevole statua marmorea risalente al periodo che va a cavallo tra il II e III Secolo e che si trova presso il Largo Corpo di Napoli, lungo la famosa Spaccanapoli. Nel cuore della città torna dunque a capeggiare un’opera ritrovata esattamente un anno fa dal nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale di Napoli, restaurata attraverso un’attività di crowdfunding sostenuta e voluta dai cittadini del quartiere, i quali mettendo insieme le proprie forze hanno fatto si che l’opera riavesse il lustro che merita. La campagna di autofinanziamento è stata promossa dal Comitato per il restauro della Statua del Corpo di Napoli e fortemente

voluta dall’avvocato Carmine Masucci, il quale si è attivato per la promozione di un’iniziativa che è programmaticamente partita dal basso, puntando ad essere concreta e rapida nei risultati, coinvolgendo l’intera comunità. I residenti della “Regio Nilensis” hanno risposto con gioia e già si prospetta la possibilità di proseguire al restauro del largo che circonda la statua compresa la pregevole cappella Pignatelli. La storia del monumento è molto particolare: realizzato da un’ artista proveniente da Alessandria d’Egitto, è da considerarsi un po’ il simbolo della città. La scultura, negli anni dimenticata, fu ritrovata nel XV Secolo durante dei lavori di demolizione e rifacimento. Essendo una struttura acefala, cioè mancante della testa, si pensava rappresentasse il corpo di una donna, visto anche il petto

pronunciato volto ad allattare un infante. Nel 1657 venne data nuova dignità alla statua, si decise innanzitutto di poggiarla su un basamento e successivamente si provvide a scolpire la testa mancante raffigurante l’ immagine di un uomo barbuto, una cornucopia adorna di fiori, un coccodrillo e la sfinge, tutto ad opera dello scultore Bartolomeo Mori. Dopo ulteriori restauri compiuti fino al IXX Secolo, la statua fu depredata durante la seconda guerra mondiale e ciò comportò ulteriori interventi di restauro. Ultimo quello odierno, dopo il sopra citato furto, avvenuto nel 2013, della testa della sfinge, ritrovata dai carabinieri in Austria. Ancora una volta oggi la statua “mette la testa a posto” grazie all’ amore di 16 esercizi commerciali e 1060 cittadini che hanno finanziato la messa in opera.

PRIMA

DOPO


G20 Australia: Usa e Cina trovano un accordo Prevista entro il 2030 una sensibile diminuzione delle emissioni di CO2 Ilaria Buonfanti Cambiamenti climatici: Usa e Cina sono finalmente d’accordo sulla riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Una lieta notizia giunta direttamente da Brisbane, capitale dello stato del Queensland, in Australia dove nei giorni scorsi si è svolto il G20. Dopo mesi di trattative finalmente arriva l’intesa tra le due potenze, entrambe in cima dalla classifica di Paesi più inquinanti, che prevede nuovi limiti per ridurre i gas serra da prendere all’unisono. L’annuncio è stato dato in una conferenza congiunta dai leader Barack Obama e Xi Jinping ed il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Kimoon, ha parlato di “un importante contributo all’accordo sul clima che sarà raggiunto a Parigi il prossimo anno”, se solo si considera che Cina e Stati Uniti sono responsabili della produzione di circa il 45% delle emissioni di CO2 al mondo. L’amministrazione guidata da Obama si è impegnata a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 25-28% entro il 2025, sulla base dei dati fissati nel 2005. Mentre la Cina si è impegnata

a fermarne l’aumento entro il 2030. Dall’altro lato, Pechino si è vincolata anche ad un aumento della percentuale di energia non prodotta da combustibili fossili al 20% del totale del proprio mix energetico entro il 2030, più che raddoppiando i valori dello scorso anno (nel 2013 era attorno al 10%). La Cina dovrà anche sviluppare mille gigawatt di energia pulita da fonti rinnovabili e dal

nucleare, entrambi settori in forte espansione nel Paese. In vista dell’appuntamento del prossimo anno di Parigi 2015 e della conferenza di Lima sul clima di dicembre, l’Unione Europea aveva già predisposto un taglio delle emissioni inquinanti entro il 2030 del 40% rispetto ai valori del 1990. Insomma, tutto fa pensare a un’azione globale sul cambiamento climatico e a un accordo globale ONU sul clima nel

2015. “Tutti i Governi devono ora accelerare il ritmo e la portata dei loro impegni per i negoziati sul clima delle Nazioni Unite. E dovrebbero iniziare nel corso della riunione del G20 di questo fine settimana, annunciando di voler porre fine ai sussidi ai combustibili fossili (impegno già preso a Pittsburgh nel 2009): 88 miliardi di dollari che ogni anno vanno ad alimentare la maggiore fonte di anidride carbonica e, quindi,

il cambiamento climatico”, dice Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia. “Il fatto che Cina e USA abbiano messo sul piatto un primo impegno è un ottimo inizio”, aggiunge,“vuol dire che non si arriverà all’ultimo momento con le carte tutte coperte, come avvenne a Copenaghen, provocando poi il sostanziale fallimento del tentativo di concludere un accordo globale significativo. In termini di numeri, lo prendiamo come un primo impegno, la scienza del clima e l’equità richiedono più azione”. Anche Legambiente esprime la sua soddisfazione in merito all’accordo tra Washington e Pechino, ma auspica impegni più ambiziosi: “Bisogna andare avanti affinché tra un anno a Parigi si raggiunga finalmente un accordo globale, rinnovando il protocollo di Kyoto, dice il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. Ed anche Greenpeace sottolinea che l’accordo tra Usa e Cina è importante ma non sufficiente a risolvere ogni problematica. Leggendo le conclusioni del Vertice di Brisbane si evince che l’obiettivo finale del G20 è di giungere ad una crescita del 2,1% entro il 2018.

Stati generali della Green Economy L’economia sostenibile che cerca di sfuggire alla morsa della crisi Brunella Mercadante Il 5 e 6 novembre si è svolta la III edizione degli Stati generali della Green Economy, dedicati al tema dello sviluppo delle imprese della Green Economy nell'attuale situazione di crisi. In questo momento di grandissima difficoltà, gli Stati Generali hanno acquistato una particolare rilevanza in quanto il solo comparto che nel nostro Paese cresce, e vigososamente, è giustappunto quello della Green Economy e gli Stati Generali diventano e rappresentano il motore di una conversione culturale, e quindi di conseguenza anche politica ed economica, che sta ponendo l'economia sostenibile al centro del Progetto-Paese.

Nell'ambito dei lavori sono stati presentati e commentati, tralaltro, i risultati di una indagine sugli orientamenti degli imprenditori della green economy condotta tra aprile e maggio dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con il Consiglio Nazionale della Green Economy. Al sondaggio, articolato in 36 temi relativi ad 8 argomenti strategici, hanno risposto 437 imprenditori che gestiscono imprese per un totale di 64.573 dipendenti, con un fatturato complessivo di 15 miliardi e 956 milioni. Il campione esaminato è stato eterogeneo e inclusivo di imprese di diverse dimensioni (micro, piccole, medie e grandi) distribuite su tutte le

aree del Paese, di tutti i settori più rappresentativi della green economy (agroalimentare di qualità ecologica, riciclo di rifiuti, energie rinnovabili, efficienza energetica, servizi per l'ambiente).

Tra i risultati più significativi emerge quello del rapporto tra imprese e green economy: per il 95% un impresa green deve produrre con processi produttivi di elevata qualità; per il 94% un’impresa può av-

viarsi verso una green economy solo se realizza un serio programma di interventi e investimenti; per il 97% degli intervistati sono fondamentali i valori e la visione di chi guida un impresa green. Importante anche il risultato della visione dell'economia: per il 94% degli imprenditori interpellati la finalità dell'economia deve essere quella di assicurare un benessere duraturo e inclusivo; il 98% afferma che l'economia deve puntare sul risparmio e l'uso sempre più efficiente dell'energia e delle risorse naturali; per il 98%, inoltre, per avere un futuro tra le finalità dell'economia dovrebbero esserci quelle della conservazione del capitale naturale e l'assicurazione dei servizi ecosostenibili.


L’uomo e la sua impronta chimica Allarme rosso per i laghi e i fiumi d’Europa Anna Paparo A quanto pare la maggior parte delle nazioni europee non avrebbe abbastanza acqua nei laghi e nei fiumi per diluire l'inquinamento chimico a livelli sostenibili per l'ecosistema. È questa la conclusione alquanto allarmante a cui sono arrivati 2 studi, pubblicati su “Environmental Science & Technology” e ripresi da “Chemical and Engineering News”, che hanno sviluppato un metodo per calcolare questo indicatore sugli ecosistemi acquatici. Da anni, infatti, è possibile calcolare l'impronta “ecologica” lasciata dall'uomo sull’ambiente e valutare il consumo delle risorse rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle. Quello che finora mancava era, invece, un calcolo simile sull'impatto dell'inquinamento chimico, che stabilisca fino a che punto la terra è in grado di sopportare le sostanze immesse dall'uomo. Ma oggi la possibilità di calcolare l'“impronta chimica” è decisamente molto più vicina di quanto sembri. Sulla base della direttiva quadro dell'Unione europea in materia di

acque, che definisce la contaminazione accettabile nella misura in cui non più del 5% delle specie subisce effetti cronici limitati, gli scienziati hanno calcolato quanta acqua dolce serva per diluire le sostanze chimiche fino al livello considerato sicuro da Bruxelles. La ricerca coordinata e portata avanti dal Michiel Zijp, dell'Istituto nazionale olandese per la salute e l'ambiente, lancia l'allarme sui pesticidi in Europa nordoccidentale. Basti pensare che solo nel 2008, nei fiumi Reno, Mosa e Schelda l'impronta dei pesticidi era sette volte maggiore dell'acqua che scorreva nei fiumi. E ancora, Anders Bjrn, della “Technical University of Denmark”, ha, invece, analizzato le emissioni dei paesi europei nel 2004, giungendo alla conclusione che, considerati i livelli di acqua regionale, la maggior parte degli stati ha superato la capacità delle acque dolci di diluire i mix esplosivi di elementi chimici a livelli accettabili. Quindi, in Europa è stato rilevato un calo della biodiversità tra le specie che popolano i corsi d’acqua di oltre il 14%. Questo dato lancia un serio al-

larme di pericolo riguardo l’equilibrio e la vita dell’intero ecosistema. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio allarme rosso. Per questo, bisogna correre ai ripari. Bisogna cercare un modo pratico e veloce per tamponare e porre ri-

medio a questa situazione disastrosa e pericolosa per la salute nostra e della natura che ci circonda. È la terra che ce lo chiede, la flora, la fauna e le generazioni che verranno. Tutti insieme stanno lanciando un chiaro ed evidente S.O.S.

vivo, forte, assordante, che non può essere e non deve essere ignorato. È un dovere morale che abbiamo tutti nei confronti di noi stessi e del mondo intero. Quindi, chi ha tempo non aspetti tempo. Prima che sia troppo tardi.

Solaroad: la nuova pista ciclabile solare nasce in Olanda “Sotto questo sole, bello pedalare!” Così recitava il testo di una vecchia e famosissima canzone. E ora in Olanda sarà ancora più piacevole ed ecosostenibile. Infatti, nella periferia di Amsterdam nasce la prima pista ciclabile solare al mondo, SolaRoad, capace di produrre energia. La prima strada pubblica al mondo con pannelli solari incorporati ha debuttato lo scorso 12 novembre nella terra dei tulipani. Si tratta di una pista che collega Krommenie e Wormerveer, due sobborghi di Amsterdam. Percorsa ogni giorno da 2mila ciclisti, tra studenti e pendolari, per un tratto di 70metri sarà costituita da uno strato traslucido di vetro temperato, sotto cui si trovano file di celle solari in silicio cristallino racchiuse in moduli di calcestruzzo. Ecco un chiaro esempio di come ci sia la voglia

di percorrere la strada dell’ecosostenibilità. Una concezione unica, che trasforma il manto stradale in una fonte di energia, naturalmente pulita e rinnovabile. Il progetto, seguito dall’Organizzazione olandese

per la ricerca scientifica applicata (Tno), è costato oltre 3milioni di euro, finanziati sostanzialmente dalle autorità locali. Per i prossimi 3anni si tratterà di una fase di test. Si stima che con l’energia solare

prodotta alla fine potrà generare elettricità per 2 o 3 caseggiati. Nonostante vari accorgimenti, come una leggera pendenza dei pannelli, che permetta all’acqua piovana di lavare via lo sporco e lasciarli il

più esposti possibili al sole, i pannelli chiaramente non sono orientabili. Producono, dunque, circa il 30% di energia in meno rispetto a quelli posizionati sui tetti delle case. Un modo comunque innovativo e intelligente di introdurre i pannelli nei contesti urbani pubblici, per generare energia pulita da usare in vari modi per esempio per alimentare i semafori e le auto elettriche. L’obiettivo fondamentale è quello di estendere il più capillarmente possibile questa concezione negli anni a venire: il Tno stima che il 20% delle strade olandesi, pari a circa 28mila km, potrebbe essere adattato a questa pavimentazione. E se l’Olanda ha il merito di questo primato, vari Paesi stanno già pensando di trasformare le proprie strade in giganteschi pannelli solari. A.P.


Il controllo del territorio attraverso i Sistemi Informativi Territoriali integrati con Google Earth P. Iorio*, D. Lubrano* G.Ragone** Il controllo del territorio dal punto di vista ambientale può essere effettuato in maniera efficace ed immediata utilizzando le cosiddette “nuove tecnologie”. L’impiego di dati georeferiti (dati catastali, progettuali, impiantistici, ambientali, etc.), ad esempio, semplifica il lavoro che i tecnici dell’Agenzia Regionale Protezione Ambientale Campania effettuano sul campo, affinando gli strumenti di verifica e di conseguenza riducendo i tempi di risposta dell’Ente. Grazie all’impiego di software specialistici, come ArcGIS in dotazione all’Agenzia, è possibile effettuare operazioni di data entry, analisi e restituzione dei dati raccolti sul campo o derivanti da tematismi forniti dagli Enti preposti. La restituzione del dato non avviene esclusivamente attraverso il plottaggio o la stampa di layout cartografici ma, grazie a l’impiego di specifici script, è possibile trasformare i dati da formato shapefile, in file con estensione kml (Keyhole Markup Language), ovvero file con

Foto 1. Sono riportati due quadranti dove le zone in rosso rappresentano le aree soggette a vincoli; è chiaramente identificabile il limitato perimetro giallo che circoscrive l’area oggetto di spandimento dove nel primo quadrante, è pienamente ricadente in zona vincolata mentre nel secondo quadrante ricade in area libera da vincoli. linguaggio proprietario di Google, usato per la rappresentazione di dati geografici vettoriali georefenziati in WGS84, in programmi free

come Google Earth, uno strumento di facile utilizzo e dalle enormi potenzialità. In pratica, tale trasformazione, consente ai tecnici

Foto 3. Il perimetro rosso rappresenta la particella catastale rientrante nel Decreto Interministeriale Terra dei Fuochi oggetto d’indagine, mentre il punto blu rappresenta la posizione dell’operatore ARPAC rispetto alla particella da campionare.

Foto 2. Impianti di trattamento rifiuti autorizzati in regione Campania (in totale 822 impianti). Cliccando su ogni segnaposto è possibile riportare a video tutte le informazioni caricate nel file, fornite dalla Sezione Regionale del Catasto Rifiuti dell’Agenzia, relative all’azienda monitorata. dell’Arpac, dotati di idonei strumenti connessi alla rete internet (tablet o smartphone), di raggiungere ed identificare in maniera rapida una determinata area del territorio regionale ed accedere facilmente ad una serie di informazioni tecniche che sono caricate nel geodatabase di origine (anagrafica aziendale, estensione dell’area, foglio e particella catastale, eventuali vincoli ricadenti, caratteristiche terreni ed altro a seconda della tipologia di attività effettuata, etc.) e verificare la corrispondenza dei dati visionati con quelli già in possesso dell’Agenzia. Tale metodica è stata utilizzata con profitto, nell’ambito del progetto della Regione Campania denominato AGRISAFO, consistente nell’individuazione e georeferenziazione dei frantoi e dei terreni agricoli utilizzati per lo spandimento dei reflui oleari. In sintesi, con le attività di questo progetto, si è provveduto a verificare l’idoneità di 4.429 suoli comunicati dai proprietari dei frantoi, rispetto ai vincoli ambientali

regionali esistenti. Attualmente, tale procedura è utilizzata anche nell’ambito delle attività inerenti la cosiddetta “Terra dei Fuochi” (ad esempio individuazione dei terreni da indagare, come da Decreto Interministeriale dell’11/03/2014, ed ubicazione dei punti di campionamento completi di indicazioni inerenti le coordinate geografiche proiettate nel Sistema UTM) e sarà inoltre a breve impiegata anche nell’ambito del progetto MONITEF per l’individuazione, sul territorio regionale campano, sia delle aree oggetto di allevamenti animali che di quelle di spandimento dei reflui zootecnici. Successivamente, a tali aree saranno sovrapposti i reticoli idrografici esistenti e si procederà alla campionatura di acque superficiali in zone ritenute particolarmente “impattate” da tali attività. A titolo esemplificativo, sono riportate alcune immagini riguardanti i file generati con la metodica descritta. *UO RIUS/MOCO/Direzione Tecnica ARPAC **UOC SCB/ Direzione Tecnica ARPAC


Raccontiamo il meteo

Come si caratterizza il mese di dicembre?

Termina un autunno particolarmente mite Gennaro Loffredo Con l’ultimo giorno del mese di novembre si conclude ufficialmente l’autunno meteorologico, una stagione che quest’anno si è presentata ricca di eccessi, prevalentemente orientati verso il caldo, e funestata dalle tremende alluvioni che hanno colpito alcune regioni del nord Italia. Con dicembre ci si avvia a grandi passi verso il clou della stagione fredda. Non a caso l’ultimo mese del calendario è considerato dal punto di vista meteorologico il primo dell’inverno. Le giornate si accorciano fino al giorno 21, poi cominciano, anche se molto lentamente, ad allungarsi. Nonostante ciò dicembre non è considerato il mese più freddo dell’intero trimestre e specie nella prima parte del mese il tempo tende ad avere ancora caratteristiche della stagione autunnale. Se infatti la temperatura seguisse con linearità il grado di luminosità, il massimo di intensità del freddo si collocherebbe all’incirca alla fine di questo mese. Questo non accade grazie al concetto di inerzia termica del corpo, ovvero la capacità di un corpo di mantenere il calore accumulato per diverso tempo: non a caso il picco del freddo si manifesta sempre un mese

ARPA CAMPANIA AMBIENTE del 30 novembre 2014 - Anno X, N.22 Edizione chiusa dalla redazione il 28 novembre 2014

dopo, ovvero tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio. Le temperature sono in graduale diminuzione durante tutto il mese e, di giorno vanno da valori compresi tra 3 e 10 gradi al nord e tra 8 e 15 al sud. Capita spesso comunque durante le giornate più assolate che sulle regioni meridionali si possano tranquillamente toccare ancora i 20°C e in casi rari persino superarli. Ad esempio nel caso del dicembre del 2000, a Napoli si registrò una temperatura record di 24,4°C. Di notte, al nord le temperature scendono quasi sempre sotto lo zero anche in pianura, mentre sulle regioni del Sud può avvenire solo in casi di forti avvezioni di aria fredda continentale. Le nebbie sono molto frequenti, specie nelle pianure del nord, dove rappresentano un serio pericolo per la circolazione stradale. In montagna si hanno quasi sempre delle abbondanti nevicate, soprattutto sulle Alpi, dove gli amanti dello sci trovano sicuramente neve sufficiente per il loro sport preferito. Tra i due versanti della Penisola, quello adriatico è maggiormente esposto ai

venti freddi di bora e tramontana e alle nevicate, mentre in quello tirrenico si verificano piogge più frequenti e abbondanti. Per camminare all’aperto si usano giacconi imbottiti o cappotti, soprattutto al nord, mentre al sud, come detto poc’anzi, in certe giornate assolate può essere sufficiente un pullover di lana. Il mese, ovviamente, è caratterizzato dal periodo di Natale, per cui le strade e i negozi sono affollati, e l’allegria e il calore umano compensano bene il freddo della stagione. Le precipitazioni avvengono con frequenza leggermente superiore a quella di novembre, tuttavia sono meno abbondanti e di conseguenza il pericolo di catastrofiche alluvioni diminuisce. Il mare, che è la principale fonte di apporto di umidità nell’aria, diventa sempre più freddo per cui l’evaporazione è minore e quindi le piogge risultano più moderate. I venti risultano spesso moderati o forti di provenienza occidentale e i mari sono generalmente mossi e, durante le perturbazioni, possono essere anche molto agitati. L’inverno, dopo un autunno a dir poco caldo, potrebbe bussare alla nostra porta nel corso delle prossime settimane rammentandoci che ogni stagione ha una storia a sé. La natura non segue mai delle regole fisse e spesso ci sorprende anche con eventi piacevoli, rari e proprio per questo emozionanti, e non sono in pochi a sperare di vedere un bianco Natale.

Pietro Vasaturo Pietro Funaro CAPOREDATTORI

Salvatore Lanza, Fabiana Liguori, Giulia Martelli IN REDAZIONE

Cristina Abbrunzo, Anna Gaudioso, Luigi Mosca, Andrea Tafuro GRAFICA E IMPAGINAZIONE

Savino Cuomo HANNO COLLABORATO

I. Buonfanti, F. Clemente, P. D’Auria, F. Cuoco, G. De Crescenzo, A. Esposito, E. Ferrara, R. Funaro, L. Iacuzio, P.Iorio, G. Loffredo, D.Lubrano, R. Maisto, D. Matania, B. Mercadante, A. Morlando, A. Palumbo, S.Patrizio, A. Paparo, G. Ragone, F. Schiattarella, L.Terzi SEGRETARIA AMMINISTRATIVA

Carla Gavini DIRETTORE AMMINISTRATIVO

Pietro Vasaturo EDITORE Arpa Campania Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1 80143 Napoli REDAZIONE Via Vicinale Santa Maria del Pianto Centro Polifunzionale Torre 1- 80143 Napoli Phone: 081.23.26.405/427/451 Fax: 081. 23.26.481 e-mail: rivista@arpacampania.it Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Napoli n.07 del 2 febbraio 2005 distribuzione gratuita. L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti e la possibilità di richiederne la rettifica o la cancellazione scrivendo a: ArpaCampania Ambiente,Via Vicinale Santa Maria del Pianto, Centro Polifunzionale, Torre 7-80143 Napoli. Informativa Legge 675/96 tutela dei dati personali.

Settimana per la riduzione dei rifiuti Anna Gaudioso Fino al 30 Novembre si celebra l’edizione 2014 della settimana dei rifiuti. La “Settimana” dedicata ai rifiuti è un’iniziativa nata all’interno del Programma LIFE+ della Commissione Europea, per sensibilizzare le istituzioni, e tutti i consumatori per quanto riguarda le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti messe in atto dall’Unione europea: politiche, ovviamente, che gli Stati membri devono perseguire. Dunque, coinvolgere al massimo le pubbliche amministrazioni - questo è uno degli obiettivi - oltre alle associazioni e organizzazioni no profit, alle scuole e alle università, alle imprese, alle associazioni di categoria e ai cittadini che potranno proporre azioni volte alla riduzione dei rifiuti, a livello nazionale e locale. «L’obiettivo strategico di questa campagna di sensibilizzazione - ha affermato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti - non consiste nel trovare nuovi modi per smaltire

Tante le iniziative negli stati membri dell’Unione europea

A Mercato San Severino

DIRETTORE EDITORIALE DIRETTORE RESPONSABILE

Le banche dati di ambientale cui dispone Educazione

Quali sono, per le pubbliche amministrazioni, i principali adempimenti in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza? Arpac, che da un anno circa ha avviato un percorso in queste materie, ha offerto la propria esperienza al comune di Mercato San Severino, in provincia di Salerno. Nel palazzo vanvitelliano che ospita gli uffici municipali, si sono tenute due giornate di formazione, con la partecipazione del Responsabile Arpac per la prevenzione della corruzione e per la trasparenza, il dott. Pietro Funaro (nella foto, insieme all’ avv. Maria Gabriella Tagliamonte, dello staff del Responsabile anticorruzione). L’iniziativa, che si è svolta il 19 e il 27 novembre, ha avuto, tra gli obiettivi, quello di aggiornare il piano anticorruzione dell’amministrazione comunale.

rifiuti ma di’evitare di produrli, innescando processi produttivi come l’eco-design in cui già dalla progettazione si pensi al loro riciclaggio e al riutilizzo dei materiali». Una delle forme eticamente più odiose della produzione dei rifiuti è lo spreco alimentare perché innesca un consumo di risorse inutile, dannoso e riprovevole a fronte della carenza di cibo di cui soffrono ampie aree del mondo. Il Ministero dell’Ambiente è in prima linea nella battaglia contro lo spreco alimentare. «È un modo per tutelare le nostre risorse naturali - ha detto il ministro - ma anche per costruire una società che privilegia i valori della giustizia sociale e della civiltà». Come segno di soddisfazione l'Italia è stata protagonista nel maggio scorso a Roma, per aver organizzato la cerimonia di premiazione delle migliori azioni. Sul sito www.ewwr.eu è stato predisposto un contatore che indica quante azioni di sensibilizzazione sono state realizzate, nell’ambito della Settimana, nei ventotto stati membri dell’Unione.


Patrimonio UNESCO: non sempre in “buona salute” In Africa la situazione più critica, ma non va meglio per gli altri continenti Alessia Esposito I patrimoni dell’umanità UNESCO sono in pericolo. Lo rivela il nuovo rapporto IUCN World Heritage Outlook, pubblicato in occasione del Congresso Mondiale dei Parchi svoltosi a Sydney. Si tratta del primo resoconto mondiale sui 228 siti naturali riconosciuti come patrimonio mondiale dell’umanità. Il risultato è preoccupante: ben il 37% del totale dei siti è stato definito a rischio e non fanno eccezione quelli all’interno del nostro Paese. Lo stato di salute del 29% di questi è stati definito "con preoccupazioni significative", l'8% del restante sono invece i siti in "pericolo critico" e con "necessità di urgenti azioni". Quali le minacce che incombono sui siti? Cambiamento climatico, bracconaggio, la deforestazione e attività invasive che ripercuotono la loro azione negativa in particolare sulla biodiversità. In Europa le cause principali sono turismo e inquinamento delle acque: nessun sito UNESCO europeo, comunque, appartiene per il momento a questa seconda categoria. La situa-

zione più critica si registra invece in Africa, soprattutto nella Repubblica del Congo dove guerra, bracconieri e trafficanti illegali deturpano le aree naturali. Proprio in Africa il Parco Nazionale del Virunga ha il triste primato di maglia nera della conservazione: è in questo sito maltrattato che vive circa la metà dei

gorilla di montagna rimasti. A destare grande preoccupazione è anche il Parco Nazionale del Serengeti in Tanzania. Ma le problematiche sono anche negli altri continenti: Asia, Nord America, Oceania. A rischio c’è la Grande Barriera Corallina in Australia, il parco nazionale delle Everglades in Florida,

Machu Picchu in Perù ed il Parco Nazionale di Sundarbans in India. Poi ci sono gli asiatici Tropical Rainforest Heritage di Sumatra (Indonesia) e il Complesso forestale di Dong Phayayen-Khao Yai (Thailandia). Poco meno di due terzi (il 63%) presenta invece un buono stato di conservazione. Ma non è tutto oro

Grandi mareggiate. Da Licola a Baia la costa piena di rifiuti Le grandi mareggiate abbattutesi sul litorale flegreo hanno trasportato una grandissima quantità di rifiuti e detriti provenienti dal golfo, da Licola, Cuma a Monte di Procida fino a Baia. Le tempeste hanno trasportato lungo la costa e sulla battigia moltissimi retini, plastica, polistirolo, cottonfioc, frammenti di vetroresina e di legno, così tanto da ricoprire la sabbia. Non sono state risparmiate neanche le sponde del lago Miseno collegato al mare attraverso le foci di Miliscola e Miseno, apparse nei giorni scorsi a chi percorreva la pista ciclabile in alcune zone inondate da bicchieri di plastica, cartacce, pezzi di legno e sacchetti. Sono quindi state moltissime le segnalazioni dei cittadini al Comune che ha provveduto a rimuovere quanto era stato depositato dalle correnti marine attraverso i canali. Questa emergenza periodica, interessa la litoranea flegrea soprattutto nei mesi invernali, quando le tempe-

ste lasciano sulle spiagge quello che il mare, ormai considerato come una specie di pattumiera gigante raccoglie. I detriti inondano così tanto coste e fondali che a volte si organizzano giornate ecologiche con volontari per cercare di dare una mano a ripulire gli arenili; il loro obbiettivo è rimuovere pneumatici, batterie dismesse, plastica, elettrodomestici e carcasse di imbarcazioni. Sono colpite da questa

emergenza per la particolare posizione geografica la località di Pozzuoli, specialmente il lato del parco archeologico sommerso, Capo Miseno e la spiaggia romana tra Fusaro e Cuma. Per contrastare questo fenomeno servono azioni di controllo e monitoraggio da parte degli Enti e istituzioni di competenza, affinchè siano adottate strategie che individuino le cause di questo sversamento di detriti e rifiuti che le correnti marine ogni volta, restituiscono. Questa urgenza sembra presentarsi in particolari periodi dell'anno ovvero, in autunno ed inverno, mentre un altro dato importante, è la presenza di polistirolo che si deposita in grandi quantità sugli arenili. Questo materiale non è biodegradabile ed ha un tempo stimato per il suo deterioramento di mille anni, quindi sbriciolandosi, rende vano ogni tentativo e operazione di pulizia e bonifica. R.M.

quello che luccica: solo il 21% di questi siti è stato ritenuto "buona prospettiva di conservazione” (come l’Etna in Sicilia, l’Uluru-Kata Tjuta National Park in Australia, il monte Huangshan in Cina, il Jungfrau-Aletsch in Svizzera, l’Hawaii Volcanoes National Park), mentre il restante 42% come siti in "buono stato con alcune preoccupazioni" (ad esempio Dolomiti e Isole Eolie). Il tipo di gestione si è rivelata fondamentale per i risultati del rapporto: il 54% dei siti sono ben gestiti, mentre c’è una grave preoccupazione per la qualità della gestione nel 13% dei siti. Questa infatti può fare la differenza: ad Aldabra nelle Seychelles i pericoli sono tanti, ma riesce a classificarsi nella categoria “buona con alcune preoccupazioni” grazie all'attenta gestione. Cyril Kormos, vicepresidente Iucn, ha commentato: «Patrimonio dell’Umanità è sinonimo di eccellenza nella gestione e il nuovo World Heritage Outlook è un invito ad agire in modo tale che tutti i siti elencati dimostrino in modo inequivocabile la migliore conservazione. Con questa nuova piattaforma non si tratta solo di controllare come vanno le cose. Promuove anche nuovi modi per prendersi cura del nostro Patrimonio Mondiale naturale, in modo che i siti che affrontano problemi critici possono raggiungere una prospettiva positiva».


Presentato il nuovo Rapporto: il 32,5% degli edifici necessita di interventi di manutenzione urgente

Sos Scuola: Legambiente chiama le Istituzioni Fabiana Liguori Da pochi mesi è cominciata la scuola. Tantissimi bambini e ragazzi sono tornati tra i banchi. È negli edifici scolastici che trascorrono gran parte del loro tempo. Giocano, imparano, sorridono e condividono tra quelle mura. Se fossi madre, mi piacerebbe sapere dove lascio mio figlio: sapere con certezza se la struttura scolastica che lo accoglie è un ambiente sicuro per quanto possibile, almeno sulla carta. Credo che sia un diritto di ogni famiglia essere informata sullo stato reale delle cose, soprattutto se le cose non sono affatto buone cose. Secondo il rapporto “Ecosistema Scuola” 2014 pubblicato da Legambiente, sullo stato di “salute” di 6.648 scuole italiane (dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado di 94 capoluoghi di provincia) la situazione è poco incoraggiante. I dati,relativi ovviamente al 2013, mostrano che: il 32,5% degli edifici necessita di interventi urgenti di manutenzione. In più: il 58% è stato costruito prima dell'entrata in vigore della normativa antisismica del 1974 e, se contestualizziamo le scuole in base alla tipologia di territorio su cui sono state erette, il 9,8% “vive” su aree a rischio idrogeologico, il 41,2% su aree a rischio sismico e l’8,4% a rischio vulcanico. Già detto

In Campania

questo, la sicurezza dovrebbe essere, da parte delle Istituzioni, il primo grande problema da risolvere. A tal proposito gli edifici costruiti secondo criteri antisismici sono solo il 7,8% mentre quelli in cui è stata eseguita la verifica di vulnerabilità sismica il 22,2% (contro il 27,3% del 2012). Se consideriamo le strutture dei soli Comuni a rischio sismico (zona 1 e 2) solo il 14,3% ha eseguito la verifica di vulnerabilità antisismica (contro il 21,1% del 2012). Vecchie e ancora carenti di alcune certificazioni essenziali

le scuole italiane scendono al 53,1% quelle che hanno il certificato di agibilità (61,2% nel 2012); al 30,9% quelle dotate del certificato di prevenzione incendi (35,9% nel 2012) e al 58,1% quelle con il certificato di agibilità igienico-sanitaria (73,8% nel 2012). Sul fronte della bioedilizia sono solo lo 0,6% le scuole costruite a criterio. L’uso delle energie rinnovabili, invece, segna quest’anno uno stallo, fermandosi al 13,6%. La maggior parte degli edifici presenta pannelli fotovoltaici (78,1%), impianti solari termici (25,9%), impianti a geotermia e/o pompe di calore (3,3%), a biomassa (0,5%) e a biogas (unica scuola in Campania). Segnali positivi, che confermano il trend del 2012, sono quelli relativi alla raccolta differenziata: plastica (76,8%), alluminio (57,8%), organico (67,9%), pile (58%), carta (83,4%), toner (64,4%) e Raee (3%). Unica eccezione il vetro che con il 68,8% risulta in calo rispetto all’anno precedente (73,3%). Dei 94 Comuni capoluogo coinvolti nell’indagine di Legambiente è Trento la città d’eccellenza. Seguita da Pordenone e Forlì. “La messa in sicurezza e la riqualificazione energetica degli edifici scolastici – ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente - devono es-

Rosa Funaro Legambiente chiede, i comuni campani rispondono. Tutti, o quasi. Caserta manca all’appello. Il trend rimane lo stesso dello scorso anno. Le città si posizionano nella parte intermedia della classifica stilata nel Rapporto: Napoli (39º), Avellino (41º) e Salerno (50º). Benevento al 27simo posto fa cose migliori. La metà delle scuole presenti sul territorio è stata costruita dopo il ‘74, l’11,4% con criteri antisismici (ben al di sopra della media nazionale che si attesta al 7,8%) e al 26,9% è stata eseguita la verifica di vulnerabilità sismica (valore di poco superiore rispetto al 22,2% della media nazionale). Un dato rafforzato da quello sulla manutenzione straordinaria eseguita negli ultimi 5 anni: in ben il 64,4% degli edifici (47,7%, la media nazionale). I comuni provvedono a dotare le scuole di quasi tutte le certificazioni, da quella di idoneità statica (96%) e di agibilità (95,2%) a quella igienico sanitaria (100%), in particolare Benevento, Napoli e Avellino. Le carenze riguardano i servizi e le pratiche ecocompatibili: per ora sono stati fatti passi avanti sulla mobilità limitando la velocità dei veicoli a 30 km/h nelle zone limitrofe e nel servizio mensa dove si distribuiscono pasti bio. La raccolta differenziata è il vero fiore all’occhiello (100% plastica, 96,8% vetro, 95,8% alluminio, 92,8% organico) ma siamo ancora indietro sull’utilizzo delle rinnovabili (2,1%), ben al di sotto della media nazionale (13,6%). In crescita il monitoraggio sulle condizioni di rischio: oltre a quello relativo all’amianto effettuato in tutte le strutture, dall’ indagine emerge anche l’impegno nelle verifiche per r quanto riguarda la presenza di emittenti radio-tv in prossimità degli edifici (50%), mentre ancora bassi sono i controlli relativi al radon (25%). sere uno degli obiettivi prioritari di questo Paese e un’occasione da cui partire per creare un altro sviluppo, per contribuire alla rigenerazione urbana, ma soprattutto per far uscire l’edilizia scolastica italiana dall’attuale stato di emergenza in cui si trova. Abbiamo bisogno di scuole più sicure ed energeticamente efficienti. Per questo proponiamo al Governo Renzi di vincolare i prossimi finanzia-

menti, che erogherà alle Amministrazioni, a progetti che uniscano messa in sicurezza e abbattimento dei consumi energetici del 50% rispetto ai consumi di partenza della scuola. Tra l’altro la stessa direttiva europea 2012/27 Ue sull’efficienza energetica chiede una riqualificazione annua del 3% degli edifici pubblici, un’opportunità che l’Italia non può perdere”.


Rosetta e il suo turbolento accometaggio Rosario Maisto Dopo l’entusiasmo per l’accometaggio di Philae sul nucleo della cometa 67/P ChuryumovGerasimenko, sono cominciate le preoccupazioni per i responsabili della missione. Ciò che è stato fatto finora è già un grande risultato per l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), ma non tutto è andato come previsto. Dopo il primo touchdown, avvenuto esattamente nella zona prevista, il lander “Philae” invece di ancorarsi al suolo con i suoi due arpioni, ha subito due rimbalzi e si è fermato su un pendio, probabilmente sul bordo di un cratere, che peraltro si trova in ombra, a causa della presenza nelle vicinanze di un enorme roccione. Si è risollevato dalla superficie per 1 ora e 50 minuti e durante questo periodo ha viaggiato per circa 1 km sorvolando il nucleo cometario ad una velocità di 38 cm/s,ha toccato di nuovo la superficie ma ha subito un altro rimbalzo ad una velocità di 3 cm/s, per poi posarsi definitivamente 7 minuti più tardi. La causa di questo tormentato accometaggio è stata la mancata accensione del sistema che avrebbe dovuto sparare i due arpioni posizionati sul ventre del modulo, che avrebbero dovuto ancorarlo alla superficie cometaria, mentre le cause di questo malfunzionamento sono ancora tutte da accertare, anche se è apparso subito chiaro che le cose non erano andate del tutto bene perché i collegamenti radio, nella prima ora, sono stati discontinui, rivelando i rimbalzi e l’instabilità della sonda. Uno dei maggiori problemi è che la posizione assunta dalla sonda non è favorevole a una piena esposizione delle celle fotovoltaiche alla luce del Sole, per cui gli strumenti di bordo hanno utilizzato l’energia fornita delle batterie che sono state progettate per alimentare il lander per circa 55 ore. Se Philae si fosse posata nella posizione prevista, i suoi pannelli solari avrebbero potuto ricevere una radiazione sufficiente a ricaricare le batterie. Alle 1:36 del 15 novembre è stato perso il contatto con il lander, infatti, la riserva di elettricità si è esaurita, e, poi-

Raccolta differenziata

“RECYCLING TREE”, IL BIDONE INTELLIGENTE

ché l’esposizione al Sole dei pannelli fotovoltaici è soltanto di circa 90 minuti al giorno, per ora la radiazione solare non è sufficiente a garantire l’autonomia energetica della sonda. Philae è quindi entrata automaticamente in ibernazione. I responsabili della missione sperano però in un risveglio quando la cometa sarà più vicina al Sole avendo condizioni favorevoli tali da permettere di nuovo il funzionamento dei suoi strumenti, difatticon un comando da terra si è fatto un tentativo per orientare meglio la sonda ma al momento non si sa se sia riuscito. Nonostante tutto però ci sono però anche buone notizie, infatti il trapano di costru-

zione italiana ha funzionato, non c’è stato il temuto ribaltamento della sonda, il materiale di scavo potrà probabilmente essere sottoposto all’analisi nel fornetto ad alta temperatura (800 °C) e i dati raccolti prima dell’entrata in standbypotranno essere trasmessi quando le celle fotovoltaiche riusciranno a ricaricare la batteria. Inoltre le immagini e i dati già trasmessi sono sufficienti per dire che la missione europea Rosetta-Philae segna un enorme passo avanti nella conoscenza delle comete, e quindi delle origini del Sistema Solare e orgogliosi di tutto, aspettiamo impazienti altre notizie del nostro amico astronauta.

La raccolta differenziata in Italia non è ancora stata metabolizzata: le istituzioni non promuovono sufficienti misure a sostegno dei cittadini, i quali, però, anche a causa della scarsa informazione a riguardo, non hanno ancora ben compreso come differenziare i propri rifiuti. Per semplificare questa procedura, gli studiosi della Link Campus University di Roma hanno realizzato il progetto “Recycling Tree”, una coppia di “bidoni intelligenti”, che aiutano il consumatore a suddividere i rifiuti nel modo corretto. I prodotti, presentati alla Maker Faire di Roma lo scorso ottobre, hanno lo scopo di sensibilizzare la popolazione sul tema della raccolta differenziata: i due contenitori, infatti, grazie a dei servocontrollori e dei sensori Intel Galileo, riescono a distinguere la plastica dall’alluminio. Per identificare la prima, viene utilizzato un sistema basato sulla rifrazione della luce, attraverso un LED luminoso ed un sensore di luminosità, mentre per riconoscere l’alluminio, viene sfruttata la capacità di conduzione elettrica dei fondi delle latte. Nel caso venga gettato il rifiuto nel cesto sbagliato, il bidone lo espellerà, notificando un messaggio d’errore, mentre, in caso contrario, invece, segnalerà la corretta procedura. Si tratta, dunque, di una vera rivoluzione nel campo della raccolta differenziata, con la speranza che a questo progetto ne seguano altri e che, tutti questi prototipi, riescano a sensibilizzare gli italiani a questo tema ed alla sostenibilità ambientale. F.C.

Algamoil: presentato il nuovo biocarburante Fabiana Clemente I nostri oceani – ricchi di vegetazione – potrebbero essere la risposta alla piaga che affligge, in maniera sempre più preponderante, il nostro pianeta. Stiamo parlando dell’inquinamento atmosferico e ambientale. Fino ad oggi sono stati identificati circa 3000 agenti contaminanti dell’aria. Industrie e mezzi di trasporto sono tra i principali emittenti di queste sostanze – dannose per uomo e ambiente. È giunta l’ora di rimpiazzare definitivamente l’impiego dei combustibili fossili, che non hanno fatto altro che avvelenare il nostro pianeta. Combustibili che, in ogni caso, non sono rinnovabili.

Quindi in via di esaurimento. In ottemperanza alle direttive europee – finalizzate ad una riduzione del 40% dell’inquinamento atmosferico entro il 2020 e un maggiore utilizzo di biocarburanti da fonti alternative – qualcosa sembra stia cambiando. Come invertire la rotta? Buone notizie sono state divulgate dall’Università di Modena – che ha presentato il progetto Alagamoil. Altro non è che una miscela di metano e biodiesel ricavata dalle alghe che abbatte a zero le emissioni di CO2. Il Convegno realizzato a Modena lo scorso giugno - in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari di UNIMORE. Telegroup, HPE Group, Studio STM – ha

avuto la possibilità di mostrare i dati della sperimentazione dell’innovativo progetto. Ovvero, l’eliminazione di propagazione di anidride carbonica – principale responsabile dell’effetto serra e del conseguente riscaldamento globale. Inoltre, è stato dimostrato che i motori Dual-Fuel alimentati per il 50% con metano e per il 50% con Biodiesel Algamoil sono uguali in potenza e autonomia di percorrenza a motori alimen-

tati con il diesel sinora in commercio. Non c’è che dire. Una vera e propria rivoluzione ambientale. L’Università di Modena ha già messo in funzione il primo impianto sperimentale per la produzione di biodiesel da alghe – denominato Polo dell’alga combustibile Algamoil. Impianto sviluppato dalla Telegroup. Il biodiesel ricavato dalle alghe è un combustibile utilizzabile nei motori delle vetture alimentate a gasolio. Basti pensare che negli Stati Uniti questa realtà sta già prendendo piede. Molti i siti, sinora istallati, per l’erogazione del “nuovo” carburante. Che si diffonda presto su larga scala con effetti desiderati? Ai posteri l’ardua sentenza.


I LABIRINTI VEGETALI Intriganti opere di architettura del verde Antonio Palumbo I giardini organizzati in labirinti e la loro riproposizione a diverse scale continuano ad appassionare architetti, paesaggisti e cultori di tutto il mondo. Oltre all’aspetto ludico, che accomuna i labirinti vegetali ed architettonici ad altre forme progettuali, è possibile ricercare in essi significati più profondi e simbolici. L’arte topiaria, con la costante sottomissione della natura alle regole umane, porta ad una varietà di realizzazioni, in grado di conservare nel tempo la loro singolare carica compositiva, funzionale e progettuale. Queste intriganti opere di architettura del verde, a partire dal Seicento, si sono diffuse in tutta Europa, lasciandosi alle spalle gran parte delle simbologie magiche e religiose per essere solo motivo di divertimento o puramente ornamentale. In tutto il mondo i labirinti stanno tornando di gran moda, ed è un fiorire di restauri e di nuove creazioni, che utilizzano spesso le tecnologie più avanzate per raggiungere risultati assolutamente sorprendenti. In Italia il fenomeno è nell’aria: c’è da scommettere che non tarderà a rendersi evidente. Solo per menzionare qualche esempio storico, iniziamo dal più straordinario labirinto del Belpaese: si trova a Strà, nel giardino della Villa Nazionale Pisani, sulla Riviera del

Brenta. Progettato nel ‘700 da Girolamo Frigimelica, l’architetto che curò tutto l’impianto scenografico della struttura, è un labirinto ‘a opzioni’, che prevede un certo numero di varianti e di vicoli ciechi. A una cinquantina di chilometri, a Valsanzibio-Galzignano Terme, si può visitare poi un altro interessante labirinto di bosso, quello del giardino della Villa Barbarigo, con un percorso lungo più di 1,5 km. Fu

realizzato nella seconda metà del Seicento per volere del cardinale Gregorio Barbarigo, che lo intese quale simbolo dell’incertezza del cammino della vita umana. È quasi impossibile contare i labirinti nel Regno Unito. Quello nel giardino del Palazzo di Hampton Court, sul Tamigi, a circa 25 km a sud ovest di Londra, è considerato “il labirinto” per eccellenza: creato alla fine del Seicento, di

forma trapezoidale, è sviluppato su un’area di circa 1.500 mq con un percorso di 800 metri lineari. Il labirinto di Schönbrunn a Vienna, che ha visto passeggiare tra i suoi viali la famiglia imperiale asburgica, oggi è aperto a tutti i visitatori. Come questi, sono numerosissimi gli esempi storici, più o meno celebri, di labirinti vegetali in molti altri Paesi europei, come Francia, Germania,

Belgio e Olanda. Attualmente, inoltre, si stanno velocemente affermando i cosiddetti “labirinti effimeri”, quelli che durano lo spazio di una stagione e che vengono realizzati ex novo ogni anno, quasi sempre con un tracciato differente da quello precedente: sono già diffusissimi negli USA, in Canada e in diversi Paesi del Centro e Nord Europa. Ad oggi, il più noto progettista di labirinti vegetali - che li realizza in ogni angolo del mondo ove sia richiesta la sua straordinaria capacità creativa - è l’inglese Adrian Fischer. I suoi labirinti nascono per integrarsi con naturalezza in parchi storici, come quello di Blenheim Palace, o per trasformare un semplice campo di granturco in un avveniristico parco divertimenti. Straordinario è indubbiamente il Labyrintharium, inaugurato poche settimane fa a Castel Loucen, nella Repubblica Ceca: un complesso di 10 labirinti, uno diverso dall’altro: da quello realizzato con 343 luci azionate elettronicamente al labirinto di siepi con 12 uscite che si aprono e si chiudono in sequenza.


Mozzarella blu? Mai più! I ricercatori del CNR bloccano il fenomeno dell’anomala colorazione Salvatore Patrizio* Molto spesso quando ci capita di parlare di un determinato colore tendiamo ad associarlo ad un alimento: il rosa al salmone, il rosso al pomodoro, il giallo al limone, il bianco alla mozzarella e così via dicendo. Però, qualche anno fa (precisamente nel 2009) l’abbinamento “bianco” a “mozzarella” è stato messo a dura prova dal fatto che il gustoso prodotto alimentare presentava, fortunatamente non sempre, una sgradevole colorazione blu. Si è così scoperto, grazie agli studi condotti dal prof. Carlo Cantoni, che la mozzarella (per l’esattezza il Fior di latte) si presentava colorata a causa della presenza di ceppi di batteri non patogeni appartenenti al genere Pseudomonas. La presenza di batteri in alcuni cibi può facilmente verificarsi in quanto gli alimenti sono fatti di composti chimici ed i microrganismi (batteri, lieviti, muffe ed anche virus) trovano al loro interno un habitat ideale. Qualche volta sono molto utili perché trasformano una materia prima (es. latte, carne, uva) in un alimento fermentato (yogurt, salame, vino); altre volte no perché possono produrre tossine (pericolose per l’uomo) o trasformare l’alimento in un prodotto poco gradevole alla consumazione (come nel caso della mozzarella blu). Ciò premesso, nel 2012 un team di ricercatori

dell’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISPA-CNR) di Bari ha accertato che popolazioni di questo batterio, inizialmente presenti in minime quantità nell’acqua di governo della mozzarella, tendevano ad aumentare notevolmente durante la conservazione a basse temperature. Esse provocano l’esfoliazione dello strato superficiale del prodotto caseario e il suo conseguente scadimento commerciale. Poiché l’uso degli antibiotici è vietato nel settore alimentare si è cercato di contrastare il proliferare di questi microrganismi con l’aggiunta, nel liquido di conservazione della mozzarella, di una piccola quantità di una miscela di peptidi della lattoferrina (proteina del latte

commercialmente utilizzata nella formulazione di integratori e nei prodotti per l’infanzia). In questo modo si è ottenuta una riduzione significativa e il rallentamento della crescita dei batteri, senza apportare alcuna modifica alle caratteristiche sensoriali e di consistenza del prodotto. Lo stesso approccio è stato testato dal medesimo gruppo di ricerca (coordinato dal dr. Leonardo Caputo) contro ceppi di Pseudomonas fluorescens, responsabili della colorazione blu delle mozzarelle Fiordilatte. Questi ceppi sono stati isolati ed identificati dalle dr.sse De Castelli e Bianchi dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. I risultati hanno dimostrato che la miscela di peptidi della lattoferrina svolge

una potente azione battericida contro questi batteri pigmentanti. Inoltre, le mozzarelle, appositamente contaminate da uno di questi ceppi e conservate a 4°C in liquido di governo corretto con peptidi della lattoferrina, non hanno sviluppato la colorazione blu che è stata invece osservata dopo 5 giorni su mozzarelle prive di peptidi antimicrobici. Utilizzando metodologie avanzate di spettrometria di massa è stato anche possibile accertare, per la prima volta, che il pigmento responsabile della colorazione blu, estratto direttamente dalle mozzarelle contaminate, è l’indigoidina (rilevabile anche su mozzarelle apparentemente bianche dopo 3 giorni di frigoconservazione). Non è stata trovata, invece, nessuna traccia di indigoidina

nelle mozzarelle trattate con i peptidi della lattoferrina. Attualmente, presso i laboratori dell’ISPA-CNR si stanno svolgendo ulteriori ricerche per comprendere i meccanismi che sono alla base dell’azione antimicrobica dei peptidi della lattoferrina ed individuare i fattori che promuovono l’aumento delle popolazioni alterative di P. fluorescens nel microbiota della mozzarella. I risultati fin qui ottenuti pongono le premesse per l’utilizzo di sostanze antimicrobiche naturali nei prodotti caseari, per preservarne la loro integrità, ed offrono un importante contributo nel miglioramento della tecnica di produzione e conservazione della mozzarella italiana la cui prelibatezza è riconosciuta in tutto il mondo. *CNR/IBAF UOS Napoli


La conferma arriva dall’AIFA, Associazione Italiana del Farmaco

A breve i primi vaccini contro il cancro Fabio Cuoco I vaccini terapeutici contro il cancro “arriveranno nei prossimi tre anni, dato che gli studi in questo settore sono già i fase avanzata”. Queste sono state le parole di Luca Pani, il direttore generale dell’Aifa, Associazione Italiana del Farmaco, che ha rassicurato la stampa ed i media, in occasione del convegno sulle vaccinazioni europee, promosso dal ministero della salute, nell’ambito del semestre italiano di presidenza europea. La notizia, ovviamente, ha tranquillizzato non soltanto il vecchio continente, ma tutto il resto del mondo dato che, secondo stime recenti, nel 2012 sono stati diagnosticati circa 13 milioni di tumori maligni nel mondo, mentre ben 7,6 milioni di persone sono morte a causa del cancro. Tale dato conferisce a questa patolo-

gia un triste primato: con il 13% di vittime a livello mondiale, è una delle cause più comuni di decesso. “Oltre alle vaccinazioni classiche contro le malattie infettive, rispetto alle quali non va assolutamente abbassato il livello di attenzione - ha affermato Pani - ci sono oggi delle grandi evoluzioni: ai vaccini per l'immunoterapia del cancro, seguiranno anche quelli contro l'Alzheimer e contro le sostanze di abuso come la cocaina, che dovrebbero invece essere pronti in 5-10 anni”. “La tecnologia sta progredendo e siamo giunti alla conoscenza del genoma informatizzata, che ci sta permettendo di scoprire i meccanismi vaccinali, i quali rappresentano un'arma fondamentale contro i virus, ma permette anche di conoscere gli attacchi che il sistema immunitario rivolge a se stesso, che sono alla base di

molte malattie”. Tale situazione rappresenterebbe, dunque, col concepimento di profilassi per tutte le età della vita, la tanto agognata risposta alle malattie più terribili che, fino ad ora, somigliavano ad un’enorme e scoraggiate montagna insormontabile e che, nel giro di qualche anno, potrebbero trasformarsi in semplici malattie debellabili, quali quelle virali. Sebbene, però, questa scoperta possa risultare utile ed interessante un po’ per tutti, purtroppo non si tiene sufficientemente conto dei costi a cui si andrebbe incontro per acquistarla: "si tratta di vaccini terapeutici e preventivi - ha dichiarato Sergio Pecorelli, presidente dell’Aifa - in molti casi saranno vaccini 'su misura', tagliati cioè a seconda dei singoli pazienti e si porrà, ovviamente, anche un problema di costi che andrà affrontato". Il problema economico sorge-

rebbe specialmente nel caso in cui si utilizzi il vaccino come misura preventiva: in tal caso, infatti, non essendo portatori della patologia stessa, i soggetti richiedenti non potrebbero ottenere esenzioni sul farmaco, solitamente promosse dal sistema sanitario in caso di malattia già contratta e da debellare. In merito alla questione è intervenuta anche l’attuale ministro italiano della Salute, Beatrice Lorenzin, la quale ha auspicato un sostegno da parte dell’Ue, puntando ad esempio sulla valutazione di meccanismi come quello dell'individuazione di prezzi sovranazionali. Il discorso economico, dunque, sembra essere piuttosto laborioso ma sicuramente cruciale per la diffusione del vaccino, che segnerebbe senz'altro una svolta importante nella lotta ai tumori, da anni una delle problematiche che affligge maggiormente l'uomo.

Olivina: la pietra che assorbe l’anidride carbonica Non saranno i grandi del mondo a salvare la Terra dai cambiamenti climatici. E non sarà neanche merito degli alberi. A dare una mano all’ambiente è la natura stessa con una roccia, l’olivina. Questa pietra infatti è in grado di assorbire grandi quantità di CO2. L’olivina, rinvenibile anche nel vulcano Vesuvio, è in grado di estrarre l’anidride carbonica presente nell’atmosfera, rallentando di fatto il ritmo incalzante con cui aumentano le temperature globali. Ad ipotizzare questa sua salutare capacità è da anni il geochimico, ormai in pensione, Olaf Schuiling che ha trascorso gran parte della sua vita a sostenere che l’utilizzo

del minerale potrebbe essere una soluzione contro il male oscuro che ha colpito la Terra, il cambiamento climatico. A suo avviso, se si ricoprisse il maggior numero di superfici

con l’olivina, dai parchi giochi alle strade alle spiagge, si potrebbe rimuovere la CO2 dall’atmosfera al punto da rallentare il ritmo dei cambiamenti climatici. Secondo la

sua analisi, una tonnellata di olivina può assorbire circa due terzi di una tonnellata di CO2. “La terra ci aiuta a salvarsi”, dice Schuiling. Ma c’è scetticismo sulla sua teoria. Secondo altri scienziati, infatti, la “cura” a base di olivina funzionerebbe ma si dovrebbero attendere 20 anni per iniziare a notarne gli effetti. Allora, probabilmente, si dovrebbero fare i conti con un gran numero di nuove emissioni dovute all’estrazione e alla distribuzione di tonnellate di roccia sulla superficie del pianeta. Ma Schuiling, a 82 anni, ci crede ancora e le sue teorie, di recente, sono state ritenute degne di considerazione e ora sono studiate

dagli scienziati. L’Accademia Nazionale delle Scienze prevede di elaborare una relazione sulla geo-ingegneria entro la fine dell’anno. I critici temono anche che la geo-ingegneria possa essere utilizzata unilateralmente da una nazione. Ciò che al momento sembra certo è che la natura abbia fornito all’uomo l’ennesima soluzione contro i danni che egli stesso produce. Alcune aziende hanno già iniziato a commercializzare l’olivina vendendone anche il potere anti inquinante ed altre la impiegano nella progettazione di alcuni edifici che sorgono in città ad alto tasso di inquinamento. I.B.


San Gregorio Armeno: polo turistico, ambiente, storia e cultura Gennaro De Crescenzo Salvatore Lanza Le premesse quest’anno sembrano esserci tutte. Stiamo parlando di San Gregorio Armeno, più comunemente nota come la “strada dei pastori” e dei presepi. Si tratta di uno dei maggiori poli turistici napoletani, intorno al quale convergono appassionati e curiosi da tutta Italia e da tutto il mondo. Non sempre però è scontato il successo di un’attrattiva turistica se non abbinata ad una corretta gestione. Anche il sovraffollamento può divenire arma a doppio taglio sia per coloro che offrono un servizio che per chi ne deve usufruire: San Gregorio Armeno all’approssimarsi del Natale è soggetta, ad esempio, ad una vera e propria invasione pacifica rendendo a dir poco complicato anche il passeggio. La stagione del Natale 2014 sembra invece partire con il piede giusto, con una macchina organizzativa messa in moto nei tempi giusti e con una gestione oculata degli spazi a disposizione. Per quanto riguarda l’illuminazione, a partire dallo scorso 8 novembre la strada dei pastori è stata illuminata dalle luminarie natalizie predisposte per l’occasione, prevenendo i ritardi che avevano caratterizzato gli scorsi anni. Capitolo sicurezza: chi è tran-

sitato negli ultimi tempi in via San Gregorio Armeno aveva di sicuro notato parte della strada transennata a causa di alcuni edifici non messi al meglio; anche in questo caso l’intervento tempestivo degli addetti ai lavori ha assicurato la messa in sicurezza degli stabili e la riapertura in toto della strada.

Infine si pensa alla viabilità anche relativamente ai pedoni, per permettere un flusso scorrevole e soprattutto piacevole. In particolar modo nei week end ci sarà il senso unico nel decumano inferiore, da piazza san Domenico Maggiore fino a San Gregorio Armeno. La strada dei pastori sarà

sarà percorribile dal basso verso l’alto, fino all’incrocio con via Tribunali. I nuovi percorsi pedonali prenderanno il via con molta probabilità l'ultimo fine settimana di novembre nei tre Decumani, il venerdì dalle 15 alle 24 e il sabato e la domenica dalle 8 alle 24. Polo turistico d’eccezione, ma anche tanto altro. San Gregorio Armeno riesce infatti a conciliare ed associare ambiente, ecologia, storia e cultura. I Napoletani sanno che nella strada dei pastori è possibile acquistare una “natività” anche in pieno agosto, ma per far fronte alle stagioni turistiche molte botteghe, tra estate e primavera, lavorano ed espongono tanto altro, dai souvenir a fiori e composizioni floreali di carta… Gli stessi materiali, del resto, protagonisti delle attività presepiali, sembrano rispondere a certi requisiti “ecologici”: sughero, muschio, stecche di legno, mani e piedi di creta da riattaccare e accompagnati da “progressi tecnologici” non solo cinesi (motorini elettrici per fiumi, fontane e cascate, piccole lampadine nascoste). Perché proprio quella sia la

strada dei pastori … se lo chiedono in molti. A Gaetano da Thiene, forse, si legano in particolare le origini di queste tradizioni: tra XI e XV secolo si attestano le prime tracce dei presepi dalle nostre parti con il santo veneto che nel Cinquecento, trovò il tempo di creare alcuni presepi famosi e venerati. Il nesso con la strada sembra trovarsi nel fatto che la figura del santo era legata alla Chiesa di San Paolo Maggiore, a due passi da Via San Gregorio Armeno. Il resto è (o dovrebbe) essere storia conosciuta: nel Seicento si inizia a diffondere la riproduzione di scene di vita quotidiana in una fantasiosissima fusione con i paesaggi di Betlemme, con la riproduzione di un paesaggio che non è mai esistito a Napoli e neanche a Betlemme. Nel Settecento, poi, presso la corte borbonica, nacque la moda di costruire presepi sempre più grandi e ricchi di personaggi vestiti con riproduzioni miniaturizzate di abiti e forniti degli strumenti più vari di lavoro e di svago. dicembre 2014: può avere il via la stagione natalizia!


Canta Napoli! Anche a Natale ... Con tutto il rispetto per Jingle Bell Rock Domenico Matania Canta Napoli! Anche a Natale. La cultura napoletana ha sempre offerto materiale variegato in termini di usi e costumi ed il Natale ne è una prova. La cucina, il presepe, la musica, il teatro sono solo alcuni esempi di come la tradizione napoletana abbia usi ben radicati nel tempo, le cui origini risalgono a secoli or sono. Eduardo è stato capace di racchiudere il tutto in una commedia e questo è uno dei tratti che lo rende ancora più “genio”: la napoletanità piena di valori senza stereotipi e clichè. Uno sguardo al panorama musicale napoletano legato al Natale offre interessanti spunti di riflessione. Partendo dalle origini, anche in termini cronologici, la musica popolare ha dato vita a svariati canti legati al Natale. Merito dell’etnomusicologia l’aver riscoperto e condotto fino ad oggi questi “motivi”: dalle nostre parti il vate della riscoperta dei canti popolari è Roberto De Simone, che attraverso un’operazione di ricerca sul campo ha immortalato gli antichi canti del popolo. Come primo “motivetto” napoletano legato al Natale non si può non pensare a “Quanno nascette ‘o Ninno” dalle origini incerte, attribuito a Sant’Alfonso de’ Liguori, pubblicato per la

prima volta molto probabilmente nel 1816. Il “motivo” è una riproposizione di “Tu scendi dalle stelle” con delle varianti musicali. La tradizione popolare offre ancora tanto altro: i cultori del genere non dimenticheranno “’A ‘nferta”, “’O cunto ‘e Natale”, “Canzone de lo Capodanno”, “La Novena di Natale”. La “Novena” in particolare è una musica popolare riprodotta con le zampogne; proprio questo strumento è uno dei leit motiv del Natale napoletano e più in generale meridionale. La figura degli zampognari è legata alla tradizione di due strumentisti che nel periodo delle festività si recano nelle città con i loro abiti tipici per intonare “’A Novena”. La tipi-

cità della figura del suonatore di zampogna è chiaramente espressa anche dal fatto che in ogni presepe napoletano che si rispetti non può mancare uno zampognaro in prossimità della grotta della Natività. Attualmente i suonatori si muovono sempre in coppia, con gli abiti tipici, suonando zampogna e ciaramella e quasi sempre più che la “Novena” interpretano il tema conduttore di “Tu scendi dalle stelle”. Continuando a ripercorrere cronologicamente la tradizione si giunge al periodo della canzone napoletana classica. Renato Caserta in un articolo de “Il Mattino” del 1979 notava come la canzone napoletana fosse alla ricerca di tematiche lontane dal Natale,

essendo più incline a tematiche di carattere amoroso o gioviale. Riflessione senza dubbio corretta, eppure non mancano brani dedicati al Natale o riferimenti alle festività. Lo stesso Caserta ricorda come un brano di Di Giacomo e Leva riprenda a chiare lettere la musica di “Quanno nascette ‘o ninno”. La celeberrima “Lacrime napulitane”, inoltre, richiama il Natale per accentuare le sofferenze di un uomo lontano dalla sua famiglia. Proseguendo negli anni, nel corso del Novecento Sergio Bruni canta “’O Zampognaro ‘nnammurato”, Mario Trevi “Buon Natale” e come dimenticare Renato Carosone con “Mo vene Natale”. In termini di sound la versione Caroso-

niana del brano non ha nulla da invidiare agli album natalizi di Michael Bublè che tanto furore hanno fatto in giro per il mondo. Il brano in questione, attingendo molto probabilmente da una cantilena popolare, ironizza in maniera acuta sul da farsi nei giorni di Natale, specie se non si hanno troppe possibilità: “Mo vene Natale, nun tengo denare, me leggo ‘o giurnale e me vaco a cuccà!”. Un’altra versione straconosciuta del brano è “mo vene Natale, nun tengo denare… me fumo ‘na pippa e me vaco a cuccà…sparano ‘e bott’ abbascio ‘o palazzo, me metto ‘o cazone e vaco a vedè!”. Canta Napoli anche a Natale … Con tutto il rispetto per Jingle Bell Rock!


Il castello di Castelvolturno Linda Iacuzio La creazione di un luogo fortificato sul Volturno, nelle immediate vicinanze della foce, risale, probabilmente, al X secolo. L’avrebbero eretto i “gastaldi” di Capua - funzionari regi di epoca longobarda - per proteggere questa città dalle incursioni dei Saraceni, che dal Tirreno risalivano il fiume contro corrente. Il castello fu costruito riutilizzando quanto restava dell’antico ponte romano fatto edificare da Domiziano, in asse con il tracciato

della strada che prese il nome dall’imperatore romano: la via Domitiana. In epoca normanna, il castrum venne tolto a Ugo II, terzo conte di Molise, essendosi questi alleato con Roberto di Capua e Rainulfo d’Alife contro il re Ruggero II. Nel 1239 Federico II incaricò Andrea Cicala, da lui nominato “capitano” della parte settentrionale del Regnun Siciliae, di consolidare le strutture difensive di Montecassino, Rocca Ianula e, appunto, Castel Volturno, dove furono anche rinforzate le guarnigioni, “per organizzare meglio la difesa del Regno e per avere immediatamente a disposizione tutte le risorse finanziarie e militari,

Richard Torkington a Napoli Lorenzo Terzi

dato che il papa l’aveva scomunicato per la seconda volta”. In età aragonese il castello fu portato in dote da Eleonora, figlia di Alfonso I d’Aragona, al marito, il nobile napoletano Marino Marzano. Nel 1459 costui si ribellò al cognato, re Ferrante, e si schierò contro di lui a favore di Renato, duca d’Angiò. A seguito del voltafaccia del Marzano, il forte di Castelvolturno dovette subire un lungo assedio. Le traversie belliche contribuirono a mutare la struttura dell’edificio: quest’ultimo e l’annesso borgo vennero dotati di un doppia cinta di mura e di diverse torri e posti di guardia. Il castello mantiene tuttora alcuni elementi di risulta

di età romana, ma si presenta, in generale, fortemente modificato dai rimaneggiamenti sei-settecenteschi. Nel XVII secolo, infatti, le coste campane ripresero a essere oggetto delle incursioni dei pirati, per cui si provvide a rafforzare le porte e le mura, che furono dotate di feritoie per gli archibugieri, le colubrine e le bombarde. Il mastio - ricavato nel camminamento della ronda della duplice cinta muraria - assunse così la forma di un vero e proprio bastione. Fonti: www.comune.castelvolturno.ce.it; http://grimgio.altervista.org/genealogie/DE% 20MOLISIO.htm; www.treccani.it/enciclopedia/andreacicala_(Federiciana).

“Venerdì 26 marzo [1518] arrivammo in una bella città distesa sul mare, che è chiamata Salerno. Il sabato precedente la Domenica delle Palme, alle quattro del pomeriggio, giungemmo nella nobile città di Napoli, e lo stesso sabato, la sera, noleggiammo nuovi cavalli freschi per il tempo in cui saremmo dovuti andare a Roma. A Napoli, la Domenica delle Palme, ascoltammo il Divino Servizio. Qui vi è anche il più bel castello che io abbia mai visto: le porte sono robuste e fatte di marmo bianco. Fuori dalla città vi è, poi, una strada carrozzabile sotto una montagna, della lunghezza di un miglio, una meravigliosa grotta al livello del suolo, attraverso la quale passammo la stessa Domenica delle Palme dopo la messa andando verso Roma”. In queste scarne righe è riassunto il resoconto della visita effettuata a Salerno e a Napoli dal sacerdote inglese sir Richard Torkington, che scrisse un diario di viaggio tramandatosi grazie a due copie manoscritte dell’originale appartenenti, rispettivamente, al XVI e al XVIII secolo e conservate presso il British Museum. Da esse fu tratta un’edizione a stampa, pubblicata a Londra nel 1884 con il titolo Ye Oldest Diarie of Englysshe Travell, Being the Hitherto Unpublished Narrative of the Pilgrimage of Sir Richard Torkington to Jerusalem in 1517. In un saggio dedicato ai viaggiatori inglesi in Italia nel Cinque e Seicento, Daniela Giosuè ricostruisce il lungo itinerario percorso da Torkington, che partì da Rye, nel Sussex, il 20 marzo 1517. Giunto in Francia, passò per Dieppe, Parigi, Lione e Saint Jean de Maurienne; arrivò in Italia attraversando il Moncenisio. Dopo aver soggiornato brevemente a Torino, Milano e Pavia, si fermò a Venezia dalla fine di aprile alla metà di giugno. Salpò quindi dalla città dei Dogi alla volta di Jaffa. Il 19 luglio pervenne finalmente a Gerusalemme. Trovò alloggio presso l’Ospedale di San Giacomo sul Monte Sion; da qui si recò in pellegrinaggio presso tutti i luoghi cristiani delle vicinanze. Il ritorno non fu altrettanto agevole: arrestato e trattenuto per un mese a Cipro, il sacerdote britannico si ammalò e restò fermo sei settimane a Rodi. Da qui, navigando sul mare in tempesta, raggiunse l’Italia meridionale, dove ebbe modo di visitare Messina, Reggio, Salerno e, appunto, Napoli. A Calais, Torkington passò la Manica, sbarcando a Dover il 17 aprile 1518. Il suo pellegrinaggio si concluse sulla tomba di Tommaso Moro a Canterbury. Il diario del viaggiatore inglese, ricorda la Giosuè, dipende direttamente dall’anonimo Informacon of Pylgrymes unto the Holy Lande, edito a Londra nel 1498, nonché dalla relazione del pellegrinaggio di Richard Guylforde per le parti riguardanti Venezia e la Terrasanta.


Oscar Green 2014: sul podio tre idee “Made in Sud” CHIPS DI PANE, APICOLTURA NELLA TERRA DEI FUOCHI E TRASFORMAZIONE DELLA CANAPA Giulia Martelli Oscar Green è il premio promosso da Coldiretti Giovani Impresa per valorizzare e dare spazio all’innovazione in agricoltura. Il premio richiede che i partecipanti propongano progetti legati alle radici del loro territorio con lo sguardo rivolto al futuro. Le api come centraline antinquinamento, la coltivazione di microalghe apprezzate in cosmesi, le prime chips di pane, la canapa con stupefacenti virtù culinarie, il pecorino anticolesterolo, le fragole volanti con la carta d'identità, l'orto del carcere di Capanne a Perugia che ridona dignità ai detenuti sono i vincitori del concorso Oscar Green di quest’anno. L’idea della prima chips di pane arriva dalla Puglia e sfrutta l'idea di un gesto antico, quello di strappare la corteccia del pane che ad Altamura si compie da secoli per consuetudine. Da qui, l'intuizione di creare una vera e propria sfoglia di semola di grano duro ai mille sapori, dall'extravergine al formaggio. Tutta lucana invece la definizione del modo migliore di trasformare la canapa in olio, farine, biscotti ma anche fibra tessile e materiale per bioedili-

zia. Quello che ci sta più a cuore, però, non solo per campanilismo, è un progetto che viene da casa nostra, da e per la Terra dei fuochi ed è un programma che stupisce per la sua semplicità: dieci milioni di api, sentinelle in divisa a strisce raccoglieranno e trasmetteranno agli scienziati informazioni sullo “stato di salute” del

Viaggio nelle leggi ambientali RIFIUTI Il T.A.R. LAZIO Roma, Sezione I ter, il 31/05/2011, con la Sentenza n. 4915, blocca il trasferimento fuori Regione dei rifiuti stoccati negli impianti della Campania, partono ricorsi al Consiglio di Stato, che produce varie ordinanze: Ordinanza Consiglio di Stato n. 3073/2011; Ordinanza Consiglio di Stato n. 6932/2011; Ordinanza Consiglio di Stato n. 142/2013; Sentenza Consiglio di Stato n. 3215/2013. Con la sentenza 23 ottobre 2014 n. 5242, il Consiglio di Stato ha preso posizione su una questione, ampiamente dibattuta, circa la sufficienza dell’operazione di tritovagliatura dei rifiuti solidi urbani ai fini del loro conferimento in discarica. La vicenda decisa dai Giudici di Palazzo Spada era relativa alla legittimità del trasferimento dei rifiuti, ai fini del loro smaltimento, prodotti da alcuni impianti di tritovagliatura siti in Campania, verso impianti collocati nel territorio della Regione

territorio in cui vivono. Parola del Consorzio Nazionale Produttori Apistici Conaproa, nella persona di Salvatore Sorbo, giovane rappresentante e socio Conaproa Regione Campania, proveniente dall’Alto Casertano. Questi, in collaborazione con il Conaproa e con gli specialisti dell’Università di Napoli e dell’Università degli Studi del Molise, ha messo a punto un vero e proprio osservatorio scientifico: le api volano, si cibano del nettare dei fiori che crescono sulla Terra dei fuochi e dell’acqua che sgorga dalle falde di quelle terre, catturano le polveri sottili all’interno del loro corpo, tra i peli, e trasmettono tutte queste informazioni, di giorno in giorno, al loro alveare monitorando quotidianamente lo stato di inquinamento dell’aria, dell’acqua, del terreno e della vegetazione della Terra dei fuochi. Gli alveari costituiscono infatti le vere centrali di biomonitoraggio del territorio: ciascun alveare riesce a controllare ben sette chilometri quadrati di terreno. Ogni giorno, quindi, ricercatori, apicoltori, scienziati e specialisti lavorano gomito a gomito per dare agli abitanti delle zone “sotto osservazione” la speranza di un futuro migliore.

Puglia. Secondo la Corte: "benché il prodotto della derivante dall’attività di triturazione, vagliatura del primaria e vagliatura secondaria possa essere considerato come un nuovo prodotto in quanto realizzato negli stabilimenti per la tritovagliatura e l’imballaggio STIR (quali nuovi produttori di rifiuti ex art. 183 del D. Lgs. n. 152 del 1006), lo stesso non ha in concreto perduto le caratteristiche di rifiuto urbano e come tale è sottoposto al principio dell’autosufficienza regionale per il relativo smaltimento." INQUINAMENTO Sulla GUUE L 304/89 del 23 ottobre 2014 è stata pubblicata la Direttiva 2014/99/UE della Commissione del 21 ottobre 2014. Ai fini dell’adattamento al progresso tecnico, tale direttiva, modifica la precedente 2009/126/CE relativa alla fase di recupero di vapori di benzina durante il rifornimento dei veicoli a motore nelle stazioni di servizio. A.T. e E.F.

PIANTA OFFICINALE DI NOVEMBRE: IL CARCIOFO A partire dall’autunno fino a inizio primavera, nella nostra dieta mediterranea primeggia indiscusso il carciofo. Una miniera di proprietà benefiche e virtù terapeutiche. Altissime percentuali di acqua, carboidrati e fibre. Basti considerare che in soli 100 grammi di carciofo sono racchiusi 84 grammi di acqua e solo 0,2 grammi di grassi. Tanto di cappello, quindi, ad un alleato della nostra silhouette, in grado anche di soddisfare ogni nostra esigenza nutritiva. Una vera miniera di minerali – nello specifico calcio, fosforo, potassio e magnesio - di vitamine e flavonoidi. Oltre a deliziare il palato cos’altro è in grado di fare? In effetti, siamo di fronte ad un farmaco naturale. E’ antiossidante ed epatoprotettivo. Interviene nella funzionalità del fegato. E’ un toccasana in casi di stitichezza e flatulenza. Per chi segue una dieta ipocalorica, il carciofo è in assoluto l’alimento più indicato. Poche calorie e un’azione diuretica che aiuta ad eliminare i liquidi in eccesso. In effetti è l’ingrediente principale di ogni prodotto anticellulite – nella fattispecie di tisane, compresse e creme omeopatiche. Fonte inestimabile di ferro, grazie alla presenza di coloretina e e cinarina. Un alleato della nostra salute a tutto tondo. Una ricerca pubblicata dalla rivista scientifica “Nutrition and Cancer” ha infatti evidenziato i polifenoli, contenuti in questa pianta, contrastano l’azione ossidativa dei radicali liberi, ini-

bendo la trasformazione di cellule sane in cellule tumorali. Per beneficiare totalmente dei suoi elementi nutritivi sarebbe opportuno osservare alcuni consigli. Consumare il prodotto crudo sarebbe l’ideale, tuttavia anche la cottura a vapore ci garantisce l’apporto dei nutrienti. Durante la cottura a vapore, i carciofi assorbono l’umidità, trattenendo in questo modo le sostanze benefiche. Per contro, la bollitura è sconsigliata in quanto ne provoca una dispersione nell’acqua. Si consiglia, inoltre, un consumo settimanale di circa 500 – 600 grammi. Dalla alimentazione alla fitoterapia. Sfruttiamo questa pianta a nostro vantaggio. F.C.


Clothing printer: moda stampata in 3D Creare abiti nuovi riciclando i vecchi Cristina Abbrunzo Le stampanti 3D sono oramai in grado di realizzare cose impensabili: dai farmaci ai componenti per le riparazioni nello spazio, da interi organi a piccole protesi auricolari, passando anche per i vinili. Le opportunità offerte da tale tecnologia sono sterminate. Una stampante 3D, per intenderci, è un dispositivo innovativo collegabile a un computer, in grado di stampare oggetti tridimensionali. A differenza delle normali stampanti che sfruttano l’inchiostro per riprodurre un oggetto bidimensionale su fogli di carta, la stampante 3D produce oggetti tridimensionali, reali e solidi, partendo da un modello digitale dell’oggetto medesimo, realizzato con un software di modellazione 3D. La stampa tridimensionale di un modello inoltre, si ottiene solitamente tramite la sovrapposizione stratificata di diversi ‘materiali di base’ (termoplastica, metalli, sabbia, vetro), in cui l’oggetto ricavato dal blocco di materiale iniziale, viene prodotto attraverso una serie di operazioni automatizzate di taglio e perforazione. In cantiere, al momento, un utilizzo del tutto futuristico di questa tecnologia: trattasi di un prototipo di stam-

pante 3D capace di creare abiti nuovi su misura riciclando quelli vecchi. Il suo nome è Clothing Printer ed è stata ipotizzata dal designer Joshua Harris, il quale ha pensato a tale strumento come una sorta di accessorio per la casa da incastonare nel muro come se fosse un quadro. Un pannello touch ne consentirà l’uso mediante le dita, permettendo la navigazione nei diversi menù

messi a disposizione. L’utente potrà così scegliere il proprio indumento preferito, personalizzarlo secondo i propri gusti e chiedere alla stampante di realizzarlo. In pochi minuti, quindi, tale stampante riceverà dai server delle aziende che decideranno di entrare a far parte di tale nuovo segmento dell’industria della moda tutte le informazioni necessarie a realizzare quanto richiesto

dall’utente. Al posto delle tradizionali cartucce di inchiostro vi saranno delle ricariche contenenti i tessuti indispensabili alla produzione del capo d’abbigliamento, con colorazioni differenti a seconda delle necessità. L’aspetto ecosostenibile fondamentale è che si potranno utilizzare come “cartucce”: vecchi abiti usati. Dopo aver introdotto i capi di abbigliamento usati all’interno

Microgiardini di ogni forma stampati in 3D Il futuro è sempre più green Come abbiamo visto, l'elenco delle cose che si possono stampare con una stampante 3D continua a crescere. Yuichiro Takeuchi di recente ha aggiunto alla lista i micro giardini. L'esperto giapponese di informatica ha inventato un modo per utilizzare le stampanti 3D per dare vita a micro giardini fioriti di ogni forma. Il progetto di Takeuchi è stato presentato al Museo d'Arte Moderna di New York in occasione dell'evento Sony CSL. Takeuchi ha progettato il suo sistema di software on demand prendendo in considerazione una grande quantità di semi di fiori ed erbe da coltivare. La nuova tecnologia è in grado di stampare giardini in miniatura in una vasta gamma di forme compatte tra cui rettan-

golo e triangoli, ma anche in forme più fantasiose, come i panda. Il sistema ricorda la coltivazione idroponica, che viene utilizzata soprattutto per creare pareti verdi e giardini verticali sui muri esterni degli edifici. Al posto del terriccio i giardini RD di Takeuchi utilizzano una base fibrosa e vege-

tale arricchita di sostanze nutritive. Il giardino in questo modo cresce e raggiunge le dimensioni ottimali in circa due settimane. I giardini verticali tradizionali possono costare fino a migliaia di dollari, senza contare installazione e manutenzione. Ora la sfida è portare un tocco di verde anche in

spazi ristretti con costi bassi e maggiore comodità per le persone comuni, che potranno coltivare in piccolo giardino anche con pochi metri quadrati a disposizione. La soluzione offerta dalla stampa in 3D risolve alcuni problemi e offre un alto grado di flessibilità, dato che si può stampare un giardino in miniatura che si adatti alla perfezione a qualsiasi spazio prescelto. La speranza dell'ideatore del nuovo progetto è che la coltivazione idroponica possa presto diventare alla portata di tutti. Bisognerà attendere ancora qualche tempo prima di poter utilizzare questa nuova invenzione che farà felici sia gli aspiranti giardinieri urbani che gli appassionati di tecnologia. C.A.

della stampante, il dispositivo sarà in grado di riciclarli, facendoli letteralmente a pezzi, suddividendoli filo per filo e predisponendoli per il loro successivo riutilizzo. L’idea, insomma, è quella di consentire all’utente di scegliere da un ampio catalogo i propri abiti preferiti e di produrli direttamente in casa, utilizzando un apposito accessorio che potrebbe letteralmente rivoluzionarie il mondo della moda. La filosofia che sta dietro questa creazione, rimasta per ora solo un progetto, consiste nel favorire la produzione di abbigliamento in casa riducendo non solo gli abiti gettati, ma anche l'acquisto di nuovi. E’ noto che l'industria dell'abbigliamento fa un uso estremamente dispendioso e inefficiente delle nostre risorse. L'abbigliamento viene spedito in diversi luoghi prima di essere distribuito al consumatore. Inoltre, la durata della vita di un abito è solo di pochi anni, poi non viene né smaltito né riutilizzato. Nella sua ipotesi più “estrema” tale sistema potrebbe addirittura eliminare la necessità di armadi. Senza contare che avere ogni giorno nuovi abiti sarebbe per i modaioli un sogno che si realizza. Unico difetto? Per il momento è solo un concept... Ma se in passato si ritenevano impossibili numerose tecnologie oggi divenute una realtà di fatto, in futuro non è detto che una simile stampante non possa effettivamente far capolino nelle abitazioni.


SIAMO USCITI DALL'OLOCENE PER ENTRARE NELL'ANTROPOCENE: TUTTO È PERFETTO Andrea Tafuro La Gran Bretagna ha reso noti i piani per la costruzione di un supercomputer del valore di 97 milioni di sterline, che avrà lo scopo di perfezionare le previsioni del tempo, in particolare quelle che riguardano gli eventi estremi. Nelle intenzioni dei progettisti il portentoso apparecchio tecnologico porterà benefici economici e sociali per due miliardi di sterline. Ad occuparsi della sua gestione ci penserà il Met Office, il servizio meteorologico del Regno Unito. Il sistema inizierà ad essere operativo a settembre del prossimo anno, raggiungendo la piena capacità nel 2017. Leggendo questa notizia mi è venuto in mente il libro di Jerome “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” e della scena esilarante, oserei dire epica, che descrive i tre protagonisti Jerome, Harris, l'uomo più prosaico della terra e George, che “va a dormire in una banca tutti i giorni dalle 10 alle 16, tranne il sabato quando lo cacciano fuori alle 14”, uscire di casa agghindati di tutto punto perché il giornale aveva comunicato brutto tempo e che, ritrovando invece una splendida giornata di sole, inveiscono contro le previsioni meteo, perpetuamente errate. Buona lettura sognatori! Che bello le storie… Tu le metti al mondo, ma poi esse se ne vanno di casa, si affrancano senza neanche esprimere riconoscenza. Si comportano come il cadetto della celebre parabola evangelica: s’infagottano la parte che spetta loro, se la mettono sulle spalle e vanno a scialacquarla in giro per il mondo, ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare le loro panzane. Ma ritorniamo con i piedi per terra, secondo gli scienziati siamo entrati in una nuova epoca geologica. Dall'Olocene, iniziato più di diecimila anni fa, potremmo essere passati nell'Antropocene, segnato dall'enorme impatto degli esseri umani sul pianeta. L'Olocene è l'epoca geologica più recente, quella in cui ci troviamo oggi e che, convenzionalmente, ha avuto il suo inizio all’incirca 11.700 anni fa. Il limite con l'epoca inferiore, il Pleistocene, è definito sulla base del decadimento del 14C, un isotopo radioattivo del carbonio e coincide approssimativamente con il termine dell'ultima fase glaciale che ha interessato l'emisfero settentrionale. L'Olocene è la seconda epoca del periodo Quaternario, il suo nome deriva dal greco ὅλος (holos, tutto o intero) e καινός (kainos, nuovo), vale a dire "del tutto recente". Esso è stato identificato con il MIS1 (Marine Isotope Stages, uno dei periodi alternati caldi e freddi del clima terrestre) e può essere considerato un periodo interglaciale compreso nell'attuale era glaciale. Antropocene è un termine coniato negli anni ottanta dal biologo Eugene Stoer-

mer, che nel 2000 fu adottato dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen in “Benvenuti nell’antropocene“, nel quale l’autore osservava come “nel secolo scorso la popolazione è quadruplicata fino a raggiungere i sei miliardi di individui attuali, la superficie coltivata è raddoppiata, quella irrigua è quintuplicata, la produzione industriale è aumentata di quaranta volte, mentre diminuivano le foreste e le specie dei grandi animali”. Il prezzo pagato per quest’espansione, rimarca l’autore, è stato pesante con l’attività umana che ha accresciuto di una o due volte l’erosione del suolo rispetto ai ritmi naturali, riuscendo a degradare circa due miliardi di ettari, una superficie equivalente alla somma di Stati Uniti e Canada. L’Antropocene, inoltre, indica l'era geologica attuale nella quale all'uomo e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. La questione in realtà è aperta da decenni, ma la scienza sembra aver raggiunto un'intesa sul fatto che i fenomeni urbani hanno ormai un impatto sulla stratificazione del pianeta, oltre che sull'atmosfera, e che distinguere ciò che è naturale da ciò che è opera dell'uomo sta diventando sempre più difficile. Resterebbe solo da definire il quando questo cambiamento ha avuto luogo. In aiuto ci può venire il bollettino della società metereologica americana, che nel supplemento speciale di settembre 2014 “Explaining extreme events of 2013 From A Climate Perspective” (cfr. www2.ametsoc.org), cerca di analizzare come i cambiamenti climatici possono avere influenzato la forza e la probabilità dei singoli eventi disastrosi del 2013. In questo lavoro, venti differenti team di ricerca hanno analizzato le cause dei 16 diversi eventi meteorolo-

gici mondiali più disastrosi del 2013 cercando di calcolare l’influenza delle attività umane, come l’emissione di gas serra, sulla probabilità di tali eventi. Nei sedici casi studio, come la siccità in California e Nuova Zelanda, le piogge intense negli Usa e in India, le ondate di calore in Europa, Giappone, Cina Australia e Corea, i risultati hanno evidenziato che il cambiamento climatico causato dall'uomo ha notevolmente aumentato il rischio delle ondate di calore estremo. In Europa, invece, nella relazione dell'Agenzia europea per l'ambiente “National adaptation policy processes in European countries – 2014” (cfr.www.eea.europa.eu), sono stati presentati i risultati di una ricerca che raccoglie e analizza risposte dettagliate,

provenienti da 30 paesi europei, sul tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Il risultato è che ormai è indispensabile sviluppare politiche nazionali di adattamento, per mitigare i danni causati da eventi climatici estremi, sempre più frequenti e sempre più dannosi. L’Unione Europea a tale scopo ha reso disponibile il sito Climate-ADAPT (cfr. www.climateadapt.eea.europa.eu), portale completo per le informazioni in materia di adattamento ai cambiamenti climatici nell'UE. Questo canale informativo comprende una grande quantità di informazioni sugli impatti dei cambiamenti climatici, le politiche dell'UE, vari casi studio, gli strumenti decisionali ed altre risorse utili.


21e 22 novembre 2014 – Napoli, 120° anniversario della morte di Sua maestà Francesco II di Borbone


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