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LA SCUOLA DI BOLOGNA PIERANGELO BERTOLI, LUCIO DALLA, FRANCESCO GUCCINI.

LA SCUOLA DI GENOVA FABRIZIO DE ANDRÈ, GINO PAOLI, LUIGI TENCO.

LA SCUOLA DI MILANO GIORGIO GABER, ENZO JANNACCI.


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00 LA CANZONE ITALIANA All’inizio degli anni Sessanta, si delinea un fronte italiano con connotazioni sempre pi˘ inedite. Con artisti come Gino Paoli, Luigi Tenco, Sergo Endrigo, Umberto Bindi, Bruno Lauzi e pi˘ tardi Fabrizio De AndrÈ (i cosiddetti ´genovesiª), si definisce nella canzone un rapporto diverso tra musica e testo. La melodia si fa scarna, l’armonia Ë sottile e raffinata, mentre le parole perdono la loro valenza descrittiva a tutto vantaggio del linguaggio poetico. Sono i ´Cantautoriª (ognuno con le sue caratteristiche, dal sinfonismo di Bindi al malessere esistenziale di Paoli), definiti cosÏ nel 1960 dai discografici Ennio Melis e Vincenzo Micocci sia per sottolineare il doppio ruolo di cantanti e autori delle proprie canzoni, sia per isolarli dal caleidoscopico contesto che mette insieme su una stessa ribalta, molto spesso televisiva, cantanti melodici tradizionali, che continuano a esistere; urlatori come Tony Dallara; cantautori leggeri come Gianni Meccia; cantanti che rappresentano una mediazione tra vecchio e nuovo, come Nico Fidenco che nel 1960 Ë il primo in Italia a sfondare il tetto del milione di 45 giri venduti con Legata ad un granello di sabbia. Non si possono poi escludere le donne, o meglio le nuove donne della canzone italiana, come Ornella Vanoni e Mina che, con percorsi diversi, diventano raffinate portavoce della canzone d’autore rispettivamente con Mi sono innamorata di te di Tenco e Il cielo in una stanza di Paoli, affrancando la figura dell’interprete femminile da quell’imma-

gine provinciale e ´casalingaª che aveva monopolizzato il decennio precedente. Dal 1962 al 1964 l’industria del disco diventa una componente sempre pi˘ consistenete di quella ´macchina del divertimentoª messa in moto dal boom economico. Non si parla di successo se un disco non supera il milione di copie, nascono manifestazioni concepite espressamente per diffondere questa generalizzata spensieratezza canzonettistica (Il Disco per l’estate, il Cantagiro). Un’infinit‡ i profeti di questo verbo ultraleggero: EdoardoVianello con i suoi Guarda come dondolo, Pinne fucile e occhiali, I watussi; Jimmy Fontana (Il mondo); Tony Renis (Quando, quando, quando). Anche da noi arriva l’uragano Beatles e l’era beat, quella delle chitarre elettriche e dei capelli lunghi. Per tre anni, dal 1964 al 1967, l’Italia, come il resto del mondo, canter‡ i successi inglesi e americani per noi tradotti da Equipe 84, Rokes, Dik Dik. Qualcuno tenta, anche con successo, strade autoctone, come i modenesi Nomadi, elettrificando le composizioni di un cantautore beat destinato a un grande successo negli anni Settanta e oltre, Francesco Guccini (Dio Ë morto). Preceduto dal ´flower powerª, il movimento hippy, che dai campus universitari contesta pacificamente il ´sistemaª americano, seppellisce il beat, sostituendolo con il rock di Jimi Hendrix e Jefferson Airplane e il pop di Crosby, Stills & Nash, Ë intanto arrivato il 1968. L’in-


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dustria discografica italiana non sembra affatto preoccupata: in quest’anno spopolano i Camaleonti con Io per lei, Patty Pravo con La bambola, Fausto Leali con A chi, mentre al Festival di Sanremo vince Non pensare a me interpretata da Claudio Villa e Iva Zanicchi. L’intuizione che qualcosa di definitivo stia per accadere forse c’Ë, ma non viene presa sul serio e prevale l’illusione che la sta-

gione della felicit‡ non debba mai finire. Magari ci si scherza su, come fanno i Giganti con la loro Proposta, quella di ´mettete dei fiori nei vostri cannoniª. Indubbiamente pi˘ convincente (e convinto) Ë Gianni Morandi che canta C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones di Mauro Lusini, forse uno dei pi˘ begli inni pacificisti mai scritti. Ma il momento storico chiama la


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canzone a una diversa funzione, quella di distruzione della vecchia cultura; ecco quindi comparire, anzi ricomparire come ai tempi del Cantacronache, la canzone politica di Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini. Difficile parlare di musica per slogan scanditi attorno ai pochi, elementari, accordi di queste ballate, spesso scritte sull’onda emotiva di gravi episodi. A

scriverla davvero la musica, indimenticabile, in questa ultima parte del decennio Ă‹ invece un ragazzo tacciato a torto di simpatie neofasciste proprio per il suo manifesto disallineamento dalla minacciosa colonna sonora del momento: Lucio Battisti.


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01 LA SCUOLA DI BOLOGNA Lucio Dalla afferma che ´La via Emilia Ë geograficamente il condotto lungo il quale passa la comunicazione fra nord e sud. Gli emiliani hanno sempre vissuto questa comunicazione tra un mondo e l’altro. E questo si riflette inevitabilmente anche nella musica ... ª. L’idea di una Bologna, dove si incontrano e si trasformano gli stimoli in uno scambio rapidissimo, Ë un modo corretto per impostare il discorso, perchÈ parliamo di artisti molto amati, che occupano i primi posti delle hit-parade, ma anche di artisti dotati di una personalit‡ non facilmente omologabile. Ipotizzare un loro isolamento in una citt‡ come Bologna sarebbe un errore: i fili che legano il celeberrimo Roxy Bar (citato da Vasco Rossi nella sua Vita spericolata) all’altrettanto celebrata Via Paolo Fabbri (di Guccini); o la mitica Piazza Grande (del brano di Dalla) a Bologna Via Emilia (di Guccini), sono robusti. Dove potrebbe vivere meglio un musicista, se non qui, dove dispone di una serie di sale di registrazione? Dove vedono la luce album di grande successo? Dove si Ë creato un incredibile indotto di musicisti e operatori del settore, oggi tra i pi˘ ricercati? Dove opera un mondo variegato e in perenne movimento, tra tournÈe e sedute di registrazione, lo stesso poi che la notte incontri nella trattoria ´da Vitoª? Bisogna cercare di capire se ha un significato speciale per questi artisti l’appartenere a questa citt‡. Bisogna cercare di capire se c’Ë un denominatore minimo comune che lega artisti provenienti dai portici del suo centro storico, dai palazzoni della periferia dalle nebbie della Pianura Padana o dalle nevi del suo

Appennino. Le riflessioni di Dalla sembrano portare il discorso pi˘ sulle differenze che sui somiglianze. E in verit‡, a differenza della scuola genovese, i cui artisti esprimevano una poetica piuttosto unitaria sul piano dei contenuti, la scuola bolognese Ë eclettica. Ma il fatto che per questi artisti il dialetto non sia divenuto linguaggio di canzone, non elimina il sospetto che esista un vernacolo bolognese, che esistano moduli di scrittura musicale e un feeling di pretta marca emiliana. Del resto la vocazione musicale da queste parti Ë antica, forse non quanto l’universit‡, o i ´passatelliª, ma il numero sterminato di balere e di night-club degli anni Cinquanta e Sessanta e le megadiscoteche di oggi la dicono lunga sulla frequentazione della popolazione emiliano-romagnola con la musica. La sensazione Ë che la musica emiliano-romagnola abbia finito per esprimersi in tipiche cadenze ottocentesche (il ´ballo liscioª). Oppure in tempi pi˘ vicini a noi, una tendenza a tradurre in forme i suoni musicali lasciando che l’emilianit‡ si esprima con l’ironia, o con uno stile di ´strascica le paroleª e ´stropicciaª le note quasi a trasportare tutto in un terreno popolare. Antiaccademia e popolaresco, perseguiti con esiti diversi, si avvertano tanto nel poeta-professore Guccini, quanto nell’ex di Rossi; tanto nel ´ragazzoª Carboni quanto nel ´clownª Dalla. Ma c’Ë di pi˘. Ed Ë un atteggiamento del cuore che qualcuno esprime ancora con un termine dialettale desueto che rimanda per vie abbastanza misteriose allo ´spleenª della lingua anglosassone, caro al romanticismo euro-


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peo. A Bologna, fino a qualche decennio fa, splin esprimeva uno stato di malinconia esisitenziale, subito corretto da un senso della realt‡ e da un’allegria contagiosa. Le canzoni degli artisti bolognesi hanno sempre questo fondo malinconico, anche quando il loro obiettivo Ë farci sorridere: c’Ë sempre splin, accanto all’arguzia, che Ë il modo pi˘ stereotipo di dirsi bolognesi. Bologna non si puÚ sopprimere al fascio di emozioni di questi artisti. Non si puÚ cancellare dalle loro canzoni quell’aria di provincia ricca e curiosa, generosa e bastarda, raffinata e ostinatamente stracciona. Non si puÚ cancellare quell’aspetto dello spirito bolognese, che si esprime, per contrasti, in

una invidiabile intraprendenza commerciale e industriale, e nei suoi anticorpi, espressi periodicamente in esplosioni inaspettate (con i Judas degli anni Sessanta, ´la creativit‡ al potereª del 1977, il rock demenziale degli Skiantos), e che coinvolge un po’ tutti, giocatori e spettatori. Quella di Bologna non sar‡ una scuola nel vero senso della parola, ma non c’Ë dubbio che le riflessioni e gli abbandoni del popolo pi˘ notturno d’Italia trovino in questi artisti la loro traduzione pi˘ fedele, in una sana aspirazione che li accomuna: quella di farsi cantori, ognuno con i propri mezzi, dei sentimenti pi˘ veri della gente.


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01/2 PIERANGELO BERTOLI Pierangelo Bertoli, cantautore nato a Sassuolo, in provincia di Modena, nel 1942 dove muore nel 2002. Esordisce esibendosi come musicista e cantante di piazza in centri sociali e cabaret. Artista che trova la sua ragione di essere in quanto cittadino impegnato sul fronte socio-politico, non nasconde questa sua tendenza rivelandola simbolicamente con la propria carta d’identit‡ stampata sulla copertina di Eppure soffia, suo primo album pubblicato nel 1976, anche grazie all’interessamento del suo corregionale Francesco Guccini. Dopo l’immediato successo della canzone che d‡ il titolo al 33 giri, un inno ecologista ante litteram, Bertoli e la sua band di amici (tra i quali il polistrumentista e autore Marco Dieci) prendono ancor pi˘ a girare l’Italia in lungo e in largo, quali protagonisti di centinaia di feste di piazza, proponendo musiche di gusto serio, tra il country e il rock, fra poesia (Gallipoli, Per dirti t’amo) e manifesti politici (A muso duro). La sua musica si arricchisce di influssi americani quando si trova a fianco del chitarrista Hugh McCracken. Per contro, si affievoliscono sia la facilit‡ e la spregiudicatezza ideologica, sia la linea melodica. Tra un rifarsi a Tenco e Conte, e uno a Joel, tra un non coerentissimo recriminare per non essere in classifica e un’altra miriade di feste di piazza, a dirla sempre con gran gusto, arriva a pubblicare Sedia elettrica, un album controverso, fitto di squarci interessanti. Bertoli ha provato a fare l’assessore, ma Ë rimasto decisamente deluso dalla politica attiva. Nel 1991 partecipa al Festival di Sanremo insieme al gruppo

sardo dei Tazenda, con cui presenta Spunta la luna dal monte. A Sanremo si presenta anche l’anno successivo, con la canzone Italia d’oro. Siamo appena agli inizi di Tangentopoli e il suo brano rappresenta una pesante accusa rivolta alla situazione politica e sociale italiana. Pubblicher‡ pochi album ancora (Gli anni miei del 1993; Angoli di vita del 1997e l’ultimo 301 guerre fa del 2002). Cantante dalle grandi qualit‡ vocali e temperamentali, talvolta ha sottovaluto il suo impegno nella composizione di canzoni, evitando di cimentarsi con qualcosa di pi˘ complesso delle solite rime baciate e alternate. Da un certo punte vista si puÚ dire che si sia dimostrato libero e sincero le volte in cui ha messo da parte la lingua e ha cantato in dialetto emiliano, ottenendo effetti gustosi e intensamente emotivi.


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01/3 LUCIO DALLA Lucio Dalla, cantautore, nato a Bologna nel 1943. Il suo primo 45 giri esce nel 1964. Nel 1970 ha il suo primo successo come autore, lo canta Gianni Morandi chiama Occhi di ragazza. Nel 1971 approda alla popolarit‡ e alle grandi vendite con la canzone 4.3.1943, terza classificata al Festival di Sanremo. La canzone ha successo anche all’estero (soprattutto in Francia e in Brasile). Seguono altri grandi successi come Piazza Grande, Il gigante e la bambina, La casa in riva al mare. In parallelo con con lo sviluppo degli eventi legati al Sessantotto, opera un cambiamento di rotta, che prima sar‡ lento e timido, poi, dal 1974 al 1977, tale da fargli compiere una trasformazione a trecentosessanta gradi: apre una collaboraziane artistica col poeta Roberto Roversi orientata verso contenuti sociali e la sperimentaziane musicale. Contemporaneamente inaugura un tipo di spettacolo che sta a met‡

tra il concerto vero e proprio e il teatro politico, disertando le forme tradizionali di esposizione e di promozione, allestiti dalla sinistra italiana. Ne nascono tre album ´storiciª (Il giorno aveva cinque teste; Anidride solforosa e Automobili). Nel 1977, mentre scema la stagione degli entusiasmi politici e si inaugurano i tetri ´anni di piomboª, l’artista bolognese, inquieto e insoddisfatto, opera un’altra decisa mutazione: con l’album Com’Ë profondo il mare debutta anche come autore dei testi delle proprie canzoni, inaugurando la sua ´stagiane cantautoraleª. » il successo incondizionato. Per Lucio Dalla si apre una stagione di grandi consensi popolari, di record di vendita e di incredibili tributi di stima. Nel 1987 esce Caruso (contenuta nell’album doppio live Dallamericaruso), salutata come un capolavoro. Il biennio 1988-89 Ë stato quasi interamente occupato dall’impegno per il disco-tour Dalla-Morandi,


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campione di vendita e di incassi per un anno e mezzo, non solo in Italia. Nel settembre del 1990 pubblica l’album Cambio, che segna il suo clamoroso rientro in prima persona sul mercato discografico. Oltre a essere l’autore e l’interprete di canzoni- poesie tra le pi˘ significative degli anni Settanta ed essere divenuto uno degli artisti italiani pi˘ amati anche all’estero Lucio Dalla Ë attualmente il cuore e il cervello di un’intensa attivit‡ di produzione discografica che ha per epicentro la citt‡ di Bologna e da cui sono usciti giovani cantautori come Luca Carboni e Angela Baraldi. Di questa attivit‡ fa parte anche il lavoro di scrittura e realizzazione di musica da film. In collaborazione con Mauro Malavasi ha realizzato colonne sonore per Carlo Verdone, Mario Monicelli, Ansano Giannarelli e Michele Placido. Pur mantenendosi sostanzialmente fedele al suo primo amore (il jazz), Ë passato at-

traverso momenti espressivi anche molto distanti l’uno dall’altro ed Ë il cantautore italiano pi˘ sensibile alle trasformazioni del gusto musicale. Dal jazz alla canzone sanremese, dal soul al ryhthm’n’blues, Ë arrivato alla canzone di protesta negli anni Sessanta e alla sperimentazione negli anni Settanta. Successivamente Ë giunto nell’ultimo decennio a una produzione musicale e poetica di larga comunicazione, che ha varcato pi˘ volte i confini italiani ed europei. Ha scritto molto anche per altri artisti, da Gianni Morandi a Riccardo Cocciante, da Ron a Ornella Vanoni. Diverse sue canzoni sono state poi incise all’estero, come Tutta la vita, enorme successo in Sudamerica in ben tre versioni, lanciato anche negli Usa da Olivia NewtonJohns. I testi delle sue canzoni sono stati pubblicati anche in una collana letteraria.


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01/4 FRANCESCO GUCCINI Francesco Guccini, cantautore nato a Modena nel 1940. La sua prima canzone, del 1961, Ë, L’antisociale ed esprimeva bene una prospettiva che in breve tempo avrebbe accomunato moltissimi giovani. Le sue prime canzoni vengono cantate dall’Equipe 84 e tra queste c’Ë un autentico capolavoro: Auschwitz, una delle testimonianze pi˘ dolorose sulla ferocia umana. Sotto l’influenza di Dylan nascono canzoni come: Noi non ci saremo, Per fare un uomo, Noi, Dio Ë morto, e vengono lanciate dai Nomadi. Nel 1967 esce il suo primo album, Folk Beat N.I. L’album riflette molto bene le ansie, le inquietudini e le ribellioni dei giovani degli anni Sessanta, ma soprattutto quell’aria di nuovo che arriva dall’America. Dio Ë morto diventa una canzone bandiera di quell’epoca: censurata dalla Rai perchÈ ritenuta sconveniente, viene trasmessa invece tranquillamente dalla radio Vaticana che capisce l’importanza di quel testo, un autentico manifesto della realt‡ giovanile di allora. Il primo concerto di Guc-

cini risale al 1969, alla Cittadella di Assisi dove Ë chiamato in seguito alla popolarit‡ raggiunta proprio con Dio Ë morto. Nel 1970 pubblica il suo secondo album, intitolato Due anni dopo, in cui cominciano a delinearsi alcuni dei temi che ritroveremo spesso nelle sue canzoni: la vita quotidiana, il tempo che passa, la rabbia, l’amore che diventa specchio di inquietudini. Tra i brani pi˘ belli di questo disco: Primavera di Praga dedicata a Jan Palach. Nel 1969 Guccini vive una profonda crisi sentimentale ed esistenziale che lo porta a scrivere le canzoni di L’isola non trovata. La canzone che d‡ il titolo all’album Ë ispirata da Gozzano, Asia e La Collina da Salinger. All’inizio degli anni Settanta inizia un’esperienza per lui fondamentale: l’Osteria delle Dame, che divenne un luogo d’incontro artistico importante e una pedana d’allenamento grazie alla quale comincia a instaurare quel rapporto con il pubblico che, in seguito, caratterizzer‡ i suoi concerti. Nel 1972 pubblicÚ l’album Radici, in assoluto uno dei dischi pi˘ belli della


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sua carriera e che segnÚ la conclusione della crisi che aveva portato a L’isola non trovata. Alla met‡ degli anni Settanta comincia per lui la grande avventura dei concerti. Il suo modo di porsi al pubblico Ë assolutamente originale: le canzoni sono intervallate da racconti, considerazioni, commenti e battute che fanno di lui un autentico cantastorie moderno In questo stesso periodo comincia la collaborazione con Renzo Fantini, uno dei manager pi˘ illuminati che abbia attraversato la scena musicale italiana, una scelta dettata principalmente dall’amicizia. Nel 1971 esce Stanze di vita quotidiana, album che contiene la famosissima Canzone delle osterie di fuori porta. Nel 1976 con Via Paolo Fabbri 49 arriva ai primi posti delle classifiche discografiche. » la consacrazione del suo successo. L’avvelenata diventer‡ uno dei brani pi˘ suonati dai giovani di allora. Nel 1987 torna in vetta alle classifiche con Signora Bovary, disco di grande bellezza da inserire tra i capolavori gucci-

niani. Nel 1989 debutta come scrittore con un successo. Il romanzo s’intitola ´Croniche Epifanicheª e in pochi mesi supera le centomila copie vendute. Nel passato di Guccini ci sono episodi di carattere editoriale che riguardano la sua passione per i fumetti. Guccini ha firmato inoltre la colonna sonora del film ´Nen˪ di Salvagtore Samperi. Nel 1990 esce Quello che non ... che arriva ai primi posti in classifica. La canzone che d‡ il titolo all’album contiene riflessioni amare sulla vita. I suoi album successivi, come Parnassius Guccini (1993), Stagioni (2000) e Ritratti (2004) mostrano ancora una volta come sia uno dei grandi cantastorie di questo secolo. Il suo modo di confrontarsi con la vita e raccontarla in forma di canzone Ë sempre avvenuto con una sincerit‡ e onest‡ lontane dalle logiche commerciali. Guccini si cimenta inoltre anche nel ruolo di attore in film come Musica per vecchi animali (1989); Radiofreccia (1998); Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005).


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02 LA SCUOLA DI GENOVA Nella storia della canzone, Genova Ë un’idea dai contorni forti, che contraddistingue un modo di scrivere e di cantare estraneo al nostro paese fino agli inizi degli anni Sessanta. Un’idea che fa tutt’uno con con la nascita della figura del cantauotre. I pi˘ grandi personaggi che esprimono tale idea sono: Gino Paoli; Luigi Tenco; Bruno Lauzi; tutti con delle caratteristiche in comune, quali il linguaggio tagliente, le melodie eleganti e semplici, le vocalit‡ non ´educateª al canto. I loro testi esprimono intelligenza, malinconia e anticonformismo. Sono soprattutto i giovani pronti a sintonizzarsi con la nuova scuola. Ma di lÏ a poco, grazie a Mina (che interpreta Il cielo in una stanza) e alla Vanoni (che canta Senza fine), questo stile diventa familiare e si porta dietro anche il successo commerciale. Quanto questo ´modoª di fare canzoni fosse nell’aria lo dimostra la forza che possiedono ancora oggi i capolavori di Paoli, Tenco, Lauzi e Bindi, e la produzione attuale di artisti come De AndrÈ e Fossati. Sono canzoni che affrontavano la realt‡, evitando la retorica e le sue stupide consolazioni. Furono l’esatto opposto di quello che fino a quel momento ci propinava la canzone italiana. La comparsa di canzoni come Il cielo in una stanza o Senza fine non sortir‡ tuttavia l’effetto di un ciclone (come era avvenuto con Modugno un paio d’anni prima). La ´scuola di Genovaª∑operer‡ quasi solo azioni di disturbo, ma basteranno le prime discrete vendite discografiche (dal 1962 in poi), perchÈ la sua

produzione condizioni tutta l’altra canzone. Il ´modo genoveseª ha imposto inevitabilmente delle regole generali. Del resto il nucleo dei cantautori-padri (Paoli, Tenco, Lauzi e Bindi) Ë composto di artisti cresciuti tutti durante e dopo la guerra. Avevano tutti pi˘ o meno vent’anni quando arrivava in Italia il rock’n’roll, ma erano soprattutto figli del jazz del dopoguerra e della canzone francese. Ma le critiche non mancano. C’Ë chi sostiene che le loro canzoni esprimessero solo una certa confusione generazionale e che la loro problematica fosse sostanzialmente quella della disobbedienza adolescenziale. Per quanto rispettabili, queste critiche sembrano non tenere conto dell’epoca in cui questi artisti si formano. L’Italia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta Ë una piccola provincia: con l’ignoranza, l’arroganza e la schizofrenia del boom economico, con l’ubriacatura consumistica, con la superficialit‡ politica e imprenditoriale e il disgusto che ne consegue. Oggi l’importanza storica di questi artisti Ë fuori discussione. Verso la fine degli anni Sessanta poi (dopo una strenua lotta per non soccombere alle regole del mercato e per controbattere l’invasione della canzone angloamericana), la ´scuola di Genovaª era gi‡ tradizione. Un duro colpo per una poetica improntata all’antiretorica. Ma tant’Ë. A essa, ormai relegata al night e alle luci soffuse dei piano bar, si era gi‡ sostituita l’urgenza dell’impegno politico. La canzone scendeva in piazza, dove la passione era pi˘ forte, e il cuore posava il tumulto dell’universit‡ e della


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fabbrica. De Gregori, Guccini, Bennato, Venditti, Dalla, il panorama della canzone d’autore si frantuma in mille rivoli, coprendo un ventaglio vastissimo di proposte. Dovranno passare vent’anni. Solo dopo i cosiddetti ´anni di piomboª (fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta), l’umore ´genoveseª, con la sua at-

tenzione al gioco dei sentimenti, si riproporr‡ in tutta la migliore produzione dei cantautori, per esprimersi pi˘ compiutamente nella vena di artisti come Fabrizio De AndrÈ e Ivano Fossati, degni eredi della ´scuola di Genovaª, e nello stile irriverente di Baccini.


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02/1 FABRIZIO DE ANDRÈ Fabrizio De AndrÈ, cantautore genovese, nato nel 1940e morto a Milano nel gennaio del 1999. La sua giovent˘ Ë ricca di lunghe serate trascorse con Paolo Villaggio, Luigi Tenco, Gino Paoli e il poeta Remo Borzini a parlare di letteratura, di poesia, di sogni, di male di vivere e di cantautori francesi. De AndrÈ si ispira alla sonorit‡ e allo stile del chitarrista americano Jim Hall, suo idolo. Nel 1958 incide il primo 45 giri, Nuvole barocche, passato praticamente inosservato. Si sposa a 22 anni (con Enrica Rignon) e diventa padre a meno di 23. Il suo primo grande successo Ë La canzone di Marinella: il brano viene interpretato e inciso da Mina nel 1965 e diventa subito un best-seller. Nel 1966 esce il suo primo album, Tutto Fabrizio De AndrÈ (accolto con entusiasmo dal suo pubblico, fatto di studenti, intellettuali e appassionati di cantautorato), seguito nel 1967 da Fabrizio De AndrÈ volume I. Nel 1968 esce poi Tutti morimmo a stento (ispirato dalla lettura delle poesie di FranÁois Villon), seguito da Fabrizio De AndrÈ volume II e nel 1970 da La buona novella (una rilettura dei Vangeli apocrifi). Nel 1971 pubblica Non al denaro nÈ all’amore nÈ al cielo (libera traduzione in musica, con la collaborazione dell’americanista Fernanda Pivano, dell’´Antologia di Spoon Riverª di Edgar Lee Masters), nel 1973 Storia di un impiegato (la solitaria e abortita ribellione di un uomo infiammato da una canzone del maggio francese) e nel 1974 Canzoni (scritto insieme a Francesco De Gregori). Seguono Rimini (1978), Fabrizio De AndrÈ in concerto con la PFM (doppio album registrato dal vivo insieme al

gruppo, che lo accompagna in un mitico tour nel 1979), quindi Fabrizio De AndrÈ (nel 1981, nel quale accosta il mondo degli indiani d’America e quello della cultura autoctona sarda), il capolavoro Creuza de ma del 1984 (un magico viaggio nei suoni mediterranei realizzato insieme a Mauro Pagani e cantato in dialetto genovese) e lo splendido Le nuvole (1990), che ha segnato il suo ritorno sul mercato discografico dopo una lunga assenza. Il disco Ë un atto di accusa contro tutti quei personaggi che incombono sulla nostra vita sociale, politica e d economica. Nella prima facciata del disco parla il potere, in lingua, nella seconda parla il popolo in dialetto genovese, napoletano e siciliano. Nel 1978, poco dopo aver incontrato la cantante Dori Ghezzi, sua compagna da allora, acquista un’azienda agricola a Lagnata, in Sardegna. Il 28 agosto 1979 viene sequestrato insieme a Dori Ghezzi e per quattro mesi rimane prigioniero: i sequestratori li tengono all’aria aperta, sulle montagne sarde, e di notte li incatenano a un albero nascondendoli sotto teli di plastica. Nel suo album del 1981, scritto insieme a Massimo Bubola, De AndrÈ ricorder‡ lo smarrimento e le incertezze di quelle notti in una canzone cruda e suggestiva intitolata Hotel Supramonte. Fin dalle sue prime incisioni, De AndrÈ si Ë subito affermato imponendosi come cantautore italiano che pi˘ di ogni altro si Ë accostato al modo di fare musica di grandi autori come Brel, Leonard Cohen o Bob Dylan. » stato il primo, nel nostro paese, a dare alla canzone contenuti nuovi; brani come La guerra di Piero, Via del Campo, Bocca di rosa, Carlo Martello


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ritorna dalla battaglia di Poitiers o La ballata del MichË dimostravano senza ombra di dubbio che attraverso la canzone si potevano raccontare, con un grande impatto emozionale, storie fino a quel momento riservate agli autori di libri o di poesie. Alla sua attivit‡ di autore e interprete ha affiancato quella di traduttore delle canzoni di Georges Brassens, di Dylan e di Cohen. De AndrÈ rifiutava di fare televisione e di esibirsi dal vivo. Le sue performance dal vivo sono state rare, non per snobismo, ma per paura: nel 1975 con i New Trolls; il leggendario tour con la PFM docu-

mentata in due album live, una serie di esibiziani nel con Mauro Pagani e con il figlio Cristiano al violino e chitarre. Era un solitario, un persanaggio che occupa un posto a sÈ nella mappa della canzone d’autore italiana, un geniale e straordinario battitore libero che in vent’anni di attivit‡ Ë riuscito a non farsi mai condizionare dai contratti, scadenze discografiche, obblighi promozionali ed esibizioni televisive. L’ultimo album di De AndrÈ Ë Anime salve, scritto con Ivano fossati, in cui sono presenti influenze sonore del Sudamerica e dei Balcani.


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02/2 GINO PAOLI Gino Paoli, cantautore nato a Monfalcone il 29 settembre del 1934, ma cresciuto con la famiglia a Pegli, nei pressi di Genova. Nel 1959 debutta con La tua mano. Le sue canzoni interessano gli addetti ai lavori che proprio in quel periodo vanno alla ricerca del ´nuovoª. Mina incide la sua Il cielo in una stanza, diventata subito un successo. Conosce poi, un’altra artista emergente, Ornella Vanoni e scrive per lei Senza fine, uno dei pochissimi brani italiani che si classificher‡ nei primi posti negli Stati Uniti (sar‡ interpretata da Dean Martin e Eartha Kitt). Nel 1961 esce il suo primo album, Gino Paoli. Non vender‡ molti dischi (e la stampa dell’epoca gli volter‡ le spalle) ma il personaggio dell’artista timido e scontroso coglie nel segno e comincia a diventare popolare, soprattutto presso i giovani pi˘ colti. Guadagna i primi veri soldi, che spende in compagnia degli amici, in una Genova che sembra vivere momenti di risveglio culturale e di grande fermento. Intanto ha conosciuto un’attrice adolescente, Stefania

Sandrelli, con la quale si lega sentimentalmente, accrescendo ulteriormente i gi‡ gravi problemi con la moglie Anna. Nel 1962 conosce il cantautore belga Jacques Brel, di cui traduce in italiano Ne me quitte pas (e lo incide col titolo di Non andare via). L’anno decisivo della sua carriera di cantautore Ë il 1963. Sapore di sale, una splendida canzone che si dice ispirata da Stefania Sandrelli, si trasforma rapidamente in un incredibile numero di copie vendute e in una popolarit‡ massiccia, che esplode nel corso del Cantagiro. Ma nello stesso anno del grande successo, accade un fatto ancora oggi inspiegabile: in preda a una forte crisi, questo almeno scrivono i giornali, si spara al cuore, deciso di farla finita. Paoli invece afferma che il colpo Ë partito mentre puliva l’arma. Si salver‡ per puro miracolo e, una volta uscito dall’ospedale, si rimetter‡ al lavoro con decisione. Il nuovo album esce nel 1964. Ma qualcosa comincia a non funzionare pi˘. Nel mercato gli spazi per le sue canzoni si sono fatti esigui, anche se la cri-


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tica gli riconosce grandi meriti poetici e musicali. La sua popolarit‡ diminuisce progressivamente. » un periodo di sbandamento, segnato da passaggi frenetici da un’etichetta all’altra e di routine nei night, dove l’artista trova il calore del suo pubblico pi˘ affezionato. Si riprender‡ solo alla met‡ degli anni Settanta. Ritrova posto nelle classifiche nel 1984, con Una lunga storia d’amore, che ripropone in chiave moderna le emozioni contenute nella sua migliore produzione di un tempo. » del 1985 la fortunatissima tournÈe con Ornella Vanoni, il cui successo Ë confermato dal doppio album del concerto, Vanoni-Paoli insieme. L’anno dopo pubblica Cosa farÚ da grande, che riprova la felicit‡ della fase umana e artistica che sta vivendo: il disco sar‡ un nuovo successo, tanto che nel 1988 pubblica addirittura due album, Sempre, e L’ufficio delle cose perdute. La sua rinnovata popolarit‡, ormai assestata presso un pubblico vastissimo, si riconferma a livello di mercato nel 1989 con la pubblicazione di un album

doppio live (Gino Paoli dal vivo). Intanto, oltre a essere uno dei cantautori italiani pi˘ popolari e pi˘ stimati, ha dilatato la sfera dei suoi interessi alla politica, svolgendo attivit‡ parlamentare nel gruppo indipendente del Pci. Continua poi a pubblicare album come Matto come un gatto (1991), King King (1994), Amori dispari (1995), Pomodori (1998), Per una storia (2000), Se (2002), Una lunga storia (2004). Considerato il caposcuola della ´scuola genoveseª, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta Ë stato il motore di una trasformazione del linguaggio e dei temi della canzone italiana che non ha precedenti. Il distacco tra il suo modo di fare canzoni e di interpretarle e quello che lo ha preceduto Ë stato tale, che a tutt’oggi, resta uno dei protagonisti indiscussi della scena cantautorale italiana. Inquieto, colto, dotato di una vena poetico-musicale di derivazione francese, ha scritto e interpreato alcune delle pi˘ belle canzoni d’amore degli ultimi cinquant’anni.


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02/3 LUIGI TENCO Luigi Tenco, cantautore nato ad Alessandria nel 1938 e morto a Sanremo nel 1967, ma cresciuto a Genova. Dal 1959 al 1961 incide diversi 45 giri come cantante. I risultati di vendita dei sono tutt’altro che esaltanti. Interpreta brani suoi e brani di altri, alcuni addirittura in inglese, e ha gi‡ nel cassetto canzoni bellissime, che ne delineano una originale personalit‡ di cantautore (come la splendida Quando). Nel 1962 avviene il primo serio incidente della sua carriera di cantautore: quasi tutte le canzoni del suo primo Lp (Luigi Tenco) vengono censurate dalla commisione d’ascolto della Rai. In compenso viene chiamato dal regista Luciano Salce a interpretare la parte di protagonista nel film ´La cuccagnaª. Pur non diventando popolari (prive come sono del supporto radiofonico e televisivo), le sue prime canzoni non passano inosservate, ma trovano buona accoglienza negli ambienti studenteschi e tra gli addetti ai lavori pi˘ sensibili alle novit‡, mentre l’ambiente discografico e la critica musicale gli ritagliano su misura un’immagine che non riuscir‡ pi˘ a scrollarsi di dosso: quella

di personaggio ´scomodoª, di artista dotato di talento ma troppo polemico e troppo politicizzato. In realt‡ il suo impegno politico Ë genericamente quello di un giovane uomo schierato a sinistra, e la sua vena, ironica e amara insieme, Ë in piena sintonia con la sensibilit‡ di una parte cospicua della popolazione giovanile. Il suo linguaggio musicale e letterario Ë quanto di pi˘ limpido e ispirato sia dato di ascoltare in quegli anni. Il 45 giri Ragazzo mio / No non Ë vero segna una svolta nella sua produzione. I due brani sono splendide canzoni di protesta. Nel 1965 pubblica il suo secondo album (anche questo si chiama Luigi Tenco), dove compaiono canzoni ispirate come Ragazzo mio, Ah l’amore l’amore, Tu non hai capito niente. Disprezza la musica beat italiana Appartiene a questo periodo il capolavoro Un giorno dopo l’altro. Il nome di∑Tenco comincia a fare notizia. Pubblica il suo terzo, splendido album (Tenco). La sua casa discografica lo iscrive al Festival di Sanremo. L’occasione sanremese si dimostrer‡ pi˘ dura del previsto: pi˘ che un’occasione artistica, la sentir‡ come una trappola ca-


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pace di vanificare in pochi minuti il lavoro di anni. Lo scontro tra due mondi cosÏ distanti tra quello fortemente motivato umanamente e artisticamente di Tenco e quello effimero e mortificante del Festival, si conclude in un gesto disperato e avvolto ancora oggi nel mistero. Affronta la gara in preda a una grande agitazione, tenuta a freno a stento da dosi massicce di tranquillanti. La sera del 26 gennaio 1967 viene escluso dalle finali. Nel cuore della notte l’artista, sar‡ trovato nella sua camera d’albergo, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. Sul comodino un foglietto con l’incredibile motivazione del suicidio: l’esclusione dalle finali e la delusione per non essere stato compreso dal pubblico italiano. La tragedia determiner‡ il successo della canzone e un’improvvisa, inarrestabile popolarit‡ dell’artista. Nel giro di pochi mesi, lui, Tenco, l’artista scomodo, rimasto per anni ai margini del mercato discografico, si trover‡ consegnato al mito, pi˘ per la morte prematura, che sar‡ vista come una forma estrema di protesta, che grazie alle splendide canzoni di cui era in-

terprete e autore, e che godranno, dopo la sua morte, di un vero e proprio culto. Alla sua figura e alla sua poetica si ispireranno dopo di lui decine di cantautori, come lui alla ricerca di strade capaci di far coincidere impegno politico e canzone, mercato e qualit‡ artistiche. Nel 1972, per mantenere viva la sua memoria, Amilcare Rambaldi ha fondato a Sanremo il Club Tenco. Cantautore di straordinaria sensibilit‡, Luigi Tenco Ë stato uno dei primi veri poeti della canzone italiana.Ha lasciato una traccia indelebile negli artisti che lo seguiranno. Le sue intuizioni poetiche e musicali, spesso folgoranti, hanno dato corpo alle inquietudini giovanili di un’epoca controversa, quella del boom economico degli anni Sessanta e dei primi sintomi di quella protesta che esploder‡ nel ‘68. Stagione brevissima la sua, ma cosÏ intensa da porsi come una cerniera tra canzone vecchia e nuova, segnando per i cantautori che verranno un limite di non ritorno.


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03 LA SCUOLA DI MILANO Se vogliamo credere a una ´scuola milaneseª della canzone d’autore proviamo a visitarla per classi. La prima Ë quella del Piccolo Teatro. Il capoclasse del Piccolo Ë Giorgio Strehler, il quale, Ë vero, scrive solo un paio di canzoni, perÚ da dieci e lode (Ma mi, Le Mantellate); e soprattutto apre alla forma-canzone il pi˘ importante palcoscenico italiano, tramite alcuni musicisti colti (Carpi, Gino Negri). Accanto all’aula del ´Piccoloª, c’Ë una classe che respira molto l’atmosfera dei vicini, quella del teatro Gerolamo: intellettuali per lo pi˘ di sinistra, irrequieti e anticonformisti. Qui Roberto Leydi e il regista teatrale Filippo Crivelli, allestiscono nel 1962 il memorabile spettacolo ´Milanin Milanonª, che segna la con-

ferma di personaggi come Milly, Jannacci, Sandra Mantovani. Nell’aula dedicata a una santa, Santa Tecla, si consumano invece i fasti nostrani del jazz e del primo rock’n’roll: ragazzi di periferia, con meno pretese, allegri, indisciplinati, ma sotto sotto garbati e beneducati. Qui, tra il 1958 e il 1959, Giorgio Gaber guida il complesso dei Rocky Mountains; a stretto contatto di gomito lavorano i Cavalieri, tra i quali Tenco e Jannacci. Con quest’ultimo Gaber ´legaª fino a fare coppia d’arte (I Due Corsari). Gaber si specializzer‡ in temi di milanesit‡ popolaresca e crepuscolare. Non sfugge la classe del Santa Tecla e dintorni, a certi amici pi˘ grandicelli di un’altra aula: la Galleria del Corso. Qui sono accolti arti-


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sti come Jannacci, Gaber, la Vanoni, la Monti, ma anche altri venuti da fuori, prevalentemente da Genova (Bindi, Tenco, Endrigo). Da tutte queste aule si fanno frequenti le visite ad altre classi che si formano subito dopo, cosÏ omogenee tra loro da occupare un intero piano della scuola: il Nebbia Club, il Cab 64, l’Intra’s Derby Club. Attraverso il cabaret inventano una nuova canzone di cronaca, di critica, di satira. Fra questi vanno citati Duilio Del Prete, Franco Nebbia, Walter Valdi, e via nel tempo Cochi e Renato; Bruno Lauzi, Lino Toffolo. Le genrazioni successive, pi˘ che studiare diligentemente sui banchi della propria classe, preferiscono giocare nei giardini della scuola, soprattutto il Parco Lom-

bardo, dove la ´scuola di vitaª Ë tale da far crescere ragazzi svegli, intelligenti, curiosi. Ecco allora Eugenio Finardi, gli Stormy Six, Alberto Camerini, Ivan Cattaneo... Tra loro si intrufola quel vecchio ripetente di Ricky Gianco. ´Primi della classeª di Milano e dintorni se ne vedranno ancora (Roberto Vecchioni, Angelo Branduardi), ma gi‡ proiettati all’esterno, non pi˘ identificabili con una scuola che ha invece saputo legare tra loro, con un unico filo, elementi cosÏ diversi ed eccentrici, in nome di qualcosa che ci Ë impossibile analizzare qui, ma che era ovviamente misteriosamente inequivocabilmente urbanamente milanese.


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03/1 GIORGIO GABER Giorgio Gaber (nome d’arte di Giorgio Gaberscik), cantautore, attore, regista nato a Milano, il 25 gennaio 1939 e morto a Camaiore nel 2003. La poliomielite gli mette fuori uso la mano sinistra: ma Ë lo stimolo che spinge Gaber a inventare una tecnica particolare per suonarla e fare gli accordi. Muove i suoi primi passi nella musica come chitarrista di jazz. Poi il salto nel rock’n’roll in coppia con Jannacci, con il nome di I due corsari: Gaber suona Una fetta di limone, Birra, Tintarella di luna. Nel 1958 Gaber scrive con Tenco la sua prima canzone, Ciao ti dirÚ ed entra nella categoria degli ´urlatoriª. Nel 1960 Gaber d‡ il via alla sua carriera di cantautore componendo Genevieve. » il primo brano in cui il testo ha un valore predominante, e il suo approccio con la musica cambia. Il modo di cantare si fa pi˘ confidenziale, gli argomenti prendono spunto dall’attualit‡, dalle persone e dall’ambiente che lo circondano, ed Ë in

quel periodo che la sua produzione gi‡ comincia ad alternarsi in due direzioni: da un lato la canzone pi˘ propriamente tale, dall’altro i brani nati e concepiti come canzoni teatrali. Nel 1961 propone insieme a Maria Monti, al teatro Gerolamo di Milano, un recital intitolato ´Il Giorgio e la Mariaª. Nello stesso periodo arrivano altri successi, da Non arrossire a La ballata del Cerutti, e partecipa al Festival di Sanremo con Benzina e cerini. Negli anni Sessanta Ë protagonista di spettacoli televisivi come ´Canzoniere minimoª (1963) e ´Milano cantataª (1964). Partecipa a diverse edizioni di ´Canzonissimaª e nel 1969 e 1970 Ë protagonista insieme a Mina di due acclamatissime tournÈe. Ma il meglio della sua produzione musicale viene soprattutto dagli spettacoli teatrali dei quali fin dal 1970 Ë protagonista e autore, dal 1973 in coppia con Sandro Luporini. Con i suoi spettacoli straordinari e intensi Gaber scava nelle nostre debo-


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lezze, nei nostri timori, nei nostri fallimenti, nelle nostre speranze e nei nostri tic criticando aspramente il consumismo, la massificazione dei gusti, l’omogeneizzazione della cultura, sfornando brani di grande spessore come Shampoo, La libert‡, Il dilemma, Io se fossi Dio, Parlami d’amore Mari˘. ´Il signor Gª, del 1970, si pone di fronte all’interrogativo di una generazione giovane che vuole cambiare e che cerca le responsabilit‡ del proprio malessere nelle colpe degli altri. In ´Far finta di essere saniª (1973) vengono introdotti temi psicanalitici e ci si discosta da un discorso prettamente politico di lotta di classe. Con ´Polli d’allevamentoª (1978) arriva il distacco dal movimento del ‘77. Pone al centro delle sue opere l’individuo e il sentire come in ´Parlami d’amore Mari˘ª (1986). Continua a scrivere ininterrrottamente per il teatro. Riceve per due volte (nel 2001 e nel 2003) la Targa Tenco per La razza in estinzione e per l’album Io non mi sento

italiano. Definito da qualcuno ´il cronista dei nostri anni affollatiª, Gaber Ë il pi˘ politico dei nostri cantautori. Il suo modo di guardare alla nostra vita politica e sociale Ë rigoroso, lucido e spietato, a volte velato da un certo pessimismo ma ancor pi˘ spesso pervaso dalla speranza di chi sa che l’intelligenza Ë in grado di guarire molti mali. Nella lunga e splendida serie di recital teatrali che rappresentano praticamente la sua unica attivit‡ dal 1969, Gaber ha messo il dito sui mille difetti del nostro paese, esprimendo attraverso i suoi personaggi (a cominciare dal Signor G) i dubbi, le perplessit‡ e le passioni di un’intera generazione. Gaber Ë stato la nostra coscienza, l’uomo che guarda la realt‡ di tutti i giorni con disincanto e si chiede, e ci chiede, perchÈ stiamo lÏ a guardare invece di fare qualcosa.


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03/2 ENZO JANNACCI Enzo Jannacci, cantautore nato a Milano, nel 1935. Alla fine degli anni Cinquanta, inizia a frequentare i locali che animano le notti milanesi: il Santa Tecla, l’Aretusa, la Taverna Mexico. Dopo qualche mese Ë gi‡ nella formazione dei Rocky Mountains. Quando nella band entra Giorgio Gaber, mette in piedi con lui un duo chitarristico, i Corsari, in pieno stile rock’n‘roll. Il primo 45 giri inciso Ë del 1959, intitolato L’ombrello di mio fratello, privo di qualsiasi riscontro commerciale ma buono quanto basta per farsi conoscere nell’ambiente milanese. Nel 1962, arriva l’occasione per farsi conoscere dal grande pubblico: il regista Filippo Crivelli lo sceglie per lo spettacolo ´Milanin Milanonª, accanto a Tino Carraro e a Milly, per il ruolo del cantante folk meneghino. Jannacci viene accolto con grande calore dal pubblico. Inizia a esibirsi in un club, il Derby, che diventa in breve la culla del miglior cabaret milanese. La collaborazione pi˘ importante e fruttuosa Ë quella con Dario

Fo. Insieme firmano piccoli capolavori come El purtava i scarp del tennis, Veronica, L’Armando, La linea Ë una lampadina. Le classifiche di vendita dei quarantacinque giri lo vedono comparire tardi con una canzone memorabile come Vengo anch’io no tu no, a tutt’oggi il suo brano pi˘ venduto. Ma Jannacci non scrive canzoni commerciali e non Ë neanche troppo interessato a venderle, cosÏ, torna velocemente alla sua vena compositiva pi˘ abituale, preferendo gli spettacoli teatrali e le performance ´demenzialiª, per le quali Ë proverbialmente noto. In seguito riesce a coronare un sogno: si perfeziona in cardiochirurgia in Sudafrica. Tornato in Italia, esercita le due professioni contemporaneamente. Siamo alla met‡ degli anni Settanta quando realizza quello che puÚ ben essere considerato il suo album pi˘ completo, Quelli che. Il disco apre una fase nuova nella carriera del cantautore milanese che, da uomo pi˘ di cabaret che di musica, diventa invece un autore a tutto


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tondo. L’album Ë la fotografia ironica e feroce di un’epoca della storia italiana, raccontata in poche canzoni con grande lucidit‡ e splendido sarcasmo, caratteristiche queste che hanno sempre caratterizzato la sua produzione rendendolo, forse proprio per questo, meno ´vendibileª al grande pubblico. Sulla scia del successo di Quelli che, Jannacci torna in teatro, con un vero e proprio spettacolo musicale nel quale, naturalmente, c’Ë posto anche per la comicit‡. Nel 1980 esce Ci vuole orecchio, primo di una serie di album che vedono Jannacci sempre ironico e feroce, ma meno cattivo, pi˘ ´riflessivoª, pi˘ apertamente ´politicoª che in passato. Nelle sue proposte nei teatri italiani la musica, la comicit‡, i commenti politici e sociali, l’ironia e il sarcasmo, sono magistralmente fusi. Nel 1990 Jannacci torna a fare coppia con Giorgio Gaber per proporre in teatro ´Aspettando Godotª di Samuel Beckett. Jannacci ha due o pi˘ personalit‡: Ë medico, cantautore, rockettaro, poeta. Inutile

cercare di capirlo, difficile farlo anche leggendo la sua storia. I suoi inizi nel mondo della musica comunque hanno il sapore della leggenda, per via dei locali frequentati: il Santa Tecla, l’Aretusa, la Taverna Mexico, caveau dal sapore esistenzialista, piccoli laboratori dove si metteva a punto un genere di spettacolo che si sarebbe diffusa di lÏ a poco. Il chirurgo Jannacci, invece, Ë l’immagine della seriet‡ contrapposta a quella dell’ironia bruciante dell’autore di canzoni e del cabarettista. Ma Ë solo una delle mille apparenti contraddizioni del personaggio, che lo fanno sfuggire a ogni catalogazione, corrente e moda, a ogni consenso costruito ad arte. Le mille tournÈe, gli spettacoli televisivi, la vita da medico, la passione per il karate. Insomma, un vagabondo dell’anima, un poeta di strada. Pi˘ semplicemente, un grande autore.


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La canzone italiana negli anni '60-'70  

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