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Scritture

ta l’unione e la comunanza di tutti i popoli. Queste ultime vengono ribadite dalla saporita semplicità dei frutti della terra. Si pensi per esempio alla patata, utilizzata nelle cucine di tutte le culture, a cui Neruda dedica ben due odi: Ode alla patata e Ode alla patata fritta. Essa ha per patria d’origine l’arcipelago cileno di Chiloè, ed è considerata alimento universale che ha sfamato intere popolazioni, specie durante i momenti di carestia: è dunque «tesoro interminabile / dei popoli».9 Dai versi chiari e luminosi traspare dunque l’intenzione primaria dell’autore, quella di disporre le cose «de acuerdo con el hombre y con la tierra»,10 evidenziando l’armonia, la sintonia che vige in natura. Essa vive nel cibo, negli alimenti essenziali che sono i fondamenti della cucina della sua terra, il Cile. Ed è forse contenuto in una certa zona geografica, nella terra latinoamericana, il segreto del rapporto tra il cibo, il poeta e la poesia delle Odi elementari. Esiste una potente originalità, un aroma inaudito che accomuna scrittori della stessa area, evidente nelle affinità di vibrazione e cadenza, nella nudità e semplicità della voce,11 che evoca di frequente le medesime immagini. Così, mentre Neruda scrive nell’Ode al mais: «America, […] / Fu un grano di mais la tua geografia»,12 il messicano Ramon López Velarde, cantore affettuoso del suo paese, comincia il componimento Dolce patria con queste parole: «Patria, la tua superficie è il granoturco».13 E ancora, Jeorge Carrera Andrade compone: Terra dell’equinozio, patria del colibrì, / dell’albero del latte e di quello del pane! / […] / Terra mia dove abitano razze dell’umiltà / e dell’orgoglio, foglie del sole e della luna, / del vulcano e del lago, del lampo e dei cereali. / In te esiste il ricordo del fuoco elementare / in ogni frutto…14

Questi poeti creano mirabili affreschi della loro terra, con gli elementi più puri, con gli alimenti. L’argentino Leopoldo Lugones, nell’ode Al bestiame e alle messi, dipinge un quadro quotidiano e ispirato della vita nella sua pianura, attraverso «… la sonora / parola di compiacenza e d’affetto» che «come il pane ben cotto era gustosa».15 Esiste una lingua poetica autonoma dell’area ispanoamericana, attenta al popolare, all’indigeno, una lingua profonda, intima e viscerale che si attacca agli oggetti, ai simboli della memoria per esprimere la presenza fisica di un continente, della sua realtà e del suo mito.16 C’è un’aderenza particolare della lingua spagnola alla terra e ai suoi frutti, resa efficacemente da una certa coesione tra linguaggio colto e popolare. La nota indigena fondamentale e caratteristica di questa arte è «un americanismo genuino ed essenziale; non un americanismo descrittivo e folcloristico».17 Il pane, elemento basilare del nutrimento, ritorna spesso come

simbolo della purezza del vivere, del dialogo tra l’io e la natura; così il peruviano Cèsar Vallejo, nella poesia Il nostro pane, dice: Si fa colazione… Umida terra / di cimitero odora di sangue amato. / Città d’inverno… L’acre traversata / di una carretta che trascinare sembra / un’emozione di digiuno incatenata! / […] / E in questa ora fredda, in cui la terra / esala polvere umana ed è così triste, / bussare vorrei a tutte le porte / e supplicare non so chi, perdono, / e fargli pezzetti di pan fresco, / qui, nel forno del mio cuore…!18

Mentre Neruda, con la sua veemenza espressiva, vede nel pane «coricato e rotondo» «il ventre / della madre», «l’onda / della vita, la congiunzione del germe / e del fuoco», che come un «miracolo ripetuto» manifesta «la volontà della vita»19 comune all’umanità: … il pane di ogni bocca, / di ogni uomo, / ogni giorno / arriverà perché andammo / a seminarlo / e a produrlo

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Argo X / Questioni di gusto  

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