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oscen ità l’italia esplorata da: wu ming paolo rossi fabrizio gatti massimo zamboni vanni santoni andrea battistini gli argonauti

Cattedrale * 96 GARIBALDI ANCONA


Cattedrale * 96 GARIBALDI ANCONA


ARGO N. 15 / OSCENITÀ

Rivista di esplorazione fondata nel 2000 registrata al Tribunale di Bologna N.7393 del 22/12/2003 con il Patrocinio dell’Università degli Studi di Bologna - Facoltà di Lettere e Filosofia

Equipaggio Direttore responsabile: Valerio Cuccaroni Co-direttore: Marco Benedettelli Vice-direttore: Filippo Furri Direttore artistico: Mattia Santini Redazione centrale: Marco Benedettelli, Giuseppe Colomasi, Valerio Cuccaroni, Giulia Ferrandi (www.neros.it), Lorenzo Franceschini, Filippo Furri, Tommaso Gragnato, Samuel Manzoni, Andrea Marcellino, Giuseppe Merico (www.scrivoeleggo.splinder.com), Stefania Piras, Rossella Renzi, Mattia Santini, Giovanni Tuzet, Daniela Shalom Vagata Collaboratori: Silvia Albanese, Giacomo Bottà, Mattia Cavagna, Claudio Emme, Oscar Fuà, Luigi Ghezzi, Jan Heberlein, Jonsi, Natalia Paci, Michela Murgia, Francesco Orazi, Silvia Righini, Igor Tchehoff Redazione di Roma: Fabio Orecchini, Giulio Pompei Collaboratori: Geraldina Colotti, Girolamo Grammatico Redazione di Kyoto: Daniela Shalom Vagata Collaboratori: Kosuke Kunishi, Shima Ueda Grafica e impaginazione: Giulia Ferrandi Photo editing e foto di copertina: Mattia Santini Logo: Simone Mazzieri

Correzione bozze: Tommaso Gragnato Webmaster: Christian Boragine Tirocinante: Luca Manucci Hanno inoltre collaborato a questo numero: Sara Andreoli, Andrea Battistini, Domenico Brancale, Filippo Brunamonti, Eirca Borghi, Rino Cavasino, Massimiliano Chiamenti, Fabio Franzin, Niccolò Furri, Jack Hirshman, Kai Zen, Luigi, Chowra Makaremi, Gilberto Mastromatteo, Maurizio Mattiuzza, Andrea Montali, n&o, Massimo Paci, Mario Panzieri, Michele Pedrazzi, Massimo Raffaeli, Valentina Recchia, Vanni Santoni, Marco Scalabrino, Fabio Maria Serpilli, Christian Sinicco, Marco Socci, Federico Solmi, Günter Spiegelmann, Annalisa Teodorani, Luca Viglialoro, Wu Ming, Rafael Zammitti, Massimo Zamboni, Edoardo Zuccato Grazie a: gli abbonati; Ale Patri Leo e l’appartamento di via Azzo Gardino; Simone Alfieri; le allieve del GIOCA Alessandra Speri, Clara Borghi, Valentina Cuppini, Maria Francesca Ranocchi); Nathalie Alony e Marco Galafassi; Jadel Andreetto (aka Kai Zen J); Arci Ancona (in particolare Barbara Laconi, Federico Pesciarelli, Alessandro Ricchiuto); Emilio Berrocal; Dibres Cantini; Bruno Capaci; Andrea Carnevali; Comune di Bologna - Cultura e Università (in particolare Rosalba Campanella, Daniele Del Pozzo, Stefania Luigi, Giancarla Melis); Antonino Contiliano; Domenico Cosentino; Edicola del Comunale; Eiko e Hiroshi, Yuichi Fuji, Mayumi Kinoshita, Mario Manfredini, Midori (detta Miro), Yosuke Shimoda, Silvio Vita (dir. Istituto italiano di Studi orientali) e tutti gli studenti di lingua italiana della Kyoto University che si sono resi disponibili alle domande; Mario Favini; FIxO - Ufficio Coordinamento Tirocini e Stage (Bologna); Sara Guerrini; Angelo Guglielmi; Andrea Inglese; i lettori; Libreria Il Portico (Bologna); famiglia Luzzi; Museo MamBo (in particolare il direttore Gianfranco Marianello e Elisa Maria Cerra, Lara Facco, Monica Guidi); Franca Mancinelli; Gianluca Morozzi; i neo-argonauti (in particolare Ivan Tagliaferri, Andrea Lepretti, Sonia di Guida) e tutti quelli che sono passati in redazione; Chiara Nigra; Mario Panzieri; Giulia Pasini; Olga Patti; Edizioni Pendragon (in particolare Antonio Bagnoli, Gianmichele Lisai, Marco Nardini, Federica Rapini); Radio Città Fujiko (in particolare Alfredo Pasqualli e Alessandro Canella); Tg3 Marche; Gino Ruozzi; Stefano Sansoni; Sinistra Democratica Bologna; Marijana Sutic Pavlicevich e il Festival delle riviste e della letteratura di Rijeka (Fiume); Igor Tchehoff; Ludwig Maria Gallura Tortoli; tutti gli autori non citati di materiale non pubblicato Editore: Cattadrale, corso Garibaldi 96, 60100 Ancona Proprietà e Corrispondenza: Associazione NIE WIEM, C.P. 138, 60127 Ancona Centro (sito: www.niewiem.org) Sede della redazione centrale: Radio Città Fujiko, via Giambologna 4, 40100 Bologna Sede della redazione di Roma: c/o Fabio Orecchini, via dei Durantini 46, 00157 Roma (e-mail: redazioneroma@argonline.it) Sede della redazione di Kyoto: c/o Daniela Shalom Vagata, University of Kyoto, Department of Italian, 606-8501 Yoshida honmachi Sakyo-ku, Kyoto-shi-Japan (e-mail: shalomdan@hotmail.com) Sito: www.argonline.it e-mail: argo@argonline.it Non è la crisi che ha fatto lievitare il prezzo del 300%! È che Argo ha cambiato editore, formato e progetto editoriale: quella che avete fra le mani non è più solo una rivista, è una rivista-libro, una rivibro, una librista, o, come piace chiamarlo a noi, un Romanzo di esplorazione. «Argo» si può trovare un po’ ovunque, ma soprattutto qui: www.argonline.it/. Se non la trovate, chiedete al vostro libraio di fiducia di ordinarla. Ricordate che il nostro nuovo editore è Cattedrale e il distributore PDE. Se non volete impazzire a cercarla e volete riceverla a casa, abbonatevi (4 numeri a 30 euro spese postali incluse). Per farlo, scrivete a abbonamenti@argonline.it Se invece volete avere tutta la serie completa, ogni arretrato vi arriverà a casa per 5 euro spese postali comprese. Scriveteci: argo@argonline.it Per facilitarvi la ricerca andremo in giro per l’Italia a presentare questo numero con spettacoli e incontri. Per l’Argontour 2009 consultate il nostro sito www.argonline.it.

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oscen ità

Cattedrale * 96 GARIBALDI ANCONA


diario di bordo fuori dalla scena argonauti riuniti : argo@argonline.it

I


Eravamo strabiliati. Abitavamo in luoghi diversi, ma le immagini e le parole, che ci penetravano violentandoci senza tregua, erano le stesse. In intimi silenzi coltivavamo piccole frustrazioni domestiche e quotidiani entusiasmi. Con in tasca briciole d'ideologia camminavamo per le strade delle nostre città. Eravamo molecole violentate a raffica, senza capire esattamente da dove, precisamente da chi. Violentate nell’immaginazione e nei desideri, violentate nelle possibilità e negli imprevisti, violentate nel presente nel passato e nel futuro. Violentate, impregnate e portatrici ogni giorno, noi stesse, di viscida violenza. Violentate senza poter dare un nome a questa violenza. Stavamo a guardare. Sua Emittenza, testa sintetica, aspettava la morte di un altro governo fragile e zoppo, soffiandoci contro, con sadico divertimento, la sua demoniaca congiura di Palazzo. Si sfregava le mani in seconda serata, in attesa della sua terza orgia di potere. Invano il Grillo parlante, l’Ultimo dei Movimentatori, dopo che anche i girotondi si erano tramutati in gorghi, metteva in guardia i burattini dai Lucignoli del Paese dei balocchi. La tv grondava sangue e sudore. Un blob agrodolce di show e intrattenimento. Nei notiziari la realtà era servita come un piatto freddo, ricco di salse piccanti e di carne squartata. Il baccanale mediatico saturava tempi e spazi, consumava il teleconsumatore. Sotto uno strato molliccio di telecronache mondane, di nuove maggiorate, di giochi a premi e di falsi problemi, tra ignoranze e fiction tv allarmiste, il paese reale si arrabattava come sempre: esisteva, con le sue tragedie e i suoi piaceri. Mentre in tv orde riversate fuori dalle patrie galere assalivano di notte le ville dei benestanti e uccidevano tutti senza pietà, anziani, signori indifesi, donne, bambini, colpevoli solo di possedere oggetti preziosi. La storia fatta dalla tv raccontava che il primo gennaio 2007 la Romania era entrata nell’Unione Europea. I Rumeni erano arrivati in Italia, assieme agli altri stranieri, venuti a vivere nel tuo condominio, a fare da badante all’anziana del piano di sopra, oppure, sotto casa, a impastare cemento in un cantiere 12 ore al giorno. Venuti per lavorare. Qualcuno uccideva anche. Anche uccidere è un lavoro. Lo sanno bene i killer delle nostre quattro mafie. Gli imprenditori fuorilegge.  Poi a Tor di Quinto una donna, picchiata e violentata, perse la vita il primo novembre del 2007. Tutti i mass media nei giorni seguenti raccontavano la sua storia. La gente nelle tabaccherie di quartiere si fermava a parlare, prima di cena: ci si lamentava spesso, ripetendo frasi raccolte altrove. Ed è cresciuta la paura. 

II


Capitava che la crudeltà in tanti discorsi si aggiungesse al pressappochismo. Al lupo al lupo! Sono romeni, sono rom, sono zingari, sinti, irregolari, clandestini, criminali… E Sua Emittenza continuava a soffiare mefistofelico, con la forza del leone e l’astuzia della volpe. In un quartiere di Roma organizzarono un raid punitivo. Con le catene, i bastoni e tutto quanto. Un campo nomadi prese fuoco. La gente continuava a viaggiare, a mangiare la pasta, a prendere i figli a scuola o a percorrere la provinciale, nella nebbia, tornando a casa dopo il lavoro o andando al lavoro da casa. La gente continuava a morire. Nella girandola dei contratti a ore e nelle fabbriche del lavoro precario, dove gli operai non si conoscono più perché tutti vanno e vengono. Morirono sette operai, morirono bruciati vivi da una fiammata di olio bollente. Stavano lavorando da 12 ore per la ThyssenKrupp. Mesi dopo, al processo, un soccorritore racconterà di aver scambiato per un sacco dell’immondizia un cadavere carbonizzato.  Si moriva sulle strade, velocemente, strafatti e incoscienti; si moriva a qualche miglio dalle coste italiane di tempesta e di mare grosso; si moriva di piccole tragedie private diventando fatti di cronaca; si moriva di depressione o di overdose, a volte con utensili da cucina. Nell’acquario melmoso dei telegiornali tutto si mescolava tragicamente con la monnezza debordante di Napoli e dell’agro campano; la monnezza sommergeva strade e piazze come una massa schiumosa venuta dal sottosuolo, resti, avanzi che nessuno sapeva più dove ficcare. Le discariche erano tutte intasate, non c’era più posto e la protezione civile, il governo, le amministrazioni, tutti cercavano nuovi siti intorno alli campi granari e dove brucano le bufale. Si progettavano impianti di smaltimento, termovalorizzatori e depositi di scorie tossiche e radioattive, ma con calma, perché «‘o Sistema ci tiene alla monnezza e la vuole tutta per sé. Ci si guadagna di più che con la droga». Arrivò l’Esercito italiano a proteggere le discariche dalla gente perché la gente protestava nelle strade, cioè nella monnezza. I guaglioni in motorino sfrecciavano nell’interland napoletano trivellato dalle pallottole, mentre il sangue in rivoli s’impappava con i rifiuti. Era il gennaio 2008 e l’altra faccia della medaglia, il Centrosinistra, con qualche costola in meno, si succhiava le viscere ripiegato su se stesso. Prodi, bonariamente, tracciava dei cerchi nel Fisco col compasso. A Roma, nei salotti, si brindava alla nascita del nuovo soggetto politico. Il Pd doveva essere il partito della socialdemocrazia italiana, libero senza i radicali, nuova forza di governo. Veltroni, eletto dal suo popolo

III


alle primarie, andava in tv e diceva «Yes we can». Il Popolo italiano vedeva sacchi pieni di cibo putrefatto e oggetti scassati straripare in quel ventre di mondo. Povera putrida oscena Patria. Schiere di porporati raggrumarono le facce, quando qualche disobbediente Barone tentò alla “Sapienza” di alzare la voce contro il Papa, il Pater Patrorum, l’Imperatore della Cristianità e capo di Stato sovrano, col suo corpo di mozzarella griffata, adunco per il vizio, e il suo mantello di pelliccia. Ribellarsi alla Chiesa poi porta disgrazia, perché la Chiesa è erotomane, e in Italia controlla ancora il corpo, le penetrazioni e la legalità dell’Amore. La Chiesa incaponita ha bloccato le unioni civili, perché colpevoli di garantire tutele e diritti a sacrileghe, impure, peccaminose, innaturali coppie di fatto. Chissà cosa si dissero nei corridoi del loro Palazzo i Generali di Cristo, quando chiamarono all’appello i loro amici di Stato.  Pochi giorni dopo, dimessosi da Ministro della Giustizia, per questioni di inquisizioni familiari, il cattolicissimo Clemente tolse la sua preziosa fiducia al governo di Centrosinistra. E il prode Romano cadde ancora dal suo asinello. Due volte nella polvere, mai più sull’altar. Sua Emittenza si apprestava a diventare ancora Cesare d’Italia. Un giorno si arrampicò sul predellino della sua auto governativa, si sporse verso la massa e, con la faccia stirata dal lifting e gli occhi come cuciture di una borsa di pelle, annunciò la nascita del Partito della Libertà. Chi non vuole la libertà? Chi è che non la vuole? Sarà il presidente di tutti, nessuno farà opposizione, eccetto i pazzi o i criminali. Clap clap. Il padrone della Medusa, del Basilisco e del Diavolo rossonero venne di nuovo incoronato, Presidente Trismegisto, con la bocca grondante del sangue succhiato dal corpo molliccio di Messer Mortadella. Non c’è più niente da fare. Ci guardiamo in faccia, disperazione e riso isterico, fatalismo e remote speranze, incubi e volontarismi. Schizofrenici, narcotizzati, impotenti, siamo impauriti. Spaventati anche dai nostri stessi desideri di rinascita e di rivoluzione. Disorganizzati, siamo inconcludenti. Siamo disillusi. Mentre ci guardiamo in faccia, siamo comunque noi.   Potremmo andarcene e lasciare andare tutto a scatafascio. Potremmo ritirarci in esilio e aspettare che arrivi la peste. Oppure potremmo prendercela con tutti e con tutto. Potremmo dubitare, dubitare di noi stessi e dubitare che quello che ci raccontano sull'Italia e sugli Italiani non sia vero, adesso che peggio di così forse non si può. Potremmo scegliere da che parte stare, credere a quello che vogliamo credere, IV


vedere quello che noi vogliamo vedere. Siamo stanchi della realtà pornografica di questo Paese. Una patina opaca ricopre tutto. Una patina opaca ricopre i nostri occhi. Una coltre di oscena vacuità toglie il fiato. Perciò decidiamo di andare a scovare un altro osceno, quello che rimane fuori dalla scena pubblica e televisiva, un osceno che non ha diritto alla ribalta, a un minuto di celebrità al telegiornale. Quello che non si vede ma si sente, si percepisce se solo si accetta di esporsi, di ascoltare, di ripulirsi la pelle, i nervi, gli occhi. Questo osceno vogliamo nominare, come un coro che a lato vede, prevede, commenta. Vogliamo accedere a questo non detto, a questo non visto. Cerchiamo la porta che si apra sulla coltre, che ci lasci penetrare nel sottosuolo, negli spazi nascosti, negli spazi ignorati, nel prima e nel dopo dei fatti di cronaca. Un oltretomba contemporaneo. Cerchiamo l’accesso a questo mondo e lo troveremo in riva al mare, dove ci laveremo gli occhi con l’acqua salata.  Le immagini di questo Paese a poco prezzo non ci bastano.  La nostra strategia: fare strada dove non c’è strada. Allora attraverseremo i paesi del Paese, cercando di scartare la via maestra: nomadi, fuori dalla scena, dietro la scena, lungo sentieri abbandonati. Incontreremo gioie impercettibili, voci minoritarie, molecole di esistenza, di indipendenza, di sopravvivenza.  Incontreremo la vita che vive dove non sembra vivere nulla. Incontreremo progetti appena inaugurati e altri già naufragati. Non la storia del Paese, ma la sua non-storia, le vie smarrite e quelle solo immaginate, le deviazioni. Errori dimenticati, deliri abortiti, miracoli miseramente falliti. Il sottobosco di una nazione. Il territorio. I fratelli minori, i parenti lontani, i parenti ripudiati, dimenticati. Quello che resta in disparte ma comunque qui. Le radure dove piccoli mondi esistono nonostante tutto. Dove le cose hanno nomi profumati.  Viaggeremo insieme o singolarmente, sparpagliati, e ogni giorno scopriremo luoghi sovrapposti, immagini contrastanti. Trovata la porta, viaggeremo da Sud a Nord, da un confine all’altro del Paese e oltre, ritorneremo indietro, ci fermeremo nelle metropoli e respireremo l’aria sovraffollata della vita frenetica che si raggruma, o rimarremo in disparte, ad allestire mostriciattole di sassi e di alghe, a seguire sentieri di montagna, linee tratteggiate.

V


itinerario Diario di bordo / Fuori dalla scena Chowra Makaremi & Filippo Furri Lungo la strada dei clandestini. Conversazione con Fabrizio Gatti Rino Cavasino Cosi tinti / Merda e fumeri Oscar Fuà I tiranni sicelioti Marco Scalabrino Sicilia ci cridi / Palori Erica Borghi La penna rossa con cui scrivo di Quello Giuseppe Colomasi La F(r)eccia del Sud Il treno che viene dal sud / Intervallo musicale di Stefania Piras Jack Hirschman The Rom Arcane Silvia Albanese Viaggio a Weilburg Daniela Shalom Vagata Tutte le strade portano a Roma... Ma chi l’ha detto che in terza classe... / Intervallo musicale di Stefania Piras Girolamo Grammatico Cosa c’è sotto il tappeto Nora Bossong Sonntag Filippo Brunamonti Federico Solmi e il suo papa porno-killer Kai Zen Miserabile Italia Luigi Chi trova un barone, trova un tesoro Filippo Furri Il parlamento infernale Massimo Paci Federalismo e democrazia partecipativa Militanza perfetta / Intervallo musicale di Samuel Manzoni Francesco Orazi & Marco Socci I meet-up di Beppe Grillo Geraldina Colotti Italiani: vittime e carnefici nella dittature latino americane Mario Panzieri Quarzo sardo Vanni Santoni I vetri di Tirana Massimo Raffaeli Palinsesti per l'Apocalisse: lettere di Volponi a Pasolini Günter Spiegelmann Nella Reggia dei Cortigiani Ludwig Maria Gallura Tortolì Forza Italia del desiderio: la porno-inchiesta di Bandinelli Passeranno i mattini – Intervallo musicale di Stefania Piras Claudio Emme Grazie a Visco non offro più gli aperitivi VI

I 1 9 13 17 21 23 26 27 31 33 36 37 41 43 47 49 57 59 62 63 67 69 71 75 77 81 86 87


itinerario Edoardo Zuccato Adess sa sent i man dul su Michele Pedrazzi Diario dagli Escartons Andrea Marcellino Se Manifesta sono tutt’occhi Andrea Montali La rana Luigi Ghezzi Sentirsi speciali e autonomi a Trento Maurizio Mattiuzza Tal bosc di Velio Rossella Renzi Vicino alle nubi, sulla montagna crollata Christian Sinicco La nave n&o Il cuore nero della tradizione Fabio Franzin ‘Ò fat tre volte el giro de chea I fratelli Furri Giochi senza frontiere Fabbricando case / Intervallo musicale di Stefania Piras Gilberto Mastromatteo Tupamaros all’italiana Massimiliano Chiamenti Lo sa che questo è vergognoso Andrea Battistini L’invenzione dell’Italia: dalle impronte letterarie alle impronte digitali Sara Andreoli & Valentina Recchia I nuovi italofoni Fabio Orecchini Italiano lingua di lingue. Dialogo con Amara Lakhous Daniela Shalom Vagata Itaria ni ikamasu! Rafael Zammitti La Piccola Italia di Rio de la Plata Italiani in Argentina / Intervallo musicale di Stefania Piras Massimo Zamboni Emigrati in casa Annalisa Teodorani Paroli / Al zèi / La sudisfaziòun Fabio Maria Serpilli Maestà e desolazió Pudessi sapéme acuntentà Valerio Cuccaroni Un giullare scomodo. Dietro le quinte con Paolo Rossi Domenico Brancale No' tène pidigàte / Angappàte gogne cose... Giuseppe Merico Un cerchio dal taglio meridionale Wu Ming Roccaserena Mappe Mattia Santini Ogra / Les Italiens

VII

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Manca pochissimo all’alba a Lampedusa. Siamo in spiaggia e sulla scogliera una porta si fa incandescente di luce. É la Porta, il monumento costruito nell’estate del 2008 per ricordare i morti nella traversata del Mediterraneo. Camminiamo fin sotto la sua soglia e da lì guardiamo il mare. Un barcone naviga all’orizzonte, sembra una tartaruga che arriva a deporre le uova. Toccata la costa scendono uomini e donne che cascano esausti. Qualcuno si abbraccia. Poi irrompono sulla scena i mezzi blindati.

lungo la strada dei clandestini conversazione con Fabrizio Gatti di Filippo Furri e Chowra Makaremi : filippo.furri@argonline.it

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Fabrizio Gatti, autore di reportage e di inchieste per «L’espresso», è una voce irriverente e critica della stampa italiana. Il libro Bilal, per il quale ha ricevuto tra il 2007 ed il 2008 il Premio Terzani, il Premio Nazionale di giornalismo d’inchiesta Giuseppe Fava ed altri importanti riconoscimenti internazionali, è «un’avventura, è una denuncia di crimini contro l’umanità, è il dramma quotidiano dell’immigrazione raccontato da un grande giornalista che l’ha vissuto dall’interno»1. È il viaggio verso l’Italia e l’Europa, e insieme un viaggio attraverso l’Italia; è lo sguardo amaro e sognante sul nostro Paese di uno, nessuno, centomila esseri umani in movimento. Giornalista in controtendenza, criticato o preso ad esempio per caparbietà, attenzione e sensibilità, Fabrizio Gatti ha accettato di discutere con noi di quel viaggio, di Bilal. Prendendo spunto dai differenti sottotitoli utilizzati per presentare il libro (Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi; Viaggiare, lavorare, morire da clandestini, o Sur la route des Clandestins2, per l’edizione francese Liana Levi), lo invitiamo a raccontarci la genesi di un’inchiesta che ha suscitato scalpore ed indignazione. Riflettiamo con lui sul significato e sul senso profondo della sua esperienza e sulle implicazioni politiche ed etiche di un fenomeno contemporaneo, drammatico e di dimensioni allarmanti3; su quella che potremmo definire “produzione della clandestinità” e sul ruolo dell’Italia, come luogo di arrivo o di transito, come orizzonte desiderato di vita o come territorio di discriminazione, violenza e sfruttamento. Questo libro, che alcuni chiamano con rispetto romanzo, si fonda su una ricerca di giornalismo vissuto, sulla linea di quelle praticate dal tedesco Günter Wallraff o dallo stesso Gatti in un centro di detenzione per stranieri in Svizzera o nel centro di Via Corelli a Milano. Gatti si è nascosto e al tempo stesso trasformato per fare l’esperienza di una situazione che non può essere compresa e conosciuta se non dall’interno. È partendo da questa posizione estremamente tesa – tra la complessità del mondo e la complessità interiore del soggetto – che l’autore ci invita a scoprire le condizioni di esistenza dei clandestini seguendo la prova del loro passaggio verso la terra sognata, l’Italia. Il libro presenta dunque prima di tutto questi due viaggi intrecciati: quello che fa l’autore, da Dakar alle rive del Mediterraneo, e quello che fanno gli Africani che incrocia e segue lungo strada. Queste traiettorie multiple si raggiungono e si separano: mentre i viaggiatori africani sprofondano 1  Così lo descrive la home page del sito che Rizzoli gli ha dedicato: http:\\www.rcslibri.corriere. it\rizzoli_minisitigatti 2  Bilal. Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi (BUR, 2007); Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini (BUR, 2008); Bilal. Sur la route des Clandestins, Liliana Levi, 2008. 3  Purtroppo ciò che dovrebbe essere maggiormente fonte di preoccupazione e meritevole di attenzione è spesso ignorato, mentre allarmismo ed ossessioni di sicurezza germinano inoculate in una società che non riesce a percepire le sue interne contraddizioni e cerca, come sempre, il suo nuovo capro espiatorio.

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nella condizione di stranded4 e si perdono per strada prima di raggiungere le rive del Mediterraneo, il viaggiatore italiano prosegue il suo cammino che lo porta alla seconda parte del libro: un’investigazione sul dispositivo di “ricezione” e di esclusione che attende chi tenta il passaggio dall’altra parte del mare. Il libro sottolinea una certa rottura tra queste due parti. Il passaggio si fa in aereo, con “l’apriti sesamo” del passaporto: il passaggio della frontiera europea sul quale l’autore torna lungamente e dolorosamente resta fuori narrazione. Questo angolo cieco del viaggio, questa ellissi inscrive nella struttura stessa del testo quello che in altre pagine si esplicita: l’intimità della frontiera e della morte. C’è nel viaggio di Gatti, nel suo rifiuto di imbarcarsi per l’Italia5, nel suo tuffo a Lampedusa, nel suo divenire Bilal, qualcosa di ambivalente che costituisce il nucleo del libro e che tuttavia è il limite stesso dell’esperienza vissuta dall’autore, un limite del racconto, qualcosa di difficile da cogliere e da comunicare, perché la nostra cultura democratica d’opinione ci rende increduli: le nostre frontiere sono degli abissi di non esistenza. Il viaggio nell’Italia dei controlli di frontiera e dell’economia clandestina ci spinge in una zona imprecisa dello spazio sociale, dove paradossalmente sono quelli con i documenti in regola ad essere categoricamente esclusi. L’ingresso nel centro di Lampedusa mette degli odori, un ambiente, una materialità precisa (recintata, nauseante) sulla detenzione degli stranieri. Ma soprattutto questa immersione nella zona di non-diritto ci fa scorgere tutto quello che c’è al di là della reclusione poliziesca: la delega del quotidiano a delle imprese private di gestione, la rimessa in circolazione degli stranieri rinchiusi legata ad un’economia della clandestinità, gli “accordi bilaterali di riammissione” ed i voli di interi charter verso la Libia. Il centro chiuso dal pavimento lurido non è un estremo isolato, una sacca di arbitrario, un male necessario per proteggere le frontiere di un paese peninsulare propaggine dell’Unione Europea; è un nodo di una rete economica e politica che vediamo lentamente emergere, dal deserto della Libia ai campi di pomodori in Italia e che si sviluppa a partire dallo sfruttamento della situazione stessa della clandestinità: come moneta di scambio politico tra Italia e Libia, come forza lavoro da sfruttare in nero. In questa realtà poco visibile all’occhio del cittadino italiano ingozzato di discorsi binari sul controllo migratorio, Lampedusa è una macchina che fabbrica sans-papiers. Non chiude le frontiere del Paese come vogliono farci credere, apre su un altro spazio, marginale, all’interno, ma sconnesso dalla vita civile. «Me l’ha raccontato mio cugino. Ti danno un foglio di via. Tu per cinque 4  Incagliato, arenato. 5  Gatti arriva nel suo viaggio fino al Mediterraneo, fino alla spiaggia, fino all’imbarcazione fatiscente e minuscola sulla quale ha comprato qualche centimetro di spazio. Poi si ferma. “Bilal” non sale ed interrompe il viaggio, Fabrizio torna indietro, torna in Italia da italiano, da giornalista. E ricomincerà il viaggio con Bilal da quel tuffo dalla scogliera nelle acque di Lampedusa

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giorni lo tieni e ti sposti fin dove devi arrivare. Poi lo butti, è l’unico modo per rimanere in Italia [...]» «Ma cosa succede se la polizia ti scopre?» «No, è difficile che ti scoprano. L’importante è fare come mio cugino. Andare a casa subito dopo il lavoro, non rimanere in giro fino a tardi la sera. E non frequentare altri immigrati»6. Di fatto, opera solo il buon controllo su Bilal e sui suoi compagni, per inserirli efficacemente nel circuito di sfruttamento, per farne delle vite-ombra utili economicamente, e degli spettri minacciosi, utili politicamente. Nel viaggio si sovrappongono diversi livelli di violenza, che tessono la realtà complessa della migrazione: la violenza brutale dei manganelli militari nel deserto nigerino e in Libia dove gli stranieri vivono nascosti come esseri braccati, e che certe notti si materializza anche a Lampedusa; la violenza sociale che rende impossibile l’esistenza quotidiana e che ossessiona alla partenza in Marocco o in Mali, ma che forgia anche la vita dei raccoglitori di pomodori. La violenza della guerra che ci ricorda un autista del deserto sopravvissuto al genocidio in Darfur. E poi la violenza specifica delle nostre democrazie, una violenza bianca, meno spettacolare: la gestione segreta, i centri chiusi ed isolati, una esclusione orchestrata attraverso leggi sicuritarie e molto silenzio. Ma quello che abbiamo chiamato viaggio è in effetti una deambulazione fatta di un’infinità di andate e ritorni, nella quale uomini e donne sono paradossalmente rinchiusi. Il paradosso è che questi viaggiatori non sono liberi di circolare e questa non-libertà si traduce in una circolazione senza fine. Testimoni di questa condizione che separa i due mondi, i fratelli liberiani, di cui Gatti incrocia il cammino, si trasformano in spettri elettronici: la loro realtà è ridotta al formato irregolare ed ellittico, anonimo e familiare, delle e-mail che si spediscono, restano presi in un altrove assurdo. Come dice il filosofo sloveno Žižek,«they dwell in a psychotic outside»7. Il libro si chiude con un ritorno nel deserto, nel tentativo di ritrovare le traiettorie percorse e perse. In questo prologo amaro e brusco del ritorno, l’autore tace e lascia parlare una realtà difficile da contemplare. Una realtà che, ben oltre l’indignazione, ci mette di fronte ad una questione di speranza e di disperazione, là dove prende forma la politica come impegno, nella misura in cui implica un’idea di umano. Parlando dell’eroismo dei clandestini, descrivi persone che mettono in gioco la loro vita non secondo una logica di sopravvivenza, come per la categoria 6  Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini, 2008, p. 377 7  Trad. it: «Abitano in un al di fuori psicotico»: Žižek, S.,From Politics to Biopolitics . . . and Back, South Atlantic Quarterly. Vol. 103, No. 3, 2004, p. 514.

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del rifugiato che sembra la sola concepita qui in Europa, ma piuttosto secondo una aspirazione idealista ad un mondo migliore. Non è una definizione dell’atto politico per eccellenza, mentre media e politica si impegnano a condannare l’opportunismo profittatore dei migranti economici? C’è qualcosa di politico, di rivoluzionario in questo mettere in gioco la propria vita. L’emigrazione è una scelta politica. Ambisce al miglioramento delle proprie condizioni di vita ma soprattutto permette il miglioramento delle condizioni di chi resta. L’attuale ricchezza italiana ne è un esempio. Non si tratta soltanto di rimesse. Dalla fine dell’Ottocento in poi chi rimaneva poteva contare su una percentuale maggiore di risorse, a cominciare dalle scorte alimentari. Dovremmo essere grati ai nostri emigranti. Praticamente si sono tolti di mezzo. I governi incentivavano le partenze. Così anche le famiglie. Come accade oggi in Nigeria. E chi non partiva era considerato un incapace. Basta leggere Vita, la bellissima ricostruzione di Melania Mazzucco sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti8. Ma allora come leggere questo eroismo nella misura in cui è puramente individuale, e crudelmente individualista, come ricorda Stephen, mimando “come si beve quando si guardano gli altri che muoiono di sete”, nel deserto? L’eroe è tale perché è unico. E perché il suo gesto è eccezionale. Fa, e con il suo fare esprime una condizione fuori del comune, lontana dalla massa. L’eroe è solo e non può che essere solo. È solo perché è lui solo a farsi carico dei bisogni della propria famiglia o dei suoi bisogni e delle sue ambizioni personali. È solo perché la sua scelta consapevole di partire si basa su uno strappo totale dai suoi affetti, dal gruppo, dal territorio, dalle protezioni culturali e religiose. Ma se nessuno ha potuto risolvere le situazioni che hanno provocato l’emigrazione, chi parte è consapevole che allo stesso modo nessuno verrà a salvarlo durante il viaggio. Quando noi viaggiamo in Europa o in America del Nord o in qualunque regione urbanizzata, sappiamo che in caso di incidenti o inconvenienti possiamo contare su una rete di soccorso o sulla solidarietà del prossimo. Quando stai giorni su un camion in mezzo alla sabbia diventi consapevole che nessuno potrà mai salvarti, qualunque cosa accada. Ne ero consapevole io, che avevo nascosto nella tasca dello zaino un telefono satellitare: qualora avessi chiesto aiuto, i soccorsi là in mezzo sarebbero arrivati tardi. E i miei compagni di viaggio non avevano telefoni, solo la rassegnazione che per mesi non avrebbero potuto far arrivare notizie ai propri cari (che in un viaggio del genere rappresentano il punto fermo, lo strumento di contatto tra se stessi e il mondo e quindi la prova della propria esistenza). Società liquida vuol dire anche questo. E a volte l’unico punto fermo da mostrare è l’indirizzo e-mail. 8  Melania G. Mazzucco, Vita, Rizzoli, 2003.

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Ce li scambiavamo sui camion: a me chiedevano di inviare le foto, “così se muoio la mia famiglia ha un ricordo di me”, dicevano. A un certo punto, geograficamente intorno al ventesimo parallelo dopo due settimane di viaggio nel deserto (se tutto va bene), ti accorgi che non puoi più tornare indietro. Proseguire diventa l’unica salvezza. Chi è cresciuto nel Sahel o nelle regioni più a Sud magari ha conosciuto la fame ed è abituato a dominarla. Ma la sete no. La sete è la tortura più atroce. La lingua e la gola seccano. Il deserto, con la sua polvere e l’aria calda, penetra nel corpo, irrita le pareti dell’esofago e della trachea che lentamente si asciugano. Apri la bocca cercando di rinfrescare i polmoni, tieni la lingua fuori, e così alzi definitivamente il sipario sulla morte. Bisogna pensare a questi sintomi per capire quanto sia importante un sorso d’acqua. La sete non è solo una mitizzazione poetica. A volte è così violenta che il cervello trova sollievo nella sabbia e, agli occhi, la trasforma in acqua. Bere la sabbia è uno dei sintomi della morte imminente. Ma la morte per sete non è immediata come con un colpo di fucile al cuore. Ti lascia il tempo di pensare, di capire. L’individualismo, come l’avete identificato voi, diventa così il rimedio estremo per la sopravvivenza. Questo non esclude che ci siano episodi altrettanto eroici di solidarietà. Ma in fondo ci vuole altrettanto eroismo nel negare le proprie risorse d’acqua a chi sta soffrendo. Rinunciare alla propria acqua significa condannare al fallimento non solo se stessi ma le persone che hanno investito sul viaggio che si sta compiendo. Siamo pur sempre animali e, in queste condizioni estreme, sull’eroismo vince l’istinto. Uno degli effetti del lavoro di inchiesta sui CPT9 è che la denuncia delle condizioni di vita abominevoli che regnano in questi luoghi generano spesso, in risposta, un miglioramento delle condizioni igieniche, alimentari ecc. Il centro di Milano è stato chiuso dopo il tuo reportage. Quanto a Lampedusa, pare che il centro sia molto cambiato, nettamente “migliorato”. L’ambiguità di fronte a questi miglioramenti è che la politica di detenzione cambia d’aspetto ma non di sostanza, e che al contrario constatiamo spesso che, come succede in Francia, questi miglioramenti vanno di pari passo con l’organizzazione di controlli più performanti e serrati, di dispositivi più efficaci. I centri stanno diventando più puliti e difficili da criticare, mentre diventano sempre più ermetici e funzionali. Come concepisci il lavoro di denuncia in relazione a questa aporia? 9  Scegliamo di ricorrere qui alla sigla CPT (Centro di Permanenza Temporanea) nonostante tali luoghi siano ribattezzati, con decreto legge n° 92 del 23 maggio 2008, CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), perché quando Gatti ha svolto la sua inchiesta ed ancora durante la stesura di Bilal questo era il loro nome. D’altra parte, la proliferazione di definizioni tipologiche e di dizioni alternative che si confondono e si sovrappongono tra loro (CARA e CdI, ma in Francia si parla ad esempio di CRA, Centre de Rétention Administrative) non riesce a modificare sostanzialmente la realtà di questi spazi di segregazione, la loro natura di luoghi-limite della cultura giuridica e politica della democrazia occidentale.

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Sono un giornalista ed è già un buon risultato riuscire a denunciare. Più di questo un giornalista non può e non deve fare. Un giornalista non è un attivista. I suoi strumenti sono le parole, i concetti, non l’azione. Si tratta di leggi approvate dal Parlamento. Possono essere leggi che trovano consenso nelle menzogne. Vanno smascherate le menzogne. Vanno criticate le leggi. Vanno denunciati gli abusi e le violazioni delle norme superiori come la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Ma non bisogna mai dimenticare che siamo una democrazia e in una democrazia bisogna convivere anche con leggi che magari non si condividono. Aver contribuito a migliorare le condizioni di detenzione nei centri di via Corelli a Milano e di Lampedusa non è poco, in un clima xenofobo come quello che sta attraversando l’Europa. Ma non era questo il mio scopo all’inizio del viaggio di Bilal. Il mio scopo era entrare nei centri di detenzione e smascherare le menzogne, non necessariamente cambiarli. Non era facile. Ora conosciamo qualcosa di più delle distorsioni della nostra democrazia. Ma non dobbiamo nemmeno dimenticare, come ci ha ricordato Karl Popper, che la democrazia è la migliore tra tutte le forme di politica. E anche la più impegnativa per tutti. I migranti, contrariamente agli Italiani, sembrano ben informati riguardo le questioni politiche del controllo migratorio e le responsabilità dei governi europei, ma allo stesso tempo sognano questo orizzonte di vita. Quali immagini dell’Italia emergono nel gioco tra illusione e lucidità lungo questo interminabile viaggio? L’immagine è spesso mitica. Si ha l’immagine data dai canali tv satellitari, da Internet, dai connazionali diventati famosi nello sport e dal passaparola, forma di comunicazione ancor più esposta a distorsioni. Il calcio è un mezzo potentissimo: molti liberiani hanno conosciuto l’Italia perché in Italia giocava George Weah e in Italia è diventato ricco. Un amico albanese mi ha raccontato che prima di partire nel 1995 aveva visto dalla pubblicità in tv che gli italiani davano da mangiare ai gatti dentro piatti d’argento. Succedeva soltanto in quella pubblicità e forse in poche case aristocratiche. Ma tanto è bastato a far credere al mio amico che comunque un panino ogni giorno l’avrebbe trovato. Il motivo essenziale dell’arrivo in Italia è comunque un altro: la Penisola è il punto d’approdo più vicino, dopo la Spagna. Chi può non si ferma in Italia dove il mondo del lavoro è viziato dal razzismo e dallo sfruttamento delle organizzazioni mafiose. Chi può continuare, cerca di arrivare nell’Europa del Nord dove sa che i diritti civili sono meglio rispettati. Ma in fondo il lavoro nero in Italia, anche in condizioni di schiavitù, permette di sopravvivere senza documenti in regola. E il lavoro nero, oltre alla posizione geografica, è l’altro richiamo principale verso l’Italia. Il governo ha più volte ammesso un 20 - 25 per cento del Pil costituito dal “sommerso”. E in questo gli immigrati, irregolari e regolari, sono diventati la principale forza lavoro. 7


Perché l’inchiesta nei campi di pomodori in Puglia, o quella nell’edilizia del Nord, che sviluppano la questione dell’economia della clandestinità in modo essenziale per comprendere la questione migratoria, non figurano nell’edizione francese del libro? L’editore ha preferito concentrarsi sulle condizioni del viaggio e delle espulsioni. E dedicare così più spazio alle foto, che l’editore italiano ha scelto di non pubblicare. Di solito chi ti fa domande su Bilal ti chiede anche notizie di Joseph e James, i due fratelli liberiani la cui storia rimane sospesa? Visto come hai deciso di chiudere il libro, se alla fine della lettura si passa immediatamente ad un livello di riflessione generale, politica, teorica, senza chiedere cosa succede alle persone reali di cui parli, credi che qualcosa si perda? Sono riusciti ad arrivare in Europa, Joseph e James? No, ritengo che non si perda nulla. Conosciamo molto delle condizioni di vita in Africa, non conoscevamo nulla di quanto avviene durante il viaggio e durante le deportazioni verso il deserto. Per questo mi sono fermato al loro ritorno nel campo profughi in Ghana. Joseph e James sono la dimostrazione di quanto la solidarietà possa essere controproducente. Non sono mai arrivati in Europa. Per solidarietà avevo detto loro che il viaggio in barca fino a Lampedusa era pericoloso, che il dodici per cento di chi parte dalla costa muore. Avevo spiegato che nelle loro condizioni di rifugiati liberiani, non avrebbero avuto problemi ad arrivare in Europa. Si sono spaventati, mi hanno ascoltato, si sono procurati i visti necessari. E non sono mai arrivati. Di questo io sono colpevole. Questa però è anche la dimostrazione di quanto la democrazia contemporanea, quella sopravvissuta dopo la caduta dei grandi ideali liberali e socialisti dell’Ottocento, sia l’espressione massima della menzogna. Un sistema in cui chi rispetta la legge, come James e Joseph, viene punito e chi la viola entrando in Europa illegalmente rischia perfino di essere premiato. Il nostro Paese in particolare non è stato in grado di programmare politiche di massa sull’immigrazione diverse dalle sanatorie, che sono il premio doveroso ai più forti, ai più furbi, ai più fortunati, agli eroi, a quanti sono sopravvissuti e sopravvivono alla roulette russa quotidiana. Ma un Paese civile non dovrebbe avere bisogno di eroi. Basterebbero regole funzionanti e uguali per tutti. È come se il liberismo senza limiti di questi anni abbia imposto agli immigrati le sue stesse paranoie. L’ha fatto consapevolmente riducendo il costo del lavoro e ottenendo così guadagni immensi. Basta guardare all’edilizia, all’agricoltura, ma anche all’industria. Non è solo responsabilità degli imprenditori, è anche l’effetto della globalizzazione senza regole, dell’ingresso nella nostra filiera produttiva di potenze illiberali come la Cina. Quando penso a James e Joseph penso che la democrazia, come forma politica positiva che ambisce al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, sia ormai morta. Ed è colpa di tutti. Cerchiamo di amministrare l’immigrazione, con un costo 8


di vite umane altissimo, e non ne sappiamo cogliere l’ineluttabilità: crediamo ancora di poter chiudere le frontiere, ma poi l’economia preferisce lavoratori senza documenti e quindi senza diritti. Conosciamo i meccanismi di sfruttamento, di morte, diciamo di essere indignati. Ma non cogliamo gli aspetti positivi che accompagnano lo sforzo quotidiano del 6,6 per cento dei cittadini che vivono in Italia. Non sappiamo valorizzare gli aspetti artistici, culturali e in fondo eroici del viaggio e della loro presenza. E qui la responsabilità è degli scrittori, dei musicisti, dei registi, dei teatri, dei produttori di film e di programmi tv. Alla fine anche il giornalismo diventa menzogna. Ha fiducia nel linguaggio e non può che credere e far credere nella forza della parola. Così però, davanti alle migliaia di morti di questi anni, scrivere diventa solo un alibi. Un alibi importante, per non cedere alla rabbia e alla violenza. Si scrive non solo per denunciare. Ma soprattutto per non essere considerati complici.

È pieno di parole dolcissime che come onde si srotolano nella lingua in questa landa sconfinata di ricotta. Incontriamo scheletri di ferro e calcestruzzo. Dentro i pilastri di cemento, simili a api nell’ambrosia, fluttuano i morti, i cadaveri della lupara bianca, scomparsi e strangolati per non fare rumore. Tutto bolle: «Chi non avesse mai veduto foco / no crederia che cocer potesse, / anti li sembraria sollazzo e gioco / lo so isplendore quando lo vedesse», scriveva il siciliano Jacopo da Lentini.

dialetto siciliano di Rino Cavasino : springtides@libero.it

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Cosi tinti Quannu mi scantu d’a fuddìa ’nô scuru, e d’àutri cosi tinti, quannu mi scantu d’acqua e focu (dàtici locu, ’un canùscinu a nuddu ’u funnu mari nìuru, un focu ’ranni), m’abbrazzu sulu, e ’a testa mi pigghiu cu’ du’ manu: si putissi, comu facìa mè matri di nicu e nicu, vasàrimi ’n’a frunti ’a frevi chi ci coci, ’u sali d’ogni ghiornu maliutu, m’u vulissi sucari comu ’n’acqua biniditta, acidduzzi ’n’on’àggia arricògghiri tutti ’ddi pàggini scirati, fogghiceddi caruti ranti ranti ’i marciaperi.

Quando ho paura della follia / nel buio, e di altre cose cattive, quando / ho paura d’acqua e fuoco / (dategli luogo, non conoscono nessuno / il profondo mare nero, un fuoco / grande), mi abbraccio da solo, e la testa / mi prendo con due mani: se potessi, / come faceva mia madre / fin da piccolo, / baciarmi sulla fronte/ la febbre che ci cuoce, il sale / d’ogni giorno andato a male, me lo vorrei / succhiare come un’acqua benedetta,/ uccelletti in una gabbia / raccogliere tutte / quelle pagine strappate, foglioline / cadute rasente i marciapiedi. 10


Merda e fumeri Iò scrivu ’nt’a lingua d’a scola siciliana e d’a màffia. mutu verbu di biat’umirtà. Lingua di ’nfernu e maraggesu, iò mi spirdu d’i spirdi e ànciuli chi ci dimùranu. Iò priu notti e ghiornu pi’ cuntari tutt’i cosi chi viu e sviu, pi’ risanari di troppu cuntari, Diu ni scanzi e lìbberi. ’Stu càuru mi sciogghi ’a lingua, puci di ciamma ’nta l’arìcchia, ma si parlu, si scrivu mi sdisangu a picca a picca, vina siccagna, lingua di morvu e di sagnìa, linguazza. di cacasangu e matri buttana, iò l’àiu a sucari a pettu di matrastra, l’àiu’ arrubbari ’n mucca d’àutri, di me’ zu Cìcciu: iò sempri accussì Manza parola di sant’umirtà, àiu parlatu. Tutti ’nuzzenti semu. Ma s’a toccu manìu munita fàusa e pizzini scirati. Iò mìditu di scrìviri comu si mìdita, sanz’attruvari ’u cori, d’ammazzàrisi. Mègghiu fussi arrivìsciri nutricu surdu e mutu, comu tannu – cunta mea mà chi si scantava – quannu, ’nt’a facci russu russu, ’i vini abbuffati ’ntô coddu p’u sforzu, ’un ci ’a sapìa. Duci parlari di bedda matri, lingua di chicchiari, lingua ’nuzzenti, è comu tutt’i lingui, merda e fumeri.

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Merda e letame Io scrivo nella lingua della scuola siciliana e della mafia. Mansueta parola di sant’umiltà, muto verbo di beat’omertà. Lingua d’inferno e gesummaria, io sono atterrito dagli spettri e angeli che ci abitano. Io prego notte e giorno per raccontare tutte le cose che vedo e stravedo, per guarire da troppo raccontare, Dio ci scampi e liberi. Questo caldo mi scioglie la lingua, pulce di fiamma nell’orecchio, ma se parlo, se scrivo mi dissanguo a poco a poco, vena mezza secca, lingua di morbo e di salasso, linguaccia di cacasangue e madre puttana, io la devo succhiare a petto di matrigna, la devo rubare in bocca d’altri, di mio zio Cìcciu: io sempre così ho parlato. Tutti innocenti siamo. Ma se la tocco maneggio moneta falsa e pizzini strappati. Io medito di scrivere come si medita, senza trovare il cuore, d’ammazzarsi. Meglio sarebbe rinascere poppante sordo e muto, come allora – racconta mia madre che s’impauriva – quando, sulla faccia rosso rosso, le vene gonfie nel collo per lo sforzo, non ci riuscivo. Dolce parlare di bella madre, lingua da balbettare, lingua innocente, è come tutte le lingue, merda e letame.

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«All’estero si chiedono sbalorditi come mai lo Stato italiano non è ancora riuscito a debellare la mafia. Se lo chiedono e ce lo chiedono. I motivi sono numerosi. Innanzitutto, oltre alla potenza dell’organizzazione mafiosa, la sua particolare struttura che la rende impermeabile alle indagini: Cosa Nostra ha la forza di una Chiesa e le sue azione sono frutto di una ideologia e di una subcultura. Non per niente uno dei suoi capi, Michele Greco, è stato soprannominato “Il Papa”». (Giovanni Falcone, Cose di Cosa nostra)

i tiranni sicelioti il fascino archetipico della figura autoritaria di Oscar Fuà : ofua@classics.unibo.it

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Nessuna figura dell’antichità è stata esecrata nei secoli quanto il tiranno, la cui «stessa fisionomia psicologica si trasmette come una delle eredità più durature da Atene al mondo antico e poi a tutta la tradizione della cultura occidentale»; quella del tiranno è tipologia acronica, rintracciabile in chiunque detenga il potere assoluto, con una concreta e stabile caratterizzazione psicologica 1. Nelle attestazioni più antiche il gr. tyrannos ha valenza “neutra”, priva del segno negativo che lo investirà progressivamente, trovando compiuta sistemazione lungo il IV sec. a.C. nella Repubblica di Platone o nello Ierone senofonteo. È noto (almeno dai testi greci pervenutici) che il primo impiego del termine o, meglio, dell’astratto tyrannís, si ha nel VII sec. ad opera del poeta Archiloco (fr. 19 West), dove la parola equivale a “signoria”. Tyrannos, dunque, dapprima sinonimo di basileus, “re”, tende poi ad offrire duplicità di significato: se al popolo, infatti, la tirannide appare invidiabile per il prestigio e le ricchezze che procura 2, in altri ambienti, come quelli oligarchici di Alceo e Solone, essa è ritenuta arma di un usurpatore che governa contro le leggi umane e pecca di hybris, “tracotanza”, verso quelle divine. La tirannide ebbe spesso, perciò, l’appoggio delle masse popolari, delle cui istanze di rinnovamento fu abile interprete; e proprio quando essa esaurisce la funzione di baluardo contro l’oligarchia, s’avvia al tramonto, mentre le nuove esigenze del demos pretendono la costruzione della polis democratica. Quanto detto vale per la tirannide antica in genere, ma altro è considerare il fenomeno nella Grecia metropolitana, altro nella Magna Grecia o nella Sicilia ellenica 3, che assiste ad un susseguirsi di tiranni (cfr. Trogo-Giustino 4,2,3 «Le singole città caddero sotto il potere di tiranni, che nessuna terra produsse più numerosi»). Se nell’Atene democratica si consolida il mito del tiranno antitetico al sistema della polis, personificazione di tutte le caratteristiche - avidità, empietà, sfrenatezza, 1 Nel Settecento, quando l’assolutismo domina in Europa, il volto della tirannide costituisce il bersaglio polemico di tanta letteratura; così per l’Alfieri la tirannide è una sorta di categoria eterna della storia, identificabile persino con la monarchia più illuminata. 2  Pur con tutti i distinguo - se non altro, per la distanza di oltre due millennî - si pensi al successo che riscuote oggi un aspirante al potere autocratico, il politico Berlusconi, anche, e soprattutto, presso persone di condizione economico-sociale modesta, lontanissima dalla sua: evidentemente l’essere umano (e l’homo Italicus, in primis...) ha nel dna, da sempre, la tendenza ad invidiare, lungi da valutazioni etiche, chi si è costruito la sua fortuna (o il potere) dal nulla, presentandosi magari come uomo forte o “della provvidenza”. 3  Magna Grecia (Megale Hellás) è propriamente il Meridione greco dell’Italia peninsulare; la confinante Sicilia ellenica ha un’evoluzione storica sua, con caratteristiche spesso parallele, ma di rado convergenti.

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crudeltà, falsità - che l’etica di questa rigetta 4, in Sicilia, al contrario, si hanno personalità vigorose di tiranni autocrati che trovano ragion d’essere nella difesa della grecità dal barbaro, specie dal punico; anche per questo l’isola non conosce il tirannicidio ben noto nella madrepatria 5 ed esaltato dalla letteratura di ogni tempo come paradigma eroico; e, ancora, i regimi tirannici sicelioti, pur sorti in ritardo rispetto a quelli della Grecia, forse per la più lunga assenza di tensioni sociali, reggono poi, in età classica, ben oltre quell’una o due generazioni, limite massimo per le tirannidi metropolitane. I tiranni diedero impulso alla potenza di città quali Agrigento e, soprattutto, Siracusa, dove il loro governo si mantenne fino alla metà del IV sec. a.C., e anche al fiorire di arti e lettere, anticipando i sovrani mecenati del primo ellenismo e, in certo modo, i signori rinascimentali che, pur uomini d’armi, amavano avere una brillante vita di corte, attorniati da intellettuali di richiamo. Ma nessuno dei tiranni sicelioti fondò dinastie capaci di dare continuità al proprio operato per una debolezza intrinseca, dovuta alle reciproche rivalità e alla necessità di mantenere il potere sopra sudditi non sempre loro favorevoli. Questo avviene ai Dinomenidi di Siracusa, allorché Ierone, successo nel 478 a.C. al fratello Gelone, medita e teorizza un’ideologia forte, nella quale la città è predestinata a guidare un impero allargato all’intera Sicilia e a diverse zone della Magna Grecia (specie in Calabria e in Campania); ma Siracusa, dopo un periodo di successi - i più importanti su Crotone e sugli Etruschi 6 - assiste, morto Ierone (466), ad un repentino ridimensionamento del ruolo di potenza territoriale. Dopo sessant’anni Siracusa ritrova notevole vitalità: nel 406, con uno spregiudicato colpo di stato, sale al potere un giovane, passato alla storia come Dionigi il Grande; egli concepisce uno stato con Siracusa, motore politico, e con un epicentro geografico più ampio, spostato sullo Stretto, che arrivi a Scillezio e ad Ipponio 4 Nella tragedia paura, disprezzo e ostilità verso il tiranno sono rappresentati con più evidenza, «è sulla scena teatrale che la tirannide appare sempre meno una soluzione politica da contrastare secondo una logica politica, e si trasforma in una più generale dimensione umana, in una caratterizzazione, etica prima, psicologica poi» (D. Lanza, Il tiranno e il suo pubblico, cit., p. 37). 5  Ad Atene il tirannicidio è prima sacralizzato (cfr. il culto ufficiale di Armodio e Aristogitone), quindi teorizzato. 6  Dopo aver posto fine alle conflittualità nell’isola, Ierone indirizza la sua politica egemonica in terra italiota, prima in aiuto di Locri contro la potente Crotone; in seguito, a favore di Cuma, contro gli Etruschi, sconfitti nel 474 proprio davanti a Cuma e soppiantati nel controllo delle rotte del basso Tirreno. La risonanza propagandistica della vittoria di Ierone fu enorme: cfr. la I Pitica di Pindaro che, con versi di alta poesia (71 sgg.), sottolinea come la lotta intorno alla città riguardi la difesa della libertà greca nella sua totalità.

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(odierni golfi di Squillace sullo Ionio e di Santa Eufemia sul Tirreno). E addirittura della sua intenzione di costruire una grande muraglia (o scavare un canale) lungo questo istmo parlano le fonti antiche, quasi egli volesse unire la Sicilia alla parte terminale dell’Italia, precorrendo così quell’idea di “Stato dello Stretto” a lungo auspicata da tante voci del separatismo meridionale. Lo scopo principe di Dionigi è difendere l’Occidente greco e liberare i Sicelioti da Cartagine, i cui possedimenti limita all’estremità occidentale dell’isola; ma, raggiunto l’obiettivo, il tiranno compie una progressiva espansione nell’Italia meridionale e lungo il litorale adriatico: si devono a lui la fondazione di Ancona, la Dorica Anchón, dove si parla greco ancora nel I sec. a.C., e la colonizzazione di Adria, iniziative per ottenere il monopolio del commercio nell’Adriatico. Il tiranno muore nel 367, mentre tratta con i Cartaginesi, fattisi di nuovo pericolosi, ed è intento a costruire quello stato a dimensione territoriale ampia, che superi l’antica dimensione della polis. La Sicilia conoscerà altri tiranni: l’ultimo di spessore è Agatocle, posseduto anch’egli dall’ambizioso progetto di unificare Greci di Sicilia e d’Italia sotto la sua egemonia, ma vissuto un secolo dopo (muore nel 289), quando l’ombra di Roma sta già allungandosi su quella che diverrà sua provincia e granaio. Altre etnie, in seguito, si avvicenderanno, lasciando il segno in questa terra difficile, dai contrasti spesso irrisolti; ma un tassello non secondario rimarrà quello posto dai tiranni, con tutto il fascino che i sogni e le ambizioni delle figure autoritarie hanno affidato all’immaginario collettivo delle età future.

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La voce antica dei tiranni ci pietrifica il sangue nelle vene. Ma le strade traboccano di gente e di occhi che nessun potere violento potrà mai ingabbiare. Dedichiamo il nostro viaggio ai poeti che verranno, «poiché la terra ne crea ancora, come ne ha sempre creati», è scritto nel Faust. Ora basta con la paura.

dialetto siciliano di Marco Scalabrino : marco.scalabrino@alice.it

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Sicilia ci cridi Marini suli coppuli lupara bagghi templi canzuni marranzanui cuscusu pisci pupi petra-lava... facissivu bonu a scurdarivilli! Curcatu nna la storia d’un paisi unni sparti un cumuni patrimoniu di sangu di lingua e di civiltà c’è un populu chi sonna di scuddarisi u jugu rancitusu chi l’appuzza. Nun la svigghiati cu la scusa: - È tardu! Sicilia accomora cridi a li sonni.

Sicilia ci crede Marine sole coppole lupara bagli templi canzoni marranzano cuscus pesce pupi pietra-lava... fareste bene a scordarveli! Adagiato sulla storia d’un paese del quale condivide un comune patrimonio di sangue di lingua e di civiltà c’è un popolo che sogna di affrancarsi dal giogo ignominioso che lo asservisce. Non la svegliate con la scusa: - È tardi! Sicilia adesso crede ai sogni.

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Palori Certi palori sunnu duri duri chiù di autri a ncrucchittari. Ntantu mi sconcicanu cunnucinu manu manuzza m’ammustranu mari e munti e universi trascinnenti e poi addimuranu s’annacanu tutti e scialanu si siddianu e l’aju a prijari. E quannu nfini comu iddi vonnu n’attrappu un paru... s’ammuscianu di bottu li curtigghiari comu ddi veli abbuturati di mi bunazza. Unni è lu truccu allura mi dumannu e comu ponnu e a cui fannu scantari cristalli raciuppati nna li stiddi minni amurusi di matri ciarameddi trazzeri addumati di libirtà tozzi di paci virità: palori.

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Parole Certe parole sono dure dure più che altre ad aggregarsi. D’un canto mi stuzzicano mi conducono per mano mi mostrano mari e monti e universi trascendenti e appresso si attardano si danno delle arie e si sollazzano si infastidiscono e mi tocca implorarle. E quand’anche, talora si concedono e ne agguanto un paio... ecco di botto s’afflosciano quelle pettegole come le vele trafitte dalla bonaccia. Dove sta l’inghippo allora mi domando e come possono e a chi mettono paura cristalli racimolati tra le stelle seni amorosi di madre cornamuse viottoli illuminati di libertà tozzi di pace verità: parole.

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Madonne in estasi coi bulbi degli occhi roteati al cielo e preti che portano in processione statue di legno di santi guerrieri. Nella piazza del paese di Quello sorseggiamo ancora un bicchiere di liquore, mentre i ragazzi sui motorini, fanno bollire le loro marmitte bramm bramm. Le piume verdi, rosse o turchine volteggiano, e nella battaglia cozzano i pupi siciliani fra loro. Il clangore squarcia il pesante tendone sopra noi.

la penna rossa con cui scrivo di Quello di Erica Borghi : erica borghi@alice.it

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Io conoscevo uno di Quelli, si chiamava Quello. Era antipatico, grasso e puzzava. L’uomo imperfetto che tutti sognamo era proprio uno di Quelli. Quelli era un piccolo paese del sud Italia, dove tutti fumavano sigarette e bevevano caffè; alle cinque invece che bere tè come gli inglesi facevano l’aperitivo. Per vivere a Quelli, dovevi sempre essere vestito in giacca e cravatta, le donne in tailleur grigio.Tutto, a Quelli, sembrava perfetto anche se privo di colore.Quello, l’avevo visto per la prima volta su un cartellone pubblicitario, circondato da belle donne, lussuria e avarizia.Semplicemente denaro. Lo vedevo felice, ricco, sul suo piedistallo, circondato da persone, con potere e successo. Avrei voluto essere io ad incoronare tutto quell’onore che tanto portava bene sul volto, quanto la giacca. Eppure tutto ciò che lo circondava inevitabilmente, diventava monocramatico. Ho sentito dire in giro che per arrivare dove era arrivato, aveva ucciso molte persone. Il sangue di quelle persone, da rosso che usciva, di grigio spariva. Tutto ciò che stava intorno a lui non solo perdeva di colore, veniva dimenticato.Ma io Quello, lo ricordo. Lo vidi una seconda volta, in una piazza, nella vecchia Bologna, solo con i suoi pensieri, sotto una pioggia insistente. Qualcosa di triste lo avvolgeva, e la pioggia sembrava voler penetrare quel muro che aveva attorno e forse dentro, ma non riusciva a scalfirlo. Lui rimase lì, fermo, silenzioso, senza essere scalfito. Mi avvicinai, tremando dentro, non era mia abitudine avvicinarmi a uomini di tale successo. Per un attimo mi parve carnefice e agnello allo stesso tempo. Ora quest’uomo sotto la pioggia non aveva né donne né soldi vicino a sé. Solo un enorme contorno grigio scuro. Era uno di Quelli. Quelli non è altro che un paese del sud, un paese che non abbandoni per ritrovarti a piangere in una piazza di una vecchia Bologna. Quelli è l’Italia dove tutto sembra diventare grigio. Quelli è il paese di cui nessuno vuol parlare. Quelli è la droga e il sesso, la mafia e lo stupro. Quelli è l’uomo nero che teme un bambino. Quelli è l’ansia insopportabile di una madre che ama. A Quelli, tutto è grigio. Lo guardai negli occhi, era grigio. E guardai me, per la prima volta sinceramente, per quel che ero dentro, per i colori che avevo coltivato. Ora avrei potuto dar qualcosa a quell’uomo. Solo, semplicemente almeno, un pò di colore. «Ti piace le pioggia?» gli chiesi timidamente. Mi regalò una penna rossa e sparì camminando lentamente sotto una pioggia ancora più violenta che sembrava seguirlo. Tornando a casa pensai a lui, alla sua calma, a come tremavo nel guardare i suoi occhi di ghiaccio, a come avevo visto per la prima volta ciò che ero, sulla sofferenza di un uomo solo, di uno di Quelli. Con la penna rossa scrissi sui miei stivali: «Io con te camminerò per sempre». Non lo vidi mai più. 22


Un piffero suona dentro di noi e smuove topi e topi che non sono precisamente ricordi. Andiamo alla stazione per continuare il nostro viaggio e frantumare la solitudine. Sulla banchina dei treni un siciliano piccolo e soave e la sua sposa bambina si riparano dal vento. L’uomo sfodera dalla tasca la sua mano rossa e ruvida e offre un’arancia alla sua sposa bambina, lei però non la vuole. L’uomo è disperato e interroga gli occhi azzurri della sua sposa bambina.

la F(r)eccia del Sud di Giuseppe Colomasi: ezechiele@argonline.it

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Il treno denominato “Freccia del Sud”, istituito negli anni ’50 come Direttissimo M-S-SM (Milano-Siracusa-Siracusa-Milano), rappresenta l’unico effettivo modo per viaggiare a prezzi economici dal sud fino al nord Italia e viceversa. È un’esperienza sensibile, perché sa di gente, di immagini, di odori e di storie. La Freccia sa soprattutto di popolo, ma non solo: sopra ci si trovano studenti, poliziotti, famiglie con bimbi al seguito, operai, impiegati, professionisti. Tutti poi più o meno del sud e più o meno espatriati, con in bocca dialetti e pronunce imparate da grandi, con influssi sempre meridionali. Ci sono svariati modi per attraversare l’Italia sopra questo treno, ma il più epico è di sicuro quello con posto a sedere senza prenotazione e, dunque, con la realistica eventualità di concludere il proprio viaggio in corridoio, per cedere il maleodorante sedile a chi ha sborsato i 3 euro supplettivi. I vecchi lupi sanno poi che nelle carrozze con soli posti a sedere i sedili dal 70 all’80 sono non prenotabili. I ritardi della Freccia meriterebbero forse un articolo a sé per quanti e quanto grandi sono. A parte ritardi storici, dovuti per esempio a fatalità o motivi non dipendenti dagli stessi ferrovieri, per testimonianza diretta conosco gente che ha impiegato ventotto ore per arrivare da Bologna a Siracusa, senza nemmeno diritto a rimborso spese perché il rimborso è compreso e incluso solamente per i passeggeri che pagano i famosi tre euro suppletivi per la prenotazione. Per giungere da Siracusa a Messina si impiega lo stesso tempo che ci vuole per arrivare da Bologna a Roma (6 ore circa), perché in Sicilia esistono solamente due binari, uno a salire e l’altro a scendere. Se impiegassimo meno di sei ore per arrivare a Messina, noi siciliani ci sentiremmo già in un Treno ad Alta Velocità. Ogni volta che sono salito sulla Freccia mi sono sempre sentito un po’ viaggiatore: in effetti quasi mai ci si incontrano turisti, non è un treno da turisti, non è un viaggio di piacere. È un viaggio di riflessione, pieno di pensieri, è un viaggio duro e lungo che stazione dopo stazione lentamente cambia il paesaggio e lo stato d’animo di chi viaggia. Tornare a casa contando le terre scorrere sotto i piedi, ascoltando i racconti degli esuli che popolano le nostre regioni, rende chi viaggia cosciente del viaggio stesso, mostra le differenze di una nazione dai mille volti, che non si è saputa separare dai propri particolarismi e terrestri affanni e oscilla perennemente tra una casa natale voluta e ricercata e un’aspettativa di vita che non può essere che altrove. Se negli anni trascorsi l’emigrazione interna era più che altro un fenomeno dettato da necessità materiali, oggi si emigra anche per con24


sapevole o presunto deficit culturale oltre che per effettiva mancanza di occupazione nelle regioni meridionali del paese. L’emigrazione interna ha cambiato volto, adesso sempre più sono le coscienze di giovani “studiati” che decidono di andare a vivere in città come Bologna o Firenze, piuttosto che a Catania o Napoli e non perché come cinquant’anni fa Catania o Napoli erano luoghi sottosviluppati (sicuramente paragonati al nord iper-industriale lo sono ancora, ma di sicuro non ci si muore più di fame), ma lo fanno per formarsi, per emanciparsi da una mentalità meridionale che purtroppo ancora oggi viene avvertita come condizionante. Tale condizionamento non è da ricercarsi negli stereotipi tanto noti quanto svuotati ormai di significato: in realtà esso trova riscontro, in particolare, nelle nuove e approssimative forze politiche siciliane, espressione dei desideri di un elettorato-consumatore che sceglie l’offerta migliore e più accattivante anziché quella più pulita e onesta. Si tratta di partiti che per ottimizzare i voti di un elettorato ignorante (quindi predisposto al giogo) hanno deciso di acquisire la forma dell’elettorato stesso, di essere come gli elettori: se gli elettori sono dei burini che non spiccicano una parola di italiano, analfabeti ma imprenditori, ricchi di soldi ma poverissimi in spirito, presunti seguaci di un materialismo terzo-repubblichino che lascia il tempo che trova non essendo supportato da solide basi ideologiche, anche i politici saranno (e sono) così, poiché gli elettori non li votano se non si riconoscono in essi. Chi si somiglia si piglia. Ma i binari non portano solo i corpi, portano anche i sentimenti, portano le emozioni insieme alla gente. Chiunque abbia visto Matrix saprà che gli esseri umani emettono una piccola quantità di elettroni attraverso le scariche elettriche prodotte dal battito cardiaco, a sua volta condizionato dallo stato emotivo: ebbene i metalli sono tra i migliori conduttori di elettricità esistenti e gli elettroni prodotti dalle emozioni vengono trasportati da un capo all’altro dell’Italia con le persone che viaggiano sui treni...

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il treno che viene dal sud intervallo musicale di Stefania Piras : stefania.piras@argonline.it

Negli anni ’60, in un’Italia in boom economico, il mezzo televisivo dà inizio a un’operazione di omogeneizzazione linguistica. Le regioni italiane allora più che mai lungi dal creare un tutto nazionale e sociale sono chiamate a confrontarsi con una nuova differenza; eppure questa presa di coscienza si riversa nel fragile spirito sociale della nazione come un elemento di forte disparità. Si alimenta così, anche nel mondo della canzone, il fiorire di prototipi regionalisti. La radio fa la sua parte trasmettendo canzoni che hanno un valore speciale nel tratteggiare la storia del costume italiano. Come in un grande condominio le regioni italiane si sbirciano l’una con l’altra dai balconi di un cortile interno. Poetiche e curiose, le immagini degli italiani evocate dalla canzone leggera rispecchiano un paese che per esaminarsi ricorre alla fantasia e all’occhiata distratta che diventa un vero e proprio bozzetto. Già nel 1963 Ignazio Buttitta componeva Lu trenu di lu suli dedicata alla tragedia della miniera di Marcinelle (220 morti) nel distretto di Charleroi, in Belgio, nel 1956, in cui trovarono la morte 130 emigrati italiani, molti delle provincie meridionali. Nel 1966, Bruno Lauzi, cantautore genovese, evoca l’immagine di un sud geograficamente lontano con la canzone La donna del sud. Quello di Lauzi è un motivo d’amore: lei è una donna dalle labbra corallo e con le ceste di arance che viaggia col treno del sole per approdare nel nord industriale e ricco di possibilità. Gli risponde Sergio Endrigo nel giro di pochi mesi con Il treno che viene dal sud più impegnato e polemico: «il treno che viene dal sud non porta soltanto Marie con le labbra di corallo grandi così porta gente nata tra gli ulivi, che va a scordar il sole… discendono uomini cupi che hanno in tasca la speranza ma in cuore sentono che questa nuova, questa bella società, questa grande società non si farà». La canzone sarà scelta per prendere parte alla colonna sonora del film Così ridevano (1998) di Gianni Amelio sul tema dell’emigrazione a Torino dei meridionali.

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Arriviamo in Campania, sicuri che il miracolo non c’è stato, che la monnezza è ancora tutta lì. Fuori dall’occhio della telecamera, la monnezza spostata sotto il tappetto, negli angoli, nelle periferie, nella cenere dei falò. Ancora bruciano negli occhi le manifestazioni dei cittadini contro le nuove discariche e ci vengono in mente i versi di Groppi d’amore nella scuraglia di Tiziano Scarpa: «Nun vulimmo lu munnezzaro. / Sindoco sì nu surcio de fogno. Sindoco teni la matra putra. / Sindoco teni la mugliara sfunda. / Sindoco teni le feglie appurcate. / Ne lu culario de lu sindaco / a sfracellozzo la munnezza ce trificco». Nella terra della Sibilla cumana chiediamo a un veggente di inviarci dagli Stati Uniti uno dei suoi Arcani per risolvere il mistero della monnezza. Sicuri che non è tempo di miracoli.

the rom arcane di Jack Hirschman

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They wanted to burn ‘em, burn ‘em all, burn all the garbage piled up since December: plastic bags, spazzatura hills, trash from the houses apartments shops cafes---a casino, the mother of all casini, grungy, empty bottles of wine grappa fanta, ibbegeblibbinna everything and the stench everywhere dying to burst the bags with variations of stink and rot giving birth to rats that are scavenging as one cycles by, and even the squalid sewage is holding its breath and its nose--O refuse of the refusers, this is Napoli, this is how it is when there’s no more dumping space and there isn’t a government you can see, so go see Garrone’s version of Saviano’s Gomorra, wade through the corner immondizia to the movie house, it’s a film about where you are right now in Naples, in a poem of mucky streets where you’ll wake tomorrow hopefully without a bullet in your head mistaken for Saviano’s for his having spilled the slimy beans about Camorra, and they rotted and were putina, plastic-bagged putrina putrina

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And left at the curb on Via Virginia Woolf because she’s garbage like the rest of life in Naples, now that the Left is dead and cruddy maybe in one of the bags AnnaToglietti’s knotting tightly and tossing out of her first-floor window onto a hump of trash below; and the head of the country, that cavalier of shit, that burlesque coglione is coming with Impy (his implanted wig), who’ll decree all must be burned, there’ll be no turning back, and they’ll want to burn it---workers unemployed the old the young children the Camorra kids the adolescent gangs---but so prick-stupid, so coward-dumb that at the rumor of an alleged abduction And wanting to burn ‘em all, burn all and be done with the rats multiplying, they fix on the gypsy Rom in camps in Via Ponticelli, Via Triboniano, they make a pogrom, the Rom are garbage they steal and they sell children right left and center: a chorus, a macedonia ---“Massacriamoli!” the filthy bastards, all of ‘em: Zero nomad camps, Zero gypsies, Zero tolerance and stuffed ears to “Na viom cai dove vial tu/ da manga tu rispeto,/ Viom duva ial tu ta manga tur rispeto.” Burn eye jakh, burn ear khan, burn hand vast, burn mouth muj, burn their noise nakh. A gypsy samidaripen! Come the rat-swarms out of the stench. Come the snakes born of vicious puzzo.

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Who are they but none other than who took the plastic, and who hasn’t? Even in the borgata in Rome, in Pigneto dear to Pasolini, gangs with kerchiefs with swastikas again: tanti inspiegabile e ingiustificabile ferocita delle spranghe di ferro, clubs on the heads of the sellers of kebab,---the Bangledeshies, Indians, Maghrebians---and trees cut down on Via Cupo del Cane to make barricades to resist the downright scape-goating, racist mob come to burn out the Rom no matter many were born in Italy, no fucking matter they work, pay taxes, who now march with black triangle and a Z not for Zero but for Zingaro on their sleeves over their hearts in their eyes in their mouths in their clenches Recalling the nazi blight of the gypsies, and one can see and hear, emerging with the banners of nationalism and the filthy spittle claiming purity on the part of the builders of walls against asylum and flight, the old garbage racism rancid and stinking, the trashtalking fascism under the cover of business deals with government or the instigation of gangster bigots and their axes, and the wall that came down in Germany was as nothing to the walls that have sprung up along the borders of Palestine and Mexico where it’s clear the gypsies today are many peoples and if there’s any future at all it’ll be where the dump is found for all the passports in the world, along with Napoli’s refuse.

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Sono venuti in tanti – greci, romani, francesi, spagnoli, piemontesi – per rubare i tesori di questa terra succosa. Hanno lasciato le bucce. E con le bucce non ci si sfama. In tanti se ne sono andati. Se ne vanno per sfuggire alla miseria. Oggi come ieri.

viaggio a Weilburg di Silvia Albanese : silvia.albanese@argonline.it

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C’era una volta un uomo. Era nato in Irpinia nel 1932. Lui era bambino e suo padre faceva la guerra. Per assomigliargli un po’ lui giocava a fare la guerra. Si costruiva fucili coi rami degli ulivi E guardava tutti con aria imbronciata. Ogni tanto suo padre tornava a prenderlo sulle ginocchia E gli portava caramelle. I suoi occhi: solo celeste. Si erano separati così tante volte che il bambino pensò “Voglio stare sempre con lui, il nostro posto è insieme”. Ma non c’era lavoro nel Paese Il bambino prendeva il suo mulo e passava le giornate nei boschi A raccogliere legna e frutti E ogni tanto trovava tesori nascosti dai briganti Tanto tempo fa, ricorda ancora, di come una volta con un amico abbatté un ulivo e per ripararsi dal freddo fecero un fuoco e l’albero cominciò a sanguinare oro. A 18 anni prese un treno e partì. In Germania si potevano fare i soldi Per comprare una casa Per stare tutti insieme, bene: Solo la famiglia, senza nessun’altro intorno perché poi si finisce a litigare. Il suo primo lavoro fu in una cava di pietre Alla fine vendeva elettrodomestici: erano passati vent’anni e due fidanzate. Ma non ne avrebbe mai sposata una Non sarebbe mai rimasto in Germania perché lì Lui ancora era uno straniero. Quando tornava al paese era sempre festa per lui: Era bello, e aveva una macchina. Qualsiasi donna sarebbe scappata con lui, ma lui non voleva scappare: voleva tornare. Si asciugò gli occhi Aufwiedersehen. 32


Quando non c’era il treno, a Roma si andava a cavallo oppure a piedi, grazie alle strade consolari.

tutte le strade portano a Roma‌ di Daniela Shalom Vagata : shalomdan@hotmail.com

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L’italia «la beauté parfaite» Stendhal

Dalla finestra di casa, dove le mura sono esposte a nord, e la tramontana batte d’inverno e spazza via le foglie, sulla via del vento, si affaccia la casa. Sopra un cucuzzolo, dentro le mura scrostate di un antico castello, cento anime d’inverno e trecento d’estate. E dalla casa dalle spesse mura, lo sguardo si apre alla verde campagna, incontra i casali grigi e marroni, segue le strade di ghiaia che affondano nei campi. E il verde diventa scuro, poi blu, poi argento, in un mare di ulivi. Le colline scendono morbidamente verso la pianura, sparsi i dirupi e i costoni di roccia, mentre in lontananza svetta il Soratte solitario. Monte Soratte, per chi nell’antichità veniva da Roma e si dirigeva a nord, era il punto di riferimento per non perdersi, una bussola di calcare e di tufo; ai suoi piedi ci si doveva sentire come Dante prima della salita del Purgatorio. Dalla finestra il Soratte cambia colore: i verdi diventano azzurri, grigi nei giorni nuvolosi. A volte, d’estate, quando è troppo umido e troppo caldo, scompare. Doveva sudare chi percorreva le strade a piedi nella calura estiva, quando ancora c’erano le paludi e si alzavano nuvoloni di zanzare. Orazio ne celebrava la bellezza dei boschi, il candore della cima, esortava a riscaldasi mescendo il vino invecchiato nell’anfora sabina1. Laggiù, alle pendici del Soratte, ci passava la via Amerina. «La via Amerina, che prende nome dell’amena cittadina di Amelia, e fu fondata a nel 241 a.c., collegava il Lazio all’Umbria, attraversando la valle del Tevere», ripeteva a scuola una voce nasale e lamentosa. L’antica via Amerina partiva dal XXI miglio della Cassia, la strada consolare che da Roma si dirigeva verso l’ormai scomparsa Luni, in Liguria, e per un tratto si snodava parallela alla via Flaminia che invece da Roma andava in Gallia. La Flaminia e la Cassia erano antiche strade consolari, così come l’Appia, l’Ostiense, la Campana-Portuense, l’Aurelia, la Clodia, la Salaria, la Nomentana, la Tiburtina, la GabinaPrenestina, la Labicana e la Latina. Tutte quante formano i dodici tentacoli che ancora si distaccano dal raccordo anulare. Copiato a matita su una velina il raccordo sembra infatti un grande polipo. Racconta invece Fellini che il traffico del raccordo circonda Roma come un anello di Saturno2. Ma tornando alla piovra, essa ha bisogno di essere illuminata ai raggi x per vedersi, così come tutte le antiche strade romane: ne resta l’eco nei nomi, il solco delle iscrizioni nel marmo, l’odore di umido e di 1  Quinto Orazio Flacco, Odi, I, 9. 2  Federico Fellini, Roma (1972).

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pergamena nelle trascrizioni medioevali. Si dice che le strade romane furono fatte per durare, in lapidibus perpetuis, il lastricato eterno. Ed è forse vero. Ma soprattutto è valida l’affermazione che la storia si è compiuta sulle strade. Così, ricondotti sulla via Amerina, le sue curve sinuose raccontano come i romani se ne siano serviti per collegarsi alle province, per controllare il territorio e per costruire le bellissime villae dove i patrizi si dedicavano all’otium e gli schiavi coltivavano la terra. E sulle antiche vie romane, sui tracciati delle quali scorre il traffico inarrestabile di oggi, vi discesero i barbari durante le invasioni, quando i centri urbani vennero spostati perché le strade diventarono troppo pericolose. «Domine, quo vadis?», chiedeva Pietro a Gesù. «Venio romana iterum Crucifige». Dove? Sull’Appia! E dell’Appia, percorsa a piedi fino a Brindisi insieme a Mecenate, Orazio ricorda che era infestata da ostieri, barcaioli e maligna gente, ma che il suo cammino era comunque agevole: «Men grave / A chi viaggia lento è l’Appia via»3. Seneca, invece, fatto curioso per chi lo associa esclusivamente all’animo sereno di un filosofo stoico, si lamentava dei pericoli della galleria che da Pozzuoli conduceva a Napoli (Crypta Neapolitana): la polvere turbinosa, le tenebre, il fumo delle fiaccole4. E l’eco della galleria sopravvive nel nome significativo di Fuorigrotta a Napoli. Le strade, gli antichi itinerari dismessi, i toponimi, i ruderi di un tempio romano o di un contrafforte medioevale creano la realtà locale di un paese o di una città, la cosiddetta realtà del circondario, quella delle passeggiate brevi della domenica, dei viottoli battuti dal cercatore di funghi in autunno e percorsi dai ragazzini in bicicletta in estate, morbida distesa erbosa nella festa, tradizione del centro Italia, dei 100 giorni prima della maturità. È la realtà di chi vive un luogo e ne conosce fin le crepe del suolo, realtà che chiede pazienza, perché vuole essere avvicinata, riscoperta e riconosciuta nelle sue antiche funzioni e vestigia. Così non resta che concludere con la convinzione che il paesaggio italiano possa essere paragonato a un’opera d’arte. Testimonianza dell’uomo nello spazio, frutto della creazione e la ricreazione del territorio, il paesaggio italiano e le sue strade sono un ricettacolo di emozioni. Trecento chilometri più a nord del Soratte, lungo un sentiero che si srotola come un racconto dai nomi mitologici, Monzuno, o forse Monte Giove, Monte Venere, Monte Adone, due ragazzi tenendosi per mano percorrono l’antica Flaminia Minor nascosta nelle verdi profondità del bosco5. 3  Quinto Orazio Flacco, Satirae I, V. 4  Lucio Anneo Seneca, Epistulae, VI, 1-2. 5  La via degli Dei. Da Bologna a Firenze a piedi per antichi sentieri, a cura del gruppo escursionisti e buongustai bolognesi “Dû pâs e ‘na gran magnè”, Padova, Tamari Montagna Edizioni, 1999.

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ma chi l’ha detto che in terza classe... intervallo musicale di Stefania Piras

Quella del canto popolare sull’emigrazione è una tradizione molto ricca in Italia. La storiografia inizia ad interessarsene dalla seconda metà degli anni Settanta secondo un’ottica più sociale: poco prima di osservare il fenomeno in casa nostra e non ricordarci più le traversate atlantiche che hanno affrontato circa 14 milioni di persone. Francesco De Gregori interpreta sul versante musicale questa tendenza storiografica che ricorre all’oralità, ai documenti narrativi popolari, nella trilogia del Titanic, con l’omonimo album uscito nel 1982 che comprende Titanic, L’abbigliamento di un fuochista e I muscoli del capitano. In realtà questo progetto di ritorno alle forme popolari era già stato sperimentato nell’album Viva l’Italia del 1979 e torna spesso nel suo percorso artistico: pensiamo a Il fischio del vapore: una raccolta di canzoni popolari cantate da Francesco De Gregori e Giovanna Marini, pubblicata nel 2002. Con la trilogia dedicata alla nave che affondò nel 1912, De Gregori racconta la tragedia che incombe sull’umanità attraverso le comuni speranze di chi parte per cambiare la propria situazione e va incontro all’apocalisse. “Navi di Lazzaro”, così erano chiamate le traversate degli emigranti fra Otto e Novecento; Titanic è costruita su un registro ironico, avventuroso e sognante che contrasta con la disperazione dei transatlantici; più realistica è la descrizione ne L’abbigliamento di un fuochista dove si prefigura la vita nella futura America. «Per pochi dollari nelle caldaie / sotto al livello del mare / In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare». Il canto sociale è presente ed esplicito nella terza e ultima canzone che completa la trilogia: I muscoli del capitano, dove si allude al naufragio del bastimento eseguendo alla fine della prime strofa («così bella che di guardarla uno non si stanca») un intermezzo solo strumentale nel quale si ripropone il ritornello di uno dei più famosi canti dell’emigrazione: Il tragico naufragio della nave Sirio. La canzone è di un autore anonimo e tramandata in varie versioni, fu composta dopo il naufragio della nave a vapore Sirio nel 1906. Nell’affondamento morirono oltre centocinquanta passeggeri, in maggioranza emigranti italiani partiti dal porto di Genova e diretti in America. Un tema che ricorre nella produzione di De Gregori e lo sa bene anche lui, come quando canta «Scusate ma del Titanic / ancora vi devo parlare» in Tutti Salvi (1985). Da emigrati a immigrati, la differenza per Il Principe non è molta. De Gregori canta chi in Italia gira «con documenti di seconda mano» e attraversa l’Adriatico a bordo di un gommone per vivere un Natale di seconda mano (2001). Canta poi, anche, il Nero (1987) che non sa dove va a finire perché è giunto «dalla periferia del mondo a quella di una città» alimentando con la sua sola presenza l’onda d’urto che sta scatenando una società che rinverdisce xenofobie sempreverdi e coltiva degli Strange fruit nelle pianure dei campioni dell’agroalimentare.

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Roma, la cittĂ eterna, la capitale, dove vivono i Divi della politica e del cinema, e dove lunghi tappeti rossi si stendono ai loro piedi. Cosa si nasconde sotto quei tappeti?

cosa c’è sotto il tappeto di Girolamo Grammatico : girolamogrammatico@yahoo.it

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La ricchezza è una convinzione, la povertà una certezza Leo Longanesi

Io non posso viaggiare. Non come vorrei. Non posso permettermelo. O lavoro per sopravvivere o niente. È per questo motivo che dalla Sicilia mi sono trasferito a Roma. Perché se non posso conoscere il mondo attraversandolo, mi faccio attraversare da lui. E a Roma è possibile. Perché Roma è una di quelle città-mondo che disarmano. Qui ho viaggiato per l’Italia. Senza muovermi troppo. Non che sia stato comodo. Per niente. È stato un viaggio difficile. L’Italia, lo sappiamo, non è solo il paese dell’arte, dei paesaggi, della storia, è anche un bell’inferno nascosto sotto il tappeto. Ecco una cosa che non sapevo quando mi trasferii qui: non credevo avrei viaggiato sotto il tappeto. Speravo più in un deltaplano. Invece mi sono ritrovato ad osservare il mio paese come Aladino sul tappeto volante, ma al contrario. Quasi fossi il negativo della sua foto. E sotto il tappeto ho scoperto un’Italia che non avrei immaginato. Sotto il tappeto la polvere si è trasformata in un Virgilio alcolista, lurido, ladro, violento e depresso. Un Virgilio al contrario (come me), senza ragione. E con numerosi torti, a sentir lui. E così ho conosciuto siciliani con il delirio mistico, come Andrea, quel signore che crede di essere il padre di Cristo e della Madonna e che tutto il genere umano sia stato trasformato, da un tumore, in galline dal sangue infetto e che quando lui si congiungerà con i suoi due figli potrà salvare il mondo col suo sangue purissimo. Ho incontrato Mario, che aveva vissuto in Germania. Faceva il lavapiatti. Non ha fatto mai altro. Poi ha lasciato il lavoro per assistere la madre in Italia fino alla sua morte ritrovandosi senza più lavoro. Senza una casa (la madre era in affitto). Senza amici e senza una competenza. Dove va un cinquantacinquenne che ha sempre e solo fatto il lavapiatti? Dove va quando ha sul documento una residenza fittizia che dice, chiaramente: sono un senza dimora, mi piglia a lavorare? No, che non ti piglio. E neanche te lo spiego il perché, non ce n’è bisogno. Non servirebbe. Sotto il tappeto Italiano il tempo scorre in modo strano. È come se il tip tap dei media ne scandisse una fetta importante alternandosi con una danza spastica del mondo accademico. Mi spiego. Lavoro da sette anni con i senza dimora. Questo fa di me, a detta degli altri, una persona competente. E così sarebbe se il contesto in cui opero come operatore sociale mi aiutasse ad esaltare le mie risorse. Ma non 38


è così. Per niente. È come se uno che ha la febbre da una settimana dovesse sapere tutto di malattie con questo sintomo. Mi sembra poco probabile. In sette anni ho viaggiato dentro l’Italia del disagio conoscendo persone di tutti i tipi e provenienti da ogni angolo della nazione e, devo ammetterlo, mi sento ancora spiazzato. È come se passeggiando per casa ancora ci si meravigliasse nel notare un angolo con la muffa vecchia da anni. I giornali, che sono lo specchio del mio lavoro, che comunicano al mondo le mie quotidiane difficoltà e quelle dei senza dimora (quando fa loro comodo) non fanno altro che aumentare la mia confusione. Alzano polveroni incredibili quando ne muore uno per il freddo o perché incendiato da dei balordi. Alzano urla mediatiche assordanti quando si sentono minacciati dalla loro presenza “invisibile”. Per dirne una a Roma si contano 4000 persone con residenza fittizia (quella residenza virtuale che danno a chi non ha casa affinché possa accedere ai servizi). Nell’ultimo anno questo dato è stato oggetto di forti discussioni perché è un numero troppo grande e ingestibile. 4000 “invisibili” (così li chiamano) residenti nella capitale sono quatromila possibili problemi per la città. Perché la città non li conosce. Dicono. Ma soprattutto alzano il tappeto e invece di eliminare un po’ di polvere, ne buttano di nuova. Leggo ancora oggi titoli con parole come “barbone”, “clochard” o “senza tetto”, usate in modo interscambiabile e appiccicate a un fenomeno totalmente diverso. Si vede che i giornalisti viaggiano poco, o solo in aereo, senza nemmeno uscire dall’aeroporto. Come si fa a parlare di un fenomeno di cui non si conosce la definizione? Di cui, forse, la definizione, nemmeno esiste? Che differenza c’è tra senza dimora e senza tetto? Esistono davvero queste figure romantiche chiamate “clochard”? Ma ciò che mi lascia ancora più interdetto è una domanda che mi assilla da tempo: si può definire qualcuno per privazione? Senza dimora. Ripetetela con me questa coppia di parole. Senza dimora. È come se io definissi mia sorella per quello che non ha: mia sorella è senza laurea, è senza macchina, è un tipo senza alti e bassi, etc. O come se definissi l’Italia per ciò che le manca: L’Italia è una nazione senza il mare a Nord, senza grandi laghi e grandi pianure, è anche senza fuso orario perché è senza una grande estensione territoriale… È come se decidessimo di fare un viaggio scegliendo dove non andare. La fio.PSD (la federazione italiana organismi persone senza dimora) 39


una definizione ce la propone: «il senza dimora è un soggetto in stato di povertà materiale ed immateriale portatore di un disagio complesso, dinamico e multiforme». Ecco trovato il profilo di un senza dimora. Un possibile profilo dell’emarginato. Certo è una foto un po’ sfuocata che non ci mostra immediatamente il soggetto di cui stiamo parlando, ma va bene. È uno strumento e mi è utile. Ma quando mi chiedo chi sono e dove sono, in quest’Italia dei realty, ecco che non trovo più nessun dato. Nella geografia delle ricerche loro compaiono per stime approssimative, accorpati con immigrati, tossicodipendenti, matti, ex detenuti. 19 mila a Roma, 3 mila a Napoli, tra 70 mila e 100 mila in tutta Italia. Eppure uno studio Ipsos del 2006 dice che sotto quel famoso tappeto siamo in tre milioni a far volontariato in un anno, che ci sono 292 mila religiosi a far volontariato in sezioni preposte all’assistenza, che esistono 630 mila operatori sociali dipendenti di imprese del terzo settore. In poche parole ogni italiano definito come senza dimora ha a sua disposizione: 30 volontari (uno al mese) che sbiancano la loro coscienza; 2,9 religiosi desiderosi di accedere al paradiso grazie a loro; 6,3 operatori sociali pagati per integrarli. Una potenza benefica del genere dovrebbe estirpare il problema senza lasciarne traccia. E invece sotto il tappeto la polvere si accumula e si struttura in forme granitiche di imbarazzo. La grammatica dell’assistenza si arena in una lingua morta che non ha un significato preciso, chiaro, funzionale. Per dirla alla buona c’è più gente che aiuta che gente che ha bisogno. Com’è possibile? Dov’è l’errore? Quelli che la tv chiama “invisibili” aumentano in modo vertiginoso e nonostante questa caratteristica che li nasconde alla vista ne avvertiamo la presenza scomoda ogni giorno. Il tappeto sotto cui nascondiamo la nostra Italia emarginata si deforma, diventa scomodo. Eppure non lo si può buttare. L’Italia ci ha messo sopra il suo bel tacco, nella speranza che un colpo di vento non ne sollevi un lembo mostrando un paese che ricco e civile forse non è. Ma democratico di sicuro. Marziale diceva: «uno dei lati più spiacevoli della povertà è quello di renderci simili agli altri». Se l’Italia democratica non ci può rendere tutti uguali, almeno ci sta facendo tutti simili.

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Dentro Roma c’è uno Stato straniero, governato da un Gran Sacerdote, che dicono sia ispirato direttamente da Dio. Ma Dio esiste davvero? Come si fa a dimostrarlo? Ci ha provato per noi la poetessa e scrittrice tedesca Nora Bossong.

sonntag di Nora Bossong

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Die Vögel in den Bäumen ich nenne sie Krähen jemand sagt Drosseln sagt Spatzen unfassbar wie weit man bisweilen mit Worten fehlt. Es ist Sonntag ich denke daran Gott zu beweisen oder durch die Villa Borghese zu streifen P(e/h.k) P(e/k) das könnte gehen wobei für e alle Tatsachen stehen das was ist präziser alles was ist also die Krähen die Drosseln die Villa Borghese es ist Sonntag es ist sonnig in der Nacht kondensierte der Lärm an den Fenstern das Scharren der Schuhe das Klingeln des Handys das Schreien des Mannes: Pronto? Pronto? Pronto? Auch hierfür stehen noch Beweise aus doch ich bin neu hier beginne von vorn und h sei die These dass Gott existiert wie die Krähen die Drosseln die Villa Borghese die Ampel an der ich als Einzige halte während San Sebastiano und San Giovanni vor mir über die Kreuzung ziehen ihre Attribute im Schlepptau ich erinnere nicht für was sie gut sind und k ist bloß tautologisches Wissen ein Igel eingerollt vor mir in der Gosse armes Ding mio Dio und wer hat meine Beweise schon nötig dringender sollte man mir beweisen ob Finken in den Bäumen sitzen mit ihren Schnäbeln nach Orangen picken ob Sonntag ist ob h überhaupt etwas meint

Domenica | Gli uccelli sugli alberi li chiamo cornacchie / qualcuno dice tordi, passeri, incomprensibile / a volte come si sbagli con le parole. / È domenica, penso di dimostrare Dio / o di andarmene a Villa Borghese / P (e / i.c) / P (e /c) questo potrebbe andare bene / mentre la e sta per tutti i fatti / ciò che è, più precisamente, tutto ciò che è / le cornacchie, i tordi, Villa Borghese / è domenica è soleggiato nella notte / condensata di rumori 42


alla finestra / il raspare di scarpe / il suono del telefonino / l’urlo dell’uomo: Pronto? Pronto? Pronto? / Ed inoltre mancano ancora le dimostrazioni / sono nuovo qui, ricomincio da zero / e l’i sarebbe la tesi che Dio esiste / come le cornacchie, i tordi e Villa Borghese / i semafori sui quali, sola, / mi fermo mentre San Sebastiano e San Giovanni / camminano davanti a me all’incrocio / non ricordo a cosa servano / i loro attributi per il rimorchio e la c / è solo conoscenza tautologica davanti a me / avvolta in un riccio nel fango / povera cosa mio Dio e chi ha la mia / prova me l’avrebbe già dovuta necessariamente / mostrare se i fringuelli stanno sugli alberi / a beccare le arance, se è domenica, / se l’i in generale significa qualcosa (traduzione di Luca Viglialoro)

Alcuni di noi credono, altri no. Alcuni, entrando a San Pietro, si inginocchiano, si bagnano la fronte, si fanno il segno della croce. Altri guardano la Pietà di Michelangelo come guarderebbero il “pisciatoio” di Duchamp al Centre Pompidou. Roma gronda di immagini trionfali della Chiesa. Alcuni di noi si fermano a contemplarle, rapiti dalla sontuosità. Altri entrano in un internet café e controllano se è arrivata l’intervista all’autore di un video-affresco dalle tinte dantesche.

Federico Solmi e il suo papa porno-killer di Filippo Brunamonti

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Lo scorso gennaio è approdato all’Arte Fiera di Bologna il Papa pornokiller di Federico Solmi. Bolognese di trentacinque anni, trapiantato a New York, Solmi è l’autore di The Evil Empire, un video di quattro minuti composto interamente di disegni e montato utilizzando l’animazione 3D e tecnologie del mondo del videogioco. In scena, un pontefice violento e dipendente dal sesso virtuale. L’animazione ha suscitato scandalo in una rassegna a Madrid ed è stata respinta dall’Italia, almeno fino a poco tempo fa, mentre ha ottenuto grande successo a New York, Parigi, Berlino, Barcellona e Norvegia. Giovedì 22 gennaio The Evil Empire ha avuto la sua prima installazione italiana ed è rimasto in vetrina per circa un mese; la galleria di riferimento la dice lunga: si chiama, infatti, NotGallery ed è riservata a chi, pur possedendo un talento spiccato, resta ai margini del sistema. Perché The Evil Empire, l’Impero del Male, ha impiegato diversi anni prima di circolare in Italia? La religione cattolica è sicuramente uno dei motivi, poi c’è il provincialismo che fa da freno. La mia storia ricorda molto quella di Annibale Carracci, anche lui nato a Bologna, ma nel 1560. Fu coinvolto in uno scandalo simile al mio, dopo avere affrescato il Palazzo Fava a Bologna. All’epoca, la sua colpa fu quella di scegliere un soggetto pagano per il salone e di rappresentare gli antichi dei con i genitali in mostra. Bologna, la tua città, ti ha proposto di esporre solo di recente? The Evil Empire ha sempre spaventato l’Italia, figuriamoci Bologna. E mi dispiace molto. Ora, invece, a Bologna ho l’opportunità di tornare da privilegiato, e non come uno che espone per la prima volta. All’estero sono stato accolto con grande entusiasmo, tanto che, tra poco, The Evil Empire andrà alla Galleria Nazionale di Arte Contemporanea di Mosca. Le sorprese non le riserva solo l’Italia, comunque: una settimana fa, The Evil Empire, già in mostra al Centro Pompidou di Parigi, è stato improvvisamente cancellato da una esposizione in un museo importante di Rouen. Qual è il tuo rapporto con l’Italia? Bologna è la mia città natale, anche se ora vivo a New York. Mi ritengo un autodidatta ma la mia prima fonte d’ispirazione è proprio un artista bolognese, Giorgio Morandi. La sensibilità di questo grande incisore del Novecento ha intaccato in maniera forte il mio approccio nei confronti dell’arte. In un certo senso, mi rispecchio in lui, proprio per come lo ha 44


trattato la mia città. Morandi era un artista molto tradizionale e la sua generazione lo trascurava perché rappresentava il vecchio nell’epoca delle Avanguardie. Io invece lo adoro: lui aveva capito che l’aspetto essenziale del nostro lavoro sta nel guardare sia all’Avanguardia che alla Retroguardia. Non a caso, The Evil Empire fonde la tradizione con la contemporaneità: c’è il lusso antico del Vaticano, ma anche la cultura pop e dei fumetti. Il Papa stesso ha un mantello da supereroe e può volare. New York è il cuore dell’arte e delle nuove tendenze. L’hai scelta per sentirti più libero di sperimentare? Mi sono trasferito per aggiornarmi in tempo reale sull’arte. Di lì a poco mi sono dedicato al digitale e al 3D, tentando il più possibile di conciliarlo con il disegno, e quindi con la tradizione. Ho un paio di amici a Bologna che tentano di esporre ma con difficoltà. Il punto è che in Italia si dipinge utilizzando un linguaggio locale, e non si va lontani. Morandi, pur essendo di Bologna, era costantemente in contatto con Parigi e altri importanti centri artistici, non restava chiuso tra le mura della provincia. A New York mi invitano persino nelle università più prestigiose, la mia arte è amata e studiata. Ma non riesco a convincere la provincia. Progetti futuri? Sto lavorando su alcune sculture meccaniche, con l’aiuto del mio collaboratore Russell Lowe, da Sidney, e Lee Gibson, dalla Nuova Zelanda. Ci siamo ispirati ai macchinari di Leonardo Da Vinci per costruire la Laser Cut Machine, un congegno in grado di tagliare ogni componente di legno con un laser. Come per The Evil Empire, il mio lavoro consiste nel prendere i frame in 3D e, come farebbe un artigiano nella sua bottega, tradurli in disegno. Perché non provi a comporre qualcosa conforme al gusto, se non vaticano, almeno italiano? Sarebbe come scavarsi la fossa. Mi snaturerebbe. Ma non demordo, prima o poi The Evil Empire sarà apprezzato anche in Italia. A maggio, il Palazzo delle Esposizioni a Roma ha accettato di ospitare la mia installazione del 2006, King Kong and The End of The World, famosa per la scena in cui King Kong corre per le strade di New York tenendo in mano il Guggenheim Museum. Contino a mantenermi in contatto con il MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna, ma avverrà ad Arte Fiera il debutto italiano del mio Impero del Male. 45


Post Scriptum All’indomani della chisura dell’ArteFiera, il 27 gennaio 2009, l’ANSA ha diramato questa notizia: «I carabinieri hanno sequestrato un’opera ritenuta blasfema, esposta ad Artefiera [...]. Si tratta di un crocefisso in legno che ritrae un papa ‘immaginario’, in atteggiamento dissacrante, opera dell’artista bolognese Federico Solmi [...]. Il sequestro è scattato ieri pomeriggio, poco prima della chiusura della fiera, per iniziativa degli stessi carabinieri e in accordo con la Procura, che hanno ipotizzato il reato di ‘offesa a una confessione religiosa mediante vilipendio’. Per questo reato sono indagati l’autore dell’opera e i due responsabili della ‘Not Gallery’ [...]. L’opera (un papa con tanto di tiara dipinto su una croce in legno a mò di crocefisso trecentesco, con l’aggiunta di un’appendice colorata che gli spunta dal grembo) è grande circa 50 centimetri e aveva suscitato polemiche fin dal giorno di apertura della rassegna di arte contemporanea.»

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Nel 1832 il pensatore francese Lamennais scriveva sul popolo italiano: «Questo popolo che nasce, vive e muore all’ombra della potenza delle sovranità nazionali, non avendo patria se non nel passato, o in un futuro che sfugge ogni giorno, fa del cielo, dell’aria, della gioia presente e del sonno un’altra patria simile a quella estrema, la tomba. Parliamo delle masse sprovviste di lumi».

miserabile Italia di Kai Zen : j@kaizenlab.it

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Rituali esoterici, libri impolverati, formule arcane e una conoscenza abissale costruita secolo dopo secolo, fatta della polvere dei mattoni delle ziggurat di Babilonia, dei compassi d’oro e delle squadre di cristallo che hanno tracciato i calcoli per le piramidi, dei papiri perduti della biblioteca di Alessandria, degli appunti segreti di Giordano Bruno e Sir Isaac Newton. È così che immaginate una loggia massonica? Come una confraternita che percorre la sottile linea che demarca potere e gloria, come una congrega di illuminati che agisce nell’ombra oltre la legge in nome di un ordine superiore, al di là del bene e del male? O come una coreografica combutta di conservatori incartapecoriti che reggono le sorti segrete delle nazioni? O ancora come irriducibili potenti, dall’aria fascistoide, che si scambiano strenne e saperi con un cappuccio in testa? E se fossero dei miserabili profittatori che vivono di favori? Se fossero uomini insignificanti e senza palle? Se fossero solo criminali di mezza tacca consorziati per affrontare la vita, che strisciano subdoli ai margini della realtà, con una visione vigliacca del mondo, tanto codarda da spingerli a intessere trame di cui perdono loro stessi il filo, tanto pusillanime da costringerli a rovinare le esistenze altrui per salvaguardare le proprie. Nessun sogno. Solo qualche soldo in più da una televendita di materassi e briciole di potere da condividere all’asfittica mensa della politica. Come ve li immaginate? Chi sono? Cos’è la P2? Finzioni di finzioni. Vecchi che si autoaffibbiano l’aggettivo “grandi”. Squallidi piazzisti, ignoranti e boriosi. Niente di niente. Polvere di merda secca. Eppure questo paese li ha seguiti. Votando per i loro uomini, commerciando con i loro iscritti, assoggettandosi in cambio di un favore, di un baronato all’università, di un posto nell’amministrazione comunale per un nipote. Queste squallide nullità hanno realizzato il loro piano di rinascita democratica. E ci sono riusciti, non perché siano intelligenti, colti o manipolatori, né perché siano mossi da un ideale d’ordine, patria e disciplina da propugnare con volontà e forza, e nemmeno perché si siano comprati l’Italia intera, corrompendo ogni singolo abitante. Lo hanno fatto perché noi siamo squallidi, deboli e viscidi tanto quanto loro. Sapevamo tutto, anche della loro grettezza e li abbiamo lasciati fare, sperando, segretamente, che ci lanciassero qualche osso alla fine del banchetto o forse perché non potevamo credere che personaggi del loro calibro potessero fare quello che hanno fatto. Ci sono riusciti perché conoscono il cuore degli uomini e la vita un po’ meglio di altri, e sanno che il cuore degli uomini è gonfio soprattutto di avidità e la vita spesso ti costringe a tirarla fuori tutta. La P2 non è nulla. La P2 è la prima persona plurale senza la volontà di usare la particella che dà fuoco alle polveri della rivolta: «No».1 1  «Da qualche parte si dovrà pur cominciare, in fin dei conti, e per farsi “stranieri” al presente e sabotarlo intanto bisogna imparare a dire no, tirarsi fuori» da Albert Camus e il dovere della rivolta, introduzione a cura di Vittorio Giacopini in Mi Rivolto Dunque Siamo, Albert Camus, Elèuthera, 2008

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Nel 2006 è uscito Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese..., un reportage sul precariato realizzato da Aldo Nove intervistando giovani lavoratori italiani. A distanza di due anni incontriamo uno di loro, Luigi, per sapere se nel suo mondo, il mondo dell’università , è cambiato qualcosa.

chi trova un barone trova un tesoro di Luigi : malauniversita@yahoo.it

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Allora, Luigi, con Nove parlavi di uno dei tanti «scandali normali» italiani, quello dei falsi concorsi universitari. Dicevate che in Italia agli «scandali ci si abitua», diventano normalità. Ci sono novità? Non è cambiato nulla: nelle università italiane non si lavora perché si vince un concorso pubblico imparziale e meritocratico, non si vince grazie alle proprie esperienze, competenze, ricerche e pubblicazioni, ma solo (anche se sei bravo e hai pubblicazioni) perché il tuo professore ti sistema. Così si dice in gergo. È il sistema della cooptazione. Il sistema della cooptazione? Cosa significa? Come funziona? “Cooptare” significa letteralmente “chiamare qualcuno a far parte di una corporazione”. In altri termini, per entrare nella corporazione accademica devi essere scelto o, meglio, “chiamato”. Ciò significa che non sei tu a vincere un concorso ma è un professore che “ti chiama il posto”. Così il lavoro all’università nasce fin dall’origine viziato, perché si tratta non di un rapporto di lavoro con l’università (come risulta formalmente), ma di un rapporto personale, un legame informale di dipendenza dal professore che ti ha chiamato e sistemato. Quindi è chiaro che l’impostazione non è quella del “vinca il migliore” ma quella, del tutto diversa, del “vinca il prescelto, il favorito”. Ciò comporta che non puoi entrare nella corporazione (accademica) se non ti sei fatto prima conoscere e ben volere. Dunque, conta quanto ti fai vedere, quanto ti rendi utile, più di quanto pubblichi o di quanto meriti. Tutto il contrario, evidentemente, di ciò che prevede la legge con il concorso pubblico. Ma come è possibile che vinca il prescelto se c’è un concorso pubblico? Il concorso, che di pubblico non ha niente (neanche il pubblico), diventa una finzione scenica in cui ognuno interpreta la propria parte di finto candidato o finto commissario imparziale. Gli unici a non recitare, ignari di far parte di una messa in scena, sono quegli sventurati e idealisti o ingenui e sprovveduti (a seconda del punto di vista da insider o outsider al sistema) che partecipano al concorso convinti di partecipare ad un concorso vero e magari persino sperando di avere la possibilità di vincere. Invece il sistema è strutturato in modo che sia davvero facile controllare l’esito del concorso e, ovviamente, questo succede soprattutto grazie alla partecipazione attiva o passiva di tutto il mondo accademico, strutturato e non. Mi spiego meglio: i membri delle commissioni di concorso vengono elette dagli stessi appartenenti all’accademia, quindi quando un professore potente, non a caso chiamato “Barone”, riesce a far chiamare un posto, cioè a far bandire, ad esempio, un concorso da ricercatore, poi attiverà la propria schiera di collaboratori, i cosiddetti allie50


vi, per telefonare a tutti gli aventi diritto al voto e in particolare quelli alleati o alleabili (per non dire malleabili), segnalando i nomi dei docenti da votare. E chi sarebbero questi alleati? Gli alleati sono degli addomesticati consenzienti che faranno vincere il candidato favorito. Ovviamente, appartengono tutti alla scuola o territorio del Barone. Se le votazioni non dovessero andare proprio come si desidera, inizia la trattativa e, per far vincere il proprio candidato, si dovrà promettere di sistemare – in altro concorso – il candidato favorito del nemico. Insomma, uno scambio di favori tra Baroni. Un altro modo per ottenere favori è quello di far presentare ai tuoi allievi la domanda al concorso di un Barone nemico. I tuoi allievi, soprattutto quelli più bravi o con più pubblicazioni, diventeranno merce di scambio: il Barone potrà ottenere un favore in cambio del ritiro dal concorso dei candidati scomodi, cioè proprio di quegli allievi più bravi. Ecco che, se la trattativa va a buon fine, al concorso si presenterà nella migliore delle ipotesi solo il candidato che deve vincere e allora non ci sarà nessun problema. Oppure, se ci saranno più candidati, niente paura: i titoli degli scritti, rigorosamente estratti a sorte, e anche le domande dell’orale, rigorosamente estratte a sorte, verteranno, chissà come, sempre su argomenti su cui il candidato favorito ha pubblicato o è più esperto o gli è stato suggerito vivamente di prepararsi... Ma perché ciò sia possibile occorre che i membri delle commissioni siano tutti d’accordo, o sbaglio? Sì, ma non è difficile che ciò accada quando si ha una commissione composta da tre membri addomesticabili. Ma anche se non si trattasse di tre membri appartenenti alla stessa Scuola o alleanza, non sarebbe difficile ottenere l’ubbidienza di due membri su tre, visto che non sono di pari grado. Infatti, nel sistema dei concorsi universitari esiste un paradossale squilibrio nella composizione della commissione giudicatrice perché non è composta, come sarebbe ovvio, da tre professori ordinari di pari grado, ma è composta da un solo professore ordinario, che è anche il Presidente della commissione (qualora non fosse chiaro chi comanda), e poi da un professore associato e un ricercatore, entrambi facilmente assoggettabili al volere del professore ordinario, pena la fine della loro carriera. Cosa bisogna fare per entrare col sistema della cooptazone? Per entrare con la cooptazione è determinante seguire attentamente queste regole: 1. Chi trova un Barone trova un tesoro. Scegliere oculatamente il professore 51


con cui laurearsi o con cui collaborare: non perdere tempo con i giovani, con i topi da biblioteca o con gli integerrimi idealisti. Scegliti un professore abbastanza anziano, amante dalle pubbliche relazioni più che delle ore di studio e di scrittura e soprattutto che non si faccia tanti problemi morali. In poche parole: scegliti il più potente. Basta chiedere e informarsi, le voci circolano e tutti sanno, in ogni facoltà, chi sono i cosiddetti Baroni. 2. Chi fa per tre fa per sé. Entra nelle grazie del Barone: rispondi sempre sì, anche se ti viene chiesto di fare cose che non hanno niente a che fare con la ricerca o l’università, come ad esempio parcheggiare l’automobile del professore, o fargli la spesa o tenergli una borsa o prendergli gli appuntamenti o fargli le telefonate. Insomma, preparati ad essere anche autista o segretaria, come minimo. Preparati a non avere un orario di lavoro. Renditi sempre disponibile e reperibile ogni giorno ad ogni ora, non ci sono feste o festivi o impegni personali nella carriera universitaria. O meglio, puoi anche farti rispettare, contraddire o far notare timidamente che anche tu hai una vita privata, ma devi essere consapevole che lo fai a tuo rischio e pericolo perché ci sono sempre altri mille “schiavetti” pronti a farsi mettere i piedi in testa tutti i giorni 24 ore su 24, per un posto da ricercatore. Solo per fare un esempio: conosco una ricercatrice precaria a cui è stato fatto capire che doveva interrompere l’allattamento della figlia per tornare al più presto in trincea. E non credo che sia un caso isolato... 3. Occhio non vede, cuore non duole. Preparati a far chiudere un occhio alla tua coscienza. Esegui gli ordini senza chiederti se è giusto o sbagliato. Ad esempio, se ti viene chiesto di scrivere un pezzo che verrà pubblicato con il nome del tuo professore, non ti devi offendere o scandalizzare. Idem se ti vengono ordinati i nomi dei professori che devi votare in una o in un’altra occasione (dalla nomina del più stupido dei ruoli onorifici ai membri delle commissioni di concorso). Se vuoi entrare nell’università, non ti puoi illudere di restare “pulito”, anche tu devi partecipare al sistema e, presto o tardi, verrai chiamato a dare il tuo piccolo contributo. Abbiamo capito. Molti, però, dicono che non è sbagliato il sistema della cooptazione e addirittura propongono di istituzionalizzarlo. Tu che ne pensi? Ovvio che chi è stato reclutato in quel modo o aspira ad essere reclutato in tal modo, non può che difendere il sistema. Altrimenti si rischia la schizofrenia... Però c’è anche del vero. Potrebbe essere legalizzato ma con dei correttivi che evitino lo strapotere dei Baroni, che diventa anche sfruttamento degli 52


allievi, e che evitino le degenerazioni, come quando si fanno vincere concorsi a persone del tutto incapaci. Per fortuna non è sempre così e spesso i candidati che vincono sono comunque meritevoli. Inoltre, esistono anche professori onesti o illuminati che non sfruttano, non abusano del loro potere, non tramano concorsi blindati ecc. Ma il problema vero e fondamentale di questo sistema è appunto che tutto dipende esclusivamente dalla buona volontà del Barone di turno. Se il Barone è onesto, bene, ma se il Barone vuole fare il Barone, se vuole sfruttare, umiliare, se vuole far vincere i suoi, se vuole sistemare parenti incapaci, può farlo del tutto indisturbato. E la stragrande maggioranza del popolo universitario, a tutti i livelli, invece di ribellarsi, subisce, accetta e replica passivamente e acriticamente questo sistema. Sono quindi i Baroni che fanno della cooptazione un sistema ingiusto? Sì, i Baroni sono troppo potenti e possono fare bello e cattivo tempo senza nessun controllo. Con questo sistema restano fuori dall’università spesso i più bravi o anche se non sono i più bravi, restano comunque fuori tanti bravi che meriterebbero di entrare ma magari non sono per carattere abbastanza accomodanti oppure hanno dei principi morali o una dignità che impedisce loro di scendere a patti, oppure appartengono a un’università o a un professore non abbastanza ricche o potenti oppure gli è morto il professore di riferimento (i cosiddetti orfani universitari). Infine, ultimo problema da non trascurare è che questo sistema fa male alla ricerca, fa male alla didattica, fa male quindi sia al servizio che si offre agli studenti, sia al progresso della ricerca scientifica, culturale, intellettuale e morale della società italiana. Che quadro deprimente... ma non c’è niente da fare? Hai qualche proposta costruttiva per chiudere l’intervista? Qualcosa si era sperato con la proposta di Mussi ma poi, nella migliore tradizione italiana, nulla si è fatto. Comunque qualsiasi riforma si faccia per essere effettiva occorre seguire alcune regole. Se si continua con i concorsi, è inutile avere commissioni in cui due membri su tre sono ricattabili in quanto di grado inferiore al presidente della commissione, ma ci vuole una commissione di pari, quindi con tre professori ordinari. Anche se in un sistema di cooptazione così consolidato, incancrenito e diffuso su tutto il territorio nazionale è difficile che non scattino lo stesso dei meccanismi di accordo informale volto allo scambio di favori. Ma fra tre membri di pari grado e al termine della carriera, che quindi non hanno più bisogno di essere sistemati ubbidendo agli ordini, diventa più probabile che, se i tre non si mettono d’accordo, vinca il candidato che non “appartiene” a nessuno. Si potrebbe abbattere questo sistema cam53


biando anche il metodo di nomina dei membri della commissione: i professori dovrebbero essere estratti a sorte e non più eletti dal mondo accademico accondiscenente al sistema della cooptazione. E poi bisognerebbe controllare i lavori della commissione, cioè evitare che i commissari si accordino sul candidato da far vincere o sui temi e sulle domande del concorso. Come? Facendo lavorare i commissari separatamente o mettendo un gruppo di supervisori dei lavori della commissione composto da soggetti estranei al mondo accademico o da membri di associazioni di universitari precari che si stanno ribellando al sistema e che sono in crescita. Oppure, una strada opposta è, come si è detto, quella di smetterla con l’ipocrisia di falsi concorsi pubblici imparziali (che poi non sono né imparziali né pubblici), istituzionalizzando e legalizzando il sistema della cooptazione. Con un correttivo fondamentale, però: il professore e l’università che chiamano un nuovo ricercatore o professore, dovranno rispondere pubblicamente della propria scelta, in termini di pubblicazioni (valutate da esperti estranei al mondo universitario italiano) e di capacità didattica (valutati dagli studenti a cui insegnano) del candidato che ha vinto. In tal modo un professore sarà pur sempre libero di far diventare ricercatore o professore un incapace ma poi verrà scoperto, reso pubblico e ne dovrà rispondere l’università di appartenenza in termini di perdita di punti e quindi di finanziamenti. E tu? Stai ancora cercando di entrare nell’accademia? Mi sono messo a fare altro, per vivere. Ma non mi rassegno, voglio continuare a studiare e scrivere per conto mio e, soprattutto, voglio continuare a denunciare il sistema. Sto raccogliendo le testimonianze di tante persone che mi scrivono e mi raccontano della loro esperienza di concorsi farsa, di telefonate di avvertimento, in stile mafioso, per costringere a ritirare la propria domanda a un concorso o per proibire di far vincere un candidato diverso dal pupillo prescelto. Ma anche tante storie di persone che ce l’hanno fatta per i casi più strani: perché il prescelto ha sbagliato data e si è presentato il giorno successivo a quello del concorso o si è ammalato prima del concorso o, peggio, ha perso un familiare o perché saltano gli accordi tra i commissari. Insomma sto raccogliendo tante storie di mala-università e raccoglierò le più significative in un libro di denuncia. Sperando che serva a smuovere qualcosa. Anzi, voglio chiudere con un invito a tutti i lettori di Argo che lavorano o vorrebbero lavorare in un’università migliore: scrivetemi, raccontatemi le vostre storie, dimostratemi che gli italiani non hanno smesso – per assuefazione – di scandalizzarsi di fronte alle ingiustizie e di lottare per sconfiggerle davvero. 54


Post Scriptum Il cosiddetto decreto Gelmini sull’università (ora Legge 9 gennaio 2009, n.1) modifica i criteri di nomina delle commissioni giudicatrici dei concorsi universitari. La novità principale riguarda la composizione delle commissioni che saranno costituite da soli professori ordinari, eliminando così il rischio di “subordinazione” al Presidente di commissione degli altri membri della commissione (prima della riforma, il Presidente era l’unico professore ordinario della commissione). Altra novità positiva è l’introduzione del metodo del sorteggio - al posto dell’elezione - dei membri esterni della commissione. Purtroppo il metodo dell’elezione è rimasto per la scelta della rosa di professori ordinari tra cui avverrà il sorteggio, rischiando così di compromettere l’utilità del sorteggio stesso. A sovraintendere le operazioni di voto e sorteggio vi sarà una commissione composta anch’essa di soli professori ordinari nominati dal CUN (consiglio universitario nazionale), quindi sempre dai “poteri forti” all’interno del sistema universitario italiano, invece che da esperti esterni, magari stranieri (come si era da più parti auspicato e come era previsto dal precedente progetto di riforma Mussi). In conclusione, questa legge rende certo più difficile la vita ai baroni che, per sistemare i propri allievi, dovranno “contrattare” i posti con avversari di pari grado. Diventa una lotta tra professori ordinari che, però, si confermano come gli unici detentori del potere dei concorsi. Raggiunto l’accordo, fatta la “cordata dei baroni”, la riforma non sarà servita che a peggiorare le cose. A meno che... non esistano ancora dei professori onesti, eticamente, oltre che scientificamente, e non disposti ad essere marionette conniventi di un sistema corporativo, ipocrita, inefficiente e ingiusto... Esistono? Toc toc! Se ci siete, fatevi valere! Glossario Universitario di Luigi Ovvero tutte le parole che bisognerebbe vergognarsi di pronunciare e che invece sono ormai entrate nel linguaggio comune del sistema accademico Alleati: membri dell’accademia, anche non appartenenti alla Scuola, ma comunque dalla parte del Barone in operazioni determinate (singolo concorso, elezione di membri di associazioni o altro). Allievo: dottorati, ricercatori, professori associati e professori ordinari giovani (o meno potenti) che appartengono al Barone, cioè che eseguono i suoi ordini. 55


Appartenere a un professore: essere allievo di un Barone e quindi essere fedele ai suo ordini, appartenere alla sua Scuola. Barone: professore ordinario potente, cioè in grado di controllare i concorsi. Candidato favorito: allievo per cui il Barone ha bandito il concorso e che quindi deve vincerlo. Candidato scomodo: candidato con titoli che si presenta a concorso non suo e che quindi ne turba il “regolare” svolgimento. Chiamare un posto: far bandire un concorso per un proprio allievo che sarà poi il candidato favorito. Concorsi blindati: concorso con commissione controllata, cioè concorso in cui si può stare tranquilli che vincerà chi deve vincere. Il tuo concorso: quando il Barone bandisce un concorso per te, cioè di cui tu sarai il vincitore. Cooptazione: sistema di reclutamento universitario per cui un professore chiama un posto, cioè bandisce un concorso pubblico, per sistemare, cioè per far vincere, un proprio allievo. Farsi vedere: essere presente dove è presente il tuo professore o Barone al fine di compiacerlo, di ingraziarselo, di farlo sentire contornato da allievi adulatori sempre a disposizione, affinché prima o poi ti sistemi. Nemico: membro dell’accademia appartenente ad una Scuola diversa, non alleata. Scuola: gruppo di allievi, cioè di dottorati, ricercatori, professori associati e professori ordinari giovani (o meno potenti) che appartengono al Barone ed eseguono i suoi ordini. Sistemare: far vincere un concorso universitario. Territorio: sedi universitarie su cui il Barone ha il controllo, in particolare dei concorsi. 56


«Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Uno in calle dell’amor degli amici. Un secondo vicino al ponte delle Maravegie. Il terzo in calle dei marrani nei pressi di San Geremia in Ghetto vecchio. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite, vanno in questi tre luoghi segreti e aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie». (Hugo Pratt, Corto Maltese, Corte Sconta detta Arcana)

il parlamento infernale di Filippo Furri

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Un emiciclo di feltro rosso e quarantanove scatole di acciughe possono accogliere e illustrare almeno vent’anni di storia italiana. Coniugando l’idea del bassorilievo e la forma sintetica del fumetto, l’arte della miniatura e l’irriverenza della marionetta, Marco Galafassi e Nathalie Alony ricostruiscono l’ecosistema democratico nazionale e lo popolano, lo abitano, lo rappresentano. Il Parlamento Infernale1 raccoglie i cocci di due decenni di storia parlamentare, ne coglie la quotidiana ipocrisia e insieme rievoca vecchi e nuovi fantasmi: descrive il lassismo e la volgarità di una classe politica che si riproduce uguale a se stessa, ripesca i suoi relitti, illustra i suoi tentacoli, allude alle sue collusioni e ai suoi interessi, rinviando sempre alla realtà economica e socio-culturale nazionale, ricollocando tutto in uno spazio senza tempo di chiare reminiscenze dantesche. In un doppio registro realista e allegorico, i numerosi scranni vuoti denunciano l’assenteismo e la latitanza degli “eletti” e sono contemporaneamente pronti ad accogliere, come in una bolgia infernale, i nuovi futuri protagonisti della politica che andranno ad aggiungersi ai presenti: alla marionetta che occupa il seggio centrale, al pupazzo di Cicciolina, che però potrebbe alludere anche agli scandali a sfondo sessuale che hanno interessato l’assemblea; a un prelato e ad un mercante d’armi, a due sadomasochisti e un fumatore d’erba; al calciatore e al banchiere, al membro di una lobby farmaceutica e ad un distratto lettore della Gazzetta dello Sport, a una coppia di ottuagenari e ad imprenditori e tramaccioni. Osservando bene, il Parlamento sembra diventare il luogo dove si concentrano e si sintetizzano vizi e manie, perversioni e interessi, intrighi e spettacolo, ignoranza e presunzione, esibizionismo e violenza dell’intero Paese: eletti ed elettori coincidono, dunque; si specchiano gli uni negli altri. Niente di nuovo, forse, ma detto chiaramente... L’opera è stata esposta dall’11 settembre all’8 ottobre 2008 presso la galleria ScalaMata di Venezia, nell’ambito dell’esposizione collettiva The roommates - Condivisioni urbane che ha riunito le opere di un gruppo di nove artisti internazionali legati tra loro da esperienze di convivenza e impegnati ora, ciascuno secondo la propria grammatica, a re-incontrarsi e a ritessere un dialogo intimo in uno spazio espositivo suggestivo. A margine della roboante stagione artistica veneziana, tra Festival del Cinema e Biennale di Architettura, The rommates diventa un’esposizione domestica e insieme un gioco di rifrazione, la traduzione e l’amplificazione di percorsi individuali e “privati” in uno spazio pubblico e condiviso, aperto sul mondo. 1  http://argoblog.wordpress.com/2009/04/01/parlamento-infernale/

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Roma ladrona. Ogni tanto, ancora, la Lega Nord bofonchia in parlamento e per le strade padane la domenica. Federalismo, autonomie locali. La propaganda porta a porta si fa in tv e suonando campanelli. Cittadino elettore interpellato a domicilio, «ecco l’ansia, signora, ed ecco cosa faremo!». Seduti all’assemblea di condominio, al corso di storia delle istituzioni, al bar o alla riunione di comitato e sagra, qualche scintilla di esistenza politica non immediatamente strumentalizzabile può ancora accenderci.

federalismo e democrazia partecipativa di Massimo Paci

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Sono in molti oggi a riconoscere le difficoltà della democrazia rappresentativa. In Italia, in particolare, molto viene detto e scritto ogni giorno sul distacco crescente tra partiti politici e società civile. Secondo molti osservatori, stiamo assistendo ormai nel nostro Paese al fallimento della transizione alla Seconda Repubblica iniziata nel 1992, quando gli italiani ebbero un sussulto di ribellione contro una classe politica nazionale corrotta e autoreferenziale. La domanda che ci si può porre allora è la seguente: la riforma in senso federalista dello Stato, di cui si parla oggi in Italia, offre una possibilità di cambiamento in direzione di una “democrazia partecipativa”, che contrasti il populismo e il qualunquismo dilaganti e la deriva della nostra democrazia rappresentativa in senso autoritario? In effetti, la ricerca di modelli di governo più partecipativi e più “vicini al territorio” è oggi una caratteristica diffusa delle attuali democrazie e numerosi sono i tentativi e le esperienze fatte in questa direzione. A questo proposito, non potendo ricordare tutte queste esperienze, ci limitiamo a richiamare quella del “bilancio partecipativo” di Porto Alegre, che ha costituito il prototipo di centinaia di altre esperienze analoghe. In questo caso, la partecipazione dei cittadini alla determinazione del bilancio per l’anno successivo segue un iter abbastanza complesso e comporta una serie di decisioni, con uno scadenzario prefissato, a partire dalle riunioni di micro-livello, dislocate nei quartieri cittadini, e proseguendo con le assemblee territoriali e tematiche che individuano le priorità sociali ed economiche del bilancio. A queste riunioni e assemblee partecipano, oltre a singoli cittadini, anche varie associazioni e organizzazioni della società civile. Vengono scelti in tal modo circa 50 “delegati al bilancio” che definiscono il programma finanziario e lo sottopongono per l’approvazione al consiglio comunale e al sindaco. Questa esperienza, che costituisce un interessante punto di incontro tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, si è rivelata di difficile “esportazione” nella sua forma specifica. (Si pensi solo che circa 30.000 cittadini di Porto Alegre sono stati coinvolti talvolta in questo iter complesso). Tuttavia, pur con alcune semplificazioni essa si è diffusa in molti paesi e anche in Italia, dove, dopo la riforma elettorale dei sindaci e il rinnovamento della macchina amministrativa degli anni Novanta, la domanda di partecipazione dei cittadini ai governi locali è cresciuta, sedimentando esperienze interessanti. Senza facili entusiasmi o “trionfalismi”, possiamo dire che il nostro Paese ha visto crescere negli anni recenti la consapevolezza che una risposta efficace ai problemi locali dipende dalla capacità degli amministratori locali e dei soggetti della società civile di collaborare a processi decisionali complessi entro forme di democrazia partecipativa. Se teniamo conto delle centinaia di PIT (patti territoriali per lo sviluppo); dei molti programmi di pianificazione strategica delle aree urbane; delle migliaia di “Piani sociali di Zona”, innescati 60


dalla legge di riforma dell’assistenza, che ha reso i soggetti alla società civile interlocutori istituzionali delle amministrazioni locali o ancora dei molti progetti finanziati dai fondi strutturali europei (come ad esempio quelli di “Agenda 21”), che richiedono la partecipazione dei soggetti sociali coinvolti, possiamo dire che in questi anni, proprio mentre si incrinava il rapporto tra cittadini e classe politica nazionale, si è assistito in Italia a una “rivoluzione silenziosa” a livello locale, in direzione di una graduale crescita di varie forme e modalità di democrazia partecipativa. Oggi non c’è sindaco o assessore che non senta la necessità di “aprire un tavolo”, dar vita a un forum, ascoltare un comitato di cittadini. Possiamo tornare adesso alla domanda iniziale e chiederci se una riforma in senso federalista dello Stato possa contribuire ad un ulteriore sviluppo di queste esperienze e ad una reale innovazione politica in direzione della democrazia partecipativa. In effetti, nel nostro paese ci sarebbero anche le condizioni storiche e culturali per un simile cambiamento. Questo potrebbe essere favorito, paradossalmente, proprio dal fatto che l’Italia non ha mai avuto una identità unitaria forte e un “senso dello Stato” comparabili a quello dei maggiori paesi europei. Nei decenni cruciali a cavallo del Novecento, in cui si affermarono definitivamente gli stati-nazione europei e in cui la Germania, ad esempio, per il ruolo svolto dalla Prussia, riusciva a costruire una nazione partendo dalla molteplicità delle città e dei governi locali, da noi il Regno Sabaudo falliva nettamente in questo compito e l’Italia è rimasta, assai più degli altri paesi europei, un conglomerato di identità locali, a livello comunale prima ancora che regionale. Da questo punto di vista, dunque, lo sviluppo di uno Stato federalista potrebbe far fronte meglio a questa storica debolezza dello Stato italiano. Molto, tuttavia, dipende dalle modalità istituzionali con cui questo processo avverrà. Da quel che si capisce sembra però che ci troviamo di fronte a modalità assai poco favorevoli a “liberare” le forze potenziali esistenti a livello comunale a favore della democrazia partecipativa. Sembra piuttosto che il fulcro di questo federalismo, di matrice leghista, venga posto a livello del governo regionale, sostituendo così un “centralismo regionale” al centralismo politico nazionale. Il pericolo, insomma, è quello di passare da una situazione di distacco del cittadino verso la classe politica e burocratica nazionale, a una analoga situazione di distacco verso la classe politica regionale (situazione peraltro che è già verificabile in molte Regioni italiane). Solo un federalismo “dal basso”, in cui i comuni siano dotati, non solo dei finanziamenti o dei poteri impositivi, ma anche dei poteri di programmazione e decisione nei campi che riguardano direttamente il loro territorio e la popolazione che vi vive, può favorire lo sviluppo di una reale democrazia partecipativa. Questa ci sembra oggi la questione sul tappeto, questa la sfida politica per chi vuole ancora credere alla possibilità di una democrazia aperta e partecipata nel nostro paese. 61


«Proprio sul filo della frontiera il commissario ci fa fermare su quella barca troppo piena non ci potrà più rimandare su quella barca troppo piena non ci possiamo ritornare». (Ivano Fossati) «Un’armata di Africani in Italia meridionale ecco perché noi siamo figli di Annibale meridionali figli di Annibale sangue mediterraneo». (Almamegretta)  Italia, gente di mare. Paese di viaggiatori e di navigatori. Di eroi. Italiani partiti ovunque. Uomini che sono arrivati per secoli ed arriveranno ancora, attraverso le Alpi e per mare, qui.

militanza perfetta intervallo musicale di Samuel Manzoni : samuel.manzoni@argonline.it

È salpato dalle coste della città eterna il settimo vascello della rap band Assalti Frontali, progetto nato nel lontano 1991 dalle ceneri del collettivo romano Onda Rossa Posse e dalle trasmissioni radiofoniche di Radio Onda Rossa. Il nuovo disco s’intitola Un’intesa perfetta e fa seguito all’acclamato successo di Mi sa che stanotte… (vincitore del premio come il miglior album indipendente dell’anno 2006). La ciurma, composta da Pol G, Glasnost alla voce, Bonnot addetto ai suoni, e capitanata dal sempre presente Militant A, ha issato la propria bandiera sul mondo, rossa come l’ideale politico che gli scorre nelle vene e con tanto di piratesco teschio a tibie incrociate per preparare la propria battaglia a colpi di basi e rime. Il disco scorre fluido, ben amalgamato tra musica e versi; il viaggio inizia con il brano È come respirare, una necessità per chiunque come quella di risolvere il problema del precariato, e prosegue interrogandosi sugli svariati problemi che coinvolgono il nostro e altri paesi, dalle periferie cittadine alle carceri, in brani come Mappe della libertà, Che ora è, C’est La Banlieue e la titletrack Un’intesa perfetta, sino all’antagonismo politico di Giù le lame. Un brano che colpisce per la sua originalità è Enea Super Rap; l’eroe Virgiliano viene rappresentato come un emigrante alle prese con i problemi legati al permesso di soggiorno “Enea ma dove vai? Senza il permesso di soggiorno per te sono guai” ammonendo “Non chiamiamo mai un uomo clandestino, perché dietro ognuno c’è sempre un’idea che fa grande il mondo come fu quella di Enea”. La band invita l’ascoltatore a non arrendersi, a lottare per i propri ideali – come ci suggeriscono i brani Senza resa e Nell’indotto – ma allo stesso tempo lascia spazi d’ascolto per potersi rilassare e sorridere prima della rivoluzione come in Dal buiaccaro, No smoking Area e La mia crew. Quest’ultimo brano è un ritratto dell’attività live della band che omaggia con rime azzeccate svariate città del nostro bel paese. Tirando le somme si può dire che è un buon disco, ben realizzato capace di far riflettere chiunque, indipendentemente dalle idee e dal colore della pelle.

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Chi sono? Quanti sono? Dove sono? Dove vivono quando non luccicano come lucciole, quando non grillano nelle campagne pubbliche di un’alternativa politica? Quando la piazza perde il senso di luogo della politica e resta uno spazio vuoto dove il potere ammassa la massa per concerti scioperi e manifestazioni, quando assembramenti non prenotati in questura diventano manipoli di facinorosi, la vita politica cerca rifugio altrove. Nessuno per strada, a volte partecipo democraticamente in camera mia, davanti al pc.

i meet-up di Beppe Grillo: partecipazione, democrazia e nuove tecnologie di Francesco Orazi & Marco Socci : francesco.orazi@univpm.it marco.socci@univpm.it

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Dopo il V-Day dell’8 settembre 2007 Beppe Grillo e i suoi meet-up hanno acquisito notevole visibilità presso l’opinione pubblica e i mass-media. Nel dibattito pubblico questa nuova esperienza è stata, a nostro avviso, frettolosamente collocata nell’alveo dell’antipolitica, fenomeno impostosi all’attenzione in connessione alla campagna “anticasta”. Cercando di andare al di là della narrazione giornalistica, più che il “Grillo-pensiero”, abbiamo ritenuto importante approfondire l’analisi delle caratteristiche e delle spinte motivazionali degli aderenti al movimento dei meet-up, attraverso la realizzazione di un’indagine ad hoc 1. Questo interesse è anche legato a due aspetti. In primis, il movimento ha caratteristiche in linea con la cosiddetta cittadinanza competente, composta da cittadini istruiti sopra la media, con un elevato accesso informativo e impegnati nella sfera pubblica. Inoltre l’organizzazione del V-Day ha rappresentato un esempio paradigmatico di reticoli tecnologici che sviluppano densità politica, ovvero una riuscita triangolazione tra rete, piazza e media tradizionali. Questi due elementi sono centrali per comprendere la composizione culturale e lo spirito di militanza del movimento dei meet-up, caratterizzato dall’uso della tecnologia come dorsale connettiva e innovativo strumento di partecipazione. In tale scenario, il nesso tra politica, sistema dei media e tecnologie di rete è molto interessante. L’asimmetria nella formazione dell’opinione pubblica attraverso il mezzo televisivo viene criticata da Grillo e dal suo popolo, anteponendole le potenzialità della democrazia elettronica. La stessa si basa sul principio della disintermediazione informativa e politica. Grazie al web, per costruire informazione significativa e finalizzata, e dunque aggregare consenso, non necessitano strutture specializzate e monopolizzate. Internet e i suoi applicativi di connessione consentono di essere lettori e produttori di testualità: in rete il punto di vista può essere di tutti. Questo permette veloce interscambio informativo e condivisione di conoscenze e competenze. Se un gruppo trova in sé un elemento di coesione, può aggregarsi e crescere anche in modo esponenziale sul piano informativo: il blog di Grillo ne è una evidente testimonianza. Passando ai principali risultati dell’indagine, emerge che la configurazione sociale dei cosiddetti “grillini” è molto più complessa di quella rappresentata nella narrazione pubblica. Persone giovani ma non solo, prevalentemente di sesso maschile, molto istruite, con ottimi livelli 1  Per approfondimenti sulla metodologia e i risultati della ricerca, si veda il volume di F. Orazi e M. Socci (a cura di), Il popolo di Beppe Grillo. Un nuovo movimento di cittadini attivi, Edizioni Cattedrale, Ancona.

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di accesso all’informazione e con una forte e sviluppata alfabetizzazione informatica. Sul piano dell’impegno politico si tratta in grande prevalenza di neofiti, dato che il 61,2% dichiara di non provenire da nessuna precedente esperienza. Vanno inoltre sottolineati altri due aspetti salienti del movimento: da un lato la necessità di non sentirsi appiattito, o forse meglio schiacciato dalla figura leaderistica di Grillo, dall’altro il suo rifiuto a vedersi etichettato come realtà antipolitica. Su quest’ultimo fronte, i “grillini” in maggioranza (52,1%) hanno una convinzione: si tratta di una banale semplificazione dei media. Un’altra componente (36,5%) si concentra su una specificazione non secondaria del concetto. Non un rifiuto tout court, irrazionale e irresponsabile della funzione politica, ma una critica esplicita e senza mezzi termini al suo malfunzionamento, con la finalità di produrre una sua riforma alternativa costruita sulla partecipazione interessata e competente della società civile. Sul piano politico, circa il 73% dei militanti si definisce in prima battuta come “cittadino”, con una specifica volontà di contrapposizione ideale rispetto al “Palazzo”, ma sottolineando appartenenza e riconoscimento nei principi democratici della convivenza civile. Crediamo che tale movimento non nasca e non abbia in sé particolari inclinazioni anti-sistema. Semmai, si identifica attraverso un’idea nuova del fare politica e un nuovo modo di concepire la democrazia, un sistema dove si riconduca a maggiore simmetria il potere elitario e la crescente capacità della società di organizzare, sia pure informalmente, conoscenza dei fatti e competenze operative. I meet-up, attraverso questa critica incalzante, domandano un nuovo legame fra sfera pubblica e privata, contestano la chiusura autoreferenziale dello specialismo politico e pretendono un più elevato livello di sovranità e agency nelle decisioni di interesse collettivo. Dopo l’affermazione come nuovo attore collettivo e l’organizzazione di altre manifestazioni (ad es.: V2-Day del 25 aprile 2008), i meet-up (e naturalmente Grillo) si trovano a dover effettuare delle scelte che incidono direttamente sulla loro identità di attori sociali e sulle loro prospettive di azione. Il movimento è di fronte a una vera e propria svolta: procedere sulla strada della progressiva politicizzazione e dunque di una istituzionalizzazione del movimento o proseguire e impegnarsi nella polis, al fine di contribuire – fuori dai “Palazzi” – alla riforma del sistema politico-partitico e a fertilizzare, attraverso l’uso competente delle nuove tecnologie, modalità innovative di partecipazione? È su questo terreno di contrapposizione – e potenziali frizioni interne – che si gioca il futuro del movimento.

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Nel paese dei grilli, ci sono troppi pinocchi: vittime e carnefici, come gli Italiani implicati nella tragedia dei desaparecidos. Andiamo al processo  contro membri della giunta militare Argentina per saperne di piÚ.

italiani: vittime e carnefici nelle dittature latino americane di Geraldina Colotti : gcolotti@ilmanifesto.it

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Videla, Viola, Lambruschini, Agosti, Massera... Nella giunta militare che insanguinò l’Argentina dal ’76 all’83, molti cognomi rivelano l’origine italiana: cognomi di emigranti piemontesi, campani, calabresi… In sette anni, la dittatura fece sparire 30.000 persone: oppositori politici o persone prese nel mucchio, torturate nei centri di detenzione segreti e poi buttate giù dagli elicotteri nei “voli della morte”. Circa mille di quei desaparecidos – il 3,3 per cento del totale – erano italiani. Nel libro Il volo, del giornalista argentino Horacio Verbitsky (ripubblicato nel 2008 da Fandango), un capitano di corvetta pentito – Adolfo Scilingo – spiega come venivano eliminati i prigionieri. Buttando giù due religiose che lavoravano nelle bidonville con la guerriglia montoneros, i militari fecero anche un po’ di spirito chiamandole “le suore volanti”. Sui voli della morte ha di recente fatto dello spirito anche Silvio Berlusconi, provocando un incidente diplomatico e suscitando l’indignazione dei famigliari delle vittime: nonne e madri che, anche dall’Italia, chiedono di sapere dove si trovino i corpi dei loro cari, e cercano i neonati, sottratti dai torturatori alle madri incinte, uccise dopo il parto. I voli della morte venivano organizzati all’Escuela Superior de Mecánica della Marina militare (Esma), uno dei lager segreti che si trovava nella centralissima Avenida Libertador di Buenos Aires. Lì venivano portate anche le donne incinte, in attesa che partorissero per poi eliminarle. Sono passate dall’Esma almeno 3.000 persone, fra cui molti italiani e italiane. Per questo, uno dei processi contro membri della giunta militare, che si è svolto a Roma, è stato denominato Esma. Il sito www.24marzo.it contiene i resoconti delle udienze, e anche un argomentato studio di Marzia Rosti, L’Italia e i desaparecidos argentini d’origine italiana. La presenza di italiani fra le vittime della dittatura – scrive Rosti – ha indotto a riflettere e a denunciare i rapporti e gli interessi fra il governo italiano di allora e la giunta, nonché le responsabilità della Chiesa cattolica: un nome per tutti, l’ex nunzio apostolico Pio Laghi, che conosceva gli elenchi degli argentini destinati a diventare desaparecidos e dava consigli ai militari. Nel dicembre 2007, il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo ha rinviato a giudizio 146 persone fra dittatori, presidenti, ministri, colonnelli, ammiragli ed esponenti dei servizi segreti delle nazioni che aderirono al Plan Condor: Cile, Argentina, Brasile, Uruguay. Plan Condor era la multinazionale del terrore messa in piedi dalla Cia per eliminare gli oppositori politici alle dittature che negli anni ’70 funestarono l’America latina. Fu una vittima del Condor Bernardo Arnone, cittadino uruguayano di origine italiana, esule in Argentina, che scomparve il 1 ottobre 1976. Sua moglie, Christina Mihura, da allora non hai mai smesso di cercarlo. In Europa, a fare il lavoro del Condor furono fascisti e servizi segreti. 68


Oggi, le operazioni segrete della Cia si chiamano Reddition: sequestri di radicalisti islamici o guerriglieri marxisti delle Farc in Colombia senza limiti di frontiere. Detenzioni in luoghi segreti con la complicità degli stati. E in Bolivia, durante il referendum contro il governo di Evo Morales, fra i militari che hanno massacrato un gruppo di contadini è comparso anche un noto fascista, ricercato in Italia: quella stessa che freme per l’estradizione dal Brasile di Cesare Battisti. Riflettere senza infingimenti sullo scontro di classe che ha attraversato il mondo diviso in blocchi, potrebbe strappare il velo a tanti sepolcri imbiancati. Senza il metro della storia, il metro del giudice – chiamato fin troppe volte a supplenza della politica in Italia – non produce chiarezza, ma sentimenti forcaioli senza distinzione.

Le miniere sono abbandonate. Hanno portato via tutto. La terra è una groviera sbudellata. Tutto si sono mangiati, che testa dura che hanno. Calvino in Palomar racconta di un uomo che cerca di descrivere le onde ma non ci riesce. Non ci riesce. Hai capito? Cosa si riflette sui tuoi occhiali da sole? Quale pietra alchemica li dissolverà?

quarzo sardo di Mario Panzieri : gammerboy@hotmail.com

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Sarà capitato anche a te di andare in vacanza in Sardegna, a bordo di qualche traghetto pronto per la navigazione notturna del Mediterraneo. Ti sarà capitato di cercare spazio per addormentarti tra un tavolino della discoteca o gli angusti spazi che si trovano tra il bar e il lunghissimo corridoio che porta alle cabine (lo so, è capitato anche a te di stendere il sacco a pelo sulla moquette sperando di addormentarti il prima possibile per sfuggire all’incubo del mare grosso, certo che bel modo che hai scelto per cominciare una vacanza, complimenti!, ma non potevi prenotare una cabina?). E sarà capitato anche a te di sentire qualche canzone di Rino Gaetano, anche solo per caso guardando la fiction sulla Rai perché c’era Laura Chiatti. E così magari hai sentito quel bellissimo ritornello che fa:«I tuoi occhi sono pieni di sale, di quel sale mattutino che tu prendi in riva al mare, di quel sale che a pensarci viene voglia di guardare». Bene, poniamo il caso che i tuoi piedi dopo la traballante traversata notturna del Mediterrano adesso riposino sul quarzo della spiaggia di Is Arutas, su quel quarzo caldo e cristallino che a pensarci ti vien voglia di rubare (per la cronaca, sei in provincia di Oristano). Il quarzo sembra riso, è bianco, nero oppure di qualche infinita tonalità di grigio e di ocra: una volta con il quarzo potevi riempirci delle bottiglie-ricordo e, se avevi pazienza, potevi anche creare disegni e ghirigori sovrapponendo i diversi colori dei chicchi. Nel Sinis (sempre in provincia di Oristano) non esiste casa che non custodisca gelosamente una di queste bottiglie-ricordo, le trovi nascoste in qualche angolo in cucina o magari esposte in parate di diverso formato sopra le mensole del salotto. Adesso pare sia vietato rubare il quarzo da Is Arutas (quindi non farti venire strane idee), ma durante gli anni ne è stato sottratto a quintali: i pescatori, una volta issate le reti e in pausa per la colazione, osservavano dalle loro barche i camion arrivare la mattina presto, lo capivano perchè vedevano alzarsi dai campi polveroni di sabbia decisamente atipici in assenza di Maestrale. C’era sempre meno quarzo e sempre meno riverbero (in effetti il bianco riverbera molto), tanto che i pescatori riuscivano ad osservare la spiaggia dalle loro barche senza più alcun bisogno degli occhiali da sole. E dove finiva tutto quel quarzo? Beh, come avrai intuito veniva trasportato ad est, affinché potesse riflettersi negli occhiali da sole di qualche magnate che aveva deciso di regalarsi una spiaggia privata davanti alla sua nuova villa. Oppure, come spesso accade ancora oggi, affinché potesse risplendere nei ricordi di qualche vacanziero ignaro degli sconvolgimenti ambientali in seno all’isola. La morale di questa storia è che gli occhiali da sole non sempre riflettono la realtà (anche se spesso aiutano a mascherarla): pensaci soprattutto tu, che aneli alla tua bottiglia-ricordo dimenticata nell’appartamento accanto a quella meravigliosa spiaggia bianca in Costa Smeralda. 70


«La festa ha sempre il solito sapore, gusto di campane, non è neanche male. C’è chi va a messa e c’è chi pensa di fumare, come aperitivo, prima di mangiare. Fini si alzato da poco e non è ancora sveglio. Ed è talmente scazzato che non riesce a parlare nemmeno. La sera che viene non è mai diversa dalla sera prima. La gente si affolla nell’unica sala: la discoteca. Ci vuol qualcosa per tenersi a galla sopra questa merda. E non importa se domani mi dovrò svegliare ancora con quel gusto in bocca» (fegato spappolato, Vasco Rossi)

i vetri di Tirana di Vanni Santoni : sarmizegetusa.wordpress.com

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Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e paure Italo Calvino

Dai, che non ci si vede mai: vediamoci, diceva il messaggio. In città o in paese?, chiesi. Non siamo compaesani? In paese, per forza, scrisse lui. Bene, va bene, pensai, così colgo l’occasione per andare a cena da mia madre, che lo dico sempre e non lo faccio mai. Fissammo per le undici in piazza della stazione. Attraversai la grande città e presi il treno. Scesi dal treno, attraversai a piedi la piccola città, cenai con mia madre, accesi il vecchio pc, rimasto lì nella mia cameretta dei tempi del liceo. Volevo controllare la posta, poi mi ricordai che non c’era connessione e giocai un po’ a un videogioco di quei tempi. Alle undici meno dieci, uscii. «Dove vai» chiese mia madre. «In paese». «Ma in paese non c’è nulla». «Mi becco con un amico, andremo, boh, a prendere una birra». «Vai piano». «Mamma, vado a piedi». «Bene». Attraversai di nuovo la cittadina. Era vuota. Quando ero arrivato, alle diciannove, un po’ di gente in giro c’era. Nessuno che conoscessi, ma qualcuno avevo incrociato. Arrivai in piazza della stazione che erano le undici esatte. Il mio amico era già lì. Fumava una sigaretta appoggiato al cofano della sua Fiat Punto verde scuro piena di bozzi, e sorrideva. Buttò la sigaretta; ci abbracciammo. «Bè dove si va», chiesi. «Io non è che abbia troppe pretese». «Vorrei vedere! Di lunedì sera, e qui». Indicai il bar in fondo alla piazza stessa. «Va bene». Mentre ci avvicinavamo, il mio amico disse che quello era il bar dove avevano accoltellato un albanese. «Ma dai», dissi. «Non lo sapevi?». Ricordavo quel posto. Ci fu un periodo, ai tempi della scuola, sarà stato il novantacinque, che facevo forca lì. Invece di prendere il treno per la grande città, dove avevo il liceo, mi ficcavo là dentro, ordinavo un caffè e un succo e passavo la mattinata a leggere e a fumar sigarette nella stanza dei tavoli, 72


che era sempre deserta, al mattino. C’erano anche i tavolini esterni, ma non potevo certo rischiare di farmi avvistare da qualcuno. Da dietro i vetri opachi della sala tavoli potevo invece osservare, non visto, tutti coloro che passavano per la piazza. Pochi di costoro si fermavano al bar. Già allora si trattava di uno di quei locali in disperato bisogno di rinnovo, che erano stati belli negli anni sessanta, ma trent’anni più tardi, con quei legni rossastri, quelle imbottiture irrancidite di fumo di sigaretta, quei vetri, mettevano solo tristezza. Dalla sala si sentiva bene quando il padrone, un ragazzo sui trenta, ai tempi, parlava con qualche cliente. Ce l’aveva di brutto con gli albanesi, quel ragazzo. Anche con negri, napoletani, romani. Ma più di tutti, con gli albanesi. Una volta, però, qualcuno – potevo sentire le voci, dalla sala tavoli, ma non vedere le facce – gli disse: «Ma va là, che tua mamma è albanese». Il tipo restò zitto, si sentì un rumore di bicchieri che venivano riposti sulla mensola, poi disse: «Cosa c’entra, mica è arrivata l’anno scorso su un barcone». Spingemmo la porta del locale: non si mosse. Anche se l’insegna era accesa, dentro in effetti era buio. Non ci avevamo fatto caso, perché quel bar era sempre, un po’ al buio. «Strano», disse il mio amico, «di solito è aperto, la sera». «Starà chiuso perché hanno ferito quel tipo». «Ma che ferito! Ucciso, lo hanno». «Ma dai». «Eh sì, eh!». Mi avvicinai ancora un po’ e guardai attraverso i vetri opachi della porta. Erano passati altri quindici anni ma il locale non era stato rinnovato. Non faceva, tuttavia, un’impressione troppo peggiore. Era vecchio e passato e un po’ pomposo, come allora. «Ma com’è che è andata, quella storia», chiesi, «continuando a sbirciare dentro». «Dicevano che gli immigrati stavano sempre qua, ai tavolini fuori, a gruppetti, a fare casino, e una rissa è degenerata. Almeno, sulla cronaca locale c’era scritto così. Ma da quel che ho capito, invece, il tipo se ne stava qui tranquillo ai tavolini, è arrivato un altro da dietro, e lo ha accoltellato a un fianco». «Ma di sorpresa?». «Eh, penso proprio di sì». «E chi era l’assassino?». «Eh», dice, «un altro albanese, ma non l’hanno mica preso». 73


«No?». «No». Mi guardai intorno. Qualche numero civico più in là, un uomo, fermo di fronte a un portone, le chiavi già infilate nella toppa, ci guardava. Riconobbi il padrone del bar, neanche troppo invecchiato rispetto al novantacinque. Ci guardava: probabilmente pensava che gli avremmo chiesto se il bar era chiuso, e stava lì, pronto per dire sì, ma io abbassai lo sguardo e non dissi nulla. Appena mi staccai un poco dalla porta, quello girò le chiavi e sparì nel portone. «E ora, dove si va?». «È un casino, lo sai. Di lunedì sera, ormai, non c’è nulla di aperto». «Specie in centro», ribadii. Per forza: hanno messo l’ipermercato in periferia, il multisala accanto all’ipermercato, i pub han chiuso che la gente non c’ha una lira... Poi magari si lamentano del degrado. È una gran parola “degrado” se sei un sindaco... «Aspetta! La gelateria!». «Che gelateria?» «Quella dall’altro lato della stazione, no? Tirana». «Tirana?». «La chiamano così perché c’è sempre pieno di albanesi, e il figlio della padrona, quando ne chiama uno, dice sempre: “Oh, Tirana, vie’ qua”». «Bè anche loro dovranno ritrovarsi, da qualche parte». «Strano, no, che gli piaccia tanto il gelato». Attraversammo ridacchiando il sottopassaggio della stazione. Non incrociammo nessuno. Sulle scalette che portavano ai binari due e tre erano sedute due puttane che bevevano del Vita Mal e ridevano. Non avevano il cerone e il trucco; stanno fuori servizio, pensai. «Bada ‘ste negre», disse il mio amico. «Che?». «Dico, guarda come ridono. Cosa c’avranno da ridere». «Ah, penso poco». Sbucammo dall’altra parte del sottopassaggio. I muri, nella parte esposta, erano crettati e buttavano salnitro e sieri rugginosi. «Ma questo sottopasso, no?». «Che?». «Dico: non l’hanno finito di costruire tipo l’anno scorso?». «Due anni fa». «Eh, e va già in malora?». «Ah io mi ricordo, sai. L’avevano dato in subappalto. I muratori venivano 74


a due alla volta. Uno supervisionava, l’altro lavorava. E ogni ora, pause cicchino di mezz’ora. E birrini». «Ma erano, tipo, romeni?». «No, no: italiani». Finimmo di salire le scale. In fondo alla strada, l’interno della gelateria brillava di luce artificiale. «È aperta!». «Buono». «Ce le avranno le birre?». «Sì, sì: tranquillo. Mi ricordo che gli operai del sottopasso le prendevano sempre qui». Entrammo. Dietro il banco la gelataia e suo figlio discutevano. «Mamma perché non vendi, allora», diceva il ragazzo. «Mah, qualche italiano viene ancora», rispose lei mentre entravamo, e si mise dietro l’espositore del gelato, sorridendo servizievole. Restò un po’ male, quando ci vide andare decisi verso il frigo delle bibite. Ci sedemmo a uno dei tavolini interni. Ben visibili dietro i vetri tirati a lucido della gelateria, guardavamo la strada, e non passava nessuno.

Sfilano davanti a noi, in una mostruosa processione, uomini con grappoli di testicoli sotto al collo, bambini senza occhi e donne con la pelle orrendamente schiumosa di bolle. Si inginocchiano per terra, pippano cocaina inspirando fino a farsi esplodere le mucose nasali. Di scatto inarcano la schiena e urlano verso il cielo. Le radiazioni che bruciano questa landa rimbalzano fra le antenne e il grigio canceroso del mondo

palinsesti per l’apocalisse: lettere di Volponi a Pasolini di Massimo Raffaeli

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Paolo Volponi concluse il più rovente dei suoi discorsi al Senato dicendo non solo che il benessere della nostra industria non coincide necessariamente con i sonni tranquilli della Confindustria ma anche che i “monatti” della finanza avrebbero presto sconciato il sistema industriale italiano. Era il 1984, all’indomani del decreto di Bettino Craxi che tagliava la cosiddetta scala mobile: lo scrittore di Urbino che sedeva allora nei banchi del PCI, già uscito nel 1971 dalla Olivetti, a un soffio dalla nomina ad amministratore delegato, aveva lasciato la Fiat nove anni prima, al culmine di un percorso del tutto inusuale per un letterato italiano. La sua vita alimentava infatti e rispecchiava la contraddizione di un intellettuale, anzi uno dei massimi romanzieri italiani del dopoguerra, che nello stesso tempo era un manager di vertice; di un provinciale perdutamente innamorato della Città umanistica costretto a confrontarsi con la metropoli; di un uomo, infine, appassionato di antichi mestieri e delle abilità artigiane ma indotto a programmare i ritmi del ciclo produttivo neocapitalista. Volponi non era affatto un anticapitalista romantico, perché aveva presto imparato a distinguere fra economia e finanza, cioè tra la produzione effettiva di ricchezza e la sua moltiplicazione fantasmatica: prima ancora di Adriano Olivetti, cui è dedicato un libro testamentario come Le mosche del capitale (1989), il suo maestro e compagno di via era stato fin dalla metà degli anni Cinquanta Pier Paolo Pasolini. Di questa lunga e persino complice amicizia, troncata nel ’75 dall’assassinio del poeta friulano, sono testimonianza le lettere di Scrivo a te come guardandomi allo specchio appena edite da Polistampa e curate in modo eccellente da Daniele Fioretti. Volponi vi si espone come mai aveva fatto nella scrittura narrativa peraltro segnata da una tensione linguistico-stilistica che sapeva reinventare, stravolgendoli, i tratti più riconoscibili della realtà contemporanea. Per una durata di dieci anni Volponi mostra al suo amico, con insistenza ossessiva, la propria ferita e dunque la sua contraddizione primaria, quella che si apre tra il sogno di Urbino e la realtà di Ivrea, fra il miraggio di una possibile democrazia del lavoro (è l’utopia di Olivetti che definisce “quasi kennediana”) e la dorata servitù aziendale. Per lungo tempo, fino ai pieni anni Sessanta, è Pasolini a fare da specchio a Volponi, non ancora viceversa: costui sembra avere bisogno di un conforto, della verifica costante del suo scrivere a sprazzi, per ingorghi improvvisi, nelle pause di un lavoro che lo sta divorando. D’altra parte Pasolini è laconico, talora distante, scagliato come una nera meteorite dentro la società affluente che ne fa una star nello stesso momento in cui viene linciandolo. È negli anni Settanta, quando il carteggio è da tempo rarefatto, che Volponi e Pasolini paradossalmente si ritrovano nel momento del massimo distacco. Si tratta di una storia che Emanuele Zinato, il curatore della edizione complessiva di Volponi (Ro-

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manzi e prose, Einaudi, 2003), aveva prospettato e che l’epistolario arriva oggi a confermare. Nel ’74 Volponi pubblica il romanzo più difficile e più

suo, Corporale, dove proietta, per allegoria e a torride temperature, la storia di un manager-intellettuale: è una resa dei conti durissima, un diagramma che non lascia speranze al futuro politico-industriale del paese e anticipa gli scenari apocalittici di Le mosche del capitale. Pasolini, alle prese col montaggio di Salò e con le pagine di Lettere luterane (appunto una grammatica di ciò che egli chiama “Dopostoria”, o l’“Universo orrendo”) legge per primo il romanzo ma dubita, dilaziona, poi pubblica una mezza stroncatura. L’ultima lettera di Volponi al grande amico, cui rimangono soltanto tre mesi di vita, la stessa in cui gli annuncia Il Sipario Ducale e l’estrema speranza nel Pci al governo, probabilmente tocca un suo nervo scoperto. Volponi è tra i pochi a sapere che esiste un enorme scartafaccio intitolato Petrolio: sa che parla di un uomo diviso in due (intellettuale, industriale), sa che tratta di industria e di finanza come fossero elementi primordiali di un nuovo e terribile Stato di Natura. Infine sa, o lo sospetta, che Petrolio è la sola risposta a Corporale, l’ultimo messaggio indirizzato a lui.

«Quasi dormendo osservo / mandrie di giovani topi / avventarsi sulla carne guasta, / grassi e senza fretta / sezionano il divino / muovendo dal fondo. / La logica di sterminio / nei piccoli morsi golosi / con cui sbranano i pensieri». (Macello, Ivano Ferrari)

nella Reggia dei cortigiani le avventure di un commesso viaggiatore brianzolo del XXI secolo di Günter Spiegelmann

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Era imbottigliato nel traffico quando vide un cavallo galoppare vicino alla sua automobile. Paolo andava al lavoro, come ogni giorno, scorrendo a singhiozzo lungo un serpente di macchine che tutte insieme strisciavano sinuose come squame metalliche. Il cavallo nitriva e scalpitava fra una lamiera e l’altra. Dietro il cavallo spuntò un uomo che ancor più goffamente cercava di acchiapparlo. «Franca, Iolanda, fermate il cavallo, è tardi, è tardi», urlava con voce nasale. Lo riconobbe appena, era Emilio Fede, con lo sguardo rabbuiato dalla preoccupazione e un abito di foggia elegante morbidamente indosso. Incuriosito dalla scena, Paolo abbandonò la macchina in mezzo al traffico. Il boato dei claxon impietosamente lo sovrastò ma lui sordo a tutto inseguì Fede e il cavallo che intanto si erano spostati sul ciglio della strada. La strada era costeggiata da una interminabile siepe, sovrastata da frondose chiome, e il cavallo, lì davanti, accarezzava col muso un cartello, il cartello che annunciava l’entrata nella cittadina di Arcore. Paolo conosceva bene quel posto, vi orbitava intorno spesso per motivi di lavoro. Oltre quella siepe c’era la Reggia, ogni volta osservava i suoi confini esterrefatto ed ora che era lì, a pochi metri da quel muro verde, si accorse che le sue foglie irraggiavano un lucore quasi liquido e fosforescente. Emilio Fede, intanto, con aria malandrina, si era appollaiato ai bordi della strada e, con un balzo, improvvisamente abbracciò il cavallo intorno al collo. L’animale nitrì, scalpitò e si tuffò fra le frasche, trascinando con sé Fede nel crepitio dei rametti schiantati. Anche Paolo si acquattò e decise subito di seguirli in quell’anfratto. Davanti gli si parò un sentiero immerso in una ombrosa radura. Sentiva da ogni parte alzarsi un’eco di sogghigni, come se qualcuno da dietro i tronchi si prendesse gioco di lui. Paolo si accorse che le risate venivano dalle foglie calpestate. Ci camminava sopra, ed esse deflagravano in una cascata di sghignazzi che rimbalzavano fra rami e ciuffi d’erba. Fuori dal sentiero c’era un grande giardino pieno di persone, tutte riunite in un chiassoso party. Sullo sfondo, lontano, luccicava un palazzo antico, azzurro e rosso, fitto di guglie e con mille porte. A mano a mano che Paolo si infilava in mezzo alla gente, i suoi occhi iniziavano a distinguere gli invitati. Riconobbe per primo Indro Montanelli, severo, alto e nodoso, quasi trasparente nel suo pallore. Lo squadrò, e poi si morse la mano contorcendo gli occhi in una smorfia. Dietro di lui Gerry Scotti pingue e giallognolo roteava la lingua nella bocca, mostrandola nella sua viscida lucentezza a Cristina Parodi. Paolo vide una ragazza, che però aveva indosso abiti da bambina. Un uomo con gli occhiali affumicati la teneva per la mano. Era Cesare Previti che borio78


so gridava a testa alta: «Viva Anna Maria, viva Anna Maria. E’ stato un ottimo affare. Lei è la mia protetta, per 250 milioni ci ha venduto questa villa. Si è liberata dal suo segreto e noi l’abbiamo aiutata a non sentirsi sola!». E tutti lo applaudirono, e lui sorrideva con la bocca sformata, accarezzando la bambina sotto il mento, mentre lei teneva gli occhi bassi verso terra. Poco più in là Kakà e Paolo Maldini ballavano a torso nudo, coi pettorali luccicanti di vaselina si strusciavano addosso alla Carfagna che rideva e faceva schioccare le labbra in smorfie simili a baci verso chiunque le posava gli occhi addosso. Intorno a un tavolo Bruno Vespa si sfregava le mani bianche e sudaticce e bisbigliava qualcosa alle orecchie di Taormina assorto in un biblico fervore mentre scriveva ad un computer. Sotto di loro il Cardinal Ruini raccoglieva fiori stravaccato a terra, e li donava e Mario Borghezio, che in ginocchio davanti a lui si massaggiava il pube tutto tremolante. Paolo lo osservò. Borghezio piangeva e aveva le guance rosse e gonfie e del muco gli colava sopra la bocca. Si aprì uno slargo tra la folla, sbucò Fede, trascinava per le redini il cavallo apparso a Paolo fuori della Reggia. Un uomo sporco di polvere, con la pelle grigia e rugosa e gli occhi gialli si parò davanti a Fede, era Vittorio Mangano. Tutti, intorno, iniziarono a indicarlo con segni delle sopracciglia e bisbigli sibilanti: «Lo Stalliere… lo Stalliere», e dietro di lui, come dal nulla spuntò Pippo Calò, col sigaro stretto fra le labbra ed il lupetto bianco. Fra gli applausi e i flash di fotografi Fede e Mangano si abbracciarono e si baciarono sulle guance frolle, mentre Calò, solenne, si faceva il segno della croce. Poi Mangano tirò fuori una mannaia dalla giacca, la lama scintillò, e lui colpì con tutta la sua forza la testa del cavallo che torcendosi nel suo ultimo spasmo stramazzò per terra con un urlo immenso. Tutti si gettarono addosso al cadavere del cavallo. Vide D’Alema, La Russa, Diliberto e Bondi leccare una pozza di sangue grugnendo fino a farsi scoppiare le tonsille. Ora Confalonieri e Dell’Utri, uno da una parte e uno dall’altra, segavano di buona lena il cavallo morto come due boscaioli, e il ventre del cavallo si squarciò, rilasciando un cascame di intestini e di budella. Un odore fetido si profuse nell’aria, e da dietro le siepi e gli alberi ai bordi scuri della festa, uscirono uno sciame di ragazze formosissime, con le cosce di velluto, il culo bronzeo e le tette carnose strizzate dai bikini trapunti di paillettes. Accorrevano e si ammucchiavano intorno alle viscere dell’animale e ridevano e guaivano mentre lo sbranavano. Paolo sentì l’eccitazione montargli nelle vene. Di Pietro, Borrelli, Costanzo, Ezio Greggio, e poi banchieri, funzionari, uomini e donne di ogni abito e colore. Le facce di quel party gli balenavano intorno in una tempesta 79


di maschere di gomma. Si ritrovò viso a viso con un signore che gli disse: «Conosci la leggenda del suo mausoleo?». E Paolo urlò: «Ma chi è lei?». «Io sono l’ex Vice Sindaco di Arcore, sono Fausto Perego. Un giorno - ricordi? - mi hai visto su youtube e sei scoppiato a ridere1. Raccontavo di un mistero, di tutta l’elettricità che consuma questa villa. Una quantità smodata, al punto che in città è nata una leggenda. La gente dice che tutti quegli elettrodi sono succhiati dal mausoleo del Presidente, perché dentro c’è una macchina con cui ibernerà il suo corpo». Ora alle orecchie di Paolo arrivava una pulsazione profonda, crudele e dolce come il miele, intrisa di un ronzio noioso e plastificato. Lo richiamava irresistibilmente verso la Reggia, che si stagliava multicolore sullo sfondo. Iniziò a camminare, le tempie gli sudavano ed arrivò ad un monumento bianco e pannoso, fatto di forme affusolate, cilindriche e ellissoidali come tocchi di pietra cascati da un buco anale nel cielo. Era il mausoleo. Un arco fitto di rilievi geometrici segnava l’ingresso, e poi scale che sprofondavano verso il basso. Paolo scese silenziosamente quelle scale, tendeva le orecchie ad un messaggio da un angolo vuoto che però non arrivava. In fondo, c’era un portone d’oro con inciso il bassorilievo di un grande serpente attorcigliato. Si aggrappò e aprì i pesanti battenti. Una luce filtrante dalla fessure e poi una fragorosa risata lo inondò, piena di battiti d’ali e di garriti che gli sfondarono i timpani. Era una risata immensa, ventosa, imbevuta di una radiazione marcia e pulsante, una risata che veniva dall’intestino più profondo. Paolo vide i suoi pantaloni strapparsi e squame verdi spuntargli su gambe e braccia. Il portone si spalancò e lui lo riconobbe, era lì sopra, su di un trono. Aveva il corpo piccolo e pasciuto di un bambino, e un volto gonfio, fallico e claunesco. Teneva in mano uno scettro d’oro incastonato di gemme ed era avvolto da un mantello di ermellino. Pochi secondi dopo Paolo strisciava ai suoi piedi, trasformato in una biscia schiumosa. 1 Cfr: http: //www.youtube.com/watch?v=zWUavfm9V-Y, time code 1:32

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Melchiorre Gioia, a Milano. Entriamo in una stanza già piena di gente. Lei è distesa sul letto, ha le cosce chiuse. Per dieci euro puoi vedere da vicino la sua verginità. Un signore paga e lei discosta le gambe, il suo sesso si mostra come una aragosta che fissa il maschio con piccoli occhi rotondi. Il signore allunga la mano e prova con un dito. Lo fa roteare lentamente, e poi dice a tutti: «sì, è vergine». La pulsione del dominio è soddisfatta

Forza Italia del desiderio: la porno-inchiesta di Bandinelli di Ludwig Maria Gallura Tortolì : www.48ore.com

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La situazione è grave, sublime è la situazione. Forza Italiani, ancora uno sforzo: la pornografia arranca e non ce la fa più a tenere il passo della realtà politica italiana. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti per comprendere il nostro male e il male ci viene in soccorso. Se il “berlusconismo” è il sublime abisso di questo paese – capace di rendere vana ogni discussione politica che lo ha per oggetto – lo si affronti con gli stessi strumenti su cui fa leva: la pornopolitica. Ovviamente qui non intendiamo un porno tradizionale, ma uno di regime o di regno, che si sviluppa nell’inferno degli uomini, quello del loro desiderio. Per il nostro scopo – combattere il male con il male – ci aiuta il regista Silvio Bandinelli, con il suo film porno intitolato Forza Italia, uscito nel 2006, e che ha per protagonista la seconda ascesa politica di Berlusconi. Bandinelli non è nuovo a operazioni di questo genere: con un altro film intitolato Scatti e Ricatti, scritto con la supervisione di Fabrizio Corona, aveva toccato il tema Vallettopoli, inaugurando si può dire un vero e proprio genere cinematografico che si potrebbe definire di pornodenuncia. Forza Italia è stato distribuito dalla SetMedia Entertainement (invertire i primi due termini per ritrovare la sigla dell’Impero) e ha come protagonista il taurino attore Marco Trentalance, che interpreta Il Presidente con una presenza sicuramente troppo generosa per la minuscola figura di Berlusconi, ma che a suo modo risulta impietoso nella carica parodizzante. Per capire il taglio che Bandinelli ha voluto dare alla farsa del partito che ha dissacrato la politica, occorre entrare nel vivo della sceneggiatura. Il film non può che partire da un discorso alla nazione del Presidente, con i gomiti piantati sulla scrivania di mogano e le spalle rivolte alla bandiera italiana. «Cari italiani, care amiche... mi rivolgo a voi per chiedervi ancora una volta la possibilità di rinnovarmi la fiducia, di darmi la possibilità di governare per altri cinque anni in modo che io possa risolvere oltre che i miei, di problemi, anche i vostri», quand’ecco che durante l’oratoria sgrammatica, giunge l’on. Follino (Matteo Swaitz) a interrompere il discorso a causa dell’imminente arrivo dell’ambasciatore Zappatore (Gabriele Montoya) che rivela ancora Follino, è «quello della fornitura dei prodotti geneticamente modificati». Tuttavia il narcisismo del Presidente non può arrestarsi nemmeno di fronte al cinismo necessario alla ragion di stato e Berlusconi continua il suo discorso davanti alle telecamere. Quando però Follino fa notare al Presidente che non c’è nessuno a registrare, il Presidente risponde: «Io sono il cameraman di me stesso, il regista di me stesso», e riprende il discorso «per aver operato al meglio in questi anni, soprattutto per il mio bene, ma dovete essere coscienti che operando per me stesso, soltanto sentendomi bene io, potrò fare del bene a voi. Se ciò non accadrà, trascorsi cinque anni, avrò risolto solo i miei interessi e questo io non vorrei avvenisse, vorrei condividere con voi la mia 82


gioia». La lunga citazione è necessaria per sottolineare la capacità eversiva di Bandinelli nel mettere in scena la mitopoietica berlusconiana. È proprio il porno che riesce a ridurre al minimo comun denominatore l’ideologia pornopolitica, un’ideologia che non è, o non è solo, quella della P2 realizzata, ma peggio ancora quella del Drive-In, lo show che, ormai ne siamo tutti consapevoli, si è rivelato lo stadio di formazione prescolare che preparava la vera costituzione in divenire dello “Stato-Drive-In”, attraverso una concentrazione abnorme di messaggi coordinati e coerenti tutti sollecitati dal linguaggio non-verbale delle soubrette, delle luci al neon, dei paninari, dei reggiseni rinforzati, del pressapochismo espresso-quando-proprio-è-necessario-direqualcosa. Un laboratorio mediatico che ha previsto ovviamente anche un ruolo per l’opposizione, interpretata da giullari critici, da denunciatori, da emarginati azzeccagarbugli e da gran noiosoni in un grande bagliore pulsante di ombre e di nulla che grazie alla velocità dei massmedia anticipa e brucia sul tempo ogni canale comunicativo istituzionale. Bandinelli risponde a tutto ciò scardinando la realtà attraverso l’iperrealtà pornografica in un quadrivio di problemi – tematizzati in altrettanti episodi del film – che il Presidente dovrà affrontare per trionfare sullo Stato. Il primo problema del Presidente è quello già succitato di politica estera: bisogna convincere l’ambasciatore Zappatore a non abbandonare i rapporti commerciali con l’Italia che, nonostante non abbia più nulla da offrire economicamente, ha ancora una risorsa, cioè la “fica”, ma è poca pure quella se il Presidente è costretto a prestare la propria moglie Canonica (Jessica Gayle) all’ambasciatore. Oltre al cinismo mascherato da sacrificio per la patria, Bandinelli insiste ancora sul narcisismo del Presidente che dopo aver colto la propria moglie esercitarsi in pose erotiche davanti alla bandiera italiana e averla rimproverata di scostumatezza, ne imita i movimenti strizzandosi i capezzoli e dicendo: «Sì, anch’io posso farlo». Il secondo episodio, Il Presidente operaio, ha come protagonisti il Presidente e la responsabile dei rapporti commerciali italo-uzbechi. Il Presidente accoglie la “figlia di Putin” (Lilith Gruber), che lo ammira non tanto per le sue doti politiche, ma perché è un bell’uomo e perché è presidente del Milan. La scena è semplice: il Presidente la fa accomodare nel suo salotto mentre è intento nella lettura di Regime di Travaglio e Gomez. Il Presidente in questa scena, così come nella sua retorica, “scende direttamente in campo” e deve sporcarsi le mani e il membro: dopo una lunga fellatio e una quasi esclusiva penetrazione posteriore giunge a un orgasmo in presa diretta, senza stacco di camera e quindi di tempo, attorno all’ano della rappresentante uzbeca. Inutile cercare sottili metafore sulle “inculate” che il Presidente operaio è capace di dare a tutti. Una pregevole lezione fuor di metafora di come si 83


sodomizza un paese, con i due strumenti della “dottrina del finto idiota” e di quella del “pompino”: così come ha sottolineato il giornalista Gennaro Carotenuto, basta che i cittadini continuino a chiedersi se nelle intercettazioni segretate che lo riguardano, la protagonista sia più la Gelmini o la Carfagna, o se le sue battute senza senso facciano ridere, l’importante è non parlare seriamente di cose pubbliche, lo scopo è rompere e circuitare i flussi discorsivi dell’opinione pubblica, affinché la maggioranza non si chieda perché «ci sono i soldi per l’Alitalia e per i banchieri e non per le tredicesime, oppure cosa ci faccia un rappresentante dei Casalesi in Parlamento, o come ci siano finiti a Chiaiano 10 mila tonnellate di amianto e rifiuti speciali». Il terzo episodio è sicuramente quello più degno di nota. L’on. Santonoré, ovvero la mediterraneissima Letizia Bruni, chiede allo specchio chi sia la più bella del reame e viene presto delusa dal potere divinatorio dello specchio che suggerisce il nome di una sconosciuta pornostar. L’unica soluzione è ripescare quella vecchia tassa che impedirà alla star di diventare la più bella del reame.Il Presidente sa bene che la pornotax è impopolare e tenta di farlo capire alla Santonoré. Gli italiani vogliono masturbarsi, e qui si fanno fin troppo lapalissiane le allusioni a un’opposizione intenta solo a cambiare sigle o a invitare il Presidente a chiedere scusa per quello che ha detto o fatto senza avanzare nuovi volti, nuove proposte e nuovi canali comunicativi. Il breve dialogo tra il Presidente e l’on. Santonoré supera la verosimiglianza, ma solo quel poco per renderlo leggermente grottesco rispetto ai personaggi che già di per sé sono macchiettistici: «Sarebbe impopolare battersi per il porno, poi c’è il porno-bebè... no, che dico, il bonus bebè finanziato con i soldi presi dal porno. Idea geniale e diabolica, perché è come tassare la masturbazione, del resto, con tutti i vantaggi che questo governo sta dando al popolo italiano, potranno cominciare a farsi qualche sega, no? non so se passerà la legge». «Passerà, passerà. Non so come ringraziarla Presidente. Potremmo fare degli atti pornografici insieme...». «Mi spiace ma guardi mi sono toccato prima che entrasse in vigore la tassa», taglia corto Berlusconi, bruciando sul tempo anche la Santonoré. Il quarto episodio, intitolato Nostalgia canaglia, è un cameo storico alle radici ideologiche fasciste di Forza Italia. Un ladro lombardo (Marco Nero), splendido connubio tra un leghista e un «immigrato ladro di villette», arriva in Y10 in un casolare brumoso che si scoprirà subito dopo essere la villa del Nonno, ovvero il Duce; a confessarlo è la nipote di Mussolini (Priscilla Salerno) che è stranamente comunista: rivendica, ad esempio, principi di femminismo per il suo partito e rimprovera il suo partner con questo cicchetto: «Voi neri dovete smetterla di considerarci solo buone a stare a casa 84


ad accudire ai figli. Basta altrimenti non ve la do più». Le battute sono già servite: «Smettila di fare il fascistone», fa la nipote. «Io sono fascistone». «Allora fammi scoprire dove è il manganello». Finché sul più bello avvertono la presenza del ladro; costui sorpreso dal fascista, viene subito ammonito: «Chi sei tu, sarai mica amico del Presidente?».«No, simpatizzante», risponde il ladro. A questo punto la torcia del fascista illumina, in uno squarcio di verità storica, la fratellanza tra i due: il ladro ha tatuato sull’avambraccio la sigla della X Flottiglia Mas. «Fammi luce», grida il ladro. «Chi ci conduce alla luce... il Duce!», esclamano all’unisono. In uno spirito di unità e fratellanza, i due camerati si dirigono dalla nipote di Mussolini che subito viene penetrata contemporaneamente dalla Padania e dal passato nostalgico. L’allegoria è forte più della battuta scontata: non è più il tempo del risveglio delle coscienze, esse vanno violentate in una comunione di strumenti repressivi che incarnano il nuovo (il leghismo) e il vecchio (il fascismo).L’ultima scena è quasi superflua per noi che la viviamo tutti i giorni: ha vinto il Premier, perché «abbiamo governato bene, abbiamo lavorato per voi... per me. Però è ovvio che uno si occupa prima delle proprie cose, ma i prossimi dieci anni saranno dedicati a voi», e va a festeggiare con una bionda che non è ovviamente sua moglie.Se volessimo seriamente indagare il potere politico forzaitaliota non dobbiamo certo ricorrere al Leviatano di Hobbes, ma riprendere alcune felici intuizioni del Divin Marchese: da una parte Forza Italia e il desiderio di felicità, ricchezza, godimento e dall’altra il berlusconismo e il sadismo. Se, da un lato, tutta la filosofia di De Sade si è basata sullo studio del desiderio e sulla sua pratica, dall’altro, tutto il carisma di Berlusconi (non parliamo qui degli effettivi poteri occulti) è fondato sulla messa in scena: una scena, riprodotta esplosivamente, del vizio e della virtù di saper creare attorno a sé un’atmosfera di giovinezza e bellezza femminile rigidamente codificata da un protocollo tardo-anni Ottanta. Berlusconi piega le leggi così come le passioni, per Sade, piegano l’uomo per permettere alla natura di realizzare i disegni che essa stessa ha su di lui. È ancora Berlusconi che volgarizza Sade quando riesce a mettere alla berlina ogni virtù (la giustizia, l’equità, il pluralismo) come vizio all’ennesima potenza perché posticcio, continuamente ricostruito ideologicamente. Esito del berlusconismo non è però come per Sade la libertà del godimento bensì un godimento personale senza legge: una luce lunare che può solo illuminare di riflesso i sudditi e che altresì è in grado di brillare più vivida proprio grazie alla notte dei suoi avversari. Luce lunare, da cui non stilla alcun romanticismo, in cui pure l’immaginario è imprigionato in un riflesso catodico sul laghetto artificiale dei cigni di Milano 3: Forza Italia del desiderio, «niente unisce di più che un vizio in comune». 85


passeranno i mattini intervallo musicale di Stefania Piras

Passeranno i mattini passeranno le angosce non sarà così sempre ritroverai qualcosa

È il 1964 e il compositore veneziano Luigi Nono utilizza con l’opera La fabbrica illuminata la strumentazione elettronica in modo innovativo perseguendo l’ideale di una musica d’avanguardia che, al di fuori di ogni narratività e senza riferimenti alla sintassi tradizionale, mette insieme arte e politica. La fabbrica illuminata è un’opera per nastro magnetico e voce femminile: sul nastro, con cui interagisce la voce dal vivo, sono registrati rumori di fabbrica, voci di operai, un coro e parti della solista: Carla Henius. L’opera è un insieme di materiali eterogenei: si accompagnano ai testi scelti, scritti ed elaborati da Giuliano Scabia i rumori grezzi registrati all’Italsider di Genova-Cornigliano, rumori di lavoro, più precisamente della lavorazione dell’acciaio nel lungo percorso compreso tra la fusione nell’altoforno e la formazione del prodotto laminato finale, registrati da Nono con il supporto operativo del grande tecnico del suono Marino Zuccheri, suoni elettronici originali creati presso lo Studio di Fonologia della RAI di Milano; registrazioni dal vivo, o elaborate, delle voci del soprano e del coro impegnate nella letture del testo. Nell’opera, il mondo dell’operaio è un mondo sonoro e così pure hanno uno statuto sonoro l’alienazione, lo sfruttamento. I testi di Scabia sono frutto di una selezione e un’elaborazione precisa; i versi finali «Passeranno i mattini passeranno le angosce / non sarà così per sempre / ritroverai qualcosa» sono tratti dalla poesia Le piante del lago di Cesare Pavese.


Vorremmo trasformarci in uccelli e planare sulla cittĂ , accarezzare le sue ferite, le sue rughe e le sue vene che pompano sangue frizzante e furibondo. Atterriamo sotto un dehours. Seduti a un tavolo un giovane uomo e una giovane donna litigano ferocemente. Lui ha la cravatta allentata e il collo indurito. La donna indossa un cappottino orlato di pelliccia. I suoi tendini si allungano sotto la pelle delle mani. Dalle loro bocche iniziano a fuoriuscire banconote e le parole si trasformano in un fruscio.

grazie a Visco non offro piĂš gli aperitivi di Claudio Emme: www.48ore.com

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Era di maggio, pioveva. Una domenica pomeriggio come tante. Che fare? Dove andare? Apro il sito di Repubblica e controllo se è morto qualcuno, se è caduto un aereo. Niente di niente. Calma piatta. Solo un titolo, in alto, che richiama “scandali”, “colpevoli”, “sanzioni”. Il ministro Visco, prima di ritirarsi a vita privata, ha pubblicato su internet i redditi di tutti gli italiani. Geniale, penso. La giornata prende un’altra piega. Vado sul sito dell’Agenzia delle Entrate, ma non c’è più niente, la pagina è stata sospesa dal Garante della privacy. Per fortuna è lo stesso sito di Repubblica a dirmi come devo fare. È tutto sui blog, sui siti peer to peer. E via con google, con eMule, e dopo tre minuti trovo un blog, appena aperto, creato con il solo scopo di pubblicare tutti i redditi di tutti gli italiani. Mi scarico Milano, ci metto un quarto d’ora. E poi inizia il divertimento. Eccola Federica. 31.400 euro nel 2005. Fanculo a tutti gli aperitivi, ai cinema che ti ho pagato, per non vedere neanche l’ombra di una michetta. E pensare che vive ancora con i genitori: non paga affitti, bollette, marche da bollo. Cinque euro per un Negroni non li avevi? La cena in quel locale fighetto non si poteva dividere? Il vino era acido, la tagliata normale. Il conto un po’ meno, ma «sai, ci sono le candele, la fontana colorata: è così carino». La rabbia sale, ma è su Marta che può sfogarsi. A chi potrà raccontare ancora che ha 32 anni se il 21 giugno del 2005 ne aveva già compiuti 36? È vero, ci sembrava un po’ strano e Nicola ha sempre giurato che si fosse rifatta almeno il mento. Chi può chiederle? Luigi, invece, lui sì che mi fa incazzare. 20.000 euro in più all’anno e solo due anni più di me. Per fare poco, o niente, dalla mattina alla sera. Dove ho sbagliato? Mi chiedo dopo mezz’ora di ricerche nelle liste dei contribuenti. E perché continuo a sbagliare? Forse perché perdo tempo a scaricare file da internet e non mi concentro sull’essenziale? Forse. Poi però penso che, in effetti, con le liste in mano posso fare la differenza. Prima di tutto posso chiedere un aumento. Citando Luigi, che conoscono tutti qui in ufficio. Almeno ho una base di partenza per la contrattazione. Ho dei dati certi, incontrovertibili. E per di più di due anni fa. Chissà quanto guadagnerà il buon Luigi oggi. E Marta? E Federica? Dopo questa trovata di Visco, tutti a dirci che la Litizzetto guadagna più della Ventura, pur avendo meno tette, che Bonolis guadagna più di Benigni ma fa meno ridere, che Dolce e Gabbana, messi insieme, intascano più di Armani. Che gli avvocati, i notai, i dentisti, sono propensi a evadere il fisco, mentre i lavoratori dipendenti vorrebbero ma non possono. Che in Italia l’evasione fiscale corrisponde al 7% del Pil, mentre solo il 4,9% viene destinato all’istruzione e il 6,3% alla sanità pubblica. Tutte cose che sapevamo. Da sempre. Ci mancava solo di sapere che tra i nostri (ex) amici, tra i vicini di casa, tra i colleghi, c’è un buon numero di scrocconi, piccoli parassiti di merda, mangiapane a tradimento. C’è una fetta crescente di persone che non sa invecchiare con serenità. Grazie Visco. Grazie alle liste siamo un po’ più rabbiosi. Ma almeno siamo più consapevoli. E i compleanni, finalmente, li azzecchiamo tutti. 88


Percorriamo la grassa terra che rimbomba di meccanici miracoli. Alle soglie della cittĂ color del vomito, il vento ci getta addosso una nube di polvere. La tensione elettrica imbeve ogni centimetro quadrato di asfalto ticchettando nel tintinnare delle tazzine al bar. I vestiti di una donna cinese che incrociamo prima di imboccare la metropolitana scintillano nello sfregarsi. Chi non abbraccia il mondo con ostinazione e orgoglio potrebbe esplodere come una bolla di sapone punzecchiata dal freddo: per riscaldarci leggiamo una poesia inedita tratta dalla silloge Ulona (Olona).

dialetto altomilanese di Edoardo Zuccato : edoardo.zuccato@iulm.it

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Adess sa sent i man dul su ca ’l sona ’me ’n arpista süj linghér la sinfunia dul ciar daa matina, quan’ che ’l silenziu al sa disséda e ’l mond parla cun l’aria, un pu ’me ’l vent al sona i fil daa curent ’me ’na ghitara i robb c’hin föa a sügà temé ’n tambùr ’me piffer i camìtt, e tütt i dì – disi da bon – ho sentüü ’l su a sunà i sbar daa presón ’me in fond a ’n puzz la lüs la sona ul ventar daa tera e la speranza ul scür in fond al cör. E mi sun menga ’n giüdicc par savé, ’me tant, se tücc emm da finì a ergastolo dul scür, den’ daa tera serâ sü cun la ciav, un rumur da seradür in di frasch secch e i ramm ca croda in tera… Che spetacul, ul su ca ’l salta föra ’me ’n bursén daa gaitàna da chel strengión dul scür, un oltar dì rubâ… E ’dess i cà vèrdan i ögg an’ lur e hin dent in dul ciel ciar ’me i bèr o i vacch quan’ g’han sed càscian dentar ul müsón in du’ acqua, quel frecc ca ma fa vìv se te stê lì dumà ul temp ca ga vör. In vall urmai sa ved tütt i paes cut i cà carcâ lì in gir a la gesa temé ’na sfinge a cucia cul coll drizz e l’ugion sempar vert da l’urulògg dul campanén a dàgh un ögg al ciel. E ’dess ul pret al vèrd la gesa, granda cumé ’na barca, e ’l va sü in sü altâr cut ul cantü c’al pâr scüma dul mâr, e lì sa riva in riva a ’n àltar mond che nissön bell e viv l’é mai stâj là da oltra part, ma ’l sò duér da lü l’é stà lì in sül chi va là e la sò scienza in dul savé nagótt, purtà pascenza.

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Adesso si sentono le mani del sole / che suona come un arpista sulle ringhiere / la sinfonia della luce della mattina, / quando il silenzio si sveglia e il mondo parla con l’aria, un po’ come il vento suona / i fili della corrente come una chitarra, / i panni stesi ad asciugare come un tamburo, / come pifferi i camini, e tutti i giorni / – dico sul serio – ho sentito suonare / le sbarre della prigione come in fondo a un pozzo / la luce suona il ventre della terra / e la speranza il buio in fondo al cuore. / E io non sono un giudice per sapere, / come tanti, se dobbiamo finire tutti all’ergastolo / del buio, nella terra chiusa / a chiave, un rumore di serrature / nelle foglie secche e i rami che cadono per terra… / Che spettacolo, il sole che salta fuori / come un portafogli dalla borsa di quell’ / avarone del buio, un altro giorno rubato… / E adesso le case aprono gli occhi anche loro / e stanno nel cielo chiaro come le pecore o le vacche / quando hanno sete ficcano il muso / nell’acqua, quel freddo che ci fa vivere / se resti lì solo il tempo che serve. / In valle ormai si vedono i paesi / con le case accalcate attorno alla chiesa / come una sfinge a cuccia con il collo dritto / e l’occhio sempre aperto dell’orologio / del campanile a tener d’occhio il cielo. / E adesso il prete apre la chiesa, grande / come una nave, e sale sull’altare / con il pizzo che pare schiuma del mare, / e lì si arriva in riva a un altro mondo / che nessuno da vivo è mai stato / da quella parte, ma il suo dovere / è stare in guardia e il suo sapere / nel non sapere niente, portare pazienza

Una linea ferroviaria taglia in due la valle, accanto al fiume. Un’altra linea immaginaria la incrocia lassù, vedi, dietro quella cima. Il confine tra Italia e Francia asseconda, dove può, la morfologia del territorio. In questa luce abbagliante alcune fortezze sono i punti pesanti e cupi che fanno la storia di questa regione di frontiera. Mentre la neve si scioglie la vita brulica, le lingue si mischiano, vado a far legna oltre il confine, perché lì c’è ancora mio!

diario dagli Escartons epifania prefrontaliera di Michele Pedrazzi : bobmeanza@libero.it

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Inizio finalmente a capire qualcosa nella chiesetta di Sant’Eusebio a Pontechianale, Val Varaita, provincia di Torino. Gisella ci sta illustrando gli affreschi medioevali della chiesa (minuscola e bellissima, lontana dal viavai turistico). Seguiamo i suoi gesti con la videocamera: quello che Gisella racconta è prezioso per il documentario sulla cultura locale che stiamo girando. Gisella accenna a santi locali, a preti, a missioni cattoliche. E quando pronuncia la parola “missione” un sorrisetto beffardo le spunta fugacemente sul volto. È un dettaglio di mimica, non sono nemmeno sicuro che la videocamera l’abbia registrato. Ma vale più di tante parole. Sulla carta, infatti, oramai mi ero già documentato. Dovevamo girare questo documentario sulla regione degli Escartons, sulle “origini di un’identità transfrontaliera”. Avevo imparato che la regione costituisce un vero caso storico. Nel Trecento, queste zona oggi compresa tra Italia e Francia, tra il Monviso e il Monginevro, rappresentava un valico alpino piuttosto praticato e commercialmente florido. Tanto florido che ad un certo punto, una coalizione di quattro cittadine (poi diventeranno cinque) compra letteralmente, dal Delfino di Francia, l’indipendenza. Nasce la Repubblica degli Escartons, che nel tardo Medioevo, assume un orientamento incredibilmente progressista. Stila una costituzione che premia la mutua assistenza, che incentiva l’istruzione. Nel Trecento negli Escartons le arti prolificano, la gente si aiuta, diversi credo religiosi convivono e il 90% della popolazione è alfabetizzata. Mi manca però la sostanza di quel sottotitolo così asettico: identità transfrontaliera. Mi indicano allora una delle belle case con la meridiana affrescata e gli infissi decorati: pare che, senza spostarsi di lì, abbia cambiato nazionalità due o tre volte. A partire dal 1733, infatti, guerre o trattati hanno spostato ripetutamente il confine di stato che attraversa queste zone. Nel corso di una generazione, può succedere che i genitori parlino italiano, i loro bimbi imparino a scuola il francese, i compiti li corregga un pastore valdese. I figli dei figli si ritrovano poi nuovamente un maestro italiano, e un nuovo parroco mandato da Roma. Comincio a capire. Un’identità transfrontaliera è innanzitutto “identità” perché ha conosciuto un’evoluzione sociale vera, concreta, indipendente. Diventa “transfrontaliera” perché viene attraversata da gente forestiera che arriva e dichiara «qui c’è un confine», oppure edifica una missione per scongiurare minacce eretiche (poi difende a cannonate queste affermazioni contro altri forestieri). Gli Escartons, culla di civiltà sopravvissuta per 400 anni, hanno dovuto soccombere alla nascita delle grandi nazioni europee, smembrandosi tra diverse idiosincrasie amministrative, culturali e religiose. Poi, quando le grandi nazioni hanno deciso di formare la Grande Europa, sono state rispolverate le tradizioni e le glorie degli Escartons, e troupe di documentaristi sgangherati arrivano sul posto. Siamo meno combattivi dei 92


Savoia o della Santa Inquisizione, ma c’è sempre il senso di ruotare attorno a qualcosa di prezioso, più vecchio dell’Italia o dell’Europa stessa, e per questo in un certo senso ineffabile. Riguardo allora i nastri del girato e osservo al rallentatore la parte sugli affreschi di Sant’Eusebio: quello che cerco c’è. Posso contemplare l’identità e l’orgoglio pre-frontalieri emergere vertiginosamente nel sorriso beffardo di Gisella.

«Si rinuncia e si amplifica. Aveva rinunciato a esporsi e anche a esprimersi. Per questo ancora scambiava per polemica la propria esuberanza. Ma che tutto quadrasse o non quadrasse, sarebbe infine diventato cretino. Come una festa nazionale. O un cretino autentico». (Carmelo Bene, Nostra Signora dei Turchi).

se Manifesta sono tutt’occhi tenaglia aperta di Andrea Marcellino : andrea.marcellino@argonline.it

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Avvicinandomi alla sede bolzanina della mostra Manifesta7 cerco di non guardarmi troppo in giro chè poi, come l’ultima volta, mi ritroverei di fronte alle opere già stanco di prestare attenzione. Dopo aver valutato la cosa, direi che il fenomeno è questo: qualcuno, credo i curatori ma anche gli artisti e forse meno gli organizzatori, decidono e ci consigliano a cosa prestare attenzione. Si delimita lo spazio e il tempo, così la Cosa si concentra: diventa più evidente che effettivamente c’è qualcosa; qualcosa cui prestare attenzione, cui dedicare le proprie energie perché dovrebbe essere bene, dovrebbe essere meglio. Prima di tutto bisogna avere una certa fiducia nell’arte, cioè nelle persone che la curano e producono; non è che puoi saperlo prima se la tua attenzione sarà premiata – devi fidarti – quindi dedicarle il tuo tempo. Va bene, fin qui ci siamo, ho tempo e un po’ di fiducia che accumulai leggendo, parlando, studiando, divertendomi con quello che rientra nell’universo arte: presupposti accontentati. Poi in realtà, forse è un po’ barare, porterò con me la macchina fotografica e magari mi divertirò pure: non passerò la giornata solamente a subire il bombardamento d’immagini ma ne sezionerò alcune io stesso. Uh, sto barando? Ma no, la può portare chiunque una macchina fotografica, è un comportamento diffuso per mediare, per proteggersi. Bene, allora continuiamo il nostro percorso verso il luogo dell’incontro. La ghiaia è morbida sotto le ruote della macchina, arrotonda le curve, costringe a rallentare: la dolce accoglienza mi predispone a lasciarmi andare. È il parcheggio di quella che, nel secolo scorso, fu una fabbrica di alluminio che ne faceva abbastanza per tutto lo stivale. Ora la ghiaia chiara riflette la luce intensa di luglio e una lunga fontana rinfresca le persone che stanno sedute sulla sua struttura pulita; c’è anche un piccolo praticello, non proprio invitante, dove si sono accomodate alcune famiglie per godere dell’ombra degli alberi. Mi sa che sono già fuori tema, è passata un’ora e non sono ancora entrato nell’edificio che ospita la mostra, non perché ci siano code, ma perché ho il sospetto che quella fontana non sia proprio una fontana... non era lì prima della mostra per il piacere degli operai – forse è una Cosa – un’opera cui prestare attenzione in cambio della freschezza. All’entrata il kit per la stampa comprende un bel sacchetto di stoffa blu con il logo della mostra stampato sopra, ci sono anche delle mele. È quel blu che mi ha fatto sorridere, lo stesso dei grembiuli dei contadini, per giunta, avendo dei manici belli lunghi, è possibile metterlo al collo ottenendo un grembiule. Ora penso: chissà se quello era veramente un sacchetto. 94


Uh, forse sto barando di nuovo, però chiunque può comprarsi il sacchetto della mostra, non è preclusivo; il fatto che lo abbia ricevuto non invalida l’esperienza che mi sono prefisso: essere-un-visitatore. Non c’è dubbio che quell’enorme serbatoio d’acqua sia una Cosa, una bella cosa – un’opera? È alto come un edificio di tre piani, è di cemento, stretto sotto e con lo spazio adibito a contenere sopra; appare quasi come un fungo. Certo ora è un po’ inquietante: i disegni che lo decorano interamente fanno pensare a un serbatoio contenente qualcosa di pericoloso, geneticamente modificato. Stencil, bombolette, pennelli, adesivi e locandine sono gli strumenti che permettono esemplari di quest’arte di esistere: Street art – la mutazione che colpì la pittura a causa del traffico? Sono vittima del pregiudizio che la torre-serbatoio sia “più arte” della fontana solo perché disegnata da un ragazz* che usa bomboletta e stencil, quindi detentore di un’abilità quasi autosufficiente. La fontana non ha disegni, però è un disegno scaturito dalla manomouse di un essere umano, quindi? Mi appello all’autorità di Anceschi – vi invito ad approfondire il fenomeno sentendo che ne pensa chi ne sa qualcosa – neofenomenologia critica. Macchina fotografica al collo varco la soglia dell’edificio dai soffitti alti. Ora le opere: un pullman; è rosso e bianco, ha tante strane decorazioni, delle proiezioni illuminano i finestrini – allora non è parcheggiato dentro, è esposto! E cosa significano quelle immagini? più che altro, non bastava uno schermo? ci voleva un pullman malandato e pieno di aggeggi incasinati? Una volta entrati nel pullman si vedono cianfrusaglie elettroniche, paccottiglia kitsch raccattata chissà dove e i sacchi a pelo dei ragazzi svedesi per i quali è un mezzo di trasporto, solo un po’ eccentrico. Se metti il nome scritto sul pullman su Wikipedia scoprirai che questi ragazzi dall’aria squinternata sono tutt’altro che sconnessi, anzi, connettono tutto il mondo attraverso il più grande motore di ricerca di file torrent, l’evoluzione della condivisione in rete. I loro interlocutori sono Microsoft, Apple, i White Stripes; tutti molto interessati all’abbattimento dei “pirati” attraverso cause legali che detteranno il futuro dei diritti d’autore. Questi sono gli eventi che condizioneranno il consumo culturale dei prossimi decenni. Il pullman è una Cosa che merita attenzione? Avevano ragione i curatori? È un’opera? Arte? Come sopra: neofenomenologia critica, cioè - chiedete in giro -. È interessante guardare le persone che stanno nel luogo scelto per l’arte, poi non conoscevo ancora la storia del pullman e proprio non sapevo che cosa ci facesse lì. Guardavo i visitatori, alcuni 95


giovani, altri vecchi, alcuni affascinanti e altri meno, cercando di trovare sulle facce un segno che mi permettesse di decifrare i loro pensieri; principalmente un pensiero: che ci facessero lì e cosa stessero vedendo, non guardando, quello era anche sotto i miei occhi. Quello che mi interessava capire è cosa effettivamente vedessero perché sembravano a proprio agio. A me invece trovarmi in una fabbrica sembrava un po’ strano, non avrei avuto motivo di stare lì, se non che qualcuno ci diede una specie di appuntamento – a noi cui interessano le cose interessanti. Che dire poi di quella donna in carne, dai tratti esotici, che se ne stava su un piedistallo alto due metri come trafitta da un lungo palo metallico che partiva da terra per sprofondare all’altezza dello sterno? – andai a leggere l’aiuto. Le istruzioni sono per chi non sa cosa ha di fronte, per chi ignora il perché della Cosa: artista, forse un uomo, se ne starà lì per tre orette, e perché? Perché ha conosciuto gli sciamani siberiani, ha vissuto con loro e ci sta facendo vedere una tecnica meditativa! Ah. È un’esperienza rivelatrice non riuscire a vedere quello che si guarda, provoca una sensazione perturbante, ed è un’eventualità molto probabile per chi frequenta questi strani posti dove gli indovinelli ti circondano e la realtà appare ancora più incomprensibile del solito; fa la misteriosa, e io mi innamoro.

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Ma perché ti sei portato da leggere? Non ti interessa la mostra? Si professa cretino addirittura. Si promette capace di ricondurre la Cristianità collettiva alla irresponsabilità personale. Che sarà di Otranto? Appunto. Chi difenderà le mura? Nessuno! Ve li immaginate i turchi sfondare una porta aperta? Entreranno. Non troveranno una fede da castigare. Si ridurranno a vagabondare per le vie del centro, turisti alla ricerca di quanto avrebbero dovuto fare, perduti a sera tra le inesattezze della loro storia, finché, scandalizzati dai prezzi, se ne andranno, contravvenendo ai termini della crociera. Una stagione estiva come un’altra

la rana tenaglia chiusa di Andrea Montali : andreamontali@gmail.com

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Le elementari. Martin è il figlio della maestra Rita, quella che cercava di insegnarti l’italiano. Alle dieci e venti suonava la campana per voi tedeschi. Pausa. Avevi la pallina di gomma piuma per giocare a calcio sul selciato fino alle dieci e trentacinque, quando vi sareste dovuti mettere in fila per due e lasciare il cortile ai walschen, gli italiani. Tuo padre ti raccontava che il bisnonno aveva molta più campagna di quella che vi è rimasta, e che erano stati loro a prendergliela per allungare la pista dell’aeroporto militare. Lo vedevi ogni giorno quel bambino vestito con una tuta felpata, sempre quella. Andava a dare un bacio a sua mamma, che per un secondo era tutta per lui ma che non si dimenticava mai di tenervi d’occhio. La premura della maestra ti innervosiva. Le uniche parole che spiccicavi nella sua lingua erano le bestemmie, ma lei non si scomponeva, ti scriveva una nota sul diario e ti diceva di venire a scuola il giorno seguente accompagnato da tuo padre. Tuo padre la maestra Rita non l’ha ancora conosciuta. Dopo la pausa c’era storia, e in quinta si studia la guerra che ha fatto anche il tuo bisnonno. Quella guerra che gli italiani hanno vinto solo sui libri. Pensavi fosse più difficile infilare il sasso nella pallina di gomma piuma, aspettare che Martin ti passasse a fianco trotterellando verso il selciato, e sferrargliela a pugno chiuso in piena faccia. Quel pianto disperato ti faceva piacere e non avresti smesso di colpirlo neanche quando era per terra sanguinante e tu sopra a cavalcioni. La maestra Rita urlava e cercava di spostarti, senza riuscirci. Non l’avevi mai vista perdere il controllo, pensavi non ne fosse capace. Aveva ragione tuo padre quando diceva che gli italiani sono imprevedibili. Le medie. In pulmino eravate solo tu e Martin con la testa rasata. Il bomber nero, le spille che aumentavano ogni giorno. Ti guardava fisso anche per tutto il tragitto dal paese a scuola, senza spiccicar parola con nessuno. Una mattinata prendesti coraggio e lo avvicinasti: «Se si sono alleati Hitler e Mussolini, possiamo farlo anche noi». Lui sorrise. E cominciaste a girare insieme, soli. Le superiori. Durante le occupazioni rosse ti trasferivi sempre nella scuola di Martin. Negli istituti tedeschi tali perdite di tempo non erano permesse. Quella volta che avete infilato la testa nella tazza del cesso a un patetico comunista figlio di papà finiste addirittura sul giornale. Fu l’azione più celebrata che faceste insieme: molto meglio delle risse alcoliche fuori dai locali o le minacce agli albani e maghrebini che non interessavano a nessuno. Gli anni della maturità politica. Sognavate di farlo insieme, ma quella mattina apristi il giornale dei walschen e vedesti la foto-tessera di Martin in lista per le provinciali con Unitalia, il movimento sociale. Gli italiani sono imprevedibili. Cancellasti il suo numero di cellulare e ti avviasti da solo a rubare la rana dal Museion: c’era da festeggiare perché in Austria Haider aveva fatto sfracelli alle elezioni anticipate. Ma il Museion era chiuso, e la rana già a New York. 98


Ogni volta che saliamo a trovarti pensiamo all’Italia come ad una cipolla, pensiamo al suo centro, ai suoi centri, ed alla periferia. Vorremmo parlare dei confini italiani ai primi del 900. Della grande guerra, di Trento e Trieste. Poi tu inizi a parlare della vacanza in Istria, in campeggio, e ci passa di mente‌

sentirsi speciali e autonomi a Trento di Luigi Ghezzi : luigi.ghezzi@gmail.com

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Inutile nasconderlo: mi sono trasferito a Trento con molte aspettative. Ci voleva poco: sono scappato da un paesino della bassa bergamasca trasfigurato dall’edificazione, ma soprattutto dall’ideologia razziale che andava a braccetto con quella integralista cattolica e mi sono ritrovato anch’io a parlare della provincia speciale o Pat come si chiama amministrativamente (Provincia Autonoma di Trento) senza capire pienamente cosa significasse. Posso solo ricordare la prima impressione poi continuamente riconfermata: la provincia speciale possiede la specialità di “creare specialità”. Ci si cala, quasi inconsapevolmente, nella condizione di cittadino-consumatore, ripetutamente esposto al marchio “trentino”, la cui immagine è coordinata e caricata costantemente di valori positivi: dagli alimenti alla sanità, dalla scuola ai trasporti, passando naturalmente per la cultura, la cui capacità di produrre identità trentina con soldi pubblici è da primato. A Trento anche il Centro Sociale Bruno è un Centro Sociale per l’Autonomia; c’è dell’ironia, ma c’è anche la consapevolezza che per poter agire politicamente, bisogna operare dentro binari consolidati della politica e la parola d’ordine per la politica locale è “autonomia”. Il discorso vale anche per l’Alto Adige, che per lo Stato, amministrativamente – e culturalmente per i suoi abitanti – è un’altra regione autonoma e non una provincia del Trentino-Alto Adige, come pensano gli italiani fuori dal Trentino. L’autonomia è anche un risultato storico della regione: sintesi di un processo comune ad altre zone di frontiera europee che ha visto una minoranza etnico-linguistica e culturale, quella italiana nell’Impero asburgico, diventare maggioranza politica “nazionale” dopo l’annessione del Tirolo Meridionale al Regno d’Italia (1919) e che ha avuto come ulteriore conseguenza quella di trasformare l’ex maggioranza territoriale di lingua e cultura tedesca nella attuale minoranza etnico-linguistica sudtirolese. La regione ha così vissuto da protagonista tutto quel sussulto di confine italo-austriaco che da Verona, la frontiera ai tempi della fondazione del Regno d’Italia, ha portato a quella attuale del Brennero (1919). Le vicende speculari si sono svolte con i concetti politici di nazione, lingua nazionale e, successivamente, di identità e di etnia (concetti che ancora oggi animano il dibattito politico, ma risultano alquanto inefficaci nella complessa situazione geopolitica, manovrata più con leve economiche e con mezzi di impatto simbolico-mediale). Per quanto riguarda nel dettaglio il Trentino, possiamo tracciare una sorta di “continuità” autonomista che parte dall’eredità del Principato 100


Vescovile di Trento, viene interrotta dalla breve occupazione napoleonica, ma continua in modo travagliato e combattuto durante la monarchia austriaca (fino al 1919) per poi subire un’altra battuta d’arresto durante il Fascismo e ritornare in primissimo piano durante l’azione governativa di De Gasperi nel Secondo Dopoguerra. Fatto eccezionale per la storia d’Italia, il Trentino, come Trieste, non partecipa direttamente a quel processo di pedagogia nazionale che ha caratterizzato la costruzione della nazione italiana a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Solo la corrente politica liberale, di matrice cittadina e borghese, ne utilizzò la retorica e gli strumenti, creando per l’appunto il termine stesso di “Trentino”, inesistente fino ad inizio Ottocento e che nacque proprio per sottolineare politicamente l’italianità del territorio; tuttavia la stragrande maggioranza della popolazione, contadina e valligiana, che con l’allargamento del diritto di voto avrà sempre più importanza fino a diventare a inizio Novecento la maggioranza, si dirigerà verso le forze cattoliche, di cui il più illustre esponente diventerà Alcide De Gasperi, fiero paesano che promuoverà uno spirito di rinascimento trentino piuttosto che italiano. Un discorso complesso quello di De Gasperi che al contrario dei liberali e dei socialisti prevedeva la difesa nazionale all’interno della monarchia asburgica, portata avanti, spesso, con toni ambiguamente lealisti verso l’istituzione della monarchia. Data senz’altro memorabile per Trento fu il 1909, quando la città ospitò contemporaneamente tre personalità di spicco di tutto il Novecento politico italiano: il già succitato De Gasperi, Cesare Battisti e un giovane socialista di nome Benito Mussolini. Il capoccione trascorse infatti otto mesi a Trento come segretario del lavoro di Trento e scrisse sulle colonne de «Il Popolo», testata del carissimo amico Cesare Battisti. Mussolini visse a Trento una stagione tempestosamente anticlericale; collezionò infatti una serie di denunce per diffamazione da parte di curati locali e scrisse il romanzo L’amante del Cardinale. Claudia Particella. I suoi scritti giovanili trentini contengono anche alcune novelle e ambientazioni dal vago tono romantico, forse il presupposto per quella tresca amorosa che lo portò alla tragica storia d’amore con Ida Dalser del 1914. Vale la pena soffermarsi su questa tormentata storia d’amore rappresentata in un nuovo film di Marco Bellocchio. Ida Dalser, interpretata nel film da Giovanna Mezzogiorno, fu una ragazza di Sopramonte (una frazione di Trento) che nel 1915 diede al futuro duce un figlio di nome Benito Albino. La tresca divenne sempre più compromettente per Mussolini che già nel 1915 sposò con rito civile 101


Rachele Guidi (alcuni sostengono che Mussolini era già spostato a Ida e quindi rischiava l’accusa di bigamia). Il duce risolse il problema nel suo stile “pugnace”: nel 1926 fece rinchiudere la donna in un ospedale psichiatrico sostenendo che fosse preda di allucinazioni quando affermava di essere la moglie del dittatore, e qui Ida Dasler morì nel 1937. Il figlio, dopo essersi arruolato in marina, venne anch’esso internato in un manicomio e morì nel 1942. Manca solo la terza grande personalità di Trento, quel Cesare Battisti, geografo e socialista che scelse di vivere la sua carriera politica in un territorio agricolo, con pochissimi operai, con Italiani poco nazionalmente italiani perché fedeli alla monarchia austro-ungarica. Presupposti che non potevano creare in lui una scissione tra l’anima di aspirazione fortemente socialista e quella di un necessario rinnovamento statale, realizzabile solo attraverso la distruzione dell’Impero asburgico a favore di un’Europa delle Nazioni. De Gasperi e Battisti costituiscono l’universo mitologico attorno al quale ruota ancora l’identità positiva trentina. Il primo, molto più di moda, perché riciclato dal discorso politico attuale in chiave europeista e nostalgica per un certo democristianesimo autentico estinto anni luce fa; il secondo, un mito un po’ sfiorito, ma sempre protagonista orografico della città con il suo mausoleo, il monumento a lui dedicato che campeggia sul Doss Trento, la collinetta che sovrasta Trento e che si impone alla visuale di tutti i visitatori che arrivano in città. Un martirio quello di Battisti che dalla retorica nazionale fu fin da subito paragonato alla crocifissione di Cristo. Infatti l’impiccagione di Battisti, avvenuta nel Castello del Buonconsiglio della città, è il punto d’arrivo di un “calvario per le strade cittadine”, dove il traditore Battisti (traditore perché arruolatosi nell’esercito italiano e non in quello austro-ungarico come prevedeva la sua cittadinanza) fu vilipeso dalla popolazione e successivamente offeso dal boia e dagli ufficiali austriaci che posarono in innumerevoli foto, quasi sorridenti e sicuramente compiaciuti, accanto al suo cadavere impiccato. Un evento che per risonanza mediale – uno dei primi ad essere documentato dettagliatamente con centinaia di scatti fotografici – ha potuto fare leva sull’immaginario visuale di milioni di persone durante i tragici eventi della Prima Guerra Mondiale. Battisti diventò così l’eroe della patria, disposto a immolarsi per l’ordine superiore del Trentino redento, ovvero “tornato” italiano (quando italiano non lo fu mai, se non per pochi anni durante l’occupazione napoleonica). La figura di Battisti e la sua morte nella fossa del Castello del Buonconsiglio come alcuni patrioti garibaldini nel ‘48, si rivelò ideale per attribuire un senso auten102


tico a una robusta evoluzione teleologica della nazione italiana che dal Rinascimento arrivava fino all’annessione del Trentino all’Italia e che con la mistificazione fascista diventava un trampolino di lancio verso la successiva continuità con il “nuovo impero romano fascista”. L’autonomia è, insomma, un concetto sul quale non si discute in Trentino-Alto Adige, o meglio, si discute come difenderlo al meglio, e il peggiore stigma che si possa applicare a un politico è di essere nemico dell’autonomia. Infatti l’ampia dotazione finanziaria che lo Stato assicura al Trentino, concede all’amministrazione ampissime competenze che nessuno è disposto a sacrificare; si tratta solo di giustificare e chiedere di più. Il panorama politico in Trentino è un po’ diverso da quello nazionale: la politica locale ha generalmente un valore maggiore di quella nazionale e le alleanze, spesso non riflettono la composizione parlamentare. Questa divergenza è data principalmente dalla presenza di un cattolicesimo tendenzialmente di sinistra, di derivazione cooperativistica, ormai falcidiato nel resto d’Italia dalla politica Mediaset-Vaticalia. Ad esempio, durante la precedente campagna elettorale per l’elezione del Consiglio Provinciale, l’Udc era alleata con il centrosinistra, ma è stata poi esclusa dal Consiglio di Stato nella competizione elettorale per un ricorso dell’opposizione; a destra la Lega la fa da padrona ed è alleata, oltre che con Fi, An, pensionati e neofascisti, con una miriade di liste civiche, soprattutto delle valli, in opposizione alla politica centrale della Provincia di Trento, in aggiunta ovviamente alle grandi idee di “No moschee in Trentino” e no agli “immigrati=clandestini=criminalità”. A Trento sono venuto a fare ricerca: l’università, dicono «il Sole 24ore» e il quotidiano «la Repubblica» è fra le migliori in Italia e ha il potere di una multinazionale sul territorio. Non si vuole negare la presenza di centri d’eccellenza, come il Centro Microsoft ad esempio, ma anche qui mi sono scontrato con un pesante baronato che per mia fortuna mi ha spinto a smettere di fare ricerca e mi ha permesso di cambiare finalmente strada. La mia vita è cambiata in Trentino? Forse sì, si beve del buon vino; a volte ci si ammazza di sport, per non morire di noia, invogliati anche da percorsi podistici e piste ciclabili; si fa sci, soprattutto di fondo e si va in montagna; si va alle sagre paesane, dove le tradizioni secolari vengono di volta in volta inventate. Si va poco ai concerti perché la popolazione ha le orecchie sensibili e l’unico locale che ufficialmente organizza concerti in città deve chiudere alle 23.30, gli altri, a turno, ci provano, ma puntualmente vengono chiusi per blitz antidroga. Inutile sottolineare che di droga, rispetto ad altre città, se ne vede pochissima. Merito anche 103


dei vigili urbani che, dato il numero e il potere a loro concesso dalla popolazione, sono molto più vigili che urbani, tanto da costituire una vera e proprio vigilocrazia: ideologia che spinge i cittadini benpensanti ad appellarsi ai vigili per ogni occasione. Per citare un esempio: una volta, in un ristorante cinese, ho assistito a un signore che ha minacciato la proprietaria di chiamare i vigili per l’eccessiva attesa. Per chi è vissuto a Milano o in qualche città civile d’Europa (l’opposizione è voluta), vivere a Trento è come vivere in un grosso paese. Puoi muoverti in bicicletta, rivedi le stesse persone due o tre volte al giorno e leggi titoli a caratteri cubitali dei giornali come Capriolo investito dopo aver brucato foglie di marjuana in un campo. Tuttavia è difficile affermare che il Trentino è completamente diverso dall’Italia, soprattutto quando scoppiano casi giudiziari come quello che ha avuto per protagonista un ex assessore che ha gestito un sistema di tangenti a filiera: un personaggio politico conosciutissimo che è stato il compagno del governatore di centrosinistra; quest’ultimo, ricandidatosi per la terza volta, per la terza volta ha vinto. Se a questo immobilismo di sinistra, seppure di una sinistra al governo, aggiungiamo un’opposizione leghista, le cui alleanze ho già descritto sopra, beh, indubitabilmente è in queste occasioni che mi sento, rincuorato nello scoramento, parte dell’Italia.

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Guardando in su, da Venezia, arrivavamo al Montello. Ed in cima al Montello, Dolcezza, Carezza, Piccoli schiaffi in quiete. Diteggiata fredda sul vetro, Bandiere piccoli intensi venti/vetri, Bandiere interessi giusti e palesi. In cima al Montello, con le spalle ai Monti di Belluno di Asiago, vedevamo scendere il Friuli, ancora Venezia, e Giulia. Giulia! Giulia aspettaci, dove corri?

dialetto friulano di Maurizio Mattiuzza : maurizioburi@hotmail.com

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Tal bosc di Velio Ce grancj ch’a jerin i arbui, tal bosc di Velio ornârs, pôi, argassis e un cjastenâr rivât lì par sbalio cu l’aiar da l’unvier di chel unvier teribil dal sessantetrê ce grancj ch’a jerin e ce grues, une selve la foreste di Zagor, di Mister No lianis, canis garganis par dut e lis pagjinis di cualchit gjornalut porno platât li di chei plui figos di no ch’o jerin piçui, stupits e zuiavin ancjemò a fâ i comanche te fumate, dantsi pachis a plen, ce grancj ch’a jerin chei arbui,si steve cussì ben lì a spatussâsi ta l’ombrene, a fumâ spagnolets di tiramole Milena je vignude là dome une volte, une volte sole par sielzi a cui fai viodi ce ch’a veve sot lis mudandutis e o jeri sigûr di faiale, che il fortunât sarès stât jo ancje parcè che je

lis pocjis voltis ch’a rideve a mi rideve a me a me che a cjalâle mi sintivi tai vues chel mal di vivi lami che si à cuant che si cress e jeri sigûr, sigûr che intal bosc di Velio, je a podès gjavâsi vie i jeans dome par me par me che di bot drenti o vevi alc di strani,di garp e forsit no sarès rivât a cjalâ che forsit i varès dite torne cjase lasse stâ, se no tu as voie di falu vuê di falu chi viodile platâsi cun Leonardo al è stât come murî taiantsi cuntun veri un di chei tais ch’a ti fasin mâl dopo che sanganin scûr e mi visi che dut di un colp bessôl tal mieç da plane o vevi pôre di no vignî grant mai, o vevi pôre e frêt, pôre frêt e sêt, tant che un pes ch’a lasse il mâr picjât par une rêt.

Nel bosco di Velio | Che alti erano gli alberi / nel bosco di Velio / olmi, pioppi / e un castagno / arrivato lì per sbaglio con il vento dell’inverno / di quell’inverno terribile / del sessantatré / che alti e che grossi / una selva / la foresta di Zagor, di Mister No / liane, canne di bambù / dappertutto / e le pagine di qualche rivista / porno nascosta lì da quelli più fichi di noi / che eravamo piccoli, stupidi / e giocavamo ancora a fare i comanche / nella nebbia, prendendoci a botte / di santa ragione, che grandi erano e che grossi / quegli alberi, si stava così 106


bene / lì a svezzarsi nell’ombra, a fumare / sigarette di chewingum / Milena è venuta là una volta / una volta sola / per scegliere quello a cui far vedere / ciò che aveva sotto le mutandine / e io ero sicuro di farcela / che il fortunato sarei stato io / anche perché / le poche volte che lei sorrideva / sorrideva a me / a me che a guardarla mi sentivo nelle ossa / quel male di vivere insipido che si ha / quando si cresce / ero sicuro / sicuro di farcela / che là, nel bosco di Velio, lei / potesse levarsi i jeans / solo per me / per me che di colpo dentro avevo qualcosa di strano, di amaro / e forse non sarei riuscito a guardare / che forse le avrei detto torna a casa / lascia stare, se non hai voglia di farlo oggi / di farlo qui / vederla appartarsi con Leonardo / è stato come morire / tagliandosi con un vetro / uno di quei tagli che ti fanno male dopo / che sanguinano scuro / e mi ricordo che, tutto d’un tratto / solo in mezzo alla pianura / avevo paura / di non diventare adulto mai, avevo paura e freddo / paura freddo e sete / come un pesce che lascia il mare appeso ad una rete.

Scendendo da Trento lungo la statale, perché l’autostrada è intasata come sotto le feste, come ogni domenica, fermiamo la macchina e scendiamo un attimo a prendere fiato. «Quando giungon davanti alla ruina, / quivi le strida, il compianto, il lamento; / bestemmian quivi la virtù divina». Guardiamo in alto, le cime sono illuminate di neve, la vallata è già scura.

vicino alle nubi, sulla montagna crollata di Rossella Renzi : rossella.renzi@argonline.it

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L’antologia intitolata Vicino alle nubi, sulla montagna crollata, a cura di Enrico Cerquiglini e Luca Ariano, pubblicata da Campanotto nel 2008, ospita quasi un centinaio di poesie, ma anche interviste, lettere e interventi a tema. Il titolo nella sua prima parte rimanda a qualcosa di etereo, rivolto al cielo (Vicino alle nubi), una prospettiva che precipita immediatamente dopo, quando si evoca distruzione e annientamento, sulla montagna crollata, appunto. È nella prefazione che si scioglie ogni perplessità: «L’inquinamento ha ormai raggiunto livelli esasperati […] l’Italia è il Paese più colpito da questo sensibile innalzamento di temperatura», affermazioni seguite da una serie di dati riguardanti piogge, rischio idrogeologico, risorse idriche, mare, salute… tutti riferiti al nostro Paese. Ma non basta: ciò che maggiormente caratterizza il paesaggio italiano degli ultimi anni è l’eliminazione del Passato. Si moltiplicano a dismisura mostri di cemento, arterie d’asfalto, speculazione edilizia… mentre ci si chiede «chi può ascoltare il grido di milioni di morti che per migliaia di anni hanno coltivato la terra rispettandola e amandola, trasmettendoci un mondo vivo, che chiedono rispetto e memoria palpabile per il loro atavico sacrificio?». L’eco di quelle voci viene accolta dai poeti, che non «vivono nel loro mondo», isolati e pensierosi, ma sono parte attiva nella parola che può essere grido, preghiera, memoria, invettiva, pianto, invocazione. Come accade nel testo di Sebastiano Aglieco, che apre la raccolta: «Fu, forse, per un dio / una voce risvegliata dalle sue / vene, una pietra spaccata / dov’era custodito un sigillo», che ci fa tremare, descrivendo una scena di guerra; o nelle parole di Angelo Ferrante «Lo stato / delle cose è un presagio di vendetta / tremenda. Perché lo abbiamo violentato, / il mondo». La violenza accompagna scene domestiche, paesaggi deturpati, sognati, o quelli interiori. Frequenti sono i luoghi freddissimi e disumani: «oggi solo una balaustra di metallo e odore di fogna, / d’hinterland e la Metropoli a due passi. / […] / si scavano resti di civiltà, una foto e poi ricoprire / di parcheggi e appartamenti vuoti» (Luca Ariano), mentre affiora la nostalgia per nature che non esistono più «Una volta qua era tutta campagna» (Cristina Babino). Ci si interroga, poi, su quella piaga che insieme all’Italia attraversa tutto l’Occidente: «questo tempo di fango e fuoco / di pace e macello, / dove le ore hanno la forma della sete, / verso quale vita ci dilegua? / Verso quale occidente? Noi siamo, / siamo nel cuore di uno strappo / che non tiene» (Corrado Benigni). La prospettiva si allarga dunque a una civiltà intera, dove «Ho visto sorgere Porto Marghera, / I primi fuochi dei pneumatici, la tratta delle bianche, / Ho visto affondare una secolare / Civiltà culturale…» (Franco Buffoni). E il tormento che spesso scaturisce dal cuore delle donne, delle madri, racconta di quella terra imperfetta e contaminata «da una pioggia / acida, da bave / di diossina sulle ciliegie e i 108


fichi», su cui lasceremo i nostri figli (nei versi di Maria Grazia Calandrone). Il pensiero corre a loro, ai bambini che «hanno lasciato il sentore della gioia / sopra le altalene che dondolano vuote» (Chiara De Luca), ma l’istinto impone di continuare, di conservare: «dovrai resistere all’acqua, al fuoco alle tenebre / dovrai rimanere umana nonostante la capillare brutalizzazione / […] / bisogna sapere assolutamente in che mondo viviamo» (Luigi Di Ruscio). Tutte le poesie della raccolta, così diverse ma così unite nel loro intento, esprimono l’urgenza di fermarsi ad ascoltare la nostra terra, le sue voci che giungono da vicino e da lontano, nel tempo: è piccola cosa, ma è il primo gesto che predispone alla salvezza.

Trst sono le consonanti della parola 'triste' ed il nome slavo di Trieste. Un porto in fondo alla gola dell’Adriatico. Qui s’incrociano tre mondi: lo dicevano gli insegnanti, parlando di Italo Svevo. Adesso si passa in un container o in autostrada, in fretta, appesi sopra la città. Non c’è tempo per ammirare il mare. Le navi si addormentano nel porto.

dialetto triestino di Christian Sinicco : sinicco@gmail.com

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La nave Lavìa, ta i froschi de la màcia che vien zò fin a pelar al mar, te xe lì desmentegada. da Barchetta di Marilisa Trevisan

Sul canal la ga lassada: bianca, piturada col mar dei tuoi oci. no i ricorda chi la ga tirada su, la iera a tochi. i operai missia fumo per darghe vento e le riodele ciapa a sberle, la fa scampar! “Nino, dove te ieri?” riva de zo sto pulisine se spaca i muscoli de vernise, le braghe smaride imbotonà sul sol. le grandi gru xe ferme, no strassina più ossi de fero ‘l sgabel per aria no gira più, forsi nissun comanda la nave partida no se sa dove… “A remengon!” A remengon, te lo ga sentì? sentai in bus ‘ndemo a lavorar de note, ‘l paron paga anca i s’ciopai: zighemo ai auti – i mati ne ciamarà per nome al nostro turno. i verzi ‘l canziel e se entra, papuzando in te la scafa. netemo tuto: le more cascade coi veci in tei sacheti, picie piere che strapaza i pie e ‘l ziel de neon. i pupoli vien fora se te respiri sto cancher. meio se le orece stropa ‘l rumor dei spiratori. meio farse soto co la sabia su la ruzine, sofegarse co la vose che par una vela. la staza del squero svodo ‘l baso in tel blu de catrame; fiorissi come la galassia la scia che buliga… “Ucio, se bati fiaca qua” contemo all’indrio i minuti che vanza prima che sia finida, prima che stagni anca i budei cantemo una litania ‘nbriaga de fame. cantemo e in un balen se ridi, se dimentichemo de chi semo ‘ndando via, sul canal la lassemo bianca, piturada col mar dei tuoi oci. 110


L’hanno lasciata sul canale: / bianca, dipinta col mare dei tuoi occhi. / non ricordano chi l’ha costruita, se era a pezzi. / gli operari miscelano il fumo per darle il largo e le ruote / prendono a sberle, la fanno scappare! / “Nino, dov’eri?” è del sud il pulcino e si spacca / i muscoli con la vernice, i pantaloni frugati / abbottonati sul sole. / le grandi gru sono ferme, non trascinano più ossi di ferro / lo sgabello per aria non gira più, forse nessuno comanda / la nave partita non si sa dove… / “Affanculo!” Affanculo, l’hai sentito? / seduti sul bus si va a lavorare di notte, / il padrone paga anche noi scemi: / gridiamo alle auto – i pazzi ci chiameranno per nome al nostro turno. / si apre il cancello e si entra, ci si trascina nello scafo. / puliamo tutto: le more cadute nei sacchetti dei vecchi, / piccole pietre che strapazzano i piedi e il cielo fatto col neon. / i casini nascono se respiri il cancro. / meglio se le orecchie chiudono al rumore degli aspiratori. / meglio scrostare la ruggine con la sabbia, / soffocarsi con la voce come una vela. / le misure di un cantiere vuoto / il bacio nel blu del catrame; fiorisce come la galassia la scia che bolle, ribolle… / “Ucio, qui si batte la fiacca” contiamo all’indietro / i minuti che avanzano prima che sia finita, / prima che la pancia sia piena / cantiamo una litania ubriaca di fame. / Cantiamo e in un baleno ridiamo, / dimentichiamo chi siamo / andando via, sul canale la lasciamo / bianca, dipinta col mare dei tuoi occhi.

«Abbiamo adunque con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza religione e cattivi; ma ne abbiamo uno ancora maggiore, il quale è la seconda cagione della rovina nostra: questo è che la Chiesa ha tenuto e tiene questa provincia divisa». (Niccolò Machiavelli, Discorsi sulla prima deca di Tito Livio) Facciamo colazione mentre il Papa si riconcilia con i Lefebvriani. Pensiamo a don Floriano Abrahamowicz amico di Borghezio.

il cuore nero della tradizione di n&o : polipropilene-isotattico.blogspot.com

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La ricerca di Del Medico indaga il campo in cui, in Italia e in particolare a Verona, integralismo cattolico e destra radicale convergono: la “tradizione”, che si connota come rifiuto della modernità e di una società multietnica, la difesa dell’identità cristiano-cattolica, l’idea di una società fortemente gerarchizzata in cui la gerarchia sia la conseguenza (e non la causa) delle diversità. Solo la diseguaglianza assicura l’armonia generale e, di conseguenza, diventa socialmente necessaria la sottomissione, come regola per un ordine sociale eterno basato su leggi naturali/divine. Dell’estrema destra vengono presi in considerazione i movimenti di quella che si può chiamare destra tradizionalista (escludendo quelli “laici”) divisa in due filoni: quello evoliano-ghibellino e quello cattolico. Partendo da una ricognizione di autori come Guénon e Evola e attraverso riferimenti a movimenti fascisti europei di forte impronta religiosa come il Rexismo belga e la Guardia di ferro romena, l’autore arriva ad esaminare l’universo simbolico di Forza Nuova, con riferimenti anche alle frange più radicali della Lega Nord. Posizioni differenti, ma con un unico sistema di valori che si può riassumere per punti: antiegualitarismo, rifiuto di progressismo e storicismo, concezione organica dell’uomo e dello Stato, teoria spirituale dell’esistenza e rapporto con la dimensione del sacro, senso della comunità. Le associazioni tradizionaliste cattoliche prima di tutto si battono contro il corso che ha preso la politica della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Anche tra queste le differenze sono molte (e si possono dividere a seconda dei rapporti con la Chiesa), ma tutte ritengono Riforma protestante, Illuminismo, Liberalismo e Marxismo le cause dell’allontanamento dal giusto modello di società, che è quello teocratico antecedente alla Rivoluzione francese. Partendo dal pensatore anti-rivoluzionario Joseph de Maistre (1753-1821) vengono passati in rassegna vari gruppi integralisti cattolici, in special modo il brasiliano Tradizione, Famiglia e Proprietà e Alleanza Cattolica, emanazione italiana della prima. La pericolosità di questi gruppi non dipende dai numeri, ma dalla loro attività che, in tempi di forte disagio sociale, dando risposte facili (essendo il fondamentalismo non solo un fenomeno religioso, ma una modalità di pensiero e di linguaggio oscurantista che riduce la complessità del reale in nome di una Verità immutabile) e brandendo il crocifisso come emblema di identità, non fa altro che aumentare non solo omofobia, islamofobia e paura irrazionale nei confronti del diverso, ma anche aggressioni fisiche. Che a Verona, e non solo, sono ormai all’ordine del giorno.

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Campi e capannoni, un paese finisce dove inizia l’altro, questo è il famoso Nordest iperproduttivo stacanovista che non sente la crisi, anche se c’è crisi dappertutto, circoliamo come gocce metallizzate lungo percorsi disegnati. boomerang primitivi tornano incontrollabili sgravidano ossessioni sulle città splendenti di passate razzie di futuri spettacoli i viaggi solitari i percorsi arroganti sono finiti male senza proclami senza giubilei nelle piccole storie delle teste pensanti nelle vite spezzate ricucite alla cazzo e non si torna a casa si rimane così magari un po’ perplessi su treni fuori orario scendendo scale mobili aspettando un passaggio che non so se verrà ma non credo che venga io non so se verrà io non credo che venga B.b.b.

dialetto veneto-trevigiano dell’Opitergino-Mottense di Fabio Franzin

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‘Ò fat tre volte el giro de chea rotonda (i ‘à da ‘verme anca ciapà par semo quei fermi, là, a doverme dar continuamente ‘a precedenza) parché no’ capita tuti i zorni de véder, ‘pena drio ‘a strada, chel spetàcoeo cavà via da ‘sto tenpo urtà da aciàio e realtà virtuài: che là, tel fondo de un canp strangoeà fra fabriche e ‘sfalto, tel canp bianco de bròsa ièra chii d’ pit’ni che sbaruféa: vèrte ‘e àe, alti tee zhàte pontàdhe tea tèra jazha, i còi nudi deventàdhi àtoe de carne a bàterse contro, co’a s’ mazha sgionfa de sbàrboe rosse come ‘l sangue e de bèchi tre volte ‘ò fat el giro de chea rotonda. Po’ son ‘ndat ‘vanti (ièra tardi, romài, tardi pat tut, come senpre). Li ‘ò tignùdhi de òcio fin che ‘l specét li ‘vea drento, chii d’ antichi guerièri fin che te chel schermo l’è tornà el sòito film de ‘sfalto e machine, fèro e cimento, cartèi, capan’ni…

Tre volte ho fatto il giro di quella / rotonda (debbono avermi anche/ preso per idiota quelli fermi, lì, / a dovermi dare/ la precedenza) perché non capita/ tutti i giorni di vedere, appena oltre / il ciglio della strada, tale spettacolo tirato/ fuori da questo tempo sbattuto fra acciaio / e realtà virtuali: che lì, nel margine/ di un campo strangolato fra fabbriche / e asfalto, in quel campo bianco di brina// c’erano quei due tacchini che lottavano: / spiegate le ali, ritti sulle zampe conficcate/ nella terra ghiaccia, i colli nudi mutati/ in pali di carne a menarsi contro,/ con la mazza gonfia di bargigli/ scarlatti come sangue e becchi// tre volte ho fatto il giro di quella/ rotonda. Poi ho proseguito/ (era tardi, ormai, tardi per ogni cosa,/ come sempre). Li ho seguiti/ con lo sguardo finché lo specchietto li/ ha contenuti, quei due antichi guerrieri// finché in quel piccolo schermo non è riapparso/ il solito film di asfalto e auto,/ ferro e cemento, cartelli, capannoni… 114


«Ma ci son notti o pomeriggi o albe e anco tramonti, anche questo dovete imparare, che succede il Gran Miracolo, cioè arriva su quel rullo l’odore del Mare del Nord che spazza le strade e la campagna e quando arriva senti proprio dentro la salsedine delle burrasche e dell’oceano e persino il rauco gridolino dei gabbiani...». (Pier Vittorio Tondelli, Autobahn)

giochi senza frontiere confini visibili, confini invisibili, confini mobili in un piano padano plumbeo dei fratelli Furri : svaporsvapor@hotmail.com

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Benvenuti in Italia, un cartello al valico Brennero testimonia che usciamo da qualcosa ed entriamo in qualcos’altro. Poi, benvenuti in Trentino-Alto Adige, Provincia Autonoma di Bolzano, Bolzen, due lingue, poi Trento, poi Regione Veneto, Provincia di Verona, Comune di Affi con annessa l’ombra della base Nato. In discesa lungo il fiume Adige, frontiera naturale e via di comunicazione, scivoliamo verso il capoluogo di Provincia. Continuando al contrario l’itinerario di Autobahn di Tondelli, attraverseremmo uno spicchio di Lombardia, Provincia di Mantova, passeremmo il Po, questa specie di nuovo Rubicone per alcuni, poi ci infileremmo tra Emilia e Romagna, Modena e infine Bologna. Arriveremmo in centro, cercheremmo parcheggio con le telecamere che scrutano la nostra targa perché non siamo residenti, arriveremmo in redazione parlando di questo articolo. Di fronte all’impermeabilizzazione discorsiva dei confini nazionali marittimi, all’apertura armoniosa delle frontiere interne europee, di fronte alla circoscrizione territoriale che spezzetta e divide amministrativamente fino al Comune, anzi fino alla frazione (frazione di Comune, che quindi ci farebbe pensare al Comune, alla città come originaria dimensione politico amministrativa), mio fratello ha un’idea. Questi sono i confini che nominiamo, che vediamo lungo le strade, forse lungo le ferrovie. Già a piedi e fuori dai percorsi ufficiali potrei essere in Toscana, in Svizzera con un passo in più e ci verrebbe voglia di passeggiare lungo i bordi del comune di Bologna, per capire se esiste davvero. Mio fratello dice: “questi sono quelli che possiamo percepire”. E tutti gli altri? Decidiamo di cercarli, decidiamo di iniziare a sovrapporre allo stivale “politico” dell’atlante e a tutte le sue pagine di cartine statistiche le frontiere che mano a mano ci capitano sotto tiro. Se i primi altri confini che vediamo sono quelli fisici, che hanno (per lo meno nel vecchio continente) assunto poi valore politico-amministrativo, fiumi colline monti laghi, gli altri che ci balzano agli occhi sono relativi ad altre reti di controllo territoriale, ad altri poteri che concorrono a (in)formare un territorio appunto e la relativa popolazione affinché ne risultino più semplici il governo e la presa sui beni, divide et impera. Dalle strutture che ci arrivano da lontano, le aree amministrative della Chiesa cattolica (diocesi e parrocchie) e le proprietà terriere, che attraversano la storia di queste terre dalla Serenissima, a Napoleone, all’Austria, risaliamo fino alle emanazioni dello Stato e dei Ministeri, alle competenze territoriali delle Asl delle Ulss, dell’Inps dell’Inail, dei vari tribunali nei vari gradi di giudizio, dei Tar, i comandi e i distretti militari. Ma non siamo ancora soddisfatti, non è ancora tutto. Le frontiere da attraversare sono innumerevoli e per lo più invisibili, a que116


sto punto. E parlano sempre di rapporti di potere, di servizi da pagare, di apparati di controllo economico e politico. Come a livello linguistico, le varie enclavi ma pure i vari dialetti e le sfumature dei dialetti stessi, da noi con le cantilene verso est, la zeta che si sostituisce alla esse a sud. I linguaggi specifici a demarcare differenze sociali, le varie pronunce dell’italiano differenti usi dei tempi verbali, l’incapacità dei preti a pronunciare la “sc”. A guardare poi la categoria dell’economico ci si imbatte nelle reti della produzione: le fabbrichette ad est i grossi poli industriali le coltivazioni di mais soia tabacco o riso e quant’altro, import export, l’incidenza della diffusione dell’uva corvina sull’albe umanitarie livide di bardolino, l’infestante cabernet1, la quantità di lavoratori migranti e la qualità del loro sfruttamento, i morti al lavoro, il terziario diffuso e le speculazioni edilizie, le cantine sociali e i lavori stagionali, le banche le assicurazioni, i call center i mercati di paese, si rivolga alla sua succursale. La statale 11 Padana Superiore e i controlli stradali, il tratto Brescia-Verona conosciuto in tutta Italia per il mercato della prostituzione2; e sulla S11 La Grande Mela Shopping Land dove si può avere tutto a quasi tutte le ore.. Ci si imbatte in costellazioni di consumi (culturali e non) che, scelte o imposte, differenziano sia gli stili di vita sia più nello specifico l’accesso alle informazioni: cablaggi e wireless, zone in cui l’adsl arriva (con diverse velocità, dai 2 mega ai rari 20) e sacche di sottosviluppo comunicativo costrette ancora a 56k, cellulari che prendono ancora in Slovenia e che non prendono perché non c’è campo in mezzo ai campi, i decoder e le parabole. I libri, i giornali locali, i vestiti le trattorie e i McDrive, la generica “offerta culturale” e i festival patrocinati dall’assessorato all’identità veneta, l’accesso allo spazio pubblico, sempre meno panchine, dove non ci si può sdraiare, sempre meno cabine del telefono, il gelato si può mangiare per strada, il kebab no. Squadrismo e ronde antistupro in centro storico. Controlli, divieti, sorveglianza, ognuno ha quello che si merita, ognuno ha un confine che lo attraversa, che gli lascia tracce sul corpo. Ora ci sentiamo più vicini e segniamo in casa, anche senza aratri, zone d’influenza, spazi sacri e luoghi comuni. E di divisione in divisione io mi ritrovo ad essere mio fratello perché io è un altro, poiché io sono una frontiera. 1  Un amico enologo spagnolo chiosa: “l’ABC del vino, anything, but cabernet! 2  Negli ultimi giorni del 2008 i comandi dei carabinieri di Verona e Peschiera del Garda hanno dichiarato che finalmente, dopo anni di lavoro e controlli, la prostituzione su tale arteria, che nel frattempo ha formalmente cambiato nome trasformandosi in Strada Regionale, è stata “debellata”. Tuttavia, mentre il sindaco di Verona inaugura la seconda fase della sua crociata contro il malcostume occupandosi delle prostitute che “lavorano in casa”, la SR11 si sta lentamente ripopolando e le lucciole, che credevamo scomparse nelle nostre campagne, riappaiono e riconquistano spazio.

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fabbricando case Intervallo musicale di Stefania Piras

Canzone di Rino Gaetano che esce nel suo quarto album Nuntereggae più del 1978. La seconda voce nel brano è di Francesco De Gregori, per una canzone che parla di speculazione edilizia e ne ritrae il versante bulimico tipicamente italiano. Fabbricando case dà un’ idea di cantiere sempre aperto, sempre al lavoro, sempre attivo per gestire una serie di operazioni redditizie ma non sul piano della qualità della vita. «Fabbricando case ospedali casermoni e monasteri, […] fabbricando scuole sub-appalti e corruzione bustarelle da un milione / fabbricando case popolari biservizi secondo il piano regolatore / fabbricando case ci si sente vuoti dentro il cuore».

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Ci sono distinzioni da fare? Amici e nemici? Quando sul Po con le alluvioni si attraversava il fiume e si gettava dell’esplosivo di là, per far crollare l’argine verso il Polesine, per salvare il proprio paese, le vacche, la casa. Oppure gli anni di piombo, l’Itala spezzata in due, in perpetua guerra civile? Stavamo tutti solo nascendo noi in quegli anni, ma nelle pance delle nostre madri l’abbiamo sentita la paura, la tensione, la speranza. Ora è una memoria emotiva, perché di razionale è rimasto poco. Tracce che si perdono nella neve dell’Appennino, che prendono direzioni diverse, nel tempo e nello spazio. Non c’è niente da seguire, rimangono domande da fare. A Bologna l’orologio è fermo.

tupamaros all’italiana di Gilberto Mastromatteo : mastreo@libero.it

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Le Brigate Rosse funzionano perfettamente: ma (e il ma ci vuole) sono italiane. Sono una cosa nostra, quali che siano gli addentellati che possono avere con sette rivoluzionarie o servizi segreti di altri Paesi1

Quando si parla di Brigate Rosse, in Italia, si finisce, inevitabilmente, per scivolare nella polemica politica. Gli “anni di piombo”, come li fissò la regista tedesca Margaretha Von Trotta, in Italia non sono mai terminati. Riemergono periodicamente, ogni qual volta se ne presenti l’occasione, con tutto il loro polveroso fardello di diatribe e di veleni, di complotti e di terrore. Che si tratti dell’uscita nelle sale di un nuovo film sulla stella a cinque punte, oppure dell’ennesima rivelazione inedita e scottante sul caso Moro, o ancora delle vicende giudiziarie e post-giudiziarie di qualche ex brigatista e dell’inesauribile progenie che si fregia (e viene fregiata) del brand Brigate Rosse. Persino la stampa, quando deve affrontare questi temi, torna a parlare in una lingua diversa, un idioma dolorosamente misterioso, come venisse da un altro tempo, fatto di covi e di gambizzati, di risoluzioni strategiche e di solidarietà nazionale. Ebbene, il segreto di questa sorta di immortalità delle Brigate Rosse, almeno per quanto attiene all’immaginario collettivo e al dibattito politico, risiede nella loro natura nostrana. Nel loro essere quasi perfettamente tatuate su un cruciale periodo storico del Paese. Nel cocktail iniziale erano rappresentati tutti gli ingredienti relativi alle tensioni sociali che contraddistinsero la fine degli anni ’60 in Italia. C’era la protesta studentesca, incarnata da Renato Curcio e “Mara” Cagol, che nel 1967, a Trento, avevano preso parte al movimento di Università Negativa, uno dei prodromi del ’68. C’erano l’“autunno caldo” e le rivendicazioni sindacali degli operai, uniti nei Gruppi di studio e nei Comitati unitari di base delle grandi fabbriche milanesi, dei quali sarà espressione Mario Moretti. C’era il collante storico-politico costituito dagli ideali della Resistenza e della “rivoluzione tradita”, di cui si fece portavoce il Collettivo politico operai-studenti, fondato da alcuni dissidenti emiliani del Partito Comunista Italiano, come Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. Contestatori sessantottini e sindacalisti di fabbrica, uniti a coloro che erano stati svezzati ad attendere il Sol dell’avvenire. È chiaro che, nell’impasto ideologico, non potevano mancare i riferimenti esotici al mito di Che Guevara, o alla guerra del popolo vietnamita contro gli americani, o ancora alla rivoluzione culturale cinese. Tuttavia 1  Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi, Milano, 1994, p.136.

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la triplice radice delle proto-Br parlava italiano. Semmai, il vero contributo esterno fu quello pragmatico, relativo alle modalità operative. Qui i brigatisti dovettero plasmarsi su un modello più agile rispetto alla pur cara, ma obsoleta, lotta armata dei partigiani negli anni ’40. L’alternativa la scovarono in Sudamerica, più precisamente a Montevideo, in Uruguay, dove proprio in quegli anni operavano i Tupamaros, i guerriglieri metropolitani del Movimento di liberazione nazionale. Da essi, oltre che dal Piccolo manuale della guerriglia urbana2 scritto dal guerrigliero brasiliano Carlos Marighella, mutuarono il ricorso al sequestro come forma di “propaganda armata”, la prassi del “processo proletario” e la suddivisione in “colonne”: «Quel termine – spiega Franceschini – con cui indicavamo i gruppi di compagni che agivano nelle singole città, era mutuato dalla loro terminologia. Brigate Rosse viene invece dalle Brigate Garibaldi della lotta partigiana»3. Ma tale riferimento operativo, nell’Europa degli anni ’70, non era proprio alle sole Br. Quasi in ogni nazione operava un gruppo eversivo di estrema sinistra modellato su analoghe tecniche di guerriglia. In Spagna c’erano i Grupos de Resistencia Antifascista Primero de Octubre (Grapo). In Francia, diversi attentati furono messi in atto da Action Directe. Nella Repubblica Federale Tedesca, poi, operava la Rote Armee Fraktion (Raf), meglio conosciuta come banda Baader-Meinhof, dal nome dei due fondatori Andreas Baader e Ulrike Meinhof. Eppure non mancò chi, come Sciascia, volle vedere un richiamo alla malavita di casa nostra, in alcune tecniche criminali delle Br. Come la “gambizzazione”: «L’azzoppamento – dirà – che è la trasposizione dello sgarrettamento del bestiame praticato dalla mafia rurale»4. Nel corso degli anni ’70 saranno soprattutto le capacità militari, espresse dai commando brigatisti, a far nascere il mito della contaminazione esterna. Dei tiratori scelti messi a disposizione dai Soviet o dai servizi segreti dei Paesi dell’est europeo. «Si pensa naturalmente a killer stranieri – scriverà Giorgio Bocca – il pessimismo italiano nei riguardi della nazione è tale che qualsiasi comportamento di eccellenza viene subito automaticamente attribuito a stranieri»5. Allo stesso modo, con il rapimento di Aldo Moro e la conseguente strage di via Fani, si parlerà di “geometrica potenza”. E nell’efficienza militare affonderanno le radici del complotto internazionale, del “grande vecchio”, la teoria dell’etero-direzione, invece 2  Carlos Marighella, Piccolo manuale della guerriglia urbana, stampato in proprio, 1969. 3  Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri, Roma, 1995, p. 104. 4  Leonardo Sciascia, L’affaire cit., p. 136. 5  Giorgio Bocca, Il terrorismo italiano 1970-78, Rizzoli, Milano, 1978, p. 103.

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che della manovra. Tuttavia, se la narrativa complottista trova un mercato editoriale florido, lo stesso non accade per quei contributi che, a quarant’anni di distanza, tentano di spiegare le Br per quello che furono: una storia italiana6. Un fenomeno che, seppur modellato su esempi di guerriglia sudamericani, fu totalmente intriso del milieu storico-politico nazionale, producendo effetti non solo negli anni in cui esistette ma divenendo poi una sorta di marchio, capace di rievocare gli assunti di un’epoca e di farsi argomento sempreverde per il gioco delle parti politico che in Italia si perpetua. 6  Il riferimento è al libro, ristampato da Baldini & Castoldi, a cura di Carla Mosca e Rossana Rossanda, Mario Moretti. B.R. una storia italiana, Anabasi, Milano, 1994.

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Alla stazione di Bologna si aggira la piĂš varia umanitĂ : viaggiatori pieni di borse, borseggiatori vogliosi di viaggi, studenti vaganti, vagabondi studiosi, donne, uomini, donne-uomo, uomini-donna, Italiani, stranieri. E ci spingiamo fino alla mansarda di un nostro compagno di viaggio, che di viaggi e viaggiatori se ne intende.

lo sa che questo è vergognoso e patetico di Massimiliano Chiamenti

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lo sa che questo è vergognoso e patetico oltreché immorale illegale e trito ma al vuoto di quella stanza di mansarda preferisce l’abbraccio mercenario di qualcuno che desidera ora qualcun altro e altro cerca preferisce la finzione al vuoto al nulla la menzogna parlata al silenzio sa che le parole gli escono tutte false e falsa è quella lingua come il cuore che avido e crudele ora la muove ma preferisce questa umiliazione al suo non suo letto porto di mare di altri preferisce questo sciacallaggio questa violenta e gretta spoliazione al silenzio freddo dolorante delle ossa al ronzio costante del frigo il cui vibrato accompagna il muto fotogramma bianco di soffitto preferisce i droghiferi i puttani i vagabostudenti gli schedati i recidivi e ovviamente gli extracom ai quieti perbenisti borghesini della middle class riflessivanati con la camicia suoi amici di una volta che quando le 7 pm suonano corrono a casa dalle loro famigliole insulse e lo lasciano solo proprio quando tramonta il sole ed ecco che allora saltano fuori i suoi torturatori la schiuma sociale i soli che abbiano stomaco di fargli ancora compagnia fino a che la notte muore e accanto all’alba trova il corpo bello di un ragazzo cattivello che a differenza dei bravi acqua e sapone non è fuggito via e si accontenta di un monolocale monoletto riscaldato e del regalo per natale di una bilancina precisina da 53 euro pile comprese con cui dosare quei veleni con cui si accorcia il dolore della vita 124


Stropicciati dalla bohème notturna, ci trasciniamo, dopo un paio di caffé, sino ai banchi di via Zamboni 38, ad ascoltare le parole di un moderno retore: uno studioso apparentemente impassibile, ma in realtà scosso da una profonda carica civile e capace di scuoterci con l’esattezza cronometrica delle sue riflessioni letterarie.

l’invenzione dell’Italia: dalle impronte letterarie alle impronte digitali di Andrea Battistini

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La singolarità della condizione italiana rispetto agli altri stati europei sembra risiedere nei modi in cui si è costituita la sua identità e unità nazionale. In Francia è stato determinante il vettore centripeto soprattutto geo-politico, rappresentato da Parigi; in Inghilterra la nazione si salda intorno al centro istituzionale della monarchia; in Spagna è stata la classe militare a coagulare le forze della nazione, sull’abbrivo della Riconquista delle terre iberiche strappate ai musulmani; in Germania, che pure è giunta all’unificazione politica nella stessa tarda stagione in cui vi è approdata l’Italia, il tessuto connettivo è costituito piuttosto da un motivo religioso che trova le sue lontane premesse nella traduzione in lingua tedesca della Bibbia promossa da Lutero. In Italia invece l’idea di nazione si è costituita intorno a una dimensione letteraria e in senso lato culturale, oltre che linguistica. È stata la letteratura, espressa dagli autori più significativi, a creare un vettore centripeto e identitario, intorno a cui si raccoglie l’idea di nazione, come del resto si era già reso conto Carducci, sostenendo che Metternich nel definire l’Italia un’«espressione geografica», non aveva capito che in realtà era «un’espressione letteraria, una tradizione poetica». La politica insomma ha lasciato alla letteratura il compito di “inventarsi” un’identità nazionale, la quale, essendo fatta di parole (o di carta), è stata in origine più mitica e simbolica che reale. Poiché l’obiettivo era la costruzione di una nazione compatta e unita, con cui compensare e risarcire una situazione disgregata e particolaristica, rimasta tale anche dopo l’unificazione politica del 1861, ci si mise a ricercare il simile e il regolare in un mare d’irregolarità e di eccezioni. La realtà culturale, infatti, spesso rimossa dai sogni e dalle utopie unitarie, ha convertito fin dalle origini il movimento centripeto della storia di Roma nel policentrismo prodottosi dall’invasione dei Longobardi. E da allora l’Italia è stata il terreno di convivenza delle culture più diverse: bizantina, longobarda, normanna, araba, sveva, angioina, aragonese, e poi francese, spagnola, austro-tedesca. Dietro le sintesi compatte fiorite in età risorgimentale, hanno sempre pullulato molteplici varietà regionali, diverse non solo per le specifiche peculiarità linguistiche, ma anche per cultura, modelli di vita, caratteri. Ecco allora che De Sanctis, negli stessi anni della citata dichiarazione di Carducci, disegnò una storia della letteratura italiana scandita secondo il movimento della dialettica hegeliana, con una “tesi” rappresentata dalla grandezza della civiltà comunale, un’“antitesi” individuata nella decadenza morale e spirituale di Rinascimento e Barocco e una “sintesi” 126


costituita dal Risorgimento, a cui l’Italia sarebbe approdata sullo sviluppo della linea ideale che congiunge Savonarola a Machiavelli e prosegue con Bruno, Campanella, Galileo, Giannone, Vico. Il risultato fu, per un verso, l’inclusione nel canone letterario nazionale delle voci della politica, dell’etica, della scienza e della filosofia, a detrimento, per un altro verso, di quei letterati ritenuti espressione della grave decadenza italiana culminante con il Barocco, indegno quindi di essere insegnato positivamente nelle scuole. A ben guardare, l’insistenza con cui in Italia si sono continuamente riproposte delle costruzioni idealizzanti in senso unitario, dalla ricerca dantesca del volgare illustre aulico cardinale e curiale fino alla Storia hegeliana di De Sanctis, passando attraverso il capitolo finale del Principe di Machiavelli, la soluzione arcaizzante di Bembo e la proposta confederale d’Arcadia, è direttamente proporzionale alla consapevolezza di una situazione poco coesa, cui si è reagito con la creazione di un mito. Si tratta oggi di prendere atto di uno status quo effettivo o, come direbbe Machiavelli, “effettuale”, restituendo la questione identitaria alla politica e provvedendo a cancellare in campo letterario i residuati di vecchie battaglie, i fossili che devono oggi fare posto a intere culture viventi che per inerzia o distrazione ci sono ancora estranee. Pare incredibile, ma ancora nel 1987 le indicazioni del Ministero italiano della Pubblica Istruzione raccomandavano la «conoscenza diretta» di Carducci «per il carattere educativo della sua patriottica ed umana poesia». Invano Gadda si è proposto di smascherare l’ideologia e la retorica uggiosa di quella che ha definito la «stirpe de’ profeti elioballistici», dopo che già Piero Gobetti, pur senza l’effervescenza lessicale gaddiana, aveva denunciato l’esistenza di un «Risorgimento senza eroi». Se la letteratura è servita, nel corso dell’Ottocento, a mitizzare un’identità italiana utile al conseguimento dell’unità e dell’indipendenza, adesso, mutate radicalmente le condizioni storiche, deve cercare un’identità nelle differenze, essendo la letteratura italiana un’istituzione che è sempre vissuta nei trivi, nei crocicchi, in quei carrefours che in fondo, come aveva sostenuto Valéry, costituiscono l’essenza della letteratura, i cui testi sono sempre fondati su una trama di rapporti, essendo il suo statuto un luogo della polisemia. Ne deriva che la letteratura non va studiata solo per ragioni professionali, in vista di una conoscenza dei suoi canoni da conseguire attraverso mere competenze tecniche, per altro indispensabili, ancorché insufficienti, ma anche e soprattutto per il suo valore formativo e democratico, per l’abito critico al quale essa educa con la complessità multidirezio127


nale del suo codice. Poiché il suo messaggio non è mai univoco e unilaterale, ma consente una gamma di interpretazioni tanto più divaricata quanto più alto è il suo livello letterario, se ne deve trarre una lezione di profonda tolleranza, entro una logica che induce a integrare piuttosto che a escludere. La riprova è che, mentre l’attuale governo italiano adotta misure xenofobe, purtroppo largamente condivise a causa dell’allarmismo indotto dai mass media, la letteratura ha cominciato un’opera di integrazione nei confronti dei migranti. Basta ricordare il caso di Eks&Tra Editore, una casa editrice che, fondata dall’omonima associazione interculturale sorta nel 1995, pubblica volumi di critica e di narrativa ai quali collaborano critici italiani e scrittori appartenenti alle culture più emarginate: albanesi, magrebini, senegalesi, siriani, solo per citare alcune provenienze. E a questa attività editoriale si affiancano forum periodici sulla letteratura della migrazione e concorsi di letteratura per migranti. Il tutto, senza nemmeno pretendere le impronte digitali dei partecipanti, sostituite dalle diverse impronte letterarie messe a confronto. In un mondo che è diventato un villaggio globale, pare anacronistico arroccarsi entro una dimensione nazionale. Il futuro, anzi il presente, è quello immaginato da Italo Calvino nelle Città invisibili, molto familiare anche al gruppo che fa capo all’associazione Eks&Tra, che lo ha assunto a proprio ideale. Si narra di mercanti di sette nazioni che «convengono a ogni solstizio ed equinozio» in un luogo non solo per fare affari, ma anche «perché la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti», raccontano le loro storie, sapendo che anche gli altri racconteranno le proprie. Anche in loro, pur di provenienza diversa, c’è un’identità e un intento comune, quello dell’affabulazione, che è poi la vocazione primaria della letteratura. Si tratta solo di adottare un canone che vinca le antiche tentazioni assolutizzanti e accetti la sfida di una continua ridefinizione dei suoi territori. Come nella città di Calvino, anche in letteratura ci si deve scambiare la memoria, e non soltanto a ogni solstizio e a ogni equinozio. Nell’altrove il lettore italiano può riconoscere «il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto».

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Curiosi di sapere chi siano e cosa vogliano questi extra-ordinari, extra-terrestri animatori dell’associazione Eks&Tra, mandiamo due nuove argonaute nella loro sede a San Giovanni in Persiceto, patria di quel gran rovesciatore che fu il fabbro cantastorie Giulio Cesare Croce.

i nuovi italofoni di Sara Andreoli : sara_81@virgilio.it & Valentina Recchia : valentinarecchia84@libero.it

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In un’Italia che vive un periodo di grandi cambiamenti sociali, di incontri e scontri culturali, vogliamo interrogarci sulla letteratura seguendo la suggestione che la storia ci insegna: i periodi di grandi spostamenti di uomini sono sempre stati l’inizio di interessanti contaminazioni letterarie. Cosa sta accadendo, dunque, alla lingua italiana oggi? A questo proposito abbiamo intervistato Roberta Sangiorgi di Eks&Tra, l’associazione, con sede a San Giovanni in Persiceto (Bo), che da anni si occupa di letteratura di italofoni, ovvero scrittori migranti che, dopo alcuni anni passati nel nostro paese, hanno scelto di scrivere in italiano. Lo stesso nome Eks&Tra rivela la missione del gruppo, poiché indica la provenienza da altri paesi (Eks=ex) e l’arrivo Tra noi. «La & è una congiunzione che assomma in sé le difficoltà e insieme la grande ricchezza dell’incontro», ci dice Roberta Sangiorgi. Come nasce Eks&Tra? Nel 1995, quando ancora l’associazione Eks&Tra non esisteva, abbiamo indetto il primo concorso letterario per scrittori migranti. Si trattava di una sfida: ciò che ci muoveva era la curiosità per un universo, anzi, per i numerosi universi culturali con cui ci trovavamo a confrontarci. Il bando del concorso prevedeva la possibilità per i partecipanti di presentare testi nella propria lingua madre, affinché nessuno fosse escluso. Per questo la sorpresa è stata grande nel vedere che la maggior parte dei testi pervenuti era in lingua italiana. Per di più le opere erano molte, segno di un interesse che non ci aspettavamo sarebbe stato così alto.Esattamente. Prima è nato il concorso e poi l’idea di qualcosa di più duraturo, che ha preso la forma dell’associazione Eks&Tra. E ora, in qualità di associazione, di cosa vi occupate? Beh, innanzitutto il concorso per scrittori migranti continua, e prevede ogni anno la pubblicazione dell’opera per il primo classificato delle sezioni poesia e prosa e un premio in denaro per la sezione scuole e per le tesi di laurea. Inoltre, dal 2004 l’associazione collabora con il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna per un corso di scrittura interculturale e dal 2005 con il Comune di Mantova (Assessorato Politiche all’Immigrazione, Pari Opportunità e Cultura delle Differenze). Poi, naturalmente, continua l’attività editoriale di pubblicazione sia dei testi vincitori del concorso, sia di quelli estranei ad esso. Come si colloca un’attività editoriale come la vostra in un’Italia che è costantemente teatro di episodi di xenofobia? Che potere 130


può avere, se ce l’ha, la letteratura in tutto ciò? Ciò che posso dire è quello che abbiamo notato in molti. Negli ultimi anni la crisi economica ha portato a grossi tagli per quanto riguarda il finanziamento di progetti come questo. La nostra attività non tocca, in apparenza, qualcosa di chiaramente necessario, perciò i fondi a nostra disposizione si sono molto ridotti. Così si è verificato un processo inversamente proporzionale: tanto più diminuiva il numero delle iniziative come la nostra, tanto più aumentavano i fenomeni di razzismo e xenofobia. Il punto è che parlare aiuta a conoscere l’altro e ad esorcizzare le paure. Se qualcosa resta nascosto, se resta sconosciuto, sono i cosiddetti sentimenti “di pancia” ad avere la meglio. E quando questo avviene, poi, è sempre difficile ragionare lucidamente. La paura porta alla generalizzazione e questa all’aggressività. E in questo contesto vi sentite voce isolata? In realtà non ci sentiamo isolati, nel senso che chiunque si occupi di intercultura sta vivendo, purtroppo, questa grande crisi e lo denuncia. È molto più dura oggi di un tempo. Per fare un esempio, alcuni nostri amici hanno organizzato un concorso di letteratura rom in Abruzzo, ma proprio in questa regione i problemi politici di cui tutti abbiamo sentito parlare hanno fatto sì che anche i fondi destinati a questo progetto venissero meno e tutto è saltato. Se alcuni anni fa c’era una disposizione più positiva da parte delle istituzioni, un’apertura, oserei dire, oggi questo è pressoché assente. Si consideri, poi, che di solito le personalità politiche che rispondono a esigenze come la nostra sono di una sinistra che ora non ha nemmeno rappresentanti in Parlamento. E nonostante questo continuate a proporre nuove attività, penso al corso di scrittura interculturale… Alla base c’è sempre il nostro desiderio di fare da talent scout, non è detto che il corso porti a una pubblicazione, lo consideriamo un’evoluzione del concorso. Dopo dieci anni, alcuni dei primi scrittori che avevano collaborato con noi hanno iniziato a pubblicare con importanti case editrici, il rischio, perciò, era che la letteratura di migranti diventasse una nicchia, per questo sono nati i corsi di scrittura interculturale, che mirano esattamente a far sì che la scrittura degli immigrati e quella degli italiani si mescolino. È una sfida… E cosa ne è uscito? Il corso ha rivelato aspetti molto interessanti della nostra lingua. Tan131


to che il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna, che lo ospita, lo considera punto privilegiato di osservazione della lingua italiana. Dall’inizio, il corso ha dato origine a un notevole travaso di esperienze tra italiani e immigrati; se i primi, da un lato, scrivono senza errori grammaticali, la loro scrittura spesso risulta ampollosa, di tipo ottocentesco. Dall’altro lato, i migranti inevitabilmente fanno errori di grammatica, ma hanno un approccio alla scrittura completamente diverso, molto più sciolto, vivace… Simile al parlato, forse? Sì, infatti. Noi, invece, stabiliamo una netta dicotomia tra scritto e parlato, una dicotomia estranea a molte culture. L’Africa o il Sud America, ad esempio, hanno una tradizione orale fortissima, perciò in un laboratorio di scrittura come il nostro avviene che persone provenienti da quelle zone mettano l’oralità nella scrittura e questo genera pezzi molto vivi, quasi teatrali. Gli Italiani, poi, si vedono allo specchio e ne nasce uno scambio particolarissimo e arricchente. E per quanto riguarda i contenuti? C’è un filo rosso che accomuna la scrittura dei migranti? Beh, dipende. All’inizio gli scrittori erano migranti di prima generazione, cioè appena arrivati in Italia, perciò le tematiche erano quelle della nostalgia, dell’abbandono e dello spaesamento. Poi dal 2000 hanno iniziato a partecipare al concorso scrittori di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia, la cui famiglia, tuttavia, ha le proprie radici in un altro paese. Si tratta di una generazione cerniera, molti di loro si servono di uno stile ironico con cui riescono a mettere in luce i difetti e i pregi sia della cultura di approdo che di quella delle loro famiglie. Quindi secondo lei si sta verificando una contaminazione anche dal punto di vista lessicale? Si è potuto ampiamente osservare come alcune parole importate dal linguaggio dei migranti siano ormai entrate nel dizionario italiano senza essere tradotte, si pensi alla saudade brasiliana: probabilmente si sta verificando quanto è già successo con i termini del linguaggio tecnologico, come quello dei computer. Soprattutto, nella lingua scritta, sarà sempre più frequente il ricorso a metafore che non appartengono alla cultura occidentale. E in questo scenario come si colloca il lettore tipo della vostra 132


casa editrice? Chi legge i vostri libri? Innanzitutto, preciso che la nostra vetrina preferenziale è costituita dalla rete (www.eksetra.net): essendo la nostra una piccola realtà, internet è un ottimo strumento per ovviare i costi di distribuzione ed entrare direttamente in contatto con le librerie. Dunque, guardando i dati degli ordini che ci vengono richiesti per via telematica, posso dire che in linea di massima i nostri testi sono richiesti da librerie specializzate o piuttosto particolari, oltre che da insegnanti e studenti: persone che per i motivi più disparati sono venute in contatto con l’intercultura. La vostra è una politica editoriale piuttosto alternativa, che non si preoccupa, cioè, delle mode o degli incassi… In questo ultimo periodo anche altre case editrici, per altro piuttosto importanti, stanno dimostrando una certa sensibilità verso un tipo di letteratura affine a quella di cui noi ci occupiamo; nella maggior parte dei casi, tuttavia, le loro proposte editoriali sono condizionate da esigenze di mercato: si tratta di prodotti letterari che, in alcuni casi, tendono ad accomodarsi su stereotipi che non favoriscono affatto il dialogo e lo scambio. Noi nutriamo invece un profondo rispetto della cultura d’origine e del pensiero dei nostri scrittori, per cui pubblichiamo anche testi piuttosto scomodi, come quello della scrittrice Tamara Jadrejčič sulla guerra dei Balcani, che affrontano temi forti, che comunque costringono il lettore a riflettere. Quali sono i vostri progetti futuri? Per il momento la nostra priorità è quella di riuscire a resistere, affrontando la realtà difficile in cui ci troviamo. Cercheremo senz’altro di portare avanti il progetto che ruota attorno alla scrittura creativa e al racconto tra italiani e migranti, fondamentale strumento per l’instaurazione del dialogo. Come casa editrice, inoltre, ci stiamo specializzando nella letteratura delle donne migranti, infatti le nostre ultime pubblicazioni portano la loro firma. Credo sia molto importante valorizzare la scrittura femminile sia perché in alcuni casi la cultura di origine di queste autrici tende a non valorizzarle, sia perché esse rappresentano la novità della letteratura dei migranti: infatti, mentre la letteratura italiana è rappresentata per la maggioranza da uomini, in quella dei migranti si osserva una elevatissima percentuale femminile: in molti casi queste donne sono professioniste, plurititolate, ma costrette a lavori molto umili, per cui si può vedere la loro come una scrittura di sopravvivenza. Di resistenza, forse. 133


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A questo punto proviamo l’irresistibile desiderio di ascoltare la viva voce di uno scrittore immigrato, per capire cosa significhi vivere in Italia, anzi vivere la lingua italiana. Andiamo in redazione, negli studi di Radio Città Fujiko, e chiamiamo il nostro inviato al Pigneto.

italiano lingua di lingue dialogo con Amara Lakhous di Fabio Orecchini: fabio.orecchini@argonline.it

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Un aforisma di Cioran dice: «Noi non abitiamo un Paese ma abitiamo una lingua». Condividi questo pensiero? Io ho sperimentato sulla mia pelle l’aforisma di Cioran e posso dire con certezza che il primo approccio con un Paese è la sua lingua; mi trovo spesso a dire: «Sono stato per molti anni cittadino della lingua italiana, non dello stato italiano», questo perché la situazione dell’immigrazione in Italia è veramente drammatica. Io sono italiano da tre mesi, non potete immaginare con quanta fatica si giunga alla conquista della cittadinanza. D’altro canto posso dire che vivere dentro una lingua è una grande opportunità di conoscenza, imparare una lingua è come rinascere, ritornare bambini. Fellini disse una volta: «Ogni lingua vede il mondo in un modo diverso», più lingue possiedi e più occhi avrai a disposizione. Ampliare il proprio orizzonte culturale e linguistico migliora la propria vita, la propria esistenza. Che significato ha questo aforisma nell’Italia contemporanea in cui l’impoverimento linguistico-culturale è assolutamente endemico. Insomma che Italia è quella di oggi? È vero, in Italia assistiamo a un processo di impoverimento culturale e linguistico, ma forse c’è una possibile via d’uscita da questa situazione. In Italia si tende a pensare l’immigrazione come un problema di ordine pubblico e come un interesse prettamente economico; in realtà gli immigrati rappresentano una risorsa culturale e linguistica ancor prima che economica. Come in un vero e proprio laboratorio chimico della lingua assistiamo a una mescolanza di elementi, forme e suoni in grado di ricreare una lingua nuova, un pensiero nuovo. Parliamo della tua “lingua meticcia”, ovvero quella che noi lettori abbiamo ammirato in Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, del tuo spirito gaddiano di ricerca. Se puoi fare qualche esempio concreto del contributo che le “scritture migranti” possono fornire alla nostra lingua. Potrei fare esempi concreti parlando di me stesso, della “mia” lingua meticcia: quello che io uso è un italiano arabizzato (posso inoltre dire che anche il mio arabo oramai è italianizzato), poiché io arrivo, penetro nell’italiano con un bagaglio linguistico importante, ricco di metafore e immagini sconosciute alla lingua italiana; accade quello che gli antropologi chiamano “acculturazione”, fenomeno di rinuncia ad elementi della lingua e cultura d’origine e acquisizione di elementi nuovi. Si può dire che io possieda due specchi della realtà, con l’arabo vedo e conosco l’italiano e viceversa con l’italiano riconosco il mondo arabo. Questa potrebbe essere una reale forma di arricchimento per la lingua italiana a patto che si seguano alcune condizioni: la prima è una presa di coscienza degli scrittori migranti che devono capire l’importanza della loro condizione, pro136


cedere con un vero e proprio lavoro di ricerca e superare una certa forma di “esotismo” che ha caratterizzato le scritture migranti nel passato. Io ho scelto la strada della riconciliazione fra l’arabo e l’italiano, seguo questa poetica, quella di un treno che corre su due binari paralleli e non so dove mi porterà. La seconda condizione riguarda gli editori italiani e di conseguenza il discorso sull’editing e sulla traduzione: occorre sostenere la ricerca linguistica, ci vuole un coraggio che io definirei “dantesco” sia nella scrittura che nella traduzione. Durante il tuo lungo viaggio dall’Algeria del fondamentalismo religioso, della corruzione politica, e del giornalismo imbavagliato alla “nostra Italia”, hai avuto modo di condividere vita, sentimenti ed emozioni con uomini di ogni parte del mondo, mi riferisco ai due anni che tu hai passato in un centro di accoglienza a Roma. Questo avrà avuto un peso enorme nello sviluppo del tuo pensiero sul concetto di identità... Nel primo capitolo del mio romanzo uno dei personaggi si chiede chi sia veramente italiano: chi è nato in Italia? chi ha il passaporto italiano? la carta d’identità? chi parla e scrive in italiano? Il dibattito sull’identità è spesso superficiale, poiché questo concetto viene definito come fosse una ricetta gastronomica –

La conoscenza è dialogo. E capire come ci vedono gli altri può aiutarci a capire meglio noi stessi. Avviamo Skype e ci colleghiamo con il satellite all’altro capo del mondo. L’orologio della redazione segna le 22, a Kyoto l’alba fa cinguettare gli uccellini in giapponese

itaria ni ikimasu! l’italia vista dal Giappone di Daniela Shalom Vagata : shalomdan@hotmail.com

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vogliamo definire un italiano, mettiamo “ingredienti italiani”: nome, luogo di nascita, tratti somatici, tradizioni comuni ecc. Il risultato sarà l’italianità. Invece io credo che l’identità sia un percorso aperto di acquisizione e rinuncia, tutto il progresso umano è fondato su questo rapporto; le mie identità sono come chiavi che aprono porte differenti, le identità sono delle possibilità di osservazione del mondo, angolature e sguardi. L’identità non ha senso di esistere senza la diversità, la presenza dell’altro e il rapporto con l’altro rappresentano in realtà il rapporto con se stessi: è come stare davanti ad uno specchio. Il problema dell’Italia di oggi, in particolar modo mi riferisco ai casi di razzismo degli ultimi mesi, è proprio questo: gli Italiani stanno bene con loro stessi? A mio modo di vedere, no. C’è un disagio profondo, una crisi economico-sociale tremenda, che genera insicurezza, intolleranza, violenza. L’insicurezza è l’unica fonte di consenso nel mondo occidentale. La politica invece di risolvere i problemi cavalca la crisi, monta l’ondata di paura distogliendo l’attenzione dalle cause reali e dalle possibili soluzioni; in questi periodi di crisi il potere tende ad accentuare le differenze, privando i più deboli dei loro diritti – come il diritto ad un welfare state solidale (che in Italia è rappresentato esclusivamente dalla famiglia, e non dallo stato) o il diritto di voto. L’immigrato in Italia è vulnerabile e ricattabile per legge.

Prendiamo uno sprovveduto turista giapponese al Colosseo, con il naso per aria, e il piede in procinto di inciampare sul ciottolo malmesso, o sull’ennesima cacca lasciata dal cagnolino della signora dell’attico. Il turista fa finta di nulla, sorride alla macchinetta, scatta qualche foto, e via di corsa alla Fontana di Trevi, con la caviglia slogata e la scarpa smerdata. Perché è venuto in Italia? Torniamo indietro e seguiamolo in agenzia, quando ha comprato il costoso biglietto aereo, o ancora prima, quando con gli occhi stellanti ai giorni delle ferie ha deciso di andare in Italia. «Natsuyasumiwa nani o shitai desuka??? Pastato pizzaga tabetai desu. Soshite shopping ga scitai desu… Ighirisuto Franzuto Doitstuni ikitai… Itaria!»1 Come si vede l’Italia dal Giappone? Di certo non occorrono il binocolo e la mappa di Google Hearth. Ho chiesto ai miei amici giapponesi cosa pensassero dell’Italia e le risposte 1  «Cosa fare durante le vacanze estive??? Vorrei mangiare la pasta, la pizza… fare shopping vorrei andare in Inghilterra, in Francia, in Germania… in Italia!».

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sono state delle più variegate: dalle scontate «Italia: pasta, pizza e mammà», agli italiani caciaroni e ritardatari (ma bisognerebbe venire in Giappone per capire cos’è il chiasso al ristorante), a quelle che lasciano un punto interrogativo e inducono a domandarsi quali siano le differenze tra i due paesi. L’immagine dello stivale è ancora una macchia sulla cartina, un po’ stereotipata, come d’altronde quella degli Italiani riguardo il Giappone. Però, indagando meglio su questi stereotipi, ci si accorge che l’Italia riflessa nelle iridi dal guscio a mandorla, desiderata nelle lunghe ore d’ufficio, bramata nei 20 metri quadrati di appartamento per single, ha i suoi pregi e difetti. In questa brevissima indagine, l’Italia è il paese dei monumenti e dei musei. L’Italia è bella, sento dire da tutti, con un guizzo nello sguardo. Mayumi san2, dalla grazia di una principessa e con un’aria quasi drammatica, spiega che per visitare l’Italia bisogna essere colti. In Italia i musei sono fatti per chi già conosce l’arte: bisogna studiare prima sui libri per comprendere quello che poi si andrà a visitare. È pur vero che le spiegazioni nei nostri musei scarseggiano, a volte non sono neppure in inglese (lingua che gli abitanti del sol levante padroneggiano come quelli del bel paese), e, quando ci sono, non sono sufficienti a far conoscere un artista… poco didascaliche, insomma. Forse ha ragione la dolce Mayumi. Ma forse, anche, i nostri secoli di storia, i nostri papi troneggianti, il fasto dei palazzi e delle Chiese, il mistero dei Gesù crocifissi, e l’aria fumosa e lugubre delle cappelle intimidiscono chi non è abituato. Risulta, infine, che Michelangelo sia più famoso di Dante… L’Italia è un ossimoro: il «fasto sbrecciato» del palazzo del Gattopardo, film apprezzatissimo dai Giapponesi (adorano i vecchi film italiani, e chissà che non s’immaginino l’Italia in pizzi e crinoline), è il binomio che si accompagna più volentieri al nostro stivale. L’Italia è bella ma sporca; le città sono antiche, stupende dal punto di vista estetico, ma decrepite e mal conservate; la loro bellezza è inscindibile dall’aura di vecchio che le avvolge. Antiche, vecchie, un po’ come ci s’immagina Via del campo nella canzone di De Andrè. «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior… », canticchia alla chitarra “Cosca Matta”, un giovane studente di letteratura italiana. I resti della pasta vomitati in un angolo, i vetri rotti delle bottiglie di vino sul marciapiede, i mozziconi di sigarette semispente sparsi a terra si accordano immancabilmente, e miracolosamente, alla solennità biancorea delle architetture rinascimentali: Campo de’ fiori. Mi giunge voce, a conferma di ciò che andavo pensando da quando vivo qui, che in Giappone la straordinaria abbondanza di sottane, centrini, merletti e ricami, la moltitudine di sedie a dondolo e di paglia, di canestri, di bicchieri di cristallo e di piatti di porcellana, non siano che desiderio per un’epoca mai vissuta, 2  Suffisso gentilizio che si accompagna ai nomi di persona.

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o, anche, una pausa nella corsa inarrestabile del tempo agli inizi del Novecento, quando l’Occidente fece capolino in Oriente. Il luogo che credo possa maggiormente dare un’immagine di cosa sia l’Italia in Giappone, e più in generale l’Occidente, è la panetteria, qui chiamata in francese boulangerie. Il luogo più occidentale del Giappone? può darsi, vero che il pane è un prodotto giunto dall’Europa. Il cestino di paglia dove riporre i panini, le pagnottine, i dolci e le fette di crostata che il cliente sceglierà dai diversi scomparti; Mozart, Bach, vecchie canzoni anni Trenta, francesi e italiane, alla radio; così si presenta la contemporanea boulangerie giapponese. Tutto mescolato, per giunta, in modo che vicino al voulevant si trovi il tramezzino, accanto al pan carré il più prosaico pane toscano, i bagels e il pumpernickel. Un’atmosfera del passato: chi riponeva nel cestino i panini? Forse la nonna. Un tempo passato che per me si traduce in nostalgia, per un Giapponese in desiderio di qualcosa di magico e favoloso, lontano come il Giappone dall’Europa, e come la storia dei nonni un secolo fa. Ricreare l’atmosfera dell’Occidente significa in fondo creare una fiaba, entrare nei racconti incantati dei fratelli Grimm, nella storia di Haidi o di Anna dai Capelli rossi. Lontano nello spazio e nel tempo. Lontano e fiabesco. L’Italia è perciò un’immagine mentale. E dove l’Italia è più desiderata, e si supera la banalità del trittico «cantare, mangiare, amare», sponsor di alcune scuole di lingua, la penisola è ricercata nei dettagli. Tra i particolari, allora, compaiono gli oggetti più inusitati o gli attori che sono stati poco più che comparse in Italia, magari ribolliti in film italo-francesi, italo-inglesi, italo-tedeschi… La verità è che fino a qualche anno fa la cultura italiana era poco conosciuta e mescolata a quella degli altri paesi, come i pani nel forno, e come se l’Europa unita fosse un concetto da sempre noto nell’immaginario giapponese. Ora le cose stanno migliorando, mi racconta uno studente di dottorato esperto nei romanzi di Calvino. Resta, tuttavia, che in Italia, a differenza che nel resto d’Europa, i giapponesi vanno esclusivamente in vacanza, raramente per affari. La solarità degli italiani è un altro tratto che emerge da questa ricognizione. Gi italiani sono estroversi e amichevoli, formano la cosiddetta “comitiva”, concetto inesistente in Giappone dove delle amicizie si è forse più gelosi e si tende meno ad aggregarsi. Probabilmente, è una mia congettura, si risente di secoli di feudalesimo e di rapporti gerarchici dove qualunque tipo di relazione era basato su predeterminate condizioni di status. Va da sé la minore libertà e spontaneità di associazione. Ma qui si divaga e soprattutto si rischia la generalizzazione. Così, per tornare sulla nostra strada, gli italiani sono romantici e passionali, sento dire da una giapponese che ha il ragazzo italiano, mentre un altro, che sfoglia con finta indifferenza il vocabolario d’italiano e parla come un libro di De Amicis, mi spiega che «fare il pappagallo» indica «una donna che cambia molti uomini». L’uomo e la donna italiani sono rinomati latin lover… Isolina, che ha vissuto sette 140


anni in Italia, racconta invece che l’inizio dell’amore per il maschio italiano sono stati una vespa, una giacca di pelle e una sciarpa Burberry. E quale Italiano è famoso in sol levante? Tra tutte risalta la figura di Girolamo Panzetta. Anche il nome è tutto dire. Italiano trapiantato in Giappone, è il prototipo del choy waru oyaji, in altre parole «l’uomo un po’ cattivo» e naturalmente, si aggiunge, «all’italiana». Girolamo Panzetta, piccolino, moretto, con la camicia appena sbottonata, dai gesti allegri e esagerati, è riconosciuto dalla metà della popolazione come modello di uomo sexy e di successo. Ha tante amanti, e tutte si chiamano Nikita, tante macchine di lusso, e tutte sono italiane, veste bene e compare nelle riviste patinate. Girolamo Panzetta lavora in televisione, prevalentemente per programmi di calcio, lingua e cucina. Scrive libri su calcio, lingua e cucina, e, se si dovesse riepilogare in breve la sua attività, esporta la cultura italiana in Giappone… Infine, immancabile, calca il palcoscenico Trenitalia. Trenitalia, che fa parlare

Continuiamo il nostro viaggio per il mondo, restando fermi in redazione, in cerca di prospettive nuove da cui osservare lo stivale. Allora chiudiamo gli occhi, attraversiamo l’Atlantico e arriviamo alla foce del Rio de la Plata per sapere che cosa hanno combinato i “Los Tanos” emigrati a Buenos Aires.

la piccola Italia del Rio de la Plata di Rafael Zammitti : ant.gp@hotmail.it

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di sé come una diva hollywoodiana, sta sulla bocca di tutti, sia perché i treni ritardano, sia perché gli Italiani non sono capaci di usare la biglietteria elettronica. Capita pure – racconto sicuramente veritiero della madre di un’amica di un amico – che un italiano abbia avuto l’ardire di chiedere a un giapponese come comprare il biglietto alla biglietteria automatica... Sfiducia degli Italiani nella tecnologia, o, al contrario, fiducia dei giapponesi nei gangli elettronici del terzo millennio? Ma c’è anche chi dell’Italia non sa nulla. Pensavo che l’Italia fosse conosciuta da tutti, e che «ciao» fosse una lingua franca, un saluto mondiale. Mi sono sbagliata. Quest’estate, in vacanza, sono finita in un villaggio al confine tra la Russia e il Giappone dove «ciao» era un punto interrogativo, la pasta erano i noodles e le lasagne ignote. Pensavo che l’Italia fosse conosciuta da tutti, invece era solo un paese tra i tanti. Dove sono finita, direte voi? me lo sono chiesta anch’io... e per la prima volta, invece di vedere l’altro esotico, mi ci sono sentita io...

Nel 1870 un milione di Italiani attraversano le insidie e le migliaia di kilometri dell’Oceano Atlantico per raggiungere un nuovo orizzonte. La navigazione era durissima e i passeggeri trascorrevano a bordo lunghi mesi per lasciare i migliori anni della loro vita, impacchettarli e farne ricordo per il resto dell’esistenza. Infine, tra rimpianti, speranze e nuovi sogni, approdavano al porto della Buenos Aires ottocentesca: un villaggio di poche decine di migliaia di abitanti che sopravviveva grazie ai prodotti del vergine Rio de la Plata. In poco più di due secoli quel villaggio sarebbe diventato una delle più grandi metropoli del mondo, capitale di una nazione bizzarra, dove l’attaccamento alla bandiera corrisponde a un’insoluta ricerca di identità. Quello che avvenne tra gli anni Settanta dell’Ottocento e l'avvento della grande guerra fu solo il primo fenomeno migratorio della lunga storia italo-argentina, tenuto in vita principalmente da esigenze politico-economiche opposte e celatamente complementari nelle due nazioni: l’Argentina era un immenso territorio pressoché disabitato, con importanti settori economici da sviluppare, uno Stato fantasma senza mezzi né uomini per sfruttare le risorse del territorio e per potersi governare: in una parola, quella del pensatore Juan Bautista Alberdi, «Gobernar es poblar» (Governare è popolare). Intanto l’Italia viveva un periodo di grave crisi economica che portò a una massiccia emigrazione1. A partire da allora il vincolo culturale tra i due paesi diventò inevitabile. Los tanos - gli italiani 1  Altre due ingenti ondate migratorie verso l’Argentina furono quelle che si verificarono durante gli anni del Fascismo e nel secondo dopoguerra in corrispondenza con il boom economico argentino degli anni Cinquanta.

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- cominciano a inserirsi nella vita politica ed economica del fertile stato sudamericano. Singolare è la storia della Boca: il nome fa riferimento allo storico borgo genovese di Boccadasse, un quartiere posto nel sud-est di Buenos Aires in una zona particolarmente soggetta ad allagamenti, essendo il punto in cui il fiume Matanza si getta nel Rio de la Plata. Durante la prima ondata migratoria, circa 14.500 italiani di origine genovese vi si stabilirono, divenendo i costruttori delle imbarcazioni che salpavano dal Rio de la Plata. Vivevano anche di pesca e alloggiavano in particolari costruzioni in lamiera che verniciavano con i residui delle vernici utilizzate per pitturare le barche. Quando un solo barattolo non bastava ne utilizzavano di altri colori dando al quartiere quella bizzarra fisionomia conosciuta oggi in tutto il mondo. La Boca, in quegli anni, era un tipico quartiere popolare: sovrappopolato e fulcro culturale dell’Argentina nascente; qui il tango mosse i primi passi importanti e ancora oggi è inevitabile accostarlo al quartiere. Il vincolo e il senso di appartenenza de La Boca nei confronti della madre Genova lo ritroviamo nelle casacche della società calcistica boquense, fondata nell’aprile del 1905 da cinque emigrati genovesi: il C.A. Boca Jnrs. Los Xeneizes – “genovesi” in dialetto ligure – sarà l’aggettivo che apparirà fino ai giorni nostri sulle maglie giallo-blu del club di calcio più titolato al mondo. Questo è il ritratto di Buenos Aires alla fine del XIX secolo. La capitale di uno stato sorto dalle mani degli emarginati, fuggiti dal proprio paese per miseria o per ingiustizia. In cent’anni quasi tre milioni di italiani hanno fatto rotta per l’Argentina e, oggi, lo Stato sudamericano è per metà di origini italiane. Le conseguenze sociali del più grande fenomeno migratorio degli ultimi cinquecento anni sembrano a prima vista difficili da trovare nella nazione culla del più esasperato nazionalismo, promosso dai governi e dai mass media attraverso il martellante spot: «Argentina: el mejor paìs del mundo». Una ricerca in progress di psicologia sta tentando di ricostruire la genesi del nazionalismo argentino, riscontrando una plausibile causa nel ricordo storico dell’immigrazione e nel fenomeno della doppia appartenenza italo-argentina. Lo sciovinismo argentino sarebbe, dunque, mosso dal meccanismo di difesa freudiano della rimozione, mirando, con l’esaltazione fanatica dell’identità storica e territoriale argentina, a rimuovere in maniera inconsapevole il dramma delle migrazioni. A sostegno della tesi si potrebbe citare la decisione, da parte del governo argentino, di non essere “paese di origine” per le adozioni internazionali, nonostante la nazione argentina sia uno dei paesi dell’America Latina in cui il traffico di minori è più diffuso e nonostante parecchi orfanotrofi argentini versino in situazioni disastrose. Questo è il popolo italo-argentino, ancora impegnato in una ricerca esasperante della propria identità. Una nazione che non necessita di un quartiere italiano perché è essa stessa un’immensa Little Italy che sogna di poter scordare l’Italia.

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italiani in Argentina intervallo musicale di Stefania Piras

In Italiani d’Argentina, dall’album Discanto del 1990, Ivano Fossati mette l’accento sul sentimento di nostalgia dell’emigrante: «guidiamo macchine italiane […] la memoria più vicina/ e nessuna fotografia ci basterà». Lo stesso cantautore parla degli italo-argentini come di “gente di mezzo”: «Quando scrissi, una decina d’anni fa, la canzone Italiani d’Argentina, tutto avrei voluto rappresentare tranne l’abusata cartolina del tango, tranne la nostalgia, la storia dell’emigrante e nemmeno il tentativo di storicizzare in quattro minuti un frammento dell’emigrazione. Mi colpiva invece, allora come oggi, lo scollamento delle generazioni dal proprio tempo, da quella che sarebbe stata la loro cultura. Mi sarebbe piaciuto ottenere un tratto leggero e impressionista circa quella che chiamo seconda generazione, anche se questa definizione non va presa, né io stesso la intendo, nel suo senso più stretto. Mi affascinava la posizione di coloro che mi parevano non ancora approdati dall’altra parte, la “gente di mezzo”, non del tutto ispanica ma da decenni non più italiana, generazioni con davanti a sé i sogni di un paese lontano e diverso a cui predisporsi e con alle spalle il ricordo, la lingua, gli affetti, il lavoro e la tradizione di una terra che per forza materiale deve cedere il passo e il posto. Generazioni a cavallo di un oceano, figli di antichi italiani e padri di perfetti argentini. Ma loro? Loro incapaci spesso di scrivere una lettera in un linguaggio che non fosse la commistione di due, a volte di tre lingue diverse; perché non di rado in quello scrivere compariva, e forse compare tuttora, il dialetto. Ecco quello che continuiamo a invidiare ai nostri italiani d’Argentina, il concetto di “sconfinato” così estraneo a noi qui. Viene legittimo il sospetto che valga la pena rischiare gli esiti della propria esistenza per la bellezza di terre infinite; che valga la pena anche di essere orgogliosi della propria scelta, per aver desiderato un orizzonte che si sperde agli occhi». Le parole di Ivano Fossati sono estrapolate da un’intervista che ha rilasciato al sito ICON: Italian culture in the net, e reperibile all’indirizzo: http://www.italicon.it/index.asp?codpage=dossier_07 Discanto, Epic, 1990.

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«Non so se avete in mente l’affresco che dipinse Simone Martini al palazzo comunale di Siena, quello dove Guidoriccio da Fogliano, col suo cavallo bardato a losanghe nere e gialle, va all’assedio di Montemassi. Ecco, proprio dove nell’affresco sta Guido, ora c’è il villaggio degli operai, un grappolo di casupole e di camerotti sparsi in disordine, secondo le ondulazioni della breve piana interrotta dai cumuli dello sterile , dagli alti tralicci dei pozzi, dagli sterrati ingombri di materiale, travi di armatura, caviglie, panchine, bozze di cemento». (Luciano Bianciardi, La vita agra)

emigrati in casa la mia patria attuale di Massimo Zamboni: www.massimozamboni.it / www.inerme.it

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Grandi le città e grande la bellezza offesa piene per l’età, e vuota lena, ma pretesa Potenza giudicata rimanda ciò che vale talenti mal gradisce Patria Attuale Onesta per metà e per metà per male paese che nel cambio resta uguale Grande novità e grande nella notte attesa Grande cecità più grande la passione accesa Cambierà, sì cambierà già prima del mattino svegliandosi Cambierà, sì cambierà Già prima di domani svegliandosi La mia patria attuale

A ogni colonna sonora soggiacciono pensieri, più di quanto non si creda. Ogni volto, ogni storia, ogni locazione filmata suscita pensieri, seppure indeterminati. Nebulosi. Da lì, da loro, scattano le note, le armonie, le ritmiche e tutto il resto, che soltanto sono accessori praticati dalle mani. Ma prima dell’espressione e del commento musicale è il senso a imporsi... che senso, quale, dare agli accordi e ai suoni. Ci sono decisioni già prese in zone remote prima dell’imbracciare una chitarra. La Mia Patria attuale è una canzone, non una poesia, e come tale andrebbe ascoltata più che letta. Meglio sarebbe cantarla camminando lungo una strada, così che il nostro atto possa iscriversi in una iconografia già ben affermata che parte da lontano, dai canti dei lavoratori, dalle piste polverose di Woody Guthrie, dalla linea rossa della canzone politica degli anni ʼ60 e ʼ70 del secolo scorso. Ho scritto la canzone La Mia Patria Attuale come title track per la colonna sonora del film Il mio paese, di Daniele Vicari. Un’opera che ha riscosso una buona fortuna, con proiezioni capillari nei luoghi più impensati della penisola, dai più sperduti circoli Arci al Festival del Cinema di Venezia. E un riconoscimento prestigioso: un David di Donatello come miglior documentario 2007. La narrazione segue, a distanza di quasi cinquanta anni, un analogo viaggio compiuto dal regista Ioris Ivens lungo la spina dorsale del paese, un viaggio commissionato dall’Eni di Enrico Mattei, a indagare un’Italia ancora minore, ma con forti prospettive e speranze, entusiasmata dai grandi impianti petrolchimici in arrivo, dai porti industriali, dalle fabbriche che sarebbero andate a sopravanzare una intollerabilmente arretrata agricoltura. Fanno da contraltare a quelle immagini le navi degli emigranti. Affollate di persone, uomini donne bambini anziani che le immagini mostrano carichi di tristezza e commozioni. Ognuno di noi ha avuto qualche parente imbarcato là sopra… Ma quel paese è vitale, carico di promesse per ciascuno. Il film 146


di Daniele mostra, con passione e lucidità, mai con rassegnazione, quanto è rimasto oggi di quei sogni, di quelle promesse scintillanti. È un viaggio amaro in un paese che conosciamo poco. Entra malvolentieri nelle nostre case, nella nostre teste, nelle televisioni, nei giornali. Poco nella pubblica opinione, affaccendata altrove. Quando Vicari accenna a un documentario che si farà e sarà un viaggio per l’Italia, che è un paese lungo e ristretto, e si viaggerà secondo il punto di vista del lavoro lungo la pista tracciata da Ioris Ivens tanti decenni (secoli!) prima, quando ancora non c’erano petrolio o gas o c’erano appena, e il mondo uscito dalle guerre era definito o in bianco o in nero, la ricerca del senso con cui musicare tutta quella terra e quelle facce sarebbe diventato il vero nodo etico da sciogliere. Musica “moderna”, come questa nazione si vorrebbe? Il solito canto di una terra che si pretende colta e antica, aliena da veleni e pesticidi? La denuncia dei mali appariscenti, confessare uno sgomento generale e personale? Brava Gente certo lo siamo, e Bel Paese pure. Ma questo suona sempre più spesso come una condanna, tanto deformati sono gli specchi in cui amiamo essere riflessi. Il senso diventa dunque il suono scarno, ripetuto, pieno di malesseri e di rumori. Carico di etnie lontanissime e indifendibili. Il senso è un aggettivo possessivo, “mia”. La Mia Patria Attuale. Quanto ci si debba vergognare a pronunciare la parola “Patria”, che appena lo fai qualcuno comincia a far circolare slogan e armi. Questo non scordiamolo mai, e a una Koinè armata e ottusa, a una Heimat isterica, ai richiami del Sangue e del Destino conviene preferire la dispersione e l’annullamento. E il nostro paese… Già. Che cosa è? Cosa ritiene di essere? Vi siete accorti che non si può più sorridere, nel nostro paese, facendo le foto per rinnovare la carta d’identità? «Disposizioni della Questura», vi dirà il fotografo, così che se vi procurerete come ho voluto fare io la «scheda riepilogativa delle caratteristiche tecnico-qualitative della fotografie da allegare alle domande di passaporto da parte dei connazionali», imparerete tra l’altro che dovrete guardare dritto nella fotocamera «con una espressione neutra e la bocca chiusa». Dunque entro una manciata di anni avremo in Italia cinquantacinquemilioni circa di carte di identità con altrettante facce di immusoniti Figli della Lupa; tutti neutri e basiti, a bocca ben tappata, secondo l’ordinanza attualmente in vigore. Alla faccia dello stereotipo latino, che ci vede sguaiati e di cuore caldo e allegro e buono – ragioni per cui ci hanno sostanzialmente ammesso all’Europa – e unica possibilità, tra l’altro, che abbiamo di vincere un qualche premio Oscar ogni tanto. Alla faccia anche delle predicazioni cardinalizie dei decenni precedenti, che ci vedevano popolo “sazio e disperato”... Che cosa siamo ora? Cosa saremo? Neutri e basiti, tutti e cinquantacinquemilioni, più gli eventuali rotti, e i clandestini esclusi. Pasolini rimarcava la scomparsa delle lucciole… Noi reclamiamo per l’estinzione della poca luce naturale rima147


sta: il sorriso. “Il mio paese”. È già una enunciazione di principio, questo ulteriore aggettivo possessivo. Un’arma, in questo paese da cui i nostri nemici ci vorrebbero allontanare. Non ce la faranno, non ci terranno lontani a lungo, ché questa penisola lunga e sgraziata, neutra e basita, è il paese mio. Mio. Mio non solo attorno a casa, non nella confortevole e schizzata Emilia, o nella Roma di Vicari, ma nelle ingovernabili città, nelle memorie auguste di un altrove da vacanza, nel territorio magnifico e tumefatto. Mio, questo paese che pure non ha bisogno in alcun modo di me, di nessuno di noi. Mio, questo paese sporco, lurido, dove gli schiavi plaudono ai padroni e pagano per vedere al circo i malviventi condonati. Rubo una citazione dal grande Ivo Andric, che definisce Satana – identificatelo come meglio credete – come «un essere intelligente e attivo, laborioso, resistente, soddisfatto di sé, abile con gli altri – un uomo pratico»… non vi sembra di averlo conosciuto, di vederlo sempre e ovunque? Patria di segreti, di rimozioni, con gli armadi zeppi di vergogne, questo mio paese dove non leggere i giornali, spegnere le televisioni, gettare le radio si impone come atto di resistenza, ed è la sconfitta peggiore. Battuti da quello che non si può più vedere o sentire o sopportare. Sempre più facile sentirsi esclusi, sempre più forte il richiamo delle sirene da fuori, che sia Europa o Asia o mondo. Sempre meno possibile vederlo diventare normale, questo paese, un luogo come gli altri dove si possa vivere e morire, lavorare, studiare, ammazzarsi perfino e lottare e stramaledire; ma non neutri e basiti, secondo un mandato ministeriale. Nessuna Patria può tollerare di essere chiamata attuale, poiché questo attributo la renderebbe passeggera e sottoposta a verifiche continue. Una offesa, per quell’organismo che si pretenderebbe Perenne, Eterno, difeso ad oltranza. Mi dispiace: ma questa Patria è sotto osservazione; né si deve crogiolare sapendo che alla sua cecità alla fine corrisponde sempre e comunque la nostra “passione accesa”. A schiena diritta, questa la nostra condizione attuale: “emigrati in casa”. Ma poi – toh! – fuori dalle televisioni e dai giornali, a parte dalle notizie, eccola la vita, le persone che la vogliono vivere, belle, brutte, eroiche o battute, limpide o sporche. Eccolo, il senso; sono loro il mio paese. Quanto io possiedo loro, e loro me. Il documentario termina su una Italia che ci prova comunque, o, più esattamente, su degli Italiani che ci provano comunque. Che ci vogliono provare. Senza Santi, Navigatori sponsorizzati, o Alti Ingegni ridicoli della retorica nazionale. Sono uomini e donne, ed è il loro lavoro. Ovvero il loro modo alto di stare con – e tra – gli altri uomini e donne. Una parola ancora sulla canzone. Al telefono Nada mi ha detto «Certo che è triste forte», parlando della canzone che avrebbe interpretato. Certo che lo è. Ma guai a compiacersene. Lei poi la canta come vorrei cantarla io, scaravoltando quella tristezza con la sua forza e la passione accesa. I suoi toni bassi e, dopo, la voce in piena possiedono un coraggio che non ha nulla di retorico, e che basta da sé a farci sentire spina vertebrale del paese. 148


La lingua è schiacciata sotto il tramonto. Dalle sue papille silenziosi fiottano cortili, casolari, ombrelloni e ristoranti sulla spiaggia, alberi di mele e stazioni. Ci inoltriamo in un paese di villeggiatura, le stradine contano radi passanti. Arriverà l’estate a spaccare la crosta della terra, ma ora la gente attende seduta sui cigli delle strade. Un prete ci convince a confessarci. Sostiene di avere un leone in giardino.

dialetto santarcangiolese di Annalisa Teodorani : a-lisa1978@libero.it

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Paroli A campémm sparagnénd. I dói che al tartaréughi a l chèmpa una màsa perché li n zcòrr. Paróli nóvi, paróli antóighi ch’ a gli à fat la rózzna Ma la grèda di cunsinèri. Parole | Viviamo risparmiando. / Dicono che le tartarughe / vivono molto perché non parlano. / Parole nuove, parole antiche / che hanno fatto la ruggine / alla grata dei confessionali.

Al zéi Te schéur dla vóita sla curòuna tal mèni a gli à fat la vègia m’un dispiasòir a la vólta. A l cnòs la ràdga d’ògni fiòur. Al zéi a gli à la scórza di arcipréss e quant a l piénz résna e mél. Le zie | Nel buio della vita / col rosario tra le mani / hanno vegliato / un dolore per volta. / Conoscono la radice di ogni fiore. / Le zie hanno la scorza dei cipressi / e quando piangono / resina e miele.

La sudisfaziòun Ta m dé la sudisfaziòun d’una puràza svóita. La soddisfazione | Mi dai la soddisfazione / di una vongola vuota.

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«Oh, c’hai ‘na sigaretta? C’hai ‘na sigaretta?» La sua faccia è una membrana rugosa, quando parla il labbro inferiore quasi gli sfiora il naso. Nei peli ruvidi di barbone fluttuano gusci di conchiglia e altre pietre marine. Umberto è il custode della città. La notte si stende sotto gli archi e veglia su ogni pietra. Di giorno avvolto nel cappotto stracciato cammina lungo le via del mercato e è il più divino dei re. Tutti sanno di essere suoi sudditi.

neodialetto anconitano di Fabio Maria Serpilli : posta@ fabioserpilli.it

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Maestà e desolaziò Maestà e desolazió me casca l’antighità sopro la testa pietrangulari strisce sghembità

da le crepe più saltane i diampani curnachie cra picioni glu rin ron de rondini in zu

Case a ganbe pr’aria a ghiomi viguli frasi in cornició stacate ai seculi

lengua che antiga per senpre mùtola toh pasa na nùvula su la memoria rimasa su pogo de storia

maestà mileni ve cunzuma l’aria i strisi de gru ntei timpani

Maestà e desolazione | Maestà e desolazione / mi casca l’antichità / in testa / frammenti a forma di pietra / e a sghembo / Case a gambe in aria / vicoli aggomitolati / le scritte nei cornicioni logorate dal tempo / maestà millenarie, / vi consuma l’aria / le strida delle gru nelle orecchie/ dalle tante crepe / saltano fuori i diavoletti/ con il “cra” delle cornacchie / dei piccioni il gluglù / il verso delle rondini/ in su / è una lingua antica / ormai muta / toh, passa una nuvola / nel cielo della memoria / sopravvissuta è / un po’ di storia

Pudessi sapéme accuntentà Pudessi sapéme acuntentà come ai picioni del muro je basta un bugo

soto i beréti cus’è che penza cun quei uchieti solo pazienza

Pudessi sapé i vechieti nte le banchine de Piaza Roma

Tutu aridice che nun se sa

Potessi sapermi accontentare | Potessi sapermi accontentare / come i piccioni nel muro / ai quali basta un buco / Potessi sapere i vecchietti / nelle panchine / di Piazza Roma / sotto i berretti / cosa pensano / con quegli occhietti / di sola pazienza / È tutto manifesto/ ciò che non si può sapere 152


«Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar, a conquistare la rossa primavera, dove sorge il sol dell’avvenir. Ogni contrada è patria del ribelle, ogni donna a lui dona un sospir, nella notte lo guidano le stelle, forte il cuor e il braccio nel colpir. Se ci coglie la crudele morte, dura vendetta verrà dal partigian; ormai sicura è già la dura sorte del fascista vile e traditor. Cessa il vento, calma è la bufera, torna a casa il fiero partigian, sventolando la rossa sua bandiera; vittoriosi, al fin liberi siam!» (Felice Cascione, musica sul tema russo Katiuscia, 1944)

un giullare scomodo dietro le quinte con Paolo Rossi di Valerio Cuccaroni : valerio.cuccaroni@argonline.it

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Una delle tante prove concrete che l’Italia è ancora dominata, per molti aspetti, da un regime feudale e cortigiano, è rappresentata dal ruolo decisivo svolto dai giullari nella nostra società. Prendiamo, ad esempio, il movimento dei meet up. Nato dalle “predicazioni” satiriche di Beppe Grillo piano piano si è trasformato in un progetto politico, che durante le elezioni del 2008 ha intimorito non poco le tradizionali forze politiche, compreso il neonato Partito Democratico. Non è un caso che il fenomeno Grillo si sia affermato all’indomani della crisi del sistema partitico, tanto da essere additato come emblema dell’anti-politica. Il giullare infatti è tornato protagonista della vita intellettuale come nel medioevo, riempiendo un vuoto di rappresentanza e assumendo il ruolo dialettico svolto, fino a qualche decennio fa, dai partiti e dai loro militanti, compresi gli intellettuali organici, capaci di coagulare l’attenzione delle masse attorno alle grandi problematiche del periodo: l’etica in politica ai tempi di Tangentopoli o l’antiberlusconismo ai tempi dell’Ulivo. Il potere persuasivo acquisito dal giullare nel nostro paese è dimostrato dalla censura subita dai comici Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi e Dario Fo durante il secondo governo Berlusconi. Ed è proprio all’attore e autore comico Paolo Rossi, che siamo andati a chiedere lumi sulla situazione italiana. Lo abbiamo incontrato al termine della serata finale di Cabaret Amoremio 2008, un concorso per cabarettisti emergenti che da oltre vent’anni va in scena a Grottammare, piccolo paese in provincia di Ascoli Piceno, salito alla ribalta per gli esperimenti di democrazia partecipativa condotti nei primi del 2000 dall'allora sindaco Massimo Zamboni. Iniziamo con una domanda sulla televisione, a cui sei approdato con tanto successo da apparire pericoloso e subire la censura del celebre monologo di Pericle che avresti voluto recitare a Domenica In («Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia...»). Che cosa si prova a essere censurati? Mah, ci son delle cose peggiori che possono succedere nella vita. Per restare nell’ambiente dello spettacolo, quando sei censurato e hai già conquistato un microfono, un riflettore, a volte è anche una fortuna, non bisogna essere ipocriti, nel senso che riempi i teatri, i giornali ne parlano. La censura più grossa e più tragica è quella delle ultime generazioni: cioè, a me viene impedito di esprimermi, però mi son già espresso e possono continuare a esprimermi, le ultime generazioni invece non possono nemmeno cominciare ad esprimersi. E questo non solo in televisione, an154


che in teatro, con i tagli alla cultura, le sovvenzioni. E quella è una censura molto più tragica e a quel che si prova lì non voglio neanche pensarci. Sempre a proposito della televisione: come ti sembra quella italiana? Io non sarei preoccupato della televisione, perché tanto è una cosa che è destinata a finire fra un po’ e già adesso è in grande crisi, perché ci sono Internet, le tv satellitari, i dvd, i telefonini, per cui la fruizione video non credo ce la darà più solo la Rai o Italia 1 o Canale 5. Sono sempre più in ribasso, a partire dalla quantità di spettatori... Però sulla “massaia” e gran parte dell’elettorato influisce ancora... Questo sì, però sempre di meno, secondo me. Se tu parli a livello politico, il lavoro è già stato fatto vent’anni fa: è da vent’anni che hanno già cominciato a lavorare il cervello. La massaia fra vent’anni sarà molto diversa dalla massaia degli ultimi venti. E secondo te sarà più libera avendo più mezzi a disposizione per informarsi? Ci sarà più caos e, quando c’è più caos, se sei bravo puoi ritagliarti uno spazio di libertà. A proposito di libertà: perché a Fabio Fazio, il conduttore della popolare trasmissione Che tempo che fa, concedono quella libertà che ad altri viene negata? Perché lui è molto furbo, perché lui si prende la parte e il ruolo di quello che si scandalizza, non le dice lui, attirandosi anche delle antipatie e dei giudizi a volte non veritieri, perché il lavoro che fa – di chi si scandalizza, di chi si dissocia, di chi non parteggia per ciò che il partner, il comico o l’ospite dice – permette, fa sì che si possa continuare a dirlo. Fa la spalla... Sì, ma fa la spalla in maniera intelligente, perché non puoi censurarlo: loro, infatti, dicono «ci verrebbe la controparte», ma è proprio lui a farla e il discorso è chiuso. Viaggiando ed esplorando l’Italia contemporanea, a noi sembra un paese ancora feudale, dominato da un re taumaturgo, da baronìe varie, dalla Chiesa: condividi questa immagine? E se la condividi, quali “feudi” hai incontrato nella tua vita? Io condivido talmente tanto questa visione dell’Italia, che l’altro giorno ho 155


detto che volevo rimettermi a leggere il Principe, perché a volte bisogna recuperare il passato per capire il presente e decifrare il futuro. Di feudi io ne ho trovati abbastanza, in tutti i campi, in tutti i settori: al di là del mio mestiere, voglio dire, basta che hai a che fare con la Sanità, hai dei figli da mandare a scuola – insomma li trovi li, trovi. A proposito di feudalesimo, nel medioevo c’era il buffone e c’era il re: il buffone era l’unico che aveva l’autorizzazione di mostrare il re nudo e sbeffeggiarlo. Ma il fatto che l’avanguardia del dissenso sia oggi costituita dai buffoni, senza offesa, non è questo il segnale di una profondissima decadenza? Credo di sì e personalmente credo di aver detto qualcosa stasera sul palco al riguardo: io non passerò mai dall’altra parte, nel senso di fare la voce del popolo – io faccio il comico, l’attore, racconto quello che voglio raccontare, pago se c’è da pagare. Poi come cittadino mi tengo anche un passo indietro rispetto agli altri, cioè se c’è una manifestazione, non mi metto davanti, mi metto dietro: ci vado, ma mi metto dietro. E non ti spaventano gli Italiani che chiedono ai buffoni di fare politica? Sì, a me sì. Ci vorrebbe solo quello: vorrei vedermi, assessore all’urbanistica, cosa cazzo ti combino! Se dovessi rifare un “sogno all’incontrario” sull’Italia, come sarebbe questo sogno? Oddio, uguale a quello che ho fatto quindici anni fa. Per molti miei pezzi alcuni dicono che sono stato profetico, io spero di non aver portato sfiga... Se dovessi dare dei consigli a chi vuole mettersi in viaggio in questa Italia devastata e grottesca, che consigli daresti? Basta andare sulla strada, leggersi Kerouac e poi partire. Senza una meta precisa. L’importante è andare.

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Ci siamo lasciati dietro tante parole e altrettanti passi. Molliamo l’ancora, e seguiamo per i sentieri della Lucania un poeta in cammino alla ricerca del suo linguaggio con un gesso in mano e sul viso una maschera di cera.

dialetto lucano di Domenico Brancale

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No’ tène pidigàte u passe ca fazze ma làsse ca pàsse ’ssu ciele annivricate d’ u ricorde sserrùbbeche pure o tavùte. U sàpe ’a morte ca nu juorne si nni scòrde ’a vite di nge murì. Mbareche picché nd’u tagghie no’ lucciche cchiù sanghe mbareche a dda i’èsse accussì. Qqua nisciune scappe derète a tti na vote fissate u sole Non lascia più orme / il passo che faccio / ma lascia che passi / questo cielo annerito dal ricordo / dissotterra pure le bare. / Lo sa la morte / che un giorno se ne dimentica la vita / di morirci. / Forse perché nel taglio/ non risplende più sangue / forse deve essere così. / Qui nessuno corre dietro di te / una volta fissato il sole Angappàte gogne cose ppi favore ma non v’è scurdate ’a voce cuelle ca mi cucine u core asselute dainte a gogne raggione quelle di gesse ca sperde u ianghe tr’o diente nd’u muozzeche di ’ss’ assenze. Angappàte culle ca rimane stutàte nd’a gogne luce signate sop’a cerrature ca gosce mi sbarre ’a vianove. E qqua i rraricàte a mmi senze n' ancóre Afferrate ogni cosa per favore / ma non scordate la voce / quella che mi divora il cuore / assoluta / in ogni ragione/ quella di gesso/ che scalfisce il bianco / tra dente / nel morso di questa assenza / Afferrate quel che rimane spento in ogni luce / marchiato sulla cera del viso / che oggi mi sbarra la via. / E qui io / radicato a un me / senza un'ancora 158


Il Sud è popolato di fantasmi, esalazioni della terra bruciata dal sole. Puntiamo verso il Salento guidati da una voce che sa spaventare e rasserenare il nostro fanciullino come dovrebbe fare ogni narratore che si rispetti.

un cerchio dal taglio meridionale di Giuseppe Merico : giuseppe.merico@argonline.it

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Dove mi trovo c’è solo buio, talvolta penso abbiano spento il mondo oppure penso ad altro che non abbia niente a che fare con il mondo come queste forme geometriche che mi si formano davanti agli occhi. Gli origami della mente. Penso che se fossi stato rapito da qualcuno e questo qualcuno mi avesse portato qui, mi avrebbero dato da mangiare o da bere o almeno avrei sentito i passi o le voci. Ho cercato, a tentoni, con le mani, di sapere dove fossi. Ho toccato un muro fatto di pietre antiche e cocci, tegole quasi. Ricordo che una mia amica archeologa mi disse che i cocci, da sempre, sono stati usati per costruire i muri delle case, delle case antiche. A volte mi addormento, poi mi sveglio, ma è sempre buio, dunque non fa differenza se sono sveglio o dormo. Tutto è morbido e attutito qui. Così per un po’. «Hei, dove mi trovo?» urlo, nessuna risposta. Il tempo si è decomposto. Il tempo è cadavere, puzza di putrefazione, anch’io puzzo, non mi lavo più, non mi nutro più e a breve morirò, nessun lieto fine per la mia storia, nessunʼ alba che sorge su un giorno nuovo, solo io che mi spengo, chiudo e questo è quanto. Ho cercato di ricordare, ho fatto spazio tra i giorni che precedono tutto questo buio. Non torno spesso al paese, di solito me ne sto lontano per mesi, vado avanti con ciò che sono diventato, con ciò che prima non ero, un Giuseppe diverso. Da nord a sud il treno sferraglia pigro, attraversa l’Italia lungo la costa adriatica, passa lento dagli stabilimenti balneari della Romagna, si affaccia a guardare in lontananza l’appennino marchigiano; il treno si stende a toccare Pescara, quando siamo in Molise nemmeno me ne accorgo, è una regione fantasma ed ecco Foggia e immagino che poco dopo ci sia Bari che a me ha sempre dato l’impressione di puzzare, la “Parigi del sud”, poi il Gargano si stanca delle lievi increspature della terra e di colpo è tutta pianura. Ulivi come corpi antichi, forme di uomini e donne catturate nel legno. Gli ulivi non crescono in alto, non sono alberi ambiziosi, tutt’al più si intrecciano a formare grovigli coriacei, resistenti, secolari, ad libitum. La stazione del paese è deserta e deturpata, le scritte dei ragazzacci ricoprono i muri, il bar della stazione è sempre quello e immagino che i suoi avventori siano sempre gli stessi, da anni. Fuori, il piazzale mi mostra un paese diverso da come me lo ricordavo, più nuovo, più al passo coi tempi che corrono e ve lo assicuro, i tempi che corrono non sono per niente buoni, il governo di destra ha preso in mano le redini, 160


forze di polizia vengono sguinzagliate nei paesi del sud, anche l’esercito hanno mobilizzato, ritornano i Vespri siciliani, ritornano le ronde nella vecchia Bologna, nasce il nuovo Fascismo, quello col vestito nuovo, quello che costruisce Milano 2, che europeizza l’Italia, nuovi sbagli per imitare vecchi errori. «Viva il duce!» urla un vecchio nella piazza del mio paese sotto un inclemente sole di luglio, lì dove c’era la sede del Msi. La Piazza del popolo: mi sembra di essere finito in un film di Sergio Leone, le due del pomeriggio, la chiesa Madre con il frontone crollato, decido di fare un giro, di scattare fotografie di tornare al passato, al tempo che mi vedeva tra queste strade costantemente sballato, strafatto di hashish, d’altronde era l’unico modo che io, che noi conoscessimo per scappare. Vado in giro prima di tornare a casa. Non mi aspetta nessuno, vengo a visitare la casa dove vivevano i miei genitori, entrambi morti in un incidente stradale, entrambi mi hanno lasciato qualcosa in eredità. Alle sei del pomeriggio, tra qualche ora, incontrerò le mie sorelle. Vengono da altre zone d’Italia, vengono per l’eredità. Il notaio leggerà il testamento e quel poco che c’era verrà diviso. Partirò col treno delle sette da Brindisi, ritornerò a Bologna. Non voglio starci un minuto di più in questo posto, le parole del dialetto sembrano ideogrammi, le rubo passando nell’altra piazza, quella dove c’era il mercato coperto. Non voglio starci, mi ripeto mentre cammino sotto gli occhi dei primi ad uscire di casa col caldo che fa, gli anziani dalle mani ruvide, pietre, dagli occhi taglienti, lame, dalle spalle forti, rocce, dalle gambe storte, tronchi d’ulivo, dai capelli bianchi, la schiuma del mare. Io provo odio e vorrei urlarlo, provo amore, ma è nascosto dentro. Gli ultimi momenti prima di finire nel buio, mi vedono parlare con uno sconosciuto. Il dialogo che segue è avvenuto in dialetto sanpietrano, il dialetto di San Pietro Vernotico, piccolo paesino non distante dal mare Adriatico, siamo in provincia di Brindisi, ma nemmeno troppo distanti dai confini del Salento settentrionale. Il dialogo è stato pressappoco questo: «Tu non mi conosci» dice l’uomo, la descrizione è limitata alle ciglia folte, superati i cinquanta. «No, non credo di averti mai visto» rispondo. «Però una coscienza ce l’hai» continua. «E chi non ce l’ha?» «A me sembra tu non ce l’abbia, o meglio, non sai dove sta…» si fa avanti, aggressivo. «Ehi, cosa fai?» Mi mette le mani addosso, mi tocca un punto della gola, mi sveglio 161


al buio, da allora sono qui, nessuna spiegazione, la fine, la mia fine è vicina. Nel buio respiro, nel buio immagino la terra del sud, la terra rossa, nel buio la mangio e respiro, continuo a respirare, dapprima conto. Uno: un’inspirazione, un’espirazione. Due: un’inspirazione, un’espirazione. Tre: un’inspirazione, un’espirazione e così via fino a quando la morte non mi prende. Non so se accade, se è accaduto, ma la morte è venuta e mi ha preso. Questo lo so perché non sono più vivo. Le mie sorelle mi hanno aspettato per un po’, hanno telefonato al mio recapito, probabilmente il telefono avrà squillato da qualche parte. Il notaio le ha guardate spazientito e sì che lui doveva scappare, aveva altri lavori da portare a termine. Il testamento è stato letto. Le orecchie hanno ascoltato. Avrei ereditato la casa al mare, ne sarei stato contento, se solo fosse andata diversamente. Le sorelle hanno parlato di me. Si son chieste dove fossi, si son dette che era da me non tornare, si sono rassicurate a vicenda, dicendosi che sono fatto così, che quando c’è qualcosa di importante ecco che scompaio. Non si sono poste molte altre domande. Il notaio lascia la mia casa, è un uomo scuro dentro e fuori. Lo so perché l’ho incontrato prima di finire nel buio. Il notaio deve avermi fatto qualcosa. Il notaio ha parlato della mia coscienza, mi ha chiesto se ne avessi una, di coscienza. Le mie sorelle lo seguono con lo sguardo, loro tre, una alta, una mora, una non si sa come. Il notaio non ha la macchina, si avvia da solo verso la circonvallazione, a piedi. Nessuno lo sa, nessuno lo vede, ma quando la strada curva e iniziano gli ulivi ecco che il notaio si ferma tra le zolle di terra. Prende un arbusto resistente, traccia un solco nella terra che sa di terra. Disegna un cerchio. Scompare. Un cerchio dal taglio meridionale. La coscienza dice che le radici, se te le strappano, stà sicuro che qualcuno te le ridà, magari ti toglie la vita, magari ti rinchiude in un posto buio, ma stà sicuro che le radici del sud qualcuno te le ridà. Le angurie quest’anno son venute su bene, certi pomodori rossi, il vino del Salento è buono più che mai. Il mio corpo è stato rinvenuto una decina di giorni dopo tra gli ulivi. Le gazze si rincorrono tra i rami, la mia coscienza tra i loro becchi gracchianti.

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Il viaggio è finito. Siamo giunti in un paese che non è segnato in nessuna carta geografica. Il viaggio ricomincia.

roccaserena di Wu Ming: wu_ming@NOSPAMwumingfoundation.com

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In piazza Rosselli, a Roccaserena, c’è una frase scolpita nel marmo. «Il fascismo – dice il marmo – è stato l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell’unanimità, che fugge l’eresia, che sogna il trionfo del facile». Sul muro opposto, prima dell’estate, sono comparse le prime scritte. Firme di graffitari, insulti agli “sbirri” e un topo di fogna disegnato male, con la lingua di fuori e il dito medio spianato. La piazza è dove si fa il mercato tutti i martedì, ma il resto della settimana è uno spazio inutile, che il comune ha cercato di impreziosire con lampioni avveniristici, un palco in muratura e un piccolo anfiteatro da cinque gradinate. Dopo l’inaugurazione, per un paio di estati ci hanno fatto il cinema all’aperto, poi basta, perché il paese sta a quindici chilometri dal capoluogo ed è lì che la gente va per divertirsi, per lavorare e per comprare i vestiti al sabato pomeriggio. In compenso, l’anfiteatro piace molto a una ghenga di ragazzini con lo skate, e piace molto anche la rampa coperta che porta all’altra piazza, quella del municipio. Poi il venerdì e sabato arrivano i più grandi, quelli delle superiori, e portano una skunk micidiale che viene dall’Olanda e dicono sia marijuana OGM, geneticamente modificata, e che un cannone di quella ne vale venti della normale. In piazza Rosselli, dopo l’estate, sono comparse quattro telecamere e i cartelli con su scritto “area videosorvegliata”. Dovete sapere che Roccaserena è un comune progressista. Per esempio le case popolari, quelle stanno sopra un colle, in un vecchio borgo ristrutturato, che in un’altra parte d’Italia ospiterebbe uffici di lusso, case da ricchi, magari un outlet center. E come in ogni comune progressista che si rispetti, a Roccaserena c’è un centro giovanile, ci sono gli educatori di strada, c’è il consiglio comunale dei ragazzi e c’è un assessore di ventotto anni che si occupa di queste belle iniziative. Allora gli educatori sono andati dall’assessore e gli hanno spiegato che la videosorveglianza non risolve i problemi, anzi li aumenta, perché i ragazzi “difficili” di Roccaserena, con quelle telecamere puntate addosso, finiscono per sentirsi ancora più difficili. Uno di loro ha usato pure la parola “stigma”, per far vedere che certe cose le ha studiate e non è solo un tizio che il pomeriggio si diverte a giocare a ping pong con i tredicenni e a fargli fare casino con gli amplificatori nella saletta prove della «Factory». L’assessore dei giovani ha fatto di sì con la testa, ha detto qualcosa sul Grande Fratello, ma poi ha spiegato che la questione non era di sua competenza, che bisognava parlarne con un altro assessore, quello alla sicurezza, o meglio, per esteso, alla Coesione e Sicurezza Sociale. Intanto, mentre gli educatori della Factory aspettavano l’appuntamento con l’altro assessore, le telecamere di piazza Rosselli hanno cominciato a dare problemi. 164


Nottetempo, i soliti ignoti ne hanno coperte due con sacchetti di plastica nera, di quelli da rifiuti, ben stretti in fondo. Uno pensa: che metodo idiota, il primo che passa vede il sacchetto nero, lo dice in comune, quelli vengono e lo tolgono nel giro di mezza giornata. Oppure: quello che sta nella sala dei monitor e guarda cosa succede in piazza Rosselli, vede che due schermi su quattro sono neri, capisce che c’è qualcosa che non va, prende una scala e va a togliere i sacchetti. Invece no. Primo perché il tizio della sala monitor a Roccaserena non c’è, le telecamere registrano e basta, e se non succede niente di speciale, ogni settimana c’è un carabiniere che dà un’occhiata ai nastri con l’avanzamento veloce. E lui, il carabiniere, l’ha visto che c’erano due schermi oscurati e ha telefonato subito in Comune per capire come mai. Gli hanno passato un interno, poi l’altro, poi cinque minuti di Mozart e alla fine dall’Ufficio Tecnico gli hanno fatto sapere che, sì, c’erano due apparecchi in riparazione. Quando ha messo giù il telefono, però, il Sig. Lamanna dell’Ufficio Tecnico del Comune di Roccaserena ha fatto come si dice mente locale e si è ricordato che a lui, questa cosa del guasto, non gliel’aveva detta nessuno, ma se l’era immaginata vedendo le telecamere avvolte col sacchetto nero, quello che si mette pure sui cartelli stradali per annullarli, come se non ci fossero. Di solito, per togliere ogni dubbio, si usa un sacchetto speciale, con sopra lo stemma del comune, ma si sa che a volte i sacchetti finiscono, oppure restano in magazzino e allora chi fa il lavoro ne usa uno normale, magari sempre nero, ma da rumenta, cioè da pattume. E con questo ragionamento il signor Lamanna si sente tranquillo. Chi vuoi che vada a mettere un sacchetto di plastica nera sopra una telecamera, se non un tecnico che la deve riparare? Ma il giorno dopo, che è un venerdì, e già si pensa cosa fare nel fine settimana, il signor Lamanna passa da piazza Rosselli per accedere al municipio attraverso la rampa. È il percorso che fa tutti i giorni, non c’è niente di strano, ma questa volta, quando vede le due telecamere avvolte con il sacchetto nero, gli sorge un dubbio. Se uno deve annullare un cartello stradale, magari solo per un periodo, va bene che lo copre, perché staccarlo e riattaccarlo sarebbe fatica sprecata. Ma se lo stesso uno deve aggiustare una telecamera che non va, perché la lascia dov’è, e per di più la copre, che tanto quella non va comunque? Non è mica un’altalena rotta, che allora ci metti intorno la rete di plastica arancione, perché altrimenti i bimbi la usano, si fanno male e tu finisci in tribunale. Una telecamera rotta, metti pure che non te la puoi portare via per aggiustarla, metti che la devi lasciare sul suo supporto perché staccare tutti i cavi è un casino, però che senso c’ha coprirla con il sacchetto della rumenta? Il signor Lamanna fa l’idraulico, si occupa di tubi e di queste cose moderne non ne capisce molto, però il ragionamento gli pare giusto e quando arriva in ufficio si mette a fare domande e alla fine scopre che tutti lo sapevano, che la telecamera era coperta, ma tutti pen165


savano che volesse dire che era guasta e che c’era qualcuno che se ne stava occupando. Così alla fine hanno preso la scala, hanno tolto il sacchetto e s’è visto che la telecamera funzionava benissimo e intanto, da quando il sacchetto era comparso, erano già passate due settimane. Nei giorni seguenti, i soliti ignoti hanno tagliato i cavi delle telecamere col tronchese e anche in questo caso c’è voluto un po’ di tempo perché la cosa venisse fuori e anzi è venuta fuori proprio due ore prima che l’assessore Caroli alla Coesione e alla Sicurezza Sociale ricevesse gli educatori del centro La Factory. Così l’incontro non è stato proprio rilassato, perché dice Caroli che se uno si accanisce contro le telecamere, allora vuol dire che ha qualcosa da nascondere e poi ricablare tutto il sistema è una spesa grossa. Quello che sa usare la parola “stigma” gli ha proposto di spendere i soldi non per aggiustare le telecamere, ma per comprare una telecamera al centro giovanile, così poi loro la fanno usare ai ragazzi di piazza Rosselli per spiegare a tutti cos’hanno contro le telecamere e contro la Sicurezza – e la coesione – di Roccaserena. L’idea pare buona, perché un’idea buona è sempre anche simbolica, ma è la giornata che dev’essere cattiva, perché Caroli non la prende affatto bene, batte il pugno sulla scrivania e dice: Adesso li devo anche premiare, ‘sti farabutti?, dice: Sentite, facciamo che tornate con una proposta seria, quindi si alza, indica la porta e la riunione è finita. Nei giorni seguenti, i soliti ignoti mettono due sedie di plastica in mezzo alla piazza. Ci siedono sopra in due. Uno ha un cartello al collo con scritto “Vladimiro”. L’altro con scritto “Estragone” e un terzo ignoto, in piedi, ha un cartello con scritto “Albero”. Sulle gradinate dell’anfiteatro ci sono gli educatori della Factory e altri ragazzi che tengono in mano cartelli. “Aspettando Godot”, dicono i cartelli, mentre un lenzuolo di stoffa copre la lapide di marmo con la frase di Carlo Rosselli. Sopra il lenzuolo c’è un scritta rossa fatta con lo spray. “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, dice la scritta rossa. Lo spettacolo va avanti per tutto il pomeriggio. Vladimiro ed Estragone si scambiano di posto, si inseguono intorno all’albero, si abbracciano. Ogni due minuti, si ricomincia. Centoventi repliche in quattro ore. Alla gente che si ferma e guarda, viene lasciato un foglietto. Sopra non c’è la parola “stigma”, ma il concetto è quello. Chi vuole, può prendere il posto degli attori e recitare una parte. Ma in silenzio, perché le telecamere videosorveglianti non hanno microfono. Almeno, non ancora.

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topografiche Osceno | © Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana / Ottorino Pianigiani Silvio Berlusconi, Tony Blair, Jacques Chirac, George W. Bush | Summit G8, Evian, 02.06.2003 | © Eric Draper / White House Madonna Louise Veronica Ciccone (Bay City, 16.08.1958) | Papa Don’t Preach, 1986 | © Terry McGinnis / WireImage Il fu Ernesto Guevara de la Serna (Rosario, 14.06.1928 * La Higuera, 09.10.1967) | lavanderia dell’ospedale Nuestra Señora de Malta, Vallegrande, 10.10.1967 | © Freddy Alberto Lezione di anatomia del dottor Tulp | Rembrandt Harmenszoon van Rijn | olio su tela, 169,5 * 216,5, 1632 | Mauritshuis / Aia Cristo morto e tre dolenti | Andrea Mantegna | tempera su tela, 68 * 81, 1480 / 1490 ca. | Pinacoteca di Brera / Milano Silvio Berlusconi (Milano, 29.11.1936) | I° Convegno Nazionale dei Circoli della Libertà , Palamadigani / Montecatini Terme, 26.11.2006 Ernesto Guevara de la Serna (Rosario, 14.06.1928 * La Higuera, 09.10.1967) | Havana, Cuba, 1963 | © Rene Burri Fausto Bertinotti (Milano, 22.03.1940) | Politico Italiano, già Segretario del Partito della Rifondazione Comunista (1993 * 2006) e Presidente della Camera dei Deputati (2006 * 2008) | © sconosciuto Pier Ferdinando Casini (Bologna, 03.12.1955) | Politico Italiano, Presidente della Camera dei Deputati (2001 * 2006) | © sconosciuto Cesare Previti (Casablanca, 21.10.1934) | Politico Italiano, ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa nel primo governo Berlusconi, condannato nel 2006 per il processo IMI SIR, dopo aver ben-

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eficiato dell’indulto, attualmente si trova in affidamento ai servizi sociali | © sconosciuto Umberto Bossi (Cassano Magnano, 19.09.1941) | Politico Italiano, già Senatore della Repubblica, fondatore e leader del partito Lega Nord | © sconosciuto sconosciuto | © sconosciuto Theresa Marie Schindler Schiavo (Lower Moreland Township, 03.12.1963 * Pinellas Park, 31.03.2005) | La Madre che parla a Theresa, 24.09.2004 | © Getty Images Estasi di Santa Teresa d’Avila | Gian Lorenzo Bernini | marmo e bronzo dorato, 350 * 320 * 180, 1647 / 1652 | Santa Maria della Vittoria, Roma sconosciuto | © sconosciuto Burning Love | © Chico De Luigi sconosciuto | © sconosciuto Mara Rosaria Carfagna (Salerno, 18.12.1975) | Showgirl e Politico Italiano, già Ministro per le Pari Opportunità | © sconosciuto sconosciuto | © sconosciuto Untitled | Federico Solmi | acrilico su carta montata su tavola di legno, 65 * 50 ca., 2008 | © LMAK Projects, New York / ADN Galeria, Barcellona / Pascal Vanhoecke Galerie, Parigi / NOT Gallery, Napoli Fabrizio Maria Corona (Catania, 29.03.1974) | Imprenditore italiano, amministratore e socio dell’agenzia fotografica Corona’s, titolare dell’omonima linea di abbigliamento | © sconosciuto Giovanni Agnelli (Torino, 12.03.1921 * 24.01.2003) | Imprenditore e industriale italiano, Senatore della Repubblica, principale azionista e massimo dirigente della FIAT | © sconosciuto

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* quattro numeri a 30 €, anziché 40 € * due abbonamenti (uno per te e uno da regalare) a 50 €, anziché 60 € * abbonamento sostenitore | argonauta onorario: saga completa di Argo (nn. 1-14) + altri 4 numeri a 100 € Versamento tramite bollettino postale: conto corrente n. 51946051 intestato a: ASSOCIAZIONE NIE WIEM – Casella Postale n. 138 / 60123 Ancona, indicando nello spazio per la causale: “Sostegno attività 2009 + Rivista ARGO nn. 15-18” e l’indirizzo di spedizione. Versamento tramite bonifico: conto corrente bancario n. 51946051 presso Poste Italiane Spa, intestato a: ASSOCIAZIONE NIE WIEM – Casella Postale n. 138 - 60123 Ancona, ABI 07601, CAB 02600, CIN: B, IBAN: IT05B0760102600000051946051, indicando come causale “Sostegno attività 2009 + Rivista ARGO NN. 15-18” e l’indirizzo di spedizione. Una volta effettuato, inviare la ricevuta di pagamento, assieme al presente modulo debitamente compilato, via fax al n. 071/2073067


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