Migrandata - La storia

Page 1

M i g ra n d ata .


Al Professor Vincenzo La Valva e all'amica Elisa Iengo


Parole e Ricordi: Rosario Balestrieri


Migrandata: è come un sogno così bello che credo esista solo nella mia testa e mi rendo conto che è reale solo quando incontro chi c’è stato… Chi è stato fra le rondini e le aquile, fra i -10 C° indicati sui sacchi a pelo chiusi come crisalidi sotto ai faggi ed il sudore dell’ultimo giro del mattino, quando il Sole è più alto del Miletto; fra i muuuuuuuu ed i beee, beeeeee, beeee, dei nostri vicini di tenda e di transetto, fra anelli e cannocchiali, fra nuove specie ed amici speciali. Per chi non c’è stato questo testo sembrerà scritto da un esaltato, ma queste parole sono rivolte a chi c’è stato ed inconsapevolmente ha contribuito a questa esaltazione... per cui mi capirà.

ne interdisciplinare del triennio di Scienze della Natura. Mi disse: “Possiamo inanellare sul Matese? Per i ragazzi... che dici si può fare?” Gli dissi subito di sì anche perché non avrei mai potuto dirgli di no... pensavo con quel gesto di fargli un favore. Solo qualche anno dopo mi sarei reso conto che quell’opportunità era il regalo più bello che l’Università potesse farmi... Ci tenevo a far bella figura per non deludere il professore, volevo assicurarmi di poter inanellare un buon numero di uccelli per

Parto da lontano: Erano i primi di settembre del 2009 quando una telefonata improvvisa ed inattesa mi raggiunse: era il Professor La Valva, che mi chiese di aiutarlo con l’escursio-

Professor L

a Valva

G io va nn i mostrare agli studenti la tecnica e le forme ed i colori delle specie che compongono la biodiversità che studiano. Per raggiungere questi obbiettivi avevo bisogno di una persona che conoscesse il Matese come le sue tasche e che mi aiutasse ad impiantare le reti nei luoghi più opportuni: fuori dai confini invisibili delle proprietà private, lontano dai corridoi utilizzati delle vacche al pascolo e


vicino ai nostri alloggi, in modo da controllare il tutto agevolmente a vista. Una persona così pensavo non esistesse, temevo di dovermi arrangiare, invece un social network mi indica un nome: Giovanni Capobianco. Lo contattai sperando di trovare un aiuto, ma in lui trovai molto di più: Giovanni rapidamente si rivelò essere un amico che non sapevo ancora di avere. In Ottobre 2009 giunsi sul Matese un giorno prima degli studenti, ero teso come la notte prima di un esame... in fondo sarei stato esaminato per come lavoravo per ben tre giorni di seguito dal professore che più stimavo! Aspettai Giovanni al belvedere del Miralago ed i pochi minuti di attesa furono sufficienti per perdermi... lo sguardo inseguiva le nubi che si alzavano lente dal lago, accarezzando i pendii della Gallinola e del Miletto; il vento scivolava leggero fra i faggi, portando con sé manciate di foglie gialle che come coriandoli di un’estate passata coloravano l’aria intorno a me prima di cadere in terra. L’odore dei funghi che ricoprivano lettiera e radici raggiunse presto il mio olfatto e la mia immaginazione... piatti tipici e gustosi ben presto affollarono la mia mente. Giunse Giovanni, ci presentammo stringendoci la mano, ma fu come rincontrare un amico che non vedevo da tempo. Giovy immediatamente mi parlò

del suo Matese: Gallinola e Miletto mi vennero descritti in ogni aspetto, manco fossero stati i sui familiari; il lago attraverso i suoi discorsi mi sembra di guadarlo con un lontro, la tipica imbarcazione a fondo piatto che veniva utilizzata dai pescatori locali. Prima di lasciare il belvedere del Miralago, il neoamico matesino mi fece notare una piccola diga che s’intravedeva nella foschia. Mi disse che quella era la località “Scennerato” e che secondo lui era un buon punto, dato che lì spesso osservava innumerevoli specie di uccelli. Anche a me sembrava un ottimo sito, con il canneto che orla la sponda, isole di cespugli nei prati e siepi di sambuco e rovo che scompaiono all’ombra dei faggi. Quella giornata volò via veloce come una rondine. Giovanni mi parlava del suo Matese ed io descrivevo a lui gli uccelli e l’inanellamento. Al termine di una giornata in cui installammo decine di reti, martellando picchetti e legando cordini, la stanchezza sopraggiunse solo a tarda sera, quando tutto era pronto... l’alba del giorno dopo era vicina e dopo di essa le aspettative degli studenti. Ore 6.00. Andammo a fare il primo giro alle reti sperando che non fossero vuote: due individui di codirosso spazzacamino e tre esemplari di cinciallegra alla prima


Francesca rete ci rasserenarono. Un saltimpalo e tre cincie bigie al secondo transetto ci rallegrarono. Un merlo, tre fringuelli e due zigoli muciatti presi successivamente ci esaltarono... i giri alle reti si susseguirono: nessuno fu a vuoto. Quando sopraggiunsero gli studenti, avevo nei sacchetti i doni che il caso e la natura di quel posto potevano offrire. Spesi qualche parola per presentarmi e molte di più per introdurre quanto stavano per vedere. Mi sedetti al tavolo d’inanellamento nel silenzio degli studenti della prima fila e nel brusio di chi era dietro. Presi il sacchetto in cui era custodita la specie e provai ad esporre nel modo più chiaro possibile la procedura: “L’individuo è in questo sacchetto di cotone che lo isola, ma gli consente di respirare... in tal modo resta tranquillo nella penombra di un tessuto che in nessun modo può nuocergli.” Tirai fuori l’individuo: si trattava di una cinciallegra, chiesi se qualcuno sapesse

cos’era: mi risponse correttamente una ragazza dai capelli ricci e dalla voce decisa e a quel punto, dopo aver dato un nome a quella specie le chiesi di presentarsi. Mi risponse: “Sono Francesca”. Continuai con l’inanellamento: feci notare le dimensioni degli anelli e i codici su essi incisi... presi la pinza e misi quella piccola identità di metallo al tarso della cincia, dopodiché si susseguirono le misure standard da rilevare: terza remigante primaria, lunghezza dell’ala e tarso, caratteristiche della muta e peso. Quando la scheda fu ormai riempita di dati rilevati, proposi a Francesca di liberare la cincia. Nel consegnargliela le illustrai come manipolare la cinciallegra da inanellatrice provetta e notai che seguì le mie indicazioni in modo molto naturale, trasformando in tempi brevissimi le mie parole in gesti. La cincia volò via attraverso la barriera di studenti, sorvolando una materia nuova: l’ornitologia! Mi preparai ad aprire un altro sacchetto. Venni interrotto dalle acute domande di uno studente brillante: Marco, che già aveva intuito il dietro le quinte e le potenzialità di quei semplici gesti. “Ma i codici degli anelli sono inseriti in una banca dati internazionale? Chi la gestisce? Ma ricatturare gli uccelli inanellati, oltre

Marco


Fran cesc o a consentire la ricostruzione delle rotte migratorie, per cos’altro può servire?” Quella pioggia di domande mi consentì di inondare tutti gli studenti di risposte. I sacchetti da aprire si susseguirono e gli anelli volavano via con gli uccelli dalla pinza fino ai cespugli e gli alberi che ornavano l’orizzonte. Salutai i ragazzi che proseguirono con i Professori in un’escursione lungo le sponde del lago per comprendere i delicati equilibri di quel complesso ecosistema, dove ogni specie ha un ruolo, la cui importanza spesso non è correlata alle dimensioni o a quanto sia appariscente, ed è compito di un Naturalista comprendere come ogni elemento del sistema svolga il proprio ruolo e come le interazioni con le attività umane possano influenzare equilibri naturali millenari. Il pomeriggio successivo rividi gli studenti e prima di sedermi al tavolo dell’inanellamento per accoglierli, venni raggiunto con passo svelto e nervoso da uno di loro che mi mise sotto il naso il display di una fotocamera

reflex ed una domanda: “Che specie è?” Osservai con attenzione. Restai stupito non per la specie, ma per la bellezza della foto, sembrava che il soggetto ritratto si fosse messo in posa, e che l’ambiente intorno fosse stato dipinto. Risposi: “Bella! È una poiana!” Il fotografo aggiunse: “È rara?” ed io: “No, è fra i rapaci più comuni ma è raro vederla ritratta in una così bella posa” “Quindi non è un’aquila?”. “Appartiene allo stesso gruppo ma è molto più comune, qui sul Matese c’è una sola coppia di aquile reali e molte di più di poiane”, risposi. Lo studente mi salutò ringraziandomi e presentandosi: “Comunque sono Francesco. Grazie per le info”. Restai colpito da quel ragazzo perché non aggiunse alla foto alcuna descrizione, nessun commento o impressione. Era come se si fosse completamente espresso attraverso quell’istantanea che comprendeva anche il suo punto di vista, che restava inespresso a qualsiasi altra forma di comunicazione. Nuovi anelli furono apposti, domande e risposte s’inseguirono fino al tramonto. Quella sera fu celebrata a suon di brindisi e filastroc-

che. Il Professor la Valva riuscì a dedicare una rima a tutti i nomi e cognomi dei suoi allievi... quel piccolo gesto ti faceva sentire per un istante il più importante a quella tavola. La buonanotte collettiva giunse prima di quel che si sperava e all’alba sopraggiunse la sveglia per il primo giro alle reti. Mi svegliai ed in compagnia del sonno trascinai i piedi fino alle


And rea reti. Chi sembrava immune da stanchezza era Giovanni, che come uno stambecco si muoveva agile e sicuro sul sentiero, non vedeva l’ora di ammirare le sfumature ed i profili delle specie che avremmo recuperato al transetto che stavamo per raggiungere. In programma per quell’ultimo giorno c’era la visita al giacimento fossile di Pietraroja, quindi tutti gli studenti tranne uno, furono accompagnati dai Professori presso quel sito di raro valore paleontologico. Restò agli alloggi, in quanto febbricitante, un ragazzo di nome Andrea che dopo poco attirò non poco la mia attenzione. Aveva la febbre abbastanza alta, ma non si riposava nel letto della camerata, come avrebbe dovuto ma, seduto su una panchina al sole ci osservava riportando con una matita su carta quello che credevo fossero appunti. Mi avvicinai e capii dall’ampiezza dei movimenti sul foglio che si trattava di disegni ed ipotizzai stesse illustrando il paesaggio. Decisi di chiedergli se

poteva mostrarmi cosa stava creando e mi stupì nuovamente rivelandomi i disegni di una natura fumettata, una reinterpretazione della realtà liberata dai dettagli per esaltarne l’essenza e racchiuderla in uno stile carico di personalità. Ne restai molto colpito! Parlai un po’ con Andrea, mi disse della sua passione per il disegno e che contemporaneamente alle scienze naturali portava avanti un percorso di studi presso una scuola di fumetto dopo la quale sperava di affermarsi come disegnatore e che questo lo faceva sentire un naturalista “anomalo”. Gli dissi che quel dono lo avrebbe reso un divulgatore naturalista eccezionale! Con l’ora del pranzo tornarono studenti e docenti... dopo poco gli alloggi furono nuovamente vuoti ed il pullman pieno. Il Professor La Valva mi ringraziò con un abbraccio e mi regalò, con un sorriso complice, la certezza di non averlo deluso. Restammo soli io e Giovanni... era la prima volta che trovai più faticoso smontare l’impianto d’inanellameto che istallarlo. Quel pomeriggio un velo di tristezza avvolgeva noi ed un sottile strato di nebbia ricopriva il lago. Pensai fosse inaccettabile per entrambi supporre che quel 15/10/2009 fosse la fine di qualcosa... doveva necessariamente divenire l’inizio di altro! L’inizio di un progetto futuro, di un pretesto per dare continuità ad un percorso che per caso o per altro era cominciato… Giunse il momento di salutare Giovanni e con lui il Matese, quando la nebbia sul lago sembrò condensarsi sui nostri occhi rendendoli lucidi. Giò mi chiese di promettergli di tornare con i miei anelli: “Ros


se provvedo a tutto io con l’organizzazione, permessi, alloggi, vitto e tutto il resto, che ne dici di scrivere un progetto per studiare l’avifauna di questo magnifico luogo? Potresti?” Risposi a quella domanda come quando all’università, per aggiungere la lode ad un 30 ti chiedono l’argomento che speravi ed esponi con foga ed enfasi quello che sai e quello che provi: “Tornerei anche già domani, ma il freddo dell’inverno su queste montagne, gli impegni professionali presi per la primavera per lo studio della migrazione sulle isole ed il lavoro che devo fare sui nidificanti in estate mi consentono di proporti qualcosa per il finire di agosto sulla migrazione di andata dei passeriformi transahariani” “Va benissimo! Restiamo in contatto e costruiamo questo sogno...” Trascorsero lente le settimane e veloci i mesi, ma quei giorni sul Matese ritornarono in mente come un amore estivo che forse poteva continuare... Il social network che mi aveva fatto conoscere Giovanni ci consentì di restare in contatto, inoltre tutti gli studenti che più mi avevano colpito rapidamente si aggiunsero ai miei amici web e lentamente entrarono a far parte del mio quotidiano: ufficialmente per svolgere corsi di ornitologia, tirocini universitari e tesi di laurea ma essenzialmente per percorrere insieme un sentiero di crescita umana e professionale che spero tutt’oggi non si arresti mai. Erano i primi di giugno del 2010 quando inviai a Giovanni il progetto da Consegnare al CEDA Matese (Legambiente) nella speranza che ricevesse un sostegno. Era completo di tutte le consuete parti, mi mancavano delle foto

E ci sono

per renderlo più accattivante ed un titolo. Contattai Francesco, sperando che oltre la poiana avesse ritratto altre specie ed i momenti salienti delle fasi dell’inanellamento in modo da inserirle nel progetto ed illustrare al meglio a chi lo doveva valutare le caratteristiche di quella tecnica. Francesco non mi deluse e dopo pochi minuti, in allegato ad una mail vi erano tutte le foto di cui avevo bisogno e che speravo di ricevere. Lo ringraziai sentitamente e lo invitai a partecipare al progetto, qualora fosse stato accettato. Preso dalla foga inviai il documento a Giovanni che mi telefonò dopo qualche minuto: “Ros ma hai dimenticato di scrivere il titolo! Come lo chiamiamo?” Ci pensai pochi secondi e gli risposi frettolosamente: “Studiamo la migrazione di andata... chiamiamolo

‘Migrandata’!”.

anche io, R

osario


“Semplice ed efficace... mi piace!” appose quel nome al documento e mi salutò. L’attesa di una risposta affermativa attraversò lentamente tutto il mese di luglio, l’afa che ristagnava fra i vicoli di Napoli e nella mia stanza rendeva i 1000 metri di quota del Lago Matese una meta ancora più ambita. Giunse Agosto, e come di consueto raggiungo i miei genitori e mia sorella Valeria in Cilento, la felicità di riabbracciare i miei e di oziare su un lettino in riva al mare veniva eclissata da quella risposta che, come un ‘le faremo sapere’ ad un provino, temevo non sarebbe mai giunta. La mattina del 7 agosto il mio cellulare, poggiato sul bordo di una piscina tremava come se scosso da un brivido di gioia: il mittente del messaggio era Giovanni ed il contenuto fu il seguente: “L’Assessorato all’Ecologia della Regione Campania è con noi, ha risposto affermativamente alla nostra richiesta di sostegno, si parte!” Non terminai neanche di leggerlo che chiamai Giovanni,

Vale ria

dopo averci inondato reciprocamente di frasi sconnesse e ripetitive che ribadivano unicamente la gioia di quella notizia, le istituzioni (Parco, regioni e comuni) ci appoggiavano in questo monitoraggio dell’avifauna, segno indiscutibile che quello che ci accingevamo a fare non era importante solo per noi. Questo timore penso accompagni tutti gli ornitologi e/o chi si occupa di aspetti della ricerca che non hanno un’immediata ricaduta sulla vita delle persone, come può essere invece per la ricerca medica o tecnologica, ma in fondo basta soffermarsi un po’ per osservare quello che l’attimo prima poteva apparire invisibile. Basta pensare che sono le conoscenze raccolte sulla migrazione degli uccelli a dirci se l’influenza aviaria che miete vittime in quella o l’altra parte del mondo giungerà da noi ed in quanto tempo. Fortunatamente i responsabili delle istituzioni coinvolti con quel sì ci dimostrarono la sensibilità e l’attenzione necessarie per capire la bontà del nostro progetto. Quella telefonata si concluse con una data che indicava un ritorno ed una partenza il 20/08/2010. Decisi di restare in Cilento fino a qualche giorno dopo ferragosto, ma da quel momento nonostante d’innanzi a me avessi il mare più bello della Campania, non vedevo l’ora di vedere tramontare il sole fra le montagne. Quando pensavo a Migrandata, l’ombrellone si tramutava in un faggio, la sabbia scottava sempre meno fino a ricoprirsi di erba inumidita dalla rugiada ed i gabbiani che volavano sul mare mi apparivano come poiane che scivolavano dall’orizzonte verso le montagne. Ricordo che mia sorella Valeria, seduta sulla battigia accanto a me iniziò a parlarmi del’esame di letteratura italiana che stava preparando e resasi conto che ero assorto in altro, mi chiese: “Ma dov’è che devi andare adesso, che cos’è questa Migrandata?”


“L’inizio di un monitoraggio che spero si ripeta per molti anni, si tratta di studiare la fase migratoria degli uccelli la cui rotta attraversa il massiccio del Matese. Devi sapere che gli studi di questo tipo si concentrano su isole e costa, per cui saremo una delle poche stazioni d’inanellamento dell’Appennino. Inoltre il Parco Regionale del Matese oltre ad essere un luogo di rara bellezza è anche quasi del tutto inesplorato da questo punto di vista”. Ero davvero emozionato perché prima di allora avevo partecipato a tanti progetti di studio ornitologico, ma fondamentalmente mi aggiungevo a gruppi di lavoro già formati e consolidati, questa volta sentivo mia la responsabilità piena della ricerca. Mi sentivo anche molto fortunato perché tutta la parte amministrativa e logistica veniva gestita da un Dr. in Scienze Ambientali, un ragazzo molto motivato che teneva e tiene tutt’ora enormemente al proprio territorio.” Valeria: “Complimenti! Sembra davvero interessante, ma già sai quali uccelli inanellerete?” “Suppongo che non mancheranno capinere, cincie e fringuelli... poi ho letto un documento in cui riportano

una forte presenza di rondini a dormitorio, per cui sicuramente sarà fra le specie più catturate”. Mia sorella pose numerose altre domande sul progetto, sulla migrazione e sulla tutela ambientale, fui molto felice di risponderle, sembrava un convegno sulla conservazione dell’avifauna, tenuto sullo stuoino. Il suo esame passò completamente in secondo piano e mi venne spontaneo invitarla: “Vuoi venire a darmi una mano?” Valeria non prese seriamente in considerazione quella proposta, perché probabilmente riteneva che il suo mondo di pensieri e poesie fosse troppo lontano da quelle montagne. Per cui si nascose dietro l’esame da sostenere a settembre e ad un sorriso, forse per timore di migrare in un contesto nuovo che non riguardava solo gli uccelli. Il 18/08 lasciai il Cilento, il 19 caricai la mia auto di tutto il materiale indispensabile per l’inanellamento: pali, reti, cordini, sacchetti, anelli, bilancia, calibro, righelli occuparono il cofano ed i sedili posteriori. La mattina del 20 alle ore 6.00 lasciai Napoli per incontrare nuovamente Giovanni nei


pressi di quella piccola diga che proprio lui mi aveva indicato nella nebbia dieci mesi prima. Quel giorno tutto prese forma… i transetti disegnati su Google–Earth mesi prima si materializzarono sui sentieri e le tre tende come funghi si disposero fra le radici del grande faggio dello “Scennerato”. Quel giorno riuscimmo a predisporre tutto grazie all’aiuto di amici e parenti di Giovanni, che erano scesi in campo per sostenere il nostro progetto con le loro mani, che quel giorno, dopo aver stretto la mia per le presentazioni di rito si coordinarono tra loro come un esercito di dita intente a legare corde, fissare tende, sollevare tavoli, lavare posate, disporre reti ed afferrare taralli e biscotti giunti per allietare gli sforzi. I volontari che più caratterizzarono quella prima Migrandata furono Carletto e la famiglia Ibello, il primo è un ragazzo di rara simpatia, non capivi mai se scherzava o era serio, quel tipo di persona che ti mette di buon

umore alla sola vista. La famiglia Ibello invece era composta da quattro persone, i genitori Geppino e Valentina e due adorabili bambini. Il capofamiglia era un grande amico di Giovanni con la passione dei documentari, venuto al campo per trascorrere le sue ferie con noi per darci una mano e provare a trasformare il nostro progetto in un documentario. Geppino nonostante non fosse un documentarista di professione, si dedicò alla riprese per tutta la settimana, valorizzando i vari aspetti della ricerca, filmandoli da diversi punti di vista. Paradossalmente trovava più facile filmare gli animali che studiavamo piuttosto che filmare me che illustravo le varie fasi dell’inanellamento visto che a volte dall’imbarazzo scoppiavo a ridere o m’incespicavo con le parole. Quel primo giorno, nonostante l’enorme quantità delle cose da fare, si trovò anche il tempo di ridere con Carlo e descrivere quanto veniva fatto all’obiettivo di Geppino. Giunse il tramonto e con lui la prima apertura delle reti: con questo gesto si dava ufficialmente il via a Migrandata! Tutto era pronto tranne me... Le rondini riempirono l’orizzonte quando il Sole era talmente basso sul canneto che sembrava incendiarlo, colorando di rosso ogni cosa. Questo fece esplodere in me un senso d’immenso che mi fece sentire minuscolo.


A quel punto l’idea che si debba comprendere le regole e gli equilibri della natura che ci circonda e che influenzano la migrazione dall’Europa all’Africa non può che farti sentire inadeguato e non pronto. In pochi minuti oltre l’orizzonte le rondini riempirono le reti ad una velocità che mi lasciò sbigottito: erano già tre anni che lavoravo su questa specie ma in una zona umida in provincia di Latina e non avevo mai assistito ad una cosa del genere. Prima di quel tramonto avevo assistito a “rondinate” in cui gruppi di decine o centinaia di individui volteggiavano su di me fino a quando una porzione finiva in rete. Sul Lago Matese fui sovrastato da una realtà diversa: il cielo sembrava non contenere l’enormità di rondini, stimate tra 50.000 - 100.000 individui, che volavano basse sui cespugli ed il canneto, fra noi che le osservavamo increduli. Quando allineavi lo sguardo alla tua verticale notavi che la colonna d’aria che ti congiungeva all’u-

niverso ospitava rondini ad ogni quota. Le reti in pochi minuti furono stracolme... iniziai a temere di perdere il controllo della situazione, solo io, Giovanni ed altre due persone eravamo capaci ed autorizzate a togliere gli uccelli dalle reti; inoltre il numero di scatole predisposte ad alloggiare le rondini per l’inanellamento notturno erano sufficienti appena per la metà di quelle entrate in rete. Presi una decisione difficile ma che era l’unica possibile: chiamai accanto Giovanni e gli altri e li infomai, “Ragazzi inanello in rete, mi serve uno di voi che mi segua con la scheda, Carlo vieni tu che non puoi togliere gli uccelli dalle reti! Giovanni tu e gli altri due partite dal lato opposto al mio, mettete le rondini negli ap-

positi scatoloni e chiudete le reti.” Carlo, nonostante il momento concitato mentre ci avviciniamo al transetto mi chiese, “Ma perché hai deciso d’inanellare così?” Risposi cercando di essere più sintetico e chiaro possibile: “Siamo in pochi per cui rischiamo di togliere le ultime rondini dalle reti fra troppo tempo, inoltre le scatole non sono sufficienti a contenerle tutte”. Carletto incalzò un’altra domanda: “Ma perchè non inanelliamo sempre in questo modo?”


“Perché in questo modo si perdono tanti dati preziosi, non potendo usare gli strumenti per le misurazioni, posso rilevare solo a vista l’età che è l’unico dato insieme all’anello che ti chiedo di riportare in scheda, purtroppo tutte le altre informazioni per questa sera andranno perse, ma l’incolumità degli uccelli viene prima dei dati da raccogliere! Abbiamo tempo fino al calar del buio, le rondini sono uccelli diurni

e hanno difficoltà a volare di notte per cui non possiamo più liberarle ed a quel punto non ci resta che metterle nelle scatole sperando siano sufficienti!” Misi la stringa con gli anelli in bocca, in modo da avere le due mani libere ed un pretesto per non rispondere più alle domande di Carlo. Con una mano scioglievo la rondine dalla rete, con l’altra sfilavo l’anello dalla bocca e lo stringevo sul suo tarso per poi liberarla, seguendola con lo sguardo per verificare che non torni in rete, farfugliai il codice e l’età a Carlo e proseguii. Cercai di essere più veloce possibile, compatibilmente alla delicatezza necessaria a togliere da penne e piume i sottili fili che bloccavano

le ali. La luce era sempre più fioca ed il volo delle rondini liberate più indeciso, ma fortunatamente, grazie all’approccio utilizzato, ben presto ne restarono davvero poche in rete e furono tolte con tutta calma e messe negli scatoli. Giungemmo alle tende con l’aria di chi aveva vinto una battaglia ma utilizzando un escamotage. Valentina e Geppino intanto avevano preparato la cena: un piatto di strangozzi di rara bontà. Nel cenare mi fu impossibile non notare che era il 20 agosto in Italia meridionale ed io ero con il pile e la giacca abbottonata e che tremavo dal freddo. Il sole delle spiagge del Cilento e l’afa di Napoli mi apparivano lontanissime nello spazio e nel tempo… e pensare che tutte e tre le realtà riguardavano una stessa regione. Dopo la cena si ritornò dalle rondini, che passavano da una scatola all’altra dopo aver apposto l’anello e rilevato i parametri morfometrici e fisiologici. L’ultima fu inanellata poco dopo la mezzanotte... la sveglia sarebbe suonata alle 5.45! Chiudersi nel più breve tempo possibile nel sacco a pelo era l’ultimo sforzo prima di un meritato riposo. Suonò la sveglia ed io e Giovanni ci demmo il buongiorno nella tenda dedicata al riposo delle rondini: questa era chiusa integralmente nella parte bassa in modo da evitare che volpi ed altri carnivori potessero rompere le scatole e raggiungere le rondini. Io e Giò attendemmo qualche minuto prima di sentire il segnale per ridare la libertà alle nostre ospiti; nel canneto immerso nella nebbia che ri- Penna di Rondine splendeva nell’alba


si sentì esplodere un cinguettare di rondini che si librava nell’aria attraversando i timpani e sorvolando gli alberi. Tutte le rondini che dormivano al motel Lago Matese si erano svegliate! Giovy ed io velocemente aprimmo gli sportellini che trattenevano quelle che avevano dormito da noi, che come un fiume fuoriuscirono copiose dalla piccola apertura sorvolando il lago ed unendosi al mare di rondini che inondava il cielo. La prima alba di Migrandata era sorta e con lei il controllo orario delle reti, come pianeti di un sistema solare in cui al centro c’era il tavolo dell’inanellamento, giravamo intorno ai transetti, come sonnambuli in pieno inverno nelle prime ore del mattino e come mietitori sudati e stanchi quando il sole era più alto del Miletto. Dopo aver chiuso le reti intorno alle 11.00, la stanchezza ed il sonno presero il sopravvento... ed era solo il primo giorno!! Mentre Morfeo m’indicava sotto quale faggio stendere lo stuoino, provai a non pensare alla soluzione

che volevo cercare, avevo il bisogno di più di qualcuno capace di liberare gli uccelli dalle reti che potessi schierare nel mio esercito per sconfiggere il tramonto e trarre fuori dalle reti le rondini in tempi ridotti, senza protrarre troppo la delicata e stressante fase della permanenza in rete. Mentre ero steso ma sveglio ad occhi chiusi all’ombra del faggio, sentii dei passi e poi poggiare delle cose in terra, nei pressi delle radici, era Giovanni che come un moderno Babbo Natale aveva disposto varie scatole sotto quell’albero che per un istante mi parve un abete. Quelle scatole erano vuote ed erano un regalo per me visto che servivano per le rondini. Parzialmente risolvevano il nostro problema, ci consentivano di evitare l’inanellamento in rete ma, aumentavano enormemente il numero di uccelli da misurare e schedare. Da quella parziale soluzione ne derivò quel tanto di serenità in più, che mi fece crollare tra le braccia di Morfeo definitivamente. Giunse il tramonto e prima di esso il mio risveglio, lo spettacolo che si ripeté d’innanzi ai nostri occhi fu meravigliosamente lo stesso, ma non per questo meno emozionante: un po’ come l’abbraccio di una persona che ami, che

Buc are ed inse rire rond ini...


non viene sminuito ma diviene più intenso nel ripetersi nei giorni e negli anni. Prima di partire con le scatole per recuperare le numerosissime rondini entrate, Carlo ritenne opportuno chiedermi: “Ma perché non chiudiamo un po’ delle reti del trasetto? Così potremmo riuscire a terminare ad un orario più comodo...”. Cercai di rispondere nel modo più chiaro e sintetico possibile: “Carletto, noi dobbiamo fare un monitoraggio che preveda un transetto di cattura sempre della stessa lunghezza, altrimenti abbiamo difficoltà a confrontare i dati nei vari giorni e speriamo anni. Se oggi chiudiamo parte delle reti, inanelleremmo meno rondini non perché ce ne sono meno di ieri. Ora però andiamo...” Fortunatamente il numero di scatole ci consentiva di essere tranquilli di avere un numero sufficiente di “camere” in cui far dormire le rondini, nonostante tutti ci impegnammo al massimo, ricordo che quella sera finimmo tardissimo. L’ottima cena preparata da Geppino e Valentina passò completamente in secondo piano, consumata frettolosamente per inanellare le centinaia di rondini prese... purtroppo quell’anno ero l’unico abilitato a

farlo! Le schede compilate si susseguivano come le ore sottratte al sonno. Quando l’ultimo anello di quella notte fu messo non fu un sollievo... solo tre ore ci separavano dall’alba. Ero talmente stanco da non riuscire a dormire, trovare una soluzione era prioritario... pensavo e ripensavo fino a rendermi conto che sognavo. Sognai che gli studenti dell’Università venivano in visita al Campo e che restavano per sostenermi e darmi una mano, era così reale che mi sentivo stringere e scuotere, ma era Giovanni che provava a svegliarmi: “Ros svegliati, bisogna liberare le rondini”. Cercai di fare prima possibile, ma non mi fu sufficiente per risparmiarmi lo sguardo di rimprovero dei due bambini figli di Geppino che attendevano me per vedere la liberazione delle rondini. Dopo le emozioni della liberazione e gli zuccheri della colazione, ripensai al sogno e sopratutto ad un ragazzo del sogno, Francesco che avevo sentito i primi di giugno per le foto da inserire nel progetto ed aveva dato la disponibilità a venire. Inoltre mi venne in mente che era stato in primavera a studiare la migrazione sull’isola di Zannone dove aveva imparato a liberare gli uccelli dalle reti in modo egregio. Presi


il cellulare e lo cercai nella rubrica. Mentre scorrevano i nomi mi resi conto di non avere linea, come un rabdomante iniziai a muovere il telefono nell’aria alla ricerca di un segnale. Camminai lungo lo sterrato verso una zona più aperta, sperando che il cellulare prendesse, quando un’auto rossa mai vista prima mi viene incontro: era talmente ricoperta di polvere da rendere invisibile il conducente. Con fare sicuro si fermò a pochi metri da me e quando la porta si apre mi resi conto che quello che cercavo era già li con me: era Francesco!! Dopo un abraccio di saluto, mi disse: “A giugno mi hai invitato a venire se il progetto andava in porto! Ho preso cinque giorni di ferie al lavoro, serve una mano? Posso restare?” “Devi!!”, risposi. Mi sembrò più di una fortunata coincidenza, mi sembrò la mate-

Ma rce llo rializzazione di un sogno... il mio sogno!! La cosa che mi faceva sorridere fu che Francesco mi fosse infinitamente grato per essere li, ma non poteva sapere quanto fosse vero il contrario. Se una mano me l’aveva data il destino l’altra dovevo mettercela io: il problema non era trovare qualcuno che sapesse liberare gli uccelli dalle reti, avendo lavorato in giro per l’Italia in numerosi campi studio dell’avifauna, cono-

scevo decine di persone con questo requisito; il problema era trovare qualcuno con questa abilità che potesse venire e restare al campo da volontario. Dovevo necessariamente cercare nel contesto regionale, avrei avuto ancor più difficoltà a convincere qualcuno del Nord Italia a giungere al campo a spese proprie per il giorno successivo, altra enorme dif-

I la r i a

ficoltà era la data: il “23 agosto” che ricade in un periodo in cui tutti sono in vacanza. Purtroppo il contributo per sostenere il progetto non era sufficiente per prevedere altri inanellatori e l’immensità numerica delle rondini era da considerarsi straordinaria, per cui non mi sentivo responsabile di questa situazione di emergenza, ma sentivo la responsabilità di trovare una soluzione. Cercai in me i volti delle persone capaci nel settore ornitologico e con la sensibilità di ridurre le loro vacanze per migrare sul Matese ad aiutarmi... due amici mi si illuminano nella mente: Ilaria e Marcello. Presi il cellulare, ma il problema linea assente persisteva quindi


nola g o d r e v a l o i Canna chiesi a Giovanni di prestarmi il suo. Li chiamai ed erano entrambi al mare in vacanza ma sarebbero stati entrambi accanto a me per il tramonto di quello stesso giorno: con loro la squadra era al completo, potevamo vincere questo mondiale cioè inanellare il maggior numero di rondini provenienti dalle zone più disparate di questa Terra. Quella sera la cena non si freddò nella nostra attesa e riuscimmo a dormire per ben sei ore. I due giorni che seguirono furono all’insegna di un ritmo più rilassato, dove le ore di lavoro si intervallavano a momenti di riposo, risate e prodotti tipici. Geppino elaborò anche una bella idea rispetto ad un aspetto del documentario che diventò in parte un viaggio dei due bambini, i suoi figli, nella natura del Parco del Matese e nella migrazione. I piccoli protagonisti mostrarono una naturale curiosità rispetto quello che stavamo studiando e si fecero portavoce delle domande di tutti i bambini che avrebbero visto il documentario. Ormai era il giorno 25 di Agosto e la metà campo era superata, tutto sembrava rientrare nella routine del cam-

po, ma una notte ci scontrammo con una realtà inattesa ed inopportuna. Dopo cena tornammo ad inanellare le poche rondini da misurare, quando dal buio più profondo un potente rumore di pale metalliche generò un cono di vento che scosse tutto quello su cui posava la sua ombra: le schede cariche di dati volarono dalle nostre mani, il faggio si contorse facendo cadere molte delle sue foglie, e le nostre tende si aggrapparono ai picchetti per non volare via. Come in un romanzo fantasy, quattro draghi neri sembravano attaccare il popolo del lago: erano

Ca nap ino ma ggi ore quattro elicotteri militari intenti a fare esercitazioni notturne, volando veloci e radenti all’acqua, facendo scappare aironi ed anatre in ogni dove. Simularono atterraggi nel canneto. spazzando via con il vortice d’aria le rondini che vi erano posate. Corremmo sulla diga con le nostre lampade frontali accese come la speranza che le rondini spazzate via da quel vento innaturale non fossero cadute nel lago, dove l’acqua inevitabilmente le avrebbe sepolte. Attoniti ed ammutoliti, restammo sulla diga, sperando che la vastità


del canneto di lago Matese potesse aver arginato i danni causati dall’ignoranza e dall’indifferenza di chi, incurante dei limiti previsti per un’area parco, aveva condotto quelle macchine da guerra in un luogo in cui regnava la pace. I due giorni che restarono alla chiusura di Migrandata trascorsero al telefono con le autorità e le amministrazioni territoriali per informarli della problematica con cui ci eravamo scontrati, ma purtroppo il lago fu attaccato da quelle creature di metallo in entrambe le notti. Non sapemmo quante rondini perirono, ma quella situazione ci faceva sentire come un piccolo drappello che si doveva fare portavoce per difendere un immenso e silente popolo alato. In quei due giorni nelle nostre reti finirono anche due buone notizie per il censimento dell’avifauna, ben due specie nuove per il Parco: Canapino maggiore e Cannaiola verdognola che non erano mai state segnalate in precedenza. Giunse il 27/08, l’ultimo giorno di Migrandata I, quando l’ultima tenda fu smontata, l’ultima rete avvolta ed entrambe riposte sul furgone di Giovanni. La prima lacrima solcò il mio stato d’animo e dopo poco, nonostante il Sole che avvolgeva me e tutti i “migrandanti” in me c’era un temporale... Mi dispiaceva tor-

nare ad una normalità fatta di traffico, paesaggi cementati e Pc. Mi dispiaceva salutare chi avevo conosciuto da poco ed avrei voluto frequentare per molto tempo ancora, mi dispiaceva non poter volare in quei tramonti, mi dispiaceva lasciare le rondini alla notte ed

a chi la usava come se fosse solo sua. Ero davvero troppo dispiaciuto... Tornai a casa con la voglia di riportare a tutti il sogno che avevo vissuto. Sommersi di racconti ed emozioni mia sorella Valeria, che era appena tornata dalle vacanze: i suoi ombrelloni si alternavano ai miei faggi; le sue bibite ghiacciate alle mie provolette arrostite ed i suoi tramonti sul mare al mio Sole avvolto da rondini che cadeva lentamente su un lago incastonato fra i monti. Vale restò colpita


portata più lontano di quanto pensava e forse sperava: saremmo giunti sul monte che per sette giorni avevamo ammirato dal Lago, il Monte Miletto, 2050 di quota da raggiungere con un tortuoso sentiero in petraia. Valeria era del tutto impreparata e con le scarpette da ginnastica ed i piedi sanguinanti raggiunse la vetta insieme a noi con le scarpe da trekking. Il gruppo fu arricchito anche dalla presenza del re dei birdwatchers: Ottavio, un ragazzo con il dono di riconoscere centinaia di specie di uccelli come se fossero i suoi familiari. Un bisbiglio in un cespuglio e riconoscedal trasporto con cui le raccontavo ogni cosa, va una sottospecie di sterpazzolina; con un le tende erano descritte come ville a più pia- colpo d’occhio al cielo poteva incrociare ali e ni, la sveglia all’alba sagome e salutare da vicinella nebbia sembrò no con il binocolo gracchi, gheppi, un privilegio. lodolai, poiane, Cercavo un pretesto per ritornare bianconi ed astori. Osservando le penfra quei monti, una specie speciale si ne mutate sull’ala di un’aquila, riuprestava all’occasione: il piviere tortosciva a conoscerne lino, un limicolo l’età come se stesche durante la mise semplicemente grazione di andata, contando le candesopratutto all’inizio line su di una torta. di settembre utilizOttavio, che fino a io tav Ot za le vette dell’Appennino come tappe intermedie per giungere in Africa, ed era un’occasione da non perdere quella di verificare se il Matese era una di queste tappe. Era il 2 settembre del 2010 quando il drappello formato da me, Giovanni, Francesco, Ilaria e Marcello si ricostituì per una nuova missione. A sorpresa mi chiese di unirsi alla missione mia sorella Valeria, non sapeva a cosa andase incontro ma quel giorno avrebbe iniziato un lunghiso P iv ie r e t o r t o li n simo percorso che l’avrebbe


quel momento era stato un personaggio mitologico dell’ornitologia, materializzò le sue immense capacità d’innanzi ai miei occhi ed alle mie orecchie, identificando prime di me ogni cosa. Ma la dote più straordinaria che rilevai in Ottavio fu la sua modestia, virtù che penso caratterizzi solo chi espone le proprie competenze per arricchire gli altri e non per ostentare un sapere reso irraggiungibile da frasi ad effetto ma di circostanza.

che componevano quella giornata d’emozione. Scendemmo dal Miletto e mi sentii arricchito come poche altre volte nella mia vita. Trascorsero le settimane, l’estate divenne un ricordo ed il Matese perse le foglie e si colorò di bianco; nonostante nuovi impegni ci assorbissero ed il drappello fosse semi-disperso in altre missioni, un filo conduttore tenne tutti uniti: io, Giovanni, Geppino Ibello ed il documentario! Tutto il filmato durante i sette tramonti andava narrato con immagini e parole. Fortunatamente, Giovanni conosceva un abile giornalista che risiedeva nel territorio del Parco e teneva Per quell’occasione Francesco re- a cuore la tutela del territorio. Il suo nome galò una divisa alla squadra di ornitologi: era Gianfrancesco ed era animato dell’entuuna maglia azzurro cielo con una scritta siasmo indispensabile per far parte del team bianca, una bandiera che sottolineava che ormai tutti noi eravamo un unico gruppo. Quel giorno la squadra fu premiata da oltre trenta tortolini che ci aspettavano sulla cima del Miletto, fu il gruppo più numeroso mai rilevato sul massiccio del Matese. Non li avevo mai visti prima, erano meravigliosi nelle forme e nei colori, ed era molto curioso vedere questa specie con le fattezze di un uccello acquatico muoversi fra le rocce in cima ad una montagna. Giovanni e Francesco, strisciando fra le rocce si scatenarono nelle foto, documentando quella rara osservazione Gia nfr anc esc o e conservando nella memoria tanti istanti


di Migrandata, in poco tempo regalò al video di 22 minuti prodotto da Geppino, le parole che meglio potevano descrivere quanto fatto e la sua voce, che con timbro rassicurante e tono deciso conduceva chi lo ascoltava nei fotogrammi che scorrevano sullo schermo ed in tutto quello che c’era dietro

le quinte. Il documentario: Matese - “Anello” di congiunzione fra Europa ed Africa era pronto ... ed era più bello di quanto sperato!! Sembrava di regalare a chi l’osservava una parte della nostra memoria, quella funzionale a comprendere il fenomeno migratorio dell’avifauna sul Matese. Quel documentario poteva essere uno strumento importante, per portare Migrandata nelle scuole del Parco, dove le nuove generazioni potevano apprendere che si stava facendo qualcosa per conoscere e conservare la natura di quel posto. Il 18/02/2011 fu organizzato il Convegno: “Mi-

grandata: un successo inatteso” dove mostravamo ad oltre cinquecento persone i risultati del nostro lavoro. Giovanni fu impeccabile nell’organizzazione e tanti amici vennero a darci una mano. La mattina nella biblioteca

comunale accogliemmo armati di documentario le varie classi della scuola elementare di Piedimonte; Geppino e Gianfrancesco, come angeli custodi del documentario collegarono i cavi che consentivano la visione e descrissero gli aspetti curati da loro. Valeria si unì alla conduzione dei gruppi di bambini che assediavano la biblioteca. Se penso a quella mattina, ritorna all’udito e mi risuona in mente l’applauso dei primi cinquanta bambini che esplose sui titoli di coda del documentario. Alle ore 17.00 ci trasferimmo all’Auditorium San Domenico – Piedimonte Matese, dove ci attendeva la cittadinanza adulta, con tanto di sindaci, presidenti di parco, responsabili regionali e presidenti di altre associazioni. A sostenerci per questa seconda parte della giornata giunsero Francesco, Ilaria, Marcello ed altri amici che si occupavano della sistemazione dei pannelli didattici dedicati al progetto,


dell’accoglienza del fiume di persone che affluiva nella sala che, nonostante fosse immensa si riempì in poco tempo. Si susseguirono i vari interventi: Ottavio descrisse a tutti le varie specie che componevano l’avifauna del Matese, regalando curiosità ed informazioni preziose che consentirono a molti di poter apprezzare il Parco del Matese con nuovi occhi... i suoi occhi! La parola passò a Giovanni che visibilmente emozionato raccontò ai suoi compaesani quante cose non andavano nel Parco del Matese e quanti motivi c’erano per studiarlo, tutelarlo ed amarlo. Il microfono e la parola passarono a me che sentii fra le mani una grande occasione ed una grande responsabilità. Cercai d’illustrare a tutti il progetto nel modo più semplice e lineare possibile. Illustrai lo scopo, il metodo ed i risultati. Sottolineai l’importanza per l’Europa intera di un dormitorio stimato di circa 100.000 rondini e dei dati raccolti su oltre 1500 individui inanellati. Il referente regionale ed il Presidente del Parco mi ascoltavano con interesse ed io non potevo non “approfittarne” per sottoporre a tutti e sopratutto a loro le problematiche di conservazione rilevate. Riversai tutte le parole che avevo meditato in quei mesi contro quegli elicotteri, le stesse parole che avevo scritto sulla relazione che avevo consegnato alle amministrazioni coinvolte. Il mio desiderio non era abbattere gli elicotteri ma impedire che violassero ancora una volta quel cielo in cui volavano migliaia di vite che ne avevano più diritto di loro. Il referente regionale prese la parola e disse d’innanzi a tutta la platea che si sarebbe in-

formato ed avrebbe ribadito il divieto di sorvolo sul lago. A quel punto lasciammo posto alle immagini del documentario, sperando che potessero giungere dove parole, dati ed istogrammi non erano arrivati. Si susseguirono ventidue minuti di semioscurità e silenzio: si sentivano solo la voce di Gianfrancesco e le musiche che l’accompagnavano. Mi guardai intorno per osservare l’effetto che suscitava il nostro racconto negli altri, la gente che non ci conosceva era assorta ed incredula. Era come se stentassero a credere che tanta bellezza fosse racchiusa in un luogo a pochi chilometri dalle loro case, bellezza che non si faceva scorgere a prima vista ma che aveva bisogno di uno


sguardo che avesse la capacità di soffermarsi sui dettagli per percepirne la perfezione e l’armonia. Negli sguardi di chi ci conosceva invece c’erano emozioni diverse: Francesco sten-

avvicinai per salutarli e mi dissero che avevano saputo del convegno e si erano precipitati per prenderne parte. Mentre ero intento a salutare, una standing

tava a credere di essere uno dei protagonisti di quella storia e mi guardava con un senso di ammirazione che mi faceva sentire importante, importante per lui. Ilaria e Marcello sembravano davvero contenti di aver rinunciato a parte delle vacanze per partecipare a quel piccolo, grande progetto. Mia sorella mi guardava invece contenta di aver compreso finalmente e pienamente in che consisteva il mio lavoro ed i suoi occhi scintillavano di fierezza per quanto era stato fatto. Giovanni forse era il più contento di tutti, gli occhi erano quelli di un bambino che aveva realizzato un sogno, il sogno di realizzare un progetto di conservazione per il suo territorio, valorizzandolo attraverso la divulgazione del suo lavoro. Poco prima dei titoli di coda, nella penombra notai in quarta fila volti che non avevo dimenticato: una ragazza dai capelli ricci con accanto un ragazzo silenzioso ed attento... erano Francesca e Marco che avevo incontrato proprio sul Matese grazie all’escursione universitaria. Mi

ovation si levò, indicando la fine del documentario ed il suo successo in quella sala. Quell’infinito applauso fu il preludio dei complimenti da parte delle autorità e di alcune promesse importanti. Il referente regionale prese il microfono per confermarci che il progetto era così importante che la Regione non poteva che confermare il finanziamento per il 2011. Anche il Presidente del Parco Regionale del Matese prese la parola e sottolineò l’importanza del nostro lavoro in un’area parco e sopratutto quella delle tematiche trattate:


biodiversità, conoscenza, conservazione, estinzione, sostenibilità, tutti termini che un cittadino del Parco avrebbe dovuto conoscere. Il presidente ci propose di organizzare gratuitamente una giornata a tema Migrandata per tutte le scuole del territorio che ne facevano richiesta. Era un bell’impegno ma il team di Migrandata accettò con entusiasmo. Il convegno di Migrandata terminò ma il progetto rinacque e come le rondini, sarebbe ritornato sulle sponde del Lago Matese. Una primavera d’impegni ci attendeva: le scuole ci contattavano e gli incontri con le varie classi andavano programmati e ripetuti di sezione in sezione, tutto questo andava inserito in un quotidiano fatto d’impegni universitari e lavorativi. Durante quella primavera accadde qualcosa d’importante: Francesca, la ragazza dell’escursione universitaria mi chiese d’intraprendere il percorso per divenire inanellatrice ed io fui felice di farle da tutor. Per cui iniziai a dedicare molto tempo a chi voleva imparare la tecnica e molte più persone si avvicinarono all’inanellamento. Forse da Migrandata, forse già prima o forse proprio sul Miletto con quelle magliette che identificavano un gruppo, si andò via via costituendo un’associazione di amici sempre più numerosa, coordinata e coesa. Il 19/07/2011 questa realtà fu formalizzata con il nome di ARDEA - Associazione per la Ricerca, la Divulgazione e l’Educazione Ambientale. Sentii Giovanni per delineare cosa sarebbe stata Migrandata II e decidemmo che sarebbe durata per ben dieci giorni di campo e che avreb-

be dovuto ospitare molti più volontari così da poter gestire più inanellamenti con maggiore serenità. Avevamo bisogno di una casa di appoggio in cui cucinare, il fornelletto da campo non sarebbe bastato così come non sarebbero state sufficienti il numero di tende e l’attrezzatura da campo che Giovanni generosamente metteva a disposizione. Facemmo una riunione con il team di Migrandata ed esponemmo i vari problemi: aumentare il numero di persone che potesse inanellare, gestire la casa da fittare e cucinare anche per venticinque persone da ospitare in campeggio con relativa attrezzatura. Le soluzioni furono trovate rapidamente con molto senso di responsabilità ed attaccamento al gruppo e spirito di sacrificio. Valeria stupì tutti offrendosi nella gestione della casa e nel coordinamento della cucina, onere non da poco vista la fatica del campo in sé e l’impegno di sfamare ed accontentare nei gusti i tanti partecipanti, rinunciando alle vacanze in Cilento che avevano sempre caratterizzato la sua estate. Francesco si propose di risolvere il problema attrezzature: gli venne in mente di chiedere a Decathlon una sponsorizzazione per il progetto che riuscì ad ottenere dopo pochi giorni. Restava il problema del potenziamento degli inanellatori. Mi venne in mente un mio caro amico Davide che nonostante abi-

Da vid e


tasse a poche centinaia di metri da casa mia era sempre in giro per l’Italia e l’Europa, per cui lo chiamai per chiedergli se volesse essere la seconda pinza del progetto Migrandata II. Mi disse di sì senza esitare ed il problema fu risolto. Migrandata II ebbe inizio il 24/08/2011 e si sarebbe conclusa il 02/09/2011. Quando ripenso a Migrandata 2011 mi volano in mente migliaia di rondini e decine di persone che come le pagine di un libro sfogliato velocemente si sovrappongono, chiudendosi in un volume da custodire nella biblioteca della memoria nel reparto dei bei ricordi. Il gruppo di conduzione era il seguente: Io, Davide e Francesca all’inanellamento; Giovanni e Valeria alla logistica e alla gestione dei volontari; Ilaria e Marcello all’accoglienza visitatori ed info-point; Francesco e Marco come jolly tuttofare fra le reti e le tende. A queste persone si accodarono almeno

altri venticinque volontari. Il palcoscenico che ospitò Migrandata era sempre lo stesso: il meraviglioso Matese. Quel luogo rinnova agli occhi un senso di meraviglia ogni volta che lo si osserva. La bellezza del luogo non è solo nell’imponente paesaggio, dove tutto sembra immenso (dal cielo ai monti riflessi nel lago, dai faggi sotto cui ti puoi stendere alle vacche che ti passano accanto), la bellezza di quel palcoscenico è an-

che nei dettagli: le ragnatele all’alba che nella notte sembrano aver voluto raccogliere perle d’acqua per poter catturare l’arcobaleno alle prime luci; l’odore del terreno umido e i colori delle libellule che spesso sembrano fiorire sul verde su cui si posano… chi c’è stato sa di cosa sto parlando! Provo a raccogliere i ricordi in ordine cronologico ma ogni giorno, ora e giro era cosi denso ed intenso da rendere questo tentativo vano, come se tutto il periodo fosse stato amalgamato da un frullatore in un unico e bellissimo ricordo. Per cui cercherò di sintetizzare tutto l’arco temporale con una giornata tipo. La sveglia al campo non suonava nelle tende, nè una campana all’esterno segnava il tempo del risveglio, ma era una pioggia di versi come un coro cele-


ste che veniva dall’alto: rondini, che intorno alle 6 di ogni mattino si svegliavano simultaneamente, sollevandosi dal canneto per volare sulle tende, sui faggi e sui monti. Come una pioggia quei cinguettii inondavano le tende e le nostre orecchie, facendo aprire i nostri occhi e le tende. Una corsa di gesti predisponeva le scatole contenenti le rondini inanellate

la sera precedente, venivano aperte e nonostante la levataccia e le temperature non proprio estive, quasi mai nessuno rincunciava a quello spettacolo di risveglio e libertà. Subito dopo il primo giro, Valeria e Giovanni ed altri volontari a turno preparavano la colazione per tutto il gruppo. Venti minuti intorno al tavolo erano fra i più belli della giornata, il tepore della tazza induceva le dita a spingersi fuori oltre il pile, lo stesso facevano i raggi del Sole con la nebbia. Il torpore mattutino sfumava in frenesia alimentare quando a tavola veniva portata marmellata e cioccolata. Fra i più voraci c’era Marco che come un migratore serbava sostanze nutritive per superare le barriere ecologiche che doveva affrontare.

Durante l’inanellamento mattutino venivano confermate le specie rilevate per la prima volta nel 2010: Cannaiola verdognola e Canapino maggiore tramite la cattura di più individui, entrambe a conferma dell’esistenza di un flusso migratorio esiguo ma regolare per entrambe le specie nell’area parco. Subito dopo il primo giro e poi il secondo, tante specie si aggiungevano alle rondini, sedentari e migratori si alternavano sulle schede: Migrandata II ha inanellato 4002 individui, facendo giungere a 41 le specie monitorate con il progetto. Le catture più importanti furono ben due Lodolai ed altrettanti tarabusini. Ma i record furono determinati dalla quantità di rondini:


più di 350 prese in una singola sera. Quando la nebbia si diradava ed il vestiario da invernale diveniva estivo, era il segno che l’ultimo giro della mattina si stava per avvicinare. La chiusura delle reti determinata dal caldo Sole indicava che l’info–point al Miralago del Parco e di Ardea si stava per aprire. In quella struttura di legno sopratutto Ilaria e Valeria si avvicendavano nel dare informazioni ai turisti sia sul Matese che sul progetto. Le ore a reti chiuse che apparentemente dovevano essere di riposo, in realtà erano un tripudio di attività: sistemazione casa ed organizzazione pranzo e cena, archiviazione dati, pulizia dell’area campo, turni docce e mille altre vicende. In tutto ciò furono preziose Valeria e Francesca, la prima era un po’ la sorella maggiore di tutti. Si preoccupava dei gusti alimentari dei partecipanti e che tutti si sentissero un po’ a casa anche sotto ad un faggio. La seconda si occu-

pava con minuzia della sistemazione dei dati, del giro alle reti e apprendeva da vicino tutto quello che le serviva per poter diventare un’inanellatrice. Consapevoli che avere tanti naturalisti ed appassionati di natura sotto lo

stesso tetto di foglie era un evento di cui si doveva approfittare, organizzammo tre giornate a tema: • Il Censimento dell’avifauna acquatica, • La giornata dell’Averla • Ed il Tortolino Day Lo scopo era quello di arricchire i volontari di esperienze emozionanti e nuove conoscenze. Quelle giornate a tema erano dei veri e propri seminari pratici di approfondimento su temi specifici che


dopo una parte introduttiva esposta nell’aula all’aperto “Grande Faggio” proseguivano con l’esercitazione da svolgere lì dov’era più congruo. Per il Tortolino Day era prevista la scalata del Miletto ed Ottavio non poteva mancare, infatti guidò lui la spedizione. Fu proprio bello vedere che a solo un anno di distanza le persone che salivano per cercare quella specie per molti ignota, era passato da sette a venticinque!!! Le reti si riaprivano quando la temperatura nuovamente calava, il Sole tornava basso sull’orizzonte ed il richiamo della rondine faceva sentire la rondinata sempre più vicina. Novità del 2011 erano i visitatori: genitori e bambini incontrati nelle scuole in primavera, gli ospiti delle strutture alberghiere vicine al lago, i turisti informati all’info-point e più timidamente gli abitanti del posto. Questi cominciarono a sedersi nell’angolo riservato a loro mentre le rondini riempivano il tramonto con la grazia di cui solo loro sono capaci. Per avere memoria dei pensieri dei visitatori e dei volontari si istituì il diario di campo che volava di mano in mano, di pensiero in parola, andando a costituire l’album dei ricordi scritti del progetto. Una sera alcuni visitatori furono davvero fortunati, la nuvola di rondini che si addensava sul canneto fu insidiata da circa sei falchi lodolai che sfrecciavano nel mucchio, cercando di sorprendere una delle migliaia di rondini. Ad un certo punto uno dei falchi cambiò traiettoria e si diresse verso di noi: sempre più vicino e con gli artigli protesi si lanciò verso le rondini ma la rete che si frapponeva fra lui e le sue prede lo catturò. Io e Davide

ci lanciammo sui lati del transetto, per raggiungerlo prima possibile. Davide giunse un attimo prima di me, ma dal lato sbagliato... il falco nel tentativo di sfuggirgli, vola verso l’apertura, librandosi in aria fra le mie mani che lo presero incuranti dell’inevitabile artigliata. Tornammo dai visitatori esterrefatti per quanto visto e per la nostra esaltazione, gli descrivemmo brevemente le caratteristiche ecologiche ed etologiche della specie e dopo qualche minuto Davide lo portò nella tenda per inanellarlo ed io restai lì a gestire la rondinata.

Lo do lai o


Anche se la cattura delle rondini seguiva lo stesso protocollo, era diventata comunque una cosa completamente diversa, non solo per i visitatori, ma per tanti altri piccoli ma importanti aspetti. Per distinguere agilmente i volontari dai visitatori avevo fatto cucire da mia madre delle casacche con la scritta Staff in modo da riconoscere e fermare i non addetti ai lavori che si avvicinavano troppo alle reti. Gli scatoloni erano sempre abbondantissimi e c’erano volontari addetti alla loro conduzione e gestione. Quando sopraggiungeva la notte, l’enorme quantità di lampade frontali disperse fra il canneto ed i faggi sembravano mimare le stelle, riproducendo le costellazioni che vegliavano su di noi. Quel nuovo assetto ci consentiva d’inanellare molte più rondini in molto meno tempo e tutto ne risultava più sereno e piacevole. Un altro inanellamento interessante e divertente fu quello del tarabusino. Valeria stava controllando le reti che si spingevano più lontane delle altre quando scorse nella sacca un uccello più grande degli altri con collo e becco lunghi ma corpo

tozzo. Pur non essendo ornitologa non ebbe difficoltà a riconoscere il gruppo di appartenenza per cui iniziò a dire: “Abbiamo preso un ardeide!! Sì, proprio un ardeide...” tutti noi pensavamo fosse una battuta che indicasse che era stato imbrigliato in rete un socio dell’associazione Ardea... invece era proprio lui, un airone in penne ed ossa, la specie più piccola d’Europa ma pur sempre un Airone. Nelle reti non finirono solo uccelli ma, sopratutto al tramonto sciamavano anche molti insetti e quelli che restavano incastrati nelle reti erano in maggior misura coleotteri. Per questo motivo fu istituito il giro insetti da fare al calar della sera, quando una parte del gruppo era intento ad inanellare ed un altro a preparare la cena. I volontari che più di

Je ss ica


chiunque altro si erano specializzati in queste delicate liberazioni erano Nicola e Jessica, due amici di Marco e Francesca che si erano uniti a noi quell’anno, muniti di una straordinaria sensibilità e armati un’incredibile pazienza, ad uno ad uno liberavano quegli esseri alati a sei zampe. Nicola ci regalò anche momenti di grande ilarità dovuta alla sua capacità di fare battute con un tono molto serio che spiazzava chi lo ascoltava, il quale spesso barcollava nel comprendere lo sfottò. Jessica, invece, ad una prima impressione, poteva apparire delicata e un po’ tra le nuvole ma con il tempo si rivelò un’instancabile collaboratrice con la passione per i grandi mammiferi, soprattutto gli orsi che avrebbe studiato dopo qualche mese in un progetto che si svolgeva sulle Alpi. Gli avvenimenti che più caratterizzarono i dieci giorni di monitoraggio furono gli elicotteri nelle prime due notti che ci fecero rivivere l’incubo notturno del primo anno. Amareggiati e scocciati chiamammo le autorità per ribadire la necessità di risolvere la questione, inoltre comunicammo questa incresciosa abitudine a

Ni co la Gianfrancesco ed ai giornalisti che avevano mostrato interesse al progetto. Il mattino successivo un’enormità di persone attraverso molti giornali vennero informate sul pericolo che le rondini in migrazione correvano in un’area parco così importante e forse per coincidenza forse no, ma gli elicotteri non solcarono più il nostro cielo o meglio il cielo delle rondini. Le notti senza elicotteri erano un tripudio di serenità. Si prese l’abitudine di andare sulla diga e stendersi per osservare le stelle. Il cielo era sempre limpido e l’aria fredda, il pavimento su cui eravamo sdraiati aveva assorbito il calore del Sole per tutto il giorno per cederlo a noi in quel momento. Noi eravamo molti ma le stelle erano infinite, un naturale e reverenziale silenzio si diffondeva, le parole erano più rare delle stelle cadenti che osservavamo, ma il silenzio comunicava tutto ciò che nessun discorso avrebbe potuto. Un senso

Ta rab us ino


stivamente e venne prima possibile ma comunque troppo tardi per fermare gli autori degli spari che fortunatamente non si ripeterono mai più in nostra presenza. Geppino ed il suo documentario fu sostituito dalle interviste MLCvideo, che realizzava quotidiane e veloci interviste ai protagonisti del campo e le caricava su youtube, in modo da tenere informati sul nostro operato chiunque volesse seguire il campo anche a distanza. Era di pace e serenità far noi e l’universo ci che era intorno e dentro. Altro aspetto che caratterizzò uno degli ultimi giorni furono gli spari dei bracconieri intorno al campo. Stavamo chiacchierando intorno al fuoco dopo la cena e sentivamo gli allocchi emettere i versi quando un primo sparo e poi altri due violarono l’aria. Erano abbastanza distanti quindi non ci preoccupammo per la nostra incolumità ma per quella del potenziale bersaglio, qualunque esso fosse, perché essendo in un area Parco gli spari erano banditi a prescindere. Giovanni, Marcello e Marco inseguirono quel brutto suono e si appostarono per osservare elementi da fornire alla Forestale che fu chiamata tempe-

Eli sa

divertente leggere i commenti o ricevere sms dagli amici di altre regioni che si complimentavano per il nostro operato. Il 2 settembre giunse e con lui il termine di Migrandata 2011 e per festeggiare il successo del progetto, Legambente ci regalò una cena presso l’Hotel Miralago in cui avremmo dovuto illustrare i dati del progetto ai loro numerosi soci. Dopo aver smontato reti e tende, con ancora gli abiti da campo, ci accomodammo sulle morbide sedie della sala da pranzo. Lo chef che ci venne presentato prima dei suoi piatti si chiamava Gianluca e ci regalò piatti rustici e sapori eleganti. Per la prima vol-


ta in quei giorni non erano Valeria e Giovanni a cucinare per tutti e quel regalo lo gradirono più di chiunque altro. Francesca e Davide furono bravi ad ordinare ed elaborare i dati raccolti in quei dieci giorni, unimmo il tutto alle informazioni del 2010 e presentammo quanto avevamo scoperto e tutti ne risultarono molto interessati. A sorpresa, dopo la torta preparata da Gianluca, Davide e Francesca offrirono la ciliegina con un video composto dalle foto e le emozioni immortalate al campo. Dai tavoli di quella elegante sala mi sembrava di osservare un video girato in un luogo ed un tempo lontani in cui un gruppo di persone nel nome della salvaguardia di un territorio si mobilitava per tutelarlo: ed eravamo proprio noi quel gruppo! Anche quel ritorno a Napoli fu parziale: una parte di me restava inevitabilmente in riva a quel lago incastonato fra i monti, ad aspettare di ricongiungerci. Ma quella volta era differente. In tanti avevamo vissuto quello stesso sogno e parlarne insieme nei mesi che seguirono ci consentiva un po’ di riviverlo. Nell’autunno, l’inverno e

l’estate che seguirono ci furono ben tre convegni. Il primo giunse subito, 21 - 25/09/2011 ma ci portò lontano: Cervia, provincia di Ravenna! Si trattava del Convegno Nazionale di Ornitologia, un appuntamento importantissimo, a cui io, Giovanni, Marcello, Francesca, Davide ed Ottavio non potemmo resistere. Cercammo di rappresentare al meglio tutti gli altri che tenevamo costantemente aggiornati. Appendere il poster così lontano e leggere il nostro progetto sugli atti stampati in centinaia di copie, ci dava la dimensione che il progetto stava crescendo così come il nostro gruppo, del resto. Fu davvero una sorpresa leggere dopo qualche giorno un encomio pubblico da parte del responsabile del Centro Nazionale di Inanellamento, che faceva i complimenti al nostro progetto e a tutti coloro che lo portavano avanti. Era qualcosa che non avrei mai pensato potesse avvenire, qualcosa che non speravo ma quando avvenne fu meraviglioso. Il 13/01/2012 fu un’altra giornata importante. Tutto il gruppo organizzò all’Oasi degli Astroni un convegno per esporre tutti

RDEA Convegno A

13 -0 1- 2 0 12


i progetti che portavamo avanti con l’associazione e Migrandata ricopriva un ruolo speciale. Per l’occasione cercai di elaborare i dati in un modo nuovo che potesse sottolineare al referente regionale che facevano sempre di più e che questo trend poteva proseguire. Pensai che il modo più efficace di elaborare i dati in modo nuovo era chiedere ad una persona nuova di giungere ai risultati insieme: la persona non poteva che essere uno studente brillante, sensibile ed ingordo di dati e cioccolata. Non poteva che essere Marco che non deluse le aspettative e regalò grafici e punti di vista nuovi sulle informazioni raccolte. Quel lavo- ro di squadra fu l’unica arma che usammo per convincere il referente ad accordarci nuovamente la fiducia ed il contributo al progetto. Dopo poco più di un mese, un altro evento accolse Migrandata: “Il Convegno Nazionale degli Inanellatori” Gaeta 24- 26 /02/2012. Lì io, Giovanni, Davi-

de, Valeria, Francesca, Marco, Ilaria e Marcello potemmo stringere la mano al Responsabile del Centro Italiano d’Inanellamento che fu felice di presentarci gli ospiti internazionali intervenuti al progetto. Un altro evento importante che prese luogo in quell’occasione fu il superamento dell’esame per divenire inanellatore da parte di Francesca che inorgoglì ulteriormente tutti noi e potenziava ulteriormente Migrandata. Giunse nuovamente l’estate ed il vento soffiava forte verso il Matese. Cercammo di dare al progetto più spessore sul fronte della formazione e l’educazione ambientale. Riuscimmo a realizzare in tempo la convenzione per i tirocini universitari con la Federico II e ci accordammo con alcuni gruppi scolastici e parrocchie per portare lì i bambini e parlar loro di biodiversità e migrazione. Per accogliere questi nuovi ospiti ci serviva altra attrezzatura. Ritornò in soccorso del progetto Francesco che organizzò un evento in una sede Decathlon con pannelli fotografici e volontari che fornivano le informa-


zioni utili a comprendere il progetto. Questo ci consentì di ottenere nuovamente la sponsorizzazione e rifornire di materiale utile anche i nuovi partecipanti. Migrandata III (21 - 31/2012) doveva ma non poteva superare la precedente, infatti fu semplicemente diversa ma ugualmente speciale. Le rondini inanellate furono meno della metà, ma quella di Zagabria ne valse più di mille per cui compensò la delusione. E poi verificare le fluttuazioni, con tanto di rapporto giovani/adulti era proprio il motivo del monitoraggio e comprendere i motivi del calo sarà la missione di chi analizzerà i dati. Nel 2011 al tramonto i lodolai comparivano poco dopo le rondini nel cui stormo s’immergevano con picchiate mozzafiato tese a catturarne una su un milione. Di quegli abili predatori riuscimmo ad inanellarne due. Alla caccia dei lodolai quell’anno si

aggiunsero i gufi che leggeri e silenziosi, sorvolavano bassi il canneto raccogliendo come se fosse frutta le rondini che si erano posate sui ciuffi più alti; di quegli abili predatori riuscimmo ad inanellarne ben due!! L’allestimento del campo era iniziato con un’auto che non voleva collaborare: le quattro porte chiuse con le chiavi inserite ancora nel cruscotto ed il materiale dentro non davano speranze. Il timore di dover rompere il finestrino dipingeva di sconfitta i volti dei presenti, ma i traguardi irrag-

giungibili sono solo quelli che non si immaginano o si crede di non poter raggiungere. Ma nel gruppo l’immaginazione e la volontà abbondavano: due pali per l’inanellamento, una chiave ad L ed un nastro adesivo forgiarono una nuova chiave e sei mani forti aprirono una breccia nello sportello posteriore. La chiave e la speranza entrarono nell’abitacolo e guidate da una miriade di voci amiche poste in ogni punto di vista come un navigatore corale fecero incontrare la volontà di aprire con la chiusura centralizzata che cedette, spalancando le quattro porte. Il primo giorno al campo fu


caratterizzato anche dalla conoscenza con i tre nuovi tirocinanti frutto della convenzione con l’università: Salvatore, Marilena e Monia. Tre studenti di aspetto minuto ma con una forte personalità e voglia di apprendere e spendersi per la conservazione della Natura. Il consueto allestimento campo si era così radicato nella nostra memoria, che i gesti si susseguirono istintivamente ed in maniera involontaria come lo erano il respirare o il battito del cuore. Quando tutto fu allestito

S al va to re gli effetti altrove, come una catena che si spezza in due anche se è solo un anello a cedere. Anche il nostro gruppo era una catena e nessuno doveva cedere se volevamo affrontare in modo costruttivo quella criticità. Di grande aiuto fu un nuovo volontario Fabio: un ragazzo che apparentemente non c’entrava nulla nè con noi nè con il progetto in quanto si occupava di tecnologia, esperto di sistemi di controllo e videosorveglianza. Ma il suo entusiasmo nei confronti di quella vita fatta di tende, alberi, animali e propositi di conservazione della natura

Marilena

descrivemmo ai tirocinanti quanto avrebbero vissuto durante la rondinata: migliaia di rondini e tutto il protocollo di rilievo. Purtroppo quello che raccontammo loro non si ripeté. Al tramonto poche decine di rondini volavano spaurite in un cielo vuoto e triste e fu così per i successivi dieci giorni. Sembrò un vero e proprio tradimento da parte di quella specie che tanto c’eravamo mobilitati a tutelare. Cercavamo di capire le cause ma queste probabilmente non erano alla nostra portata: la migrazione, unendo il mondo da Nord a Sud può essere influenzata da cosa accade in un singolo punto e mostrare

M on ia


trascinò tutti noi in un clima di allegria impossibile da intaccare, nemmeno dagli inattesi dati negativi. Mi è sempre stato chiaro che sul percorso si sarebbero trovati degli intoppi, ma mi era ancor più chiaro che la voglia di superarli, unita alla comprensione ed il sostegno reciproco erano la ricetta più efficace per saltare gli ostacoli e raggiungere il traguardo. Nel 2012, attraverso un accordo con l’albergo Miralago riuscimmo ad avere una sponsorizzazione dei pasti con il servizio catering del

superbo chef Gianluca che allietava i nostri giorni con prodotti tipici e sapori indimenticabili. Purtroppo quell’anno i piatti spesso servivano ad allietare giornate difficili prive di rondini e cariche di preoccupazione per comprendere quell’assenza. Inoltre quell’anno fu abbastanza turbolento anche il rapporto con i pastori che nonostante fossero stati avvisati continuavano a lasciare le vacche incustodite nei pressi del

Fab io campo. Queste sistematicamente attraversavano i transetti, abbattendo le reti e talvolta rompendole. Era estenuante scacciare continuamente le vacche e ricomporre i transetti. La fase della giornata in cui la serenità mentale ti raggiungeva e ti avvolgeva, sospinta dalla stanchezza fisica era il dopocena, quando il fuoco e la digestione non consentivano di lasciare la sgabello per raggiungere la tenda. Ma quell’anno due volontari sembravano immuni a questa fase di


Riccardo

semitorpore: erano due studenti di biologia, Riccardo e Denise. Lui un talentuoso musicista, lei un’appassionata di danze popolari. Grazie a loro quella fase si trasformò e sotto al grande faggio la fiamma della nostra brace non era l’unica ad agitars: Denise, armata di castagnette, batteva le mani al ritmo della musica che Riccardo era in grado di generare, trasformando in uno strumento ogni oggetto. Il tavolo sembrava divenire un pianoforte, le pentole dei tamburi e la sua voce sembrava poter cantare ogni melodia. Partecipare a Migrandata è un pò come perdersi: il tempo perde il suo valore e ne acquisisce altri. Più realtà si succedono contemporaneamente e mentre un gruppo è sotto al faggio, altri sono al rifugio o ai transetti, mentre altri ancora al tavolo dell’inanellamento, a scacciare il bestiame o sul Miletto. Il gruppo si compone di squadre mutevoli che si mescolano interagendo, arricchendo dei propri racconti gli altri.

Un pomeriggio, forse il più triste di tutto il progetto, trovammo il transetto “R” vandalizzato: le reti erano state tagliate di netto all’altezza con un coltello. Ne restammo tutti molto colpiti, non credevamo proprio di meritarlo. Ferire così il progetto, tagliando senza un perché i fili che ci consentivano di raccogliere i nostri preziosi dati, senza capire tutti gli sforzi dietro quella rete, senza capire tutte le potenzialità di quella rete di persone ed azioni che solo quell’anno aveva portato su quel lago circa quattrocento persone venute anche per vedere quelle rondini che divenivano sempre più famose e sempre più

D e n is e


importanti anche per una forma di turismo più in linea con il messaggio del parco. Quelle reti abbattute in realtà furono il segnale che almeno noi dovevamo restare in piedi d’innanzi ai nemici, dovevamo combattere l’indifferenza dei pastori, la prepotenza dei vandali e le cause del declino della rondine. Nell’ottica di risolvere un problema per volta, Fabio ci propose una soluzione originale mettendo in campo quanto inizialmente ci sembrava più lontano. Dopo un viaggio di andata e ritorno da Napoli, si presentò con alcune telecamere. Dopo poco ogni transetto era videosorvegliato e controllato a distanza: potevamo prevenire le incursioni delle vacche e acciuffare i vandali, potevamo difendere meglio il nostro lavoro. Tutte quelle difficoltà rinforzarono ancor di

più lo spirito di gruppo ed anche i tirocinanti neogiunti divennero rapidamente parte integrante del progetto e del gruppo: trasudavano entusiasmo ed amore per ciò che studiavano e che potevano finalmente vivere sul campo. Davano più di quanto gli fosse chiesto e più di quanto fosse necessario e non per protagonismo ma perché credevano nella causa. Tutti e tre i tirocinanti erano estremamente interessati alle attività previste dal progetto ma dei tre quello più affascinato all’ornitologia era una ragazza: Marilena, che al termine del campo mi chiese di fare la tesi sul progetto. Quell’anno in campo dalle 17.00 in poi si trasformava in una vera scuola all’aperto dove le materie erano ornitologia, conservazione e migrazione e gli studenti erano tutti i visitatori, turisti, parrocchie, scuole e famiglie. Nel pomeriggio comparivano cavalletti con pannelli esplicativi, tutta l’attrezzatura diveniva strumentazione didattica e tutti i volontari divenivano megafoni


del progetto. Durante le rondinata, nel tentativo di raccogliere le impressioni dei nostri ospiti si faceva passare il diario di campo che come una spugna d’inchiostro emotivo tratteneva pensieri e parole scritte al volo. Identificare fra la miriade di ricordi che Migrandata produce quelli più significativi o piacevoli è come identificare una cannaiola verdognola fra cento cannaiole senza neanche il righello! Un momento eccezionale che riequilibrò il rapporto con i pastori fu quando Marcello, Marco e Carletto mi fecero degli strani segni dalla diga. Io, Giovanni, Francesco e Valeria gli andiamo

incontro, seguiti da Francesca, Ilaria e i tirocinanti. Quando giungemmo da loro osservammo qualcosa che proprio non ci aspettavamo: Marcello e Marco, nel fango fino alle ginocchia con Carlo che si agita intorno mentre dal fango emerge la testa di un toro che vi stava sprofondando. Ci avvicinammo tutti ma nessuno sapeva cosa fare. Il grosso e stremato animale sprofondava ad ogni tentativo di riemerge, la nostra presenza non sembrava affatto rasserenarlo. Giovanni recuperò una corda, Marcello e Marco la legarono intorno alle corna, mentre tutti cominciarono a tirare. Il toro spaventato si opponeva indietreggiando e a quel punto ebbi un idea: camminando dietro la povera bestia dove la terra era più compatta mi posi alle sue spalle, inizai ad

urlare e ad incentivarlo... riuscii nell’intento prefisso! Il toro spaventato iniziò a muoversi in avanti, unendo le sue forze a chi cercava di tirarlo fuori. Quell’ennesimo lavoro di squadra consentì alla bestia di uscire dalla fossa,


spossato, stanco ed arrabbiato ma con ancora abbastanza forze per caricare tutti. Lì Giovanni fu formidabile: corse in prossimità del toro per farsi notare ed inseguire per portare lontano dai suoi amici quella minaccia. Il penultimo giorno del campo, il 30/08/2012 fu presa la prima ricattura estera del progetto: una rondine inanellata a Zagabria, ricordandoci quali formidabili spostamenti compiono questi piccoli messaggeri alati. Se mi fermo e chiudo gli occhi davanti a questa tastiera per far sollevare dal groviglio di neuroni gli istanti più significativi, prendono forma e colore sullo

sfondo nero delle palpebre chiuse i singoli abbracci di saluto che diedi e ricevetti da tutti quelli che lasciavano il campo nei vari giorni fino all’ultimo! Furono tutti arrivederci estremamente intensi, era come rilasciare un uccello inanellato a cui era stato aggiunto qualcosa, qualcosa che consente di non perderlo, qualcosa che appartiene ad entrambi. Un elemento importante per comprendere Migrandata IV fu l’incontro, dopo tanto tempo con il disegnatore Andrea, che mi con-

tattò per aiutarlo con la tesi: coniugare natura e fumetto. Un argomento non facile ma meraviglioso che ci consentì di conoscerci meglio e sottoporre alla commissione qualcosa che non avevano mai visto “Un Naturartista!” Ormai il progetto era così consolidato che non ci fu bisogno di creare un evento per avere il sostegno da parte della Regione che giunse con una lettera alla nostra sede, regalandoci molta soddisfazione. Migrandata IV ebbe inizio il 21/08/2013 e molte cose erano cambiate: Valeria, Francesco, Marcello, Ilaria non c’erano, Marilena non era più una tirocinante ma la tesista del progetto che coordinava molte attività ed aveva la responsabilità di molti aspetti. La mia seconda pinza non era più Davide ma Francesca e Marco non era più il jolly tuttofare ma un elemento strutturato


che si occupava della parallela migrazione dei rapaci. I tirocinanti non erano più tre ma due ed i pastori incredibilmente gentili ed accorti lasciavano in pace le nostre reti. I volti nuovi del progetto erano molti, inizialmente anche troppi, per me. Forse non ero pronto a tanti cambiamenti, cercavo negli altri i volti di chi c’era già stato. Altra grossa differenza fu la pioggia che nei precedenti tre anni non avevamo mai avuto. Nel 2013 piovve otto giorni su dieci e fu psicologicamente molto pesante da sopportare. Mi sembrava di fare tutt’altro progetto anche perché pure le poche rondini che volavano l’anno precedente sembravano averci abbandonati. Non mi

era mai capitato ma avevo la sensazione che il progetto fosse giunto al termine di una bella corsa, anche perché dopo tutto non poteva durare per sempre. Ricordo che pioveva e restai nella tenda in cui custodivamo il materiale, fra le tante cose osservai il diario di campo che raccoglieva i pensieri di chi era stato lì negli anni pretendenti. Iniziai a sfogliarlo, leggerlo e ricordare... le pagine si mossero veloci, ripercorrendo la maratona Migrandata frase dopo frase, battuta dopo battuta, saluto dopo saluto, fino a raggiungere l’anno in cui mi trovavo. Ero convinto di leggere cose diverse, frasi meno entusiaste e persone meno motivate. Invece mi sbagliavo

e di molto: c’erano scritte le stesse identiche cose, con lo stesso entusiasmo e gioia di essere lì nonostante la pioggia e l’assenza delle rondini. Capii tante cose: Migrandata non era più il pretesto mio e di Giovanni per poterci rivedere, Migrandata era volato ben oltre noi due. Questo mi fece cambiare punto di vista su molti aspetti. Il progetto forse poteva continuare per sempre se avessimo trovato il coraggio di fidarci delle nuove generazioni e con-


segnarlo nelle mani del futuro. Iniziai a rivedere nei volti dei nuovi volontari la stessa determinazione e passione che pochi anni prima speravo che gli altri notassero in me. Capii che se c’era una speranza di far proseguire nel tempo quel progetto era non considerarlo più solo il mio progetto. Le rondini volano libere unendo il mondo e non appartengono a nessuno, neanche a chi le studia. Al campo vennero ancora più volontari e visitatori, i primi ormai portavano avanti decine di attività contemporaneamente: inanellamento, censimento rapaci, fotografia naturalistica e studio dell’avifauna acquatica. I secondi si erano moltiplicati, ormai i visitatori venivano portati al campo con autobus gremiti e non mancavano vere e proprie celebrità in visita: presidenti di altre associazioni, sindaci, presidenti di parco, giornalisti. Ricomparvero anche i volontari storici: Francesco, Ilaria, Marcello, Davide ed infine tornarono anche le rondini che a poco a poco inondarono gli ultimi tramonti di ali ed emozioni come era stato in precedenza. Smise di piovere ed il 30/08/2013 venne presa un’altra rondine di


Zagabria come a sottolineare che la migrazione era con noi, la promessa del ritorno era stata mantenuta! Era il 31/08 l’ultimo giorno di quell’ultimo anno ed Andrea come al solito raccontava se stesso attraverso un disegno. Mi venne un’idea che esplose in me come una irrinuncia-

bile necessità: raccontare Migrandata a più persone possibile, per non dimenticare quanto era stato fatto per ricordare agli altri quanto ancora si poteva fare. Andrea era lì con le sue matite come quando cinque anni prima era cominciato tutto... era come chiudere un anello intorno alla zampa di un uccello che


Mondo il sogno che è stato condiviso nel tempo da così tanti volontari e che si spera porterà altrettanti sognatori a spiccare il volo della migrazione.

sarebbe andato lontano. Gli chiesi di realizzare il Fumetto di Migrandata e lui accettò. Il 30/10/2014 Marilena ha discusso la Tesi di Migrandata, portando il progetto d’innanzi alla commissione. A dicembre 2014 verrà distribuito il fumetto, portando innanzi al


Ringrazio tutta la rete di volontari che ha contribuito ad inanellare gli innumerevoli obiettivi previsti dal progetto e che ha arricchito di momenti piacevolmente indimenticabili, anche le ore pi첫 faticose ed impegnative.

Matteo Caldarella

Giovanni Capobianco

Adriano Minichino

Adriano Argenio

Andrea Accennato Alessandro Franza

Antonella Loira Angela Perna

a Carrizzo b l a os R Ilaria Brandi

Carlo De Angelis

Clelia Gravante

Ilaria Fozzi

Rosa De ide Dav Denise D'Am

mmarata ariaessCicaaP IlJ apa

brosio Elisa Iengo

Francesco Riccio Francesco Valerio

Fabio Capurro Giuseppe Masullo

Giovanni Ferrara

Patrizia Cozzolin

o

Flavio De Marco

Riccardo De Filippis

Luisa Auletta

Marcella Barbarino

Marcello Bruschini

Gabriella Clemente

Marcello Giannot ti

Marco Basile Lorenzo Nottari

Mario Capobianco

Mario Glaudino

Michela Iannone

Marilena Izzo

Flavio Maffia

Marzia Imparato

Rosalinda Ricci

Salvatore Ferraro

Famiglia Ibello

Francesco Capobianco

Francesco Parisi

Nunzia Aprea Ottavio Janni

Dino Simoniello

Augusto De Sanctis

Francesca Buoninconti

Nicola Bernardo

Gianluca Peluso

Antonio Romano

Francesca Ardolino

Nando Pirro

Luigi Miceli

Antonietta Antonucci

Elisabetta Marini

Monia Noviel o

Giuseppe Monaco

Ida Varriale

Annino Zambardino

Fiorella Di Napoli

Michele Soprano

Giusy de Luca

Angelo Rotunno

Fara Iacopelli Federica Iorio

Giuseppe Falco Giuseppe Mennella

Salvatore Pace

Sergio Di Donato

Silvio D'Alessio

Sisto Bucci

Cecilia Paone

Paolo Capobianco

Raimondo Putzolo

Tonia Sollo

Valeria Balestrieri

Rosita Franzese Salvatore Falco

Sebastiano Pirro

Silvia Romano

Virginia De Matteo


Ringrazio sentitamente per la realizzazione grafica e l’efficace impaginazione l’amica Monia Noviello che con dedizione si è spesa con costanza per diversi mesi a titolo volontario per trasformare i miei ricordi in pagine. Ringrazio infinitamente chiunque abbia immortalato con le proprie fotocamere gli innumerevoli istanti significativi che hanno caratterizzato Migrandata - Matese e particolarmente chi ha donato le foto che hanno arricchito quest’opera:

Andre Accennato Valeria Balestrieri Marco Basile Andrea Martina Banzi Nicola Bernardo Francesca Buoninconti Ilaria Cammarata Giovanni Capobianco Mario Capobianco Fabio Capurro Denise D’Ambrosio Gianfrancesco D’Andrea Riccardo De Filippis Davide De Rosa Salvatore Ferraro Marcello Giannotti Giuseppe Ibello Marilena Izzo Ottavio Janni Monia Noviello Jessica Papa Francesco Riccio Mirta Rinaldi Michele Soprano Ciro Viaggio