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L’arco

OTTOBRE 2011

Speciale 150° anniversario Unità d’Italia

ANNO XXIV n. 3

PERIODICO DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE “L’ARCO” - MAZARA DEL VALLO - Reg. Trib. Marsala n. 86-5/89 del 2/3/1989 - Distribuzione gratuita

Editoriale

« .... A TEMPO PERSO!» di Giuseppe Fabrizi Il Cardinal Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha in questi giorni lanciato un duro monito per richiamare la classe politica ad una moralità e ad uno stile di vita più consoni al ruolo, spesso istituzionale, da essa ricoperti. Alcune sue parole esprimono la mortificazione di “dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Si rincorrono con mesta sollecitudine racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”. Questa è la parte più significativa del richiamo del Cardinal Bagnasco all'intera classe politica per un recupero dei valori cattolici e per degli atteggiamenti più sobri e in linea con il ruolo pubblico svolto da essa nella società civile. - premesso che quasi tutti concordiamo che le intercettazioni telefoniche costituiscano uno tsunami che investe, spesso lacerandoli, la sfera privata e l'intimo, a volte inconfessabili, dell'animo umano e dell'essere individuale, e che sono certamente da regolamentare meglio; - premesso che il “Nostro” ha sempre dichiarato di ricoprire l'attuale carica di Presidente del Consiglio con grande spirito di sacrificio, soprattutto perché a ciò chiamato dal popolo italiano. Ricordo per i nostri lettori che nel nostro Paese non esiste la carica di Premier e ciò è bene che venga sempre ricordato dai mass media, anche per una forma di dovuto rispetto verso la nobile figura del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano!

- premesso che qualunque italiano, al posto suo, si sentirebbe orgoglioso di rivestire tale carica e di rappresentare il nostro Paese, glorioso di Storia civica e politica, da più di due millenni; - premesso che in occasione della discesa in campo aveva stipulato un famoso contratto con gli italiani, dando risalto mediatico alle cose da realizzare, e soprattutto promettendo per tutti cose e sogni mirabolanti (posti di lavoro, aumento delle pensioni, riduzione delle tasse, meritocrazia nella scuola e nel lavoro, ecc.) e che è indubbio come non sia riuscito, nemmeno in parte, a mantenere tali impegni assunti; - premesso che lo scrivente aveva creduto nel suo progetto politico, tant'è che lo aveva sostenuto finora, a partire da tutte le passate consultazioni elettorali; - però adesso è arrivato il momento di dire basta! La misura è colma e per usare parole altrui l'aria si è molto ammorbata! Come cittadini italiani, liberi e pensatori, rimaniamo esterrefatti, se è vero tutto ciò che emerge da alcune registrazioni di suoi colloqui privati. 1 - noi non crediamo che il nostro Presidente del Consiglio abbia detto veramente che l'Italia è un Paese di m..... ! no, noi non vogliamo credere a questo ! Ma se ciò dovesse corrispondere a verità allora dobbiamo dire che questo riguarda probabilmente gli ambienti in cui il nostro Presidente vive e le Sue disinvolte frequentazioni personali, e certamente non quei milioni di cittadini italiani, onesti e laboriosi lavoratori, che si alzano la mattina presto per raggiungere il posto di lavoro (penso ai braccianti agricoli, ai contadini, ai muratori, ai marinai, agli operai delle fabbriche, agli impiegati, agli insegnanti, ai giovani studenti di tutti le scuole ecc.) e penso anche agli anziani, come i molti pensionati, che riescono a malapena , a fine mese, a sbarcare il lunario, facendo una vita di stenti e di sacrifici! Ma mi si consenta! Ma che cosa può sapere il Nostro, circondato com'è da opulenza e da benessere, da consiglieri adulatori e da belle e giovani donne compiacenti, di tutto ciò! Evidentemente, continuando a dire che va tutto bene, Egli non si accorge che è distante anni luce dalla vita reale del nostro Paese! Infatti tale non è la vita dorata che si vive tra palazzo Chigi e villa Certosa, tra palazzo Grazioli e la villa di Arcore, e tra le (continua a pagina 7)

GESÙ IL LEGISLATORE

di Giuseppe Fabrizi

Presentazione del libro di Onorato Bucci A margine di questa pagina è ben visibile la copertina dell'opera scritta dal direttore responsabile de “L'Arco” Onorato Bucci, “Gesù Legislatore”, pubblicato per i tipi della Libreria Editrice Vaticana nella Collana “Atti e Documenti”, vol. 33, del Pontificio Comitato di Scienze Storiche di cui il nostro Direttore è membro. Il volume si avvale di un saggio introduttivo del Cardinale Velasio De Paolis e di una preziosissima postfazione di Romano Penna. Saputo dell'uscita del volume, acquistatolo, ho preso l'iniziativa di presentarlo ai lettori de “L'Arco” ad apertura del giornale senza chiedere l'autorizzazione del nostro Direttore ma con il consenso della redazione della testata certo che, se avessi chiesto il consenso a lui, non lo avrebbe concesso, ritroso e riservato com'è a mettersi in mostra. Ovviamente sapevo bene che il nostro Direttore stava lavorando a quest'opera fin dai tempi lontani (1997), fin da quando, cioè, preparava la sua relazione per i dieci anni del Codice Orientale sul sorgere dell'organizzazione episcopale nella Chiesa. Ma chiedersi come sia nata l'organizzazione episcopale della Chiesa voleva dire chi ne fosse stato l'ideatore e fondatore, cioè Gesù di Nazareth, che diede vita al Collegio Apostolico, di cui i Vescovi sono i successori. Il libro, dunque, tratta di Gesù di Nazareth della storia e nella Storia ed ha per sottotitolo “una introduzione alla formazione del patrimonio giuridico nel primo millennio cristiano”. Il volume ripercorre l'analisi delle fonti su Gesù di Nazareth nella prospettiva normativa della prassi giuridica dell'Israele antico che di lì a poco avrebbe dato vita alle grandi compilazioni del diritto ebraico della Mishna e del Talmud. Attraverso queste letture viene sottolineata la personalità giuridica del Gesù della Storia e il suo contributo alla formazione del diritto del Nuovo Israele (tale è la Chiesa) che modifica profondamente il diritto e la prassi giuridica precedente fondata dalle Scuole rabbiniche e che Giovanni Battista aveva già avversato. Il confronto soprattutto con le elaborazioni dottrinarie di Hiller e di Shammay, i capi delle Scuole rabbiniche del tempo, diventa obbligato, e obbligato ancor più il confronto con la legge di Mosé. Al termine di questo confronto c'è il compimento della Legge sul Sinai, compimento che si risolve in una convinzione che i Padri della Chiesa attesteranno nella Traditio legis, nell'atto cioè del trasferimento della legge che Gesù di Nazareth consegna agli Apostoli. Di questo trasferimento della legge da parte di Gesù ai Dodici e del fatto che Gesù fosse consapevole di aver dato vita ad una Nuova Legge che sostituiva l'Antica ne furono consapevoli non solo i primi Cristiani ad Antiochia, che si chiamarono così da Cristo, proprio perché erano certi di seguire una nuova legge rispetto all'antica che veniva superata) ma tutti i Padri della Chiesa latina, greca e siriaca che ne testimonieranno la validità con la loro predicazione. Di quella testimonianza fanno fede le presenze archeologiche e artistiche di cui fanno bella presenza nella sovra-copertina del libro di Onorato Bucci il sarcofago in Sant'Ambrogio di Milano (nell'immagine qui riprodotta sulle pagine de “L'Arco”), il sarcofago della Cattedrale di Arles (in quarta di sovracopertina) e quello delle Catacombe di S. Sebastiano (nell'aletta della terza di sovra-copertina). 1. Delineato lo scopo del Volume, l'Autore rivolge l'esposizione dopo una dedicatio (p. 5), l'elenco delle sigle ed abbreviazioni (pp. 9-10) e il saggio introduttivo del Cardinale Velasio De Paolis dal titolo accattivante Gesù Fondamento del diritto. La legge come via della libertà [pp. 12-91 dove, partendo dalla certezza dell'esistenza storica di Gesù di Nazareth, si ripercorre la formazione del patrimonio storico della Chiesa così come l'ha voluto il suo fondatore, e cioè struttura giuridica basata sui principi di libertà, eguaglianza, fraternità, solidarietà e sussidiarietà, che sono stati alla base della storia di quella che noi chiamiamo, per questa ragione, cristiana, ma che, avendo ereditato tutto il passato storico ad essa precedente, noi chiamiamo civiltà greco – romano – giudaico – ellenistico – cristiana] iniziando con dei Prolegomeni (pp. 98-125) che antecedono le pagine restanti attraverso due riflessioni: a) l'indagine sulle origini dell'episcopato e sulla (pretesa) collegialità episcopale come motivo e provocazione per ricercare in che modo si sia formata la costituzione giuridica della Chiesa; b) l'indagine sulla ricerca della Costituzione giuridica della Chiesa presuppone come scelta metodologica il dover risolvere il problema della storicità di Gesù di Nazareth. Di qui la ricerca sulla storicità di Gesù che si risolve in quattro densi capitoli: 1. l'indagine su quale

fosse lo scenario storico in cui si svolge la predicazione cristiana; 2. l'indagine sulla storicità di Gesù di Nazareth; 3. l'indagine sugli eventi immediatamente avutisi dopo gli eventi del Golgota e le decisioni assunte dal Collegio dei Dodici cui si era aggiunto Paolo di Tarso; 4. l'indagine sul problema della eredità della predicazione del Nazareno e in particolare di come si sia formata l'organizzazione giuridica da lui costituita che si risolve poi di capire il problema che era sorto fin dalla prima riunione di Gerusalemme, e cioè chi dovesse essere alla guida del Collegio Apostolico e, di conseguenza, come risolvere il problema della Vicarietà di Cristo. 2. Il primo capitolo (pp. 127-192) altro non è che la messa a punto della dottrina sul problema antico (e su cui la storiografia ha versato fiumi di inchiostro) della formazione dell'epopea ebraica che perviene alla creazione dell'unità dell''Eretz Israel, l'Israele di Davide. E l'epopea ebraica in quanto Stato Nazionale per Onorato Bucci ha inizio con la tradizione abramitica, si diffonde nella terra di Canaan, si trasferisce nell'Egitto faraonico dove nasce il vincolo di riconoscenza e di fedeltà che lega gli Ebrei al proprio dio, si forma nella regione sinaitica, nelle asprezze del deserto, che diventa centro di attrazione e vincolo di unione delle varie tribù, dà vita all'unità dello Stato che nell'Ertz Israel trova la sua massima espressione storica e che diventa la fonte del Messianismo il cui sviluppo certamente appartiene al periodo della storia ebraica posteriore all'esilio ma le cui origini si riscontrano nei profeti preesilici e la cui penetrazione nella coscienza ebraica avviene durante l'esilio. Di qui l'indagine sul “resto” d'Israele, la cultura ellenistica, il dominio romano, l'Impero equiparato alla bestia del messaggio di Daniele e infine sulla formazione delle Scuole rabbiniche e il duro contrasto sorto fra queste ultime e Giovanni Battista, ben prima dunque di quello attestatoci con Gesù e risolto poi drammaticamente con la sua morte. Il secondo capitolo (pp. 193-314) tratta della Storicità di Gesù di Nazareth, che è il problema centrale della ricerca scientifica di Onorato Bucci. Con un'accurata ricerca delle fonti (vetero e neotestamentarie, greche, latine ed ebraiche riflesse o meno nella meditazione dei Padri della Chiesa) e sottoponendo a serrata critica la precedente storiografia, dal Sohn al Meyer e, prima, Kant ed Hegel fino all'Harnack attraversando tutta la Scuola di Tubinga (protestante e cattolica), l'indagine presenta il Gesù della storia e nella storia che con volontà programmata e risolutiva unisce intorno a sè un manipolo di discepoli in (continua (continua a pag. 8) a pagina 8)


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IL GIARDINO ESTESO, SULLE ORME DEL GRANDE TOUR Una ricerca del paesaggio siciliano presentata alla “The Garden History Society”

di Gabriele Mulè

“The Garden History Society” inglese è la più antica e prestigiosa associazione di storia del giardino: la ricerca che le pagine dell'Arco accolgono (formalizzata in un libro ancora inedito) è stata selezionata per aprire il simposio annuale della società presso la Keele University suscitando viva emozione (“Il giardino esteso ha rivelato un viaggio incantevole, dimostrando brillantemente la visione di un viaggio attraverso il paesaggio siciliano come un giardino” recita il report del simposio!). Questo apprezzamento, coronamento di un percorso di ricerca con il supporto magistrale della professoressa Adalgisa Milazzo, è dedicato ai miei genitori che hanno sempre sostenuto le mie scelte permettondomi di portarle a compimento. Agli amici della redazione dell'Arco, interlocutori sempre attenti ai temi del territorio, attuali quanto storici,rivolgo un sentito ringraziamento per accogliere questo scritto al quale sono particolarmente affezionato”. Gabriele Mulé Una delle più originali e coerenti espressioni della cultura settecentesca si realizza nel grande viaggio di formazione in Europa ed in Italia, il Grand Tour: e la Sicilia ne è tappa estrema, “chiave di tutto” come scrisse Goethe. Oltre i cancelli, gli HA!-HA! (fossati che separano i giardini paesaggisti dal territorio, n.d.A.), le siepi di bosso, oltre i confini domestici e rassicuranti dei giardini, l'Europa illuminista, neoclassica e preromantica, scioglie la passione archeologica, la ricerca scientifica, il gusto per l'esotismo ed il sublime nella realtà storica e territoriale della Sicilia e nelle difficili condizioni di viaggio che essa impone. Un 'isola dove torreggia la mole smisurata dell'Etna, “whose combustible/ and fueled entrails thence conceiving fires” (J. Milton, Paradise Lost), dove enormi templi greci cadono in magnifiche rovine tra piante esotiche in una primavera senza fine; dove riecheggiano i versi di Virgilio ed Omero e le voci del mito. Un'isola in cui il regime feudale è ancora in atto, minacciata da pirati africani, dove ci si sposta a dorso di muli testardi e robusti lungo una fitta rete di sentieri incerti e malsicuri, affidando ai compagni di viaggio, guide capaci e scorte armate i propri averi e la propria vita.

In questo scenario si articola il Grand Tour di Henry Swinburne e l'intensa esperienza del paesaggio siciliano nella seconda metà del settecento. Henry Swinburne è nobile, inglese, cattolico, illuminista; ha 34 anni quando giunge in Sicilia, meta desiderata. Scrive infatti nell'agosto 1777: “Non voglio perdermi l'Etna, Selinunte e Agrigento. Ho letto molto sull'isola e mi sono appassionato”. Viaggiatore instancabile, rappresentante esemplare del suo tempo, è un eclettico: conosce i temi della ricerca religiosa, filosofica, massonica; è pragmatico e razionale, ma possiede il gusto per la contemplazione; conosce l'arte, la botanica, disegna a mano libera. Testimone prezioso dunque perché capace di riconoscere e descrivere con competenza i diversi aspetti del territorio (natura del suolo, specie vegetali, architetture,etc.). Salpato da Napoli a bordo di una corvetta francese l'8 dicembre 1777, raggiunge Palermo ed in circa due mesi compie il tour dell'Isola. Visita l'antica città greca di Segesta, Selinunte, poi segue la costa sud verso Agrigento e Siracusa, Catania e l'Etna, infine Messina. Torna a Napoli nel febbraio 1778 e compone gli appunti di viaggio nel libro Travels in the Two Sicilies pubblicato con grande successo a Londra nel 1783. L'indagine storica presentata ha ricostruito l'esatto cammino seguito da Swinburne dalla città di Alcamo a Selinunte nel freddo

dicembre 1777: lo abbiamo ripercorso nelle stesse ore e nella stessa stagione, riportando una ricca documentazione fotografica. Abbiamo confrontato il racconto di Swinburne con le fonti documentali, gli studi specialistici di botanica, geologia,archeologia, ricavando dati ed elementi di significativo rilievo per la storia del paesaggio siciliano. Questo lavoro si corona nelle brevi sette miglia che separano la città di Castelvetrano dall'antica, estrema colonia greca di Selinunte, fondata nell'VIII secolo a.C. e distrutta dai Cartaginesi nel 475 a.C.: un percorso che condensa per Swinburne l'emozione estetica di un giardino esteso. E' questo giardino che oggi ripercorreremo: ecco la sintesi del diario di Henry Swinburne che, in quella mattina del 27 dicembre 1777, cavalca ansioso verso una meta elettiva della sua Sicilia. “Cavalcai sette miglia lungo la valle a sud, una ricca racchiusa regione come la campagna di Napoli; essa è bagnata dal Modione, un chiaro romantico ruscello; i terreni in alto sono piantumati a vigneti e oliveti, mentre gli aranceti velano le terre in basso; fra questi ci sono alcuni tronchi di gelso, sui quali l'arancio è innestato, e produce frutti rosso sangue. Mentre mi avvicinavo al mare, il volto della campagna si mutò in un crescendo di verde omogeneo con ciuffi di lentisco, ma privo di alberi. Il fiume scorre attraverso una lunga serie di colline, che esibiscono la più straordinaria raccolta di rovine d'Europa, i resti di Selinunte; essi giacciono in diversi stupendi ammassi con molte colonne ancora erette, e da lontano somigliano ad una vasta città con una folla di campanili; i miei servitori li presero per tali, e furono veramente rallegrati al pensiero della città davvero imponente in cui stavano per entrare; niente poté superare la loro delusione quando raggiunsero la cima della collina, e trovarono silenzio e desolazione dove essi si aspettavano folle indaffarate e la rumorosa concitazione di un luogo popoloso.”. Swinburne paragona questa regione alla campagna di Napoli: una campagna ordinata, ricca di testimonianze della storia (Pompei, Ercolano). E nel privato di una lettera al fratello scrive : “La valle di Castelvetrano è un luogo affascinante;tutto un boscoso, ricco giardino esteso molte miglia, con uno stretto bordo di dune sabbiose lungo la riva”. Questa dimensione territoriale dunque, pur non preordinata al godimento estetico, risponde per Swinburne ai canoni estetici di un giardino: per decodificare l'esperienza di questo paesaggio dobbiamo applicare questi canoni e ritrovare similitudini con il giardino paesaggista, con i suoi percorsi sinuosi, le piante di agrumi coltivate in vaso e nelle serre, le architetture e sculture che evocano dipinti a sfondo storico, suggestioni mitologiche, didascalie del mondo. Il giardino è uno spazio delimitato, ed il territorio attraversato e descritto da

Swinburne ha precisi limiti spaziali, definiti dalla morfologia del bacino fluviale: è una “enclosed region”, limitata ed illimitata al tempo stesso. Asse portante della composizione è il fiume Modione che, serpeggiando, definisce un percorso dominato dalla linea curva. Lungo la direzione disegnata dall'acqua, si ordina una sequenza di tre paesaggi/giardini: ? il primo: un paesaggio razionale illuminista/giardino dell'utile e dilettevole costituito dalla domestica estensione delle coltivazioni; ? il secondo: paesaggio naturale spontaneo/giardino selvatico costituito dalla vegetazione orizzontale della macchia mediterranea; ? il terzo: paesaggio archeologico /giardino sublime delle rovine di Selinuntine; Questa sequenza ordina un percorso didascalico tripartito, che contempla i risultati del buongoverno e della Razionalità, attraversa una dimensione a-temporale e conduce alla crisi della Fede nel Progresso ed al desiderio di una veglia d'illuminazione. Il primo paesaggio razionale illuminista/giardino dell'utile e dilettevole è disegnato dalle geometrie di “piantumati a vigneti e oliveti”, caratterizzato dalla fragranza esotica di un'orangerie a cielo aperto: “aranceti velano le terre in basso”, e sporadici “tronchi di gelso, sui quali l'arancio è innestato, e produce frutti rosso sangue”. Un territorio produttivo segnato dalla disciplina dell'agricoltura e dall'opera razionale dell'uomo in armonico equilibrio con la Natura: è un paesaggio contemporaneo, specchio di un governo illuminato, “massonico 'riflesso dell'ordine cosmico' ”. Questa campagna ideale è il risultato delle aspirazioni dell'Illuminismo militante, che crede nella Ragione e nel Progresso, nel benessere diffuso. Il parterre di piante, decifrato in chiave simbolica, rafforza questa sensazione: l'arancio, pianta dal simbolismo solare e paradisiaco, si innesta con il gelso detto da Plinio il “più saggio tra gli alberi” (germoglia per ultimo al termine della stagione fredda). Dunque la saggezza (il gelso) sostiene e realizza in terra un eden paradisiaco (l'arancio), ed i frutti dal colore rosso sangue che quest'unione produce sono frutti di redenzione, rievocando nel cristianesimo il sangue versato dal Cristo. Inoltre, fonte del “diletto visivo” è il territorio produttivo dove niente è in rappresentazione che non sia anche in funzione, che non persegue la “bellezza per la bellezza” ma bellezza ed utilità: offre quindi un godimento estetico non superficiale, ma filosofico e intellettuale . In Sicilia la bellezza codificata dei paesaggi coltivati ha radici storiche e teoriche almeno secentesche: i giardini delle ville nobiliari palermitane armonizzavano giardini geometrici e giardini d'utilità. La villa palermitana di Valguarnera ne è un esempio: il corpo dell'edifico è collegato ad un giardino formale a parterre ed un giardino di utilità costituito da alberi da frutto. Swinburne aveva anche potuto osservare e documentare una significativa migrazione di tecniche dal giardinaggio alla produzione agricola su vasta scala. Egli scrive che nelle campagne della città di Alcamo, possesso

feudale dei Conti Cabrera, vicino Palermo, “si produce molto grano, ma una larga porzione della terra dissodata è seminata a fave che gli agricoltori erano indaffarati a sistemare nel terreno(...) Essi depongono due o tre fave sopra un mucchietto di letame in ogni buco”. E' un'azione ricostituente per i terreni attraverso piante apportatrici di azoto e una robusta concimazione; una pratica agricola conservativa, non speculativa eppure redditizia (come mostra la tabella delle tasse, oltre la metà delle entrate deriva dalla produzione del grano). Una pratica che i contadini/affittuari mettono in atto perché i terreni sono loro concessi in affitto permanente, condizione eccezionale nel contesto siciliano, e che negli esiti rimanda al fenomeno storico delle enclosures e della rivoluzione agricola. Lo storico Marc Bloch scrive a questo proposito: “La maggior parte di queste pratiche erano usate da tempo, ma in piccole quantità e non nei campi. Erano riservate ai giardini”. Anche su queste premesse, dunque, può fondarsi la confusione di paesaggio e giardino che Henry Swinburne sperimenta. Continuando il percorso, al paesaggio ordinato delle coltivazioni segue il paesaggio a-storico ed 'irrazionale' del paesaggio naturale spontaneo/giardino selvatico: una “campagna” arcaica priva di alberi e di ombra, dove una bassa coperta di “verde omogeneo con ciuffi di lentisco” nasconde ogni segno della presenza umana. Una vasta estensione incolta e selvatica, priva dell'opera storicizzante dell'uomo, che sospende il rapporto con il presente e si inserisce nel ritmo cosmico delle stagioni, in una dimensione cioè dove passato e presente si confondono. Il simbolismo delle piante legate a Selinunte suggestiona e confonde il senso del tempo. Swinburne ricorda che Selinunte prende il nome dal “Selinon” o “prezzemolo selvatico”, e che Virgilio la ricorda come “palmosa” a causa della “palma nana” che “copre le lande desolate di questi dintorni”.

Il prezzemolo selvatico, emblema di Selinunte, è nella tradizione Greca e Romana simbolo di morte, perché sacro agli Dei inferi; la palma è invece simbolo di immortalità, di vittoria, di gloria (pensiamo ad es. alla palma dei martiri). Prezzemolo e palma, insieme, misurano la limitatezza della vita e la tensione verso l'immortalità. Così, in questa dimensione temporalmente sospesa l'inganno si compie, e gli “stupendi ammassi con molte colonne ancora erette ” tornano a vivere agli occhi profani dei servitori di Swinburne, come “una grande città con una folla di campanili” piena di “folle indaffarate e la rumorosa concitazione di un luogo popoloso”. Ma è un'illusione: “silence and desolation” avvolgono Selinunte e il “prodigioso volume” delle sue rovine ospita un rapido, impalpabile soffio di morte. Il terzo quadro svela il paesaggio archeologico/giardino sublime (continua a pagina 8)


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LU MALU SPIRTU - Marrobbiu La notte e il plenilunio. E i riflessi della luce lunare sull'acqua scura del fiume, schegge argentate, al serico buio, al lento scorrere della corrente verso il mare. E l'avanzare della notte e ombre lungo l'argine della riva, verso levante e le paranze, sfumate nelle forme, e il vecchio, a piedi nudi, sulla piana che rasentava il fiume, a margine della sua barca dove erano già disposte le reti. E poi assummà e tirò su l'antinna e diede di remi, al centro del fiume a livata di livanti verso il mare, al chiarore della luna in una calma notte di ottobre, e l'àitu, e la cialoma e le ombre, incerte, che si muovevano lungo il molo e parole, a tratti indistinte, e richiami come sussurri che tacitavano il silenzio. E voci e preghiere e razioni “fammi tuinnari cu li rizzi chini, Signuri di l'Eternu, Diu d'amuri…” E il sospiro del fiume e il suono dei remi sull'acqua, e un canto lieve, e lo sciabordio sulla chiglia, al fluire dello spirito del fiume “lu bonu spirtu”, “angiulu di Diu”… E il canto del fiume, nel tramutarsi a mare, dopo l'ansa conosciuta, e l'onda lieve, cangiante alla prua che bordava il faro... E il soffio del tempo sul suo viso – vecchio – segnato da antichi ricordi sbiaditi e il mare, una coltre - così sembrava – cangiante, scura, indefinibile, candida.

E lo spirito del mare, il suo battito lento, un canto, – così sembrava – richiamo, come d'amore benevolo. E il vecchio gettò le reti, “a nomu di la santa Trinitati”, preghiera al Dio dei marinai, prece al Dio dei viventi, inno ai Santi, a Pietro, Petru-Simuni, ad Andrea, e a tutti quelli conosciuti, per la vita degli umani. E poi la levità del silenzio – solo quello - la levità della notte nei riflessi tremuli sull'acqua scura, e il soffio leggero della brezza come sussurri di parole note. E l'aria attorno come d'eternità e il cianfare dell'acqua di mare sulla chiglia e poi gli incerti colori della luce sbiadita che riposava nell'aurora. E tornò il vecchio cu li rizzi chini di pisci, pure smagliate in alcuni punti, mentre sussurrava nenie marinare, nel fruscio delle spume al vano solco della prua, al rauco grido di gabbiani al volo. Aleggiava benevolo un soffio divino. Memorie e parole antiche “E sempi razii a Diu Saramintatu, a lu Patri, a lu Figghiu, a lu Spiritu Santu, a la Maronna Matri Biniritta, e a li Santi tutti di lu Paraddisu”, antiche grida, tempo, colori, verità di marinaio, per sempre, vecchio, per sempre ancorato ai confini del mare, della sua Mazara.

E poi un canto, solo quello, al cianfare d'onda alla murata, un canto, solo quello, d'antico marinaio, canto d'antichi mondi, inebriati d'incerte verità, vacue parvenze, e volti – donne - di tanti sogni sconosciuti, incisi su polene, vanitose sirene, catturate da reti fluttuanti in mari ignoti, alla fine riflessi su chiglie di barche colorate. E l'aria tranquilla al sole di un pomeriggio d'autunno. E il vecchio era sul molo lungo il fiume, seduto sulla rete, a sàrciri le parti smagliate, a piedi nudi, con un'asola di maglia al dito grosso, piede e gamba tesi, per distendere la rizza. E il fiume sciumava verso il mare, eco riflesso, suono di una musica nota, canto come alito di uno spirito buono. E il vecchio guardò lo specchio del fiume e contro luce vide come il segno di un bordo iridato, un lieve gorgoglio, l'incresparsi confuso del piano dell'acqua, piccole bolle… E il vecchio si alzò e fece segno ad altri marinai, pescatori e sarcitori e indicò il fiume… E poi “Lu malu spirtu”, “lu malu spirtu , spirtu dimoniu…” E grida e strallasciu. Spirtu dimoniu. E poi altre grida, altre voci. “Marrobbiu, malu spirtu, marrobbiu.” E strallasciu mentre gli uomini rinforzavano gli

ormeggi delle barche e tentavano di portare via reti, remi, nasse, vili, tili 'ncirati… allontanandosi dal fiume. Spirtu dimoniu… marrobbiu e poile acque del fiume si alzarono, come a ribollire di flutti, e superarono gli argini, come onde di piena e ricaddero al di là delle sponde, e trascinarono, al di là delle rive, barche, 'ntinni, remi, reti, nasse, pisci, accelli, vele, alberi maistri. E poi il fiume si quietò e la china si ritirò nel suo letto e li junchi calati assummarunu summu a la cima. Lu spirtu angiulu - lo spirito buono del fiume – aveva lottatocu lu spirtu dimoniu – il malo spirito – che si era liberato dalle corde del fondo e aveva agitato le acque – marrobbiu, marrobbiu – e poiera riuscito a legarlo nel fango, cu liami 'ntrizzati di capiddri di santi, … al fondo, nel grembo del fiume. E poi la levità del silenzio, lo scorrere del Màzaro, limpida coltre d'acqua, benevolo manto, canto al richiamo del mare - così sembrava al vecchio – melodia di un cantico finito ad un fato ignoto, mutevole e volubile. “E po' veni l'ananca e ti rici cu è “ (il rivelarsi del destino) … sospirò…

CORSO UMBERTO E DINTORNI: NIHIL SUB SOLE NOVUM A nulla vale abbellire Corso Umberto con ulivi, giare e sedili, e poi ai due capi di questa strada, che sicuramente è parte principale del “salotto” di Mazara, vedere due immobili fatiscenti che rappresentano l'emblema del degrado e dell'abbandono totale. Un breve cenno nei riguardi del fabbricato che si trova all'angolo tra Corso Umberto e Corso A. Diaz, di fronte all'Arco Normanno, nella Piazza Mokarta (foto n.1).Fabbricato che per gli anziani, come il sottoscritto, evoca il bar Aurora che nelle caldi estati di allora sistemava i tavolini davanti al Banco di Sicilia e si contendeva i clienti con l'altro locale, il caffé Sardo che invece sistemava i propri tavolini davanti all'ex casa Burgio. Successivamente ospitò altri esercizi commerciali ed anche una agenzia di viaggi Rudere che fa brutta mostra di sé nel centro nevralgico della nostra città, in una delle due principali piazze di Mazara. Piazza Mokarta e Piazza della Repubblica che, che pur nella loro diversità, sarebbero ancora oggi “belle da godere” qualora non vi fosse nella prima l'orrido Palazzaccio Comunale e, nell'altra, un angolo di desolante abbandono. Bisogna dire ad onor del vero che, mentre per il Palazzaccio è difficile provvedere al “risanamento” è sicuramente più facile intervenire in questo piccolo angolo di Piazza Mokarta. Mi piace ora dilungarmi di più sul fabbricato che si trova in uno dei quattro

di Nino Gancitano

angoli (mi verrebbe voglia di chiamarli "quattro canti" come a Palermo) di fronte a Piazza Matteotti, tra Corso Umberto e Via Vittorio Veneto. Su questo argomento, sempre nelle pagine dell'Arco, sono comparsi due articoli uno nel maggio 1997 a firma di Nino Corleo, e l'altro nell'ottobre 1997 a firma del sottoscritto che hanno affrontato il suddetto problema. Ma visto che son passati circa 14 anni e nulla è cambiato, se non in peggio, sembra opportuno ricordare ai lettori il relativo iter del sistema perverso per cui anche volendo eliminare una bruttura si è costretti a convivere con essa, con il rischio reale di abituarsi all'orrido. Questa costruzione (foto n.2) che risale ai primissimi anni del Novecento era originariamente adibito a magazzino. Circa 30 anni addietro i proprietari avanzarono per ben due volte la richiesta di ricostruire tale rudere, ma ogni volta tale richiesta venne rigettata con varie motivazioni. Dopo pochi anni il danno e la beffa. Per ben due volte, infatti, fu ordinato ai proprietari di demolire in parte e riparare il fabbricato perché pericolante e siccome non fu possibile provvedere, anche se non per loro colpa, erano condannati a pagare una “multa”. Ed ecco ora la ciliegina sulla torta. I proprietari non avevano potuto provvedere alla riparazione perché avevano ricevuto dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali formale

diffida dal compiere qualsiasi intervento nei confronti del fabbricato in questione in quanto: ”… è grave nocumento la perdita di un fabbricato dalla singolare sagoma architettonica”. Mi chiedo ora perché non sfruttare turisticamente la visione di questo “monumento”, propagandandolo anche con brochure ed inserirlo nei percorsi turistici in modo da convogliare più turisti nella nostra città? Principalmente però tutto quanto esposto, molto succintamente, pone sul tappeto due interrogativi di non semplice risposta: 1) se trattasi, come sembra e come risulterebbe dal carteggio in parte citato, di monumento tutelato dalla Soprintendenza perché consentire sino ad oggi una innegabile deturpazione con l'affissione selvaggia e coprirlo inoltre con tabelloni dal comune destinati a spazi pubblicitari? 2) perché la Soprintendenza non interviene a tutela di questo fabbricato, considerato altresì che ha diffidato i proprietari dal compiere qualsiasi intervento che potesse deturpare tale immobile e renderlo non fruibile dal pubblico? Forse è appena il caso di accennare anche alla pericolosità del fabbricato che da anni (se non vado errato), non viene sottoposto a manutenzione per rinforzarne la stabilità e la struttura. Ai posteri l'ardua sentenza ...

di Tonino Salvo

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NEL CUORE DEL CENTRO ANTICO IL POETA DELLA PACIFICAZIONE di Enzo Gancitano Nell' XI secolo Mazara era una città musulmana non soltanto per la prevalente Mazaro, ne turbarono l'animo e l'attività letteraria. L'amico rivale Ibn Safar lo invitò a popolazione a religione maomettana ma anche per l'impianto urbanistico a stile partire per Siviglia dove i principi locali erano pronti ad accoglierli con grandi onori. islamico. Il decorso tortuoso delle strade, suddivise negli assi principali (shari), Via Ma la sua titubanza dovuta all'insofferenza per i viaggi in mare, pur attratto Porta Palermo e Via Bagno, nelle vie secondarie (durub) e nei vicoli a fondo cieco dall'ambiente sereno della Spagna, gli consentì soltanto di salutare l'amico che partiva (azikka), aveva una finalità non estetica, ma di difesa dall'attacco dalla foce del Mazaro e di rimanere in questa città dove erano “Ho chiesto alla terra nemico, con la limitazione del flusso di traffico dal centro alle sbarcati ed avevano soggiornato i suoi avi bizantini. Si spense a estremità. Inappropriati, quindi, si dimostrano i giudizi negativi dei Mazara nel 1071 (?), qualche anno dopo avere composto il canto perché era luogo di preghiera viaggiatori stranieri riguardo l'ampiezza angusta e disagevole delle funebre per il benefattore Ibn Mankut e un anno prima che i e perché era per noi un luogo strade. A Nord era dislocata la Porta Palermo (Bab al Balarm) che Normanni occupassero la città. Fu seppellito sulla costa orientale in conduceva alla Porta del Fiume (Bab al Wadi) e alla Porta Cartagine terra mazarese di fronte alla costa natia africana. Con la sua cultura e che rende puri e buoni. tramite la Via Bagno. Attraverso la Via Porta Palermo si raggiungeva il suo umanesimo, il poeta di Msila e di Mazara, fu il primo letterato Rispose senza parlare, la Muschita Magna, costruita nei pressi della chiesa bizantina, ad indicare ai posteri la via per congiungere l'Europa al mondo arabo perché ho accolto nell'attuale piazza della Repubblica, con il minareto dalla cui e all'Africa. sommità il muezzin invitava più volte al giorno i cittadini alla per ognuno una persona cara”. Piace immaginare il poeta Ibn Rasiq, seduto su uno scoglio alla foce Ibn Rasiq preghiera. Ma le moschee nella città del Mazaro non dovevano del Mazaro e piace ideare e leggerne i pensieri, turbati dalle guerre essere poche poiché aveva ampia applicazione l'insegnamento di civili: Maometto : “ A colui che costruisce una moschea, sia pure piccola come la buca che Al fievole ritmico sciabordio della risacca l'uccello qatà (pernice) scava nel terreno per la cova, Allah gli costruisce una dimora in lo sguardo si smarrisce all'orizzonte, Paradiso”. Ed ancora Maometto: “Nell'ora della preghiera , devi farla là dove ti trovi: laggiù la terra insanguinata dell'infanzia, là è la moschea”. Oltre alla Muschita Magna, quindi, altre moschee sui siti dell'attuale la gloria nella reggia di Qairawan, Chiesa San Nicola, e della Chiesa Sant'Agostino. Ma se i successivi dominatori a ponente gli ospitali Banu Abbad di Siviglia Normanni costruirono templi cristiani sulle moschee, non risulta azzardato ipotizzare qua l'olezzante terra del Mazaro, altre moschee preesistenti alle chiese normanne di San Biagio (San Francesco), Santa l'accoglienza munifica del principe Mankut. Venera, San Vito a Mare, San Michele, San Nicolò Regale, etc. Lo shari principale- Via Ma quando, quando cesserà il sangue dei fanciulli Porta Palermo – conduceva anche al mercato maggiore della città in Piazza Chinea, ma ignari, il fragore della morte, il grido di dolore, soprattutto nella reggia fortezza del principe Ibn Mankut, signore di Mazara, Trapani, la disperazione delle madri, l'odio insensato Marsala, Sciacca e dei centri minori della Sicilia Sud-Occidentale. Nel cuore del tra gli infedeli Rum e gli smaniosi Islamici ? centro antico della Mazara musulmana, nella Piazzetta F. Modica, già Piazzetta Quando regnerà la quiete, il silenzio senza la paura, Marchese, a limitata ampiezza, insisteva il centro politico, militare e culturale della la gaiezza dei bimbi per le strade arrossate dal vento del sud, città. La reggia, infatti, comprendeva come in tutte le corti musulmane, un cenacolo di quando gli aedi torneranno a declamare le lodi alla varie dozzine di poeti e letterati che godevano dell'ospitalità, di lucrosi compensi e privilegi politici. Gloria di quel cenacolo culturale mazarese era la presenza del saggezza del principe Al Mu'izz, mecenate di cento poeti ? maggiore poeta e letterato del mondo arabo dell'epoca, Ibn Rasiq. I cerchi di sole sul mare riportano l'immagine reclusa Con il suo arrivo a Mazara Ibn Rasiq colmò il vuoto lasciato dalla partenza verso del kuttab (sede istruzione primaria)infantile a Msila con il dischiuso Palermo di Ibn al-Birr (e dei suoi discepoli) che a Mazara aveva tenuto corsi di studi Corano, degli inflessibili sheikh (insegnanti)a Qairawan, dello studio filologici e grammaticali ed era ritenuto da tutti capo e guida della scuola filologica dell'hadith (religione islamica)delle riunioni nei maglis (luoghi siciliana. Però, la sua devozione a Bacco piuttosto che alle norme del Corano che riunione studenti), del talento per la poesia, vietano l'assunzione di vino costrinsero il suo protettore ed estimatore principe Ibn della fatica del padre orafo, del rossore della timidezza, Mankut, seppure malvolentieri, ad allontanarlo dalla castigata Mazara: “Vai a Palermo, del rumore delle battaglie, della fuga nella dotta Mazara. dove il vino è tollerato e vi abbonda”. Oh, questa avversione per il mare, questo timore delle onde Preceduto dalla sua fama di poeta e della sua opera di critica Al-Umda, nota in tutti i mentre la mansueta Siviglia attende di concedere paesi del Maghreb e anche in Oriente,Rasiq lusingato dall'accoglienza pomposa e onori, elogi, gloria e ricchezza ! affascinato dall'isola incantevole, dagli intensi profumi di arancio e gelsomino, dalla Kana, Kana, c'era una volta la pace nel giardino tranquillità del territorio governato dal suo protettore, accrebbe la sua vasta produzione del Mediterraneo, nell'accogliente reggia di Mazara, poetica e letteraria, non integralmente pervenuta, nella quale si riscontra anche una ma il Ghibli ha disotterrato le armi e le armi cronaca storica della Sicilia musulmana del'epoca, Al-Umdah (La colonna). hanno annientato il profumo di arancio e gelsomino Ibn Rasiq nacque a Msila nel 1000 da padre, verosimilmente bizantino, che esercitava il e la musa langue e latita e lo sciabordio mestiere di orafo trasmettendone i segreti al figlio. Ma il talento poetico di Rasiq e il alla foce del Mazaro perdura, mentre l'amico poeta gusto per la letteratura convinsero il genitore a fargli continuare gli studi a Qairawan, Ibn Safar, un dì rivale nell' opulenta corte di Qairawan, allora capitale dell'Ifriqiya, dove ebbe come maestri i più grandi letterati del riscuote encomio e lode nella lussuosa reggia dei Banu Abbad. tempo.Grazie alla presentazione di uno di questi fu accettato al servizio della Cancelleria della corte. Nel 1019 compose un poema in lode del principe Al Mu'izz che Le navi provenienti dalla terra del cuore approdano sicure lo elesse a poeta preferito tra i cento che frequentavano e ricevevano l'ospitalità nella lungo le rive del fiume spiritato ma non riescono a fugare corte. Ciò suscitò l'invidia e il rancore del grande poeta della reggia, Ibn Saraf, sostituito l'angoscia del fluttuante scorrere sul mare burrascoso, nelle preferenze del principe che godeva della loro compagnia e li stimolava a non riescono a dare l'ardimento per un viaggio gareggiare nelle competizioni poetiche non solo a corte ma anche nelle sue residenze di verso la quieta costa andalusa. campagna, dal fasto ineguagliato. La vasta produzione poetica di Rasiq si diffuse Oh, Signori del potere e della guerra, della vita e della morte rapidamente nelle città dell'Ifriqiya, in Sicilia e in Spagna dove i principi locali, suoi dei demoni infedeli e dei giusti di ogni credo, fate che cessi ammiratori, non facevano mancare gli inviti a corte. Ma nel 1057, a causa delle il pianto dei fanciulli e torni il canto degli uccelli, continue turbolenze belliche, provocate dai Berberi prima e dai nomadi Arabi dopo, la l'odore delle zagare, il trionfo della poesia e della conciliazione. capitale cadde in mano a quest'ultimi. Il pricipe Al Mu'izz si trasferì a Mahdiyya seguito Il mio nome è Abu Alì Hasan Ibn Rasiq. Fui gloria letteraria da Ibn Rasiq mentre Ibn Safar, non nel mondo arabo per concessione di Dio benigno. sopportando ulteriormente le continue Lasciai le mortali reliquie nel 1071. agitazioni militari, si trasferì nella Mi fu concesso di non assistere l'anno dopo all'aggressione tranquilla Mazara presso la reggia del dei barbari Normanni. Le mie spoglie giacciono sperdute principe Ibn Mankut. La città siciliana nella città del Mazaro davanti alla costa orientale del mare africano costituiva allora il massimo centro della i cui effluvi lambiscono la vetusta terra che mi ricopre cultura giuridica musulmana nell'isola, ma possedeva anche una rinomata e, invano, chiede la prece di una persona cara. scuola dell'arte poetica e letteraria. Dalla Nessuna targa viaria, fra le tante senza merito, ricorda questo immenso mazarese città di Mazara, dunque, Ibn Safar non acquisito. mancò, quasi giornalmente, di comporre satire contro il rivale Ibn Rasiq al quale puntualmente giungevano in Africa. Anche Rasiq avvertiva la pesantezza del nuovo clima instauratosi, ma l'avversione per i viaggi in mare lo trattenevano. Intorno al 1062 finalmente si decise a lasciare l'Africa e venne accolto trionfalmente a Mazara da Ibn Mankut che provvide a riappacificare i due grandi poeti della corte di Qairawan. Ma dopo qualche anno, le lotte civili insistenti assieme ai ripetuti tentativi dei Normanni di conquistare la città del


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SCHEDE BIOGRAFICHE

di Onorato Bucci

GENTILE GIOVANNI

MELI GIOVANNI

(1875-1944)

(1740-1815)

Nacque a Castelvetrano (Trapani) il 29 maggio 1875, morì a Firenze il 15 aprile 1944. Dire che fu “filosofo e uomo politico” dice tutto ma dice pochissimo se non si riempiono i due contenitori della filosofia e della politica di cui egli fu rappresentante geniale. Allievo della Scuola Normale di Pisa e laureatosi a Pisa nel 1897 insegnò filosofia nei licei di Campobasso e di Napoli dal 1898 al 1906 per passare all'insegnamento universitario a Napoli dall'Anno Accademico 1906-1907 succedendo a Donato Jaja che lo ebbe allievo a Pisa e che lo protesse favorendo la sua venuta a Napoli (C. Calogero, alla voce Jaja Donato, in EI, 1933, p. 643). Dopo appena un anno passò a Palermo e nel 1914 a Pisa e poi, nel 1917, a Roma. A Napoli si avvicina a Benedetto Croce, lui hegeliano per le radici di Donato Jaja ma anche di Bertrando Spaventa che aveva conosciuto tramite il suo Maestro, e fu accolto nel giornale crociano La Critica, dove scrisse corposi saggi come continuazione del suo pensiero, già espresso nella sua tesi di laurea, La Rinascita dell'idealismo. Consigliere comunale e assessore alle belle arti nell'Amministrazione antisocialista a Roma negli anni 1920-1922, fu chiamato da Benito Mussolini nel I° governo sorto dopo la Marcia su Roma e resse il dicastero della Pubblica Istruzione fino al 1924: in soli 20 mesi elaborò la riforma della Scuola Italiana, dalle Elementari fino all'Università, la prima legge organica della Scuola dopo la legge Casati del 1859. Dal 1925 fu il punto d riferimento di tutta la cultura governativa italiana mentre Benedetto Croce ne era della cultura antigovernativa. Fu lui a fondare l'Istituto Nazionale fascista di cultura e fu lui a fondare l'Enciclopedia Italiana con la munificenza di Treccani (1925). Fu Presidente della Fondazione Leonardo e fece parte della Commissione dei Diciotto per la riforma della Costituzione Albertina, fu Senatore del Regno fin dal 1922, Presidente del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (1926-1928), Membro del Gran Consiglio del Fascismo dal 1923 al 1924 e dal 1925 al 1929. Fondò l'Istituto Interuniversitario Italiano di cui fu Presidente con il compito di regolare la vita, i compiti degli Atenei italiani, Presidente dell'Istituto italo – germanico, Commissione per la Scuola Normale Superiore di Pisa, presidente del Comitato Nazionale per la storia del Risorgimento. Dal 1920 dirigeva il Giornale critico della filosofia italiana e fu Presidente dell'ISMEO (Istituto per il Medio ed Estremo Oriente). Fondò e diresse a Pisa la Domus Galileiana. Fu Commissario per il Centro Studi Mauriziano dal 1939 al 1944 e membro della Commissione per la pubblicazione degli scritti di G. Mazzini e presidente della Commissione per la pubblicazione dell'Edizione Nazionale delle opere del Petrarca, Socio Nazionale dei Lincei. Accettò nel novembre del 1943 la Presidenza dell'Accademia d'Italia. La sua implicazione con il Fascismo è fuor di dubbio, e basterebbero i suoi scritti Il fascismo al governo della scuola, Palermo, 1924, Che cos'è il Fascismo, Firenze, 1925; Fascismo e cultura, Milano, 1928, ma gli antecedenti, forse influenzati dal Futurismo, erano già in Guerra e Fede, Napoli, 1919, 2 ed. Roma, 1927. E bisognerebbe capire se è vera la convinzione generale che la voce Fascismo [Dottrina], nell'Enciclopedia Italiana, XIV, 1932, pp. 847-851, firmata Benito Mussolini sia effettivamente del Capo del Governo o di Giovanni Gentile. Sta di fatto che Gentile, direttore dell'Enciclopedia Italiana, diede alla voce Fascismo, nell'Enciclopedia Italiana, uno spazio incredibile: Fascismo [Storia]; ibidem, pp. 851-878 curata da G. Volpe; Fascismo [Realizzazioni del Fascismo]; ibidem, pp. 878-884 curata da A. Marpicati, Fascismo [Bibliografia], p. 884, curata da G. Volpe. Ma è certo che non accettò le leggi razziali perché appena uscita la legge egli celebrò alla Normale di Pisa A. D'Ancona. Alla Sicilia diede quel piccolo gioiello che è Il tramonto della cultura siciliana, Napoli, 1919, e fu sempre fedele alla sua dottrina espressa nella sua forma più completa nella Teoria Generale dello Spirito come atto puro, Pisa, 1916, 4 ed., Bari, 1924. Ed è stato a tutti ben noto la divergenza che ebbe, sul piano teoretico, con Benedetto Croce, ma è a tutti ben noto che non consentì a nessuno, neppure al Capo del Governo, che lo si limitasse nella libertà dello Spirito e nella diffusione del suo pensiero. E' accertato che egli garantì sempre la pubblicazione de La Critica di Benedetto Croce. Si comprende quindi quale fu il capolavoro di Giovanni Gentile, l'Enciclopedia Italiana, cui diede tutta la sua vita e che resta la migliore Enciclopedia del mondo. All'Enciclopedia Gentile fece collaborare le migliori menti della Cultura italiana ed europea, dando spazio a tutte le Scuole scientifiche. E difese questa pluralità di insegnamenti quando affermò che “l'unità, che è il principio vitale di ogni libro vivo, pare esclusa per definizione da un'Enciclopedia che, per essere cosa seria, e di necessità opera a molte mani, e ognuno vi mette il suo pensiero, il suo stile, la sua anima” [p. XIII, Prefazione al I° volume dell'intera Enciclopedia, 1929]. E così continuava: “Il che peraltro non abbiamo creduto che fosse per produrre l'effetto di un coro selvaggio di voci stonate e discordi. Non c'è solamente l'anima del singolo. Nello stesso individuo c'è anche l'anima della sua famiglia, del suo popolo, del suo tempo, c'è il punto di vista e l'interesse spirituale che è suo come dei connazionali e da coetanei che vivono la stessa vita e si sono formati nello stesso mondo spirituale. Da quest'anima più vasta, non meno reale dell'altra che varia da individuo a individuo, scaturisce l'unità di una scuola ben organizzata e diretta, e scaturisce l'unità di un'enciclopedia ben disegnata e condotta. Concludendo con il motto latino: Concordia discorso [ibidem, p. XIV]. Ed allora si può capire la continuità fra Giovanni Gentile e Gaetano De Sanctis che ne fu il successore nella Direzione dell'Enciclopedia e che tenne a ribadire [Prefazione alla Seconda Appendice, vol. I, A-H, 1938-1948] che “Tale sistemazione (i.e. – dei convenuti dell'Enciclopedia) non è turbata da diversità di ideologie e da tesi personali: uomini d'ogni tendenza hanno collaborato in piena libertà, e solo si è chiesto ad essi che ciascuno, scrivendo per l'Enciclopedia, che è di tutti, rispettasse insieme con le proprie le oneste idee di tutti” (ibidem). E' sempre il De Sanctis, che fu uno dei 16 uomini di cultura che non giurò fedeltà al Fascismo e che per questo fu espulso dall'Accademia dei Lincei e all'insegnamento, vergò personalmente la voce Gentile Giovanni [pp. 1028-1029 alla Seconda Appendice, vol. I, AH, 1938-1948] che cerca di capire lo stato d'animo Gentile combattuto fra la fedeltà ad un passato ove il suo impegno era stato evidente e “l'abisso d'odio e il disprezzo che il regime aveva scavato fra se e i suoi oppositori” (ibidem, p. 1028). Il risultato fu – sempre per dirla con il De Sanctis – “il grido di dolore pubblicato nella Nuova Antologia di cui assunse appunto allora la direzione (Ripresa, nel fascicolo del 1° gennaio 1944). E quindi, la tragedia: “Da Firenze, dove si era trasferito, aderì al governo fascista ricostituitosi a Salò. Questa decisione, intorno alla quale non spetta a noi dare giudizio, gli fu fatale. Condannato a morte da una cellula comunista del GAP, egli fu ucciso per ano degli stessi componenti in Firenze il 15 aprile 1944.

Il più grande poeta nella parlata siciliana a cui si ridusse tutta la sua conoscenza della letteratura europea e italiana. Nasce a Palermo il 6 marzo 1740 e ivi muore il 20 dicembre 1840. Alterna, fin dalla prima gioventù, secondo la più nobile tradizione dell'isola, lo studio della poesia con quello della filosofia. Ma Giovanni Meli ha una caratteristica che lo fa unico: inserisce la cultura siciliana nella cultura della Penisola, prendendo a motivo della sua poesia tutti i classici latini e delle altre culture italiane con uno sguardo alla cultura europea. A vent'anni è già chiamato, ma solo per la sua giovane età e non per disprezzo, la puiticchiù (il poetino) per il suo verseggiare alla maniera di Metastasio ma in parlata siciliana, e mentre verseggiava nella sua lingua (L'origine di la munnu), scriveva cose dottissime come le Riflessioni sul meccanismo della natura. A Cinisi, questo borgo dipendente del monastero unico di San Martino delle Scale, a Palermo, scrisse poemi nella lingua dantesca non priva di ricordi ariosteschi e vergaliani come la Fata Galante (1752) ma anche tutto il suo migliore repertorio in parlata siciliana che lo fanno il più grande poeta della Sicilia di tutti i tempi, come le Elegie, la famosa Bucolica (5 egloghe e 11 idilli divisi in 4 stagioni) e gli inni alla figure di donne come Nici, Dori, Clori e Fille e poi Anacreontiche e canzonette; l'occhi, lu petu, la gigghiu, lu neu, lu dubbiu, separazioni, mi stuffasti. Verso le sue donne, reali o meno, ebbe fontane crescenti d'amuri, giluna, partenza e sdegna, ma il vero contare era verso la sua Sicilia, come Li maravigghi di Sicilia, Lu viaggiu in Sicilia di un antiquariu, Accademia di li antiquarii. Compose una miriade di poesiole che altro non erano che brindisi in rime baciate, che lo resero famosissimo in banchetti e incontri conviviali. Ottenne la licenza per l'esercizio professionale di medico (1764) facendosi chiamare abate anche se non prese mai la tonsura, e voleva che lo si chiamasse lu prufissuri in medicina, ma sempre con garbo e con piacevole rispetto dell'altro, motivi che risultano tutti nell'Eglica, in lochi di lu gattu. Per tutto il garbo e la galanteria del suo dire e del suo poetare, e certamente non per scienza ebbe presso l'Accademia degli Studi di Palermo la Cattedra di chimica (1787) che gli pubblicò (tanto da dimostrare la stima umana nei suoi confronti) tutta l'opera sua poetica [Bucolica, Canzonetti, Elegii, Saturi, Capituli menischi, L'origine di lu munnu, Fata Galanti, Ditirammu, Don Chisciotte e Sancio Panza] in 5 splendidi volumi. E' sulla base della sua poesia e prosa in idioma siciliano che nel 1790 a Palermo fu creata l'Accademia siciliana per la difesa del parlari di Sicilia. Morì poverissimo, dopo aver scritto innumerevoli altre opere fra cultura greca e sentimenti per la sua Sicilia cui dedicò perfino le Riflessioni sullo stato presente del regno di Sicilia (1801) intorno all'agricoltura e alla pastorizia.

Bibliografia. Oltre quella citata nel testo: U. Spirito, Gentile Giovanni, in EI, XVI, 1932, pp. 580-581.

Bibliografia: A. DI GIOVANNI, La vita e le opere di Giovanni Meli, Firenze, 1934; L. SORRENTO, Meli Giovanni, in EI, XXII, 1934, pp. 806-807

SAN GIULIANO, ANTONINO PATERNÒ – CASTELLO (Marchese di 1852 – 1914] Nasce a Catania il 10 dicembre 1852, muore a Roma il 16 ottobre 1914. Di nobile famiglia catanese, partecipa fin dalla prima giovinezza all'attività amministrativa della sua città tanto da diventare a 27 anni Sindaco di Catania. A 39 anni, dal 1552 diventa Deputato e fu ammirato per le sue conoscenze in materia di politica estera e coloniale. Nel 1892 è sottosegretario all'Agricoltura nel primo ministero Giolitti, poi Ministro delle Poste e Telegrafi nel Ministero Pelloux, relatore della Commissione d'inchiesta sulla colonia Eritrea, Presidente del primo congresso della Società Geografica Italiana come attestano Le lettere sull'Albania pubblicate sul Giornale d'Italia nel 1902 e poi riunite in volume. Divenne Ministro degli Esteri nel Ministero Fortis dal 24 dicembre 1905 al 1° febbraio 1906. Dal 1906 al 1909 fu ambasciatore a Londra: e, subito dopo e per tutto il 1910 ambasciatore a Parigi. Dal marzo 19010 all'ottobre 1914 è Ministro degli esteri nei tre successivi Ministeri Luzzatti, Giolitti e Calandra. Predicò sempre che l'Italia dovesse essere grande potenza e si preoccupò di tenere con dignità e fermezza una posizione autonoma sia di fronte alle potenze occidentali sia di fronte agli Imperi Centrali tanto da dire, nel dicembre 1913, alla Camera “per l'Italia i giorni della politica remissiva sono passati per sempre e non torneranno mai più” P. Silva, in EI, XXX, 1936, p. 661). Difese l'annessione all'Italia del Dodecanneso contro le pretese della Grecia appoggiate dalla Francia e dall'Inghilterra; sostenne l'indipendenza dello Stato albanese e si oppose alle pretese dell'Austria sull'Adriatico. Quando scoppiò il dramma di Sarajevo, si trovò d'accordo con Salandra ad affermare la neutralità dell'Italia. Morì straziato dai dolori dell'artrite senza aver gettato le basi della duplice azione, che poi riprese Sonnino: l'azione per rivendicare in base all'art. VII della Triplice i compensi dell'Austria che, attaccando la Serbia aveva spostato la situazione balcanica; l'azione per la preparazione dell'intervento a fianco dell'intesa contro gli Imperi Centrali. Resta il giudizio su di lui di Pietro Selva (in EI, XXX, 1936, p. 661): “la passione, l'ardore di lavoro, lo spirito di sacrificio di cui si rivelò capace in quei drammatici mesi, sottoponendosi a uno sforzo di lavoro che certo accelerò la sua fine, dimostrarono come, sotto le apparenze di scetticismo e anche di svogliatezza da cui sembrava caratterizzato, fosse in lui un ardente amore di patria ed un alto senso del dovere”. Bibliografia: F. Cataluccio, Antonio San Giuliano e la politica italiana dal 1910 al 1914, Firenze, 1934; G. Giolitti, Memorie della mia vita, 2 voll., ed ivi infra, Milano, 1922.


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L’arco

ANTONELLO DA MESSINA

MARTOGLIO NINO

[1430 (?) – 25 (?).2.1479]

(1870-1921)

Nasce da Giovanni di Michele degli Antonimi a Messina, probabilmente nel 1430 che la dottrina riferisce come probabile anno di nascita partendo dalla prima data certa della sua vita che è il 1457 quando gli fu chiesto di dipingere un gonfalone per Reggio Calabria simile ad un altro che egli stesso aveva eseguito per la Chiesa di S. Michele a Messina. Nello stesso anno 1457 assume nella sua bottega come allievo Paolo di Caco. Nel 1460 lo troviamo insieme alla sua famiglia ad Amantea in Calabria. Dal 1460 al 1465 è a Messina, e dal 1465 è il Cristo benedicente della National Gallery di Londra. Dal 1465 al 1472 sappiamo di lui solo che appose firme alle opere da lui compiute ma nulla della sua vita [così L. Ventura, in EI, III, 1929, pp. 549-551]. Nel 1473 firma un'opera a Caltagirone e prepara il gonfalone per Randazzo. Nel 1474 si obbliga a dipingere per Palazzolo Acreide il quadro dell'Annunziata conservato nel Museo di Siracusa. Nel 1475 è a Venezia e lavora alla parla di S. Cassiano commensali da Pietro Bono che dirà dell'opera “de le più” eccellenti opere di penero che habia Ittalia e fuor d'Ittalia” [L. Ventura, cit., p. 549]. Poi passa a Milano per Galeazzo Maria Sforza. Alla fine del 476 torna a Messina e nel 1478 si impegna a dipingere un gonfalone per S. Maria di Randazzo. Il 14 febbraio fa il suo testamento e poi muore, forse il 25 dello stesso mese. Non è questa la sede per parlare criticamente di Antonello da Messina. Ci rimettiamo agli studi di G. Di marzo, N. Scalia, L. Venturi, M. Berenson, F.I. Mather secondo i quali ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi pittori dell'Umanesimo Europeo e che fa parte integrante della grande arte europea rinascimentale. Riportiamo tutte le sue opere e i luoghi ove sono conservati:Crocifissione (Museo di Anversa); Tre ritratti di uomo (Kaiser – Friedrick Museum di Berlino); Ritratto di uomo (Museo di Cefalù); S. Sebastiano (Pinacoteca di Dresda); Ritratto di uomo (Museo di Filadelfia); Cristo benedicente, Ritratto d'uomo, Crocifissione, S. Girolamo nello studio (Nat. Gallery di Londra); Ritratto d'uomo (Coll. Willet di Londra); Polittico rappresentante la Madonna, S. Gregorio, S. Benedetto e l'Annunciazione (Museo di Messina); Ritratto d'uomo (Museo civico di Milano); Ritratto d'uomo (Coll. Trivulzio di Milano); Ritratto d'uomo (già collezione Chiesa di Milano); Annunziata (Pinacoteca di Monaco di Baviera); Madonna col Bambino e S. Giovanni, Ritratto d'uomo (Metropolitan Museum di New York); Ritratto d'uomo (Collezione Bache di New York); Cristo (Collezione Friedsam di New York); Cristo (Museo di Novara); Annunziata (Museo di Palermo); Cristo (Museo di Piacenza); Frammento di un “Abramo e tre angeli, San Girolamo (Museo di Reggio Calabria); Ritratto di uomo (Galleria Borghese di Roma); Madonna (Collezione Mackay di Rosly a Long Island già Collezione Benson); Annunciazione (Museo di Siracusa); S. Zosimo (Cattedrale di Siracusa); L'uomo dl Libro (Torino, Collezione Gualino), Cristo sul sarcofago (Museo Civico di Venezia); Madonna col bambino (Museo di Vienna). In totale 34 opere.

Nasce a Belpasso (Catania) nel 1870, dove muore il 15 settembre 1921. Fece il giornalista a Catania dove fonda e dirige D'Artagnan, di spirito mordace, colmo di satira cittadina con grande acume umoristico. Nelle pagine di questo foglio creò la figura di Don Procopio Bellaccheri che a detta di Silvio D'Amico (in EI, XXII, 1932, p. 460)precorre il romano Oronzo E. Marginati di Luigi Lucatelli. Attraverso questo personaggio, baldo carattere di moschettiere, pronto a pagare le esuberanze della polemica anche sul terreno cavalleresco, Martoglio sferzava la gente di Catania e di tutta la Siciglia. Ma il grande compito che Martoglio ebbe fu quello di dar vita ad un teatro in parlata e lingua siciliana avvalendosi di geniali attori quali Giovanni Grasso, Angelo Musco, Marinella Bragaglia e Mimì Aguglia che egli rese famosi in Sicilia e nel mondo. Di intesa con Luigi Pirandello scrisse L'aria del Continente che trovò in Angelo Musco il rappresentante tragico – comico più adatto di una comica avventura di un buontempone siciliano che tenta di continentalizzarsi, commedia che ebbe un successo fragoroso in Italia e all'estero. Merito del Martoglio – aiutato in questo da Luigi Pirandello e Rosso di San Secondo fu quello di aver fatto uscire la commedia siciliana fuori dall'isola e di avergli dato un respiro europeo e mondiale. E quando Pirandello tradusse per lui il Ciclope di Euripide egli lo presentò al Metastasio di Roma con la Compagnia del Piccolo Teatro a Sezioni (1911) e poi con il Teatro Mediterraneo all'Argentario. E così fece con le opere di Verga (Dal tuo al mio) di De Roberto (Il rosario), dello stesso Pirandello, e di Rosso di S. Secondo. Le opere del Martoglio sono le seguenti: Nica (1903), I Civitati in pretura (1903), Sara (1904), Turbini (1905), Il salto del Lupo (1906), Capitan Blanco (1906), 'U palin (1906), La mia famiglia (1907), San Giovanni Decollato (1908), L'ultimo degli Alagona (1908), Ritura (1911), Viaculanzicida (1912), Il divo (1912), Punta a croce e nodo piano (1912), Salto di barra (1912), Capitan Senio (1912), Passo Luparo (1912), L'Aria del Continente (1915), 'U Riffanti (1916), L'arte di Giufà (1916), Seuru (1917), Cappidazza paga tuttu (1917), 'A Vilanza (la bilancia, 1917), in collaborazione con L. Pirandello, 'U contro (1918), Sua Eccellenza di Falcomarzano (1918), Taddarita (1919), Il Marchese di Rivoluto (1920), Annata Ricca, massara contentu (1921).

Bibliografia: L. Ventura, in EI, III, 1929, pp. 549-551; N. Scalia, Antonello da Messina e la pittura in Sicilia, Milano, 1914.

TEMPIO DOMENICO (1750-1821) Nasce a Catania il 22 agosto 1750 e ivi muore il 4 febbraio 1821. È grande autore di prosa e poesia in parlata siciliana, comunicando da La Trancetteide e poi Gli amanti delusi, ed ancora La disgrazia di la Pila, La scerra di Li Nuni e quindi Lu Iacu in prima, e poi La carestia, (in strofe settenari), La vera piaceri (in ottava) e poi ancora La maldicenza sconfitta, La nuova Staci, La pulici, La minuta de li dei. Tutte le sue poesie sono pubblicate a cura di R. Corso, Catania, 1926. Caratteristica della poesia di Domenico Tempio è la tendenza alla pornografia, la rappresentazione equivoca di sozzure e di vizi umani fatta con disinvoltura e al solo scopo di cantare il mondo del suo tempo oltre ogni morale convenzionale. Per questo è condannato aspramente dalla critica del tempo e dai critici d'oggi anche se tutti gli riconoscono una poesia schietta quando, dietro gli episodi laidi e lordi che descrive, inquadra questi ultimi in una semplice vita campestre e nella solitudine e nella bellezza delle campagne etnee. Bibliografia: A. Emanuele, Domenico Tempio, la vita e le opere, Catania, 1912. E. Del Cerro, Letteratura dialettale, Domenico Tempio, in Fanfulla della Domenico, XV, n. 13. C. Sgroi, Tempio Domenico, in E.I., 1937, pp. 472-473.

LA LUMIA ISIDORO (1823-1879) Nasce a Palermo il 1° novembre 1823 ed ivi muore il 28 aprile 1879. All'inizio della rivoluzione del 1848 si scrisse alla Giovine Guarda e fu nominato segretario del Ministero, ripartizione affari esteri e redattore del Giornale Officiale di Sicilia. Fallita la rivoluzione abbandonò gli studi esercitando l'avvocatura per necessità economica. Liberata la Sicilia nel 1860, giunge al grado di capodivisione nel dicastero luogotenenziale, ripartimento finanze, e di là trasferito nel 1864 alla direzione e poi ancora soprintendenza degli archivi siciliani ove dà grande impulso al riordinamento del materiale. Dopo I Luna ed i Perollo, una novella del 1844, si dà agli studi storici che riunisce nel 1870 in due volumi dal titolo Studi di storia siciliana e dal 1849 al 1875 scrive memorie politiche ed economiche. Nel 1881 il Municipio di Palermo cura una nuova edizione dei suoi lavori in 4 volumi. La Biblioteca di Palermo conserva un suo copioso epistolario tuttora inedito. Scrive su Nuova Antologia e nell'Archivio Storico Italiano saggi di rara bellezza di storia della Sicilia antica. Bibliografia: G. La Mantía, La Lumia Isidoro, in E.I., XX, 1933, p. 397. G. Fallico, La Lumia Isidoro, in DBI, vol. 63, 2004, pp. 100-103.

Bibliografia: S. d'Amico, in EI, XXII, 1932, p. 460.

SALVATORE RICCOBONO (1864-1958) Nasce a San Giuseppe Jato (Palermo) il 31 gennaio 1864, morto a Roma il 5 aprile 1958, all'età di 94 anni. Iniziò gli studi classici in Monreale compì gli studi liceali e poi quelli universitari a Palermo ove conseguì la laurea in Giurisprudenza nel luglio 1889. Nel novembre di quell'anno si recò in Germania e vi rimase fino al 1894, passando nelle Università di Monaco, Lipsia, Strasburgo e Berlino con una dimestichezza familiare e scientifica con Bernardo Windscheid, il più grande giurista tedesco del tempo insieme al Gluck che tanta parte ebbe nella formazione del Codice Civile tedesco che Bismarck volle e che fu promulgato il 1° gennaio 1900. In Italia venne a scuola, forte di questa preparazione, di Vittorio Scialoja di cui frequentò i corsi dell'erigenda Scuola di Specializzazione di diritto romano e dei diritti dell'oriente Mediterraneo. Nel novembre del 1894 ebbe l'Incarico delle Istituzioni e di Storia del Diritto Romano a Camerino e nel 1896 vinse il concorso per ordinario a Perugina e a Sassari. Vinti entrambi, optò per Sassari dove stette solo un anno per essere chiamato nel 1897 a Palermo dove tenne l'insegnamento ininterrottamente fino al 1931. Dal 1921 al 1931 fu preside della Facoltà e a Palermo fondò la sua Scuola, i suoi Annali e quelle Lezioni di esegesi sulle fonti del diritto romano diventate poi famose in tutto il mondo. Nel 1932 passò a Roma dove insegnò per due anni accademici, fino al 1934, anno del suo collocamento a riposo. Dal 1934 al 1955 insegnò (ultranovantenne!) alla Pontificia Università Lateranense nel Pontificium Institutum Utriusque Juris, fondando, con Emilio Albertario, Studia et Documenta Historiae et Juris, e dando inizio a quella Scuola lateranense di diritto romano e dei Diritti Orientali vanto della Santa Sede. Salvatore Riccobono è stato certamente il più grande romanista di tutti i tempi, pari ai Maestri, se non superiore, che da Gotofredo pervennero fino al Pufendorf. E' lui a fondare la scuola di esegesi del diritto romano su consiglio di Scialoja ed è lui a puntualizzare l'influenza del Cristianesimo sul diritto romano (dello stesso titolo è la relazione berlinese del 1908 e del 1893 iniziarono i suoi studi critici sulle fonti del diritto romano); è lui ad intuire l'importanza delle collezioni giuridiche bizantine per la costruzione di istituti e dottrine classiche ed è lui a dar vita alle Fontes iuris romani anteiustinianei di cui raccolse le Leges. Dal 1914 al 1918 attese all'opera sua maggiore, Dal diritto romano classico al diritto moderno e insegnò, contro il Beseler, che le interpolazioni avessero avuto per lo più carattere formale e non sostanziale. Di qui l'insegnamento che egli lasciava ai Romanisti: che il diritto romano si era trasformato attraverso la prassi giudiziaria dove la giurisprudenza aveva avuto un ruolo fondamentale (vedi la voce Iurisprudentia nel Nuovo Digesto Italiano, riprodotta integralmente nel Nov.Dig.It., IX, 1961, rist. 1981, pp. 348-373 con un'appendice di S. Riccobono junior, pp. 373-375), fondendosi poi i vari ordini giuridici dell'età classica, subendo poi un processo di semplificazione del diritto da Costantino a Giustiniano e trasferendo poi al Cristianesimo tutto il suo bagaglio storico che questo trasformò, rispettandone lo spirito nel diritto canonico lasciandolo poi in eredità ai diritti vigenti nelle Codificazioni europee. Tenne conferenze a Londra e Oxford e a Washington presso la Catholic University of America ove venne poi fondato il Riccobono Seminar of Roman Law di cui Riccobono fu nominato Magister ad vitam e dove fu trasferita la sua biblioteca (eccetto le raccolte delle Miscellanee a lui inviate dai colleghi e studiosi di tutto il mondo riunite nell'Istituto di diritto romano dell'università degli studi di Roma La Sapienza). Fu Accademico d'Italia e, prima, socio Nazionale dell'Accademia dei Lincei, doctor honoris causa dell'Università di Oxford, Windsor e Gottinga. Bibliografia: Voce in Nov.Dig.It., XV, 1968, rist. 1982, pp. 923-924; voce in EI, XXIX, 1936, pp. 252-253.


L’arco OTTOBRE 2011

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APPUNTI DI VIAGGIO... DA OUAGADOUGOU! Sono a Casablanca! Nella mia infanzia ne avevo sempre sentito parlare come di una città incantata e come della città “più francese e chic dell'Africa”. Essa mi appare dall'alto, con i suoi quartieri regolarmente disegnati, quadrati, rettangolari o romboidali, tutta costituita da case bianche, ordinatamente disposte. Casablanca infatti prende il nome di “città bianca” dalle bianche case appunto, costruite al tempo del colonialismo francese, quando la città visse il periodo di maggior splendore economico, culturale e sociale. Il nome evoca antichi ricordi, un famoso film degli anni '50 con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, i numerosi locali notturni e café chantant dove si poteva ascoltare musica internazionale ed assistere alla famosa danza del ventre. Il pensiero va a mio zio Ciccio, “U' baruneddu”, come lo chiamavano a Mazara del Vallo nei primi del novecento, per la sua aria aristocratica e per la sua connaturata ritrosia al lavoro! Sempre elegante, con il fazzoletto bianco ricamato nel taschino e i capelli portati all'indietro dalla brillantina, come Rodolfo Valentino. E come Rodolfo Valentino amava le donne e piaceva, e tanto, alle donne! Andava anche a cavallo e naturalmente amava anche il gioco delle carte e quello d'azzardo, sia nelle case private di nobildonne e gentiluomini, sia nei casinò! Infatti Egli era diventato un frequentatore, assiduo ed elegante, dei numerosi casinò e dei locali notturni della città marocchina ed in una di queste occasione conobbe, e se ne innamorò perdutamente, la più bella donna di Casablanca, una famosa e raffinata cantante lirica francese, che, per amor suo, perse la testa, la carriera e naturalmente l'intero e immenso patrimonio! Sto recandomi nell' Africa subsahariana, ad Ouagadougou, in Burkina Faso, uno tra i paesi più poveri della Terra! Mentre l'aereo sorvola il deserto del Sahara e il paesaggio che si mostra dall'oblò è una immensa distesa di sabbia e di terra rossastra penso che è già la quarta volta che in poco tempo ritorno in Africa ed ogni volta sento sempre più forte il desiderio di tornare, quasi per appagare un recondito istinto primordiale che è tipico di chi viene per la prima volta in questo continente e che è conosciuto da tutti come il “Mal d'Africa”! Nella mia mente cerco di organizzare il tempo, il troppo poco tempo che ho a disposizione, e cerco in agenda di ottimizzarlo tutto, nella speranza di riuscire a fare almeno quasi tutto quello che mi sono prefissato di fare. Dovrò visitare tutti i giorni i bambini burkinabè, portatimi da incredibili e meravigliose mamme, che percorreranno anche diversi chilometri a piedi per far visitare il loro bambino ammalato. E debbo essere concentrato ed attento perché non mi posso permettere di sbagliare diagnosi! Non me lo perdonerei mai e soprattutto deluderei le aspettative di questa povera gente che è venuta a conoscenza che nell'Ospedale Paolo VI c'è finalmente un bravo dermatologo, che visita i bambini, li guarda negli occhi e sorride loro, mentre prescrive le medicine

più appropriate per la loro malattia sulla pelle! E debbo visitare i lebbrosi di Fra' Vincenzo, sacerdote camilliano, che da solo e armato di buona volontà e di incredibile spirito cristiano, si prende cura nel loro villaggio e nel territorio circostante di circa 1.000 lebbrosi, aiutato, in questo suo impegno quotidiano, da un pugno di giovani studenti “i meravigliosi volontari della salute”, come li chiamo io! Debbo anche andare a Tanghin, a Delwende, al “villaggio delle presunte streghe”, dove, a dispetto del nome, aleggia una pace, una serenità ed un grande senso di spiritualità: in questo villaggio le donne, scampate a morte certa, vengono accolte... sempre da Fra' Vincenzo, che ha costruito per loro un intero villaggio, dove esse finalmente possono vivere libere da ogni pregiudizio e dove esse hanno riacquistato la propria dignità umana e spesso la propria fede! Ed è propria di questo

villaggio la meravigliosa storia di Caterina, una presunta strega, convertita al Cristianesimo e di Fra' Vincenzo; ma di questo abbiamo già parlato! ( vedi l'Arco del 19 marzo 2011) Debbo anche far visita al Rettore dell'Università Cattolica San Tommaso d'Aquino e al Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia per programmare con loro il prossimo ciclo di lezioni di dermatologia agli studenti del 6° anno della Facoltà di Medicina e per fare il punto sul progetto Pro.me.s.so (Programma per il merito allo studio solidale!). L'idea di questo progetto è germogliata, durante il mio primo soggiorno in Africa, quando sono venuto a conoscenza dei dati della mortalità infantile! Ebbene in Burkina Faso su 100 neonati ben 10 muoiono alla nascita per infezioni da parto o per imperizia del personale medico o per le carenti strutture e attrezzature sanitarie. Di quei novanta

(segue dalla prima pagina) assassini, spacciatori, procacciatori di “escort”, elargitori di tangenti e di mazzette a vario titolo, ecc) a di Giuseppe Fabrizi pensare questo sul innumerevoli ville e case sparse negli angoli “modus operandi” della giustizia nel nostro più remoti della terra, dove il Nostro trascorre Paese! La Costituzione Italiana da sempre è in allegria il suo, sempre più esiguo, tempo garante dell'uguaglianza di ciascun individuo libero; ma è quella fatta di sogni , spesso ardui di fronte alla Legge. Ma anche nel Paese più da realizzare, per un futuro migliore, di perfetto può accadere che taluni innocenti, per speranze, di frustrazioni, di difficoltà errore, possano comunque finire di fronte ad quotidiane, di duro lavoro e della impossibilità, un magistrato; e tanti cittadini, politici e non , con le retribuzioni minime attuali, ad arrivare anche in periodi non lontani, hanno subito alla fine del mese con qualche euro in tasca. l'onta di processi lunghi e mediatici, ma non 2 - noi non possiamo inoltre pensare che chi per questo hanno perso la loro dignità e la loro amministra la giustizia non lo faccia seguendo i incrollabile fiducia nelle Istituzioni e nella dettami del diritto civile, amministrativo e Magistratura! Tre nomi mi vengono in mente su penale, ma invece tenendo maggiormente tutti: Giulio Andreotti , Calogero Mannino ed conto se l'indagato è una persona simpatica o Enzo Tortora! antipatica, oppure se è ricca o povera, o 3 – Il Nostro infine continua a dire “io non peggio, se è una persona umile o potente. mollo!” Ma perché questa cocciutaggine? Non Troviamo perciò che sia molto grave, oltre che glielo ha mica chiesto nessuno, né glielo ha oltraggioso, che il Nostro, che rappresenta ordinato il medico o il “mental coach” di l'Italia tutta, e quindi anche la Giustizia, sacrificarsi per decenni per gli italiani, che sostenga che la magistratura sia corrotta e di oltretutto dimostrano, nei suoi confronti, una parte, o peggio che sia scellerata e criminale, profonda ingratitudine! Li liberi, questi italiani perché così facendo la delegittima ed ingrati, dalla Sua presenza e li lasci liberi di autorizza chi commette reati ( ladri, briganti, avere almeno la possibilità, sancita dalla

Editoriale

« .... A TEMPO PERSO!»

Costituzione, di scegliersi il Candidato, a qualunque partito egli appartenga e che, per qualità morali e per capacità personali, ritengono degno di rappresentarli alla Camera dei Deputati e al Senato! Ci sembra inoltre lapalissiano che l'attuale sistema elettorale, unito al bipolarismo politico, non costituisca più un esempio reale e vitale di pluralità democratica. E poi infine se è vero che il Nostro ha detto che rappresentare l'Italia con il Papa, con i vari Presidenti della Repubblica e con i Premier ed i Governi di altri Paesi nel mondo sia faticoso, e che tali incontri e riunioni costituiscano sempre eventi di una noia mortale, al punto da fargli esclamare, durante un colloquio privato che fa il “Premier a tempo perso!” ma allora perché non si riappropria del suo tempo, tornando ad occuparsi delle Sue Aziende e delle sue allegre serenate, e lascia perdere la guida, in un momento così delicato per l'economia sociale, di questa Italia, di cui tutti, andiamo semplicemente orgogliosi, Ascolti pertanto un consiglio disinteressato, che giunge da chi finora l'ha sempre sostenuto: non faccia più il Premier a tempo perso, non perda più il Suo prezioso tempo! Se farà così, ne siamo certi, la maggior parte degli Italiani, gliene sarà sinceramente grata!

di Giuseppe Fabrizi

bambini, che sopravvivono alla nascita, il 20% non raggiunge i 5 anni di età, morendo prima per infezioni ricorrenti o per altre malattie, che spesso non vengono nemmeno chiarite o diagnosticate. Ma debbo aggiungere che “magna pars “di questo progetto è la preziosa Bice, la mia efficientissima segretaria di Mazara del Vallo, cui si deve oltre la creazione dell'acronimo pro.me.s.so anche di tutto il lavoro di organizzazione del progetto stesso! Ritornando alla elevata mortalità infantile è proprio per questi motivi che, sin dalla mia prima venuta in Africa, ho sempre sostenuto che è perfettamente inutile adottare bambini, ma, capovolgendo i termini del problema, che è più utile per tutti adottare studenti della Facoltà di Medicina, naturalmente i più poveri, ma anche i più bravi e meritevoli, perché è solo così facendo che possiamo intervenire più rapidamente alla radice del problema e far sì che nel volgere di pochi anni possa essere abbattuta questa elevata percentuale di mortalità infantile con l'immissione negli ospedali e nel territorio di medici preparati, specialisti in pediatria, in dermatologia, in neonatologia, in ostetricia, in malattie infettive, in chirurgia generale , in anestesiologia, per parlare delle branche specialistiche più importanti e carenti in Burkina Faso. Basti pensare, per capire la situazione sanitaria attuale riguardante i pazienti in età pediatrica ( da 0 a 14 anni!) che attualmente in Burkina Faso, Paese di circa 15 milioni di abitanti vi sono in tutto il territorio nazionale, esteso quanto l'Italia, soltanto venti pediatri, la maggior parte dei quali sono concentrati per lo più nella capitale, Ouagadougou (circa 2.000.000 di abitanti!) e in altre grandi città burkinabè, mentre in quasi tutti i villaggi rurali, sperduti spesso in zone desertiche e lontani spesso molti chilometri dai centri abitati, le malattie dei bambini vengono per lo più curate dallo stregone del villaggio! Andrò in settimana a portare al Rettore la bella notizia che già 22 studenti universitari sono stati adottati da persone o da famiglie italiane, soprattutto del Lazio, della Sicilia e del Molise. Ma speriamo di arrivare, entro la fine dell'anno, almeno a trenta borse di studio! E mentre gioisco intimamente penso alla nostra civiltà del benessere, a tutto quello che sprechiamo, al superfluo di cui ci circondiamo e a ciò, che spesso è inutile ma di cui non possiamo più fare a meno! Spendiamo infatti cifre notevoli, se rapportate al costo del sostegno per un anno accademico di uno studente burkinabè all'Università,(500 euro l'anno, vitto alloggio e tasse universitarie). Ci circondiamo spesso di beni voluttuari, quali le sigarette, i due o tre telefonini cellulari, gli ipod di ultima generazione, per non parlare dei computers o di altri strumenti elettronici. Ebbene con il costo di un quotidiano al giorno, con molto meno di un pacchetto di sigarette al giorno, si può mantenere agli studi uno studente Africano nella propria Università e contribuire a far sì che in un futuro, non molto lontano, sempre più bambini nascano sani, che non muoiano più durante il parto e che non muoiano più entro i 5 anni di vita.


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L’arco

L'ANIMA MUSICALE D'ITALIA: IL CANTO POPOLARE COME BANDIERA IDEOLOGICA di Carlo Lo Presti 1. Canto popolare e nazionalismo post-bellico. Il canto popolare non è mai un oggetto neutro: chi lo studia e lo raccoglie vi sovrappone sempre un'impronta ideologica, mutevole a seconda del momento storico. E' quindi comprensibile che in un periodo di grandi rivolgimenti, come gli anni immediatamente successivi alla Grande guerra, il canto popolare divenga il simbolo di una identità nazionale da ricostruire e consolidare. L'Anima musicale d'Italia. La canzone del popolo, è il titolo di un libro di Giulio Fara, che nel 1920 tenta per la prima volta uno sguardo d'insieme sulle musiche popolari italiane. Il titolo evoca l'idea romantica del canto popolare come radice di un popolo. Eppure Fara è un positivista, che applica il metodo scientifico allo studio dell'etnofonia (questo è il termine ch'egli conia per designare le manifestazioni musicali della cultura popolare). L'universalismo scientista in cui crede però è scosso dal nazionalismo montante dell'immediato dopoguerra. La stesura del libro infatti avviene nel 1919, in stretta sincronia con le varie fasi delle trattative di pace, che producono nel testo improvvise impennate e digressioni. Questo libro perciò documenta la pressione esercitata da un'ideologia estranea all'impostazione del lavoro, il nazionalismo, che, per così dire, invade la pagina, imponendo le proprie ragioni all'autore e al lettore. In quegli stessi anni si auspica una grande raccolta di canti popolari, realizzata con l'impiego del fonografo, sul modello di quanto

realizzato in Francia e in Germania. Una Discoteca di stato vedrà la luce solo all'inizio degli anni Trenta, ma non sarà dotata dei fondi necessari per avviare campagne di registrazioni significative. Fioriscono invece le raccolte di canti armonizzati. Proprio negli anni della guerra compare la prima raccolta di melodie popolari che ambisce a coprire tutto il territorio nazionale (escludendo però Sicilia e Sardegna): il Canzoniere popolare italiano, «edito a cura dell'Associazione per l'Italianità 'Fratelli d'Italia' – Milano», nel 1917, ad opera di Elisabetta Oddone. La raccolta, in due volumi, si fregia di una lettera di apprezzamento del Ministro dell'Istruzione Francesco Ruffini. Alcuni auspicavano che il canto popolare entrasse nelle scuole, così come avveniva in Francia, dove i più importanti etnografi erano stati chiamati a compilare antologie apposite. Nulla di tutto ciò avvenne in Italia; anzi la lettera del Ministro rivela una singolare ambiguità riguardo alla componente musicale del canto popolare. Egli infatti afferma: «Sono certo che l'opera cui Ella si è dedicata da alcuni anni con amorosa cura, contribuirà notevolmente a far conoscere insieme una parte così ricca e così sconosciuta del patrimonio letterario nazionale, ed una particolare caratteristica della nostra anima popolare». Il Ministro accenna ai testi dei canti, ma tace sulla musica. E' in fondo la stessa diffidenza che la Oddone ha dovuto combattere quando, nel 1915, ha iniziato a presentare quei canti in concerto: «Si dubitava che un senso di volgarità togliesse all'iniziativa ogni profumo d'aristocrazia artistica». Ma la situazione era destinata a mutare nel giro di pochi anni. Infatti assistiamo a un risveglio dell'interesse per il canto popolare che va ben al di là della cerchia ristretta dei pionieri dell'etnomusicologia. Sempre in Sardegna, accanto a Fara, troviamo un personaggio eclettico come Gavino Gabriel, che non si limita a raccogliere e trascrivere i canti della sua regione, ma li promuove eseguendoli lui stesso in concerti-conferenze in Italia e all'estero, accompagnandosi con la chitarra. Intuendo le potenzialità divulgative e commerciali del disco, incide poi quei canti in due dischi distribuiti dalla Voce del padrone,

(segue dalla prima pagina)

la più importante casa discografica attiva in Italia. Infine, nel 1921, porta al Teatro Quirino di Roma un gruppo di cantadori autentici che eseguono di fronte a un pubblico scelto (il premio Nobel Grazia Deledda, Eleonora Duse) la tasgia (canto a più voci) di Aggius. Lo spettacolo (i cinque tasgiadori indossavano i costumi tradizionali sardi) fu portato in diverse città d'Italia. Gabriel è un instancabile divulgatore, capace di eseguire lui stesso il repertorio popolare. E' affascinato dalla tecnologia, e nel novembre '24 fonda a Milano una rivista intitolata “Il suono”. Queste sue competenze lo porteranno ad essere scelto, nel 1932, come primo direttore della Discoteca di Stato. La sua esperienza, che durerà solo due anni, fu particolarmente frustrante in quanto il regime lesinò i mezzi alla neonata istituzione. Le sue idee e i suoi progetti ci aiuteranno a comprendere il complesso rapporto che si instaura in Sardegna fra regionalismo (culturale e politico) e nazionalismo, poco prima dell'avvento del fascismo. Figura ancora diversa è quella di Geni Sadero, cantante che costruisce un'intera carriera sul canto popolare. Anche lei si afferma negli anni della prima guerra mondiale e raggiunge l'apice del successo negli anni del fascismo. Nata a

Costantinopoli, ma cresciuta a Trieste, non si concentra su un repertorio regionale, come Gabriel, ma spazia fra i canti popolari di tutte le regioni. Le sue trascrizioni sono piuttosto degli 'arrangiamenti', il testo a volte è tradotto in italiano, gli accompagnamenti (che lei stessa esegue al pianoforte) sono alquanto stereotipi. Ma ha un tale successo che viene invitata a pubblicare questi 'suoi' canti popolari in una delle collane più ambiziose (e ricca d'implicazioni nazionalistiche), avviate negli anni della guerra dall'editore milanese Umberto Notari, la Racconta nazionale delle musiche italiane. Attraverso queste quattro figure, così dissimili, cercheremo di cogliere le implicazioni ideologiche associate al canto popolare negli anni precedenti all'avvento del fascismo, soffermandoci brevemente anche sugli sviluppi successivi. Cruciali appaiono gli anni immediatamente seguenti la fine della guerra: è nel clima di nazionalismo accesso, alimentato dalla cosiddetta 'vittoria mutilata' che si collocano il libro di Fara, la pubblicazione delle 'più belle canzoni italiane' di Geni Sadero, l'esibizione dei cantadori di Gallura a Roma. E non è un caso se certe rivendicazioni regionaliste assumano proprio in quegli anni anche una valenza politica. (Continua il prossimo numero)

(segue dalla pagina 2)

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: GESÙ IL LEGISLATORE di Giuseppe Fabrizi

parte ereditandoli dal Battista, fino a formare il Collegio dei Dodici cui dà una struttura e un ordinamento giuridico interno recuperando nel contempo l'istituto degli Anziani Settantadue, preannuncio dei Centoventi che verranno dopo. Sono questi Organismi che faranno propria la Costituzione formale che Gesù proclama alle Nazioni, perché tale è da considerarsi il Discorso della Montagna. Su queste basi Gesù di Nazareth dà vita alla sua predicazione che il Collegio dei Dodici insieme a Paolo di Tarso delineerà e programmerà con metodica precisione gettando le basi della gerarchia della Chiesa nel diaconato, presbiterato ed episcopato. La predicazione di Gesù non può essere compresa se non si tiene presente la grande distinzione che il Nazareno fa fra i Collegati (haberem) e popolo della terra (ham ha-are) che Gesù privilegia in modo evidente. Su queste basi che Gesù di Nazareth predica il “regno di Dio”; su questa base Gesù presenta se stesso e viene considerato profeta, tale da essere rabbi, Maestro, e considerato capo di una Scuola propria e interloquire da pari a pari con le altre Scuole rabbiniche del tempo. Per tutte queste ragioni egli è considerato Messia (che predica una nuova pace che sostituisce la pace romana) e Legislatore. Il terzo capitolo (pp. 315-368) tratta del Dopo Gesù e la continuazione del suo messaggio storico che è poi il problema di come si sia formato il primo Organismo di Chiesa con la riunione di Gerusalemme dove insieme ai Dodici c'è anche Paolo e i Settantadue e i Centoventi, e che realizza la struttura gerarchica della Chiesa (fino ad allora abbozzata se non soltanto ideata) e che fissa i criteri della missionologia. Ma quella riunione prende anche atto della prima eresia della Chiesa, il Giudeo Cristianesimo nato

dalla non accettazione di dover diffondere la predicazione del Nazareno anche ai non circoncisi. Il quarto capitolo (pp. 369-454), tratta dell'eredità della predicazione di Gesù e del disegno della missionologia fissato con la Pentecoste e con la riunione di Gerusalemme. Viene dato atto della vittoria del modello patrino uscito vittorioso dal confronto con il modello paolino, che pur resterà sempre motivo affascinante e ideale di una Chiesa “movimentista” e scarsamente normativistica. La vittoria patrina garantirà la continuità della tradizione giuridica ebraica nella struttura organizzativa del nuovo Organismo giuridico che la riunione di Gerusalemme aveva istituito. Resterà al fondo della Chiesa l'antigiudaismo paolino che non scomparirà mai. Nei secoli successivi e in questo scenario si creeranno gli istituti giuridici del diaconato, presbiterato e dell'episcopato nonché la figura del Vicario di Cristo iniziato da Pietro Capo del Collegio Apostolico presso il Vescovo di Antiochia e presso il vescovo di Roma. 3. Il volume si conclude con alcune puntuali Considerazioni Generali (pp. 455472) un provocatorio Postfactum (Fate questo in memoria di me, Luca, 22, 19, 20: l'oblio della memoria e l'ossessione del ricordo, fra colpa e rimorso) (pp. 473-490) fino a presentare una Cronotassi preziosissima (pp. 491-590) che va dalle origini delle radici giudaiche alla Costituzione giuridica della Chiesa attraverso il “bagno ellenistico, l'eredità della cultura egiziana e di quella siriaca, la ricezione della prassi giuridica romana fino a Gesù di Nazareth e Paolo di Tarso e alla diffusione della loro predicazione in Oriente e Occidente”. La Cronotassi si risolve in un elenco ordinato cronologicamente di persone e eventi (Index rerum) dall'editto di Ciro, 538 av.C. all'incoronazione di Carlo Magno nel Natale dell'800 avvenuta in S. Pietro, con il titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero.

IL GIARDINO ESTESO, SULLE ORME DEL GRANDE TOUR di Gabriele Mulè

delle rovine di Selinunte, in cui lo sconvolgimento subito dai templi, abbattuti da un terremoto, è talmente sovrumano che, scrive Swinburne, “chiunque contempli queste enormi masse, rovinate in mucchi sul terreno, deve per forza accusare la natura”. Selinunte con i suoi “fani orgogliosi rasi al suolo” è il climax dell''irrazionalità', manifesto della costante lotta dell'uomo e del suo ordine contro la Natura ed il Tempo, che in questo luogo celebrano la loro vittoria sull'orgoglio dell'arte. Selinunte evoca memorie storiche e mitologiche che non acquistano corpo nella scenografia di un giardino, ma nella realtà drammatica e tragica di luoghi dove la Storia è avvenuta, dove il mito è ambientato. L'ideale di perfezione ed Eternità, in questo santuario della Greacia Classica, giace sconfitto come le colonne completamente atterrate, o mozzate nello spasmo di pochi rocchi protesi verso il cielo. La fede nel progresso e nella scienza entra in crisi. Selinunte è la meta del percorso iniziatico, dove cavalca vittorioso lo scorrere del tempo su tutte le opere dell'uomo, dove le scelte della vita si confrontano con il destino della fine. E dove Swinburne probabilmente si interroga sulle sfide personali e collettive dal cui successo dipende l'ordine che vuole costruire: cosmopolita, aperto alla scienza, patrono delle arti, riformatore. In questo spettacolo di distruzione osserva il possibile, infelice esito del suo impegno. Così Selinunte si consacra luogo di meditazione e fra i templi, simbolo di sapienza e di ricerca della verità, Henry Swinburne è indotto al desiderio di una veglia purificatrice, di rivelazione: vorrebbe attendere il buio e, scrive,“godere il piacere di vederle in tutte le tinte e le ombre proiettate su di esse dai raggi del sole del giorno morente, dai raggi della luna e la prima alba del giorno seguente”. Ma noi non possiamo attendere la prima alba di domani. Swinburne probabilmente è pioniere di un'esperienza che anche altri viaggiatori confermano. Sir Richard Colt Hoare, erede del

celebre giardino di Stourhead, scrive nel 1790: “la vista da Castelvetrano è molto gradevole. L'occhio scruta su un'intera pianura, stretta dal mare, e si sofferma sulle rovine ed i templi di Selinunte, mentre una varietà di alberi da frutto, e le coltivazioni estese, mostrano l'aspetto di un giardino continuo”. Henry Swinburne rimane in silenzioso colloquio con le rovine di Selinunte fino al pomeriggio del 28 dicembre 1777. Poi riparte verso altre strade, altre città, altri paesaggi...coste ventose, montagne isolate, campagne rigogliose, piani spaziosi aperti verso il mare e chiusi da un rotto teatro di montagne, fiumi gonfi e torbidi...e Agrigento, Siracusa, Catania...fino a Messina, da cui parte per non vedersi ritornare a bordo di una feluca a sei remi il 7 febbraio 1778. (Le foto sono fornite dall'autore)

L’arco ANNO XXIV n. 3

OTTOBRE 2011 Periodico dell’Associazione Culturale “L’Arco”

Fondatore Giuseppe Fabrizi Direttore Responsabile Onorato Bucci Comitato di redazione Onorato Bucci - Giuseppe Fabrizi Pietro Foraci - Enzo Gancitano Nino Gancitano - Gabriele Mulé Giuseppe Pernice - Tonino Salvo Segreteria di Redazione Bice Provenzano Redazione Via G. Toniolo, 3 - 91026 Mazara del Vallo Registrazione Tribunale di Marsala n.86-5/89 del 2/3/1989 Finito di stampare presso: Rallo s.r.l. Mazara del Vallo

2011_3_L'arco  

L'arco - Ottobre 2011 - PERIODICO DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE “L’ARCO” - MAZARA DEL VALLO - Reg. Trib. Marsala n. 86-5/89 del 2/3/1989

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