Page 1

L’arco

GIUGNO 2010

ANNO XXIII n. 2

PERIODICO DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE “L’ARCO” - MAZARA DEL VALLO - Reg. Trib. Marsala n. 86-5/89 del 2/3/1989 - Distribuzione gratuita

Editoriale

UN PONTE… VERSO IL FUTURO!

LA MALATTIA DELLE CELEBRAZIONI È CONTAGIOSA

di Giorgio Mulé

di Giuseppe Fabrizi Con questo numero L’Arco compie un ulteriore salto di qualità, proiettandosi in una dimensione diversa e di più ampio respiro. Intanto oggi esso ha il grande privilegio di ospitare un articolo, assai i n t e r e s s a n t e , d e l D r. Giorgio Mulè, attuale direttore di Panorama, considerato unanimemente uno dei più brillanti giornalisti della stampa nazionale. Naturalmente chi scrive gli esprime gratitudine personale e a nome dell’intero corpo redazionale per questo importante gesto di attenzione verso un giornale certamente non noto e di periferia, il che dimostra anche il suo affetto verso la nostra città di Mazara del Vallo, cui lo legano giovanili ricordi e antiche radici. Compare in esso anche l’interessante articolo di un autore che si firma con uno pseudonimo, forse un intellettuale francese, che offre al lettore spunti importanti di riflessioni su un tema assai dibattuto come la pedofilia e la Chiesa, e che vede in questo momento storico la Chiesa attaccata e accerchiata su questo scottante tema dai mass media sia a livello nazionale che internazionale. Continuando infine il nostro viaggio nel mondo degli adolescenti Vito Giacalone, noto psicologo mazarese ma operante nella Capitale, affronta un tema assai delicato, e cioè quello del “bullismo”, purtroppo sempre più frequente ed attuale, non solo a livello nazionale, ma anche presso i giovani, studenti e non, della nostra città. E proprio facendo nostre alcune riflessioni di Giorgio Mulè , in occasione dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, “L’Arco” ha ritenuto utile proporre ai suoi lettori e al mondo della cultura siciliana, italiana ed europea, alcune iniziative legate a questo evento. Prima di tutto propone la storia dell’associazione vocata Mafia (questo è il titolo che ne ha dato il suo Autore, il prof. Onorato Bucci, direttore della nostra testata) che si svilupperà in diverse puntate e che cercherà di spiegare il fenomeno mafioso, interpretandolo soltanto dal punto di vista storico e sociologico, a partire dalle sue origine in Sicilia fino al 1945, e cioè fin subito dopo la seconda guerra mondiale. Il secondo progetto, ancora più ambizioso, riguarda l’elaborazione di una Enciclopedia siciliana, che ripercorra, attraverso il modello tramandatoci dall’Enciclopedia italiana (che rimane ancor oggi il punto di riferimento, a giudizio unanime, della cultura italiana) tutta la storia della Sicilia politica, letteraria, storica, artistica e archeologica, dalle sue origini ad oggi. Il terzo progetto infine riguarderebbe la compilazione di un Dizionario biografico dei siciliani sin dalle origini della storia dell’Isola ad oggi. Per tutelare questi progetti abbiamo ritenuto opportuno registrare l’iniziativa con regolare atto notarile. Riteniamo che il primo fascicolo dell’Enciclopedia possa uscire approssimativamente nel mese di Gennaio 2011 e il primo capitolo del Dizionario biografico dei siciliani possa apparire successivamente nel mese di Febbraio 2011.

Non c'è giorno sul calendario che non si incroci con la celebrazione di qualcosa. In termini numerici queste “celebrazioni” iniziano a insidiare le ricorrenze dei santi. Si celebra di tutto: dalla nobile giornata dedicata alla Terra, a quella meno impegnativa dell'elogio della lentezza passando per il dì del non fumatore per finire a quello della gentilezza. Una follia. Per farcele stare tutte dovremmo pensare a una riforma del tempo (in Italia c'è sempre spazio per vaneggiare di riforme…) magari mettendo insieme i giorni del calendario gregoriano, tolemaico, maya e – perché no – atzeco. La premessa serve per introdurre la celebrazione delle celebrazioni: i 150 anni dell'unità d'Italia nel 2011. Per dare solennità all'evento, a cui decine di persone lavorano dal 2007, si è cominciato a scrivere unità con la maiuscola e, cara grazia, non è stato necessario un decreto legge. Essendo la celebrazione delle celebrazioni non durerà un giorno e neppure una settimana o un mese: durerà nove mesi. Ci sfiniranno. Ora, il problema è semplice: ma che necessità c'è di elevare al rango di evento nazionale, una ricorrenza che dovrebbe essere naturalmente celebrata non ogni 150 anni ma ogni giorno? Non c'è necessità, appunto, ma si tratta dell'eventite, la malattia di cui accennavo all'inizio. L'occasione, paradossalmente, più che unire sta già dividendo. Con il governo accusato di aver destinato pochi fondi per le celebrazioni e la replica stizzita di falsità, con le dimissioni del presidente del comitato delle celebrazioni (ca va san dire) e di alcuni componenti, con le dichiarazioni di alcuni esponenti leghisti che di festeggiare non hanno alcuna intenzione. In breve, un pasticcio. Alcune considerazioni a margine di tutto ciò vanno fatte. La prima. Ma perché in Italia bisogna attendere i 150 anni dell'Unità d'Italia (maiuscolo, mi raccomando) per rimettere

in sesto un teatro, per asfaltare una strada, per costruire una biblioteca? Possibile che sia necessario un Grande Evento (e dagli con le maiuscole) legato a una manifestazione sportiva o religiosa, laica o profana per realizzare opere comunque utili ai cittadini? No, non ha senso. E dimostra, in modo palmare, la mancanza di visione di chi gestisce la cosa pubblica. Anche perché, ed è storia di questi mesi, in nome dell'emergenza e del fare presto per essere pronti per il Grande Evento i rubinetti della spesa corrono molto più velocemente con rischi di sprechi. Per non parlare delle cattedrali del deserto realizzate e poi abbandonate a conclusione dell'evento stesso. Altra considerazione. L'Unità d'Italia dovrebbe essere patrimonio comune, acquisito dalle coscienze di tutti. Se ciò deve essere, e sicuramente è un valore da conservare, sarebbe allora meglio che se ne parlasse di più a scuola tanto per cominciare. Provate a chiedere a uno dei nostri ragazzi che cosa gli ricordano Teano o Quarto e non preoccupatevi se vi risponderà che Teano è probabilmente il nome di un nuovo integratore alimentare e Quarto uno dei fratelli minori di Massimo Decimo Meridio conosciuto dalle folle come “il Gladiatore”. Non è colpa loro. Il fatto è che, a scuola, del Risorgimento se ne parla con la stessa enfasi destinata all'Italia dei secoli bui. Per curiosità ho fatto un giro nel sito ufficiale delle celebrazioni. C'è un link destinato alle scuole. Evviva, ho pensato. Poi però ho letto il programma, che è tutto un programma. Bisognerebbe aggiungere una

postilla che ne vieti la lettura agli studenti di ogni ordine e grado. Si legge testualmente: “ Nel 150° dell'unità d'Italia, il Comitato Italia 150 punta l'attenzione su uno dei nodi cruciali della vita del nostro Paese: il mondo dei giovani, ovvero i cittadini del futuro”. E fin qui tutto bene. Poi prosegue: “Nell'ambito di Esperienza Italia, lo Spazio Scuole renderà protagonisti i giovani, guardando all'universo che ruota intorno a loro, agli orizzonti della conoscenza, formazione, ed espressione individuale e collettiva, ai contenuti e alle dinamiche che vi si intrecciano. Sarà messa in scena non solo una visione storica della Scuola d'Italia dal 1861 a oggi, ma un viaggio nel passato, nel presente e nel futuro dell'Italia delle Scuole, un percorso tra le svariate declinazioni dell'apprendere e dell'insegnare, sia all'interno dell'istituto Scuola sia nel mondo circostante. Lo Spazio Scuole – con sede da marzo a novembre 2011 alle Officine Grandi Riparazioni di Torino – racconterà il mondo dei giovani da più punti di vista, e metterà al centro delle proprie narrazioni il loro diritto al sapere, saper fare e saper essere, lungo 4 assi portanti: Storia e Identità, Arte e Creatività, Scienza e Tecnologia, Gioco e Sport”. D'accordo: ma Teano e Quarto glielo vogliamo spiegare a queste creature che cosa sono?


GIUGNO 2010

Pag. 2

L’arco

ALLE ORIGINI DELL’ASSOCIAZIONE VOCATA “MAFIA” 1. U n a c o r r e t t a impostazione di indagine storica riguardante le o r i g i n i dell'associazione chiamata mafia (maffia nelle fonti più antiche) implica di necessità partire dall'esame delle fonti, analizzarle all'interno del contesto storico, vederne l'attendibilità e la veridicità documentaria e infine dar vita a legittime deduzioni storiografiche che, comunque, non possono mai essere ritenute definitive, ma sempre tali da esser messe in discussione fino al ritrovamento di altre fonti che ne comprovino ancor più le conclusioni dedotte (sempre, insisto, da ritenersi non definitive) o che ne capovolgano le precedenti conclusioni. Tale è l'approccio all'indagine storica sulle origini della mafia. E subito va detto che non c'è nulla di più antiscientifico che rifuggire dalla verità storica pervenendo ad autocensurarsi per colpe collettive che suonerebbero disonoranti per la propria memoria storica perché infamanti per i propri Padri. Tale è quanto può dedursi dalla storiografia sulle origini della mafia. – 2. Partiamo dal termine: Il Traina e il Mortillaro, il primo con il Dizionario siciliano del 1868, il secondo con il Nuovo Dizionario siciliano-italiano, Palermo, 1875, vennero a conclusione che il termine mafia era sconosciuto prima del 1860 e che fu introdotto nel vocabolario corrente dal malanimo e malgoverno dei continentali fino a dire, con il Mortillaro, che il termine era il calco semantico di una voce piemontese introdotta nel resto d'Italia,cosa che dimostra di non volere fare l'esame di coscienza che è presupposto di ogni indagine storica (i marxisti amano parlare di autocritica), di non volere compiere, successivamente, il dolore dei peccati (che laicamente vogliono essere gli errori) compiuti nell'agire storico, in modo tale che questi ultimi non possono mai più avverarsi. La dottrina è concorde nel ritenere che il termine mafia sarebbe diventato di uso corrente solo a partire dal 1863 quando ci fu una rappresentazione del dramma popolare di G. Rizzotto, I Mafiusi di la Vicarìa. La parola sarebbe stata attestata nel 1860 dalla parlata locale diffusa in un rione di Palermo, detto il Borgo, topograficamente e socialmente diviso dal resto della città: così si legge in G. Pitrè, Usi, costumi, usanze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, 1871, rist. 1978, vol. II, p. 292 e p. 294 (secondo dei 25 volumi della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, Palermo, 1871-1913, opera poderosa stimata da A. Vannucci, F. D. Guerrazzi, G. Capponi, N. Tommaseo, C. Cantù: cfr. R. Corso, alla voce G. Pitrè, in E.I., XXVII, 1935, pp. 443-444) nonché in S. Lupo, Storia della Mafia, Roma, 1993, p. 17, che aggiunge, facendo proprio il dato

sempre dal Pitrè, che il termine aveva il significato di bellezza ed eccellenza, sicchè mafiusu, sarebbe stato uomo coraggioso e mafiusedda, ragazza bella e di chiara ed evidente rappresentazione esterna. Il dato che si percepisce da queste indagini, quindi, è che i termini mafiusu e mafiusedda vengono riportati al 1860, appena al tempo coevo al periodo risorgimentale o, comunque, quando (e da tempo!) le Cancellerie europee avevano già formulato i loro piani per dare il colpo finale al regno delle Due Sicilie e dar vita all'Unità della Penisola. A individuare la radice linguistica del termine mafia e del suo derivato mafioso è Giacomo Devoto, il più valente studioso di filosofia e di linguistica della nostra cultura nazionale, (fondatore della scuola italiana di filologia e di glottologia in Firenze e che ha dato lustro all'Accademia della Crusca di cui, insieme al Nencioni, è stato il più dotto rappresentante fino a tutti gli anni Ottanta nel secolo scorso). Ebbene, per Giacomo Devoto, il termine mafia viene dall'arabo mahias che ha il valore di millanteria, da cui baldanza, braveria e trova le sue origini nella parlata palermitana (così in G.

successivo alla dominazione islamica della Sicilia quando “feudatari, proprietari, gabellotti, di terre e di miniere diedero vita a squadre di uomini d'arme e facinorosi che proteggevano il castello e la masseria a patto di essere protetti contro l'autorità per la prepotenza e le ruberie che commettevano su altri”. Quegli uomini d'arme avevano, e presero, il nome di mafiusi, baldanzosi, come i bravi di don Rodrigo, di memoria manzoniana e l'organizzazione giuridica cui diedero vita, la mafia, è la baldanza, la braveria, di cui parla Giacomo Devoto nelle sue ricerche linguistiche. – 1. Ed è fin troppo evidente, in questo scenario, che l'uso del termine marpion ci riporti al periodo dell'occupazione francese che vide, nei Vespri siciliani, il momento più acuto del principio di libertà della terra di Sicilia. Quell'evento legittimò presso l'opinione pubblica (e presso il popolo, la braveria, e da allora la mafia divenne momento di istituzione come poi apparirà chiaro qualche secolo dopo nello schema istituzionale del Santi Romano. E nacque plebea, formata cioè da gente del popolo

Devoto, G. C. Oli, Il dizionario della lingua italiana, Firenze, 1990, p. 1089). Il termine mafia, dunque, risale alla fase araba della storia sicialiana, dato confermato dall'ipotesi di V. Lo Monaco, in Lingua Nostra, 1990, che riporta la parola maffia/mafia e il termine mafiusu all'arabo marfud, donde il siciliano marpiuni, che sta per impostore, malandrino, e marfuini/marfiusi/marfusi, testimoniato nel 1862 e a marfiusu, testimoniato dal 1862 al 1865, dati, tuttavia, che vengono confermati dal Devoto (op. cit. p. 1117) ma corretti dallo stesso, che ritiene il temine marpione derivante direttamente dal francese marpion anche se per calco arabo da marfiuni/marfion, che sta per imbroglione, da un significato originario di piattola infestante, del francese centromeridionale. Un conto, dunque, è l'accertamento della diffusione del termine mafia, che verrebbe da tutta la dottrina riportata al 1860-1863 (ritrovamento del termine nella parlata del rione Borgo di Palermo e poi accertato nel dramma popolare di G. Rizzotto, I Mafiusi di la Vicarìa), un altro, invece, l'individuazione del suo uso, che può essere riferito all'occupazione araba dell'Isola. La correzione di G. Devoto a V. Lo Monaco, per cui il termine marpione sarebbe passato dal vocabolario arabo al linguaggio corrente popolare siciliano attraverso il francese (pur derivato da un calco arabo), ci riporta ad uno scenario storico lontano nel tempo che va ben al di là del 1860, rintracciando le sue origini nel periodo dell'occupazione francese dell'isola, confermando dunque tutta la passata storiografia che trova in R. Ciasca nella sua voce dell'Enciclopedia Italiana, XXI, 1934, pp. 863-864, il suo rappresentante più illustre. Il Ciasca, infatti, sottolinea come la mafia risalga nell'immediato periodo

pronta a garantire l'ordine costituito dopo l'allontanamento dell'Islam dall'Isola, con un solo vero punto di riferimento, la tradizione cristiana e cattolica, fedele a Roma, dell'Isola recuperata e confermata. Questo spiega perché le cosche mafiose non sono mai state rette e guidate da intellettuali, ma al massimo da acculturati come è il caso del personaggio di Luigi Pirandello nella Lega disciolta delle Novelle per un anno di cui parlerò più in avanti. E nel garantire l'ordine interno all'Isola, la braveria difende di volta in volta chi ritiene utile ad essere tutelato in funzione dell'ordine costituito, ovviamente tenendo conto della Costituzione non scritta che viene a formarsi nel tempo e che è Costituzione consuetudinaria. Santi Romano (e quasi contemporaneamente Gierke) conoscevano bene questa situazione, e ciò spiega come e perché nacque la dottrina istituzionalistica del diritto, proprio partendo dall'osservazione sociale del sistema mafioso. Le epoche successive si muovono lungo le linee che Ciasca ben sottolinea: “se necessità di difesa aveva introdotto la mafia, inclinazione al mal fare e ambizione di potenza e di prepotenza la fecero l a r g a m e n t e d i ff o n d e r e . I l g o v e r n o borbonico, impotente a reprimerla, la sfruttò a vantaggio del paese, scendendo a patti con essa. Se ne valse, anzitutto, per resistere nel 1800 alla Rivoluzione francese in Sicilia, affidò poi il mantenimento dell'ordine in una determinata circoscrizione a una compagnia di armi il cui capo si faceva mallevadore di sicurezza nell'ambito di essa. La legge eversiva della feudalità del 1812 non curò il male, essendo il governo il primo a servirsene; anzi, sospinti molti proprietari dei campi e dai centri rurali verso la città, e cresciuta sul posto la classe dei

di Onorato Bucci

gabellati, si ebbero arbîtri maggiori in basso e in alto, si attutirono la pubblica coscienza e il senso morale e giuridico delle popolazioni, si radicò in tutti la convinzione che leggi e tribunali fossero un sovrappiù. Nel 1860 la mafia fu utilizzata per il movimento nazionale. Ma Garibaldi licenziò le squadre degli uomini d'arme e tentò di ricondurre l'ordine; furono eretti tribunali e polizia. La mafia si pose allora contro il nuovo disagio economico, indubbiamente grave, dell'isola “(R. Ciasca, alla voce Mafia, in E.I., XXI, 1934, p. 863). Che questa analisi del Ciasca sia esatta è testimoniato dalla lettera del 3 agosto 1838 inviata al Ministro Parisi dal Procuratore Generale di Trapani, P. Calà Ulloa nel quadro di una denuncia (che il Giarrizzo, alla voce Mafia, in E.I., Appendice 19791992, V, 1993, pp. 277-281 sottolinea “ideologica”) della diffusa corruzione e di abusi legali nel circondario e della congiunta inclinazione della giustizia privata: “Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che si dicono partiti, senza colore e senza scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un imputato, ora d'incolparne un innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo”. Questa testimonianza è impressionante. Essa documenta: 1. che vi sono dei gruppi organizzati della società siciliana (e in particolare nel trapanese) talmente compatti che possono essere chiamate fratellanze. E il termine fratellanza si riporta alla fraterna, la formazione di fraternitates tipiche della società cristiana feudale che davano vita a consorzi per l'esercizio dei diritti che spettano alle domus, ai casati, ai discendenti del primo erede investito, quando non vi sia diritto di primogenitura, e che comunque dà vita a comunioni di interessi (cfr. C. Fumagalli, Il diritto di fraterna, Torino, 1912; P. S. Leicht, voce Fraterna, in E.I., XVI, 1932, pp. 32-33); 2. queste fratellanze sono intese come rimedi “strani e pericolosi”, “sette” che si dicono partiti, senza colore e scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo”, quindi senza alcuna regola associativa e per questa ragione, dunque, da condannare; 3. queste fratellanze ubbidiscono a un capo “che qui è un possidente là un “arciprete”: la precisazione della presenza di un religioso (“arciprete”) attesta il legame stretto fra queste associazioni e la Chiesa gerarchica del territorio siciliano (in particolare di quello trapanese); 4. queste fratellanze hanno una cassa comune che “sovviene ai bisogni”; 5. i fini della fratellanza sono ben chiari “ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un imputato, ora d'incolpare un innocente”. Interessante è quel “conquistarlo”, che indica uno scopo palese di captatio benevolentiae verso i terzi che vengono invitati all'adesione alla fratellanza; 6. la conclusione è evidente e necessaria: (Continua in ultima pagina)


L’arco GIUGNO 2010

Pag. 3

BANALITÀ, OVVIETÀ, TAUTOLOGIA In un mondo dove l'ovvietà, la banalità, il deja vu diventano insopportabili di fronte alla bulimia del nuovo alimentata dall'incessante sviluppo della scienza e del sapere circolarizzato, fermarsi per riflettere, per approfondire e per comprendere le ragioni dei fenomeni sociali, politici, scientifici e culturali appare retrò, per l'appunto troppo scontato. Eppure la dimensione più intima di ciascuno di noi sente la necessità di analizzare, di vagliare criticamente la realtà attraverso la propria esperienza; è spesso una dimensione latente, un recesso della nostra coscienza cloroformizzato dalla frenesia della vita moderna, tramortito e soverchiato dal diluvio d'informazioni che promanano dai nuovi luoghi di confronto multimediale e d'aggregazione ( internet, social networks, tv d'informazione). Proviamo pertanto ad usare il nostro ormai dissotterrato armamentario logico-razionale distendendo sul lettino la recente esposizione mediatica del triste ed inaccettabile fenomeno degli abusi sui minori commessi da alcuni sacerdoti della Chiesa Cattolica. Partiamo da una considerazione ( ovvia !!); i mezzi d'informazione sono detenuti da società di lucro che traggono profitto dalla vendita e la pubblicazione di contenuti informativi su vecchi e nuovi media a pagamento ( giornali, TV, internet ) e dagli introiti pubblicitari. La merce, il prodotto, il servizio è l'informazione ovvero la rappresentazione di fatti ed avvenimenti anche attraverso opinioni e commenti. Regola aurea dovrebbe essere quella del rispetto dell'autonomia della Direzione e dei giornalisti da parte dell'Editore; purtroppo talvolta tale discrezionalità mal convive con la necessità del profitto che impone la diffusione di notizie che attraggono l'interesse del lettore-consumatore. Di qui la giustificazione di molti operatori dell'informazione sullo spazio concesso al gossip, alle foto di fatti crudi e terribili, alle immagini di belle ragazze o ragazzi più o meno discinti; in altre parole una farisaica accondiscendenza verso l'irrefrenabile voglia di guardare dal buco della serratura i fatti privati ( e le fattezze fisiche ) altrui. Ecco un primo condizionamento, spesso esplicitamente ricordato dal padrone-editore: ma n'esiste un secondo più sottile e pertanto ancora più potente. I mezzi di comunicazione sviluppano grande influenza sulle pubbliche opinioni in tutto il mondo. Scomodando le più recenti teorie sugli effetti della globalizzazione sulla psicologia del nuovo Homo interconnesso e sulla pervasività del messaggio multimediale che raggiunge gli angoli più remoti della Terra, riflettiamo sui danni diretti e collaterali provocati dalla diffusione acritica e guidata d'alcune notizie che potremmo definire sensibili. Gruppi economico-finanziari, associazioni politiche, organizzazioni portatrici di legittimi interessi specifici anche culturali e scientifici conoscono bene i meccanismi della propagazione delle notizie e ed i loro effetti ; anche alcuni “imprenditori morali” come associazioni , gruppi d'opinione, paladini dei nuovi diritti, enti no-profit e ONG seguono attentamente ed intervengono per orientare il dibattito su temi di rilevante interesse quali l'identità di genere, il rapporto scienzareligione e altri temi a carattere sociale e culturale d'amplissima portata e capaci di indirizzare persino l'azione legislativa degli Stati…. oltre alle linee editoriali d'importanti mass media. Lungi dall'immaginare ipotesi di complotti o vere e proprie persecuzioni possiamo anche pensare che tempestive e pianificate campagne denigratorie orchestrate su fatti ( anche se risalenti a molti decenni addietro ), frutto delle nefandezze perpetrate da alcuni sacerdoti servono a scopi ignoti alla pubblica opinione. Certamente non c'è da stupirsi, il mondo è da sempre luogo ove s'intrecciano interessi più o meno espliciti con pregiudizi atavici ed opinioni spesso non documentate ma profondamente radicate nel sentire di molti ; la Chiesa della Santa Inquisizione, la Chiesa acerrima nemica della rivoluzione scientifica,

la Chiesa della caccia all'eretico, dei roghi e della censura ! Quante volte partecipando ad una discussione sentiamo come naturale od addirittura giusto dare maggior risalto nelle nostre opinioni agli errori che inevitabilmente commettono gli uomini ed estenderle alle Istituzioni che rappresentano. In quel momento non è facile accorgersi che si è portati a trascurare l'obiettività e la lucidità di giudizio ! Metteremmo al rogo la Germania per l'Olocausto, gli Stati Uniti per le vittime vietnamite del napalm o per l'atomica su Hiroshima, l'Islam per gli attacchi alle Torri Gemelle, dimenticando la grande tradizione scientifica e culturale tedesca, le centinaia di migliaia di giovani soldati americani morti durante i due conflitti mondiali od il grande tributo artistico e scientifico che l'Occidente deve alla civiltà araba. Ecco pertanto che in quell'appassionata critica da salotto gli “imprenditori morali” colgono il loro obiettivo ; diventa assiomatico, immediato, naturale associare la Chiesa allo scandalo degli abusi sui minori ! A quel punto non basterà citare lo studio del più autorevole ente di ricerca su materie giudiziarie statunitense come lo Jay College of Criminal Justice che attesta che negli USA dal 1950 al 2002 a fronte di 4.392 sacerdoti accusati d'abusi sui minori i condannati sono stati 54 ( su 109.000 religiosi ) contro i quasi 6.000 condannati tra insegnanti di ginnastica ed allenatori di squadre sportive giovanili : oppure che nel 2009 sulle denunce effettuate ( si badi bene non condanne ) i casi di presunto abuso sui minori sono solo sei. No, non è sufficiente ; l'indignazione che non ammette difesa, che nulla giustifica diventa il vessillo moraleggiante di chi teme questo Papa al punto da chiederne l'arresto ; il Pontefice più lucido e più attento a cogliere le contraddizioni e gli sconvolgimenti della globalizzazione, capace di abbattere i secolari steccati tra razionalità e fede, scienza e teologia attingendo a piene mani alla sua sensibilità ed intelligenza per valutare le cose del mondo da una prospettiva che include e non esclude, ove la fede è sopra ogni cosa e consente di accogliere ogni scoperta o progresso senza usare la lente deformante del dogma ma solo il riconoscimento e la tutela della dignità esistenziale dell'uomo, che osa criticare i falsi tabù scientificamente soggetti a rivalutazione ma che nessuno ha il coraggio di criticare ( l'insufficienza del solo contraccettivo contro il flagello dell'AIDS), che propugna con tenacia un'azione di rinnovamento della Chiesa per riprendere ed annunciare tutta l'originalità e la grandezza del messaggio del Cristo risorto, che punta a modellare il nuovo habitus del clero chiedendo di imporre maggiore formazione e studio nei seminari, che osa parlare con coraggio ed incessantemente delle grandi atrocità di questo secolo che sono inflitte alle popolazioni più povere ed agli esseri più fragili ed indifesi. Potrebbe bastare prendersi la briga di leggere qualcuno dei discorsi che Benedetto XVI tiene da anni in tutto il mondo? ? Intervista in volo per gli USA 15-4-2008 “Escluderemo rigorosamente i pedofili dal sacro ministero: è assolutamente incompatibile e chi è veramente colpevole d'essere pedofilo non può essere sacerdote.” ? Incontro con i vescovi americani

Washington 16-4-2008 “Fra i segni contrari al Vangelo della vita che si possono trovare in America, ma anche altrove, ve n'è uno che causa profonda vergogna: l'abuso sessuale dei minori. …. Che cosa significa parlare della protezione dei bimbi quando la pornografia e la violenza possono essere guardate in così tante case attraverso i mass media ampiamente disponibili oggi? Dobbiamo con urgenza riaffermare i valori che sorreggono la società, così da offrire a giovani e adulti una solida formazione morale. Tutti hanno un ruolo da svolgere in tale compito, non solo i genitori, le guide religiose, gli insegnanti e i catechisti, ma anche l'informazione e l'industria dell'intrattenimento.” ? Washington 17-4-2008 Omelia “Nessuna mia parola potrebbe descrivere il dolore ed il danno recati da tale abuso …. Sono già stati fatti grandi sforzi per affrontare in modo onesto e giusto questa tragica situazione e per assicurare che i bambini – che il nostro Signore ama così profondamente (cfr Mc 10,14) e che sono il nostro tesoro più grande – possano crescere in un ambiente sicuro. Queste premure per proteggere i bambini devono continuare. “. ? New York 19-4-2008 Omelia “Qui, nel contesto del nostro bisogno di una prospettiva fondata sulla fede e d'unità e collaborazione nel lavoro dell'edificazione della Chiesa, vorrei dire una parola circa l'abuso sessuale che ha causato tanta sofferenza.” ? Intervista in volo per l'Australia 12-7-2008 “Deve essere chiaro ed è sempre stato chiaro fin dai primi secoli che il sacerdozio, essere un sacerdote, è incompatibile con questo comportamento… Esistono cose che sono sempre cattive, e la pedofilia è sempre cattiva. … ? Sidney 19-7-2008 Omelia “Desidero qui fare una pausa per riconoscere la vergogna che tutti abbiamo sentito a seguito degli abusi sessuali sui minori da parte d'alcuni sacerdoti e religiosi in questa Nazione. Davvero, sono profondamente dispiaciuto per il dolore e la sofferenza che le vittime hanno sopportato e le assicuro che, come loro

di de la Palice

Pastore, io pure condivido la loro sofferenza. Questi misfatti, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore ed hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa. Chiedo a tutti voi di sostenere e assistere i vostri Vescovi e di collaborare con loro per combattere questo male. Le vittime devono ricevere compassione e cura e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia.”. ? Lettera Pastorale del Santo Padre ai cattolici d'Irlanda “…Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell'Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell'Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa. Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio…” Non resta che stupirci di non trovare con la stessa frequenza ed ampiezza mediatica indignate opinioni od accorati appelli contro gli innumerevoli casi d'abuso sui bambini perpetrati in famiglia o sui bambini soldati in Myanmar, sui 400.000 minori sfruttati nelle miniere aurifere boliviane o sui due milioni di bambini brasiliani venduti ogni giorno sul mercato del sesso. No, non meritano altro che un'isolata condanna, un reportage ogni tanto ! E allora ritorna martellante lo stesso quesito: com'è possibile che a finire sulla graticola sia un'Istituzione di oltre 410.000 religiosi, con centinaia di migliaia d'ospedali, scuole, centri ed opere d'assistenza sociale ed umanitaria in tutto il mondo, che per prima si è efficacemente organizzata per condannare e prevenire simili abomini ? Il pensiero corre a Bernanos che nelle sue opere soleva condannare implicitamente tutti i benpensanti che alla forza dell'esperienza umana diretta e concreta (ed aggiungerei all'onesto ed imparziale ragionare) preferivano abbracciare acriticamente la propaganda dei media.


GIUGNO 2010

Pag. 4

L’arco

IL TONFO DEL TURISMO TRAPANESE, TRA BENI CULTURALI IN CONCESSIONE ED ULTIMI SAMURAI Nel 2009 arrivi -22%, presenze -15%. Ed il milione di passeggeri di Birgi perso per strada Mentre si lavora alla promozione e valorizzazione del patrimonio culturale citando Roma, Londra, Parigi, New York, come fossimo titolari di una casa di alta moda, cade silenziosa la tegola dei dati sul turismo in provincia di Trapani 2008 e 2009. Eccoli, senza anestesia: -22% gli arrivi, -14,7% le presenze, dati 2009 versus 2008. Molto peggio della media siciliana e nazionale, performance peggiore tra le nove provincie siciliane, seconda solo a quella di Ragusa (che certo non possiede le infrastrutture di collegamento della provincia di Trapani: porti, aeroporti, autostrade). Una catastrofe. Ormai ufficiale, nero su bianco, finalmente. Perché rileggendo oggi le dichiarazioni che hanno illuminato il panorama politico della provincia di Trapani (“Trionfa alla BIT il turismo trapanese”, febbraio 2009; “Turismo, cresce il numero di chi visita la Provincia di Trapani”, giugno 2009; “Oltre un milione di passeggeri all'aeroporto di Trapani”, dicembre 2009) sembra proprio che ci sia qualcuno in provincia che non sia disposto ad accettare la sconfitta anche a guerra finita, a modello di alcuni isolati ed ostinati militari giapponesi del secondo conflitto mondiale: ultimi samurai. I dati ufficiali del turismo purtroppo parlano la lingua dell'emergenza: posti di lavoro dissennatamente messi a rischio. Privati ed associazioni di categoria devono chiedere una programmazione di medio e lungo termine che superi il limite d'azione temporale delle legislature, da attuare in forma concertata. Non possiamo continuare a navigare a vista, ed il lavoro da fare è tanto. Prendiamo ad esempio l'assessorato regionale dei beni culturali e dell'identità siciliana dove, per applicarsi alla messa a punto del bando per la concessione dei beni culturali regionali trapanesi, hanno smesso i panni da samurai per indossare quelli di instancabili impiegati giapponesi. Così, il bando che metterà nelle mani dei privati i destini di risorse strategiche per il turismo (Segesta, Selinunte, Museo del Satiro...), capitanato dall'assessore Armao, procede come un fulmine di guerra, mentre le amministrazioni comunali locali, pur sollecitate, stiracchiano reazioni con lentezza esasperante. Il Giornale di Sicilia, presentando recentemente un'intervista con Armao, ha strillato in prima pagina: “Il governo che lavora”. Appurata la notizia che ci sia un governo e che per giunta lavori, rimane in piedi come unico alibi dell'infausta attività dell'assessorato una brillante dose di inconsapevolezza, la stessa che accomuna gli eroi e gli incoscienti. Inconsapevolezza che si svela, a

mente fredda, anche grazie alla lettura di alcuni dati e dichiarazioni di freschissima attualità sui beni culturali, siti Unesco, turismo. "A proposito di Trapani - ha sentenziato Armao - ci siamo accorti che, per motivi logistici, Segesta registra un 30 per cento circa di

26,7% in più rispetto a Selinunte, nel 2005 il 25,8%, nel 2006 l'8,8%, nel 2007 il 14,1%, nel 2008 il 14,8%. Non c'è nessun 30%: anzi nell'ultimo triennio disponibile (2006-2008) si registra meno della metà della cifra dichiarata. Non è una questione di matematico puntiglio: ma i numeri,

presenze turistiche in più rispetto a Selinunte" (frase equivoca in partenza, che confonde le presenze turistiche con il numero di visitatori dei siti). Sarà che quel “un 30 per cento” aveva il sapore sospetto di un'analisi fatta un tanto al chilo, ma il dato non solo è grossolano ma è errato: nel 2004 Segesta registra il

quando si traducono in visitatori e soldi, consentono di articolare la programmazione e la gestione, di orientare e motivare le scelte. Ed un 30% in più in termini di visitatori, come sa bene l'assessore che ha anche frequentato la London School of Economics, può produrre, of course, una differenza sostanziale:

di Gabriele Mulè

quella di rendere agli occhi dell'opinione pubblica (ed a vantaggio della decisione dell'assessore) auspicabile e necessario l'affidamento ai privati. Ma non è così, sorry. Anche in questo caso la realtà può essere negata, ma i numeri di fruizione sono migliori di quanto non si voglia fare apparire (consolidati in medie di tutto rispetto: 287.000 Selinunte, 338.000 Segesta, periodo 2004-2008) tanto che i nostri beni culturali si confermano protagonisti dell'offerta turistico-culturale, protagonisti di cui nessun serio disegno di rilancio può fare a meno. "Non ho mai parlato di privatizzazione dei musei e dei siti archeologici, perché giuridicamente non è possibile farlo. Ho solo prospettato l'obiettivo di una gestione dei beni culturali all'insegna del partenariato pubblico-privato”, ha obiettato il 15 aprile l'assessore, rispondendo ai sindacati. Ma svicolando, da buon avvocato amministrativista, sul piano dell'interpretazione, dell'equivoco legale, dell'incomprensione, ha evitato di entrare nel merito delle questione, che non è affatto la “vendita” dei beni culturali, ma la delega ai privati, totale e completa, allo sfruttamento di una risorsa strategica per il nostro sviluppo territoriale, scavalcando le comunità locali. A riprova della confusione, Armao si è anche lanciato, senza paracadute, in incaute azioni di valorizzazione del patrimonio culturale siciliano (lato palermitano), proclamando: “Monreale, Cefalù e Palermo siti Unesco”. Su questa dichiarazione il senatore Antonio D'Alì è dovuto intervenire con una tirata di orecchie. “Egli”, ha dichiarato D'Alì riferendosi ad Armao, “per quanto da poco insediato ai Beni Culturali dovrebbe essere a conoscenza della proposta da tempo avanzata dallo stesso assessorato in ordine al riconoscimento, come patrimonio mondiale Unesco, dell'isola di Mothia (...) Sono certo che l'assessore Armao vorrà rispettare la priorità tra le proposte”. Facendo il paio, la solerzia di stampo nipponico e l'ostinazione da ultimo samurai non saranno mica il segno di una nuova passione per l'oriente della nostra classe politica? Chissà. Mi permetto, adeguandomi, di lanciare una evoluzione del sudoku, celebre rompicapo giapponese. Bisogna riuscire ad incastrare, con uno schema logico e congruente, numeri assolutamente in contrasto ed in contro-tendenza: l'eccezionale risultato del milione (1.069.528) di passeggeri in transito all'aeroporto di Trapani (il doppio del 2008) con il pessimo risultato segnato dal turismo. Per la risposta, leggete il contributo della dottoressa Aliffi. Sayonara.


L’arco GIUGNO 2010

Pag. 5

"IL MILIONE DI PASSEGGERI A TRAPANI? SIAMO NOI".

“Probabilmente l’aumento è dovuto ai siciliani”. Turismo 2009, tra dati incompleti e numeri camaleonte: “Non ci sono dati che permettono di avere una tendenza sui tipi di turismo del territorio” di Gabriele Mulè La dottoressa Alessia Aliffi, specializzata in Management dell'organizzazione e promozione turistica a Torino, collabora da quasi due anni per un progetto di Osservazione turistica nel territorio della provincia di Torino. A lei, siracusana che ha lavorato a progetti nello scenario turistico della provincia di Trapani, abbiamo chiesto di commentare i dati 2009. Com'è andato il turismo 2009 in Sicilia? La regione Siciliana si presenta con un calo sia in termini di arrivi che di presenze che si attesta attorno al -9.42% per gli arrivi e al 9.21 % di presenze. Come si inserisce in questo contesto la provincia di Trapani? Secondo i primi dati 2009 e confronto con il 2008, Trapani si posiziona al 5° posto tra le province siciliane con 392.853 arrivi, in calo del 23% rispetto al 2008. Il numero di presenze, ben 1.419.59, in calo del 14% rispetto al 2008, posiziona Trapani al 4° posto. Conclusione? Per quanto riguarda le presenze turistiche, solo le province di Agrigento, Caltanissetta, Catania e Enna controbilanciano i dati negativi evidenziati dai forti cali rilevati nelle province di Ragusa, Siracusa, Trapani, Palermo (dal -50.26% di Ragusa al -10.40% di Palermo). Un anno tutto da buttar via per il turismo trapanese? Non direi, ci sono segnali positivi da interpretare. La permanenza media nella provincia di Trapani nel complesso dei flussi turistici alberghieri ed extra alberghieri di italiani e stranieri è aumentata: dalle 3.25 notti del 2008 si passa alle 3.6 notti del 2009. Cioè sono arrivati meno turisti, ma sono

rimasti un po' più a lungo: l'interpretazione? La crisi economica mondiale ha toccato il settore turismo, e in particolar modo il settore di turismo mice&business. Può darsi che il calo consistente di arrivi e presenze da una parte, l'aumento della permanenza media dall'altra, soprattutto per la grande fetta di turisti italiani, siano prova che il settore business della zona (convegni, etc.) abbia risentito degli effetti della crisi: cioè che il flusso degli uomini d'affari si sia ridotto ed il flusso dei turisti “di piacere” sia rimasto costante o addirittura aumentato. L'aumento di presenze dall'estero del 3.56% in più rispetto al 2008, nel territorio sede di AST/APT “prov.Trapani”, sembrerebbe supportare questa tesi. “Può darsi” e verbi al condizionale: sembra piuttosto prudente. Non ci sono dati che permettono di avere una tendenza vera e propria sui tipi di turismo del territorio, non basta la customer satisfaction (soddisfazione degli utenti, n.d.r.) di un campione di turisti una tantum. Bisognerebbe pensare a metodi innovativi di monitoraggio dei turisti che affianchino i flussi ISTAT provenienti dalle strutture ricettive. Le seconde case ad esempio rimangono fuori dalla rilevazione. Aumentano i passeggeri dell'aeroporto di Trapani, diminuiscono i turisti: come si spiega? Difficile rispondere. Si tratta di 1.068.000 passeggeri, il doppio del 2008, transitati dall'aeroporto di Trapani-Birgi, di cui il 30% internazionali. Eppure, il turismo ha sofferto. Circa 378.000 passeggeri nazionali

all'aeroporto ma solo 289.364 arrivi di italiani nelle strutture ricettive. Ancora, circa 160.000 passeggeri internazionali atterrati a Birgi e solo 103.489 arrivi di stranieri presso strutture ricettive. Trapani perderebbe secondo queste stime circa 88.636 arrivi italiani e 56.511 arrivi stranieri, che non sono pochi. E quindi? Quindi l'ipotesi più probabile è che si tratti in parte di siciliani in viaggio per destinazioni nazionali e straniere. In più, è possibile che una piccola fetta abbia pernottato nelle strutture ricettive delle province limitrofe, penso a Palermo e Agrigento, facili da raggiungere, tappe di Tour Operator dei Tour Classici o dei neo fly and drive. Rimane comunque impossibile rintracciarli, sempre che si tratti di turisti.

IL MARE... O LA TERRA E' IN PERICOLO Il pianeta sul quale viviamo più che Terra dovrebbe chiamarsi Acqua. Circa il 71% della sua superficie, infatti, è ricoperta dalle acque e l'uomo (con una popolazione che ha raggiunto i sei miliardi e ottocentomilioni di individui) vive sul rimanente 29% di terra emersa, in massima parte nella fascia a stretto contatto con il mare. Difendere il mare, significa, quindi, salvaguardare il futuro della Terra. Si calcola che nella sola Europa, lungo la fascia litoranea costiera larga cinquanta kilometri, vive oltre la metà della popolazione degli stati che si affacciano sul mare. L'estensione complessiva delle coste europee è di circa 89.000 km., le coste italiane sono estese per 7.375 km. e quelle della Sicilia per circa 1.350 km. La provincia di Trapani ha una estensione costiera, comprese le isole, di 340 km. Lungo le coste e a stretto contatto con il mare sono concentrate la maggior parte delle attività economiche e sociali. La pesca e il turismo sono attività economiche fortemente collegate al mare. Nel corso dell'ultimo secolo l'uomo ha profondamente modificato il rapporto tra la terra e il mare: ha cambiato il paesaggio costiero attraverso la costruzione di porti e porticcioli turistici, barriere frangiflutti, canalizzazione e cementificazione delle foci e del tratto terminale dei fiumi, edilizia selvaggia e spesso in assenza di una attenta

pianificazione dello sviluppo insediativo e delle attività umane, in particolare dell'agricoltura e della pesca intensiva, dell'industria pesante e del turismo di massa, ha letteralmente devastato e distrutto interi tratti di costa. Questa devastazione è diventata imponente nel corso degli ultimi venti anni, e ha prodotto ormai conseguenza non reversibili. L'inquinamento e i disastri ambientali hanno modificato la stessa composizione delle acque marine: l'acidità è aumentata di oltre un terzo di unità di pH, sintomo di un aumento costante del'inquinamento organico ed inorganico dovuto alle attività antropiche. Impressionante è in questi giorni la marea nera della fuoriuscita di petrolio da una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico e le conseguenze che ha prodotto lungo le coste della Louisiana. Salvaguardare e proteggere il futuro del mare è quindi oggi un imperativo categorico:

significa salvaguardare e proteggere il futuro stesso dell'umanità. Purtroppo di questo ormai ci accorgiamo solamente durante l'estate, nella stagione balneare, quando richiediamo una maggiore vivibilità delle nostre spiagge, e non pensiamo che soltanto attraverso una costante salvaguardia è possibile utilizzare la grande risorsa del mare in maniera sostenibile e reversibile. “MareAmico” è una associazione ecologicascientifica di p r o t e z i o n e ambientale che ha come obiettivo statutario quello di “valorizzare il mare e le sue risorse e di affrontare i problemi dell'ambiente marino nei sui aspetti ecologici, culturali, t u r i s t i c i e d economici”. Ha sede a Roma, ma da circa un anno ha istituito una sede regionale in

Sudoku risolto ? Tutt'altro. Sono solo ipotesi, visti i dati. Pongo un altro quesito: la Regione Siciliana, Dipartimento Turismo, fornisce i movimenti turistici dal 1999 sul sito ufficiale. Bene. Mi chiedo: perché i totali dei flussi cambiano da un file all'altro? E non parlo di quelli provvisori, ma di quelli “definitivi”. In che modo avviene la raccolta dei flussi turistici? Come vengono monitorate le strutture ricettive per l'invio mensile dei movimenti? Come è possibile scegliere i dati definitivi per creare un'unica serie storica e capire infine l'andamento dei flussi turistici in Sicilia negli ultimi 10 anni? Questo non è Sudoku. E che cos'è? Secondo me sono scatole cinesi.

di Giuseppe Pernice Sicilia scegliendo la citta di Mazara del Vallo quale città simbolo delle attività marinare. Ogni anno “MareAmico” organizza la “Rassegna del Mare”. Questo anno, che coincide con l' "Anno della Biodiversità", la XXI rassegna si svolgerà dal 6 al 9 maggio 2010 ad Alghero, in Sardegna, con un programma importante ed articolato di incontri e di confronti. Il tema scelto per la manifestazione è “Tutela ambientale, economia, sviluppo nell'ambito della Politica marittima integrata”. Diversi workshops permetteranno di approfondire le tematiche sulla salvaguardia del mare. Ne citiamo alcuni: “Pianificazione Spazio Marittimo ed Attività di Pesca ed Ittiocultura - SIPA Nuovo Sistema per la Pesca e l'Acquacoltura Sostenibile in Italia”; “Attività antropiche, Aree protette, Portualità turistica, Tutela ambientale, Turismo marittimo, Tutela della fascia costiera”; “Pianificazione Spazio Marittimo: principi comuni ed esperienze a confronto, progettualità. La funzione della ricerca” e “La pesca del riccio e del corallo”. Ad essi prenderanno parte eminenti stuudiosi delle problematiche marine provenienti da ogni parte del mondo. Sarà una importante occasione per fare riflettere gli scienziati, i politici, ma soprattutto i giovani sulla necessità di salvaguardare il mare per assicurare un futuro alla Terra.


GIUGNO 2010

Pag. 6

VIAGGIO NELL'ADOLESCENZA

di Gieffe

Continuando il nostro viaggio nel mondo degli adolescenti, e interrogandoci quindi sulla condizione giovanile nella società odierna, affrontiamo in questo numero un fenomeno di costume, purtroppo sempre più frequente tra i giovani, e cioè “il bullismo”. Questo fenomeno risulta essere sempre di più in aumento, come dicono le statistiche, sul territorio nazionale, nelle scuole, nella famiglia e nella cerchia dei propri abituali amici. La libertà dei costumi, l’impostazione spesso errata del rapporto giovani e scuola, e del rapporto tra giovani e società è quasi sempre alla base di questi sentimenti di onnipotenza, in cui tutto è lecito ed ammissibile, che di fatto trasforma un giovane adolescente in un bullo. Una volta i bulli proliferavano nei quartieri popolari e nelle periferie delle grandi città e gli atteggiamenti, spesso smargiassi, erano figli di

una povertà sociale e di carenze educative da parte della famiglia e della scuola! Oggi il bullismo si manifesta anche nei quartieri della cosiddetta società benestante e si osserva spesso in famiglie abbienti di professionisti o di notabili. Infatti molti episodi di violenza della società italiana, comparsi sulla stampa nazionale, hanno visto coinvolti giovani per bene, figli di famiglie in vista socialmente ed economicamente, e questo naturalmente deve far riflettere di più. Lo scollamento infatti tra famiglia e scuola e tra quest’ultime e i giovani sono alla base di questo fenomeno sempre più in crescita, determinando nelle coscienze di questi adolescenti anche la percezione, come valori, di sensazioni e di modi di essere, che naturalmente non dovrebbero essere propri di una società civile.

BULLISMO Indicatori e fattori predittivi di un fenomeno in crescita di Vito Giacalone Negli ultimi anni il termine bullismo è entrato nelle case degli italiani, inserendosi nel linguaggio c o m u n e e traducendo ogni comportamento aggressivo imputato ai ragazzi, inglobato in tale fenomenologia. Non è difficile ascoltare tra la gente opinioni che sottovalutano le implicazioni di questa modalità aggressiva e violenta che s'insinua nella scuola a cominciare da quella primaria. La frase più comune è la seguente: “... E' stata fatta la scoperta dell'acqua calda; il bullismo è sempre esistito...”. E' pur vero che viviamo nell'epoca della disillusione in cui i comportamenti che un tempo erano ritenuti tabù oggi trovano spazio nel quotidiano; mi riferisco alla pedofilia, agli abusi sessuali, e a ogni forma di mancanza di rispetto della dignità della persona. Ed è facile asserire che non c'è niente di nuovo, come se tutto fosse normale. La precedente affermazione denota una non sufficiente conoscenza dell'argomento, una sottovalutazione del fenomeno, e una mancanza di strumenti di lettura. Come vedremo, in questo breve contributo, la manifestazione di disagio relazionale dei minori, inteso come fattore predittivo di rischio psicosociale, e connotato nel nostro specifico caso “bullismo” (anche se il termine è stato inserito in un secondo momento), è diventato oggetto di studio nei paesi scandinavi già dalla fine degli anni sessanta. Heinemann e Olweus furono i primi ad evidenziare una presenza rilevante di comportamenti di prevaricazione e di forme di prepotenza a scuola, a tal punto da renderne partecipi le istituzioni educative [Heinemann (1969); Olweus (1973); citati in Zanetti M. A. (a cura di), 2007]. Dall'inizio degli anni novanta in Europa, America e Giappone sono state condotte numerose ricerche sull'argomento, supportate anche da strategie d'intervento. In Italia il primo contributo sistematico si deve alla professoressa Ada Fonzi (1997) dal titolo Il bullismo in Italia. Il fenomeno delle prepotenze a scuola. Dal Piemonte alla Sicilia. In una ricerca del 1996, realizzata

dalla professoressa Maria Luisa Genta (et. al.), su una popolazione di 1.379 studenti, di età compresa tra gli otto e i quattordici anni, delle scuole delle città di Cosenza e Firenze, è emerso che sin dai primi anni novanta l'incidenza del fenomeno era già preoccupante; i ragazzi denunciavano forme di prevaricazione nel 41% delle scuole primarie (elementari) e nel 26% delle scuole secondarie di I grado. Ulteriori contributi importanti all'identificazione del fenomeno in Italia, e allo sviluppo di strategie operative specifiche per ogni contesto e situazione, si devono a pochi autori, e, tra questi, in particolare alle professoresse Ersilia Menesini (1999; 2000; 2003) e Maria Assunta Zanetti (2007). Va l e l a p e n a , a l l o r a , c o n o s c e r n e l e caratteristiche essenziali per collocarlo in una precisa dimensione, evitandone così falsi allarmismi oppure eccessiva sottovalutazione, come ritengo sia avvenuto in Italia in quest'ultimo trentennio. Le diverse forme del bullismo La parola “bullismo” deriva dal termine inglese “bullying” e connota, secondo la letteratura internazionale, il fenomeno delle prepotenze tra pari, in gruppo. In Norvegia e in Danimarca ha lo stesso significato la parola “mobbing” e in Svezia e Finlandia mobbning. I primi studiosi, Heinemann e Olweus, si concentrarono soprattutto sugli aspetti fisici e verbali del fenomeno: <<il bullo è un individuo, per lo più maschio, che spesso opprime e molesta i compagni […] I bersagli di queste azioni possono essere ragazzi o ragazze, l'attacco può essere sia fisico, sia mentale>> (Olweus, cit. pp. 35, 1973, trad. it. 1983). In seguito divennero oggetto di studio anche le forme indirette o psicologiche: << uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato, o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle

L’arco

azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni>> (Olweus, cit. pp.11-12, 1993, trad. it. 1996). Da tali definizioni ne derivano l'intenzionalità e le diverse forme in cui si manifesta, di chi volontariamente mette in atto comportamenti bullistici (Menesini et al., 1999): indiretto (p.e. il pettegolezzo, la diffusione di calunnie sulle vittime), verbale (p.e. deridere, fare affermazioni razziste, minacciare) e fisico (p.e. pugni, percosse o comportamenti distruttivi a danno anche di oggetti). Questi aspetti rientrano tra quelli più eclatanti, ma vi sono altre forme più nascoste, subdole, e altrettanto pericolose [Sharp e Smith; 1995; Petruccelli, in D'Alessio e De Stasio (a cura di), 2005]. A supporto di quanto espresso, recenti studi hanno evidenziato come questa forma di prevaricazione possa essere “invisibile” e contemporaneamente pervasiva; mi riferisco al cyberbullismo (cyberbullying o bullying hi-tech) definito da Patchin, Hinduja, Smith e Willard nel seguente modo: [...] per denominare le azioni aggressive ed intenzionali, eseguite persistentemente attraverso strumenti elettronici ( sms, mms,

Alcuni studi dimostrano come la cosiddetta vittima (spesso designata) difficilmente confida la sofferenza che sta vivendo all'insegnante o al genitore, in considerazione del fatto che in queste circostanze di solito si prova vergogna/imbarazzo, e si teme di subire spedizioni punitive per aver parlato dell'accaduto. Allora la vittima di bullismo nega qualsiasi sopruso, proteggendo e alleandosi inconsapevolmente con l'aggressore. Anche la risposta genitoriale al comportamento del figlio (bullo) può essere tradotta sotto questa prospettiva: proteggere il figlio (negando l'evidenza) per colludere negativamente con lui. Luoghi comuni ed elementi identificativi In considerazione di tutte le variabili che entrano in gioco, come facciamo a essere certi di avere di fronte a noi un caso conforme alla fenomenologia del bullismo? E' opportuno allora sfatare alcuni pregiudizi e luoghi comuni (Espelage e Swearer, 2004), e tra questi in particolare: [tabella tratta da: Zanetti M. A. (a cura di), 2007, l'alfabeto dei bulli, p.13. Erickson editore].

foto, video clip, e-mail, chat rooms, instant messaging, siti web, chiamate telefoniche), da una persona singola o da un gruppo con il deliberato obiettivo di far male o danneggiare un coetaneo che non può facilmente difendersi [...].[ cit. in Pinna, Pisano e Saturno (a cura di), 2008]. Oppure, secondo una definizione altrettanto chiarificatrice: [...] un tempo le vittime di Franti (il prepotente del libro “Cuore” di Edmondo de Amicis) o di Barry Tamerlane (il bullo del libro “L'Inventore di Sogni” di Ian Mcewan) rientrate a casa, trovavano, quasi sempre, un rifugio sicuro, un luogo che le proteggeva dall'ostilità e della angherie dei compagni di scuola. Oggi, la tecnologia permette ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi, inviati con i video telefonini o pubblicati, su qualche sito, con l'ausilio di internet[...], (cit. di Pisano e Saturno, 2008). Il bullismo è inoltre caratterizzato da sistematicità, intesa come ripetitività, nell'interazione bullo-vittima, dei comportamenti di prepotenza e angheria; allo stesso tempo la relazione è basata sul disequilibrio (asimmetria di potere) tra il bullo (che domina) e la vittima (che subisce) [ Menesini, 1999; 2000]. All'interno dei comportamenti bullistici sono racchiuse una serie di problematiche che inevitabilmente coinvolgono insegnanti e genitori. Basti pensare alle istituzioni scolastiche -luogo privilegiato in cui si manifestano tali comportamenti- che subiscono atti di vandalismo da gruppi di studenti. Nella scuola primaria le prepotenze si manifestano prevalentemente durante gli intervalli (tra una lezione e l'altra, durante la ricreazione e la pausa pranzo) [ Sharp e Smith, 1995; Cerutti e Manca, 2006]. Nella scuola secondaria di I e II grado il fenomeno è anche presente all'esterno della scuola; in particolare alle superiori se ne è rilevata una maggiore incidenza sia nei bagni, sia sui mezzi di trasporto (Menesini, 2003).

Da quanto è evidenziato, si tende a giustificare il comportamento del bullo connotandolo “una ragazzata”, come se tali manifestazioni rientrassero, appunto nella crescita dei ragazzi, tra cui il mettersi alla prova, e lo sperimentare i confini comportamentali. Sfugge, però un elemento a chiarificazione di quanto il bullo sia un soggetto fortemente a rischio. La maggior parte degli autori ritiene il suo comportamento funzionale al soddisfacimento (al desiderio) profondo di dominare e controllare gli altri. Prova ne sia che il bullo ha piacere nel mettere in atto comportamenti deliberatamente senza ritegno, senza pudore, e pericolosi per gli altri. La violenza verbale o fisica di chi agisce da bullo denota una comunicazione di tipo verticale, e nel momento in cui l'altro (la vittima) non risponde alle sue attese, s'innescano azioni violente. E contemporaneamente in chi vi è la necessità di far emergere periodicamente quest'aggressività -non indirizzata e sublimata con attività costruttive (p.e. lo sport, il teatro, la sana competizione, ecc...) fa in modo di scatenare negli altri comportamenti che facilitino il soddisfacimento di questo stato interiore. Per questo motivo è difficile uscirne, e in tal senso si denota la pericolosità del sistema messo in atto, in cui una parte alimenta l'altra, rimanendo entrambi imprigionati nei loro ruoli (Fonzi, 2006). Considerare il problema del bullismo all'interno della dicotomia relazionale bullovittima, non è rappresentativo della complessità della fenomenologia. Se, com'è stato evidenziato, il comportamento bullistico, nella maggior parte dei casi si manifesta a scuola -e nei momenti in cui viene meno il controllo da parte degli insegnanti e dei collaboratori scolasticiinevitabilmente ha luogo alla presenza dei compagni di classe che non possono essere semplicemente considerati osservatori esterni (o vittime inconsapevoli), ma corresponsabili di quanto accaduto.


L’arco GIUGNO 2010 Questo esempio permette di aggiungere un nuovo elemento di osservazione e d'identificazione del fenomeno: qualsiasi atto (positivo o negativo) che si manifesta all'interno di un ambiente di apprendimento, che in questo caso è la classe, è frutto della classe tutta e non dei soli attori protagonisti dell'accaduto (bullo e vittima). La classe è un sistema vitale che si autoalimenta di ogni singolo movimento del gruppo e ciò, in generale, è sistematicamente negato o poco considerato nella valutazione della dinamica del comportamento bullistico, perché si sottovaluta il potere emozionale scaturito dal gruppo dei pari, più potente di qualsiasi intervento educativo che l'Adulto possa proporre (genitore o insegnante). Questo pensiero trova riscontro nei fenomeni di contagio sociale, vale a dire quanto i comportamenti imitativi condizionano i pari a tal punto da far innestare il comportamento violento nella cultura emergente della classe. E se in un gruppo s'insinua la cultura della violenza, risolutrice dei conflitti, divenendo così una strategia per imporre il proprio pensiero sugli altri, troverà espressione anche fuori dalla classe, con tutte le conseguenze facilmente immaginabili, di cui le cronache giornalistiche con enfasi ci informano. Non è da sottovalutare che in fin dei conti il bullo piace tra i giovani: genera una sensazione discordante, un artefatto emotivo, in un continuum tra l'essere affascinati e al contempo timorosi. Nelle scuole in cui è evidente quanto affermato, è necessario lavorare sul senso di responsabilità, analizzandone i meccanismi di disimpegno morale, utili alla decifrazione dei principi autoregolativi del gruppo dei pari, in cui le condotte ritenute in un primo momento da condannare diventano attuabili e stabili nel

contesto classe (Bandura, 1997; Gini e Carli, 2003). Strategie operative In base a quanto affermato, il fenomeno del bullismo va contrastato su più livelli, secondo un approccio multidimensionale, che tenga conto del “peso” della famiglia, di quello della scuola, e della comunità intera. L'insegnante e lo psicologo (l'esperto esterno è necessario) hanno il compito di ripristinare l'equilibrio tra le parti, per dare significato all'esperienza vissuta ed evitare che agiscano interpretazioni personalistiche del fenomeno. ? Coinvolgere sin dalle primissime battute la famiglia. Spesso sono proprio loro a sottovalutare i comportamenti violenti e ribelli dei loro figli; oppure sono sistematici nella negazione dell'evidenza dei fatti. Non va mai dimenticato che i figli sono il prodotto di un percorso transgenerazionale (nonni + genitori= figli), i quali, sovente, mettono in atto la rappresentazione simbolica dei conflitti non risolti delle loro famiglie di origine. In tutti questi casi occorre fare un'attività di parent training, finalizzata all'appropriazione da parte dei genitori di una serie di regole comportamentali da attuare a casa e da suggerire al figlio. ? Coinvolgere l'intera classe in cui si è manifestato il problema, favorendo aiuto e supporto tra i pari. Dalla discussione in gruppo, dalle loro argomentazioni si possono avere utili suggerimenti, funzionali a una più chiara e attenta lettura del fenomeno specifico. Dalla consapevolezza dei ragazzi è possibile costruire una mappatura di regole condivise per gestire tra i pari il fenomeno e offrire un certo contenimento a chi riceve abuso, considerato che il disagio non è

Pag. 7 soltanto di chi esprime comportamenti di bullismo, è anche della classe tutta e contemporaneamente del soggetto dello scherno o peggio della punizione. Il gruppo ponendosi in modo oppositivo nei riguardi del bullo contrasta l'emergere di forme di emulazione e di approvazione negli altri e contemporaneamente ne contiene ulteriori manifestazioni di chi di tale condotta ne ha fatto uno stile relazionale. A conferma di quanto espresso le ricerche sul costrutto del disimpegno morale evidenziano come il

gruppo dei pari, nell'identificazione dei vari ruoli all'interno della classe, possa favorire o contrastare il nascere di questi fenomeni (ibid.). ? Aiutare il ragazzo bullo a partecipare ad attività laboratoriali e teatrali in cui possa esprimere i propri contenuti costruttivi e positivi. Le attività che rientrano nella sfera ludico-ricreativa sono occasione per convogliare e trasformare l'energia distruttiva, di cui i bulli sono portatori, in

espressione di sé attraverso il gioco: inteso come formazione alla vita e alle regole di convivenza sociale (e non di perdita di tempo, come qualcuno ancora sostiene!). ? Promuovere per la vittima di bullismo, attività, ad esempio, di mentoring, il metodo uno-a-uno, in cui si abbina ad ogni ragazzo prevalentemente con difficoltà relazionali, un mentore, una risorsa della comunità che lo aiuti a vivere la scuola più serenamente, offrendo così un modello di adulto, non coinvolto nelle dinamiche scolastiche e familiari del ragazzo, diverso da quelli da cui fino allora ha potuto attingere. Ciò facilita anche il ridimensionamento della cosiddetta “impotenza appresa”, cioè di una serie di atteggiamenti, di cui la vittima è portatrice, che lo convincono di non essere in grado di poter cambiare la propria condizione (D'Alessio, Laghi, Giacalone, 2010). In ambito educativo è necessario puntare sulla prevenzione e sullo sviluppo delle competenze sociali, che, dal mio punto di vista, si traducono anche nell'educare gli alunni, sin dalla scuola dell'infanzia, a imparare a costruire relazioni efficaci tra i pari. Ritengo, in generale, che l'Istituzione scolastica non ha ancora dato il giusto valore nell'insegnare a saper comunicare con gli altri, cioè a imparare ad ascoltare, a immedesimarsi nelle esperienze soggettive dell'altro (empatia) a imparare dalle proprie emozioni (intelligenza emotiva). Ci si limita quando è possibile, cioè quando i fondi lo permettono, a laboratori che mirano allo sviluppo di queste competenze e ci si dimentica che un processo s'interiorizza se è accompagnato da esercizio quotidiano: e il luogo privilegiato è senza dubbio la classe!

ADDILURATA [Addolorata] Ispirato a storie nella Mazara dell’800 post unitario Parvenze, alla luce flebile della lucerna, nella stanza consueta, dove posarono i piedi pillirini [pellegrini] dei suoi cari, ombre tremolanti come trascorsi passati, attimi, antiche grida, volti, voci. “Quali vuci, quali paroli, nnà la menti? E quali ikku, quali ikku nnà l' aricchi?” [Quale voce, quali parole nella mente? E quale eco, quale eco, nelle orecchie?] Non un canto, non un grido, solo un lamento, ecco, una nenia: “Ccà sugnu, ccà sugnu, sugnu ccà” [Qua sono, qua sono, sono qua] a rarugnari la menti, l'aricchi, l'arma [a sfiorare la mente, le orecchie, l'anima].Guardò sin dove il buio s' attenuava alla luce e rantiò d'intorno con lo sguardo. Niente, nessuno, se non le memorie. Aveva attraversato la notte. Tante notti. Si alzò, la donna, lentamente, come vecchia, dal letto, e si pose a sedere sulla seggiola. Poi si portò le mani al viso e sospirò, dondolandosi nella nenia di un pianto. L'ananca. [Il fato.] Sua nuora. La rivedeva seduta sotto il portico della casa che guardava il fiume, sul poggio volto a levante, abbacinata dai riflessi del sole, con gli occhi socchiusi, triste, consapevole dell'ignoto. E la tosse insistente, malefica, sempre più insistente, e il pallore, la stanchizza chi chiamava lu lettu, l'inappetenza, sicca, sempri cchiù sicca, il declino delle forze, e frevi e sbocchu di sangu, e tussi e ancora sboccu di sangu e ancora tussi, e poi i gesti e gli sguardi sconsolati di ddr'arma pia di lu dutturi DiMarianu. A dire “Malatia di pettu”. Così, con sofferenza, con il dolore dei buoni. “Chi a paallu 'un'avissi abbastatu l'oru di li monachi di lu cummentu di San Micheli di Mazara…[Che per pagarlo non sarebbe bastato l'oro del convento delle moniali di San Michele di Mazara…] e miricini e stizzi e baddrottuli e cileppi …” “E la sburbarìa di lu dutturi Jnnaru chi parìa schifìari puru li sò manu… chi puru li santi si quariavanu quannu rebbricava “Ci rissi lu parrinu a la badissa senza dinari 'un si canta missa”… e miricini e stizzi e baddrottuli e cileppi …” [ E l'arroganza del dottor Gennaro schifiltoso

pure a sfiorarsi le stesse sue mani…anche i santi si adiravano nel sentirlo ripetere : “Disse il prete alla badessa: senza denari non si celebra messa”… e medicine e gocce e pillole e sciroppi…]… Anche il parroco si adirava nel sentirlo dire… “E sempri frevi e tussi e stanchizza e sempri cchiù sicca e pò sulu lu lettu…” [E ancora febbre, tosse, spossatezza, dimagrimento e poi rimase solamente a letto…] “Beddra era stà nora, beddra, sana, china di vita e doppu cangiata di lu mali avviniri. “[Bella era questa nuora, bella, sana, vitale, prima di essere cambiata da un malefico destino]. Un anciulu, un angelo, silente nel dolore intenso, lancinante, come quando sorrideva al bambino, orfano del suo Pietro. E poi il pianto liberatorio per attutire il tempo di tribolazione. L'aveva assistita lei. E poi una notte, un rantolo, sboccu di sangu, attimi, ai confini della vita “…Ccà sugnu, sugnu ccà, jè ci sugnu…” lo aveva gridato, persino. E l'abbandono senza cchiù cunortu, senza cchiù suspiru. [senza più conforto, senza più alito]. Niente, nessuno, se non le memorie.E poi Pietro, suo figlio, strappato dal mare, una notte senza luna. Addilurata. … “La terra mi conchià/ ma fu lu celu mazzapanu chiusu…” [Generata alla terra, il segreto racchiuso nello scrigno del cielo…] E poi il marito e il nipote bambino. Addilurata. … “Un'niri nenti , nenti m'addiri / Un' a' una si cunsumaru li paroli./ Cunsunti di lu megghi' a'viniri / Cunsunti, sfardati, aspittannu lu megghi' a viniri.” [Non dirmi niente, più nulla;/ una ad una si sono sprecate le parole,/ consunte nell'attesa di un tempo migliore/ Consumate, erose nell'attesa di una buona sorte…]. E quelle voci a rarugnari [sfiorare] il silenzio. Una o tante nenie, sussurrate da sua madre nell'attesa del ritorno delle barche sulle murate di levante o al tramonto, sulle dune della spiaggia di Mazara, al soffio della brezza come sussurri di parole note. 'Unn'arbazzava… arbazzava. [Non albeggiava… albeggiava]. Rassettò la casa. Si lavò. Si guardò allo specchio … “Vecchia, cattiva, ùmmira, chi li cattivi 'un'annu facci, 'un'annu vucca, 'un'annu manu, jrita, 'un'annu vuci. Ùmmira, sulu ùmmira, chi s'ann'a' viriri di sghiciu, stramàni a lu scuru

di Nino Gancitano

di luci… Ùmmira di cattivi … urvicati rintra, ammucciati a lu munnu…” [Vecchia, vedova, ombra…Solo un'ombra, chè le vedove non possono avere volti; non hanno bocca, mani, dita; non hanno voce. Ombre e solo ombre sono; possono vedersi di sfuggita, evanescenti a declinare della luce. Ombre di vedove…sepolte in casa, occultate al mondo]. Si guardò per l'ultima volta allo specchio. Poi, come voleva la tradizione dei padri, lo coprì per sempre con un telo. E poi, nella stanza alta dove dimoravano le memorie degli avi. Tolse da un sacchetto di canapo gli ori di famiglia, cuddrarini, lazza, pitturina, pinnenti, circuni, pusèri, aneddri, cinturetti. Li avvolse in un panno e li pose in una tasca della sottana. Si mantellò, a vela, con un lungo fazzittuni [scialle] nero, di seta con le frange intrecciate. Una statua, una polena dal volto triste. Uscì. Era dicembre. Un mattino dalla luce incerta. Si portò lungo il toccu, rarenti la fabbrica dei Chiaramonte, nella Mazara felice, sin dove si apriva il portone del Monte di pietà. L'uomo del banco dei pegni alzò lo sguardo verso quel viso scolpito nel dolore. Una Madonna addolorata, sembrava. Nel silenzio, “ e sempi razii e sempi razii pì st'onzi e tarì “, nel silenzio, porse alla donna un'inutile ricevuta. Addilurata. Attraversò parte della città antica sino alla vecchia sua chiesa, la donna. Si segnò. Devotamente. Sostò per pochi attimi dinanzi alla statua di Sant'Andrea (il nome del marito e del nipote) e poi davanti a quella di S. Pietro, custode delle chiavi e – immaginò - di suo figlio (lo stesso nome). Poi si fermò dinanzi all'Uomo Crocifisso e alzò lentamente lo sguardo. “Ccà sugnu”, sommessamente dapprima e poi con voce più forte, inno al Dio silente, al Dio dell'Amore: “ Ccà sugnu /aranzi a Tia pi piàriti di pirdunarimi/ si 'un sacciu piàriti/ picchì 'un sacciu/ si lu 'nfernu/ ha statu ccà pi mia/ nnà stà vita lu 'nfernu/ o m'avà veniri quannu chiuru l'occhi /puru doppu./ Ccà sugnu/ e 'un sacciu chi diri/ picchì 'un sacciu piàri/ comu 'aju priàriti./ Vaiu vuciannu / e amentri preu a

Diu…/ Ccà sugnu / e lu ricìa puru prima/ a mè figghiu, a mè maritu/ a mè patri, a mè frati/ a mè niputi… / a la morti… Addilurata sugnu/ Addilurata./ Ccà sugnu, ccà sugnu / a mè matri miremma lu rissi/ quannu la vitti 'ngusciata/ addicata pi duluri/ e si strazzava la vesta/ e arrizzavanu li carni…/ Ccà sugnu, sugnu ccà /jè ci sugnu/ e taliava, alluccuta taliava… / Addilurata ccà sugnu / aranzi a la tò Cruci/ aranzi a Tia/ pi piàriti/ c'un sacciu cchiù priàri/ di rìrimi soccu riri/ comu priàri / pi 'na'nticchia d'arrisettu/ Ccà sugnu / ccà sugnu, aranzi a Tia…” [Sono qui/ innanzi aTe per pregarti di perdonarmi/ se non so pregarTi/ perché non so/ se l'inferno/ è stato per me/in questa vita, l'inferno/ o sarà [per me] /anche dopo[ad occhi chiusi] quando chiuderò gli occhi [dopo la morte]/.Sono qui/ e non so che dire/perché non riesco a pregare/come debbo pregarTi./ Vado gridando/ed intanto prego Dio. / Sono qua/ e lo dicevo anche prima/a mio figlio, a mio marito/ a mio padre, a mio fratello/ a mio nipote…/ alla morte…Addolorata sono/ Addolorata/. Sono qua, qua sono/ anche a mia madre lo dissi/quando la vidi angosciata/svuotata per un dolore [insopportabile]/ e si strappava le vesti/ e rabbrividivano le carni…/ Qua sono, sono qua/ ci sono io/ [le dicevo] mentre guardava, stranita guardava [intorno]…/Addolorata, sono qui/innanzi alla tua Croce/innanzi a Te/per pregarTi/[io] che non so più pregare/di dirmi cosa dire/ come supplicare/ per un po' di pace [serenità]/ Qua sono/ sono qua innanzi a Te… ] . Fuori, stentava un pallido sole opaco. Si portò nei luoghi di la Turrivecchia. Bussò ad un portone. Le aprì una donna più giovane di lei – sua sorella – che aveva sposato un “burgisi” benestante. Un uomo buono. Avrebbe vissuto con loro.


GIUGNO 2010

Pag. 8

L’arco

Dalla pagina 2

ALLE ORIGINI DELL’ASSOCIAZIONE VOCATA “MAFIA” di Onorato Bucci le fratellanze formano “tante specie di piccoli governi nel governo”. Giuseppe Giarrizzo annota, senza portare fonte alcuna: “la cassa comune è alimentata col furto del bestiame o coi sequestri di persone a fini estorsivi”. Si comprende bene che un organismo giuridico siffatto (e testimoniato nel 1838) non può essere nato all'improvviso e che ha avuto bisogno di una lunga sedimentazione storica per la sua formazione. L'analisi del Ciasca, dunque, innanzi riportata, non è affatto lontana da una sua attendibilità è veridicità storica. A conclusione di questa prima indagine del tutto incompleta (e quindi necessariamente frammentaria e imprecisa) possiamo fissare i seguenti punti: a) con il termine mafia si intende un gruppo di uomini “baldanzosi”, uomini d'armi al servizio di un feudatario o signorotto locale e che possiamo identificare con i bravi di manzoniana memoria. Questi “bravi” si rendono in breve autonomi dagli stessi signorotti di cui erano stati fino ad allora a servizio e da cui in origine erano stati finanziati, e si rendono liberi e autonomi da ogni controllo superiore ritenendosi essi stessi capaci di regolare l'ordine sociale. Essi portano il nome di mafiusi o marpiuni, ripetendo nel nome l'antica parola araba da cui prendono origine i termini popolari usati mafia e mafiusi; b) il potere non sempre avversò questi gruppi ma dovendo mediare con i centri politici da cui dipendevano o con cui si confondevano, spesso li utilizzò per i propri fini. Così si comportò il governo borbonico e così si comportò Garibaldi con la spedizione dei Mille. L'episodio di Brönte, cui senza citarlo si riferisce chiaramente il Ciasca, è in tal senso esemplare. L'utilizzazione dei gruppi mafiosi

per lo sfondamento delle linee nemiche ad opera di garibaldini portò alla convinzione che si sarebbero potute creare basi e presupposti per un nuovo ordine giuridico che non fosse né quello deciso a Torino né tanto meno quello deciso in Inghilterra (che aveva appoggiato non poco la spedizione dei Mille tramite la Compagnia Rubettino che poi avrà come corrispettivo la baia di Assab da cui inizierà il Colonialismo italiano). Ma non fu così, sicché la mafia, come suggerisce Ciasca, si oppose alla costruzione di un ordine giuridico diverso da quello ipotizzato (o concordato?), e la reazione fu durissima. I mafiusi capitanati da Calogero Gasparozzo aizzarono il popolino e fu insurrezione sociale, con fiamme a decine di case, al teatro e all'archivio comunale con l'uccisione di ben 16 uomini fra cui nobili e ufficiali. La risposta fu durissima e vennero giudicate ben 150 persone con la condanna a morte di cinque presunti capi della rivolta, Nicolò Lombardo, Nunzio Ciraldo Franinco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitalieri e Nunzio Samperi (cfr. C. Abba, Da Quarto al Volturno, Noterelle d'uno dei Mille, 1891; L. Sciascia, La corda pazza, Torino, 1970; G. Verga, Libertà, nelle Novelle Rusticane, 1883; B. Radice, Memorie storiche di Bronte, Bronte, 1984). Così risolveva un dissidio che opponeva la nobiltà latifondista della britannica Duchessa di Nelson (appoggiata dalla proprietà terriera e dal clero locale) con la società civile ispirata dai principi socialisti e liberali. Compito dello storico è capire come, dai Vespri in poi, si sia svolto il comportamento degli appartenenti all'associazione che noi chiamiamo Mafia con i vari poteri locali. E questa storiografia oggi non esiste. (segue nel prossimo numero)

L’UNITÀ ITALIANA E IL CONTRIBUTO DEGLI STATI EUROPEI di Francesco Beer

Che l'unità d'Italia sia figlia della diplomazia europea, ed in particolare dell'intervento inglese, è fuor di dubbio. Senza le riforme settecentesche (illuminismo, circoli carbonari francesi e circoli massonici inglesi), senza l'insoddisfazione dei nostri elementi

territoriali più provocatori verso la creazione di uno Stato nazionale

comunque da realizzare, senza lo stacco che l'opera riformatrice aveva posto l'Italia fra minoranze sovvertitrici di vecchi ordini statuali ormai obsoleti e masse meccanicamente legate a questi istituti, in Italia non sarebbero entrati né i moti riformatori inglesi né le ansie della rivoluzione francese che sarebbero poi stati mediati dalla lunga storia italiana che nei territori della Penisola avrebbero trovato germe fertile e terreno fecondo del tutto originali. La nuova Nazione nasceva degli insegnamenti francesi, spagnoli e austriaci che avevano occupato le terre d'Italia e che la diplomazia inglese mediava in modo eccezionale con una concretezza indirizzata a distruggere il peso in Europa dell'Impero russo e di quello asburgico e il peso del Mediterraneo e in Asia Minore della Turchi ottomana e islamica. Ed anche se abbiamo studi notevoli sugli archivi dei vecchi Ministeri degli Esteri degli Stati italiani, mancano i corrispondenti studi sui Ministeri degli Esteri di Austria (Impero Asburgico), Francia, Inghilterra, Spagna e Russia che hanno influito nonpoco sull'unificazione italiana. Determinante è la situazione siciliana dove gli studi di R. De Mattei, Il pensiero politico siciliano fra il Sette e l'Ottocento; Catania, 1927, E. Pontieri, Il tramonto del baronaggio siciliano Palermo, 1943; A. Simioni¸Le origini del Risorgimento politico nell'Italia Meridionale, voll. 2°, Messina,

ANCHE L’ARCO RISPETTA L’AMBIENTE: QUESTO NUMERO È STATO STAMPATO SU CARTA RICICLATA

1925-1929; G. de Ruggiero, Il pensiero politico nell'Italia Meridionale nei secoli XVIII e XIX, Bari, 1922; G. Gentile, Il tramonto della cultura siciliana del 18201821, Messina, 1932; G. Libertini – G. Paladino, Storia della Sicilia, Catania, 1939 - hanno posto le basi di una dottrina che ha individuato quali e quanti interessi delle potenze europee e mediterranee avessero sulla Sicilia preunitaria.

Ricordiamo ai nostri lettori che questo giornale (e tutti i numeri precedenti) possono essere consultati in rete internet alla pagina: http://www.arcomazara.it e che si può collaborare inserendo commenti, articoli, proposte e critiche alla pagina: http://www.arcomazara.it/forum.html

2010_2_L'arco  

PERIODICO DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE “L’ARCO” - MAZARA DEL VALLO - Reg. Trib. Marsala n. 86-5/89 del 2/3/1989

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you