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Terza edizione — Anno XXVI RIVISTA TRIMESTRALE n. 2 Aprile/Giugno 2018 DI ARCHITETTURA CULTURA DEL PROGETTO AutorizzazioneEdel Tribunale di Verona n. 1056 del 15/06/1992 FONDATA NEL 1959

RIVISTA TRIMESTRALE DI ARCHITETTURA E CULTURA DEL PROGETTO FONDATA NEL 1959

Poste Italiane SpA — Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/VR

ISSN 2239-6365

2018 #02

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ISSN 2239-6365

Terza edizione — Anno XXV — n. 4 Ottobre/Dicembre 2017 — Autorizzazione del tribunale di Verona n. 1056 del 15/06/1992 Poste Italiane spa — spedizione in abb. postale d.i. 353/2003 (conv. in I.27/02/2004) — art. 1, comma 1, dcb verona

Senza credito — BettolaVacanza conviviale La —modernità Fronte del Porto Il capitale EraUna una casa Veronetta,— Spazio Studiovisit: urbano molto carina... in contrada Veronette Giorgio Ugolini aperto — Una casa sui colliafflitta — La dignità — (alle possibilità) — — — — del lavoro — — Discrezione, Turris Saggio: Un bambino Graphics: Itinerario: Piccoli Loproporzione, zio soprintendente — Per un archivio del progetto urbano — Scalerò — Garda Monumenti di per architetto Il mestiere cinema-teatro dettaglio di museo — Sic et simpliciter rilievo dell'illustratore A misura — Torri che non lo erano —in provincia Il suo nome era Bogoni Gino — Itinerario: i quartieri INA-Casa a Verona.

WWW.ARCHITETTIVERONAWEB.IT

2017 #04


New Multimedia Showroom


alivar.com

New Multimedia Showroom: la tecnologia Sever al servizio dei progettisti Si è aperto il nuovo spazio interattivo multimediale sviluppato da Sever per offrire nuove opportunità alla comunicazione e comprensione del progetto La professionalità e il know how di SEVER, maturati in cinquant’anni di esperienza, hanno visto negli ultimi anni il naturale sviluppo e integrazione delle forniture contract anche nel settore alberghiero e domestico. 01

Da qui l’esigenza di creare un nuovo format di presentazione multimediale ed interattivo, gestito da un sistema domotico intelligente. Il nuovo showroow di SEVER, offre una nuova possibilità di comunicazione e coinvolgimento emozionale “dentro il progetto”. Uno spazio allestito come luogo di incontro tra progettisti e committenti, all’interno del quale le tecnologie della struttura permettono di visualizzare immagini, video, progetti e clip multimediali.

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L’elevata tecnologia utilizzata consente proiezioni in 4K su schermi e monitor ad altissima risoluzione, controllati da telecamere con sensori di presenza in modo tale che l’utilizzatore possa gestire la presentazione anche con il solo ausilio del movimento delle mani. All’interno dello Showroom sono collocate un’area di consultazione/riunioni e un’area break. SEVER mette a disposizione dei progettisti che vorranno farne uso la propria struttura per la presentazione e/o condivisione dei loro progetti di qualunque natura essi siano. SEVER è partner e fornitore ufficiale AMG, AUDI, MERCEDES, PORSCHE, SMART, VOLVO E VOLKSWAGEN. 02

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01-02. Vedute dello Showroom multimediale ricavato all’interno della sede Sever a Verona.

Zeus Arreda s.r.l. Via Lussemburgo, 4/a, Verona Tel 045/509670 Fax 045/509755 www.zeusad.it E-mail: info@zeusad.it

Sever Viale del Commercio, 10 37135 Verona T 045 8250033 sever@sever.it www.sever.it ZEUS_cloud.indd 1

03-04. Sezione e dettaglio del progetto esecutivo dell’allestimento.

ITALIAN04 CONTEMPORARY LIVING 21/03/2014 10:02:18


l’ìdentità

MODO+, prima di essere uno showroom, è un’insieme di competenze, di esperienze, di apporti creativi e di capacità interpretative. Un team di professionisti che si arricchisce di continuo per aggiungere, a elevati standart di qualità e innovazione, una visione del prodotto e del design proiettata in avanti. Un’identità esclusiva, un punto di riferimento nel settore. la realtà di MODO+ va molto oltre i confini di Verona, lo dimostrano i lavori realizzati in ogni parte del mondo grazie alla capillare distribuzione e le importanti partnership internazionali.

lo showroom

Nuovi progetti, evoluzione e immagine portano la firma di protagonisti della scena internazionale del design, della comunicazione e dell’architettura. MODO+, uno showroom moderno nel concept, nella costruzione, nella presentazione e nella capacità di venire incontro alle esigenze di un’ampio segmento di clienti.

l’obiettivo

MODO+ si propone per creare stili e ambienti diversi, mantenendo come filo conduttore la qualità, non solo nei prodotti ma anche nei servizi offerti al cliente. L’obiettivo principale è quello di soddisfare le esigenze dell’acquirente con proposte personalizzate e progetti concreti; soluzioni pensate per una dimensione abitativa esclusiva. Migliorare la qualità della vita di privati e aziende, traducendo necessità e desideri della clientela in progetti e prodotti di altissimo profilo. Offrire al pubblico la prima scelta delle migliori aziende del settore. Garantire un servizio su misura dalla progettazione al montaggio. MODO+, la sicurezza di rendere l’ambiente domestico e di lavoro più confortevole, più elegante, piu bello. Una scelta di valore, destinata a rinnovarsi nel tempo.

la filosofia

Nasce l’esigenza di definire modalità alternative a certi stereotipi abitativi, all’interno di questo concetto si colloca MODO+, uno showroom alternativo, dove lo spazio è libero, libero di interpretare ogni volta le espressioni dei prodotti, del design e della tecnologia.

la strategia

Un posizionamento chiaro: il mercato di fascia alta. Una mission precisa: dare ai professionisti del settore una collocazione strategica. MODO+ ha scelto di costruire la propria identità puntando su argomenti importanti, la concretezza, il design, l’immagine, la progettazione, l’attenzione al dettaglio e al servizio completo e personalizzato.

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L’architettura della normativa Testo: Matteo Faustini

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“Filippo di ser Brunellesco cittadino fiorentino, famoso e degnissimo architetto e sottilissimo imitatore di Dedalo...” così il Filarete rendeva omaggio al costruttore della Cupola di Santa Maria del Fiore. Grazie all’opera del “Perfettissimo Maestro Fiorentino” mutò il ruolo dell’architetto: la conoscenza e l’interpretazione dell’antico decretarono la fine di regole collaudate, di un modo di costruire che la tradizione secolare aveva consolidato. Figura dominante di molti saperi era l’architetto, una persona nuova, portatrice di una cultura capace di plasmare e controllare sia le pratiche sia il lavoro, in cui ciascuna conoscenza si traduceva in una serie di norme non sempre scritte o codificate ma certamente conosciute. Sono trascorsi quasi sei secoli dalla Messa inaugurale sotto la cupola del Brunelleschi, e grande è la distanza percorsa sia in termini di conoscenze scientifiche e specialistiche sia in termini di normative più o meno chiare. Per cercare di capire chi sia oggi l’architetto e cosa significhi la sua professione non basta solo il ricordo di un grandioso passato, serve invece azzardare un passo ulteriore e tentare di analizzare cosa sia accaduto dal momento in cui l’uomoarchitetto ha iniziato a normare o, per meglio dire, codificare, regolare, pianificare, certificare. Non si parla solo di regole di buona esecuzione o di calcoli statici, ma soprattutto di codici che possano in qualche modo contribuire a una progettazione

e a una pianificazione a misura d’uomo. Ecco allora che, in tempi più o meno recenti, dal codice civile si è passati ai decreti sulle distanze tra pareti finestrate e non, alla diversità tra gli edifici costruiti prima o dopo il 1967, alla Legge Ponte, per arrivare alle leggi regionali, alle circolari esplicative, finendo con il Piano Casa nella sua terza versione rivista e corretta, che deroga quanto altre norme avevano dettato. E non è tutto: negli ultimi otto o nove anni l’architetto è divenuto soprattutto un esperto di leggi finanziarie, nelle quali commi o articoli riportano costantemente normative di settore. Non parliamo poi dell’agenda digitale o dei decreti sulla semplificazione. Semplificare, appunto: ecco un’altra grande incognita apparsa sulla scena e che genera sempre più ansia. Legata a tali leggi, infatti, vi sono spesso nuove complicazioni e incombenze normative, o peggio ancora successive difficoltà burocratiche, o telematiche o… Eppure semplificare dovrebbe voler dire rendere più facile, agevolare, far sì che un buon progetto possa essere reso tale e di facile lettura normativa proprio in virtù di una semplificazione della stessa o nella chiara spiegazione di una norma, o quanto meno non dipendente da “un combinato disposto” o da qualche sentenza. Probabilmente, anzi sicuramente, nel Rinascimento l’obiettivo era stato ampiamente raggiunto visto i risultati riconosciuti da tutto il mondo. Eppure anche a quel tempo esistevano

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regole e buone prassi costruttive, anzi era proprio l’architetto che le dettava e le scriveva. Ma allora cosa si è perso? Cosa abbiamo dimenticato? O meglio: cosa abbiamo voluto normare? Forse la professione stessa del fare architettura! Siamo veramente convinti che l’aumento in maniera esponenziale di leggi, decreti, regolamenti, norme, codici e circolari, produca un buon progetto? Esiste, per nostra fortuna, l’architettura del paesaggio, quella del ventennio, quella moderna e post ecc., ma non esiste, purtroppo, in questo vasto repertorio, l’architettura della normativa, perché esiste semmai una selva di norme spesso contraddittorie fra loro, o in combinato disposto con le sentenze di cinque o sei tribunali diversi pronti a giudicare, o meglio abbattere, un mestiere oramai dedicato quasi esclusivamente alla “rognologia”, ovvero alla ricerca della soluzione delle “rogne” e delle cause. Si è addirittura pensato (non proprio da parte degli architetti...) ad un Regolamento Edilizio Unico che poi è divenuto Tipo, che poi si è trasformato in RET, in cui potevamo esprimere, come accade in molte altre esperienze europee a noi vicine (Francia, Svizzera, ecc.) la qualità delle prestazioni del costruito e, quindi, anche dell’architettura, ma ancora una volta ce lo hanno impedito, semplicemente mescolandolo con altre norme all’interno di una legge regionale sulla semplificazione.

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Molti, purtroppo, sono gli aspetti oscuri da chiarire nel nostro mestiere, che rimane sempre di confine tra arte e scienza, tra rispetto delle regole e burocrazia, alla quale solo il buon senso e la profonda conoscenza del passato ci possono ancora guidare. Ma allora cosa fare? O meglio, come si può fare architettura, ammesso e concesso che vi siano ancora dei committenti illuminati? Sta all’architetto concettuale, all’architetto intellettuale rivelare, scovare, mostrare, precisare ciò che una norma o una legge non dice... e lo può fare solo attraverso un processo che sia imperniato sul concetto fondamentale del fare architettura e quindi sulla norma, cioè la regola che permetta di favorire uno sviluppo ordinato e di raggiungere una soddisfacente qualità della vita e, quindi, dell’architettura. In definitiva si auspica fortemente che sia proprio il progetto, il pensare del fare architettura, a dettare le regole. Credo, infatti che esista una creatività in noi dentro la quale diventi indispensabile immergersi. Molto è già stato creato e normato; bisogna allora inventare, vale a dire trovare dentro l’esistente quella declinazione, quel combinato disposto, quella ‘architettura della normativa’ in grado di “parlare”, relativamente alle necessità, all’utilità, alle ragioni della forma contemporanea, che siano esse stesse norma. Buon lavoro e buona fortuna.

Consiglio dell’ordine • Presidente Amedeo Margotto • VicePresidenti Laura De Stefano Matteo Faustini • Segretario Enrico Savoia • Tesoriere Daniel Mantovani • Consiglieri Cesare Benedetti, Michele De Mori, Stefania Marini, Diego Martini, Leonardo Modenese, Michele Moserle, Francesca Piantavigna, Chiara Tenca, Morena Zamperi, Ilaria Zampini

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odeon

design#vr

Un bambino per architetto di Sonia Iorio De Marco

Diseñar es vivir! di Laura De Stefano

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diverse architetture

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professione

progetto

L’architettura della normativa di Matteo Faustini

Era una casa molto carina... di Tomàs Bonazzo

In viaggio con la macchina di Valeria Nicolis

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Monumenti di rilievo di Sandro Parrinello

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editoriale

Il Capitale urbano di Alberto Vignolo

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progetto

L’ala che si protende a nord, oltre la chiesetta di Andrea Castellani

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i sepolcri

Luigi Piccinato di Federica Guerra

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odeon

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Veronetta, Veronette di Stefania Marini

Il mestiere dell’illustratore di Filippo Romano

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itinerario

La modernità afflitta di Michelangelo Pivetta

Scatola bianca di Irene Meneghelli

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Piccoli teatri-cinema nella provincia di Federica Guerra

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PROGETTO

graphics

storia & progetto

interiors

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STUDIO VISIT

Giorgio Ugolini (e soci) a Verona di Angela Lion

PROGETTO

Turris Garda di Giulia Bernini

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Discrezione, proporzione, dettaglio di Andrea Masciantonio

odeon

Riletture-riscoperte di Marco Borsotti

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PROGETTO

Vacanza in contrada di Nicola Brunelli

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Rivista trimestrale di architettura e cultura del progetto fondata nel 1959 Terza edizione • anno XXVI n. 2 • Aprile/Giugno 2018

Direttore responsabile Amedeo Margotto

Direttore Alberto Vignolo av@architettiveronaweb.it

Editore Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Verona Via Santa Teresa 2 — 37135 Verona T. 045 8034959 — F. 045 592319 architettiverona@archiworld.it

Redazione Federica Guerra, Angela Lion, Luisella Zeri, Michelangelo Pivetta, Matilde Tessari, Tomàs Bonazzo, Laura De Stefano, Giulia Bernini, Irene Meneghelli, Daniela Tacconi, Leopoldo Tinazzi, Stefania Marini, Damiano Capuzzo, Filippo Romano redazione@architettiveronaweb.it

Concessionaria esclusiva per la pubblicità Promoprint Paolo Pavan T. 348 530 2853 info@promoprintverona.it

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Art direction, Design & ILLUSTRATION Happycentro www.happycentro.it

Stampa Cierre Grafica www.cierrenet.it

contributi a questo numero Marco Borsotti, Nicola Brunelli, Andrea Castellani, Sonia Iorio De Marco, Valeria Nicolis, Andrea Masciantonio, Sandro Parrinello

Distribuzione La rivista è distribuita gratuitamente agli iscritti all’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Verona e a quanti ne facciano richiesta agli indirizzi della redazione.

referenze Fotografiche Ana Blagojevic, Anna Ghiraldini, Alessandro Gloder, Lorenzo Linthout, Martina Mambrin, Michele Mascalzoni, Gianpietro Rinaldi

Gli articoli e le note firmate esprimono l’opinione degli autori, e non impegnano l’editore e la redazione del periodico. La rivista è aperta a quanti, architetti e non, intendano offrire la loro collaborazione. La riproduzione di testi e immagini è consentita citando la fonte.

Si ringraziano Berto Bertaso, Paolo Cardinali, Federica Provoli, il personale dell’Archivio Progetti dell’Università IUAV di Venezia.

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Il Capitale urbano Sulla prospettiva della candidatura di Verona a Capitale italiana della Cultura Uno spettro si aggira per Verona: lo spettro della candidatura a Capitale italiana della Cultura. Sia chiaro, è un fantasma buono, una bellissima occasione: sempre che si abbia bene in mente cosa si intende per “capitale”, ovvero quale idea di città questa prospettiva sottende. Bene o male, si vedrà: bene se la candidatura varrà come acceleratore di iniziative strategiche per la città, che siano già in campo o che scaturiscano anche grazie a questo traguardo, male se sarà solo un’altra etichetta di cui fregiarsi, uno stemma da appuntare sul bavero della giacchetta municipale come la assai poco rilevante titolazione di Patrimonio Unesco, della quale è difficile riconoscere le tracce oltre ai cartelli sgualciti sulle strade di accesso alla città e al logo sulla carta intestata, a fianco di quello gialloblù. Eppure le sfide sono solite galvanizzare anche i caratteri più placidi: impariamo dall’Adige, quieto e sonnacchioso eppure capace di improvvisi tumulti di energia trascinante. Il suo percorso (il nostro percorso) è tortuoso, ma per questo affascinante e unico. Dunque pensiamo a come far tesoro di questa occasione: e il punto di partenza non può che essere “il” capitale di cui disponiamo, ovvero lo straordinario patrimonio che

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abbiamo avuto in sorte dalla storia e dalla geografia. Perché un patrimonio ereditario non vada dissipato, sia nel senso di tradizione culturale (heritage) che di insegnamento (legacy), occorre investirne i frutti, rinverdirlo e valorizzarlo: la stabilità, la pura conservazione, lo status quo borghese e sonnacchioso del ‘tanto è sempre stato così’ possono solo significare entropia, dunque una lenta e progressiva consunzione. Di contro all’inedia, alla stoltezza o peggio ancora alla malversazione, l’oculato padre di famiglia – il buon amministratore di un patrimonio – deve dunque saper investire in primo luogo in idee e progettualità, per mettere a frutto i propri talenti urbani. Non è difficile far combaciare questo ragionamento ai casi che Verona offre agli occhi di tutti. Da una parte il carattere sociale e antropologico dei suoi cittadini (sarà per via di pastissada e gnocchi?), dall’altro le classi amministrative che ne rappresentano ed esprimono le volontà: gli uni lo specchio degli altri, in un gioco caleidoscopico di riflessi. I temi e i nodi critici sono molti, ma deve risultare chiaro che la centralità delle attrezzature culturali (musei, mostre, festival...) non può prescindere, per chi voglia fregiarsi del ruolo di capitale, di una efficienza, o quanto meno dell’avvio di una serie di opere di modernizzazione che la città

01-04. Scenari urbani geometrici catturati dall’obiettivo del fotografo. Testo: Alberto Vignolo Foto: Lorenzo Linthout

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attende da troppo tempo. Ovvero: urbano, per estrarre ulteriore la più bella mostra d’arte, o una plusvalore dalla merce-feticcio del messinscena teatrale memorabile, patrimonio storico. È indubbio che potranno avere un significato molto tutta l’operazione Capitale della parziale in una città che rimanga con Cultura voglia portare ricchezza l’aria irrespirabile e con un sistema di alla città, ed è giusto che sia così: la mobilità insostenibile. vera potenza che mette all’opera il Certo, da qualche parte bisogna pur mondo è l’Economico come categoria iniziare, e si tratta di trasformazioni dello spirito, come ci ricordano i dai tempi lunghi: filosofi 1. Ma la contraddizione dunque porre al « L’alternativa è ridurre insita nel centro “i beni e le l’idea della città capitale capitalismo attività” culturali può valere come ad un mero sfruttamento (nel senso proprio di sistema volano e motore del capitale urbano, economicodi innovazione, per estrarre ulteriore sociale) è che come apertura plusvalore dalla merce- incoraggia quei di una stagione feticcio del patrimonio caratteri, quelle di progettualità. storico » attitudini e quegli Un obiettivo impulsi che certo ambizioso, possono essere utilizzati dal mercato degno appunto del ruolo di una e sfruttati fino all’esaurimento. Capitale. Intellettuali e professionisti Occorre dunque, con molto – architetti in primis – hanno di che ottimismo della volontà, mettere in rimboccarsi le maniche, il 2021 è campo una vera rivoluzione culturale. dietro l’angolo. Perché l’alternativa È gran tempo che Verona esponga è quella di trascendere di genere, e apertamente i suoi scopi, le sue ridurre l’idea della città capitale ad tendenze e le sue prospettive. un mero sfruttamento del capitale

1 Massimo Cacciari, Un dio chiamato capitale, «L’Espresso», 18, anno LXIV, 2018, pp. 74-78. 04

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PROGETTO

Discrezione, proporzione, dettaglio A Prati Palai, sulle colline di Bardolino, il recupero ad uso ricettivo di un antico edificio colonico è l’occasione per svelarne la natura e lo spirito

Progetto: arch. Damiano Zerman - Studio Athesis

Testo: Andrea Masciantonio Foto: Gianpietro Rinaldi

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Bardolino

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A Bardolino, in località Prati Palai, è stato recentemente concluso un cantiere di ristrutturazione di un antico edificio colonico, il Colombarone; costituito da differenti corpi edilizi che si addizionano, sino ai primi anni del 900, a un nucleo originario assegnabile alla fine del XVI secolo, esso è stato restituito, attraverso un intervento di grande attenzione alla natura del fabbricato e di preciso controllo dei dettagli, a una nuova dimensione funzionale. Ripensato come residenza turistica, l’esecuzione dei lavori ha innanzitutto il pregio di non aver tradito (o peggio ancora mortificato, come spesso avviene) il senso dell’edificio e il suo rapporto con il paesaggio circostante, rispetto al quale, nonostante la posizione dominante, si pone con schiva eleganza. È assai raro, in interventi di questo tipo, non incappare in alcuni luoghi comuni della retorica della hôtellerie di lusso così diffusi in questi anni: uno fra tutti, tanto per portare un esempio, l’immancabile piscina a sfioro, diventata recentemente più espressione di pigrizia compositiva e mancanza di coraggio, che espressione di un preciso rapporto con l’acqua e con il contesto che la ospita. Ebbene, a Prati Palai si ritorna molto modestamente alle origini delle antiche ( o vecchie) vasche che commentavano i giardini delle dimore di campagna o, ancora più diffusamente, che servivano per la raccolta delle acque scolaticcie nelle grandi aziende agricole: un semplice rettangolo contornato da lastre di pietra bianca di Prun. E molte altre sono le scelte coraggiose, se poste in relazione con il mercato per le quali sono state messe in campo. In sintesi, qualcosa di questa architettura ci parla di una sua genesi complessa, di un contesto culturale un po’ diverso; qualcosa di trasversale esiste nello spirito dell’edificio, la cui storia progettuale, una volta svelata, suggerisce anche altre riflessioni… Il segno lasciato dai grandi maestri dell’architettura ha sempre un aspetto complesso, cangiante e variabile in relazione agli ambiti nel quale viene ricercato o, talora, appare manifestamente: la traccia più evidente è quella costituita dalle architetture realiz-

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01. L’accesso all’edificio avviene da una strada privata che lo allontana discretamente dalla vista pubblica. 02. Inquadramento di Prati Palai in una veduta aerea. 03-04. Sia dagli spazi interni che da quelli aperti, lo sguardo è sempre orientato verso il lago. 04

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PROGETTO

Discrezione, proporzione, dettaglio

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05. Piante dei tre livelli. 06. I volumi sono riconducibili in pianta ad uno schema ad L. 07-08. Dettaglio della gronda e della scialbatura dei muri prima e dopo l’intervento di recupero.

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zate; la traccia più cangiante è quella lasciata nel pensiero degli allievi destinata inevitabilmente a vivere (o modificarsi) in congiunture culturali, economiche e spirituali a volte molto diverse da quelle originarie. La storia dell’architettura e della letteratura critica ad essa legata ricorre quindi a tutti gli strumenti disponibili (documentali o di analisi del manufatto) per ricostruire, per tracciare, la mappa genetica del manufatto oggetto di studio. Talora, invece, succede che le vicende costruttive di una architettura siano talmente recenti (e subito interessanti) da consentirci, lusso assai raro, un approccio meno filologico, più pudico nei confronti di una architettura di cui non si voglia mettere a nudo i segreti del suo fascino, ma piuttosto seguirne le traiettorie percettive, spaziali ed emotive. L’architettura di cui stiamo parlando è un edificio posto su un declivio digradante verso il lago di Garda e da cui si gode una vista amplissima del grande specchio d’acqua luminoso. L’accesso, avviene da una strada privata che allontana, discretamente, l’edificio dalla vista pubblica ravvicinata; esso appare successivamente come un antico volume riconducibile, in pianta, ad uno schema

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09. Il fronte sulla corte del corpo a due piani (mini alloggi) affacciato sulla rigolgiosa vegetazione. 10. La piscina contornata da lastre di pietra bianca di Prun. 11. Volumi tecnici e spogliatoi a servizio della piscina sono incassatinella balza del terreno.

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ad L e rifinito con un sobrio intonaco naturale assai chiaro che lascia leggere, in una situazione di luce radente, l’apparecchiatura muraria sottostante. Strenuo sostenitore del fatto che l’architettura non vada mai descritta (nemmeno Vitruvio è riuscito a farlo in modo chiaro) ma vada disegnata e percorsa, cercherò qui di limitarmi esclusivamente al reportage delle impressioni avute durante la visita al Colombarone, prendendomi qualche concessione descrittiva rispetto al mio precedente proposito solo in funzione di una sistematicità generale di questa breve nota. La prima impressione che ho avuto guardando l’edificio è stata quella di una forte “discrezione” compositiva (da non confondere con un rinunciatario e rassicurante atteggiamento conservativo); mi è parso qui piuttosto che finiture di gronda, serramenti esterni e scelte di materiali fossero, ad esaminarli con attenzione, il prodotto di una lunga riflessione. Ad esempio: l’atteggiamento di assumere come un valore, uno stimolo compositivo, la necessaria modifica dei serramenti di alcune finestre del piano primo per obbedire alla funzionalità e gradevolez-

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PROGETTO

Discrezione, proporzione, dettaglio

12-13. Disegni di dettaglio relativi ad alcune tipologie e nodi dei serramenti, e particolare. 14. Veduta esterna del serramento della sala colazioni.

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za delle camere di riferimento; o le soluzioni per introdurre un sistema di smaltimento delle acque piovane perfettamente integrato nei valori dell’edificio, sempre con un atteggiamento di comprensione esatta dell’edificio e tale da poterti introdurre (come architetto) in quella intimità che ti permette anche il gesto personale, esclusivo. Molto spesso, oramai ci siamo abituati, entriamo in spazi architettonici completamente fuori scala, nei quali ci si è dimenticati dell’uomo, delle sue “proporzioni” e conseguentemente delle sue abilità ad

usare facilmente uno spazio e a sentirvisi a proprio agio. Negli edifici pubblici o di potere questo si è sempre fatto e forse, anche giustamente, si continuerà a fare: ma cosa dire della semplice casa? A Prati Palai tutte le camere con i relativi spazi comuni sembrano aver assunto come obiettivo un calibrato equilibrio volumetrico di tutti gli invasi le cui scelte cromatiche, fondamentali nella percezione psicologica di uno spazio, concorrono ad una idea dell’architettura fortemente legata a valori emotivi ed intellettuali più che immediatamente scenogra-

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damiano zerman Damiano Zerman (Verona, 1971) si laurea presso lo IUAV di Venezia nel 2000. Vive e svolge l’attività professionale da libero professionista a Verona, dove ha collaborato per molti anni con l’architetto Giuseppe Tommasi. Tra i suoi progetti pubblicati su questa rivista ricordiamo Una contrada tra città e fiume, in «AV» 98, pp. 28-35, e Come un faro di pianura, in «AV» 106, pp. 30-35. www.studioathesis.it 15

15. Nel soggiorno sono stati conservati dislivelli e cadito-ie dell’antica stalla. 16. Interno della sala colazioni con il passaggio agli spazi di servizio e cucina sul fondo. 17. L’ingresso al soggiorno.

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PROGETTO

Discrezione, proporzione, dettaglio

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committente Azienda agricola “Dello Stabile” Progetto architettonico e direzione lavori arch. Damiano Zerman Progetto preliminare: con arch. Giuseppe Tommasi collaboratori arch. Alessandro Merigo arch. Gianpietro Rinaldi consulenti ing. Francesco Breoni (strutture) Studio Nucci e Associati (studio geologico e geotecnico) Agrinet di Gino Benincà (studio e consulenza agronomica) imprese esecutrici FPS di Fraccaroli Paolo e Stefano (opere edili), Anselmi Giovanni Falegname (serramenti), Termosanitaria Pasinato (impianti idraulici), Bertoldi Tecnologie S.r.l. (impianti elettrici) Cronologia Progetto e Realizzazione: 2011-2014 22

fici (dai quali, in ogni caso, se ben fatti, anche noi non dissentiamo). Molti, al Colombarone, sono i “dettagli” di disegno degni di nota: dai serramenti (per i quali si è arrivati anche al deposito di un brevetto) sino alle boiserie di alcune camere e al sistema di travature binate per risolvere l’insufficienza di alcune sezioni lignee; ma mi piace qui segnalare, ad esempio, il dettaglio “misterioso” di puntoni lignei che al vertice di una copertura a falde sembrano, provocatoriamente, slegati ed allontanarsi l’uno dall’altro. Non occorre qui svelare il mistero o la citazione, quanto piuttosto l’atteggiamento: un dettaglio che qualifica non l’aspetto semplicemente formale o materico

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del nodo, ma ne studia la natura tettonica, costruttiva, giungendo sino allo scherzo (quello serio). Damiano Zerman è l’autore dell’opera finale, Giuseppe Tommasi ne è stato l’iniziatore. Il lascito della visione dell’architettura di Carlo Scarpa agisce come elemento che transita, trasversalmente, su tutto l’edificio. E così, la mia semplice e piacevole passeggiata al Colombarone di Prati Palai si chiude con una riflessione quasi irrinunciabile, non tanto, come anticipavo, sulla paternità o tracciabilità compositiva della singola scelta progettuale, quanto sul senso di un “discepolato”, sulla traccia depositata da un maestro come Scarpa non nello stile dei suoi allievi, ma piuttosto nell’atteggiamento: di-

Dati dimensionali Superficie coperta: 310 mq Volumetria: 2.485 mc

18-19. Vedute interne di alcune camere e suites. 20. L’orditura della copertura con le travi binate in una immagine di cantiere. 21. Sezione-prospetto del Colombarone. 22. Il serramento-bovindo tripartito che inquadra una veduta sulla piscina.

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PROGETTO

Discrezione, proporzione, dettaglio

23. La scala caratterizzata dalla colorazione sanguigna della finitura. 24. Una vasca da bagno esterna al piano superiore delle suites. 25. La tavolozza del progetto riprende alcune tonalitĂ rinvenute nel fabbricato.

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screzione, proporzione, dettaglio. Giuseppe Tommasi prima e Damiano Zerman dopo sembrano profondere nell’approccio a questo intervento una discrezione (anche nel senso etimologico del termine) assolutamente degna dell’illustre maestro: l’edificio svela lentamente, quasi solo a seguito di una necessaria concentrazione, tutti dettagli, peraltro fortemente assertivi, della facciata, dei suoi serramenti, della sua copertura nei punti di iterazione coi prospetti. Gli ambienti interni, sempre molto calibrati, ci parlano di una percezione dello spazio (del vuoto) architettonico come argomento privilegiato di riflessione rintracciabile anche nel lavoro del maestro veneziano; e poi il singolo dettaglio dei serramenti, delle coperture che si pone come la naturale conclusione di un pensiero più ampio ma che si cimenta sempre con l’architettura come costruzione, come relazione tra le parti. Il lavoro svolto da Giuseppe Tommasi durante tutta la sua carriera professionale non ha bisogno di ulteriori riconoscimenti; ciò che invece è doveroso notare è come, a

« L’esecuzione dei lavori ha il pregio di non aver tradito (o peggio ancora mortificato, come spesso avviene) il senso dell’edificio e il suo rapporto con il paesaggio circostante » prescindere dai naturali (ed auspicabili) tradimenti stilistici che ogni allievo deve commettere verso i propri maestri, tutta la fase di sviluppo progettuale e di esecuzione dell’opera condotta da Zerman – e dai suoi rispettivi collaboratori-allievi – ha saputo cogliere gli aspetti salienti di una visione dell’architettura come quella di Giuseppe Tommasi e indirettamente di Scarpa; la quale, per fortuna di noi architetti, lungi dall’essere quella somma e definitiva, è quella, tuttavia, di un grande maestro che lascia ancora tracce “culturali” nel lavoro quotidiano di alcuni colleghi. E poiché si parla di architettura, quella vera, non bisogna dimenticare la committenza che riveste un ruolo decisivo nella realizzazione di quest’opera: affascinata, per farla breve, dagli allievi diretti o indiretti di Scarpa? Forse piuttosto affascinata da un architettura con un pensiero discreto, a misura, dettagliato.

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PROGETTO

Era una casa molto carina... Il recupero di un antico insediamento rurale tra le colline sopra Verona mostra il dialogo tra l’originale semplicità di materiali, luoghi e il comfort dell’abitare contemporaneo

Progetto: arch. Mario Bellavite - Arcade Testo: Tomàs Bonazzo

Foto: Michele Mascalzoni

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Il sole abbacinante, le ruote rigonfie, la catena ben riposta, la concentrazione di potassio nei parametri: tutti gli ingredienti per una scampagnata su due ruote si misero sull’attenti. Pareva che nulla uscisse dai ranghi, salvo, in effetti, il capo-redattore. Lui non era molto per la quale. A prescindere dai partecipanti, comunque, un cittadino, veronese e proprietario di una bicicletta, non può o non deve non aver percorso almeno una volta in vita la via per Montecchio. Si tratta di un noto principio tassonomico imprescindibile. La partenza era comunque accomodante e sconfisse quel primo falso piano – in sincerità, davvero “falso” – sino a Piazza Righetti, in cui un sindaco del comune di Quinzano presiedette sino al 1927; poiché la prassi architettonica, purtroppo, coarta i suoi cultori, ora in cima ad una sella,

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in ripetute pause ristoratrici, sceglievamo di centellinare i nostri inspiri per aneddotiche lezioni locali: dallo strano caso dell’Homo Quintianensis, all’ombra dell’ultimo Castel con i suoi drammi kafkiani per via dei merli sia di partito guelfo che ghibellino, e inviso alla ben nota statua cagnesca che rievoca le faide in salsa shakespeariana tra quinzanesi e avesani. Il proseguo invece seguitava sulle orme di un’eminenza meccanica, il primo motore a benzina al mondo applicato ad un veicolo. Torino, Dearborn, Hill Valley? Agnelli, Ford, Emmett “Doc.” Brown? Troppo prevedibile, poiché la risposta è: a Quinzano, ad opera dell’ing. Enrico Bernardi. Finalmente, poi, dopo sette controindicati e sudanti tornarti, che dissipavano il paesano con gli artifici pittorici dello sfumato, in una fenditura del pittoresco, tra il coltivato e il selvati-

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co, un piccolo sentiero sterrato era il segnale di una fine, o del nuovo inizio. La prova che rivelava il movente di una siffatta gita era una rinascita dalle ceneri, un lusinghiero caso di fenice edile. Si trattava di un intervento riqualificante di una fondazione che, dapprincipio e precipuamente, era rurale. Voci di cherubini, allora, intonavano il classico “era una casa molto carina...” mentre prendevano coscien-

01. 04. L’ingresso alla corte su cui affacciano l’edifico padronale, la barchessa in cui è stata ricavata la piscina e l’ex stalla-fienile ora dependance. 02. Planimetria generale della corte. 03. Le condizioni degli edifici prima dell’intervento di restauro.

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PROGETTO

Era una casa molto carina... 05. Pianta piano terreno. 06. Il vesticolo con i tre archi della casa padronale. 07-08. La chiesetta: l’accesso esterno alla corte e veduta interna.

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za. Alano di Lilla, già, ci spiegava l’epiteto più indicato: elegans architectus; lui lo aggiungeva all’Altissimo, noi ad un vate autoctono: Mario Bellavite, chief dello studio Arcade, la cui progettazione integrata intricava il sensorio per l’intrigante involucro che

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ora si esponeva alla nostra attenzione. Senza “se” o “ma”, o anche per esclusione, si trattava di una casa padronale, abbandonata con le proprie attinenze, sul fianco di una dolina a ciotola. L’impronta del carsismo non era l’unica, poiché anche quella umana appariva come il portato di una secolare stratificazione edile. Le numerose pluralità si componevano allora in un consumato impianto ad “L”, più un cubo, un ex fienile-stalla, nell’angolo vuoto di un perimetro rettangolare segnato da un muro di assestamento parecchio incertum. La corte nuda, centrale, permetteva libere visuali della casa padronale e della sua compatta facciata in cui tre prospetti disallineati e scalinati lungo la linea di gronda, che rammentavano un suo graduale erigersi; gli stessi, nel contempo, s’incatenavano ad un vestibolo con quattro pilastri mono-

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stili e primitivi sorreggenti tre archi per l’ospitata funzione ammodernata: con altrettanti serragli e archinvolti. una stretta e allungata vasca d’acqua, L’abbecedario compositivo non logo- un indubbio status symbol occidentarava la retina con le fluorescenze o le le, concorrente, per protagonismo, di ”squame” negli intonaci -proprie di un Alain Delon nel classico del 1968 (Le diffuso e moderno credo architettoni- piscine). All’interno, sospeso nel vuoco/riqualificante-, to, un parallelepiimpalmando mipedo mascherava « Gli ambienti interni ticamente i suoi con doghe in larivelano una mai noiosa elementi non corice un sudatario, alternanza materica tra le mentre scopriva evi con il complemento del curioso travi e i paradossi in legno, con vetrate micaso di un barba- tra lastre in pietra di Avesa nimali uno scisto cane residenziale anch’esso minie mattoni di terracotta con pietre in vimo. Sia per la xeposati in chiave » sta nel suo lembo sturgia applicata orientale. ai sassi, siano le Come una spada, poi, una vecchia bar- travi lignee in vista, si respirava un chessa tentava di trafiggere il margine autentico e antico vivere termale. della casa che, in risposta e a tutela, Le pendenze del rilievo, fagocitando ripiegava, inventandosi un cantuccio parte del piano terreno, galvanizzavaa cielo aperto. Si precisa “vecchia” non no gli accessi secondari sul prospetto solo perché di remota erezione, ma nord direttamente dal primo piano,

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09. La cantina di cui è stata mantenuta l’originale semplicità. 10. Il retro dell’edificio principale con un giardino terrazzato adibito ad orto e frutteto.

11. La tessitura delle pareti in sasso a vista è stata recuperata, celando alla vista le parti impiantistiche.

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con un triplice ingresso dal sopracciglio arcuato o piano, sempre raffinato seppur in un dimensione rustica. Agli ingressi, proseguivano tre ponticelli per nulla levatoi, in pietra, in superamento di uno scannafosso. Il retro, volendo – e potendo – dimenticare le lezioni di Dickens sugli slum, si sbizzarriva in un delizioso quasi-giardino per rappresentazioni solenni e senza scenografie di Sogno di una notte di mezza estate. Gli ambienti interni della casa rivelavano una sapiente e mai noiosa alternanza materica, tra le travi e i paradossi in legno di conifera o di castagno, tra lastre in pietra di Avesa e mattoni di terracotta in pasta molle posati in chiave; ma, le altalene dei materiali costruttivi e di decoro, non

erano sufficienti senza una misurata progettazione illuminotecnica che soffondeva, direttamente o per albedo, tanto le cucine, quanto i corridoi. Indimenticabile la volta a botte che sovrastava l’arredo proprio della tinaia nel piano interrato, religiosamente mai intonacata. Le ultime tappe – ma che, spazialmente, erano le prime che s’incontravano – erano un oratorio con tetto a capanna e altare interno, quasi a sembrare l’avancorpo della vecchia barchessa, e una convertita, sia in anima che in corpo, da stalla in seconda abitazione, un orgoglioso e non più servo edificio, consapevole dei propri diritti. Qui, un vano angolare e con doppia altezza, protervamente illuminato, obbligava in azioni cir-

12. Nella parte della barchessa compromessa negli anni ‘50 è stata inserita una piscina interna rivestita in pietra, con un ambiente soppalcato rivestito esternamente in doghe di larice. 13-14. Sezioni longitudinali della corte sui diversi corpi di fabbrica. 15. Interno dell’ambiente soppalcato dedicato al fitness e alla sauna.

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PROGETTO

Era una casa molto carina...

16-17. Anche nei bagni i materiali recuperati di pareti e coperture sono lasciati a vista. 18-20. Negli ambienti di soggiorno si alternano per le pavimentazioni pietra in lastre, vecchi tavolati di conifera o castagno e cotto lavorato a mano in pasta molle. 21-22. Il fabbricato rustico un tempo adibito a stalla e fienile, ora adibito a residenza autonoma. 16

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Committente Privato Progetto architettonico e direzione lavori arch. Mario Bellavite Arcade Progettazione Integrata collaboratori arch. Francesca Boninsegna progetto strutturale ing. Franco De Grandis impresa principale Costruzioni M.E.C. srl Cronologia Incarico: 2011 Realizzazione: 2012-2015 21

colanti attorno ad un diverso altare di una rinnovata religione: un cucina che, per performance culinarie, competeva senza cuoco per meritate stelle Michelin, mentre una sala con parquet di recupero e biliardo concludevano il piano terra. Al secondo livello, invece, un angolo lettura si sporgeva nel vuoto, mentre l’indimenticato bagno e una camera matrimoniale con caminetto, guarniti anch’essi di arredi di dolce recupero, mitigavano le laude in onore di una principesca dependance. Il grand tour terminava allora così, col cuore rallegrato e l’imposizione di un nuovo tabù architetturale: di gite in bicicletta, il capo-redattore e il giornale, non tolleravano altra menzione, nemmeno per sbaglio. E, intanto, i cherubini ascendevano glossando: “ma era bella, bella davvero...”.

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L’ala che si protende a nord, oltre la chiesetta Intervenendo in un’ala minore di Villa San Dionigi i progettisti scrivono un nuovo capitolo dell’ineluttabile susseguirsi di trasformazioni e stratificazioni dell’edificio Progetto: arch. Maria Grazia Eccheli, arch. Riccardo Campagnola Testo: Andrea Castellani

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Percorrendo lo storico tracciato che esce da Porta San Giorgio in direzione nord, è possibile osservare gradualmente il paesaggio cittadino diradarsi, per fare spazio ad una struttura urbana ibrida composta da ampi scorci naturali e più o meno recenti edifici commerciali e industriali. Poco prima che questo asse sia costretto a deviare il suo percorso rettilineo, è possibile imboccare alla propria destra una stretta via che si snoda sinuosa a risalire una delle prime colline che si innalzano sulla piana dell’Adige, che in quel tratto disegna una grande “esse” abbracciando Parona e il Chievo. Repentinamente ci si lasciano alle spalle le ultime propaggini di un territorio contaminato e si guadagna, oltre che quota, anche accesso ad un paesaggio “altro”, distante dal frastuono e dalla velocità del traffico. Giunti alla sommità, un grande cancello segnala la presenza del complesso di Villa San Dionigi, proteso sulla piana sottostante con il grande parco adagiato sul pendio della collina. Per chi si accinge a studiarne la storia, la Villa si rivela come stratigrafia non lineare di trasformazioni e rimaneggiamenti che assecondano le mode o, più in generale, il Kunstwollen del tempo, lasciando in

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« Attraverso una profonda rilettura della storia del locus e una meticolosa ricerca delle evidenze, il progetto interviene in maniera informata a ristabilire un sottile dialogo tra la parte e il tutto » eredità, per usare le parole di Andrè Corboz, “un territorio come un palinsesto” dove “le diverse generazioni vi hanno scritto, corretto, cancellato e aggiunto”. È così che il luogo, dove nel XII secolo sorgeva una chiesetta appartenuta al monastero di San Zeno, si è arricchito di molteplici storie e vicissitudini. Dapprima vi è documentata la corte padronale seicentesca, mentre poco distante a partire dal 1834 fu eretta su progetto di Francesco Ronzani la villa in stile neoclassico, edificio-belvedere proteso verso la pianura e le anse dell’Adige. In particolare, l’edificio ottocentesco incorpora l’antica chiesa, rinserrandola tra i corpi di fabbrica che in qualche modo

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01-04. Vedute d’insieme e particolari della vasca d’acqua con gli elementi in pietra che organizzano lo spazio del giardino.

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L’ala che si protende a nord, oltre la chiesetta

05-06. La scala elicoidale in pietra che raggiunge la cella campanaria, esaltata dal rosso pompeiano delle pareti. 07. L’attacco a terra evidenzia lo spazio passante dell’edificio addossato alla chiesa. 08-10. I percorsi verticali nello spazio a tutta altezza attorno al campanile rivestito in mattoni: vedute e disegno di progetto.

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sembrano averla protetta sino ai giorni nostri. Ai primi del ‘900 appartengono i grandi lavori per la realizzazione del parco: un’ardita opera idraulica permetteva di raccogliere in una cisterna acqua a sufficienza per alimentare un “poetico laghetto” realizzato ai piedi della Villa. Negli anni ’30 sotto la direzione di Italo Mutinelli, esponente del razionalismo architettonico a Verona, si procede ad una revisione stilistica di epurazione delle superfetazioni eclettiche, realizzando oltre al pronao ionico sul lato sud e il riadattamento degli interni in linee moderne, anche un tempio rotondo ad archi in stile “Novecento Metafisico”. Negli anni recenti è stato scritto un nuovo capitolo dell’ineluttabile susseguirsi di trasformazioni e stratificazioni, firmato dagli architetti Maria Grazia Eccheli e Riccardo Campagnola. A loro il compito di trasformare un’ala minore della Villa, oggi proprietà indipendente e suddivisa dal resto del complesso. Il riuso dell’edifico, il cui utilizzo nel corso del tempo non è chiaramente tracciabile, ha implicato la ridefinizione di una delle porzioni più antiche del complesso, probabilmente preceden-

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Committente Privato Progetto architettonico e direzione lavori arch. Maria Grazia Eccheli arch. Riccardo Campagnola Collaboratori Emanuela Sassoli della Rosa (interior design) arch. Michelangelo Pivetta ing. Franco De Grandis (strutture) Imprese Cengia Cronologia Progetto e realizzazione: 2004-2007

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PROGETTO

L’ala che si protende a nord, oltre la chiesetta

11. Una delle camere con gli arredi su disegno. 12-13. Particolari della vasca in pietra ricavata da un blocco monolitico.

te alla trasformazione ottocentesca in Villa, sorto proprio a ridosso della chiesa intitolata a San Dionigi. Attraverso una profonda rilettura della storia del locus e una meticolosa ricerca delle evidenze, che il riscontro diretto con l’edificio ha saputo trasmettere, si è potuto intervenire in maniera informata a ristabilire un sottile dialogo tra la parte e il tutto (in un sottile equilibrio tra contiguità e autonomia), negato dal precedente intervento che aveva trasformato questa “ala che si protende a nord, oltre la chiesetta” in una abitazione senza qualità, dozzinale nell’organizzazione degli spazi e priva di qualsiasi legame spaziale con l’esterno, rimasta integra solo nel suo guscio esteriore. Assodata la necessità di preservare la conformazione esteriore nella sua espressione formale, materica e stilistica, il progetto ha preso avvio dallo svuotamento delle superfetazioni interne, al fine di riportare alla luce la semplice struttura dell’edificio, composta di ampi spazi passanti, e di eliminare gli elementi che impedivano di leggere la separazione tra la chiesa e l’ala oggetto dell’intervento. Questa operazione di separazione, concentrata attorno alla

torre campanaria ottocentesca, ha permesso di rivelare uno straordinario spazio intermedio che attraversa tutta l’altezza dell’edificio, “uno spazio indeciso” tra interno ed esterno, illuminato da luce zenitale a disegnare lunghe suggestive ombre. Destinato a risolvere i collegamenti verticali, lo spazio a tutta altezza scandisce la distribuzione all’interno della casa in un intricato percorso attorno e attraverso il campanile che, rivestito di mattoni, assume una propria autonomia ed estraneità: la promenade ascensionale assomiglia ad un gioco di sguardi tra chi percorre le scale e chi si affaccia dalle nuove finestre interne, e culmina con la scala elicoidale in pietra che raggiunge la cella campanaria, esaltata nel suo dipanarsi scultoreo dalle pareti rosso pompeiano, l’unico colore usato per gli interni. L’edifico sembra a questo punto rivelarsi in modo comprensibile: un piano terra, assimilabile ad un plan libre, caratterizzato da tre fornici sui due fronti longitudinali dell’edificio, che mettono in relazione il giardino all’italiana sulla facciata principale con un giardino più raccolto sul retro; un piano primo destinato ad ospitare gli spazi per il riposo; infine

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Riferimenti bibliografici Giuseppe Conforti, Lou Embo, Fulvio Roiter, Centootto ville della Valpolicella. Le dimore nel tempo, Damolgraf, 2016, pp. 929-943. Riccardo Campagnola, Il dentro e il fuori: anamnesi dello spazio, in «Firenze Architettura», anno XVI n. 2, 2012, pp. 74-81.

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maria grazia eccheli RICCARDO CAMPAGNOLA

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un immenso spazio libero nel sottotetto. Stupisce la semplicità di lettura degli spazi, che sono per la quasi totalità definiti da arredi a misura, capaci di restituire un modus operandi delicato e ragionato sino al dettaglio. Al piano terra la pietra di Prun attraversa l’interno bianca e levigata, e prosegue all’esterno “a spacco di cava” delimitando una stretta e lunga vasca d’acqua, reminiscenza “delle antiche vasche contadine utilizzate per irrorare i campi”: essa riporta alla mente lo speciale rapporto che questo luogo ha avuto in passato con l’acqua. La nuova vasca, allineata ad uno dei fornici più esterni del piano terra, e una lunga panca in pietra parallela ad essa, ingegnosa quinta atta a nascondere il locale tecnico, sono gli elementi metafisici che organizzano lo spazio del giardino affacciato sulla collina ad est, delimitato dal transetto e dall’abside della chiesa. Il loro svilupparsi longitudinale sembra voler stabilire un rapporto con il paesaggio collinare circostante “oltre la siepe” limite della proprietà, mentre la loro silenziosità sembra evocare il “Novecento Metafisico” che Mutinelli realizza nel tempio ad archi nel parco della villa.

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Il progetto di riuso, che trova il proprio punto di forza nella sapiente declinazione degli spazi interni, esterni ed intermedi,è un esempio di gentilezza e fare artigiano, non urla la propria presenza, ma con pochi gesti induce una radicale trasformazione degli spazi. Si compie così un altro importante capitolo alla storia del luogo, sicuramente non l’ultimo.

Maria Grazia Eccheli, professore ordinario di Progettazione Architettonica al DIDA, Università degli Studi Firenze, dirige la rivista «Firenze Architettura». Ha studio d’architettura a Verona con Riccardo Campagnola, professore ordinario di Progettazione Architettonica presso il Politecnico di Milano. La monografia Maria Grazia Eccheli - Riccardo Campagnola, architetture topografie leggendarie (Firenze 2008) è una sintesi di pensieri e di architetture che attraversano la loro ricerca progettuale. Tra i progetti pubblicati su questa rivista, il municipio di Colognola ai Colli («AV» 85, pp. 40-47) e la casa a corte a Regensburg («AV» 88, pp. 38-43).

14. Gli spazi di soggiorno nel loggiato passante al piano terra. 15-16. Veduta e disegno di progetto dell’elemento di arredo fisso in legno che incornicia il camino in pietra.

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Turris Garda Un singolare piccolo edificio in una posizione d’eccezione è l’oggetto di un recupero incentrato sulla qualificazione architettonica degli spazi interni Progetto: studio Ale Dolci&co Testo: Giulia Bernini

Foto: Martina Mambrin

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All’università ci dicevano sempre: dove ci sono più limiti, si creano le sfide dai risultati migliori. La torretta di Garda è l’esempio calzante di una sfida progettualmente stimolante: la posizione invidiabile, con una vista mozzafiato, e la sua conformazione peculiare – due piccoli vani sovrapposti a pianta circolare – implicano allo stesso tempo criticità ambientali e spaziali. Lo studio di Alessandro Dolci, progettista dell’intervento presentato in queste pagine, ha base ad Egna, in quel Sud Tirolo lassù tra i monti dove, diversamente dal resto del Bel Paese, anche alle strutture più semplici è riconosciuta una qualità architettonica, estremamente attualizzata a tecnologie e materiali contemporanei. Il proprietario della torretta, un ciclista trentino appassionato del Lago di Garda, tra una pedalata e l’altra si è imbattuto quasi per caso in questa rarità in vendita. Era un po’ malandata esternamente, ma all’interno presentava la sua faccia peggiore, complice una ristrutturazione dall’animo povero e trasandato. Se è vero che l’architetto è indispensabile per creare gli ambienti in cui viviamo, è altrettanto vero che troppo spesso la sua professionalità non viene presa in considerazione, in nome di una presunzione di economicità e di rapidità dei risultati da ottene-

01-02. Il livello inferiore accoglie, nella disposizione radiale, cucina e zona giorno. 03. Particolare della Candela di Vals che illumina la zona pranzo. 04. L’accesso alla torretta dal parco delal dimora di cui è pertinenza; sulla sinistra la scala esterna alla terrazza in copertura.

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« Pavimenti e soffitti sono stati ricoperti da resina, così da evitare ogni fuga materica passibile di richiami ad un qualsivoglia orientamento direzionale» re. Pare facile, soprattutto nel campo dell’architettura degli interni, tra fornitori di servizi “chiavi in mano”, consigli per gli acquisti, riviste da parrucchiere e cosiddetti arredatori vari, arrabattare soluzioni scialbe e provvisorie invece di dar lustro a quelle figure, iconiche o meno, appartenenti a una ben radicata tradizione culturale e disciplinare. Facile anche tacciare l’architettura, anzi gli architetti, come unici colpevoli – rei confessi – per lavori infiniti e dispendiosi, quando invece fin troppo di sovente è la presunzione di saper fare ignorando la professionalità la causa di tanti guasti: scordando o più probabilmente ignorando che tanta tenacia in

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Turris Garda

PROGETTO 05. Piante dei due livelli. 06. Al piano superiore un’antica stampa del lago di Garda ingrandita come una affiche separa la camera dal bagno. 07. La scala esistente è stata rivestita da elementi scatolari in lamiera Corten. 08. L’imposta del solaio a metà degli archi delle finestre, dovuta alla precedente ristrutturazione anni Settanta, ha richiesto una controvetratura interna dei serramenti. 09. Nel bagno, la parete vetrata della doccia è sagomata a filo delle pietre della muratura esterna.

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un momento storico così avverso alla nostra categoria – in particolar modo a chi per ultimo si è affacciato alla professione – sia alimentata dalla passione, quando non da una vera e propria vocazione, un amore sincero per la propria disciplina. Fortuna che ci sono esempi, come quello di Garda, che risollevano “il morale della truppa”! La datazione dell’origine della torretta è incerta, persino negli archivi pare se ne fosse scordata l’esistenza. Eppure lei è sempre stata lì, una ferma vedetta sul ciglio del lago; man mano sempre più sporca e incrostata, si è lasciata col tempo ricoprire da vegetazione e da tristi scritte spray, lontane anni luce dalle espressioni della street art. Esternamente il paramento murario era stato ricoperto da uno strato di intonaco. L’intervento di restauro ne ha previsto la sua rimozione: al di sotto è emerso il degrado di alcune pietre che, aggravato dalle infiltrazioni, ha reso necessaria la sostituzione puntuale di alcune di esse. La singolare posizione, infatti, rende la torretta sì capofila privilegiata, ma al tempo stesso completamente esposta alle intemperie, prima fra tutte l’umidità lacustre.

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Risolti i problemi di risalita di umidità, è stato deciso di lasciare la pietra a vista, la scala a spirale esterna di accesso alla copertura piana è stata invece messa in sicurezza, sostituendo anche qui le parti degradate con pezzi del tutto simili agli originali. Anche il parapetto in ferro con i suoi archetti di aggancio alla muratura è stato conservato. Se gli esterni sono stati quindi essenzialmente og-

getto di un lavoro di ripristino, sono gli interni che hanno richiesto le maggiori attenzioni. Il progettista ha infatti deciso di rispettare appieno la natura degli spazi, comprendendone la geometria a base circolare: pavimento e soffitto sono stati quindi ricoperti da resina, così da evitare ogni fuga materica passibile di richiami ad un qualsivoglia orientamento direzionale. Le dimensioni dei due vani sovrapposti non erano particolarmente agevoli: in meno di 40 metri quadrati, scala compresa, è stato ricavato a misura lo spazio per ogni necessità che si possa creare in un fine settimana di fuga dalla città. Lo studio, forte della sua esperienza di spazi minimi nel settore dello yacht design, ha disegnato un mobile cucina dai piani tutti incurvati, di tono neutro e superficie vellutata, che segue il perimetro del locale per un terzo della circonferenza. Elementi di stacco sono il piano in legno di ulivo massello, meravigliosamente irregolare nei suoi bordi, come estensione del piano di lavoro, e il punto luce a soffitto: una Candela di Vals in ottone, iconico corpo illuminante disegnato da Peter Zumthor.

Committente Privato Progetto architettonico arch. Ale Dolci - studio aledolci&co Collaboratori arch. Martina Zenti (direzione lavori) arch. Maria Bondavalli, Alessandro Corrias, Gaia Panozzo Imprese e fornitori Ennio Pozzani (opere murarie), Martin Unterhauser (resine e trattamenti pietra), Officina del design (metalli), Viabizzuno (luci), Rasom (vetreria), Festi sistemi (infissi), Rustiklegno (arredi), Plank (tavoli e sedie) Cronologia Progetto e realizzazione: 2014-2016 Dati dimensionali Superficie utile: 20+20 mq

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Turris Garda

10-11.Accessibile da una scala esterna a sbalzo dal volume cilindrico, la copertura offre una invidiabile vista sullo specchio lacustre. 12-13. Luogo e contesto del singolare edificio affacciato sul golfo di Garda.

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I divani-letto, anch’essi assecondanti le linee curve delle pareti, assolvono anche la funzione di contenitori: la base inganna l’occhio lasciandosi percepire come pietra, per rivelare ad un secondo sguardo la sua essenza (MDF rivestito in resina come i pavimenti). L’elemento maggiormente caratterizzante il livello inferiore è però la scala; il rivestimento in lamiera Corten maschera interamente i gradini originali a sbalzo dalla parete, connotandola secondo un taglio moderno e avvolgente. Anche il solaio è frutto di un precedente intervento di ristrutturazione risalente agli anni ‘70, che aveva tagliato la parte superiore delle finestre ad arco (ora controvetrate sul lato interno): opportunamente liberato dalle piastrelle, è imbellettato anche superiormente da un velo di resina. Gli arredi del piano superiore sono disegnati in analogia a quello del soggiorno-cucina, sfruttando ogni angolo sul filo circolare della struttura. La millimetrica attenzione al

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aledolci & co. Alessandro Dolci (Bolzano, 1976) si laurea in architettura a Firenze e qui inizia la formazione professionale presso studi di interior design. Il ritorno in Trentino del 2006 apre una fase di specializzazione sulla progettazione degli ambienti del benessere (spa, piscine, club sportivi, design di prodotto per spa). Lo studio aledolci&co. inaugura nel 2009: l’attività progettuale si amplia ad altri temi quali hotel, residenze privata, corporate design (showroom, stand, retail) e recentemente yacht, in Italia e all’estero (Albania, Svizzera, Germania, Austria, Grecia... ). www.aledolci.it 12

dettaglio si ritrova persino nelle dime create appositamente per aderire alla sagoma tondeggiante, così come nella vetrata della doccia, sagomata pietra per pietra per combaciare perfettamente alla superficie muraria. Se il controsoffitto è staccato dalla struttura per dar tono alle pareti attraverso una luce radente, un’antica stampa del lago di Garda, custodita dai proprietari, è stata invece applicata sul muro divisorio tra camera da letto e bagno, a ricordarci il luogo in cui è radicata la torre (casomai ne avessimo perso cognizione a furia di girar in tondo). Si può invero affermare che i principi cardine autoproclamati come “manifesto” dello studio Aledolci&co – identità del luogo, funzionalità, ricerca dei materiali – siano qui stati pedissequamente messi in pratica. Ogni angolo, o per meglio dire ogni settore circolare, è stato sfruttato con misura,

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lasciando una buona libertà di movimento e una ariosità all’interno tale da ingannare persino degli architetti circa la sua effettiva dimensione. I materiali scelti si integrano perfettamente con quelli della struttura originale, sia scomparendo in un’unica nube soffusa e sfumata di beige, pietra e luce, sia caratterizzandosi di colori forti seppur naturali quali il marrone, il rosso e il nero. La torretta è stata appieno rispettata, riportata alla sua integrità e finalmente riconosciuta come elemento identitario nel profilo della costa lacustre, lei che è stata sempre lì, sentinella attenta sebbene velata dall’oblio ai noncuranti occhi dei passeggiatori sul bagnasciuga.

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PROGETTO

Vacanza in contrada Il recupero di un piccolo edificio in un borgo della Lessinia mostra l’attenzione a conservare le caratteristiche tipologiche del manufatto e l’atmosfera del luogo

Progetto: arch. Diego Caloi Testo: Nicola Brunelli

Foto: Michele Mascalzoni

Velo Veronese

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Lontana dalla Lessinia più frequentata, e fuori dal circuito dei sentieri più battuti che collegano le varie malghe e malghette divenute oggi “rifugi” solo per la gola, sorge Contrada Baltieri, una piccola contrada adagiata nei soleggiati pendii della Lessinia orientale, tra Velo Veronese, San Mauro di Saline e Badia Calavena, in quella che in passato fu la terra dei Cimbri. L’edificio protagonista del nostro racconto è povero, semplice ed essenziale. È addossato a nord ad un terrazzamento che limita il forte pendio del terreno, e nel contempo contribuisce a proteggere dai freddi venti invernali i due piani fuori terra (un terzo piano è parzialmente interrato); verso sud si affaccia sulla valle sottostante con una invidiabile esposizione e una vista impareggiabile sulla lontana pianura. Il manufatto risale al 1952 e molto probabilmente fu costruito, come era allora consuetudine, direttamente dal proprietario del fondo come stalla e fienile: una integrazione funzionale degli edifici della contrada. Realizzato con i materiali del luogo e con tecniche semplici, evidentemente l’edificio non ha mai rappresentato un valore architettonico degno di nota, rimanendo una testimonianza dell’edilizia spontanea e l’espressione di un’epoca ormai lontana: come altri edifici spesso decadenti e inutilizzati, ma che ancora oggi conservano le affascinanti memorie di un passato pieno di difficoltà. L’intervento di ristrutturazione con il cambio d’uso a residenza di vacanza, condotto dall’architetto Diego Caloi, è stato molto attento a conservare l’atmosfera del luogo, tendendo alla conservazione, per quanto possibile, delle caratteristiche tipologiche del manufatto, attraverso il recupero e il risanamento di materiali ed elementi

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preesistenti, selezionando ciò che nel tempo ha svolto bene la sua funzione e non si è degradato, venendo assorbito dalla tradizione costruttiva, rispetto a ciò che ne è stato invece espulso. Come ad esempio le fugature in malta cementizia che, incapaci di assecondare i movimenti e il respiro delle murature, si erano separate dalle medesime, presentandosi come vecchie croste staccate, e le guaine catramate che, anziché proteggere le murature, ne hanno in parte compromesso l’immagine. Al contrario, il manto in tegole di laterizio fissate a secco con tensori in fili di ferro, nonostante sia un elemento spurio rispetto alle lastre in pietra tipiche del luogo, nel tempo ricoprendosi di muschio bene si armonizza, confondendosi con il verde dei pascoli. È invecchiato bene anche il calcestruzzo a vista degli architravi, che si presenta alla vista rugoso, vi-

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01. La facciata a valle con le grandi aperture in favore di luce e di calore naturali. 02. Planimetria della contrada con in rosso l’edificio oggetto dell’intervento. 03. L’accesso da monte visto attraverso gli altri edifici della contrada. 04. Schema assonometrico degli interventi di risanamento strutturale. 04

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PROGETTO

Vacanza in contrada 06

05-06. Sezione trasversale e piante dei tre livelli dell’edificio (1. pluriuso, 2. bagno, 3. zona giorno, 4. camera). 07-08. Le travi di recupero della vecchia copertura sono state utilizzate come “sostegni” della scala.

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brante alla luce e materico; e i saldi scuri in lamiera di ferro della grande vetrata a sud, che arrugginendo si sono perfettamente integrati con l’intonacatura dei prospetti a base di calce e sabbia di Progno, raggiungendo una tonalità quasi indistinguibile dal colore di certo legno. L’intervento di ristrutturazione dell’edificio ha previsto anche un consolidamento strutturale tramite l’inserimento di tiranti in facciata, l’aumento della portata delle fondazioni e l’inserimento di puntoni rompitratta per migliorare il comportamento statico di solai e copertura lignei. Per il cordolo in cemento armato alla base della copertura e per il marcapiano che divide la grande vetrata, ampliata per godere appieno della vista sul paesaggio e per illuminare e riscaldare gli ambienti interni nei lunghi inverni, è stata prevista l’aggiunta di ossidi nel getto per, uniformarsi alla finitura grezza della muratura. Nel rifacimento della copertura sono stati sapientemente riutilizzati gli elementi lignei in castagno esistenti e riproposto il sistema di ancoraggio del

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DIEGO CALOI

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manto di copertura in tegole di late- monto penetra dalla vetrata, o ancorizio con una camera di ventilazione ra i montanti curvi e nodosi in legno aperta sui quattro lati perimetrali. di castagno di recupero che sorreggoRisulta palese che la ristrutturazio- no e delimitano la scala interna, per ne ha dato più importanza, piuttosto comprendere che l’intervento, seppur che all’isolamento, alla ventilazione con qualche elemento necessariamennaturale, prevista anche nell’interca- te contemporaneo, dialoga con il conpedine realizzata testo storico e cul« Un intervento di tra i muri controturale, non solo rifunzionalizzazione terra e le tramezarchitettonico, di ze interne, al fine appartenenza. pragmatico in cui di gestire meglio Nei confronti il recupero di materiali l’umidità che si della miriade di e tipologie non diviene concentra all’inedifici isolati (le accanimento terapeutico malghe e le antiterno dell’edificio data la struttuche casare dell’alma interpretazione » ra in sasso e l’uso peggio) e dalla saltuario. moltitudine di contrade, seppur conÈ infine sufficiente ammirare il cro- sapevoli che i modi di vita sono inematismo e la grana con la quale è sta- vitabilmente mutati, è fondamentale ta realizzata l’intonacatura esterna, o che ogni eventuale processo di rifunil calore del pavimento in assi di le- zionalizzazione non disperda la tipigno illuminato dal sole che al tra- cità e l’atmosfera che caratterizzano

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09-10. Gli ambienti di soggiorno sono posti al piano di mezzo, a quota zero rispetto all’accesso da monte.

Nato a Verona nel 1973, si laurea in architettura presso lo IUAV nell’ottobre 1999, e svolge la libera professione dal 2000. Interessato al processo di costruzione, studia la materia e i suoi possibili utilizzi e trasformazioni. Nella tradizione vede funzionalità, sobrietà e bellezza, quest’ultima ottenuta senza un’ostinata ricerca. Assieme a David Bottos nel 2010 fonda ClusterLab, che si dedica alla progettazione e restauro di immobili, al disegno di oggetti e allo sviluppo di idee. Attualmente lo studio sta realizzando progetti di edifici ricettivi, amministrativi, abitativi, restauri, interior design, e recupero di arredi. www.clusterlab.eu

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PROGETTO

Vacanza in contrada

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ogni singolo edificio del passato, anche il più semplice, perché esso rappresenta anche inconsapevolmente la pragmatica e sapiente risposta dell’uomo alle esigenze di una vita al limite. Le modalità operative mostrate da questo esempio tendono consapevolmente ad una terza strada, lontana dai clamori dell’intervento “alla moda”, dove il contemporaneo si sostituisce alla tradizione, ma che si disallinea anche dalle modalità più colte, forse a volte un po’ snob, che pretendono di ripercorrere e riproporre una visione tradizionalista più radicale e integra-

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lista. Un intervento di rifunzionalizzazione pragmatico, eseguito sottovoce, in cui il recupero di materiali e tipologie non diviene accanimento terapeutico ma interpretazione, integrato quando necessario con l’introduzione di materiali e procedure costruttive contemporanee, efficaci ma non per questo in disarmonia con il passato e la tradizione. Poi sarà il trascorrere del tempo – che è galantuomo – e il continuo lavorio degli agenti atmosferici a dare l’ultima parola.

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Committente Privato Progetto architettonico e direzione lavori arch. Diego Caloi consulente strutture ing. Massimiliano Ronconi imprese L’Artigiano in Casa - Verona Cronologia Progetto e realizzazione: 2015-2016 dati dimensionali Superficie fondo: 70 mq Superficie coperta: 43 mq Volume: 320 mc

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11. Sezione di dettaglio con gli interventi a livello dei solai e della copertura. 12. Contrada Baltieri, adagiata nei pendii della Lessinia orientale tra Velo Veronese, San Mauro di Saline e Badia Calavena, con al centro l’edificio ristrutturato. 13. Particolare della grande apertura su due livelli esposta a sud verso la vallata.

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SAGGIO

Monumenti di rilievo Un progetto di documentazione per lo studio del sistema fortificato veronese condotto dal Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura - UniversitĂ di Pavia a partire da Porta Palio e Porta Nuova

Testo: Sandro Parrinello

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01. Ricostruzione 3D del progetto sanmicheliano di Porta Palio in una veduta del fronte campagna. 02-03. Il gruppo di studio a Porta Nuova durante il Workshop Internazionale dell’Università di Pavia e della Tongji di Shanghai. 04. Attività di rilevamento a Porta Palio. 01

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Nel maggio del 2016, la Società di Mutuo Soccorso Porta Palio scrisse una lettera al Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura della stessa Università, invitando ad una collaborazione per promuovere ricerche utili alla documentazione del monumento sanmicheliano. Il Dipartimento ha accolto tale richiesta dando inizio a numerose attività condotte sul campo da due Laboratori Sperimentali di Didattica e Ricerca: il DAda Lab - Drawing Architecture Document Action Laboratory e il Laboratorio Inter Ateneo Landscape Survey & Design. Tali azioni sono state incentrate sulla progettazione di un rilievo digitale definendo metodologie e strumenti utili alla costruzione di una banca dati tridimensionale della Porta, nella quale raccogliere informazioni circa lo stato di conservazione del monumento e dalle quali poter avviare strategie di valorizzazione promuovibili tramite strumenti di realtà virtuale, immersiva e mista. Nell’autunno dello stesso anno, durante una presentazione condotta presso il monumento alla Società di Mutuo Soccorso e ad alcuni rappresentanti dell’Amministrazione Comunale di Verona, i Laboratori hanno esposto la possibilità, partendo proprio dall’esperienza su Porta Palio, di costruire una banca dati con finalità gestionali utili al processo di valorizzazione dell’intero sistema fortificato urbano. È forse utile sottolineare che nello spazio urbano veronese sono visibili ancora oggi opere monumen-

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tali che formano un repertorio di quasi duemila anni di storia di arte fortificatoria. Tuttora restano imponenti i resti della città fortificata romana, il perimetro della città murata scaligera, la struttura bastionata della fortezza veneta, la grandiosa disposizione della piazzaforte asburgica, cardine del Quadrilatero. La cinta muraria urbana, nel suo assetto definitivo, ha uno sviluppo di oltre 9 chilometri e occupa quasi 100 ettari con le sue opere: torri, rondelle, bastioni, fossati, terrapieni. Il sistema difensivo veronese è un imponente complesso costituito da da svariati elementi disposti tra colline e pianura attorno alla città di Verona, costituendo non solo uno straordinario catalogo tipologico dell’architettura militare e del suo sviluppo ma anche un apparato urbano e ormai paesaggistico praticamente unico al mondo. Questo sistema difensivo stratificato costituisce uno dei punti cardini su cui si fonda la decla-

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ratoria UNESCO della città, esplicitando una valenza storica e culturale internazionale in attesa di essere compiutamente riscoperta e valorizzata. Il progetto, incentrato sui risultati ottenuti sul monumento di Porta Palio, fu quindi orientato alla costruzione di un database tridimensionale che potesse esplicitare non solo le relazioni paesaggistiche tra i diversi complessi architettonici e il territorio circostante, ma che potesse configurarsi come un

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SAGGIO

05. Immagini della nuvola di punti laser scanner di Porta Palio. 06. Spaccato assonometrico della nuvola di punti laser scanner su Porta Palio. 07. Prospetti del fronte campagna e del fronte città di Porta Palio.

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utile supporto allo sviluppo di strumenti di gestione, pianificazione e studio per interventi di recupero e riqualificazione successivi e connessi ai vari monumenti delle mura che oggi versano in stato di degrado o abbandono. In questo senso la rappresentazione tridimensionale, se fondata su sistemi di rilevamento reality based, può essere un valido supporto per pianificatori e progettisti, uno strumento prezioso col quale lavorare agilmente integrando basi di dati descrittive fino ad ottenere rappresentazioni tematiche e riproduzioni tridimensionali, con immagini o filmati direttamente connessi alla geometria del territorio e all’ambito del luogo. L’uso dei modelli 3D, partendo direttamente dai dati del rilievo, offre il modo di verificare in tempo reale, attraverso condizioni immersive, tutte le scelte progettuali o gli interventi 06 di pianificazione ipotizzabili. I sistemi informativivirtuali dunque, oltre alla rappresentazione classica riate applicazioni tra le quali la documentazione dei dell’architettura, permettono anche di simulare la Beni Culturali e Ambientali. sua storia evolutiva in senso spazio-temporale, il- Il problema dell’interazione e della fruibilità dei silustrando cioè le modalità con cui gli elementi pre- stemi rappresentativi anche da parte di un pubblico senti nella scena si sono modificati nel tempo. più ampio ha accentrato molti sforzi della ricerca La lettura e l’analisi delle trasformazioni o aggiu- nella definizione di sistemi intuitivi per la soluziostamenti subiti, nel corso di successive soglie sto- ne di problematiche legate alla descrizione del luoriche, da un manufatgo iper-reale. Così il virto edilizio, è oggi una tual heritage si presenta «L’uso dei modelli 3D, partendo pratica che nel rilevo oggi come un fenomeno direttamente dai dati del rilievo, corrisponde alla capache ha trovato una esteoffre il modo di verificare, attraverso sa applicazione anche a cità di rappresentare le informazioni su diverlivello divulgativo e la condizioni immersive, tutte le scelte si livelli e di utilizzarcostruzione di questi progettuali o gli interventi di le sovrapponendole o luoghi virtuali ha innepianificazione ipotizzabili » comparandole in modo scato un meccanismo incrociato consentendo che ben rispecchia le di utilizzare il sistema informativo come un po- politiche globali verso le quali le più recenti correntente strumento di analisi e, se si aggiungono le ti di pensiero, anche in campo architettonico, già da possibilità offerte dall’uso della terza dimensione, tempo si erano orientate. permettendo una lettura immediata e comprensibi- In questo senso l’obiettivo principale del progetle per un pubblico ben più ampio rispetto a quello to di rilievo è fortemente connesso alle esigenze di degli esperti. documentazione della consistenza materica e delLa realtà virtuale, un tempo espressione fanta- lo stato di conservazione del complesso delle mura scientifica delle potenzialità di calcolo dei compu- veronesi al fine di poter disporre di un supporto di ter come emulazione del cervello umano, è oggi un elaborati grafici ad alta precisione metrico morfofenomeno ben presente nella realtà quotidiana, non logica e di una mappatura dei principali degradi più legata esclusivamente alle aree di ricerca infor- che interessano la totalità delle superfici architetmatica, ma connessa con lo sviluppo di nuove e sva- toniche, comprendenti le quelle verticali, inclinate

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e orizzontali interne ed esterne all’anello della cinta muraria. Così che l’Amministrazione Comunale ha firmato un accordo con il Dipartimento per supportare il completamento dei lavori di indagine e rilevamento su Porta Palio e un anno dopo, il 5 settembre del 2017, si è tenuto il primo incontro operativo tra il Comune di Verona, l’Ufficio Unesco e il Dipartimento sulle attività che da giugno riguardavano lo sviluppo di disegni e la costruzione di metodologie e strategie di analisi per la riqualificazione del si-

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stema fortificato veronese. Questo incontro è stata occasione per illustrare pubblicamente le operazioni di rilevamento condotte e le potenzialità di implementazione degli spazi urbani con allestimenti sulla storia della città e delle mura partendo proprio dal progetto di allestimento sullo spazio espositivo del Bastione delle Maddalene che il Dipartimento ha realizzato e consegnato al Comune a conclusione della consulenza in convenzione. Nello specifico la consulenza del Dipartimento si è focalizzata nella proposta non solo di una sem-

plice attività, seppur importantissima, di rilievo di tipo documentale ma anche ideando un più ampio concept di utilizzo di questi dati attraverso il progetto di un sito dedicato all’interno del quale poter attingere a tutte le informazioni scientifiche e nozionistiche in forma digitale, la creazione di quattro percorsi di conoscenza del sistema fortificato e dell’architettura veronese ed infine il progetto di un vero e proprio brand legato alle mura e finalizzato alla promozione di una loro necessaria e autonoma identità all’interno del più vasto “sistema Verona”.

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SAGGIO

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08. Individuazione degli ambienti di Porta Nuova dallo spaccato assonometrico della nuvola di punti laser scanner. 09. Prospetti del fronte cittĂ e del fronte campagna di Porta Nuova.

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Nello scorso inverno, dal 23 al 26 novembre 2017, l’Università ha poi organizzato il workshop internazionale di Rilievo ed analisi per il Restauro “Digital Documentation for the Study of the Defensive System of Porta Nuova”  per la documentazione dell’altra porta sanmicheliana. In questo workshop, nel quale hanno partecipato studenti del corso di Architectural Survey & Restoration del Double Degree in Building Engineering and Architecture dell’Università di Pavia e della Tongji University di Shanghai si è concentrato sulla lettura delle evoluzioni costruttive e stratigrafiche per la redazione di analisi funzionali alla redazione di progetti di restauro e conservazione. Nello sviluppo del progetto, che ospita una ricerca di dottorato, due tesi di laurea e il lavoro di numerosi studenti dei corsi di rilevamento dell’architettura, ad oggi sono state rilevate, oltre a Porta Nuova e Porta Palio, anche Porta San Zeno e Porta Vescovo.

* Sandro Parrinello è Professore associato, afferente

il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Pavia. Visiting professor presso la Perm National Research Polytechnic University (Russia) e la Cracow Polytechnic University (Polonia), nel 2015 riceve una laurea honoris causa dalla State Academy of Civil Engineering and Architecture di Odessa (Ucraina). Esperto del Forum UNESCO dal 2011 è Expert and Voting member come referente per l’Italia al comitato scientifico internazionale ICOFORT (ICOMOS International Scientific Committee on Fortifications and Military Heritage). È responsabile del Laboratorio DAda Lab. e del laboratorio congiunto “Landscape Survey & Design” dell’Università di Pavia, e di numerosi progetti di ricerca nazionali ed internazionali, membro di comitati editoriali di collane e riviste scientifiche di rilevanza internazionale e ha organizzato numerosi congressi internazionali sul tema della documentazione del patrimonio.

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il progetto di musealizzazione del bastione delle maddalene La produzione di materiale a fine divulgativo appare fondamentale per la “musealizzazione” del corpus documentario prodotto dalla ricerca oltre che per riuscire nell’intento di attivare un processo di valorizzazione delle opere stesse. Il materiale raccolto, esposto in una serie di mostre permanenti, allestite ciascuna nei siti rilevati o in un locale ritenuto maggiormente idoneo può produrre una catena di piccoli centri di documentazione o sale espositive, che vanno ad arricchire con materiale tecnologico e interattivo luoghi altrimenti sconosciuti e che invece possono divenire punti salienti di un percorso turistico e cognitivo alternativo a quelli più noti della città. Prima proposta progettuale richiesta dall’Amministrazione Comunale, il Bastione delle Maddalene, recentemente restaurato e aperto al pubblico, per il quale è stato ideato un apparato museologico adeguato al richiesto utilizzo dell’allestimento già presente. Attraverso un progetto misto nel quale vengono utilizzate tecnologie analogiche (modelli fisici dei monumenti e pannellature informative) e digitale (realtà virtuale e video) si è cercato da un lato di compendiare lo scarno allestimento esistente e dall’altro implementare attraverso le nuove tecnologie un percorso più complessivo ed inclusivo di tutti gli altri elementi che compongono le mura veronesi.

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STORIA & PROGETTO

LA MODERNITà AFFLITTA

L’Area Servizio “Garda Ovest” di Costantino Dardi, maltratatta e misconosciuta opera di uno dei Maestri dell’architettura italiana del secondo Novecento

Testo: Michelangelo Pivetta Foto: Archivio Progetti IUAV / Lorenzo Linthout

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Al chilometro 207,98 della Autostrada del Brennero, a ridosso del casello di Affi in direzione sud, vi è un’area di servizio tanto frequentata quanto dimenticata nel suo disordinato apparire ormai come una catasta di detriti accumulati nel tempo. Pochi forse, anche tra i più smaliziati osservatori, avranno notato come su questa carcassa, svetti incombente sull’accesso all’edifico, un inconsueto esaedro regolare (euclideo/platonico) rivestito di un materiale melaminico traslucido di colore lattiginoso. Altrettanto pochi, forse davvero pochissimi anche tra gli amateurs di settore, sapranno che ciò che lì si staglia da quarant’anni, davanti a milioni di distratti turisti e altrettanto assorti professionisti del viaggio, è opera di uno dei principali maestri italiani del Moderno. L’opera è di Costantino Dardi ed oltre ad essere una rarità nell’ambito del suo autore, detiene un valore ulteriore di unicità in quanto reperto di una grande stagione in cui le scuole di architettura italiane si confrontarono per lungo tempo con il problema dell’architettura infrastrutturale, delle reti di comunicazione e degli insediamenti a servizio della realtà del boom economico introducendo nuovi parametri, ancora oggi validi e utilizzati in larga misura. L’area di Servizio di Affi è frutto di una riedizione “in progress” 1 dei progetti elaborati a seguito del precedente concorso Agip di fine anni Sessanta vinto dallo stesso Dardi e che per questo realizzò, tra le altre, la nota stazione di servizio di Bazzera sulla A57 nei pressi di Venezia. Agip e Nuovo Pignone nel 1972 commissionarono all’architetto friulano un ulteriore insieme di progetti destinati a sviluppare un sistema di nuove aree di servizio e la ristrutturazione di altre già esistenti progettate da Mario Bacciocchi nel 1952. “La nuova proposta muove dalla considerazione che l’architettura, prima di essere colore, è luce e spazio e soltanto muovendoci in questa direzione noi potremmo non soltanto unificare l’immagine ma anche arricchirla architettonicamente e completarla

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funzionalmente.” 2 Questa affermazione completa e amplia la descrizione del precedente progetto di concorso “KAABA” 3 del 1968 chiarendo ulteriormente le ipotesi di Dardi. Innanzitutto, la necessità di ricondurre funzione, design, paesaggio e comunicazione all’interno delle forme dell’architettura, anzi meglio, all’interno di una sola forma dell’architettura, quella forma che Platone nel Timeo attribuisce all’idea di rappresentazione della Terra e che per Dardi stesso era in grado di manifestare, in senso

01. Immagine notturna della stazione di servizio, 1972. 02. Planivolumetrico di progetto in una delle numerose varianti, 1971-72.

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STORIA & PROGETTO

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paradigmatico, una sorta di riappropriazione dell’architettura dei principi di autorità già al tempo, in qualche modo, messi in discussione. “Il segreto della geometria di Dardi era quello di nascere da lontano, di nascere da una nostalgia della natura, di cercare al di là della necessaria violenza dell’appropriazione la frontiera della riconciliazione finale: architettura e natura come metafore della vita e della morte.” 4 La stazione di servizio di Affi, maltrattata e misconosciuta, oggi quasi apocrifa rispetto a quella veneziana di Bazzera, subisce una variazione di scala, ma non di metodo. L’esaedro mitico è lo stesso anche se scalato, così come la scrittura della precisa tessitura degli apparati compositivi e tecnici a definire con la loro contrapposizione planimetrica ambiti di relazione continua con il paesaggio naturale circostante. Qui il cubo non plana come nel precedente progetto sulla A57, ma si appoggia alla copertura dell’edificio principale come un menhir a voler indicare l’accesso, o forse, solo sé stesso. All’interno, cercando di 05

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individuare la trama dei dettagli della struttura metallica tra espositori di patatine e dolci, si rimpiange la perdita dell’originale disegno così come rappresentato nelle straordinarie e illusionistiche prospettive a china e collage, perfetta desinenza della macchina complessiva frutto anche di un profondo lavoro combinato con Nuova Pignone nella prospettiva di una estesa prefabbricazione degli elementi costruttivi. Il vocabolario dardiano dei solidi usati come strumento manierista in alternativa allo storicismo da un lato o al dogma tecnologico dall’altro definisce come “la ricerca di Dardi si muove in una dimensione metastorica, non ammette cioè nessuna forma di storicismo, che possa corrompere la cristallina purezza di un linguaggio sospeso.” 5 Questa visione dottrinale dell’architetto friulano diviene

« La sfida del Moderno di cambiare non solo il modo di pensare l’architettura da strumento edilizio a componente culturale, ma lo stesso modo di comprenderla e percepirla è ancora tutta da vincere » procedura metodologica infinitamente applicata, come nel progetto di Affi, dove da una precisa analisi delle condizioni del Moderno, egli individua una ulteriore via di approccio fino a svelare quella che denuncia con chiarezza una “scelta configurazionale”. Solo il mito delle rovine rimaste e i disegni di Dardi stesso possono raccontarci oggi ciò che sarebbero i suoi “paesaggi platonici” scanditi da quei cubi paradigmatici e infinitamente declinati. Forme che “volando basse” 6 sulla Terra oltre a contenere un evidente senso educativo per masse di viaggiatori, avrebbero potuto aspirare all’enunciazione del significato del tutto nel definitivo manifesto programmatico dell’architetto. Lo stato odierno dell’Area di Servizio “Garda Ovest” di Affi, ancora una volta e forse in un modo ormai più che dichiarato,

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ci pone di fronte all’enorme problema della conservazione del Moderno. La conservazione cioè di un’epoca della storia dell’architettura e non solo, che per temporalità sta rientrando ampiamente negli schemi definiti dalla legge 7, ma che ha trovato ancora rarissimi interlocutori e protagonisti in grado di occuparsene in modo sistemico. Il rischio, anzi la certezza ormai, è quella della perdita di un’intera età architettonica e culturale che in Italia non si può far a meno che definire come eroica e alla quale ancora oggi il mondo intero guarda. La sfida del Moderno, quella di cambiare

03. Piante e prospettive di progetto. 04. Uno degli schizzi di studio per il concorso “KAABA”, 1968. 05. Vista dalla corsia nord direzione Bolzano, anni Settanta. 06. Prospettive delle variazioni dimensionali del modulo compositivo.

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1 In uno dei magnifici disegni degli interni il motto appare chiaro “Kaaba in progress” a sottolineare una forma genealogica di relazione con i progetti del precedente concorso Agip. 2 C. Dardi, Sistema coordinato stazioni di servizio Agip-DNP e intervento su esistenti, dalla relazione tecnica di progetto, 1972. 3 “Kaaba è il motto con cui è siglato il progetto di concorso […]. Affascinato dalla cultura islamica, dalla simbologia e dai principi geometrici che la caratterizzano, Dardi

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sceglie a riferimento il cubo nero custodito nella sacra moschea della Mecca, la Kaaba.” In C. Mistura, Costantino Dardi forme dell’infrastruttura, Il Poligrafo, Padova 2016. p. 42. 4 P. Portoghesi, Se l’architetto rimpiange la natura, «La Repubblica», 26 novembre 1991. 5 F. Moschini, L’anima e le forme, «Il Corriere della Sera», 4 novembre 1992. 6 C.Dardi, Architetture in forma di parole, Quodlibet, Macerata 2009. “Non vado veloce, io volo basso” è un’affermazione attribuita

a Costantino Dardi a chi lo rimproverava di guidare troppo veloce e riportata nel contributo di Stefano Cacciapaglia, p. 238. 7 D.Lgs 42/2004, Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Art. 1 c. 1: In attuazione dell’articolo 9 della Costituzione, la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale in coerenza con le attribuzioni di cui all’articolo 117 della Costituzione e secondo le disposizioni del presente codice. Art. 3 c. 1: La tutela consiste nell’esercizio delle

funzioni e nella disciplina delle attività ̀ dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione.

non solo il modo di pensare l’architettura da strumento edilizio a componente culturale, ma lo stesso modo di comprenderla e percepirla è ancora tutta da vincere. Basti vedere lo stato delle nostre periferie e campagne, o alcune assurde derive ambientalistico-paesaggistiche che modulano lo sviluppo edificatorio dei nostri contesti. Paradossalmente al contempo, molte delle rare opere del nostro recente passato, che dovrebbero essere tutelate come monumenti di pari dignità e valore di molte altre di tempi più antichi, si stanno inesorabilmente perdendo, nell’indifferenza di tutti, “come lacrime della pioggia”.

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07-08. Immagine diurna della stazione di servizio: foto d’archivio e foto attuale di Lorenzo Linthout.

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Costantino Dardi

Costantino Dardi nasce a Cervignano del Friuli nel 1936, si laurea in architettura alla Università IUAV di Venezia nel 1962 con Giuseppe Samonà. Allo IUAV è assistente, assieme ad Aldo Rossi, di Carlo Aymonino e membro del Gruppo Architettura con il quale entrerà spesso in contrasto teorico. Nel 1974 diviene docente di Composizione Architettonica all’Università La Sapienza di Roma, città che non lascerà più. Nei primi anni Settanta inizia un’intensa attività progettuale che lo vede confrontarsi con progetti dalle tematiche e scale più diverse; dai progetti

infrastrutturali per Agip e Nuovo Pignone, alla ristrutturazione del Palazzo delle Esposizioni e dei Fori Imperiali di Roma, all’allestimento della Strada Novissima come responsabile incaricato dal curatore Paolo Portoghesi, al progetto di concorso per l’ampliamento del Cimitero di Modena perso sul fil di lana a favore del noto progetto di Aldo Rossi, alla ristrutturazione di Palazzo Massimo alle Terme, fino agli straordinari allestimenti scenografici per il film Il Ventre dell’Architetto di Peter Greenaway. Il solco della sua poetica, spesso in contrasto operativo con l’ambito dell’architettura militante della corrente di Tafuri e Controspazio, lo ha posto immeritatamente al margine della

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STORIA & PROGETTO

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09-10. Immagine diurna del monolite platonico sull’entrata: foto d’archivio e foto attuale di Lorenzo Linthout.

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STORIA & PROGETTO

11-13. Gli interni, 1972. 14-15. Gli interni, 2018: veduta generale e nodo strutturale in acciaio con elementi saldati in opera (foto di Lorenzo Linthout). 16. Interni: prospettiva di studio per il progetto di arredamento e allestimento, 1971-72.

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notorietà accademica e di una certa attività pubblicistica ad essa legata. In realtà, attraverso le proprie opere, sia quelle realizzate ma anche quelle solo disegnate, e i propri scritti (alcuni dei quali raccolti recentemente in Architetture in forma di parole, a cura di M. Costanzo), appare la figura di un teorico straordinariamente attuale, curioso e multidisciplinare, nel cui pensiero l’architettura è matrice enciclopedica, solida lingua autonoma d’invenzione e non postulato di emergenze sociali e culturali. Le sue ricerche sugli oggetti parametrici, le strutture spaziali e le serialità coordinate hanno lasciato profonde tracce teoriche e operative negli architetti della generazione successiva e in quelli ancor più giovani formatisi soprattutto nelle scuole di Roma, Venezia e Reggio Calabria tra gli anni

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Novanta e Duemila. Morì prematuramente nel 1991, a 55 anni, per le conseguenze di un incidente stradale nei pressi di Tivoli, lasciando un indiscutibile vuoto nell’ambiente teorico e pratico, italiano e internazionale. Le sue opere e alcuni significativi contributi teorici sono raccolti in Costantino Dardi, Semplice Lineare Complesso l’Acquedotto di Spoleto, Edizioni Kappa, Roma 1987.

2018 #02


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ODEON

Riletture-riscoperte

Il nuovo volume dedicato dall’architetto scozzese Richard Murphy al museo di Castelvecchio è il compendio di una dedizione di lunga durata all’opera scarpiana Testo: Marco Borsotti *

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Carlo Scarpa and Castelvecchio Revisited rappresenta, prima di tutto, un rinnovato atto di amore per il grande maestro veneziano da parte di Richard Murphy, che testimonia quasi un ventennio d’ininterrotta attenzione alla sua opera e d’insanabile desiderio di comprenderla sempre più in profondità, per trarne ogni ragione, ogni insegnamento. Così Robert McCarter, della Ruth and Norman Moore Professor of Architecture - Washington University di Saint Louis (U.S.A.), ha commentato la nuova pubblicazione: «A proposito dell’edizione del 1991 del libro ritenevo che quello studio esemplare non potesse essere ulteriormente migliorato. Murphy ha provato che mi sbagliavo, pubblicando questa nuova ampliata ed esaustivamente illustrata edizione (…) una delle più omnicomprensive e profonde 62.1

01-02. Alcune copie del volume danno conto della sua consistenza “monumentale”. 03. Una doppia pagina interna dedicata alla facciata settentrionale sul cortile.

* Professore associato di architettura degli interni - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano.

ODEON

F

in dall’uscita, nel 1991, della sua versione italiana, ho ritenuto Carlo Scarpa & Castelvecchio, scritto da Richard Murphy un anno prima un libro necessario nella biblioteca di un architetto. Ad esso, infatti, ho sempre riconosciuto, non soltanto un’eccezionale capacità di lettura della pur complessa opera scarpiana, sia in termini di ricerca e ricostruzione storica, che di analisi e comprensione architettonica (corredata da un eccezionale lavoro di rilievo e trascrizione grafica degli elementi progettuali alle differenti scale, comprese quelle delle attrezzature espositive), ma soprattutto il valore di guida metodologica impareggiabile: qualcosa cui tornare spesso, con rinnovate letture, per incentivare e consolidare la propria capacità di “guardare” all’architettura, oltre il semplice sguardo, per coglierne la logica più profonda, attraverso l’adozione di strategie d’interpretazione rigorose e coerenti. Divenuto docente di architettura quel libro è stato anche uno strumento prezioso e sempre attuale per fornire una solida traccia di questa costruzione analiticometodologica ai miei studenti. Pochi mesi fa Richard Murphy mi ha piacevolmente sorpreso, riuscendo appieno nell’ardua opera di migliorare un capolavoro che, nel suo genere, sembrava ormai insuperabile. Egli, infatti, è pazientemente ritornato sui suoi passi ed alla fine del 2017 ha pubblicato Carlo Scarpa and Castelvecchio Revisited: un libro nuovo eppure antico. Non la riedizione del precedente, ma il suo compendio e perfezionamento.

02 63.1

63.2

63.3

North Façade to the Courtyard

KEY TO ELEVATION

1) Bridge approach road 2) Comune wall

3) Cangrande space

4) Screen wall to the opening to Room 5

5) Screen to the loggia outside Room 3

6) Sacello and glazing above 7) Inclined “rampart” wall

8) Entrance/exit door screen 9) Exposed fragments of construction

10) East wing

62.1

The “delamination” of the first

The Napoleonic barrack block is a nineteenth century foreign intrusion into a fourteenth century court and even though it was destined to contain the bulk of the museum, Scarpa did not hesitate to propose substantial demolitions where he thought appropriate. We can surmise that maybe his concerns were to destroy the solidity of the Napoleonic building and, if possible, re-establish the conceptual boundaries of the original court, since before the French captured the castle, the great court had been fully open to the river. After an initial proposal for demolition in the northeast corner which would have divided the French building into two (see pages 92-93), the eventual solution of demolition at the western end of the barrack block was made and this move allowed the full sweep of the thirteenth-century Comune wall to be seen for the first time since the French had obscured it in 1801.

62.2

9

9

9

floor section of the courtyard wall adjacent to the Cangrande statue. 62.2

North Facade. 62.3

Napoleonic arches across the moat. 62.4

Window to Room 4. 63.1

Elements of the wall construction exposed on the facade in orthogonal frames. 63.2

Window to Room 23. 63.3

Facade in process of re-ren-

The violence of the demolition is exhibited in the jagged silhouette of the facade wall, seen both in elevation, with its construction left revealed, 66.1, and in plan – where Scarpa suggests that the solid of the wall has been delaminated into a series of planes, each seemingly independently coming to a halt, 62.1. The facade with which Scarpa was presented was already the building’s second having been completely reconstructed in the 1923-1926 conversion to a museum; all the window and door surrounds had been salvaged from houses destroyed in a great flood of 1882. Both its symmetry and historical duplicity would have been anathema to Scarpa and, in agreement with Magagnato, he took the opportunity to reveal the new life of the museum through the manner in which he amended the façade.

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2

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3 6 8 5

4

62.3

62.4

63.4

7

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63.6

dering, probably 1964. 63.4

Central loggia and terrace. 63.5

Sacello. 63.6

Entrance/exit door and display of a fragment of pavement

from the church of S. Anastasia.

Although initial sketches show quite radical rearrangements, the final solution leaves almost all the openings intact but disturbs them with the illusion of a continuous new screen, a second inner and independent façade, stretching horizontally across the openings and vertically between ground and first floor, but disappearing into the shadows of the window openings angled internally so that the actual junction of new and old is never perceived.

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The great courtyard

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North facade to the courtyard

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230.1

ing

ns.

230.1 View of Scarpa’s staircase/ promenade connecting the bridge approach road to the Reggia courtyard. 230.2 Pre-war view of the south-east corner of the courtyard and a glimpse of the other end of what would have been the caretaker’s passageway. 230.3 Scarpa’s staircase half completed. The lower flight was provisional until the

o

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231.2

The Reggia courtyard was the inner sanctum of the Scaligeri palace-castle and until 1825 it was the sole destination for the bridge across the Adige. It is dominated by the astonishing mass of the Mastio Tower, the keep and final refuge of the fortress. Today the nineteenth-century road which bisects the castle is open to the courtyard along its eastern edge and forms a gentle ramp from Corso Castelvecchio to the bridge itself. Adjacent to it and along its full length Scarpa placed an extended staircase of concrete panels connecting the road to the court, for the private use of the resident caretaker, turning the necessity of a staircase into a promenade descent into the court, 178.2. His design differentiates the two ends and links them via a walkway slung off the adjacent canted brick wall. At its southern end a folded concrete stair sits on a sculpted boardmarked wall, 231.4. At its northern the promenade is suspended above the last four steps which take the form of solid block sitting on the ground, 230.4. Note the notch in the concrete at the southern end.

230.3

promenade was constructed. 230.4 Concrete steps at the beginning of the promenade. 231.1 Isometric of the staircase. 231.2 Concrete support for the staircase. 231.3 Elevation and plan of the staircase. The blue line

Richard Murphy Carlo Scarpa and Castelvecchio revisited Breakfast Mission Publishing, 2017, pp. 384.

The walkway is paved in irregularly dimensioned concrete panels set in steel frames. These in turn sit in steel angles held on complex steel columns made of an accumulation of steel flats. The columns’ bases, although out of sight, do not rest on the ground, rather the whole construction expressively clings to the slightly canted brick wall, the top fixing taking all the load in tension expressed and celebrated at its joint. Indeed the verticality of the hangars draws our attention to the angle of the brick wall from which they are suspended, 230.1.

162.2

of the original Scaligeri bridge

231.4 230.4

approach road. The red line indicates the probable line of the road between 1825 and 1958; that is, before the opening of the Porta del Morbio and the construction of the new road bridge adjacent to it. 231.4 View of the closed passageway today. Note how Scarpa’s concrete wall acknowledges the angled wall of the adjacent arch.

162.4

b a

Work to the West of the Comune Wall

Reggia Courtyard Staircase

231

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è possibile acquistare il volume a Verona presso il bookshop del Museo di Castelvecchio e alla Libreria Limond in Via Carducci 9. 162.3

231.3

indicates the approximate line

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monografie su di un singolo edificio mai pubblicate». Il volume, per ora disponibile soltanto in lingua inglese, presenta, infatti, un nuovo, grande formato, portando le 198 pagine del precedente alle attuali 384. In questi numeri trovano spazio una pressoché raddoppiata disponibilità di riproduzioni di disegni scarpiani, ora tutti pubblicati a colori e un repertorio fotografico formidabile, sia per quanto concerne la documentazione delle differenti fasi di realizzazione del progetto che per le affascinanti foto dello stato attuale, scattate da Peter Guthrie, assistito da Matthew Hyndman. A queste si affiancano le rivisitazioni dei testi originali, attentamente riscritti ed ampliati, con l’intenzione, pienamente raggiunta, non solo di approfondire la conoscenza della presenza scarpiana a Castelvecchio, ma anche – come dichiara l’Autore nel suo “personal postscript” al libro – rendere possibile al lettore una visita virtuale all’essenza fisica del complesso progetto architettonico,

163.1

a

a

b

c

b

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04. Doppia pagina dedicata alla scala nella corte della reggia. 05. Uno degli scatti della campagna fotografica realizzata da Peter Guthrie per il volume. 06. Immagine di archivio dell’inaugurazione del museo il 19 dicembre 1964, con Scarpa riconoscibile sulla sinistra alle spalle del Polittico del Cavazzola. 07. Uno degli oltre 160 fogli di appunti del rilievo di Castelvecchio effettuato da Murphy nel 1986. f

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c

The three-arched loggia to the central room of the gallery, Room 3, had been Avena’s 1926 entrance to the museum and this gave Scarpa his most extensive opportunity for facade remodelling. An inner wall containing the actual entrance was completely removed so that a screen needed to be designed for the entire width of the room. The load from the new floor above was taken on new steel beams and thereafter Scarpa’s design seeks to combine an upper screen of steel and glass with a more adventurous lower section of threedimensionally modelled planes of solid and glass.

the time that Scarpa’s first ideas for displaying the Cangrande Statue at the western end of the Napoleonic structure were forming (a). There is also a suggestion of the “rampart wall” engaging with the edge of the terrace (b). The screen wall appears at this stage to be mostly solid, (c). The integration of the design of the screen with the terrace outside and indeed beyond is demonstrated in 162.5 where it would seem Scarpa’s earliest ideas were for the terrace, external staircase and rampart wall to be linked by a system of walls which penetrate into the space of the loggia.

64.2 (f) and 64.3 (f) show early ideas for a new screen wall of varying height. 162.3 is a tiny sketch showing an ambiguously more open arrangement (a) with the interior floor flowing out onto an external terrace asymmetrically placed in the loggia (b). 162.4 shows the same idea and is drawn at

This is a busy drawing and interesting for a variety of reasons. On the terrace is a proposal for a sarcophagus (a). The terrace itself appears to be at two levels with connecting steps at either end (b). A number of sculptures in Rooms 2 and 3 are sketched (c), including a number which were

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ace

231.1

Reggia courtyard staircase

on

ail

230.2

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Entrance room and sculpture gallery

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b

c

c

d a

b b

to be placed in front of the central screen (d). A ladder stair and ramp (e) is proposed accessing the heating chamber which in turn is planned and indicated in yellow penetrating under the Napoleonic structure. The line of the moat is clear in Room 5 as is the location of the floor window (f). In 164.1 Scarpa develops the design by inserting a single lower opaque screen (a). This drawing also shows a compositional idea for the lower screen (b) reminiscent of the design at the Querini Stampalia, 164.7, where the corners and ends of a screen partially enclosing radiators are eroded. 30.1 also shows this stage of thinking in elevation and section sketched onto a print by Rudella but strangely not in plan. 164.3 shows a form similar to the final solution and simpler than most other proposals made hitherto.

Section title

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2018 #02


6 Acknowledgements 7

Author’s note on the organisation of information in the book

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Preface by Margherita Bolla,

9 Foreword by Kenneth Frampton 10 The importance of Castelvecchio 12 Chronological summary of Scarpa’s work at Castelvecchio 14 The continuity of history is perpetual change 24 Scarpa, Magagnato and the process of building 27 The drawings 32 Scarpa, Venice and Castelvecchio

42 The great courtyard  General description  Paving and fountains 62 North facade to the courtyard 68 East facade to the courtyard 70 Bridge across the moat 7 Sacello exterior 78 Abandoned entrance to the Sala Boggian 86 The entrance room and sculpture gallery 88 Entrance room 106 Sculpture gallery 118 Sculpture stands and arrangements 10 Sacello interior 10 Doors and window screens and pavement window

ODEON

Contents

340 An eyewitness account by Arrigo Rudi (1929-2007) 342 The museum after Carlo Scarpa by Alba Di Lieto 350 Cangrande della Scala at Castelvecchio by Licisco Magagnato (1921-1987) 354 Technical specification of materials by Alba Di Lieto 374 Cataloguing Scarpa by Ketty Bertolaso 375 The 1986 survey 376 A personal postscript: notes and reflections thirty years after the original survey

172 The Cangrande space 17 General description 182 Roof 188 Ground floor 190 First floor staircases 196 Bridge 200 Cavazzola Screen 206 Pedestal and viewing platform

Page 1 Detail of a former gun embrasure in the Napoleonic river-wall within the ground

380

Index of Scarpa drawings

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Photography credits

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Colophon

floor of the Cangrande space. Pages 2-3 Evening in the main courtyard looking north at the

38 The democratic museum 224 Work to the west of the Comune wall 226 Porta del Morbio 230 Reggia courtyard staircase 23 Mastio Tower 20 Reggia 20 Arrangement of paintings in the Reggia 27 Bridges between the Reggia and the Mastio Tower

Napoleonic barracks facade as first altered by Avena and

383 Biographies

then by Scarpa. Page 4 The inauguration of the museum, 19th December, 1964. Scarpa, on the left, in the Cangrande viewing room adjacent to Room 20. The paintings are the polyptych

286 The final rooms 288 First floor paintings gallery 312 Exit staircase 318 Library and offices 33 Sala Avena

Polittico della Passione (Altarpiece of the Passion) by Il Cavazzola. Front cover Detail from the main facade of the Napoleonic barracks as re-rendered and re-glazed by Scarpa. Back Cover Detail of approximately the same part of the facade from Scarpa’s drawing (see 66.2 for the complete drawing).

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condotta attraverso le parole e le immagini. Un viaggio letterario che diviene anche un viaggio nel tempo di rara chiarezza, compiuto attraverso il prender forma e modificarsi dell’articolato intervento di Scarpa, ricostruito grazie all’ampio repertorio di disegni, documenti ed immagini storiche. Il nuovo volume si arricchisce anche di due capitoli inediti e di due nuovi contributi, uno di Alba Di Lieto, sulla vita del museo dopo Scarpa e uno di Ketty Bertolaso circa l’attività di archiviazione digitale dei disegni del maestro, ed è corredato dalla prefazione di Margherita Bolla, ex direttrice del museo, e da un’introduzione del noto storico dell’architettura Kenneth Frampton. Infine il volume è completato da una preziosissima e ben codificata opera di referenziazione incrociata tra testo ed apparati iconografici, siano essi disegni originali di Scarpa, elaborazioni grafiche di Murphy e

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dei suoi studenti della Edinburgh University (la celebre sessione di rilievi misurati svolta nel 1986) o fotografie. Questo strumento fornisce alla pubblicazione una sorta di ipertestualità che rende rapido ed agevole “spostarsi” nelle diverse sezioni del libro, coordinando immagini e testi dislocati a molte pagine di distanza tra loro: un sistema che rende più chiaramente comprensibile l’idea stessa di leggibilità della stratificazione architettonica tanto cara a Carlo Scarpa. Scarpa and Castelvecchio Revisited diviene, così, esso stesso un testo stratificato, che affronta e restituisce i molteplici livelli di lettura del complesso di Castelvecchio e le differenti relazioni d’indagine che intrattiene con esso. Murphy che nel 1990 aveva dato un contributo fondamentale alla conoscenza e soprattutto alla comprensione di quello che probabilmente fu il progetto più



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importante di Carlo Scarpa – sicuramente il più complesso, nel suo essere, contemporaneamente impegno di restauro e restituzione alla città di un imponente manufatto storico e mirabile invenzione allestitiva tanto esemplare quanto, all’epoca innovativa e radicale –, oggi restituisce appieno ed ancora più intensamente la grandezza di quest’opera.

A Castelvecchio, infatti, il maestro veneziano convoglia tutta la sua personalissima interpretazione linguistica della materia architettonica, del suo formarsi e del suo assimilare gli eventi che nel tempo la modificano e dell’intuizione di quanto il rivelare i segni di queste sovrapposizioni possegga il dirompente potenziale di una lettura che viene portata

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171.2

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b

b

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a

170.1 Hanging handrail detail. 170.2 Section, plan and plan details and part isometric. 171.1 Scarpa sketches and drawing. Pencil and coloured crayons

c

on card. 886 x 432 mm, scale 1:1. Probably 1963. 171.2 Detail of corner and handrail/ upright assembly.

a

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Entrance room and sculpture gallery

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circostanti e soluzione espositiva, disegnando ciascun supporto come una soluzione unica, tratteggiata su misura ed intesa ad esprimere e sostenere tutto il valore artistico, ma soprattutto emotivo e narrativo che deve essere reso disponibile e convogliato verso il visitatore. Tutto ciò è raccontato con grande intelligenza e saggezza analitica da Murphy, che ripercorre nella struttura del libro la sequenza di visita degli spazi – Corte; ingresso e galleria delle sculture, sistemazione della scultura di Cangrande, area ovest delle mura comunali ed ultime sale – affinché questa nuova, imponente fatica letteraria, come

319.2

« Il volume è completato da una preziosissima e ben codificata opera di referenziazione incrociata tra testo e apparati iconografici »

319.1

xxx.1 KEY TO THE PLAN

Library and offices

318.1

1) Pool and Fountain 2) Museum entrance 3) Entrance Room 4) Original entrance desk 5) Verona red marble step 6) Exit Stair 7) Office Entrance 8) Offices

The Castelvecchio has little of what might be called ‘accessory’ space: no lecture theatre, restaurant, shop, or similar functions which today seem to play such a major role in contemporary museum design. Only the Sala Boggian as a temporary exhibition room and the library are representative of public space separate from that of the museum.

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9) Director’s Office 10) Library stacks 11) Library 12) External court/lightwell 13) Library stair 14. Elevator and storeroom 15) Museum exit 16) River Adige 17) Napoleonic river wall 18) North-east tower

318.1

The provision of a modest art library had been part of Scarpa’s original commission and from the start he placed it in the north-east corner of the Napoleonic block, which was a location both convenient, since it could be controlled from the adjacent entrance room but also accessed privately from the offices, and unique, as it is the only major space in the Napoleonic block which cannot address the courtyard. But this location received somewhat inadequate light from a window to the east placed in one of the gun embrasures and a small glazed doorway to the north which served a balcony cantilevered over the Adige.

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Designs were not finalised until 1966 and the work was completed in 1967. The Sala Avena above was constructed and used for temporary exhibitions but did not become part of the permanent exhibition until 1975 (see pages 334-339). The evolution of the design is one of the most complex in the study of the entire renovation, but it culminates in the bold decision to sever the Napoleonic river wall almost entirely from the north-east Scaligeri tower. Like the disengagement between Comune wall and Napoleonic barracks to form the Cangrande space this incision has both historical and formal significance as well as programmatic justification.

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Plan of library, offices and entrance room. 319.1 Elevation of the cut, or as Magagnato called it, “a suture.” 319.2 The north-east tower and the truncated Napoleonic wall. The window above is to the Sala Avena, the library window is in the shadows below.

Looking across from the opposite river bank we can see two eras of history; the fourteenth century tower and the nineteenth century Napoleonic battlemented river wall have been cleaved from each other, 319.2 and 320.1. The same idea, although less radical, can also be seen at the other end of the river wall, where we can also see a fragment of the Comune wall where it reached the river (see 191.1). Having separated the two elements, their formal qualities are now revealed. The Napoleonic wall, and in particular, its thickness, can now be read and measured for the first time. Similarly, the tower, by transferring the inside south-

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The final rooms

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08-09. Doppie pagine del volume dedicate al particolare del parapetto nell’ultima sala della galleria delle sculture e alla biblioteca nella torre di nord-est.

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in “superficie” e rivelata a tutti, divenendo essa stessa principio progettuale. E poi i continui “salti” di scala, dove Scarpa mostra tutta l’eccezionalità della sua maestria nel controllare ogni elemento del progetto, dal più ingombrante al più minuto, disegnando tutto, con un’ossessiva

minuziosità che tradisce la sua incredibile conoscenza artigianale del “come si fanno le cose”. Infine l’insegnamento allestitivo, dove realizza un capolavoro nel capolavoro, trovando per ogni singola opera d’arte esposta un perfetto connubio tra posizione, relazione con la luce ed i materiali

egli stesso ha raccontato durante la presentazione del volume svoltasi il 19 dicembre dell’anno scorso presso l’Associazione M15 dell’Ordine degli Architetti PPC di Verona (con la partecipazione di Francesca Briani, Giancarlo Franchini e Margherita Bolla e introdotta da chi scrive), possa essere utile non soltanto agli studiosi ed agli appassionati, ma soprattutto a coloro che oggi hanno il privilegio di poter intervenire su edifici storici o progettare musei, a coloro che si spendono ancora nel “dettagliare progettando” ed infine a chi visita il Museo e ne coglie l’eccezionale unicità.

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Un bambino per architetto ODEON

Un laboratorio promosso da L.A.C. Verona ha coinvolto alcuni potenziali “piccoli architetti” delle scuole primarie sul tema degli spazi pubblici della città

Testo: Sonia Iorio De Marco Foto: Ana Blagojevic

L

’iniziativa “Un Bambino per Architetto – un Architetto per Bambino” è la prima esperienza di un laboratorio di progettazione architettonica che L.A.C. – Laboratorio di Architettura Contemporanea di Verona – ha rivolto alla scuola primaria di primo e secondo grado: un laboratorio per fare conoscere ai ragazzi cosa si intende per progettazione degli spazi urbani e per coinvolgerli nel processo di cambiamento della città. Il “coinvolgimento” è strettamente connesso al valore sociale e all’importanza educativa delle esperienze di progettazione partecipata. Attraverso la progettazione i bambini imparano il significato di cittadinanza consapevole e si sentono parte attiva di una comunità. Per L.A.C. il laboratorio è stato un’occasione per interagire con chi quotidianamente abita e vive gli spazi urbani e del paesaggio, per sperimentare nuovi luoghi di aggregazione sociale avendo come obiettivo il funzionamento trasparente e democratico della città. Il fine per L.A.C. è quello di diffondere una cultura dell’architettura anche a chi architetto non è, e di fornire quegli strumenti che consentano ai cittadini un atteggiamento critico e consapevole nei confronti degli spazi che frequentano. Un progetto che sottende una volontà di crescita culturale a livello personale e sociale a partire dai più giovani. Ecco allora che, attraverso i bambini, il coinvolgimento desidera arrivare fino alle famiglie, con il proposito di favorire negli adulti l’abitudine all’ascolto delle esigenze altrui, in particolare la consultazione dei più piccoli diventa una condizione improntata a una visione più democratica perché più ampia e completa.

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01-02. Alcuni momenti del laboratorio organizzato nello spazio Ragazzi della Biblioteca Civica di Verona. 03-04. Esempi dei progetti elaborati sulle aree di Lungadige San Giorgio.

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Siamo sicuri che i giovani possono dare un grande contributo: dargli la parola significa assumere un nuovo atteggiamento, basato sulla consapevolezza del valore della diversità e dell’ascolto. Il fine ultimo è una “città di tutti”. Durante il percorso di avvicinamento alla fase progettuale, prima di concentrarsi sull’individuazione delle esigenze dei bambini rispetto al tema di lavoro individuato, è stato fondamentale offrire ai ragazzi l’alternativa agli stereotipi sedimentati. Gli organizzatori del laboratorio hanno individuato numerosi progetti di spazi aperti del panorama internazionale, con il proposito di arricchire il bagaglio iconografico dei piccoli architetti, “aprendo” i confini della loro conoscenza e conseguentemente ampliando il loro immaginario. Potremmo chiamarlo

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un bambino per architetto un architetto per bambino Verona, Biblioteca Civica 5, 9, 19, 23 febbraio 2018 a cura di L.A.C. – Laboratorio di Architettura Contemporanea, Verona Sonia Iorio De Marco, Guendalina Scilla, Roberto Nicolis Tutor: Marco Vesentini, Rosalina Cottini, Paola Benini, Elisabetta Artuso, Federica Fraccascia, Alessandra Bertoldi, Maddalena Anselmi, Stefania Marini, Claudia Brigante, Francesco Benzi 04

video https://youtu.be/yhEirc3G2ZA

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un lavoro di “arricchimento” della creatività individuale che diventa poi strumento efficace per trovare le soluzioni migliori ai problemi reali, tenendo conto dei vincoli. Dieci architetti veronesi hanno affiancato come volontari ogni piccolo gruppo di bambini in qualità di tutor, permettendo ai ragazzi di avvicinarsi ad una professione spesso poco conosciuta nella sua complessità e varietà. L’architettura come mestiere di “servizio”; l’architettura come mestiere articolato in cui il momento creativo finale e formale costituisce la sintesi alimentata e prodotta da tutto ciò che sta dietro all’architettura stessa: la storia, la ricerca, la società, l’antropologia, la geografia, cultura e tradizioni di un paese, la scienza, l’arte, la tecnologia e molto altro ancora. Se a un architetto manca tutto questo “contenuto”, se manca una spinta etica e una forte attenzione al sociale, ciò che ha da dire si limita alla mera estetica … che non è architettura.

Per ciascun gruppo di lavoro il laboratorio si concludeva con la presentazione del proprio progetto ai compagni spiegandone gli obiettivi e le scelte attuate. Questa fase prevedeva anche il confronto tra i giovani architetti e quindi un importante momento nel quale si verificava se la squadra era riuscita a trasmettere la propria idea con il progetto realizzato e quali fossero stati gli elementi che avevano interessato maggiormente i compagni. Durante la fase introduttiva al lavoro, a quella progettuale e a quella di confronto L.A.C. ha voluto fare emergere che l’idea della città del presente e del futuro può e deve dipendere anche da loro in qualità di cittadini, che il “cambiamento” è possibile e che tutto può avere inizio esprimendo le proprie idee e credendo in esse.

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I SEPOLCRI i c c i n a t o

Testo: Federica Guerra

Chissà perché quei primi tre anni passati nella natia Legnago restarono nel cuore di Luigi Piccinato in modo così incisivo, tanto da destinare di esservi sepolto nel cimitero di San Pietro. L’insigne urbanista era nato qui nel 1899, ma già nel 1902 la sua famiglia si era trasferita prima a Padova e poi, alla fine della Grande Guerra, a Roma, dove Piccinato compì gli studi universitari alla Regia Scuola di Architettura, appena istituita. Solo tre anni, quindi, lo vedono presente nella provincia veronese, eppure a Legnago egli resterà legato tutta la vita, se consideriamo che nella cittadina realizzerà non solo due bei progetti di edifici privati (Casa Lugiato, 1937-40 e Casa Zanon, 1946) ma che metterà anche mano al progetto per il Teatro Salieri e soprattutto lavorerà al Piano di Ricostruzione, tra il 1946 e il ’51, e al Piano Regolatore Generale tra il 1959 e il ’72. Considerato il padre della moderna urbanistica in Italia, Piccinato fu il primo ad auspicare per la disciplina una autonomia professionale, ritenendo che nell’urbanistica convergessero competenze complementari che andavano da quelle igienico-sanitarie a quelle economico-sociali, da quelle produttive a quelle artistiche. Infiniti i campi in cui si sviluppa il corpus della sua attività: da un lato l’attività accademica, dapprima come assistente di Marcello Piacentini presso il corso di Edilizia cittadina e Arte dei giardini alla Regia Scuola di Architettura di Roma, e poi dal ’37, ottenuta la libera docenza, come professore di Urbanistica presso l’Università di Napoli fino al 1950, e poi a Venezia fino al 1963. La sua carriera accademica si conclude a Roma, presso la Facoltà di Architettura, nel 1974.

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La seconda grande eredità è quella dei suoi scritti, dagli articoli sulle riviste ai “testi sacri” (da La progettazione urbanistica. La città come organismo, del 1941 a Aspetti urbanistici ed edilizi della ricostruzione, del 1945) oltre agli innumerevoli saggi pubblicati sulle più importanti riviste nazionali e internazionali. E poi i ruoli istituzionali presso Ministeri, Regioni e Provincie, come membro di organizzazioni internazionali, i CIAM, l’Accademia di San Luca, l’International Federation for Housing and Planning (IFHP), l’International Society of City and Regional Planners (ISoCaRP). E infine, l’enorme attività professionale che inizia con la fondazione nel ‘26 del ‘Gruppo urbanisti romani’ (GUR) con il quale partecipa a molti concorsi per i Piani Regolatori di Sabaudia, La Spezia, Benevento, Cagliari, Catania, fino ai Piani di Roma e alle ultime varianti ai Piani di Padova, ma anche gli innumerevoli interventi edilizi come quelli per l’INA-casa di San Giuliano a Mestre o per la riqualificazione dei Sassi di Matera. Per non parlare della sua fama all’estero che lo porterà a svolgere importanti incarichi in Argentina, Turchia, Israele e in Macedonia. Eppure alla fine di questa folgorante carriera, ormai cittadino romano a tutti gli effetti, verrà sepolto nella tomba di famiglia nel piccolo cimitero della Bassa veronese: il muro di cinta in cotto, gli archi a ogiva e le torrette ottagonali di questa bonaria architettura neogotica ottocentesca sembrano ammiccare alle teorie organiche dell’illustre ospite, quasi a dimostrargli che luce-tecnicageometria non possono prescindere dalla mistica dei luoghi e degli affetti.

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Veronetta, Veronette Una ricerca sulle caratteristiche e sulle trasformazioni del quartiere cittadino condotta da un nutrito gruppo di studiosi degli atenei di Verona e di Parigi La Villette Testo: Stefania Marini

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2017 presso l’Università di Verona, e in seguito presso la Locanda Lo Speziale, coinvolgendo in modo informale gli abitanti e dando avvio all’iniziativa GoTo Science3. Lo studio realizzato è stato svolto dai diversi team con metodologie di lavoro diversificate, utili ad interpretare la complessità dei fenomeni urbani studiati. Il dipartimento di Culture e Civiltà ha condotto un’analisi qualitativa di tipo etnografico e geografico degli spazi del quartiere, esaminando il punto di vista degli abitanti. I ricercatori di antropologia hanno lavorato sulla percezione degli spazi attraverso la gamification, coinvolgendo la cittadinanza ne “Il gioco di Veronetta” per identificare i punti di forza e i punti critici dell’area. Il team di geografia ha invece analizzato i “confini”, evidenziando un divario tra la percezione degli abitanti e la suddivisione territoriale amministrativa. Gli studiosi del dipartimento hanno svolto anche alcuni incontri coinvolgendo alunni e insegnanti degli istituti scolastici pubblici della zona4 per

comprendere la percezione e l’uso dei luoghi da parte di bambini e ragazzi; dalle attività realizzate emerge che per i ragazzini i problemi di Veronetta non sono la sicurezza o gli immigrati, ma la mancanza di aree verdi e di aggregazione nonché la pulizia degli spazi aperti, a partire dai marciapiedi. Il dipartimento di Scienze Umane ha studiato l’impatto economico, sociale e culturale dell’Università di Verona nel rione attraverso un questionario somministrato ad un campione di 350 residenti.

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All’interno dello storico quartiere operaio di Veronetta si possono osservare alcuni dei principali cambiamenti che caratterizzano le città occidentali e che rispecchiano la complessità e la frammentazione della società contemporanea in cui siamo immersi. Questa zona di Verona, chiamata “Veronette” dai francesi1 ad inizio Ottocento, rappresenta un brano di città che alcuni ricercatori definiscono hyperdiversified 2 , composta cioè da un’intensa diversità di popolazioni, non solo per gli aspetti sociali, economici ed etnici, ma anche rispetto agli stili di vita, alle attività e alle diverse pratiche d’uso degli spazi. Proprio questi ultimi aspetti sono quelli descritti nella ricerca “Atlas#Veronetta” che si è svolta durante l’intero 2017, e che è nata con l’obiettivo di analizzare le caratteristiche e le trasformazioni del quartiere da molteplici punti di vista. Dopo un anno di ricerche, ciò che emerge non è il quartiere ghetto inquadrato faziosamente da alcune parti politiche in campagna elettorale, e nemmeno il luogo insicuro descritto da qualche giornalista di cronaca calcando sulle valenze di pericolosità di alcune aree; emerge bensì un territorio in rapida trasformazione, composto da comunità vive e da pratiche d’uso diverse, in cui convivono studenti universitari, creativi e professionisti, popolazioni “fragili” (immigrati e persone anziane), nuovi abitanti e turisti. La ricerca-azione Atlas#Veronetta ha coinvolto una molteplicità di attori (vedi box). I risultati dell’indagine sono stati presentati a livello istituzionale il 13 novembre

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01. La vetrina di un negozio a Veronetta (foto di Stefania Marini). 02. Il logo della ricerca Atlas#Veronetta. 03. Passanti. 04. Elaborazione grafica esito del workshop I tempi di Veronetta: evoluzione storica dei commerci di via XX Settembre (1968-1978).

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CRONOCARTA

#LUN

UN’ANIMAZIONE TEMPORALE DELLE ATTIVITÀ AL PIANO TERRA

CRONOCARTA

LAA•ATLAS#VERONETTA LEGENDA

#LUNEDI 24/24

UN’ANIMAZIONE TEMPORALE DELLE ATTIVITÀ AL PIANO TERRA APERTO LEGENDA

atlas#veronetta

Per ovvi motivi di spazio riportiamo come esempio solo le 24 ricercatori Il risultato dell’indagine evidenzia ore di Lunedi. Gli altri giorni sono stati ugualmente analizzati e fanno parte della carta dinamica che si puo vedere qui : francesi e che i cittadini percepiscono in modo Per ovvi motivi di spazio riportiamo come esempio solo le 24 positivo l’impattooredell’Università di Lunedi. Gli altri giorni sono stati ugualmente analizzati e fanno parte della carta dinamica che si puo vedere qui : sia in termini di opportunità che di sicurezza. Infine l’Istituto LAA-LAVUE ENSA in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Giuridiche si è occupato di analizzare gli spazi, i tempi, le pratiche d’uso e gli attori sociali che compongono il contesto urbano, mettendo in relazione le analisi di campo con alcuni aspetti giuridici, indagando ad esempio come l’evoluzione dei regolamenti sulle attività commerciali e della disciplina urbanistica ha 07 influito sullo sviluppo della zona. condotto dall’architetto Alessia de Quest’ultimo lavoro è stato ben Biase, data la distanza dal campo illustrato durante le presentazioni d’indagine ha raccolto tutti i dati pubbliche realizzate presso la sede utili nel corso di due workshop dell’Associazione M15: una prima intensivi, in cui sono state realizzate volta a novembre 2017 in occasione passeggiate urbane, interviste, del completamento della ricerca, osservazioni, mappature. Durante e una seconda volta a marzo per queste occasioni, ricercatori dei team presentare la pubblicazione degli veronesi, alcuni abitanti e alcuni esiti della ricerca 5. Il gruppo di lavoro, composto di giovani rappresentanti delle associazioni locali partner del progetto hanno affiancato il gruppo per facilitare la loro conoscenza fisica e relazionale del contesto locale. L’approccio utilizzato dal team francese ha unito l’esplorazione di tipo antropologico con quella temporale e spaziale attraverso l’elaborazione di mappe cartografiche tematiche. Il risultato è un lavoro di restituzione grafica dei dati molto accurato, che permette una chiara visualizzazione dei diversi aspetti esaminati tra cui le reti sociali e gli attori istituzionali, la memoria dei luoghi, le attività commerciali e i piani terra degli edifici, i saperi tattici e le pratiche d’uso, le centralità e le temporalità. APERTO

team di ricerca Dipartimenti di Culture e Civiltà, Scienze Giuridiche e Scienze Umane dell’Università degli Studi di Verona

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Istituto di ricerca LAA-LAVUE (Laboratoire Architecture Anthropologie) ENSA Paris La Villette-CNRS

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Rete di 25 enti del terzo settore (associazioni, istituti scolastici e religiosi tutti con sede a Veronetta) contributo Fondazione Cariverona

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www.atlasveronetta.it

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05-06. La percezione del quartiere secondo gli alunni degli istituti scolastici della zona: Cosa ti piace a Veronetta? e Una parola per Veronetta. 07. Cronocarta: animazione temporale delle attività al piano terra (esenpio sulle 24 del lunedì). 08. Funzioni: rilievo delle attività al piano terra. 09-10. Vetrine: etnie, generi, ritualità. 11. Momenti di Veronetta. La temporalità dedicata al Preparare.

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L’analisi sulle temporalità e i “momenti” del quartiere è quella, secondo il gruppo francese, che meglio permette di capire l’attuale funzionamento dell’area in esame, e abbozza un quadro delle trasformazioni in atto. In particolare l’interpretazione delle crono-carte animate (già utilizzate dal team di ricerca per altri studi urbani condotti in Francia e nella zona di San Lorenzo a Firenze), permette una lettura dinamica originale delle attività che si svolgono nel quartiere nell’arco temporale della giornata e nei diversi giorni della settimana. Atlas#Veronetta ha il merito di valorizzare l’area con una lettura dello spazio urbano e delle sue molteplici tematiche, problematiche e opportunità. Oltre a restituire dignità al quartiere, fornisce anche alcune indicazioni per orientare le politiche pubbliche per il territorio: per migliorare gli spazi pubblici e l’accessibilità in determinati orari giornalieri, per definire i tanti luoghi “sospesi” presenti, per facilitare processi di sussidiarietà orizzontale

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LAA•ATLAS#VERONETTA

LAA•ATLAS#VERONETTA

RILIEVO DELLE ATTIVITÀ AL PIANO TERRA LEGENDA

BAR RISTORANTI COMMERCI ARTIGIANI ASSOCIAZIONI

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À AL PIANO TERRA

FUNZIONI

SERVIZI STRUTTURE PUBBLICHE CHIESE HOTEL/B&B UNIVERSITÀ GIARDINI

APERTI SU APPUNTAMENTO COMMERCI ARTIGIANI ASSOCIAZIONI STRUTTURE PUBBLICHE HOTEL/B&B

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attivando le molteplici reti sociali mappate, e forse (anche se non emerge in modo così chiaro) per mettere in atto azioni di contrasto a processi di gentrification legati all’aumento di valore degli immobili e alla riconversione di parte del tessuto abitativo in strutture ricettive temporanee. Non ci resta che aspettare e osservare se gli amministratori sapranno cogliere gli spunti emersi da tale ricerca e se le reti relazionali mappate e coinvolte nell’indagine riusciranno a preservare il carattere poliedrico di Veronetta continuando contemporaneamente ad incrementarne le attività sociali e culturali.

1 Ad inizio Ottocento, dopo l’arrivo di Napoleone, la città rimase divisa in due per quattro anni: la destra dell’Adige era in mano ai francesi e la parte sinistra agli austriaci. Il termine Veronette venne utilizzato dai francesi per indicare in modo dispregiativo quest’area di dominio austriaco e sottolineare il fatto che loro avevano in mano la parte più importante della città. 2 Tasan-Kok T., Van Kempen R., Raco M., Bolt G., Towards Hyperdiversified European Cities, A critical Literature Review, Divercities Project Report, 2014. 3 Rassegna di eventi organizzati dall’Università degli Studi di Verona per far avvicinare la ricerca universitaria alla cittadinanza, proponendo forme di divulgazione in luoghi e contesti non convenzionali. 4 Ragazzi e insegnanti delle scuole primarie Bartolomeo Rubele e Abramo Massalongo e della secondaria di primo grado Duca D’Aosta. 5 De Biase A. e Zanini P., Atlas#1 Verona Esplorazioni temporali di un quartiere, Edizioni LaaRecherches, 2018.

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Interiors: Progetto: Babau Bureau+Andrea Ambroso Testo: Irene Meneghelli Foto: Anna Ghiraldini

Scatola bianca Il nuovo showroom di un’azienda di impianti mostra se stesso e lo spazio che lo contiene attraverso un volume bianco permeabile

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’area industriale di Legnago si sviluppa come un’appendice della città, presentando un’estensione pari quasi al suo centro. è la via di accesso al centro abitato che accoglie chi arriva da ovest, percorrendola si ha quasi la sensazione di essere in una città americana, data la quantità di catene commerciali, insegne pubblicitarie e costruzioni fatiscenti. I capannoni a nord e a sud si ripetono uguali,

omologando il paesaggio, la maggior parte privi di una qualsiasi ricerca architettonica: il prefabbricato è dominante, cambiano i colori, la finitura, qualche superficie vetrata in più, a seconda del tipo di azienda. Accettata la monotonia degli esterni, si può sperare di incontrare un po’ di diversità all’interno, anche se l’esito non è sempre così scontato. è proprio con uno di questi innumerevoli anonimi interni che

si sono confrontati i progettisti, il team dello studio Babau Bureau con Andrea Ambroso. I primi, giovane studio di architettura e paesaggio con sede a Venezia, composto da Massimo Triches, Stefano Tornieri, Marco Ballarin, sono approdati nel territorio veronese con Andrea Ambroso, legnaghese di nascita e veneziano di adozione, già conosciuto dalla nostra rivista per la pubblicazione di due lavori realizzati con Spedstudio, di cui era fondatore, sempre nel territorio di Legnago (Porosità urbana, in «AV» 101, pp. 12-17, e Ossimori di pianura, in «AV» 108, pp. 54-59). L’area di progetto riguardava nello specifico l’ingresso, la zona di accoglienza dei clienti, il luogo in cui l’azienda si mostra al pubblico: il cosiddetto showroom. L’ampio spazio a disposizione si presentava come un grande vuoto, delimitato nel suo perimetro da pareti prefabbricate e ampie aperture ricavate tra queste, e nella sua altezza da un controsoffitto bianco a cassettoni. Una delle prime azioni progettuali è stata quella di rimuovere il controsoffitto e decidere di mostrare gli impianti che si celavano al di sopra: la scelta di rivelarli non è stata puramente estetica, ma anche funzionale, essendo una ditta che si occupa

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committente Privato Progetto architettonico Babau Bureau team: Andrea Ambroso, Stefano Tornieri, Massimo Triches imprese e fornitori Veneta Allestimenti CRONOLOGIA Progetto e realizzazione: giugno-dicembre 2016 04

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DATI DIMENSIONALI 98 mq piano terra

appunto di impianti. Le prime ipotesi di progetto contemplavano l’idea di utilizzare dei tendaggi, per ottenere diverse configurazioni dello spazio: creare un luogo che fosse aperto e accogliente, ma che si potesse rendere privato all’occorrenza. Il cuore del progetto è quello che ci trasmette immediatamente il concept realizzato ad acquerello, tecnica che i progettisti prediligono in fase ideativa in quanto molto materica: al centro dello spazio rettangolare della grande stanza, un nuovo spazio. Un volume bianco, una scatola aperta sui due lati lunghi, dà vita ad un luogo semi-privato, che allo stesso tempo comunica con lo spazio circostante. Rialzata da terra, sembra un corpo sospeso, una stanza nella stanza, configurando nuovi flussi all’interno: ci si può camminare attorno, decidere di attraversarla e

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01-02. Vedute interne dall’ingresso: il bancone della reception continua visivamente il volume bianco. 03. L’interno della “scatola”. 04-05. Pianta, sezione longitudinale e dettagli costruttivi dell’allestimento interno. 06. Concept di progetto, acquerello su carta.

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raggiungere la piccola area ristoro al lato opposto o fermarsi presso il tavolo da riunioni. L’interno comunica con se stesso, è volutamente introverso in quanto l’esterno è privo di interesse. La sua funzione di showroom, oltre a “mostrare la stanza” in senso letterale, serve anche a esibire alcuni prodotti: dei particolari tipi di illuminazione, o alcuni prodotti mostrati a schermo. La scelta delle finiture vuole rendere ancora più astratto questo volume: la struttura in legno è rivestita in pannelli

« Un volume bianco rialzato da terra sembra un corpo sospeso, una stanza nella stanza, configurando nuovi flussi all’interno dello spazio » plastici bianchi e lucidi, resi ancor più luminosi dalle ampie vetrate da cui entra la luce naturale, e fluttua nel colore grigio scuro scelto appositamente per il pavimento e il soffitto. è proprio il bianco a caratterizzare questo spazio, a creare un contrasto mostrando che si stacca da terra e si interrompe prima del soffitto, andando a chiudersi nel suo lato corto. La nostra ricerca di un’architettura degli interni non standardizzata è stata soddisfatta: il progetto ha nobilitato lo spazio industriale rivelando le potenzialità della preesistenza, ha configurato nuovi usi e percezioni dell’ambiente attraverso il contrasto cromatico e la finitura dei materiali impiegati.

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07-10. Vedute dell’interno dello showroom; sulla sinistra della “scatola” una piccola area ristoro. 11. Esploso assonometrico dell’intervento.

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#DESIGN_VR:

Diseñar es vivir!

Da Alicante a Borghetto: una designer spagnola di nascita ma veronese di adozione e i suoi progetti di arredi ricchi di forma, materia e colore 01. Ritratto di Beatriz Sempere. 02. In centro città per un allestimento durante Verona in Love. 03. La realizzazione di un prototipo nell’officina dell’azienda seguita in prima persona dalla designer. 04. Schizzo di uno dei pezzi della collezione Apelle.

Testo: Laura De Stefano

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Beatriz Sempere è una designer proveniente dalla Spagna che, arrivata in Italia, ha deciso di restare a vivere in provincia di Verona. Abbinando alla tradizione della sua cultura il gusto per un design raffinato e armonico, dà vita a un perfetto connubio tra brio spagnolo e purezza italiana. Nata ad Alicante nel 1975, si laurea in Industrial Design a Valencia; frequenta poi un corso per modellista di calzature, iniziando la collaborazione con importanti aziende come Bata, Melluso, Lumberjak, Zen, Panama Jack e Freemood. Ma la sua vera passione è la casa e la ricerca della vivibilità; nel 2000 quando si trasferisce in Italia si dedica alla progettazione di elementi di arredo che possano esaltare l’architettura degli interni, collaborando con diversi studi di architettura e seguendo spesso la direzione artistica del prodotto. L’80% dei suoi progetti nasce dalle mani, da un pensiero che diventa maqueta. Nel passaggio alla realizzazione esecutiva, Beatriz trascorre la maggior parte del tempo in produzione, a seguire la realizzazione dei prototipi al millimetro per arrivare al massimo dell’ergonomia e della qualità. Emozionare è il suo obiettivo, e lo fa creando oggetti apparentemente diversi, ma legati dall’essenza e uniformati da una tecnologia attenta e funzionale. Fondamentale poi è la scelta dei materiali e l’intuizione dei

colori, spesso utilizzati per rinnovare le forme vintage, da lei molto amate. Dopo aver lavorato diversi anni con gli studi per arredi e oggetti unici o di numero limitato, nasce il suo primo prodotto di arredo industrializzato, Apelle, quello che ancora oggi continua a darle più soddisfazione e che ormai annovera una collezione composta da tredici pezzi. Con un forte background nel design industriale, Beatriz Sempere esplora quindi la relazione tra l’esperienza dell’utente e l’oggetto con un forte approccio alla funzionalità e all’estetica del design. Nel 2014, dopo alcuni anni di collaborazione, l’azienda Midj le propone di ideare un progetto con Franco Poli, affermato designer: insieme creano la collezione Guapa e nasce il nuovo marchio sempere#poli design, che unisce la freschezza e purezza di Beatriz con la tecnica e l’esperienza di Franco Poli. “C’è sempre un motivo per cui nasce un prodotto, e sicuramente non è ispirato alla copia di un altro o semplicemente perché segui una moda”. Infatti, dietro alle linee del disegno, nelle opere di Beatriz c’è l’Anima che è capace di risvegliare un’emozione; c’è la Natura sempre mutevole, fonte di ispirazione continua: solo così il prodotto è destinato a piacere e a durare nel tempo, senza farsi scalfire dalle mode effimere.

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FRISÈ

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Mentre Beatriz costruiva il modellino di questa seduta ha pensato a un sorriso: due

Frisè e Frisè chaise longue sono due imbottiti ispirati al design degli anni ‘50, con

corpi semplici che si uniscono e si curvano per accoglierti in un abbraccio, sup-

struttura in noce canaletto massiccio, scocca della seduta e struttura dello schie-

portati da una singola linea continua dal tratto avvolgente. Fil di ferro e carta che

nale in cuoio marrone intrecciato a mano. I cuscini, disponibili con rivestimenti sfo-

in seguito sono diventati acciaio e pelle: due materiali dall’aspetto rigido, che con il

derabili sia in tessuto che in pelle, trasmettono un senso di tranquillità e profondo

movimento diventano delicati, flessibili, leggeri ed ergonomici.

relax. Quando l’arredo manifesta tutta la complessità del lavoro artigiano italiano e

Apelle è una collezione composta da sedia, poltroncina, attesa, dondolo, pouf,

il valore dei materiali utilizzati.

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aPELLE

coffee table e sgabello, pensata per quegli spazi di accoglienza dove il confine tra abitare e lavorare si fa sottile, sia nel contract che nell’ambiente domestico.

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GUAPA

FOREST

Midj

Midj

2014

2017

Dalla collaborazione tra la giovane designer spagnola e l’esperienza di Franco Poli è

La richiesta è il progetto di un tavolo con base centrale, da poter interpretare in una

nata una nuova realtà creativa, sempere#poli Design, che per Midj ha firmato la col-

infinità di misure e forme di piano. Camminando nei dintorni di Borghetto, Beatriz si

lezione “Guapa”, che si può descrivere a partire dal suo nome (“bella donna”). Una

ritrova in un boschetto che in primavera appariva verde e frondoso: con la nebbio-

linea che comprende sedia, poltroncina, dattilo, dondolo, lounge, sgabello e tavo-

lina, invece, questi alberi spogli vanno in cerca della luce… Da questa impressione

lino, pensata per gli ambienti dell’attesa, del ristoro e del relax nel settore contract.

scaturisce l’idea di Forest, ispirata al respiro e ai materiali della natura.

Il cuoio lavorato a rete, quale elemento naturale, unisce il comfort alla resistenza, generando un gioco di luci ed ombre che estende il suo fascino all’ambiente circostante.

ZIGZAG/CLIP Italcomma 2010 ZigZag è una linea continua di acciaio studiata per il comfort del libro: una spezzata che, piega dopo piega, ci rende partecipi della sua traiettoria, dando vita ad un percorso dinamico nella disposizione dei volumi. L’emozione convertita nell´anima dell´oggetto. Nel 2017 ZigZag è stata selezionata come uno dei migliori prodotti nell’esposizione “SaloneSatellite. 20 anni di nuova creatività”.

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PLISPLAS ODEON

Calma 2013 “Tutti immaginiamo una forma, un movimento che ci colpisce, che ci chiama, che ci da qualcosa... Dobbiamo solo aggiungere un po’ d’immaginazione. Se lo hai sognato, ora puoi viverlo, crearlo, renderlo solo tuo!”. Plis Plas è una collezione di sedie e sgabelli alti per esterni con struttura di acciaio cromato o verniciato e scocca in polietilene, nata dalla semplice piega di un foglio di carta e declinabile in molte varianti di colore.

MOU

LOOPY

Black Tie

Loop&co

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2013

Mou è uno specchio con struttura e cornice in acciaio tagliato al laser, di forte im-

Loopy voleva rompere con le linee rigorose presenti nel catalogo dell’azienda. na-

patto visivo e unico nel suo genere. Il vetro, realizzato in colori diversi, conferisce a

sce diversa, con profili provocanti e sinuosi: è una seduta comoda e avvolgente,

questo elemento un tocco di modernità pur mantenendo richiami classici dati dal

simpatica e spiritosa. Le forme ricordano nelle linee i maestri del design, la trapun-

decoro sulla superficie, semplice ed elegante che ne esalta la fine bellezza.

tatura e le cuciture in contrasto le infondono una forte personalità, senza rinunciare alla comodità dello schienale adattabile e della seduta con base girevole.

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Alcune figure rimangono nell’ombra, disincantate dal successo, mostrando ogni giorno una forte dedizione al proprio lavoro. Questa è la sensazione che si avverte incontrando Giacomo Bagnara, che della passione per il disegno ha fatto un vero e proprio mestiere. I primi disegni, nudi e privi di colore, sono l’inizio di un percorso personale alla ricerca di un’identità visiva, che è oggi riconoscibile nei suoi lavori. I successi che l’illustratore veronese ha collezionato nei

primi quattro anni di attività arrivano innanzitutto dalla scena internazionale: è infatti il New York Times che scopre per primo l’unicità del suo gesto grafico e lo pubblica già nel 2013. Terminati gli studi, in parallelo ad alcune esperienze in atelier di architettura, porta avanti la passione per il disegno ed entra a far parte del gruppo d’illustratori di Synergy Art, agenzia londinese con cui ancora oggi collabora stabilmente, e che lo introduce ufficialmente nel mondo dell’illustrazione.

Dal semplice tratto di una Bic all’universo digitale dell’illustrazione contemporanea. Giacomo Bagnara ama il disegno, di cui ha fatto una professione. Vive e lavora a Verona, in una piccola casa dove risaltano vivide stampe e oggetti. Sobria e misurata, la sua è la quotidianità di un artigiano dell’illustrazione. Lavora oggi per le più importanti testate giornalistiche nazionali e internazionali (Il Sole 24 Ore, Internazionale, The Guardian, The New York Times, The New Yorker, The Telegraph, The Wall Street Journal e molte altre).

Testo: Filippo Romano

Bagnara.

02. Ritratto di Giacomo

digitale personale, 2017.

01. Monday, illustrazione

IL MESTIERE DELL’ILLUSTRATORE

GRAPHICS

la pagina come luogo da costruire, caratteri e inchiostri come mattoni e pietre. testimonianze e ricerche in un territorio del progetto a due dimesioni.

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Il percorso universitario, che passa per il Politecnico a Mantova e la laurea in architettura, consente a Bagnara di formare le basi, gli strumenti e la forma mentis per quella che lui definisce architettura dell’immagine: un equilibrio di forme, universalmente riconoscibili, con le quali possiamo giocare in maniera libera e ironica. Il disegno ha sempre rappresentato per lui una valvola di sfogo, una sorta di liberazione creativa, in controtendenza con una cultura accademica condizionata da vincoli. Rimane una eredità importante, la sua curiosa attenzione per il design di Ettore Sottsass e gli scritti di Bruno Munari, riconoscibili come elementi fondamentali nell’espressione delle sue immagini. La composizione per Giacomo è equilibrio fra semplicità formale e comprensione istintiva del significato, a volte generato da

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forme ed oggetti, a volte forzato con ripetizione o simmetria di elementi. Anche il colore rappresenta un elemento fondamentale: se in parte dei suoi lavori lo sfondo neutro amplifica l’iconicità di un singolo oggetto, in altri casi è proprio il colore a contribuire alla percezione del tema dell’illustrazione. Nonostante l’era digitale ci abbia abituati ad un vero e proprio consumismo delle immagini, è imprescindibile quanto queste abbiano uno smisurato potere comunicativo: un’illustrazione è carica di significati o allegorie che possono condizionare il lettore nella valutazione di ciò che sta leggendo. La scelta dei soggetti è un processo che deve tener conto non solo dell’impatto visivo, ma anche e soprattutto del significato e dell’interpretazione del lettore. La risposta di Giacomo Bagnara è un linguaggio semplice e diretto, fondato su oggetti della quotidianità che vengono rappresentati nei loro tratti essenziali. L’illustrazione è strumento capace di alterare la forma di realtà oggettive, modificandone la percezione e dando un nuovo significato. Semplici oggetti vengono arricchiti da un uso creativo del colore, che imprime alle illustrazioni una dimensione fantastica e riconoscibile.

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per UStudio Postcards, 2016.

Internazionale, 2018, e Kayak club

06-07. Il falso mito del free trade per

New Yorker, 2017.

05. Autumn book issue, serie per The

2017) e una delle opere, Twins.

Young (Galleria Fuori le Mura, Verona

03-04. Invito della mostra personale

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Non gli piace definirsi artista, cosa che lo fa sorridere. L’illustrazione è per lui un mestiere organizzato e pragmatico, nel quale clienti e necessità editoriali dettano le regole di un “gioco” fatto di scadenze e precise richieste. Il segreto è, quindi, saper addomesticare tutto questo in un processo fluido, ricco di ricerca,


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Magazine, 2018.

issue, copertina per Brummel

Weekend, 2018, e Horology spring

10-11. Attention les Yeux! per Les Echos

Young, 2017.

09. La chiave, illustrazione digitale per

personale, 2018.

06. Natura morta, illustrazione digitale


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piastrella in ceramica per la mostra personale Young, 2017. instagram.com/giacomobagnara_/

13-14. Universi paralleli, stampa su

personale, 2018.

12. Traffic, illustrazione digitale

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giacomobagnara.com

Info:

nuove superfici. A mutare è semplicemente l’intento: la serie di lavori presentati in Young (illustrazioni, ceramiche, tele, sculture) rappresenta la ricerca e la voglia di mettersi in gioco del loro ideatore mostrando la sua duplice, sarcastica ed ironica visione delle cose.

Se, da una parte, l’attività professionale segue delle regole ben precise, che a volte possono limitare la libertà creativa dell’autore, Bagnara ci confessa l’esigenza di una continua e meticolosa ricerca personale, che rappresenta un’espressione più libera e istintiva. Da qui nasce l’idea di Young, la recente mostra personale a Verona nella quale l’illustratore prende le distanze dalla giovinezza e mette in luce una matura consapevolezza, nella quale il colore, pur rimanendo elemento centrale, si trasferisce su

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2017.

illustrazione digitale per Die Zeit,

15. Educazione sessuale nelle scuole,


Giorgio Ugolini (e soci) a Verona 94

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Testo a cura di: Angela Lion

Immaginiamo per un momento di chiudere gli occhi facendo spazio tra i ricordi alla memoria, quella a lungo termine, oscurata spesso dalla frenetica vita quotidiana. “O mutos legei oti esti...”, esordiva Esopo nel VI secolo a.C. la sua favola morale Il topo di campagna e il topo di città. Questa volta, tralasciando l’aspetto più profondo della citazione, la narrazione è condotta in prima persona dalle parole dello stesso protagonista, diventando la mano di chi scrive questa nota solo una parentesi esplicativa di un coinvolgente racconto. Mi chiamo Giorgio Ugolini e sono un architetto. Alla fine della seconda guerra mondiale ci trasferimmo a Verona. Mio padre era medico condotto ‘alle basse’ a Sorgà, dove sono nato

nell’estate del 1938. Abitavamo nel villino del dottore: avevamo orto, galline e conigli, le estati erano torride e d’inverno arrivavano i nebbioni. Questi li ricordo bene perché qualche volta, seduto sul biroccio tirato da una cavallina di nome Linda, accompagnavo mio padre a visitare un paziente che stava in una lontanissima e sperduta corte. Andammo ad abitare a Borgo Trento, in Campagnola, ed era quasi meglio che stare in campagna: campi di frutta e verdura ben coltivati, e nella buona stagione si andava come i ragazzi della via Pal a fare man bassa di ciliegie e soprattutto di fragoloni. Intanto, tutt’intorno, si costruiva a pieno ritmo e io, quasi senza accorgermene, stavo già frequentando il Maffei. Avevo 17 anni quando

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01. Giorgio Ugolini al centro tra i suoi soci storici, Sandro Marconi a destra e Giangiacomo Gabrieli a sinistra. A lato, sezioni dell’abitazione-studio in via Cigno. 02-03. Abitazione-studio in via Cigno: una sala riunioni e piante dei vari livelli (1979). 04. Riqualificazione del municipio e museo di Roncà (1995). 05. La palazzina adiacente al Teatro Romano (primi anni ’70). 04

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persi mio padre: completai l’ultimo anno diplomandomi brillantemente. Custodivo un’idea molto vaga del mio futuro. Decisi architettura, non certo per rispondere ad una ‘chiamata’. A quel tempo mia sorella più grande – che poi andò a sposarsi e a vivere in Cile – aveva uno spasimante iscritto a Venezia. Onestamente non so se per competizione, per emulazione o per una remota gelosia, mi iscrissi anch’io. Furono cinque anni di duro impegno, durante i quali, per giunta, imparai poco o nulla, malgrado il cast straordinario di docenti a mia disposizione. C’erano tutti, tutti famosi: Albini, Scarpa, Gardella, Belgioioso, Zevi, ma delle loro lezioni mi sarei ricordato più tardi. A quel tempo avevo un solo problema che mi ossessionava: finire. Ero stanco, non avevo soldi ed ero distrutto dalla

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quotidianità dell’andare e del tornare. Mi laureai con un risultato modesto e senza nessuna voglia di cambiare il mondo. Ad ogni modo, siccome a quei tempi erano gli ingegneri i professionisti affidabili e noi eravamo solo degli artisti, e questo per me era un problema, decisi per un tirocinio di un anno presso un noto ingegnere dove cominciai a pensare insieme al progetto anche alla struttura, rendendomi conto nel contempo di non avere alcuna attitudine per il calcolo. In quegli anni, intorno al 1966, avevo letto qualcosa sui Gonzaga. Così ritornai con nuovi occhi a Mantova, da Giulio Romano e da Andrea Mantegna. Fu allora che cominciai a capire, ma soprattutto a vedere. La casa del Mantegna vista con occhi maturi era, ed è tuttora, straordinaria: non puoi mettere o togliere niente. Ancora oggi, a

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distanza di cinquant’anni, l’esigenza di togliere il superfluo funziona come un riflesso nel mio lavoro. Naturalmente ci sono state altre figure professionali di riferimento: Aalto, ad esempio, Le Corbusier, ma anche Scarpa, sebbene con il terrore di diventare scarpiano. Renzo Piano, decisamente, continua a rappresentare per me il combinato migliore di talento, di cultura e di etica progettuale. A quei tempi la professione garantiva opportunità, oltre al fatto che eravamo in pochi: per dare un’idea, io porto all’Albo il numero 78. Ricordo bene con quale frenesia si lavorava, quasi nevrastenica, senza orari, sabato o domenica compresi. Lavori privati, grandi e piccoli, lavori pubblici, prefabbricazione, scuole, case di cura, concorsi, concorsi appalto – tanti concorsi – sport, edifici per il culto, un po’ di urbanistica, ville e villini, restauri, ristrutturazioni e così via. Grande era l’impegno, quasi ossessivo: era facile sentirsi parte di un mondo che sembrava chiederti prestazioni straordinarie al suo servizio. In studio eravamo una decina, più due ingegneri. Indimenticabili e insostituibili furono l’architetto Giangiacomo Gabrieli e il professor Sandro Marconi. Si circolava per gli uffici con incedere sicuro. I committenti, quand’anche rupestri, portavano rispetto, e l’arroganza del denaro non si imponeva sulla professionalità, vera o fasulla che fosse. Ho ancora vivo il ricordo di un importante impresario trentino che, appena sedutomi di fronte, entrò nel vivo della questione domandandomi ‘che sconto mi fa?’. Non ricordo

06. Edilizia popolare a Prato (1985). 07. Il complesso residenziale di Vimodrone (Mi) in costruzione (inizio anni Duemila). 08. Centro direzionale e commerciale in via Ca’ di Cozzi, Verona (1988, con Arteco). 09. La piazza del Saval a Verona con gli edifici residenziali e commerciali (fine anni ’90. 10. Centro direzionale Europa, Verona (2003). 09

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come me la cavai, ma ricordo bene che glielo feci. Ho capito più tardi che era un tipo tosto ma non arrogante, e che voleva in quel modo dare priorità al denaro – il suo naturalmente – prima che ai ruoli e alle convenzioni. Nell’ultimo decennio sono entrate in crisi parecchie illusioni: certi miti sono crollati, la visione prospettica si è ridotta, e sia il lavoro che le opportunità hanno dovuto attestarsi sul segno meno. Fortunatamente penso che questa contrazione abbia inciso senz’altro sulla mia attività, ma assai meno sulla mia identità; ha piuttosto consentito una pausa, magari un po’ forzata, ma comunque del tutto nuova, sul lavoro e sul resto. Ora mi sento attirato dal ‘piccolo’, il tempo a disposizione consente di cercare senza frenesia. Da questo punto di vista mi è andata bene. Fare l’architetto oggi è un grande rebus: l’artigianato professionale sembra destinato a sparire così come le botteghe alimentari. I lavori sono decisi altrove, creando la necessità per conto degli investimenti, dietro i quali non ci stanno più le imprese o i clienti, ma le banche, i capitali e spesso la politica. Oggi si trova spazio, quando lo si trova, presso studi strutturati come aziende. La gratificazione è spesso solo di appartenenza, a volte basta. Resta, comunque, una straordinaria

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11. Nuovo ingresso con auditorium e chiesa Istituto Salesiano San Zeno, Verona (1999). 12-13. Edifici produttivi PDG (Verona, loc. Bassona) e Wierer, con il corpo uffici in primo piano. 14. Le tre torri residenziali al Saval viste dall’alto (Verona, 1997).

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opportunità di lavoro: il recupero di un enorme patrimonio costruito, che è un aspetto della migliore qualità di vita. A parte le difficoltà di coinvolgimento, mi auguro sia chiaro a tutti la straordinaria complessità di questa disciplina e il volume di conoscenza e di cultura richieste. Dicevo prima che i migliori progetti sono sempre quelli non realizzati. Un po’ è vero, come ad esempio il centro direzionale all’aeroporto di Verona, che rimane un complesso esercizio di progettazione, datato 2007, o la sede del Consorzio Agricolo di Trento e, soprattutto il Museo di arte orientale a Parma. In ogni modo ce ne sono alcuni realizzati che mi stanno a cuore. Per esempio, un edificio residenziale nella piazzetta del Teatro Romano, progettato nel ’72 per una committenza privata. Il tema del ristrutturare allora – ora non più – era sinonimo di libertà alle proprie propensioni, alle proprie inflessioni, alle proprie sensibilità: l’essere dell’architetto. Era ‘un dove fare’ senza limitarsi e ‘un dove dare’ di sé la parte più nascosta, più

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15. Disegni preparatori per un progetto di edilizia residenziale non realizzato a Quinzano, Verona. 16. Istituto Salesiano in via Provolo, Verona: auditorium e palestra. 17-18. Veduta interna e studi progettuali per il recupero della Dogana Veneta a Lazise (2005).

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celata, forse più sinistra ma sicuramente più della Martesana. Il complesso residenziale, alta, a volte ingannevole, effimera, sensuale e alquanto articolato, ripropone nella sua grandiosa. Un connubio tra passato, storicità del schematicità d’impianto un’interessante soluzione luogo e il tratto di una modernità incalzante che progettuale: un ‘cappello’ architettonico – il tetto – in quegli anni aveva raggiunto il suo apice. Altra ruotato, che dà vita ad una nuova forma tipologica, ristrutturazione: il mio studio-abitazione nella con i pieni identificati dal mattone faccia a vista e i zona di Santo Stefano, del 1979 (cfr. «AV» 91, vuoti con ampie terrazze dall’intonaco. pp. 40-45). Ricordo Tornando nel veronese: il « Fare l’architetto oggi è un poi un complesso di complesso commercialeedilizia popolare in parte direzionale in via Ca’ grande rebus: l’artigianato prefabbricato, realizzato di Cozzi (il “Famila”, professionale sembra destinato a Prato nel 1985, e più 1988), lo stabilimento a sparire così come le botteghe di recente all’inizio FIME Wurth a Belfiore alimentari. I lavori sono decisi degli anni Duemila (1991) e quello Pidigi altrove, creando la necessità per alla Bassona. E poi un altro consistente conto degli investimenti » intervento residenziale a ancora le torri del Saval Vimodrone. Nel primo e Corte Pancaldo, un caso si parla di grandi numeri e di un’edilizia centro direzionale, commerciale e residenziale residenziale qualificata, a misura d’uomo. progettato insieme all’architetto e amico Cenna L’intervento milanese, frutto di un processo di nel 1997. Infine gli edifici direzionali del Centro maturazione progettuale, non tralascia il sito in Europa in ZAI (2003). Tutti questi progetti sono cui insiste, adagiandosi rispettoso di quello che un accomunati da un tema fondante: il rifacimento, tempo era un segno forte del territorio, il Naviglio ovvero il volersi rifare non solo a canoni tipologici

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19. Progetto per la realizzazione di un complesso polifunzionale e albergo in prossimità dell’aeroporto Catullo, Villafranca. 20-21. Veduta del plastico e parte della realizzazione della chiesa a Juasseiro nel nord-est del Brasile. 22. Rimini, residenze di villeggiatura (con Arteco - in corso).

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o stilistici, bensì al valore primo delle persone. Una volta vigeva quell’illusione immobiliare data dalle banche, concetto di poca sostanza. Ora non più: è sopraggiunta una maggior attenzione. Vi è una diffidenza di fondo da parte del committente, poiché quello di cui tratta l’architettura interessa l’investimento più importante, quello immobiliare, e a volte vi è un’arroganza quasi ingiustificata quale elemento di difesa. Il nostro è un mestiere difficile! Ciò che segna questa mia visione negativa e pessimistica verso la nostra professione è, ad esempio, l’andamento di certi concorsi, come quello cui partecipammo per un ponticello di collegamento nei pressi della Dogana veneta a

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Lazise: bandi equivoci, tanti partecipanti da ogni dove, vincitori locali... Progetti nel cassetto? Da un po’ di tempo sto lavorando a un intervento promozionale di due edifici residenziali, ove promozionale sta per ‘se non perfeziono l’acquisto del terreno, il progetto te lo puoi anche tenere’. Con questo dovrei raggiungere la ‘bellezza assoluta’, se non fosse che i due edifici mi remano contro, ed insistono

nell’opporre una resistenza caparbia e dispettosa. Ma più di tutti, mi sta a cuore il progetto in lentissimo avanzamento di una chiesa a Juaseiro, nel nord-est del Brasile. Un non finito in continuo evolversi costruttivo, completamente estraneo al tipo di formazione geometrico funzionalista che mi appartiene.

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IN VIAGGIO CON LA MACCHINA {DiverseArchitetture}

Un fotografo-giramondo, architetto di formazione, che ha utilizzato la sua laurea come bagaglio di un Grand Tour globale tra città e paesaggio

Testo: Valeria Nicolis Foto: Alessandro Gloder

Nome Alessandro gloder Luogo sant’ambrogio di valpolicella Attività FOTOGRAFO Contatto www.GLODERFINEART.com

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Se l’architettura è l’arte di dare forma,

la fotografia è l’arte di comunicare la forma. Forse è questo il filo rosso che annoda

spesso architettura e fotografia, che rende

indissolubili le due discipline e che porta gli architetti a osservare con curiosità il

mezzo di espressione che utilizza la luce come inchiostro.

Ho conosciuto i lavori fotografici di

Alessandro Gloder nel 2009, durante una

mostra allestita al Centro Internazionale

di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona (una lodevole istituzione le cui attività sono

sospese dal 2015 per i lavori di restauro del Palazzo del Capitanio). Gloder faceva parte dell’associazione culturale “Larterìa”, un

gruppo di fotografi veronesi che aveva condotto una ricerca sulla condizione giovanile nel

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riuniti ed esposti nella mostra “Young Days.

i sentieri battuti del turismo tradizionale:

nostro territorio, i cui esiti sono stati

viaggi, grande fonte di ispirazione, eludono

Tredici fotografi nell’universo giovanile a

ciò che Alessandro ricerca è il contatto con

Verona” 1.

Alessandro Gloder si era laureato in

architettura allo IUAV di Venezia, e, come

tanti studenti della stessa scuola, ricorda di aver incrociato nei corridoi il pioniere della storia della fotografia in Italia, quell’Italo Zannier che, dopo studi in architettura e

pittura, aveva scelto di dedicare la sua vita alla fotografia.

Solo dopo la laurea, però, diventa

consapevole delle possibilità che il mondo della comunicazione fotografica poteva

offrirgli: la sua passione autodidatta,

nata come un gioco d’infanzia, prende una

forma professionale e Alessandro comincia a lavorare per agenzie pubblicitarie e

privati, occupandosi soprattutto di fotografia

le persone di culture e abitudini diverse, le

tradizioni di ciascuna popolazione, i diversi paesaggi che delineano il nostro mondo.

Imbattersi in tutto questo e mantenerne il

contatto è quello che fa sentire Gloder vivo,

come lui stesso ama sottolineare, ed è ciò che lo fa sentire parte attiva di questo pianeta. La passione del viaggio e per la

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01. Alcune immagini scattate durante i 321 giorni del viaggio “coipiediperterra”: Advertising vs. people, Hong Kong, 2013. 02. Bund, Shanghai, 2013. 03. Nave cargo, Oceano Pacifico, 2013. 04. Red spot in the lagoon, Bolivia, 2013.

industriale e still-life, in particolare

per industrie metalmeccaniche, strutture ricettive e aziende vitivinicole.

Oltre alla fotografia, la seconda grande

passione di Gloder è il viaggio: per lui, viaggiare significa alimentare e colmare costantemente, in un ciclo continuo, la

curiosità che gli permette di costruire ogni giorno le sue immagini fotografiche. I suoi

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{DiverseArchitetture} fotografia orienta Gloder al reportage e alla pubblicazione, per la rivista «Nigrizia», di una serie di ritratti realizzati in Senegal e Guinea Bissau. Galeotto fu il viaggio che

permise a Alessandro di conoscere sua moglie Elisa, anche lei “giramondo” impenitente.

Alessandro e Elisa, con la scusa della luna di miele, decidono di partire nel 2012 alla

volta di quello che Gloder ama descrivere come il suo master in fotografia: un anno lungo un viaggio, o meglio, un viaggio lungo un anno,

per percorrere il mondo, a piedi, con i mezzi

di trasporto, di terra o di acqua, ma mai per aria. La coppia ha raccontato il progetto nel

blog e diario di viaggio www.coipiediperterra. com, Elisa Bocca ha in seguito pubblicato

un libro 2 e Alessandro è tornato arricchito

di un tesoro di quarantasettemila immagini,

scattate nei ventiquattro paesi attraversati. Al rientro in Italia, la progettualità

professionale di Gloder prende forma. Dopo alcuni mesi di assestamento, decide di

aprire una galleria, dove esporre i lavori

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commerciali ma soprattutto

dove esporre le sue ricerche

fotografiche: paesaggi, ritratti, vita quotidiana, territori. I lavori marchiati Gloder

raccontano porzioni di mondo

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che l’autore ha visitato. Gloder segue con attenzione tutte

le fasi di ciò che chiamiamo

“fotografia”: dallo scatto alla post-produzione alla stampa, che sceglie di realizzare su

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carta cotone per garantire alle opere una buona conservazione.

Gloder stampa in numero limitato ogni immagine: nell’epoca della

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iper-riproducibilità tecnica, il fotografo-

perché è occasione di scambio e contenitore

art una numerazione che vuole avvicinare la

anche un sito dedicato (www.gloderfineart.

architetto decide di dare ai suoi lavori finefotografia alla stampa grafica.

La galleria, che attualmente ha sede a

Sant’Ambrogio di Valpolicella, ha aperto i battenti a fine 2016 dopo quindici anni di

esperienza nel settore, e ha senso di esistere

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adatto per eventi espositivi periodici. Esiste com) che si è delineato come un’esposizione virtuale dei suoi lavori.

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In seguito all’inaugurazione della

galleria, Gloder ha lavorato a un progetto sull’immagine di Verona, Dreaming Verona,

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05-06. Un lavoro per l’azienda Begali Wine in località Cengia a San Pietro in Cariano. 07. Una veduta interna della galleria di Sant’Ambrogio di Valpolicella. 08-11. Alcuni scatti dal progetto Dreaming Verona, 2017.

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allestito già in diverse occasioni3. Si tratta

utilizzare, imparando

con occhi abbagliati da un sole agostano.

che gli stimoli

di una serie di visioni della città ritagliate Ritraendo alcuni dei luoghi più “consumati” nell’immaginario della città turistica,

Gloder transustanzia la banalità della posa

da cartolina in una visione iper realistica,

purificando il campo visivo dai cliché e dagli stereotipi della rappresentazione di Verona.

Nelle fotografie del progetto Dreaming Verona, la città scaligera sembra mettersi in posa,

dipinta attraverso la luce e il segno grafico dell’obiettivo-pennello.

Vedere e osservare come se si stesse

a farne uso lasciando

esterni arricchiscano il suo lessico

visivo. La fotografia

è cultura, la cultura

del nostro tempo, che ogni giorno prende

forma grazie a chi,

come lui, ne racconta il viaggio.

ritagliando quella porzione della realtà che si osserva è un’abitudine tipica di

tutti i fotografi, un allenamento visivo che

permette di renderli tali. “Io, per esercizio, fotografo sempre mentalmente ogni cosa”,

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1 A cura di Arianna Rinaldo, 16 maggio-14

stato esposto presso l’infopoint del cantiere

2 Elisa Bocca, Coipiediperterra. Giro del

alle terme Aquardens di Pescantina.

diceva Minor White, importante protagonista

giugno 2009.

Alessandro Gloder si allena ogni giorno

mondo via terra e mare, 2015.

del mondo della fotografia nel Novecento4.

utilizzando il linguaggio che ha scelto di

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3 Oltre che nella galleria, il progetto è

Verona Central Park (Sarmar costruzioni) e 4 Cit. in S. Sontag, Sulla fotografia,

Einaudi 1978, p. 174.

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Piccoli teatri-cinema nella provincia

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Provincia di Verona

Testi: Federica Guerra Foto: Lorenzo Linthout

La diffusione dei teatri nella provincia veronese sembra testimonianza di un inaspettato livello culturale del territorio: rileviamo infatti come ogni paese, dal più piccolo al più popoloso, fin dagli inizi del ‘900 investa risorse ed energie per la costituzione di una propria sala teatrale. È evidente come gli schemi compositivi non risentano minimamente del dibattito delle contemporanee avanguardie: si tratta di teatri classici all’italiana, dove la gerarchia sociale si legge chiaramente nell’organizzazione di ordini e palchi. È interessante notare come i promotori delle diverse iniziative siano enti pubblici o società tra privati appositamente costituite, ma assai più spesso le Parrocchie, che vedono le sale teatrali come centri di aggregazione sociale e quindi luoghi di stretto controllo della “moralità”. Ma mentre queste sale sorgono in contiguità con le chiese locali,

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i teatri comunali (o Sociali) diventano brani di città, introducendo i canoni di nuove funzionalità urbane. Il forte strappo nella storia di questi edifici avviene intorno agli anni ’40 con la diffusione dell’uso a cinematografo. Al di là degli edifici appositamente costruiti per questo scopo, l’introduzione dei grandi schermi sconvolgerà l’assetto dei vecchi teatri portando talvolta un totale stravolgimento delle spazialità, e rimaneggiamenti spesso sommari con materiali scadenti, sull’onda di un’urgenza di modernità e di un bisogno di svago da contrapporre agli anni duri della guerra. Il ciclo di vita di questi edifici sembrava chiudersi, con scarto di pochi anni, intorno agli anni ’70 a causa della crisi del cinema e del mutare dei costumi: quasi tutti rimangono chiusi per molti anni per ritrovare una seconda vita con alcuni recenti restauri.

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1 TEATRO COMUNALE Nogara Sorto nel 1866 come stalla per cavalli, l’edificio diventò, in parte, sede della scuola elementare ai primi del ‘900. Nel 1911 su progetto dell’ingegnere Raffaello De Marchi fu trasformato in sala convegni e teatro. Il volume dell’edificio rimase sostanzialmente inalterato: all’interno venne demolito il soppalco del fienile e costruita una loggia per gli spettatori; all’esterno furono

modificate le aperture prospettanti su via Molino e sul cortile interno e la facciata su via Roma,che assunsero la configurazione attuale. All’interno venne inoltre realizzato un controsoffitto in canniccio intonacato e decorato: ulteriori decorazioni, sia pittoriche che a stucco, erano probabilmente presenti sulle pareti e furono eliminate nel corso di successivi interventi di manutenzione. Il teatro venne trasformato, nel secondo dopoguerra, in sala polivalente con prevalente uso cinematografico. Il recente progetto di restauro è a firma dell’architetto Guido Dosso.

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2 TEATRO COMUNALE Asparetto (Cerea) L’edificio fu realizzato alla metà del 1700, ma già nel 1885 subì un primo intervento di restauro ad opera dell’ingegnere Mario Bertoli. Fin dagli anni ’20 del Novecento fu utilizzato come scuola elementare e solo tra il 1935 e il 1940 venne nuovamente modificato e ristrutturato realizzando l’attuale palcoscenico. Il definitivo restauro degli anni ’90 ad opera dell’architetto Angelo Grella ha recuperato, oltre alla sala civica del piano primo, anche la sala teatrale al piano terra, che conserva la struttura del palco e del boccascena oltre a tutte le decorazioni originarie.

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TEATRO ZINETTI Sanguinetto

TEATRO PISCIOTTA Casaleone

La realizzazione della sala teatrale all’interno del castello trecentesco di Sanguinetto, prima degli Scaligeri e poi dei Dal Verme, risale probabilmente alla metà del ‘700, quando il maniero, divenuto feudo dei Lion e dei Martinengo, si accingeva a vivere la stagione delle sfarzose corti barocche. Già ai primi del ‘900, tuttavia, poco rimaneva di quell’allestimento, sebbene il teatro fosse rimasto in attività offrendo stagioni concertistiche molto apprezzate. Un rovinoso incendio del 1960 aveva completamente distrutto la sala, dapprima riaperta come cinema-teatro con un intervento sommario e non adeguato al contesto storico, e poi definitivamente chiusa fino agli anni 2000. Un recente restauro concluso nel 2009 a cura dello studio Aeditecne di Vicenza ha riportato in luce gli elementi superstiti originari.

Il piccolo teatro fu probabilmente costruito nella prima metà del secolo scorso, concentrando le risorse sui fronti esterni, che presentano alcuni caratteri di pregio, e tralasciando al contrario l’interno, che risulta molto semplice e non presenta nemmeno il palcoscenico. Prima della seconda guerra mondiale è stato utilizzato come sala cinematografica e sala da ballo, ma fu poi chiuso fin dalla fine degli anni ’60. La facciata principale che dà su via Vittorio Veneto presenta riferimenti classicheggianti delle opere di inizio ‘900 ed è caratterizzata dalla presenza di quattro lesene con capitelli stilizzati che si elevano a maggior altezza rispetto alla parete; la sommità

della parte centrale è più alta ed ha un andamento moderatamente curvo. Sul lato di Via Battisti cinque lesene scandiscono le tracce di interventi che si sono succeduti nel tempo.

5 TEATRO CAPITAN BOVO Isola della Scala L’edificio fu realizzato a metà del ‘700 come “Magazzino per la raccolta dei beni della Decima”, dicitura riportata in un disegno del Trezza del 1788. Fin dall’inizio di proprietà della locale parrocchia, fu trasformato nel 1931 in cinema-teatro con il rinnovo della facciata e l’adeguamento degli interni. Un ulteriore intervento di ammodernamento degli inizi degli anni ’60 dotò lo spazio interno del loggione, e addossò all’antico fronte un avancorpo in cemento e vetro. Questi interventi non preservarono lo spazio dalla chiusura definitiva avvenuta nel 1985. L’intervento di ristrutturazione degli anni Novanta dello Studio Sandrini, riprendendo il motivo dell’alto cornicione in cotto originario, ridisegna complessivamente il prospetto principale oltre a dotare il teatro delle moderne attrezzature sceniche.

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6 TEATRO SAN LORENZO – POLITEAMA SCARMAGNAN Minerbe Realizzato come teatro parrocchiale e sala civica tra il 1953 e il 1955, il teatro venne fin dall’anno successivo adibito a sala cinematografica. Ispirato a uno stile nostalgico che si rifà all’architettura del Ventennio, non lesina quanto a finiture interne in marmi e mosaici di vetro alle pareti. La denominazione “Patronato” rimanda a una visione paternalistica delle attività culturali gestite dalla Parrocchia, in contrasto con il più ‘laico’ e poco distante Politeama. Il primo cinema-teatro

TEATRO DANTE San Pietro di Legnago

di Minerbe, infatti, era già in funzione in un grazioso edificio realizzato nel 1923 e intitolato all’industriale locale Angelo Scarmagnan. Nel 1951 l’edificio, ormai fatiscente, viene demolito per far posto a una nuova sala cinematografica di ampie dimensioni, adeguata alle nuove esigenze tecniche di proiezione, oggi chiusa e in stato di degrado.

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L’edificio fu realizzato nel 1930 secondo uno stile ormai consolidato per le realtà di provincia: una facciata simmetrica scandita da lesene che sottolineano l’alta parte centrale del fronte, ad alloggiare il camerino di proiezione. Dopo quattro anni dal termine dei lavori , infatti, la sala parrocchiale venne subito destinata a cinema e rimase in attività fino al 1978. Dopo la fine dell’attività, tuttavia, la sala continuò ad essere utilizzata per le feste del paese preservandola dal fatale declino di altre strutture analoghe. La chiusura definitiva del 1986 è durata fino al 1992, quando è stato terminato un importante intervento di restauro terminato nel 2004 Nel 1940 i 32 medaglioni, le 49 erme e i 22 busti illustri abbandonano il loggiato che li aveva ospitati per anni per approdare nell’atrio della Biblioteca Civica di via Cappello a Verona, dove si trovano tutt’oggi.

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teatro sociale Villa Bartolomea

cinema cristallo San Bonifacio

Il Teatro Sociale venne realizzato nel 1913 e decorato in stile Liberty da un prigioniero di guerra boemo, Joseph Pikora di Manchersten. Aperto ufficialmente lo stesso anno, è un teatro all’italiana su pianta rettangolare con un solo ordine di palchi e nel tempo venne utilizzato per l’opera lirica, l’operetta, il ballo e, dagli anni ’50, anche per il cinema. Rimase in attività dal 1913 al 1980, quando fu chiuso. Dal 1996, divenuto di proprietà comunale, venne ristrutturato e successivamente riaperto nei primi anni 2000.

Il Cristallo è uno dei pochi edifici nati con destinazione esclusiva a sala cinematografica e rientra in un progetto più complessivo di ridefinizione degli isolati lungo Corso Italia, realizzato tra il 1940 e il 1958. L’edificio, progettato da Antonio Tizian tra il ’52 e il ’58, si rifà ai caratteri dell’architettura razionale, nel prospetto ad angolo stondato che separa i due fronti ortogonali inquadrati da fasce laterali che li incorniciano. La sovrapposizione di finestre a nastro, le alte finestre multipiano, la pensilina d’ingresso e la scritta di sapore vintage completano l’edificio che deve essere letto nel rapporto che esso stabilisce con gli altri edifici della via, in un rimando di riferimenti incrociati.

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11 TEATRO PARROCCHIALE Cerro Veronese Sorto nel 1965 su progetto dell’architetto Marino Padovani prima, e dell’ingegnere Camillo Salvi alla morte del primo progettista, venne realizzato per rispondere alle esigenze di spazi vari per le attività

parrocchiali. Si componeva infatti,oltre che di una sala cinematografica, anche di alcune aule al piano interrato che funzionarono per le opere parrocchiali, come aule scolastiche e anche come P.A.T. (Posto di Ascolto Televisivo). Da sottolineare nell’architettura del semplice edificio il riferimento alla cultura costruttiva della tradizione locale con gli angoli in pietra della Lessinia, così come la copertura della pensilina d’ingresso e lo sporto di gronda del fabbricato principale. Gigliola Cinquetti, gloria locale, animò l’indimenticabile (!) inaugurazione.

10 teatro comunale - cinema ferrini Cologna Veneta Il Teatro Comunale fu costruito tra il 1857 e il 1866 (inaugurato nel 1875) su progetto degli ingegneri Domenico Piccini e Vincenzo Fornasa, con un importante fronte sulla secondaria via Vecchietti appositamente disegnato dall’architetto veneziano Pietro Abriani in stile moresco. Il retro prospiceva l’attuale Piazza del Mandamento, principale arteria cittadina, lungo cui scorreva il fiume Guà spesso oggetto di esondazioni, da cui la necessità di ruotare il fronte principale. Gli interni decorati con affreschi e stucchi, le dimensioni notevoli della platea e la bella pianta a campana ne facevano uno dei teatri più lussuosi della provincia veronese. Il teatro restò in attività fino al 1949, quando fu sottoposto a un totale rimaneggiamento per poterlo trasformare in cinema, adeguandolo alle nuove esigenze tecniche. Il fronte principale venne ruotato verso Piazza del Mandamento (nel frattempo bonificata con la deviazione del Guà), vennero irrimediabilmente distrutte tutte le decorazioni interne e venne apposta una

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nuova facciata “moderna” al precedente fronte ottocentesco. Dopo un ulteriore abbandono della fine degli anni ’70, nel 1988 l’edificio è stato completamente ristrutturato, su progetto dell’ingegner L. Ravazzolo, riportando il fronte di Piazza del Mandamento alle sue fattezze originali. Cologna Veneta vanta un secondo cinema, intitolato all’illustre concittadino Beato Contardo Ferrini. L’edificio, costruito tra il 1924 e il 1930 su progetto dell’ing. Giuseppe Bongiovanni, presenta nella facciata le linee di un sobrio stile Liberty, rimaste immutate nonostante l’intervento di restauro avvenuto nel 1952. Chiuso nel 1984, e sottoposto a un radicale rinnovamento nel 1992, è oggi adibito esclusivamente a sala cinematografica.

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12 TEATRO PARROCCHIALE ORLANDI Velo Veronese Costruito nel 1948 su progetto dell’ingegner Enea Ronca come “Patronato” per celebrare i concittadini caduti nelle due guerre mondiali, l’edificio si componeva di aule per le attività parrocchiale e di un bel salone a doppia altezza adibito alle attività del doposcuola e a sala di rappresentanza. I prospetti e gli interni richiamano un sobrio Novecentismo nell’ordine compositivo e nei riferimenti a elementi dell’architettura classica, come l’Arca dei Caduti sul fronte principale, oggi non più visibile. Realizzato con il contributo, sia economico che in termini di partecipazione attiva, di tutta

10 la cittadinanza, ha rappresentato un centro di aggregazione sociale per tutto il territorio, soprattutto in quanto sede della compagnia teatrale Le Falìe. Caduto in stato di obsolescenza, è stato recentemente sottoposto a un intervento di ristrutturazione a firma dell’architetto Ezio Albi, che ha adeguato il teatro alle moderne esigenze.

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13 TEATRO G. BIANCHI Pescantina

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L’edificio dell’attuale Teatro Bianchi venne realizzato nei primi anni del Fascismo con funzione di palestra, accanto a uno spazio aperto erboso adibito a saggi ginnici e manifestazioni varie. Durante la seconda guerra mondiale venne adibito a deposito di generi alimentari per le truppe tedesche stanziate nel nord Italia. Alla fine della guerra, dopo un parziale ripristino, venne tramutato in teatro e sala cinematografica. Un radicale recupero degli anni Ottanta del ‘900 ha completamente modificato l’assetto degli ingressi, la disposizione della platea e della galleria e le quinte teatrali, lasciando tuttavia leggibili ancora alcuni stilemi dell’architettura novecentista originaria.

14 TEATRO VIRTUS Sommacampagna Costruito nel 1911 per essere destinato ad accogliere attività culturali ed iniziative di interesse sociale, il Cinema Teatro Virtus sin dagli anni ‘20 dello scorso secolo ospita proiezioni cinematografiche e, in misura minore, spettacoli teatrali. Rimasto in attività per oltre sessanta anni, era stato chiuso negli anni ‘80 a causa dell’obsolescenza della struttura. Ristrutturato nel 1998, ospita rassegne cinematografiche, oltre a convegni e altre iniziative culturali.

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Edil Rapid: professionisti delle case ben fatte

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In legno o in muratura, le case Edil Rapid sono ad alta efficienza energetica Da più di vent’anni, Edil Rapid dà forma ai sogni di chi vuole una casa a propria misura. Ristrutturiamo dando nuova vita alle abitazioni, costruiamo seguendo i desideri di chi andrà ad abitarci e siamo professionisti nel mantenere gli edifici funzionali ed efficienti. In ogni fase realizzativa del progetto, Edil Rapid coordina le attività di una squadra affiatata di professionisti per assicurare qualità e precisione negli interventi, oltre al rispetto dei tempi di consegna. A coordinare gli interventi Mirco Perina che, dopo aver fondato l’azienda, ha saputo ampliare gli ambiti di intervento di Edil Rapid specializzandosi anche in costruzioni in legno.

Oggi, infatti, Edil Rapid costruisce con metodo CasaClima, per garantire ai committenti abitazioni ad alto confort, in un ambiente sano e che fa vivere al meglio. Ma che siano strutture in legno o in muratura, l’attenzione di Edil Rapid è sempre rivolta al risparmio energetico: affianchiamo e consigliamo i clienti nella scelta dei materiali di costruzione e di isolamento più idonei all’edificio e alle esigenze di chi andrà a viverci, puntando su prodotti naturali e salutari. Lo facciamo perché siamo professionisti delle cose fatte bene e perché ci piace il calore di ambienti unici.

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Una storia incisa nel legno si misura con il futuro Nuovo centro pavimenti Serugeri: uno spazio al servizio di chi progetta impianto di riscaldamento a pavimento. C’è poi la proposta di pavimento di ultima generazione, l’LVT, con una composizione innovativa, dallo spessore minimo e la massima resa: è particolarmente resistente all’abrasione, all’elevato calpestio ed è consigliato in ambienti umidi. Si possono poi trovare tutti i complementi (battiscopa, profili, materassini sottopavimento) in abbinamento. Il tutto sempre con un occhio puntato al fattore ecologia: tutti i prodotti sono composti da materiali provenienti da foreste certificate e sono ad emissioni zero. Serugeri incoraggia un’ottica di scambio reciproco: architetti e interior designer possono utilizzare questo spazio per visionare e abbinare i materiali insieme ai propri clienti. Ma possono anche prenotare lo spazio (dotato di zona proiezione) per esporre tematiche legate al proprio lavoro o proposte culturali e artistiche in una cornice di continuo dialogo per costruire insieme un futuro proficuo.

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Serugeri, realtà primaria del panorama imprenditoriale veronese, dal 1952 ha fatto del legno il cardine e il cuore del proprio lavoro. L’attenta selezione dei prodotti porta l’azienda ad evolversi e ad ampliare continuamente l’offerta tradizionale, integrandola di anno in anno con materiali all’avanguardia (ad esempio gres porcellanato o solid surfaces). Da qui l’esigenza di creare il nuovo showroom in cui il cliente, oltre alle tradizionali superfici in legno, trova materiali sempre più avanzati, tra cui anche i pavimenti. Il personale Serugeri accompagna i clienti nella ricerca consigliando il pavimento dalle caratteristiche più idonee per ciascuna area di applicazione: uso residenziale, commerciale e industriale. I pavimenti vanno dal tradizionale parquet proposto però in chiave sempre attuale e moderna, passando poi per il versatile pavimento melamminico proposto in numerose varianti e spessori posabili in diverse situazioni, ad esempio su pavimenti già esistenti o dove è presente un

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Urco, c’è la Urquiola!

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Lo showroom MODO+ di San Pietro in Cariano ha ospitato Patricia Urquiola, architetto e designer di fama internazionale, per l’evento “Cassina: The Other Conversation” Un incontro affollato e festoso ha segnato l’apertura di una serie di appuntamenti che si terranno presso lo showroom MODO+ di San Pietro in Cariano, pensata per portare anche in provincia, rispetto all’epicentro di Milano, la cultura del progetto di design attraverso occasioni di incontro e di crescita per architetti e progettisti – oltre che per gli “utilizzatori finali”, naturalmente. Non poteva esserci per questa occasione un personaggio dall’entusiasmo più contagioso di Patricia Urquiola, introdotta nell’occasione da Laura De Stefano, vicepresidente dell’Ordine degli Architetti di Verona. Spagnola di nascita, Patricia vive a Milano oramai da molti anni, da quando ancora studentessa si è trasferita al Politecnico, dove si laurea in architettura con Achille Castiglioni. Da allora, vita e lavoro l’hanno fatta rimanere in Italia, ma l’inconfondibile cadenza iberica la fa sembrare un personaggio da film, mentre racconta con disinvoltura avventure professionali e incontri davvero invidiabili. Alle sue spalle scorrono le immagini dei suoi lavori, perché divani, poltrone e allestimenti non può certo portarseli in una borsa per mostrarli al pubblico: come era solito fare, per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo dal vivo, Achille Castiglioni nelle sue lezionispettacolo. La metodologia progettuale e la genesi di ogni singolo oggetto passava attraverso una irrefrenabile curiosità per le cose, concretizzata da una caleidoscopica collezione di pezzi, molti dei quali anonimi, che tirava fuori come un prestigiatore dal cappello a cilindro, per poi spiegarli, smontarli e e ricomporli, manovrarli... Era una gioia assistere a quegli antesignani talk, e il senso di una teatralità nel raccontare i progetti in pubblico è sicuramente permeato nell’allora giovane assistente, che oggi nomina continuamente – e doverosamente – il mitico Achille, come pure altri personaggi che ci riportano alla stagione d’oro del design italiano. Patricia è infatti a fianco di Vico Magistretti lavorando per DePadova, poi per cinque

anni è responsabile per il design nello studio di Piero Lissoni. Nel 2011 l’apertura della sua “firma” indipendente la vede lanciatissima, ma sempre sottolineando il ruolo fondamentale dell’équipe dei collaboratori nel lavoro di gruppo in studio. Impossibile ricordare in questa occasione tutte le aziende per cui ha lavorato e i moltissimi progetti nel campo del product design: su tutti, il rapporto più durevole è quello con Moroso, perchè come è noto “il primo Moroso non si scorda mai!”. Dal 2015 al suo palmarès professionale si è aggiunto il prestigioso incarico di art director per Cassina, che porta Patricia Urquiola a ripercorrere l’intera traiettoria dei grandi protagonisti del design italiano: la storia di Cassina è infatti tout court la storia dei design italiano, con quattro premi Compasso d’Oro per i singoli prodotti – tra cui il divano Maralunga di Vico Magistretti nel 1979 – e all’azienda stessa nel 1991 in riconoscimento del suo contribuito alla

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produzione industriale. L’archivio di Meda è ricchissimo, e Patricia ci sta lavorando attualizzando alcuni pezzi storici della collezione, oltre che proseguendo la ricerca sull’innovazione del prodotto con alcuni dei nomi più prestigiosi del panorama internazionale del design, da Grcic ai Bouroullec. Uno dei lavori eseguiti nell’ambito dell’art direction di Cassina ha riguardato lo storico showroom di Milano in via Durini: scorrono le immagini, durante il talk, degli allestimenti storici di Magistretti e del soppalco

progettato da Castiglioni. La scelta, sofferta ma necessaria, di smantellare un intervento del maestro oramai datato e inattuale, ha consentito di ripensare lo spazio centrale della cupola all’interno del negozio, in funzione di un percorso di risalita a nuovi spazi messi a disposizione di professionisti e consulenti. Ecco come il passaggio di testimone tra le generazioni di designers non poteva trovare un luogo più esemplare e rappresentativo. Passando in rassegna altri lavori del suo studio, tra allestimenti e interni, Patricia

01-03. Patricia Urquiola durante il talk alla presenza di un numeroso pubblico . 02

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04-05. La presentazione della prestigiosa ospite da parte di Laura De Stefano, e il momento conclusivo degli autografi. 06. Lo showroom MODO+ a San Pietro in Cariano (VR).

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racconta poi le vicende di un progetto architettonico al quale si è dedicata con molto slancio e passione: un luogo incantevole sulle rive del lago di Como, un tema sperimentato – la destinazione alberghiera – e una proposta che viene inizialmente respinta per un malcelato senso del rispetto dei luoghi (ovvero perché non aveva tetti in coppi, gronde e altre amenità del genere). Con molta tenacia, pazienza e dedizione, Patricia è riuscita a convincere della bontà della proposta, ora realizzata, lavorando con estrema “gentilezza”. Insistendo più volte su questo termine, che purtroppo spesso ci dimentichiamo di usare – sia nei progetti che nei rapporti, reciproci, con gli enti – la conversazione volge al termine, lasciando ai presenti questo sorridente e impegnativo richiamo.

di Conati Franceschetti attraverso le partnership con importanti realtà italiane e internazionali, e grazie alle competenze in continua crescita del team. La filosofia di MODO+ è legata all’esigenza di definire modalità alternative agli stereotipi dell’abitare: lo showroom, uno spazio espositivo di circa 1500 mq, si configura infatti come uno spazio libero, dove libera è l’interpretazione dell’espressione dei prodotti, del design e della tecnologia da parte di architetti e designers.

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modo +

MODO+ “Siamo molto soddisfatti di essere riusciti a portare qui a Verona un grande nome del design come Patricia Urquiola e della massiccia partecipazione che abbiamo visto, sia da parte dei professionisti che dei semplici amanti del design” ha dichiarato Federico Conati, comproprietario di MODO+, che il prossimo anno festeggia dieci anni di attività. Nato per essere punto di riferimento del settore dell’arredo di alta fascia e rivoltoe per vocazione naturale ai professionisti e ai clienti più esigenti, MODO+ sviluppa l’esperienza pluriennale

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Il Genio della scala

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Una ampia gamma di montascale e servoscale a poltroncina tra i servizi offerti dal Gruppo Stevan Elevatori Il Gruppo Stevan Elevatori è sempre stato particolarmente sensibile alle esigenze degli utenti con difficoltà motorie, distinguendosi come l’azienda che, in cinquant’anni, ha dedicato più energie a questo tipo di clientela. L’esperienza maturata nel settore ha condotto il Gruppo ad offrire ad ogni utente la macchina più adatta alle proprie necessità, curandone in modo particolare l’affidabilità, la personalizzazione e la durata nel tempo. In considerazione di questo importante e particolare settore, e in seguito all’evoluzione delle richieste dei clienti, Stevan Elevatori ha stretto una forte parntership con Handicare, ditta internazionale specializzata nella produzione di servoscala a poltroncina. La gamma di montascale disponibili è davvero ampia e variegata per

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soddisare ogni tipo di esigenza. Tra i vari impianti spicca il modello Genio°°° Freecurve: elegante, comodo e facile da usare. Genio°°° Freecurve è progettato per scale con curva e, come tutti i servoscala Genio°°°, nasce con una guida personalizzata, disegnata specificatamente per la scala del cliente. Per abbinare l’impianto all’arredamento della casa, è possibile scegliere tra diversi modelli di poltroncina, con colori e materiali diversi, e selezionare il colore che più si preferisce anche per la guida di scorrimento. Numerosi accorgimenti tecnici rendono Genio°°° estremamente sicuro ed affidabile: la cintura di sicurezza tiene ben salda la persona seduta sulla seggiolina; sensori di sicurezza bloccano il montascale

ogniqualvolta incontri un ostacolo o un’ostruzione; utilizzando un semplice bottone, è possibile aprire o chiudere la pedanina poggiapiedi, che prensenta una speciale illuminazione per evitare di inciampare in condizioni di bassa luminosità, come può capitare in un corridoio o in un sottoscala. Il montascale Genio°°° è estremamente silenzioso, non reca quindi alcun disturbo all’interno della casa. Per agevolare e rendere più sicura la salita e la discesa dal servoscala, la poltroncina può essere ruotata verso il pianerottolo. Tramite il sistema Active seat, un dispositivo che solleva il sedile della poltroncina, l’utente viene inoltre aiutato ad alzarsi e sedersi sul montascale in modo semplice e comodo togliendo tensione alle gambe. L’ingombro dell’impianto è ridotto al minimo per garantire la libertà di passaggio sulla scala a tutte le persone. La poltroncina, quando non viene utlizzata, può essere inoltre ripiegata su sè stessa lasciando

così ancora più spazio libero. Grazie alla tecnologia PhotoSurvey3D Stevan Elevatori può misurare perfettamente la scala e mostrare al cliente il disegno 3D dell’impianto inserito nella sua abitazione. In questo modo il cliente può rendersi effettivamente conto dell’effetto finale dell’installazione e scegliere la configurazione che preferisce. I tempi di consegna dei montascale sono estremamente veloci. L’installazione è semplice e non richiede opere murarie o modifiche alle scale del cliente. Il Gruppo Stevan Elevatori è disponibile per sopralluoghi e preventivi gratuiti e senza impegno sia per montascale curvilinei che rettilinei.

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Pietre naturali per raccontare una storia straordinaria

Forall lighting tecnology and design La luce si fonde con l’architettura, semplici geometrie vengono pensate e sviluppate per far si che la luce sia la protagonista

Nel distretto del marmo della Valpolicella da oltre 40 anni una realtà in continua evoluzione

Il marchio Regina® si pone come supporto per architetti e designer per il confronto di idee e nuove strategie per la propria espressione di carattere Made in Italy. In virtù dell’ingegno e delle tecnologie avanzate a disposizione delle migliori realtà del settore, Regina® ha un approccio di carattere artigianale e del ‘fatto su misura’: in questo modo lavorazioni avanzate ed elevate capacità produttive possono creare valore aggiunto alla materia che prende forma.

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PROGETTAZIONE La progettazione è il cuore della nostra azienda. La caratteristica di Forall è la realizzazione di estrusi in alluminio, i quali poi andranno a contenere la Luce, per renderla architettura negli ambienti. Grazie anche all’uso delle nuove tecnologie, quali la stampa 3d, riusciamo a realizzare soluzioni d’illuminazione progettate per molte tipologie di ambienti.

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Marmi Regina® è un’azienda che da sempre accompagna il cliente nella scelta del materiale più adatto, nella progettazione e nel realizzo di opere di prestigio in marmo e pietra naturale. Ogni opera è progettata secondo unicità ed accuratezza del dettaglio indipendentemente dalla scala di realizzazione: si passa da progetti di architettura di grande scala in ambito di edilizia privata e/o pubblica ad interior design e design con estrema flessibilità.

RICERCA La ricerca e lo sviluppo sono la base di ogni azienda lungimirante. L’illuminazione negli ultimi anni ha visto un cambiamento epocale con l’avvento del LED. L’elettronica oggi presente nelle lampade ci costringe, e ci stimola, ad investire nella continua ricerca della miglior performance nella qualità della luce, e nella sua fruibilità con l’utente finale.

REALIZZAZIONE L’assemblaggio delle nostre lampade viene realizzato a mano. Un importante know-how sui metodi di calandratura dell’alluminio rendeno i nostri prodotti unici.

SPECIAL PROJECT Geometrie pensate e sviluppate per far sì che la luce sia la protagonista all’interno dell’architettura, danno la possibilità ai professionisti di poter adattare e creare prodotti unici e certificati.

DISTRIBUZIONE Una struttura organizzata per offrire un servizio all’avanguardia di logistica e supporto permette ai nostri clienti di snellire la gestione del cantiere, e poter fare affidamento su una consegna pronta e puntuale per qualsiasi tipo di esigenza.

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NOVITÀ 2018 ANGELO PASSUELLO

SAN LORENZO

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San Lorenzo, posta sull’antica via Postumia, è una delle più antiche e affascinanti chiese di Verona ma la sua storia, fino ad ora, non era stata ancora interamente indagata. Prendendo le mosse da un’accurata analisi delle vicende storicoarchitettoniche del complesso, dalla fondazione altomedievale all’età moderna, con l’ausilio di documenti inediti e di un accorto studio dei materiali, il volume rende conto dell’articolata diacronia del costruito: dall’innalzamento, mediante una campagna edilizia omogenea conclusasi entro il primo decennio del XII secolo, agli estensivi interventi di ripristino otto-novecenteschi. Vengono qui valutati, in particolare, sia l’impresa del rettore don Pietro Scapini, il quale sul finire del XIX secolo decise di “ridonare” alla fabbrica il suo presunto aspetto originario, sia quella del soprintendente Piero Gazzola, che ne curò il riassetto postbellico dopo le gravi lesioni causate dalle incursioni aeree alleate fra il 1944 e il 1945.

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L’interpretazione dei restauri ha dato spunto a un completo riesame del cantiere romanico, modificandone la narrazione “canonica” e sottolineandone l’importanza nell’Italia settentrionale del primo XII secolo.

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