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RIVISTA TRIMESTRALE DI ARCHITETTURA E CULTURA DEL PROGETTO FONDATA NEL 1959

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ISSN 2239-6365

Terza edizione — Anno XXV — n. 3 Luglio/Settembre 2017 — Autorizzazione del tribunale di Verona n. 1056 del 15/06/1992 Poste Italiane spa — spedizione in abb. postale d.i. 353/2003 (conv. in I.27/02/2004) — art. 1, comma 1, dcb verona

Palla al centro — Doppio paesaggio per due — Un glamping lacustre — Aprire al Borgo — Ceci n’est pas une fenêtre — Il cittadino custode e architetto — C’è Grano per tutti — MN-VR: architettura e ritorno — Ci mette il becco LC — Il fuoco sacro dell’architettura — Radiodays — Studiovisit: Giorgio Forti — Itinerario: Marcello Zamarchi a Verona.

WWW.ARCHITETTIVERONAWEB.IT

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MODO+, prima di essere uno showroom, è un’insieme di competenze, di esperienze, di apporti creativi e di capacità interpretative. Un team di professionisti che si arricchisce di continuo per aggiungere, a elevati standart di qualità e innovazione, una visione del prodotto e del design proiettata in avanti. Un’identità esclusiva, un punto di riferimento nel settore. la realtà di MODO+ va molto oltre i confini di Verona, lo dimostrano i lavori realizzati in ogni parte del mondo grazie alla capillare distribuzione e le importanti partnership internazionali.

lo showroom

Nuovi progetti, evoluzione e immagine portano la firma di protagonisti della scena internazionale del design, della comunicazione e dell’architettura. MODO+, uno showroom moderno nel concept, nella costruzione, nella presentazione e nella capacità di venire incontro alle esigenze di un’ampio segmento di clienti.

l’obiettivo

MODO+ si propone per creare stili e ambienti diversi, mantenendo come filo conduttore la qualità, non solo nei prodotti ma anche nei servizi offerti al cliente. L’obiettivo principale è quello di soddisfare le esigenze dell’acquirente con proposte personalizzate e progetti concreti; soluzioni pensate per una dimensione abitativa esclusiva. Migliorare la qualità della vita di privati e aziende, traducendo necessità e desideri della clientela in progetti e prodotti di altissimo profilo. Offrire al pubblico la prima scelta delle migliori aziende del settore. Garantire un servizio su misura dalla progettazione al montaggio. MODO+, la sicurezza di rendere l’ambiente domestico e di lavoro più confortevole, più elegante, piu bello. Una scelta di valore, destinata a rinnovarsi nel tempo.

la filosofia

Nasce l’esigenza di definire modalità alternative a certi stereotipi abitativi, all’interno di questo concetto si colloca MODO+, uno showroom alternativo, dove lo spazio è libero, libero di interpretare ogni volta le espressioni dei prodotti, del design e della tecnologia.

la strategia

Un posizionamento chiaro: il mercato di fascia alta. Una mission precisa: dare ai professionisti del settore una collocazione strategica. MODO+ ha scelto di costruire la propria identità puntando su argomenti importanti, la concretezza, il design, l’immagine, la progettazione, l’attenzione al dettaglio e al servizio completo e personalizzato.

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LE PORTE BRONZEE THE BRONZE DOORS Le porte bronzee della basilica di San Zeno a Verona sono uno dei capolavori assoluti dell’arte romanica europea. Le scene di intensa forza espressiva delle quarantotto formelle sono raccordate da cornici a traforo e da elementi decorativi minori e sono disposte sui due battenti della porta a simboleggiare sinteticamente il percorso di salvezza del cristiano: Cristo come porta per la vita eterna. Sul battente di sinistra sono raffigurati prevalentemente episodi del Nuovo Testamento, mentre nel battente di destra sono presenti scene tratte dall’Antico Testamento e quattro formelle con storie di san Zeno. I bronzi sono attribuiti a tre diversi “maestri” e ai loro atelier, e vengono datati tra la fine dell’XI e il XIII secolo.

30 x 32 cm 200 pagine 160 fotografie a colori. Testo italiano e inglese stampato in carattere Dante, su carta Tatami delle cartiere Fedrigoni di Verona. Copertina cartonata e 65,00

In uno straordinario volume di grande formato, i testi di Fabio Coden e di Tiziana Franco, dell’Università di Verona, espongono lo stato attuale delle conoscenze e degli studi, mentre le fotografie di Basilio e di Matteo Rodella (BAMSphoto) riproducono le quarantotto formelle e tutti gli altri elementi minori per consentire al lettore di comprendere e di svelare anche i più minuti dettagli.

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Professione: Architetto Testo: Giancarlo Franchini

“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (Art. 4 comma 2 - Costituzione Italiana) “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” (Art. 9 – Costituzione Italiana) “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. La legge stabilisce i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” (Art. 41 – Costituzione Italiana) “La creazione architettonica, la qualità delle costruzioni, il loro inserimento armonioso nell’ambiente circostante, il rispetto dei paesaggi naturali e urbani e del patrimonio collettivo e privato sono di pubblico interesse” (27° Considerando - Direttiva 2005/36/CE)

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Questi quattro incisi sono estratti dalla Nostra Costituzione e dalla direttiva CE e posti in capo al nostro Codice Deontologico. Codice che, nel “Preambolo”, inizia così: “La professione di Architetto, Pianificatore, Paesaggista, Conservatore, Architetto Junior e Pianificatore Junior è espressione di cultura e tecnica che impone doveri nei confronti della Società, che storicamente ne ha riconosciuto il ruolo nelle trasformazioni fisiche del territorio, nella valorizzazione e conservazione dei paesaggi, naturali e urbani, del patrimonio storico e artistico e nella pianificazione della città e del territorio, nell’ambito delle rispettive competenze”. Nel leggere queste citazioni non possiamo non cogliere la forza del loro contenuto e la responsabilità che ci viene assegnata nell’esercitare la nostra professione che, se condotta con scienza e coscienza in onore di quanto contenuto negli incisi sopra citati, non può risparmiarsi nell’applicare il massimo impegno intellettuale (e non solo di mezzi), per ottenere il miglior risultato possibile nell’interesse del proprio committente, ma anche della società civile. Per poter esprimere questo grande sforzo, ognuno di noi, dal più giovane al più anziano, dal professionista più strutturato a quello che svolge l’attività singolarmente, ha affrontato un percorso formativo, dall’ateneo al tirocinio, e poi nell’esercizio quotidiano della professione, con l’obbligo intellettuale e morale, non solo imposto dalle norme, di un continuo aggiornamento. La qualità delle nostre prestazioni professionali è quindi indiscutibilmente frutto della nostra intelligenza e dei saperi che, giorno dopo giorno,

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abbiamo acquisito con l’esperienza diretta e con lo studio. Quanto valgono la conoscenza della materia e la competenza che ogni giorno esprimiamo nell’esercizio della nostra professione? Quindi, qual è il valore della qualità della prestazione professionale? Può un’attività che incide sui valori enunciati in premessa e sanciti dalla Costituzione, essere messa sul libero mercato a garanzia del “principio comunitario di libera concorrenza” 1, dello sviluppo delle infrastrutture e la competitività 2 ? O forse la concorrenza e la competitività non dovrebbero essere basate sulla qualità, più o meno elevata, della prestazione professionale? Ce lo stiamo chiedendo dall’entrata in vigore del “Decreto Bersani” (223/2006), con il quale venne abrogata, con la motivazione di doverci adeguare alle norme comunitarie in favore della libera concorrenza, l’obbligatorietà delle tariffe fisse o minime previste dai regolamenti di Ordini e Collegi. Decisione, questa, poi rimarcata, sempre con lo stesso “nobile” spirito di uniformarsi alle norme comunitarie, dal “Decreto Monti” (1/2012), che le abrogò definitivamente. Con forza Ordini e Collegi riuniti nel C.U.P. 3 tentarono di opporsi e resistere alle imposizioni del Governo argomentando puntualmente il loro dissenso, ma trovando sempre una chiusura totale sull’argomento. Opposizione e resistenza che provocarono, invece, lunghe indagini e pesanti interventi dell’Antitrust nei confronti degli Ordini e dei Collegi. L’abolizione delle tariffe professionali, e soprattutto dei minimi tariffari, era stata motivata come il


principale elemento di tutela del consumatore, che però, sempre più spesso, è molto lontano dalla figura tipicizzata della “casalinga di Voghera” tutelabile dal diritto comunitario, rivelandosi invece in concreto quale soggetto economico, con una forza contrattuale sempre più spesso superiore a quella del professionista. L’esigenza di lavoro dell’architetto e la posizione economica dominante del committente, sia esso pubblico o privato, con la mancanza di tariffe di riferimento, hanno provocato soprattutto una corsa al ribasso tra i professionisti, a danno della qualità del servizio, procurando danni al consumatore e al suo patrimonio. Ma non solo: chi ci governa deve avere anche coscienza che la scarsa qualità e attenzione nello svolgere la prestazione professionale mette a repentaglio anche il patrimonio pubblico, svuotando il senso principe delle citazioni iniziali. È solo da qualche mese che la “Politica” ha cominciato ad accorgersi che l’attuale contesto impone con urgenza un intervento risolutivo per colmare il vuoto causato da anni di deregulation, magari incoraggiata dal fatto che qualche altro Stato membro della Comunità Europea, più attento del nostro, su questi temi è ricorso alla Corte di Giustizia Europea, ottenendo una sentenza4 che smentisce categoricamente tutte le motivazioni addotte dal Ministro Bersani e dal Ministro Monti per imporci, prima la non obbligatorietà delle tariffe minime inderogabili, poi la loro abrogazione. Nella sentenza la Corte afferma che la determinazione di tariffe fissate per Decreto “è conforme al diritto UE e non contrasta con le regole della libera concorrenza”. In sostanza se definite dal Legislatore le tariffe professionali sono conformi al diritto dell’Unione Europea. E così, all’improvviso, qualcuno si è ricordato che esiste anche l’articolo 36 della Costituzione e si e cominciato a sentir parlare di “equo compenso” anche per i liberi professionisti intellettuali appartenenti ad Ordini e Collegi. Infatti al primo comma l’articolo testualmente recita: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.” Ora, per giusta memoria storica, va ricordato che

quando venne emanato il DL che abrogò l’obbligo delle tariffe professionali, il legislatore, sollecitato dai rappresentati degli Ordini e dei Collegi che gli ricordavano quanto previsto da quel comma, asserì che quell’articolo era posto a tutela dei lavoratori dipendenti pubblici o privati. I liberi professionisti, considerati dal legislatore fornitori di servizi, non potevano essere inclusi nelle previsioni di quel comma: in sintesi, per quel legislatore il libero professionista non è un lavoratore. Ad oggi, sul tema dell’equo compenso per l’esercizio delle professioni regolamentate, risultano presentati diversi disegni di legge, che mirano a rendere nulla ogni clausola che determini un eccessivo squilibrio contrattuale tra le parti in favore del committente o stabilisca un compenso inferiore ai parametri stabiliti dal DL 17 giugno 2016. Sull’onda dell’equo compenso si torna quindi a parlare di tariffe minime per le prestazioni professionali. Uno dei disegni di legge, meglio noto come ddl Sacconi, ha già iniziato l’iter parlamentare in Commissione Lavoro del Senato lo scorso 4 luglio e l’11 c’è stata l’audizione del C.U.P., che ha accolto con favore il provvedimento. Sull’argomento c’è la certezza che sia il Nostro Consiglio Nazionale sia il C.U.P. non desisteranno dall’incalzare la “Politica” affinché l’iter di approvazione di una legge sull’ “Equo Compenso” sia il più breve possibile. Significativa è anche l’iniziativa che sta portando all’attenzione del Governo il nostro Presidente Nazionale Giuseppe Cappochin per una legge sull’Architettura che, come avviene negli altri paesi della Comunità Europea, possa porre al “centro del progetto” l’Architetto e la qualità del progetto. Sarebbe davvero un passo importante per la Nostra Professione. Sarà nostro impegno sollecitare il Consiglio Nazionale a non demordere su tutte quelle iniziative che promuovono la qualità nell’esercizio della Professione, con l’auspicio di poter contribuire con nostre proposte. Per chiudere vorrei ringraziare tutti i Colleghi, componenti del precedente Consiglio che non si sono ricandidati, per il grande contributo dedicato, in termini di tempo e passione, al Nostro

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Consiglio dell’ordine • Presidente Giancarlo Franchini • VicePresidente Amedeo Margotto • Segretario Enrico Savoia • Tesoriere Daniel Mantovani • Consiglieri Cesare Benedetti, Michele De Mori, Laura De Stefano, Matteo Faustini, Diego Martini, Leonardo Modenese, Michele Moserle, Francesca Piantavigna, Chiara Tenca, Morena Zamperi, Ilaria Zampini

Ordine. Grazie ad Arnaldo Toffali (presidente), ad Elena Patruno (segretario), a Giovanni Mengalli (tesoriere), a Paola Ravanello e Nicola Brunelli (vicepresidenti) e, ancora, a Donatella Martelletto, a Marco Campolongo, a Vittorio Cecchini, a Federico Ferrarini e a Raffaele Malvaso.

1 Per questo “principio” il DL del 04/07/2006 n. 223 con l’art. 2 abrogò l’obbligatorietà delle tariffe ed il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti. 2 Con l’art. 9 del DL del 24/01/2012, n. 1 “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività” vengono abrogate definitivamente le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema degli Ordini e dei Collegi. 3 Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi Professionali. 4 Sentenze Corte di Giustizia Unione Europea 8/12/2016 e 09/03/2017.

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professione

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progetto

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Professione: Architetto di Giancarlo Franchini

Aprire al Borgo di Chiara Tenca

C’è Grano per tutti di Tomàs Bonazzo

MN-VR: architettura e ritorno di Nicola Brunelli

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editoriale

Palla al centro di Alberto Vignolo

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050 Il fuoco sacro dell’architettura di Angela Lion

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progetto

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Ceci n’est pas une fenêtre di Roberto Carollo

Le anfore romane del Museo degli Affreschi di Maria Ajroldi

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Ci mette il becco LC di Luciano Cenna

#design_vr

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Il cittadino custode e architetto di Tomàs Bonazzo

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progetto

Un glamping lacustre di Alberto Vignolo

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SAGGIO

progetto

Doppio paesaggio per due di Alessio Fasoli

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Unico e plurale di Laura De Stefano


Rivista trimestrale di architettura e cultura del progetto fondata nel 1959 Terza edizione • anno XXV n. 3 • Luglio/Settembre 2017

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collezione privata

Disciplina e progetto nell’arte di Giovanni Meloni di Vincenzo Pavan

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Editore Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Verona

diversearchitetture

Radiodays di Luisella Zeri

Redazione Via Santa Teresa 2 — 37135 Verona T. 045 8034959 — F. 045 592319 redazione@architettiveronaweb.it

Direttore responsabile Giancarlo Franchini

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Direttore Alberto Vignolo av@architettiveronaweb.it

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Art direction, Design & ILLUSTRATION Happycentro www.happycentro.it

itinerario

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Marcello Zamarchi a Verona di Federica Guerra

Distribuzione La rivista è distribuita gratuitamente agli iscritti all’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Verona e a quanti ne facciano richiesta agli indirizzi della redazione.

studiovisit

Giorgio Forti a Verona di Angela Lion

copertina Foto: Filippo Belletti (particolare)

Gli articoli e le note firmate esprimono l’opinione degli autori, e non impegnano l’editore e la redazione del periodico. La rivista è aperta a quanti, architetti e non, intendano offrire la loro collaborazione. La riproduzione di testi e immagini è consentita citando la fonte.

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Stampa Cierre Grafica www.cierrenet.it Concessionaria esclusiva per la pubblicità Promoprint Verona Paolo Pavan T. 348 530 2853 info@promoprintverona.it

Redazione Nicola Brunelli, Laura De Stefano, Federica Guerra, Angela Lion, Matilde Tessari, Luisella Zeri collaboratori Giulia Bernini, Tomàs Bonazzo, Michele De Mori, Alessio Fasoli, Stefania Marini, Federica Provoli, Chiara Tenca, Nicola Tommasini Fotografia Lorenzo Linthout, Diego Martini, Michele Mascalzoni, Simone Sala, Marco Toté contributi a questo numero Maria Ajroldi, Roberto Carollo, Luciano Cenna, Vincenzo Pavan Si ringraziano Margherita Bolla, Anna Braioni, Ilaria Forti, Maria Matilde Paganini, Cristina Lanaro, Marco Zamarchi

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Palla al centro Una nuova attualità per la questione dei centri storici tra assalto turistico e abbandono insediativo

Per molti anni il dibattito sulla città si è incentrato, con molte ragioni pertinenti, sul tema delle periferie, sulla loro marginalità e dunque sugli sforzi per un loro necessario recupero, al fine di ricreare in maniera diffusa una dimensione urbana quanto meno paragonabile a quella dei “centri”. Dando così per assodato che i valori della vita condivisa – lo scambio, la socialità, la cultura, il commercio, dunque tutto quanto fa vita urbana moderna e occidentale ed europea – fossero incarnati (o per meglio dire ammattonati, impietriti) nel concetto di centro: che fosse antico, storico o comunque civico, prima di diventare più banalmente “commerciale” (e senza pagamento di alcuna royalty). Va detto che in tema di periferie il lavoro non può certo dirsi fatto e finito, e anzi fenomeni di periferizzazione nascono e si ricreano di continuo, determinando ambiti dei contesti urbani monofunzionali, marginali, poveri di servizi e dunque bisognosi di attenzioni e di cure: di progettualità. Ma siamo sicuri che fenomeni del genere, di tutt’altra natura eppure analogamente preoccupanti, non stiano interessando anche i nostri beneamati centri?

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Partiamo così in una esplorazione centripeta, dai bordi della provincia verso il capoluogo. Borghi e piccoli centri di notevole interesse sono diffusi in tutto il territorio veronese, attraverso i paesaggi collinari, quelli fortificati o anche quelli agricoli della pianura, ma sicuramente il laboratorio che meglio si presta per analizzare in vitro la chimica dei fenomeni urbani è quello dell’area gardesana, dove le transizioni di stato sono più accelerate. Gioiellini coi piedi bagnati nell’acqua dolce, beneficiati dalla natura e dal paesaggio, i paesotti lacustri godono di un benessere diffuso alimentato dalle economie fiorenti delle agricolture di pregio e dei servizi, ma soprattutto da tre fenomeni: il turismo, il turismo e infine – rullo di tamburi – il turismo. In piccolo, questo laboratorio sembra riprodurre in una dimensione locale quei fenomeni che a scala globale stanno attraversando il nostro paese: se le produzioni primarie languono, le

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Testo: Alberto Vignolo Foto: Marco Toté

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nostre bellezze appaiono inesaurite e quindi, come si diceva un tempo, “giacimenti” da sfruttare, energie utili a mettere in moto la macchina dell’economia. Come un piccolo e fiorente Texas, il nostro Garda appare così disseminato di trivelle petrolifere, di pozzi che ne suggono la sostanza – l’oro azzurro del bel paesaggio – apparentemente senza fondo. Mancano solo i cappelloni

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01-04. Vedute DQQDQDQ della Concessionaria ex Fiat di Bussolengo in localitĂ Ferlina (arch. Angelo Mangiarotti, 1976). 05-09. DSDSDSDS di studio per il sistema costruttivo FACEP 1976 (Archivio Mangiarotti). 10-16. QDQDQDQDQ

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a larghe falde dei texani da soap opera, per il resto dai campeggi e dagli alberghi, dai villaggi e dalle seconde case, le mandrie degli “ospiti” – ospiti paganti e quindi assai benvenuti – transumano quotidianamente nelle strette vie dei borghi, dei quali poco resta da godere oltre alla barriera dei plateatici, delle mercanzie in bella mostra e dei tavolini dei ritrovi mangerecci. L’esperienza del centro, dei centri, a questo si riduce: esserci, consumare, ripartire. Mordi-e-fuggi è la regola della fruizione dei luoghi urbani: addio alle belle storie d’amore, accontentiamoci di toccatine fugaci e di sveltine. Il consumo è quello delle merci ma soprattutto quello degli stessi luoghi: siamo nel pieno di quell’effetto Disneyland (meglio declinato localmente in effetto Gardaland) che accomuna i centri storici a dei parchi tematici, e che ha il suo massimo esempio, naturalmente, in Venezia. Ma dai meandri del Canal Grande alle anse dell’Adige il passo è breve. La massificazione monofunzionale turistica del centro scaligero avanza

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a gran velocità, con fenomeni meno spinti che in laguna eppure con i medesimi sintomi. A queste modalità di fruizione dei luoghi turistici e monumentali si accompagna una dinamica insediativa ancora più preoccupante. Anche le attività direzionali, un tempo guardate con il massimo sospetto perché colpevoli di erodere la naturale vocazione abitativa dei luoghi, stanno via via lasciando i centri: traffico, parcheggi e nuovi modelli lavorativi lo impongono. Ne siamo stati complici anche noi, con l’abbandono della centralissima via Oberdan da parte della sede dell’Ordine. A scala più vasta, il trasferimento extra moenia degli uffici direzionali di quella che fu la Cassa di Risparmio veronese ha lasciato un vastissimo vuoto nella zona settentrionale della città antica, e molti interrogativi sul suo destino: perché se è è vero che la destinazione d’uso terziaria degli immobili ne determina un uso esclusivamente diurno, non avere più nemmeno quello può portare alla necrosi di intere parti di città. Un autorevole personaggio come l’ex rettore


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dell’ateneo veronese, rilasciando qualche mese fa un’intervista nelle sue vesti di presidente della fondazione bancaria cittadina, ha fatto sobbalzare i lettori affermando che la riflessione da compiere sul destino di quella grossa porzione del centro antico sarà decisiva “per il recupero o la fine del centro storico della città”. Se non ne vogliamo, appunto, decretare la fine, dobbiamo tornare a parlare di recupero in vece di dismissione e abbandono: termini che siamo abituati ad usare per i contesti degradati e periferici, e che ritornano in centro da dove mancavano da un po’, da quando “il problema dei centri storici”, cavallo di battaglia di un’intera generazione di architetti e urbanisti dagli anni cinquanta in poi, sembrava aver trovato di fatto una pacificazione, una risposta apparentemente definitiva. I vuoti non sono più quelli delle devastazioni belliche, e i tessuti da ricostruire sono soprattutto quelli sociali, insediativi e soprattutto abitativi. Ritornano così di attualità parole

d’ordine e categorie interpretative che paiono uscire da un vecchio stipo, un canterano della strumentazione professionale: ma cosa ce ne facciamo degli abachi tipologici, delle funzioni prevalenti, dei materiali e delle forme del luogo, se all’integrità fisica dei manufatti non riescono più a corrispondere funzioni di vita urbana stratificate? Anche le politiche di controllo del traffico – pedonalizzazione e chiusura di ampi distretti – pur lodevoli per i benefici sulla vivibilità dell’aria, rischiano di essere pensate in funzione di un idealistico passeggiatore urbano, romanticamente perso nel contemplare la bellezza dei luoghi, dimenticando completamente le esigenze di vivibilità delle popolazioni residenti (abitative e lavorative) e dunque concorrendo alla loro espulsione, accentuando di fatto la specializzazione monofunzionale in senso commerciale e turistica. Norme e discipline urbanistiche sui centri, le classiche zone A, ne regolano fondamentalmente gli aspetti edilizi: tante belle categorie

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di più o meno presunta aderenza a un canone di autenticità, modello di riferimento cui informarsi, e di elementi spurii da espellere. Norme che ancora cincischiano di “superfetazioni”, non accorgendosi che la fisiologia degli organismi in questione ha subito mutazioni genetiche profonde, e i feti in questione sono cianotici. Oppure si perdono a dettar legge sui bei colorini, le cornicette di pietra, le cernierine degli infissi e altri ninnoli e carabattole da robivecchi, mentre nel frattempo il nuovo che avanza e/o indietreggia stravolge completamente la natura di quelle membra edilizie che si vogliono apparentemente salvaguardare. Forse solo i neo romantici potranno gioire alla prospettiva di un ruinismo rétro, perfetto scenario per i tour operator mondiali indaffarati a vendere a fette il Bel Paese, per i concertoni di tenorini e teneroni, in cui spiccano per involontario avanguardismo da “Indietro tutta” quei graziosi tendoni e dehors in fru-fru style dei quali la città storica è già stracolma.

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Occorrerà allora mettersi a pensare con serietà e disincanto al ruolo che i centro possono continuare ad avere, o meglio dovranno avere in futuro all’interno delle nostre città. In tempi eroici, nell’estate del 1962, il gruppo di architetti raccolto attorno a questa rivista lanciò l’iniziativa di un “Convegno sullo sviluppo e la difesa di Verona”. Sviluppo e difesa paiono termini antitetici, presi a prestito dall’economia e dall’arte militare: eppure oggi difendere la città dall’assalto dei texani (del turismo) e favorirne uno sviluppo equilibrato pare ancora tema su cui discutere. Alcuni anni più tardi, nel 1977, a Verona si tenne un altro convegno nazionale intitolato alla “Attualità del problema dei Centri Storici”. Oggi siamo di fronte a una nuova attualità, sulla quale condurre una riflessione costruttiva senza pregiudizi: una attualità del tutto diversa dalla precedente, problematica, ancora incerta nei suoi sviluppi e per questo potenzialmente ricca e stimolante. Abbiamo dei laboratori fenomenali su cui esercitare queste riflessioni.

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PROGETTO

Doppio paesaggio per due

Una villa in città e una sul lago nel rapporto tra veduta sul paesaggio e controllo della dimensione interiore dell’architettura

Progetto: arch. Roberto Rocchi, arch. Alice Piubello Testo: Alessio Fasoli

Foto Verona: Diego Martini

Foto interni Verona e Torri: Tiziano Cristofoli

Verona Torri del Benaco

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« Le due case sono tagliate come un abito su misura attorno ai caratteri delle persone che le abitano, valorizzando pochi elementi ripetuti tra materia e colore »

proprietà attraverso un piccolo cancello volutamente anonimo, che da via dei Colli conduce a uno sterrato in lieve discesa: così progressivamente si scorge la dimensione dell’area verde, un autentico brano di collina, entro la quale l’edificio appare ben integrato e di dimensioni apparentemente ridotte. Raggiunta l’area di sosta per le auto e voltandosi in direzione della casa, si rivela la vista spettacolare sulla città, con la cinta muraria delle Torricelle, il colle di San Pietro con la caserma e persino la nuova funicolare come protagonisti della scena. Il volume fuori terra, da cui si accede all’abitazione, è destinato alla zona

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Il racconto dei due progetti che presentiamo di seguito, frutto del lavoro del medesimo studio – nel secondo caso intervenendo su un edificio già costruito ma non finito – narra la storia di due case diametralmente opposte nel carattere architettonico, ma unite dal medesimo obiettivo, apparentemente semplice nell’immaginario collettivo ma ostico nella sua efficace realizzazione: valorizzare la morfologia del paesaggio. Quando hanno incontrato i committenti della villa sulle Torricelle a Verona, raccontano gli architetti Roberto Rocchi e Alice Piubello, la loro prima richiesta era stata quella di ave-

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re un edificio che fosse il più possibile ‘delicato’ nei confronti del paesaggio circostante, un vero angolo di paradiso a poca distanza dal centro di Verona, un diamante da conservare e valorizzare come elemento principale del progetto. I committenti, continua Roberto, si sono poi rivelati particolarmente sensibili a uno stile di vita legato a un consumo delle risorse intelligente e limitato; loro la scelta di voler mantenere le alberature esistenti, alberi da frutto autoctoni ad eccezione di alcune varietà non locali, e di armonizzare l’architettura della casa sfruttando e valorizzando il pendio su cui insiste la proprietà. Questi gli input principali da cui è scaturito il progetto. Si raggiunge la

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Casa AF, Verona 01. Dal balcone del living al livello superiore dell’abitazione la spettacolare vista sulla città. 02. Veduta notturna sul fronte dell’ingresso principale. 03. Il volume della casa e la piscina assecondano le balze del terreno. 04. Planimetria generale. 03

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PROGETTO

Doppio paesaggio per due

05-06. Il fronte affaccviato sul giardino e verso il paesaggio ai due livelli. 07. Sezione trasversale con l’abitazione e la piscina. 08. Il percorso verso l’ingresso della casa evidenzia lo sguardo sulla città. 09-10. Piante dei due livelli dell’abitazione.

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Roberto rocchi alice piubello

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giorno; l’ingresso è ricavato sulla parete di testa e conduce nell’ampio living, dove grandi vetrate fanno vivere lo spazio in diretta relazione con il paesaggio. Nel percorso che conduce alla cucina, una parete strutturale divide il soggiorno dalla cucina, sul fondo. All’esterno il terrazzo con parapetto in vetro lascia completamente libera da ingombri percettivi la vista a valle, la profondità del terrazzo fa sì che quando ci si siede sul divano o a tavola, il campo visivo si riduca al solo paesaggio naturale andando così a nascondere la vista della città che appare così ancora più lontana. Un “trucco” che, amplificando l’effetto “casa nel bosco”, induce una sensazione di pace e meditazione. È invece possibile accedere dall’esterno al terrazzo posto a coronamento della parte piana del volume: da qui la panoramica è anco-

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ra più ampia, e l’effetto wow! è assicurato. Dalla zona giorno una scala in ferro a rampa unica conduce al livello inferiore dell’abitazione, addossato naturalmente al terreno sul versante a monte, su cui però è scavato un profondo patio che diventa un giardino “segreto” che dà luce e riscontro d’aria al disimpegno delle camere, la zona più intima e privata della casa. La qualità dimensionale e architettonica del disimpegno, con una grande vetrata sul patio che rivela gli alberi stagliati sul fondale del muro controterra rivestito in pietra in un’atmosfera da giardino zen, è amplificata dal carattere scenografico della scala, con le pedate a sbalzo dal cosciale in acciaio e retroilluminate nella parte inferiore. Da semplice spazio di distribuzione, lo sbarco al piano inferiore diventa così una sorta di galleria espositiva

11-12. Muri rivestiti in pietra sono gli elementi di appoggio di tutti gli “accessori” dell’abitazione: piscina, rampa del garage, recinzioni, ecc.

Roberto Rocchi (1961) e Alice Piubello (1977), laureati in architettura a Venezia rispettivamente nel 1987 e nel 2003, lavorano assieme dal 2004. Il loro studio si occupa in particolare di residenze, uffici e spazi commerciali, con una particolare attenzione per l’interior design. Tra i lavori recenti si segnalano: la direzione artistica della sede della Regione Veneto a Bruxelles; il restauro di Villa Graziani a Valgatara; residenze a Garda e Bardolino e un complesso ricettivo a Colà di Lazise. In corso d’opera alcuni complessi residenziali a Navene (Malcesine), Lavagno, Verona e il restauro di palazzo Viana e palazzo Brenzoni a Verona. www.rocchipiubelloarchitettura.com

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PROGETTO

Doppio paesaggio per due

13-14. Nei bagni il total white della casa lascia spazio a superfici nere in stucco o in marmo. 15-16. La cucina e il living, ambienti fluidi e confluenti, sono indirizzate alla vista sull’esterno grazie alle ampie vetrate.

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casa AF Verona Progetto architettonico e direzione lavori arch. Roberto Rocchi arch. Alice Piubello strutture ing. Paolo Schena

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per le opere d’arte collezionate dai padroni di casa. Anche le camere e i servizi, nonostante le funzioni più private, hanno la facciata verso il parco completamente finestrata; l’irraggiamento è controllato dall’aggetto della terrazza superiore e da un sistema di tendaggi esterni a rullo. Dalle camere è possibile accedere direttamente al giardino-parco: la definizione è ambigua perché, nonostante il carattere privato e domestico che lo farebbe definire giardino, mantiene il carattere assai naturale e rustico dell’ambiente collinare. Anche la piscina posta a un livello altimetrico inferiore è addossata a una balza del terreno rivestita in pietra ad opus incertum, a immagine di un tradizionale terrazzamento agricolo. Il medesimo tipo di rivestimento caratterizza i lati corti dell’edificio, come a rilevarne in

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imprese e fornitori Cengia (impresa generale),Mantotech (impianti idraulici), AMbagno (arredo bagno), battistoni Ivan (impianti elettrici), Forme di Luce (illuminotecnica), Barboni (pavimentazioni in legno), EERA (marmi bagno), Guardini Pietre pavimentazioni interne ed esterne in pietra), Albertini (serramenti), Nonsoloarte (pitture murali), Proposte d’Arredamento (tende elettriche esterne e decorative interne), Culligan (piscina), Alcofer (ferramenta) Cronologia Progetto e realizzazione: 2013-2016

17-18. La scala, elemento scenografico enfatizzato dall’illuminazione, sbarca al livello inferiore in corrispondenza del patio-giardino ribassato.

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PROGETTO

Doppio paesaggio per due

Casa MTS, Torri sul Benaco 19-21. Piante dell’abitazione ai tre livelli. 22. Veduta dal giardino con la scala di accesso al terrazzo a sbalzo e la pergola metallica di copertura. 23. Planimetria generale.

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sezione una intrinseca matericità. La scelta di utilizzare una rarefatta palette di materiali e colori rientra nel modus operandi dei due architetti, la cui filosofia progettuale è rivolta alla ricerca di un equilibrio senza eccessi: piuttosto, l’idea è di dar vita a spazi reversibili e adattabili alle esigenze spesso variabili delle persone che li vivono, una ricerca volta a valorizzare la qualità dell’abitare piuttosto che l’estetica dell’oggetto (o del progettista). Con il secondo esempio che mostriamo, la villa di Torri del Benaco, si comprende cosa intendono gli architetti Rocchi e Piubello quando affermano di progettare un’abitazione come un abito su misura. Avendo avuto l’occasione di conoscere entrambi i committenti, è possibile testimoniare come le due case siano davvero tagliate attorno ai caratteri delle persone che le abitano. Mentre la prima “veste” in maniera pacata e riflessiva, la seconda manifesta apertamente un carattere più deciso, forte

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e appariscente. Anche in questo caso ci troviamo in presenza di un contesto collinare, con il tema da interpretare del terreno scosceso e della vista sul paesaggio. L’area di progetto è affascinante, affacciata com’è sul piccolo centro storico del borgo benacense, e offre una visione aperta del lago che sembra quasi parte integrante della proprietà. Per questo, per enfatizzare il senso di condivisione del giardino con la vista del lago, non sono state messe a dimora piante d’alto fusto. Ci si arriva salendo dal centro o, in alternativa, scendendo da monte; a differenza dall’esempio precedente, però, qui si accede direttamente da un cancello pedonale sulla strada comunale, che dal muro di contenimento tramite una scala sospesa in cemento armato di gusto scarpiano conduce sul retro della casa. Questo elemento preannuncia un’architettura dal linguaggio dichiaratamente contemporaneo il cui progetto e la direzione lavori, è bene ricordarlo,


PROGETTO

Doppio paesaggio per due

24-26. La scala interna ai diversi livelli appare come un elemento di strutturazione dello spazio oltre che di arredo. 27. L’ambiente living è posto al piano intermedio in corrispondenza dell’ampio terrazzo esterno.

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sono opera dell’architetto Alessandro Giunta. La direzione artistica è stata affidata agli architetti Rocchi e Piubello, che hanno ereditato un edificio spoglio delle finiture. Il primo intervento da parte loro è stato quello di valorizzare il corpo di fabbrica principale, un parallelepipedo essenziale in cemento armato, con l’aggiunta della terrazza in aggetto che amplia la zona giorno proiettandola all’esterno in favore della vista lago, e di coprirla con un brise-soleil metallico analogamente a sbalzo, che ne replica l’impronta planimetrica. L’intervento esterno prosegue con l’introduzione di una cornice in aggetto, anch’essa in ferro nero, che unisce le tre finestre quadrate della cucina in un unico elemento architettonico conferendo orizzontalità alla struttura. Il volume superiore della casa, ridotto rispetto al piano principale, è rivestito con delle doghe dalla texture a effetto legno, con l’intento di accentuare percettivamente l’orizzontalità a discapito delle linee verticali dei corpi di fabbrica. Dal punto di vista distributivo, il pia-

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no destinato al living con la zona cucina open space e la grande terrazza a sbalzo sul giardino è interposto tra quello superiore e quello inferiore, leggermente seminterrato, dove si trovano le camere, i servizi e un’area fitness. In tutti gli ambienti le grandi vetrate proiettano la vista verso l’esterno, vero protagonista della scena: tutto è indirizzato verso quest’affaccio. Si nota una attenzione particolare alla scelta delle chiusure trasparenti: anche qui è utilizzato un sistema di tendaggi esterni neri come elemento di regolazione di luce e calore. Elemento cardine dell’architettura degli interni è la scala centrale in ferro verniciato, che si trasforma in arredo ligneo al piano inferiore e diventa così l’elemento centrale su cui ruota la distribuzione spaziale della casa. Ferro, legno, nero e grigio cemento: la ricerca del materiale e del colore, come di consueto nel lavoro di Rocchi e Piubello, si promette di valorizzare pochi elementi e ripetuti nello spazio domestico, ed è estesa alla scelta degli arredi fissi e mobili e dei corpi illuminanti.

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casa MTS Torri del Benaco Progetto architettonico e direzione lavori arch. Alessandro Giunta direzione artistica e interior design arch. Alice Piubello arch. Roberto Rocchi fornitori Forme di Luce (illuminotecnica), AMbagno (arredo bagno), Nonsoloarte (pavimentazioni in microcemento e pitture murali), Officina del Ferro (scala), Falegnameria F.lli Tosi (mobili su disegno), Serramenti Veronesi (serramenti e tende elettriche), Parklett (rivestimento esterno e pavimentazioni terrazze) Cronologia Completamento e interni: 2017

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Avere esperienza dell’architettura significa mostrarsi sempre cauti nell’approccio progettuale in presenza di un tema delicato come un rapporto così viscerale con il contesto, soprattutto se, come in casi come questi, il paesaggio in questione ricopre un valore così significativo. Per dirla con una celebre frase del sommo Leonardo da Vinci: com’è più difficile a ‘ntendere l’opere di natura che un libro d’un poeta... Queste due residenze sono riuscite a fare della natura del paesaggio la loro ragione d’essere, senza dimenticare quel lato poetico che contraddistingue l’architettura che non si rassegna ad essere unicamente professione.

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28. Il terrazzo è orientato alla imperdibile vista sul paesaggio del Garda. 29. Una della camere con la zona guardaroba e l’ambiente bagno sul fondo.

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PROGETTO

Un glamping lacustre

La riorganizzazione di un insediamento vacanziero sul Garda introduce un principio di ordine insediativo e un’innovazione del modello architettonico

Progetto: Ardielli associati - arch. Marco Ardielli, arch. Paola Fornasa Foto: Michele Mascalzoni Testo: Alberto Vignolo

Bardolino

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Strane cupolette a tronco di piramide, come geometrizzati tucùl, hanno di recente fatto capolino tra le fronde degli ulivi lungo il versante del basso Garda che, passato il centro di Bardolino, volge alla puntuta svolta di San Vigilio, per farsi poi roccioso. Siamo nel pieno territorio di quella “altra città” del turismo – un vero doppio, anzi un multiplo di ordine ben maggiore nel pieno della stagione – che accerchia gli antichi borghi lacustri popolati un tempo da pescatori, divenuti oggi bottegai, gelatai e mescitori di bianchi e di rossi (a Bardolino di rossi). Passati i tempi in cui i primi sparuti camping erano semplici recinti di terreno con qualche spartano servizio e nulla più, ad accogliere i transoceanici amplessi di ragazzotte e ragazzotti intenti a sperimentare le poco impermeabili virtù delle canadesi in tela cerata, volge ad esaurimento per saturazione anche il modello che ha visto l’arrivo prima delle roulottes con ruote, poi di quelle senza ruote con verande e superfetazioni varie, e infine di casine, casette e baracchette d’ogni precaria foggia, a consolidare

« La forma della copertura richiama una archetipica tenda da campeggio ed ha la non trascurabile funzione di convogliare l’aria verso l’alto »

il tipo (poco) edilizio del bungalow. Anche italianizzato nell’improbabile “bungalo”, l’appellativo origina da una abitazione tradizionale a un piano dell’India (ecco il “bengalese”), adottato per estensione ai piccoli edifici adibiti a soggiorno di villeggiatura, in genere di materiale leggero prefabbricato o precario. I creativi paradossi della legislazione italiana ne hanno fatto scaturire quegli “allestimenti stabili” che disciplinano, consolidandone la cubatura per l’eternità e per i futuri Piani Casette, ciò che un tempo era semplice piazzola. Entro il contesto di queste dinamiche insediative, l’intervento che presentiamo è l’esito di una ricerca progettuale che, posta di fronte alla vastissima

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01. La passerella in legno si protende sull’area delle piscine come materializzazione dell’asse insediativo. 02. Planimetria generale del camping con il nuovo intervento al centro. 03. Una delle cupole dei bungalow svettanti sullo sfondo del lago. 04. Particolare delle superfici colorate in gomma a bordo vasca della piscina.

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offerta che il basso Garda oggi può vantare, si propone di riorganizzare i servizi dell’accoglienza turistica innovando il modello architettonico. Ecco che i nostri Ardielli Associati, adusi al dar forma ai bisogni spaziali del turista in tutte le sue varianti – dal guest di hotel al villeggiante in villa, dal passeggiatore per lungolaghi al golfista in polo e golfino – con la riforma del Continental introducono un principio di ordine nel microcosmo del villaggio-camping, a partire da un masterplan attuato per stralci succes-

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Un glamping lacustre

PROGETTO 05. Le cupole dalla strada Gardesana. 06. Schema aggregativo dei moduli. 07. Gli elementi base dei bungalow compongono il market-ristorante. 08. La loggia d’angolo di un bungalow sulla sinistra e il market-ristorante sulla destra. 09. Esploso assonometrico degli elementi costruttivi di ciascun modulo. 10-12. Vedute del cantiere di assemblaggio dei bungalow. 05

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sivi, ideale completamento e corollario degli altri interventi bardolinesi dello studio 1. L’area in cui si sviluppa il camping è compresa tra la strada Gardesana e la passeggiata a lago, con un andamento digradante del terreno. A partire dall’accesso dalla strada posto in posizione baricentrica, l’intervento definisce a monte un ambito costruito relativamente compatto, antidoto al frazionamento e alla dispersione pregressa: una sorta di piccolo quartiere immerso nel verde, caratterizzato dall’aggregazione organica dei diversi bungalow distinti in due blocchi (uno da nove e l’altro da dieci unità abitative), compenetrati tra loro e collegati tramite pergole e portici. L’intero sistema è ancorato a un asse insediativo perpendicolare alla strada che innerva l’area dei bungalow, scende seguendo l’andamento del terreno attraversando il market-ristorante – composto in analogia per forma e struttura agli allestimenti residenziali, con un portico a brise-soleil rivolto a lago – per terminare infine in un ponte-passerella in legno lamellare che si protende con uno sbalzo di circa otto metri sull’area delle piscine. Il ponte, materia-

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Committente Camoing Continental

7 pilastri)

erra prefabbricato

roparete interna di finitura a mpianti tto in polistirene espanso fabbricati di diverso materiale

Progetto architettonico Ardielli Associati (arch. Marco Ardielli, arch. Paola Fornasa)

i vetro realizzato fuori opera vetro) e calotta apribile sulla 4

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Collaboratori arch. Andrea Frate Francesco Hans Scandinavo e Federico Novi Lora (visualizzazione)

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direzione lavori ing. Roberto Daducci arch. Andrea Frate (Ardielli Associati)

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imprese e fornitori Impresa Cristini (ambito piscina), Woodbeton (ambito bungalow e ponte), Casei (pavimentazioni in gomma), Zorzi (carpenterie), Goldenwater (piscina)

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Cronologia Masterplan e autorizzazioni: 2013/2014 Realizzazione piscina e ambito ludico-ricreativo: 2014/2015 Realizzazione bungalow, market e ristorante: 2016/2017

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lizzazione dell’asse insediativo, funziona come un mirino, un dispositivo ottico puntato a lago, negan2 do però con ironia il suo potenziale di trampolino mancato: tant’è che la parte terminale offre il brivido di una passeggiata nel vuoto, sospesi su una rete in poliestere. Il bagnino, dal sotto in su, apprezzerà l’inusitata visuale delle meglio villeggianti. Dal ponte-passerella una scala collega la zona del market-ristorante all’area delle piscine: il dislivello altimetrico è risolto tramite una scarpata verde che, nella parte centrale, scivola in piscina con un rivestimento in gomma poliuretanica antishock, per garantire comfort e sicurezza soprattutto ai bambini. La pezzatura della pavimentazione in gomma compone un disegno di campiture vistosamente colora-

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te, entro le quale sono inseriti macro elementi grafici. Il decking attorno alle piscine diventa verso il lago il margine di una gradonata sul terrazzamento inferiore, con un campo da beach volley e una torretta, trasfigurata memoria – passando per Aldo Rossi – di un faro in miniatura. L’intervento nell’insieme propone un linguaggio contemporaneo e brillante: lo sono le piscine ma soprattutto i bungalow. La matrice compositiva cellulare dell’impianto ha un ineludibile antesignano nel pattern messo a punto da Aldo van Eyck per la scuola Montessori di Delft negli anni Sessanta: un modello fecondo, che ha portato allo straordinario ossimoro della “chiarezza labirintica” nel definire l’organizzazione spaziale di elementi disposti senza

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Dati dimensionali Sup. ambito intervento: 12.000 mq Sup. nuova costruzione: 1.200 mq

1 La riqualificazione del lungolago è stata pubblicata in «AV» 83, pp. 16-23. Per una ricognizione più ampia si veda S. Mannironi e A. Vignolo, Bardolino. Identità del paesaggio urbano, in M. Ardielli, Masterplan: né piano né progetto, INU Edizioni, 2012, pp. 39-63.


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ngalow TIPO (mq. 28)

Un glamping lacustre

PROGETTO

soggiorno - pranzo camera matrimoniale divano letto bagno terrazza

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13. Pianta di un bungalow. 14. Veduta interna di un bungalow: l’angolo cottura e il bagno sul fondo. 15. Veduta notturna: l’aggregazione tra i bungalow e i percorsi di connessione con le pergole in legno. 16. Il quadrato determinato da tre moduli residenziali disposti ad L è completato sull’angolo da un quarto modulo a giorno. 17. Giallo e arancio si alternano nell’evidenziare i moduli a giorno. 18. La torretta-faro funge da elemento di controllo per l’area gioco. 16

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ardielli associati Ardielli Associati è uno studio di progettazione con base a Verona impegnato nell’ambito dell’architettura urbana, costituito da Marco Ardielli e da Paola Fornasa. Il progetto della villa a Bardolino pubblicato in «AV» 100, pp. 26-33, è valso allo studio il Premio Architettiverona 2015. Marco Ardielli è responsabile scientifico del Master in Urban Heritage and Global Tourism che prenderà avvio all’inizio del 2018 all’Università IUAV di Venezia.

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un apparente ordine gerarchico eppure concatenati a misura d’uomo e che, attraverso successive interpretazioni (ad esempio quella di Giancarlo Mazzanti in un’altra scuola per l’infanzia in Colombia), arriva a piantare le tende sulle rive del Benaco. Qui lo schema ha origine da una cellula base (3,6 x 3,6 metri) aggregata in tre blocchi disposti ad L e un quarto modulo a giorno a completare il quadrato. La forma della copertura a tronco di piramide richiama una archetipica tenda da campeggio, ed ha la non trascurabile funzione di innescare l’effetto camino e convogliare l’aria verso l’alto, favorendo la ventilazione naturale. Un semplice ed efficace antidoto all’imperante split ergo sum. La medesima cellula modulare è alla base del blocco dei servizi. Ogni unità abitativa così definita assomma, tra soggiorno-cucina (14,35 mq), camera da letto (10,00 mq) e bagno con disimpegno (3,85 mq) una superficie netta calpestabile di 28 metri quadrati, a cui va aggiunto il modulo aperto: l’Existenzminimum è qui sul lago, bellezze teutoniche! “A un uomo in vacanza non serve molto più di un letto, servizi, un tetto e la vista del sole che risplende sul mare”, affermava Le Corbusier: fatte le dovute differenze con l’acqua dolce, il pensiero risulta del tutto pertinente, sebbene il suo Cabanon si componesse di un unico modulor di 3,66 x 3,66 metri (ma LC non aveva da piazzare i due-tre marmocchi rigorosamente biondastri che sono lo stan-

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dard medio del turista centro-europeo). Una impegnativa ricerca costruttiva ha accompagnato la realizzazione di queste strutture, dovendosi confrontare anche con la compressione dei tempi di cantiere tra una stagione turistica e l’altra: le cellule sono eseguite con un sistema di semi-prefabbricazione, poi coibentate in opera e rivestite all’esterno con tessere di mosaico la cui texture e colorazione si integra, quasi a mimetizzarsi, con il verde delle alberature. L’effetto del mosaichino, materiale generalmente usato in interni, contribuisce in maniera determinante al cambiamento di percezione dell’ambiente camping: non più luogo per i poveracci che non si possono permettere una stanza d’albergo, ma una scelta alternativa, ibrida e gioiosa. Ecco il punto di svolta verso il glamping, neologismo che mette assieme glamour e camping: una organizzatrice di eventi lo potrebbe definire come un modo per vivere l’outdoor senza rinunciare a tutte le commodities e lo charme di una struttura ricettiva d’eccellenza. Nanni Moretti, inorridito, ne fuggirebbe. Curioso che questo innalzamento di livello si compia a partire dalla formazione di un tessuto che compone una piccola Casbah nella mecca del turismo lacustre, in un melting pot intercontinentale che assomma nazionalità, provenienze, lingue, forme e colori: una grande ricchezza e un’occasione da saper cogliere anche per l’architettura, come questo esempio ci dimostra.

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www.ardielliassociati.com

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PROGETTO

Un glamping lacustre

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19. L’area delle piscine affacciata sullo campo da beach volley nello spalto inferiore. 20. Particolare dell’area giochi con la pavimentazione caratterizzata dalla macro grafica. 21. Disegno costruttivo per la passerella. 22. Particolare della rete in poliestere al termine del calpestio della passerella.

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PROGETTO

Aprire al Borgo

Il riuso delle ex cantine Guerrieri Rizzardi nel centro di Bardolino ha reso permeabile e fruibile un brano di tessuto urbano storico

Progetto: Hummusstudio - arch. Andrea Ludovico Borri Progetto: arch. Massimo Donisi

Bardolino

Testo: Chiara Tenca

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Quando “Borgo Bardolino” è stato inaugurato dopo il lungo intervento di restauro, è sembrato come se un giardino segreto avesse finalmente schiuso le sue porte. Per la prima volta, il cuore della cittadina lacustre ha ripreso a pulsare. È stata un’operazione audace e coraggiosa quella compiuta dalla famiglia Rizzardi: audace perché l’intervento ha operato su una scala quasi territoriale, e le problematiche di ricucitura con il tessuto del centro storico non sono state semplici da affrontare; allo stesso tempo coraggiosa perché ha reso permeabili le mura, fino a quel momento impenetrabili, a custodia di un patrimonio familiare che fino a quel momento si poteva solo intravvedere, godibile nello scorgere delle alte chiome della vegetazione del parco dalla passeggiata lungo il lago. Nel centro storico di Bardolino, la famiglia Rizzardi ha sempre conservato a margine della villa

« La premessa progettuale dell’intervento di recupero nasce dalla necessità del godimento da parte di tutti degli spazi di notevole bellezza, per un turismo di qualità mirato alla valorizzazione dei luoghi » e del parco di pertinenza la sede dell’azienda agricola Guerrieri Rizzardi, una realtà imprenditoriale nata nel 1913 dall’unione tra i Conti Guerrieri, proprietari di una secolare tenuta con vigneti e di una cantina nel Bardolino, e i Conti Rizzardi, presenti nel territorio veronese sin dal 1649 con numerosi vigneti e con la cantina a Pojega di Negrar in Valpolicella. Nel 2011 l’azienda vitivinicola ha spostato la propria sede operativa nell’area artigianale Campazzi, liberando i locali storici nel centro del paese, dove sono stati però mantenuti alcuni uffici amministrativi nonché l’area espositiva e di rappresentanza interna al parco. Questo trasferimento dà il via all’operazione di recupero del complesso monumentale, che ha tuttavia origini antichissime. Il primo nucleo di Villa Guerrieri-Rizzardi si sviluppò attorno al XV secolo, a ridosso del fianco

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01. Veduta notturna d’insieme dell’area delle ex cantine recuperate. 02. Fotopiano con in evidenza, all’interno del tessuto urbano di Bardolino, l’ampia area verde del Borgo. 03. Mappa del castello di Bardolino risalente all’inizio del secolo XVIII. 04. Il Palazzo dei Guerrieri in una stampa del 1830. 05. L’antico portale in stile dorico oggi reso permeabile.

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PROGETTO

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Aprire al Borgo

Restauro e riqualificazione funzionale del punto vendita dell'azienda agricola. Nuova destinazione 'wine-shop'

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Riqualificazione del cortile aziendale. Nuova destinazione 'giardino botanico di sosta e distribuzione alle attività presenti'

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Manutenzione straordinaria e riqualificazione funzionale del padiglione interno al cortile. Nuova destinazione 'osteria-pizzeria'

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Restauro conservativo dell'antico portale di accesso alla tenuta Guerrieri-Rizzardi. Accesso principale a Borgo Bardolino

Restauro e riqualificazione funzionale dell'ex bottaia e barricaia. Nuova destinazione 'ristorante tipico'

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Restauro e riqualificazione funzionale dell'ex portineria dell'azienda agricola. Nuova destinazione 'wine-bar'

Ristrutturazione e riqualificazione funzionale dell'ex cantina di fermentazione. Nuova destinazione 'galleria di negozi'

via San Martino (già Contrada Rambaldi)

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Restauro e riqualificazione funzionale del punto vendita dell'azienda agricola. Nuova destinazione 'wine-shop'

Demolizione di capannone agricolo semiprefabbricato e nuova edificazione di padiglione commerciale ('fashion cafè')

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Riqualificazione del cortile aziendale. Nuova destinazione 'giardino botanico di sosta e distribuzione alle attività presenti'

Manutenzione straordinaria e riqualificazione della terrazza di palazzo Fermi-Guerrieri, in uso all'attività 5 ('lounge bar')

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Manutenzione straordinaria e riqualificazione funzionale del padiglione interno al cortile. Nuova destinazione 'osteria-pizzeria' via San Martino (già Contrada Rambaldi)

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Ristrutturazione e riqualificazione funzionale dell'ex imbottigliamento e magazzino vini. Nuova destinazione 'unità turistico residenziali'

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Restauro e riqualificazione funzionale dell'ex bottaia e barricaia. Nuova destinazione 'ristorante tipico'

Restauro conservativo dell'antico portale di accesso alla tenuta Guerrieri-Rizzardi. Accesso principale a Borgo Bardolino

piazza Agostino Guerrieri

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Ristrutturazione e riqualificazione funzionale dell'ex cantina di fermentazione. Nuova destinazione 'galleria di negozi'

Restauro e riqualificazione funzionale dell'ex portineria dell'azienda agricola. Nuova destinazione 'wine-bar'

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Demolizione di capannone agricolo semiprefabbricato e nuova edificazione di padiglione commerciale ('fashion cafè')

Restauro e riqualificazione funzionale del punto vendita dell'azienda agricola. Nuova destinazione 'wine-shop'

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Manutenzione straordinaria e riqualificazione

della terrazza di palazzo Fermi-Guerrieri, in 1uso all'attività 5 ('lounge bar')

Riqualificazione del cortile aziendale. Nuova destinazione 'giardino botanico di sosta e distribuzione alle attività presenti'

via G. Verdi

a)

dell'ex portineria dell'azienda agricola. Nuova destinazione 'wine-bar'

10 2Ristrutturazione e riqualificazione funzionale

dell'ex imbottigliamento e magazzino vini. Nuova destinazione 'unità turistico residenziali'

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Manutenzione straordinaria e riqualificazione funzionale del padiglione interno al cortile. Nuova destinazione 'osteria-pizzeria'

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Restauro e riqualificazione funzionale dell'ex bottaia e barricaia. Nuova destinazione 'ristorante tipico'

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via San Martino (già Contrada Rambaldi)

Ristrutturazione e riqualificazione funzionale dell'ex cantina di fermentazione. Nuova destinazione 'galleria di negozi'

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Demolizione di capannone agricolo semiprefabbricato e nuova edificazione di padiglione commerciale ('fashion cafè')

PLANIMETRIA GENERALE (piano terra)

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10 via San Martino (già Contrada Rambaldi)

Manutenzione straordinaria e riqualificazione della terrazza di palazzo Fermi-Guerrieri, in uso all'attività 5 ('lounge bar')

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Ristrutturazione e riqualificazione funzionale dell'ex imbottigliamento e magazzino vini. Nuova destinazione 'unità turistico residenziali'

PLANIMETRIA (piano primo) 06

06. Planimetria e legenda degli interventi sugli edifici e sugli spazi del Borgo. 07. I plateatici delle nuove attività sono attestati sul camminamento principale. 08-09. Il camminamento principale attraversa le parti verdi ridisegnate dai progettisti. 10. La terrazza di palazzo Fermi-Guerrieri. 07

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meridionale dell’antico fortilizio di Bardolino, su terreni appartenenti alle nobili famiglie dei Fermi e dei Pellegrini. Nel 1704 le loro proprietà furono acquistate dai conti Rambaldi; agli inizi dell’Ottocento subentrarono i nobili Guerrieri e quindi, estintasi la discendenza maschile, i conti Rizzardi, attuali proprietari. Nel corso dei secoli il nucleo edilizio originario si ampliò sempre più, grazie all’acquisizione di terreni, alla costruzione di nuovi edifici colonici o all’ampliamento degli esistenti. Attraverso una mappa di Bardolino del 1728 – opera di Lodovico Perini – si può osservare chiaramente la configurazione urbanistica all’epoca. Oltre alla classica tipologia dei villaggi da pescatori, con tutte le vie orientate in parallelo verso il lago, si nota la presenza di cortine edilizie spontanee a ridosso delle mura, in primis quella lungo l’attuale via San Martino (già contrada Rambaldi). Qui si nota la semplicità delle linee del palazzo dei Rambaldi e del giardino, quest’ultimo rinomato fin dal Cinquecento per le preziose reliquie dell’antichità disseminate ovunque, raccolte in loco dal canonico Alessandro Canobio (1530-1608) per volere del proprietario Bernardino Pellegrini. Nella prima metà dell’Ottocento, all’epoca dei marchesi Guerrieri, un complessivo riassetto edilizio trasformò l’edificio nobiliare e la cortina di case coloniche, differenziandone le linee architettoniche

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PROGETTO

Aprire al Borgo

11. Dettaglio dell’ingresso alla galleria commerciale verso via San Martino. 12. Veduta complessiva di Borgo Bardolino dall’alto. 13. Una veduta notturna della serra. 14. L’edifico attestato su via San Martino e attraversato dalla galleria commerciale. 15. Uno degli edifici storici recuperati. 11

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in base al contesto su cui prospettavano. Nel corso del Novecento, il complesso subì altri rimaneggiamenti: venne sopraelevato il palazzo nobiliare e si costruì un nuovo edificio agricolo su via San Martino in continuità con la cortina colonica, laddove non era ormai più presente alcun edificio. Le plurime trasformazioni del complesso si conclusero nel secondo dopoguerra, quando il Ministero per i Beni Culturali assoggettò a vincolo la villa padronale e la cortina edilizia di pertinenza (il parco venne inserito nel vincolo nel 1984). La premessa progettuale dell’intervento di recupero nasce dalla precisa volontà del Conte Agostino Rizzardi, che da sempre crede fermamente nella necessità del godimento da parte di tutti degli spazi di notevole bellezza ed opera in maniera costruttiva per un turismo di qualità mirato alla valorizzazione dei luoghi. La base concreta è stata la commistione tra spazio pubblico e privato con la messa a sistema dell’asse di via San Martino (frequentatissima arteria del centro storico di Bardolino), via Verdi e Piazzetta Agostino Guerrieri. Con questo gesto progettuale

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committenti Rambaldi srl Progetto architettonico Hummusstudio (arch. Andrea Ludovico Borri) arch. Massimo Donisi direttore dei lavori e project manager Filippo Giustiniani & partners consulenti Ergon studio associato (progettazione impiantistica) geom. Daniel Dei Tos (rilievi) Cronologia realizzazione: 2016 dati dimensionali Superficie costruita: 5.000 mq Giardino: 12.500 mq

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forte si è permesso ai cittadini di poter attraversare il parco, accedendo dallo storico portale sul quale si legge l’insegna “Borgo Bardolino” che ha dato nome al complesso. Una volta varcata questa soglia è come entrare in un villaggio all’interno del villaggio, dove è possibile percorrere sentieri e piccoli viali circondati da aiuole e piantumazioni che scorrono intorno ad una piazza urbana permeabile. Su questo spazio a cielo libero si attestano una serie di attività commerciali e di ristorazione, i cui plateatici si fondono con il verde all’atmosfera del parco e creano un fluire vivace di persone ed esperienze. Verso piazzetta Guerrieri si trova anche l’antica serra recentemente restaurata. A completamento delle funzioni di ristorazione e retail, è stata messa a disposizione della comunità anche una sala conferenze da 400 posti, dotata di una cucina ed un foyer indipendente che consente l’accesso alla notevole terrazza dalla quale si può godere della vista sul lago. Il collegamento verso via San Martino è costituito da una galleria sulla quale si attestano quattro unità commerciali, e completa la fluidità dei percorsi ba-

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sati sulla permeabilità con il centro del paese. L’ambizioso progetto è stata una sfida vinta, se pensiamo che ha avuto una ricaduta estremamente positiva sulla città e ha raccolto un enorme consenso da parte degli abitanti. Per i bardolinesi, il recupero del Borgo è stata una grande soddisfazione che ha accresciuto, se possibile, l’orgoglio di appartenenza ad una comunità che da sempre sa stringersi attorno alle proprie bellezze. Anche per i turisti la sorpresa è stata accolta in maniera calorosa, tanto da fare del Borgo una delle tappe imprescindibili durante la permanenza a Bardolino. Nei quattro anni di lavoro c’è stato un confronto incessante tra la committenza ed i progettisti e ogni dettaglio è stato definito in maniera minuziosa, compresi alcuni elementi stilistici studiati per rappresentare un equilibrio tra il formalismo del passato e l’estetica contemporanea. La riscoperta da parte della città di se stessa è stato prima di tutto un gesto culturale ed umano ed è stato notevole lo sforzo messo in atto nella direzione della tutela del passato. Evocazione e contemporaneità si fondono in nuovi spazi di vita collettiva.

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PROGETTO

Ceci n’est pas une fenêtre

Un’architettura degli interni che esalta il rapporto visuale con il luogo e compendia un proficuo dialogo tra progettisti e artisti

Progetto: arch. Luigi Marastoni, arch. Loretta Sacconelli

San Giorgio di Valpolicella

Testo: Roberto Carollo Foto: Filippo Belletti

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342.6 367.0

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S.GIORGIO INGANNAPOLTRON

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PASSO

CARRAIO

262.0

365.4

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Oggigiorno, diciamoci la verità, la parola “paesaggio” viene citata con una frequenza quasi ossessiva. Tanto da risultare, talvolta, irritante. Convegni, eventi, festival, saggi ed articoli non fanno che parlarne, nelle più varie e fantasiose declinazioni, più o meno pertinenti: scopriamo “paesaggi in movimento”, “paesaggi condivisi”; “paesaggi dello scarto” e “del riciclo”; “paesaggi interiori”, “paesaggi sonori” e gli immancabili “paesaggi del gusto”. La faccenda non può che suscitare una certa inquietudine. E qualche sospetto. Poiché, se da un lato questo fenomeno incoraggia l’impressione che la nostra società (e mi riferisco, in primo luogo, al contesto nazionale) abbia ormai maturato un sensibilità diffusa sull’argomento – con buona pace dei vari Antonio Cederna, Eugenio Turri, Salvatore Settis e delle loro infati-

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cabili battaglie culturali – dall’altro, insinua il ragionevole dubbio che se ne parli con un atteggiamento ingenuo, se non scaramantico; consapevoli dell’immenso patrimonio storico, architettonico, artistico e naturale che nell’ultimo secolo abbiamo perduto, insieme alla nostra identità, con la diffusione di modelli culturali sempre più omogeneizzati ed oggi, globalizzati. O peggio ancora con malizia ed ipocrisia, per nascondere qualche cattiva intenzione o qualche altrettanto cattiva azione, perlopiù riconducibili al “grande ventre” di una speculazione immobiliare bulimica e irresponsabile. Senza voler impartire lezioni a nessuno, su cosa sia o non sia e su cosa rappresenti la nozione di “paesaggio” nel contesto contemporaneo, possiamo tuttavia riconoscere con un certo sollievo come questo progetto di Luigi

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01. Una camera doppia al secondo piano con la vista sulla valle. 02. Planimetria del borgo di San Giorgio di Valpolicella con evidenziato in rosso l’edificio del B&B e in grigio la zona monumentale della pieve. 03. Particolare del soggiorno con il tavolo da pranzo e, sul fondo, il wall drawing di Sebastiano Zanetti.

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04. Particolare dell’ingresso del B&B con l’inserimento sulla porta esistente della maniglia tornita in ottone pieno. A destra l’insegna, opera di Nicola Biondani (foto di L. Marastoni).


PROGETTO

Ceci n’est pas une fenêtre

* E. Turri, Il visibile e l’invisibile del paesaggio, Intervento al convegno organizzato dal Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Napoli, Maratea 1995.

« La conoscenza di un certo paese comincia dall’alto, come sapevano bene viaggiatori appassionati come Goethe, Montaigne, Montesquieu ed altri» Eugenio Turri * 05

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05. La sezione territoriale evidenzia il rapporto dell’edificio del B&B con il borgo e il territorio. 06-07. Vedute del soggiorno il mobile del camino, la boiserie e la cucina sul fondo. 08. Particolare di una camera al primo piano con la “finestra notturna” di Tommaso Carozzi (foto LM).

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Marastoni e Loretta Sacconelli sia in grado di riconciliarci con quella che riteniamo esserne la natura e l’essenza. Che ha a che fare in primo luogo con l’aisthesis, con la percezione e con la sensorialità. Anzi, con un senso sopra a tutti gli altri: la vista! La visione, la “veduta”... In quanto esito dell’incontro tra l’io, soggettivo, ed il mondo. Ma che, proprio per questo, non può permettersi di perdere il contatto con la sua materialità, con la “fisicità”. Perché è proprio in questa relazione tra l’occhio e la mente, e viceversa, che il nostro mestiere di architetti o, quantomeno, gli architetti della mia generazione – per quanto in crisi d’identità e con seri problemi di riconoscimento sociale – ha fondato la propria “sapienza” e le proprie prerogative.

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Certo, non è qui in discussione quanto il paesaggio – perlomeno quello europeo e quello italiano, in particolare – sia prodotto della natura e dell’uomo, esito del concorso di fenomeni visibili ed invisibili, come sottolinea la Convenzione europea del paesaggio (Firenze, 2000) e come ha riconosciuto l’Unesco, allorché ha avviato un processo per la salvaguardia del ‘“patrimonio culturale immateriale” (Intangible Cultural Heritage) che ha trovato compimento nel 2003, con la ratifica dell’omonima Convenzione. Ma non per questo possiamo perdere di vista come tali contenuti intangibili assumano un valore di testimonianza, in termini di paesaggio e patrimonio culturale, solo in quanto generatori di processi in grado di sedimentare per-

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PROGETTO

Ceci n’est pas une fenêtre

09. Pianta del primo piano con evidenziati in grigio gli interventi progettuali sull’esistente. 10. Particolare del disimpegno al primo piano con a parete l’opera di Lino Stefani (foto LM). 11. Uno dei bagni al piano primo con i rivestimenti in resina (foto LM).

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manenze, tracce sull’assetto topografico del “territorio” (concetto per sua natura astratto e, per certi versi, inerte). André Corboz tanti anni fa (1983) parlava di un palinsesto, incessantemente cancellato e riscritto. Il luogo stesso, nel caso qui in esame, rappresenta qualcosa di non comune, proprio grazie alle sue prerogative di natura paesistica. È infatti opinione assai diffusa (seppur poco attendibile dal punto di vista etimologico) che lo stesso toponimo “ingannapoltron” abbia a che fare con la straordinaria visibilità del borgo di San Giorgio che si erge intorno all’antica pieve romanica su un poggio panoramico, tanto da sembrare «raggiungibile con pochi passi». E l’intervento illustrato in queste pagine riesce a focalizzare quello che può talvolta sfuggire, qualora non risulti ben chiaro dove collocare il con-

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fine labile tra architettura e paesaggio. Ovvero il ruolo, il significato e il valore delle relazioni di “scala”. Il progetto, sostanzialmente un’architettura d’interni, opera per esaltare il rapporto visuale con il luogo, restituendo una dimensione “sospesa” tra borgo e paesaggio: San Giorgio il borgo di pietra, la Valpolicella tra cave di marmo e vigneti, le colline moreniche con il lago di Garda sullo sfondo. La disposizione su due piani, con le zone di soggiorno e le camere sul perimetro permette continue relazioni visive con il territorio, con l’area vasta. Le finestre e il tetto, gli elementi di soglia (in-between) diventano generatori del progetto, nella costruzione di una dimensione “contemplativa” che rende ogni stanza unica e, realmente, esclusiva: il davanzale si estende per diventare un piano continuo d’imposta che disegna la nuova camera, il

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Committente B&B La Grande Casa Progetto ARCHITETTONICO arch. Luigi Marastoni arch. Loretta Sacconelli artisti Nicola Biondani Tommaso Carozzi Lino Stefani Sebastiano Zanetti fornitori Mobilificio Zinelli Mafezzoli Roberto pitture Baldo Impianti snc Moscatelli Claudio impianti elettrici ResResine di Antonella Brazzarola Vetraria Effemme snc Arredoluce Cronologia Progetto e realizzazione: 2015-2016 Dati dimensionali Superficie utile: mq 183

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12-13. Esploso assonometrico e veduta della piattaia. 14. Il fumoir: seduta sollevata con poggiapiedi e seduta a cilindro per la contemplazione.

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PROGETTO

Ceci n’est pas une fenêtre

15. Pianta del secondo piano con evidenziato l’intervento cromatico sul soffitto. 16. Il disimpegno al secondo piano con in evidenza il parapetto traslucido della scala. 17. Un bagno al secondo piano con lo specchio a piani inclinati. 18. Camera doppia al secondo piano.

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letto, le sedute, l’armadio e il “deposito” bagagli. L’oscuramento delle finestre viene risolto con pannelli opachi interni, su cui sono dipinti in copia i paesaggi che vediamo dalla camera: la “finestra notturna”, opere di Tommaso Carozzi. Le stanze assurgono così a luogo dell’esperienza “estetica” dove il territorio incontra la sua rappresentazione, inquadrata nei diversi tableaux e facendosi, così, paesaggio. Ma il gioco di riflessi in questa “camera degli specchi” si fa complesso ed ambiguo, allorché tele e cornici (dipinti e vedute) si dissociano, moltiplicando i livelli cognitivi e trascinandoci in una dimensione incerta, dove il confine tra realtà ed immagine si fa sfocato. Anche il soffitto concorre al continuo “spaesamento” spaziale e sensoriale dell’ospite, o del visitatore. Grazie all’uso pittorico del colore, che assume connotazioni chiaroscurali nelle diverse tonalità del rosa-magenta, le dimensioni bidimensionale e tridimensionale sfumano l’una nell’altra. Le falde del tetto sono piani di un cristallo sfaccettato che assume,

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portandoli all’astrazione, i colori del tramonto. Le geometrie si deformano nel punto in cui giungono a contatto con il parapetto della scala, realizzato attraverso lo sviluppo verticale a tutta altezza di pannelli in tessuto retroilluminati, come una stalattite. Lo specchio del bagno e la boiserie del soggiorno sono piani che si inclinano rispetto alla parete, trasfigurandone la natura. I primi reintroducono il paesaggio nell’immagine riflessa, i secondi evocano la forza del complesso monumentale della pieve romanica. Attraverso le dimensioni inconsuete del tavolo, il design degli imbottiti, della boiserie e grazie ad altri dettagli che interagiscono con oggetti artistici selezionati dagli autori, l’allestimento del soggiorno assume la configurazione di uno spazio espositivo, trasportandoci nuovamente da una dimensione “domestica” a una dimensione “estetica”. Un wall drawning di Sebastiano Zanetti completa l’operazione smaterializzando la parete che, grazie alla sequenza dinamica delle aperture, affaccia sulla scena monumentale della pieve.

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luigi marastoni Loretta sacconelli

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È stato conservato il pavimento in legno di rovere del soggiorno e delle camere e quello in pietra della scala e del ballatoio. L’MDF è il materiale usato per l’arredo: naturale con vernice trasparente, leggermente mordenzato, verniciato di bianco e nobilitato con laminato nanotech super opaco, satinato o lucido. I bagni sono in resina. L’ultima tappa in questo sofisticato dispositivo circolare di “riflessioni” ci riporta all’inizio, alla porta d’ingresso, dove eravamo stati accolti dall’insegna, opera in cotto dello scultore

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Nicola Biondani. I suoi “teatrini di interni” sono una rappresentazione enigmatica dell’intérieur, velata di una nota esistenziale struggente e malinconica. Non possiamo – in conclusione – eludere un aspetto metodologico che emerge con esiti convincenti tra le righe di questo lavoro e che consiste nella stretta collaborazione, nella relazione sostanziale o meglio ancora nell’incontro tra architetto ed artista. Evocando la nozione di “arti applicate” che connotava l’esperienza del Werkbund, poi confluita nel Bauhaus

di Walter Gropius, l’aspirazione all’«opera d’arte totale» (Gesamtkunstwerk) porta l’architetto a fare un passo indietro, rinunciando al controllo assoluto, esclusivo dell’opera e del suo carattere. Per fare spazio agli strumenti e al linguaggio all’artista. Che viene spinto, a sua volta, a rinunciare ad una parte della propria autonomia espressiva per costruire un’opera site specific, ponendo il proprio “mestiere” al servizio non tanto dell’architetto, quanto dell’architettura e della sua naturale vocazione ad ospitare.

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Luigi Marastoni (Verona, 1965) consegue la laurea allo IUAV nel 1993. Nel periodo universitario partecipa a vari concorsi di architettura nazionali e internazionali, frequenta corsi di approfondimento in Italia e all’estero. Dal 1993 svolge attività professionale con il suo studio in Sant’Ambrogio di Valpolicella, che nel 2007 apre a Venezia. Suoi lavori sono stati presentati su «AV» 94. Produce e organizza incontri, seminari, curatele di esposizioni d’arte (cfr. CollezionePrivata a partire da «AV» 100). Loretta Sacconelli (Verona, 1966) si laurea allo IUAV nel 1999 con già un lungo apprendistato alle spalle. Le collaborazioni con alcuni studi continuano fino al 2001 quando inizia un’attività professionale indipendente. Da allora il suo lavoro si è incentrato in ristrutturazioni e ampliamenti volti a trasformare lo spazio con l’utilizzo di elementi materiali e il colore.


SAGGIO

Il fuoco sacro dell’architettura

Un elemento ancestrale dello spazio domestico, il camino, attraverso un repertorio di esempi tratti dall’opera di Libero Cecchini

Testo: Angela Lion

Foto e disegni: Archivio Studio Cecchini

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01-04. Casa Cecchini, Bosco Chiesanuova (1961): dettagli costruttivi del camino, veduta esterna, il camino dall’interno e particolare della pianta.

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“Camini d’oggi”. “Sale di soggiorno, camini”. “Camini e ambiente”. Erano questi i titoli dei bei repertori pubblicati dal mitico Ulrico Hoepli Editore che tra gli anni Cinquanta e Sessanta facevano ciò che oggi è demandato ad Instagram, ovvero fornire idee, spunti ed esempi significativi di alcune parti ed elementi architettonici. La parte per il tutto. “Il camino è uno tra gli elementi più importanti nella composizione planimetrica e di arredamento delle ville grandi e piccole. […] È la moda, da haute couture, ma è anche un tentativo, magari inconscio di richiamare alla casa, al luogo dove si sta, dove si abita, oltre che una forma tutta particolare di rifarsi ad una tradizione domestica dalle glorie innumerevoli e indiscusse”. A questi repertori abbiamo pensato, cercando di rievocarne il sapore, allestendo un omaggio in corrispondenza di un’importante ricorrenza, i primi 98 anni dell’architetto Libero Cecchini. All’interno della sua opera, rimangono infatti numerosi esempi di camini, pensati come oggetti architettonici dagli aspetti molteplici ep-

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pur ricorrenti. Forme e materiali, che le immagini mostrano in maniera eloquente, raccontano tipologicamente un elemento indispensabile nella storia dell’abitare. Esempio significativo è quello della casa costruita da Cecchini per sé a Bosco Chiesanuova, nella quale il camino diventa l’elemento portante – lo si legge molto bene in pianta – senza il quale lo stesso fabbricato non avrebbe ragion d’essere. Il centro, il fuoco visivo altro non è che il fuoco dell’identità sociale e culturale di un individuo, di un gruppo familiare, di una collettività. Un richiamo al vero senso della casa per un piacere dell’abitare: un punto di raccolta e di meditazione. Libero Cecchini ha colto sapientemente tale aspetto – una tensione al concentrarsi – a tal punto da condizionare l’immagine stessa dell’abitazione, quasi fosse un “monumento, attorno al quale si quietano i rumori quotidiani, si ferma la vita della casa, e si gode del miracolo del fuoco”. Nelle ville costruite in area gardesana, incentrate su un raffinato dialogo con il paesaggio, il camino diventa

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ancor più un elemento plastico, con una funzione decorativa ma anche un raffinato pretesto di tecnica costruttiva, caratterizzato com’è dall’elemento materico: su tutti la pietra. Nei tratti di alcuni degli altri esempi il camino, a volte imponente a volte quasi rarefatto, oppure dalla collocazione oggi improponibile - l’interno di una scuola materna! - rappresenta quella particolare meditazione sul rapporto tra la classicità con i suoi stereotipi e il senso organico dello spazio architettonico. Diventa un elemento a se stante sebbene integrato nello spazio domestico: un segno compositivo imprescindibile, un riferimento. Ed ecco svettare i comignoli, interpretati da Libero Cecchini come estroflessioni del focolare domestico. Presenziano il manufatto sul territo-

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rio, specchio di un interno caloroso ed accogliente, mostrandosi possenti ed imperscrutabili quasi a costituirne per l’abitazione un baluardo, la roccaforte. Una presenza rassicurante, atta al risveglio da parte dell’uomo di quella presa di coscienza del valore stesso della vita.


SAGGIO

Il fuoco sacro dell’architettura

05-06. Casa Camerlengo, Brenzone (1955): veduta esterna con il camino d’angolo e pianta. 07-08. Casa Tregnaghi, Malcesine (1960): dettagli del camino e veduta dall’interno. 09-11. Casa Heberlein, Malcesine (1965): il camino del soggiorno, veduta generale e particolari. 12-14. Casa Locchi, Malcesine (1960): veduta interna, dettagli del camino e schizzo. 05

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15. Casa Gatti, Bosco Chiesanuova (1966). 16. Scuola materna, Bosco Chiesanuova (1974): il camino negli spazi comuni. 17. Casa Zamboni Totola, Sona (1970). 18. Casa Evangelista, Cellore di Illasi (1973-75). 19, 22. Casa Coato, Pescantina (1968). 20. Casa Adami, Negrar (1972). 21. Casa Gatti Zanella, Sant’Ambrogio di Valpolicella (1975-76). 23 Casa Buffatti Chierego, Torri sul Benaco (1968). 15

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24-25. Casa Benedetti, Biondella (1964-66): veduta interna del soggiorno e particolare del camino passante. 26-27. Casa Abrescia, Cerro Veronese (1970): pianta del piano terreno e veduta del camino centrale. 28. Casa Mazzi, Arbizzano (1963): il camino integrato con la scala centrale. 29. Casa Zorzi, Albisano (196970): il camino esterno nel portico. 30-31. Studio Cecchini, Bosco Chiesanuova (1975): veduta interna con la canna fumaria e dettagli costruttivi del forno per la ceramica. 24

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32. Casa Heberlein, Malcesine (1965). 33. Casa Zorzi, Albisano (1969-70). 34. Casa Mondini, Cerro Veronese (progetto). 35. Casa Gatti, Bosco Chiesanuova (1966). 36. Casa Benendetti, Biondella (1964-66). 37. Casa Zamboni Totola, Sona. 38. Casa Coato, Pescantina (1968). 39. Scuola materna, Bosco Chiesanuova (1974). 40. Casa Gozzi, Grezzana (1971-72). 32

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Il cittadino custode e architetto

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A San Bonifacio una delle dieci aree urbane periferiche individuate a livello nazionale per un concorso di idee giunto all’aggiudicazione

Testo: Tomàs Bonazzo

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Il progetto

TAV. 1

la casa della Praissola coffice co-working

percorso ciclo

area bimbi area spettacoli

campo sportivo in quota

piazza della Praissola

parcelle ortive area fitness macchie arbustive

sta sera veniamo al cinema alla praissola?

area verde parcheggi pertinenziali

La ricostruzione del pubblico, ovvero di una dimensione condivisa, deve e può passare attraverso la ri-costruzione dello spazio pubblico, come appunto un nuovo spazio di condivisione. Vogliamo riportare la condivisione ad essere la natura dello spazio pubblico attraverso un progetto/processo di un’architettura sostenuta dalla

comunità, realizzata per la comunità e in grado allo stesso tempo di coagulare una comunità attorno ad essa. Con l’incontro, con lo scambio, con l’agire insieme si può ricostruire il ‘condiviso’ e quindi il ‘pubblico’ e quindi la comunità

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01. Ortofoto con l’individuazione dell’area di concorso contornata in rosso. 02. Tavola del progetto vincitore dei bolognesi Luca Vandini e Leonardo Tedeschi. 03. Veduta attuale della Praissola.

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Mentre le congetture giornalistiche formicolavano sulle prime pagine di ogni quotidiano, vogliose di decostruzione in merito alle errate previsioni sul nuovo presidente degli Stati Uniti, un evento d’importanza nazionale – presentato nientepopodimeno che dall’onorevole dicastero del MIBACT in comunione con il CNAPPC – giungeva al termine: il concorso di idee per la riqualificazione di dieci aree urbane, selezionate ad hoc nel complesso “bel Paese” secondo le logiche del più adatto tra gli oltre 140 sindaci di altrettanti comuni con annessi e connessi assessori, consiglieri e segretari, prodigati per l’occasione nella compilazione ossequiosa del formulario ministeriale. Interferendo con la profezia del “ne rimarrà soltanto uno” si protocolla

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con l’area numero 8, l’unica nel Veneto, il misconosciuto e misterioso quartiere di Praissola in quel di San Bonifacio, voglioso di riqualificazione urbanistica per frenare e “alleviare” vari fenomeni di degrado sociale sempre puntuali e mai generalizzati. Un lembo cementificato, soffocato da condomini ATER vetusti e scialbi, orpellati da biancherie polimorfe, e un tracciato ferroviario apparentemente invalicabile; nel contempo “la Praissola” seduce per la presenza di campi sportivi, una scuola superiore e la chiesa del San Giuseppe, cioè di attori di caratura non indifferente nel virtuale teatro di San Bonifacio. Con un balzo che nemmeno nelle migliori produzioni di Pindaro, abbandoniamo la narrazione annacquata dei Five Points sambonifacesi di un Ansbury spiccatamente “nostrano”, per i five finalists di una sfida che ha coinvolto 37 progetti (su un totale di 220 per tutte le aree assegnate), scremati dalla scure inappellabile della giuria dispensatrice di punteggi. La soluzione al certame destina alla quinta posizione un progetto meticoloso e prudente, impegnato nel ricucire i margini, gli allineamenti e le prospettive, nel recupero del “terzo paesaggio” e nell’edificazione di un civic center che insegue l’andamento della strada, proteggendo una nuova piazza marchiata da cerchi di raggio variabile. Il quarto classificato osa appoggiando al condominio salvaguardato il nuovo che avanza, sfruttandone il disegno geometrico per risoluzioni plastiche inaspettate che ammettono una piazza quadrangolare, ora aperta su tre lati. Il terzo progetto premiato si isola

ODEON

PARCO L’ABBIAMO FATTO INSIEME


Il progetto si fonda sul coinvolgimento delle persone. Ne sono componenti essenziali le azioni che promuovono la comunicazione e condivisione da parte degli abitanti, singoli o partecipanti di gruppi e istituzioni. Aumenta la sostenibilità concreta: la qualità è riconosciuta, viene da tutti ed è di tutti.

– o diventa isola – dal contesto rielaborando archetipi architettonici e psicologici; viene eretta una barriera di pioppi e graminacee ornamentali a protezione del focolare-patio che muta il suo ufficio in funzione dei cicli stagionali sui passi di Kim Ki-duk. In seconda posizione Marco Sartori (capogruppo) e suoi collaboratori, recuperano i “prati al sole” che marcano i mappali dell’antico catasto per direzionare i vettori degli orti urbani che, in connubio con il padiglione, il parco per i bambini e la piazza del mercato, propongono la via del motore immoto, con vesti

« La rigenerazione urbana di un’area all’interno del quartiere Praissola poneva l’obiettivo di alleviare fenomeni di degrado sociale » ecologiche stimolanti e stimolate a determinare vitalità e spirito aggregativo. Il progetto vincente, though last, not least, volto a disegnare la nuova scena di San Bonifacio, è invece della premiata coppia Luca Vandini (progettista) e Leonardo Tedeschi (collaboratore), entrambi di Bologna; i princìpi generatori del progetto si esplicano grazie ai tre prìncipi – e suoi multipli – non contendenti ma determinanti per la corona concorsuale: 1) la progettazione veste necessariamente i panni di un quantificatore umano anglosassone – civic engagment – in cui, ai progettisti e ai tecnici comunali, si somma il plus valore aggiunto dei cittadini interessati; 2) la realizzazione

TAV. 2

Il processo

diviene una procedura antitetica, con fasi distruttive e ricostruttive, in cui i cittadini divengono giocatori “attivi” per specifiche costruzioni, organizzati, poi, in laboratori e workshop; 3) la gestione, infine, invita e organizza incontri – e si augura partecipati – in cui ai partecipanti si spiegano le regole del nuovo “vivere” uno spazio pubblico con assunzione di responsabilità civica. Il nuovo costruito a più funzioni, si protegge all’ombra dell’ultimo edificio Ater demolito, con due solidi sfalsati: una base dai prospetti trapezoidali, sul cui piano inclinato

Progettazione P1 progettazione partecipata

Gestione

Fare insieme

R0 riconfigurazione spazi aperti

Curare insieme

R1 demolizione

R2 infrastrutture e opere edilizie

R3 arredi e finiture

R4 attrezzature

R5 trattamento terreni e orti

G0 progettazione ente gestore

G1 organizzazione eventi - workshop - feste

CURA COLLETTIVA stimolo

regole d’uso condivise Prima del completamento

controllo

dei lavori inizierà la terza fase quella di progettazione delle regole d’uso dello spazio e dei suoi partecipanti attivi.

Amministrazione mano d’opera locale

Imprese locali

formazione

progetto d’uso

co-working cafè

Progettisti

CO-PROGETTAZIONE

workshop

Cittadini civic engagement

Il progetto inizia con una fase di coinvolgimento diretto dei cittadini nella progettazione degli spazi come protagonisti e destinatari del progetto

I lavori e il budget prevedono una fase iniziale appaltabile a imprese locali e una seconda fase di coinvolgimento diretto dei cittadini che proseguono nel diventare protagonisti del nuovo spazio pubblio.

eventi

community garden

associazioni

CO-COSTRUZIONE

gruppi di cittadini

BUDGET sostegno al coninvolgimento attivo

sagre co-office feste

progetto di cura del bene comune

Community supported

CSArch architecture

Il progetto/processo si fonda sul coinvolgimento diretto delle persone. Ne sono componenti essenziali le azioni che promuovono la comunicazione e condivisione da parte degli abitanti, singoli o partecipanti di gruppi e istituzioni. Il progetto aumenta la sostenibilità concreta: la qualità è riconosciuta, viene da tutti ed è di tutti.

04

L’edificio La casa della Praissola E’ concepito per essere realizzato con un sistema pre-fabbricato in legno (x-lam) ad alta efficenze energetica, la forma compatta e lo sbalzo del campo da basket sovrastante consentono di limitare il dispendio energetico sia invernale che estivo e garantire un ottimo confort.

Realizzazione

Decidere insieme P0 progettazione tecnica

Soggetti conivolti

TAV. 3

area svago e condivisione servizi

deposito attrezzi

schermo per proiezioni servizi disabili

area gioco bimbi seduta per spettacoli

seduta per spettacoli tavoli area relax gradoni per conferenze e spettacoli

cucina esterna cavea per spettacoli

coffice (area lavoro dinamico e caffetteria)

co-working silent area/sala polivalente

coffice (area lavoro dinamico e caffetteria)

sala polivalente

sala polivalente

assetto coworking

assetto auditorium 100 posti

deposito bar

VEDI TUTTO QUESTO PARCO L’ABBIAMO FATTO INSIEME

05

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2017 #03


RECUPERO DEGLI ASSI STORICI DETTATI DAGLI ORIGINARI CAMPI COLTIVATI “PRATI AL SOLE”

MACROZONE DI PROGETTO

PARCO BAMBINI

ORTI

PIAZZA MERCATO

PADIGLIONE

CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE DI DIECI AREE URBANE PERIFERICHE

BARRIERA VERDE DI PROTEZIONE DALLA FERROVIA

IMPIANTI SPORTIVI FERROVIA

AL CENTRO PAESE

TRACCIATO CATASTO STORICO CHIESA E SCUOLE

DIREZIONE LONIGO

san bonifacio (verona) enti banditori Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori giuria Arch. Alessandra Ferrari Arch. Simone Gheduzzi (Presidente) Arch. Paolo Malara Arch. Maurizio Pece Arch. Esmeralda Valente

ORTI AL SOLE

PIAZZA MERCATO

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ESEMPI DI OCCUPAZIONE

1

04-05. Progetto primo classificato: Luca Vandini (capogruppo), Leonardo Tedeschi (collaboratore). 06. Progetto secondo classificato: Marco Sartori (capogruppo), Alessandro De Paoli, Mirco De Franceschi, Enricomaria Todaro, Elisabetta Baldan, Daniele Volpato (consulente), Silvia Canton (consulente). 07. Progetto terzo classificato: Roberto Cosenza (capogruppo), Giampiero Lagnese, Saura Gargiulo, Danko Linder, Anna Laura Jescke (consulente). 08. Progetto quarto classificato: Pedro Texeira De Melo (capogruppo), Chiara Ternullo, Eleonora Rodofile, Silvia Toninello (collaboratore), Federica Russo (collaboratore), Urmo Orujoe (collaboratore). 09. Progetto quinto classificato: Mario Bonifazi (capogruppo), Davide Consolati.

2

1. Sale ricreative La parete scorrevole agevola la separazione di attività di qualunque tipo, come una ludoteca, sale di lettura, una sala riunioni e etc. 2. Mercato Le dimensioni della piazza permettono l'inserimento di attività non permanenti quali il mercato a km0 o una sagra eno-gastronomica.

1 2

1. Spazio espositivo la versatilitá dell'edificio permette la totale apertura di ogni sala in modo da creare percorsi espositivi, fiere del libro, mostre. Ció consente quindi di collegare il fabbricato con l'esterno grazie alle aperture sulla piazza, nella quale si avrà l'occasione di estendere all'aperto la destinazione d'uso della parte coperta.

1

1. Area per cene comunitarie Il collegamento fra la sala polivalente e la cucina permette la creazione di una temporanea zona di ristorazione. 2. Auditorium all'aperto la speciale configurazione spaziale della piazza si adatta ad accogliere attività di spettacolo o conferenze.

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08 3/3

si installa una cavea per spettacoli e visioni cinematografiche en plain air, e sul piano di appoggio della base minore un campo sportivo aggettante – nella fattispecie, un campo da pallacanestro. Lo spazio interno della base frammenta l’impianto rettangolare assemblando, in pianta, un complesso puzzle di trapezi in cui si alternano locali per

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il co-working a sale per assemblee di quartiere. Gli esterni del parco si stratificano per funzioni, siano esse orti urbani, aree dedite al fitness o al gioco per i bimbi, sempre attraverso un continuo piegarsi di linee mai lineari o circolari con macchie arbustive seminate che rievocano accidentalmente il tangram cinese.

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ODEON

ANALISI DEGLI ASSI ATTUALI, DETERMINATI DALLE INFRASTRUTTURE E DAI SERVIZI


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C’è Grano per tutti

Il più classico dei concorsi di idee nelle proposizioni delle amministrazioni pubbliche ha raccolto proposte per uno spazio pubblico aperto a Bussolengo Testo: Tomàs Bonazzo

Per quanto possa apparire incomprensibile, il ridente comune di Bussolengo è imperfetto. La giunta comunale se ne avvide nientemeno che nell’aprile 2016, ma fu solo in seguito alla “determinazione dirigenziale n. 717” di un burrascoso novembre dello stesso anno che si varò il bando per un nuovo concorso. La ragione d’essere era la ricerca di idee riqualificanti e di quel Demiurgo in grado di plasmare al meglio le forme grazie a risoluzioni sinergiche e chirurgiche dello spazio depauperato. L’oggetto del desiderio si annida nel limite del comune, dove un incrocio cartesiano tra l’ordinata via Molinara con l’ascissa via Flavio Gioia – che curiosamente segna la direzione est-ovest, per quanto il tal Gioia sia ossequiato ad Amalfi come l’inventore della bussola magnetica – divide l’area in quattro quadranti. Nel secondo quadrante, per cui a nordest dell’incrocio, un parcheggio necessario serve un impianto sportivo a tuttotondo, con piste di atletica leggera, piscine, campi da calcio, calcetto, tennis e, caso mai capitasse, pure di baseball. Parafrasando il leggendario Yogi Berra, it’s ain’t over ’til is over e, in effetti, è nel terzo quadrante, quello sottostante il centro atletico, che si impernia la reale motivazione del bando: Piazza del Grano, una perfetta scacchiera di 64 caselle privata di pedine o pedoni – e alberature – circoscritta dalla via principale, la Molinara, da due blocchi edilizi evidentemente progettati sulle note di So Long, Frank Lloyd Wright e da una strada che, parallela a via Gioia, elude l’ordinata materializzando non alzare il fiume, abbassa il ponte di Jerry Lewis; cioè con un sottopassaggio. Gli obiettivi del concorso sono nobili e del tutto inediti: 1) organizzazione del verde urbano in quanto ingrediente “essenziale” dello spazio

l'area giochi

l'aperitivo

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spalle del ponte in c.a. con sviluppo circolare soletta in c.a. realizzata con lastre predalles prefabbricate cosciale in cemento prefabbricato reso solidale durante in getto parapetto in acciaio con corrimano in acciaio pavimentazione formata da lastre in cemento prefabbricato pavimentazione pista ciclabile con cordolo laterali in cemento basamento della fontana rivestito in pietra getti d'acqua della fontana con ugello a zampillo in ottone elemento della fontana in acciaio zincato e verniciato

sezione ponte ciclo-pedonale e fontana 1:50

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la nuova piazza

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2017 #03


entE banditorE Comune di Bussolengo (VR) giuria Arch. Leonardo Biasi (dir. Comune di Bussolengo - Presidente) Arch. Carlo Rigon, Ing. Luca Lonardi Arch. Lorena Dal Bosco (Comune di Bussolengo - Segretario)

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1° classificato Ing. Giuseppe De Stasio, Arch. Luca De Stasio (Rimini) 2° classificato Arch. Andrea Benelli, Arch. Davide Lucia, Arch. Vincenzo Moschetti, Arch. Giacomo Razzolini (Prato)

pubblico; 2) modelli di arredo urbano che tratteggino il contesto, favoriscano l’uso estivo e che sradichino il vandalismo; 3) assegnazione dell’appellativo “cerniera” a Piazza del Grano, ovvero di un super-spazio, che migliori le relazioni del vicinato (il centro sportivo e il parco giochi), garantendo variegate manifestazioni di paese e adornandosi di installazioni artistiche per attrarre “nuovi investimenti privati”, prediligendo materiali incorruttibili e sostenibili; 4) se possibile non si deve spendere molto.

3° classificato Arch. Giacomo Rizzo (Atripalda) 4° - menzione Arch. Diego Polese (Alghero)

« Altri pedoni “verdi” occupano le caselle in maniera strategica in modo da connettersi al percorso ciclabile grazie a lingue di lunghezza variabile in “rosso di Verona” » L’impresa titanica venne affrontata da diciannove arditi, ma la coppa fu assegnata con gaudio al partecipante che si approssimò alla perfezione con 92.833 di punteggio: il gruppo costituito dall’ingegnere Giuseppe De Stasio (capogruppo) e l’architetto Luca De Stasio. Il loro intervento principia da scale elevate, preoccupandosi di tutto, pure del cambio di segnaletica; si propone un sistema viario con

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01-03. Progetto 1° classificato: ing. Giuseppe De Stasio, arch. Luca De Stasio: schemi morfologici e vedute prospettiche. 04. Veduta aerea dell’area della piazza allo stato attuale. 04

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ODEON

CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE DI PIAZZA DEL GRANO


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ampi marciapiedi e ciclopiste che connettono via Virgilio sino allo stadio. Il sentiero esclusivo, difeso da alberature, scorre affianco via Molinara, unendo ciò che Flavio Gioa divise: l’atletica e lo svago, il centro sportivo e piazza del Grano. Quest’ultima moltiplica l’originaria scacchiera (il lato sud si compone di ben 27 caselle) e, contemporaneamente, viene invasa a nord da inarrestabili linee prative sostenute da torri arboree. Altri pedoni “verdi” occupano le caselle in maniera strategica, in modo da connettersi al percorso ciclabile grazie a lingue di lunghezza variabile in “rosso di Verona”; e, proprio lungo o al termine di tali linee, che elementi lignei si sollevano dal piano di calpestio e, flettendosi, variano in funzione ora come sedute, ora come altalene, ora come giochi d’acqua. Il progetto secondo classificato è del palese quadrumvirato di architetti: Andrea Benelli (capogruppo), Davide Lucia, Vincenzo Moschetti e Giacomo Razzolini. Il loro progetto si cura di implementare i collegamenti “lenti” – e sempre di pari passo a via Molinara – nelle volontà del   ㄀

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05-08. Progetto 2° classificato: arch. Andrea Benelli, arch. Davide Lucia, arch. Vincenzo Moschetti, arch. Giacomo Razzolini: schema del verde, usi della piazza, veduta prospettica e pianta.

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bando, con un accento marcato sulle essenze, gli alberi e gli arbusti, selezionati con puntiglioso rigore, dal Solano Lycopersium al Cupressocyparis Leylandii. Il disegno di Piazza del Grano gioca con due quadrati concentrici, opposti cromaticamente (grazie alla pietra di Prun e alla pavimentazione in cotto nero), di cui quello esterno ruota e trasla rispetto a quello interno. Il rigore spigoloso viene, poi, trasgredito dalla presenza di un cerchio plurifunzionale: una fontana rinfrescante per le calde stagioni, un palco per artisti musicali euforizzanti o, più in generale, eventi di interesse comunale e come raccoglitore di acqua piovana a supporto del sistema di irrigazione. In rinfianco e completamento si dettagliano sia arredi urbani mobili (in acciaio galvanizzato e listelli di legno) che immobili in salsa high-tech, e una struttura modulare ombreggiante con torretta prestabile per installazioni artistiche varie ed eventuali. ㈀开匀琀爀甀琀琀甀爀愀  洀漀搀甀氀愀爀攀

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Lettura di un elemento archeologico appartenente alla storia delle tecniche costruttive a partire dalle testimonianze custodite nel museo veronese Testo: Maria Ajroldi

Foto: Enzo Bassotto - Archivio Museo

di Castelvecchio

Il Museo degli Affreschi “Giovanni Battista Cavalcaselle” alla Tomba di Giulietta, specificamente dedicato agli affreschi come indica il suo stesso nome, presenta anche una zona che può suscitare una certa sorpresa. Innanzitutto per la sua ubicazione, un piano sotterraneo con accesso proprio a fianco del più conosciuto percorso museale. In secondo luogo per gli elementi offerti all’attenzione del visitatore, che consistono praticamente in una grande quantità di anfore romane disposte negli

« In epoca romana anfore di recupero erano utilizzate come elementi di drenaggio da eventuali infiltrazioni sotterranee » ambienti di questa zona del museo. Chi ha una conoscenza anche approssimativa del mondo romano sa che le anfore sono uno degli elementi più facilmente reperibili negli scavi archeologici. Ci si può chiedere allora come mai proprio qui sia stata riservata una zona a questi reperti, e con quale logica siano stati collocati. La prima risposta ci viene dal fatto che questo luogo è anche quello del relativo ritrovamento, avvenuto in vari momenti, dalla fine

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dell’Ottocento a quella del secolo scorso, di più di 700 anfore 1. Abitualmente molti di questi contenitori forniscono notizie utili per ricostruire la locale vita civile nel rispettivo periodo di appartenenza. Questo perché la loro forma risulta molte volte tipica di un luogo di produzione, o rivelatrice del trasporto di particolari merci. Inoltre molto spesso ogni anfora veniva contrassegnata da marchi o bolli relativi alla provenienza,

alle quantità, al contenuto o alle destinazioni commerciali. Perciò dai ritrovamenti di anfore è possibile ricostruire i consumi abituali di una popolazione, ma anche le reti delle relazioni commerciali e le percorrenze dei relativi trasporti. Da questo punto di vista, le anfore vengono considerate abitualmente come “indicatori archeologici”, e di fatto le anfore del Museo degli Affreschi hanno permesso di ricostruire alcune caratteristiche

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01. Alcuni esemplari di anfore romane disposte sulle pareti in calcestruzzo della scala-ascensore che conduce al livello interrato del Museo degli Affreschi di Verona.

ODEON

Le anfore romane del Museo degli Affreschi


02. Tracciato delle fondamenta romane, in rosso, sulla planimetria dell’area. 03-04. Il deposito a vista delle anfore e particolare di alcuni esemplari disposti a muro. 05-06. Esempi di “igloo” per vespai, corrispettivi contemporanei delel anfore romane.

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della vita civile di Verona nel I e nel II secolo d.C. Ma il motivo della loro collocazione nell’area del ritrovamento è collegato a un’altra forma di utilizzo, probabilmente meno conosciuta. Possiamo dire che in epoca romana le anfore avevano spesso anche una seconda vita: infatti la civiltà romana, eminentemente pratica e tecnicamente avanzata, aveva già sperimentato alcune forme di riciclaggio di materiali di consumo. In particolare le anfore, la cui produzione era abbondantissima, risultavano anche, una volta esaurita la loro prima funzione come contenitori, un prodotto sicuramente a basso costo e facilmente reperibile. E di fatto un importante settore di reimpiego era costituito dall’utilizzazione in campo edilizio: i monumenti di epoca romana registrano in molti casi

la presenza di anfore nel materiale di riempimento delle volte o comunque all’interno delle murature, con la funzione evidente di alleggerirne il peso. Inoltre gli scavi archeologici hanno riscontrato spesso, al livello delle fondamenta degli edifici, grandi quantità di anfore disposte ordinatamente in file parallele e in posizione rovesciata, o anche con andamento inclinato e riferibile a direzioni ben precise. In questi casi è stato individuato l’utilizzo delle anfore in disuso come elementi di bonifica dei terreni o di drenaggio di eventuali infiltrazioni sotterranee. In altre occasioni sono stati riscontrati rottami di anfore concentrati alla rinfusa, ma comunque collocati a livello di fondazione delle aree edificate. In tutti questi casi le anfore continuano a funzionare da indicatori archeologici, anche se

cambiano i parametri di riferimento. Dato che si tratta di materiale “riciclato” perdono importanza i dati relativi alla datazione, ai luoghi di produzione o alle destinazioni commerciali, e diventa significativa soltanto la collocazione in cui sono venute alla luce. Praticamente i ritrovamenti si prestano a una lettura rovesciata, dal basso verso l’alto: dove vengono individuati uno o più strati di anfore sotterranee si suppone per lo stesso periodo nell’area sovrastante l’esistenza di uno spazio edificato o comunque adibito a usi civili. Possiamo leggere in parallelo le stratificazioni sotterranee di anfore romane e gli attuali vespai con sistema “igloo”, che ugualmente dispongono in batteria i relativi elementi in plastica. Risulta significativa allora anche la collocazione sotterranea nella zona del ritrovamento. Oltre a suggerire la situazione di fatto all’epoca degli scavi, si è potuto dedurre il possibile utilizzo in epoca romana dell’area superiore per una funzione civile di un certo

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rilievo. In effetti la zona interessata risulta esterna ma molto prossima al tracciato delle mura romane e comunque in posizione privilegiata, da una parte per la prossimità dell’Adige e probabilmente anche del suo porto fluviale, dall’altra parte per la presenza a ovest di una importante arteria, la Claudia Augusta Padana, che provenendo dall’Emilia attraversava Verona e la collegava con le regioni germaniche del nord. Non sorprende nemmeno che la situazione del terreno abbia reso necessaria un’accurata bonifica. Risulta infatti che nei primi decenni del primo secolo d.C. era stato creato un nuovo argine per contenere l’ampiezza del fiume e innalzarne la sponda. Occorreva quindi salvaguardare da possibili infiltrazioni e ristagni l’area risultante, in particolare se interessata alla costruzione di un grande edificio pubblico. Di fatto al di sotto degli attuali edifici sono state individuate due coppie di muri romani con andamento parallelo e praticamente allineato al corso

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ODEON 04

dell’Adige, e le fondamenta di una vasta esedra semicircolare appena retrostante a una delle murature. Lungo uno dei muri era ancora presente un doppio strato di anfore capovolte, mentre altri gruppi di centinaia di anfore erano disposti in zone diverse della stessa area. Circa la natura e l’utilizzo di queste costruzioni e di eventuali aree aperte collegate non abbiamo notizie certe. Una interessante ipotesi a riguardo prevede la presenza di uno spazio attrezzato destinato agli allenamenti sportivi della gioventù, denominato ludus o campus. L’esistenza nella Verona romana di un’area con questa destinazione è testimoniata da una iscrizione che si trova attualmente al Museo Maffeiano, insieme ad altri reperti che contribuiscono a

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ricostruire vari aspetti della storia urbana. L’iscrizione ricorda che Lucio Giustino, evidentemente personaggio di rilievo nella vita cittadina perché insignito degli onori municipali, “ha offerto quattro campate del portico che conduce al ludus, facendole coprire, pavimentare e dipingere”. Quindi è abbastanza verosimile che questo ludus, un grande spazio all’aperto abitualmente caratterizzato dalla presenza di un portico e di una piscina, fosse ubicato appunto nell’area dell’ex Campofiera, su un terreno precedentemente bonificato e dotato di opportuno drenaggio 2 . Può risultare interessante a questo punto una riflessione su alcuni aspetti della civiltà romana, che risultano particolarmente vicini alle nostre

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attuali problematiche. Il primo riguarda la capacità di reimpiego, che applicata alle anfore ha permesso lungo la penisola la formazione di vastissime zone bonificate: quella di Verona è solo l’esempio locale di una prassi ordinaria che ha interessato tutto il territorio degli insediamenti romani fornendo i presupposti per una maggiore salubrità dei manufatti architettonici e, in senso ampio, anche per un rapporto organico con l’ambiente naturale. Infatti è ormai accertato che gli interventi di bonifica di epoca romana si estendevano anche alle zone coltivate, prevenendo i dissesti idrogeologici e facilitando il contenimento e la valorizzazione dei terreni 3. Questo risultato è stato possibile probabilmente anche per la presenza di un secondo fattore importante, cioè il coordinamento fra gli interventi pubblici e quelli privati. Nella società romana era abbastanza abituale che un privato facoltoso si assumesse l’onere economico relativo a un’opera destinata alla collettività. Nella stessa Verona ben due epigrafi ricordano il cospicuo lascito testamentario di una Gavia Maxima, figlia di Quinto, destinato a finanziare la costruzione di uno degli acquedotti che rifornivano le zone urbanizzate. E per il nostro caso l’attestazione riguardante Lucio Giustino fa memoria del suo contributo per la realizzazione

del ludus di Verona, destinato agli allenamenti dei giovani delle famiglie di spicco o a funzioni analoghe. Ma sicuramente il suo intervento sarà stato coordinato con quelli intrapresi per lo stesso motivo dalle autorità pubbliche e sostenuti con l’utilizzo di risorse statali. Il sistema giuridico romano prevedeva norme precise per la regolamentazione dei rapporti fra privati e autorità statali in tutta la gestione del territorio, compresi gli approvvigionamenti idrici, le canalizzazioni di deflusso e i sistemi di bonifica. Dalle norme giuridiche però non derivava un freno all’iniziativa dei singoli, in particolare se finalizzata a un servizio per l’intera collettività. Ci sembra piuttosto che tutti questi elementi abbiano favorito la formazione di una matura coscienza civica, in cui il bene comune era perseguito per se stesso e risultava gratificante anche per il mecenatismo dei privati cittadini.

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1 Cfr. Margherita Bolla, Museo degli Affreschi Giovanni Battista Cavalcaselle alla tomba di Giulietta, Milano, 2015, pp. 30-31. 2 A. Borlenghi, Il Campus. Organizzazione e funzione di uno spazio pubblico in età romana. La testimonianza in Italia e nelle provincie occidentali, Roma, 2011. 3 AA.VV., Bonifiche e drenaggi con anfore in epoca romana: aspetti tecnici e topografici, Modena, 1998.


MN-VR: architettura e ritorno

Anche quest’anno tappa a Verona per la manifestazione promossa dal Polo territoriale di Mantova del Politecnico con quattro ospiti internazionali Testo: Nicola Brunelli

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Non ce ne vogliano il glorioso IUAV, o l’ambrosiana sede centrale del Politecnico, o la non più nuova eppur brillante scuola di Ferrara, o ancora le più “esotiche” facoltà di Architettura di Torino, Genova, Firenze e giù di lì: ma da quando ha aperto, il Polo territoriale di Mantova del Politecnico è diventata di fatto, e progressivamente in maniera sempre crescente, la Scuola di Architettura dei veronesi, scalzando nei numeri il primato fino ad allora conteso tra Venezia e Milano. E non solo per la indiscutibile vicinanza (e con questa si vince facile) con Verona, ma anche e soprattutto per una politica di espansione culturale, che è anche coinvolgimento del

Iiniziativa ideata e promossa da Politecnico di Milano Polo Territoriale di Mantova ignacio vicens y hualde 6 maggio 2017 introduzione di Emilio Faroldi Richard murphy 13 maggio 2017 introduzione di Alba Di Lieto guillermo vàzquez consuegra 20 maggio 2017 introduzione di Filippo Bricolo 02

« Quattro incontri con altrettanti architetti internazionali per la rassegna Mantovarchitettura » territorio e degli attori culturali attivi in quel territorio. Non è un caso, quindi, e non ci sorprende affatto se una parte degli appuntamenti di una manifestazione affermata come Mantovarchitettura, giunta alla quarta edizione, abbiano avuto luogo nella città scaligera. E che appuntamenti! All’interno del nutrito programma culturale della manifestazione in calendario nel mese di maggio, infatti, quattro imperdibili incontri con altrettanti rappresentanti del panorama odierno dell’architettura a livello internazionale hanno appassionato il nutrito pubblico veronese, grazie alla collaudata partnership con l’Ordine degli Architetti P.P.C. della provincia

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gabriel e marcio kogan 27 maggio 2017 introduzione di Andrea Campioli Verona Sala convegni Banca Popolare-BPM Sala convegni M15-Magazzino delle Professioni

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di Verona e alla altrettanto rodata collaborazione con il Museo di Castelvecchio. Doppia la location territoriale, e doppia anche la sede degli incontri veronesi: i primi due sono stati ospitati presso la sala conferenze della Banca Popolare-BMP, poi il ciclo di conferenze si è spostato nella sala convegni di M15-Magazzino delle Professioni agli ex Magazzini Generali di Verona, in diretta prossimità spaziale e organizzativa

con la sede dell’Ordine. Ed ora i protagonisti. Sabato 6 maggio ha aperto la rassegna l’architetto madrileno Ignacio Vinces Y Hualde, titolare dello studio Vicens+Ramos. Vicens è professore presso la Scuola di Architettura di Madrid e ha tenuto lezioni e corsi in varie università internazionali; le sue opere, per le quali ha ricevuto numerosi riconoscimenti, sono pubblicate su libri e riviste internazionali.

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cura degli incontri: Nicola Brunelli, Filippo Bricolo, Alba Di Lieto supervisione: Federico Bucci

01. Ignacio Vicens Y Hualde durante il suo appassionato intervento che ha aperto le tappe veronesi della manifestazione. 02. Il logo di Mantovarchitettura su una maglietta degli studentivolontari della manifestazione. 03. Pubblico delle grandi occasioni negli spazi di M15.

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MANTOVARCHITETTURA


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04. Richard Murphy ritratto davanti alla sede centrale della BPV assieme a Filippo Bricolo, Nicola Brunelli, Christian Campanella e Arnaldo Toffali. 05. Gabriel e Marcio Kogan interrogati da Filippo Bricolo. 06. Il manifesto di Mantovarchitettura. 07. Visita d’obbligo al Museo di Castelvecchio nel post conferenza per Guillermo Vazquez Consuegra.

Richard Murphy, scozzese di Edimburgo, è intervenuto il 13 maggio; oltre che affermato progettista, Murphy è noto per aver effettuato il primo rilievo completo del Museo di Castelvecchio da cui è stata tratto un volume (Carlo Scarpa and the Castelvecchio, 1990) ora in ristampa in una versione ampliata. I più attenti ricorderanno una sua lectio magistralis nel 2013 negli spazi dell’amato castello (cfr. «AV» 94, pp. 104-105). Con l’architetto spagnolo Guillermo Vasquez Consuegra arriviamo

all’incontro del 20 maggio. Consuegra ha insegnato presso la Scuola di Architettura di Siviglia fino al 1987, è ora professore onorario e visiting professor presso varie università internazionali. La sua opera architettonica è molto nota grazie alle numerose pubblicazioni sulle riviste e ai libri che gli sono stati dedicati. Infine il 27 maggio i brasiliani Gabriel e Marcio Kogan hanno chiuso splendidamente il ciclo. Marcio Kogan è architetto e regista e titolare dello studio MK27, mentre Gabriel Kogan si è laureato presso la Facoltà di Architettura e Urbanistica di San Paolo. Entrambi dal 2015 tengono corsi e workshop al Politecnico di Milano. Il format degli incontri ha previsto una presentazione d’autore per ognuno degli illustri protagonisti: e così Ignacio Vicens è stato introdotto dall’amico e collega Emilio Faroldi (prorettore del Politecnico di Milano), mentre per Richard Murphy è intervenuta Alba Di Lieto in nome della comune “fede” scarpiana. Guillermo Vasquez Consuegra è stato invece preceduto da una appassionata lettura della sua opera di Filippo Bricolo (che insegna al Polo di Mantova del Politecnico), infine l’originale e cinematografico intervento dei Kogan è stato anticipato da una dettagliata illustrazione da parte di Andrea Campioli, anch’egli professore del Politecnico di Milano. Per i molti che hanno assistito a questi incontri, le suggestive testimonianze, le personalità affascinanti e le immagini delle opere presentate sono state memorabili: senza scordare il non trascurabile benefit dei crediti per

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gli ospiti veronesi di mantovarchitettura Ignacio Vicens, Richard Murphy, Guillermo Vazquez Consuegra, Gabriel e Marcio Kogan, assieme a Emilio Faroldi, Federico Bucci e Christian Campanella, in una serie di testimonianze raccolte in margine agli incontri veronesi di Mantovarchitettura 2017 sul rapporto tra progetto contemporaneo e storia. Video a cura di Nicola Brunelli Riprese di Alberto Scorsin video www.architettiveronaweb.it/category/ video-architettura-verona/

la formazione continua! Per chi non era presente, peccato: «AV» ha comunque raccolto delle brevi videotestimonianze con le quali ciascun relatore, prestandosi pazientemente alla nostra richiesta, ci ha consegnato una propria riflessione – chi con una illustrazione più ricca e documentata, chi con fare più minimal ed essenziale, ma comunque sempre illuminante – sul tema che caratterizzava il ciclo di conferenze: il rapporto tra il progetto contemporaneo e la storia.

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L’opinione di Luciano Cenna sull’attualità del dibattito architettonico e urbano Testo: Luciano Cenna

Sul tema delle destinazioni d’uso degli immobili e ancor più su quello del loro riuso una volta dismessi, c’è ancora spazio per un approfondito dibattito da condursi con la scorta di strumenti adeguati (per esempio la conoscenza accurata del fenomeno) e, forse, con maggiore immaginazione. Si parla di oltre 10.000 edifici vuoti disseminati nelle periferie urbane e nel territorio veneto, per cui l’avanzare proposte sensate e che passino il vaglio del realisticamente “possibile” e “urbanisticamente corretto”, significa anzitutto distinguere quelli di più antica edificazione, ormai obsoleti o in disuso, che la estensione delle periferie ha di fatto “incastrato” tra le maglie urbane. Il loro riuso per il terziario a completamento della residenza, o addirittura residenziale, è del tutto realistico: centinaia di buone realizzazioni lo confermano in tutta Europa. Non così per quelli più lontani dai centri abitati – perlopiù si tratta di capannoni pensati per ospitare attività artigianali e magazzini rimasti privi di uso. Per essi non sembrano esserci che due alternate: attenderne l’integrazione nel tessuto urbano, attraverso l’ulteriore espansione delle periferie così da renderne conveniente ed utile l’assimilazione – se mai vi sarà – o la demolizione con la conseguente riconversione del suolo alle pratiche agrarie. Ipotesi questa che incontra due ostacoli: la presenza delle reti infrastrutturali al loro servizio – che bisognerebbe rimuovere con ulteriore spreco – e la necessità di riconoscere una forma di ristoro economico ai proprietari che, dopo avere sostenuto il costo per costruirli, dovrebbero anche sostenere quello per abbatterli. Sappiamo che in Italia non si riescono ad abbattere nemmeno i volumi abusivamente costruiti, non illudiamoci quindi che sia possibile farlo con quelli legalmente edificati a meno

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che, come sopra accennavo, non si riconosca che la restituzione del terreno alla collettività rappresenta un beneficio pubblico a cui può essere attribuito un valore venale a carico della stessa. (Semmai, ma ne parlo solo per spirito polemico e per allargare politicamente il dibattito, a sostenere il costo di questo riconoscimento dovrebbero essere chiamati gli amministratori di quei Comuni che hanno concesso licenze edilizie dovunque e comunque negli scorsi quindici-vent’anni). Ma riprendendo il tema centrale del possibile recupero, se non dei capannoni, almeno delle infrastrutture al loro servizio, andrebbe presa in esame, nell’ampio panorama offerto dalle centinaia di casi, la possibilità che una loro parte possegga le condizioni favorevoli al riutilizzo di questo “patrimonio” come aree edificabili a destinazione abitativa per alloggi popolari, cohousing, alloggi di passaggio e così via. Si dovrà verificare, con attenzione e responsabilità, che non si crei ancora una volta una soluzione artificiosa e dannosa sotto il profilo socio-economico commettendo un secondo errore ancora più grave.

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Ci mette il becco LC


#DESIGN_VR:

Unico e plurale

Nel laboratorio di due atipici creatori di arredi e oggetti domestici taylor made materia ed esecuzione hanno la meglio sul design come creazione concettuale Testo: Laura De Stefano

01. James Wooller e Daniele Mendini. 02-03. Lavoro manuale: la dimensione artigianale del laboratorio comporta la necessità di “sporcarsi le mani”. www.1unicodesign.com 01

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Un laboratorio di design che nasce dalle menti, ma soprattutto dalle mani, dei due “creatori” Daniele Mendini e James Wooller: questo è 1UnicoDesign. Il termine creatori in questo caso è più appropriato, in quanto ogni prodotto che esce dal loro laboratorio è ideato, progettato, tagliato, piallato, incollato e verniciato fino a diventare un pezzo unico. La loro filosofia si basa proprio su questo assioma: unico, o quasi, è il materiale da impiegare, unico è l’ambiente dove andrà inserito il pezzo e unico è il cliente con le sue esigenze. Inusuale la loro storia, con due generazioni a confronto: la giovinezza e l’entusiasmo di James, 22 anni, unita alle esperienze e alla saggezza di Daniele, 60 anni; mancato cuoco l’uno, fotografo da trent’anni e videomaker di successo l’altro. In comune però hanno la voglia di rimettersi in gioco continuamente e di sperimentare nuove strade, senza mai abbattersi davanti alle inevitabili difficoltà. L’ispirazione è arrivata dall’industrial style americano che Daniele ha avuto modo di conoscere trascorrendo qualche mese a New York a casa della figlia Camilla che vive e lavora lì. E proprio con James, cognato di Camilla, ha cominciato a produrre i primi pezzi e a pubblicarne le foto sui social, ricevendo feedback che lo incoraggiavano a proseguire in questa attività. Il set fotografico ha lasciato il posto ai

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macchinari, l’aspirante chef ha seguito un corso di design per apprendere le tecniche di rappresentazione tridimensionale per rendere esecutivi i disegni progettuali, e l’avventura è cominciata. Entrare nello studio-laboratorio è come entrare nella falegnameria di Geppetto: ogni pezzo di legno sembra racchiudere dentro di sé un Pinocchio che le loro abili mani sapranno tirar fuori con tanta pazienza e maestria. La curiosità li porta a sperimentare materiali tradizionali come il legno, il ferro, il vetro, scegliendo personalmente ogni singola asse, ogni singolo elemento per ogni specifico pezzo. Daniele e James eseguono in laboratorio tutte le fasi di lavorazione, senza esternalizzarle, per controllarne la qualità e il risultato momento per momento fino alla completa realizzazione di ogni pezzo. I loro arredi non sono oggetti effimeri legati alla moda del momento, ma un prodotto creato appositamente per una specifica soluzione e destinato a durare nel tempo. Il canale di vendita, oltre il passaparola dei clienti soddisfatti, è principalmente il web, supportato dalle splendide fotografie che fanno quasi toccare con mano la matericità dei pezzi. Le opere pubblicate e apprezzate su Instagram hanno permesso loro di partecipare al Fuorisalone di Milano a Ventura-Lambrate, esponendo librerie, tavoli e sedie.

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POLTRONA

Collezione 550

Collezione 550

Un insieme di pezzi in stile industriale fortemente caratterizzati dall’utilizzo di mate-

Poltroncina relax con struttura in piatto di ferro arrugginito e verniciato con traspa-

riali lasciati al naturale. Il nome 550 deriva dalla misura della lama di ferro impiegata

rente opaco. Due slitte sagomate a trapezio forniscono uno stabile appoggio a terra

per le gambe dei tavoli e delle sedie che caratterizza l’intera collezione, compo-

e fanno da braccioli sul versante superiore, sostenendo con elementi puntiformi la

sta da tavoli, sedia, libreria e consolle porta TV. La struttura in ferro è trattata con

seduta generosamente inclinata. La seduta e lo schienale sono imbottiti e rivestiti

convertitore e con finitura trasparente opaca; il Rovere di Slavonia con olii e resine.

con un tessuto in lino a inserti patchwork, fatti a mano su disegno originale.

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TAVOLI E SEDIE


CONSOLLE BAGNO Collezione 550

Prima realizzazione di 1Unico per l’arredo bagno, questa consolle in ciliegio naturale live edge ricavato da un’unica tavola, trattata con olii e resine per assicurarne l’impermeabilità, mantiene l’essenzialità e il rigore formale che caratterizzano l’approccio del laboratorio. Superata l’idea di uno spazio puramente di servizio, il design minimale di questa consolle si presta ad interpretare l’ambiente bagno con l’eleganza dovuta alla cura del corpo e degli elementi che vi si relazionano.

LIBRERIA

TAGLIERI

Collezione 550

Collezione end grain

Libreria con montanti verticali in ferro,

L’end grain è il legno di testa con le fibre tagliate di netto con una lavorazione lun-

trattati con convertitore e finitura tra-

ga e laboriosa che assembla in un piano i tasselli di legno tagliati sottili, incollati e

sparente opaca, e ripiani in massello di

piallati fino a creare una texture irripetibile e variegata. L’accostamento di diverse

toulipier. La libreria è modulare e per-

essenze e l’orientamento delle loro fibre sono la chiave per ottenere una serie di

sonalizzabile all’infinito combinando

pezzi altamente personalizzati.

la sequenza dei montanti e i ripiani: un disegno rigoroso ed essenziale per un elemento d’arredo basico – il ‘tubino nero’ del mobilio domestico – utilizzabile per i libri, ma non solo. Ogni pezzo è firmato con marchio a fuoco per sottolinearne l’unicità.

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Un tavolo e le relative sedie, rigorosamente uguali eppure diverse: assieme alla struttura in ferro è il noce canaletto, lavorato come sempre a mano, levigato e trattato con olio e cera naturale, ad essere esaltato nella sue caratteristiche venature, con gli schienali delle sedute ricavati dal taglio di un’unica tavola. Ricomporre il disegno disponendo le sedie nella giusta sequenza sarà il vezzo del padrone di casa amante dell’ordine e della disciplina organica.

TAGLIERI

Oggetto d’uso generalmente standardizzato e anonimo, il tagliere diventa nello spirito di questa collezione un unicum, grazie alla combinazione di varie essenze di legno con inserti e tarsie a contrasto che creano un gioco di sfumature e venature irripetibile. Tutte le finiture sono “food safe”, quindi i taglieri uniscono la funzionalità dell’utilizzo per alimenti alla bellezza di complementi di arredo per l’ambiente cucina.

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TAVOLO E SEDIE


Collezione Privata

Disciplina e progetto nell’arte di Giovanni Meloni Un ritratto dell’artista veronese in occasione della recente mostra allestita in una officina meccanica

Testo: Vincenzo Pavan

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01. Giovanni Meloni in una immagine del 1976. 02. Mostra “Dal ventre del magico”, Verona, Arsenale, 2001 (foto di Vincenzo Pavan). 03. Arrigo Rudi, Ritratto di Meloni, 1987. 04. Meloni nello studio di via Pigna, 1994 (foto di Renato Begnoni). 05. Giovanni Meloni con Anish Kapoor agli Scavi Scaligeri, 1992 (foto di Enzo e Raffaello Bassotto).

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Impossibile da collocare entro uno schema fisso. La figura di Giovanni Meloni occupa un ruolo controverso e di outsider nel panorama artistico contemporaneo. La sua connotazione di esuberante colorista, così lo identifica la maggioranza di chi conosce anche non superficialmente la sua opera, è in realtà un cliché che nasconde una personalità assai più complessa, difficile da rappresentare in poco spazio al pubblico di questa rivista. E tuttavia penso che proprio gli architetti siano i destinatari più appropriati di ciò che si cela dietro il suo modo di comporre; dagli informali astratti ai figurativi espressionisti che si alternano sulle sue tele con equilibrio perfetto, scambiato sempre come spontaneità e talento istintivo. Se si scorrono come in un lungo trailer i cinquant’anni della sua sterminata e quasi bulimica opera pittorica, lascia sorpresi e sconcertati il repentino e incessante mutare di linguaggio, tecniche e strutture compositive che rende questo artista così lontano dai tanti della sua generazione rimasti

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tenacemente legati allo stesso linguaggio e allo stesso umore, sempre riconoscibili e identici a se stessi. Anche l’interpretazione delle diverse fasi del suo percorso artistico può rivelarsi complessa e fuorviante. Così ad esempio gli anni ’90, nei quali sembra abbandonare la “felicità” dell’esplosione cromatica precedente per entrare in un decennio di dipinti esclusivamente bianco e nero, non sono stati per Meloni un periodo cupo della sua arte o della sua vita ma una immersione totale nel ventre del magico come titola uno dei suoi cicli, una ricerca altrettanto “felice” sulla presenza dell’inconscio e dell’archetipo nella quotidianità dell’esistenza umana. Ma allora cosa governa il processo ideativo della sua opera da renderla pur nella mutevolezza sempre in equilibrio nella sua struttura compositiva, cromatica o segnica? La risposta è il progetto, ossia un metodo progettuale che molto somiglia a quello dell’architetto e che permette a Meloni di estendere un controllo sul binomio contenuto-

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Collezione Privata

forma assolutamente rigoroso, persino in quei passaggi della sua pittura nei quali egli lascia libera la parte istintiva di se, meglio nota in arte come automatismo psichico. La prima operazione progettuale è la costruzione di un ciclo. Tradotto nel linguaggio degli architetti si riferisce al contenuto del programma funzionale-compositivo, per Meloni invece è un racconto intorno al quale si struttura l’invenzione formale. Ogni ciclo sviluppa un tema; inizialmente attraverso schizzi, disegni e acquarelli – il suo archivio ne raccoglie quasi ventimila – fino alla maturazione della struttura formale e del linguaggio appropriato da trasferire sulla tela o su altro supporto, ossia pervenire finalmente all’opera compiuta. Anch’essa fa parte di una serie, da alcune decine a qualche centinaio, che si sviluppa in un arco di tempo relativamente breve fino al suo (naturale) esaurimento e

06. Meloni nello studio di San Massimo, 2005 (foto di Vincenzo Pavan). 07-09. Esecuzione del dipinto murale alle Grafiche Aurora, 2004 (foto di Enzo e Raffaello Bassotto). 10-13. Immagini dell’a mostra “20.12.1973” allestita presso l’Officina Spezia di Bussolengo, 2017 (foto di Vincenzo Pavan).

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alla nascita di un nuovo progetto. Di questi cicli a oggi se ne elencano più di cento. Abbiamo accennato alla oscillazione nei linguaggi di Meloni dall’astrazione alla figurazione, in entrambi i casi ciò avviene senza ripetizioni linguistiche ma procedendo per “invenzioni” sottoposte sempre alla coerenza del metodo, ossia al controllo del gesto, della tecnica, degli strumenti, dei materiali, per cui anche la macchia di colore che lascia scendere delle colature sulla tela è stata calcolata nel suo pur incontrollabile effetto nel contesto dell’opera. Certo, è la grande lezione dell’espressionismo astratto e dell’action painting ancora vitali nell’ambiente del suo esordio, ma mentre in quella rivoluzionaria stagione ciò avveniva esplicitamente e platealmente in Meloni rimane sottotraccia, salvo per affioramenti occasionali.

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giovanni meloni

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A questo punto la figura di Meloni, artista rigoroso nel metodo e nella disciplina sembra entrare in contraddizione con l’altra immagine di artista eccentrico, istintivo, sregolato, iracondo e un po’ autolesionista, che da sempre gli è attribuita. In realtà la sua vita è straordinariamente regolata nei ritmi dalla quotidianità del lavoro che lui ha strutturato come una rigorosa disciplina. Forse anche per le sue frequentazioni con architetti, e in parte per la sua formazione – nella prima metà degli anni ’60 prima di iniziare la pittura lavorò nello studio di un architetto – Meloni ha sempre esplorato altri percorsi e terreni di sperimentazione intersecando la sua esperienza artistica con il teatro, il design, l’installazione, l’allestimento di ambienti e mostre. A modo suo rivelando una grande disposizione interdisciplinare, ossia un interesse

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crescente negli anni a debordare dalla propria disciplina e includere nella sua attività aree di indagine e mezzi espressivi appartenenti ad altri campi. è in questa direzione che vanno letti i numerosi viaggi nel mondo da lui compiuti negli ultimi quindici anni. Frequentatore assiduo nei decenni precedenti di amicizie e ambienti artistici della cultura occidentale, dai primi anni del duemila ha iniziato a cercare tra la gente comune dei paesi poveri dell’Asia e dell’America Latina la linfa per la sua ispirazione. Il viaggio è diventato per lui il principale strumento di lettura della realtà e la sua arte si è poco alla volta trasformata in denuncia esplicita della sottrazione delle ricchezze materiali, culturali e spirituali di quei popoli da parte delle società opulente. Nei sui dipinti, come nei sempre più cupi reportage fotografici con cui ritorna da quei territori al suo

atelier di Verona, Meloni registra i segni di una implacabile distruzione ma anche le forme di resilienza e rielaborazione di quelle popolazioni che vede foriere di nuova vitalità e rigenerazione per l’arte. Nell’ultima sua mostra, allestita di recente in un luogo di lavoro, una officina meccanica ingombra di macchine e attrezzi, Meloni racconta i corpi delle donne dei “paradisi sessuali” orientali come paradigma della condizione umana stravolta e brutalizzata dal consumismo e dalla violenza. Un racconto ancora una volta a sorpresa, fatto in un luogo “fuori luogo” non più attraverso la pittura ma tramite la fotografia “commentata”, in questo caso un mezzo iperrealistico capace di rappresentare una realtà feroce quasi incomunicabile..

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Nasce nel 1940 a Povegliano nella campagna veronese. Dopo gli esordi alla metà degli anni ‘60, durante i quali è attratto dalle esperienze internazionali della Pop Art e dell’Arte Povera, stringe amicizia con lo scultore danese Jørgen H. Sørensen, dal cui sodalizio nascerà, a partire dai primi anni ’70, una lunga frequentazione dei paesi nordici, raccogliendo alcuni importanti aspetti della cultura del gruppo COBRA, tra i quali l’eredità del linguaggio “informale” e uno spirito anticonformista che lo accompagnerà in tutto il suo percorso d’artista. È degli anni ’80 la sua intensa presenza in Germania e l’avvicinamento al “nuovo espressionismo” attraverso il quale nella sua pittura prende avvio una nuova ricerca della figurazione. Dal 1990 Meloni è attratto dalla essenzialità dei gesti e dalla forza simbolica della forma che produrranno nella sua arte un minimalismo espresso dal registro cromatico del bianco e nero. Gli ultimi quindici anni, intensamente dedicati ai viaggi in America Latina e Estremo Oriente, lo vedono impegnato in una riflessione sui linguaggi di culture lontane come strumento di lettura della realtà. Attualmente una rassegna della sua opera è esposta al Kunsthal di Læsø, l’isola danese dei suoi soggiorni degli anni settanta. Pur mantenendo una forte e istintiva identità, il suo lavoro spazia in una totale libertà espressiva e di ricerca.


Giorgio Forti a Verona

Testo: Angela Lion

Una vita a colori: questo il biglietto da visita dell’architetto Giorgio Forti, uomo dai modi garbati ma di grande determinazione. Veronese, classe 1949, ha nelle sue corde una sensibilità congenita per tutto quello che gravita intorno all’arte. Non a caso il padre era pittore, mentre la madre amava dipingere per diletto. Conseguita la maturità scientifica ottiene di lì a breve anche quella artistica, che ahimè si caratterizza per la coincidente perdita paterna. Tale vuoto responsabilizza il giovane ragazzo a tal punto da impegnarlo sul lavoro per consentirgli di proseguire negli studi. Nel 1968 si iscrive allo IUAV mentre insegna all’Istituto Cangrande, fino a quando nel 1972 diventa assistente di Guido Trentini alla cattedra di pittura presso l’Accademia Cignaroli di Verona, dove poi insegnerà restauro e scenografia e della quale diventerà direttore dal 1980 all’82. Qui stringe una forte amicizia professionale con Libero Cecchini che li unirà in numerose ricerche scientifiche. Nell’estate del 1973 con tempi da manuale arriva la laurea con una tesi sul restauro del comparto urbano di Sottoriva. A Venezia, una volta laureato, affianca Enzo Cucciniello nel corso di tecnologia dell’architettura. Appena conseguita l’abilitazione, intraprende la libera professione, e nel 1977 apre

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il proprio studio, specializzandosi nel restauro architettonico e urbano. La sua attività gravita sul restauro degli intonaci storici, delle pitture murali, delle tessiture lapidee e fittili, che diventano il suo punto di forza. La ricerca inizia nel 1984 con le Antiche Ricette di pittura murale, prima pubblicazione maturata dalle esperienze didattiche, dove sviluppa queste antiche ricette. Il 1985 lo vede impegnato nell’allestimento di una mostra-convegno su Il colore a Verona e nella presentazione di un’ulteriore pubblicazione, Pittura murale a Verona. Inizia così ad elaborare degli studi che si rifanno agli ottocenteschi corsi di ornato, guardando alla Verona Liberty con le sue riscoperte colorazioni. Il caso vuole che il Soprintendente di Siena, sentito un suo intervento ad un convegno sul restauro a Bologna, rimanga affascinato e lo inviti a Siena per proporre il suo lavoro all’amministrazione cittadina: verrà così incaricato nel 1987 del Piano del Colore. Sempre a Siena istituisce con il patrocinio dell’amministrazione dei corsi rivolti alle maestranze affinché gli addetti ai lavori imparassero l’arte della giusta miscellanea di colori. Viene così soprannominato ‘l’architetto con la cazzuola’. La Toscana diventa così la sua patria lavorativa per ben vent’anni, realizzando il primo piano della scena urbana di Firenze. È grazie a questo strumento che si concretizzeranno diverse collaborazioni con aziende specializzate, consentendo la ricerca e lo sviluppo tecnologico. Altri piani dei colori sono stati redatti sulla scia di quello di Siena, diventato un vero caposaldo. L’architetto Forti è un tecnico che ha sempre colto e portato avanti le innovazioni: negli anni novanta con l’arrivo dei programmi di disegno grafico inizia ad utilizzare il computer in modo creativo, unendo questa nuova tecnica a quella più

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01. In alto: Giorgio Forti in azione durante i restauri del Duomo di Verona (1996-2006). In basso: Schizzi esplicativi per un corretto utilizzo e stesura degli intonaci. 02-05. Un disegno della facciata di via Cappello e copertine di alcuni dei volumi curati dall’architetto. 06. Spaccato assonometrico del nuovo convento dei Camilliani a Verona (2003-12). 07. Restauro del tempio Bahai ad Haifa, Israele (2005).

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08-10. Piano degli Interventi del Comune di Castelnuovo del Garda (2010-12): schizzo dal repertorio grafico degli indirizzi metaprogettuali e dal repertorio fotografico degli elementi tecnomorfologici caratterizzanti.

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tradizionale, lo schizzo piuttosto che gli acquerelli. l’architettura, portando la stessa a specializzarsi In ambito urbanistico ha curato soprattutto i piani nel fare della buona architettura sia dal punto di dei centri storici, ponendo particolare attenzione vista tecnico che artigianale, e definendone le linee agli elementi della scena urbana quali il colore guida. Queste analisi puntuali furono di grande e il decoro delle facciate, l’arredo urbano e le importanza per il decoro: tutte le schede dovevano pavimentazioni. Siamo nel 1994 quando viene essere esplicitate ed esplicative per osservarne incaricato dai comuni di Villafranca e di Pastrengo le varie tecniche, i diversi elementi, le tavolozze per la redazione dei rispettivi strumenti urbanistici. colori, insomma un vero e proprio vademecum: Più recente (2010-12) è il si può parlare dunque di « L’analisi puntuale Piano degli Interventi di ‘figurabilità dei luoghi’ per di ogni elemento non si la costruzione di una scena Castelnuovo del Garda, un vero e proprio piano tipologico in ferma al solo intervento condivisa. cui ‘l’ambiente è da ritenersi progettuale ma guarda alle La città natale, Verona, gli un’opera collettiva tradotta regala in parallelo importanti tecniche rappresentando esercizi architettonici. Un in espressione formale dei graficamente dove contenuti culturali, sociali progetto che a ritroso nel e politici di una civiltà, tempo lo vede impegnato in un e come intervenire » sviluppatasi in uno specifico lungo e complesso investigare ambiente geografico e che ha conformato architettonico riguarda Piazza Erbe, caratterizzato l’ambiente costruito in un unico irripetibile, senza da molteplici tasselli – e che tasselli – che hanno soluzione di continuità con il territorio’. Forti forgiato il suo animo professionale. Una ricerca coniuga in maniera sapiente la ricerca del restauro assidua e puntuale che parte dagli archivi, da con la scala urbana in cui lo studio degli ambiti quello Alinari, per ritrovare negli schizzi di Ruskin territoriali è accompagnato dall’elaborazione di e di altri pittori veronesi come il Dall’Oca Bianca dettagliate schede morfologiche. È da qui che il senso ultimo del nuovo piano dei plateatici di rivoluziona culturalmente il modo di leggere Piazza delle Erbe. Un progetto che abbraccia

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tutta la piazza nel suo insieme e negli aspetti più puntuali, quali i tendaggi, ad esempio, nell’ipotesi di un dialogo armonioso con le preesistenze – gli ombrelloni dei banchi – creando una coerente differenziazione. Il tendaggio viene proposto con il preciso intento di togliere tutte quelle incongruità e ricreare un’antica continuità stilistica: una parte fissata su dei pali e una parte, invece, a sbalzo sul Toloneo che ne segna anche il limite urbano con una fascia laterale più bassa per la lettura del capitello stesso. Il riferimento delle strutture metalliche a sostegno è il lampione del Fagiuoli, liberato nella fisionomia ridondante del palo e mantenuto nella colorazione antracite di stampo tradizionale. Una diversa impostazione culturale rispetto ai tendaggi di piazza Bra, sia per numero che per attività. Risale invece al 1991 il restauro della chiesa di San Tomaso Becket, seguito in tempi più recenti dal campanile, di cui conserva un ricordo particolare perché fu uno dei primi incarichi importanti ricevuti ma soprattutto era la sua chiesa parrocchiale. Poco dopo redige il progetto di restauro degli affreschi, delle volte e degli apparati lapidei interni al Duomo di Verona, un lavoro che lo impegnerà anche nelle parti esterne e nell’intervento del Battistero, San Giovanni in Fonte, dal 1996 al 2006. L’avvio di un lavoro di questo tipo, solitamente contenuto in un ambito circoscritto, lo coinvolge al punto tale da vedere spesso estendere il suo incarico agli interi complessi architettonici, grazie al suo puntuale

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11-12. Piazza Erbe. Schizzo dei tendaggi ancorati ai palazzi storici e fotosimulzione del progetto in corso d’opera per il nuovo piano dei plateatici della piazza. 13-14. Piazza Erbe. Il fronte dei palazzi storici con l’inserimento delle nuove strutture a copertura delle attività commerciali, e dettaglio assonometrico del tendaggio (parte meridionale).

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impegno riconosciuto dalla committenza. È il caso del complesso conventuale di San Bernardino, un lavoro più recente ma denso di elementi che vanno a caratterizzare un lungo percorso di studi e ricerche. I chiostri di Sant’Antonio, di San Bernardino e San Francesco, gli affreschi ancora in corso d’opera in Sala Morone sono l’espressione di un’analisi puntuale di ogni elemento. È interessante evidenziare come tale valutazione non si fermi al solo intervento progettuale, ma vada oltre guardando alle tecniche manuali sul come intervenire rappresentando graficamente dove e come intervenire, così come la mano sapiente del maestro di bottega erudisce i propri discepoli nelle tecniche sequenziali del restauro. La stessa cosa avviene per gli elementi strutturali quali

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15-16. Duomo di Verona: vista dell’interno dopo le opere di restauro; mappe tematiche di progetto del prospetto principale e laterale (1996-2006). 17-18. San Giovanni in Fonte: schizzo dell’interno e immagine del fonte battesimale restaurato (1996-2006).

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getti, gabbie, rinforzi dei muri in sasso, pulitura dei pilastri in mattoni faccia vista, sostegni degli archi, stesura degli intonaci o posa dei pavimenti. Lavori che lo coinvolgono per periodi temporali lunghissimi – si pensi che i lavori di restauro in corso a San Bernardino durano da ben 17 anni – con superfici d’impianti vastissime in cui l’operato del professionista diventa un grande unicum. Tra i lavori più importanti sono da citare anche il restauro di complessi ecclesiastici veronesi, tra cui San Lorenzo, la cappella del Verme in Sant’Eufemia, Santa Maria Antica alle Arche Scaligere e San Pietro in Archivolto. Da ricordare è anche l’incarico del 2005 per il restauro del tempio Bahai ad Haifa, in Israele. In ambito di nuova edificazione, Verona lo vede impegnato dal 2003 al 2014 nell’opera dei Camilliani per il centro formazione, le aree esterne e il nuovo convento, una vera e propria cittadella. Temi variegati ed estesi, complessi per tipologia ed entità. Infine, nel 2004 prende avvio uno dei lavori recenti più significativi, il restauro del complesso degli Scalzi a Venezia, a partire da un incarico in collaborazione il professor Cucciniello per la realizzazione del Centro Scalzi (il centro della scuola Mistica) riqualificando un annesso rustico

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interno al convento. Il progetto ha poi interessato il restauro dell’antico brolo del convento, che negli anni aveva perduto la sua forma e funzione: qui l’aspetto geometrico dell’organizzazione degli spazi si fonde a quello simbolico, legato alla religione cristiana. A questo minuzioso impegno, che lo ha visto classificare ogni elemento che potesse riqualificarne gli aspetti originari del luogo, ha fatto seguito il restauro conservativo della facciata della chiesa di Santa Maria di Nazareth (vulgo degli Scalzi): un lavoro complesso a partire dalla ricerca storica ed archivistica, e non da meno per la diagnostica dello stato conservativo. Un ruolo chiave hanno avuto le interpretazioni delle fonti iconografiche e l’impiego di materiali e di tecnologie costruttive tradizionali, con adeguato spirito critico, tra una sperimentazione accurata ed un approfondimento critico delle tipologie del passato, con l’uso abbinato di materiali di sintesi e di materiali inorganici in vista di un possibile miglioramento dei risultati. La sapienza del fare, la compatibilità dei materiali conciliando la progettazione urbanistica con il restauro ed infine il non innamorarsi mai dei progetti sono per Giorgio Forti i fondamentali di un buon professionista.

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19. Veduta aerea del complesso conventuale di San Bernardino a Verona. 20-21. Scorcio del chiostro di San Francesco all’interno del Convento di San Bernardino a lavori ultimati, e tavola riassuntiva delle tecniche esecutive per la realizzazione delle fondazioni e il ripristino delle pietre tombali. 22-23. Complesso dei Carmelitani Scalzi a Venezia: il Brolo dopo i lavori di restauro, e planimetria di studio delle diverse parti del complesso, con la chiesa di Santa Maria di Nazareth sulla destra. 22 Calle Priuli ai Cavalletti

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Ponte degl

i Scalzi

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Calle dei

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A B C D E F G

Accesso alla chiesa; Accesso al brolo; Convento; Corte; Annesso rustico; Prima aiuola; Seconda aiuola;

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Terza aiuola; Quarta aiuola; Quinta aiuola; Sesta aiuola; Settima aiuola; Cappella; Porta d’acqua; Caneva.

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II

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Calle dei Carmelitani

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Fermata ACTV Ferrovia

ni Carmelita Stazione F.S. Venezia Santa Lucia

Il brolo:

La chiesa: H

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Canal Grande IV

Rio dell

Il complesso dei Carmelitani Scalzi:

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Navata; La Cappella del Crocifisso; La Cappella della Sacra Famiglia; La Cappella di San Sebastiano; Il presbiterio; Il coro;

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La Cappella di San Giovanni Battista; La Cappella di Santa Teresa di Gesù; La Cappella di San Giovanni della Croce.

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Rampicanti: glicine, gelsomino, vite americana, edera, bignonia gialla, clematide rosa, plumbago; Tre noci; Passiflora; Iris; Pergolato con vite;

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Spezie ed erbe aromatiche (dodici vasche); Alberi di alloro; Erbe officinali che agiscono sulla cute; Erbe officinali che agiscono sul sistema cardiaco; Erbe officinali depuranti;

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Erbe officinali balsamiche; Erbe officinali che agiscono sul sistema nervoso; Erbe officinali che agiscono sul sistema respiratorio; Erbe officinali che agiscono sul sistema genito-urinario;

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Erbe officinali che agiscono sull’apparato digerente; Melissa; Alberi medicinali: biancospino; Alberi medicinali: ginepro; Alberi medicinali: sambuco; Melograno; Gelsomino;

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Kiwi; Kaki; Frutti di bosco (sei vasche); Pergolato con rose bianche; L’aiuola della Passione: salice; L’aiuola della Passione: marruca;

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L’aiuola della Passione: cipresso; L’aiuola della Passione: rose rosse; Prato fiorito.


{DiverseArchitetture}

Radiodays

Tra cimeli marconiani, memorabilia di famiglia, icone del design ed evoluzione tecnologica: passato e futuro convivono al Museo della Radio

Testo: Luisella Zeri

Foto: Lorenzo Linthout

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Nome museo della radio Luogo presso istituto ferraris via del pontiere 40 verona Contatto www. museodellaradio.com

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Non è la prima volta che la nostra rivista

si addentra negli spazi meno istituzionali dell’Istituto Galileo Ferraris di Verona:

già con la presentazione del Teatro Fonderia realizzato nelle ex officine (cfr. «AV» 105, pp. 12-19), la scuola situata di fronte al

Museo degli Affreschi “G.B. Cavalcaselle” e

alla onnipresente Tomba di Giulietta è stata protagonista delle nostre pagine. Ma le

sorprese non sono finite: attraverso un lento

percorso in discesa, dall’atrio fino agli spazi ipogei della scuola, ci addentriamo nel Museo della Radio, una sorta di grotta di Alì Babà che raccoglie oltre mille pezzi di quello che fino a poco prima dell’avvento della

radio digitale è sempre stato, per forme e ricerca di design, uno degli onnipresenti complementi d’arredo all’interno delle

forte, e durante un’intervista ad Antonella Clerici all’interno del programma Uno

Mattina, Chiantera confessa il sogno di

poter far diventare la propria collezione un’esposizione permanente. Dopo tali

dichiarazioni Chiantera viene contattato dall’allora Assessore alla Cultura della

Provincia di Verona, Sergio Ruzzenente, il

quale delega Dino Poli, dirigente scolastico dell’Istituto Ferraris, ad esporre i pezzi all’interno della scuola da lui diretta.

Inizialmente la mostra si snodava in un’unica stanza poco distante dall’atrio d’ingresso, ma progressivamente, acquisendo lustro

e nuove aggiunte, la raccolta cominciò a

necessitare di uno spazio più ampio e adatto. L’attenzione cadde su un vecchio scantinato

nostre abitazioni. Il percorso espositivo diventa così coinvolgente, accompagnando i visitatori in un entusiasmante viaggio

nel tempo dove è possibile apprendere le nozioni storiche legate all’invenzione e

evoluzione tecnologica dell’apparecchio,

ma contemporaneamente fanno capolino fra i

pezzi esposti esemplari più comuni già visti

in un recente passato nella propria casa o in quella dei nonni.

Sulle motivazioni che hanno portato

questa collezione all’interno di una scuola,

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ci viene in aiuto una storia di famiglia.

Alberto Chiantera, classe 1946, originario

della provincia di Lecce ed ex sottufficiale

dell’Esercito Italiano, eredita dal padre e dai suoi grammofoni e fonografi la passione

per tutti quegli strumenti che trasmettono e producono suoni. Interessato principalmente agli aspetti tecnologici degli apparecchi radiofonici, Chiantera dà il via fin da

giovanissimo a una sua personale collezione, che arriva negli anni novanta ad un

consistente numero di apparecchi, alcuni di

grande valore. Forte dell’importanza storica e tecnologica della propria collezione,

inizia ad organizzare diverse mostre, fino ad approdare in Gran Guardia nel 1999. In quell’occasione il richiamo mediatico è

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01. Veduta dell’esposizione. Tra i pezzi esposti sono riconoscibili molti pezzi di design: tra gli altri una radio Zanuso e un fonografo dei Castiglioni per Brionvega. 02. Il direttore del museo Francesco Chiantera. 03-04. L’esposizione è ricca di testimonianze d’epoca inerenti la storia della radiofonia. 05. La scala che dall’atrio dell’Istituto Ferraris scende verso l’ingresso delle sale del museo. 04

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{DiverseArchitetture} all’epoca adibito a magazzino e spogliatoio all’interno dello stesso edificio. Con il

sostegno economico della Provincia di Verona gli spazi furono sgomberati, allestiti e con il tempo arricchiti di ulteriori

elementi, fino ad assumere l’assetto di cui

oggi possiamo godere. La direzione del museo attualmente è affidata al figlio di Chiantera, Francesco, che accoglie i visitatori, quasi

diecimila ogni anno, li guida alla scoperta

dei pezzi esposti e insieme al padre prosegue

nell’attività di collezionismo e divulgazione. La quantità e qualità dei materiali

raccolti ha permesso al museo di essere ufficialmente riconosciuto dagli eredi

di Guglielmo Marconi. Tale investitura,

destinata a poche collezioni al mondo, è conseguenza dell’importanza di ciò che

all’interno del museo viene conservato.

Fra i pezzi più significativi va ricordata

l’antenna utilizzata da Marconi nel 1896 sul panfilo Elettra per le prime comunicazioni

telegrafiche senza fili; oggi questo pezzo è

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esposto in chiave simbolica presso la sede di AGSM.

Questo è solo un esempio

dell’impegno divulgativo

della famiglia Chiantera nel

contesto culturale cittadino, tanto che il progetto si

amplia anche fuori dalle

mura dell’Istituto Ferraris.

Quest’anno per la prima volta si sono tenuti nel mese di

luglio in Piazza dei Signori i

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Radio Days, una serie di eventi finalizzati a celebrare le

diverse ricorrenze legate alla

figura di Marconi (2 luglio 1896

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brevetto della radio, 20 luglio

1937 morte del grande inventore, 27 luglio anniversario del brevetto del wireless).

La manifestazione ha proposto alcuni pezzi vintage degli anni sessanta, settanta e

06-07. Il museo non espone solamente radio d’epoca, ma anche tutti quegli apparecchi che con essa hanno qualche relazione: juke box, televisori, antenne, cuffie ecc. 08. Alberto Chiantera, fondatore del museo, con la marchesa Mariacristina Bezzi Scali, moglie di Guglielmo Marconi. 09. Il logo del museo.

ottanta provenienti dal museo, tavole rotonde e la presentazione di un volume fotografico dedicato all’immagine social della radio.

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10-12. L’esposizione non raccoglie solo pregiati pezzi vintage, ma anche donazioni meno nobili che aiutano a rendere suggestivo e appassionante il percorso di visita. 10

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di grande valore

avvenimenti storici. In questi termini è più

meno pregiate

una nicchia allestita con elementi a tema

che semplicemente testimonianze di costume. Questa

scelta configura

perfettamente il

racconto che si snoda 12

Nato da una passione di famiglia, il museo

fra le stanze del museo.

Se già Dino Poli negli anni novanta

vede ampliare la sua raccolta ogni giorno,

accolse la collezione di Chiantera in un

anche alle donazioni di comuni cittadini

alla formazione dei propri studenti, quello

grazie alla ricerca di chi lo gestisce ma

che affidano ai Chiantera ricordi di famiglia

diventati ormai desueti. Alberto e Francesco non rifiutano nulla, sia che i pezzi siano

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ottica di archeologia tecnologica da offrire che si dipana oggi vetrina dopo vetrina è un complesso intreccio di costume,

design, progresso, ma soprattutto cultura e

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che significativo l’angolo della memoria: in sono conservate fianco a fianco una radio

italiana e una tedesca degli anni ‘20 e una rudimentale radio galena costruita da un

prigioniero in un campo di concentramento. Il museo arriva così a narrare, attraverso

la radio, una storia ben più universale. Il valore culturale che il Museo della Radio intreccia con la storia e con la missione educativa della scuola è quello di non

voler esprimere un giudizio, ma guidare i

visitatori attraverso strumenti finalizzati a leggere il passato, per sentirsi ancora

più parte del processo storico in cui siamo inseriti.


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Marcello Zamarchi a Verona

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Verona

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Ci sono personalità della cultura architettonica veronese che non solo hanno lasciato importanti testimonianze della loro opera ma che, soprattutto, hanno perfettamente incarnato lo spirito del loro tempo trovandosi a vivere anni cruciali per la formazione dell’immagine della città. Una di queste è stato sicuramente Marcello Zamarchi, nato a Venezia nel 1907 ma veronese d’adozione, che nella sua prolifica carriera, iniziata subito dopo la laurea conseguita a Venezia nel 1931, spazia dall’urbanistica all’architettura sacra, dall’edilizia monumentale a quella industriale, dal restauro all’arredamento di interni. Ma non solo. All’attività professionale affianca importanti incarichi pubblici come membro della commissione urbanistica (1946-47), della commissione per il paesaggio presso la Soprintendenza (1947-50) e di quella edilizia comunale (1953-58), e poi come presidente dell’Ordine degli Architetti (1965-67), trovandosi sempre, quindi, al centro del dibattito sulle vicende della città. Stupisce riconoscere nel suo vastissimo curriculum i tasselli che hanno formato la “visione condivisa” della città: la sistemazione delle brecce nelle mura e dei valli, i ponti, il progetto per la stazione di Porta Nuova, gli edifici di piazza Renato Simoni e Pradaval. Il linguaggio della sua architettura, supportato da una notevole abilità nel disegno, va da un iniziale sobrio Novecentismo fino ad un più spinto tardo-razionalismo, nelle ultime opere piegate alle esigenze di standardizzazione edilizia imposta dalla ricostruzione. Gli ultimi anni sono quasi esclusivamente dedicati all’architettura sacra e alla pittura, sua costante passione. Muore a Verona il 2 novembre 1990. Testi: Federica Guerra *

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Foto: Lorenzo Linthout

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1 1939-1942 FONTANA DI PORTA VESCOVO

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La fontana disegnata da Zamarchi nel ‘42 faceva parte di un più ampio progetto, iniziato nel 1939, di sistemazione del piazzale antistante la Porta e palazzo Corridoni, prima sede rionale del Fascio, che comprendeva la realizzazione di aiuole e vialetti oltre alla nuova fermata della filovia, convertita negli anni subito precedenti rispetto all’obsoleto sistema a tramvia.

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Nel dopoguerra la fontana, demolita e ricostruita, ha trovato nuova collocazione a fianco della breccia nord di Porta Vescovo.


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1939-40, 1948 INTERVENTI SULLE MURA CITTADINE

1940-41 PALAZZO DEL CONSORZIO AGRARIO

Zamarchi ha modo di occuparsi della cinta magistrale in due periodi distinti, con progetti commissionati dal Comune. Il primo riguarda la realizzazione della strada di circonvallazione interna nel tratto tra Porta Nuova e Porta Palio, con il disegno di soluzioni decorative per gli spalti che prevedeva scalee e giardini, oltre alla realizzazione delle brecce di Porta Palio per miglioramenti viabilistici. Il secondo incarico, del 1948, riguarda il rimboschimento dei valli per cui a Zamarchi fu affidata la Direzione artistica dell’intervento.

Già prima della guerra l’area dell’ex recinto dei Riformati viene individuata come localizzazione di servizi terziari, tendenza poi confermata col piano Marconi e con la vicenda della costruzione dell’isolato del “grattacielo”. Per un territorio come il veronese, l’istituzione del Consorzio agrario riveste grande importanza essendo non solo sede della Società Cooperativa degli agricoltori locali, ma anche sede del Credito Agrario. A questo ruolo fa riferimento l’edificio progettato da Zamarchi, che celebra la funzione centrale dell’istituto con un corpo massiccio a filo strada

4 1939-1949 ponte aleardi 1946-47 ponte nAVI

caratterizzato da un ampio porticato a doppia altezza completamente rivestito in marmo, e da prospetti secondari in cotto e marmo di vago sapore piacentiniano.

veronesi. A seguito delle indicazioni del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il gruppo presenta un secondo progetto, poi realizzato, con foggia più tradizionale a tre campate e finitura in pietra e cotto.

Il progetto di costruzione del Ponte Aleardi in cemento armato, in sostituzione di quello in ferro del 1884, è redatto da Zamarchi in collaborazione con l’ing. U. Zanolini nel 1939, ma la costruzione viene interrotta a causa della guerra, quando sono state completate solo due pile. Anche queste, come tutti gli altri ponti veronesi, vengono fatte saltare l’ultimo giorno di guerra dai tedeschi in fuga. La ricostruzione viene completata nel dopo guerra seguendo il progetto iniziale. Più interessante la vicenda del Ponte Navi, il cui progetto risultò vincitore di un concorso nazionale a cui Zamarchi partecipò assieme ai colleghi Manzini, Benatti, Troiani e Vanzetti (motto “H48”). La soluzione presentata prevedeva una snella struttura a navata unica, che avrebbe rappresentato un unicum tra i ponti

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5 1948 STADIO COMUNALE Il primo progetto di Zamarchi per una costruzione sportiva di cui resta traccia (dopo quello per lo Stadio Comunale a Borgo Roma del 1939/40, mai completato per lo scoppio della guerra) riguarda l’ampia zona sportiva compresa tra i Bastioni di San Zeno e di San Bernardino, attuale sede delle piscine comunali. Il progetto prevedeva di affiancare alla vasca natatoria esistente dagli anni ’40, un campo da calcio con pista di atletica che sfruttasse il vallo delle mura per la realizzazione delle

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gradinate della tribuna coperta. A questo si aggiungeva tutta la sistemazione esterna degli accessi ai due impianti. Dell’ambizioso progetto mai realizzato, non resta che l’ovale dell’invaso di decantazione per l’impianto di irrigazione del campo.

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1951-52 stadio bentegodi

1949-50 stadio comunale e ritrovo enal

L’area alle spalle di piazza Cittadella era occupata fin dal 1910 da un campo per l’atletica e il ciclismo, adattato successivamente anche per il giuoco del calcio, sorto per volontà di Marcantonio Bentegodi, pioniere dello sport scaligero. Verificata l’impossibilità di realizzare un impianto adeguato nei valli delle mura, il Comune decide di realizzare uno stadio “moderno” in quest’area e affida nuovamente a Zamarchi il progetto dell’impianto. L’architetto riesce a incuneare la vasta struttura nel difficile lotto tra le case, senza riuscire però a ricavare un’adeguata viabilità e congrui spazi di sosta. Saranno questi i motivi che sanciranno il suo abbandono e la successiva demolizione, effettuata a partire dai primi mesi del ’64.

Tramontata l’idea di costruire uno stadio poco oltre Porta San Zeno, Zamarchi riceve l’incarico per la progettazione del nuovo stadio cittadino a ridosso del Cavaliere di San Zeno, in concomitanza con la realizzazione del nuovo circolo ricreativo dell’appena nato Ente pubblico dopolavoristico. Il progetto ricalca la sostanza di quello del ’48, utilizzando

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cioè il dislivello del vallo delle mura per la realizzazione delle gradinate coperte. Interessante notare come il progetto accolga le indicazioni del Piano di Ricostruzione che prevedeva l’apertura di una seconda breccia a sinistra di porta San Zeno per l’allargamento viario del tratto di corso Milano in entrata verso la città. Il progetto fu ridimensionato e realizzato solo in parte: oggi restano il campo sportivo della “Società calcistica San Zeno”, l’ingresso colonnato sull’angolo della Circonvallazione Cristoforo Colombo e l’edificio ricreativo sede del “Circolo Tennis Scaligero”.


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8 1947 stazione di porta nuova

1954-55 SUPERPALAZZO DEL CORSO

Il progetto dell’edificio realizzato sulle ceneri della bombardata stazione ottocentesca di Dini venne redatto dall’architetto R. Narducci, come tecnico del Ministero delle Comunicazioni, tra il 1946 e il 1949. Non è chiaro per quale committenza Zamarchi elabora, a lavori già iniziati, un accurato progetto in contrapposizione a quello ministeriale. La qualità del progetto, l’articolazione dei volumi e degli scorci prospettici, ma anche l’organizzazione asimmetrica della pianta e la suggestione della resa grafica, lo collocano al livello degli esempi più lucidi dell’architettura razionalista italiana. Lo stesso Zamarchi, nel

Posto sull’angolo tra Corso Porta Nuova e Piazza Pradaval, il palazzo venne costruito da Zamarchi dopo la guerra in un’area mai edificata, ma che era stata oggetto nel 1939 di uno dei due concorsi per la realizzazione della Casa del Fascio (l’altro, del 1940, interessava Piazza Cittadella). Rivestito completamente in marmo, è suddiviso in tre ordini segnati da un marcapiano sporgente che delimita la scansione funzionale (commercio, terziario, residenza). L’alto portale prospiciente Pradaval ne sottolinea l’ingresso principale. Anche la sistemazione della piazza era stata oggetto di un concorso, cui Zamarchi aveva partecipato con un interessante progetto mai realizzato, che prevedeva ampi spazi verdi e fontane a giochi d’acqua.

proprio curriculum, dichiara che “il progetto venne successivamente acquistato dal Comune di Verona”, ma i giochi erano ormai conclusi.

10 1952 CINEMA PINDEMONTE Pur assai vincolato dalla funzione ospitata nell’edificio e dalla prossimità con la chiesa del Sacro Cuore, l’edificio progettato da Zamarchi presenta una interessante soluzione prospettica. L’ingresso, capovolto rispetto all’attuale, avveniva su via Col di Lana con un gioco di corpi aggettanti e corpi sfondati che alternavano la pietra all’intonaco liscio e rustico, mentre su via Sabotino il bel prospetto in pietra si muoveva con false finestre sfondate che proseguivano fino alla copertura.

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1950 CONDOMINIO VIA NIZZA 1957-58 CONDOMINIO VIALE BIXIO-ARGONNE

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Il grande condominio di via Nizza rientra nella più vasta operazione postbellica che prevedeva la realizzazione di due isolati che riallineassero l’innesto della via Nizza al nuovo ponte appena progettato dallo stesso Zamarchi. I due fabbricati, realizzati uno da Banterle (cfr. «AV»108, p. 100) e l’altro da Zamarchi in collaborazione con Italo Avanzini, confermano la tendenza alla densificazione deI costruito sui Lungadige continuata fino all’imposizione del vincolo paesaggistico del 1959. L’edificio di Zamarchi, che raggiunge l’altezza di sei piani fuori terra, è caratterizzato da un sobrio International Style ammansito dalle paraste agli angoli e dal portico commerciale al piano terra il cui disegno sembra proseguire al piano primo con il

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rilievo dei pilastri binati. Zamarchi realizzerà numerosi altri condomini, tra i quali quello in viale Bixio-Argonne oltre ad alcuni isolati in Borgo Trento, ma si rifarà per questi a uno stile più asciutto improntato alla rigida unificazione edilizia propria del boom economico, dove non manca però di dar sfogo alla propria vocazione plastica in alcuni elementi decorativi.

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12 1969 hall hotel due torri A testimonianza della varietà degli incarichi assegnati a Zamarchi, resta traccia di alcuni progetti di arredo che per la loro transitorietà legata al gusto sono andati per lo più distrutti o modificati. Oltre agli interni della Pasticceria Melegatti in piazza Bra e ad altri di cui nulla resta, nel ‘69 allestisce la hall e la sala da pranzo dell’Hotel Due Torri. Inserito in un edificio storico di grande prestigio, l’allestimento prevedeva pavimentazioni lucide ad effetto e arredi di foggia ‘moderna’, testimonianza di gusto e raffinatezza anche alla piccola scala.

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1955 GELATERIA RENON

1953 CONCORSO PER LA BIBLIOTECA CIVICA

L’intervento per la palazzina all’angolo tra il Lungadige e via Farinata degli Uberti, sicuramente minore nella produzione di Zamarchi, risulta interessante sia per la riconoscibilità dell’edificio sia per l’approccio rispetto ad un edificio storico. L’immobile, realizzato tra il ’22 e il ’24, faceva parte del complesso dei villini della Cooperativa Postelegrafonici e, come gli altri esempi della via, si rifaceva agli stilemi nordici delle città giardino. Zamarchi trasforma di ‘prepotenza’ l’esile edificio in

Zamarchi partecipò al Concorso per la Biblioteca con un progetto di stampo storicistico che egli riteneva adeguato alla collocazione nel centro storico cittadino. Il massiccio edificio, con basamento a bugnato e rivestimento in marmo, incontrò comunque il favore della commissione giudicatrice che comprendeva il soprintendente Gazzola, Giovanni Muzio, Ambrogio Annoni, Bruno Zevi oltre ai rappresentanti degli Ordini e delle istituzioni, e che lo ammise dal I° grado alla graduatoria di II° grado, per poi sospendere l’assegnazione e la realizzazione dell’edificio fino agli anni ’80.

una solida costruzione a due piani che ben marca l’angolo dell’isolato con uno stile che, abbandonando lo storicismo del primo edificio, si riferisce piuttosto a un tardo razionalismo.

15 1329-1982 EDILIZIA SACRA L’edilizia sacra fu per Zamarchi l’ambito professionale in cui raggiunse il più alto livello espressivo, osando una sperimentazione di forme e materiali assolutamente originale. La prima opera del 1939, la chiesa della Beata Vergine Maria al Villaggio Dall’Oca Bianca (ora demolita), segue ancora stilemi classici di un blando neo-medievalismo, ma le opere postbelliche stupiscono per l’arditezza delle soluzioni strutturali, a partire dalla chiesa di Santa Maria Regina in via Pancaldo (1959-61) con una innovativa ripartizione della facciata a registri orizzontali, o la parrocchiale di San Giovanni Evangelista a Santa Lucia (1963-64) con la volta a botte ribassata in laterocemento con sviluppo curvilineo longitudinale controventata

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mediante tiranti metallici su pianta esagonale (cfr. Strutturalismo ecclesiale in «AV»107, pp. 94-101), fino alle ultime opere come la chiesa dello Spirito Santo nel quartiere Catena (1980-82), giocata su una planimetria complessa di figure geometriche sovrapposte che generano un’inedita copertura, o la meno originale San Marco Evangelista in Borgo Venezia (1981-82). Entro questa vasta produzione si distingue il Convento per le Serve di Maria al Pestrino (1966), che comprende un sobrio fabbricato a corte con gli spazi e gli oratori per l’ordine monastico di clausura, e la chiesa, l’elemento più originale del complesso. L’alta aula, a navata unica, presenta una singolare copertura a costoloni in calcestruzzo che simula un foglio piegato. L’elemento strutturale della copertura si riflette sui prospetti laterali dove si aprono i lucernari esagonali e, soprattutto, in facciata dove disegna un bel “rosone” di inedita forma allungata.

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* Ricerca materiali d’archivio: Alberto Vignolo, Michele De Mori


Apre Galleria

LA BACHECA DI AV

LA BACHECA DI AV

Cafarelli & Cafarelli si è trasformato. Un nuovo spazio ospita le nostre e le vostre idee

Mille metri di spazio di fronte all’Arena di Verona, dove puoi trovare i migliori brand di design e arredamento come Baxter, USM Haller, Knoll, Flexform, Giorgetti, Ivano Redaelli, Henge, Cappellini, EmmeBi, Fritz Hansen, Alias, Lualdi, Arper, Treca de Paris, Cassina, Flos, Gervasoni, Technogym, Boffi... Le migliori griffe di ricerca nell’abbigliamento, una libreria che rappresenta le migliori case editrici internazionali e una selezione dei migliori libri e volumi sull’Arte, l’Architettura, il Design, la Fotografia, la Cucina, la Moda... I migliori complementi d’arredo e l’oggettistica per la cucina e la casa. Uno spazio in grado di accogliere eventi culturali e artistici, meeting, pranzi e cene di lavoro, un design caffè per le colazioni ed i tuoi aperitivi, dove puoi assaggiare prodotti di qualità artigianali selezionati. Lo stile di Galleria è unico per il suo genere, perchè seleziona il meglio dello stile internazionale con un proprio carattere italiano. Il personale, esperto in arredamenti ed architettura d’interni, è a disposizione della clientela per progettare e studiare le migliori soluzioni per le singole esigenze casa o ufficio. Galleria è stata aperta al pubblico a fine giugno scorso, anche se la zona cucina e libreria sarà completata a fine ottobre.

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galleria via dietro anfiteatro 4 37121 verona tel +39 045 8012345 www.gal-leria.it info@gal-leria.it

2017 #03


In un impianto di raffreddamento a liquido ha il compito di trasportare il calore dal componente che richiede di essere raffreddato, al liquido.

NAKED: twins cooling system

L m c d p

Una tecnologia all’avanguardia per un sistema di proiettori LED capace di integrare performance della luce e alto flusso luminoso

Elemento essenziale per garantire la qualità e la quantità della luce di un proiettore LED nel tempo, è la dissipazione del calore. Il nostro studio si è concentrato su questo importante aspetto. Ne è risultato un prodotto dalle linee aggressive ma essenziali, con una tecnologia all’avanguardia per dare una risposta concreta a particolari esigenze architettoniche.

F O R A L L

Naked out consente di creare forme geometriche di varie grandezze e dimensioni. Internamente, l’idroblocco è costituito in modo simile ad un dissipatore attivo. A differenza di quest’ultimo, però, il fluido che attraversa le lamelle è un liquido, quindi ha maggiore conduttività e capacità termica rispetto all’aria. Il fluido è mantenuto in movimento all’interno dell’idroblocco, muovendosi in un circuito chiuso si indirizza a componenti che dissiperanno esternamente il calore.. L’idroblocco o “blocco ad acqua”, noto anche col nome di waterblock è il componente principale del nostro Naked. In un impianto di raffreddamento a liquido ha il compito di trasportare il calore dal componente che richiede di essere raffreddato, al liquido. L’impianto di raffreddamento a liquido si basa sul mantenimento di una temperatura in un intervallo quanto più costante possibile di un motore termico. Il trasferimento termico dall’elemento da raffreddare al fluido, avviene principalmente per convezione, e quindi per scambio di calore sensibile.

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— 101

L L LIGHTING

TECNOLOGY AND DESIGN

FOR ALL srl via 8 marzo 10/12 37012 bussolengo (VR) tel 045 7150425 - 045 6704145 fax 045 6754826 www.for-all.it info@for-all.it

LA BACHECA DI AV

Naked out è il frutto di un’accurata ricerca per integrare al meglio la performance della luce LED e l’alto flusso luminoso.


I grandi numeri del Gruppo Stevan Elevatori

LA BACHECA DI AV

58 anni di esperienza, 70 dipendenti diretti, 3500 impianti in manutenzione in tutto il Triveneto e non solo: l’impegno per l’abbattimento delle barriere architettoniche in ambito pubblico e privato Il Gruppo Stevan elevatori, certificato SOA ed UNI EN ISO 9001:2008, è formato da tre aziende con sede a Settimo di Pescantina (VR): Pizzeghella e Stevan Srl specializzata nella fornitura di ascensori e nella manutenzione di elevatori per cose e persone, cancelli, porte REI e baie di carico; Cest Srl forte nella progettazione e realizzazione di piattaforme elevatrici, montacarichi, montavivande e servoscala e IdealPark Srl leader nel settore degli ascensori per auto e dei parcheggi meccanizzati in Italia e nel mondo. Le tre ditte vantano uno staff di collaboratori qualificati e preparati nonché alleanze di forza e successo. Pizzeghella e Stevan è la prima nata del Gruppo ed è socia della ditta SELE di Bologna, azienda produttrice di ascensori 100% made in Italy. La collaborazione negli anni si è rilevata essere un vero “plus” per l’azienda in quanto ha permesso la creazione di sinergie, la possibilità di

investire in miglioramenti tecnologici, l’opportunità di offrire prodotti di elevata qualità ed ottimizzare il rapporto qualitàprezzo degli impianti proposti. Pizzeghella e Stevan offre soluzioni per la ristrutturazione di ascensori in grado di raddoppiare la capacità di trasporto, aumentando la velocità e la portata degli impianti e garantendo un risparmio energetico fino all’80%. L’officina del Gruppo permette inoltre di soddisfare con rapidità tutte le richieste chiavi in mano. Cest è l’unica produttrice italiana di piattaforme elevatrici in diverse tipologie e con funzionamento anche in caso di mancanza di corrente. Recentemente la ditta è diventata anche partner ufficiale di Acorn, società internazionale specializzata nei servoscala a poltroncina, che le ha dato l’incarico di rifornire i rivenditori di tutta Italia. La partnership con questa grande azienda dà la possibilità di offrire anche ai clienti italiani un prodotto economico, affidabile e di pronta installazione. IdealPark è rappresentante in esclusiva per l’Italia della ditta tedesca Wöhr Autoparksysteme leader mondiale nella fornitura di impianti di parcheggio meccanizzati ed automatizzati. Il vero core business dell’azienda sono però gli ascensori per auto che IdealPark progetta e produce direttamente ed installa in tutto il mondo grazie ad una rete di distribuzione consolidata e in continua crescita. Lo sviluppo della rete di vendita estera è avvenuto anche grazie a Wöhr che, considerando IdealPark un’ottima costruttrice di montamacchine ha consigliato ed invitato tutti i propri rivenditori a preferire la produzione italiana. La mission del Gruppo è da sempre quella di offrire elevatori che soddisfino al 100% le esigenze di ogni cliente nell’ottica di migliorarne la qualità della vita progettando e creando ogni prodotto su misura con

particolare attenzione per l’affidabilità, la sicurezza, il comfort, l’estetica, la cura del dettaglio, il risparmio energetico e la sostenibilità ambientale. Per garantire una continua affidabilità e una lunga durata dei propri impianti le aziende del Gruppo offrono inoltre una serie di servizi che va dalla manutenzione programmata degli impianti, all’assistenza 24 ore su 24 su ogni tipo di elevatore senza lasciare in secondo piano lavori di riparazione straordinaria, ammodernamento e ristrutturazione di impianti di qualsiasi tipologia e marca. La clientela è crescente ed eterogenea: privati, enti pubblici, imprese edili, ospedali, aeroporti, musei, strutture alberghiere, centri commerciali, negozi, concessionarie eccetera, per i quali il Gruppo Stevan

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Elevatori ha realizzato numerosi interventi di prestigio, come ad esempio le dimore dei maggiori industriali italiani, arabi e messicani e di giocatori della Juve e del Milan. Recentemente è stato ultimato un nuovo montauto con struttura autoportante ed antisismica, con portata di 3200 kg e con controllo remoto ed inoltre sta per essere terminato un nuovo reparto in sede per aumentare la produzione e fornire assistenza ai partner esteri. Il costante impegno nella ricerca e nello sviluppo di soluzioni innovative e tecnologie di qualità ha consentito a Stevan Elevatori di diventare il gruppo di aziende che installa più elevatori sul territorio con una media di due impianti al giorno.

gruppo stevan elevatori via e. fermi 9 37026 Settimo di pescantina (VR) Tel +39 045 6750078 www.stevanelevatori.it

2017 #03


Qualità e design italiani, saune finlandesi

Nel cuore della Valpolicella uno showroom di 3000 mq al fianco dei progettisti

Emoplast progetta e realizza saune su misura per ogni tipo di esigenza e di spazio

Conati Franceschetti è l’azienda che da oltre 60 anni offre un panorama completo sui marchi leader del mercato, dalle librerie agli armadi, dai letti agli imbottiti, dalle cucine ai complementi, al “su misura”. Un punto di riferimento irrinunciabile per il design, la progettazione e l’arredamento di casa e ufficio. Ricercatezza nella selezione dei prodotti e dei materiali, creatività delle soluzioni, massima attenzione nei confronti dei marchi.

Un team di persone altamente specializzate, che possono vantare una lunga esperienza nel campo, risponde ad ogni necessità affiancando il progettista nella realizzazione degli interni, proponendo gli articoli più adeguati, i colori e i complementi che più valorizzano il contesto abitativo del cliente finale. Piena assistenza è garantita anche in una fase delicata come quella dell’installazione, in cui una cattiva esecuzione rischia di vanificare anche i migliori progetti.

CONATI FRANCESCHETTI viaLE VERONA 10 37022 FUMANE (verona) tel 045 770 1133 www. CONATIFRANCESCHETTI.It info@ CONATIFRANCESCHETTI.iT

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LA BACHECA DI AV

La storia, la qualità, l’assistenza

Da oltre vent’anni, Emoplast Saune realizza, secondo le più collaudate pratiche artigianali, saune finlandesi, biosaune e chaises longue, mettendo a disposizione la propria qualificata esperienza per valutare le caratteristiche e le esigenze di ogni specifico caso. Una consulenza professionale che va dalla progettazione alla produzione, dalla vendita all’installazione finale, dal produttore al consumatore. La collezione di saune finlandesi Emoplast va da quelle più compatte ai modelli di più grande capienza; ogni modello può essere personalizzato con una vasta gamma di accessori specificamente costruiti e derivati dalla tradizione finlandese. La qualità delle nostre saune finlandesi è assicurata da una filiera di produzione interamente artigianale, che prevede controlli di qualità continui e l’utilizzo

— 103

dei migliori legni, provenienti da aree incontaminate, per garantire il massimo benessere e sicurezza.

emoplast saune snc di gasparini cristian & c. via palladio 1 37063 isola della scala (vr) tel-fax 045 663 0617 www.emoplastsaune.com www.italiasaune.com.

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New Multimedia Showroom: la tecnologia Sever-Sever Maison al servizio dei progettisti Apre nel 2017 il nuovo spazio interattivo multimediale messo a punto da Sever per offrire nuove opportunità alla comunicazione e comprensione del progetto

LA BACHECA DI AV

La professionalità e il know how di SEVER, maturati in cinquant’anni di esperienza, hanno visto negli ultimi anni il naturale sviluppo e integrazione delle forniture contract anche nel settore alberghiero e domestico. Da qui l’esigenza di creare un nuovo format di presentazione multimediale ed interattivo, gestito da un sistema domotico intelligente. Il nuovo showroow di SEVER e SEVER Maison, offre una nuova possibilità di comunicazione e coinvolgimento emozionale “dentro il progetto”. Uno spazio allestito come luogo di incontro tra progettisti e committenti, all’interno del quale le tecnologie della struttura permettono di visualizzare immagini , progetti e clip multimediali.

L’elevata tecnologia utilizzata consente proiezioni in super HD a 4K su schermi e monitor ad altissima risoluzione, controllati da telecamere con sensori di presenza in modo tale che l’utilizzatore possa gestire la presentazione anche con il solo ausilio del movimento delle mani. All’interno dello Showroom sono collocate un’area di consultazione/riunioni e un’area break.

01

SEVER potrà mettere a disposizione dei progettisti che vorranno farne uso la propria struttura per la presentazione e/o condivisione dei loro progetti di qualunque natura essi siano. SEVER Maison è partner dei più importanti marchi di arredamento e complementi d’arredo nazionali ed internazionali.

02

— 104

2017 #03


H. 269

pannello laccato colore grigio , colore a campione portali in profili metallici sezione 6x6 cm rimozione porta e chiusura in cartongesso

monitor 40'' inserito in pannello porta scorrevole rivestito in specchio box acustico pannello composto da tre lastre in vetro con grafica serigrafata scuretto perimetrale

pannello laccato colore grigio , colore a campione per mascherare tubazioni - apribile

I

rimozione ventil-convettore e impianti volume con rivestimento interno in legno e nelle parti a vista esterne in lamiera

pannelli laterali con fresate tipo topakustik Fantoni pannello centrale rivestito in specchio largo 120 cm

parte rivestimento (lungh 260 cm) in legno con fresate tipo topakustik Fantoni

D

sezione C-C

monitor 65'' appeso a parete con distanziale di 3 cm (telaio perimetrale arretrato 10 cm rispetto ingombro schermo)

H. 281

H. 230 zona cataloghi

F

nuova parete in cartongesso veletta in cartongesso prosecuzione parete in cartongesso arredo con pannello scorrevole e fianco a vista in vetro retro-laccato all'interno sistemi per domotica controllo apparecchiature rete di zona controllo, amplificatori interno armadio colore grigio scuro

proiezione ingombro cassonetto 50x80 cm - h. 230 cm da terra N.B. misura da verificare in base sporgenze e posizioni tubazioni cassonetto realizzato per mascherare tubazioni a soffitto nel lato inferiore di tale cassonetto sarà realizzata una fresata per inserimento guide per pannelli scorrevoli e guide per tende avvolgibili motorizzate

*

1.65 1.22

lamiera risvoltata in battuta al pannello laccato

C

zona cataloghi

E

pannello scorrevole lunghezza 220 cm

binario esterno per scorrimento pannello di chiusura ingresso box acustico binario posto su tutta la lunghezza parete

bancone cucina predisposizione corrente cappa e piano cottura e prese

102.5 220

po

controsoffitto colore bianco con tagli 10 cm con tagli verniciati 10x10 cm verniciati neri per inserimento faretti led dimmerabili

D

1.65 1.22

ripiano con frontale laccato RAL 7043 posta alla stessa altezza a terra del piano cucina

1.03

*

G

box acustico Citterio rimuovere controsoffittatura in pannelli fonoassorbenti in tessuto blu e inserimento di nuovo controsoffitto in barrisol serigrafato con luci led sovrapposte (cfr. dettaglio M - tav. 04) pannello composto da tre lastre in vetro con grafica serigrafata con strip led per illuminazione grafica

H. 281

H. 281 102.5 220

1.65 1.22

corpi luce dimmerabili accensione/spegnimento personalizzato - domotica tamponamento sopra box acustico

pannello laccato colore grigio , colore a campione lamiera risvoltata in battuta al panello laccato H. 230

*

pannello scorrevole lunghezza 220 cm

1.65 1.22

lampada a sospensione mod. Otylight Pop Brooklyn ARC-CUP 120+120 cm tavolo MDFItalia modello Tense, dimensione 280x120 cm

C

pavimento in legno

RIPOSTIGLIO

N

prese corrente incassate nel risvolto in lamiera placca e frutti nere o grigio scuro di colore analogo alla lamiera

H

parete in cartongesso con strutture di sostegno retroposte e rinforzi per sostegno libreria perfettamente rasata senza giunzioni finitura colore grigio scuro

0.90 2.10

nuova parete in cartongesso con inserimento isolamento tra la struttura interna

pannello laccato colore a campione con fessura per ottiche kinect tenda avvolgibile comandata elettricamente lunghezza 220 cm rilevatore ottico di presenza appoggiato su mensola e nascosto da pannello laccato colore a campione, dotato di fessura per lasciare a vista l'ottica mensola 480x50/30 cm sp. 5 cm laccata del colore della cucina posta alla stessa altezza a terra del piano cucina h. 85 cm

pannelli fonoassorbenti in tessuto grigio perla porta a filo rivestimento per accesso zo con specchio di finitura e inserimento video fianco arredo rivestito in vetro retro-laccato

monitor 65'' appeso a parete con distanziale di 3 cm (telaio perimetrale di sostegmo arretrato 10 cm rispetto ingombro schermo)

armadio mod. su misura a tre ante scorrevoli di cui la centrale rivestita in specchio ante laterali con fresate tipo top topakustik Fantoni interno armadio colore grigio scuro

cassonetto 50x80 cm - h. 230 cm da terra N.B. misura da verificare in base sporgenze e posizioni tubazioni cassonetto realizzato per mascherare tubazioni a soffitto nel lato inferiore di tale cassonetto sarà realizzata una fresata per inserimento guide per pannelli scorrevoli e guide per tende avvolgibili motorizzate pannello laccato colore a campione

D

barrisol posto a soffitto nel box acustico

prese dati e corrente a terra - torretta a scomparsa con coperchio rivestito in legno come pavimento

pannello a parete sotto la mensola laccato colore a campione

sezione D-D

videoproiettori inseriti in scatolare di lamiera microforata staccato da pavimento di 2 cm con rivestimento superiore in legno diffusore acustico messo in orizzontale

libreria MDF Italia, modello Minima 3.0

H. 270

F

controsoffitto con tagli per inserimento faretti led

E

tamponamento sopra parte del box acustico divisione rispetto zona consultazione cataloghi

prese corrente mascherate da pannellino in legno apribile, inserito nel rivestimento in legno

1.03

arredo con pannello scorrevole e fianco a vista in vetro retro-laccato all'interno sistemi dispenser presa corrente

videoproiettori inseriti in scatolare di lamiera microforata staccato da pavimento di 2 cm con lastra in vetro colorato opalino soprastante staccato di 2 cm

struttura per reggere pavimento in legno

tenda avvolgibile comandata elettricamente lunghezza 230 cm, colore grigio H. 268

nuova porta U.S. - tipo rasomuro inserita in parete esistente

* sezione E-E

pavimento in smalto colore grigio scuro 1.03

L

po

D

lampada Ø130 cm - luce up/down - a luce diretta bianca 3000K luce indiretta - RGB dimmerabile

E

*

h. 40 cm risvolto alla sommità volume zona cataloghi

pannelli laterali con tipo topakustik Fantoni e pannello centrale rivestito in specchio largo 120 cm

tenda avvolgibile comandata elettricamente lunghezza 230 cm, colore grigio

diffusore acustico n.b.: valutare posizionemento sopra tessuto barrisol

cassonetto 50x80 cm - h. 230 cm da terra N.B. misura da verificare in base sporgenze e posizioni tubazioni cassonetto realizzato per mascherare tubazioni a soffitto nel lato inferiore di tale cassonetto sarà realizzata una fresata per inserimento guide per pannelli scorrevoli e guide per tende avvolgibili motorizzate

luci led poste sopra copertura

pannello laccato colore grigio , colore a campione

H. 269 CPU

nuova parete in cartongesso realizzata a filo trave presente a soffitto con inserimento isolamento tra la struttura interna nuova porta rasomuro

03

06

luci led poste sopra copertura volumi

01, 03, 05. Vedute dello showroom multimediale ricavato all’interno della sede Sever a Verona. 02. Pianta dello showroom. 04, 06. Sezioni e particolari del progetto esecutivo * dell’allestimento.

stripled

U.S.

1.28 2.15

tamponamento arretrato

cielino libreria posto 10 cm più in alto rispetto risvolto lamiera di chiusura box espositivo

A

A

**

parete in cartongesso con strutture di sostegno retroposte perfettamente rasata senza giunzioni per proiezione

libreria Minima 3.0 colore bianco

pannelli con fresate tipo topakustik Fantoni e pannello centrale con specchio

armadio su misura a tre ante scorrevoli di cui la centrale rivestita in specchio larga 120 cm e pannelli laterali con fresate tipo topakustik Fantoni

A

B

PIANTA

*

è da prevedere la verniciatura del lato interno dei serramenti del colore dato alle pareti, e l'oscuramento del vetro dei serramenti con applicazione di pellicola adesiva opale

basamento libreria piano inclinato in lamiera retto da strutture retropostre basamento apribile per accesso cablaggi casse acustiche poste in orizzontale passaggio cavi

mobile per contenimento dispenser con anta scorrevole e fianco a vista in vetro retro-laccato

B

sul retro: passaggio cavi casse acustiche poste in orizzontale

B

* sezione B-B

**

video-proiettore

pannello composto da tre lastre in vetro con grafica serigrafata

il cielino di chiusura posto sopra la libreria dovrà proseguire ai lati, fino ad incontrare il muro perimetrale e la nuova parete in cantongesso

luci led poste sopra copertura

portali in profili metallici sezione 6x6 cm

stripled pannello laccato colore grigio, colore a campione

binario esterno posto su tutta la lunghezza della parete verniciato colore a campione

A

schermo appeso 65''

04

piano inclinato in lamiera passaggio cavi

piatto verniciato colore a campione di chiusura dello spessore a vista dei pannelli di rivestimento pareti box acustico

* *

video-proiettore

sezione F-F

sezione A-A

* * *

cielino libreria posto 10 cm più in alto rispetto risvolto lamiera di chiusura box espositivo con incassato luce lineare led

SEVER ACADEMY NUOVA AREA POLIFUNZIONALE, VIALE DEL COMMERCIO 10, 37135 - VR - SEVER@SEVER.IT - WWW.SEVER.IT RINGRAZIAMO L’ORDINE DEGLI ARCHITETTI PIANIFICATORI PAESAGGISTI CONSERVATORI DELLA PROVINCIA DI VERONA

volume con rivestimento interno in legno con inserte parti con fresate tipo topakustik Fantoni ingresso schowroom passaggio dal box acustico

A

evento inaugurale

parete per proiezione

Il nuovo showroom multimediale Sever verrà inaugurato con un * evento di presentazione aperto a progettisti, clienti e a quanti interessati a verificare dal vivo le potenzialità tecnologiche della struttura. Per informazioni e per registrarsi all’evento, collegarsi all’indirizzo sotto indicato. B

schermo appeso 65'' libreria Minimal profondità 5 cm schineale 35 cm mensola struttura di sostegno retroposta parete in cartongesso basamento libreria piano inclinato in lamiera retto da strutture retropostre basamento apribile per accesso cablaggi

B

*

parete in cartongesso con strutture di sostegno retroposte perfettamente rasata senza giunzioni finitura colore grigio scuro

N.B. tale piano inclinato non deve venire illuminato dal fascio luminoso della video proiezione N.B. rinforzare pavimento per evitare trasmissione di vibrazioni dal pavimento ai videoproiettori. Sarà necessaria un accurato fissaggio dei videoproiettori N.B. inserire adeguato materiale sotto il pavimento (tipo sacchetti di lana imbustata), per evitare rumore da calpestio

LINK http://www.sever.it/it/eventi/ iscrizioni-agli-eventi/

pannello laccato colore a campione da porre a parete sotto la mensola

sever viale del commercio 10 37135 verona Tel +39 045825 0033 www.sever.it sever@sever.it www.severmaison.it

05

110

— 105

LA BACHECA DI AV

nuova parete in cartongesso / chiusura parete ove rimosso box acustico con inserimento isolamento tra la struttura interna ripiani per esposizione materiali e cataloghi

1.03

D

barrisol serigrafato posto a soffitto nel box di Citterio comprendere cablaggi e passaggi impianti

parete in cartongesso con strutture di sostegno retroposte perfettamente rasata senza giunzioni per proiezione con verniciatura finale adatta alla proiezione subwoofer a terra

0.90 2.10

E

colorato opalino per possibile appoggio di cassa acustica a goccia della Garvan - staccato di 2 cm dal filo superiore scatolare in lamiera macchina trattamento aria a soffitto h. 250 da terra resta al di sopra nuovo volume

spostamento quadro elettrico da portare nel locale "zona cataloghi"


Scegli la tua strada di AV

• Cara, buona, vecchia carta Per ricevere la rivista in formato cartaceo è necessario essersi registrati all’indirizzo www.architettiveronaweb.it/distribuzione/ scegliendo tra le opzioni Formato cartaceo con ritiro in sede o Formato cartaceo spedito via posta.

• Digitale mon amour Per ricevere il link e scaricare direttamente la rivista in formato pdf è necessario essere registrati all’indirizzo www.architettiveronaweb.it/distribuzione/ scegliendo l’opzione Formato digitale.

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• Puoi ritirare AV anche di persona La nuova sede dell’Ordine presso M15 - Magazzini delle professioni è finalmente comoda e accessibile, e le occasioni per frequentarla non mancano tra riunioni, corsi, incontri, conferenze. è facile così ritirare di persona la propria copia o i numeri arretrati della rivista.

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