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CATEREDAZIONALE biamo definito sopra e sono anche detti cracker: agiscono con l’esclusivo intento di arrecare un danno alla macchina. Sfruttando i bug (bachi, errori di scrittura, ndr) dei sistemi, essi cercano di accedere a sistemi informatici in modo illecito, senza il consenso dei proprietari, violandone quindi la privacy. La definizione erronea di hacker per questa categoria viene purtroppo diffusa anche dai mass media, che in realtà dovrebbero parlare di cracker.

Dopo che un giovanissimo studente, non ancora identificato con certezza, ha pensato bene di cancellare completamente il famoso “appoggio studenti”, cartella condivisa che permette l’accesso ai files degli studenti da qualunque computer della rete del liceo, mi è stato chiesto di scrivere un articolo sugli hackers: ho colto l’occasione per cercare di chiarire insieme chi sono queste misteriose figure. Generalmente quando si parla di hacker viene sempre in mente quel personaggio che padroneggia il pc e lo usa per arrecare danni informatici ad altri utenti. In realtà questa definizione non è del tutto esatta – ma neanche del tutto errata – in quanto chi ha un particolare potere può usarlo tanto in modo distruttivo quanto in modo costruttivo. Infatti la categoria degli hackers si divide in due categorie: hacker neri, e hacker bianchi.

Gli hacker bianchi, i white hat, sono invece quelli che contrastano l’abuso delle abilità informatiche, quindi si pongono l’obiettivo di monitorare e migliorare la sicurezza di una rete e dei sistemi a essa collegati. Sono degli ottimi utilizzatori dei pc e agiscono con l’intento di ampliare le proprie conoscenze e di mettere in gioco la propria creatività in una sfida intellettuale oltre limiti imposti. Proprio come la definizione di hacker suggerisce.

Gli hackers in generale sono figure che cercano di usare le proprie risorse intellettuali per superare delle limitazioni che vengono imposte. Il termine è stato coniato al Massachusetts Institute of Tecnology (Mit) e in italiano lo rendiamo con “smanettone”. Gli hacker neri, i black hat, sono coloro che ab-

In conclusione possiamo affermare che non si è in grado di stabilire se il colpevole del misfatto possa far parte della prima “categoria” piuttosto che della seconda. Di certo la sua azione poteva essere compiuta praticamente da chiunque. 2

Tony Samperi


TOP SIX DEI BUONI MOTIVI X NON LEGGERE IL CATER Se vi chiedete come mai questo periodico continui a straripare testi e a uscire, a intervalli irregolari ogni santo anno, nelle aule e lungo i corridoi del Maske, se lo ritenete un giornalino noioso privo di una qualsivoglia utilità, non leggete questo articolo. Un’infinità di motivi possono invogliare lo studente a non leggere il Caterpillar, a provare una repulsione estrema per i nostri articoli seri e appassionati, faceti e ironici, talora tragicomici, per le cronache interne - a noi, a voi e alla nostra scuola - o per quelle esterne, per i nostri e i vostri pensieri e interessi nei campi della cultura e dello sport e nel tempo libero dallo studio. Se state leggendo questa pagina solo perché il vostro interesse si limita ad articoli idioti, fini a se stessi, improvvisati con un linguaggio semplice e banale tanto per riempire qualche minuto di una spiegazione o di un’interrogazione, bravi, c’avete azzeccato: questo articolo fa per voi. Infatti, non avendo mai letto, ma solo sfogliato e cestinato il Caterpillar, non vi sareste mai chiesti quali sono i motivi per i quali non dovreste leggerlo. Ce lo siamo chiesti per voi. E ci siamo lambiccati per rispondervi. Quali sono i motivi per i quali non dovreste leggere il Caterpillar? Primo buon motivo per non leggere il Caterpillar. Perché questo è un giornalino scolastico e, in quanto tale, relegato a un ambito prettamente formativo ed educativo; di conseguenza è lecito pensare che la sua trattazione si sviluppi esclusivamente intorno ad argomenti noiosi, di cui avete piene le scatole, il cui interesse vi ha già abbandonato da anni. E questo non è un aspetto da sottovalutare, è gia sufficiente per evitare la lettura. Secondo buon motivo per non leggere il Caterpillar. Considerate le infinite utilità di

ben 15 fogli formato A3 e i molteplici usi degli stessi 15 fogli, nati dalla vostra creatività. A questi pensieri, la lettura del Caterpillar passa nettamente in secondo piano, superata da fini assai più allettanti, diventando, nella migliore delle ipotesi, la materia prima di un fantastico aeroplanino. Terzo buon motivo per non leggere il Caterpillar. È quasi estate. Siete asfissiati dal caldo assurdo della vostra classe, il compagno di banco si è dimenticato di fare uso del deodorante la mattina stessa ed emana sgradevoli odori grondando sudore. Ti stai sciogliendo e ti cade l’occhio sul Caterpillar fresco di stampa e intonso, un insieme rigido di fogli sparsi sul tuo banco. La logica ti spinge non a leggerlo, ma a piegarlo e ripiegarlo su se stesso… pagina dopo pagina, di articolo in articolo, parola su parola… per creare un solido e utilissimo ventaglio. Quarto buon motivo per non leggere il Caterpillar. State cercando di annotare i ragionamenti in aramaico della vostra profe: è un caso eccezionale, pertanto cercate almeno di prendere decentemente appunti e di scrivere in modo accettabile. Ma il banco dondola da destra a sinistra, da sinistra a destra per infinite oscillazioni… e, quando vi sembra di aver finalmente raggiunto una posizione di equilibrio appoggiando il gomito sinistro sulla sedia e tenendo il destro leggermente sospeso al di sopra del banco, assumendo insomma una posizione disumana, riecco che ricomincia. State perdendo la pazienza; la profe è passata di argomento in argomento e voi avete inesorabilmente perso l’inestricabile filo del suo ragionamento; il dondolio del banco vi sta snervando all’inverosimile… ed ecco la salvezza: il Caterpillar. Otto belle pagine sotto la gamba traballante e voi avete riacquistato la serena stabilità.  Quinto buon motivo per non leggere il 3


Caterpillar. Il Caterpillar è lì, a metà tra il vostro banco e quello del vostro irritante compagno di classe, che si pavoneggia del suo 8 nella verifica, ridicolizzando all’ennesima potenza il vostro sudato e immeritato 4. L’utilità di leggere il Caterpillar in questa situazione è pari a zero. Ma quest’edizione straordinaria strabocca di pagine… Istintivamente le arrotolate per ottenere un efficace manganello di carta, il cui utilizzo è lasciato alla vostra più sfrenata fantasia. Sesto buon motivo per non leggere il Caterpillar. Perché sprecare il vostro prezioso tempo per leggere uno stupido periodico scolastico, quando potreste spararvi tre belle

ore su facebook? Siete di questa opinione e, accartocciando il Caterpillar in una voluminosa e compatta palla, sfoderate le vostre innate capacità di baskettisti per mettere a segno un fantastico canestro nel cestino della vostra camera. Non ci basta aver dimostrato, con metodo rigorosamente scientifico, che questo giornalino può risultare inutile a un comune studente: aspettiamo ulteriori ipotesi, suggerimenti, aiutini, proposte in merito. Nel frattempo, cari lettori del Caterpillar, buone vacanze.

Leo

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CRONACA INTERNA

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Intervista al ministro Meloni sulle iniziative di governo realizzate per e con i ragazzi

Altro che bamboccioni... «I giovani sanno quello che vogliono e si danno da fare»

Perché il Ministero della Gioventù e le sue iniziative non sembrano essere tra i più menzionati e presenti su media come la televisione? «Bisognerebbe girare questa domanda ai media: forse loro potrebbero spiegarlo anche a me premette il ministro della Gioventù Giorgia Meloni -. A parte gli scherzi, è vero: purtroppo è molto più facile per tv e giornali correre dietro alla polemica politica del momento piuttosto che dare risalto alle iniziative concrete. I progetti e le azioni del Ministero della Gioventù ne fanno le spese molto sovente. Perciò abbiamo scelto un approccio diretto per parlare ai giovani italiani, attraverso alcuni tra i canali che sono loro più vicini: internet e le web radio. Lo abbiamo fatto attraverso il sito www.gioventu.it, che da qualche tempo è diventato anche un’App per iPhone e iPad e che, pur mantenendo il rigore istituzionale, apre le porte al dibattito con i ragazzi. Pproprio per questo, esso è il più visitato tra i siti istituzionali e si è guadagnato il premio E-Gov2009 del EuroPA come miglior sito nella pubblica amministrazione. Lo abbiamo fatto anche con Il ministro della Gioventù Giorgia Meloni l’esperienza di Radio Gioventù: attraverso una rubrica radiofonica abbiamo stabilito radiogioventu.it». un nuovo livello più informale di comunicazione tra «E poi c’è la nostra “galassia” Facebook: - prosegue i giovani e il governo. Ogni settimana, per mezz’ora, il Ministro - una rete pensata e gestita dai giovani per le iniziative del Ministero della Gioventù vengono i giovani, che parla il loro stesso linguaggio e che presentate dal ministro in prima persona e commentate contribuisce a dare senso compiuto a tutti i progetti e le insieme a personaggi rappresentativi non solo della iniziative portati avanti dal Ministero della Gioventù, vita politica, ma soprattutto della società civile. Tutte con oltre 25.000 utenti attivi. Al primo posto per le puntate sono disponibili on-line sul sito www. 6


prospettive professionali. Che cosa si sta facendo per risolvere la cosiddetta fuga dei cervelli? «Con il pacchetto “Diritto al futuro” abbiamo fatto molto in questo senso: 216 milioni messi in campo dal Ministro della Gioventù che diventano 300 milioni grazie al cofinanziamento pubblico e privato. Serviranno per dare vita a 10.000 posti di lavoro a tempo indeterminato per giovani genitori con contratti atipici; 10.000 mutui concessi a giovani coppie di precari; 100 milioni per l’impresa giovanile, il talento e l’innovazione tecnologica; 20.000 tra i migliori neolaureati d’Italia messi a contatto con il mondo produttivo; 30.000 giovani meritevoli che potranno investire sul proprio futuro e completare la propria formazione grazie a un prestito garantito e oltre 68 milioni di spesa coordinata con gli enti locali a favore delle giovani generazioni. Per contrastare efficacemente la cosiddetta “fuga dei cervelli” è stata poi approvata in Parlamento una legge bipartisan che prevede incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori più talentuosi in Italia ed è sostenuta da numerosi parlamentari di maggioranza e opposizione». Pensa che l’immagine dei giovani offerta dai media sia veritiera? «Assolutamente no. Su tv e giornali si sente parlare solo di giovani disimpegnati, di bulli, nel migliore dei casi di aspiranti veline o troniste. Ma di certo ragazze e ragazzi italiani non sono quei “bamboccioni” che i media dipingono, un po’ per miopia un po’ perché a volte andare a cercare la verità, oltre gli stereotipi e i pregiudizi, costa più fatica di quanto sia disposta a farne un giornalista in cerca di sensazionalismi a buon mercato. Sicuramente l’attuale giovane generazione è combattiva, tenace, non si lascia scoraggiare dalle avversità e, anzi, trova anche il tempo per dedicarsi al volontariato e all’impegno civile. È una generazione che sa quello che vuole e lavora duramente per costruirsi il proprio posto nel mondo». Lei è il Ministro più giovane della storia italiana. Sembra ovvio per un Ministro della Gioventù, ma Giovanna Melandri, che l’ha predeceduta nel mandato, aveva quasi cinquant’anni. E, in generale, la classe politica italiana è spesso criticata per essere tra le più vecchie d’Europa. Quali strade possono intraprendere i ragazzi appassionati di politica per raggiungere incarichi di rilievo in giovane età? «In Italia i giovani si trovano a pagare gli strascichi di un sistema fortemente “gerontocratico”,

partecipazione e popolarità, c’è la pagina “Giorgia Meloni – Ministro della Gioventù”, nella quale confluiscono giornalmente commenti e osservazioni e che rappresenta un vero e proprio filo diretto tra gli utenti e la titolare del Ministero della Gioventù. E poi ci sono tutte le pagine create ad hoc per i grandi eventi, come Gioventù Ribelle, il Festival TNT, Operazione Nasorosso, Campus Mentis, Giovani per la Legalità, Giovani per l’Abruzzo e Campogiovani, che vi invito a scoprire, per saperne di più. Ma la comunicazione viaggia anche su Twitter, sulla pagina “GiorgiaMeloni”». Questa potrebbe essere un’occasione per far sapere di iniziative, opportunità, provvedimenti del Ministero della Gioventù destinate in particolare a studenti della nostra età, compresa fra 14 e 19 anni… «Allora approfitto dell’opportunità che mi date per parlare di Campogiovani: da giugno a settembre, con la collaborazione dei Vigili del fuoco, della Marina militare, delle Capitanerie di porto e della Croce rossa italiana, il Ministero della Gioventù organizza campi estivi in tutta Italia rivolti a ragazzi e ragazze di età compresa tra i 14 ed i 22 anni che frequentino istituti scolastici superiori o siano iscritti ai primi anni del ciclo universitario. Campogiovani vuol dire una settimana da protagonisti in difesa dell’ambiente, in aiuto alla popolazione, al servizio dell’Italia. Una settimana per apprendere nozioni utili, fare amicizia, conoscere persone straordinarie, scoprire attitudini e soddisfare la propria voglia di impegno civile. Tutte le informazioni possono essere trovate su internet all’indirizzo www.campogiovani.it o sulla pagina di Facebook dedicata al progetto. Un altro progetto di cui vado orgogliosa si chiama “Diamogli Futuro” e introdurrà per la prima volta in Italia il prestito d’onore: forte di uno stanziamento di 18 milioni di euro, già interamente stanziati, consentirà a circa 30mila ragazzi che non hanno alle spalle una famiglia di potersi mantenere durante gli anni dello studio attraverso un prestito garantito dallo Stato. Ma sono tante le iniziative e i progetti che giorno dopo giorno mettiamo in campo per giovani e giovanissimi: potete trovare tutte le informazioni che cercate sul nostro sito www.gioventu.it». È frequente in notiziari e dibattiti televisivi il problema dell’esodo di molti giovani neolaureati all’estero, in centri di ricerca, università e imprese che offrono migliori opportunità economiche e

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rosa profuma allo stesso modo; parola di Shakespeare. Eppure due anni fa è cambiato il governo ed è cambiato il nome del ‘Ministero per le Politiche giovanili e le Attività sportive’ in un più sobrio ‘Ministero della Gioventù’. Perché? «Non si è trattato di una scelta “stilistica”. Innanzitutto, il Governo ha inteso separare le competenze tra politiche giovanili e sport, dedicando a quest’ultimo il lavoro del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Rocco Crimi. Rinominando il dicastero da “Politiche giovanili” a “Ministero della Gioventù”, però, ho voluto non solo uniformare la dicitura a quella più comunemente utilizzata in Europa, ma anche trasmettere l’intenzione di superare un’impostazione culturale che non mi appartiene. Non credo alle politiche di genere, qualsiasi esse siano. Non credo alle politiche femminili, alle politiche per gli anziani o per i giovani. Le azioni di governo devono essere rivolte al bene della Nazione nella sua totalità. La casa, l’autosufficienza energetica, le infrastrutture, non sono scelte che si fanno anche per le giovani generazioni? E le iniziative dirette specificamente ai giovani non sono politiche di interesse generale per la Nazione? Allora ecco la sfida che il Ministero della Gioventù ha voluto affrontare da subito: creare una sintesi politica capace di dare ai giovani risposte che possano avere valore anche per tutto il resto della società, e viceversa. Questo ha significato non solo un costante lavoro di coordinamento in Consiglio dei ministri di tutte le iniziative rivolte ai giovani, ma anche far misurare direttamente le giovani generazioni e passare dalla visione assistenziale a una dimensione di reale protagonismo».

improntato sull’idea che l’età sia sinonimo di esperienza e competenza, e che lascia quindi ben poche modalità di accesso ai giovani. Quanto accade in politica, purtroppo, non è che la cartina al tornasole di una tendenza generalizzata anche nel mondo del lavoro e persino nell’università. Sono fermamente convinta che per cambiare le cose sia necessario un serio ritorno al sistema del merito, per aprire opportunità concrete anche a chi non ha i capelli bianchi. I giovani, a differenza di quanto spesso di senta dire dai media, hanno una gran voglia di essere protagonisti delle scelte che li riguardano, di avere voce in capitolo quando si tratta di decidere del loro futuro. E a questo desiderio la politica deve dare una risposta seria. Specialmente alla luce del fatto che, in Italia, ancora non esiste una giusta equiparazione tra elettorato attivo e passivo. Credo sia innanzitutto su questo fronte che si debba cominciare a lavorare. Per questo motivo vado particolarmente orgogliosa della proposta di legge costituzionale che ho presentato in Consiglio dei ministri e che, oltre a prevedere l’equiparazione tra elettorato attivo e passivo, inserisce nella nostra Costituzione il riferimento esplicito alla necessità di promuovere la partecipazione attiva dei giovani alla vita economica, sociale, culturale e politica della nazione, riconoscendo anche il rango di valore costituzionale alla promozione del merito come ascensore sociale». «A ragazze e ragazzi che vogliono seriamente impegnarsi in politica - conclude il ministro Meloni mi sento di dare un consiglio: lavorate per la politica, ma non lasciate che la politica diventi un mestiere. Al primo posto deve arrivare sempre il bene della vostra comunità, qualunque essa sia: la vostra classe, la vostra scuola o, un domani, un comune o una circoscrizione della Camera o del Senato». Anche se la si chiama con un altro nome, la

Daniele in collaborazione con la redazione del Caterpillar

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Sondaggio sugli stili di vita degli adolescenti di Bergamo condotto da studenti del Maske

Generazione di perfetti Generazione di... perfetti??? Non bevono e, se lo fanno, non guidano e non portano nessuno in moto. Tutti studiano tanto, ma i più praticano anche sport. Non si curano troppo delle “firme”. Il 91 per cento di loro non ha mai provato uno spinello. Ecco la fotografia - reale? - dei primini del liceo Mascheroni, in base a quanto emerso dai questionari somministrati dagli studenti delle prime F H N O ai loro coetanei di altre classi prime durante lo scorso mese di dicembre. Interviste a cui si sono aggiunte quelle ai primini di altri tre istituti scolastici di Bergamo: Pesenti, Mamoli, Manzù. Sei gli ambiti indagati dalle domande: l’affettività, la scuola, il tempo libero, il corpo e l’alimentazione, io e la strada, il fumo e i vizi. Le riflessioni degli studenti sull’analisi completa, tabulata nel corso dell’anno, sono state presentate ai vari consigli di classe, ai docenti interessati, ai genitori, ai referenti degli altri Istituti, il pomeriggio dello scorso 3 giugno nell’auditorium del Mascheroni. Il Caterpillar raccoglie, nei grafici riportati in queste pagine, alcuni esiti del sondaggio condotto dai suoi stessi lettori. E ringrazia per la documentazione la coordinatrice di questo progetto di Educazione alla salute, la docente di Lettere Elena De Petroni. PROGETTO EDUCAZIONE ALLA SALUTE Sondaggio sugli stili di vita degli adolescenti di Bergamo

Istituti scolastici coinvolti    

Liceo Scientifico “L. Mascheroni” Liceo Artistico “Manzù” IPSIA “Pesenti” Liceo Scienze Sociali + ISIS “M. Mamoli”

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Dati sugli intervistati TOTALE 29 Prime PRESENTI

708

88,50%

TOTALI ASSENTI TOT MASCHI TOT FEMMINE

800 92 377 331

*** 11,50% 53,25% 46,75%

RISPOSTE TOTALI VUOTE NULLE ETA' MEDIA

39648 1921 1275 15 anni

*** 4,85% 3,22% ***

5. Hanno importanza le “Firme”?

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2. Pratichi sport? MASCHERONI

14%

0%

PESENTI

1% 0%

0%

1%

0%

32%

SI

SI

NO

NO

Non risponde

Non risponde

Risposta Non valida

67%

Risposta Non valida

85%

2. Pratichi sport? MANZU

MAMOLI

1% 0%

0%

0% 25%

39%

60%

SI

SI

NO

NO

Non risponde

Non risponde

Risposta Non valida

Risposta Non valida 75%

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5. Quante ore studi al giorno? PESENTI

MASCHERONI

12%

4%

1% 0%

38%

5%

20% Circa 2

Circa 2

Pi첫 di 2

Pi첫 di 2

Meno di 2

Meno di 2 Non risponde

17%

Non risponde Risposta non valida

Risposta non valida

54%

49%

5. Quante ore studi al giorno? MAMOLI

MANZU

1% 2%

2%

40% 41%

6% 25%

Circa 2

Circa 2

Pi첫 di 2

Pi첫 di 2

Meno di 2

Meno di 2

Non risponde

Non risponde

Risposta non valida

53%

16%

12

14%

Risposta non valida


2. Hai mai esagerato con l’alcool? MASCHERONI

1%1%

PESENTI

4%

15%

21%

SI

3% SI

27%

NO

47%

NO

In occasioni speciali

In occasioni speciali

Non risponde

Non risponde

Risposta non valida

Risposta non valida 19%

62%

2. Hai mai esagerato con l’alcool? MANZU

16%

MAMOLI

0% 0%

16% 41%

0% 2%

SI

SI

NO

48%

NO

In occasioni speciali

In occasioni speciali

Non risponde

Non risponde

Risposta non valida

34%

43%

13

Risposta non valida


3. Sei in giro e bevi due birre…  Cosa fai?

3. Hai mai provato uno spinello? MASCHERONI

1%

1% 0%

PESENTI

7%

6%

1%2% 33%

SI

SI

NO

NO

Vorrei

Vorrei

Non risponde

Non risponde

Risposta non valida

Risposta non valida 58%

91%

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2011. E hai mai provato... una MASKE - COGESTIONE?

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BACK IN 5 MINUTES YEARS (e ora chi risolverà i “dilemmi” del Cater?, ndr) Cercando di sfuggire all’alienante vortice delle tante formule e dimostrazioni di fisica da studiare, la mia vista, quasi istintivamente, cerca conforto in qualunque cosa non sia un libro, un quaderno o un foglio di carta. Sfortunatamente, la tregua dura ben poco, dal momento che i miei occhi vengono attratti dalla minacciosa presenza di un calendario, che mi ricorda quanto è spaventosamente vicina la data d’inizio dell’incombente evento che rovinerà a me e a molti altri una buona porzione dell’estate. In un istante, mi giunge il ricordo di quanto lontano e indefinito doveva sembrarmi l’esame di Maturità, ops di Stato, fino a qualche anno fa o semplicemente all’inizio della quinta, quando a prevalere era il sollievo che ancora molto tempo sarebbe dovuto trascorrere. Ora non è più così, ormai ci siamo: il passato è alle spalle e, oltre quest’ultimo ostacolo finale, s’intravede già una via d’uscita, un nuovo e inesplorato sentiero futuro. Ripenso a questi cinque incredibili anni al Mascheroni: certamente anni duri e impegnativi, capaci di temprare anche gli animi più forti, anni pieni di nottate passate a studiare, di lezioni passate a dormire. Non sono mancate le delusioni e le amarezze e i tanti buoni propositi, che ciascuno di noi si pone ogni anno e che sono spesso andati in fumo. Certamente, però, non sono questi i motivi per cui mi ricorderò del tempo qui trascorso. Prima di ogni cosa sono stati cinque intensi anni di soddisfazioni e di divertimento, ricchi di tantissime nuove amicizie e conoscenze, nonché di esperienze che quest’impareggiabile liceo ha saputo offrirmi e che continuerà a offrire a tutti. La mia memoria va ad attività extracurriculari come gli esami del Pet e del First, gli esilaranti corsi Ecdl con il pazientissimo prof. Arizzi, l’alternanza scuola-lavoro prima alla farmacia Bolzoni di Nese e poi al Museo archeologico di Bergamo. Ripenso poi all’incredibile viaggio in Canada con la “Mitica Compagnia” e con il prof. Gervasoni, alle cogestioni, alle conferenze da relatore per Bergamo-Scienza, all’indimenticabile Archeostage dell’anno scorso e, naturalmente, al

Una foto di 5d, dato che manca nell’annuario 2011...!

Caterpillar, non soltanto un giornalino, ma voce libera dell’Istituto, che dà a tutti la possibilità di esprimersi e condividere le proprie esperienze per “abbattere il muro dell’indifferenza e dare ali alla creatività”, come recitava il motto ai tempi della sua nascita, avvenuta per mano del grande Panseri. Come potrei poi dimenticare la volta in cui, proprio dopo un ritrovo con la redazione, sono rimasto imprigionato a scuola fino alle sette di sera (come nel peggiore degli incubi), a causa di una bufera di neve, che aveva isolato il Mascheroni dal mondo esterno. Oppure quando, a fine prima, un simpatico sgambetto nella palestra di sotto mi ha provocato una frattura scomposta radio-ulna, prima che fosse ‘affrescata’ la sorniona scritta safety first.

Potrei scrivere davvero numerose altre cose riguardo a quest’avventura, ma nel pericolo di sembrare già un nostalgico e nel dubbio che potrei sottrarvi a tante proficue ore di studio (!), mi limito a queste, ben sapendo, tuttavia, che il Mascheroni è davvero molto altro ancora. Un grande ringraziamento, dunque, a questa Scuola, che non solo ha saputo far crescere e maturare ciascuno di noi, fornendoci un bagaglio di esperienze che sarà difficile dimenticare, ma si è rivelata anche un centro propulsore di creatività, idee, iniziative. Grazie 17


anche a tutti gli studenti, professori (specialmente i membri interni, ndS), tecnici e assistenti che, con il loro contributo, provvedono quotidianamente a far sì che possiamo tirarcela quando diciamo di “fare il Mascheroni”. Detto questo, mi piacerebbe condividere con voi alcuni aneddoti, esperienze, convinzioni acquisiti in questi cinque anni: 1) Nella vita, capita di imbattersi in situazioni spiazzanti: scoprire soltanto in quinta che nel bagno accanto al laboratorio D c’è uno sgabuzzino contenente un armamentario di attrezzi e utensili, come trapani, cesoie e persino un tagliaerba, è una di quelle. Una volta, per curiosità, ho provato a mettere quest’ultimo in moto, con la spiacevole sorpresa che Severo, trovandosi nelle vicinanze, è irrotto nello stanzino, sgamandomi in pieno e facendomi perdere almeno tre anni di vita. 2) Il secondo punto riguarda la presenza di nascondigli segreti all’interno del nostro liceo. Come sapete, il Mascheroni non è certo paragonabile a Hogwarts, la famosa scuola di maghetti. Tuttavia, il prode Buglia e io abbiamo trovato un posto segretissimo, in cui abbiamo nascosto la formula per ottenere la regolarità sulla successione dei decimali di p. Trovarla è stato più facile che scovare il posto segretissimo. 3) Se siete in prima e non sapete fare le ruote o le verticali, imparate a farle al più presto e vi toglierete il pensiero, dal momento che, solitamente, vengono valutate quasi tutti gli anni. Non riducetevi ad eseguire in quinta - come nel mio caso - oscenità scoordinate e stentate che hanno la pretesa di sembrare accettabili. Questo consiglio vale per ogni cosa, non solo per le ruote. 4) Nell’anno scolastico 2010/2011 le classi prime sono state 15 (!!!!!!), con tutti i problemi che ciò ha potuto comportare (non mi dilungo tanto sull’argomento, dal momento che firmerò l’articolo, rendendomi potenzialmente vittima di maligne ritorsioni). Mi rende orgoglioso pensare che questi giovani, acerbi e irritanti primini un giorno diventeranno

Dall’alto al basso, il fantomatico tagliaerba; la formula nascosta nel posto segretissimo; primini, tanti e dannatamente organizzati.

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un esercito di gagliardi studenti di quinta, pronti a imporsi sui nuovi arrivati, riportando giustizia all’interno del liceo. Naturalmente il discorso non vale per le primine, sempre ben accette.

7) Con ben 116 Tonnetti mangiati nei soli ultimi due anni di scuola, credo di essere il detentore del record di tale specialità. Se qualcuno pensa di potermi battere, è probabilmente un illuso.

5) “A che cosa serve la saletta sopra il bar?” è una domanda che ogni studente del Mascheroni si è posto almeno una volta nella vita. “A niente” suggerirebbe il buon senso. Ecco alcune delle ipotesi più accreditate intorno all’effettiva funzione di tale saletta. - Non serve a niente, appunto. - Non serve a niente, ma al suo interno vi è il Vuoto, creato direttamente dal prof. Bettoni con una pompa apposita, prima che la botola per accedere alla saletta fosse murata. - Contiene gas esilarante, per rallegrare gli studenti quando i Registri Elettronici avranno avuto il sopravvento sugli umani e instaurato il loro regime dispotico della Tristezza. - Racchiude l’umiltà di Mourinho, il pudore di Platinette e la coerenza dell’on. Capezzone.

Come eravamo... all’archeostage e a Toronto

8) Tempo fa, durante una calda giornata di maggio, stavo camminando per i corridoi del Masche, quando una ragazza che non avevo mai visto prima mi fermò e mi chiese, in inglese (!), se potevo prestarle un po’ di “ripeness”. Non avendo la minima idea di cosa volesse dire ed essendo disorientato da quella strana richiesta, come un idiota cominciai a mimare il gesto di consegnarle un po’ della mia fantomatica “ripeness”; lei si mise a ridere e mi disse: “Thank you, ’ll be back in 5 minutes”. Sono passati cinque anni, qui al Mascheroni, e della ragazza nemmeno l’ombra: la sto ancora aspettando, dal momento che tra una manciata di giorni un po’ più di “Maturità” mi farebbe davvero comodo.

La misteriosa saletta sopra il bar

6) Sempre a proposito dei primini, pare che la densità media s di questi piccoli simpatici amici al bar nelle ore di punta sia circa 37,4 primini/m3. Lo ha rivelato uno studio condotto dall’Università del Massachusetts su un campione di 3 primini, tenendo conto di fattori come conoscenza del sanscrito, prominenza del pomo d’Adamo, numero di ricorsi al Tar del Lazio e grado di sopportazione di un programma di Gigi Marzullo (Fonte non attendibile:).

Simone Cuocina 19


Le origini della festa in maggio e consigli sui possibili regali

Mamma, basta la parola La seconda domenica del mese di maggio è la festa delle mamme, a cui bisognerebbe sempre ricordarsi, tutti, di fare gli auguri. È un giorno dedicato alle mamme che sono sempre in pensiero per voi, anche fin troppo certe volte. Però in questo speciale giorno si possono lasciare da parte i grattacapi, che spesso ci fanno incavolare e anche molto. Vorrei presentarvi la storia di tutte le mamme e della loro festa, che è vecchia quanto lo stesso universo, però prima devo accertarmene. Comunque le prime feste risalgono agli antichi Greci, che dedicavano un giorno alle proprie generatrici, ossia alle madri, soprattutto come “segno di riconoscimento” alla dea Rea, moglie di Crono e madre di tutti gli dei. Rea era la personificazione di Madre Natura, protettrice della vegetazione e dell’agricoltura, veniva raffigurata come una matrona, seduta in trono fra due leoni. La festività di Rea e delle madri si diffuse anche inAsia e tra gli antichi Romani.Questi ultimi in sostanza adoravano gli stessi dei greci: per loro Rea era Cerere, a cui veniva dedicata una settimana di festeggiamenti nel mese di maggio. La festa della mamma è dunque una festa originariamente pagana, che si è trasformata con l’avvento della religione cristiana:la festa di Cerere è ora quella della Madonna,che non a caso

si tiene il mese di maggio. La storia di questo speciale party per le mamme continua nel diciassettesimo secolo, quando in Inghilterra molte persone povere lavoravano per i signori più ricchi e molto spesso vivevano nelle loro case, rimanendo lontane dalle proprie. Perciò venne istituito il Mothering Sunday, speciale occasione in cui i servi avevano il giorno libero per andare a casa e rincontrare non solo i loro famigliari, soprattutto le loro madri,preparando loro una torta come regalo, per l’appunto il Mothering cake. La festa della mamma in Inghilterra cade sempre durante la quarta settimana di Quaresima.  Penso che questa sia una delle più belle trovate per la festa della mamma: preparare qualcosa con le proprie mani.

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ma vorrete renderla felice, regalatele semplicemente un garofano o una rosa. Non so se vi piacciono le poesie, ma ne ho trovata una abbastanza carina per tutti, almeno credo, che potreste scrivere a vostra madre in un bigliettino.

Ma, per quanto io preferisca l’Inghilterra all’America, quello che hanno fatto gli antenati degli Inglesi è pochissimo, non si avvicina nemmeno lontanamente, in confronto a quello che ha fatto Anna M. Jarvis, una donna americana molto legata alla madre che la lasciò orfana, con una sorella cieca di cui prendersi cura. Nel 1907 Anna, sentendo il desiderio di ricordare l’anniversario della morte di sua madre, convinse  la sua parrocchia, a Grafton nel West Virginia, a celebrare questo evento la seconda domenica di maggio. Un anno dopo Anna e alcuni suoi sostenitori iniziarono a scrivere a persone più influenti e famose di loro, quali ministri e uomini d’affari,perché li aiutassero a sponsorizzare l’idea di una festa per la mamma e per farla diventare una festività nazionale. Verso la fine del 1914 il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson ufficializzò la festività nazionale, in calendario ogni seconda domenica di maggio. Anna desiderava questa festa non solo per ricordare sua madre, ma anche per tutte le madri, così che ogni bambino potesse esprimere il suo amore alla propria mamma, sia che ella fosse in vita sia che fosse scomparsa. E, quale regalo per le madri, aveva scelto il garofano, il fiore preferito dalla sua mamma: il garofano rosso per le madri ancora in vita, quello bianco per quelle defunte. Questo fiore non è il solo simbolo di questa festa, a cui sono legati anche il colore rosso, il cuore e la rosa, che più di ogni altro fiore rappresenta l’amore e la bellezza, quindi riesce a testimoniare l’affetto e la riconoscenza dei figli. Quindi, se l’anno prossimo non potrete fare un regalo costoso a vostra madre,

La parola Mamma Mamma, una parola così semplice ma che ti rende tanto felice, una parola facile da pronunciare che ti insegna solo ad amare e mai puoi scordare. Mamma, una parola che ha dentro affetto, bontà e tanto sentimento, una parola tanto aggraziata che la mia vita ha illuminato. Mamma, non pronuncio più... da quando non ci sei una parola che già da troppo tempo tu. Erme

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La posta del cuore maschile POESIA CHE UN POVERO DEPRESSO SCRIVE ALLA SUA EX RAGAZZA DOPO SEDICI GIORNI DI AMORE SPASSIONATO Oh mia stella, mia musa ispiratrice, Anzi, no, ho cambiato idea: oh brutta meretrice1! Perché te ne sei andata senza dirmi niente? Ma che caspita ti è saltato in mente? Non ti ho mai capito, in ben sedici giorni2, e ora non mi aspetto che tu da me ritorni… Però almeno una lettera sensata me la potevi lasciare, senza scrivermi solo “ci sono i fiori3 da innaffiare”. Questa è la considerazione che tu di me hai avuto e credo che tu bene non me lo abbia mai voluto. Ora che scappo con la mia roulotte4, ti scrivo quattro righe, sto viaggiando a cento all’ora tra migliaia di dorate spighe, mi fermo all’Agip5 che devo fare il pieno alla Punto6 magari l’odore della benzina6 mi darà qualche altro spunto, ma penso che quel che ti ho detto possa già bastare, anzi, meglio finirla che devo andare a lavorare. Dicevo, e più mi guardo intorno e più sono contento, non sto qui a raccontarti di tutte le donne7 che ora frequento, ma sappi solo che da quando mi hai lasciato tu sono sicurissimo che abfxustgrnogrkzutu8.

Note al testo

GIOvanni Pascoli 22

1. Parola da intendersi nel suo senso primario, ossia “ragazza di strada”, “lucciola” etc. 2. Compreso il giorno in cui si sono lasciati. 3. Per la precisione, gerani rossi. 4. Mezzo di trasporto prestato dall’eterno amico Samirrrrrrrrrrrrrrrr. 5. Precisiamo che l’Eni ci ha pagato per farsi pubblicità. A proposito, è attiva la promozione You&Agip! 6. Anche Marchionne ci ha pagato. 7. Ragazze da marciapiede. 8. Parola suggerita dal “Rimario” di Goldnet.net.


DICHIARAZIONE INCONSUETA DI UNO STUDENTE POETA Bella come il sole, acida come il limone di ogni mio giorno tu sei la mia ispirazione. Al di là dei tuoi occhi castani vidi una scintilla d’amor che il cor mio smosse come mai fin’allor. Oh musa dei miei giorni più felici, non rinnegar i miei sorrisi tanto fenici. Or dunque perdona quest’ultima rimata espressione ma il google rimario non mi ha dato un’altra opzione. Come stavo a te, cara donzella, dapprima narrando del mio nobile amore vo cantando, ti supplico, non negare più dunque le mie attenzioni cordiali, le quali abilmente schivi nei corridoi collegiali. Chino in implorazione tale dichiarazione sto scrivendo e un gran dolore alla “groppa” sta sopraggiungendo, ma a me poco importa di tale sofferenza, per te opporrei a qualsiasi corporeo dolore immane resistenza. Lacerato appare l’organo central del mio circolatorio apparato reso tale è dalla negazione del tuo commiato. Nessuna possibilità di conquista mi hai concesso, senza sapere quanto sarei capace di donarti, oh mio aureo cesso. Non posso aspettar più, accetta or subito il mio amore, prima che nel petto mi scoppi straziato el mio vital core. Se non vuoi avere il mio infausto decesso sulla coscienza sei obbligata ad accogliere la mia deficienza. Giacomo LEOpardi

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IPSE DIXIT et FALLI STUDENTORUM Prof. Rossi: “Ma, Armanni, tutti quei capelli li tieni per venderli o per fare i barometri?”

Durante la risoluzione di un esercizio di matematica, sul perimetro di un recinto di uno zoo, Meroni fa un calcolo giusto e Armanni sottolinea: “Sì, ma Meroni è andato alle Cornelle”.

Pieranti: “Chi ha scritto questo libro?” Meroni: “Marco Moscio”. Pieranti: “I latini dicevano NOMEN HOMEN, un uomo un destino!”

Tetrarca: “Chiare fresche e dolci acque [...] erba e fior che la gonna leggiadra ricoverse”. Perrini: “Chissà che voglia aveva di alzargliela quella gonna!”

Panigada: “Nell’antichità, più si è cornuti, meglio è!”

Ferrari: “Qualcuno ha la colla?” Battafarano: “Se serve per tapparti la bocca te la trovo!”

Battaglia: “Il virus capisce il suo ospite”. Rossi: “Se proprio, lo riconosce, perché l’ospite non va dal virus a dirgli: ho bisogno del supporto morale”. ** Rossi: “Allora! Cosa facciamo a questi che hanno dimenticato la verifica?” Guarnierio: “Sodomizziamoli”.

Carrara: “Sai cosa vuol dire il nome studiare?” Alunno: “Ho sbagliato questo esercizio, oddio!” Professore: “Stavi chiamando me?” Professore: “Dunque, sommiamo questo a quello, no no, aspettate! mi sono circonfuso!”

Alunna: “C***O! E’ una parola che ti riempie la bocca!”

MESSAGGERIA X tutti: Auguriamo delle buone vacanze estive a tutti, anche a quelli che saranno rimandati (e per cui forse le vacanze saranno un po’ meno buone) e a quelli che si apprestano all’esame! by Redazione Caterpillar X Uly 3F: Grazie per avermi sopportata tutto l’anno :D by Aly X Erme 1^Q: Ciao Cassandra!!! by Tu sai chi X Ila 1^Q: La vuoi smettere o vuoi passare la tua vita in Cina, nello stato più inquinato al mondo??? X Meli: Caramella attack! by Ila 96 X Giovanni Garattini 3F: Guarda in alto, guarda in alto, ti stanno attaccando!!! Ahhhhhhh Scherzavo, in verità ti stanno attaccando da dietro. Muaaaaaaahhh X Diego Stucchi 3F: Mi sento come un bulbasaur contro un charmender… X Leonardo Brioni 2^E : “Aspettati tanti scherzi quest’estate!!!” by anonima.

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CaterlegalitĂ 

BERRY

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Il magistrato Ingroia al Mascheroni per presentare «Storie di mafia e di antimafia»

Nel labirinto degli dei 8 aprile 2011, al liceo Mascheroni un venerdì come tanti si trasforma in qualcosa di nuovo. Un auditorium gremito di ragazzi e docenti: circa trecento persone, forse di più. L’auditorium è in preda all’agitazione, ogni secondo che passa l’attesa per l’arrivo del giudice Ingroia aumenta. C’è un po’ di preoccupazione e ci si domanda a cosa sia dovuto il ritardo. Poi all’improvviso sembra di trovarsi in un film poliziesco, di quelli vecchio stile in bianco e nero: le macchine della polizia che entrano nel cortile del liceo Mascheroni con le sirene spiegate, le portiere delle due auto aperte a controllare uno spazio che già un poliziotto ha perlustrato e la scorta subito pronta ad accompagnare il magistrato all’interno della scuola. Così si è presentato Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, a un incontro del progetto «Generazione L. con Libera in libreria per la legalità», organizzato della libreria Ubik di Bergamo, in collaborazione con il coordinamento provinciale dell’associazione Libera e con la Mediateca provinciale di Bergamo. I movimenti frenetici della scorta accompagnano il suo ingresso. Un nuovo interesse serpeggia nell’Auditorium stracolmo di giovani, all’arrivo del giudice Antonio Ingroia e della sua scorta. È una situazione irreale: tutte quelle guardie, le pistole... Certo, è nota a tutti la situazione di pericolo in cui quotidianamente vivono coloro che si oppongono alla grande famiglia della mafia, ma venire a contatto con quello che fino ad oggi si è solo studiato attraverso numerose attività... è tutta un’altra storia! Una situazione da film, che uno non immagina di toccare con mano. La scorta, tutte le precauzioni per la sicurezza del giudice, la possibilità di un attentato alla sua vita... ci fanno toccare con mano la possibilità di essere vittime anche noi, ci fanno capire che anche noi siamo coinvolti in tutto questo! E dato che riguarda anche la nostra vita tutti dobbiamo fare qualcosa, in prima persona, per sconfiggere la mafia! Partendo dal rifiuto dei commercianti e delle imprese edilizie di pagare il pizzo, dalla maggior

“trasparenza” negli appalti pubblici e anche solo dal non tacere! Certo l’omertà viene dalla paura, ma se si è tutti indistintamente uniti (come comunità) non c’è nulla da temere. Ingroia incomincia a parlare e a raccontare. È emozionante sapere di stare ascoltando una persona che combatte contro la mafia, un “allievo” di Falcone e Borsellino, un uomo protetto da una scorta. Un’esperienza unica di cui tutti devono andare orgogliosi. L’intervento del giudice Ingroia, formatosi a Palermo, sua città natale, si è aperto con una breve introduzione sul suo periodo di formazione, nel quale ha avuto il piacere e l’onore di lavorare a fianco di Giovanni Falcone e del capo procuratore Paolo Borsellino, con i quali ha iniziato il suo tirocinio e l’ingresso nel “mondo dell’antimafia”.

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Il libro «Il labirinto degli dei» - questo è il titolo del libro - racconta le storie di numerosi uomini di carattere forte, capaci di mettere a rischio tutto, partendo dalla propria persona, pur di distruggere la mafia. Carta e penna sono i migliori amici delle vittime della mafia, che con le loro testimonianze trasmettono una conoscenza sul mondo mafioso perché non si ripetano gli errori del passato. Ingroia racconta la storia della mafia come un labirinto: il lavoro mafioso è un labirinto di sotterfugi, la mafia stessa è una realtà labirintica, tortuosa e favorita da connivenze politiche. D’altra parte anche il percorso della lotta alla mafia non è per niente lineare e quando si pensa di essere arrivati alla fine qualcuno aggiunge un pezzo, blocca la strada, cosicché ci si ritrova punto a capo. Questo qualcuno sono gli dei del titolo, mafiosi, ma anche uomini importanti, politici, che, proprio come gli dei, possono allungare e aggiungere pezzi al labirinto in modo che per i magistrati trovare la via di uscita risulti quasi impossibile. Un labirinto sono anche le situazioni e i sentimenti che ritornano in continuazione; speranza e fiducia nelle istituzioni si alternano infatti a delusione e sconforto nel momento in cui ci si rende conto che


si è al punto di partenza, quando un mafioso riesce a farla franca. Ingroia, poi, ha sottolineato l’ingiustizia che affligge i magistrati: essi sono odiati da vivi, perché sono ‘scomodi’ e infangati affinché la gente perda fiducia in loro, mentre sono osannati da morti quando non possono più infastidire nessuno. La forza che può aiutare a uscire una volta per tutte da questo interminabile labirinto, dice il giudice, è entrarci in massa coraggiosamente, con il coraggio di partecipare, e rimanere tutti compatti in questa battaglia. Dal labirinto si può uscire solo se non si ricade negli errori già commessi come il fronteggiarsi di un’Italia che crede nella ragione e nella giustizia e un’Italia degli interessi privati.

spera in un mondo migliore. Ingroia ne cita il finale: «Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Forse se ognuno di noi prova a cambiare, ce la faremo». Chiusura del ciclo Con l’intervento di Ingroia si chiude il ciclo di incontri organizzati dalla libreria Ubik e finalizzati ad aumentare la consapevolezza di quanto sia importante lottare contro la mafia. Il ricordo e la continua informazione su ciò che è successo, come viene sottolineato nell’intervento di Ingroia, sono fondamentali e sono stati ribaditi più volte anche negli incontri con Nando dalla Chiesa, Armando Spataro, Maria Grimaldi e Pino Masciari,

Il magistrato Antonio Ingroia presenta il suo libro nell’auditorium del liceo scientifico statale Lorenzo Mascheroni di Bergamo

Storie di testimoni Nel libro sono riportate le storie di numerosi testimoni del movimento antimafia, a partire dai giudici Falcone e Borsellino, per poi proseguire con boss pentiti o arrestati e concludere con Rita Atria. Rita è un esempio per tutti i giovani di oggi. Figlia di un boss assassinato, sedicenne piena di coraggio, la ragazza inizia un percorso di testimone di giustizia, ma viene lasciata sola: il fidanzato la lascia, la madre non vuole più vederla. Ella si affida allora a un giudice che la aiuterà a cercare giustizia: è Borsellino, e di lui solo, che considera un secondo padre, si fida. Rita viene portata a Roma per ragione di sicurezza, per mesi non vede nessuno, l’unico conforto è il giudice. Borsellino però, nel ’92, viene ucciso. Alla sua morte la ragazza non sa rassegnarsi e in preda alla disperazione si uccide, gettandosi dal balcone. Della ragazza sono stati ritrovati i diari in cui Rita

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ai quali gli studenti “mascheroniani” hanno assistito negli ultimi mesi. Quello che è emerso da tutti gli incontri, quello in cui speravano Falcone e Borsellino, quello che predicava Caponnetto sono le parole chiave della lotta contro la mafia: unione, squadra, gruppo. Dobbiamo stare uniti per sconfiggere la mafia e combatterla insieme, dobbiamo vedere la giustizia e i magistrati come punti di riferimento, come amici. Non possiamo considerare i magistrati come eroi solo dopo la loro morte, ma dobbiamo contribuire e lottare insieme a loro. Noi possiamo, ma la domanda è: lo faremo? La risposta varia da persona a persona perché alcuni veramente credono che la mafia sia solo un fatto lontano, che è presente, certo, ma non così rilevante da toccare la nostra realtà e scalfirla; altri invece la combattono, sono consapevoli del male che la mafia può fare e sono disposti a non lasciarsi sopraffare,


sdipana la pagina

come alcuni ragazzi di Palermo che stanchi del pizzo si sono rifiutati di pagarlo e hanno scritto sui muri «L’uomo d’onore non paga il pizzo», dando nuove speranze al nostro Paese. Oppure la figlia di Borsellino che il giorno dopo la morte di suo padre ha tenuto un esame dell’ università per affermare la sua forza e non la resa alla mafia. Il messaggio è che non dobbiamo aver paura, dobbiamo essere forti e dare forza a chi non vuole essere coinvolto perché ogni persona che conosce la storia dei ribelli allunga loro la vita. Così, in un suo libro, Pino Masciari ribadisce: «Ogni persona che viene a conoscenza della mia storia mi allunga la vita di un giorno». L’appoggio alle associazioni antimafia è dunque un impegno che deve essere portato avanti dall’intera collettività; nessuno deve essere lasciato solo contro la mafia! Non intervenire al suo fianco sarebbe come firmare una condanna a morte; sostenerlo unicamente a distanza pure! Ma in passato è stato così? Lo Stato ha aiutato a pieno Paolo e Giovanni? O li ha abbandonati al loro destino facendosi, forse, corrompere? E oggi è cambiato qualcosa? Domande che ognuno di noi deve porsi, sempre. Classe I F

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Antonio Ingroia, magistrato siciliano da quasi vent’anni in servizio alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, dedica il suo ultimo libro «Nel labirinto degli dei. Storie di mafia e antimafia» (ed. Il Saggiatore, 2010, pp. 224, euro 15) ai suoi maestri, cioè ai magistrati Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia davanti alla casa della madre il 19.7.1992, e Giovanni Falcone, caduto il 23.5.1992 nella strage di via D’Amelio per opera della mafia. Proprio nel 1992 Ingroia assume le funzioni di sostituto procuratore e poi di procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, quando a capo della Procura c’è Gian Carlo Caselli. E dedica la sua vita professionale a indagare sugli intrecci tra mafia ed economia. Ha tra l’altro condotto le indagini e sostenuto l’accusa in giudizio nei confronti del senatore Dell’Utri, condannato sia in primo sia in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Il titolo del libro è una metafora. Il «labirin-


to» rappresenta l’aporia assoluta, l’impossibilità di uscire, quindi quella di sconfiggere definitivamente la mafia; gli «dei» sono gli uomini che si sentono sciolti da ogni vincolo giuridico, al di sopra o al di fuori della legge e che non sono disposti a sottoporsi al giudizio. Frequenti nel testo sono i richiami alla concezione della Sicilia e dei siciliani, efficacemente tratteggiata da Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”: essi, convinti di essere dei, perfetti, sciolti dall’osservanza delle leggi, ostentano indifferenza al flusso della storia, cui si sentono estranei. “I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; - constata don Fabrizio nel celeberrimo discorso con Chevalley - la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei… sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza e rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla…”. Ne deriva una concezione della mafia come entità ineluttabile, inestirpabile, radicata nell’ordine naturale delle cose, del tutto indifferente alle leggi dello Stato e all’autorità legittima. Ingroia è al contrario convinto che dal «labirinto» si possa e si debba uscire e indica con fermezza la necessità di non cadere negli errori commessi in passato. Per questo è essenziale che il popolo italiano sia meglio istruito e informato: l’ignoranza o l’informazione superficiale degli italiani si sono dimostrati strumento di un potere volto al perseguimento di interessi personali, disposto a calpestare le regole per conseguire i propri scopi, che mai si identificano con il bene pubblico. Da tale convinzione nasce la  tensione morale del magistrato antimafia, che sente il dovere di girare l’Italia per scuotere le coscienze, per informare i giovani, per gridare - con la forza di chi crede in un ideale - che è possibile cambiare, cominciando dal rispetto per i nostri morti, quegli eroi italiani come Falcone e Borsellino che ancora attendono la nostra giustizia, la nostra pietà, sotto forma di verità processuale e storica.                                                                                    

Il magistrato Antonio Ingroia presenta il suo libro come un modo per fare memoria insieme, per non commettere mai più gli errori del passato. «È nato da un’esigenza di comunicazione, di testimonianza e di racconto, - spiega - non è un’autobiografia, ma un insieme di esperienze personali, di storie di personaggi che hanno cambiato e sconvolto la mia vita».. Cita come esempio la storia di Rita Atria, una donna sconvolta dagli attentati mafiosi alla sua famiglia che si suicida dopo aver saputo della morte di Borsellino; una donna che sceglie la cultura della parola contro quella del silenzio, la cultura delle regole contro quella della violenza. Nel suo diario Rita allude a un futuro migliore che forse non ci sarà mai, ma che potrebbe essere raggiunto se ciascuno di noi si impegnasse; un futuro ancora inesistente, che simboleggia una sconfitta collettiva, nella quale sono molti coloro che non hanno fatto abbastanza per i morti. «Il titolo del libro - prosegue Ingroia - deriva dal fatto che il labirinto è simbolo diretto di un’organizzazione complicata come quella della mafia. Questo labirinto è molto dinamico, quando sei vicino all’uscita qualcuno la complica. Gli dei sono proprio coloro che mirando alla loro immunità complicano la vita a chi cerca di trovare una soluzione, a chi cerca di uscire dal labirinto, ma soprattutto a chi è convinto di poterlo fare. Il libro è uno stimolo per trovare quest’ uscita, ma ci riesce solo chi non ricade in errori collettivi». Non ho trovato questo incontro molto coinvolgente e convincente, probabilmente a causa della poca attenzione posta dagli studenti Immagino che il signor Ingroia abbia trovato delle grosse difficoltà a relazionarsi con gli ascoltatori. Se avessi dovuto intrattenere un pubblico giovanile, avrei mostrato testimonianze più concrete ed esaurienti, conversando con un linguaggio meno formale e più diretto. Ciononostante ho notevolmente ammirato il coraggio e la buona volontà del magistrato nel mostrare un fondamentale modello di vita Davide Manzoni

Camilla Tacchini

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La curatrice Grimaldi presenta il libro sul magistrato Caponnetto alla Ubik

Anche noi non taceremo Il magistrato Antonino Caponnetto, fondatore del poool antimafia di Palermo, aveva l’abitudine di donare agli studenti che assistevano ai suoi incontri una poesia o un testo che gli piaceva particolarmente, condividendo così coi ragazzi la sua passione per la lettura e invitandoli a riflettere. Maria Grimaldi, che ha curato il libro su Antonino Caponnetto «Io non tacerò. La lunga battaglia per la giustizia» (ed. Melampo, 2010, pp. 288, euro 16), ha voluto riprendere questa consuetudine e, al termine dell’incontro organizzato dalla libreria Ubik, ci ha lasciato una poesia: «Don Chisciotte» di Nazim Hikmet. Il componimento delinea perfettamente il personaggio di Caponnetto, che la signora Grimaldi descrive come «un uomo di carta velina», sempre pronto a combattere in prima linea, contro «il mondo coi suoi giganti assurdi e abietti». Caponnetto ha svolto un ruolo fondamentale: è stato il primo a comprendere l’importanza del lavoro d’equipe nella lotta alla mafia. In un’intervista rilasciata nel settembre del 1993 al quotidiano «Repubblica», egli ha dichiarato che la Costituzione è il primo testo antimafia e ha sostenuto - moderno Don Chisciotte? - il concetto di giustizia possibile e la fede in «uno Stato che decide di fare lo Stato». Spesso si ricorda la sua celebre frase «è finito tutto», pronunciata dopo la morte del giudice Paolo Borsellino. Frase che va contestualizzata in un momento di forte scoramento, per la perdita di due persone, i giudici Falcone e Borsellino, che considerava come «figli, fratelli, colleghi, amici». Caponnetto infatti ha sempre svolto un ruolo attivo nella lotta alla mafia, al fianco di Falcone e Borsellino. E, dopo la morte dei due amici giudici, si è dedicato alla sensibilizzazione dei giovani nelle scuole. Nel libro «io non tacerò» c’è un richiamo al messaggio che il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha rivolto alle scuole all’inizio dell’anno scolastico: «…mille furti non fanno lecito il furto, mille atti di violenza non sovvertono il diritto, mille e mille seminatori di disonestà, di fatalismo, di “sciacquamento” di mani non valgono un solo

giovane capace, umile, forte nel suo impegno e disposto al sacrificio». Ricordate quante persone si sono sacrificate per il vostro avvenire, non vanificate il loro sacrificio, non tradite i vostri ideali, quelli a cui vi esorta il capo dello Stato: onestà, legalità, tolleranza e solidarietà. La popolazione italiana è disinformata o, peggio, male informata riguardo a quella che è stata e a quella che è la lotta alla mafia. Grazie a questi incontri e ad altre iniziative cui la scuola ci ha dato l’opportunità di partecipare, abbiamo mosso i primi passi verso la lotta all’indifferenza, che, per chi lotta contro la mafia, è la cosa peggiore. Stefania Dascalita Anna Dodesini Sara Martini Nataliya Protsenko

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Don Chisciotte Il cavaliere dell’eterna gioventù seguì, verso la cinquantina, la legge che batteva nel suo cuore. Partì un bel mattino di luglio per conquistare il bello, il vero, il giusto. Davanti a lui c’era il mondo coi suoi giganti assurdi e abietti sotto di lui Ronzinante triste ed eroico.

Maria Grimaldi, curatrice del libro

e le memorie diverranno testimonianze

Lo so quando si è presi da questa passione e il cuore ha un peso rispettabile non c’è niente da fare, Don Chisciotte, niente da fare è necessario battersi contro i mulini a vento.

Nei precedenti incontri abbiamo ascoltato direttamente i magistrati, in questo Maria Grimaldi ha ricordato il giudice Antonino Caponnetto, deceduto nel 2002. Grimaldi ha infatti curato il libro intitolato «Io non tacerò», che riassume i pensieri e parte della vita del magistrato.

Hai ragione tu, Dulcinea è la donna più bella del mondo certo bisognava gridarlo in faccia ai bottegai certo dovevano buttartisi addosso e coprirti di botte ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati tu continuerai a vivere come una fiamma nel tuo pesante guscio di ferro e Dulcinea sarà ogni giorno più bella. Nazim Hikmet

Una vita difficile, in alcuni momenti piena di sconforto e sempre ricca di scelte complicate. Ma sono state queste decisioni che l’hanno resa davvero speciale, degna di essere vissuta e ricordata. Caponnetto era come «una finestra sempre aperta», perché il suo sguardo aveva la capacità di capire facilmente gli altri. Grimaldi ha deciso di “presentarcelo” attraverso le parole che rispecchiavano il suo carattere, i suoi valori, i suoi ideali. Perché, per lui, le parole erano lo strumento più efficace per mostrare ai cittadini una realtà a loro sconosciuta. 31

Elisa Vendola


Lo scorso 6 aprile Maria Grimaldi ha ricordare, con la sua testimonianza e alcuni video, il giudice Antonino Caponnetto, morto di vecchiaia dopo avre dedicato la vita alla lotta contro la mafia. Grimaldi lo ha definito «un galantuomo, fatto all’apparenza di carta velina (per la sua capacità di essere trasparente e resistente, ndr), eppure sempre in prima linea contro la mafia (per il suo coraggio di esporsi per i propri valori, ndr)». Ci ha spiegato i valori che egli riteneva importanti. La scuola, dove i ragazzi «agganciano la vita a valori che non cambiano», come la legalità e la responsabilità. L’autenticità: il mondo è pieno di lustrini - diceva Caponnetto - e noi dobbiamo difenderce i nostri valori, affinché nessuno ci privi di essi. L’impegno, il cui obiettivo è, secondo Caponnetto, un diverso rapporto con la realtà: è oggi che noi costruiamo il futuro nostro e dello Stato, futuro che non può essere fondato sull’egoismo. Come disse Martin Luter King, «più che l’urlo dei potenti temo il silenzio degli indifferenti». Anche di quelli che tacciono per paura di fronte alla mafia, alimentando il circolo vizioso dell’omertà. La delusione, seguita alla morte dei giudici Falcone e Borsellino, e la speranza (di annientare la mafia), rianimata dal funerale di Borsellino, da cortei e fiaccolate. La giustizia, quindi la Costituzione, che Caponnetto considerava «un insegnamento di vita e un’ancora di salvezza» e che noi poco studiamo a scuola, ma dovremmo conoscere per essere consapevoli dei nostri diritti e doveri. Un incontro molto interessante, su di una personalità che era per me quasi sconosciuta. Siamo infatti abituati a parlare non di tutti coloro che combattono la mafia, ma solo di coloro che muoiono per mano dei mafiosi. Sono rimasta colpita dal fatto che ai funerali del giudice Caponnetto, nel 2002, non fosse presente alcun rappresentante del Governo. Caponnetto disse che «ci sono persone la cui vita è come una finestra aperta», perché sono sensibili e fragili, ma libere, giuste, coraggiose, determinanti. Così era anche lui. Sara Locatelli 1H

Il magistrato Antonino Caponnetto

Maria Grimaldi ha avvertito che questo libro non è solo una testimonianza, propone un’idea di giustizia. Il titolo è tratto da un’intervista di Caponnetto al «Corriere della Sera», in cui egli dichiarava apertamente le sue prontezza e fermezza nel proseguire la lotta alla mafia e all’omertà. Proposito che il magistrato perseguì per tutta la vita.

Sono rimasta colpita da profonde citazioni come quella sulla memoria, che è necessario mantenere viva affinché ci appartenga. Ritengo sia d’obbligo ricordare uomini come Falcone e Borsellino, che hanno dato la vita per la lotta alla mafia. La loro morte ha segnato l’anima di molti italiani consapevoli della necessità di un cambiamento a livello giuridico. Non conoscevo invece la figura e l’operato del magistrato Caponnetto. Ora ho potuto capire tutto l’impegno che egli ha dedicato a educare noi giovani e lo ritengo una figura fondamentale nello scenario della lotta alla mafia. E concordo sul fatto che, paradossalmente, «la giustizia spesso dovrebbe essere come la mafia: costante e persistente nel suo lavoro». 32

Crotti


dalla cronaca alla storia

Nel 1988 il giudice Caponnetto, convinto di “lasciare il proprio posto” a Falcone, decide di ritirarsi e torna dalla sua famiglia a Firenze. Il 23 maggio 1992, Falcone viene ucciso, mentre viaggia scortato in auto lungo la superstrada. E, il 19 luglio 1992, muore anche Borsellino, ucciso nella strage di via d’Amelio, sotto l’abitazione di sua madre. Da allora Caponnetto dedica gli ultimi dieci anni della sua vita a incontrare centinaia di ragazzi nelle scuole.

Antonino Caponnetto (Caltanissetta, 1920 - Firenze, 2002) inizia la sua lotta contro la mafia nel 1982, quando diventa pubblico ministero antimafia alla procura di Palermo, sostituendo Rocco Chinnici, ucciso in un attentato mafioso. Il giudice arriva in Sicilia in un momento di grande tensione: si è appena verificata una strage e lui non sa come gestire la situazione nel modo migliore. Proprio in questo periodo egli capisce l’importanza delle parole, che possono trasformare il modo di percepire la realtà. «Le parole - ha spiegato Maria Grimaldi - furono la base del suo lavoro in magistratura. Esse non solo pensano con noi, ma per noi, sono in grado di modificare la concezione delle cose, sono potenti e utili come la Costituzione. Solo con le parole si può vincere la mafia: è da esse che è nato il maxiprocesso dell’86, la prima pietra scagliata contro la mafia». Una storia, questa, che risale al 1983, a quando Caponnetto ha l’intuizione di costruire un pool antimafia, per svolgere un lavoro approfondito contro la criminalità, con l’intervento dello Stato. Vi partecipano anche i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con i quali Caponnetto instaura un rapporto tanto profondo da definirli più volte «figli suoi». Questo lavoro porta, nel 1986, alla più importante operazione di antimafia del secolo scorso: il cosiddetto blitz di San Michele e il conseguente maxi-processo, istruito dallo stesso Caponnetto. Furono arrestati e processati quasi 500 mafiosi, anche grazie a molte informazioni fornite da alcuni pentiti, fra cui Tommaso Buscetta.

Egli pensava che i giovani fossero persone autentiche, non ancora “incontaminate” dalle idee “inculcate” agli adulti; insegnava loro a credere in se stessi, a non fingere mai di essere quello che non erano e soprattutto ad avere il coraggio di denunciare le ingiustizie. Perché si può scegliere chi essere, si può decidere di essere uomini liberi e non corrotti. Credo che nulla valga quanto la nostra libertà, anche se essa esige notevoli sacrifici.

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Il magistrato conclude la sua carriera nel 1990, con il titolo onorifico di Presidente aggiunto della Corte suprema di Cassazione. Ma le stragi del ’92 lo restituiscono al Paese, come testimone della lotta per la legalità. Nel ’93 è il candidato più votato alle elezioni amministrative di Palermo e, per breve tempo, Presidente del Consiglio comunale; scrive, con Saverio Lodato, «I miei giorni a Palermo». Vengono anche organizzate tre raccolte di firme per candidarlo senatore a vita. Nel dicembre 2002 nessun rappresentante del governo partecipa ai suoi funerali. Cinque sono le fondamenta su cui egli ha costruito la sua vita: decisione, fermezza, amore, sensibilità, passione; virtù che ha saputo portare avanti anche nei momenti più difficili della sua esistenza. Arianna Fenili I H Luca Maini I H Caterina Massazza


«La parola di un uomo di carta velina, sempre in prima linea contro la mafia» Nella sala conferenza della libreria Ubik, tutti tacciono quando sul muro compare l’immagine proiettata del magistrato Antonino Caponnetto. Maria Grimaldi, curatrice del libro che ha come protagonista il giudice, lo descrive: «un uomo fatto di carta velina, sempre in prima linea contro la mafia». «Io non tacerò» è il titolo del libro e una famosa frase di Caponnetto. Questi capì l’importanza delle parole, che possono trasformare la nostra capacità di vedere la realtà ed essere usate per manipolare la gente. Perciò Grimaldi presenta il libro con parole-chiave in cui credeva lo stesso giudice. «Il vostro domani sarà il risultato del vostro oggi», disse Caponnetto in uno dei tanti incontri coi ragazzi nelle scuole. L’istruzione è importante, perché gli studenti apprendano la realtà dell’Italia e del resto del mondo e operino per modificarla. Viviamo in una situazione in cui si sono persi i valori delle cose ed è diffusa la “leggenda” secondo cui siamo tutti uguali. Si tende sempre più a presentare la realtà come immutabile, unico scenario possibile dove tutto è già stabilito e noi possiamo unicamente guardare. La scuola è importante perché trasmette il principio che non siamo tutti uguali e che possiamo e dobbiamo modificare la realtà, compiendo scelte e non omologandoci. La scuola è temuta dalla criminalità organizzata più della giustizia, perché rappresenta un luogo di incontro che differisce dall’idea di società frammentata. Caponnetto sostiene che le famiglie si incontrano “dietro” la TV. Non davanti alla realtà che ci viene costruita dalla TV: una vita da spot, facile e bella, senza le sue reali difficoltà. Andrebbe condivisa un’idea di realtà più autentica, che non ci faccia sentire distanti. Impegno. Per Caponnetto l’indifferenza è un non sentire; è certo più comoda della ribellione

e si manifesta quando il singolo si sente solo e debole. Per non restare indifferenti dovremmo capire che nulla è casuale e che possiamo essere protagonisti di quel che accade, quindi dovremmo reagire e concentrarci sulla costruzione del futuro, su partecipazione e solidarietà. La vita di persone come Caponnetto è caratterizzata dall’alternarsi di emozioni contrastanti: la speranza di essere vicini a una soluzione o a un cambiamento e la delusione di ritrovarsi al punto di partenza o davanti a un altro ostacolo. Dopo la morte di Borsellino egli esclamò «È finito tutto»: espresse la sua delusione e il suo senso di impotenza, disse ciò che tutti pensavano in quel momento, dimostrò l’autenticità dei suoi sentimenti. Ma poi riuscì a reagire e a riprendere la lotta, perché non fosse inutile il sacrificio di Falcone e Borsellino. Ognuno ha cose cui è particolarmente attaccato e che lo rafforzano nella vita. Per Caponnetto erano i libri: gli davano forza e sicurezza. Per lui la cosa più urgente, anche nelle situazioni drammatiche, era sistemare i libri. Per Caponnetto la giustizia è cosa possibile che nessuno ci può togliere. L’idea di giustizia esiste se esistono regole, in una società non frammentata. È importante che i rapporti fra le persone non si spezzino e che tutti concorrano a “ideare” una giustizia che tutti possano riconoscere come singoli e come collettività. La Costituzione non andrebbe considerata solo un pezzo di carta, ma l’insieme dei diritti e doveri dei cittadini, che ci rispecchia e protegge. Finché essa vige, ogni infrazione rimane tale. Se tutti i cittadini la conoscessero, nessuno potrebbe mai cancellare i loro diritti. Laura Crescente Anna Merlo IF 34


L’incredibile esilio - isolamento di Masciari nel libro presentato alla Ubik

Certe cose possono cambiare «Scatole, scatole, scatole... Ci sono voluti giorni e camion e persone per trasportare e scaricare le cose della famiglia Masciari nella sua nuova casa. In quelle scatole arrivate da almeno tre posti diversi c’era tutto. Tutta la vita di una famiglia, fatta in scatole. Nulla in questi quindici anni è stato buttato o dimenticato da qualche parte. Nonostante i mille spostamenti, ogni cosa è stata tenuta, archiviata, ordinata. Come fa chi sa di avere perduto le radici, la famiglia, il lavoro e si aggrappa alle “cose” che può portare con sé. Le “cose” di una vita a ricordarti chi sei: chi sei stato, chi vuoi tornare a essere». Così si apre il libro «Organizzare il coraggio: la nostra vita contro la ‘ndrangheta» (add editore, 2010, pp. 272, euro 15), scritto dai coniugi Pino e Marisa Masciari affinché «ogni persona che viene a conoscenza della nostra storia ci allunga la vita di un giorno». Anche gli studenti del biennio del Mascheroni hanno ascoltato, lo scorso 16 marzo alla libreria Ubik di Bergamo, la storia di questo imprenditore calabrese, tenuto nascosto per troppo tempo e ora diventato un esempio. E hanno compreso l’importanza della lotta alla criminalità organizzata e i relativi rischi e pericoli. I giovani dovrebbero intraprendere una strada fondata su valori e sulla consapevolezza che le leggi devono essere rispettate da tutti allo stesso modo, una strada che li conduca a reagire alle oppressioni e alla disonestà. Ognuno di noi è un “mattoncino” dell’edificio di uno Stato costituito da individui liberi. Uno Stato che, come racconta Masciari, con lui si è mostrato assente e interessato a salvaguardare solo se stesso, lo ha reso vigliacco e bugiardo, esule dalla sua terra. La ‘ndrangheta ha chiuso 13 anni della sua vita in una scatola, che egli ha avuto il coraggio di rompere, anche se mettendo in discussione l’equilibrio della sua famiglia. Ora si ritiene un uomo dignitoso, felice e dallo spirito libero, orgoglioso di aver fatto la scenta giusta. Nato da una famiglia di imprenditori calabresi, dopo l’infermità del padre, deve prendere in mano l’azienda e i suoi otto fratelli. Sogna di diventare un grande imprenditore: assume parecchi operai, molti dei quali

sono spie delle organizzazioni criminali, che studiano le sue mosse e il modo in cui cresce l’azienda. Allora la ‘ndrangheta gli chiede il 3 per cento dei profitti. Egli non vuole scendere a compromessi e, conscio del pericolo, rifiuta, denuncia l’organizzazione e si rivolge ai carabinieri senza ottenere la protezione sperata. In azienda avvengono i primi attentati: furti, abbattimenti, demolizioni. Pino subisce ingenti perdite economiche e non riesce a incassare più nulla: la mafia si è infiltrata nelle banche e nelle reti delle altre imprese. Malavitosi lo costringono a non costituirsi parte civile e le banche gli consigliano di rivolgersi a usurai per ottenere la liquidità che gli viene meno dai mancati pagamenti di lavori già realizzati. Deve quindi licenziare gli operai e chiudere l’azienda. Ciononostante nel 1994 si sposa con Marisa, da cui avrà i figli Francesco e Ottavia. Grazie alle sue denunce, sono stati incarcerati cinquanta mafiosi e collaboratori della ‘ndrangheta. Ma la sua vita è in pericolo, quindi è tutelata dal Servizio centrale di protezione. In una notte fredda e incerta la famiglia deve lasciare la Calabria e i propri parenti per destinazione ignota, senza preavviso, per sempre. Dalle mura in cui sono rinchiusi, i Masciari hanno avuto la temerarietà di far trapelare la loro storia, con speranza. Pino Masciari è un uomo normale, non eccezionale. Diverse sono invece quelle persone che hanno deciso di infrangere la legge, inseguendo effimeri privilegi. Sara Palazzi II O

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LE TRE VITE DI PINO MASCIARI I coniugi Masciari narrano nel libro la loro vita perseguitata in Calabria, quindi la loro vita “fantasma” in esilio, infine quella degli ultimi anni, in cui raccontano la loro storia in scuole e università e attraverso il blog de «Gli amici di Pino Masciari». Questi era un uomo libero ed è divenuto un perseguitato. Ha scelto con coraggio di denunciare la criminalità organizzata: ha perso la sua azienda ed è stato abbandonato dallo Stato e costretto a intraprendere una seconda angosciosa vita. Chiuso tra quattro mura e privato dei contatti esterni, non potrà più rivedere la sua terra natia, ma dovrà rimanere “imballato”, ammutolito, privato del suo nome e della sua origine. Ma come la primavera fa sbocciare profumi e colori dopo un inverno freddo e gelido, così Pino ha inaugurato la sua terza vita, evadendo dalla tormentata prigionia per diffondere a fini educativi la sua storia esemplare. LA ‘NDRANGHETA SECONDO MASCIARI Masciari invita a ricercare l’origine dei suoi persecutori nel secondo dopoguerra, quando gli abitanti del Meridione si spostarono nel Nord Italia e all’estero, portando un contributo all’economia attraverso il lavoro e, come avvenuto di già e di più nei secoli passati, un apporto culturale, che però comprese la mentalità cosiddetta mafiosa. Come ha spiegato il giudice Falcone, i mafiosi hanno impostato un sistema socio-economico-politico, un modo di agire, di muoversi, di comunicare, atto a far fruttare denaro sporco. In Calabria scoppiarono faide per il denaro, con moltissime morti, per affermare la supremazia sul territorio e poter controllare l’imprenditoria locale; in questa regione la ‘ndrangheta non conosce crisi e attrae giovani in cerca di lavoro e sostentamento. Sara Palazzi II O LA VITA RINCHIUSA IN SCATOLE Da quando Pino Masciari diviene testimone di giustizia la sua vita cambia per sempre. Cioé dal 1997, anno in cui la famiglia Masciari entra nel Programma speciale di protezione e deve 36

abbandonare i propri parenti, casa e terra. Tutt’intorno a loro si alza un muro di gomma, teso a isolarli. L’ex imprenditore calabrese si ritrova come rinchiuso in numerose “scatole”, dalle quali non può uscire, per non mettere a repentaglio la vita sua e della sua famiglia. Escluso da contatti esterni, imprigionato fra quattro mura e comunque privo di una fissa dimora, è costretto a un continuo trasferimento che sembra un prolungato abbandono. Quasi come un pacco postale in un lungo viaggio, tenebroso e solitario, con destinazione ignota e identità perduta. Ma, mentre le scatole vengono poi disfatte e ogni oggetto ricollocato, i Masciari non possono disfarne nessuna e vivere come definitivo nessun trasloco. Nonostante la situazione in cui è costretto a vivere senza scorte, senza prospettive per il futuro, Masciari va sempre a testimoniare, facendo nomi e cognomi. Ad accorgersi di loro e a rianimare la loro speranza è la società civile, che interviene numerosa e solidissima, colmando le lacune dello Stato. La famiglia Masciari non accetta di sottostare alle pressioni della ‘ndrangheta e denuncia le azioni di quest’organizzazione; ha il coraggio di non rintanarsi nelle sue scatole, ha la forza per distruggere per sempre quelle quattro pareti dure e anonime. Paolo Carbonera Giani Francesco Bresciani IF NE VALEVA LA PENA? «Ne valeva la pena?», hanno chiesto gli studenti a Masciari che, senza esitare e con stupore dei presenti, ha risposto di essere soddisfatto, orgoglioso, senza rimorsi. Anche se potesse tornare indietro, ripercorrerebbe la sua vita, così come l’ha già affrontata. Pensa di essere un esempio eccellente per i suoi due figli e per gli italiani. Dice di essere solo una goccia d’acqua che potrebbe divenire un oceano, se il suo esempio fosse seguito da ogni giovane rappresentante del futuro della società. Il motto della sua vita? Ogni persona che conosce e ricorda la sua storia gli allunga la vita di un giorno. Ne valeva la pena. Andrea Fortunato I O


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TESTIMONIANZA SUL PROGETTO ALTERNANZA SCUOLA - LAVORO 2011

Oltre i confini della propria vita Ho trascorso un periodo di gennaio, precisamente dal 12 al 22 del mese, nella sede bergamasca della Caritas - Diakonia: un’associazione che, senza alcuno scopo di lucro, svolge attività nei campi dell’assistenza sociale e socio sanitaria, della formazione, dell’istruzione e della promozione della cultura, della tutela dei diritti civili e della beneficenza, cercando in particolar modo di portare un sollievo nelle situazioni di povertà ed emarginazione. In particolare, ho avuto modo di conoscere più a fondo la sezione «Umanimondo» (pace e mondialità). Essa cerca di sensibilizzare alla “mondialità” la popolazione giovane della nostra provincia, per diffondere prospettive e stili di vita improntati al dono di sé, a coinvolgere gli altri e a responsabilizzare rispetto ai grandi problemi del mondo: guerre, ingiustizie, crisi ecologica, approccio alle diversità tra uomini e culture. Un concreto esempio è «Giovani per il Mondo» che, attraverso esperienze di volontariato per ragazzi tra 18 e 35 anni, in vari Paesi colpiti da catastrofi naturali o eventi bellici, regala un sollievo e un sorriso nella vita quotidiana delle persone aiutate dai progetti sostenuti dalla rete Caritas. Il mio lavoro è stato pressoché lavoro d’ufficio, però non posso negare che mi ha aperto gli occhi in un modo incredibile. È stato come fare un viaggio virtuale, ma allo stesso tempo realistico, all’interno dei movimenti di questa grande organizzazione.

attraverso corsi di formazione. Ho avuto occasione di assistere a un corso, che non definirei proprio di “formazione”, in quanto il progetto era già avviato, ma riterrei più una lezione d’approfondimento o una preparazione per auto-valutarsi. Infatti gli operatori hanno un progetto, che non è una lista a cui essi si devono attenere in modo rigoroso, ma deve essere una via, uno strumento per poter imparare a muoversi con sicurezza e fermezza in tutte le situazioni, che sono singole, particolari, talvolta stravaganti. Il progetto renderà possibile agli interessati svolgere delle verifiche in vari intervalli di tempo, in modo tale da poter aggiustare il tiro, qualora in un dato momento il risalutato raggiunto fosse ancora parecchio distante da quello prefissato. La lezione Purtroppo ho assistito a una sola lezione. Decisamente poco per poter capire senza difficoltà e appieno Sono comunque rimasta affascinata dal modo di ragionare, almeno per quello che ho potuto intuire, a cui porta un certo modo di agire. Quello che si chiede ai ragazzi è di cambiare proprio il modo di ragionare, i processi logici da attuare. Credo di aver colto almeno l’importanza di ragionare per step, arrivare a una cosa dopo l’altra senza tralasciare nessun particolare (causaeffetto effetto-causa rimedi). Per poter risolvere un problema, è necessario avere tutta la situazione sotto controllo: spesso sono le cose più scontate a contenere in sé la risposta, la soluzione. Spesso, nella frenesia della nostra società tendiamo ad amalgamare tutti i pensieri insieme, a saltare qualche nesso, perché tante sono le cose che ci frullano in testa. Per mantenere sempre il controllo di una situazione, è bene capire una cosa per volta, valutare tutte le possibilità, senza inglobare più ragionamenti in uno soltanto.

Il servizio civile All’inizio della settimana mi sono occupata dei ragazzi iscritti al servizio civile. Cosa che mi ha permesso anche di capire un po’ quali sono le motivazioni e i fini di questo percorso. Sono una trentina i ragazzi iscritti al servizio civile e vengono dislocati in varie associazioni: c’è ad esempio chi lavora in comunità di recupero, chi in una grande casa con delle ragazze madri, chi con donne detenute che trascorrono l’ultimo periodo della loro detenzione in un’abitazione. Insomma i giovani che decidono di intraprendere questa strada vengono a contatto con gente che indubbiamente presenta problemi (che non sono motivi di inferiorità o discriminazione), quindi si preparano

Le interviste Credo che “frenesia” sia la parola giusta per introdurre la seconda attività a cui mi sono dedicata durante la mia permanenza alla Caritas. Mi è stato chiesto di sbobinare delle interviste - testimonianze in vista del decennale di «GiovaniPerIlMondo». È stato 38


interessante per me vedere come le mie idee siano cambiate: sono sempre stata affascinata per un certo aspetto dal mondo del volontariato, ho sempre voluto capire come funziona, quali sono le motivazioni. Vorrei diventare un medico, quindi sono orientata più ai progetti di “Emergency” o di “Medici senza frontiere”, però credo che il principio sia il medesimo. Cosa spinge le persone a lasciare, seppur temporaneamente, tutto quello che hanno per andare in luoghi dove la miseria e la sofferenza regnano incontrastate, per portare un sorriso dove questo è purtroppo raro? Fino a due mesi fa credevo fosse il desiderio di aiutare gli altri, un’elevata sensibilità che spinge la gente soddisfatta e felice della propria vita, che si è resa conto della propria fortuna, a cercare di regalarne un po’ a chi purtroppo non è nelle sue stesse condizioni. Ascoltando le registrazioni mi si sono aperti gli occhi: per lo più queste persone partono per ritrovare se stesse o meglio per capire attraverso quel che vedranno quanto siano fortunate ad avere le cose che hanno, a imparare a vivere nelle situazioni più difficili, a comprendere il vero senso del termine “forza e coraggio”. È questa la motivazione di partenza. Al momento mi sono detta: beh, è un po’ da egoisti usare gli altri come strumento ancora per un proprio tornaconto. Ma, continuando ad ascoltare, sono giunta alla conclusione che quest’esperienza è un continuo donarsi reciproco, in cui nessuno si mette sulla vetta della montagna e guarda con occhi di compassione e pena chi vuole aiutare, ma s’instaura una collaborazione, un equo lavorare insieme: io “animatore” aiuto te a sorridere, a ricostruire il tuo villaggio, a svolgere le faccende più disparate e tu mi insegni a vivere, ad avere la tua tenacia, il tuo coraggio e la tua forza nell’andare avanti quando tutto sembra spegnersi e perdere di senso. Questo è un grande insegnamento; credo sia davvero così, anche se per constatarlo avrei bisogno di fare anche io questa esperienza, cosa che non escludo assolutamente. Mi ha inoltre impressionato il fatto che tutti gli intervistati siano stati colpiti dalle profonde contraddizioni che esistono in quei Paesi. Molti testimoniano come si possano notare in un unico campo di visuale paradossi spaventosi: la miseria con il barbone, la sporcizia e la lebbra da una lato della strada e dall’altro gente colta, istruita, che parlando inglese e indossando jeans e t-shirt, s’appresta a entrare in un lussuosissimo centro commerciale. 39

I colloqui Mi ha in un certo senso ferito, infine, il pomeriggio dei colloqui con le famiglie bisognose. Ricordo che sono uscita davvero scossa dalla Caritas; pensavo di aver una reazione diversa, invece sono stata colta all’improvviso. Vedendo quelle persone, toccate dalle peggiori disgrazie, trovarsi a chiedere aiuto, non riuscivo a non pensare a che cosa stessero pensando, a cosa stessero provando in quel momento, a quanto dovessero essere disperate. Mi ha colpito in particolare un signore tunisino con una moglie e una bambina che avevano subito gravi danni cerebrali dopo essere state investite sulle strisce; lui aveva perso il lavoro, viveva in una casa piccolissima e non sapeva più come raccapezzarsi. Ho visto negli occhi di quell’uomo la paura e la disperazione, avrei dovuto fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Purtroppo la crisi ha fatto aumentare di un’ingente percentuale le persone ridotte sul lastrico, al contempo riducendo la disponibilità ad aiutarle. È come un circolo vizioso, un pozzo senza fondo: più profonda è la discesa, minore diviene la possibilità di salire. Per fortuna esistono associazioni come la Caritas che cercano di dare un piccolo sollievo, un appoggio, un conforto e uno sprone a cercare di reagire. Questo non intende essere un invito ad appesantirsi su di essa, ma un aiuto, temporaneo, che oltre a soddisfare i bisogni più imminenti si propone di insegnare anche come imparare a sopravvivere. Se dovessi definire la mia esperienza alla Caritas userei l’aggettivo ricca. Anche se ciò può sembrare paradossale. Eppure essa mi ha lasciato così tanto, mi ha regalato molti spunti di riflessione che sto ancora rielaborando. Relazionare in modo teorico quel che ho fatto mi risulta difficile, non perché il lavoro non mi sia piaciuto, ma perché credo che l’intento principale sia stato farmi capire in che cosa esso consista e in quale modalità operi la Caritas. Credo che l’obiettivo sia stato pienamente raggiunto: questa esperienza mi ha invogliato a saperne di più, a cercare di vedere con i miei occhi, a prendere parte a questo progetto. Resta solo il vincolo dell’età: aspetterò quando mi sentirò pronta, lascerò maturare la mia scelta. Dentro di me so di voler vivere un’esperienza nell’ambito del volontariato, ma non so fino a che punto i miei nervi possano reggere l’impatto con realtà tanto diverse dalla mia, devo capire come posso muovermi e come posso metabolizzare il meglio possibile quello che vedrò, quello che dovrò sopportare e quello che proverò. Ma la volontà c’è. Alice Morosini


Reportage di IIˆO tra gli operai sardi che si sono incarcerati per essere liberi di lavorare

L’Asinara non è L’isola dei famosi, ma quella reale dei cassintegrati Dagli inviati Vinyls Italia è un’azienda chimica che nasce nel 1986 come European Vinyls Corporation International. Tutto procede regolarmente sino alla fine del 2008, quando iniziano ad accumularsi debiti nei confronti di Eni, a causa di fatture non liquidate. Il problema persiste fino al 28 maggio, quando viene presentata richiesta di fallimento, che sfocerà nella messa in amministrazione straordinaria. Nell’agosto 2009 la produzione viene fermata e il 27 novembre gli operai vengono messi in cassa integrazione.

Alcuni operai hanno così avuto un’idea geniale. Il 24 febbraio 2010 sono sbarcati in esilio volontario sull’isola dell’Asinara e hanno occupato le sale dell’antico carcere, noto per essere stato usato negli anni di piombo come luogo di massima sicurezza per i brigatisti e per aver ospitato i giudici Falcone e Borsellino durante la stesura del maxiprocesso. «Alla Rai prende il via “L’isola dei famosi”, - ha spiegato uno degli operai - qui all’Asinara noi da oggi cominciamo “L’isola dei cassintegrati” e non ce ne andremo fino a quando non sapremo qualcosa sul nostro destino». Per far conoscere la loro situazione gli “isolani” si sono affidati a Facebook: la pagina dell’isola dei cassaintegrati attualmente conta oltre 29mila amici. Vi si legge: «L’isola dei Cassintegrati è un reality “reale”, purtroppo, dove nessuno è famoso, ma tutti sono senza lavoro. Trincerati in un’isola simbolo della più grande Sardegna ormai in crisi profonda, alloggiati in celle non peggiori delle sbarre che governo, regione ed Eni hanno messo loro davanti. Nessuno yacht né billionaire né soubrette su quest’isola, solo la cruda verità di una politica che non dà risposte e di una società a controllo statale - Eni - che persegue i propri scopi aziendali passando sulle vite di migliaia di famiglie. E, non ultimi, un gruppo di operai coraggiosi che lotta per i propri diritti». E ancora: «Se i giovani si organizzano, s’impossessano di ogni ramo del sapere e lottano al fianco dei lavoratori e degli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul

privilegio e l’ingiustizia”. I timori degli operai potranno svanire solo nel momento in cui verrà reso noto il piano industriale della Ramco, quando l’Eni avrà concluso la trattativa sulle forniture. Al momento, gli impianti restano ancora fermi. Nel frattempo, il 4 marzo, ha raggiunto l’isola anche una delegazione di lavoratori dell’Alcoa di Portovesme. Ma di tutto questo c’è traccia nei giornali nazionali? Fatta qualche dovuta eccezione, il nulla! Ed è assurdo che, per trovare voce (e magari una soluzione al problema), si debba ricorrere a tanto. Gli studenti della II O del liceo Mascheroni si sono diretti sul posto e hanno intervistato a proposito l’operaio Pietro Marongiu, capo dei manifestanti. «Noi siamo qua - ha spiegato Marongiu - perché purtroppo l’azienda dove lavoravamo di punto in bianco ha deciso di chiudere gli impianti, le produzioni. Ci siamo trovati senza lavoro dall’oggi al domani e senza una motivazione che, diciamo, potesse giustificare questa chiusura improvvisa. Perché la nostra produzione andava bene, il prodotto sul mercato si vendeva benissimo. Ma dall’oggi al domani ci siamo trovati in mezzo alla strada, così. Quindi questa forma di protesta è stata fatta senza voler danneggiare nessuno. Proprio intelligente,

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credo, insolita. Senza creare danno ci siamo reclusi qui. Di conseguenza l’opinione pubblica si è interessata al nostro caso, ma ancora oggi tutti quanti noi ci chiediamo come mai di punto in bianco la gente si possa trovare senza lavoro. Già il territorio soffre di questa mancanza di lavoro comune. La Vinyls è l’unica risorsa che avevamo qui; se viene a mancare, cosa facciamo? Quindi abbiamo attuato questa protesta, in modo che qualcuno potesse aiutarci. C’è stato l’aiuto dei media: se tutti voi siete testimoni, siete venuti qua, evidentemente avrete sentito qualcosa». Gli studenti hanno quindi cercato di approfondire, chiedendo maggiori dettagli sull’azienda e sulla protesta. «L’azienda Vinyls ha tre stabilimenti, collegati tra loro. Qua a Porto Torres protestano 150 operai diretti e l’indotto, cioè tutte coloro il cui lavoro gravita attorno alla produzione della società: più di 3.000 persone che si occupano di trasporti, carta, imballaggi, tutte le società esterne che lavorano anche per la confezione del prodotto e compagnia bella. Perciò si stima che l’indotto comprenda circa 3000 persone, che lavorano in tutto lo stabilimento di Porto Torres. Questo comporta un annientamento completo delle famiglie». «La vicenda della Vinyls - prosegue Marongiu - è una storia un pochettino più difficile da raccontare in quanto l’azienda era legata a un’altra società ed è poi passata da società a società diventando Vinyls italia. La Vinyls Corporation è ancora in funzione, solo la branca italiana è stata accantonata e, di conseguenza, è andata a finire com’è andata a finire. In pratica, siamo stati commissariati, da tre commissari nominati dal governo, con lo scopo di cercare in futuro di vendere l’azienda o di trovare un’altra sistemazione per la stessa. Ci stanno provando. Adesso vediamo con questa nuova società, che a giorni sembrerebbe quasi fatta, ma stiamo sempre aspettando. A oggi non ci sono notizie positive in senso buono; però vediamo». Che cosa significa vivere da cassintegrati? «Fino all’anno scorso avevamo tutti una busta paga così che specialmente i ragazzi - non parlo per me, io sono quasi arrivato, manca un anno, speriamo di arrivarci (alla pensione, ndr) - avevano programmato di sposarsi, andavano in una banca che concedeva loro un mutuo e potevano programmarsi un futuro o una famiglia… Poi ti viene a crollare tutto. Forse voi venite da Bergamo e questa realtà non la conoscete, ma qua chi trova un lavoro tocca il cielo con un dito. Qua, per noi, trovare un lavoro assicurato, con i contributi, è la cosa più ambita di

questo mondo; questi ragazzi l’avevano finalmente trovato dopo tanti sacrifici e anni di studio - sono tutti diplomati e sono stati selezionati dall’azienda, che giustamente prende le persone più preparate - e si sono trovati lì di punto in bianco, sposati, con una famiglia da mantenere e con il mutuo da pagare. Per di più senza motivo. Che cosa fanno? Non è che esci da questa fabbrica e ne trovi un’altra, non trovi niente. Qua non si trova niente». Un messaggio a tutti i ragazzi del liceo Maschero-

ni e a tutti i ragazzi che lo leggeranno. «Guardate bene il modo in cui abbiamo portato avanti la nostra protesta, - conclude Marongiu - con il dialogo, senza alzare la voce. Avevamo ragione e abbiamo portato avanti le nostre ragioni. Quindi il consiglio che io do a tutti è portare avanti le proprie rivendicazioni cercando di non urlare, altrimenti non vi capisce nessuno e vi danno torto. Sostenetele e vedrete che qualcuno vi ascolta. Ricordatevi voi che siete giovani, non voglio far politica, voglio solo ricordarvi di guardarvi attorno. Siete costretti in questo momento ad abbandonare un po’ della vostra spensieratezza. Controllate bene cosa sta succedendo in questo paese. Valutate e, quando sarà il momento, dovrete cercare di migliorarlo. E studiate, perché siete il futuro di questo paese e abbiamo bisogno di voi». Questo l’appello di persone che, nonostante si siano trovate disoccupate da un giorno all’altro, non hanno perso la speranza e la voglia di lottare per riottenere quello che avevano. Meditate gente, meditate! Jessica Leoni Joana Liti

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Cartoline dal mondo di feste, riti e usanze tradizionali con cui s’inaugura la stagione dei fiori

Ovunque si respira aria diprimavera Anche il Caterpillar, naturalmente, sente le stagioni. Ed è così curioso da “imbucarsi” in tutte le feste. In questo numero colleziona speciali cartoline di viaggio per conoscere le antiche tradizioni che si conservano e si rispettano in tutto il mondo per festeggiare la primavera.

breve esplosione di colore brilla per tutta la durata della fioritura, prima che la natura faccia il suo corso. La fioritura rappresenta la brevità e la fragilità dell’esistenza. I giapponesi amano festeggiare l’occasione con abbondanti dosi di sakè, la tradizionale, forte bevanda alcolica.

Giappone

Romania

La primavera in Giappone si presenta con un clima più gradevole rispetto a quello che si registra in Italia. Tra fine marzo-aprile, fino alla metà di maggio, i giapponesi festeggiano la stagione “Hanami”, che significa “fiori da guardare”, con l’Hanami Festival, una delle maggiori celebrazioni del Paese che avvenne per la prima volta nel VII secolo ed era originariamente un rito religioso. In questo periodo troviamo i caratteristici ciliegi in fiore, uno dei simboli più importanti del Giappone. Per sette o dieci giorni tutta la popolazione è in grande festa. Gli alberi in fiore di aprile segnano quasi una nuova rinascita stagionale e un sospiro d’aria fresca per tutti. La bellezza dei ciliegi in fiore è ritenuta molto significativa in tutto il Giappone. Il popolo relaziona i petali dei fiori alla vita dei samurai: una

“Martisor”, festeggiato il primo marzo, è una celebrazione rumena tradizionale di inizio primavera. È usanza praticata in tutta la Romania che gli uomini offrano alle donne un oggetto chiamato “martisor”: un gioiello o una piccola decorazione come un fiore o un animale, legata a un filo rosso e bianco. Chi porta il martisor sarà forte e sano tutto l’anno. Il “Giorno della Mamma o Giorno della Donna”, festeggiato l’8 marzo come in Italia, è festa dedicata a tutte le mamme e le donne. In questo giorno i bambini offrono regali e fiori alle loro mamme e i mariti regalano fiori alle loro mogli, per dimostrare il loro rispetto e amore. Ad aprile si corteggia la primavera. Il “corteggio della primavera”, durante la prima settimana del mese, consiste in una sfilata di carri allegorici, maschere 42


e costumi popolari. La seconda domenica di aprile, invece, si colgono i “fiori dell’Olt”, ossia si tiene l’omonimo concorso di costumi e usanze antiche e festival di danze popolari, tra cui quelle sassoni. Maggio si apre con la “Festa dei giovani”, festa di primavera con sfilata di costumi e danze medioevali che si tiene, da quattro secoli, la prima domenica del mese. Lo stesso giorno della “Festa del lillà”: danze popolari in una radura fiorita di lillà. Mentre il “Raduno dei montoni”, la prima domenica di maggio, è festa popolare per la partenza delle greggi verso la montagna. E la “Festa delle peonie”, che avviene la seconda domenica del mese in un bosco fiorito di peonie, è evocazione popolare della battaglia del 1574 fra i Turchi e i Moldavi comandati da Giovanni il Bravo. La terza domenica di maggio è tempo della “primavera di Harghita”e, indossando costumi rumeni e magiari, si celebra l’inizio del lavoro nei campi.

tipico agli ospiti. Dopo questo scambio di dolci e auguri, tutti insieme si dirigono verso la piazza centrale, per ascoltare e cantare insieme le allegre canzoni dedicate alla natura, all’amore, alla primavera e ai fiori. Questa celebrazione della primavera trova le sue radici nell’antichissima civiltà illirica pagana (dell’antica Albania), i cui rituali sono rimasti da millenni gli stessi. Gli Illiri giungevano da tutte le parti dell’Illiria, viaggiando per mesi, al fine di dimostrare la loro devozione alla dea Diana, venerarla: culto di tutto ciò che la primavera, stagione di vita e rigenerazione, porta con l’inizio del nuovo anno.

Albania Il 14 marzo è il più allegro dei giorni di tutto l’anno e la bianca notte che lo ha preceduto è la più divertente delle notti primaverili albanesi. Elbasan si sveglia rumorosa, gioiosa ed eccitata all’alba di questo festoso giorno. Mentre nella piazza principale, accanto al magnifico e millenario castello romano, si sbrigano gli ultimi preparativi dello spettacolo, le massaie offrono già di prima mattina il dolce tipico chiamato Ballakume. La tradizione vuole che ci si svegli presto, perché chi più dorme questo primo giorno solare, più dormirà durante l’anno a venire. Le bambine preparano i bellissimi braccialetti composti di tanti fili colorati e intrecciati, per regalarli a tutti, famigliari, amici e conoscenti. Si indossano bellissimi vestiti nuovi e gli scarponi invernali lasciano il posto a comodi sandali estivi, anch’essi rigorosamente nuovi, come nuovo è l’anno appena cominciato. Le famiglie si preparano a uscire per fare visita ad altri parenti e amici e il bambino più piccolo della famiglia corre per entrare per primo in casa, offrendo il dolce

Polonia Nelle scuole materne ed elementari della Polonia, il 21 marzo, si prepara il saluto della signora inverno, che rappresentava nella tradizione antica la morte, la malattia, il male, la sofferenza. Per questo si prepara una bambola di paglia chiamata “Marzanna” e si fa una passeggiata al lago; tutti i bambini cantano e le maestre bruciano la signora inverno per dare spazio alla signora primavera. L’usanza di annegare la “Marzanna”, dea pagana dell’inverno, risale appunto all’epoca pagana, è un addio simbolico alla stagione più fredda. Svizzera 43

A Zurigo la primavera inizia ufficialmente


capodanno lunare. È la più grande e gioiosa festa tradizionale e popolare del Paese. Ha alle spalle una lunga storia, avendo origine dai sacrifici agli dei e agli antenati alla fine e all’inizio dell’anno al tempo delle dinastie Yin e Shang, ossia più di 4000 anni fa. L’atmosfera speciale della festa dura per un mese. Prima del capodanno, si tengono cerimonie di sacrificio agli antenati e alla divinità della cucina. La vigilia del capodanno lunare è estremamente importante per tutti i cinesi del mondo. In questo giorno, tutte le famiglie cinesi si riuniscono per una cena sostanziosa, salutando l’anno vecchio e dando il benvenuto al nuovo. Tanto è vero che, nell’antica Cina, alcuni funzionari delle prigioni liberavano i carcerati per far trascorrere loro la festa in famiglia. Durante la festa, si offrono mance ai bambini come dono di capodanno e amici e parenti si fanno visite di augurio. La “Festa delle lanterne” cade quindici giorni dopo il capodanno lunare: per l’occasione, le città cinesi sono decorate con lanterne colorate e le strade sono piene di gente… una scena davvero grandiosa! La festa di primavera si conclude solo dopo la festa delle lanterne. Ilaria

con la tradizionale festa del “Sechseläuten”, ossia dei “sei rintocchi”, che si tiene la terza domenica di aprile e prosegue il lunedì successivo. Inizia con una sfilata di bambini che indossano vestiti tradizionali, che possono provenire anche da altre città, da altri cantoni e da altri Paesi (cosa che non è ammessa nel corteo degli adulti). Il culmine della sfilata è il falò del Böögg, fantoccio che simboleggia l’inverno. Assomiglia a un pupazzo di neve ed è riempito di petardi e piazzato su di una catasta di legna, alla quale viene dato fuoco quando le campane della cattedrale rintoccano le sei. Il momento in cui la testa del Böögg esplode segna ufficialmente la fine dell’inverno. Secondo la credenza popolare, più veloce è l’esplosione, più lunga e calda sarà l’estate a venire. Cina La “Festa di primavera” è anche chiamata

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cultura e tempo libero

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Intervista al critico più criticato d’Italia che si prende cura delle meraviglie di questo Paese

Nel silenzio, lontano da polemiche, si tutela, si restaura e... si demolisce

Lo storico e critico d’arte Vittorio Sgarbi, sindaco del Comune siciliano di Salemi, ha fra l’altro insegnato e lavorato per la Soprintendenza veneta, è stato sottosegraterio del Ministero per i Beni culturali e assessore alla Cultura del Comune di Milano

«Questo è un Paese dove tutti i musei insieme hanno meno entrate del Metropolitan museum di New York», si sentiva a «Radio24» qualche settimana fa. Giusto mentre si stava già pensando a un paesino sperduto, ecco che senz’arte nè parte - è il caso di dirlo - il conduttore ne sfodera il nome, Italia. E spiega che la fonte di questo dato è «Vandali», il recente libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Se l’Italia, che custodisce metà delle opere d’arte del mondo, non le valorizza fino a questo punto paradossale un motivo ci sarà, e il lavarsi le mani con un «mancano gli investimenti» forse non è sufficiente a spiegare. Tanto più che parte del nostro patrimonio cade letteralmente a pezzi, come alcune mura di Pompei, uno dei simboli dell’Italia nel mondo. Lo scaricabarile che parte a questo punto fra

tecnici, soprintendenti e burocrati vari è da guinness dei primati e, nel caso specifico ha portato alle dimissioni del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, nel mezzo d’infinite polemiche. Le stesse polemiche che di recente sono nate intorno alla nomina di Soprintendente speciale di Venezia, posto rivendicato dallo storico dell’arte Vittorio Sgarbi: burocrazia, veti, leggi e leggine sono sempre all’erta, mentre la città lagunare sprofonda. Proprio con Sgarbi vogliamo parlare della situazione dell’arte in Italia e di quali siano i meccanismi perversi che la regolano. Cogliendo anche qualche anteprima – rimasta purtroppo tale, ndr - sulle serate televisive ch’egli stava preparando: una scommessa per la tv italiana, più incline ai reality. Buona lettura! 46


Onorevole, nel loro ultimo libro «Vandali», Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella conducono un’impietosa inchiesta sul degrado del nostro patrimonio artistico. Prima Pompei e il Colosseo, ora Venezia col ponte di Rialto e l’arena di Verona, solo per citare gli esempi più eclatanti e pubblicizzati, anche per ragioni che non hanno a che fare con la tutela e valorizzazione del patrimonio storico artistico. Quali le principali ragioni di questo degrado? Cosa si può fare in concreto per tutelare e valorizzare l’arte in Italia? «Un degrado… - risponde Vittorio Sgarbi Ci sono delle forme di propaganda dissennata che hanno significato politico antigovernativo e anti-italiano. Nel senso che, a fronte di alcune opere che hanno noti ed effettivi problemi di manutenzione come il Rialto o il Colosseo, ci sono decine, centinaia di interventi che sono atti e di cui nessuno parla, che preservano una

che i soldi ci sono e non si spendono. Io per esempio, finché sono stato soprintendente di Venezia, avevo a disposizione otto milioni da spendere in un anno. Se ora tornassi a occuparmi come soprintendente di Venezia, i soldi sarebbero rimasti gli stessi, perché non riescono, non sanno spendere. Sussiste una specie di follia burocratica che diventa un danno grave anche in presenza di soldi. Non so che dire…». «Esistono invece situazioni in cui si fa molto e si realizzano interventi conservativi, anche con poco - sottolinea Sgarbi -. Per esempio si è aperto da qualche mese, anche gratuitamente, il museo del Novecento a Milano, che è una cosa importantissima e mostra che i soldi possono essere spesi utilmente. È stato inaugurato anche il Museo d’arte moderna di Roma, il Maxxi, un museo molto costoso, ma certamente significativo. Si sono restaurati ci-

Vittorio Sgarbi: «Il ponte di Rialto a Venezia, dopo le polemiche, si sistemerà. Risolverei il problema, con un comitato privato»

parte del patrimonio non meno importante. Quindi forse l’errore d’immagine è non intervenire sempre e soltanto per le cose che tutti vedono, come per il ponte di Rialto. E su quello troverei la soluzione, metterei in piedi un comitato privato. Per quanto riguarda il Colosseo il tema è già risolto, grazie ai 25 milioni di euro messi a disposizione dall’imprenditore Della Valle. Lo Stato, in realtà, ha un unico difetto. Non è che esso investa poco danaro, cosa che si può anche affermare e si afferma. Il problema è che la metà dei soldi dati alle Soprintendenze torna indietro come residuo passivo, che non si riesce a spendere. Sono talmente complicati le gare e gli appalti, è talmente complessa la macchina dello Stato

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cli importantissimi di affreschi, come quelli di Giotto e di Mantegna a Padova. Se si guarda, quello che si è fatto è di gran lunga superiore a quello che non si è fatto». Il problema è quindi ingigantito? «A parte che i miei amici Stella e Rizzo se non riescono a trovare qualcosa che non funziona non sono contenti. Eppure ho loro spiegato che ci sono tante cose che vanno bene… Quando sono venuti a trovarmi a Salemi, sono rimasti esterrefatti del fatto che con pochi danari abbiamo realizzato un bellissimo museo della mafia, che sarebbe costato dovunque qualche milione di euro ed è invece costato 63mila euro. Lo stesso è avvenuto nel comune di Milano: quando ero assessore alla Cultura


ho fatto restaurare con 69mila euro la fontana dei Bagni misteriosi di De Chirico, che aspettava da decenni di essere sottoposta a manutenzione e per cui era stato presentato un preventivo da mezzo milione di euro, ridotto poi a poco più di un decimo. Un altro esempio è la pinacoteca Spìnola a Genova, che ha comprato un capolavoro di un pittore meraviglioso come Ludovico Brea; un’acquisizione che era giusto fare, ma che, siccome è costata un milione di euro, ha suscitato una grande polemica». «Il mondo dell’arte è dunque variegato: - prosegue Sgarbi - ci sono situazioni che funzionano benissimo e altre che non funzionano e che magari sono più vistose. È appunto un errore d’immagine non sistemare il ponte di Rialto, ma credo che, dopo le polemiche, s’inizierà a farlo. Ci sono cose più gravi di cui non si parla e ci sono cose utilmente fatte di cui non si parla. Quelli che Lei ha citato sono dati oggettivi, ma il crollo di un muro a Pompei non è certo una cosa che possa riguardare nessun

La fontana dei Bagni misteriosi di De Chirico ora restaurata ed esposta nel Museo del ’900 a Milano

governo, semmai riguarda soprintendenti che sono nominati nella totale autonomia della loro funzione, che non dipende dalla politica: essi, nel momento in cui sono nominati, sono autonomi e hanno potere assoluto. Se essi non si sono resi conto che quel muro era pericolante, il problema è solo loro, dei tecnici». Non pensiamo che sia colpa di un ministro. «Mettiamo che crolli un muro a Bergamo e io sia ministro per i Beni culturali - spiega Sgarbi. A Bergamo esistono trecento chiese e io ne posso conoscere una parte, perché sono Sgarbi, ma anch’io magari non ne conosco cinquanta o cento. Crolla un muro e c’entro 48

I musei del’ 900 a Milano, Maxxi a Roma e della mafia a Salemi. Sgarbi: «A fronte di alcune opere che hanno noti ed effettivi problemi di manutenzione come il Rialto o il Colosseo, centinaia di interventi realizzati, di cui spesso non si parla, preservano una parte del patrimonio non meno importante».


io? Io ministro devo semplicemente mettere la Soprintendenza in condizione di lavorare e devo garantire i fondi, stanziare i soldi per gli interventi. Siccome i soldi per Pompei c’erano, il non essere stati spesi utilmente è un problema che riguarda solo i tecnici, gli stessi che creano la polemica e che in realtà avevano la responsabilità e la possibilità di monitorare e di valutare se quel muro era più o meno importante. Non è che il ministro, siccome si occupa di tutela di tutto il patrimonio privato e pubblico che ha più di cento anni, allora è tenuto a conoscere tutti gli edifici che hanno più di cento anni ed essere cosciente del grado di conservazione di ognuno di essi. Così come non sarebbe colpa di un ministro che si occupa di turismo se in un ristorante di Bergamo si mangiasse male». Perché questa incapacità nella gestione? Manca per così dire buona volontà? «Può essere per carenza di voglia di lavorare, di chi lavora poco. Ci sono i soprintendenti. È facile (attribuire alla politica), ma la politica non c’entra nulla. Il ministro avrebbe una responsabilità solo nel momento in cui gli avessero segnalato in maniera precisa e puntuale lo stato di quel muro di Pompei, proprio quello, gli avessero chiesto un intervento di urgenza e lui non avesse fatto niente. Ma non si è detto nulla, nessuno gli ha chiesto nulla. Il singolo intervento non dipende dal ministro, che pure ha la responsabilità della vigilanza assoluta, nel senso che il ministero incarica della vigilanza le soprintendenze. Le urgenze devono essere valutate dai singoli magistrati che si occupano della questione, ossia dai soprintendenti che sono come magistrati. E questo è evidente a tutti. Soltanto nel modo di pensare del nostro tempo qualcuno può attribuire a un ministro una responsabilità che non ha per un muro che crolla. Tutto quello che hanno detto Stella e gli altri va attribuito al soprintendente, il quale può essere più o meno responsabile. Non si può in nessun modo scaricare su un ministro una responsabilità che è soltanto del tecnico». A che cosa è dovuta la miopia di chi trascura la conservazione o addirittura favorisce la distruzione di opere d’arte e monumenti? Ignoranza, speculazione edilizia, convenienza economica di demolire e costruire ex novo rispetto a restaurare? «Sono delle cagate invereconde. Quella è una

colpa grave su cui il ministero potrebbe intervenire con una norma di principio: nessun edificio può essere abbattuto per farne uno nuovo. Questo è elementare. È una cosa che dico da sempre ma non è ancora perseguita. Perché già fanno spesso schifo gli edifici nuovi, per di più farne uno nuovo al posto di uno vecchio è un errore gravissimo, un errore che è proprio di principio. Perciò i governi hanno una legge che tutela, per cui molto di quello che esiste è vincolato, ma esistono margini in cui si butta giù o perché manca il vincolo specifico o perché si ritiene l’edificio poco importante. Ciò nondimeno nessun edificio che abbia cento anni è meno importante di una cagata fatta oggi. Se si considera il valore di un quadro che ha cento anni, magari di Morandi o di De Chirico, non si capisce perché un edificio del 1911 non debba essere altrettanto prezioso. Questo è proprio un difetto concettuale, direi filosofico prima ancora che politico. La politica non ha ancora recepito un’unità di visione che renda sacra ogni cosa che ha raggiunto una sua vetustà. Vetustà che è esattamente il valore della storia, il valore di una villa Liberty, il valore di un edificio dell’800. E non è che il valore di un’opera sia minore perché non l’ha fatta Michelangelo. È un valore di sensibilità del tempo». Nei casi in cui si preferisce non restaurare, ma demolire per costruire ex novo? «Quelli che lo fanno dovrebbero essere arrestati: sono degli idioti, dei vandali, dei criminali. Bisogna assolutamente agire, impedire che si buttino giù edifici che hanno più di cento anni. Queste sono le cose gravi, per le quali occorrerebbe un vincolo di principio. Questa è una cosa intollerabile. Altro che il muro di Pompei, una cosa molto grave accade perché nessuno la sa». Perché in Italia non si ha consapevolezza che il patrimonio storico artistico e paesaggistico costituisce la maggiore ricchezza, peculiare, di questo Paese? Ne abbiamo troppo, ovunque, sempre sotto gli occhi e a disposizione e lo pensiamo illimitato e non bisognoso di tutela e valorizzazione?  «In Italia si ha una consapevolezza parziale, non totale. Io l’ho totale e voi, per fortuna, l’avete totale. In Italia abbiamo salvaguardato molti centri storici. Se Lei va in Giappone, in Giappone nel 1930 Tokio era come Firenze, oggi Tokio è come New York, perché, man49


cando una legge di tutela che abbia vincolato gli edifici storici, si è costruito tutto ex novo ed è il criterio con cui è stata fatta la Cina, il Giappone. Noi abbiamo avuto una legge di tutela abbastanza adeguata a garantire buona parte del patrimonio; purtroppo alcune cose rimangono in una terra di nessuno, quindi la sensibilità c’è, ma non è totale, è parziale. Quindi un soprintendente può dire “questo è interessante, ma non è importantissimo” e nella valutazione di merito qualche volta si può buttare giù. Questo ha punito i centro storici. Noi si può dire che abbiamo limitato il danno, siamo il paese che ha meno distrutto. Ciononostante anche da noi questa cultura della distruzione è passata. Se Lei va in Giappone, a Tokio, si rende conto di quale catastrofe è stata fatta senza nessuna forma di tutelsa, mentre da noi un margine di tutela c’è, c’è sempre stato». Perché Lei partecipa ai varietà, nonostante non la chiamino mai a parlare di quello di cui si occupa per professione? «Perché la televisione deve essere sempre piena di stupidaggini, di idioti che parlano di reality come l’Isola dei famosi... Il programma, che sto preparando e inizierà il 2 maggio (scorso, ndr), verterà invece proprio su argomenti di questo genere. Spero che la mia persona - l’interesse generale che essa può

In alto, una villa Liberty di recente demolita nel comune lombardo di Morazzone, alcuni graffiti privi di valore artistico realizzati su di un antico muro in pietra, una veduta del sito archeologico campano di Pompei A fianco, la copertina di cultura de L’Eco di Bergamo del 21 aprile scorso, in cui è stata pubblicata l’anteprima dll’intervista rilasciata da Vittorio Sgarbi al Caterpillar

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suscitare - possa sostenere elevati ascolti anche se non parla di cretinate e di pettegolezzi. Però l’idea generale è che il pubblico, di fronte alla cultura, abbia una reazione negativa e che quindi si debba per forza infliggergli degli argomenti del cazzo o delle storie che rientrano nel pettegolezzo, in quello che si chiama gossip. Questa però è un’opinione. Io spero che si riesca a dimostrare che, oltre alla politica, che è un’altra forma di oscenità e pettegolezzo a metà tra Annozero e l’Isola dei famosi, può esistere un programma in cui si parla di temi quali Dio e l’Arte… Speriamo che funzioni: avremmo superato una barriera». Che cosa pensa delle dichiarazioni del ministro Giulio Tremonti sulla cultura, del tipo «La Divina Commedia non si mangia»?   «Ha detto una stupidaggine oppure, essendo egli una persona colta, un’affermazione paradossale: Forse l’ha detta intendendo che la cultura non è soltanto la letteratura, la riflessione, il pensiero ma anche una formidabile ragione di sviluppo economico o forse al contrario ha proprio pensato di ridurre la cultura la semplice starsene a leggere un libro, sottovalutando il potenziale di luoghi che sono vissuti proprio grazie alla bellezza, come Taormina, Alberobello, Cortina… Egli in questo caso sarebbe smentito dai fatti: quando la bellezza è valorizzata, le persone valutano un luogo “bello”, ci vanno e il luogo prospera proprio in virtù della bellezza che contiene. Per esempio la città di Bergamo, con la sua articolazione urbanistica, ha un potenziale culturale che, insieme a servizi come alberghi e ristoranti, prospera e permette alla città di avere un potenziale turistico, che è un valore economico. Per cui non si capisce di che cosa parlasse Tremonti, forse era distratto, forse la frase non era proprio quella ma è senz’altro una frase che stupisce. Forse si riferiva alla cultura come una cosa che costa, quindi alla cultura come ad esempio il teatro. Se devo fare un “Tristano

e Isotta” alla Scala e che su tre milioni di euro che costa ne incassa trecento mila, allora prevenzione anzichè curare [sprechi e incapacità gestionali, ndr] vuol dire prevedere a volte quali spese dalle casse dello Stato che non hanno nessun rapporto con i cittadini. Bisogna capire che c’è un rapporto di squilibrio tra la cultura ritenuta tale e i valori; la cura dei luoghi come le città storiche è strettamente legata alla vita di questi luoghi, pertanto quindi fa mangiare». In conclusione, si può definire l’arte? quale senso o quale funzione essa può avere oggi? «L’arte è la prova dell’esistenza di Dio. Nel senso che il Dio (il divino, ndr) che è in noi crea arte e l’uomo vive la sua eternità nelle opere che lo eternano. Se io dipingo la Cappella Sistina, Dio (il divino, ndr) esiste; io posso morire, ma la mia opera rimane. E la mia opera è la prova della divinità dell’uomo». Enrico, Daniele, Sean, Gio, Leo  con gli altri redattori del Cater

Vittorio Sgarbi nel centro storico del capoluogo abruzzese, dopo il recente terremoto, che ha provocato morti, “sfollamenti” e danni a monumenti e opere d’arte

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il racconto di DE GIROLAMO che ha appena meritato un premio

Memorie gotiche ne «Gli occhi» Rimuginando frustrazione abbandonai la sala, imboccai la prima strada e, deciso ad allontanarmi il più possibile da LORO e dalle loro risa, aumentai sempre più il passo, ansiosamente guardandomi ai lati, blaterando rabbia convulsa, adirandomi con la mia mente malata. Perché certo essa doveva essere la causa dei miei mali, delle mie farneticanti realtà, dell’illusione dei miei occhi. Sì sì, certo avevano ragione a chiamarmi pazzo, certo l’avevano; solo ora ne comprendo la benefica azione. È normale che un matto farnetichi, che dica del ghiaccio il fuoco e del mare il deserto, è di certo più spaventoso veder vaneggiare un tale creduto sano fino ad allora. Così mi convinsero d’esser pazzo. Eppure, io quel viaggio lo feci e con questi sacrileghi occhi vidi cose destinate a inferni inumani. Così, immerso nei miei convulsi pensieri, girovagavo come un fantasma per le strade della città, assorto nella più enigmatica delle domande che avvolgevano il mio caotico essere “Bevvi davvero il succo della pazzia e lo trangugiai tutto o poche gocce mi dissetarono?” Finché qualcuno mi afferrò per una manica della giacca, ansioso, quasi mi tirò a sé. Sperai ardentemente di trovarmi nelle mani di ladri indaffarati in bottini notturni, presagii la liberatoria pressione di una lama sulla gola e la volatile anima che lieve sgorgava via dalle mie corrotte membra. Mi si risparmiò persino questa grazia. -Signore- Lo riconobbi. Era un giovane poco prima arrivato, tra caos generale, nella sala dove discorrevo con altri signori del mio viaggio ai confini dell’inverosimile. Lo incrociai nell’anticamera prima d’uscire; incollerito per come ero stato deriso, con un vago cenno lo salutai, sicuro che i miei anni avrebbero ricompensato quella carenza di educazione. Ma egli, quell’incauto ragazzo, si rivelò più acuto di tutti i vecchi monotoni e accusatori del mio circolo. -Vi prego signore- Continuò con infantile curiosità -Raccontatemi quel vostro viaggio per cui siete stato così amaramente deriso- Al che io gli gridai -Ah! Ti hanno mandato per acuire le mie ferite! Vattene!- Ma quello, quasi piangendo, bramando sapere, giocando la carta della sua graziosa gioventù, mi persuase con

magistrali parole del suo buon agire. E quale agire sarebbe più retto di questo che conduce al fine ultimo della conoscenza? Presi dunque a raccontargli il mio viaggio.

Mi ritrovai, per lavoro e affari personali, dettati solamente dal mio incauto desiderio di profanare antichità, nelle poco note rovine di ***** (e qui conviene che io taccia sul luogo per preservare il lettore dalla mia stessa sventura). Cadenti e desolate le ritrovai marcire per terra, in contorte spirali di edera malsana che le stritolavano in polvere; ancora qualche feritoia del nobilissimo castello passato era visibile in instabili muri di pietra corrosi dal tempo, né si poteva ricostruire facilmente l’antica planimetria del luogo, né facilmente era possibile ricomporne la storia. Il castello appartenette alla nobilissima famiglia degli ****** (anche qui chiedo al lettore più pretenzioso di comprendere la necessità di questa vacuità), questo fu certo e precisato dai dati da me ritrovati. Nulla in più seppi. Ma bramoso di scoprire manufatti, oggetti celati e nascosti a occhi umani, per secoli dimenticati, mi misi ad arrampicarmi su quelle macerie, sforzandomi persino d’entrare nelle cavità delle poche torrette non cadute. E poi la vidi, vidi la causa di tutti i miei folli mali, dei miei incubi, della mia stessa insanità e ora, a distanza di mesi, persino ora, le mie notti sono sconvolte da atrocissime verità, perché io vidi, pazzo sono, ma giuro d’aver visto

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seppur con occhi cecati dalla folle irrealtà. Solitaria e dismessa, più integra delle carcasse marmoree, una piccola cappella era sommersa dal bosco, da malsane erbe, ma sempre più benevole di quell’edificio. E io - come fui sciocco! - come attratto da sensualissime note mi lascia trasportare verso quel malefico e putrido luogo. Sempre più vicino, la vedevo, era essa che s’avvicinava, non io, mi convinsi che non fosse il contrario perché avrei già prima dall’ora dovuto essere pazzo per avvicinarmi integro di mente al covo dell’Incubo. Ne vidi la gotica croce di pietra, il vecchio e spiovente tetto di muschi grigi, poi più niente. Le mie gambe sprofondarono e con loro io. Reso orbo dalle belle forme della chiesa ero caduto in un pozzo. Mi sentii affogare, lambire gli arti da putride acque impastate con cose più orride, ma lontane dal mio sguardo; e quando cercai di cacciare un grido esausto inghiottii quella ributtante poltiglia. Allora nauseato dalla morte che mi attendeva recuperai la lucidità della mia mente e stremato riemersi dalle torbide acque, tra verde fogliame. E credo fu lì che incominciai a impazzire. Sognai, o fui morto per qualche istante, lo decida il mio lettore, ma io dirò quello che i miei sensi, seppur fiaccati, percepirono. Fui sicuro che il pozzo non avesse doppie aperture e che, profondo qualche metro, si estendesse solo in lunghezza; fu questa certezza, insieme al fatto di vedere la cappella davanti a me, che orribilmente mi terrorizzò. Né macerie né edera né erbacce disordinate, all’improvviso ogni cosa sembrava non fosse stata toccata dal tempo e, composta, si fosse assemblata nell’originaria posizione di secoli prima. Vidi e sentii odorosi glicini e narcisi e rose, ordinate nel più bello dei giardini; il castello ora era integro e nuovo e bellissimo, così pure le centenarie mura. E poi la vidi. La chiesa, pulita dalle cattive erbe, era meravigliosa nelle forme per la loro semplicità, abominio per quello che racchiudeva. Frastornato, non fui neppure più padrone dei miei muscoli che stanchi per le incoerenze tra occhi e mente, mi fecero accasciare con palpebre chiuse al meraviglioso e profumato prato. Pochissimo tempo passò quando vidi e sentii innaturali passi. Desti gli occhi guardai e ammirai antichissime scarpe scarlatte da donna, continuai a scorrere con la vista arrampicandomi su una pregiatissima veste rifinita in oro innaturalmente abbondante su un corpo troppo magro. Finché issandomi sui gomiti non desiderai scoprire il volto di quella donna - giacché di una femmina erano i panni - e allora desiderai morire e

rimorire per godere dell’annullamento del mio corpo e dei miei sensi. Orrido, era orrido quel capo, e macabro e candido, il teschio che vi era al posto della testa carnosa. Bulbi oculari svuotati, denti bianchissimi innaturalmente disegnavano un perpetuo e malsano sorriso; ancora ciocche di capelli biondi affioravano a chiazze dalla morte. Soffocai dietro le mani un grido d’orrore e ancora un altro, credendo d’aver attirato l’attenzione del demonio, ma ella, scheletro di donna, avanzava verso la cappella incurante di tutto. Vinsi il mio orrore e, notando come il cadavere senza carne sembrasse avere in indifferenza tutto a eccezione del sacro luogo, entrai anch’io, tenendo ben presente l’uscita non avendo mai giocato con demoni prima d’allora. Entrato m’assalì il più incauto dei terrori che mai un uomo dovrebbe possedere. C’era un sarcofago scoperchiato sul fondo della cappella, preciso e artificioso un raggio di luce penetrava dall’unica circolare finestra impreziosita e incorniciata in un rosone. Lo scheletro ben vestito lì davanti si fermò e, come se porte che contenessero bestialissimi animali si fossero aperte dando sfogo alle loro poderose voci, così quell’essere gridò disumano il suo dolore davanti alla marmorea bara. Poi, più niente. Strisciando le

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belle e rosse vesti sul pavimento di pietra s’andò a sedere vicino al sarcofago, alla fonte del suo dolore, su di un solitario trono d’ebano. E, chinato il teschio con capelli bianchi penzolanti, il femminile scheletro incrociò le scarne e scheletriche mani; dunque sembrò assopirsi in penosi sogni che la tristezza avevano per tema. Ah! Come la mia sete di sapere fu atroce e dannata per me! Sappiate che fui veramente pazzo ad assecondare i miei impulsi, perché quando il cuore trema insieme ai muscoli è bene fermarsi. Ma io, incauto più che coraggioso, non ragionai a lungo e presi a percorrere la navata. E come agli incubi ci si s o t t r a e svegliandosi, mentre nuovi terrori vengono immediatamente partoriti dai più piccoli rumori, così vidi aggiungere al mio spaventoso demonio altri che più mi fecero trasalire. In laterali nicchie erano guardie silenti, della stessa natura scheletrica di quella che fu una fanciulla. Ma esse, più massicce nel corpo, portavano serrate in mano affilatissime spade e le loro ossa erano serbate in durissime armature. Nessun elmo. Insolitamente bende violacee cingevano e oscuravano loro la vista all’altezza degli occhi. Vidi esse ancora intrise di malefico sangue gocciolare il rosso liquido per terra facendomi presagire crudeli torture. Al che io dunque mi sentii mancare e dovetti mantenermi fermo per soffocare conati di vomito. Ma, veduti i guerrieri che anche dopo la morte fissi e immobili nelle loro

posizioni facevano guardia al padrone, ripresi coscienza del mio agire e proseguii per la navata. Ed ella era lì. Il femmineo scheletro a mezzo metro sedeva in trono; sul petto vuoto e ossuto ritmico s’alzava il vestito, come se seguisse ancora un antichissimo fiato di polmoni; non si muoveva, riviveva infinitamente la morte. Contemplata quell’immobile immagine da quadro, guardai all’interno del bianco sarcofago inciso con delicati arabeschi e fiori estivi. Io lo vidi. Immerso in profumate acque, con fiori galleggianti, un uomo dormiva affogato sul fondo, cadaverico, pallido, altrettanto preziosi erano i suoi abiti, giovani i lineamenti, violacee le morte labbra. E poi c’era quello scrigno, il deceduto essere lo cingeva tra le mani offrendolo alla ruggine dell’acqua e del tempo. Desiderai scoprire i suoi segreti. Avido, ingordo e più malsano di quel posto, lo strappai alle gelide mani bagnandomi fino al gomito. Malato mi si disegnò un soddisfatto sorriso cingendo a me il bellissimo oggetto. Gustai il suo prezioso contatto e poi, felicissimo, volli anche conoscere il contenuto del mio bottino. Io credo d’aver sentito il mio petto non più battere né filo d’aria sfiorarmi la gola e che se fossi stato bastonato avrei sentito meno oppressione al corpo. Su un piccolo cuscino di velluto rosso, due occhi, due bulbi oculari, integri, schifosamente con ancora il nervo attaccato mi osservarono sgranando le pupille in azzurro contorno. Sentii la morte in corpo e gridai. Caddi per terra, mi rotolai ai piedi della tomba per il terrore e ancora per terra quegli occhi si sgranavano fissandomi più odiosi senza essere in nessun cranio umano. Cominciai a piangere per quell’abominio, per il pensiero d’essere incappato nel covo segreto del Diavolo stesso e nei miei convulsi movimenti sul pavimento, stringendomi i capelli come s’addice ai pazzi, il mio sguardo girò sul trono. Non vidi più uno scheletro ma una bellissima fanciulla che più triste ed abbattuta di me, senza battere palpebre o muovere dolorose parole, s’era messa a piangere e piangeva più di me e giù il frutto del suo malsano pianto si riversava in terra in fiumi d’acqua salata. Vomitava lacrime dagli occhi spalancati, non più orbite vuote, e bagnato tutto lo scarlatto vestito, ora innaturalmente, con copiosa e insana abbondanza, riversava il suo dolore in laghi d’acque che cominciavano a raggiungermi i piedi. Mi ritrassi ancora di più, calciando lontano da me ancora di più gli occhi demoniaci, raggomitolandomi e schiacciandomi ai piedi di un muro della cappella,

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cingendomi insano le ginocchia al petto. Poi, arrabbiatissimo, il padrone dello scrigno riemerse. Disarticolato il cadavere si issò dalla cripta bagnata e io desiderai morire. Mi cercai addosso la pistola che portavo nei viaggi, desiderai metter fine all’incubo accostandomi la sua bocca alla tempia. Scoprii d’averla persa nel pozzo. Allora pazzo gridai assordantemente mentre il cadavere, grondando acqua e fiori appassiti, allungava una mano verso di me, disarticolato apriva le mascelle in cattivissimo ringhio e poi, scosti i bagnati capelli dal pallido volto, due orbite vuote e scure mi fissarono giacché, venuto meno il sangue nelle vene, libero svenni. Mi risvegliai tra le macerie della cappella come se di un sogno si fosse trattato, ma ritrovandomi bagnato e privo della pistola. Ritornato in città, raccontai questo mio folle viaggio alla compagnia degli altri uomini che osano dirsi intellettuali, di belle menti aperte. Mi derisero, i più prendendomi per ubriaco altri per pazzo, come io ora penso di essere. Finito il racconto, il ragazzo, esterrefatto, mi guardò. -Signore- mi disse con flebile e smorzata voce -sappiate che il vostro non fu un sogno, bensì un innaturale e il più contorto viaggio che mai farete. A ***** vi fu un certo mercante Sallustio che si perse nell’incauto e proibito amore per Artemisia dei ******. Minacciato di morte dal nobile padre di lei, preoccupatissimo per la sua casata e per le dicerie della gente, dovette penosamente allontanarsi dal suo cuore, ma ahimè, con poco esito ci riuscì. Accecato dall’amore per la giovane, non riuscendo più anche solo a vedere i luoghi in cui solevano incontrarsi e detestando anche

solo vedere altre donne, convenne che l’unico modo per metter fine ai suoi dolori fosse morire. Germinato in lui il seme della pazzia, malsano si cavò gli occhi e si lasciò morire. Ella, saputo il doloroso fatto, pregò il padre in lacrime che almeno venisse costruita una cappella per quel suo infelice cuore. E lì continuò a piangere amarissime lacrime sui santissimi occhi dell’amato, riempiendone d’acqua la tomba. Finché l’esausto cuore non si lasciò andare e come un preziosissimo soffio l’anima della giovane spirò. Il padre, stremato e reso pazzo dalla perdita della figlia, obbligò allo stesso supplizio di Sallustio le guardie, a cui vennero cavati gli occhi e che furono lasciate morire nella cappella, in modo che finalmente l’amore dei due venisse difeso con le armi. Com’è strana la mente umana e ancor più strano è il cuore che rende il razionale irrazionale!Pazzo ascoltai quelle parole, pazzo ne compresi il significato. Sacrilego violai il luogo santissimo di quelle anime innamorate che chiesero esauste almeno nella morte di poter stare assieme. Pazzo, pazzo, pazzo fui!!! E mi dolgo e ridolgo del male che provocò questa mia ingordigia di sapere. Mi attirai cattive maledizioni, osai varcare luoghi non consentiti a piede umano! Io li sento, sento quei demoni a volte, raschiano insistenti la porta della mia camera da letto. Sì sì! Ne sento il fiato mentre dormo, mi spiano scappando come veloci ombre dietro fiamme ondulanti di candele. Ma non mi avranno, mai mi avranno! La pistola!

Ottocento

Premiazione di Alice De Girolamo per questo racconto. La redazione del Caterpillar fa le congratulazioni alla cateredattrice!!!

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Il trucco c’è ...ma non si vede Vi sarà capitato almeno una volta nella vita di andare a teatro? Se sì, continuate a leggere; se no, continuate a leggere comunque. Anche se vi siete presentati all’entrata tre ore prima dell’inizio dello spettacolo, siete sicuri di averlo visto proprio tutto? Non ne saremmo così sicuri, fossimo in voi… Tutti conosciamo - se non di fatto, almeno di nome - il celeberrimo teatro Alla Scala di Milano, uno dei più belli al mondo, icona italiana che tutti ci invidiano e di cui tutti andiamo fieri (e ci mancherebbe altro J). Quello che forse in pochi saprete, cari lettori appassionati del Caterpillar, è che la Scala cela segreti impronunciabili, come il fatto che il grande A. Manzoni, tra un don Rodrigo e una monaca di Monza, passasse le sue giornate nel ridotto del teatro a giocare d’azzardo (u.u), e altri misteri. Il teatro, dopo la recente ristrutturazione ad opera dell’architetto svizzero Mario Botta, è in grado di ospitare ben 3 palcoscenici diversi che, se non utilizzati, si nascondono nei meandri di questo con tutte le sceneggiature annesse e connesse. Ciò consente di allestire ben 3 spettacoli diversi contemporaneamente, senza bisogno di lasciar passare settimane o addirittura mesi tra un appuntamento e l’altro per montare e smontare le sceneggiature. Tanto per dare dei numeri, si è passati dalle 190 alzate di sipario prima del restauro a una media stabile di 284. Non solo. Ora gli artisti possono disporre di un palcoscenico immenso - non che prima fosse piccolo - e di nuovi servizi, come la mensa e camerini più spaziosi. Ma dove vengono realizzate tutte le scenografie degli spettacoli? Noi quel posto lo abbiamo visitato: si chiama Area Ansaldo e si trova sì vicino alla Scala, ma del calcio, a due passi dallo stadio Giuseppe Meazza (parola di Julio Cesar dopo la papera in Champions contro il Bayern Monaco). Si sviluppa su una superficie di circa 30.000 metri quadrati e,

dal 2001, vi vengono allestiti tutti gli spettacoli che vanno in scena alla Scala. È diviso in 3 padiglioni, in ognuno dei quali si concentra la preparazione di una parte dell’allestimento. Avete presente tutti gli sfondi che si vedono durante gli spettacoli e che sembrano tridimensionali? Sono opera di sapienti pittori che, armati di lunghi pennelli, trascorrono le loro giornate a dipingere cieli su cieli, piante su piante su pezzi di tela che misurano fino a 20 per 20 metri o anche di più. In ogni scenografia vengono usati tutti nuovi materiali, il più possibile leggeri, presenti sul mercato. Per riprodurre le opere viene realizzato un modellino, all’interno di forni, con la tecnica della termoformatura. Naturalmente una struttura di questo tipo pesa, eccome se pesa, tanto che viene sorretta da pesanti tubi in ferro, anch’essi assemblati all’interno dell’area Ansaldo. Per l’allestimento di uno spettacolo lavorano complessivamente ben 150 persone per 1 mese, se si tratta solo di riprendere vecchi allestimenti e riadattarli a un nuovo spettacolo; mentre si arriva a 3-4 mesi di lavoro per quelli nuovi. Gli artisti sono tutti dei bravi illusionisti. D’altronde l’illusione è la base della scenografia e dei costumi. Et voilà, un esemplare di Papageno, un tutù della famosissima ballerina Carla Fracci o il costume della Carmen disegnato dal grande stilista Caramba (che sorpresa!) a cui hanno dedicato un padiglione dell’ area Ansaldo. Matteo, Giulio, Lorenzo, Davide 2^O

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Intervista al “mago del violino” Uto Ughi che ha tenuto una lezione-concerto al Mascheroni

La classica è sempre giovane Il 6 maggio scorso il liceo Mascheroni ha avuto l’onore di accogliere nell’auditorium, in occasione dell’iniziativa «Uto Ughi progetto giovani», organizzata nel contesto del Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo, patrocinata da Comune e Provincia di Bergamo e sostenuta da Fondazione Credito Bergamasco. Violinista esordiente a soli sette anni, ritenuto dalla critica musicista «maturo» già a dodici anni e poi giunto a distinguersi a livello internazionale, suonando nei principali festivals con le più rinomate orchestre sinfoniche. È da anni impegnato per la salvaguardia del patrimonio storico-artistico nazionale, in particolare nei festivals da lui promossi a Venezia (per il restauro di monumenti della città lagunare) e a Roma (per diffondere il grande patrimonio musicale internazionale e valorizzare giovani talenti), e in progetti musicali dedicati ai giovani. Non a caso, è stato incaricato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri di studiare una campagna di comunicazione per diffondere tra i giovani conoscenza e interesse per la musica classica. Non stupisce quindi che egli abbia accettato di condividere anche con noi alcune sue esperienze. Ci ha trasmesso la sincera volontà di avvicinarci a un mondo che, purtroppo, da lungo tempo in Italia è stato tenuto lontano dai giovani. Sedutosi tra noi nelle poltrone della platea ha parlato apertamente delle sue aspettative per la cultura italiana di oggi, affidando a noi ragazzi la sua speranza di una rinascita di quel linguaggio universale e coinvolgente che è la musica classica. Lei ha inaugurato lo scorso festival pianistico a Bergamo, con il concerto di apertura al teatro Donizetti, e quest’anno vi ritorna, con il concerto del 26 maggio. C’è un legame speciale con la nostra città? «Amo moltissimo Città Vecchia, Bergamo Alta, che ha un’atmosfera, dei palazzi meravigliosi e

chiese stupende… - spiega Ughi - È una città d’arte che raccoglie in uno spazio limitato ma intensissimo tesori artistici incredibili, una tra le più suggestive delle varie città italiane. Poi mi piace moltissimo il teatro Donizetti, un teatro di tradizione che crea una grande atmosfera. Il pubblico bergamasco è molto fedele e molto attento. Insomma c’è un insieme di cose che mi fanno ritornare sempre volentieri nella vostra città». «Quest’anno l’orchestra del festival diretta da Pier Carlo Orizio - prosegue l’artista - proporrà un concerto inserito all’interno delle celebrazioni promosse dal comitato “Bergamo per i 150 anni” con musiche di Verdi e Schubert. Nel secondo tempo noi eseguiremo il concerto di Beethoven per volino e orchestra opera 61, che io ho già suonato in altre occasioni. Sono stato informato del fatto che riceverò il premio Arturo Benedetti Michelangeli, artista che ho sempre amato e venerato come uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi: per me è davvero un grande onore. La mattina del 25 maggio le prove del concerto sono aperte ai giovani». Che cosa si propone nel “progetto giovani”? «Il nome stesso del progetto esprime chiaramente le finalità che si propone: far conoscere la grande musica ai giovani, a un pubblico che, in questo ambito, è stato disabituato alla cultura e all’istruzione nelle scuole. Ritengo giusto che, qualora le istituzioni non lo facciano, siano i musicisti ad andare incontro ai giovani e si prestino a qualsiasi iniziativa che faccia conoscere loro i tesori della tradizione artistica italiana. Abbiamo una miniera inestimabile di capolavori che sono di fatto nascosti ai nostri giovani a causa della cattiva informazione: è culturalmente doveroso per noi artisti informare le nuove generazioni, se non lo fanno le istituzioni e il governo nei luoghi di formazione». Un obiettivo ambizioso avvicinare i giovani 57


l’uomo a essere più in armonia con se stesso, più cosciente, rende le persone meno grette, meno avide. Lo diceva anche Shakespeare: chi non è toccato dalla musica è più incline al tradimento e alla rovina. Lo diceva nel Cinquecento ed è valido anche adesso. Ogni tanto gli antichi sono più moderni di noi moderni». Sussistono delle responsabilità politiche nel progressivo allontanamento dei giovani dalle sale di concerto? Quali le politiche perseguibili? «Ci sono solo responsabilità politiche dell’indifferenza, dell’ignoranza. Il pressappochismo della classe politica sta lasciando morire una cultura che dovrebbe essere onore, emblema, orgoglio del nostro Paese. Noi abbiamo dato i natali a Verdi, Puccini, Paganini, Vivaldi, a tantissimi grandi musicisti oggi praticamente sconosciuti dai giovani. La responsabilità politica è gravissima, l’ignoranza è sempre una colpa. Ci sono tutti i mezzi per informarsi e, se la classe politica non lo vuole fare, è perché ha altre cose a cui pensare. I teatri sono stati gestiti malissimo da direttori artistici e soprintendenti che invece di fare gli interessi della cultura hanno fatto i propri. Questo atteggiamento ha svuotato le casse dei teatri e ha portato tagli spaventosi e vergognosi alla cultura. I teatri sono diventati oggetto di scambi di favori, invece di essere luoghi di cultura». È importante far partecipare i ragazzi alle

alla musica classica, ma possibile, se diamo un’occhiata in altri Paesi, per esempio in Giappone. «Non è ambizioso, è doveroso. In altri Paesi la musica classica è molto più conosciuta. Come in Giappone e in Cina, dove ci sono migliaia di giovani che la studiano. In Italia chi studia musica corre il rischio di rimanere senza lavoro, perché le orchestre hanno perso importanza e sono diminuite. Basti pensare che è stata sciolta l’orchestra della Rai, che era l’orchestra della musica italiana. Il “male” dell’Italia è stata la mancanza di una reazione dell’opinione pubblica e delle classi più colte. Se questo fosse successo in Germania o in Austria, ci sarebbe stata una reazione di tutte le persone intelligenti; in Italia c’è stata solo indifferenza, ignavia totale. È ora di denunciare: se non lo fanno loro, lo dobbiamo fare noi musicisti. Sono convinto che anche voi ragazzi potete fare moltissimo: create un movimento di opinione, fate sentire la vostra voce. Forse le cose cambieranno. Più si è, maggiori saranno i risultati». Perché un giovane dovrebbe avvicinarsi alla musica classica? «I ragazzi dovrebbero avvicinarsi alla musica classica perché fa parte del nostro patrimonio culturale ed educativo. Anche se non per professione, è importante conoscere la grande musica, perché essa racchiude la musica moderna e romantica allo stesso tempo, aiuta

Il violinista Uto Ughi mentre viene intervistato in esclusiva per i lettori del Caterpillar, al termine dell’affollatissima lezione - concerto tenuta ai ragazzi nell’auditorium del liceo Mascheroni

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prove di concerti e lirica, come avviene nel “progetto Scala” a cui il nostro liceo aderisce? «È fondamentale, perché si impara molto di più durante una prova che durante l’esecuzione: si sentono le interruzioni e si sente come si costruisce un pezzo musicale. Quando ero ragazzo andavo più alle prove che ai concerti, perché, per quanto il concerto sia una cosa bellissima, le prove permettono di capire davvero come si fa la musica. Ricordo un buon programma televisivo, uno dei pochi, in cui Bernstein, grande direttore d’orchestra, spiegava le funzioni degli strumenti musicali, i vari pezzi e le loro motivazioni. Erano spiegazioni talmente vive, coinvolgenti e convincenti che anche una persona non esperta di musica rimaneva a bocca aperta. Un altro grande in questo senso è Barenboim, talentuosissimo musicista, anche grandissimo comunicatore. Ha rischiato la sua vita per unire i palestinesi e gli ebrei perennemente in conflitto. Crede nella potenzialità catartica della musica, nel suo potere di affratellamento, perché la musica è un

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linguaggio che non ha bisogno della parola e va al di là delle ideologie politiche, oltre le divisioni, è un denominatore comune, un coagulante formidabile. Tant’è vero che si ascolta Mozart o Beethoven in qualunque parte del mondo, con la stessa intensità». È cambiata la cultura musicale da quando Lei era ancora un musicista precoce e già affermato? «É cambiata moltissimo, è peggiorata. La televisione ha contribuito ad abbassare il livello culturale degli utenti della musica, degli ascoltatori. È notevolmente sceso il livello qualitativo delle trasmissioni televisive, si sono accresciute superficialità e banalità. Oggi non si ascolta un “pezzo” neanche per dieci minuti, perché si è abituati ai tempi televisivi, veloci, immediati. Questa mentalità televisiva ha completamente appiattito e ridotto la concentrazione». Come mai il violino? E quanto conta un buono strumento? «Allora io potrei chiedere: come mai non il violino? È tra gli strumenti più intensi, espressivi, intensivi. A me piace tantissimo e ho studiato anche pianoforte, desiderando diplomarmi nello strumento più completo: per un musicista, il pianoforte è lo strumento che può suonare veramente tutte le note, ma il violino è quello più sensibile». Mi ha sempre incuriosito l’ambivalenza semantica del suono del violino, che si presenta a volte con una sensazione di dolcezza romantica (la “sviolinata”), a volte come creatura diabolica (il “trillo del diavolo” di Tartini). Quale anima del violino è Uto Ughi? «Nella musica in generale, non solo nel suono del violino, ci sono due anime contrastanti, una angelica e una diabolica, profonda spiritualità e grande sensualità. Nella vita una persona è spesso tentata da più strade, più direzioni. La vita è un caleidoscopio pieno di sfaccettature, una scelta continua tra mille occasioni, opportunità da saper cogliere. Lo scrittore e poeta brasiliano Paulo Coelho scrive: non esiste un avvenimento nella vita che sia slegato dagli altri. Un filo conduttore lega ogni nostra scelta». Lara Fumagalli, Greta Papini Costanza Passera, Giulia Tespili Sabrina Vinci, con Ottocento


Frizzi & Lazzi BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA DELL’IDOLO DI ALCUNE LETTRICI DEL CATER “Justin Bieber DATTI FUOCO!” – Pino Scotto su Justin Bieber “È ghengsta” – Spitty Cash su Justin Bieber “YEEEEEEEE-E-E-E-E-E-E-EEEEE” – Justin Bieber che si è appena rovesciato addosso il biberon “6 BllìXXìMìXìMòòòòòòòòò JuSSSSSSSSSS” – “Fungirl” patetica e illusa “Smithers, libera i cani” – Montgomery Burns che ha scorto Bieber all’orizzonte ID CARD Nome: Justin Cognome: Bieber Nato: sì Sesso: con maschi Residenza: villa con piscine e home cinema Professione: minatore Statura: troppo basso per essere misurato Capelli: piastrati Justin con il suo maestro Pino Scotto e poi con l’orso che l’ha adottato Occhi: rossi Justin Bieber (Qualche posto che ignoreremo, 1994 – Verso l’infinito… e oltre) è un pupazzo uscito dal cartone “The Muppets Show” che si finge cantante, ma che in realtà lavora presso una miniera di carbone di proprietà di un personaggio di nome Daniele Tarolla, del quale però non vi riveleremo il nome. VITA Nato – purtroppo - in qualche paese sperduto, da padre tossico e da madre signora (?) chiamata Daniele Tarolla, della quale però non vi riveleremo il nome. Figlio abbandonato dal padre, si diede alla pazza gioia. E anche la madre (?) scappò, con un individuo chiamato Daniele Tarolla, del quale però non vi riveleremo il nome. Fu così che un orso bruno rapì il piccolo - oddio, rapirlo, non se lo filava nessuno già allora… - e lo portò nella sua tana in mezzo ai boschi dell’Ontario, dove Justin diventò forte e muscoloso come un vero ometto imparò subito ad alzarsi presto al mattino e ad andare a lavorare nelle miniere di un tale detto Daniele Tarolla, del quale però non vi riveleremo il nome. Il piccolo si alzava presto, intorno alle 11, per andare a lavorare otto ore, da mezzogiorno alle 18. Questa la sua dichiarazione dopo il primo giorno di lavoro: «YEEEEE-E-E-E-E-E-EEEEE!». Fu proprio questo acuto ad attirare l’attenzione della pop star Ascher (scritto come si pronuncia, ndr), che decise di portarlo alla ribalta come giovane talento musicale. Il piccolo fu portato di fronte a Mara Maionchi, per esibirsi ed essere giudicato, ma fu rispedito al mittente con un encomiabile «Bravo, ma per me è NO». Dopo il rifiuto della Mara nazionale, Ascher provò a spedirlo ad “America’s got talent”, ma anche qui venne eliminato, non appena la giuria vide i suoi capelli piastrati. Justin dovette allora accontentarsi di firmare un contratto milionario con una casa discografica di proprietà di un tale chiamato Daniele Tarolla, del quale però non vi riveleremo il nome. Qui il bimbetto gasato pubblicò il suo primo album, «My World», che contiene collaborazioni con celebri artisti quali Ludacris, Ascher, Lil’ Wayne, Piero Focaccia, Raul Casadei, Cristina D’Avena, Spitty Cash e Trucebaldazzi. Attualmente Justin è uno degli artisti più insultati da qualunque sito internet ed è “TMDBYTSMG” (The Most Desired By Younger Than Six Months Girls, ndr). CURIOSITA’ • I capelli - elmetto di Justin Bieber sono patrimonio nazionale dell’Unesco. • L’orso che ha adottato Justin è Pedobear. • Questo punto è messo solo per “fare figo”. • Questo perché l’articolo arrivi a fine pagina.

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Gio


Caro Caterpillar, sono una delle innumerevoli Biebers, cioè delle più convinte fans del cantante canadese Justin Bieber. Trovo che egli sia favoloso, ma che dico, straordinario. Vi chiederete il perché: sarà la sua voglia di vivere, il suo splendido sorriso, la magnifica voce, la bellezza, il modo tenero in cui fa il romantico e la generosità che dimostra aiutando bambini malati e persone bisognose come i terremotati del Giappone. Sono queste e molte altre cose che piacciono a noi Biebers. Chi invece lo prende in giro è “off ”: che cosa farebbe se fosse al posto di Justin, con genitori separati, anti-Bieber accaniti, paparazzi estenuanti? Dovrebbe riflettere sulla sua condotta chi lo insulta, dimenticando che anch’egli è un ragazzo come tutti gli altri, con una vita allo stesso tempo difficile e fortunata. Per esempio, i ragazzi che lo hanno accusato di essere causa della separazione dei suoi genitori prima e durante un concerto e lo hanno così indotto a interrompere lo stesso in lacrime. Comunque a noi Biebers Justin piace anche per questo: la maggior parte delle volte sa affrontare situazioni poco gradevoli. È il nostro ragazzo dei sogni, che mai ferirebbe e sempre difenderebbe la sua ragazza. Non è solo bellissimo e romantico, ma anche sincero con gli amici e generoso con chi ha bisogno; parola

di un suo amico che noi Biebers conosciamo e il cui nome manteniamo segreto. Sì, ogni tanto anche lui si arrabbia e, soprattutto per stanchezza, fa cose che non dovrebbe fare, come il gestaccio rivolto a paparazzi nel giorno del suo compleanno, ma seguito dalle sue scuse. Ciononostante Justin resta straordinario, non solo perché è un talento precoce, soprattutto perché ci è ormai entrato nel cuore. By AngelStella16

AMARCORD tratto dal Caterpillar 41 CRONACA DI QUEST’ULTIMO GIORNO DI SCUOLA DI CHI NON LEGGE IL CATER

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RACCONTO D’APPENDICITE

Un bicchiere mezzo pieno Ero col cellulare in mano, gli occhi fissi sull’ultimo messaggio in memoria. Erano poche le parole: “Stasera pizza in città alta? Devo parlarti.” Il mittente: Davide. Decisi di darmi una mossa, già da troppo tempo stavo con le mani in mano. Io Davide l’amavo; eravamo fidanzati da due anni, ma lui probabilmente non provava nello stesso modo e con la stessa intensità quel sentimento che avevo io nei suoi confronti. Presi il cuore in mano e gli scrissi che l’avrei aspettato davanti alla pizzeria “Da Franco” per le 20.00. Dovete sapere che non sono una persona molto ottimista e in quel periodo ero solita vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto; ma in effetti quando tua madre lavora sui marciapiedi, tuo padre non è mai esistito e tu vieni espulsa da scuola per aver spacciato cocaina, non puoi che vederlo vuoto quel bicchiere. Tornando a Davide, lui era l’unica persona che io abbia mai amato veramente. Il tempo passava con estrema lentezza quel pomeriggio e l’unica cosa che alleggeriva appena l’attesa era ricordare i momenti passati insieme a lui in quei due anni. Mi ricordo di aver notato che mentre io non avevo mai smesso di manifestargli il mio amore, lui era sempre rimasto quasi

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indifferente e non si azzardava mai a fare un passo in più verso di me, verso quella sorta di intimità che caratterizza una coppia. Speravo prima o poi di aver la possibilità di parlargli a quattr’occhi e quella possibilità per chiarire il nostro rapporto si era presentata proprio allora, quella sera. Erano oramai le 19.37. e mi accingevo a uscire di casa, quando, dopo una giornata piena di sole, incominciò a piovere. Quel cielo terso, colmo di lacrime, sembrava gravare sul mio capo come una spada di Damocle: eterna e pesante. Mi misi in cammino e quando lo vidi vicino alla sua mini cooper rossa, davanti alla pizzeria che dava sulle mura, il mio cuore sopito con un sussulto riprese a battere, a pulsare, a far rivivere il mio corpo, ucciso dalla tristezza. Era bellissimo quella sera, i suoi occhi smeraldini, all’ultima aurora della sera, brillavano di una luce intensa, quasi soprannaturale. In fondo il mio amore mi portava ad adorarlo, a mistificarlo; era un angelo caduto dal cielo per me, nient’altro che quello. Lo salutai e subito quella luce, che avevo scorto solamente un attimo prima nei suoi occhi, lasciò il passo a due vacui occhi preoccupati. – Marta, ascoltami, non voglio rendere tutto quello che c’è stato fra noi una


farsa; ma non posso continuare a prenderti in giro, non riesco più a mandare avanti questa commedia. Io non posso ricambiarti e non so neanche se quello che tu chiami “amore” sia veramente quello che dovrebbe essere oppure sia solamente un modo che ti permette di scappare dalla realtà che vivi. – Gli occhi dolenti mi si fecero umidi nel sentire quelle parole. Ciò che temevo potesse accadere stava accadendo. Forse Davide aveva ragione, quello che io chiamavo amore probabilmente era solamente una sorta di paese delle meraviglie dove rifugiarmi quando la mia vita diventava insopportabile. Le sue parole mi colpirono nell’animo gelando tutto ciò che ero, rendendo polvere ogni mia certezza. Mi sentivo ferita, attaccata e come tutte le bestie mi difesi urlando e mentre urlavo un fiume di lacrime salate rigò il mio volto – Allora è tutto qui, Davide? sono stata una delle tante? Comunque hai ragione, non può andare avanti tra noi: siamo troppo diversi, tu il figlio di papà e io la figlia di chissà chi, non posso che essere uno straccio usa e getta per te. Ma sai cosa ti dico? Tu sei solamente quel burattino con cui mi sono divertita a giocare, non sei nient’altro che un puntino su un foglio bianco. – Le parole uscivano con una strano senso di liberazione dalla mia bocca, le sputavo, sputavo tutti i rospi che nella mia vita avevo ingoiato con amara gola. Il tono della mia voce si era alzato mentre urlavo le ultime parole, e lui, a quel punto, non poté che esplodere scagliando nuove frecce al mio cuore oramai stretto in un sanguinoso assedio: - Ma tu Marta, cosa cazzo vuoi dalla mia vita?! Smettila di fare la vittima, e io sono quella che spaccia, quella che non ha un padre e che ha una madre che rincasa alle 5 di notte dopo essere stata a letto con chissà quanti uomini; basta! Non sei la prima vittima del mondo! - aveva perso del tutto

le staffe, non capiva quanto sangue sputassi per mantenere una vita pseudo-normale. A mano a mano che discutevamo scorgevo una faccia di lui prima ignota e incominciavo a credere che forse Davide non era il principe azzurro come avevo creduto fino a quel triste momento. Alle sue parole seguì questa volta un silenzio devastante, carico di parole mai dette e come le era apparso quella sera, similmente a un angelo, Davide se ne andò lasciando alle sue spalle solamente il rombo del motore della sua auto. Fu la prima e l’ultima volta nella mia vita in cui un singolo istante divenne inesorabilmente eterno. Dieci minuti dopo, Davide in auto, i piedi sull’acceleratore, fugge, ma da chi? Da Marta o da se stesso? Non gli importa da chi scappa, vuole solamente mettere le ali alla sua mini per volare il più lontano possibile da Bergamo. Toccò i 200 km/h poi fu solo una esplosione di luce. Sulla autostrada Milano-Venezia quella sera vennero rinvenute le macerie in fiamme di un’auto, una mini Cooper rossa; i pompieri ci impiegarono un’ora ad azzittire il crepitio dell’incendio. Nessuno si accorse del cellulare che, sul freddo asfalto illuminato dalla luna, continuava a suonare. Il suo squillo incessante, intermittente, rimase a lungo nell’aria in cerca di qualcuno che lo udisse. La memoria era ormai piena e poche erano le parole dell’ultimo messaggio, stampate sullo schermo: “Scusami per quello che ti ho detto prima, non ci credo veramente, vorrei soltanto che tu ti lasciassi amare. Sì, perché io ti amo. Tua Marta.” Io Davide l’avevo incominciato ad amare veramente solo dopo quella litigata; e solo allora incominciai a vedere il bicchiere mezzo pieno. Davide Scaglione Aprile 2011 63


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A fianco, una vignetta e, sotto, una scena tratta dal cortometraggio “Una vita in scatola” By BRUNO BOZZETTO Anche i disegni animati del prossimo servizio sono tratti, su cortese concessione dell’autore, da alcuni dei suoi molteplici corti e lungometraggi per la tv e il cinema Ai lettori più curiosi, che non si accontentano, si consiglia di visitare il sito ufficiale www.brunobozzetto.com

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TUTTA UNA VITA DI DISEGNI ANIMATI Intervistando l’artista bergamasco Bozzetto ci si catapulta in un West&Soda in compagnia del Signor Rossi, del superpiccolo Vip e della famiglia Spaghetti, si ricorda la grande storia di Tapum e Cavallette, s’impara la scienza di Quark È uno dei più noti e apprezzati disegnatori e sceneggiatori del mondo dell’animazione, milanese di nascita, bergamasco d’adozione, internazionale di fama. La redazione del Caterpillar, che si prodiga per interessarvi e divertirvi con un giornale al mese (beh, circa… se consideriamo un anno fatto da tre mesi…), desiderava conoscerlo e farvelo conoscere meglio, quindi lo ha invitato al Mascheroni lo scorso 6 maggio. Così Bruno Bozzetto ci accompagna, a lunghi passi, nel mondo della sua creatività, popolato di molteplici personaggi nati dalla sua acuta e inesauribile inventiva ed entrati nella vita di tutti o quasi, almeno una volta, anche di sfuggita. Come il Signor Rossi, che - già cresciutello - ha mosso i primi passi in corti e lungometraggi per tv e cinema negli anni Sessanta. Tutto inizia con «Tapum la storia delle armi», cortometraggio con cui il giovane Bozzetto esordisce nel 1958, facendosi notare al Festival cinematografico di Cannes. Dopo vent’anni di silenzio nel settore italiano dell’animazione, lo studio milanese «Bruno Bozzetto Film» (dal 2008 Studio Bozzetto&Co) inaugura una felice stagione di lungometraggi, da «West and Soda» e «Vip mio fratello superuomo» - che

proseguono a fumetti sul Corriere dei Piccoli negli anni ’70 - al fortunato «Allegro non troppo». Dal decennio ’80 questa dimensione fantastica e sperimentale, mai concepita e vissuta sulle nuvole, si apre anche alle riprese dal vero, all’allora innovativa tecnica d’animazione 2D (i cortometraggi «Europa&Italia» intrapresi negli anni ’90), alla divulgazione scientifica (un centinaio di filmati per il programma televisivo «Quark») e a istituzionali progetti educativi. Un percorso artistico che continua, oltre successi e riconoscimenti quali l’Orso D’Oro al Festival di Berlino per il corto «Mister Tao» nel 1990, la nomination all’Oscar di «Cavallette» nel ’91 e il premio Pulcinella per la serie televisiva Rai «La famiglia Spaghetti» nel 2003. Cosa l’ha spinta a diventare un disegnatore? «Il mio desiderio era realizzare film, non fumetti - precisa Bozzetto - Non mi appassiona il disegno, ma, se devo costruire una storia e mi serve un personaggio, è più facile disegnarlo che cercare un attore. I film animati sono più gestibili. Ho iniziato realizzando film dal vero a 17 anni: coinvolgevo miei compagni di scuola, li truccavo e li facevo recitare, con me. Il lavoro era complesso, perché un film richiede innanzitutto stage e illuminazione, la pellicola era poco sensibile e, se non c’erano almeno quattro lampade e tutto il necessario come cavi e cavalletti, non si faceva niente; bisognava che i compagni venissero a lavorare fino a sei volte, ma tutti venivano una volta o due, mi mandavano a quel paese la terza e non venivano più, probabilmente perché io avevo passione per quello che stavamo facendo, loro no. Così ho provato con i disegni animati: disegnavo sull’ultimo foglio di un block notes, facevo cadere il penultimo foglio e in trasparenza vedevo quanto già fatto, lo modificavo un po’, facevo cadere il terzo disegno, poi fotografavo tutti i fogli disegnati e solo alla fine, dopo venti giorni necessari per sviluppare la pellicola fotografica, potevo vedere i miei personaggi che si muovevano. Allora ho scoperto che questo era un lavoro più gestibile - possibile anche con la pioggia, senza attori, di sabato o Il disegnatore e sceneggiatore Bruno Bozzetto durante l’intervista nella biblioteca del Maske domenica - e ho iniziato a diver-

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tirmi di più. Poi mi sono accorto che nessuno faceva disegni animati, quindi ho continuato. Ma il mio stimolo restava il cinema, quindi ho scelto questa strada senza neanche saperlo. Non mi sono formato in scuole d’arte o di grafica, non ho mai sviluppato la “capacità grafica”: dopo il liceo classico, mi sono iscritto a Legge, ho dato qualche esame e ho smesso di frequentare quando già guadagnavo realizzando caroselli pubblicitari. Ho semplicemente seguito il mio lavoro, il che è stato un vantaggio, perché chi disegna s’innamora dei propri disegni perdendo di vista la storia: è come un regista si appassionasse non del film, ma dell’attore attraverso il quale racconta la storia». A proposito di attori, o meglio, di personaggi. Chi dovrebbe rappresentare il signor Rossi (foto)? «Il signor Rossi - ricorda Bozzetto - è nato come la caricatura inconscia del direttore di un importante festival cinematografico di Bergamo, a cui a vent’anni inviai un cortometraggio, che non fu accettato; poi ci andai e vidi accolti film più brutti del mio, che aveva vinto premi in Francia e in Germania: mi girarono un po’ le scatole. Ideai un film su questa storia, con un personaggio simile al direttore del festival, Nino Zucchelli, una figura importante a Bergamo e simile nell’aspetto al signor Rossi piccolo, pelato, coi baffetti. Il personaggio risente dello stile inglese, perché allora andavo a Londra per imparare la lingua e vedevo tanti film e pubblicità inglesi; ha gli occhi da una parte sola, uno stile cosiddetto piatto, che adesso sta tornando di moda. Il personaggio è sempre piatto, sempre fisso e, quando si gira, i suoi occhi devono scavalcare il naso e andare dall’altra parte: l’effetto non era male con i disegni che facevamo allora, molto semplici e molto stilizzati, con posizioni standard nelle quali gli occhi riuscivano bene, il disegno funzionava». «Il personaggio rappresenta l’italiano medio - spiega Bozzetto - Infatti il primo film era «Il Signor Rossi va a sciare» e prendeva in giro l’assurdità dello sci, dello skilift, delle code. Sono seguiti, per esempio, «Il Signor Rossi al mare», «Il Signor Rossi compra l’automobile» sulle follie dei guidatori di oggi, che arrivano a spararsi addosso, e «Il Signor Rossi a Venezia». Insomma abbiamo sempre scelto delle situazioni in cui tutti noi potremmo trovarci. Il Signor Rossi è poi approdato in televisione, che ha subito richiesto storie per bambini, poiché ha il pallino che il disegno animato sia solo per bambini. Allora abbiamo dovuto inventare storie che hanno un po’ snaturato il personaggio: gli abbiamo messo

vicino un cane, lui si è messo a dialogare col cane e tutto è diventato un po’ più favolistico. Sono intervenuti anche Maurizio Nichetti e Guido Manuli, altri giovani disegnatori, animatori e sceneggiatori che mi hanno aiutato a far delle storie che, diciamo, non erano nel mio stile: a me piacciono di più le storie animate per adulti. D’istinto non realizzo film solo per bambini. perché credo che il disegno animato sia un mezzo fantastico per parlare a tutti, con cui si possono realizzare senza limiti anche film dell’orrore pazzeschi o film sexy incredibili. Il fatto di essere abbinati quasi esclusivamente al pubblico dei bambini è un sempre stato problema per chi lavora nel settore dell’animazione. Ne consegue che in Italia la produzione rimanga sempre un po’ ferma. In Rai chiedono ”per bambini di quale età?” e, se rispondi “faccio film per tutti”, ribattono “e no, devi farli per una specifica categoria di bambini”. Ricordo che quando uscì il primo lungometraggio «West&Soda» (foto), che era una parodia del cinema western, un giornale che sintetizzava la trama dei film in due parole - “film giallo, film drammatico, film comico o commedia” - non scrisse “film western”, ma “disegni animati”. Il che mi fece arrabbiare, perché io portavo avanti un discorso, sul cinema western. È come dire che una fotografia è solo una fotografia, non è gialla, non è di moda… Ricordo anche quando i cinema di Bergamo proiettarono - di pomeriggio - il film «Joan Padan», tratto dalla storia sceneggiata da Dario Fo, fatto decisamente per adulti e piacevole anche per i ragazzini». Fra tutti i personaggi che ha creato quale Le sembra il più riuscito e quello che meglio comunica il messaggio da trasmettere? «Tutti. Ma, come ho detto, il personaggio è secondario, è semplicemente un mezzo per arrivare a raccontare qualcosa. Non è che io non mi affezioni ai personaggi, che mi piacciono tutti, sono un po’ come dei figli. Se uno di loro riesce a trasmettere meglio il messaggio, questo è avvenuto perché il film, la storia, il montaggio sono migliori. Il personaggio mi deve solo aiutare a far arrivare meglio, più fluidamente, il messaggio. Ammesso che ci siano sempre dei messaggi: non è che tutti i film si prefiggano di trasmetterne. Per esempio, ho realizzato un film solo con quadratini e cerchi, che gira su internet dal 1998 e titola «Europa&Italia». Questi semplici quadrati e cerchi trasmettono un messaggio? cosa sono? Sono dei quadrati e dei cerchi. Il personaggio è un cerchio; voi vedete il cerchio che deve attraversare le strisce pedonali e che è inseguito da un

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automobilista che alla fine non solo non lo lascia passare, ma lo insegue pure sul marciapiede; voi vi immedesimate in questo cerchio ed è semplicemente un cerchio. Io mi sono affezionato a questo cerchietto, che non è un personaggio, eppure racconta benissimo le proprie storie. C’è da dire anche che più i personaggi sono dettagliati - non tanto nel viso quanto nell’abbigliamento e nel modo di muoversi - più sono datati: li collochiamo immediatamente in una realtà, in un ambiente, in un’epoca. A differenza di quelli stilizzati. Lo stesso vale per gli oggetti di una storia: l’automobile che faccio con sole due righe è una macchina quando è stata disegnata e a distanza di tempo, mentre quella che riprende un determinato modello diviene datata». «Quindi il personaggio cos’è? - chiede Bozzetto - È quello il più possibile simbolico, che vi fa arrivare in maniera corretta, ironica, convincente un messaggio, ma può anche cambiare. Ricordo che il regista Hitchcock cambiava l’attore principale tre giorni prima di girare un film; la produzione gli diceva: “No, guarda, questo personaggio non puoi averlo, chiede troppo, lo cambiamo”. Benissimo, lui girava il film con un altro. E, se l’attore è bravo, sa entrare nella parte; se la storia è bella, tutto funziona. È chiaro che ci sono facce più adatte e meno adatte, attori più bravi e meno bravi, ma tutto sommato è la storia che regge il gioco, non il personaggio, che aiuta». A proposito delle avventure del signor Rossi e di «Europa&Italia», quale ruolo gioca il luogo comune nei suoi lavori? «Il luogo comune è quello che più facilmente permette allo spettatore di identificarsi, cioè la maggiore difficoltà nell’ambito del disegno animato è far identificare lo spettatore con un qualcosa di grafico, che è lontano dal suo mondo: è un po’ più difficile immedesimarsi in un personaggio costituito da quattro righe che in un attore o in una attrice. Il luogo comune è quello che fa dire allo spettatore: «Ehi, ma quello sono io». A questo punto scatta qualcosa: lo spettatore partecipa e si riconosce. Ricordo che una volta, in uno studio di Milano, stavo controllando i colori della prima copia de «La vita in scatola», un film che ritengo molto bello e che racconta la storia di un uomo dalla nascita alla morte. Stavo proiettando la sequenza in cui un omino esce di casa, è già adulto, si sente la sveglia, l’omino va a lavorare, suona la sirena, l’omino torna a casa, suona la sveglia e l’omino torna a lavorare e così via per un po’ di volte. Allora

un industriale che passava nel corridoio e non sapeva niente di disegno animato entrò a vedere il film: iniziò a capire un po’ la storia nel momento in cui vide l’uomo che andava da casa al lavoro e dal lavoro a casa, si riconobbe esclamando ad alta voce «ehi, ma quello sono io» e, a quel punto, cominciò a gustare il film, perché aveva capito che quell’uomo era lui, non era un puntino, una macchia di colore». Effetto che si ottiene ancora di più con le nuove tecnologie dell’animazione… «Il disegno animato è cambiato molto, con l’avvento del 3D. Avatar vi sembra sia un film dal vero o un film animato? Io non lo so. E la scena in cui il personaggio vero, copiato da una persona reale e reso attraverso l’uso del motion capture, vola sul dorso di un drago del tutto inventato? Vedete che ormai non si capisce più la differenza in molti film, già dai primi «Star Wars» in cui alcune sequenze erano completamente realizzate in animazione e altre erano vere. Ritengo che questo sia un corretto punto di arrivo: usare tutte le tecnologie per arrivare a un unico discorso che è - torno a ripetere - la storia da raccontare. Una volta ho immaginato una storia e mi sono accorto che non potevo renderla

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che i disegni animati possono trattare argomenti come quelli scientifici a fini didattici e di divulgazione. «Non vedo molto la televisione, quindi non conoscevo Angela come presentatore televisivo, ma leggevo e rileggevo e li vedevo come film, tanto erano scritti in una maniera chiara e ricca di esempi. Allora gli ho scritto: “Caro Piero Angela, mi piacerebbe tanto trarre un film da un Suo libro, che ritengo scritto in una maniera cinematografica, quindi possibile da illustrare”. Lui mi ha risposto “fantastico, ma come facciamo? non ho nessuna possibilità”. Dopo sei mesi e la nascita di «Quark», mi ha telefonato: “Bruno, nasce questa trasmissione e mi piacerebbe inserire in ogni puntata filmati di quattro, cinque, sei minuti dedicati a un argomento scientifico, come l’entropia, l’energia, la meccanica quantistica, la relatività. Guarda un mio articolo sull’energia su di un certo giornale e vedi se si riesce a raccontare una storia visiva da questo racconto”. Realizzai uno storyboard, cioè una sceneggiatura disegnata. Da allora abbiamo lavorato insieme per dieci anni, realizzando cento film, in perfetta sintonia. Tutt’al più mi consigliava: “Quando disegni questo scienziato, ricordati che ha gli occhiali”. Lui era per così dire più legato alla realtà, io ero più fantasioso, uscivo un po’ dal seminato, il che era utile. Ho poi avuto modo di incontrare giovani che mi hanno detto di aver deciso di prendere una strada nel settore tecnologico – scientifico, stimolati da questi film che non potevano spiegare temi come la relatività in sei minuti, ma erano sufficienti a introdurre chiaramente l’argomento e a far nascere il desiderio di approfondirlo: già un bel risultato». Lei ha dimostrato anche che i disegni animati possono trattare temi complessi e trasmettere valori. Ha realizzato molti lavori per iniziative di solidarietà? «Per aiutare gli altri in qualche modo, ne ho realizzati tanti - conclude Bozzetto -. Il più recente, che sarà presto presentato a Torino, riguarda i bambini cosiddetti troppo agitati o iperattivi, che vengono curati con farmaci invece che indirizzati a sfogare in un’altra maniera la propria vivacità. Ho realizzato più lavori per la campagna contro il fumo e per il Wwf. Le considero delle sfide interessanti, perché affronto argomenti tosti in un minuto o addirittura in trenta secondi, ad esempio spiegare che cos’è la libertà in un minuto esige sintesi. Sintesi che tante volte viene scambiata per semplicità o povertà e che invece è un punto di arrivo importante».

Da sopra, Sport o Spork, Einstein e la meccanica quantistica per Quark, Tapum la storia delle armi, il Signor Rossi alla mostra di Bozzetto a Seoul nel 2008

attraverso disegni animati, ma che dovevo realizzarla con attori e così ho fatto, in un film dal vero di un’ora e mezza dal vero. Vedete che tutto parte sempre da che cosa vogliamo raccontare. Quando uno di voi scrive un articolo, prima di prendere in mano la penna, dovrebbe sapere cosa vuole scrivere. Se no che cosa scrive? lettere dell’alfabeto, parole a caso? Lo stesso vale per noi. Purtroppo il disegno animato è spesso in mano a persone che sono soltanto artisti, bravi nel disegnare, nel creare quadri o illustrazioni spettacolari: la storia viene messa in secondo piano e film bellissimi non raccontano belle storie, ma si limitano a comporre belle immagini». Lei ha dimostrato, nella collaborazione con Piero Angela,

Fede il primino di seconda

con la redazione del Cater

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SPOrT

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Tutto Doni, dal sogno raggiunto in Nazionale all’amore dimostrato per l’Atalanta

Il principe neroazzurro

«Essere capitano di una squadra non è solo portare una fascia sul braccio» Si premette che quest’intervista è stata richiesta e rilasciata prima delle recenti notizie relative al calcioscommesse. Elisabetta Calcaterra, tutor del corso Caterpillar, in accordo con gli studenti che hanno atteso, preparato e realizzato l’intervista, ritiene che non vi sia alcuna ragione per non inserirla in questo numero del Caterpillar, cui era destinata. Non tanto perché le notizie divulgate dalla stampa non riferiscono ancora l’esistenza di prove certe e dirette di un coinvolgimento dell’intervistato nello scandalo delle scommesse calcistiche, quanto perché queste notizie non mettono in discussione l’esperienza dell’intervistato e il contributo da lui dato alla squadra di cui molti lettori del Cater sono tifosi, perché il contenuto dell’intervista non si può definire non veritiero e non verificabile per quanto riguarda fatti e dati e perché il Caterpillar, sebbene sia solo un giornale studentesco stampato e distribuito all’interno di un liceo, si propone di rispettare il principio della libertà di pensiero e d’espressione, senza ricorrere a un criterio di giudizio, che avrebbe fondamenta a priori e applicazione a posteriori e sarebbe in certo senso radicale e moralistico. Cosa ti è rimasto dell’esperienza in Nazionale, con Giovanni Trapattoni in panchina, e cosa ha significato l’andata e il ritorno Italia-Spagna? «Il discorso della Nazionale è il coronamento di un sogno. Quando parti da zero e poi raggiungi il top del tuo lavoro penso sia il raggiungimento di un sogno. È motivo di orgoglio e di responsabilità e anche di grande soddisfazione. Avrei scelto di fare prima l’esperienza in Spagna; me l’ha impedito il mio amore per l’Atalanta. È un’esperienza che consiglio a tutti, soprattutto ai giovani che ne hanno la possibilità e ai miei colleghi più giovani, indipendentemente dall’età… Perché è un’esperienza incredibile, che fa conoscere luoghi diversi, una lingua e una mentalità diverse dalle nostre». Il campionato spagnolo è molto diverso da quello italiano? «È completamente diversa la mentalità: i calciatori vanno in campo per divertirsi, per fare uno spettacolo, non per raggiungere il risultato. Però ci sono i pro e i contro anche lì». A livello di Mondiale?

Dieci stagioni e 297 presenze in maglia nerazzurra, col numero 27. Non è solo il capitano dell’Atalanta, ma anche il recordman tra i bomber della squadra bergamasca: le sue 112 reti hanno distaccato le 62 di Cominelli, le 57 di Bassetto e le 53 di Rasmussen. È proprio lui, Cristiano Doni. E questa è l’intervista che i numerosi atalantini del Maske aspettavano... L’obiettivo l’avete centrato: siete tornati in serie A dopo solo un anno. Da capitano dell’Atalanta, cosa hai provato? «Avevamo una stagione da farci perdonare. Era una promessa fatta a noi stessi e ai tifosi. Perciò ci siamo tirati su le maniche dall’estate scorsa». Corrono voci sul tuo ritiro. Giocherai ancora un anno o ti ritirerai quest’estate? «No, non lo so ancora. Non l’ho detto a nessuno adesso. Vedrò a inizio anno. Devo fare delle valutazioni e poi deciderò». Alle spalle hai tanti anni di carriera e più squadre, compresi il mondiale in Corea e Giappone nel 2002 e la parentesi spagnola al Maiorca.

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«Non lo so, questo non lo so. Sicuramente il campionato inglese e quello spagnolo adesso hanno qualcosa in più, a livello di grandi giocatori». E il campionato italiano? «Per livello qualitativo penso che il nostro sia diventato il terzo o il quarto campionato». Esterno di centrocampo, centrale, trequartista, seconda punta… Quale il ruolo che hai preferito? «Seconda punta, quest’anno, sicuramente molto poco. Ho giocato in più ruoli, per esempio come centrocampista con doti offensive, come attaccante… Forse il ruolo che mi completa di più e mi dà più soddisfazioni è quello di punta. Ma mi piace giocare anche da trequartista o come seconda punta. Forse il culmine della mia carriera l’ho raggiunto con l’allenatore Vavassori, giocando in un ruolo un po’ particolare: quello di esterno sinistro». Cosa comporta essere capitano di una squadra? «Non è solo portare una fascia sul braccio. Essere il capitano di una squadra significa avere delle responsabilità nello spogliatoio, in campo, con la società. Per esempio io sono ormai da tanti anni a Bergamo e ho una certa età, conosco quindi l’ambiente, le dinamiche e la dirigenza, la società. A volte sono quindi un punto di riferimento per i più giovani o per i miei compagni, in quanto ho più esperienza. Cerco di trasmettere la mentalità dell’Atalanta: non mollare mai, saper soffrire, cercare di “stare sempre lì, sul pezzo”, di essere presente a tutti gli allenamenti… Perché penso che questo valga per ogni giocatore, indipendentemente dalla fascia». Qual è stato il campione di un campione come te quando non eri ancora un professionista del calcio? «Avendo vissuto in più città italiane, perché mio padre si trasferiva sempre per lavoro, non ho mai una squadra del cuore. Ma il calcio era proprio la mia passione, indipendentemente dalla maglie. Adoravo campioni quali Platini e Van Basten, come

Maradona. Quando ero piccolo cercavo anche di studiarli, mi piacevano molto. Li seguivo da tifoso. Infatti credo che ognuno debba esprimere la sua personalità, il suo carattere». Ogni goal è un atto unico e irrepetibile, cosa rappresenta per te? «Io non sono un centravanti, non sono un attaccante, non sono il classico bomber. Credo che il goal sia nel mio DNA, nelle mie caratteristiche. Anche se mi rendo conto che il goal è nelle mie corde, non vivo per il goal, cerco di fare anche assist».  Tanti goal, una sola firma: perché quel gesto unico, come la tua mano sotto il mento e come la linguaccia di Del Piero, la paperella di Matri, il balletto di Ronaldhino, l’hai visto di Pazzini e l’hai sentito di Toni? «Credo che sia un marchio distintivo per ogni giocatore. Credo che sia anche un modo di trasmettere qualcosa in quello che è il momento più bello per un calciatore, la manifestazione di un gol. Credo che faccia parte dello spettacolo del nostro lavoro, come il marchio distintivo di un artista, no? una pennellata o una firma un po’ particolare… Penso sia bello associare un gesto dopo un goal a un calciatore e sono contento di averlo fatto, perché sono convinto mi rappresenti: si cade tante volte nella vita, non solo nel calcio, no? Penso che l’importante, soprattutto nella vita, sia sempre rialzarsi e avere la capacità di reagire. È il mio motto, in quel gesto: a testa alta, sempre, nel bene e nel male».

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Come si concilia il lavoro di calciatore con la vita familiare? «Cerco di portare il mio lavoro a casa il meno possibile, nel senso che la vita con la mia famiglia già “ruota” abbastanza intorno alla mia figura. Ovviamente il calcio è la mia vita, la mia passione. Comunque, in linea di massima, cerco di “staccare” quando sono in famiglia». Come si vive quando si è molto conosciuti e apprezzati? «Credo che il segreto sia anche non prendersi molto sul serio, no? Scherzarci su. A volte, comunque, bisogna avere qualcuno vicino. E credo che le persone che ci stanno vicino siano molto importanti. Per poter raggiungere il giusto equilibrio, per poter comunque vivere una vita il più normale possibile. Però sappiamo benissimo che abbiamo addosso gli occhi degli altri. Poi ci si abitua». Com’è il rapporto con il presidente dell’Atalanta, Percassi? «Indipendentemente dal fatto che sia il mio capo , credo che l'Atalanta abbia trovato una persona che ha passione, capacità e una voglia incredibile. È una persona che ha messo notevoli passione e impegno, che ha speso veramente tutto, non solo denaro, nella propria vita lavorativa e in questo progetto. La sua famiglia è molto seria, molto appassionata, molto tifosa dell'Atalanta». Si sente spesso parlare di etica del lavoro nel calcio. In che cosa consiste ed è importante per te? «Sì, assolutamente. Credo molto nel lavoro, ho sempre creduto nel lavoro. E penso che la mia esperienza, dopo quasi vent’anni da calciatore professionista, sia una dimostrazione che alla lunga il lavoro paga, sempre. Alla fine i valori vengono fuori, grazie al lavoro. Invece, senza sacrificio, non si ottengono i risultati. Non è un modo di dire…, ho sempre fatto di questo motto il mio grido di battaglia, no? Credo che il lavoro paghi giorno per giorno, magari senza risultati all’inizio. Questi si vedono alla lunga. Io ne sono la dimostrazione, perché sono uscito da un settore giovanile non importante, ho fatto la C2 o meglio quella che allora era la C2 (nel Rimini, nel 1992, ndr), ho proprio fatto le categorie… e non ero predestinato. Quindi so cosa vuol dire fare i passi uno alla volta, cercare di diventare un giocatore di C1 e continuare a lavorare per arrivare in serie A, anche se la concorrenza è tanta. Ovvio, il talento ci deve essere per poter arrivare ad alti livelli. Però - questi sono la mia esperienza

e il mio pensiero - il talento, da solo, non basta». Quando si concluderà la tua esperienza di calciatore (noi speriamo il più tardi possibile), desidereresti continuare a lavorare nell’ambiente? «Da una parte credo che il calcio sia la mia vita e spero di poter sfruttare tutta l’esperienza che ho acquisito; dall’altra parte sono stanco di stare sotto i riflettori, ho bisogno anch’io di vivere una vita un pochino più normale. Tra queste due posizioni credo stia il mio futuro. Penso che l’allenatore non lo farò, anche se non si può mai dire. Ma lo dimostra il fatto che non ho preso alcun patentino. E sono stanco di girare, di trasferirmi: ho trovato la mia città qui a Bergamo e ci vorrei restare, vorrei lavorare per l’Atalanta, magari in un ruolo dirigenziale. Certo, non penso che farlo sia così facile come dirlo… Però spero che questa sia la mia futura collocazione».

Gio e Leo

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AMARCORD tratto dal Caterpillar 51

Compiti delle vacanze

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