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Angela Todisco -

Classe I d Esabac

Imperium sine fine dedi Virgilio, Eneide, I. 254-296

Franco Angeli, Souvenir, 1974-78, smalto su tela, cm 100x150x3.5, Collezione Luigi Achilli

Anno scolastico 2015-2016


I materiali contenuti in questa pubblicazione sono destinati ad un uso didattico, senza alcun fine di lucro.

Ăˆ vietata la riproduzione, anche parziale, di immagini, testi o contenuti senza autorizzazione.

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296

INDICE Presentazione

p. 7

Istruzioni per l’uso

p. 9

Eneide I. 254-256

p. 10

Giove

p. 12

Albero genealogico degli dei

p. 15

Eneide I. 257-260

p. 16

Venere

p. 18

Venere nell’arte antica

p. 21

Eneide I. 261-266

p. 28

Latio vetus

p. 31

Eneide I. 267-271

p. 32

Ascanio Iulo

p. 35

Lo Spinario dei Musei Capitolini

p. 36

Eneide I. 272-274

p. 38 Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Marte

p. 40

Miti legati al dio Marte

p. 42

Rappresentazione di Marte nell’arte

p. 45

Ilia – Rea Silvia

p. 52

Eneide I. 275-277

p. 54

Romolo

p. 56

La Lupa Capitolina

p. 59

Ara Pacis Augustae

p. 60

Leggiamo l’immagine: l’Ara pacis

p. 61

Eneide I. 278-283

p. 64

Giunone

p. 66

L’abbigliamento a Roma: la tunica e la toga

p. 70

Eneide I. 283-285

p. 74

Eneide I. 286-290

p. 76

Caio Giulio Cesare

p. 79

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I ritratti di Giulio Cesare

p. 81

Augusto

p. 85

Augusto Pontefice Massimo

p. 89

Ritratto di Augusto con corona civica

p. 92

Clipeus virtutis

p. 95

Gemma Augustea

p. 96

Eneide I. 291-296

p. 100

Vesta e le Vestali

p. 103

Il tempio di Vesta

p. 105

Leggiamo l’immagine: il tempio di Vesta

p. 107

Fides

p. 108

Appendici

p. 112

Il percorso dal saturnio all’esametro

p. 113

Figure metriche e Schema delle cesure e delle dieresi p. 115 Lettura metrica

p. 116 Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Figure retoriche

p. 119

Bibliografia e sitografia

p. 121

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PRESENTAZIONE Il lavoro qui presentato è stato realizzato dagli studenti della classe I, sezione D Esabac, del Liceo classico statale «E. Cairoli» di Varese, tra gennaio ed aprile dell’a.s.

2015/16.

All’interno di un percorso di lettura dell’Eneide, dedicato al mito di fondazione di Roma e dell’identità romana, il passo del libro I (vv. 254-296), in cui Giove predice a Venere il glorioso futuro della stirpe di Enea, si è aperto a numerosi percorsi di studio e di ricerca, sollecitati

dall’interesse e dalla curiosità degli allievi.

Attraverso l’attività di laboratorio, in aula e a casa, e l’apprendimento cooperativo, i versi di Virgilio hanno preso vita non solo nella traduzione, ma anche nella molteplicità dei differenti approcci di studio del testo (linguistico-grammaticale-lessicale; metrico; retorico;

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antropologico;

artistico;

geografico;

storico;

storico-

letterario), e gli studenti hanno imparato a dare significato a ciò che studiano, progettando lavori di ricerca autonomi e accrescendo le proprie conoscenze e competenze.

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ISTRUZIONI PER L’USO Le pagine pari riportano il testo latino seguito dall’analisi morfo-sintattica, retorica e metrica; le pagine dispari riportano la traduzione con note

di carattere lessicale. In corsivo, sottolineato e grassetto nero la metrica. In grassetto, sottolineato blu le note retoriche. In grassetto, sottolineato rosso l’analisi lessicale. In

grassetto,

sottolineato

APPROFONDIMENTI

verde

DI

gli

AMBITO

STORICO, GEOGRAFICO, LETTERARIO E ARTISTICO E ANTROPOLOGICO

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Olli subridens hominum sator atque deorum, voltu, quo caelum tempestatesque serenat,

255

oscula libavit natae, dehinc talia fatur: Analisi morfo-sintattica Il periodo è formato da due proposizioni principali (oscula libavit natae e dehinc talia fatur) e due subordinate. La prima proposizione subordinata è di forma implicita, costituita dal participio congiunto con valore modale subridens (participio presente, nominativo singolare maschile, dal verbo composto sub + rideo, rides, risi, risum, ridere), concordato con il soggetto dell’intero periodo, sator; il dativo di termine olli è forma arcaica del pronome dimostrativo ille, illa, illud; voltu è ablativo strumentale. La seconda proposizione subordinata è costituita da una relativa con il predicato verbale

all’indicativo presente (serenat) e il pronome relativo, quo, all’ablativo singolare maschile, di tipo strumentale, come il suo antecedente voltu. Analisi metrica Al v. 256 dehinc per sineresi è un monosillabo, anziché bisillabo.

Analisi retorica Il v. 254 presenta due figure di suono: l’allitterazione della “s”, a legare subridens e sator, e l’omoteleuto di hominum e deorum. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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A lei sorridendo il seminatore degli uomini e degli dei con il volto, con cui rasserena il cielo e le tempeste, sfiorò la boccuccia della figlia. Poi tali parole pronuncia: Analisi lessicale GIOVE è definito sator, -oris (dal verbo sero, is, sēvi, sătum, serere,

«seminare») hominum atque deorum, propriamente «seminatore di uomini e di dei», «colui che con il suo seme genera uomini e dei», e dunque «padre, creatore». Il gesto affettuoso con cui Giove bacia teneramente la figlia Venere, dopo averle sorriso, è reso con il verbo libare, che ha qui il

significato di «sfiorare con la bocca» e regge l’accusativo plurale neutro oscula, diminutivo di os, oris.

Il verbo fatur è al presente indicativo per rendere con viva immediatezza mimetica il ‘farsi parola nel discorso diretto’ del volere divino. Il verbo for, faris, fatum est, fari è usato nella lingua latina solo per indicare l’atto del parlare da parte degli dei (si vedano fabor al v. 261, fatorum al v. 261); perciò il fatum è «il volere degli dei espresso dalla parola» (fata al verso 258) e nefas è «ciò che non consentito dagli dei».

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GIOVE (lat. Iuppiter, Iupiter, Iovis)

Zeus di Ugento (ca. 530 a.C.)

Il nome Iuppiter risale direttamente, con tutti i paralleli italici, all’onomastica indoeuropea, nella quale ha il senso proprio di “cielo”. Sarebbe quindi il numen del cielo, al quale furono attribuite singole manifestazioni: lo Iuppiter Lapis, per esempio, era la pietra usata dai Feziali, originariamente ritenuta la

materializzazione di un fulmine; lo Iuppiter Feretrius, invece, la quercia (emblema strettamente associato alle manifestazioni del cielo temporalesco), oggetto di culto sul Campidoglio. Con la fondazione del tempio capitolino la sovranità dello Iuppiter arcaico, ormai dissociato da Marte e Quirino, riceve la sua sanzione definitiva negli attributi di Optimus e Maximus; al suo culto sono associate Giunone e Minerva per ragioni che restano tuttora assolutamente oscure. Nella

figura

complessa

di

Giove

l’imponenza

della

sua

connessione con la sfera celeste è attestata da una vasta serie di attributi: Iuppiter Caelestis, Iuppiter Serenus, Iuppiter Lucetius, Iuppiter Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Pluvialis, Iuppiter Tempestas, Iuppiter Fulgur, Iuppiter Fulgurator, Iuppiter

Fulmen,

Iuppiter

Fulminator,

Iuppiter

Tonans,

Iuppiter Tonitrato. In quanto divinità celeste, «adunatore di nembi e di tempeste» (νεϕεληγερέτα, κελαινεϕής) e «dispensatore della pioggia benefica» (ὄμβριος, νάιος), il suo culto era celebrato sulle vette dei monti e dei colli. Sua sede era la vetta del monte Olimpo. Armato del tuono e del fulmine, Iuppiter Tonans o Fulminator, poteva scatenare la tempesta semplicemente scuotendo il proprio scudo e, al suo intervento diretto, furono attribuiti molti fenomeni naturali. Più tardi gli sarà affidata la tutela sopra valori sacri quali l’ospitalità, la lealtà alla parola data, il rispetto dovuto ai capi e ai sovrani legittimi, il senso della giustizia. In effetti il dio si presenta essenzialmente, e questo dalle origini fino all’età imperiale, come divinità ‘sovrana’, custode e garante dell’ordine del mondo e della società. Come garante dei patti dei trattati era chiamato a testimone,

Iuppiter Feretrius, dai Feziali nei rapporti relativi alla pace e alla guerra con città e popoli stranieri. Il suo stesso rapporto con la guerra si attua in una sfera che sta al di sopra della guerra tecnicamente intesa e con modalità sensibilmente differenti da quelle con cui si esercita la connessione tra questa e divinità propriamente ‘guerriere’ (Iuppiter Statore), che ci riportano alla Prof.ssa Angela Todisco

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sfera di un operare magico e miracoloso che è proprio delle grandi divinità sovrane dei popoli indoeuropei. In Giove risiedono, nel più alto grado, sapienza e senso di giustizia. Solo fra gli dei che sia onnipotente ed onnisciente, non avendo altro limite alla sua volontà e alla sua potenza che l'infrangibile legge del fato, egli è il custode supremo dell'ordine e dell'armonia del mondo. In questa scultura Giove è rappresentato stante in atteggiamento mite, con la folgore impugnata nella mano destra e non

nudo, ma parzialmente avvolto nell'himation che, risalendo con un lembo sulla spalla sinistra, lascia vedere le forme del torso. La musco muscolatura è ben rifinita, come i panneggi della tunica ed il movimento del piede sinistro segue il principio di ponderazione tipico delle sculture dei primi anni dell’età classica. Zeus di Smirne, 250 d.C., statua marmorea, Louvre (Parigi)

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'Parce metu, Cytherea: manent immota tuorum fata tibi; cernes urbem et promissa Lavini

moenia, sublimemque feres ad sidera caeli magnanimum Aenean; neque me sententia vertit.

260

Analisi morfo-sintattica Il discorso diretto di Giove si apre con l’imperativo presente, Parce (da parco, is,

peperci, parsum, parcere, che, nel significato

di

«astenersi da, smettere di», generalmente regge il dativo e non l’ablativo come qui), a cui seguono quattro proposizioni principali: la prima e l’ultima al presente indicativo (manent e vertit), perché esprimono la decisione di Giove; la seconda e la terza al futuro semplice (cernes e feres), perché il padre degli dei tranquillizza la figlia Venere predicendole ciò che sarà: la fondazione di Lavinio e la gloria di Enea (si noti la desinenza greca per l’accusativo Aenean). Si segnalano i due complementi predicativi dell’oggetto immota (v. 257), riferito a fata, e sublimem (v. 259) riferito ad Aenean. Analisi retorica Nella

prima

proposizione

principale

(manent

tibi)

le

allitterazioni della “m” e della “t”, l’iperbato immota … fata e l’enjambement, tra i vv. 257-258, sottolineano la gravitas del

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“Smetti di temere, o Citerea: restano immutati per te i fati dei tuoi cari; vedrai la città e le mura promesse di [Lavinio e in alto, sino agli astri del cielo, innalzerai il magnanimo Enea; e pensiero non mi muta.

260

consilium di Giove. Al verso 259 l’allitterazione della “s” lega sublimem a sidera in un moto ascendente sino agli “astri del cielo”.

Analisi metrica: Si segnalano le sinalefi al v. 258 urb(em) et e al v. 260 magnani(mum) Aenean.

Analisi lessicale

Al verso 257 VENERE è detta Cytherea secondo la tradizione esiodea, che indica le acque intorno all’isola di Cithera (prospiciente al Peloponneso) quale luogo di nascita della dea.

In clausola al verso 258, in posizione di forte rilievo, si menziona la città di Lavinio, fondata da Enea dopo il matrimonio con la sposa latina Lavinia.

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Pompei, casa della VENERE in Conchiglia

Venere è la madre immortale di Enea, corrispettiva della greca Afrodite. Al nome greco fa riferimento un mito sulla sua nascita: aphròs significa «spuma marina». Infatti Esiodo nella Teogonia scrive che Crono, dopo aver reciso i genitali ad Urano, li gettò nel

mare, creando la spuma marina da cui nacque Afrodite. Dal mare poi la dea approda sull’isola di Citera (da cui l’epiteto Cytherea). Secondo il mito di Omero, invece, ella sarebbe nata dall’unione tra Zeus e Dione. La divinità viene poi traslata dai Romani, acquisendo numerose sfaccettature, con il nome di Venere. Per esempio, fu rappresentata come Venus calva, risalente al periodo in cui un’epidemia aveva fatto perdere i capelli a tutti i Romani e Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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in particolare alla moglie del re Anco Marzio che aveva quindi fatto scolpire una statua calva. Quando i capelli tornarono, il culto fu istituito ufficialmente.

La forma di culto piĂš antica fu

probabilmente la Venus protettrice degli orti. Un’altra Venus era legata a Iuppiter e al vino nelle feste dei Vinalia. La Venus detta Verticordia era capace di volgere (vertere) i cuori delle donne romane verso la pudicizia.

Dante Gabriel Rossetti , Venus Verticordia, 1864-8 (olio; 38 5/8 x 27 1/2 pollici)

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Esistevano, inoltre, la Venus felix e la Venus victrix, cui fu particolarmente devoto Pompeo. I culti di Venere erano, pertanto, molteplici, tanto che Catullo nel Carmen 3 parla di Veneres Cupidinesque. Ci sono varie sfumature di significato già nello stesso nome della dea, Venus: il venus, sua qualità, è «un misto di attrazione e di piacere, la voluptas, di nutrizione e creazione, ma anche ciò che rasserena e dà gioia». Collegati a questa parola ci sono poi diversi termini. Venerari indica la ricerca della benevolenza, di qualcosa che appunto rasserena e dà gioia, che riguarda sia la sfera umana sia quella divina. Il venenum è originariamente un mezzo che provoca il venus in chi lo assume, cioè un filtro magico, similmente al phàrmakon greco. In seguito, il termine passa ad indicare i preparati chimici con cui si tingevano le stoffe, per esempio

la

purpura,

che

potevano

mutare

la

natura

di

qualcosa. Con

venustas i

Romani indicavano ciò che noi chiamiamo

bellezza, ma che riguardava anche la sfera magica. Anche la parola venia, stato d’animo che induce al perdono, è collegata al venus. [da Maurizio Bettini, Estraniare Venere, estraniare gli antichi, in Vincenzo Trione, Postclassici. La ripresa dell’antico nell’arte contemporanea italiana, Electa, Milano 2013, pp. 4047] Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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VENERE NELL’ARTE ANTICA

Le rappresentazioni di Venere nell’arte greca sono legate al mito narrato da Esiodo. Una delle più antiche rappresentazioni della nascita della dea è il Trono Ludovisi risalente al V secolo a.C., forse proveniente da Locri Epizefiri, in Magna Grecia. Il bassorilievo raffigura Venere che, vestita con chitone e mantello, elementi tipici dell’arte greca arcaica e classica, esce dal mare sorretta da due Horai.

«Trono Ludovisi», V sec. A.C. , Roma, Museo Nazionale Romano

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Venere si distingue dai mortali grazie ai suoi attributi: un fiore, uno specchio o una collana, la colomba o il cigno, animali a lei sacri.

Afrodite in volo su un cigno; in mano regge un ramoscello floreale. Interno di una coppa ateniese a fondo bianco, 460 a.C. ca., British Museum , Londra

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La sensualità di Venere è da attribuire a Prassitele che raffigurò la dea nell’atto di deporre le vesti. In età ellenistica statue di questo tipo divennero modelli dell’inarrivabile bellezza femminile, in cui si combinavano funzione sacrale e piacere visivo accompagnati da un velo di pudore (la dea infatti tiene coperte le parti intime).

Quando il culto della dea venne importato a Roma si iniziarono a produrre copie delle più celebri sculture greche, tra cui la celebre Afrodite di Cnido. L’eleganza del modello ellenistico vinse l’austerità romani, vollero

tanto farsi

dei che

le

ritrarre

costumi matrone con

le

sembianze della dea stessa.

Venere Cnidia, 364-363 a.C., marmo, alt. 215 cm., copia romana, Museo PioClementino, Città del Vaticano.

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L’immagine di Venere fu usata a scopo di propaganda politica da Cesare, per ricordare la discendenza della gens Iulia dalla dea. Egli dedicò infatti un tempio a Venere Genitrice e vi collocò una statua che rappresentava la dea vestita con un chitone, che lasciava un seno scoperto, con in mano la mela assegnatale da Paride.

Venus genetrix, copia romana di un originale attribuito a Callimachos, I sec. D.C., Parigi, Musée du Louvre

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Due delle rappresentazioni della dea più conosciute e interessanti dal punto di vista artistico sono la Venere di Botticelli e la Venere di Lambert Sustris, che, sfruttando la pittura a olio e a tempera, con giochi di luce, ombre e prospettiva, ne ritraggono magistralmente i tratti fisici e espressivi nel momento della nascita e, mentre si diletta, giocando con delle colombe. Nonostante i vari contributi interpretativi, il significato della Nascita di Venere rimane a tutt’oggi sfuggente. La proposta di lettura che ha avuto più seguito, vede nel dipinto la rappresentazione della Humanitas, la virtù superiore incarnata nella sublime bellezza, nata dall’unione dello spirito con la materia, dell’idea con la natura, secondo i principi della filosofia neoplatonica che informavano la cultura fiorentina promossa dai cenacoli medicei.

Sandro Botticelli, Nascita di Venere,1484-1485, Firenze, Galleria degli Uffizi.

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La Venere di Sustris (1560, Parigi, Musée du Louvre)

tratta il tema dell’amore di Marte e Venere secondo l’interpretazione, molto frequente negli artisti del Rinascimento, che ripropone il motivo del confronto sensuale fra la bellezza della dea e la forza marziale del dio della guerra, vinto dall’amore. A rafforzare il concetto di questo sentimento, un piccolo Amore, con le ali aperte, seduto a terra su un comodo cuscino, punta contro due colombe una freccia, che ha preso da una faretra posta

sulle sue spalle. Mentre è intento in questo gesto, alza la testa verso la

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296 madre, quasi a chiedere conferma e approvazione per quanto sta facendo. I due sono così intenti e sereni nell’osservazione dei due animali, e pacati nei loro atteggiamenti, da non sembrare essersi accorti di Marte, che sta arrivando sulla destra. Il dio avanza, ancora tutto armato, e si guarda intorno per rassicurarsi di non essere visto e spiato. Indossa l’elmo, la corazza, lo scudo e gli schinieri. È coperto da un mantello giallo-oro, che gli svolazza sulle spalle, ad indicare la sua andatura veloce e affrettata, ma

non ha l’aspetto marziale di un guerriero, bensì quello incerto e furtivo di un amante, che tenta di raggiungere in fretta la donna amata.

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Hic tibi (fabor enim, quando haec te cura remordet, longius et volvens fatorum arcana movebo) bellum ingens geret Italia, populosque feroces

contundet, moresque viris et moenia ponet, tertia dum Latio regnantem viderit aestas,

265

ternaque transierint Rutulis hiberna subactis. Analisi morfo-sintattica Il lungo periodo si snoda in tre proposizioni principali con soggetto Hic e i predicati verbali tutti all’indicativo futuro semplice (geret, contundet, ponet), e due proposizioni subordinate temporali, coordinate dall’enclitica -que, introdotte dalla congiunzione dum e con i predicati verbali all’indicativo futuro anteriore (viderit, seguito dal participio predicativo regnantem, e transierint). All’interno della prima proposizione principale, dopo Hic tibi, è inserito un inciso, un periodo composto da due proposizioni principali, coordinate da et, con i predicati verbali al futuro, fabor e movebo, posti all’inizio e alla fine, e da due proposizioni subordinate, l’una esplicita causale (quando … remordet), l’altra implicita modale, al participio presente volvens (da volvo, is, volsi, volvere, verbo che indica l’azione di srotolare i libri ‘segreti’ (arcana), ‘nascosti’ alla conoscenza degli uomini). Prof.ssa Angela Todisco

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Questi per te (te lo svelerò, infatti, dal momento che [quest’ansia ti assilla, più chiaramente e, svolgendoli, aprirò i segreti dei fati) condurrà una terribile guerra in Italia, e genti fiere batterà, e costumi e mura fortificate porrà alle sue genti, finché la terza estate lo avrà visto regnare sul Lazio, e tre inverni saranno trascorsi, dopo aver sottomesso i Rutuli. Analisi retorica: Al v. 261 si noti il poliptoto tibi -te, a sottolineare il ruolo da protagonista di Venere nello svolgimento delle azioni compiute da Enea nell’atto di fondare la Gens Iulia. L’enjambement tra il v. 263 e il v. 264 isola l’attributo feroces, ricordando la fierezza dei popoli italici, che al verso successivo sono definiti col termine viris. Al v. 264 l’allitterazione “m” unisce fono-simbolicamente mores e moenia, i baluardi della civitas romana: costumi del corpo civico e difesa della città, uniti, fanno dell’urbs una civitas. Nei vv. 265-266 l’allitterazione verticale della “t” in tertia e ternaque

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(in iperbato, il primo rispetto ad aestas, il secondo rispetto ad hiberna) sottolinea la posizione di rilievo dei due aggettivi numerali in incipit di verso. L’omoteleuto -is, invece, lega nome e participio perfetto nell’ablativo assoluto Rutulis … subactis.

Analisi metrica: Sinalefi al v. 261, quand(o) haec, al v. 262 fator(um) arcana e al v. 263 bell(um) ingens.

Analisi lessicale:

Al v. 262, volvens fatorum arcana movebo, fa riferimento alla ‘apertura’ delle urne in cui erano contenuti i Libri Sibillini. Nei versi 265-266 la vittoria sui Rutuli e il regno nel LAZIO hanno una durata di tre anni (tertia aestas e terna hiberna). L’indicazione temporale si colora di quella simbologia numerica antica che vedeva nel numero tre, il numero aureo, il numero perfetto. Di conseguenza, al v. 269, si dirà che Ascanio regnerà su Lavinio per trenta (triginta magnos orbis) anni e, al v. 272, al regno su Albalonga si darà una durata di trecento anni (ter centum totos annos). I RUTULI capeggiati dal loro re Turno furono tra i popoli italici che più strenuamente si opposero ad Enea. Prof.ssa Angela Todisco

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LATIO VETUS

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At puer Ascanius, cui nunc cognomen Iulo additur,—Ilus erat, dum res stetit Ilia regno,— triginta magnos volvendis mensibus orbis imperio explebit, regnumque ab sede Lavini

270

transferet, et longam multa vi muniet Albam. Analisi morfo-sintattica La quarta sequenza si apre con la congiunzione coordinante avversativa At ed è costituita da tre proposizioni principali, coordinate per polisindeto in variatio -que e et, con soggetto puer Ascanius e predicati verbali al futuro semplice, explebit, transferet e muniet. Il soggetto puer Ascanius è specificato dalla proposizione relativa, cui … additur, in cui Iulo è al dativo singolare maschile, come il pronome relativo, secondo il costrutto mihi nomen est Marco. L’inciso Ilus … regno è formato dalla proposizione principale ellittica

del

soggetto,

cognomen,

seguita

dalla

subordinata

temporale, dum e indicativo perfetto stetit. Al v. 269, volvendis mensibus, è un ablativo strumentale con gerundivo. Imperio, al v.

270, è un ablativo strumentale, così come multa vi al v. 271.

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Poi, il giovane Ascanio, al quale ora il soprannome di Iulo si aggiunge, - era Ilo, finché la potenza di Ilio fu salda nel [regno, trenta grandi orbite, col volgere dei mesi, completerà regnando, e il regno dalla sede di Lavinio trasferirà e fortificherà con grande possanza Alba la [Lunga.

Analisi retorica: Al verso 268 l’allitterazione sillabica “re” unisce res a regno. Numerosi sono gli iperbati (res … Ilia, tringita … orbi, longam … Albam).

Analisi metrica: Al v. 270 è presente una sinalefe tra imperi(o) explebit.

Analisi lessicale: L’appellativo puer per ASCANIO è da intendersi nell’accezione generica di «giovane» e non come termine indicante l’età, giacché il figlio di Enea e di Creusa ai tempi in cui si riferisce il passo

virgiliano doveva avere più di 7 anni. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Il nome IULUS discende da Ilus, uno dei capostipiti dei Troiani, l cui rocca era detta Ilio. La durata del regno di Ascanio di trenta anni è resa con l’immagine astronomica delle orbite (orbis) del Sole intorno alla Terra, secondo il sistema eliocentrico tolemaico.

Al termine della sequenza compare in clausola di verso la città di ALBALONGA (longam … Albam), la nuova città, dopo Lavinio, in cui i profughi troiani trasferiscono il regno.

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ASCANIO IULO

Ascanio, secondo gli antichi, era figlio di Enea e di Creusa, nipote di Anchise e Afrodite da parte paterna, e di Priamo da parte materna. Riguardo a questa figura mitologica vi sono differenti tradizioni, ma noi terremo in considerazione quella scelta da Virgilio. In tale versione Enea, dopo essere scappato da Troia ed essersi rifugiato in diverse parti del Mediterraneo, giunge sulle coste della penisola italica e fonda la città di Lavinio. Alla sua morte il figlio Ascanio, suo successore, prende il potere e fonda Albalonga, la città natale di Remo e Romolo, fondatore dell’Urbe. Virgilio attraverso il suo poema dunque fa discendere la gens Iulia proprio da Ascanio, che viene chiamato dai latini Iulo, e conferisce alla gens dell’imperatore Augusto origini divine, legittimando ed elevando il potere di questa.

Gian Lorenzo Bernini, Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia, 1618-1619, Galleria Borghese, Roma

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ASCANIO IULO

Lo Spinario dei Musei Capitolini è una statua in bronzo rappresentante un giovane pastorello intento a togliersi una spina dal piede sinistro.

Il suo “prototipo” risale probabilmente all’età ellenistica, mentre la sua versione capitolina si pensa che sia stata prodotta in epoca proto-augustea, circa tra il III ed il I secolo a.C.

I Romani successivamente si sono appropriati di tale soggetto

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conferendogli un’aurea mitica e patriottica, funzionale al disegno politico di Augusto: il giovinetto infatti potrebbe essere proprio Iulo-Ascanio. Il bellicoso popolo romano quindi aveva bisogno della bellezza e dell’eleganza di ispirazione greca per ingentilire il proprio rude passato e per dimenticare un secolo di guerre civili. Perciò non è un caso che la delicata immagine del giovane figlio del pius Eneas sia divenuta presto un’icona del nuovo clima politico e culturale romano.

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Hic iam ter centum totos regnabitur annos

272

gente sub Hectorea, donec regina sacerdos, Marte gravis, geminam partu dabit Ilia prolem. Analisi morfo-sintattica Alla proposizione principale (Hic … Hectorea) con predicato verbale al futuro semplice, in forma passiva impersonale, regnabitur, segue la proposizione temporale introdotta dalla congiunzione donec, con soggetto

Ilia,

preceduto

dall’apposizione

regina

sacerdos

e

dall’attributo gravis, e predicato verbale dabit.

Analisi retorica: Si segnalano due figure di posizione: l’anastrofe gente sub e l’iperbato geminam … prolem.

Analisi lessicale: La gens è detta Hectorea perché Ettore era zio materno di Ascanio. ILIA è la figlia di Numitore, re di Albalonga. Suo zio Amulio, usurpato il regno, la costrinse a diventare una Vestale, sacerdotessa votata alla castità. Ma fu posseduta da MARTE e diede alla luce i gemelli, Romolo e Remo.

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Qui, poi, per trecento interi anni si regnerà sotto la stirpe di Ettore, finché la regina sacerdotessa, incinta di Marte, Ilia, partorirà prole gemella. Secondo lo storico Tito Livio, si chiamava Rea Silvia e fu uccisa dopo il parto. Virgilio, chiamando la madre dei due gemelli Ilia, si rifà alla tradizione più antica, già cantata da Ennio negli Annales (fr.

I. 28).

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Ares Ludovisi, copia marmorea romana di un originale greco risalente a circa il 320 a.C., restaurato da Gian Lorenzo Bernini (Roma, Museo Nazionale Romano)

Il dio latino MARTE deriva da quello greco Ares, con il quale presenta molti elementi in comune. Ares, come Marte, era figlio di Zeus ed Era ed era il dio della guerra nel suo lato piĂš brutale. Egli, infatti, si compiaceva di stragi e spargimenti di sangue, senza

distinguere amici e nemici, e per questo era inviso a tutti gli dei, compreso il padre. La sua patria prediletta era la Tracia, da dove

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ha origine il culto, terra di venti e tempeste. Era solitamente rappresentato armato, con un elmo dal cimiero ondeggiante, una lancia e uno scudo. I suoi compagni erano Dimo, timore, e Fobo, paura, (Metus e Pallor in lingua latina) e i suoi animali sacri erano il lupo (futuro simbolo della città di Roma), il picchio e il cavallo. Nonostante la sua brutalità, fu vinto in guerra da Atena, vittoria che rappresenta la superiorità del coraggio prudente e dell’eroismo rispetto alla forza selvaggia, e fu amato soltanto da Afrodite, che secondo alcuni miti tradì con Ares il marito Efesto, mentre secondo altri era la moglie legittima del dio. La loro relazione sarebbe poi simbolo della vittoria dell’Amore sulla Guerra. Il culto di Ares non era molto diffuso in Grecia, tranne che nelle città di Sparta, Tebe (secondo un mito egli era padre della stirpe tebana) e Argo; ad Atene gli era dedicato l’Areopago, tribunale ateniese. Diversa era invece la situazione in Tracia, dove era venerato come il sommo degli dei e come divinità infernale. Il dio latino Marte però, a differenza di Ares, era venerato anche come dio del raccolto, della fecondità della terra e della primavera. Solo a Roma diventò dio guerriero, cui fu dedicato il collegio sacerdotale dei Salii, custodi del suo sacro scudo caduto dal cielo ed affidato al re Numa, e il Campus

Martius,

piazza

vicino

al

Tevere

utilizzata

per

l’addestramento dei soldati. Prof.ssa Angela Todisco

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MITI LEGATI AL DIO MARTE

Costantino Cedini, Venere e Marte sorpresi nella rete, Palazzo Capodilista, Padova

Uno dei miti più conosciuti nei quali compare la figura del dio Ares-Marte è quello in cui il dio è presentato come compagno della dea della bellezza, Venere. Secondo la storia (Omero, Odissea VIII 266-366), la dea era moglie del dio del fuoco Vulcano, ma aveva intrecciato una relazione con Marte. Vulcano allora, scoperto il

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tradimento, costruì una rete con la quale imprigionò i due amanti che furono scherniti da tutto l’Olimpo. Alcuni vedono in questa relazione una vittoria simbolica dell’Amore sulla brutalità della violenza, altri invece ritengono che l’unione extraconiugale fra Venere e Marte sia un recesso di una tradizione parallela che vedeva i due dei sposati. Secondo questa versione, dall’amore fra i due nacque Armonia, protettrice della concordia e dell’ordine morale, che sposò poi Cadmo, con cui regnò per molti anni su Tebe. Il matrimonio fu combinato dallo stesso Marte, dopo che Cadmo uccise un drago acquatico sacro al dio e sparse i suoi denti, su consiglio di Atena, dai quali nacquero istantaneamente dei guerrieri fedeli al futuro re tebano. In seguito a questi avvenimenti la città sarebbe stata fedele al dio, praticando regolarmente il suo culto.

Un altro mito molto diffuso che vede come protagonista Marte è la nascita di Romolo, fondatore di Roma, e del fratello Remo. Secondo la tradizione, il dio si invaghì della sacerdotessa Rea Silvia, nipote del tiranno di Alba Longa Amulio, che l’aveva costretta a farsi Vestale dopo aver usurpato il trono del padre di quella, Numitore. Mentre la fanciulla dormiva nei pressi di una

fonte, il dio la rese madre di due gemelli, Romolo e Remo, che Prof.ssa Angela Todisco

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Amulio cercò di uccidere dopo aver imprigionato la giovane. Dunque, in quanto capostipite dei re di Roma, Marte era molto venerato nella città: a lui era dedicato il collegio sacerdotale dei Salii

(“sacerdoti

dell’apertura

e

danzanti”), delle

che

chiusura

ogni della

anno stagione

in

occasione di

guerra,

rispettivamente a marzo e ad ottobre, compivano delle processioni in suo onore. Durante la cerimonia i sacerdoti camminavano per le vie della città portando con sé i dodici ancilia, scudi sacri che secondo la leggenda erano stati affidati da Marte al re Numa Pompilio. Fra questi uno solo era autentico, caduto dal cielo per volere del dio, gli altri undici invece furono costruiti per proteggerlo dai furti per ordine del re. Nelle processioni i sacerdoti avanzavano seguendo una danza dal ritmo ternario (tripudium), percuotevano gli scudi con delle lance ed evocavano più volte il dio Marte chiamandolo Marmar o Mamuri.

Cavaliere salio da Palazzo Altemps, Roma

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RAFFIGURAZIONI DI MARTE NELL’ARTE Le antiche raffigurazioni erano abbastanza simili le une alle altre; Marte è sempre rappresentato in atteggiamenti guerreschi, a volte è rappresentato nudo, a volte con corazza e mantello, ed era sempre raffigurato con elmo, scudo e lancia o spada. Anche

posteriormente

all’età

romana,

nella

corrente

del

neoclassicismo, viene raffigurato come una figura legata alla guerra, e spesso viene comparato anche ad abili condottieri del tempo, come Napoleone. È riprodotto maggiormente in sculture, spesso anche massicce, affinché la figura sia caratterizzata da una grande forza e vigore. Marte di Todi, fine del V secolo a.C., bronzo, altezza cm. 142, Città del Vaticano, Museo Gregoriano Etrusco

Questa opera, il Marte di Todi, è

una

scultura

bronzea

probabilmente di origine etrusca e realizzata

con

la

tecnica

della

fusione a cera persa, tecnica già in uso nell’arte greca classica.

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Infatti si possono riconoscere molti temi della statuaria greca classica: la compostezza, la postura, i capelli, il volto e lo schema chiastico tra braccia e gambe. Questi ultimi sono temi soprattutto toccati dal più noto scultore di età classica, Policleto. Ciononostante la posizione alzata delle braccia richiama uno stile più fidiaco, libero. Attribuito al V secolo a.C., rappresenta un personaggio maschile che originariamente teneva nella mano sinistra una lancia, in quella destra una patera, piattino usato per le libagioni. Il soggetto indossa una corazza, sopra la tunica corta, tipico abbigliamento di un guerriero. Alcuni pensano che la figura sia Marte, il dio della guerra, tesi considerata più probabile; altri credono che sia un semplice soldato che, prima della battaglia, fa offerte votive agli dei affinché lo scontro sia di buon auspicio. È stato ritrovato vicino alla città di Todi, in Umbria, nel Convento di Montesanto.

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296 Statua colossale di Marte Ultore, fine del I sec. d.C., marmo, cm. 360, Musei Capitolini, Roma

Questa statua del primo secolo d.C. è poco conosciuta e analizzata, anche

se

si

possono

ritrovare

diverse particolarità. La posa e, soprattutto, la rigidità del corpo determinano nell’opera un particolare vigore e robustezza. Singolare è l’utilizzo della barba a

ciocche, tipica dell’arte greca del IV secolo a.C. Probabilmente, sia per la barba sia per la composizione chiastica di braccia e gambe, il modello principale è la statua di Zeus di Fidia, costruita per il tempio di Zeus ad Olimpia, che presenta la stessa posizione dello scudo, appoggiato a terra, e anche lo stesso portamento del braccio destro, che sorregge la lancia. L’utilizzo di questo modello può solamente significare l’importanza di Marte per la società romana, il quale è comparato addirittura con il re degli dei Zeus-Giove. A quest’opera, inoltre sono stati dati due diversi titoli: il primo è quello di Marte Ultore, Marte Vendicatore, al quale Augusto aveva

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promesso in voto un tempio prima della battaglia di Filippi del 42 a.C., come testimonia Svetonio nella vita dedicata ad Augustus, e questa, di conseguenza, sarebbe la statua in marmo della cella. L’altro titolo, Marte Pirro è derivato soprattutto da una identificazione, perdurata fino alla fine del Settecento, con Pirro, il re dell’Epiro, dovuta alla presenza di elefanti nella decorazione delle frange dell’abito. Antonio Canova (1757-1822)

Napoleone come Marte pacificatore di Antonio Canova – A sinistra versione in Bronzo – Accademia di Brera – Milano. A destra la versione in marmo – Apsley House Londra

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Questa opera d’arte, del grande scultore neoclassico Antonio Canova,

rappresenta

Napoleone

Bonaparte

come

Marte

pacificatore. La figura presenta una composizione particolarmente greca classica, molto apprezzata dalla critica italiana, ma molto meno da quella francese. Come già Marte, dio della guerra, era stato rappresentato come vittorioso, anche Napoleone, con il grande successo avuto in Europa come stratego, è raffigurato come eroe vincitore. L’opera presenta un evidente modello greco ed è importante valutare l’attribuzione a Napoleone delle caratteristiche di Marte: grande guerriero, coraggioso e ambizioso. È evidente la mobilità e dinamismo, nella mano sinistra la figura sorregge un’asta e nella destra un globo dorato, dominato da una Vittoria alata, simbolo di trionfo e di eccellenza.

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Jacques-Luis David (1748-1825) Marte disarmato da Venere, 1824, olio su tela, 262x304 cm, Musées Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles

Questo dipinto, composto alla fine della carriera del grande maestro neoclassico Jacques Luis

David,

testimonianza,

è

una sempre

dell’Ottocento, riguardo al rapporto che c’era tra Venere e Marte. In questo dipinto si può notare Marte, abbandonato mollemente su una chaise longue di gusto classico, che si fa disarmare dalle Grazie ed incoronare da Venere che gli si offre con fare seducente. L’intento delle Grazie e di Venere è quello di distogliere Marte dal suo unico pensiero, la guerra, e lasciarsi andare ai piaceri del corpo. Marte sembra molto indeciso e un’ultima indecisione alla sua resa definitiva è sottolineata dalla lancia che il dio della guerra tiene nella mano destra e da quella nuvoletta che aleggia sulla sua testa, quasi a rappresentare i suoi pensieri ancora confusi. Alla base del dipinto si può osservare Eros, dio dell’Amore, il quale reclama con lo Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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sguardo sornione la complicità dello spettatore, e che è intento a slacciare i calzari a Marte, così che l’abbandono del guerriero alle cure di quelle figure femminili tanto sensuali sia completo. Infine, sebbene l’analisi anatomica dei soggetti sia sempre dettagliata ed improntata ad evidenziarne la prestanza fisica, perfino Marte ci appare

“morbido”,

vellutato

nella

sua

muscolatura,

rappresentazione molto anomala per Marte, il dio della guerra.

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ILIA – REA SILVIA Rea Silvia è la mitica madre di Romolo e Remo. Esistono varie versioni della sua leggenda. Secondo una leggenda albana, quella divenuta canonica, Silvia (in origine forse una divinità albana dei boschi) era la figlia dell’ultimo re della dinastia dei Silvi, Numitore, e sarebbe stata costretta dallo zio Amulio, usurpatore del trono, a farsi vestale per estinguere la discendenza del fratello. In seguito all’incontro con Marte sulle rive del Tevere si manifestò una gravidanza. Per questo motivo Amulio la fece imprigionare e, dopo il parto, mettere a morte (Dionigi di Alicarnasso, I, 79); secondo Servio, il cadavere fu gettato nel Tevere, ma il fiume raccolse Silvia e si unì a lei; Strabone e Livio sostengono, invece, che la donna riuscì a scampare la morte grazie alle preghiere della figlia di Amulio. Da questa leggenda si comprende bene anche il significato del nome Rea: da orea voti, cioè “votata”, oppure semplicemente l'”accusata”.

Mosaico con Marte e Rea Silvia da Ostia. Roma, Palazzo Altieri

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Nella leggenda troiana, sostenuta da Nevio e da Ennio, il cui scopo è principalmente quello di creare un legame fra Troia e Roma, si parla invece di Ilia, cioè la “donna troiana”, che sarebbe figlia di Enea e di Lavinia e madre dei gemelli. L’episodio narrato da Ennio è tratto dagli Annales (vv. 34-50 Skutsch = 35-51 Vahlen) e racconta il sogno premonitore della donna, secondo il quale Romolo e Remo troveranno salvezza e riusciranno a fondare Roma: «E svelta, con mani tremanti, la vecchia portò un lume. Ilia allora, destatasi dal sonno sconvolta, fa in lacrime questo racconto: «Figlia di Euridice3, che fu da nostro padre amata, le forze m’abbandonano, la vita stessa abbandona il mio corpo. Mi sembrava che un uomo, molto bello, mi trascinasse tra i salici d’un bosco delizioso, per rive e luoghi sconosciuti: e poi, così da sola, mi sembrava, sorella, di vagare, di seguire a fatica le tue tracce, di cercarti senza riuscire nel mio cuore a prenderti: non c’era sentiero a rendere il passo sicuro. Ed ecco mi sembra che il padre mi chiami e mi dica: “Figlia mia, dovrai prima patire sofferenze, ma poi ritornerà per te, dal fiume, la fortuna”. Dopo queste parole subito, sorella, si ritrasse né più si offrì allo sguardo e al desiderio del mio cuore, benché piangendo più volte tendessi le braccia al vasto azzurro del cielo e dolcemente l’invocassi. Il sonno mi ha lasciata appena, con il cuore angosciato».

Secondo Plutarco, invece, Tarchezio, re di Alba, avrebbe veduto un membro erigersi nel focolare e questa visione sarebbe stata spiegata

da

un

oracolo

etrusco

come

il

preannuncio

dell'accoppiamento di quel membro con una vergine, da cui sarebbe nato un essere mirabile per gagliardia e fortuna. La figlia del re tuttavia si rifiuta e perciò viene scelta una delle sue ancelle. Prof.ssa Angela Todisco

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Inde lupae fulvo nutricis tegmine laetus

275

Romulus excipiet gentem, et Mavortia condet moenia, Romanosque suo de nomine dicet. Analisi morfo-sintattica La sesta sequenza vede Romolo, detto laetus (complemento predicativo del soggetto) grazie al tegmen fulvum della lupa nutrice, quale protagonista delle tre azioni più rilevanti nel mito di fondazione di Roma: la prima proposizione principale con il futuro excipiet ricorda il gesto di accoglienza, l’asylum che Livio [Ab urbe condita liber I. 8. 6: locum … asylum aperit. Eo ex finitimis populis turba omnis sine discrimine, liber an servus esset, avida novarum rerum perfugit, idque primum ad coeptam magnitudinem roboris fuit. «Offrì come asilo il luogo. Qui si rifugiò dalle popolazioni vicine una turba di gente di ogni sorta, senza distinzione se si trattasse di liberi o schiavi, bramosa di novità, e quello fu il primo nerbo per la (già) iniziata grandezza (della città)»] riferisce di Romolo; la seconda con il futuro condet e l’accusativo Mavortia moenia rinvia alla fondazione di Roma; la terza con dicet fa di Romolo colui che dà nome, dal suo nome, ai Romani.

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Allora, dal fulvo mantello della lupa nutrice ben pasciuto Romolo radunerà un popolo e fonderà di Marte le mura e li dirà Romani dal suo nome. Analisi retorica: Gli iperbarti incrociati lupae … nutricis e fulvo … tegmine sottolineano il ruolo della lupa che nutre e protegge Romolo.

L’iperbato Mavortia è in allitterazione con il nome a cui si riferisce moenia. L’anastrofe suo lega, con l’allitterazione della “s”, Romanos a suo e unisce, con l’allitterazione “d”, la preposizione de del complemento di origine al verbo dicet.

Analisi metrica: Sinalefe al v. 276: gent(em) et.

Analisi lessicale: ROMOLO, fondatore eponimo della città di Roma, era nipote di Numitore. Romolo e Remo, dopo aver ucciso l’usurpatore Amulio, ebbero la

Sesterzio di età imperiale

concessione da Numitore di fondare una nuova città. Prof.ssa Angela Todisco

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ROMOLO Questo secondo mito di fondazione giustifica l'importanza della figura della lupa per i Romani. Dopo che Ascanio, figlio di Enea, fondò la città di Albalonga, sulla quale regnarono i suoi discendenti, il legittimo erede del re, Numitore, venne spodestato dal fratello Amulio, che costrinse sua nipote, Rea Silvia, a diventare Vestale e a fare quindi voto di castità, per impedirle di generare un possibile pretendente al trono. Il dio Marte, però, invaghitosi della fanciulla, la rese madre di due gemelli, Romolo e Remo. Il re Amulio ordinò l'assassinio dei gemelli, ma il servo incaricato di fare ciò li affidò alle acque del fiume Tevere. La cesta nella quale i gemelli furono abbandonati raggiunse la palude del Velabro, tra Palatino e Campidoglio, nei pressi di una grotta detta Lupercale, dove i due vennero trovati e allattati da una lupa che aveva perso i suoi cuccioli. Un pastore, Faustolo trovò i gemelli e insieme alla moglie Acca Larenzia li crebbe come suoi figli. Alcune versioni del mito, identificano la moglie di Faustolo nella lupa, proprio per il significato che il termine aveva in epoca romana: prostituta. Una volta divenuti adulti Romolo e Remo fecero ritorno ad

Albalonga, uccisero Amulio, e rimisero sul trono il nonno NumitoClasse I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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re. I due gemelli ottennero il permesso di fondare una nuova città nel luogo dove erano cresciuti. Non riuscirono a stabilire a chi sarebbe toccato il governo del nuovo centro quindi i due si affrontarono in uno scontro armato, in cui Remo morì. Romolo fondò quindi una nuova città: ROMA.

Plastico ricostruttivo del primo insediamento capannicolo sul Palatino (Roma quadrata), databile all’VIII sec. a.C. Roma, Museo Palatino.

La lupa, essendosi presa cura di Romolo e Remo e avendo quindi garantito la loro sopravvivenza, è indissolubilmente legata alla fondazione della città di Roma. Per comprendere il colore del man-

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to della lupa, esattamente come intendeva Virgilio e più in generale gli antichi, bisogna considerare che la percezione che essi avevano era molto differente da quella moderna: infatti i greci e i latini guardavano alla quantità luminosa più che alla qualità cromatica (es. γλαυκός «luccicante», e non «glauco»). Per loro, dunque, era più importante definire quanta luce avesse un colore, arrivando ad ottenere anche distinzioni molto sottili che noi non consideriamo quasi più: infatti esistevano quattro gradazioni dello specchio (caeruleus, glaucus, lividus, caesius).

La LUPA CAPITOLINA è un'opera di provenienza etrusca. La datazione non è certa, ma si può ipotizzare che risalga alla fine del primo venticinquennio del V secolo a.C.; alcuni studiosi, invece, affermano che sia stata prodotta in epoca medioevale. Ricerche hanno ribadito l'autonomia della statua rappresentante la lupa che, come rivela la posa quasi araldica ed individuale, non ha nulla a che fare con i gemelli. Infatti, secondo la tradizione, la statua, nel 65 a.C, mentre si trovava sul Campidoglio venne colpita da un fulmine che danneggiò le zampe posteriori e sbriciolò i due gemelli, che vennero ricostruiti nel 1471 da Antonio Del Pollaiolo. La lupa capitolina, ormai diventata simbolo della città di

Roma, si può oggi ammirare all'interno dei Musei Capitolini. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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LUPA CAPITOLINA

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ARA PACIS AUGUSTAE

Eretto tra il 13 e il 9 a.C., tra i monumenti voluti da Augusto è quello in cui maggiormente si sfrutta la potenza comunicativa delle immagini.

https://www.youtube.com/watch?v=bjFijdbs24Y

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LEGGIAMO L’IMMAGINE – ARA PACIS AUGUSTAE

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Il lato est del recinto è diviso in due pannelli: su quello di destra c’è la dea Tellus, la dea della Terra, allegoria di prosperità in tempo di pace; sul pannello di sinistra c’è la dea ROMA che, seduta su un mucchio di armi, domina sul mondo romano.

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La figura rappresentata è stata completata "a graffio" su malta. Non può essere che la dea Roma, la cui presenza va letta in stretta relazione a quella della Venere-Tellus, poiché la prosperità e la pace sono garantite da Roma vittoriosa. La dea è rappresentata come un'amazzone: il capo cinto dall'elmo, il seno destro denudato, il balteo a tracolla che sorregge una corta spada, un'asta nella mano destra. La postura della statua non è quella di una guerriera, è seduta e il suo scudo è posato a terra: è una Roma vittoriosa che non ha più bisogno di combattere, ma che è vigile.

La posizione del basso-rilievo è significativa. Roma in armi guarda Tellus.

Dalla

pace

restaurata

nasce

la

prosperità.

Molto probabilmente facevano parte della scena le personificazioni di Honos e Virtus, posti ai lati della dea, nelle sembianze di due

giovani divinità maschili. Prof.ssa Angela Todisco

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His ego nec metas rerum nec tempora pono; imperium sine fine dedi. Quin aspera Iuno, quae mare nunc terrasque metu caelumque fatigat,

280

consilia in melius referet, mecumque fovebit Romanos rerum dominos gentemque togatam: sic placitum. Analisi morfo-sintattica La settima sequenza riporta in primo piano Giove: le due proposizioni principali coordinate per asindeto hanno come soggetto ego e i due predicati verbali, al presente indicativo, pono, e, al perfetto indicativo, dedi. Il terzo periodo si apre con la congiunzione

copulativa

restrittiva

quin

e

presenta

due

proposizioni principali coordinate dall’enclitica -que al futuro indicativo, referet e fovebit, e una proposizione subordinata relativa, il cui pronome al nominativo singolare femminile, quae, ha come antecedente Iuno. Chiude il periodo sic placitum, ellittico del verbo est e del dativo diis: l’espressione esprime l’atto deliberativo di una istituzione generalmente politica (placitum senatui ut: «il Senato decretò che»).

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A costoro io né limiti di dominio né limiti di tempo [pongo; un impero senza fine ho assegnato loro. Anzi, l’aspra [Giunone, che ora mare e terra e cielo per timore affligge, i suoi propositi muterà in meglio, e con me sosterrà i Romani, padroni del mondo e gente togata.

Così è stabilito. Analisi retorica: L’anafora nec sottolinea i due complementi oggetto metas e tempora e isola in posizione centrale il complemento di specificazione rerum. Al v. 280 i tre complementi oggetto mare, terrasque e caelumque sono tra di loro separati dal l’avverbio di tempo nunc e dall’ablativo di causa metu e uniti gli ultimi due dall’enclitica -que in omoteleuto. Analisi metrica: Sinalefe al v. 281: consili(a) in.

Analisi lessicale:

Gens togata è la definizione solenne della comunità dei cives Romani. 65 Prof.ssa Angela Todisco


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GIUNONE Iuno, Giunone, figlia di Saturno e Rea, venne divorata dal padre, ma tornò in vita grazie a uno stratagemma di Giove e Meti. Sorella e sposa di Giove, più importante tra tutte le divinità femminili era considerata protettrice delle donne, in particolare, per quanto

riguardava il matrimonio e il parto. Possedeva i medesimi poteri del marito, anche se in misura inferiore, e con Giove e Minerva formava la Triade Capitolina, che costituiva il culto nazionale del popolo romano. Sul Campidoglio sorgeva il Tempio di Giove Ottimo Massimo o di Giove Capitolino, che era dedicato alla Triade

Capitolina.

Alla sinistra Giunone, con il velo, tiene una patera ed uno scettro; manca l’avambraccio destro. Ai suoi piedi il pavone che fa la ruota, animale sacro alla dea. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Secondo la mitologia classica la dea è anche legata alla leggenda della Via Lattea, secondo la quale quest’ultima sarebbe nata dalle gocce del latte del seno di Iuno, mentre allattava Eracle, figlio del marito e della mortale Alcmena. Questo episodio viene ripreso dal pittore italiano Tintoretto nell’opera L’origine della Via Lattea, un dipinto a olio su tela, realizzato tra il 1575 ed il 1580.

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296

Già da Omero viene descritta come una dea gelosa, ostinata e spesso litigiosa, talora temuta dallo stesso sposo. Spesso si infuria con quest’ultimo per le ripetute e continue infedeltà ed

inevitabilmente perseguita i figli e le amanti del dio, vittime non solo della sua terribile gelosia, ma anche dell’amore, spesso non corrisposto di Giove. Proprio per queste caratteristiche è legata ad alcuni miti, ad esempio, alla persecuzione di Io. In particolar modo, viene ricordata per il suo ruolo fondamentale nell’Eneide. Sarà infatti lei a scatenare la tempesta contro Enea per impedire all’eroe di raggiungere il Lazio. Le cause dell’ira della dea sono più remote. Per Virgilio sono tre i motivi per i quali Giunone odia l’intera stirpe troiana. Le Parche, divinità che secondo il mito presiedevano al destino dell’uomo, avevano profetizzato la caduta di Cartagine, città diletta di Giunone, per mano di una progenie tratta dal sangue troiano. Si racconta inoltre di come la dea perseguitasse tutti gli amanti del marito: Ganimede, giovinetto di origine troiana di straordinaria bellezza, era stato rapito da Giove, innamoratosi di lui, perché diventasse coppiere degli dèi al posto di Ebe, la Giovinezza, figlia tra l’altro della stessa Iuno.

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Ed infine Paride, figlio di Priamo e dunque troiano, aveva osato giudicare

Giunone

meno

bella

di

Venere,

assegnando

a

quest'ultima la mela d'oro, per avere in moglie Elena.

Giunone indossa un

cappello

larghe anzichĂŠ la tradizionale corona

Lucas Cranagh il Vecchio, Il giudizio di Paride, 1528, Basilea, Kunstmuseum

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a

falde

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296

L’ABBIGLIAMENTO A ROMA: LA TUNICA E LA TOGA Nell’antica Roma l’abito che si indossava era considerato molto importante per esibire il proprio status sociale. Generalmente i vestiti realizzati nella prima fase della Repubblica erano in lana e venivano tessuti dalle donne. In seguito, però, le classi più abbienti iniziarono

ad

affidare

questo

compito

agli

schiavi,

che

acquistarono tanta destrezza da poter offrire una ampia gamma di vestiti anche in lino, seta e cotone. L’abbigliamento maschile comprendeva la tunica e la toga. Per realizzare la tunica venivano cucite all’altezza delle spalle e sui fianchi due parti di tessuto, solitamente lana, lunghe fino al ginocchio. Veniva poi aggiunta una cintura, che oltre ad avere funzione decorativa, permetteva di creare una sorta di ampia manica. I membri della classe equestre avevano diritto di indossare una tunica con strette strisce color porpora, mentre i senatori ne portavano una con strisce più ampie.

tunica

tunica equestre

tunica senatoria

(tunica angusticlavia)

(tunica laticlavia)

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La toga era il capo d’abbigliamento tradizionale dei cittadini uomini: bisognava indossarla durante tutte le cerimonie pubbliche e, dopo l’impero di Augusto, anche nel foro. Era così importante che Virgilio scrive: «Romanos rerum dominos gentem togatam» (Eneide I, 282). Veniva indossata sopra la tunica, drappeggiata senza l’uso di cuciture o spille. La stola di lana, piegata longitudinalmente, era fatta passare sopra la spalla sinistra, sotto il braccio opposto e poi era riportata sulla spalla sinistra. Rimaneva al proprio posto sia per il peso del materiale, sia per il naturale sostegno del braccio. L’ampia piega davanti al corpo si chiamava sinus e il drappeggio sopra questo umbo. Questo capo di abbigliamento era così difficile da mettere in autonomia che i Romani più abbienti avevano schiavi addetti alla vestizione. Esistevano diversi tipi di toga, a seconda del proprio status:

La toga virilis anche chiamata toga pura, era disadorna, di lana bianca non trattata. Era tipica di tutti i cittadini adulti uomini La toga praetexta era di lana bianca naturale ed era bordata di porpora. Veniva indossata solo dai magistrati La toga pulla di colore scuro era portata durante il lutto La toga candida, sbiancata artificialmente, era usata dai candidati

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alla carica politica La toga picta, di color porpora con ricami d’oro, era riservata al generale vittorioso che entrava trionfante in città. In seguito è stata adottata dagli imperatori per occasioni solenni.

Il passaggio dalla toga bordata alla toga virilis avveniva all’età di 14-16 anni durante una cerimonia, solitamente celebrata in occasione dei Liberalia il 17 Marzo.

Sebbene le donne potessero indossare la toga nei primi anni

dopo la nascita di Roma, già a metà dell’età repubblicana, le uniche donne che indossavano questo capo erano le prostitute. La toga diventa così simbolo di onore per gli uomini e di infamia per le donne.

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Ricostruzione del Tempio di Giove Capitolino, a Roma.

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Veniet lustris labentibus aetas, cum domus Assaraci Phthiam clarasque Mycenas servitio premet, ac victis dominabitur Argis.

285

Analisi morfo-sintattica Il periodo è costituito dalla proposizione principale Veniet aetas, da un ablativo assoluto (lustris labentibus) e da due proposizioni subordinate coordinate temporali, introdotte da cum con predicati verbali all’indicativo futuro semplice (premet e dominabitur). Analisi retorica: Si noti l’allitterazione “l” in lustris labentibus e l’iperbato con omoteleuto in victis …Argis.

Analisi lessicale: Il lustrum è un periodo di 5 anni. Il troiano Assaraco era bisnonno di Enea.

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Verrà un’età, col trascorrere dei lustri, quando Ftia e l’illustre Micene la casa di Assaraco ridurrà in schiavitù e sarà padrona sulla vinta Argo.

FTIA in Tessaglia, Micene e Argo in Argolide erano rispettivamente la patria di Achille, di Agamennone e di Diomede. Qui nella profezia di Giove si allude alla conquista romana della Grecia avvenuta nel 146 a.C., presentata come vendetta per la d’istruzione di Troia ad opera dei discendenti di Enea.

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Nascetur pulchra Troianus origine Caesar, imperium Oceano, famam qui terminet astris,— Iulius, a magno demissum nomen Iulo. Hunc tu olim caelo, spoliis Orientis onustum, accipies secura; vocabitur hic quoque votis.

290

Analisi morfo-sintattica La sequenza dedicata a Caesar si apre con l’indicativo futuro semplice nascetur, seguito dal complemento di origine all’ablativo semplice, pulchra origine. Il soggetto Caesar è accompagnato dall’appellativo Iulus, con apposizione nomen e participio perfetto con valore attributivo, demissum, che a sua volta regge il complemento di origine, a magno Iulo. Il periodo si completa con la proposizione relativa propria, il cui soggetto, qui, ha come antecedente

Caesar.

Seguono

due

proposizioni

principali

all’indicativo futuro (accipies e vocabitur) con soggetto la prima tu (Giunone) e la seconda hic (Cesare).

Analisi metrica: Al v. 287 sinalefe tra imperi(um) Oceano. Prof.ssa Angela Todisco

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Nascerà troiano da bella origine Cesare, che porrà come confine all’Oceano l’impero, agli astri la [sua fama, Giulio, nome disceso dal grande Iulo. Costui un giorno tu in cielo, carico delle spoglie [d’Oriente, accoglierai tranquilla; anche costui sarà invocato con [preghiere. Analisi retorica Particolarmente curata è la dispositio verborum: pulchra in iperbato rispetto a origine; accusativo+dativo+accusativo (imperium Oceano famam) in posizione anticipata rispetto al soggetto+predicato verbale (qui terminet), seguiti dall’ultimo dativo, astris, a segnare i confini incommensurabili degli astri per la fama di Cesare; il nome Iulus in poliptoto (Iulus … Iulo) a inizio e fine verso. Il v. 289 si apre con hunc in poliptoto con hic del verso successivo ed è segnato dall’assonanza della “o” in olim caelo spoliis Orientis onustum. Nel v. 290 il predicativo del soggetto secura è legato foneticamente a accipies dall’allitterazione della “s”, mentre il complemento di

causa efficiente votis si unisce al predicato vocabitur con l’allitterazione della “v”. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Analisi lessicale: L’aggettivo pulcher qui potrebbe essere interpretato con significato traslato, «nobile, famoso», oppure nell’accezione letterale di «bello» con allusione alla bellezza di Venere, madre di Enea e, pertanto, di tutti i suoi discendenti, appartenenti alla gens Iulia. Su chi sia il Giulio Cesare qui menzionato, se CAIO GIULIO CESARE o CESARE OTTAVIANO AUGUSTO, gli studiosi non sono

concordi.

Tuttavia,

i

riferimenti

ai

confini

naturali

dell’Oceano e degli astri per l’impero romano e, al v. 289, la menzione delle spoliae Orientis (probabile allusione all’armistizio con i Parti del 20 a.C., in seguito al quale furono recuperate le insegne romane perdute nel 53 a.C. a Carre da Crasso) farebbero pensare ad Augusto, detto Iulio, perché figlio adottivo di Giulio Cesare e perciò membro della gens Iulia. Particolare pregnanza semantica ha il verbo terminet, che propriamente significa «porre qualcosa come confine, come limite, a segnare il termine per ciò che finisce e l’inizio per ciò che comincia». OCEANO è l’insieme delle acque, concepito come un fiume, che avvolge i mari e le terre emerse. Il participio attributivo demissum riferito a nomen con grande forza icastica rende il ‘discendere’ lungo i numerosi secoli della gens Iulia

dal capostipite troiano Enea/Iulo. Prof.ssa Angela Todisco

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CAIO GIULIO CESARE Cesare apparteneva alla famiglia chiamata Gens Iulia, ritenuta una delle più importanti e durature fra le famiglie romane. Patrizia, questa famiglia ha origine da Iulo Ascanio, figlio di Enea, a sua volta figlio della dea Venere. In età cesariana, la famiglia subì delle gravi difficoltà economiche, perdendo denaro; ciononostante mantenne la sua fama e la sua importanza, grazie alle sue presunte origini soprannaturali. Infatti su questo punto di forza della famiglia, essere intoccabili perché discendenti degli dei, Caio Giulio Cesare basò la sua supremazia politica durante la guerra civile contro Pompeo.

La famiglia, pur essendo legata al mito della fondazione di Roma, venne considerata rappresentante delle origini divine della città, al contrario della famiglia dei Silvii; infatti, nel mito, Rea Silvia, diretta madre di Romolo, faceva parte della famiglia dei Silvii, cui viene attribuita la fondazione di Roma. La dinastia dei Silvii ha

origine da Silvio, fratellastro di Ascanio, figlio di Enea e di Lavinia. Ascanio si sposta ad Alba Longa da dove poi nascerà la Gens Iulia. Sempre secondo il mito, Ascanio rimase possibile erede della città di Lavinio; ma alla morte di Enea e, dopo molte dispute con la matrigna per il possesso della città, alla morte dello stesso Iulo Ascanio, il figlio di Ascanio, Iulo, dovette cedere il potere a Silvio, Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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in cambio di un sacerdozio ereditario, da cui può aver origine l’accezione divina attribuita alla famiglia. Perciò Romolo e Remo, anche se indirettamente, sono parenti di Iulo Ascanio e della Gens Iulia. La famiglia dei Silvii, invece, pur essendo considerata in più diretto legame con l’effettivo fondatore della città di Roma, viene valutata secondaria rispetto alla Gens Iulia, discendente di Iulio Ascanio.

Dell’appartenenza di Cesare a questa illustre famiglia troviamo testimonianza nella Vita di Cesare, scritta da Svetonio, sotto l’imperatore Adriano (De vita duodecim Caesarum, I. 6):

«Quando divenne questore, dalla tribuna dei rostri pronunciò, secondo la consuetudine, il discorso funebre in onore della zia Giulia e della moglie Cornelia che erano morte. Proprio nell'elogio della zia riferì di lei e di suo

padre questa duplice origine: «La stirpe materna di mia zia Giulia ha origine dai re, quella paterna si congiunge con gli dei immortali. Infatti da Anco Marzio discendono i Marzii, e tale fu il nome di sua madre. Da Venere hanno origine i Giulii, alla cui gente appartiene la nostra famiglia. Vi è dunque nella stirpe la santità dei re, che si innalzano sugli uomini, e la solennità degli dei, sotto il cui potere si trovano gli stessi re. Rimpiazzò poi Cornelia con Pompea, figlia di Quinto Pompeo e nipote di Prof.ssa Angela Todisco

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L. Silla; da lei divorziò più tardi, sospettandola di adulterio con Publio Clodio. Si andava dicendo che Clodio si era introdotto da lei, in vesti femminili, durante una pubblica cerimonia religiosa. Il Senato dovette

ordinare un'inchiesta per sacrilegio».

I RITRATTI DI CESARE

Osservando i ritratti di Cesare possiamo notare come, poco a poco, si

passi

da

raffigurazioni

realistiche

a

delle

figure

che

rappresentano la sua idealizzazione, dovuta alla divinizzazione del personaggio e al suo utilizzo politico da parte di Augusto. Lo stesso Cesare aveva commissionato numerose statue celebrative nei suoi ultimi anni di vita.

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RITRATTO DI CESARE IN MARMO LUNENSE da Tuscolo (45-44 a.C.; Torino, Museo d’Antichità, dalla Collezione del Castello Ducale di Aglié)

Questa raffigurazione di Cesare è realistica e le sue dimensioni rappresentano quelle naturali. Il cranio è allungato e presenta un fronte spaziosa,solcata da profonde rughe. La statua non nasconde i segni della vecchiaia di Cesare, come l’ampia stempiatura o i solchi che incorniciano la bocca, atteggiata a un sorriso ironico.

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RITRATTO DETTO “CESARE VERDE” (I sec. a. C. – I sec. d. C.- basanite, h. cm 41, Berlin, Antikensammlung Staatliche Museen)

Il busto, di dimensioni superiori al vero, raffigura un uomo dalla forte personalità, che si avvia verso la vecchiaia. Similmente ai ritratti di epoca più tarda ha gli zigomi più pronunciati, le guance scavate e il mento prominente. Il viso presenta profondi solchi e i capelli sono radi. Sul suo volto possiamo notare la personificazione dei valori dell’uomo di Stato romano: i segni dell’età ne rappresentano l’auctoritas, i tratti severi la gravitas e il volto smagrito la frugalitas.

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RITRATTO DETTO “CESARE CHIARAMONTI” (30-20 a. C.; Città del Vaticano, Musei Vaticani)

Questo busto, risalente agli anni del secondo triumvirato, presenta i primi segni dell’idealizzazione di Cesare, che connotano l’opera come prodotto artistico di propaganda. Infatti, nonostante i tratti del volto corrispondano all’iconografia realistica di altri suoi ritratti, la sua capigliatura è folta, mentre gli zigomi meno sporgenti e le guance meno scavate determinano un volto più pieno, dai volumi più equilibrati.

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AUGUSTO

Ottaviano (in origine Gaius Octavius, come il padre) nasce a Roma il 23 settembre del 63 a.C. Ottaviano, pronipote di Cesare per parte di sua madre Attia, alla morte di costui nel 44 a.C. apprende di essere stato adottato come suo figlio, nonché designato erede di tutti i suoi beni. Inizia in questo modo la sua irresistibile ascesa politica, che parte con il secondo triumvirato con Marco Antonio e Lepido del 42 a.C., ed è costellata fin da subito da vittorie significative

(Filippi,

in

Tracia,

42

a.

C.).

Ma

inizia

successivamente anche una guerra civile sanguinosissima, che lo vede schierato contro l’ex alleato Antonio, dapprima in Italia e poi anche in Egitto. Antonio viene definitivamente sconfitto nel 31 a. C., con la celebre battaglia di Azio. Si suiciderà poco dopo. Eliminati i numerosi avversari, nel 29 a.C. ottiene il titolo di Princeps Senatus (Ottaviano ha il diritto di prendere la parola per primo in Senato) e nel 27 quello di Augustus (da augeo, es, ausus sum, augere, «accrescere»; Ottaviano gode del favore degli dèi e lo assicura a Roma). E’ la fine dell’età repubblicana e l’inizio di un periodo chiamato principato. Augusto riveste tutte le cariche ufficiali, cercando e ottenendo l’approvazione dei senatori. E’ una

strategia molto oculata ed efficace, che gli permette di avere quel consenso che invece mancò al dictator Cesare.

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Nel 23 a.C. gli vengono conferiti l’imperium proconsulare (Ottaviano ha piena autorità militare e civile su tutto il territorio) e la tribunicia potestas (Ottaviano può convocare le assemblee, proporre leggi, esercitare il diritto di veto). Nel 12 a.C. segue la nomina di Pontifex Maximus (Ottaviano è garante della pax deorum), la più importante delle cariche religiose, e nel 2 a. C. quella di Pater Patriae. I generali di Augusto ottengono vittorie sia in Oriente (contro i temutissimi Parti) che in Occidente (contro Reti, Vindelici, Pannoni). Unica, gravissima, macchia è la sconfitta delle truppe di Varo nella selva di Teutoburgo, il 9 d.C., sconfitta che, unitamente alla morte di familiari, segna profondamente la vecchiaia di Augusto. Ma la grandezza di Augusto passa anche per l’intensa opera di riorganizzazione dello Stato. Viene creato il fisco, e le nuove leggi riformano Senato e province, esercito e magistrature. Amante dell’arte, ma anche consapevole dell’utilità di questa come strumento politico e di propaganda, sosteneva gli artisti del circolo del collaboratore Mecenate. Scrittori come Properzio, Livio, Orazio

e, soprattutto, Virgilio sono tra coloro che hanno operato in un’età, quella augustea, generalmente ritenuta tra le più prospere della storia romana. Prof.ssa Angela Todisco

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Augusto stesso compose in versi e in prosa fin da giovane. Le Res Gestae Divi Augusti rimangono forse l’opera più celebre.

Iscrizione delle Res Gestae, versione greca rinvenuta ad Apollonia

Muore a Nola, in Campania, il 19 agosto del 14 d.C. e trova sepoltura nel suo mausoleo, a Roma. L’impero passa nelle mani

dell’amato Tiberio, figlio di Agrippa. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Muore a Nola, in Campania, il 19 agosto del 14 d.C. e trova sepoltura nel suo mausoleo, a Roma. L’impero passa nelle mani dell’amato Tiberio, figlio di Agrippa.

L'entrata del Mausoleo di Augusto sul Campo Marzio: qui dovevano essere poste le tavole bronzee con incise le Res gestae.

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AUGUSTO PONTEFICE MASSIMO

Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme

La statua, risalente al 12 a.C. e in origine policroma, rappresenta Augusto quale Pontefice Massimo. Il princeps è stante, tutto il peso

è spostato sulla gamba sinistra, accanto alla quale appare la capsa per i volumina («scatola per lo più cilindrica in cui venivano custoditi gioielli, oggetti da toletta, ma soprattutto papiri e libri»

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[Treccani]), e il braccio destro reggeva probabilmente una patera. La statua, risalente al 12 a.C. e in origine policroma, rappresenta Augusto quale Pontefice Massimo. Il princeps è stante, tutto il peso è spostato sulla gamba sinistra, accanto alla quale appare la capsa («scatola per lo più cilindrica in cui venivano custoditi gioielli, oggetti da toletta, ma soprattutto papiri e libri» [Treccani]) per i volumina, e il braccio destro reggeva probabilmente una patera. La toga è panneggiata e drappeggiata con precisione in modo da creare pieghe caratteristiche, quali il balteus (testa), l’umbo (addome) e il sinus (ginocchia). Il taglio ampio della toga imperiale diventò presto di moda. I calcei patricii («calzatura del cittadino romano antico, simile allo stivaletto odierno, prescritta per presentarsi in pubblico per gli uomini e le donne libere» [Treccani]), calzati ai piedi, sottolineano l’alto rango del personaggio. La capigliatura è denominata “a tenaglia” o “a coda

di rondine” e il viso è caratterizzato da un equilibrato verismo: lievi rughe si stendono sul marmo, solcando la fronte, ad indicare un’età matura.

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Secondo i Fasti Prenestini (calendario rurale romano, inciso in forma epigrafica su marmo e rinvenuto a Praeneste (Palestrina), il princeps accettò questa carica, che gli permetteva di controllare tutta la vita religiosa pubblica, il 6 marzo. Egli fondava la sua aspirazione al pontificato massimo sul collegamento diretto con Vesta, dea del focolare. Fu Enea infatti, patriarca della Gens Iulia (a cui apparteneva Augusto), ad importare il culto della dea a Roma. Il riconoscimento di Augusto a questa carica fu quindi doveroso e con la nomina di pontifex vennero costruiti un altare dedicato a Vesta e una statua della dea, che furono poi posti nella casa dell’imperatore. Il fuoco pubblico di Roma veniva acceso anche nella domus del princeps, a testimonianza del fatto che il suo focolare privato era diventato di tutti i cittadini.

Frammento dei Fasti Praenestini, Roma, Museo Nazionale Romano

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RITRATTO DI AUGUSTO CON CORONA CIVICA (40 d.C. ca., da Saintes – Museo Archeologico di Saintes)

Il ritratto è una copia del tipo di Prima Porta o Augusto loricato (15 a.C. ca. – Musei Vaticani).

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Il princeps, colui che aveva restituito la pace dopo le guerre civili, in questo ritratto marmoreo, rinvenuto a Saintes, in Aquitania, nel 1857, è raffigurato quasi come fosse divino. Nella classicità dei lineamenti del volto e nella regolarità delle ciocche dei capelli, la torsione del collo e l’inclinazione del capo conferiscono grande espressività al ritratto. La statua mette in evidenza, da un lato, come l'impero assicurasse la diffusione delle statue del princeps in tutte le regioni, dall’altro, come la rielaborazione a livello locale dell'effige dell'imperatore mostrasse la volontà di far emergere una nuova concezione del princeps, originando una commistione tra potere centrale ed autorità locali. I simulacri di Augusto, dunque, possono essere considerati parte integrante del culto dell’imperatore, che le province dell’impero rendevano al princeps, visto come buon sovrano, assimilabile ad un dio.

Sul retro la statua presenta sette fori a cui si è pensato che in origine fossero fissati i raggi in metallo di una corona radiale, ricordo della divinizzazione di Augusto. Augusto qui indossa la corona civica, composta di rami di quercia, onorificenza di carattere militare, conferitagli, come ricordato dei Fasti Prenestini, dal Senato il 13 gennaio del 27 a.C., «per aver salvato i cittadini». Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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In tale data venne posto nella Curia uno scudo con incise le parole VIRTUS, CLEMENTIA, IUSTITIA e PIETAS.

Nelle Res Gestae (34, 2) Augusto ricorda così l'evento:

«Per questo mio atto, in segno di riconoscenza, mi fu dato il titolo di Augusto per delibera del senato e la porta della mia casa per ordine dello Stato fu ornata con rami d'alloro, e una corona civica fu affissa alla mia porta, e nella Curia Giulia fu posto uno scudo d'oro (clupeus aureus in curia Iulia positus), la cui iscrizione attestava che il senato e il popolo romano me lo davano a motivo del mio valore e della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietà (virtutis clementiaeque iustitiae et pieta[tis caus]sa)».

Monumentum Ancyranum. Il tempio di Augusto e Roma ad Ankara, sulle cui pareti sono incise le Res gestae Divi Augusti (1861)

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Lo scudo, definito solitamente CLIPEUS VIRTUTIS, venne rappresentato sulle monete, di cui ci restano numerose copie, e venne prodotto in numerosi esemplari diffusi capillarmente sul vasto territorio dell’impero. Tra le tante copie ad Arles si conserva ancora una copia marmorea del clipeus, che costituisce uno straordinario documento epigrafico. L'iscrizione su di esso recita: «Il Senato e il Popolo di Roma all'imperatore Cesare Augusto, figlio di un dio (imp[eratori] Caesari Divi f[ilio] Augusto), console per l’ottava volta, hanno conferito questo clipeo segno di valore, clemenza, giustizia e devozione verso gli dei e la patria (clvpevm virtvtis clementiae ivstitiae pietatis erga deos patriamqve)».

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GEMMA AUGUSTEA

La Gemma augustea si presenta come un cammeo in leggero rilievo su due strati, intagliati su di una pietra araba d'onice. Uno strato è bianco, mentre l'altro è di colore marrone-bluastro, per meglio mettere in risalto i dettagli delle figure rappresentate, e creare un netto contrasto con il fondo scuro. Si ritiene comunemente che chi realizzò questo capolavoro possa essere stato Dioscuride o uno dei suoi discepoli nel 12 d.C. La Gemma fu probabilmente

creata

in

occasione

del

trionfo

tributato

a Tiberio nel 12 d.C., erede del princeps Augusto, e futuro

imperatore, dopo i successi ottenuti su Dalmati e Pannoni al termine della rivolta dalmato-pannonica del 6-9 d.C. È conservata presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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La figura seduta sul trono rappresenta l'imperatore Augusto con in una mano lo scettro e nell'altra il lituo, lo strumento sacro degli auguri. La figura alle spalle di Augusto, sulla destra, è una donna, facilmente identificabile con Oikoumene, la personificazione del mondo abitato, che rappresenta il mondo civilizzato dell'Impero

Romano. Ella indossa sulla testa una "corona muraria" ed un velo, e a sua volta incorona Augusto con la "corona civica" di foglie di quercia, usata per lodare chi abbia salvato la vita ad un cittadino romano. Le figure alla destra dell'imperatore, sono una stante e l'altra,

piĂš

giovane,

seduta.

La

prima

rappresenta Nettuno/OCEANUS, la seconda la Terra (o l'Italia). Sono tra loro strettamente correlate e bilanciano le altre due figure Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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alla sinistra dell'imperatore. Rappresentano ovviamente il regno dell'acqua e della terra, mentre i bambini che li circondano potrebbero rappresentare le stagioni, estate ed autunno, poichÊ uno di essi tiene in mano delle spighe di grano. La figura posta sotto Augusto è l'aquila di Giove. Seduta accanto all'imperatore sta ROMA, che indossa un elmo sulla testa e tiene una lancia nella mano destra, mentre la sinistra tocca delicatamente l'elsa della sua spada, probabilmente a dimostrare che Roma era sempre pronta a combattere una nuova guerra. Oltre a tenere il piede sopra l'armatura delle popolazioni conquistate, la dea Roma sembra guardare con ammirazione ad Augusto, e alcuni ritengono vi sia

una qualche somiglianza con la moglie dell'imperatore, Livia Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Drusilla, oltreché essere madre del successore, Tiberio. Tra Augusto e Roma il simbolo del Capricorno, caro allo stesso imperatore. A fianco di Roma troviamo un giovane in uniforme militare, identificabile con Germanico, il nipote prediletto di Augusto, imposto a Tiberio come figlio e futuro erede al trono. Al suo fianco un carro trionfale, su quale troviamo una figura che indossa una toga. Si tratta di Tiberio, il successore designato. La toga rappresenta la civiltà e la pace, è il simbolo del ritorno alla pace. Alle sue spalle la dea della Vittoria guida il carro trionfale. Alcuni studiosi interpretano tutte le figure rappresentate nella parte inferiore della gemma come anonime. Altri descrivono le

figure come tutte importanti ed identificabili. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Aspera tum positis mitescent saecula bellis; cana Fides, et Vesta, Remo cum fratre Quirinus,

iura dabunt; dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus, saeva sedens super arma, et centum vinctus aenis

295

post tergum nodis, fremet horridus ore cruento.' Analisi morfo-sintattica L’ultima sequenza della profezia di Giove si snoda per quattro proposizioni principali, di cui solo la prima e l’ultima sono seguite da proposizioni subordinate di forma implicita: l’ablativo assoluto positis bellis con valore temporale nella prima e i due participi congiunti di valore temporale (sedens, participio presente, da sedeo, es, sēdi, sessum, sedere, ad indicare la contemporaneità dell’azione, e vinctus, participio perfetto, da vincio, is, vinxi, vinctum, vincire, ad indicare l’anteriorità dell’azione rispetto al tempo principale della reggente). Analisi metrica: Sinalefi tra ferr(o) et al v. 293 e tra arma(a) et al v. 295. Il verso 295 è l’unico verso spondaico del brano. La solennità del ritmo spondaico ben si confà alla rappresentazione del Furor.

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I crudeli secoli allora, placate le guerre, si calmeranno;

la canuta LEALTÀ e VESTA e Quirino con il fratello Remo daranno le leggi; col ferro e serrami ben forgiati le funesta porte della Guerra saranno chiuse; l’empio Furore all’interno,

sedendo sulle armi crudeli e avvinto da cento nodi di bronzo sul dorso, fremerà orrido con bocca sanguinosa”.

Analisi retorica: L’iperbato di aspera, in posizione incipitaria rispetto al sostantivo saecula, e l’iperbato dirae, attributo di portae, pongono in rilievo la durezza dei tempi di guerra. Al v. 295 l’allitterazione della “s” in saeva sedens super e al v. 296 l’allitterazione della “r” in tergum …

fremet … horridus ore cruento riproducono fono-simbolicamente la furia rabbiosa del Furor reso impotente. Analisi lessicale: Con canus, a, um la lingua latina esprime il colore del bianco bigio, privo di lucore, proprio dei capelli bianchi degli anziani, non più luminosi; l’aggettivo per traslato connota l’antica età della Fides, una delle divinità della religione romana delle origini, a cui si rifaceva il programma riformatore di Augusto.

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Le dirae portae Belli sono le porte del tempio del dio GIANO, costruito da Numa Pompilio, secondo Livio, Ab urbe condita I. 18. Le porte, lasciate aperte in tempo di guerra, vennero chiuse per la seconda volta nella storia di Roma (la prima volta fu sotto Numa, dopo la prima guerra punica) proprio da Augusto nel 29 e nel 25 a.C., a suggellare la fine delle guerre civili e l’inizio della raggiunta pax. La realistica e plastica descrizione di Furor, incatenato e seduto sulle armi all’interno del tempio di Bellum, è probabile che riproduca un quadro di Apelle, raffigurante Alessandro, che,

secondo la testimonianza di Plinio il Vecchio (Naturalis Historia XXXV. 93), Augusto aveva fatto sistemare nel Foro.

Busto di Giano bifronte, culto istituito da Numa Pompilio

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VESTA E LE VESTALI Raffigurazione della dea Vesta che regge una patera e uno scettro sul rovescio di un antoniniano

Vesta è un'antica divinità romana, corrispondente alla dea greca Estia. Il mito vuole che Estia, primogenita di Rea e Crono, fosse stata inghiottita e vomitata dal padre come i suoi fratelli, successivamente liberati da Zeus. Sempre secondo il mito, ella non scese mai dall'Olimpo, rifiutò l'amore di Apollo e Poseidone e ottenne da Zeus di serbare eternamente la verginità. Fu preposta

alla protezione del focolare domestico e in tutti i templi ardeva il suo fuoco sacro. Ribattezzata Vesta dai Romani per un passaggio dal greco Εστία, Ƒεστία, anche nella cultura latina questa divinità protegge la casa e il focolare, simbolo dell'imperitura potenza dell'Urbe, di cui abbiamo un riferimento ai vv. 279-280 dell'Eneide. Nel culto privato non fu mai una divinità predominante ed infatti fu presto sostituita da Lari e Penati, ma mantenne una grande rilevanza a livello pubblico: le erano dedicate delle festività, le Vestalia, che duravano una settimana ed era tenuta in grandissima considerazione nelle preghiere propiziatorie, dal momento che elle presiedeva il focolare dell'intera città. Augusto le dedicò persino un tempio sul Palatino. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Le sacerdotesse di Vesta, le Vestali, scelte dal pontifex maximus, erano sei ed esercitavano il loro incarico per trenta anni. Erano vergini, come la divinità a cui erano devote, e si dice facessero parte in età arcaica del collegio dei pontefici e che godessero di molti privilegi, del tutto straordinari per le donne dell'epoca. Nel caso in cui fossero venute meno al loro dovere, potevano venire seppellite vive dal pontefice, con il quale avevano una relazione di totale sottomissione, dal momento che egli possedeva la potestas su tutte loro, e la Virgo Vestale Maxima, la più anziana rappresentante del collegio, si poneva al pontefice come una matrona al marito per formare una sorta di coppia spirituale.

Rilievo con Vestale. Opera romana di età adrianea (117-138). Roma, Antiquario del Palatino

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IL TEMPIO DI VESTA

Il tempio di Vesta è un piccolo tempio a tholos, situato all'estremità orientale del Foro Romano lungo la via Sacra, accanto alla Regia ed alla Casa delle Vestali; insieme a quest'ultimo edificio, costituiva un unico complesso religioso, con il nome diatrium Vestae. Nato inizialmente come struttura pubblica per la conservazione del fuoco, divenne successivamente un tempio. E’ probabilmente tra i più antichi di Roma e, secondo la tradizione romana, la decisione della sua costruzione si deve a Numa Pompilio. La forma circolare viene ricondotta sia dalle fonti antiche (Ovidio, Fasti, 6, 261-262), sia nei primi studi archeologici, alla forma delle originarie capanne della Roma dell'VIII e VII secolo a.C., a causa anche della antichissima istituzione del culto di Vesta nella

religione romana. Il tempio era costituito da un podio in opera cementizia rivestito di marmo, al quale si addossavano le basi che sostenevano la peristasi

formata

da

20

colonne

corinzie

scanalate,

che

racchiudevano la cella. All’interno di essa era custodito il "fuoco sacro", perennemente acceso, e il tetto, conico, aveva un'apertura centrale che permetteva la fuoriuscita del fumo. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Nel penus Vestae, a cui si accedeva solo dalla cella e in cui potevano accedere solo le sacerdotesse, erano conservati i pignora civitatis, ovvero gli oggetti sacri ai destini di Roma e "pegno" delle sue fortune, che Enea, secondo la leggenda, avrebbe trasportato da Troia. Tra tutti il più importante era il Palladio, un simulacro arcaico di Minerva.

Copia in legno del Palladio, 96 cm., Museo Archeologico di Lavinium/ Pratica di Mare

Il tempio subì numerosi incendi e venne ricostruito con la stessa forma e le stesse dimensioni. Dopo l'età romana venne conservato fino al 1500, ma successivamente andò completamente distrutto fino alla sua riscoperta ad opera degli scavi archeologici ottocenteschi. L'aspetto attuale è dovuto alla ristrutturazione del 1930, durante la quale furono utilizzati numerosi frammenti originali, completati da restauri in travertino.

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LEGGIAMO L’IMMAGINE – TEMPIO DI VESTA Tempio a tholos: la forma circolare venne ricondotta alla forma delle originarie capanne della Roma dell'VIII e VII secolo a.C

All’interno della cella vi era il "fuoco sacro", perennemente acceso e il tetto, conico, aveva un'apertura centrale che permetteva la fuoriuscita del fumo.

La peristasi era formata da 20 colonne di ordine corinzio.

Il tempio era costituito da un podio in opera cementizia rivestito di marmo.

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FIDES

Augusto aveva bisogno di legittimare il suo potere e per ottenere il consenso di masse incolte e uomini dotti sfruttò tutti i mezzi comunicativi

del

tempo.

I

termini

più

importanti

della

propaganda augustea furono pax, securitas, clementia, mos maiorum e fides, uno dei valori principali della civiltà romana Il culto della dea Fides fu introdotto a Roma, secondo la tradizione, da Numa Pompilio, ma solo nel 254 a.C. il console Aulo Attilio Calatino fece costruire un tempio in suo onore sul colle Campidoglio, di fronte a quello di Giove. Fides veniva raffigurata come una vecchia dai capelli bianchi, più vecchia dello stesso Giove, a simboleggiare che il rispetto della parola data è il fondamento di ogni ordine sociale e politico.

Nel suo tempio si sacrificava solennemente il primo d'ottobre e la funzione del tempio era quella di custodire i trattati stretti da Roma con gli altri popoli. Il rito legato al suo culto prevedeva che i Flamines maiores si recassero al suo tempio su un carro coperto tirato da due animali e che il sacrificante dovesse avere la mano destra coperta da un panno bianco. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Il simbolo del culto di Fides sono due mani coperte come quelle impresse sulle monete di età imperiale.

Fides è la "lealtà", ma anche la "devozione" e il "sentimento del dovere", la "fede" e la "fiducia" che si ha e che si dà. Il termine indica il rispetto della parola data da entrambe le parti, la lealtà in ambito privato, la condotta leale in guerra e nei rapporti con gli altri popoli, sia alleati che nemici. Nel definire la fides Cicerone afferma che essa è l’elemento fondamentale di ogni giustizia, in quanto non solo è verità di quanto è stato detto, ma anche permanenza nel tempo degli accordi stipulati fra gli uomini. Fides tutela e protegge il contratto, l’atto giuridico, l’impegno dato con la parola o con lo scritto, cosi come Dius Fidius, uno dei nomi sacri di Giove come garante dei patti, tutela i giuramenti. È uno dei valori fondamentali del mos maiorum e su cui si basano gli iura. Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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Sotto l'Impero assume più che altro il significato di fedeltà all'imperatore, specialmente da parte dell'esercito.

Fides viene rappresentata sulle monete come un donna, stante o seduta, con una corona di foglie d’ulivo sul capo, nelle mani spighe e kàlathos (canestro fatto di vimini o di canne, stretto alla base, che si allarga progressivamente fino ad una larga apertura, emblema dell'operosità femminile).

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Talvolta ha in una mano una torella (simbolo della fede) e nell’altra un segno militare, un’insegna, un caduceo (bastone alato con due serpenti attorcigliati intorno a esso, simbolo di pace, prosperità e condotta onesta ), un globo o un’aquila legionaria.

Spesso appare il suo simbolo, due mani unite, dextrarum iunctio, che indicano l’unione delle persone che promettono fedeltà, dietro queste a volte possono innalzarsi dei papaveri o delle spighe di biada (simbolo dell’anima immortale). Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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APPENDICI

Denaro d’argento romano-campano. Effige di lupa che allatta Romolo e Remo. IV sec. a.C., Roma.

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IL PERCORSO DAL SATURNIO ALL’ESAMETRO

L’origine del verso saturnio, il più antico della cultura latina, è tuttora sconosciuto: ad esempio, non sappiamo se la struttura in due cola (o icti, di cui il secondo spesso più breve), separati da una pausa (dieresi), sia un’invenzione romana o un’importazione dalla cultura greca; ancora, anche la questione metro accentuativo (basato sul ritmo degli accenti, come in poesia italiana) o quantitativo (basato invece sull’alternanza di sillabe lunghe e brevi, come l’esametro) è dubbia, nonostante la critica penda più verso la seconda possibilità. L’etimologia

del

nome

saturnio,

invece,

è

sicuramente

riconducibile al dio Saturno, re del Lazio antico. Questa tipologia di metro è tipica dell’epos più antico di Livio Andronico e Gneo Nevio. Già con gli Annales di Ennio, troviamo l’importazione dalla Grecia dell’esametro dattilico, destinato a diventare il metro canonico dell’epica latina. La struttura dell’esametro è costituita da un’esapodia dattilica, cioè da sei piedi dattilici, di cui i primi cinque spondei o dattili e

l’ultimo trocheo o spondeo (catalessi in dysillabum). – ∪∪, – ∪∪, – ∪∪ ,– ∪∪ ,– ∪∪, – ∪

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296 Mosaico del III sec. d.C. –Rheinisches Landmuseum, Trier

È merito di ENNIO aver saputo adattare l’esametro, metro modellato sulla struttura prosodica greca, alla prosodia latina. Numerose erano le difficoltà che gli si presentavano, come, ad esempio, la scarsità di due sillabe brevi necessarie a comporre un dattilo. Tra le varie soluzioni egli adottò la caduta della -s finale dopo vocale, in modo da mantenerla breve davanti a parola iniziante per altra vocale (caedimu(s) ferro, inclutu(s) saltu); l’utilizzo esasperato di monosillabi (si lux, si nox, si mox, si iam data sit frux) e tmesi (si saxo cere communuit brum, dove cere e brum costituirebbero la stessa parola cerebrum). Difficile è comunque valutare se si tratti di adattamenti o di ricerca di effetti stilistici particolari (verso olodattilico per suggerire l’idea di movimento o olospondaico per un tono solenne) o di

contaminazione omerica di alcuni termini (genitivo in –oeo) ed arcaismi in generale (preposizione indu- al posto di in-), atti alla ricerca di uno stile solenne tipico del genere epico. Prof.ssa Angela Todisco

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296

FIGURE METRICHE

SINALEFE: fusione nella pronuncia di una sillaba finale uscente in

vocale o in vocale+m, con la sillaba iniziale della parola seguente cominciante per vocale o h.

Es.: iudicium ullum = iudici + ullum

SINERESI o SINIZESI: fenomeno che consiste nel considerare unite in una sola sillaba due vocali che appartengono a due sillabe diverse. Es.: di-e-i (trisillabo) = di-ei (bisillabo).

SCHEMA DELLE CESURE E DELLE DIÈRESI

a = semiternaria (o tritemìmera) b = semiquinaria (o pentemìmera) c = trocaica o del terzo trocheo (katà trìton trochàion) d = semisettenaria (o eftemìmera) e = dièresi bucolica (o femminile). Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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LETTURA METRICA Òllī sùbridèns ‖ hominùm sator àtque deòrum, vòltu, quò caelùm ‖ tempèstatèsque serènat,

255

òscula lìbavìt natàe,‖ dehìnc tàlia fàtur: «Pàrce metù, ‖ Cytherèa: manènt ‖ immòta tuòrum fàta tibì; cernès ‖ urb(em) èt promìssa Lavìni

mòenia, sùblimèmque ferès ‖ ad sìdera càeli màgnanim(um) Àeneàn; ‖ neque mè sentèntia vèrtit.

260

Hìc tibi (fàbor enìm, ‖ quand(o) hàec te cùra remòrdet,

lòngius èt volvèns ‖ fatòr(um) arcàna movèbo) bèll(um) ingèns ‖ geret Ìtalià, ‖ populòsque feròces còntundèt, ‖ morèsque virìs ‖ et mòenia pònet, tèrtia dùm Latiò ‖ regnàntem vìderit àestas,

265

tèrnaque trànsierìnt ‖ Rutulìs hibèrna subàctis. Àt puer Àscaniùs, ‖ cui nùnc cognòmen Iùlo Prof.ssa Angela Todisco

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àdditur,—Ìlus eràt, ‖ dum rès stetit Ìlia règno,— trìgintà magnòs ‖ volvèndis mènsibus òrbis ìmperi(o) èxplebìt, ‖ regnùmqu(e) ab sède Lavìni

270

trànsferet, èt longàm ‖ multà vi mùniet Àlbam. Hìc iam tèr centùm ‖ totòs regnàbitur ànnos gènte sub Hèctoreà, ‖ donèc regìna sacèrdos, Màrte gravìs, geminàm ‖ partù dabit Ìlia pròlem. Ìnde lupàe fulvò ‖ nutrìcis tègmine làetus

275

Ròmulus èxcipièt ‖ gent(em), èt Mavòrtia còndet mòenia, Ròmanòsque ‖ suò de nòmine dìcet. Hìs ego nèc ‖ metàs rerùm ‖ nec tèmpora pòno; ìmperiùm ‖ sine fìne dedì. ‖ Quin àspera Iùno, quàe mare nùnc ‖ terràsque metù ‖ caelùmque fatìgat,

280

cònsili(a) ìn meliùs ‖ referèt, mecùmque fovèbit Ròmanòs ‖ rerùm dominòs ‖ gentèmque togàtam: Classe I sezione D Esabac – a.s. 2015/16

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sìc placitùm. Venièt ‖ lustrìs labèntibus àetas, cùm domus Àssaracì ‖ Phthiàm claràsque Mycènas sèrvitiò premet, àc ‖ victìs dominàbitur Àrgis.

285

Nàscetùr pulchrà ‖ Troiànus orìgine Càesar, ìmperi(um) Òceanò, ‖ famàm qui tèrminet àstris,— Iùlius, à magnò ‖ demìssum nòmen Iùlo. Hùnc t(u) olìm caelò, ‖ spoliìs Orièntis onùstum, àccipiès secùra; ‖ vocàbitur hìc quoque vòtis.

290

Àspera tùm positìs ‖ mitèscent sàecula bèllis; càna Fidès, ‖ et Vèsta, Remò ‖ cum fràtre Quirìnus, iùra dabùnt; ‖ diràe ferr(o) èt ‖ compàgibus àrtis clàudentùr ‖ Bellì portàe; ‖ Furor ìmpius ìntus, sàeva sedèns ‖ super àrm(a), et cèntum vìnctus àenis

295

pòst tergùm nodìs, ‖ fremet hòrridus òre cruènto».

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FIGURE RETORICHE Figure di suono: Allitterazione: ripetizione di suoni (vocali e/o consonanti) all'inizio o all'interno di due o più parole consecutive. Omoteleuto: identità di suono nella terminazione di due o più parole (vivamus atque amemus).

Figure di costruzione: Anafora: ripetizione di una o più parole all'inizio di due o più versi o di enunciati successivi. Anastrofe: anticipazione o posticipazione di un elemento della frase rispetto alla struttura sintattica consueta (strada facendo). Enjambement: spezzatura di due elementi sintatticamente uniti

attraverso la pausa naturale della fine verso.

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Iperbato: alterazione dell'ordine consueto delle parole tramite l'inserimento di uno o piĂš termini tra parole che sintatticamente andrebbero unite.

Poliptoto: ripetizione di una parola giĂ usata a breve distanza in funzioni sintattiche diverse (amare, amai).

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Publio Virgilio Marone, Eneide, introd. Di A. Barchiesi, trad. di R. Scarcia, BUR, Milano 2006

Publio Virgilio Marone, Eneide, introd. Di E. Paratore, trad. di L Canali, Oscar Mondadori, Milano1991

M. Bettini – M. Lentano, Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi, Einaudi, Torino 20013

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Augusto

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La

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Imperium sine fine dedi – Eneide I. 254-296

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Eroi e dei dell’antichità, Electa, Milano 2004

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L’arte del comando. L’eredità di Augusto, SilvanaEditoriale, Roma 2014

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Imperium sine fine dedi. Virgili, Eneide, I. 254-296  

Esito di un laboratorio scolastico di traduzione, analisi e commento

Imperium sine fine dedi. Virgili, Eneide, I. 254-296  

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