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FEBBRAIO 2014 ANNO VI • NUMERO

circo-lo creativo d’intrattenimento culturale s.ambrogio cibrèo città aperta firenze

Uccelli

Il popolo del blues

Pieni d’islam

Editoriale

Segue a pagina 6

di Giovanni Curatola

Potere al Merlo nero

Mi è saltato l’uccello al naso

di Giulia Nuti

di Fabio Picchi

B

P

lackbird, immortalata dai Beatles nel cosiddetto White Album (era il 1968), è un brano semplice, per chitarra e voce. Racconta la storia di un merlo dalle ali spezzate ma, per dichiarazione dello stesso Paul McCartney, la metafora è più profonda. Ad ispirarla furono eventi di cronaca riguardanti il movimento per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti. Sono passati più di quarant’anni, eppure il testo è sempre un incoraggiamento valido, passepartout, per spiccare il volo quando ce n’è bisogno.

Blackbird singing in the dead of night Take these broken wings and learn to fly All your life You were only waiting for this moment to arise.

Merlo che canti nel cuore della notte Prendi queste ali spezzate e impara a volare Tutta la vita Non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo

Blackbird singing in the dead of night Take these sunken eyes and learn to see All your life You were only waiting for this moment to be free.

Merlo che canti nel cuore della notte Prendi questi occhi sprofondati e impara a vedere Per tutta la vita Non hai aspettato che questo momento per essere libero

Blackbird fly Into the light of the dark black night

resi la mira e, come si conveniva ai ragazzacci della mia età, fingevo una sfacciataggine di tiro tutta dichiarata nella postura del lancio. Con la fionda in mano e con le due braccia tese, una nel tenere la forcella rigorosamente di legno e l’altra nel tendere al massimo i numerosi e intrecciati elastici ricavati da una camera d’aria. Le gambe, seppur ferme, accennavano la postura di una corsa fatta e da fare. Il torso appoggiato al bacino, tutto proiettato in avanti come se, scattando, avessi dovuto seguire parallelamente la corsa del ciottolo di ghiaia che avevo scelto con cura. Il suo peso e forma erano perfetti per entrare nella sede di tela che avevo fatto da un pezzo di stoffa ricavato da un vecchio zaino militare. David era il mio mito, e in ogni caso quello che stavo facendo con crudeltà, serviva ad allenarmi, certo che prima o poi avrei dovuto affrontare un mio Golia. Per quell’adesso, che in gioventù ha in sé il senso dell’infinito, ero il terrore delle lucertole, il persecutore delle rificolone altrui, dove se non si arrivava con le cerbottane, le mia super fionda chiudeva ogni argomento. Presi la mira e feci schioccare il colpo continuando la corsa che sarebbe finita nell’attimo in cui le mani avrebbero saputo raccogliere quel corpicino esangue. Già sentivo il tepore della sua ex vita fra le dita, e già mi immaginavo il mio fedele gatto, che sempre quatto quatto mi seguiva, felice per l’ennesimo regalo. Non capii quello che accadde. La ghiaia colpì il ramo del fico che con tutta la sua elasticità fece ripartire all’indietro il colpo. La pietra arrivò sulla mia tempia e fu solo un accecante dolore. Mi risvegliai caduto e svenuto in mezzo ad un campo di fieno. Le due gocce di sangue si erano già seccate, la fionda ancora stretta nella mia mano. Ma nell’aprire gli occhi, ritrovare il fuoco e disappannare la vista passò qualche secondo. Quel passero era appollaiato sul mio naso. Fermo come se si fosse voluto accertare dell’accaduto. Quando mi misi a sedere, volò via, ma senza andarsene. Segue a pagina 2

Vola, merlo Nella luce della notte nera

Classika

Dylan Bob

Il canto del profeta

The Bird e la rivoluzione

di Gregorio Moppi

di Marco Poggiolesi

V

C’

erso indecifrabile quello, perennemente interrogativo, dell’uccello profeta, sfuggente creatura di foreste fatate. Le sue domande enigmatiche non cercano risposta, vogliono solo risvegliare nell’uomo il senso misterioso della natura, della vita. Prodigioso è il suo richiamo, e sapiente. Dalle piume multicolore sprigiona un’aura incantata che lo avvolge. L’Uccello profeta è il più strepitoso fra i quadra musicali con cui Robert Schumann intesse le Waldszenen, scene di un bosco da favola romantica. Pagina pianistica visionaria ed elusiva, laconica e modernissima. Il compositore tedesco la scrisse verso il 1849, poco prima di gettarsi nel Reno preda della follia che lo destinava al manicomio. “Bada, sii sveglio e pronto”, aveva annotato in calce al manoscritto prendendo a prestito parole del poeta Joseph von Eichendorff. Forse un ammonimento a se stesso. Tanti, in seguito, verranno irretiti dal canto dell’Uccello profeta: per esempio Hermann Hesse, che mai si stancava d’ascoltarlo.

era una volta un ragazzo che passava ore e ore nel cortile della sua casa di Kansas City a suonare il sax duettando con gli usignoli e i merli. Ne ascoltava il canto, le melodie libere, apparentemente casuali ma in realtà assolutamente precise e razionali cercando di capire e riprodurre quei suoni sul suo strumento. Osservava quegli uccelli che spiccavano il volo librandosi liberi nell’aria sopra le case e sognava di poter fare lo stesso; lassù, pensava, non ci sono i pregiudizi e le discriminazioni razziali che inquinano questa terra. Charlie, che presto sarebbe stato rinominato appunto bird imparava e giorno dopo giorno sviluppava un linguaggio che avrebbe rivoluzionato la maniera di suonare il jazz. Anche a lui sarebbero presto spuntate le ali e avrebbe volato più in alto di qualunque aquila al mondo. No, questa non è una bella favola ma la storia vera della nascita di un mito chiamato Charlie Bird Parker.

Occhio di bue


Editoriale Segue dalla prima

Birds 1

Cinema

by James O’Mara

Mi è saltato l’uccello al naso

Il creatore delle creature

di Fabio Picchi

di Juan Pittaluga

C

e cinéma a toujours été fasciné par le vol des oiseaux, par ce mouvement en douceur au-dessus de la réalité où l’on peu rêver un instant d’avoir le point de vue du créateur de créatures. L’aigle qui surplombe les villages siciliens accrochés aux collines dans la scène d’ouverture de Kaos des frères Taviani est un bel exemple. La bonne vue de l’aigle est à hauteur encore humaine, elle ne déforme pas le monde, elle ne le déterritorialise pas dans le méconnaissable comme le fait notre regard à partir d’un avion. L’aigle voit autrement ce que nous cherchons à voir, aussi grâce à son déplacement gracieux. Pour notre subjectivité terrestre les oiseaux qui traversent le ciel sont la vitesse de la réalité. La haut, ce qui bouge est magique puisque le ciel est notre avenir. C’est pour cela que ces avions-oiseaux qui ce sont écrasés contre les tours jumelle nous interpellent visuellement. C’est qu’ils étaient trop proche, ils allaient trop doucement, ils paraissaient inoffensif dans leur belle allure contre le ciel bleu. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

L

ontinuò a saltellarmi vicino, aspettando che io mi alzassi e muovessi i primi passi. Sì, furono proprio dei primi passi. Quel giorno divenni uomo. Gettai via la fionda e tornai tutti i giorni ad incontrare il mio amico uccello. Gli portavo di tutto, panico, riso, ed altro. Tempo un mese erano centinaia che mi aspettavano con il loro stupendi cinguettii. Da David ero passato a San Francesco. Arrivò poi un’altra età. Con altri eroi, qualcuno di loro anche volava. E a Nembo Kid seguì Che Guevara e poi altri ancora e ancora. Adesso che finalmente mi posso voltare indietro vedo tutto con grande sorridente compassione e passione. Certo che le rondini torneranno ed altri sconosciuti e momentanei eroi arriveranno. Qualche ragazzaccio ci sarà sempre, ma non è detto che sia il più cattivo del mondo, anzi, forse chissà, forse diventerà presidente e magari un buon presidente riformatore.

Erba voglio

In scena

di Tommaso Chimenti

Il fiore del Cuculo

U

di Caterina Cardia

F

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iore delicato di inusuale raffinata fattura per essere di una pianta spontanea il Lychnis flos-cuculi aggiunge sprazzi e spruzzi di un rosa brillante alle praterie umide e ai terreni ricchi di acqua di tutta l’Europa centrale; dal livello del mare alla regione del faggio sui monti fino ai 1600 metri. Il nome del genere Lychnis è una parola greca e significa lampada: gli steli appiccicosi di L. flos-cuculi e di altre cariofillacee venivano usati in tempi antichi come stoppini delle lucerne. Il nome specifico flos-cuculi viene dalle parole latine flōs, ōris (=fiore) e cŭcūlus, i (=cuculo) e comunemente viene spiegato come derivante dalla presenza sulla pianta di una schiuma biancastra e soffice, che somiglia al cotone, nota come saliva del cuculo ma ch­e in realtà è prodotta da un insetto chiamato sputacchina (Philaenus spumarius) che la utilizza come una tana o un nido per nascondercisi dentro e proteggersi dai predatori e dal caldo. È piuttosto difficile trovare una connessione diretta tra l’uccello cuculo e il nome di questa pianta. Probabilmente ad ispirare Linneo, il medico e botanico del ‘700 che ha inventato il rivoluzionario metodo della classificazione tassonomica e che ha dato il nome a questa e alla maggior parte delle erbacee della flora europea può essere stata la similitudine tra il parassitismo di cova proprio dell’uccello cuculo e il parassitismo meno invadente che la sputacchina compie su questa ed altre piante ma risulta difficile chiedergliene conferma. Comunque sia l’unico fiore a portare questo nome nella classificazione scientifica delle erbacee è il Lychnis quindi è corretto considerare questo come il vero fiore del cuculo. Il fiore del cuculo è pianta edule e le tenere foglie basali prima dello sviluppo del fusto fiorale sono ottime consumate e condite come spinaci anche per ripieno di tortelli o per farne frittate. Questo è il momento giusto per iniziare a cercarlo, prima che inizi a fiorire, a fine aprile, ma sarà difficile identificarlo prima della fioritura. Più tardi, da maggio a metà estate, converrà cercarlo per individuare un luogo in cui è diffuso e osservarlo bene identificandone con certezza il fiore su un atlante botanico, raccogliendo magari un campione dell’intera pianta per tornare in tempo l’anno successivo a raccoglierne le foglie basali e permettersi un primo soddisfacente assaggio.

Staino

ccellacci e uccellini ruotano sullo spiedo. Volano alti e poi arrostiscono. Simbolo e metafora di tanti voli pindarici su e giù dal palco. Primavera. Maledetta, aggiungeva qualcuno. Verso l’estate a braccia aperte. Nostalgia canaglia. Quella nello scoprire come è cambiata una città, nel ritrovarla diversa da come si credeva grazie all’indagine teatrale de Gli Omini che organizzano la loro Tappa, proprio su Firenze (Cantiere Florida, il 5), screening antropologico-sociale, scanner sui personaggi, i modi di dire, tastare, dal basso, il polso della situazione nel quartiere fiorentino che si allunga verso Scandicci. A Rifredi due cavalli di razza come quel Duel (dal 6 al 9), produzione francese, che torna e ritorna negli anni con la stessa sorpresa, lo stesso spirito d’allegria contagiosa, i soliti sold out e con l’immancabile, da dieci anni a questa parte, Ultimo Harem che diventa sempre il penultimo viste le lunghe liste d’attesa per l’anno successivo. Chissà se quest’anno sarà l’ultimo. Ormai è diventato un cult, un must imprescindibile con decine di persone che hanno visto lo spettacolo numerose volte e ne conoscono parti a memoria. Musica coinvolgente con gli Stomp (Teatro Verdi, dal 21 al 23) con salti, coreografie e tamburi improvvisati con oggetti di uso quotidiano fino alla trance armoniosa. Infine tre piece completamente diverse ma che, in qualche modo, sono collegate agli ultimi decenni della vita politica italiana, con effetti, purtroppo, in tutti e tre i casi, che si protraggono nell’oggi. Ecco la fotografia degli anni ‘80 milanesi e dell’ascesa e declino del Partito Socialista e del suo leader, Bettino Craxi, in Una notte in Tunisia (Teatro della Pergola, dall’11 al 16) con un gigantesco Alessandro Haber, nel parallelo claudicante tra la zoppia curata, male, ad Hammamet e il barcollare dello stivale nostrano. Un affresco sulla famiglia Agnelli che ha comandato la politica e l’industria italiana, dalla Fiat alla Juventus, ne L’Avvocato (Teatro Puccini, il 27) di e con l’eclettico Maurizio Lombardi che anche fisicamente lo ricorda, fino alla tragedia, tutta contemporanea e tutt’ora in voga di Taranto, compressa tra un mare inquinato ed un cielo tossico, in Made in Ilva (Teatro Manzoni di Calenzano, il 29). Volare, oh oh.


Birds 2 (Bronzino, Ritratto di Giovanni de’ Medici, particolare)

Gesti teatrali

by James O’Mara

Uccellacci e uccellini di Alberto Severi

O

vviamente, quando Silvia ci confessò che lei gli uccelli non li poteva proprio sopportare, anzi le facevano quasi paura, scoppiammo tutti in una grassa, triviale risata, che la fece arrossire. Certi termini di impiego volgarmente traslato in ambito sessuale, come appunto uccello, sono ormai pericolosi da maneggiare (ritonfa!): la connotazione metaforica ha di fatto spodestato la denotazione di base, e perfino per le convittrici del Pio Educandato di Santa Faustina Zitellona e Vergine, direi anzi soprattutto per loro, scopare nelle camere non rappresenta più, in prima battuta, un intervento di pulizia domestica – e, nella fiaba, la Principessa sul pisello non ha più propriamente a che fare con un legume di papiglionacea, ma se mai con una posizione del kamasutra. E comunque, una volta sedati gli ammiccamenti lubrìchi e i lazzi da caserma, Silvia, ancora paonazza, cercò di motivare seriamente la propria ornitofobìa. A suo giudizio, gli uccelli, nel senso letterale di pennuti alati, erano creature tutt’altro che meravigliose, come volevano i poeti, e gli animi comunque intrisi di poesia. Per carità. Finché se ne stavano a svolazzare lassù nell’alto dei cieli, tara baralla: decorativi. Specialmente le rondini, o i germani, nelle loro ammirevoli formazioni di volo cuneiformi. O ancora, i fenicotteri, nuvola rosa delle lagune di Oristano e di Orbetello. O i falchi e gli astori che stazionavano isolati, maestosi, alti sulle abetaie dell’Appennino. “Ma poi, però, li avete mai visti da vicino, gli uccelli? Dài, e basta con le risatine! Sono mostruosi. Si vede che hanno lo stesso albero genealogico dei rettili: sono tutti piccoli pterodattili piumati, serpenti che volano, boli di carne proiettata per aria, che se ti incocciano a tutta velocità ti sfigurano. Massì, dài. Con quella testina dal cervello minuscolo, con gli occhietti messi di lato, cattivi. E al posto del naso e della bocca, quell’orrido becco corneo che, in volo, non fa che ingurgitare insetti. Artigli rugosi, scheletrici al posto delle zampe, e al posto di braccia e mani, moncherini trafitti di penne...” “Si chiamano ali”, precisò Gian Maria, e tutti risero. “Ma dài, Silvia – disse il Bomba – a ragionare così, tutto può essere considerato mostruoso. Scommetto che in questo preciso momento, guarda: quei due uccelli laggiù stanno cinguettando fra di loro: ci ci ci, a me gli umani mi fanno davvero schifo, al posto delle ali hanno quei due osceni tentacoli snodati che terminano in cinque polipetti prensili disgustosi, che ribrezzo! E su tutto il corpo solo pochi peli qua e là, lunghissimi e ridicoli soltanto sulla sommità di quello sproporzionato capoccione che si ritrovano...” Ma Silvia non si convinse. Anzi dal giorno dopo, quasi in segno di sfida, nel suo giardino comparve uno spaventapasseri: un palo di legno piantato nel terreno, sormontato da una zucca spolpata e seccata, che fungeva da testa del fantoccio, con un altro palo fissato perpendicolarmente, a croce, a mimare le braccia aperte. Il tutto rimpinguato con la paglia e rivestito di stracci: una camicia a quadri, dalle cui maniche uscivano fuori ciuffi di paglia come mazzi di dita filiformi, una vecchia giubba smessa del nonno, e, sulla zucca, un cappellaccio sformato, a larghe tese. Era sinistro, e maligno, nel suo gesto sguaiato di torva teatralità: come i suoi tanti fratelli (che all’epoca ancora spuntavano, follemente variopinti, fra i campi italiani, simili a maniaci solitari, matti delle giuncaie, zombie de noantri), spaventava non solo i passeri, e i corvi, e tutti gli altri uccelli, ma anche i bambini, che osservavano da lontano col batticuore, come personaggi foschi e leggendari, quelle figure umanoidi, ma non umane, dèmoni sciagurati, crocifissi alla loro missione spaventosa di spaventapasseri e spaventabambini, perché Silvia e gli altri come lei potessero riposare dalle loro sterili fobie, mentre poco lontano frate Francesco predicava agli uccelli, incurante dei doppi sensi, e Joshua di Nazareth non temeva accuse di pedofilia chiedendo che gli spaventapasseri si facessero da parte e lasciassero che i bambini, e i passeri, venissero a lui. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai... E due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il padre vostro lo voglia...” Sì, però, Gesù mio – obietta Silvia: quanto scacazzano! Sipario.

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Pieni d’Islam

Gatti

Una stella a Firenze

Il linguaggio degli uccelli

Minuscolo e incantevole

I Hear you knocking

di Giovanni Curatola

di Stella Rudolph

by Kate McBride

A

L

a storia più bella è quella del Mantiq al-Tayr (ovvero Il linguaggio degli uccelli), opera di 4500 versi, scritta probabilmente nel 1177 dal grande mistico e poeta persiano Farid ad-Din Abu Hamid Muhammad ibn Ibrahim, detto ‘Attar (il profumiere), nato e morto a Nishapur (1142-1220) nel Khorasan (Persia orientale, stesso luogo di nascita di Omar Khayyam, terra buona per la poesia), ma per un quarantennio instancabile viaggiatore alla ricerca dei più dotti maestri mistici (i sufi) e dei loro insegnamenti. Anche la sua opera parla di un viaggio. Tutti gli uccelli del mondo si riuniscono per decidere chi sarà il loro re. L’upupa (che rappresenta il Maestro Sufi) assume la guida dell’assemblea, e non a caso essendo già stata guida di Salomone (Cor. XXVII, 20-28; agendo quale spia per conto del profeta. Una specie di ricognitore drone ante litteram); vi partecipano, in ordine di apparizione: la cutrettola, il pappagallo, la pernice, il falcone reale, la quaglia, l’usignolo, il pavone, il fagiano, la tortora, il piccione, lo sparviero, il cardellino, ciascuno rappresentante una debolezza umana. L’upupa (nella forma del cui becco i musulmani riconoscono la parola bismillah, nel nome di Dio), sostiene che tutte le comunità hanno un re, ed esorta gli uccelli a cercare il proprio. E dice che il loro re è il Simurgh (per noi la fenice, homa per gli antichi persiani, o garuda per gli indiani e feng huang per i cinesi e l’estremo oriente), che si trova oltre la montagna Qaf ai confini del mondo. Partono dunque per il loro lungo viaggio che attraversa sette valli: ricerca, amore, conoscenza, distacco, unificazione, stupore e privazione/annientamento. Sono i sette passaggi della via del mistico. Trenta uccelli compiono il viaggio (ciascuno ponendo domande e raccontando parabole o aneddoti relativi ai saggi maestri e ai profeti) e raggiungono uno stagno che è come uno specchio, e lì si vedono riflessi i trenta (si) uccelli (murgh). Il Simurgh, insomma, non esiste di per sé, ovvero non esiste niente all’infuori di Dio e niente è separato nel mondo. Si tratta dell’annullamento individuale nell’assoluto. “Se desideri che l’oceano della tua anima rimanga nel puro movimento, devi annientare ogni forma della vecchia vita, e poi, tacere”.

Ole!

di Pilar Roca

llo scorcio di questo inverno durissimo, anzi balengo, vari etologi hanno lanciato appelli di soccorrere quegli uccellini insettivori, come i pettirossi, che col loro rientro qui dall’annuale migrazione rischiano di soccombere ai diluvi e perdurante freddo non trovando sufficiente cibo per sopravvivere e propagarsi. Fra codesta ampia categoria degli uccelli canori spiccano le cince (Paridae), di cui la specie di gran lunga più simpatica è giustamente denominata cinciallegra: esserino vispo, spiritoso e giocoso; concentrato di un’energia sbalorditiva eppure dalla misura di una pallina che si potrebbe tenere in palmo di mano. Già l’aspetto è assai accattivante, poiché reca in testa una sorta di coppola blu-nero e un collare della stessa tinta ad incorniciare le guance bianche, più una pancia giallognona con zip verticale nero per completare elegantemente una parure munita di ali e coda grigio-azzurre. Ma è soprattutto il suo spiccato carattere baldanzoso ad invaghire noi astanti. Di consuetudine svolazza veloce da ramo a ramo sopra il mio giardinello nel centro storico di Firenze, ove ritorna intrepida per ripossedersi l’avito nido nella cavità di un vecchio mandorlo. Poi cerca un contatto ravvicinato saltellando sulla ringhiera della finestra del mio studio e battendo pervicacemente il becco contro i vetri per attirare l’attenzione con ardite, acrobatiche piroette e capriole che trasmettano una gioia contagiosa malgrado il suo twittare un po’ flebilmente rauco, ovvero non proprio di timbro melodico. Attendo fiduciosa il suo arrivo puntuale verso la prossima settimana, dacché di solito è l’antesignano dell’agognata primavera e peraltro ne fornisce uno strepitante, strepitoso avanspettacolo.

L’orto Evoluzioni volatili di Stefano Pissi

S

empre mi stupiscono i volatili, per la loro imprevedibilità ecologica: struzzo o colibrì? Airone o pinguino? Vuoi due kiwi? C’è l’imbarazzo della scelta. Il processo evolutivo degli esseri viventi appare a noi, esseri umani, estremamente lento, non percettibile. Il passaggio di condizione da antichi rettili ad attuali uccelli fu per loro una questione di necessità; occupare inesplorati spazi e ingannare il cambiare delle stagioni attraverso il viaggio, migrare. Il primo passo avvenne con l’apparato locomotore, insieme di ossa, articolazioni e muscoli. Gli arti anteriori divennero ali, le squame si tramutarono in piume e le dita in penne remiganti. Gli arti inferiori passarono a zampe, ma le squame rimasero lì, affinché non fossero dimenticate le proprie origini. Le ossa divennero cave e porose – ossa aeree o pneumatiche – per alleggerirsi ed entrare in relazione con l’apparato respiratorio. Le ossa dello sterno sono rigide e carenate; potenziate dai muscoli più importanti, i pettorali, motori delle ali. La respirazione poi, è una figata! L’aria, con dentro l’ossigeno, ha ingresso e uscita dalle narici ma per essere sfruttata al massimo entra fin dentro le ossa affinché gli uccelli possano recuperarne l’ossigeno, fino all’ultimo atomo. I polmoni ci sono sì – due - ma sono i sacchi aerei – nove – che li aiutano nella respirazione. Anche l’uovo è stata una bella invenzione, alleggerisce il carico e protegge la prole fino al momento giusto. Tutto questo per arrivare a volare, e cantare anche, rispetto ai silenti serpenti. Ci si stacca dalla terra pesante con il decollo e si sta dentro l’aria con il volo: planato, a battito d’ala o a spirito santo. Gli uccelli galliformi volano per pochi metri; rapaci e anseriformi invece migrano in tutto il mondo superando altitudini anche di 10 mila metri sul livello del mare. Che vogliamo di più? E chi ha ali per volare, voli.

Di line e di lane Esuli e golosi pensieri di Pietro Jozzelli

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ccelli. A sentire questa parola, si presentano due immagini davanti a me: quel trampoliere bianco che immergeva il lungo collo nell’acqua del torrente e ingoiava un cavedano – non un corto di Geo & Geo, ma una scena di lotta per la vita che si ripete da migliaia di anni – e una schidionata ovvero un girarrosto di uccellini neri, unti e bisonti, che ero invitato a mangiare “senza buttare via nemmeno il becco, anzi succhiando e schiacciando la piccola testa”. A volte penso che siano due scene uguali, la lotta per la vita non riguarda solo il regno animale, il trampoliere mangia il pesce, noi la cacciagione. Ma non è così, gli uccelli non possono scegliere né quando cercano cibo nel fiume né quando suona la parola fine alla loro vita nel cielo. Noi, teoricamente sì. Ma salvo qualche perfezionista, più o meno vegano, anche noi umani non scegliamo, meglio: facciamo ciò che piacere, tradizione e forza ci spingono a fare. È una piccola metafora della nostra irresolutezza, della inclinazione a non lasciarsi tentare dalle cose aspre e difficili davanti alle quali dovremmo dare prova di buon uso del libero arbitrio. Siamo degli ipocriti: da studenti, sognavamo quegli stormi di uccelli neri che, com’esuli pensieri, sparivano nel vespero migrar. Poi, andando a cena, ci buttavamo sul girarrosto.

R

ecently, two very unusual visitors appeared on our window ledge. They beat the glass panes hard and long with their beaks until my husband and I finally understood where the noise was coming from. Very quietly, we snuck up to the window, assuming they would fly away, but they didn’t. Instead, the two colourful birds continued beating, until we were right up next to them. Offering a quiet, “hello” and asking, “where did you come from?” we engaged in a conversation that included very loud squawking and hissing sounds. Once they enjoyed our full attention, the birds no longer felt the need to pay attention to us and turned around. They continued to make very loud noises as they hopped around the window sill, occasionally resting to enjoy the view of the river nearby. We thought this was a one-time occurrence but they continued to visit over the following two months, always knocking to announce their arrival. Though not as musical as the rhythm and blues beat of Smiley Lewis’s 1955 hit song, “I Hear You Knocking,” we soon recognized their distinct sound. One day I was working at my computer and didn’t go to the window to acknowledge that one of the geese had arrived. He or she, we coudn’t decide which was which, continued knocking loudly on the window until I finally gave up what I was doing, got up and came over. The goose was satisfied, turned around and looked skyward for its’ mate, quacking loudly. A crowd had gathered down below our window, obviously concerned about the welfare of the goose. Little did they know the narcissistic bird was simply vying for attention. Many ideas passed through our minds about their present lives and past ones. Were they the reincarnated couple who used to live here long before us? Were they being fed by the previous tenants? We tried leaving a few seeds out on the sill but this wasn’t of much interest so we finally decided they simply liked attention from humans. As Smiley’s song says, “I hear you knocking but you can’t come in.” We didn’t dare extend the relationship to the point of opening the window, though we were curious to know what they would do. One day, rather than landing on our studio window, they came around to the kitchen one and made themselves known. Now familiar with our daily routine, I admit feeling some pride that they had chosen us and our window in the piazza as home. Identifying the beautiful birds took some effort searching through our bird species guide and then on the internet. We finally located a photo of ‘our’ birds and discovered they are Egyptian Geese. They are not native to Italy but they do sometimes escape from farmyard pens where they are being raised and take up residency outside their normal habitat. Home is sub-saharan Africa, mainly along the Nile though stray geese established an outpost along the Norfolk coast of England sometime around the early 1800s. The British population reached several thousand birds in recent times. The male and female birds are almost identical though the female is often smaller than the male and their voices differ. Like swans and many other bird species, they usually pair up for life. Unlike many other animal species, both the male and female equally look after their offspring until they leave home. As humans like to do, acknowledging their possible Egyptian British background, we named them, Cleo and Mark. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com


Birds 3

by James O'Mara

Palazzo

Lasciate che i bambini

Da Tel Aviv

La scoperta del vento Congresso mondiale per la pace

Uccello sacro

by James Bradburne

di Tomaso Montanari

di Sefy Hendler

T

L

he other children seemed not to notice him, and rushed past, shouting, seeing who could sprint fastest or dive deepest into the waiting sea. But Talia just stood and listened, her eyes wide. It seemed that the wind merchant was singing just for her. Talia was very musical, and a note out of tune could make her hair stand on end, like the sound of chalk scraping across a blackboard. The black man’s voice was like water flowing over stones, or the wind through the trees at twilight. “Excuse me” said Talia, as if waking from a dream, “You mean you sell kites”. The African smiled and his eyes grew wider and deeper. His face wrinkled with laughter “No, no, no, not at all” he said “my kites are just a way to make the wind I am selling visible – without the kites, you couldn’t see the wind.” “It is like so many things in life. It is not enough something exists, we have to be able to see it. Only then can it be shared.” Talia looked up, and high above she could see the hundreds of separate kites streaming in the wind. She looked down and saw that even though his hand was closed around strings, none of them were actually attached to a kite, and each of the kites was floating free and unattached, as if obeying his command. “You see, you can’t see the wind, but it is always there, somewhere, resting or raging, but if you can’t see it, you can’t speak to it, and it can’t help you.” ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

a colomba è il più universale simbolo della pace: da quando Noé fece uscire dall’Arca una colomba per capire se le acque del Diluvio si fossero ritirate dalla terra. Al secondo tentativo, la colomba tornò a lui, con un ramoscello d’ulivo in bocca: era finita. Dio aveva fatto pace col mondo, e stese il suo arco da guerra tra la terra e il cielo: era l’arcobaleno, segno dell’alleanza con ogni “essere che vive in ogni carne che è sulla terra”. Ma, dice ancora la Bibbia, dopo l’ultimo volo, la colomba non tornò più da Noé. Dio aveva fatto pace col mondo, ma gli uomini non conobbero la pace tra loro. Da allora, la pace è un’utopia, e cioè qualcosa che non c’è, ma la cui ricerca continua dà senso a tutto quello che c’è. In un tempo più vicino a noi, negli anni in cui nascevano i vostri nonni, abbiamo capito che la pace non c’è dove non ci sono giustizia e uguaglianza. Così nell’aprile del 1949 si riunì a Parigi il primo congresso mondiale per la Pace. Pablo Picasso – in quel momento il più importante artista del mondo e membro del partito comunista francese – ne disegnò il manifesto: scelse quell’antichissimo simbolo, la colomba. Era una bellissima, naturalistica colomba bianca: come quelle che suo padre dipingeva quando lui era bambino. Picasso la rappresentò in una delle sue più belle litografie, tutta giocata sul rapporto tra la scala del bianco e quella del nero. Un po’ come la pace, insomma. Da allora, Picasso disegnò moltissime altre colombe della pace, sempre più stilizzate. In molte interviste egli si disse stupito del fatto che un uccello che in natura è aggressivo e perfino crudele sia diventato un simbolo di pace. Ma forse è proprio per

questo che è il simbolo giusto: la pace è un progetto di cambiamento, non un sogno ad occhi aperti. È la sfida di cambiare il mondo, non l’inganno di vedere il mondo diverso. Bisogna crederci, contro ogni speranza. Come quando nasce un bambino: non sappiamo cosa sarà della sua vita, ma sappiamo che la sua nascita è già l’inizio di un mondo diverso. Pochi mesi dopo aver disegnato questo manifesto, a Picasso nacque una bambina. La chiamò Paloma: in spagnolo, colomba.

■T  raduzione su ambasciatateatrale.com

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Birds 4

Perle del Sale

by James O’Mara

MARZO 2014 I

Biodinamica

Ri-cercata

Traiettorie impercettibili

Il primo uccello al mondo

di Cristian Giorni

di Clara Ballerini

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ella storia della creazione del mondo, gli animali e gli uccelli in particolare hanno avuto origine dal sole, in un’atmosfera ricca di nubi e calore. Gli uccelli a differenza dei rettili, sono riusciti a distaccarsi dalla terra proprio per la loro capacità di vivere il calore e di non farsi appesantire dal mondo minerale ma da sfruttarlo e renderlo a noi, come uova e come guano. Chi può dirigere con tanta sapienza la migrazione di uno stormo di uccelli? Il loro vivere un io di gruppo, come ogni altro animale. Come se, su un marciapiede affollato, si avesse la possibilità di non sbattere mai contro nessuno o di sapere istintivamente chi sta a destra e chi a sinistra. Gli uccelli, come ogni altro animale, non conoscono individualismo e le origini dei loro voli sono ancora in fase di chiarimento, da parte di molti studiosi. È sicuramente Gli Uccelli di Battiato, una delle canzoni che meglio racconta e permette di visualizzare, l’armonia con cui fluttuano questi esseri. Con voli imprevedibili ed ascese velocissime compenetrano le forze dell’aria regalando ai nostri sensi, traiettorie impercettibili e melodie visive. Il Gabbiano di Jonathan Livingston ha sempre una posizione facilmente reperibile, nel caos della mia libreria. Uccelli come Patrick, il mio amico produttore biodinamico di Salorno, che dall’alto della sua Dornach osserva e veglia il suo territorio, come un’attento rapace che invece di predare, matura i frutti del suo Terroir, il Pinot Bianco e il Pinot Nero. Alcuni uccelli non riescono ad essere così leggeri ma a loro modo volano nell’acqua. Gli uccelli si muovono nella sfera di acqua e aria, le loro ossa spesso sono cave e le uova, create dal calcare non voluto nello scheletro, sono cave al loro interno. Si cibano di elementi essenziali e ricchi di energia. Si occupano involontariamente di disperdere semi a chilometri di distanza e alcuni di loro sono impollinatori. Condividono con le api le sfere di luce e calore aiutando le piante con cui vengono in contatto, a diventare mobili. Gli uccelli, insieme agli insetti svolgono la funzione di amplificazione del corpo eterico degli essere vegetali, rafforzando così la loro vitalità e dando loro modo di spostarsi, anche se solo in senso energetico. Una molteplicità di forme e colori, per un animale che porta sempre lo stesso nome e che ricopre i ruoli più disparati, dall’essere una placida anatra al diventare un leggero colibrì. Uccelli che hanno come compito primario quello di costruire un nido, una famiglia, una coppia che non si separa neanche dopo la morte. Una specie che si potrebbe dire, capace di vivere mondi paralleli e certe volte opposti, come l’acqua e l’aria. Come messaggeri dalla terra al cielo e viceversa e in ogni dove, armonizzano i messaggi cosmici e terrestri.

rchaeopteryx: 150 milioni di anni e icona dell’evoluzione. Entra ed esce dagli avialae (uccelli, appunto) spostando così l’ago di una delle più vecchie diatribe paleontologiche: gli uccelli derivano dai dinosauri? A dire il vero non si presenta benissimo: piume lanuginose, becco provvisto di denti, una lunga coda tipo cavallo e qualche legittimo dubbio sulla sua capacità di volare. Nonostante ciò per le sue caratteristiche anatomiche è stato considerato a più riprese come l’uccello più antico da cui possono derivare tutti gli altri e questa interpretazione circa il suo ruolo nell’evoluzione è confortata da recenti ritrovamenti fossili in Asia. Infatti, senza Archaeopteryx bisognerebbe immaginare, ed è difficile, che il meccanismo di volo degli uccelli, tipicamente basato sugli arti anteriori, si sia evoluto due volte, in modo indipendente. Archaeopteryx promette di fare di un braccio un’ala, ed è questa transizione ad avere affascinato e acceso la creatività di artisti, inventori e poeti che spesso senza successo hanno voluto far volare l’uomo nello stesso modo.

l’AMBASCIATA teatrale - Direttore responsabile: Raffaele Palumbo. Segreteria: Giuditta Picchi, Francesco Cury. Illustrazione pagine centrali di Giulio Picchi. Anno VI Numero 2 del 1/3/2014. Autorizzazione n°5720 del 28 Aprile 2009. Sede legale e redazione Via dei Macci, 111/R - 50122, Firenze. Ed. Teatro del Sale info@ ambasciatateatrale.com. Stampa Nuova Grafica Fiorentina, via Traversari 76 - Firenze. Progetto grafico: Enrico Agostini, Fabio Picchi. Cura editoriale: Tabloidcoop.it

SI RINGRAZIA

CONTI CAPPONI [conticapponi.it] MARCHESI MAZZEI [mazzei.it] MUKKI [mukki.it] CONSORZIO PER LA TUTELA DELL’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA TOSCANO IGP [oliotoscanoigp.it]

l primo marzo apre il mese di spettacoli al Teatro del Sale Giulia Galiani, con The in Between. È l’occasione per scoprire – per chi ancora non la conoscesse – una voce veramente straordinaria. Repertorio che spazia da John Mayer a Jeff Buckley. Con lei sul palco Andrea Scognamillo alla chitarra e Franco Fabbrini al basso e contrabbasso. Martedì 4 torna sul palco Max Amazio. Max è un chitarrista molto dotato. Napoletano, da vent’anni a Pisa dove tiene corsi di armonia e improvvisazione creativa, ha approfondito soprattutto Pat Metheny, Jim Hall, J.Diorio, John Coltrane. Ha all’attivo tre cd, Rosso Pompeiano, Bagaria e Racconti. Giovedì 6 tra rock e rumba spagnola, tra gypsy e hard rock metal, dopo i concerti di Barcellona, Girona e Marsiglia, arrivano a Firenze i Trucupas. Il trio italo-catalano presenta il suo primo EP, 7 pezzi strumentali ed eclettici che rispecchiano la sua originale proposta. Trucupas si forma a Firenze nel febbraio del 2012. Il batterista Jaume Parera e il flautista, sassofonista e cantante Miquel Martínez, entrambi catalani, studiano a Firenze come Erasmus, e proprio qui conoscono il chitarrista Luca Palazzo, con il quale creano questo progetto. Venerdì 7 marzo il Teatro del Sale è chiuso per un evento privato. Sabato 8, a grande richiesta, tornano anche Marco Poggiolesi e Ferdinando Romano, Tandem, a ruota libera (12 Lune). Da Simon & Garfunkel a Bob Dylan, il duo Poggiolesi/Romani continua ad affascinare il pubblico del Teatro del Sale. Il vino, eccezionalmente per questa serata, è offerto dalla Fattoria Il Muro. Martedì 11 marzo, lo scrittore Giorgio Van Straten presenta il suo ultimo libro Storia d’amore in tempo di guerra (Mondadori). “Uno scavo nella Storia per recuperare le storie, quelle vive, pulsanti, ricche di dettagli che cambiano il senso di tutto, se le si sa ascoltare”. Musiche dal vivo con Enrico Fink, letture di Maria Cassi. Mercoledì è la volta di The Main Road Band, ed è ancora protagonista la grande tradizione rock americana, anzi proprio Il grande sogno americano, che ha fatto degli anni ‘70 un periodo musicalmente straordinario. Satyamo Hernandez: voce solista, chitarra, percussioni; Luca Burgalassi: voce,chitarre, armonica, slide guitar, banjo; Franco Ceccanti: voce, chitarre; Alessandro Sassoli: voce, chitarre, mandolino. Giovedì arriva la musica balcanica ibridata da ritmi jazz e popolari. Il progetto si chiama Tara, e vede come protagonisti Stevan Joka chitarre, mandolino; Andrea Pennati chitarra classica; Pierpaolo Romani clarinetto, clarinetto basso. Il trio Tara nasce dalla collaborazione di musicisti che amano navigare attraverso i più svariati generi musicali. Il carattere onnivoro dei protagonisti ha permesso di affrontare un repertorio composto da riletture di brani di musica dell’est dei Balcani e da brani che spesso ne riflettono le atmosfere e l’energia. A tratti sognante, a tratti adrenalinica, difficilmente riconducibile a un preciso genere, questa musica riporta tratti somatici orientali che si riflettono nei vari specchi della tradizione occidentale. Di tutt’altro tenore è invece la serata del 14 marzo. Un venerdì promette di farci fare Il giro del mondo in 80 canzoni. Da Jacques Brel a Gino Paoli, da De André fino ai Bee Gees. Con Caterina Fiaschi alla voce, Giovanni Bogani voce e chitarra ed Eleonora Cappelletti voce narrante. Bogani racconta: “si tratta di uno spettacolo/racconto sulla storia della canzone d’autore in Italia e nel mondo. Per ogni decennio ho scelto dieci canzoni, che canto insieme a Caterina Fiaschi raccontando le storie che stanno dietro a ogni canzone”. Chiude la settimana sabato 15 La fascia del cotone. La grande orchestra blues, sassofoni, trombe, banjo. Emanuele Tegas voce chitarra acustica e armonica, Lorenzo Bagnoli chitarra elettrica e banjo, Alessandro Pieroni piano e organo, Giuseppe Alberti alla tromba, Marco Seri al sax tenore, Guido Gherardini al contralto, Matteo Mazzoli basso e contrabbasso e infine Orso Peruzzi alla batteria. É molto soddisfatta la direttrice artistica del Teatro del Sale Maria Cassi, che da martedì 18 marzo, fino alla fine del mese porta in scena uno dei suoi testi diventati cult, ovvero Galateo. “La stampa specialistica inizia ad accorgersi dei giovani che stiamo sfornando da questo posto, che alle volte più che un teatro sembra un incubatore. Un laboratorio dove certe qualità trovano spazio e poi trovano lo spazio per crescere e per affermarsi. Una sorta di Officina culturale, che ha portato – oltre ai nomi affermati della scena culturale nazionale ed internazionale – un ventata di novità. Un modo per realizzare il sogno di molti giovani di talento di affermarsi e di non dover vivere di una gavetta permanente. Ora molti di loro sono dentro il mestiere e stanno realizzando il sogno di vivere di musica, di teatro, di arte”.

Ambasciata Teatrale - Marzo 2014 - Anno VI Numero 2  

Il Mensile del Teatro del Sale

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