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Capitolo Primo La Basilicata tra dominio Borbonico e la Rivoluzione Partenopea Il 15 maggio 1734 Carlo di Borbone salì sul trono del Regno di Napoli. Governò dal 1734 al 1759. Il Regno si presentava all’arrivo del nuovo sovrano, afflitto dai problemi comuni a quel tempo a molti altri stati europei, ma sentiti qui con maggiore gravità. Bisognava restaurare l’autorità dello Stato di fronte alle sempre più potenti forze particolaristiche; riorganizzarne la giustizia e l’amministrazione, svecchiarla e renderla più adeguata alle nuove esigenze; introdurre maggiore equità nel sistema fiscale a vantaggio dei ceti meno abbienti.1 Ma soprattutto era impellente la necessità di dare vigore a una nuova politica economica che fosse in grado di risollevare le condizioni del Regno. Carlo III non fu insensibile alla cultura e alle arti. Il simbolo di tutte queste coraggiose novità fu Bernardo Tanucci, ministro del re. Quest’uomo ebbe il miracoloso effetto di stimolare la cultura meridionale, tanto da portarla a svolgere un ruolo d’avanguardia su tutto il territorio nazionale.2 Ma l’opera riformatrice di Carlo non riuscì ad andare oltre la mera constatazione della decadenza politica ed economica del Regno. Egli tentò, forse senza il necessario vigore, l’applicazione di alcuni rimedi che alla fine dei conti si rivelarono soltanto dei palliativi. Nel 1759 succedeva a Carlo di Borbone, il figlio Ferdinando IV. La situazione sembrò mutare: i politici accettarono la collaborazione dei “filosofi” procedendo insieme, uniti, e puntando, apparentemente nella stessa direzione. I rappresentanti del nuovo pensiero entrarono nei ranghi del governo divenendo consiglieri indispensabili. Gli scrittori dell’epoca salutarono “l’età di Fernando” come l’età dell’oro del dispotismo illuminato. Così sembrava, ma la realtà era ben diversa. Ferdinando e Maria Carolina non erano veramente compenetrati dalla temperie del secolo, da quel fervore di ideali e di intenti che in molte altre parti d’Europa stava dando buoni frutti. Per entrambi era soltanto una moda del momento, destinata a cadere. La dinastia borbonica si dimostrava incapace di evolvere verso quella nuova forma di assolutismo in cui si esprimeva lo spirito del secolo. Insomma non esisteva a Napoli un vero e proprio assolutismo illuminato. L’intero apparato politico, amministrativo e sociale del Regno, non fu demolito come avrebbe dovuto,

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ma fu soltanto corroso.3 Il governo e la Corte non avevano la capacità e l’energia di tradurre nella realtà il programma proposto dai riformatori. Lo scoppio della rivoluzione francese nel 1789, e la proclamazione della Repubblica nel 1792, dopo l’abolizione del feudalesimo e la consacrazione dei principi di libertà, giustizia, uguaglianza e fraternità, determinò un flusso di idee giacobine, riformatrici e rivoluzionarie che investì l’Italia.4 Anche il Regno di Napoli ne fu scosso. Anzi la Napoli del secolo XVIII può essere considerata come un caso esemplare di ricezione, di elaborazione, di arricchimento e di rilancio della grande discussione illuministica.5 Accade a Napoli che, anche quando si parla degli stessi problemi che altrove, la pregnanza particolare, le specifiche fisionomie, una maggiore consistenza e gravità di determinate condizioni, conferiscano al dibattito un tono inconfondibile.6 Intanto il 12 aprile 1796 le truppe armate della Francia rivoluzionaria, guidate dal generale Bonaparte, entrate in Italia, scatenavano la loro grande offensiva. Dopo aver percorso la penisola tra capitolazioni e accordi, il generale francese Championnet, sconfitti i borbonici a Civita Castellana, entrava a Napoli mentre il Re Ferdinando fuggiva in Sicilia lasciando il Regno in balia di se stesso. Dopo alcuni giorni di combattimenti, Championnet sanciva, il 23 gennaio 1799, appoggiato anche dagli intellettuali giacobini napoletani, la nascita della Repubblica Partenopea. Si pensò subito a ristabilire l’ordine, ad assegnare le cariche, a rinnovare le istituzioni, e soprattutto a dare alla nuova Repubblica una Costituzione.7 Ma non fu votata in tempo per essere applicata. Appena cominciata, ormai la stagione repubblicana era prossima al termine: le armate russe, alleate dei Borboni, comparivano sulle alpi, e la fortuna delle armi abbandonava i francesi. Al sud il compito di ristabilire il regime borbonico fu nelle mani dello spietato Cardinale Ruffo che tra marzo e giugno del 1799 risalì tutto il Regno, sostenuto da folte schiere di contadini, cui promise terre e fu creduto, e riconquistò tutti i territori, giungendo fino alla capitale. In Basilicata il movimento a sostegno della Repubblica Partenopea, fu forte, e per questo oggetto di una repressione durissima. Infatti, quando a Napoli le truppe francesi e i rivoluzionari sancirono la nascita del nuovo Governo, il fervore di queste vicende contagiò una parte non indifferente dell’intellettualità borghese lucana. In molti centri, da un capo all’altro della Provincia, si piantò nelle piazze principali l’albero della libertà, cioè quel simbolo di un avvenuto cambiamento e di speranze nuove. Ma il popolo non si sentì coinvolto, forse perché non ce ne fu il tempo, ma più probabilmente per ragioni ancor più antiche e radicate, quali l’ignoranza e una povertà diffusissime in queste provincie più che altrove.

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L’atteggiamento della maggior parte della gente era di indifferenza e di indecisione nei confronti del nuovo Governo che aveva scacciato i Borboni e che professava idee anticlericali.8 Questa situazione non poté che favorire il passaggio del Ruffo, il quale dopo aver “espugnato” la Calabria, alla fine di aprile passava per Policoro seminando rovina e condanne nei confronti dei pochi repubblicani che ancora opponevano resistenza. Il 7 maggio era a Montescaglioso e il giorno successivo a Matera, dove l’accoglienza fu addirittura trionfale. L’albero della libertà fu subito abbattuto e ne presero il posto le regie bandiere, mentre anche Grottole, Miglionico e altri paesi capitolavano. Da Matera ad Altamura, difesa vanamente dal capo repubblicano Felice Mastrangelo di Montalbano, e da qui verso Napoli passando per il Potentino. Così l’esercito del Ruffo, di vittoria in vittoria, arrivò a Napoli. Qui il Re e la Regina si abbandonarono a una violenta vendetta e repressione: il 24 giugno la Repubblica Partenopea crollò sotto i colpi del ripristinato regime borbonico; in Napoli e nelle provincie del Regno furono alzati i patiboli; si istituì una Giunta di Stato che con inaudita ferocia, attraverso processi sommari, mandò a morte i migliori geni del Regno: Francesco Caracciolo, il medico Domenico Cirillo, il lucano Francesco Mario Pagano, la giornalista Eleonora Fonseca Pimentel, il letterato Vincenzo Russo, il generale Francesco Federici, l’avvocato Giuseppe Lagoteta, il medico montalbanese Felice Mastrangelo, l’aviglianase Nicola Palomba, Michele Granata di Rionero, il lagonegrese Cristoforo Grossi, Nicola Carlomagno di Lauria. Anche a Matera le condanne a morte furono tante: salirono sul patibolo il sacerdote Oronzo Albanese, il prete Michelangelo Atella, Rocco Napoli, Giosuè Ricciardi. La maggior parte dei centri lucani ebbero esiliati o carcerati: Avigliano ebbe 220 rei di Stato, Muro 115, Picerno e Potenza più di cento, Grassano, Stigliano, Tolve non meno di quaranta.9 Tra di essi c’era anche un altro lucano, Nicola Fiorentino di Pomarico sul quale solo adesso si sta facendo maggiore luce, riconoscendogli un ruolo di pari pregnanza e interesse rispetto ad altri corregionali che da sempre hanno commosso la coscienza dei posteri. Nicola Fiorentino ha la sua storia da raccontare, sia attraverso le sue molte opere, capaci di tracciare un quadro fedele e spesso critico del Regno di Napoli, ma anche e soprattutto attraverso la sua vita che scorre parallela e quasi sempre si interseca alle vicende politiche, sociali e culturali dei momenti più caldi del Regno nel XVIII secolo.

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È per tutti questi validi motivi che nella presente opera si è scelto di dare risalto, attraverso un non sempre agevole lavoro di ricerca, di ricostruzione e di interpretazione, alla sua vita e alle sue opere più significative.

Note Franco Valsecchi, Dispotismo illuminato, sta in Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, Marzorati, 1961, vol. I, p. 215. 2 Giovanni Caserta, Storia della letteratura lucana, edizioni Osanna Venosa,1993, p. 150. 3 F. Valsecchi, op. cit., p. 218. 4 Raimondo Luraghi, Politica, economia e amministrazione nell’Italia napoleonica, in Nuove questioni di storia del Risorgimento italiano e dell’Unità d’Italia, Milano, Marzorati, 1961, p. 353. 5 Giuseppe Galasso, La filosofia in soccorso dei governi, Napoli, Guida, 1989, p. 18. 6 Ibid., p. 19. 7 Raimondo Luraghi, Politica, economia e amministrazione nell’Italia napoleonica, sta in Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, Milano, Marzorati, vol. I, p. 3. 8 D. D’Angella, Storia della Basilicata, Matera, Liantonio, 1983, vol. II, p. 471. 9 Ivi, pp. 481-484. 1

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Capitolo Secondo Vita di Nicola Fiorentino Nicola Fiorentino nasce a Pomarico il 3 Aprile del 1755. Suo padre è Giuseppe, nativo di Montalbano, medico, di famiglia facoltosa. Sua madre è Donna Giulia Sisto di Pomarico. Quest’ultima apparteneva a una famiglia gentilizia e portò, al momento del matrimonio, una dote considerevole.10 Giuseppe Fiorentino oltre alla sua professione di medico, curava con successo gli interessi del patrimonio di famiglia attraverso varie compra - vendite sia di terreni, che di immobili,11 oltre al commercio dei prodotti dei possedimenti agricoli. Nicola venne battezzato due giorni dopo la nascita. Fu il più illustre di una famiglia di dotti ed ebbe meravigliosa versatilità d’ingegno.12 Era ancora in fasce quando la famiglia si trasferì a Montalbano, dove nacquero altri cinque fratelli, tra cui Antonio e Gaetano.13 Il primo fu Dottore in utroque jure, tenne scuola di diritto nel suo paese e pubblicò in Napoli, nel 1792, le Istituzioni criminali. Anch’egli aderì alla Repubblica Partenopea del 1799 e al ritorno dei Borboni, il 22 Luglio del ‘99, ebbe i beni sequestrati.14 Il secondo, Gaetano, fu invece avviato alla carriera ecclesiastica e fu, in seguito, arciprete di Montalbano. Nicola, intanto, diventato più grande, ebbe il suo iniziale approccio con i primi rudimenti del sapere. Vivace centro culturale della Basilicata del tempo, la vicina Tricarico era sede di un Seminario diocesano istituito agli inizi del ‘600 in seguito alle disposizioni del Concilio di Trento. Qui Nicola, verso i dieci anni, per volere del padre, che sempre ebbe a cuore l’educazione dei figli, fu mandato a continuare i suoi studi. Mostrò subito un’attitudine particolare per la matematica e diede prova di un ingegno vivo, tant’è che, dopo soli diciotto mesi, non avendo altro da imparare, nel 1767 fu mandato a Napoli nelle Scuole del Salvatore e fu allievo di Marcello Cecere, insegnante di matematica.15 Bandito un concorso per la cattedra di matematica al Liceo dell’Aquila, volle parteciparvi e, mentendo sull’età (aveva solo quattordici anni), lo vinse; ma non fu ammesso e fu costretto a rinunciare all’insegnamento, essendo i quindici anni l’età minima richiesta.

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Aveva comunque dimostrato, ancora una volta, di possedere capacità straordinarie di ingegno e di maturità, così gli fu garantita la frequenza al Collegio Ancarano di Bologna. Anche qui si distinse per il profitto, tanto che il Regio Vigilatore, Monsignore D. Andrea Franchi, scrisse al Re, il 16 Settembre 1773, che il giovane Fiorentino non aveva più niente da imparare.16 Terminò la frequenza dei corsi di Giurisprudenza. Si laureò in Legge e tornò a Napoli. Si può ipotizzare che Fiorentino abbia frequentato i corsi di economia tenuti da Antonio Genovesi. È comunque fuori di dubbio che egli abbia conosciuto il Genovesi e le sue idee riformistiche e che queste abbiano esercitato in lui una forte influenza tanto che il “maestro” è molto di frequente citato nelle sue opere, e proprio da queste citazioni traspare una profonda stima per colui che aveva saputo, con coraggio, sostenere nel regno idee nuove e soluzioni di certo utili per il miglioramento delle condizioni esistenti. Vigeva a quel tempo un perentorio divieto nel Regno, imposto da Federico II, fondatore dell’università di Napoli, che impediva l’istituzione di “altre Scuole di Scienze nell’altre parti del Regno”.17 Ma con l’avvento di Carlo III di Borbone (1735) e ancor più del suo successore, il figlio Ferdinando IV (1759), sovrani illuminati, (il secondo in verità, soltanto nel primo ventennio del suo governo), iniziarono a diffondersi con più forza le idee progressiste d’oltralpe; in particolare la necessità dell’istruzione finalizzata ad avviare l’opera di trasformazione del disastrato assetto sociale ed economico del napoletano. In questo contesto Antonio Genovesi, uno dei più fervidi sostenitori del rinnovamento del Regno, propose un piano di riforma dell’istruzione, accolto nelle sue linee essenziali dal Re Ferdinando IV, nella prammatica De regimine studiorum collegii urbanis S.S. Servatoris et Collegiorum provincialium.18 L’iniziativa fu di particolare rilevanza, in quanto prevedeva che sorgessero in tutte le principali città del Regno, L’Aquila, Bari, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Matera, Salerno ecc., altri Collegi Reali analoghi a quello di Napoli, anche se solo quest’ultimo poteva rilasciare un titolo di studio come la laurea. In seguito a queste riforme, nel 1770 sorse la Regia Scuola di Bari, nella quale il Fiorentino, a soli venti anni, nel 1775, ottenne la cattedra di matematica e di filosofia razionale. Nel 1781 il Re, riconoscendone il pregio, gli permise di ricoprire la carica di Soprintendente agli studi della Regia Scuola19 di quella provincia, succedendo a Sagarriga Visconti; ciò in deroga alla norma che bisognava aver superato i quarant’anni.

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Scrive di lui Filippo Rondinelli, in una lettera del 21 giugno 1843 a Luigi Volpicella:20 “Nell’età più che giovanile fu con pubblico plauso e ammirazione professore di matematica e filosofia razionale ed eziandio di fisica e astronomia nel real convitto di Bari”. Dopo alcuni anni il Fiorentino si trasferì nuovamente a Napoli a causa della sua debole salute, dedicandosi all’avvocatura e all’insegnamento del diritto con grande slancio, conseguendo ottimi risultati e grande stima nell’ambiente così difficile del foro napoletano. Da documenti dell’epoca rinvenuti di recente, è inoltre testimoniato che Fiorentino, in questi stessi anni, era proprietario di una ben avviata attività commerciale che trattava prodotti coloniali, tra cui cacao e spezie di varie provenienze. Una attività certamente redditizia come attestano alcuni documenti relativi a suoi movimenti bancari, riportati nell’appendice documentaria (doc. 1; doc. 5). Nel 1789 fu nominato governatore di Montauro e Gasperina in Calabria e successivamente di Catanzaro; fu a Cotrone e nel Salernitano nel 1794 e l’anno successivo a Postiglione. Qui fu ospite del Colletta, al quale ricambiava aiutando il nipote Giuseppe negli studi. Fu poi governatore di Torre del Greco, Resina e Portici fino all’anno 1798, mentre gli avvenimenti politici nel Napoletano si avviavano verso momenti sempre più difficili che poi sfociarono, giusto l’anno dopo, nella Rivoluzione Partenopea. Nicola Fiorentino assorbì senza dubbio le idee del riformismo illuminato. Il suo maestro era stato Rousseau; la sua bibbia, il Contratto sociale. Nel suo animo avevano trovato posto anche gli insegnamenti del D’Alembert e del Montesquieu. Le sue opere testimoniano inequivocabilmente un’adesione ai principi di ispirazione illuminista, ma rimase un onesto e ligio funzionario borbonico, amministratore probo e buon servitore dello Stato, che riteneva suo dovere rispettare le leggi e adoperarsi con tutti i suoi mezzi per migliorare le condizioni del Regno. Mentre intellettuali come Mario Pagano, anche lui lucano, assumevano la difesa dei giovani congiurati del 1794, il Fiorentino era ancora gravitante intorno ai Borboni, perché riteneva che, solo chi sedeva sul trono era nella posizione di poter e dover adoperarsi per un cambiamento radicale delle condizioni del Regno: Ferdinando IV era “l’amabilissimo sovrano”, savio principe che poteva “togliere ogni ostacolo, che si oppone alla perfezione del Codice Carolino”. Sentimenti assolutamente sinceri. Ma quando Ferdinando IV, quell’“idolo di tutti i nostri cuori”, come lui stesso lo aveva definito, fuggì davanti alle truppe francesi (1798), al Fiorentino questa

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fuga sembrò un vero tradimento; proprio come al Foscolo, l’anno dopo, dovette sembrare un tradimento quello di Napoleone, in cui il poeta aveva riposto tutte le speranze di un’Italia unita, quando questi cedette Venezia all’Austria con il trattato di Campoformio. Animi affranti e feriti sotto il crollo dei propri ideali. Ma ecco il momento cruciale, la svolta. In piena rivoluzione Nicola Fiorentino diventa giacobino. Abbraccia con fede le idee rivoluzionarie perché crede che, in quella situazione sia l’unica strada da intraprendere per attuare le riforme indispensabili affinché la struttura politica, sociale, amministrativa, economica del Regno di Napoli, minata ormai nelle fondamenta da secoli di degrado, non crolli su se stessa. Non ci sono tracce di un suo impegno attivo nel preparare la rivoluzione; sia il Cuoco, sia il Lomonaco, suo cugino, nei loro scritti dedicati al tragico evento, accennano solo fugacemente alla sua morte sul patibolo.21 Ma questo non vuol dire che il Fiorentino fu vittima innocente di una rivoluzione che gli era estranea, perché, anche se in ritardo rispetto ad altri, egli vi aderì con convinzione. Non a caso egli scrive, il 5 marzo del 1799, un Inno a S. Gennaro in cui senza timori afferma “di nostre spoglie carco fuggì rotto il vil codardo” e ancora “al core di ciascun spiri l’ardore d’Eguaglianza, e Libertà”. “Serva tu - implorava il Santo - la libertate al tuo popolo fedel”.22 Nello stesso tempo si rivolgeva accorato agli intellettuali napoletani chiedendo un impegno coerente con le loro idee in un momento così delicato. Non condivideva, infatti, l’atteggiamento di coloro che, approfittando del caos, si gettavano nella mischia anteponendo alla pubblica felicità interessi particolari. “Ognuno deve proporre l’utile dello Stato al proprio”: in questo consisteva invece, la virtù repubblicana.23 Non si faceva cogliere da facili entusiasmi, conservava sempre un acuto e sincero spirito critico, sia nei confronti di se stesso, sia nei confronti di tutto ciò che stava accadendo intorno a lui: “Il popolo - affermava in tutta onestà - non aveva avuto nessuna utilità dalle mutazioni del governo, anzi danno gravissimo”.24 Fu sempre un moderato; anche nei momenti più accesi della Rivoluzione non abbandonò mai i suoi saldi principi morali: si dia il perdono ai ribelli, se non sono recidivi e depongano le armi ... si richiamino subito i commissari organizzatori, di cui non si han certe riprove di lealtà; si diminuiscano i soldi degli impiegati e il loro lusso; si tolgano gli impiegati per errore, per parentela, per amicizia; si tolgano i diritti proibitivi e la feudalità...25

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Non ci si meravigli con queste premesse, che egli stesso si senta e definisca “filosofo cristiano”:26 “soffrite in pace qualche cosa, che non vi sembra giusta scrive nell’appello Ai giovani cittadini studiosi: il tempo, i lumi, che acquisterete, le vostre azioni virtuose e l’Ente Supremo, che si mostra ormai stracco dei furori e delle oppressioni dei Tiranni, vi rimedieranno”; e ancora: “contro il sentimento di alcuni moderni sono di avviso... che non potrebbe esistere una repubblica di atei... le leggi stesse debbono essere cospiranti con quelle della religione, per non distruggere con una mano ciocchè si edifica coll’altra”.27 Ma, ancora una volta fedele al suo spirito critico, sottolineava anche gli errori e gli eccessi della religione cristiana: “convengo che vi siano nella religione abusi e mali grandi, precisamente quelli che derivano dai partiti di religione”.28 Nutriva, però, una grande fiducia nel tempo a venire: sì, lice sperarlo, ora che comincia a salire la filosofia sul trono in quei luoghi precisamente ove si permette alle poche grandi anime cosmopolite di dire liberamente ciò che pensano per lo vantaggio degli uomini.29

Questi i suoi sentimenti, questi i suoi principi, questo ciò in cui credette. Nel momento in cui quel Regno di cui era stato ligio funzionario crollò, trovò naturale aderire agli ideali del giacobinismo. Il suo mutato atteggiamento non fu dettato da chissà quali interessi personali, anzi fu l’ulteriore conferma che la pubblica felicità veniva prima di ogni altra cosa: se il re vigliaccamente aveva abbandonato il Regno in balia di se stesso, bisognava adesso unire gli sforzi e imboccare la strada dell’unica soluzione possibile, che in quel momento appariva proprio quella degli ideali giacobini e della rivoluzione. Aderì alla Repubblica Partenopea del 1799; visse di questa successi e repentine sconfitte; e naufragò con essa. Al ritorno dei Borboni, non disposti a perdonarlo, accettò con dignità, insieme a molti altri intellettuali, la sua condanna. Reo non d’altro che d’amore per la libertà, languì circa due mesi in prigione.30 Pietro Colletta, discepolo del Fiorentino e suo compagno di cella in quei foschi giorni, scrive al martire una pagina imperitura. Nicola Fiorentino, accusato di amore alla Repubblica, accusa, a sua volta, il re e i suoi ministri di alto tradimento:31 “Il giudice Guidobaldi - scrive il Colletta, tenendo a esame il suo amico Niccolò Fiorentino, uomo dotto in matematiche, in giurisprudenza, in altre scienze, caldo ma cauto seguace di libertà, schivo d’uffici pubblici e solamente inteso, per discorsi e

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virtuosi esemplii, a istruire il popolo, Guidobaldi gli disse: “Breve discorso tra noi; dì che facesti nella repubblica”, “Nulla, rispose l’altro; mi governai con le leggi o con la necessità, legge suprema”. E poiché il primo replicava che i tribunali, non gli accusati, dovessero giudicare della colpa o della innocenza delle azioni, e mescolava nel discorso alle malconcette teoriche legali, ora le ingiurie, ora le proteste di amicizia antica, e sempre la giustizia, la fede, la bontà del monarca, il prigioniero, caldo d’animo e oratore spedito, perduta pazienza, gli disse: “il re, non già noi, mosse guerra ai francesi; il re e il suo Mack furono cagioni alle disfatte; il re fuggì lasciando il regno povero e scompigliato; per lui venne conquistatore il nemico, e impose ai popoli vinti le sue volontà. Noi le obbedimmo, come i padri nostri obbedirono alle volontà del re Carlo Borbone; ché l’obbedienza dei vinti è legittima perché necessaria. E ora voi, ministro di quel re, parlate a noi di leggi, di giustizia, di fede? Quali leggi? Quelle emanate dopo le azioni! Quale giustizia? Il processo segreto, la nessuna difesa, le sentenze arbitrarie! E qual fede? La mancata nelle capitolazioni dei castelli! Vergognate di profanare i nomi sacri della civiltà al servizio più infame della tirannide. Dite che i principi vogliono sangue, e che voi di sangue li saziate; non vi date il fastidio dei processi e delle condanne, ma leggete sulle liste i nomi dei proscritti e uccideteli: vendetta più celere e più conforme alla dignità della tirannide. E in fine, poiché amicizia mi protestate, io vi esorto ad abbandonare il presente ufficio di carnefice, non di giudice, e a riflettere che se giustizia universale, che pure circola sulla terra, non punirà in vita i delitti vostri, voi, nome aborrito, svergognerete i figli, e sarà per i secoli a venire la memoria vostra maledetta...”. “L’impeto del discorso conseguì che finisse; e, finito, fu l’oratore dato ai birri, che stringendo spietatamente le funi e i ceppi, tante piaghe lasciarono sul corpo, quanti erano i nodi; ed egli tornato in carcere, narrando a noi quei fatti, soggiunse (misero e veritiero indovino) che ripeterebbe fra poco quei racconti ai compagni morti”.32 Vero amore di libertà e di patria, non il fuoco fatuo d’una vanità volgare, lo trasse imperterrito alla morte. Il 5 Dicembre del 1799 venne condannato a morte dalla Giunta di Stato e i suoi beni furono confiscati.33 L’accusa fu di essersi opposto con le armi alle forze legittimiste e di aver pubblicato un commento sulla Costituzione Repubblicana, un Inno a S. Gennaro per la conservazione della libertà e due proclami, uno diretto alla gioventù studiosa l’altro contenente un Ragionamento su la tranquillità della Repubblica. Salì sul patibolo il 12 dicembre del 1799, e fu sepolto nella chiesa del Carmine Maggiore.

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Note Per la genealogia completa della famiglia Fiorentino, si consulti l’appendice documentaria, doc. 7, ritrovato nell’archivio privati di Casa Bonelli. 11 P. Varuolo, Dai Protocolli dei notai di Pomarico 1572-1840, Centro informazione culturale “Michele Rossi”. Dai Protocolli si evince la vendita di un casale di campagna in contrada Casale dei Greci, per Ducati 1321. 12 T. Simonetti, Quattro precursori del Risorgimento italiano, Altamura, 1936, p. 41. 13 T. Pedio, op. cit., p. 305. 14 Ibidem. 15 G. Caserta, Storia della letteratura lucana, Venosa, edizioni Osanna, 1993, p. 188. 16 P. Varuolo, Pomarico, cronaca di tre secoli 1641-1945, edizioni Il Meridione italiano, 1978, p. 75. 17 E. Bosna, Storia dell’Università di Bari, Bari, Cacucci, 1994, pp. 9-11. 18 Ivi, pp. 69-72. Per la Prammatica si veda Nuova collezione delle Prammatiche del Regno di Napoli, Napoli, Stamperia Simoniana, 1805, t. XIII, pp. 42-50. 19 Sono stati reperiti nel Grande Archivio Storico di Napoli documenti relativi al Bilancio mensuale del Real Convitto di Bari, riguardanti il periodo Agosto-Settembre 1775, quando il Fiorentino ha insegnato presso lo stesso Convitto allora retto da Sagarriga Visconti, doc. 6. 20 Periodico La Nuova Lucania, a II, num. 2, Roma, Gennaio 1895. 21 G. Caserta, op. cit., p. 189. 22 N. Fiorentino, Inno a San Gennaro, Napoli, Verriento, 1799. 23 N. Fiorentino, Principi di giurisprudenza criminale, Napoli, Verriento, 1782, p. 6. 24 N. Fiorentino, Ragionamento su la tranquillità della Repubblica, dattiloscritto fornito dal prof. Pietro Varuolo. 25 Ibidem. 26 N. Fiorentino, Principi di giurisprudenza criminale, cit., p. 6. 27 Ivi, pp. 3-18. 28 Ivi, p. 20. 29 Ivi, p. 21. 30 T. Simonetti, op. cit., p. 40. 31 Ivi, p. 42. 32 Il testo della Lettera si trova in L. Bovio, Filosofia del diritto, Roma, Civelli, 1894, p. 299. 33 I documenti relativi alla confisca dei beni e ad accertamenti patrimoniali richiesti dalla Giunta di Stato, sia sul Fiorentino, sia su molti altri “rei di stato”, si trovano nell’appendice documentaria, doc. 3, doc. 4. 10

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Veduta panoramica di Pomarico

La via di Pomarico intitolata a Nicola Fiorentino

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La casa di Nicola Fiorentino a Pomarico

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Nicola Fiorentino