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... Quel giorno, in quel punto che aveva scelto come centro della sua osservazione, non visto da suor Grazia dedita alla preghiera in altro posto di quel luogo, egli si irrigidì nel corpo, aprì le braccia muovendole come ali, chiuse gli occhi...

rosario amenta

ROSARIO AMENTA è nato a Vallelunga,in Sicilia, ma da sempre vive a Catania dove adesso lavora. Nel 2004, con l’editore Il Filo, ha pubblicato la silloge poetica Fili di rame. Nel 2006, invece, una sua raccolta poetica è entrata a far parte dell’antologia Concepts Letteratura, edizioni ArpaNet. Questo è il suo primo romanzo.

l’oscillante ricerca € 12,00 ISBN ISBN 978-88-96171-02-8 978-88-96171-13-4

i narratori

Questo romanzo è un costante movimento di ricerca. Una ricerca fatta e aiutata dalla parola. Servita con la parola. Il motivo di base tocca una possibilità d’unione, fra il Raffaele - protagonista dell’opera e delle azioni, quindi - e, addirittura, Dio; anzi, di Raffaele con una divinità. Il personaggio centrale delle vicende, dunque, affronta questa “oscillante ricerca” senza rimanere condizionato da elementi aggiunti. Siano questi l’ambiente siciliano, dai palazzi modernistici alle persone, o l’incontro amoroso. Fino a un certo punto, non importa. Una vita che avanza piena di domande. Una su tutte: la natura del dio. Grazie infine ad alcuni viaggi fisici, poi, Raffaele dovrà considerare che esistono fede, scienza, sesso... Ed esiste il mondo virtuale voluto nato dall’informatica.


Prefazione In qualsiasi dizionario la definizione più semplice e comune della parola Ricerca è quella di “attività rivolta al ritrovamento”. Insita in natura in ogni specie vivente è perlopiù connaturata all’istinto: la pianta tende al sole; il cucciolo appena nato, cieco e malfermo, cerca e scova la mammella da cui attingere il primo nutrimento. Per l’uomo in più ha costituito la condizione che gli ha permesso di elevarsi al di sopra del rango animale. La medicina, la scienza, le arti persino, hanno in questa volontà il loro prodromo originato in quel groviglio di cellule, filamenti nervosi e materia che è il cervello: organo fisico dove si riproduce il senso dell’esistenza umana. Curioso per natura, quindi, l’uomo ha proteso la sua ricerca in ogni ambito, fino a porsi dinanzi alla questione primaria e definitiva: da dove scaturisce la vita? E lì ha trovato Dio. Un Dio tanto imprescindibile e onnipresente quanto intangibile. Un’idea di Dio che colmasse le sue vanità e le sue paure di specie dominante nell’esistenza conosciuta. Un Dio di cui si è eletto a prototipo. La ricerca di un possibile connubio con una divinità è la molla che spinge Raffaele, il protagonista di questo scritto. Conscio della sua finitezza, in quanto essere vivente fatto di carne, nervi e liquidi, una mattina decide di mettersi alla ricerca di Dio. Novello Marcovaldo, però più smaliziato e consapevole della realtà, Raffaele affronta la ricerca scevro da qualsiasi condizionamento, armato solo della propria mente, unico congegno ove si possa rivelare l’arcano. Se c’è una risposta alla sua ricerca, Raffaele è convinto che si trovi “dentro quella scatola cranica, in qualche anfratto dei suoi circuiti”, celato con cura, in attesa che possa rivelarsi al cuore. Con coraggio e velleità non comuni Raffaele si pone domande e cerca risposte continue ai suoi dubbi. Interrogativi sulla natura stessa di un Dio. E questi vengono offerti e sottoposti anche al confronto con i 3


falsi dei che condizionano il breve arco temporale di cui è costituita la vita dell’uomo: la fede, la scienza, il sesso, il potere, la ricchezza. Fino ad erigersi egli stesso, con l’ausilio delle più moderne tecnologie, a Dio creatore di un mondo alternativo virtuale dove, l’uomo è deprivato dei suoi istinti “più bassi” e reso immortale. Realizzerà così per certi versi un’opera monumentale che però contemplerà lo stesso come un fallimento, rapportandola alla sua intenzione di scovare un “soprannaturale alla finita vita che viviamo”. Privato dei suoi istinti, privato di quella condizione di mortalità cui naturalmente è legato, l’uomo smarrirebbe la sua vera identità nel vivente e nei bisogni che lo muovono, snaturando quel vincolo che costituisce la propria specificità e unicità. Troppo distante e incomprensibile alla natura e alla mente stessa dell’uomo, “Dio è una sovrastruttura che non possederemo mai”. Antonio Cavallaro

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I Un giorno Raffaele si alzò dal letto e disse: - Ho deciso, da oggi cercherò Dio. Raffaele iniziò a radersi e, mentre s’insaponava le guance per poi passarvi con forza la lametta con cui avrebbe tirato dal viso quella maleodorante schiuma bianca, quei pochi peli che, nonostante la non giovanissima età, gli erano rimasti laschi, rifletté: “Più facile a dirsi che a farsi una cosa del genere. Cercare Dio, e da dove inizio. Come posso fare?” Fece sangue, invece. La lametta, passata con eccessiva forza in contropelo, sulla curva del mento, gli provocò alcuni taglietti che dovette tamponare passandovi sopra parecchie volte un ferma sangue. Imprecò per il bruciore, ma per sua abitudine esagerava sempre in quelle cose. Terminò la toilette e si vestì in fretta. Come il solito: jeans e maglietta. Uscì. Si era alla fine di settembre, ma faceva caldo. Ormai era diventato consuetudine: da maggio a ottobre, a novembre, persino a dicembre era facile ci fossero giornate di vero e proprio caldo estivo. “Il tempo è cambiato”, dicevano gli anziani e anche quelli meno anziani, e Raffaele annuiva. Camminava svelto verso la chiesa vicino casa. Preso da quell’idea di Dio pensò che il posto migliore da dove iniziarne la ricerca fosse proprio quello, perciò aveva deciso di andarci. Ma fatte alcune decine di metri notò il bar. Il bar sotto casa sua, il bar in cui incontrava gli amici, il bar dove passava ore quando non aveva niente, proprio niente da fare e voleva trascorrere il tempo in qualche altro modo che non fosse guardare il tetto della sua stanza. Il bar della colazione, anche. Pensò: “Non si può rinunciare di buon mattino a una granita con brioche, sarebbe un peccato”. 5


Il barman gli servì mandorla e cioccolata dicendogli: - Raffaele come mai così presto? Non è per lavoro certo. - No, e perché oggi devo cercare Dio. - Ah, buona cosa questa! Buona ma difficile e poi occorre fortuna, tanta fortuna. Raffaele lo guardò torvo e non gli rispose, gli disse solo un “ciao”, e se ne andò. Riprese a camminare verso la chiesa ma non fece che pochi passi quando intersecò diritto a lui due conoscenze. Lui aveva i capelli lunghi, ricci, rossicci. Li portava annodati all’indietro, tenuti fermi da un nastrino di pelle. Aveva tre anellini al naso che lo rendevano grottesco. Alto e magro, indossava sempre lo stesso gilet di pelle saturo di adesivi e catenine d’ogni genere. Era seguito sempre da cani randagi. Era un randagio anche lui. Lei, invece, aveva i capelli corti, neri e lisci; anellini di varia grandezza e formato nelle ciglia, nel naso, nell’ombelico, fin dove si potesse arrivare a vedere. Due tatuaggi in mostra, sempre nelle zone del corpo che si potevano vedere: un gatto sul braccio destro, un serpente sull’altro. Masticava, come Raffaele ricordava faceva sempre, gomma americana, e aveva il vezzo, indolente, di non guardare mai verso chi parlava. Per adesso era la ragazza del randagio, se così in quel loro rapporto si poteva dire, e viveva con lui, assieme ad altri simili e fino a quando qualcuno non li faceva sloggiare con la forza, in case, in costruzioni abbandonate, cadenti, buie, di periferia. - Dove siete diretti? - Si rivolse al ragazzo, che conosceva da prima della trasformazione, perché suo compagno di scuola, Raffaele. - Al covo - gli rispose quello. - A quest’ora sarà chiuso di sicuro - gli disse Raffaele mentre con rapida occhiata sbirciò sulla ragazza che al solito, constatò, guardava qualunque cosa tranne loro due. - Se è chiuso andiamo al parco. Se è chiuso il parco ci sediamo in qualche angolo di strada e… vedremo. Tu invece? - Voglio andare in chiesa”. Gli rispose, sincero, Raffaele, senza neanche tentare di sviare il discorso - In chiesa? - si meravigliò l’amico, mentre a quella parola, contro ogni sua abitudine, anche la ragazza guardò per un attimo Raffaele. 6


- Si in chiesa! - ribadì con naturalezza Raffaele. - E che ci vai a fare in una chiesa di mattino presto? - Questa mattina mi sono svegliato con l’idea di cercare Dio. Allora ho pensato che per una simile ricerca la cosa migliore da fare fosse quella d’iniziare da una chiesa. Ho sempre saputo che è la casa del Signore, e allora che cosa ci può essere di meglio se non di cercarlo lì. - E nella chiesa di quale religione vuoi andare? - Come? - disse Raffaele, preso di sorpresa da quella puntualizzazione imprevista. - Sì, - continuò serio il ragazzo - le religioni sono tante. Ognuna ha il suo Dio, perciò dovresti scegliere quale cercare. - Io cerco un solo Dio, quello di ogni cosa, l’unico che possa esserci. Non dovrebbe essercene più di uno in circolazione, ammesso che ci sia quell’uno stesso, quindi in qualunque chiesa dovrei trovarci sempre lo stesso. - Eppure non è così. Ne hanno trovati tanti gli uomini, per quello che mi ricordo. - Allora? - Per trovare quello che cerchi non dovresti andare in una chiesa. - E dove, per esempio. - Mah! Io lo andrei a cercare in Nepal. Tra quelle alte montagne un Dio forse ci sarà. - Io invece lo vorrei trovare sotto un ponte mentre sono fatta - disse metallica la ragazza smettendo per un momento di masticare, ma guardando da tutt’altra parte che non su Raffaele. - Sotto un ponte… fatta, perché? - le chiese Raffaele evidentemente colpito da quella affermazione. - Non lo so, mi è venuta così. Adesso andiamo - disse strattonando il ragazzo - mi sono stufata a stare ferma. - Noi, andiamo! - disse il ragazzo a Raffaele. - Ciao! - rispose Raffaele. Raffaele rimase soprappensiero per un po’. Quindi decise di non andare più in chiesa e ritornò al bar. - Già di ritorno - gli disse il barman - vuoi qualcosa? - Un bicchiere d’acqua! - Gli rispose svogliato Raffaele.

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