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Giuseppe Candido Filippo Curtosi Francesco Santopolo

La rivoluzione di Tommaso Campanella

Figura curiosa che tende tranelli agli studiosi di Maria Elisabetta Curtosi

ella prefazione al volume di Mario Moretti “La rivoluzione di Fra T o m m a s o Campanella”, pubblicato da Veutro Editore, nella ‘Collana della crudeltà e della violenza’ diretta da Rafael Alberti e Maria Teresa Leon, collana, precisa l’editore, “dedicata a Bertrand Russel come al simbolo più luminoso della sempre più folta schiera di filosofi, scienziati, letterati e uomini civili che lottano per un mondo pacifico e per il rispetto umano” Miguel Angel Asurias scrive: “L’anno scorso, di passaggio a Roma con mia moglie, siamo andati insieme al fraterno amico Rafael Alberti in un teatrino di Piazza Navona e il Tevere, dove rappresentavano un ‘Processo a Giordano Bruno’. La sorpresa è stata piacevole; l’occasione inaspettata. L’antitesi tirannia–libertà aveva qui la ferma e dolorosa angoscia dei grandi fatti corali, e il messaggio filtrato dai documenti autentici della vicenda di Giordano Bruno era presentato in un contesto che aveva l’impressionante, inconfondibile sapore della verità. Abbiamo voluto conoscere l’autore, Mario Moretti. Ci ha parlato della sua idea di un teatro-storia dove nulla sia affidato al caso o alla fantasia, ma dove il documento sia rivissuto e ricreato in una gamma di possibilità che va dal vero al verosimile, dal plausibile all’attendibile. Ho avuto l’impressione che il Moretti stia esplorando un terreno verminoso per estrarre dal brulichio immondo la pepita della verità”. La lettura de ‘La rivoluzione di fra Tommaso Campanella’ me lo ha confermato. Anche qui l’aggancio con la realtà risulta straziante: il dolore della storia si dilata, sorvola le epoche, le scavalca, arriva fino a noi. Leggi e ti accorgi di masticare e masticare la verità, come un pezzo di canna dalla polpa bianca. Alla fine hai la bocca amarognola, ti viene da sputare, perché la >> Pag 8

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Periodico nonviolento di Storia, Arte, Cultura e Politica laica liberale calabrese

La Questione meridionale

Aprile - Dicembre 2011 - Anno V - N. 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11 e 12

Direttore Responsabile: Filippo Curtosi - Direttore Editoriale: Giuseppe Candido

ISSN 2037-3945 Abolire la miseria della Calabria Anno V - n°04 - 12

dalle origini al dibattito contemporaneo

ella nascita di una “Questione meridionale” propriamente detta si può parlare a partire dall'integrazione delle province meridionali nello stato unitario nel 1860-61: infatti, già all'inizio delle annessioni, nel momento cioè in cui da Torino ci si sforzava di liquidare mediante l'intervento regio l'ipoteca politica della dittatura di Garibaldi, Cavour_ebbe a rettificare i propri orientamenti ottimistici ed a prendere drammatica coscienza dell'esistenza di una profonda frattura fra le “due Italie”, di un distacco misurabile non solo quantitativamente, ma anche in termini sociali e morali. Alla luce delle difficoltà crescenti, il Cavour reputò forse più conveniente anteporre alle ragioni dell'autonomismo e il decentramento amministrativo quelle che persuadevano a rinsaldare un forte sistema accentratore in senso decisamente unitario. Anzi, é da dire che le preoccupazioni politiche suscitate dalla questione del Mezzogiorno influenzarono strettamente tutto il dibattito successivo sulla forma politica-amministrativa da dare al

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di Antonio Carvello

(*)

nuovo stato. Negli anni seguenti al 1861, in assenza di una politica governativa diversa da quella storicamente intrapresa – mentre si saldava l'alleanza tra borghesia industriale del nord e grande proprietà terriera del sud, che escludeva la risoluzione in termini socialmente nuovi della questione contadina – l'iniziativa dell'opera di propaganda e di denuncia non spettò alla democrazia radicale, alla quale in pratica rimase estranea la sostanza politica del problema, ma a pochi intellettuali conservatori, ma illuministicamente riluttanti a chiudere gli occhi sui problemi che la Guido Dorso *** Avellino 1892-1947

bruciante realtà meridionale (brigantaggio, fame di terra da coltivare, arretratezza economica complessiva, agricoltura arcaica clientelismo diffuso, ecc .) proponeva. Primo di tutti fu Pasquale Villari: la sua descrizione della miseria delle plebi contadine e di quelle che affollavano, cenciose e senza mestiere, i “bassi“ dell'ex capitale (Napoli) infestata dalla camorra, della situazione intollerabile esistente nel latifondo siciliano, delle dimensioni del brigantaggio, procedeva col ripensamento critico delle basi sociali che erano all'origine di quei fenomeni patologici, insieme con l'appello ai ceti dominanti di tramutarsi nel nome del buongoverno, in classe effettivamente dirigente. Analogo spirito riformatore e moralismo filantropico é presente in Sonnino e Franchetti, i quali condussero avanti un discorso polemico che aveva alla base le splendide inchieste sulle condizioni delle province napoletane (1875) e della Sicilia 1876). Anche l'espansionismo coloniale era dal Sonnino giudicato come un canale di sfogo della miseria dei contadini del sud ed >> Pag 2, 3 e 4

Cibo, cultura, evoluzione:

La straordinaria storia del pane di Francesco Santopolo

a storia proposta in queste note non ha inteso seguire l’intero percorso di un cibo che ha accompagnato l’uomo nel suo cammino ma si ferma nel punto in cui la panificazione inizia a presentare una sostanziale omologazione di processo, fatta eccezione per alcune differenze che ancora resistono in varie parti del mondo, conservando specificità ascrivibili alla storia dell’uomo, dei luoghi in cui vive e delle risorse di cui dispone. Per l’Europa, questo momento si può far coincidere con il Medioevo, quando la tecnica panificatoria è già definita nelle sue linee essenziali, pur facendo registrare adattamenti tecnologici in età moderna e contemporanea. È parere di chi scrive che la tecnologia, nel passaggio da una manifattura artigianale ad una manifattura industriale, non abbia modificato il processo ma si sia limitata ad imprimervi un’accelerazione e ad introdurre sistemi di controllo, a partire dal momento in cui le biotecnologie sono passate dall’applicazione affidata a metodi e tradizioni della cultura popolare (Pre- Pasteur Era), a quella legata alle scoperte di Pasteur sui microbi come agenti attivi della fermentazione (Pasteur Era) e alla scoperta degli antibiotici (Antibiotic Era). In sostanza, poiché in molti passaggi il lavoro umano è stato sostituito dalle macchine, sono cambiati gli “attori” del processo ma questo è rimasto sostanzialmente invariato, salvo la perdita di alcuni caratteri organolettici che solo la manualità può conferire al prodotto.

L

Cibo come cultura

Sebbene si tenda a relegare l’alimentazione e il cibo nell’ambito ristretto delle esigenze fisiologiche, non v’è dubbio che essi rappresentino un punto di osservazione privilegiato, tanto per etnologi e antropologi, quanto per gli storici. Questo perché, le relazioni tra cibo, modo di procurarselo e modo di consumarlo, sono in stretta connessione con le risorse dei luoghi abitati dagli uomini, dei rapporti sociali, della cultura e degli atteggiamenti mentali di ogni popolazione e rappresentano uno dei tratti evolutivi che hanno accompagnato l’uomo nel suo cammino. Facciamo un esempio estremo: le larve del Punteruolo rosso, che preoccupano il nord del mondo perché considerate una minaccia per la sopravvivenza delle palme, per alcuni popoli della Papua Nuova Guinea rappresentano una fonte importante di ferro e zinco e soddisfano fino al 30% del loro fabbisogno proteico (Martin et al., 2000). Non è per caso che Claude Lévi-Strauss abbia “costruito” la sua Mitologica sul cibo e sulle connessioni tra questo e le altre funzioni vitali (espellere, fecondare, riprodursi) e che storici e antropologi abbiano fornito testimonianze importanti su queste interconnessioni e su come e perché la storia dell’alimentazione può essere “un buon punto di osservazione […] per ricostruire le condizioni di vita della popolazione […] e verificare l’incidenza concreta, quotidiana, che una certa struttura economico- sociale ebbe sulla vita degli uomini. A patto, s’intende, di non considerare il tema del consumo alimentare in modo aneddotico […]” (Montanari, 2004). “Res non naturalis definirono il cibo medici e filosofi antichi, a cominciare da Ippocrate, includendolo fra i fattori della vita che non appartengono all’ordine «naturale», bensì a quello «artificiale» delle >> Pag. 5, 6, 7 e 8


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segue dalla prima

La Questione meridionale

il campo per un pacifico svolgimento del loro lavoro in territori aperti alla civilizzazione. La linea del Villari venne altresì continuata da Giustino Fortunato, anche se sul finire del secolo, tuttavia, il Fortunato non nascose la cocente delusione patita per il venir meno di un sogno che aveva alimentato le speranze degli anni precedenti: quella di uno Stato che si facesse centro e motore attivi di rinnovamento materiale e morale nel Sud e nell'Italia intera. Di fronte all'approfondirsi della frattura fra nord e sud – così come veniva documentata con dovizia di cifre e di fatti da Francesco Saverio Nitti nella opera capitale “Nord e Sud“ (1900) – Fortunato abbandonò gli ideali protezionistici del “socialismo di stato“ e si convertì decisamente al liberismo, convinto addirittura che 1o Stato col suo malgoverno riuscisse d'ostacolo alle sole energie individuali che avrebbero potuto operare per la rinascita del sud. Nel Nitti, al contrario, le speranze riposte nell'industrializzazione si accentuarono nella misura in cui egli pensava che le possibilità di trasformazione sciale dipendessero non soltanto da quella che egli chiamava la “ricostituzione del territorio“, ma anche dall'inserimento della regione nell'area capitalistica settentrionale ed europea, dove Napoli doveva fungere da “polo“ industrializzato propulsore per l'intero Mezzogiorno. A differenza del Nitti, che fu sempre rigidamente unitario al pari di Fortunato, difese le ragioni di una soluzione federalistica del problema meridionale il repubblicano Napoleone Colajanmi, anche se rimase al di qua del meridionalismo borghese per quel suo privilegiare la riforma dello spirito pubblico quale pressuposto imprescindibile di un effettivo mutamento di rotta nel Sud, anziché far derivare abusi e discriminazioni dalla struttura sociale italiana quale si era storicamente formata con l'unita. Toccò ai meridionalisti d'ispirazione socialista portare il dibattito su un piano squisitamente politico e svolgere talune conseguenze: con Ettore Ciccotti, al quale stette a cuore illuminare il rapporto che poteva intercorrere tra movimento socialista e questione del sud e che a tal fine operò polemicamente all'interno e fuori del PSI perché questi assumesse coscienza dei compiti che gli spettavano; poi, e soprattutto, con Gaetano Salvemini che quella polemica condusse con vigore ancora maggiore. Ma mentre il Ciccotti, pur sottolineando l'im-

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La “Questione Meridionale”

dalle origini al dibattito contemporaneo

di Antonio Carvello

portanza dell'educazione per la coscienza di classe fra i contadini meridionali, ne considerò sempre la funzione politica subordinata al movimento organizzato del nord, Salvemini attaccò a fondo i compromessi palesi od occulti raggiunti, nel quadro del sistema giolittiano, dal partito socialista con la borghesia settentrionale, a spese del proletariato contadino. Per questo, ed a più riprese, Salvemini si scontrò con la linea riformista di Turati. Accantona e, anche se mai abiurato, il federalismo alla Cattaneo degli anni della milizia giovanile, Salvemini si batté dopo il '900 perché al centro del suo programma il PSI ponesse il suffragio universale ed una politica doganale antiprotezionistica, strumenti rispettivamente della rinascita politica ed economica del Sud. Convinto, infine, che il suo partito fosse incapace di fare propri quelle due parole d'ordine, uscito dal partito, fondò un proprio periodico per difendere le sue idee, “L'Unità”. Guido Dorso, che nel 1914-15 si era accostato all'interventismo di Mussolini

Gaetano Salvemini (Molfetta, 8 settembre 1873 – Sorrento, 6 settembre 1957

supponendo che l'evento “rivoluzionario” della guerra avrebbe infranto le fratture conservatrici del Mezzogiorno, nel suo volume “La rivoluzione meridionale“ (1925) ritenne non poco della lezione di Salvemini, battendo maggiorante l'accento sulle implicazioni interessanti tutto quanto il paese ove si fosse fatto del sud “la base della rivoluzione italiana”. Un nuovo meridionalismo elaborò ABOLIRE LA MISERIA DELLA CALABRIA Antonio Gramsci: più che negli w w w. A L M C A L A B R I A . o r g Periodico nonviolento di storia, arte, cultura e politica laica liberale calabrese scritti giovanili ed in quelli del periISSN: 2037-3945 (Testo stampato) 2037-3953 (Testo On Line) odo ordinovista, Gramsci giunse allo ----------------------------------------------------------------------------------- sue conclusioni più maturo in un Direttore Responsabile: Filippo Curtosi saggio rimasto incompiuto e steso Direttore Editoriale: Giuseppe Candido nell'ottobre 1926, pochi giorni prima Vice Direttori: Giovanna Canigiula, Franco Vallone ----------------------------------------------------------------------------------- di essere arrestato, “Alcuni temi Editore: Associazione culturale di volontariato della questione meridionale”. In “NON MOLLARE” - Via Ernesto Rossi, 2 - Cessaniti (Vibo Valenza) quest'opera la concezione leninista Reg. Operatori Comunicazione (ROC) 19054 del 04.02.2010 dell'alleanza fra operai e contadini, Redazione, amministrazione e impaginazione si saldava con la riflessione sui V ia Crotone, 24 – 88050 Crop an i (C Z ) “nodi” principali della lotta politica Tel/Fa x . 0961 1916348- c el l . 347 8253666 e.mail: almcalabria@gmail.com - internet: www.almcalabria.org fra democratici e moderati, sulla Stampa: BRU.MAR - V.le dei Normanni, 23/q - CATANZARO egemonia di questi ultimi consoliTel.0961.728005 - cell. 320.0955809 ------------------------------------------------------------------------------------ datasi, poi, storicamente, nella Registro Stampa Periodica Tribunale di Catanzaro N°1 del 9 gennaio 2007 creazione di un “blocco storico” -----------------------------------------------------------------------------------conservatore che nel “blocco agrario Periodico partecipativo: la collaborazione è libera a tutti ed è da intellettuale” di estrazione meridconsiderarsi totalmente gratuita e volontaria ionale aveva il suo perno fondamenGli articoli riflettono il pensiero degli autori che si assumono la responsabilità di fronte la legge tale. Sempre il sud offerse al magHanno collaborato a questo numero: giore meridionalista cattolico, il sacGiuseppe Candido, Antonio Carvello, Filippo Curtosi, Maria Elisabetta Curtosi, erdote di Caltagiorone Luigi Sturzo, Francesco Santopolo fondatore anche del partito popoProgetto Grafico e impaginazione : Giuseppe Candido lare,l e occasioni politiche per unifiQuesto numero è stato chiuso il 25 dicembre 2011 alle ore 19,17 care, com'è stato osservato, i fili sparsi del suo pensiero e per elabo-

rare i punti programmatici che ne sorressero la battaglia politica dal tempo della democrazia cristiana di Romolo Murri fino alla “leadership“ nel partito popolare: la richiesta della proporzionale, del decentramento regionale, la lotta per la rottura del latifondo in favore della piccola proprietà si affiancarono in lui a quella contro il trasformismo ed il clientelismo cui lo stato liberale aveva consentito di prosperare e di trovare alleati fra il clerico-moderati, soprattutto nel Sud. Nel secondo dopoguerra si pone un nuovo meridionalismo, meno polemico e più propositivo rispetto ai “mali” antichi e nuovi del Mezzogiorno, che ha i suoi maggiori esponenti in Emilio Serni, Rosario Villari, Giuseppe Galasso, Francesco Compagna, Manlio Rossi Doria, Pasquale Saraceno, Mario Alicata, Augusto Graziani, ecc; intellettuali e politici di diverso orientamento,c he hanno posto all'attenzione generale del paese il problema del Mezzogiorno come “questione nazionale“, nel senso cioè che sarebbe utopia parlare di uno sviluppo endogeno del Mezzogiorno, impensabile senza una politica d'orientamento e indirizzo da parte dello Stato di fronte a quelli che ancora oggi sono i problemi irrisolti del Sud: la mancanza d'industrie, un'agricoltura non competitiva, la cementificazione delle coste, la debolezza organica delle istituzioni, esplodere della criminalità organizzata, la crescente disoccupazione giovanile, l'assistenzialismo sempre più diffuso, ecc. In questi ultimi tempi si va sempre più “appannando” la riflessione sui problemi del Mezzogiorno: una riflessione, quindi, per nulla comparabile, quanto ad intensità ed eco, ai dibattiti svoltisi negli anni '50-60, quando ci si spinse ad affermare l'esistenza di un “pensiero” e di una “cultura” non solo meridionali, ma “meridionalisti”. Sembra ora, per diversi aspetti che i problemi della parte meridionale ed insulare del Paese non siano più sentiti come una “questione nazionale”, salvo che in poche dichiarazioni ufficiali, tanto inevitabili quanto spesso formali ed inutili. Ad aprire la breccia in questa direzione, poco più di un anno fa, é stato il sen. Umberto Bossi,o ggi leader incontrastato delle leghe del Nord: abile, spregiudicato, tanto incolto da raccogliere senza filtro gli umori dispersi della sua gente, ha fatto dell'antimeridionalismo una bandiera politica, ha raccolto consensi, è divenuto lo “spauracchio“ elettorale dei partiti tradizionali. Ma dopo la ricca e varia fioritura dei rozzi slogan di partenza, il fenomeno sta acquistando consistenza, la ricerca delle ragioni del successo delle leghe nordiste si sta ammantando di una “dignità” culturale: le filippiche quasi quotidiane di Giorgio Bocca – che traccia progressivamente il ritratto di un Mezzogiorno quasi irrecuperabile, vero “regno“ del male, ostaggio della criminalità organizzata e sempre più alimentato dall'assistenza statale – hanno aperto la strada a “diagnosi” meno impietose, meno totalizzanti e, per questo, più severe e pericolose. “La questione meridionale é soprattutto una questione dei meridionali” ha scritto in un editoriale sulla “Stampa” il filosofo Norberto Bobbio. Ma 1'affermazione dell'illustre studioso é stata raccolta ed interpretata al di là della sua valenza effettiva, dando il via ad analisi dure “Mentre le conseguenze del deficit pubblico – ha sottolineato Mario Pirani – sono vissute nelle regioni settentrionali come una minaccia crescente alla possibilità di concorrere alla pari all'integrazione comunitaria, nel Meridione il debito pubblico costituisce la base indispensabile del consenso e dello scambio politico”. >> >>


Speciale 150° dell’Italia Unita Ed il sociologo Luciano Gallimo, riferendosi al Mezzogiorno, ha aggiunto: “Nessun paese europeo reca dentro di sé un nemico altrettanto pericoloso per tutti i progetti di sviluppo, di promozione sociale e culturale“. E Vittorio Feltri, direttore dell'“Europeo” ha avanzato “il sospetto che se i carabinieri nella provincia di Caltanissetta arrestassero tutti coloro che sono in combutta con le cosche e hanno violato il codice, la popolazione in libertà si dimezzerebbe” . Le esemplificazioni potrebbero continuare, ma ciò che é importante rilevare é che, sulla spinta di questo “nordismo democratico”, prendono consistenza, in teoria, le ipotesi di una “secessione” del Nord. Il suo profeta è

Don Luigi Sturzo Caltagirone (1871 - 1959)

il prof. Gianfranco Miglio, ordinario di scienze della politica alla “Cattolica” di Milano: “Per accelerare il processo di secessione non c'è affatto bisogno che la Lega Nord conquisti la maggioranza assoluta nelle prossime elezioni. È sufficiente che ottenga la maggioranza relativa nelle regioni settentrionali. E questo mi sembra probabile”. E sulla scia di questa previsione disegna il “modello” di uno Stato Federale, con tre macro regioni (Nord, Centro e Sud), con poteri limitati di coordinamento per il governo centrale e con la conseguenza che a restare “aggrappati” alle Alpi (e all'Europa del '93) rimarrebbero solo i fratelli “separati” del Settentrione. Queste provocatorie proposte, arricchite di nuove sviluppi, il prof. Miglio ora le ripropone in un volume pubblicato da Laterza-Bari “Una Costituzione per i prossimi trent'anni. Intervista sulla terza Repubblica”, a cura di M. Staglieno, ove alle ipotesi di elezione popolare del primo ministro, di riduzione drastica dei poteri del Parlamento, di divisione delle funzioni tra i componenti delle assemblee rappresentative e quelle degli amministratori, di abbattimento dello stato sociale e l'applicazione integrale delle regole del mercato, sul versante istituzionale ribadisce la costituzione di tre macro regioni (la Padania, il Centro id il Sud), unite in uno Stato federale. Una proposta che, più che giustificata da un approfondito e persuasivo approccio scientifico al problema, sembra condizionata dalla avversione del prof. Milglio ai guasti creati dalla partitocrazia; una “provocazione”, però, che si muove nella direzione contraria a quella di determinare una ripresa d'interesse e d'impegno tali da ricollocare la questione meridionale al centro del dibattito politico e culturale. E come se, durante li anni '80, l'affermarsi – non solo a parole, ma anche negli indirizzi economici e nelle pratiche sociali – delle teorie liberiste, con il loro “corredo” di pensiero “debole”, “morte” delle ideologie, ecc. avesse fatto “rovinare” anche nelle coscienze e nella dimensione etico-politica la percezione del problema Mezzogiorno come una questione che – con la realtà drammatica dei suoi “ritardi” - interpella nel profondo la storia dell'Italia post-unitaria e la funzione di governo svolta alle classi dirigenti. In questo senso non poco ha influito la con-

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statazione del fallimento – oggi evidente in tutti i suoi aspetti – delle politiche d'intervento straordinario, condotte per un quarantennio nel Sud col fine di ridurre le “distanze” che lo separavano dalla parte più sviluppata del Paese. Ma le distanze sono cresciute, il divario si é approfondito e c'é chi non esita a ricordarci, quasi quotidianamente, che nel Mezzogiorno é in corso una preoccupante regressione civile, sociale ed economica: la disoccupazione nel 1988 ha raggiunto la punta del 21,6%, contro il 5% del Nord e non é solo la quantità del dato che impressiona, ma anche la sua “qualità” poiché il Sud ha il triste primato di essere la sola area di un'economia avanzata, quale quella italiana, in cui – com'é stato osservato – i disoccupati adulti e di lunga durata eguagliano quelli giovani. Nel Sud, e nella Calabria in particolare, sono poi in atto processi di vera e propria de-industrializzazione: mentre al Nord si ristruttura, nel Mezzogiorno si smantella con l'effetto di netta contrazione delle attività industriali. L'industrializzazione del Sud ed il maggiore impiego nel Mezzogiorno della sua forzalavoro hanno rappresentato due “obiettivi” delle politiche dei governi repubblicani che sono stati, però, entrambi mancati. E le prospettive che ora s'intravedono non sembrano migliori: si ripropone, ancora una volta ed in termini che non sono sostanzialmente cambiati, la vecchia contrapposizione fra politica dell'industrializzazione e politica delle e costruzioni, che nel secondo dopoguerra aveva trovato un punto di mediazione nella teoria di un intervento infrastrutturale che doveva consentire, e in tal senso ne costituiva una precondizione, 1'insediamento delle attività industriali. E molte analisi ritengono che oggi la linea che si viene affermando é di nuovo quella che, già all'epoca di F .S. Nitti, si chiamava delle “opere pubbliche“, delle costruzioni, degli interventi infrastrutturali: si tratta di realizzazioni viarie, di interventi nelle aree urbane, di infrastrutture idriche e fognarie, ecc. Ma almeno due fatti, sotto questo aspetto, vanno sottolineati: il primo é che gli investimenti per centri direzionali delle aree urbane (che dovrebbero rappresentare un indicatore di modernizzazione) spesso si traducono in operazioni di tipo immobiliare, che non hanno quasi nessun rapporto con la modernizzazione e l'industrializzazione (qualcuno s'è spinto ad affermare che nel

I partiti dell'Italia contemporanea non possono ignorare che senza l'unità nazionale, senza il potenziale non solo economico ma anche umano di tutte le regioni messe assieme (nessuna esclusa!) l'integrazione del Paese all'Europa sarebbe monca.

Filippo Turati (1857 – 1932)

Pag 3 Sud non vi sono città propriamente moderne, se é vero che la città moderna é definita dal fatto che incorpora una funzione fondamentale che é quella della produzione dei servizi per le imprese); il secondo é che i gruppi industriali meridionali sono prevalentemente attivi nel settore delle costruzioni e che, conseguentemente, 1'uso di capitale é di tipo speculativo”, volto cioè a conseguire rendimenti elevati e a breve termine. È fuori discussione che il Mezzogiorno in questi ultimi 40 anni ha subìto processi di profonda trasformazione, ma in che senso? Sono cresciuti i consumi e sono diminuite l'occupazione e la produttività; si vive o si tende a vivere con uno “stile” di consumo – e anche con una relativa possibilità – simile a quello delle altre parti del Paese, ma non attraverso un'autonoma produzione di ricchezza: i trasferimenti di risorse hanno accresciuto i consumi ed i redditi, ma non la produzione l'occupazione ed il risultato che si constata oggi é questo: un Sud no povero, ma più “dipendente” o, come l'ha definita qualche studioso, “modernizzazione passiva” del Mezzogiorno. È su questa base oggettiva che si fondano i processi di disgregazione e degenerazione della vita associata, che si manifestano in fenomeni come gli “incroci” fra politica ed affarismo, la gestione clientelare dei trasferimenti di risorse, il diffondersi della piaga della criminalità organizzata. Ed é tutto ciò che porta taluni a parlare di un “futuro senza speranza” per il Sud ed altri ancora di un Mezzogiorno che sia finalmente in grado di “sbrogliarsela” da solo, ci sembra superfluo sottolineare le insidie che si nascondono sotto la “nozione” di “sviluppo endogeno” del Sud, oggi riproposta dai leghisti del Nord: essa può essere utilizzata per nascondere il tentativo di abbandonare a se stesso il Mezzogiorno, di farne un'area periferica dell'europa sviluppata con un esclusivo ruolo di “mercato interno”. E se non si può non riconoscere il fallimento delle politiche di sviluppo assistito, tuttavia non si può accettare una posizione che chiede al mezzogiorno che...faccia da solo. Ad una prospettiva di marginalità, di cultura della povertà, di mero “galleggiamento”, bisogna contrapporre, ancora una volta, la tesi di un Mezzogiorno come grande questione nazionale che non può essere risolta se non con lo sforzo concorde di tutto il Paese. Si tratta, soprattutto per lo Stato, di riconoscere i diritti dei più deboli in un “universo – come ha scritto un filosofo francese – regolato dalla legge del più forte”, di abbandonare le politiche di disimpegno, disinteresse e latitanza nei confronti delle contrade meridionali o, nel migliore dei casi, delle cosiddette “briciole”. Ma quest'aggressione violenta al Mezzogiorno, questa corale campagna di stampa contro un Sud palla al piede dello sviluppo nazionale, “nasconde” logiche tanto di natura economica quanto di natura politica. A dare risposte alle prime, un economista di fama, Mariano D'Antonio, con questa spiegazione: “Ci sono atteggiamenti motivati che assumono a difesa dei loro interessi, i gruppi sociali più forti, che sono quelli del Centro-nord. Le grandi imprese che sovente invocano il criterio della libera competizione, non disdegnano mai di attingere ai sussidi pubblici (le vicende della ristrutturazione negli anni dal '79 all'84 sono eloquenti. Oggi che l'economia italiana é chiamata alla grande prova del mercato unico europeo, bisogna ridurre sussidi e trasferimenti ai meridionali per riservarli a quelle porzioni forti del nostro sistema produttivo che devono competere con l'industria e la finanza più agguerrita d'Europa”. Accanto a questa, una spiegazione ancora più inquietante: “Nell'opinione pubblica si é fatta strada la convinzione che il mercato ed il perseguimento del tornaconto personale siano l'unico collante della i nostra organizzazione sociale. Una filosofia collettiva, un


La Questione meridionale Pag 4

La “Questione Meridionale”

dalle origini al dibattito contemporaneo di Antonio Carvello

segue dalle pagine 1, 2 e 3

nuovo darwinismo sociale che esclude un intervento pubblico correttivo del mercato, politiche di sostegno e di promozione dei più deboli. Chi é debole deve tutto il suo danno a se stesso e non può disturbare la marcia dei più forti...”. Più incline a spiegazioni strettamente politiche Francesco Tagliamonte: “Ormai si é soggiogati dall'effetto-mafia e dall'effetto-Leghe. Il primo fa assumere per definitivo il giudizio secondo cui gli aiuti al Mezzogiorno alimentano il malaffare e la delinquenza organizzata. Il secondo attanaglia politici e parlamentari in una sorta di timor panico secondo cui, appoggiando le buoni ragioni del Sud, si perdono voti che vanno ad impinguare le leghe nordiste”. Classico il richiamo alla ragione di un autorevole storico e politico meridionale, Giuseppe Glasso, che ha ossevato: “Vogliamo, come dice Bocca, correre a turare le falle della nostra barca? Riacquistiamo pienamente coscienza della dimensione nazionale non solo del problema meridionale e delle sua attuali caratteristiche, ma anche del problema etico e sociale, da cui l'Italia è da alcuni anni afflitta. Dimensione nazionale significa strategia nazionale, alleanze nazionali, piattaforme nazionali, atteggiamenti e decisioni nazionali, il che é più che dubbio che, al Nord ed al Sud, si possa fare con le Leghe”. Durissimo, infine, il giudizio di un esperto di problemi istituzioni, quale Antonio Maccanico: “Quale credito può venire concretamente allo sforzo di integrarsi in Europa, se il Mezzogiorno viene considerato un peso da cui liberarsi? Potrebbe accadere che la tessa Italia sia considerata dall'Europa un peso di cui liberarsi, anche se alleggerita dall'amputazione del Mezzogiorno; o, meglio, proprio per questo”. Ma c'é un'altra considerazione da fare: ed é che in questi ultimi tempi l'andamento decrescente della spesa statale al Sud é stata inversamente proporzionale alla virulenza con la quale si é sviluppata la campagna antimeridionalista. Ma, per completare il quadro, all'antimeridionalismo dei leghisti bisogna anche aggiungere le polemiche del novembre scorso sul Risorgimento italiano, i grossolani argomenti di Vittorio Messori contro Mazzini e Garibaldi, le farneticanti “buotades” a proposito di una...Norimberga per i protagonisti dell'Unità d'Italia: tutti “segni”, questi, di quanto oggi il senso di appartenenza alla comunità nazionale appaia in crisi (anche tra chi non condivide gli argomenti dei leghisti!), per cui un autorevole storico come Franco Della Peruta ha potuto osservare che mai oggi “il patriottismo é un valore che facilmente cade in letargo”. Anche il presidente del CENSIS, Giuseppe De Rita, in un intervento sul “Corriera della Sera” (24.XI.990) ha sottolineato quanto nella realtà italiana contemporanea stia “diventando grande l'egoismo territoriale, cioè il rifiuto di assumere impegni che travalichino gl'interessi più stretti delle singole comunità locali”, avvertendo che “purtroppo é anche un egoismo destinato a crescere visto che si intreccia con l'attuale forte spinta a radicarsi sul territorio ed a fare localismo, anche politico” e che superare tale egoismo territoriale “é un impegno che non può essere rinviato di troppo tempo” poiché “La qualità della vita e la stessa civiltà di un popolo si sono sempre misurate nella capacità di mettere a frutto comune le risorse e le responsabilità” e

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15 0° dell’Italia Unita

sarebbe triste se non ci riuscissimo noi (ital- “divisioni” d'Italia (proposte da Bossi) piutiani), ormai giunti ad uno stadio avanzato di tosto che nella riaffermazione della sua sviluppo economico complessivo”. unità. Così, le varie prospettive neo-federalQueste ed altre ragioni spiegano la ripresa iste non hanno alcuno respiro, né possibilità d'interesse, soprattutto a livello di dibattito di attuazione. Tutt'al più potrebbe aver storiografico e culturale, al periodo storico senso parlare di un potenziamento delle che portò nel 1860 al processo di unifi- autonomie regionali, peraltro già attuate da cazione nazionale e a riconsiderare il prob- tempo con modalità che sembrano aver lema della formazione di una coscienza uni- prodotto più danni che vantaggi. taria nelle varie regioni italiane, col supera- Anche dopo il 1860 emersero molte forze mento di quelle “differenze” caratterizzanti “nemiche” dello Stato unitario: una certa gli Stati italiani pre-unitari. Per quanto con- resistenza dei cattolici, un'opposizione dei cerne il nostro Mezzogiorno, tra il 1815-20 nostalgici delle monarchie cadute, un'oppolo Stato borbonico sembrava il più avanzato sizione del movimento socialista che non si d'Italia. Poi, nel periodo di Ferdinando II, la riconosceva nello stato liberale. In definitisvolta accentratrice aliena definitivamente va, una gran difficoltà per l'esigua classe la Sicilia alla monarchia borbonica e crea dirigente unitaria di farsi davvero classe difficoltà alla classe dirigente meridionale. dirigente di tutta la nazione. Ci fu, quindi, una evoluzione diversa dei I partiti dell'Italia contemporanea non possingoli Stati: del resto, già nei primi decen- sono ignorare che senza l'unità nazionale, ni dell'800 era tramontata definitivamente senza il potenziale non solo economico ma l'economia mediterranea e con la rivo- anche umano di tutte le regioni messe luzione industriale, dagli anni '50 dell'800 assieme (nessuna esclusa!) l'integrazione in poi, si avrà la preminenza dell'Europa del Paese all'Europa sarebbe monca. E se centro-settentrionale. È allora che il c'è ancora qualcosa che rende preziosa la Mezzogiorno comincia ad essere tagliato “lezione” dei meridionalisti (da Fortunato a fuori dai circuiti più moderni della vita eco- Dorso, da Gramsci a Sturzo) é la loro connomica e sociale. Nel Mezzogiorno vige la vinzione che il problema del Sud non é un convinzione di Ferdinando II per cui tra problema locale e settoriale non é una “acqua santa ed acqua salata” il regno non “questione” ... straordinaria e territorialabbia nulla da temere e, quindi, non abbia mente circoscritta, ma é un problema “cenbisogno di una evoluzione. Ma é intorno al trale” d'indirizzo, di orientamento politico 1840 che nei vari stati italiani comincia a ed economico fondamentale dello Stato porsi il problema della formazione di una democratico e l'ambito entro cui la “quescoscienza unitaria: il momento chiave é tione” va risolta é quello della democrazia legato al dibattito sulla necessità per l'Italia dei partiti. Antonio Carvello* di raggiungere l'unità economica per metterDocente di diritto dell’organizzazione pubblica la al passo con le grandi potenze europee in (*) economica e società presso l’Università degli Studi di cui si sta compiendo la rivoluzione industriCatanzaro “Magna Grecia” ale. Allora non si pensa neanche che si possa abbattere le monarchie secolari esistenti in Italia: s'immagina piuttosto una federazione L’approfondimento di Stati, una unità doganale, con la costruzione di una grande rete ferroviaria. Tra le “voci” più autorevoli in questo dibattito ci sono personaggi poco noti come il Serristori in Toscana e Ilarione Petitti in Piemonte, che preparano un clima culturale unitario su cui si salderanno elaborazioni come quelle di Vincenzo Gioberti sull'unità morale degli italiani. E c'é anche Ludovico Bianchini, che già in quegli anni difende gl'interessi del Mezzogiorno e ancor prima dell'unificazione gli sembra che non s'identifichino con quelli del Nord. Nell'Italia del 1859-60, poi, non mancarono momenti in cui sembrò che l'unità della penisola, con la distruzione dei vecchi Stati, avrebbe realizzato un'unità culturale, politica ed economica. Ma subito dopo la proclamazione del Regno le prime delusioni. Un deputato catanzarese della Sinistra, Bendetto Musolino, in un suo discorso agli elettori aveva così decritto la situazione all'indemani dell'unificazione: “Geograficamente parlando noi siamo quasi uniti: ma le nostre province non hanno tutte le stesse leggi, le stesse istituzioni, lo stesso organismo. Sicché, animati dalla stessa idea, sorretti dallo stesso desiderio, rasABBONATI E SOSTIENI somigliamo agli atomi del caos primitivo Abolire la miseria della Calabria Non fruisce dei contributi statali all’editoria che si agitano nel vuoto eterno senza aver di cui alla Legge n°250 del 07/08/1990 trovato ancora la forza di coesione da La pubblicaazione è possibile grazie al lavoro volontario dei divenire corpo omogeno e compatto” nostri collaboratori, al sostegno dei nostri abbonati ed al contributo di pochi sponsor che ci sostengono (1861) . Naturalmente, oggi i problemi non si ponAbbonamento annuo gono più nella stessa maniera: anche dove Ordinario:12,00 €; Promotore: 30,00 €; Sostenitori, enti e istituzioni: 50,00 € esistono stati nazionali, sorgono forti tendenze separatiste come in Francia, Spagna, Da versare mediante bollettino postale C/C Postale 93431955 Jugoslavia. C'é l'esigenza di affermare le oppure mediante bonifico bancario “piccole patrie”, potremmo dire. E anche IBAN: IT67Y0760104400000093431955 in Italia, dove non c'è il peso della nazionalIntestato a Associazione di Volontariato Culturale ità, si pone questa questione per cui NON MOLLARE rinascono egoismi economici e sociali, torna Via Ernesto Rossi, 2 - 89816 Cessaniti (VV) l'impressione che una piccola comunità avanzata come quella lombarda possa meglio badare ai propri interessi distaccandosi da quelle meno avanzate come il Mezzogiorno. Ma si tratta di tendenze senza Per la tua pubblicità su questo periodico fondamento, né futuro storico poiché é semchiama il numero pre più difficile vivere in comunità ristrette, 347 8253666 credere che il progresso risieda nelle nuove


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Cibo, cultura, evoluzione: la straordinaria storia del pane

Cultura e tradizioni

segue dalla prima pagina

cose. Ovvero, alla cultura che l’uomo stesso costruisce e gestisce” (Montanari, 2004). Il cibo è cultura quando si produce, è cultura quando si trasforma, è cultura quando si consuma e questi atti, considerati singolarmente o come insieme, riflettono i valori di riferimento di un popolo e ne tracciano la storia.

Una storia che parte da lontano Tra 3,7 (Tobias) e 5 milioni di anni fa (Jhoanson e White), dalle prime scimmie antropomorfe, comparse verso la fine dell’Era Terziaria, emergerà il genere Homo. Punto di partenza di questa fase evolutiva era stato il Ramapithecus che si era evoluto nell’Australopithecus afarensis. A tre milioni di anni si genera un “cespuglio” genetico: gli Australopiteci vanno ad imbucarsi in due “nicchie” senza sbocco: da una parte A. africanus e A. robustus, dall’altra A. aethiopicus e A. boisei. Sul terzo ramo si colloca l’Homo habilis, seguito dall’Homo erectus e dall’Homo sapiens e, infine, dall’Homo sapiens sapiens che dovrebbe identificarsi con il nostro stadio evolutivo, salvo, ovviamente, alcune debite eccezioni che si muovono nel segno della regressione. Le ricerche e i ritrovamenti fossili non consentono ancora di stabilire con precisione come e perché sia avvenuto il passaggio dal Ramapithecus agli Austrolopiteci e alla specie Homo.(R. Leackey et al. 1979) ma sono state trovate sufficienti tracce per seguire l’evoluzione dell’Homo erectus, tra l’altro ricostruite magistralmente da Roy Lewis (1992) nel romanzo “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”. Protagonisti del romanzo di Lewis, sono Edward e la sua famiglia. Edward è il prototipo della ricerca evolutiva. Arriverà ad “inventare” il fuoco, semplicemente trasportandolo all’accampamento con un ramo acceso alla fiamma di un vulcano in eruzione, “fonderà” il matrimonio esogamico, la politica e la retorica. Accanto ad Edward troviamo altri due prototipi: il reazionario zio Vania che rifiuta l’innovazione e sceglie di continuare a vivere sugli alberi e il fratello Ian, tornato da un viaggio in Francia, Cina, India e Arabia e in procinto di ripartire per l’America (Lewis, l. c.). L’immaginazione letteraria di Lewis si basa su un dato accertato. Circa un milione di anni fa, l’Homo erectus cominciò la sua lunga marcia spostandosi dall’Africa all’Asia e poi in Europa, mosso da una spinta evolutiva che lo porterà ad esplorare nuovi spazi e a sperimentare le proprie capacità di adattamento e acquisire nuovi caratteri (Leackey et al., l. c.) Questa non è la sola eredità che ha lasciato il nostro antenato. Questo ominide aveva anche iniziato ad osservare la natura e ad utilizzarne i prodotti spontanei. Scoprì i cereali, cominciò a nutrirsene e, presumibilmente, dopo averne consumato per molto tempo i semi crudi che inumidiva nella bocca, iniziò a frantumarli fra due pietre e a bagnarli per renderne più agevole la masticazione. Ma la fantasia dell’Homo erectus non si fermò al semplice rudimentale impasto e, casualmente, imparò che posto a riposare su una pietra esposta al sole, acquistava un sapore particolare. Con la scoperta del fuoco imparò a cuocerlo regolarmente, come già aveva iniziato a fare con la carne degli animali abbattuti. Senza entrare nella controversia tra natura e cultura, possiamo convenire che il passaggio dal crudo al cotto rappresenta “il momento costitutivo e fondante della civiltà umana”(Montanari, l. c.). E non c’è alcuna contraddizione se con Il crudo e il cotto (1974) Lévi-Strauss fa emergere una contrapposizione tra stato di natura e stato di cultura e con Dal miele alle ceneri (1970) compie una svolta e mette in relazione un cibo già pronto (il miele) con uno che deve essere bruciato (il tabacco) perché questo “non toglie che nella rappresentazione simbolica che gli uomini hanno storicamente dato di sé, il dominio del fuoco e la cottura degli alimenti siano stati percepiti come il principale elemento di costruzione dell’identità umana e di evoluzione dallo stato «selvatico» alla «civilizzazione»”(Montanari, l. c.). L’uomo è il solo animale che “costruisce” il proprio cibo e anche quando si nutre di prodotti naturali tal quali, lo fa “preparandoli” (verdure condite con altri ingredienti) per renderli più nutrienti o appetibili o, semplicemente, per ostentare uno status (macedonie, dolci). Dalle prime esperienze dell’Homo erectus, la storia dell’uomo e del pane riparte con la scoperta e la successiva domesticazione dei cereali, processo che ha segnato il passaggio da una società di cacciatori- raccoglitori nomadi ad una società stanziale dedita all’agricoltura. Si può tentare di dare un senso a questo mistero evolutivo, ricostruendo per sommi capi la nascita dell’agricoltura che la maggior parte degli studiosi fissa a circa 8-9000 anni a. C. (Anderlini, 1981; McKibben, 1989; Leakey et al., 1979 e 1980), mentre per altri si sposta

di Francesco Santopolo

di qualche migliaio di anni (Bairoch, 1999, vol. I; Diamond, 2006). La differente datazione è legata a problemi di metodo (1) ma, in linea di massima, uno scostamento di mille- duemila anni in un tempo così lungo, non infirma la possibilità di tentare un esame comparato che ricostruisca il rapporto e il complesso di relazioni che l’uomo riesce a stabilire con l’ambiente e con gli altri organismi viventi con i quali divide spazio e risorse trofiche. Questa ricostruzione deve necessariamente partire dalla scoperta dell’agricoltura, momento che si fa convenzionalmente coincidere con la fine della preistoria. McCorriston e Hole (1991) sostengono che l’agricoltura sarebbe comparsa tra gli 80 e i 150 km dal Mar Morto attorno a 10.000 anni fa, ossia -8.500/-8.000 nel Medio Oriente, -6.000/-5.000 nell’Asia propriamente detta, - 5.000 in Africa, -7.000/-6.500 nelle Americhe 6000/-6500 in Europa (Bairoch, l. c.). Questo processo potrebbe aver seguito due vie: scoperta spontanea e diffusionismo. Nonostante le discussioni che ancora affascinano alcuni ricercatori, crediamo che le due ipotesi coesistano, piuttosto che collidere. In Italia, per esempio il modello fu portato da immigrati che provenivano dall’oriente nel 5500 a. C. circa (Rossini et al., 1987) ma in zone del mondo lontane tra loro si hanno quasi contemporaneamente segni dell’inizio di un processo che doveva cambiare il modello di vita dell’uomo. Tracce sono state trovate alle foci dell’Indo, nella penisola di Shantung, tra Pechino e Nanchino, alle foci del Fiume Giallo (Leakey et al., 1979). Tuttavia, quando si dice che l’agricoltura si affermò nella Mezzaluna fertile, si intende che qui ebbe un carattere di continuità mentre in altre zone subì vicende alterne, come in Mesoamerica dove si tornò più volte all’economia di caccia e pesca e l’agricoltura, pur essendo comparsa da circa 10.000 anni, dovette aspettare 6-7.000 anni per diventare un modello stabile, con la coltivazione di mais, zucche e fagioli (Leakey et al., l. c.). Il nuovo modello doveva determinare altri cambiamenti. Primo, fra tutti, la crescita demografica. Si stima che, fino al 12- 10.000 a. C., nel mondo si contassero poco meno di un milione di abitanti e solo dalla rivoluzione neolitica in avanti, la popolazione mondiale comincia a crescere, sia pure lentamente, raggiungendo circa duecento milioni nel primo anno dell’era cristiana. Con la nascita dell’agricoltura gli uomini potevano disporre di nuove risorse alimentari e si spostavano frequentemente alla ricerca di nuove specie vegetali da domesticare e di luoghi più adatti per coltivarli. La scoperta dell’allevamento ha consentito di percorrere la stessa strada, allargando gli orizzonti dell’uomo e fornendogli sufficienti risorse per riprodursi. Questi eventi, solitamente indicati come spartiacque tra storia e preistoria, hanno fatto intravvedere nella nascita dell’agricoltura la fine della preistoria ma, in realtà, la storia non coincide con la produzione di beni ma con quella del surplus e degli scambi perché, quando alla “produzione di mezzi di sussistenza, di generi per l’alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazione e di strumenti necessari per queste cose ha corrisposto […] la riproduzione degli uomini stessi: la riproduzione della specie”’altra, alla divisione del lavoro. L’uomo non è più soggetto alla natura ma inizia a dominarla per i propri interessi iniziando un percorso che doveva portarlo verso le società moderne. Il dominio dell’uomo sulla natura comincia con la domesticazione di piante e animali: Domesticazione indipendente di piante e animali indigeni:

Fonte: Diamond, l. c.. Modificato

A supporto di una società in evoluzione compariranno “in varie parti del mondo i primi villaggi, i primi insediamenti umani certi in Nordamerica. Finisce, con l’ultima glaciazione, il Pleistocene e inizia l’era geologica più moderna, chiamata Olocene o Postglaciale” (Diamond, l. c.). Siamo ancora in una fase in cui la densità della popolazione è molto bassa, varia con le condizioni climatiche e sarà solo dopo la comparsa dei primi villaggi che, con l’economia del surplus, si creeranno le premesse per la nascita delle città databile, almeno in

Cultura e tradizioni Pag 5

Mesopotamia, attorno al 6-5000 a. C. (Sjoberg, 1980), perché “L’esistenza di un vero e proprio centro urbano non presuppone semplicemente un surplus alimentare, ma anche la possibilità di immagazzinare e scambiare questo surplus” (Bairoch, l. c.). La nascita delle città, che gli Australiani hanno definito “tirannia della distanza che si aggiunge alla tirannia dell’agricoltura” (Bairoch, l. c.), riduce il valore economico del surplus. I costi e le difficotà di trasporto, abbinati alla bassissima densità di popolazione delle società preneolitiche, spiegano perché non fosse possibile la comparsa di città vere e proprie prima di questi eventi. Quasi contemporaneamente alle città nasceranno la scrittura (Godart, 1992) e la matematica (Kline, 1999), come strumenti indispensabili per regolare gli scambi e supportare il nuovo modello. All’inizio l’uomo è concentrato sui prodotti essenziali per la sopravvivenza (farro, grano, mais, riso) ma, quando con il surplus di produzione, cominciano gli scambi e fanno la loro comparsa i consumi di status, legati alla maggiore disponibilità di risorse, l’interesse si sposta su altri beni. Con gli scambi ha inizio un massiccio ricorso all’emigrazione che, sebbene in tempi storici abbia assunto caratteri peculiari, è un fenomeno antico nella storia dell’uomo, anzi è iniziato nelle società pre- umane con l’Homo erectus. I gruppi di Homo erectus che, circa un milione di anni fa, attraversando una piccola striscia di terra arida, si spostarono dall’Africa in Asia e poi raggiunsero l’Europa se, da una parte, “rappresentavano le avanguardie della definitiva conquista della terra da parte della popolazione umana” (Leakey et al.,1979), dall’altra non può essere considerata soltanto “la migrazione di un popolo alla conquista di nuovi spazi” (Leakey et al., l.c.) se consideriamo che alla vigilia della rivoluzione neolitica, si stimava una densità di 9 abitanti per km quadrato per le aree tropicali, di 0,1 per l’Europa occidentale e di 1 ogni 150-350 per le zone artiche (Bairoch, l. c.) È lecito, piuttosto, convenire che “La diffusione di Homo erectus nei continenti settentrionali fu […] la conseguenza inevitabile di un particolare sforzo evolutivo” (Leakey et al.,l. c.).

Il pane entra nella storia

Le prime sperimentazioni di coltivazione in Medio Oriente risalgono almeno al 7.000 a. C., ma è con l'arrivo dei Sumeri che l'agricoltura farà un grande balzo in avanti, grazie alla loro abilità nell’uso dell’acqua per l’irrigazione. A partire dal periodo di Uruk, venne introdotto l'aratro a trazione animale e l'irrigazione estensiva, favorendo così una ricca produzione agricola. Per superare i problemi di siccità, i campi erano realizzati nelle aree adiacenti ai canali e posti più in basso rispetto a questi, per permettere all'acqua di defluire naturalmente. I campi erano sistemati con il lato corto vicino al canale e venivano irrigati e arati in senso longitudinale disponendo le coltivazioni a "doppio pettine". Il ricorso alla rotazione biennale (riposo/coltivo), consentiva economia di acqua e mantenimento della fertilità. Le zone adiacenti ai canali erano destinate alla coltivazione di cipolle, aglio, legumi e palme da dattero e solo i terreni non irrigabili venivano destinati a cereali, principalmente orzo e frumento. Alcuni campi venivano abbandonati per eccessiva salinizzazione dovuta al pessimo drenaggio che portava all’accumulo di sali nello strato arabile. Questo spiega perché nei territori pianeggianti del sud mesopotamico predominava l’orzo, notoriamente più resistente alla salinità, mentre nella parte settentrionale c’era un sostanziale equilibrio fra orzo e frumento. Per la semina dei cereali che, in generale, si effettuava contemporaneamente, veniva usata una seminatrice, mentre la mietitura prevedeva l’impiego di gruppi di tre uomini: uno per falciare, uno per formare i covoni e un terzo, probabilmente, per guidare l’attività degli altri due. Dopo la mietitura passavano i carri trebbiatori per separare le spighe dal culmo e un carro per raccogliere i chicchi. Il riparto del prodotto era pari a 1/3 per il coltivatore e 2/3 come riserva da portare nel magazzino del tempio o del palazzo. Già nel terzo millennio a. C. si consumavano focacce, come è stato possibile rilevare da una tavoletta di Nippur in cui è scritto: «Quando mi alzavo presto la mattina, mi volgevo a mia madre e le dicevo: “Dammi la colazione, devo andare a scuola!”. Mia madre mi dava due focacce e io uscivo; mia madre mi dava due focacce e io andavo a scuola». Importanti ritrovamenti archeologi, ci dicono che, già nel 4000 a. C., in Egitto si usava panificare in diverse varietà, tra cui il pane dolce e un’antenata della pizza. La contemporanea disponibilità di orzo, farro e avena portava gli Egizi ad utilizzarli macinandoli e impastandoli contemporaneamente. Plinio il Vecchio (1984) ricorda che in Egitto si otteneva farina anche dall’olira” (la terza specie di spelta, n. d. r.). L’iscrizione “io coltivai il grano, venerai il dio del fru-


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mento in ogni valle del Nilo. Nessuno ha mai conosciuto fame o sete durante il mio regno”, attribuita al faraone Amenemhat I (XII dinastia, circa 2040 a.C.), rende l’idea di come l’agricoltura fosse l’attività più importante dell’antico Egitto e la coltivazione del frumento quella cui si affidava la prosperità del paese. L’inondazione corrispondeva per gli Egizi alla fase Alchet, quella successiva, quando il Nilo si ritirava lasciando i campi generosamente fertilizzati, era la fase Peret,. La terza fase,detta Shonon, corrispondeva al periodo meno piovoso dell’anno. Gli strumenti utilizzati erano l’aratro di legno, la zappa con una larga lama di legno e la falce per mietere. La razione dei soldati reali comprendeva circa due chili di pane a testa ma il consumo maggiore era riservato alle classi più umili, tanto che gli Egizi erano stati soprannominati dai greci artophagoi (mangiatori di pane). L’alimentazione era integrata con cipolle, porri, meloni, cetrioli, fagioli, sedano, fave, ceci, lenticchie e lattuga. Per l’irrigazione gli Egizi non avevano attinto alla scuola sumerica e il loro sistema consisteva nel trasportare l’acqua nelle giare, anche se, dal contatto con la Siria avevano appreso lo Shaduf che era un metodo per sollevare le acque Gli Egizi, per fare mattoni, utilizzavano anche la paglia pressata, tagliuzzata, mischiata a fango e seccata al sole. La macina del grano era affidata alle donne e con la farina ricavata si facevano pane e focacce salate o arricchite con semi di sesamo o di papavero. Con l’aggiunta di uva o miele, si facevano i dolci. Tornando al pane, dopo i primi passi si trattava di affinare ulteriormente la tecnica e dopo qualche secolo si scoprirono casualmente gli effetti della fermentazione (5.000 a. C.) che si avviava spontaneamente se l’impasto veniva lasciato per un giorno all'aria prima di cuocerlo, anche se una leggenda riferisce che la fermentazione si era avviata accidentalmente quando le acque del Nilo avevano inondato i magazzini in cui era conservata la farina. Gli Egizi utilizzarono ugualmente la farina bagnata ed ebbero modo di scoprire gli effetti della fermentazione. Poi si passò alla frantumazione dei semi di cereali in un mortaio e alla separazione al setaccio della parte nutritiva del chicco dall’involucro che lo racchiude. Più tardi la cottura cominciò ad essere fatta al chiuso, in un vaso o in una buca scavata nel terreno e riscaldati dal fuoco. Quando la temperatura era abbastanza alta, il fuoco veniva spento e, tolta la cenere, si introduceva il pane, prima di chiudere il vaso con un coperchio o la buca con una grossa pietra. Poi vennero i primi forni in argilla che avevano forma conica. Sulla parte esterna veniva poggiato il pane che cadeva a terra quando la cottura si era completata. Anche la lievitazione fu una scoperta casuale. Il primo fattore lievitante utilizzato, oltre alla pasta acida, sembra essere stata la birra che una serva egizia avrebbe versato inavvertitamente sull’impasto. La paura di essere punita, la indusse a tacere sull’accaduto ma l’incidente consentì di ottenere un pane più soffice e fragrante che portò ad adottare la lievitazione come prassi normale nella preparazione del pane e la pratica fu in seguito adottata in Mesopotamia, Creta, Grecia e Magna Grecia. Un’altra versione vorrebbe che siano stati i cuochi alla corte dei Medici di Firenze a utilizzare il lievito di birra per migliorare la lievitazione del pane, e che questa pratica sia poi stata esportata in Francia da Maria de' Medici, moglie di Enrico IV (Barbieri, 2006). Successivamente si affinò la tecnica di cottura con la costruzione di forni internamente divisi in due parti: nella parte inferiore ardeva il fuoco, in quella superiore cuoceva il pane. Dalla Mesopotamia e dall’Egitto, che erano state culla di civiltà dal Neolitico in avanti, il modello del pane cominciò a farsi strada in altre parti del mondo. Secondo Strauss (2009), al tempo in cui gli storici collocano la guerra di Troia (ca. 1.200 a. C.), i Greci si nutrivano ancora di lenticchie e orzo tanto da osservare con meraviglia e invidia la piana di Troia coperta di messi di grano. Ma è solo la congettura di uno storico che tende a connotare di arretratezza la cultura alimentare e l’agricoltura greche, le cui caratteristiche generali si muovevano già attorno alle colture mediterranee: cereali, vite e olivo (Gallo, 1997) e “Per quanto riguarda i cereali, che hanno un ruolo di primo piano nel consumo alimentare (secondo una stima attendibile, forniscono il 70-75 per cento del fabbisogno calorico complessivo), ancora predominante in epoca classica […] è la coltivazione dell’orzo, che resiste meglio ai mutamenti climatici e assicura rendimenti più elevati” (Gallo, l.c.). In realtà, la Grecia ha pochi terreni coltivabili e “La più limitata diffusione del frumento, che è il cereale più adatto alla panificazione […] è del resto sottolineata dalla marcata specializzazione regionale di tale coltivazione, che, ad eccezione della Tessaglia, appare

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per lo più tipica di aree situate al di fuori della madrepatria greca (la Libia, la Tracia e, soprattutto, il Ponto)” (Gallo, l. c.). Disponiamo, però, di altre notizie che confermano che in Grecia si faceva uso di grano almeno tre secoli prima della guerra di Troia. Si tratta delle tavolette in Lineare B trovate a Pilo e Cnosso. In “Una fondamentale tavoletta di Pilo [si] indica in quantità di semenza di grano” (Musti, 1989). Ritroviamo il pane e la focaccia in Aristofane (I Cavalieri, 424 a. C.), quando Salsicciaio dice ”E io giuro sui pugni e le coltellate che ho preso fin da ragazzo, che ti batterò invece, se no, inutilmente sarei cresciuto a tozzi di pane” e Demostene risponde“A tozzi di pane come un cane?” Poi, Paflagone dice a Salsicciaio: “Ti porto una focaccia impastata con l’orzo di Pilo” e Demostene “L’altro giorno avevo impastato a Pilo una focaccia laconia”. Per inciso, la focaccia laconia era fatta con grano comune (cfr. Plinio il Vecchio, l.c.). Il nutrimento base della popolazione greca era costituito da cereali impastati con acqua e cotti per fare “polente” e minestre, oppure cotti direttamente sul fuoco in forme di pani e focacce. Generalmente si accompagnavano a frattaglie cotte di animali, trippa arrostita in pentola; oppure a verdure crude o cotte condite con olio, insalata o formaggi. Da tutte le fonti (tra cui l’Odissea) risulta che nella Grecia antica si fece grande uso di frumento e di orzo. I greci avevano ben 72 tipi di pane e il compito della panificazione era affidato alle donne, per divenire un lavoro maschile quando si cominciò a panificare di notte perché al mattino si potesse disporre di pane fresco. Passando ad altre aree, nel Lazio, in piena età del ferro, non si coltivavano grani superiori a cariosside nuda ma orzo, il cui pappone sarà poi denominato polenta e, soprattutto, farro (far o adoreum) che in realtà era il Triticum dicoccum (Scrk.) e non il Triticum spelta (L.).come erroneamente è stato identificato da qualcuno (Pucci, l. c.). Tuttavia, “poiché le due specie sono distinguibili con difficoltà all’analisi botanica, converrà limitarsi a dire che nei contesti più arcaici di Roma finora studiati (una ventina) farro e/o spelta assommano complessivamente al 58 per cento della produzione del Lazio tra X e VII secolo” (Pucci, l. c..) e, nonostante avessero a disposizione un territorio fertile per la coltivazione di cereali più pregiati, si dedicavano alla coltivazione del farro, da cui il termine farina per indicarne il prodotto di frantumazione. Carattere distintivo dell’agricoltura del Lazio, rispetto ad altre regioni, era la prevalenza dei cereali inferiori mentre in Etruria, per esempio,”si coltivavano le specie più nobili” (Pucci, l. c.). “Dovunque si poteva, diverse specie di cereali erano coltivate insieme [per] limitare il rischio di un cattivo raccolto [e] questo insieme di cereali, che comprendeva anche il miglio, il panico, l’avena e la segale (lo stesso che in età medioevale sarà chiamato mestura) costituiva la farrago” (Pucci, l. c.). La farrago che, inizialmente, costituiva il cibo base dell’alimentazione umana, “col tempo decadde a foraggio per gli animali, e come tale viene trattata dagli scrittori de re rustica” (Pucci, l. c.). Fino alla scoperta del maggese (tra VIII e VI secolo), le popolazioni del Lazio adottarono “i sistemi più elementari del «campo ad erba» ossia del campo abbandonato fino a che non ricostituisce la sua fertilità, o quello del debbio, per il quale si disbosca e poi si brucia il legno per fertilizzare la radura, coltivandola fino al suo esaurimento” (Pucci, l. c.). Dalle focacce salate ricavate dalla farina di farro i Romani, a contatto con i greci, passarono al pane di frumento lievitato e costruirono i primi forni pubblici in cui lavoravano fornai greci portati a Roma come schiavi. Ma “È noto tuttavia che per un lungo periodo i Romani si cibarono di puls e non di pane” (farinata ottenuta facendo bollire cereali macinati in acqua o latte, n. d. r.). e che “di tutti i cereali presso il popolo romano per 300 anni fu usato solo il farro” (Plinio il Vecchio, l. c.). L’alimentazione antica di Roma e dei territori contermini era basata sui “cereali a cariosside vestita [che], per essere consumati, devono essere prima private delle glume. Perciò essi erano usualmente torrefatti” (Pucci l. c.) e “La preparazione della farina di farro […] presenta nella società arcaica un’importanza politico- sociale direttamente proporzionale all’importanza politico- religiosa di questo alimento” (Pucci, l. c. Si veda anche F. Toubert, 1973). Per il suo carattere rituale, la preparazione della farina di farro era affidata alle Vestali, con un procedimento particolare: “I chicchi venivano prima torrefatti, poi battuti e infine macinati. Con la farina così ottenuta e il sale si preparava la mola salsa, indispensabile per ogni genere di sacrificio, immolare, ossia cospargere di mola salsa la vittima, divenne sinonimo di sacrificare” (Pucci, l. c.). In febbraio si celebravano i Fornacalia, feste dedicate alla dea Fornax per celebrare la torrefazione del farro

Cultura e tradizioni e l’immissione al consumo del prodotto dell’anno precedente (Pucci, l. c.), nota, anche, come Festa degli sciocchi “perché nei tempi antichi i coloni erano inesperti, tostavano troppo il farro e talvolta bruciavano anche le loro capanne” (Ferrari, l. c.). Il farro da utilizzare per la semina non doveva essere tostato. Nel mito di Ino, moglie di Atamante, si dice che abbia fatto tostare i chicchi destinati alla semina. Naturalmente il grano non spuntò e Ino fece accusare del misfatto, per sbarazzarsene, i figli di primo letto del marito, (Ferrari, 2008) Per la panificazione, i romani utilizzavano due tipi di lievito. Il primo consisteva di miglio mescolato al vino dolce e lasciato a fermentare per un anno, il secondo di crusca di frumento lasciata a macero per tre giorni nel vino dolce e poi fatta essiccare al sole (Plinio il Vecchio, l. c.). In questo periodo erano già state messe a punto le macine di pietra di lava che si facevano ruotare con la forza motrice degli schiavi o degli animali. A Vitruvio si deve l’invenzione del mulino ad acqua ma la tecnica si diffuse solo dopo che Quinto Candido Benigno fece costruire in Francia otto mulini mossi contemporaneamente dall’acqua. In epoca feudale i contadini, in cambio del lavoro nei campi, ricevevano una parte del raccolto ma erano obbligati a cuocere il pane nel forno del padrone. Il pane del contadino era fatto con poca farina e molta crusca. Spesso venivano utilizzati cereali minori come il miglio e il pane destinato ai poveri si chiamava “pan rozzo”, mentre ricchi, nobili e “cittadini” consumavano carne e pane bianco di cereali. Nel Medioevo, quindi, l’agricoltura comincia ad identificarsi con i cereali e questa scelta traccerà un preciso spartiacque che delinea lo status sociale. Il frumento viene coltivato solo per i ricchi e i cittadini, per i poveri e i contadini vengono utilizzati in misura massiccia i cereali minori. Questo non denota “la decadenza della coltura del frumento e il predominio assunto dai grani inferiori” (Montanari, 1979) ma rappresenta una scelta determinata dal fatto che la maggior parte della popolazioni è costituita dai poveri cui sono riservati la segale, il miglio, l’orzo e l’avena che, nei dati del polittico di Santa Giulia di Brescia, rappresentano il 72% delle riserve, con la segale che, da sola, occupa il primo posto con il 40% dei “grani” conservati (Montanari, l. c.). Il sistema più diffuso di macinazione era quello romano con i mulini ad acqua e si dovette ricorrere a regole severe per tutelare i mugnai. Coloro che utilizzavano i mulini dovevano pagare una tassa (tassa sul macinato). Il mugnaio doveva pesare il grano prima di macinarlo, restituire al proprietario la giusta quantità di farina e veniva retribuito in natura. Per assumere la qualifica di fornaio era necessario un lungo tirocinio come garzone e, raggiunta le necessaria esperienza, si doveva giurare davanti alle autorità di cuocere pane a sufficienza e di non barare sulla qualità e quantità di pane prodotto. Ai garzoni competeva l’onere di trasportare il pane in una gerla e consegnarlo casa per casa e il consumatore era tutelato dall’obbligo del fornaio di produrre e consegnare pane ben cotto, pena un’ammenda in denaro e il risarcimento con un’altra infornata.

In giro per il mondo

Se il processo di panificazione ha raggiunto una certa standardizzazione (frantumazione di cereali, impasto, fermentazione, cottura), permangono ancora differenze, tanto in ordine agli ingredienti da cui si ricava la farina, quanto in alcuni valori simbolici. Partiamo dalla definizione canonica del pane come prodotto ottenuto dalla lievitazione e cottura in forno di un impasto a base di farina di cereali e acqua, per avviare una riflessione. La definizione proposta ha il vantaggio di un impatto immediato nel nostro immaginario ma, non v’è dubbio, che è tutta dentro una spirale culturale eurocentrica che afferisce al sistema di valori del mondo occidentale e non tiene conto che forme e modo di consumare il pane, sono il risultato delle risorse disponibili, dei rapporti sociali nelle diverse aree del mondo e rappresentano l’identità dei popoli e la loro storia, Nel sud- est asiatico (India, Cina, Giappone) si fa uso di farina di riso, in Africa e nei Paesi Arabi farina di miglio o di sesamo, in Etiopia e in Eritrea farina di Teff (Eragrostis tef), nei paesi freddi del nord Europa farina di segale, in Mesoamerica farina di mais, quinoa, patata. Queste differenze, sebbene riconoscibili nella tradizione, sono anche il risultato delle condizioni ambientali che hanno determinato l’elaborazione di specifici modelli alimentari. L’uso del riso nel sud-est asiatico, non è una scelta determinata dalla maggiore diffusione e disponibilità di questo cereale ma trova le proprie ragioni nelle cause stesse che hanno determinato la domesticazione di questa pianta, qualche millennio dopo che nella Mezzaluna fertile era già stato domesticato il frumento. Nel caso specifico, ma in tutti gli altri casi, prima di >> >> >>


La straordinaria storia del pane indagare sul processo di domesticazione, bisognerà indagare sui processi di selezione naturale che hanno determinato la struttura ecologica in un ambiente dato. In altri termini se, per definizione, l’ecologia studia “tutte le relazioni o i modelli di relazione tra gli organismi e il loro ambiente” (Odum, 1988), l’azione antropica è preceduta dalla selezione naturale che determina la biocenosi di un ambiente dato. Nel caso della Cina, l’agricoltura nasce e si sviluppa in un ambiente naturale difficile che ha richiesto grandi lavori di sistemazione e di bonifica. La selezione è avvenuta sugli altipiani in cui predomina il loess che è “un suolo formato dall’accumulo millenario, durante il Pliocene, di sabbia e limo portati dal vento “ (Saltini, 2009). V’è da aggiungere che “Il clima della regione del loess è quello tipico del monsone: d’estate i venti dell’Oceano portano precipitazioni copiose e continue, d’inverno spirano dalla Siberia venti freddi e asciutti” per cui si formavano “dopo le piene del monsone, isole galleggianti dalle quali dispiegavano i culmi” (Saltini, l. c.) di quelli che i paleobotanici hanno dimostrato essere i progenitori del riso, specie risultata vincente nella competizione con altre specie per l’adattamento a vivere nell’acqua. La segale è il cereale più diffuso nel nord Europa, ma anche nell’Italia continentale, per la sua rusticità e perché adattato ai climi freddi.. Il Teff, cereale coltivato e utilizzato nell'alimentazione umana da 7.000 anni, è una pianta erbacea annuale che presenta semi di diametro inferiore a 1 mm e questo lo rende adatto alla vita seminomade delle popolazioni che ne fanno uso, dal momento che in una pugno si può trasportare un numero di semi sufficiente a seminare un intero campo. Prima che fosse conosciuto il pane di frumento, nelle Americhe si consumava solo pane di farina di mais, cui si aggiungeva, nelle zone montane delle Ande, quello di farina di Quinoa (Chenopodium quinoa) che ha costituito un alimento base per quelle popolazioni, tanto che per gli Inca era la «chisiya mama» (madre di tutti i semi). Dopo la conquista spagnola, la cultura andina dovette fare i conti con l’eurocentrismo cattolico che considerava sacro solo il pane di frumento, per cui la coltivazione della quinoa venne scoraggiata, se non proprio combattuta, fino a quando, anche l’ottuso fondamentalismo religioso, non dovette ammettere che l’ambiente andino è poco adatto alla coltivazione del grano, mentre la quinoa si avvantaggia dello sforzo di adattamento di migliaia di anni di storia evolutiva. Nei momenti di crisi gli andini facevano ricorso a farina di patata, ottenuta con un procedimento singolare per ottenere quello che gli Inca chiamavano chu?u Il procedimento consisteva nel lasciare le patate a gelare all’aperto e schiacciarle con i piedi al mattino per allontanare l’acqua. Il procedimento andava avanti per cinque giorni, finche il chu?u, completamente disidratato, poteva essere conservato integro o trasformato in farina bianca e leggera che poteva essere conservata per anni (von Hagen, l. c.), che è un bel risultato se consideriamo che “La patata fu messa al bando per tre secoli dagli europei, in quanto ritenuta causa della lebbra” (von Hagen, l. c).

Pane e conflitti

In questa rapida ricostruzione non vengono presi in considerazione i conflitti legati a momenti particolari della storia (economia di guerra) ma solo quelli che sono esplosi quando la disponibilità di pane è stata utilizzata come strumento di lotta politica e di repressione sociale. A Roma, per esempio, l’istituzione dello schiavismo e la disponibilità di manodopera a basso costo, aveva indotto molti proprietari terrieri a trasformare i fertili territori del Lazio e di altre regioni italiane in orti e frutteti, per cui l’approvvigionamento di grano dell’impero dipendeva dalle province (Sicilia, Egitto, Africa). Questo rendeva vulnerabile il potere centrale che, a partire dal VI secolo a. C. cominciò ad avere seri problemi di approvvigionamento e fu travagliato dallo spettro di carestie ricorrenti. Nel 273 Firmo bloccò le forniture dall’Egitto per indebolire il potere di Aureliano. Nel 397 in Mauretania, la ribellione capeggiata da Gildone ebbe come conseguenza immediata il blocco dei rifornimenti di grano e la conseguente carestia che mise in ginocchio l’impero. Nel 409 Eracliano bloccò il rifornimento di grano per indebolire Prisco Attalo e nel 412 utilizzò lo stesso espediente contro Flavio Onorio. Lo stesso farà nel 423 Bonifacio nei confronti di Primicerio. In precedenza, quando il problema si era presentato, non erano mancate misure “illuminate” per venire incontro alle esigenze del popolo. Nel 123 a.C. Caio Gracco aveva imposto il prezzo politico e la distribuzione gratuita ai poveri. Augusto aveva istituito l’Annona per distribuire gratuitamente grano a circa centomila persone. Queste misure, però, non portarono alla soluzione del problema e si rese necessario il sempre più frequente

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ricorso a cereali minori come orzo e segale e, qualche volta, piselli e fave. Nei secoli successivi, la produzione di grano riprese con relativa abbondanza ma l’esplosione endemica della ruggine del grano (2) e della segale cornuta (3) riportarono di nuovo lo spettro della fame, parzialmente soddisfatta con le piante alimentari importate dalle Americhe. Patate e mais posero fine alle carestie e furono alla base dell’esplosione demografica. Ma altri conflitti erano in agguato. Nel 1630 ci fu la rivolta dei milanesi che assaltarono i forni per procacciarsi grano e farina. Nel 1748 Benedetto XIV emanò norme per la liberalizzazione del commercio, revocò alcuni privilegi delle classi egemoni ed emise un bando contro le privative. Con l’Unità d’Italia e l’istituzione di una nuova moneta, il peso calmierato del pane fu fissato a 16 libbre e il prezzo a 20 centesimi al pezzo ma, nel 1868, l’istituzione di una nuova tassa sulla macina di 2 lire/quintale per il frumento e di 1 lira/quintale per il frumentone, vanificò la politica dei prezzi. Tra il dicembre del 1868 e il gennaio del 1869, esplosero i “moti del macinato” finiti davanti ai fucili dei soldati che lasciarono “237 morti, 1099 feriti, 3.788 arrestati” (Foa, 1973). Solo a S. Giovanni in Persiceto si contarono 10 morti. A connotare, ancora, l’importanza del pane come alimento, vale ricordare il termine cumpanaticum con cui si indica ogni altro alimento che ne accompagna il consumo. Su questo binomio sono nate alcune espressioni popolari, come “mangiara pana e curteddu” (mangiare pane e coltello), usata dai braccianti meridionali per fornire un’immagine della propria povertà, sottolineata dalla mancanza di companatico, o ancora il proverbio contadino “col pane asciutto si fanno i bei bambini”, con la variante calabrese “Salute e pane asciutto”, amara consolazione dei poveri.

Conclusioni e un’appendice

Concludiamo qui la nostra storia per evitare il rischio di scivolare nell’aneddotica, ricordando che, se il cibo è linguaggio, il pane, cibo per antonomasia, si presenta con codici di comunicazione diversi, assumendo valori simbolici come il pane azzimo (Matzah) che gli Ebrei consumano per ricordare l’esodo dall’Egitto o come la complessa simbologia ancora riscontrabile nella tradizione calabrese. In Calabria si aggiungonoe questo giustifica la breve appendice proposta- oltre ai molti valori simbolici che afferiscono alla straordinaria ricchezza di capitale sociale che, attorno al pane, conserva una forte simbologia del dono attraverso lo scambio di pane o di pasta madre tra vicini, anche molti proverbi che aiutano a tracciare la storia dei subalterni. Alcuni sono precetti come “Chi vô mangiàri pane e viviri vino simmina jermànu (segale) e chianta erbino (vite selvatica)” (Spezzano, 1992). Altri esprimono lo stato di miseria dei poveri come “‘A casa ‘e pezzienti’un mancanu tozzi” (Caligiuri, 1999) che indicano anche l’ospitalità dei poveri e la loro capacità di adattamento perché “Chine ha pane e ‘jermanu ‘un more de fame” (Caligiuri, l. c.). Altri ancora, sono espressioni di ribellismo sociale come “A chine te caccia llu pane, càcciacci la vita” (Caligiuri, l. c.), perché, come ebbe a scrivere Vincenzo Padula, “Il popolo calabrese è agricolo […] quando dunque gli mancano le terre irrompe violentemente nella Sila coi suoi strumenti rurali, o vi irrompe coi suoi strumenti da brigante”“megliu n’annu tauru ca cent’anni voe!”’anni bue). Il pane tradizionale in Calabria è identificato con due termini equivalenti: Pana ‘e casao Pana casaloru.La valenza culturale del pane è evidente dalle tradizioni che si conservano e dal loro valore simbolico. Dal pane a cuddhura periodo natalizio a quello pasquale, alla pitta ‘nchiusa, alla pitta collura per la commemorazione dei defunti, al pane di S. Antonio e a quelli che celebrano la nascita, il battesimo, il matrimonio. Normalmente prodotto con farina di frumento tenero e duro, nei periodi di carestia si ricorreva anche a cereali minori come mais, orzo, avena, miglio, farro oppure a patate, castagne, ghiande o a prodotti ancora più poveri come il lupino e il grano saraceno, a riprova che la storia del pane in Calabria è anche storia della fame e della miseria delle popolazioni che hanno imparato a surrogare l’ingrediente principale con quanto la natura poteva offrire. La fantasia femminile ha fatto il resto inventando il pane aromatizzato con sesamo, finocchio selvatico o peperoncino per fornire sapore e dignità al cibo dei poveri. Dalle varie miscele di farina di cereali sono nati pani tipici come la pizzata di Nardodipace, il biscotto di grano di Reggio Calabria, il pane ai semi di finocchio di Serra S. Bruno, il pane di grano duro di Mangone, il pane con la giuggiulena (sesamo) di Reggio Calabria, il pane a cuddhura (ciambella) decorato con figurine a rilievo, la focaccia ai fiori di sambuco. Il pane di Cutro e il pane di Donnici, pur nel passaggio dalla produzione artigianale a quella industriale, conservano caratteristiche organolettiche uniche ma il solo

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Cultura e tradizioni

Pane di Cerchiara- è un nostro parere personale- conserva qualità non riproducibili, legate a tradizioni secolari sostanzialmente non modificate dalla nuova tecnologia di processo. Per la lievitazione del pana ‘e casa si usa la pasta madre o pasta acida, conservata appositamente dalla panificazione precedente. L’impasto consistente in farina, acqua, sale marino, pasta madre ed eventuali erbe aromatiche, si esegue in una vasca di legno detta maidda o maiddra. Una volta formate le pagnotte, si stende la metà di una tovaglia sul timpagnu (piano di legno), si posano le pagnotte e si ricoprono con l’altra metà della tovaglia sulla quale si stende una coperta di lana per facilitare la lievitazione. Segue un rituale religioso che consiste nell’imprimere su ogni pagnotta un segno a forma di croce e recitando: “Crisci, crisci pasta, comu nostru Signuri ‘nta la fascia”. Finita questa operazione si imprimono tre segni di croce equidistanti sull’impasto rimasto nella maddra, si baciano una per una con la mano, facendosi ogni volta il segno della croce. Per la cottura si usa legna di bosco del genere Quercus ma il pane più fragrante e aromatico si ottiene con rami secchi di olivo e di arancio.

Note al testo

(1) Di norma, la datazione al radiocarbonio (14C), applicato a tutti i materiali trovati che lo contengono, si basa sul fatto che l’isotopo, decade molto lentamente a 14N, isotopo stabile dell’azoto. Il 14C si produce continuamente nell’atmosfera in un rapporto con il 12C pari a 1:1 milione. In 5.700 anni, il 50% del 14C diventa 12C ed è diventato troppo scarso nel reperto da analizzare. Il metodo più attendibile è quello di datarlo in base al rapporto tra 14C e 12C. Questo metodo si chiama “calibrato” e si va affermando l’uso di scrivere le date non calibrate in tondo e quelle calibrate in maiuscoletto. (Diamond, 2006). (2) L’agente di malattia della ruggine del grano è il fungo Puccinia graminis, definito dai romani maxima segetum pest. (3) L’agente di malattia della segale cornuta è il fungo Claviceps purpurea, responsabile dell’ergotismo. Dalle ife di questo fungo si è partiti per sintetizzare LSD.

Bibliografia

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La rivoluzione di Fra Tommaso Campanella ABOLIRE

LA MISERIA DELLA

CALABRIA

Figura curiosa che tende tranelli agli studiosi

segue dalla prima pagina

verità non è mai dolce. La straordinaria esperienza di Campanella ha la vivacità, la corposità, la tropicalità della vita. Moretti espone i suoi documenti come foglie di tabacco: li allarga, li mette ad essiccare al sole, poi li “trincia” nella forma teatrale. Il risultato è immediato: Campanella ci appartiene; appartiene a tutti quelli che hanno conosciuto la violazione del proprio mondo, la corruzione, il dispotismo, la violenza”. “Mai come oggi”, chiosano Rafael Alberti e Maria Teresa Leon, “l’umanità ha avvertito il bisogno di riesaminare con occhio critico e privo di indulgenza la storia di cui è stata ed è protagonista. All’ingenua fiducia con la quale aveva creduto nella possibilità del proprio rettilineo progresso, sembra ora determinata a sostituire la ferma decisione di analizzare le cause di tante tragiche esperienze, dalle guerre ai campi di sterminio, al genocidio. L’umanità sembra aver preso atto che una gran parte della sua storia è stata scritta all’insegna della ‘violenza e della crudeltà’. Non vi è niente di fatale in tutto ciò. All’origine di entrambe vi è il cieco egoismo, l’ostinata determinazione di difendere il privilegio, l’abuso del potere contro ogni diritto, che genera reazioni di cui è spesso difficile constatare la tragica necessità”. L’ambizione di “Abolire la Miseria della Calabria”, Rivista Nonviolenta, va nella stessa direzione della “Collana della crudeltà e della violenza” diretta da Rafael Alberti e Maria Teresa Leon, e cioè di contribuire a restaurare attraverso la conoscenza delle cause della crudeltà e della violenza, la fiducia nella capacità’ dell’uomo di scrivere la storia della tolleranza e della fraternità fra gli uomini. Poche opere del Seicento hanno sollevato copiosi studi e appassionate discussioni come quella di fra Tommaso Campanella. Dagli scrittori e storici contemporanei a Campanella come G.Voet (Disputationese selectae,1648) che definiva “Ateo e libertino il filosofo di Silo”, o il cattolico M. Mersenne che mette il pensatore calabrese in compagnia degli atei, mentre il laico De Sanctis sostiene la tesi di un neo–guelfismo campanelliano. Dagli storici politici della fine del secolo decimo nono che videro nella ‘Civitas solis’ e negli Aforismi politici le tavole precorritrici del comunismo, agli storici della filosofia che nel ‘De Sensu Rerum’ o nel ‘De Investigatione’ videro il precursore di Cartesio e dell’idealismo, il problema campanelliano è come si vede appassionante. In tempi romantici il saio del domenicano di Stilo prese posto accanto alla tragica ombra di Giordano Bruno e alla figura gigantesca di Galileo: martiri della loro idea, propugnatori della libertà di pensiero e della verità scientifica contro la menzogna dogmatica, essi furono i simboli, gli argomenti polemici di tutte le battaglie anticlericali. In realtà il posto del domenicano di Stilo era in quella Accademia cosentina fondata da Bernardino Telesio. Campanella quindi continuatore di Telesio, una sorta di reincarnazione. Ma come sosteneva Alberto Consiglio sulle pagine de “L’Italia Letteraria” non v’è pensiero vivo che non subisca revisioni, non c’è verità che in un secondo tempo non appaia meno pura, meno sicura. Un saggio di B.Croce ‘Il comunismo di Tommaso Campanella in materialismo storico ed economia marxistica’ del 1895 fa giustizia del Campanella anticipatore degli scrittori politici, negando alla Città del sole ogni valore sia come documento storico sia come

di Maria Elisabetta Curtosi

indizio sociale. Già l’Amabile aveva compiuto una revisione totale dei giudizi correnti e dei luoghi comuni diffusi sul frate di Stilo. Tra l’altro s’era potuto stabilire che la congiura per la quale Campanella fu arrestato e per quasi un trentennio tenuto tra il letto dei tormenti e l’oscurità della segreta, era stata effettivamente ordita. “Avevano torto i romantici ad accendersi retoricamente”, continua il Consiglio, “di sdegno per la tirannide dei viceré e la spietata giustizia dei preti: il dominio spagnolo nelle Calabrie corse in effetti un bel pericolo e una bella avventura avrebbe avuto il suo compimento se i domenicani, i vescovi, i preti, i contadini calabresi che giuravano per fra Tommaso, avessero, in alleanza coi Turchi del bassa Cicala, stabilita la Città del sole sugli Appennini di Calabria”. Ora pare che la valutazione negativa della filosofia campanelliana deve a sua volta subire una revisione. Né è stato un segno lo studio di de Mattei che tentava di rivalutare la politica campanelliana dimostrandola di spiriti machiavellici, inserendo la figura del domenicano in quell’atmosfera del segretario fiorentino. Nel suo studio, ‘La filosofia politica di Tommaso Campanella’ (Bari, Laterza, 1930) Paolo Treves, analizza con occhi molto sereni il pensiero politico del domenicano con uno sforzo di grande equilibrio, sobrio e chiaro: i giudizi sono dosati con cura, la documentazione è abbondante e la scelta delle citazioni sempre acuta ed opportuna. Tortura dei cavicchi Figura stranamente ambigua, si può giurare che sia un veggente, un’accesa anima di profeta e subito dopo dubitare che sia un impostore o un pazzo. Fu questo il caso dei rappresentanti dei viceré e del clero che istruirono il suo processo ed ebbero a concludere per la sua pazzia, a proposito della congiura calabrese, salvo a ritenerlo colpevole ed eretico in materia di fede. Fu ancora il caso di coloro che denunziarono i plagi del Campanella ed espressero dai suoi testi massime e concetti del Botero e del Gucciardini. Il Treves si sforza di dimostrare l’originalità del pensiero campanelliano, tratto di nuovo dalle ombre del medioevo e messo in a meno macchievellismo il pensiero del primo Seicento senza addirittura risalire sul piedistallo del vaticinatore. Tra coloro che vogliono ridurre a mero machiavellismo il pensieri campanelliano e coloro che fermandosi alle innumerevoli e spietate invettive fulminanti di fra Tommaso contro il segretario fiorentino, lo definiscono l’anti-macchiavelli. Il Treves elegge una felice posizione mediana: Campanella inconsapevolmente avrebbe preso dal Macchiavelli la ragione di stato, l’etica esteriore del ‘fine giustifica i mezzi’. In realtà egli risentiva i cattivi influssi del secolo e su di un medesimo piano si trovano i politici laici del genere di Macchiavelli i gesuiti e Campanella che tenacissimamente avversava ambedue le tendenze. Il frate di Stilo non aveva affatto coscienza di questo suo machiavellismo: egli credeva, in effetti, che, permutati i fini dello Stato nei fini della Chiesa, e quindi in quelli di Dio, fosse capovolto il contenuto etico della politica. Rifatta, dunque la distinzione tra Macchivelli e machiavellismo, del quale furono eccellenti campioni proprio gli scrittori della Controriforma che osteggiavano la politica laica del fiorentino, l’opposizione tra lo ‘stilese’ e il gran segretario appare evidente e sostanziale. Nel primo si elaborava un concetto teocratico universalistico dello Stato che, in gran parte era pur sempre il pensiero tradizionale dei politici formatosi nell’orbita della scolastica: supremo ed univer-

sale potere del pontefice; potere esecutivo nell’imperatore, primo suddito del pontefice, collettività ferramente sottomessa ai principi etici della verità rivelata, estrema subordinazione dell’individuo ai fini religiosi della società. Che aveva a che fare questa concezione nella quale entravano tumultuosamente in concorso tutte le disparate letture di fra Tommaso ,la tradizione scolastica e l’esperienza monastica, col pensiero veramente innovatore e moderno di Nicolò Macchiavelli? Perché veramente nel ‘Principe’ si svolge il concetto di Stato da quello di individuo e si libera l’attività economica dalla subordinazione religiosa. Ed è contro questa sostanza che si eleva, pieno di rampogne il frate di Stilo: tutta la vita egli lotterà contro gli scrittori che sommettono la religione agli interessi dello Stato, in favore di un impero utopistico sottomesso ai fini religiosi. In effetti la dottrina del ‘Principe’ e la dottrina della ‘Città del sole’ e, meglio ancora, della ‘Monarchia di Spagna’ sono divise dall’abisso medesimo che divideva Riforma e Controriforma: il calvinismo in quel secolo, trovava nella predestinazione le ragioni religiose che davano valore e vigore alla vita terrena, mentre i mistici del cattolicesimo rinnovato ribadivano il concetto della valle di lacrime, dell’esilio terrestre. Tuttavia, benché rigidamente schierato tra le file del cattolicesimo il pensiero del frate di Stilo, inconsapevolmente tratto dal maturarsi dei tempi nuovi, tradisce concetti eterodossi, vivacemente innovatori, proprio quelli che lo hanno fatto definire profeta e anticipatore. Nel suo amore per la natura, per l’osservazione diretta, per il progresso e per il miglioramento delle condizioni di vita sociale, il Treves trova i documenti probatori di un’alta e luminosa originalità. A proposito della bibliografia campanelliana, consultando un dizionario di scienze ecclesiastiche molto ortodosso, compilato dai gesuiti Richard e Girond, dove alla voce Campanella troviamo la “biografia di un dottore della chiesa”. Se si va invece nella ‘Istoria civile’ di Giannone troviamo un Campanella diavolo. In realtà Campanella è un uomo d’azione, un rivoluzionario che fece suo il motto: “Propter Sion non tacevo”. Si scagliò contro pontefici e contro principi e contro ogni sorta di ingiustizie, per la libertà e la giustizia sociale. Lo stesso De Sanctis, quando parla del civile impegno della poesia di campanella definisce lo scrittore calabrese “Tutto d’un pezzo e alla naturale ,veemente, rozzo, audace di pensiero e di parola, propenso a lasciare le discussioni astratte, le sottigliezze teologiche, malattia del tempo, e volgersi alla storia, alla geografia, allo studio del reale, per migliorare le condizioni sociali”. Campanella filosofo naturalista Nell’anno 1589 Campanella esordisce, sulla scia di B.Telesio come filosofo e lo fa con ‘La Philosophia sensibus demonstrata’, lavoro fortemente polemico e anticonformista. Nel 1591 compone in latino ‘Del senso delle cose e della magia. Tutte le cose sentono’:” tanta sciocchezza è negare il senso delle cose perché non hanno né occhi né bocca né orecchie, quanto negare il moto al vento perché non ha gambe, e il mangiare al fuoco perché non ha bocca ,il vedere a chi sta in campagna perché non ha finestre d’affacciarsi, e all’aquila perché non ha occhiali”. Ad una conoscenza sopraggiunta “addita” come la chiama il frate di Stilo c’è una conoscenza nascosta “abdita” che è innata ed immediata e costituisce la forma preventiva della esistenza delle altre.

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Una collana di studi di alto livello scientifico che attingono all'ordine culturale del nostro territorio calabrese

Canti erotici calabresi

Dunca futtiti vue mò quatrarazzi, Scialativila ccu sti cunnarizzi: Sciacquativille vuì sti cugliunazzi, E a Venere mannati li pastizzi: Nnarvulatile, e sparmatile sti cazzi, Chiantati corna ppi tutti sti pizzi: Jati gridannu ppe tuttu lu munnu Viva lu cazzu, lu culu, e lu cunnu. Duonnu Pantu - La Cazzeide *** Sempri avisti grandi amuri mu ti azzippi pistunati e cu monaci ed abbati cu filosafi e dotturi, no ti dicu la bucia Cecia amata, Cecia mia! E Galluppi lu dotturi puru avisti ammenzu a tanti chi t'amau di pacciu amanti, ti chjavava a tutti l'uri cu la sua filosofia Cecia amata, Cecia mia! Vincenzo Ammirà - La Ceceide

Non Mollare edizioni, Pagine 111, € 10,00, ISBN 9788890504037

Giuseppe Candido Filippo Curtosi Francesco Santopolo

Nato in Calabria a San Costantino di Briatico, la storia di Francesco Barbieri, combattente antifascista, conosciuto col nomignolo di “Cicciu u’ professuri”, ha percorso i primi quarant’anni del ‘900. Partito da S. Costantino di Briatico a 26 anni, vi tornerà casualmente dopo l’estradizione dall’Argentina per riprendere subito il suo viaggio per il mondo, legando le sue vicende a quelle di grandi intellettuali come Camillo Berneri e Carlo Rosselli. Per Francesco Barbieri, l’Internazionalismo Proletario è stata una ragione di vita, fino all’estremo sacrificio consumato davanti alla canna di un mitra imbracciato da quelli che riteneva fossero della stessa parte. Per sopravvivere, avrebbe dovuto scegliere: tra diventare ‘ndranghetista” o sbirro; Barbieri non sceglie né l’uno né l’altro: diventa libertario, socialista rivoluzionario, radicale e anarchico, con una pronta e decisa avversione al fascismo. Un rivoluzionario libertario, assassinato da quelli che erano con lui a Barcellona per difendere la giovane repubblica, è l’evento più tragico che si consegna alla storia.

Francesco Barbieri, l’anarchico di Briatico

Non Mollare edizioni, Pagine 117, € 10,00, ISBN 9788890504013

Nelle edicole e librerie o su internet sul sito www.abolire lam ise r ia de lla c a la br ia . it


SPECIALE: Il terremoto delle Calabrie del 1905 www.abolirelamiseriadellacalabria.it

Rassegna stampa dell’epoca

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Terremoti: la storia ci mette in guardia a cura di Giuseppe Candido

In molti ricordano il sisma di Reggio Calabria e Messina del 1908 ma la Calabria anche tre anni prima era stata scossa da un violento terremoto. Alle 2:45 dell'otto settembre del 1905 i circondari di Monteleone (oggi Vibo Valentia) e Nicastro furono le aree più colpite. Secondo le stime ufficiali le vittime del terremoto furono 557 e 2615 i feriti. Ben 326 comuni furono “distrutti o grandemente danneggiati”. Quasi totalmente distrutti i comuni di Zammarò (70 morti), Parghelia (62), Piscopio (60), Stefanaconi (65), San Leo di Briatico (24), Aiello (23), Martirano (16) e il rione Forgiari di Monteleone dove ci furono 6 morti e

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26 feriti. Olindo Malagodi, inviato per “La Tribuna” titola il suo articolo: “Monteleone è come la capitale di un paese di desolazione”. Di “lutto italiano” parla il Corriere della Sera del 9 settembre 1905, all'indomani del disastro. Il Giornale d'Italia titola a

tutta pagina “Gravissimo terremoto in Calabria e in Sicilia”; il catenaccio anticipa la cronca di “Scene angosciose – Una notte di terrore – Morti e feriti – Edifici rovinati – paesi distrutti”. Poi la visita di Vittorio Emanuele sui luoghi del terremoto. Luigi Barzini, autorevole penna del Corriere della Sera, titola la sua corrispondenza da Monteleone di Calabria e pubblicata il 12 settembre del 1905 con le lapidarie parole “IN CALABRIA SI MUORE”. Un articolo lettera con cui il giornalista si spiega come la gente “muore di fame e di sete” perché “i soccorsi, per quanto alacremente portati, non bastano”. Il suo viaggio in Calabria diventa “via dolorosa” e “spettacolo di miseria”. E anche se in alcuni luoghi erano crollate poche case, negli abitanti “v'era il terrore della casa. Essa è il nemico. – Scrive ancora il Barzini – Nessuno ardisce più affidarvisi. L'amato rifugio, il desiderato luogo del riposo, rinchiude un tradimento, non protegge più ma uccide; e tutta questa misera gente guarda dalla strada la sua abitazione come si guarda un mostro, scorgendovi una minaccia ad ogni fessura che si rivela sui muri”. Durante la sua “escursione” in Calabria il giornalista nota che “i primi segni del terremoto si scorgono alla stazione di


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Sant'Eufemia, mezzo demolita, ma molto prima ancora si scorgono i segni del terrore”. Anche Antonio Anile, scrittore, poeta originario di Pizzo Calabro e docente presso l'Università di Napoli intervenne di suo pugno con un accorato articolo pubblicato

da Il Giornale d'Italia il 13 settembre col titolo “Franca e fervida parola di un calabrese” per allarmare il governo col suo grido di dolore: “... Ogni ora che passa” – scrive in quell'editoriale Anile – “è una voce che si spegne sotto le macerie ...”.

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La Calabria è una terra ballerina e la storia ci insegna molte cose. Per questo riteniamo interessante pubblicare questi scorci di stampa dell'epoca passata ma che possono farci riflettere per il nostro futuro.


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Immagini di distruzione

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E ROVINE

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LA CARITAS E I GIONALI SI MOBILITANO www.abolirelamiseriadellacalabria.it


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Il ministro Ferraris col Sindaco di Monteleone a Tripani, una localitĂ  distrutta dal sisma


Abolire la miseria della Calabria