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ABSTRACT - ita

‘Tagliatele la testa’ è un progetto che nasce da un forte interesse per il volto, i suoi tratti e gli elementi che lo caratterizzano con il fine di indagare su cosa questo possa rappresentare, comunicare e come si rapporti al corpo e al vestiario. Il nostro viso comunica senza bisogno di voce e alle volte dice anche più di quello che si vuole; ed è proprio quando decidiamo di prenderne il controllo che rischiamo di incappare nell’uso delle maschere, che siano esse fisiche o metaforiche. In entrambi i casi si parla di indossare maschere, indossarle appunto come lo si farebbe con un capo d’abbigliamento. Indossiamo una maschera quando la nostra mimica facciale non corrisponde alle nostre emozioni, quando cerchiamo di esprimere qualcosa truccandoci o decorando il nostro volto e spesso accade lo stesso quando ci vestiamo. Inoltre il volto può diventare icona proprio come un abito, ed anche in questo caso assume il carattere di maschera. Se possiamo vestire il volto come vestiamo noi stessi, è possibile vestirci di volti? Possiamo vestire il volto di espressioni e vestire il corpo di linee tratte dallo studio di esse. Indagando la tridimensionalità e l’anatomia del viso e della testa partendo da un personale archivio di disegni e fotografie di facce collezionate nel tempo, vestendole e scomponendole attraverso diverse tecniche di disegno e collage, ho cercato di estrapolare forme e volumi per ideare e realizzare degli abiti che permettessero di rispondere a questa domanda.


ABSTRACT - eng

‘Tagliatele la testa’ is a project focused on a strong interest for the face, its traits and its characterising elements, with an aim to investigate what it could represent, communicate and about how it relates to bodies and clothing. Our faces speak without needing a voice and they often say more than we would like them to do. It is when we try to take control of our face and emotions that we risk changing them into masks, both physically and metaphorically. In both cases we are talking about wearing masks, wearing them as we would do with a piece of clothing. We wear masks when our facial expressions do not correspond to our feelings and when we try to be expressive using make-up or decorating our faces; the same thing happens when we dress ourselves. Furthermore, a face, like a dress, can become iconic, which can be interpreted as yet another mask. Is it possible then to dress ourselves with faces as we normally do with our bodies? We can make a face by wearing expressions and we can make a body by wearing lines that comes from a study of faces. I personally tried to answer this question by investigating the anatomy of the face and its three-dimensionality, by using a personal archive of drawings and pictures, sectioning them, sketching and collaging, trying to figure out a way to turn them all into a capsule collection.


INTRODUZIONE

Tagliatele la testa!1

Così ordinava la Regina Rossa in Alice in Wonderland. Quella di Alice nel paese delle meraviglie è la storia di una bambina che finisce in un ‘mondo impossibile’ e immaginario; mondo che non sarebbe possibile ritrovare in natura. Il collage è stata la vera chiave di volta in questo progetto e questo è dovuto proprio alle potenzialità di questa tecnica di permetterci di creare immagini che sarebbe impossibile trovare in natura: con il collage possiamo rappresentare una persona con una mongolfiera al posto della testa, proprio come Alice in un racconto per bambini può parlare con un bruco intento a fumare un narghilè. Se la regina all’interno del romanzo ordina di tagliare teste per soddisfare i propri capricci, in questo percorso di ricerca è stato fatto, su carta, per creare volti nuovi da volti vecchi, forme interessanti e collage che permettessero di studiare una capsule di moda. Per l’artista disegnare è scoprire. Non si tratta di una semplice formula, è letteralmente vero. È appunto l’atto di disegnare che costringe l’artista a guardare l’oggetto che ha di fronte, a sezionarlo con gli occhi della mente e a rimetterlo insieme; o, se disegna a memoria, che lo costringe a dragare la propria mente, a scoprire il contenuto della propria riserva di osservazioni passate.2

Nel progettare o iniziare una ricerca, ciascuno di noi si muove in maniera diversa; che si tratti di operazioni più concettuali o fisiche, ci si indirizza verso cose che rientrino nel campo del proprio gusto. Analizzando diversi progetti di una stessa persona vi saranno alcune cose che tenderanno a ripresentarsi, poiché quando facciamo qualcosa agiamo anche in base al nostro modo di pensare, al nostro gusto personale e all’abitudine. Un pittore che si cimenta in tecniche e soggetti differenti avrà pur sempre infatti un tratto presumibilmente riconoscibile, o comunque dettagli e stilismi che rimarranno propri. La chiave di questo progetto è il volto, elemento che ho notato ripresentarsi più volte all’interno dei vecchi lavori e sviluppatosi anche nel corso dei laboratori precedenti. 1. Burton, 2010, Alice in Wonderland 2. Berger, 2017, p. 11


8 Questo non è stato un elemento comune solo all’ideazione e alla progettazione vera e propria nei miei lavori, ma si è presentato prepotentemente già all’interno degli sketchbook di cultural studies in fase di ricerca iniziale, dimostrando come la nostra attenzione tenda ad essere rivolta spesso a quegli elementi che già fanno parte del nostro immaginario visuale. Il volto è una parte fondamentale della figura dell’uomo, esso è protagonista anche nei documenti di riconoscimento ufficiali come passaporti e carte d’identità ed è infatti da sempre uno dei soggetti più rappresentati ed utilizzati anche nei campi della pittura, della fotografia e della scrittura. The act of covering the face is a charged one, especially in France, where a controversial 2011 bill - primarly aimed at religious veils, but unintentionally also affecting masks and costumes - banned it in public places, since leading to several arrests and fines. […] Hide the face and you hide the ability to be identified.3

Il nostro volto può comunicare ciò che pensiamo e proviamo, camuffarlo e rappresentare ciò che noi siamo. Basta uno sguardo alla faccia di qualcuno per cominciare a pensare a che tipo di persona questi possa essere e cominciare a sviluppare le prime simpatie o antipatie. Negli anni anche i significati e i significanti del volto cambiano: se nell’antichità un viso particolarmente pallido rappresentava l’appartenenza ad un alto ceto sociale in quanto la persona non aveva necessità di lavorare e quindi di esporsi al sole, ora un viso poco colorito viene invece subito associato all’idea di malato. In questo percorso di ricerca l’idea principale è quella di cercare e creare nuovi volti unendo e rielaborando quelli delle vecchie ricerche a quelli individuati più di recente, estrapolandone qualcosa di nuovo e ricercando al loro interno forme e volumi utili allo sviluppo di abiti che permettano quindi di vestire una persona con quegli stessi elementi che di solito vestono un volto. Questa vuole essere quindi un’operazione di confronto tra testa e corpo, con il fine di fare indossare a quest’ultimo proprio il risultato dell’indagine svolta sul volto.

3. Allwood, 2015, Is covering the face the ultimate fashion statement?


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THE BODY AS CANVAS

The body as canvas: il corpo umano come una tela.4 The impulse to project ourselves as well as to cover the flesh was surely one driven for prehistoric peoples to begin to decorate the skin.

Trasformare il corpo decorandolo è un’usanza che risale agli albori della storia dell’uomo. Nella preistoria era prassi ricoprirsi di terre colorate, carbone, sangue e altre fonti di tintura per avvicinarsi a Dio, proteggersi dagli insetti, dimostrare di essere membri di un particolare gruppo o comunicare il proprio ruolo all’interno della società. In ogni caso queste sono le stesse motivazioni che avrebbero incentivato poi l’utilizzo dell’abbigliamento. La pelle poteva essere decorata in diverse maniere: bodypainting, tatuaggi o cicatrici, ma gli scopi erano sempre gli stessi. In casi come quello del Moko tattoo, tradizionale tatuaggio facciale Maori, queste decorazioni definivano ed identificavano un individuo quasi con la stessa valenza di un’impronta digitale. In semiotics terms, body decoration is an act of writing.5

Il corpo rappresenta da sempre una specie di tela vivente, viene utilizzato per comunicare i messaggi più disparati anche attraverso l’arte e la protesta e per questo decorarlo può essere considerato un vero e proprio atto di scrittura. Un esempio su tutti di questo concetto può essere rappresentato dal caso di Marina Abramović, artista contemporanea che attraverso le sue performances ha fatto del suo corpo la propria forma d’arte ed espressione. Un tavolo e due sedie. È molto semplice. Non c’è quasi niente. C’è solo l’artista che sta là come una montagna. Una roccia. E ti guarda negli occhi.6

4. McDowell, 2013, p. 20 5. Craik, 1993, p.152 6. Cit. Marina Abramović


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IL VOLTO COME PUNTO FOCALE DEL CORPO Quando pensiamo ad una persona il volto è il primo strumento che utilizziamo per cercare di riconoscerla e anche molte delle decorazioni corporee già citate, ad esempio, vengono impiegate sulla faccia stessa. Riflettendo anche sul concetto di sosia, la prima cosa che si tende a confrontare è proprio l’aspetto del viso. Nel momento in cui raccontiamo a qualcuno di aver visto una persona che gli somiglia ci soffermiamo subito sul volto e molto raramente sul resto del corpo. That face. even in ten years’ time, I shall still not know the colour of its eyes. But I see it in the street, in my dreams and just beneath the surface of a great number of other faces which suddenly start to resemble it.7

Certo, si può somigliare a qualcuno nel modo di fare, di comportarsi, di parlare, è però molto più difficile notare queste cose fino a trovare una similitudine sbalorditiva senza che vi sia qualche somiglianza facciale. Anche quelle persone che tentano di fare della loro somiglianza con qualche personaggio famoso il loro mestiere vanno a intervenire prima di tutto sul volto, attraverso il trucco e in alcuni casi anche alla chirurgia estetica. Persino quando guardiamo due fratelli gemelli, per natura simili nell’interezza del corpo, cerchiamo di distinguerli tra loro indagando su quelle piccolissime differenze che possono avere in volto, che siano caratteristiche fisiche o di espressione. Il nostro attaccamento al volto come mezzo di riconoscimento è cosi forte che siamo in grado di distinguerlo, quasi sempre, anche nonostante le alterazioni che esso subisce nel tempo. Talvolta accade che, quando la nostra immagine ci appare inaspettata su una superficie riflettente, il senso di estraneità nei confronti di se stessi si trasformi nella percezione di un’alterità radicale.8

Interessante è il ruolo che il volto assume nell’ambito della sorveglianza pubblica, non a caso una delle cose che accomuna tutti i nostri documenti personali è una chiara fotografia della nostra faccia. Hans Belting ci spiega come, a partire dal XIX secolo, sia stato creato un archivio per la schedatura delle persone come “strumento di controllo per la registrazione statistica della massa anonima”, e ancora che “le autorità volevano difendersi dalla minaccia senza volto costituita da criminali sui 7. Baudrillard, 1990, p. 54 8. Magli, 2016, p. 214


13 quali, nei contesti metropolitani, non avevano alcun controllo. […] L’archivio fotografico garantiva – o almeno così si sperava – l’individuazione sicura dei colpevoli e della loro identità criminale”.9 D’altronde una delle prime cose a cui pensiamo quando si tratta di un criminale che viene incarcerato non è forse una bella foto segnaletica? E non è lo schizzo di un volto quello che viene creato per cercare di ricostruire un identikit? Una foto in primo piano, o perlomeno un ritratto, era anche il principale strumento di ricerca per i cacciatori di teste; e sempre una fotografia è la prima cosa che viene esaminata durante un casting di modelle.

9. Belting, 2014, p. 236


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ANATOMIA E FISIOGNOMiCA DEL VOLTO Il volto è la parte più sensibile del corpo umano, la parte che reagisce maggiormente agli stimoli esterni, alle emozioni e alle reazioni che essi suscitano. È infatti formato da un complesso intreccio di ben dieci sistemi muscolari; inoltre nel solo volto sono presenti molti tratti che ci permettono di esprimerci: occhi, sopracciglia, naso, bocca, mascella... ognuno dei quali è capace di una gamma infinita di movimenti evidenti o impercettibili, dalle moltissime sfumature. La testa, che oltre al viso comprende la fronte e le orecchie, è il centro sensoriale del corpo umano: qui hanno sede, infatti, quattro dei cinque sensi. Ogni organo sensoriale è a sua volta in rapporto con i relativi apparati: la bocca è l’ingresso dell’apparato digerente; il naso di quello respiratorio, le orecchie dell’apparato uditivo e gli occhi del nervo ottico, ma anche del sistema nervoso e del cervello.10

La nostra testa è formata da una miriade di ossa e fasce muscolari con nomi che a una prima lettura potrebbero sembrare inventati: sfenoide, etmoide, vomere, corrugatore del sopracciglio, procero, platisma, messetere etc. Nonostante ora sia abbastanza facile reperire questo tipo di informazioni, in passato si era convinti di poter identificare il carattere di una persona osservandone il volto e che persone con volti simili avessero anche caratteri simili; per smentire tutto questo si è dovuti passare dalla fisiognomica, alla frenologia, allo studio del cervello. La fisiognomica peccava di trascurare la mimica facciale in quanto prendeva in considerazione solo che ad alcune caratteristiche anatomiche del volto corrispondessero determinate caratteristiche umane. Nonostante questa peculiare disciplina sia stata concepita da i Romani che avevano inventato il teatro in maschera, la loro era comunque una visione definita dall’espressione, dalla mimica. Molti furono gli studiosi a seguire questa linea di pensiero: da Dalla Porta, che assumeva che alla bellezza del viso corrispondesse la bellezza degli organi interni, a Le Brun, che considerava le sopracciglia ‘lancette dell’emozione’, a Lavater. La frenologia invece, chiamata anche craniologia, indagava la forma del cervello attraverso l’osservazione del cranio.

10. Guglielmi, 2012, p. 7


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OCCHI Gli occhi sono un elemento caratterizzante del volto umano e da sempre vi sono attribuite molteplici capacità: si parla di comunicare e fulminare con lo sguardo e alle volte addirittura di mangiare con gli occhi. Se si dice che siano lo specchio dell’anima, una citazione che è stata attribuita nel tempo a molti personaggi storici differenti, un motivo dovrà pur esserci: infatti anche quando si tratta di disegni e dipinti, solo nel momento del completamento degli occhi nell’opera questa sembra quasi prendere vita. Lo sguardo è vivo, viene descritto come spento nel caso di una persona che ha perso le speranze, che si è arresa, può essere curioso, furbo, ammiccante, freddo o inquisitorio, può comportarsi quindi proprio come una persona in carne ed ossa. Diversi esperimenti hanno dimostrato che anche solo mostrando gli occhi di una persona conosciuta a qualcuno, questo molto spesso riconoscerà la persona alla quale appartengono. Il detto recita che ‘uno sguardo vale più di mille parole’, quasi a sottolineare la capacità comunicativa di quest’ultimo. Uno sguardo famoso tra tutti può essere considerato quello di bette Davis, pseudonimo dell’attrice statunitense Ruth Elizabeth Davis all’apice della sua carriera negli anni 40. I suoi occhi erano così grandi, magnetici e profondi da arrivare a intitolarci una canzone: Bette Davis Eyes, interpretata da Jackie De Shannon negli anni settanta ma portata al successo da Kim Carnes nel 1981 e riproposta anche successivamente da numerosi cantanti tra i quali Danzel, Taylor Swift e Karen Souza.


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She’ll tease you She’ll unease you Just to please you She’s got Bette Davis eyes She’ll expose you When she snows you She knows you, she’s got Bette Davis Eyes11

NASO Il naso è forse l’elemento centrare del volto, almeno per la sua posizione sulle nostre facce. ‘Avere naso’ non è qualcosa che si dice guardando al significato letterale della frase, significa avere intuito, un modo di dire che dimostra come anche questo elemento non possa essere messo in secondo piano. Anche parlando di fisiognomica il naso è di fondamentale importanza, nel periodo in cui questa disciplina era di uso comune infatti un naso particolarmente brutto e prominente poteva indicare una bruttezza dello stesso livello dell’anima. Il naso è un elemento così caratteristico che è stato direttamente collegato a specifiche nazionalità: abbiamo nasi ‘alla francese’ e nasi aquilini che vengono associati, probabilmente anche grazie al noto poeta Dante Alighieri, all’Italia o ai paesi limitrofi. C’è chi ha fatto del naso una professione, dagli enologi e somelier che annusano un vino prima di assaggiarlo, a chi crea profumi ed essenze. Si dice che un profumo particolare sia in grado di stimolare aree specifiche del nostro cervello, attivando la memoria, nauseandoci o addirittura rilassandoci.

BOCCA È la bocca che ci permette di parlare e di dar voce ai nostri pensieri; certo senza corde vocali etc. anche questa servirebbe a poco, ma senza la bocca non avremmo modo fare uscire una parola. Il modo di inclinare la bocca può essere più esplicativo delle nostre emozioni della parola stessa, non per niente possiamo indossare sorrisi sinceri, sghembi, falsi o anche mezzi-sorrisi. 11. Cit. Bette Davis Eyes, di Donna Weiss e Jackie De Shannon


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ORECCHIE Le orecchie sono una parte della testa che viene spesso dimenticata e non vengono quasi mai citate come qualcosa dotato di una certa importanza, ma vi è qualche eccezione: nei romanzi del noto autore giapponese Haruki Murakami le orecchie vengono citate molte volte e diventano la caratteristica distintiva di un personaggio.

recchie. o e u s e ricore dall n u o q n c – a n à t i ci le ecchie a pubbli sse per r n e o u r e i i t d d n i o e n st i - Il mio ll’immagi re il te u e s v i menti. L a r i t c d a s n r a t o r n v g e e n c v i in Io do i enormi tinuamen e cosa – t n h s o c e c u i q o d v o a ù n do pi li guard arrivaro razione, e i i p M o s i ’i . d d i u l t e i o s ont a femmin o del mi servirmi come f della mi r u e m t r l a a p e appesi ovevano e divenn o, cond i r h o o c v i c a z e l i r n o l i e ro te. All’i re quell i finito a b d b r e no davve a a u o r g d E n o a . t u o s q v e a rd che ma pr o le gua . t iana. An n d a i t t o i u n q g perfetta o e e n vita o ì i l z poterle e a e a rl r z e c n n e e a s t n u , a o di tt tinuai iracolo o volevo do astra m i o m l e I v n e i . r e b o a rl stupend r fartel e spiega enevano. e l t p i r b a , i p a s p m s a m o i so Ma è imp na a cu - Sì, in so dire o ] s r i [ e t p n o a . N l i. mostrare llente. noscere e o p c m i e telefona t a n e z e l n m e a e g t t i u n s ò me n’e assol mi mostr . Era u o. Final o o v v s i e s t v e n o t e d s s e no Anzi, uello ch uel gior ’esibizio q q n u a E r u . E f i m . e r ch perché che poincontra io dire i l i d g a o s ò V t u t . T e o t . Lei acc in priva ssionale vori. E e a e f l i o h i r c t p c n e a n r t no le sue o ra che dei suoi ivata e o r o c p n n u a o t a ù t r i u p ie e in ne del t astiche, t i orecch n d a f o ecchie, t r o o o r f e e v r l v e a p a d ev sare he erano ’esperien ei chiud c n l u o a r a v u r a c e s i o o ti ass Quando p n privat to nella i . n a e e i m l f a r a i e r b d g m e a v in foto ivi un c r questo p e e P c r . e o P n a. privato e divers mondo! t n l e e m d a t , e o ic za compl ma che d , a r e f s dell’atmo qualità Dance

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COLLO Il collo non è propriamente una parte del volto, ma assume piuttosto il ruolo di una cornice o di un piedistallo, esaltando il viso e sorreggendo la testa. Grazie al collo il volto appare meno come una maschera e più come parte del corpo umano. Anche nel caso di ritratti pittorici un volto difficilmente viene rappresentato senza collo, questo sembra quasi non volersi separare dalla testa. Le scollature sono qualcosa di così fondamentale nella moda da avere specifiche denominazioni: abbiamo scolli all’americana, a barchetta, a cuore, girocolli, a v, quadrati e così via.


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MAKING UP THE FACE

A woman may be so heavily made up that you can never be certain of her disappearance. Life can be so mystified that you can never be sure of its opposite.12

Alterare il proprio viso può avere molteplici motivazioni, ma rimane comunque una forma di mascheramento e i metodi per farlo sono diversi; proprio per questo non occorre che siano necessariamente grandi cose. Un esempio? Pensate alle lenti a contatto colorate: un oggetto piccolissimo che va a cambiare solo un dettaglio in un viso, eppure il loro effetto è molto forte. L’uomo usa truccare e decorare il proprio volto dall’antichità, che sia per ricordare il proprio ruolo all’interno di una società, per semplice abbellimento o per comunicare messaggi politici. Il make-up è utilizzato da molto tempo: gli egizi ad esempio erano soliti decorarsi gli occhi con il kohl nero e nemmeno i romani prendevano il trucco alla leggera, Plauto infatti affermava che “A woman without paint is like food without salt”13 , cioè che una donna senza pittura (trucco) è come il cibo senza sale.

12. Baudrillard, 1990, p. 66 13. Cit. Plauto


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Se si pensa ai tatuaggi, nemmeno quelli possono sfuggire a queste riflessioni: il caso storico più famoso ral riguardo è forse quello del tatuaggio Moko, impresso sul volto nelle tribù Maori, ma anche in tempi più moderni alcuni cantanti li stanno sfruttando per essere direttamente riconducibili a specifici generi musicali e categorie. Un piccolo excursus si può fare anche in merito alla commercializzazione dei volti: sempre più multinazionali optano per l’utilizzo di tatuaggi (solitamente semipermanenti) come mezzo pubblicitario e spesso scelgono proprio qualche volto celebre come destinazione per il proprio logo. Anche grazie allo sviluppo della chirurgia estetica alterare il volto risulta sempre più facile, basti ricordare la notizia di qualche anno fa che definiva come “una parata di cloni” le concorrenti di Miss Corea 2013, concorso di bellezza tenutosi a Seoul, in Corea del sud, accusate di essere tutte uguali, “dal naso, agli occhi e fino al sorriso”.14

14. Cfr. Burchia, 2013, Corriere della sera


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IL VOLTO COME MASCHERA: iconic faces Dopo aver chiarito come il volto possa rappresentare il punto focale di un corpo, cosa succede quando questo assume il ruolo di icona? Un quesito questo che riguarda direttamente l’epoca dei media; come scrive Hans Belting all’interno del suo libro Facce. Una storia del volto: “La società dei media, infatti, consuma all’infinito i volti che essa stessa produce”.15 Si parla del volto di un programma televisivo, di un partito politico, di un gruppo musicale, di un brand di moda o addirittura di una religione; e in tutti questi casi è chiaro come proprio il volto diventi un simbolo, un’icona. Anche grazie all’avvento dei social media, spesso sentiamo parlare di furto d’identità: cioè di una persona che finge di essere qualcun altro, iniziando presumibilmente dall’appropriarsi di foto del malcapitato per il quale vuole farsi passare. Troviamo volti come copertine di una quantità enorme di cose differenti: riviste, libri, film, album musicali e questo accade grazie alla forza che ha un viso di rimanerci impresso nella mente, con i suoi significati e i messaggi che trasporta. Trovare degli esempi pratici di questo fenomeno non è per nulla complicato: se pensiamo alla locandina del famosissimo film Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme del 1991 ci torna subito in mente il volto candido della donna in primo piano con una grossa falena sulle labbra. Anche Roland Barthes affronta questo fenomeno nel suo libro Miti d’oggi quando ci parla del viso di Greta Garbo: È senza dubbio un mirabile viso-oggetto; nella Regina Cristina, che recentemente abbiamo rivisto a Parigi, il cerone ha lo spessore nevoso di una maschera; non è un viso dipinto, è un viso intonacato, difeso dalla superficie del colore e non dalle sue linee; […] Anche nell’estrema bellezza, questo viso non disegnato ma scolpito in una materia liscia e friabile, cioè perfetto ed effimero a un tempo, raggiunge la faccia infarinata di Charlot, i suoi occhi di triste vegetale, il suo viso di totem.16

È chiaro quindi come in questi casi il volto-protagonista passi dall’essere parte integrante del corpo fisico di una persona reale a mezzo per veicolare simboli ed informazioni. Sempre più oggetto, sempre meno umano. Il volto mascherato è stato un elemento molto presente in passerella nelle ultime stagioni. 15. Belting, 2014, p. 217 16. Barthes, 1974, pp. 63-64


27 La giornalista Rachel Tashjian nei suoi articoli cita alcune maschere tra le quali quelle di Maria Grazia Chiuri per Dior nella sua collezione Couture primaverile del 2018, quelle biancastre e quasi astratte di Comme des Garçons, le maschere canine di Julien David, e le teste mozzate portate dai modelli che hanno sfilato per Gucci nella collezione autunnale 2018. Designers have also been playing with masks over the past few seasons to explore how we construct identity through social media and clothes.17 It might explain, in part, the fashion world’s revived obsession with Cindy Sherman, the maestra of disguise.18

Figura fondamentale dell’oggettivazione del volto è sicuramente quella di Andy Warhol con la sua serie delle Marilyn prima e dei Mao dopo. The redundancy of repetition in Warhol’s series is emphatic. […] Each of Warhol’s series are united by the theme presented in their imagery. On the surface, each image in a series is a repetition of the same thing. However, there is a level of difference in Warhol’s series that could be said to be deeper than the initial sameness of the images, were it not that this other level operates on the same field as sameness: the surface. […] The construction of the differences in the series is shown to be the construction of making the images.19

Nella serie delle Marilyn la star “non è mai se stessa, può essere vissuta sempre e soltanto come replica”.20 Nel caso dei Mao l’artista arriva addirittura a creare un ‘Mao Wallpaper’ in occasione di una mostra tenutasi al Musée Galliera di Parigi, dove il volto di Mao Tse-tung diventa un vero e proprio pattern per la carta da parati.

MASCHERARE E MASCHERARSI E MASCHERARE E MASCHERARSI E 17. Tashjian, 2018b, Here’s why models were carrying their own heads at Gucci 18. Tashjian, 2018a, At Dior: Why is everyone in fashion wearing masks? 19. Dyer, 2011, p. 118 20. Belting, 2014, p. 233


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COLLEZIONARE TESTE

In un periodo storico in cui siamo sommersi da volti di ogni tipo, soprattutto dopo il boom dei social media, non sembra poi così assurdo potersi definire dei collezionisti di teste. Io stessa mi ritrovo con un’immensa galleria multimediale di volti raccolti negli anni per i motivi più disparati: usarli come modelli per un’illustrazione, copiarne il trucco etc. Viene spontaneo riflettere su quanto il volto abbia assunto sempre più le caratteristiche di un oggetto fisico a sé stante, piuttosto che di una parte del corpo umano. Basti pensare a come normalmente descriviamo il viso di una persona: bello, brutto, affascinante, intrigante, ripugnante piuttosto che tridimensionale, simmetrico, asimmetrico, regolare o rotondo, termini questi che utilizzeremmo più spontaneamente in ambiti medici e/o professionali. Come afferma Patrizia Magli nel suo libro Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura: Essendo indicibile, la bellezza sembra far riferimento alla metafisica dell’ineffabile cui partecipano in gran parte le teorie del sublime.21

Descrizioni sempre meno obiettive, basate non sui fatti ma su gusti e sensazioni, sempre meno aderenti all’anatomia del corpo in quanto tale. Accostiamo quindi sempre più l’idea di un volto a quella che abbiamo delle antiche sculture di teste greco/romane che vengono studiate nel campo della storia dell’arte: oggetti veri e propri, commercializzabili, riproducibili.

21. Magli, 2016, p. 91


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IL VOLTO CHE PARLA

Il volto si contrae e si muove incessantemente e con la sua mimica, conscia o inconscia, manifesta le emozioni che stiamo provando. Riconosciamo bene, ad esempio, l’espressione di rabbia che fa contrarre i tratti del viso o quella di stupore in cui la bocca si apre e le sopracciglia si sollevano. Più difficile invece si rivela riuscire a comprendere quando una persona ci sta mentendo.22

Attraverso il volto esprimiamo, in maniera più o meno volontaria, pensieri, emozioni e stati d’animo; e la stessa cosa accade con gli indumenti. Siamo abituati fin da piccoli a comunicare e ad associare qualcosa di ben definito ad ogni singola espressione facciale che vediamo ed è proprio quando ci troviamo in difficoltà durante queste operazioni di traduzione che rischiamo di andare in confusione. Così come il volto, anche la moda può rappresentare un ottimo strumento di comunicazione non verbale e viene da sempre sfruttata in questa direzione. Martin Margiela è stato uno dei precursori per quanto riguarda l’atto di nascondere in volto nella moda, uno dei primi a sviluppare questa sorta di tradizione di mascherare i modelli in passerella. Come spiega Emma Hope Allwood nel suo articolo pubblicato su Dazed, le operazioni attuate da Margiela rappresentavano sia la sua propria facelessness, infatti esistono pochissime immagini conosciute del designer, che un atto di ribellione contro l’era delle supermodelle. Mascherare il volto è quindi anche un modo di distogliere l’attenzione da esso, che altrimenti rimarrebbe appunto il punto focale. “A collection has to speak for itself”23 ribadisce la giornalista. Se nell’antichità vestirsi in un certo modo era soprattutto simbolo di potere e di appartenenza ad un determinato ceto sociale, abitudine che non è di certo caduta in disuso in tempi più moderni, sempre di più l’abbigliamento viene sfruttato per raccontare delle vere e proprie storie e per parlare di temi che possono essere i più svariati, dai problemi politici e sociali a quelli ambientali; e cos’è tutto questo piano di storytelling che viene messo in atto da brand e multinazionali, se non una versione più in grande di ciò che già noi facciamo ogni giorno quando scegliamo come vestirci o cosa scegliere tra diversi prodotti? La maggior parte di noi è da sempre abituata a sentire accostare emozioni e indumenti. Anche nel momento della ricerca e dell’acquisto di qualcosa di nuovo, siamo spesso portati a scegliere un capo che “parli” la nostra stessa lingua. 22. Guglielmi, 2012, p. 10 23. Cfr. Allwood, 2015, Is covering the face the ultimate fashion statement?


31 Ci vestiamo in un determinato modo perché siamo tristi, perché siamo felici, perché vogliamo sentirci più forti. Spesso cerchiamo addirittura di camuffare le nostre emozioni abbigliandoci in modo da comunicarne di differenti. Questa è la stessa operazione che avviene quando qualcuno si sforza di sorridere in un momento in cui non vorrebbe farlo e viene accusato di conseguenza di indossare una maschera. Indossare una maschera metaforica come si indosserebbero appunto degli abiti. Gli abiti nascono per essere indossati e osservati da qualcuno; e cos’è questo qualcuno, se non una persona dotata di un corpo e di un volto? Soon after we can see, we are aware that we can also be seen. The eye of the other combines with our own aye to make it fully credible that we are part of the visible world.24

24. Cfr. Berger, 1972


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DESIGNING THE FACE

Vi sono una quantità enorme di tecniche diverse per disegnare, creare o riprodurre un volto. Possiamo fare un ritratto o addirittura un autoritratto, pittorico o fotografico, uno schizzo veloce oppure possiamo ricalcare un’immagine già esistente, fotocopiarla, modificarla, ritoccarla, possiamo descriverlo a parole, a voce o su carta, ma in tutti questi casi non si tratterà mai di un volto reale quanto ancora di una maschera; nel caso di una faccia che esista realmente allora il nostro prodotto ne sarà solo una copia, mentre viene da se che se il volto stesso non esiste e lo stiamo quindi immaginando, inventando, non potrà mai essere considerato reale. Disegnare un volto è un’operazione piuttosto complicata perché vi sono una moltitudine di fattori da tenere a mente: non si tratta solamente di qualcosa di tridimensionale, con le sue imperfezioni e asimmetrie, ma di qualcosa di vivo; e sarebbe difficile creare un’opera somigliante senza tener conto della parte emozionale che il soggetto racchiude. Negli anni ho scoperto che una delle mie tecniche di disegno preferite è quella del disegno a linea continua. Drawing is like taking a line for a walk.25

Paul Klee paragona il gesto del disegno a quello di una penna, o matita, che “cammina” per descrivere quello che gli occhi vedono, sottolineando come non bisognerebbe alzare questa penna dal foglio prima che gli occhi abbiano raggiunto la fine del loro percorso. Trovo questo modo di disegnare particolarmente efficace perché costringe, in qualche modo, a non fermarsi fino ad aver ultimato lo schizzo. Nel caso di un volto, grazie al disegno a linea continua siamo portati a soffermarci su tutti i diversi dettagli del soggetto, attraversando e racchiudendo luci ed ombre, concavità e convessità della superficie e tutti quei fattori che altrimenti potrebbero passare in secondo piano.

25. Cit. Paul Klee


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DRESSING THE FACE: il collage come design Quella del collage è una tecnica che permette di sperimentare con temi, materiali, tecniche e colori senza limitazioni e, nonostante spesso venga automatico pensare agli artisti cubisti del ventesimo secolo, è una tecnica molto antica. The story of collage began around 200 B.C., When paper was invented in China. […] As the quality of paper evolved during the Six Dynasties period (220589 A.D.), paper became a popular material for chinese painting.26

Anche se quelle cinesi sono probabilmente le più antiche forme di collage a noi conosciute, gli esempi dell’utilizzo di questa particolare tecnica artistica nella storia dell’arte sono tantissimi e molto diversi tra loro: abbiamo i Paper Mosaics di Mary Delany del diciottesimo secolo, i collage di ritratti fotografici del diciannovesimo, i collage cubisti che sono probabilmente i primi veri precursori del collage moderno, quelli propagandistici dei futuristi, quelli costruttivisti, quelli dadaisti, i collage onirici surrealisti, quelli delle locandine della Pop Art e addirittura i décollage. Il collage è molto utilizzato nei campi dell’arte, della grafica e della moda, eppure non mi ci ero mai avvicinata molto prima di iniziare il mio percorso universitario. Durante lo sviluppo di questo progetto, mi sono resa conto che fosse una tecnica che mi sarebbe piaciuto esplorare maggiormente, soprattutto dopo aver notato che poteva risultarmi estremamente utile nel mio intento di alterare, ricomporre e vestire volti. Vestire un volto può sembrare un concetto particolare ma è sicuramente stato un punto cruciale per questa ricerca: dopo aver individuato fotografie, disegni e rielaborazioni di essi che potessi adottare come modelli di base, ho iniziato a vestirli sovrapponendo e incollandoci ritagli di altri volti, tessuti e immagini recuperate tra i miei disegni e sketchbooks. Operando in questo modo sono riuscita ad estrapolare forme, che sarebbero poi diventate volumi, da utilizzare come basi per i miei disegni e, di conseguenza, per i miei cartamodelli.

26. Shijian, 2018, p. 08


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HANNAH HÖCH (1889-1978) Hannah Höch è stata un’artista tedesca appartenente alla corrente Dada che ha utilizzato il collage come medium artistico per temi quali satira e bellezza poetica. La Höch ha avuto una carriera lunga e varia: ha lavorato anche come modellista per Ullstein Verlag e ha da sempre dimostrato un chiaro interesse per la composizione, il colore e la forma. L’artista si focalizza sul cambio di ruolo sociale della donna nella sua epoca e sul proliferare della fotografia tramite pubblicità e giornalismo. Tutto questo è tradotto in arte attraverso la frammentazione del corpo, l’uso del colore e l’astrazione geometrica dell’immagine che l’artista adopera. The wide range of uses for photographs led to a new form of compressed utterance, Photomontage. This term was later subsumed in ‘collage’, It means: stuck down, adjoining. The process of remounting, cutting up, sticking down, activating - that is to say, alienating - took hold in all different forms of art. And all kinds of intermediate forms arose as the process was tried out. […] In literature it has always been done: claiming poetic license, we add or remove letters. […] This technique, which has been perfected in poetry, has now met its match in visual art, in the realms of optics. There are no limits to the materials available for pictorial collage. […] So it was necessary to find an all-embracing word for all these things. Perhaps even a word with some give in it. It came from France, after 1945 - the word ‘collage’. In the visual arts it predominantly refers to a newly created entity, made from alienating components.27

È proprio questa mancanza di limiti del collage ad aver permesso a questo progetto di nascere. Se fisicamente parlando l’idea di tagliare una testa e sezionarla per indagare sui vari elementi che la compongono risulta almeno tanto macabra quanto illegale, questa tecnica artistica ci permette di fare questo e non solo, potendo accostare questi elementi a cose che nella realtà ci sarebbe impossibile utilizzare, ingrandendoli, modificandoli e duplicandoli.

27. Ades, Herrmann, Butler, 2014, p. 16


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ADAM HALE Adam Hale è un artista inglese che ha guadagnato notorietà dopo il lancio della sua pagina Instagram ‘The Daily Splice’ all’inizio del 2015. Ad una prima occhiata i suoi collage potrebbero sembrare il frutto di operazioni digitali, ma tutti i suoi lavori sono fatti a mano. La parte forse più interessante nel lavoro di Adam Hale è proprio la ricerca dei materiali: usa i giornali e le riviste abbandonate nella metropolitana di Londra per creare nuovi collage ogni giorno. Per l’artista, il collage è lo spazio in cui l’illustrazione contemporanea incontra la scultura. Vedo i miei lavori come modi di riciclare immagini ma non credo di riciclare idee. Cerco di stare alla larga da questo e di concentrarmi sul mio personale modo di lavorare come se fossi io a creare le cose.28

Se per l’artista si tratta di far incontrare illustrazione e scultura, in questo caso si può parlare più di illustrazione ed abito. Un outfit è per natura sovrapposizione di capi e di tessuto, e cos’e il collage in questo caso se non sovrapposizione e rielaborazione di immagini? All’interno del progetto è stato proprio questo il focus che ha permesso di sviluppare la collezione: sezionare volti e sovrapporli per crearne di nuovi estrapolandone forme più interessanti; sovrapporre allo schizzo veloce di un cappotto, o di un vestito, o di una gonna proprio queste forme, per cercare risultati nuovi e stimolanti; e ancora: interpretare questi risultati per creare fisicamente dei capi d’abbigliamento, perché se è vero che il collage permette operazioni altrimenti impossibili dobbiamo allora trovare il modo di tradurre queste immagini in qualcosa di materialmente realizzabile.

28. Cit. Adam Hale in Nylander, 2015, I folli collage di The Daily Splice


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CUT+PASTE

Le operazioni di cut and paste (taglia e incolla) si ripresentano insistentemente in questo progetto sia attraverso il collage che nella ricerca di forme e volumi da adoperare in fase di progettazione. Per quanto riguarda il volto, tagliare e incollare, o ancora copiare e incollare, sono cose che si possono associare al tema del doppione e del sosia. Con le sue serie di Marilyn Monroe l’artista Andy Warhol sottolinea il valore della ripetizione, spiegando come un volto ripetuto più e più volte, allo stesso modo delle forme utilizzate in questo progetto, produca in realtà ogni volta un’immagine differente. Riproducendo lo stesso soggetto molteplici volte Warhol incappa inevitabilmente in alcuni errori che non costituiscono però un fattore negativo quanto invece imprevedibile, poiché sono proprio queste piccole differenze a rendere ogni opera ‘unica’. Yet Warhol called himself a machine working in a factory. […] Warhol undermines the mechanism of his practice, for the Warhol machine continuously repeats unpredictable accidents. Warhol’s machine is a random generator of accidents, generating and regenerating flaws in its generation of the same. […] The Warhol-machine repetitively performs the same operation of differentiation which continually produces the same product: difference as accident.29

Come già accennato rincorrere determinati canoni di bellezza attraverso le alterazioni corporee e sfruttando cose come il trucco o la chirurgia estetica può portare a casi di somiglianza anche su larga scala. Richiedere di copiare e fare ‘incollare’ sul proprio elementi del volto di qualcun altro non è altro che un’ennesima operazione di cut+paste. In fase progettuale il taglia-e-incolla ha permesso di creare forme nuove partendo da quelle già individuate all’interno dei volti e arrivare così anche a veri e propri cartamodelli per abiti, polsini e colletti.

29. Dyer, 2011, p. 120


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COLORI OCRA L’ocra estratta dall’ematite era ed è ancora uno dei pigmenti più utilizzati per le pitture del viso in moltissimi popoli, durante rituali di tutti i generi. I coloni europei che invasero l’america definivano gli indiani ‘pellerossa’ proprio per l’uso che facevano dell’ocra rossa sul volto. In questo caso particolare è stato scelto il colore dell’ocra gialla, ovvero una tonalità di giallo calda e polverosa.

VIOLA Viola e giallo sono considerati colori complementari, completamente opposti e contrastanti. Il viola è uno dei colori più mistici e ricchi di significati. Jung lo definisce come il colore del ‘coniuncito oppositorum’, ovvero della congiunzione degli opposti, unione tra umano e divino; è conosciuto inoltre come il colore della spiritualità, è il colore dell’arte, della fantasia e del sogno.

BIANCO/NERO Il bianco e il nero fungono da collegamento; sono colori non colori che uniscono non solo giallo e viola, ma anche tutti i progetti passati. Hanno il potere di mettere in risalto anche gli altri colori, creando giochi di luci ed ombre.


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SURFACe DeSIGN/TEXTILeS

La superficie del volto difficilmente può essere perfettamente omogenea. Lo strato di pelle che compone il viso è qualcosa di naturalmente irregolare e anche nei casi migliori difficilmente non vi si manifesta qualche imperfezione. Già i pori presenti nel derma possono costituire un elemento di disturbo in questa superficie e negli anni si rischia di incappare in altri inestetismi come brufoletti o rughe.

GINGHAM Pixel: Nelle tecniche di digitalizzazione delle immagini, il più piccolo

elemento (da pix, per picture, ed el, di element), distinto per colore, intensità ecc., in cui è scomposta l’immagine originale.

Osservando la pelle con una lente d’ingrandimento notiamo sin da subito quanto questa superficie apparentemente liscia presenti una grana piuttosto definita, i pori ingranditi creano una texture paragonabile a quella che formerebbero dei pixel su uno schermo dopo aver zoomato il più possibile un’immagine digitale. Ingrandendo la fotografia di un volto su uno schermo anche questo si trasforma in un’immagine formata da una moltitudine di quadratini accostati, i pixel appunto, quasi come in un dipinto puntinista. Il motivo dei tessuti gingham è la cosa forse più vicina a questo tipo di texture che possiamo trovare in ambito tessile; proprio la sua superficie crea infatti giochi di colore e contrasto molto simili a quelli sopracitati. Così come tramite il collage scomponiamo e ricomponiamo immagini per crearne di nuove ed accostiamo diversi elementi per creare un ‘tutto’, allo stesso modo si comportano anche i quadratini del gingham. Anche nell’ambito della percezione, esattamente come accadrebbe con i pixel di un’immagine digitale, osservando questo tessuto da una certa distanza la sua superficie tenderà ad uniformarsi nel creare un’unica tinta mediana rispetto a quelle dei vari componenti del tessuto, mentre avvicinandoci sempre più riusciremmo a distinguere persino filo per filo. Il gingham è famoso per essere il tessuto da tovaglia da picnic per antonomasia ed è anzi conosciuto più in questo modo che con il suo nome. Quando la parola gingham è entrata a far parte della lingua inglese stava ad indicare un tessuto a righe che veniva importato dall’India e solo in seguito gli inglesi hanno iniziato a tesserlo in cotone con motivi quadrettati. È interessante pensare come questo tessuto rimanga famoso proprio per il


51 suo tipico pattern quadrettato nonostante non fosse questo il suo aspetto originario. L’importanza della tramatura del gingham si palesa anche osservando la collezione ‘Body Meets Dress, Dress Meets Body’ di Comme des Garçons della Primavera/Estate 1997 nella quale i quadri erano solamente una decorazione di superficie mentre il tessuto vero e proprio era un misto di nylon e poliuretano, non l’originale cotone. Non si può parlare di gingham senza almeno citare il picnic. Con il termine picnic si intende qualcosa di più di un mero e semplice pasto all’aperto: un momento di svago e convivialità per un gruppo di persone che che si ritrova si per mangiare, ma anche per parlare e stare in compagnia, il tutto all’aria aperta. Il termine deriva etimologicamente dal francese piquenique, temine composto che unisce piquer (spiluccare) a nique (di poco valore). Dopo la rivoluzione francese si istituirono addirittura delle ‘Picnic Societies’ o ‘Picnic Clubs’ i cui membri organizzavano feste in esterna contribuendo portando ciascuno con qualcosa di diverso. Il tessuto, adottato un tempo solo per tovaglie, tendaggi e tessili casalinghi, ha guadagnato fama nella moda anche grazie ad esempi come quello del famoso costume quadrettato blu di Dorothy nel celebre film ‘Il mago di Oz’.

hing t o n e e s could e h s , d n the u e aro k o r d b e k o e o l s hou and a y r a o w n r o o all e d e r n t e i h t a y k n t s i o N the de. stood i s f o y y h r t o e e r v g o e d D e ittle l on e h t h e i t i r ”When i w o a t r , p s mas ched gray a e y r a t r a g e t r g a a h t had e o t y n n r i u t s n u d but th o n c e a l h t owed for l p of flat , n e e p h e e t r e g to w s d e r t o o k l n o a c b s broad y a d a w a r h g rass me sun g a s e e h h e T t h t . s n n e e ered v r t e E s w i l b . t y i directio e n h u t s h g he t throu until t g s u n e b i d n a n l , u b d r e and t g n n l i l o a l u p d e cracks n s h e t a e b was ad s of h e p o s t u e o s h u e o h h e t h the wt o n e burned c n d O n a . e , r y erywhe it awa v e d e n h e s e a s w be ns i a r e h t and the paint thing else.” ery gray as ev z rful The Wonde , m u a B k L. Fran

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LA DOPPIA FACCIA DI YELLOW BRICK ROAD Doubleface (letteralmente doppiafaccia) è un termine che associamo spontaneamente alla descrizione di un tessuto o di un abito, sicuramente non ad un racconto. Quello del celebre ‘ Mago di Oz’ è un romanzo pubblicato agli albori del Novecento che negli anni è stato soggetto ad un’enorme quantità di diverse interpretazioni. In molti sostengono che questo non sia semplicemente il giocoso racconto che ricordiamo e vi attribuiscono molteplici letture; più o meno fantasiose. Il romanzo è stato letto come satira politica sul populismo, allegoria della cristianità, manifesto femminista, parabola teosofica e addirittura come il viaggio mentale di una persona sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.

DENIM Nella ricerca di un tessuto che permettesse di ‘leggere tra le rughe’ del volto, che avesse quindi una grana ruvida e un motivo di tessitura ben visibile, la scelta del denim è sembrata piuttosto adatta. La diagonale nel tessuto si accosta bene sia alla parte grafica del progetto che all’idea delle righe sottili in un viso maturo. L’ormai diffusissimo tessuto permette di creare forme e volumi ben sostenuti.

NASTRI Quella di utilizzare nastri di raso è un’idea che nasce da una riflessione sulle maschere e dall’impiego di questi materiali nella costruzione di esse. Se pensiamo ad una maschera fatta ad arte questa si indosserà grazie proprio o a bastoncini che permettano di sorreggerla con una mano o a due nastri posizionati ai lati della stessa da legare dietro la nuca. Inoltre, anche il collare morbido a tre strati che sostituì la gorgiera durante il primo seicento inglese veniva allacciato con nastri e cordicelle.


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WEARING FACES/WEARING MASKS/WEARING EMOTIONS Se indossiamo maschere sul volto come indossiamo abiti sul nostro corpo, cosa ci impedisce di indossare un volto come un capo d’abbigliamento? Quello stesso volto che può diventare maschera quando decidiamo di indossare emozioni non nostre. Sono esattamente questi gli spunti fondamentali a questa ricerca. Se nel corso del laboratorio 5 di Design della moda sono arrivata ad utilizzare i volti come ricami decorativi e trapuntature sui tessuti, in questo ultimo progetto si è cercato di fare un’ulteriore passo in avanti isolando e rielaborando le singole parti che formano il volto stesso. In un articolo pubblicato su whowhatwear.com la giornalista Jenny Brownlees descrive l’utilizzo di stampe e ricami di volti come un nuovo trend, definendolo “Luke Edward Hall effect”.30 Hall’s popular abstract face prints are influencing the fashion crowd’s wardrobe choices, so much so that Hall has already collsaborated with both Burberry and Liberty.31

Arrivare a sviluppare dei cartamodelli partendo da forme ricavate da fotografie, disegni e collage di facce è un’operazione lunga ma molto utile ai fini di questa ricerca e forse non solo: permette di allontanarsi dall’idea classica di capo d’abbigliamento per poter creare qualcosa di nuovo e senza preconcetti.

30. Luke Edward Hall è un artista londinese specializzato in ceramiche, design di interni e tessuti 31. Cfr. Brownlees, 2018, The new print trend that will make you break up with florals and polka dots


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ACCESSÒRI/ACCESSÒRIO

Accessòrio agg. e s. m. [dal lat. mediev. accessorius, der. di accessum, supino di accedĕre«accedere»]. – 1. agg. Che s’accompagna a ciò che è o si considera principale, quindi secondario, marginale, complementare e sim.: parti a. di un meccanismo; figure a. (di un’opera narrativa o figurativa); questioni a.; attributi a. o con funzione a. (v. attributo); capitali a., quei beni o valori che non sono indispensabili al funzionamento di un’azienda; suono a., un suono debole, secondario, concomitante di un suono principale. […] c. Nell’abbigliamento, gli elementi che completano un abito o vi s’aggiungono con funzione decorativa o utilitaria; per es., le guarnizioni varie, la borsetta, la cintura, la cravatta, ecc. * Avv. accessoriaménte, in via accessoria, subordinatamente (contrapp. a principalmente).32

32. Cfr. http://www.treccani.it/vocabolario/accessorio/


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COLLETTI E POLSINI Originariamente la camicia non aveva un vero e proprio colletto, ma la pistagna: una sottile fascia di tessuto con alcuni bottoni che servivano ad attaccare il colletto vero e proprio. Anche i polsini erano delle semplici fasce di tessuto che chiudevano le maniche. È George Bryan Brummel, conosciuto anche come ‘Beau’ Brummel ed esponente del movimento Dandy, il primo ad inamidare il colletto della camicia, dando vita così ad uno stile che esigeva una postura fissa, emblema di superiorità. L’aristocratico nutriva un vero e proprio culto per la camicia, che indossava sempre con colletti alti e inamidati e polsini anch’essi ben inamidati e chiusi da gemelli preziosi. Dopo la morte di Brummel colletti e polsini tornarono più sobri ma, per mantenere il candore delle camicie e evitarne l’usura, colletti e polsini rimasero staccabili. Il detachable collar era molto in voga anche durante gli anni Venti, inamidato ed esclusivamente bianco. La questione dei colletti delle camicie, una delle componenti di base del guardaroba maschile della classe lavoratrice europea ed americana fin dalla metà del XIX secolo, fu tutt’altro che marginale non solo per la diffusione della camicia stessa (che si poteva mantenere sostituendo il colletto e i polsini, le parti più in vista e che maggiormente si consumavano), ma anche come strumento per la diffusione di nuovi ideali maschili attraverso una diversa rappresentazione fisica. Il colletto staccabile ‘arrow collar’, ad esempio, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo contribuì al consolidamento di un’immagine dell’uomo d’Oltreoceano identificata poi col tipico colletto bianco americano. 33

La diffusione della camicia come capo d’abbigliamento femminile inizia nel diciannovesimo secolo con la semplificazione dell’abito femminile e lo sviluppo della combinazione camicetta e gonna, esistente già dal 1890. Per quanto concerne questo progetto l’idea di polsini e colletti staccabili è stata rivisitata interpretandoli come elementi a sé stanti, utili alla completezza della silhouette generale. Questi accessori sono il frutto della ricerca svolta isolando le singole forme ricavate da disegni e collage ‘sul volto’, forme che sono poi state ripetute, capovolte e alterate fino a raggiungere una sagoma adatta alla loro applicazione su collo e polsi.

33. Paris, 2006, p.66


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COLLEZIONARE/COLLEZIÓNE

collezióne s. f. [dal lat. collectio -onis, der. di colligĕre «raccogliere» (comp. di con- e legĕre«cogliere»), part. pass. collectus]. – 1. Raccolta ordinata di oggetti della stessa specie, che abbiano valore o per loro pregio intrinseco o per loro interesse storico o artistico o scientifico o semplicemente per curiosità o piacere personale: fare c. di francobolli, di monete, di medaglie; una c. di quadri, di statue, di cammei; c. di vasi, di porcellane, di pipe; c. di libri, di manoscritti, d’autografi; possedere una ricca c.; scherz., fare c. di spropositi, farne parecchi, spec. scrivendo; e ugualmente: fare c. di sconfitte, di bocciature, ecc. […] 3. Insieme di modelli che formano la produzione di un sarto per una stagione. […] 5. fig., fam. Riunione di persone: una bella c. di birbanti; anticam. in senso più serio. 6. ant. Il raccogliersi, l’accumularsi, di cose: la c. o intasamento di materia nella parte convessa del fegato (Redi). * Dim. collezioncina, collezioncèlla; pegg. collezionàccia.34

34. http://www.treccani.it/vocabolario/collezione/


59 Se una collezione non è altro che una raccolta ordinata di oggetti della stessa specie allora questo temine non è da considerarsi poi così ambiguo, e sviluppare una capsule collection partendo proprio da una collezione di volti non è qualcosa di particolarmente insolito. Nell’interezza di questo percorso si è passati da insieme a insieme, dall’accumularsi di teste a idee, a forme, ad abiti e tessuti. Prendendo in esame questo caso specifico potremmo dire che anche i giochi di sovrapposizioni presenti nelle silhouette, nei collage e nelle superfici di tessuti come il gingham finiscono per creare un accumulo ordinato e a sé stante: in qualche modo, un’ennesima collezione.


OLTI COME MASCHERE. MASCHERE COME ABITI. ABITI COME RITRATTI. RITRATTI COME FOTOGRAFIE. FOTOGRAFIE COME DIPINTI. DIPINTI COME VOLTI. VOLTI COME MASCHERE. MASCHERE

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COME ABITI. ABITI COME RITRATTI. RITRATTI COME FOTOGRAFIE. FOTOGRAFIE COME DIPINTI. DIPINTI COME VOLTI. V

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MODELLE: DASHA KONDRATIEVA @ISOMODELMANAGEMENT & ALICE MANTINI


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CONCLUSIONI

‘Tagliatele la testa’ è un progetto volto a realizzare una capsule di moda utilizzando come elemento fondante il volto e dimostrando come questo possa essere scorporato e reinterpretato nell’ambito del vestiario. Si è indagato inoltre sulla capacità delle parole di assumere significati diversi se utilizzate in ambiti differenti, arrivando a una collezione di moda nata da un insieme di volti collezionati come lo si farebbe con dei francobolli. È stato esposto come il volto sia visto da sempre come parte caratterizzante della persona e del corpo umano, come possa comunicare significati e significanti quasi universalmente riconoscibili e come venga valorizzato sin dagli albori della nostra civiltà. Elementi chiave sono stati quelli del ritratto e del volto visto come maschera. Il ritratto è stato esaminato come stile artistico, pittorico e fotografico, ma anche attraverso le diverse tecniche di illustrazione, con un forte accento per quanto riguarda il disegno veloce e a linea continua. Lo studio della tecnica del collage è stato fondamentale per scomporre i volti preesistenti e ricomporne di nuovi, estrapolandone forme utili alla progettazione dei capi e integrandole anche ad elementi esterni. Ai fini della ricerca l’elemento viso è stato studiato sia nelle parti che lo compongono, nelle forme e nei volumi, sia da un punto di vista puramente concettuale. Ne è stata evidenziata la presenza negli ambiti di arte, moda e letteratura. Guardare al progetto attraverso le opere artistiche e letterarie affrontate è stato fondamentale allo sviluppo di un concept ben definito sia per quanto riguarda gli abiti che per la loro presentazione in illustrazioni e fotografie, creando una cornice giocosa e bucolica che ha permesso di definire le scelte cromatiche, illustrative, tessili e anche lo stile fotografico. Una ricerca di questo tipo, nella quale si esamina un oggetto a trecentosessanta gradi e lo si disseziona e ricompone un’infinità di volte, è utile ad indagare e individuare nuove forme e spunti, creandone autonomamente e distaccandosi dai propri preconcetti.


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RIFERIMENTI ICONOGRAFICI P. 36: Hannah Hรถch (1930), German Girl, Collage, Berlinische Galerie, Berlin. P. 38: Adam Hale (2018), 1113 - Face lift, collage, @the.daily.splice.

INDICE DEI VOLTI Angela Dalla Negra, pp. 40-41. Anna De Franceschi, pp. 40-41. Benedetta Ferresi, pp. 40-41. Erica Dalla Rosa, pp. 34, 40-41. Ludovica Dalla Valle, pp. 40-41. Ottavia Vittoria Saccardo, pp. 16, 18, 40-41. Rebecca Azzolin, pp. 40-41. Silvia Vittoria Trevisson, pp. 16, 40-41, 44, 51. Sofia Alviani, pp. 40-41. Sofia Magnabosco, pp. 40-41. Sofia Nardi, pp. 40-41. Viviana Barban, pp. 40-41.


Ringrazio la mia relatrice Patrizia Fiorenza e Samanta Fiorenza per avermi seguita in questo percorso, le fotografe Ina Cenusa ed Alice Fortuna.


Profile for Alice Gabrielli

TAGLIATELE LA TESTA - BA Thesis extract  

Alice Gabrielli's BA Thesis extract in Fashion Design, @ IUAV University of Venice

TAGLIATELE LA TESTA - BA Thesis extract  

Alice Gabrielli's BA Thesis extract in Fashion Design, @ IUAV University of Venice

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