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NUOVE CENTRALITÀ URBANE RIGENERARE IL MARGINE

Le ex acciaierie Mandelli: da industria a fabbrica creativa Tesi magistrale in Architettura Costruzione Città | Politecnico di Torino a.a. 2015 - 2016

Relatori: Berta Mauro | Caneparo Luca Candidati: Apice Daniele | Apicella Alessia


Nuove centralità urbane: rigenerare il margine LE EX ACCIAIERIE MANDELLI: DA INDUSTRIA A FABBRICA CREATIVA

Tesi magistrale in Architettura Costruzione Città | Politecnico di Torino a.a. 2015 - 2016 Relatori: M. Berta | Correlatore L. Caneparo Candidati: Apice Daniele | Apicella Alessia


I residui industriali di via De Amicis

Approccio metodologico e pratiche di intervento Le ex acciaierie Mandelli da industria a fabbrica creativa


Abstract

Il brownfield delle ex acciaierie Mandelli rappresenta un'occasione importante per la città di Collegno per rigenerare un'area che altrimenti risulterebbe in forte stato di degrado, marginale, senza un preciso carattere identitario. A fronte del notevole consumo del suolo, un brownfield può fornire un'importante possibilità per generare nuove parti di città, riciclando suolo già in parte denaturalizzato. Lo scopo di questa trattazione è di fornire delle metodologie e delle linee guida per la rigenerazione di ambiti urbani a partire da un'area industriale dismessa, un vuoto urbano. A fare da background all'individuazione della corretta metodologia da applicare, vi è una riflessione sul mutamento della città e sull'immagine della città odierna; le industrie culturali e creative rappresentano una grande potenzialità per la rigenerazione, essendo la cultura e la creatività generatrici di innovazione sociale. Lo scopo è quindi di realizzare un intervento basato su una mixité funzionale che riesca a generare inclusione sociale ed un nuovo punto di interesse all'interno dell'area di

Collegno. Il lavoro di tesi si sviluppa per fasi e per tematiche: da un'analisi dei nuovi immaginari urbani, all'individuazione delle funzioni da insediare, allo studio dei nuovi luoghi del lavoro e delle nuove forme dell'abitare sociale. I servizi individuati hanno l'obiettivo di realizzare un maggior grado di integrazione tra il lavorare e l’abitare, articolando le funzioni al fine di permettere lo scambio e la contaminazione di esperienze tra le diverse attività produttive e i diversi modi di abitare.


Indice Introduzione 1. Un'occasione di rigenerazione

p.8

3.2.5 Ridurre il degrado sociale 3.2.6 Disegnare sistemi di paesaggio 3.2.7 Risparmiare risorse

p.13

4. Analisi del sito 1.1 1.2 1.3 1.4

Il brownfield delle acciaierie Mandelli L'evoluzione storica L'evoluzione urbanistica L'ambito normativo

2. Suolo, consumo e riuso

p.28

2.1 Brownfields vs greenfields 2.2 Strategie di bonifica: adaptive remediation 2.3 Design integrato

3. Culture-led regeneration 3.1 3.2

p.38

Periferie resilienti Obiettivi e pratiche 3.2.1 Ri-centrare 3.2.2 Relazionarsi al contesto 3.2.3 Promuovere la creativitĂ 3.2.4 Costruire nuove forme di welfare

4.1 4.2 4.3 4.4 4.5 4.6 4.7 4.8

p.52

Stato di fatto Livelli di inquinamento Trasporti ViabilitĂ Aree di parcheggio Suolo permeabile Percorsi pedonali Uso insediato

5. Strategie progettuali

p.66

5.1 Una nuova community hub 5.2 Le funzioni

6. Il progetto di masterplan 6.1 Il concept 6.1.1 I focus 6.2.2 La griglia

p.78


6.2 6.2

8.4 8.5

6.1.3 Divisione funzionale 6.1.4 Gerarchie e percorsi 6.1.5 Le barriere e lo spazio verde 6.1.6 Riqualifica degli assi stradali Lo spazio pubblico 6.2.1 Abaco degli spazi pubblici Evoluzione futura

7. Nuove forme dell'abitare

p.106

7.1 Il mutamento delle dinamiche socio-demografiche 7.2 Il sistema integrato dei fondi 7.2.2 Fondazione Housing Sociale 7.3 Il progetto 7.4 Mixitè sociale e tipologica 7.5 Lo spazio della comunità 7.6 I vantaggi dei sistemi prefabbricati

8. I nuovi luoghi del lavoro 8.1 Ricerca e sviluppo in Italia 8.1 Esperienze Italiane 8.2 Principi progettuali

p.132

8.2.1 Lo spazio individuale 8.2.2 Lo spazio condiviso Caratteri modulari e flessibili Evoluzione temporale

Conclusioni

p.158

Bibliografia

p.162


Introduzione

In tutta Europa la riqualificazione dei brownfield svolge un ruolo importante nell’evitare i fenomeni di dispersione urbana e nel migliorare la qualità dell’ambiente, contribuendo in questo modo a creare le condizioni necessarie ad uno sviluppo sostenibile. Questo, considerando il fatto che spesso i terreni dei siti industriali dismessi possono mettere in pericolo la salute pubblica e generare rischi ambientali. Tale riqualificazione tende a contrastare la segregazione sociale e spaziale che minaccia la competitività delle città europee, pertanto necessita di grandi investimenti e assume un’importanza sempre più crescente negli stati membri della CE. Si è giunti ad indentificare questi luoghi dismessi ed abbandonati come opportunità, non solo di rigenerare parti periferiche di città, margini di realtà urbane meglio definite, restituendo identità e nuova immagine a zone altrimenti improduttive, ma anche come occasione per recuperare e riciclare un suolo che risulta non essere infinito. La dissertazione si propone, quindi, di applica-

re pratiche di rigenerazione all'esempio delle ex acciaierie Mandelli, ormai brownfield figlio di una dismissione post industriale, come occasione per definire una possibile soluzione ad un problema reale. Nel tentativo di definire una linguistica applicabile si è discusso, non solo delle motivazioni e delle scelte relative alle potenzialità di questi siti, se ripensati nel modo giusto, dal punto di vista ambientale e urbanistico, ma si è tentato di fornire una soluzione che coinvolgesse il più possibile il capitale che sicuramente non manca in un contesto come quello in cui andiamo ad operare: il capitale umano. La cultura, infatti, negli ultimi anni in particolare risulta essere uno dei motori dell'economia, non solo europea ma anche mondiale, basti pensare al concetto di "community hub" che sta prendendo sempre di più piede nelle politiche di rigenerazione. Nuovi cluster di attività, ispirati alla cultura e alla tecnologia, si sono rivelati agenti significativi del cambiamento urbano nel XXI secolo, riuscendo a reindirizzare i sistemi 8


produttivi delle zone più degradate delle città e rivitalizzando l’economia, modellandone gli spazi e talvolta contribuendo a rigenerare le comunità locali. La soluzione proposta nasce da un'analisi di diverse funzioni che possano, in modo efficiente e corale, gestire questo processo, coinvolgendo il maggior numero diverso di utenti possibili. Il mix di funzioni, tra aree residenziali, aree adibite al lavoro, aree per il tempo libero e spazi pubblici mira ad essere un cocktail capace di "dissetare" la popolazione e risolvere quei problemi frutto di degrado e assenza di senso di appartenenza. Un'identità forte, infatti, riesce a trasformare quei fattori sociali presenti sul territorio attraverso la cultura, sfruttando al massimo le potenzialità disponibili e ottenendo così una presa di coscienza capace di essere quel valore aggiunto che possa trasformare una "riqualificazione" in vera e propria "rigenerazione". Si è proposto un progetto che nella definizione di un tessuto urbano "ex-novo" rispet-

tasse le preesistenze e le esaltasse laddove possibile e che sviluppasse e promuovesse una mobilità lenta all'interno dell'intera area. Le diverse funzioni che si distribuiscono all'interno del lotto sono state pensate in modo da rispettare il costruito circostante e recuperare e riqualificare il costruito dismesso con l’obiettivo di migliorare l'impianto urbano esistente, ponendo particolare attenzione alla riqualifica degli assi stradali di via De Amicis, posto come nuovo asse di collegamento tra Collegno e Torino, e di via Torino posta a sud del lotto. Tutto il progetto è stato pensato nel rispetto delle politiche collegnesi in modo da rientrare il più possibile in schemi pre-esistenti ma cercando di apportare, allo stesso tempo, un'innovazione e un cambiamento del pensiero e dell'idea di periferia; da luogo lontano e disconnesso dal centro a "nuova centralità urbana".

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Un'occasione di rigenerazione


Fig.1 Fotografia dell'autore


Un'occasione di rigenerazione

1.1 IL BROWNFIELD DELLE ACCIAIERIE MANDELLI Nell’ultimo secolo, in particolar modo a partire dagli anni ’60, i centri cittadini sono stati caratterizzati da un ampliamento delle zone residenziali, relegando, così, ai margini delle città, le attività che meno si integravano con le nuove funzioni, in particolar modo quelle relative all’industria. Il decentramento e la zonizzazione dello spazio urbano sono state le cause per cui, oggigiorno, ci ritroviamo di fronte ad ambiti urbani denotati da un carattere industriale, posti ai limiti della città o alle periferie, connotati da cattiva gestione, abbandono e dismissione. Al carattere degradato delle periferie si contrappone, allo stesso tempo, la visione di tali aree come laboratorio delle città del futuro, pertanto sono punti nevralgici della città su cui porre lo sguardo. Tra i vari motori della trasformazione, oggetto d’interesse di questa trattazione, il recupero delle ex acciaierie Mandelli diventa occasione irrinunciabile di rigenerazione, perseguendo l’obiettivo di promuovere un progetto riqualificazione e rifunzionalizzazione come opportunità di integrazione per il quartiere, promuovendo la trasformazione dell’area in un polo attrattivo

che coinvolga nuovi aspetti e ambiti, dal lavoro al terziario, all’edilizia residenziale e pubblica, con un occhio di riguardo a nuovi spazi per la condivisione e l’interazione tra i cittadini. Nonostante un’ottima ubicazione per l’accessibilità a diverse reti infrastrutturali e per la vicinanza al centro urbano di Collegno, il brownfield delle ex acciaierie si presenta oggi come uno dei più grandi vuoti urbani dell’area di Collegno. Si tratta di uno spazio in totale abbandono, dopo l’abbattimento della fabbrica nel 2004, all’interno del quale persiste, al centro dell’area, lo scheletro della struttura principale dell’acciaieria. L’area fortemente in stato di degrado e di abbandono, ha favorito l’aumento di insediamenti abusivi realizzati con materiali di fortuna. Ciò ha generato un forte disagio per la comunità locale che ha mosso negli anni numerose richieste di intervento per uno sgombero dell’area e dei campi improvvisati che si ripresentano puntualmente a distanza di poco tempo. Questa situazione ha prodotto problemi sociali collaterali e di ordine pubblico, nonostante le cicliche e laceranti operazioni di allontanamento, rimozione di oggetti e pseudo ricoveri dall'interno dei capannoni. Parallelamente alle misure estemporanee di messa in sicurezza del complesso, come dimostrano i tenta13


tivi di ricercare soluzioni urbanistiche alla vicenda, sia antecedenti al fallimento effettivo dell'Azienda che successivi, le diverse Amministrazioni Comunali che si sono succedute hanno tentato di trovare soluzioni conclusive al problema. L’obiettivo risulta indirizzato già da diversi anni, verso una politica di eliminazione di zone irregolari e mal gestite al fine di migliorare le condizioni sociali e sanitarie dell’intera area, con conseguente riscontro positivo anche sull’intera zona collegnese. In quest’ottica diversi sono stati i piani e i programmi promossi con l’intento di identificare e proporre pratiche di riqualificazione e rigenerazione di queste aree. Il caso delle ex Mandelli è stato più volte oggetto di discussione in ambito amministrativo che, in collaborazione con l’attuale proprietario Nord Ovest Immobiliare s.p.a., ha visto diversi tentativi volti alla riqualificazione dell’area. Nel corso degli anni, in particolare a partire dal 2014 si è avviato un percorso di dialogo e partecipazione concreta con i cittadini che, attraverso richieste e segnalazioni, ha portato alla redazione di diversi documenti, come il programma “Collegno Rigenera”. Tale programma, che individua ed affronta tutte le manifestazioni e le segnalazioni pervenute, defini-

sce l’area in oggetto come un nuovo punto oggetto di riqualificazione e rigenerazione, identificando nell’area comunale limitrofa un punto nevralgico di ricucitura tra quello che è il centro storico della città di Collegno, il parco Dalla Chiesa e l’area in questione. Altre definizioni dell’area sono state, poi, fornite dal PRG di Collegno, che inserisce l’area nel quadro delle norme tecniche di attuazione “I bordi della città e le aree di via De Amicis” che fornisce, in maniera più dettagliata, gli ambiti di intervento e l’identificazione delle funzioni attribuendo all’area una connotazione incentrata sul tema del lavoro, come opportunità di integrazione per e con il quartiere, purché compatibile con le residenze, le case e i servizi e sul tema del recupero di parte dell’apparato industriale dismesso. Ciò che si evince da questa politica di rifunzionalizzazione, e più in generale di rigenerazione degli apparati urbani dismessi e abbandonati, è l’intenzione di apportare miglioramenti materiali relativi alle condizioni di igiene, di salubrità, di mobilità ed accessibilità al fine di apportare un miglioramento su tutto il territorio collegnese.

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1.2 L'EVOLUZIONE STORICA Nell’ambito territoriale della nuova “Città Metropolitana” di Torino ricade l’area industriale dismessa della ex acciaieria Mandelli: una delle industrie più importanti del territorio piemontese e un luogo significativo per la città di Collegno. Sullo sfondo della crisi del modello socio-economico fordista, con l’evoluzione dei sistemi produttivi, con la diffusione delle innovazioni tecnologiche e con la crisi economica degli ultimi anni del primo decennio del XXI secolo, il lotto delle ex-acciaierie Mandelli si identifica oggi come un “vuoto” urbano. La Società Fonderie Acciaierie Mandelli, fallita nel 1996, oltre ad essere stata un'importante azienda italiana, ha avuto per la Città di Collegno (sede principale della Società per circa 50 anni) un significato particolare sia durante il periodo di attività, per le ovvie implicazioni occupazionali ed economiche generali, sia nel periodo post-dismissione, per l'interesse e l'attenzione che ha suscitato presso cittadini, operatori pubblici e privati, tecnici che a vario titolo si sono misurati con il tema del suo degrado, riqualificazione e riuso. Vicenda che peraltro apre diverse riflessioni di carattere economico, sociale ed urbanistico non ancora giunta a

termine. Il primo insediamento delle Fonderie Acciaierie “Giovanni Mandelli” nasce a Torino l’11 novembre 1924 in un deposito edile del quartiere di Borgo Dora. Giovanni Mandelli, fondatore in collaborazione con il fratello e la moglie, inaugura la fonderia di ghisa, che tra il 1927 e il 1932, grazie alle elevate abilità tecniche del proprietario, spicca per le innovazioni tecnologiche. Nel 1938, dopo il periodo di crisi tra il 1929 e il 1934, l’impianto si trasferisce in quanto Borgo Dora diventa zona residenziale e non più zona prettamente industriale. L’impianto, quindi, viene trasferito a Pozzo Strada, zona fisicamente staccata all’area urbanizzata ma collegata attraverso la linea tranviaria per Rivoli. Nell’arco di due anni Mandelli aggiunge due capannoni industriali dove sistema i forni ed altri macchinari necessari. Nel periodo del Regime le attività dell’industria continuano ad espandersi grazie anche alle commesse belliche favorendo l’attività dei piccoli impianti specializzati nelle subforniture, come nel caso della Mandelli. Questa situazione economica, quindi, permette alla fonderia di continuare ad espandersi, così da raggiungere nel 1946 un alto incremento di produzione di tonnellate di getti di ghisa e di operai. Quest’espansione, però, 15


comporta un relativo adeguamento degli spazi industriali e così, tra il 1946 e il 1947, Mandelli acquista un terreno sito nel quartiere Regina Margherita, una frazione di Collegno, distante 1,5 km dal centro cittadino, adibita ad uso agricolo. Il terreno sito in Via Torino n°60 (oggi via Torino n°21), risulta avere una superficie di 56000 mq sul quale già sorge un capannone. L’obiettivo è quindi, non solo ricercare maggiore spazio, ma anche avere maggiore flessibilità per aumentare il campo di intervento della sua industriale, in modo

da poter produrre non solo getti di ghisa, ma fusioni di qualsiasi genere. Viene, quindi, progettato e costruito un secondo capannone destinato ad accogliere la fonderia e due palazzine per gli uffici. La sede di Pozzo Strada e quella di Regina Margherita riescono a soddisfare gli ordinativi dei clienti più importanti come la FIAT, la RIV, la microtecnica e l’Azienda Tramvie Municipali. Vengono successivamente apportate delle modifiche allo stabilimento di Collegno installando un laboratorio chimico-tecnologico per semplificare il passaggio dalla fusione della ghisa a quella dell’acciaio. Negli anni del boom l’attività dei Mandelli si espande senza freni. Nel 1960 la superficie della fabbrica raggiunge e supera gli 80.000 mq, costruendo altri tre edifici adibiti ai reparti dell’acciaieria, nel 1956, della sbavatura nel 1957 e della produzione meccanizzata dei getti piccoli e medi di serie nel 1960, oltre che a diverse tettoie metalliche. Nel 1957 la società diventa una SPA ed estende la propria rete all’intero triangolo commerciale, con clienti nel settore dell’industria metalmeccanica, elettromeccanica e siderurgica lombarde, piemontesi e ligure. A partire dall’inizio degli anni sessanta, la proprietà dell’impresa ricade nelle sole mani del figlio

Fig.2 Fonte: Torino Reporter 16


di Giovanni Mandelli, Walter Mandelli, che all’attività industriale accosta l’impegno nel mondo calcistico come dirigente della Juventus dal 1956 al 1961 e della federazione giuoco calcio dal 1959 al 1970, in quello dell’associatismo imprenditoriale come presidente dell’associazione industriale metallurgici e affini – AMMA – e vicepresidente dell’Unione Industriale di Torino dal 1970 al 1974, come vicepresidente della Confederazione Italiana dell’Industria dal 1980 al 1996. Nel periodo dei primi anni 70 l’intensa urbanizzazione residenziale della zona di Collegno rende il quartiere Regina Margherita sempre meno adatto al tipo di attività industriali della Fonderia Acciaieria Mandelli. Grazie ai profitti sempre crescenti, però, l’idea di un ulteriore espansione industriale non dispiace e così viene realizzata una nuova sede a Cafasse Torinese, un’area considerata economicamente depressa nei pressi del torrente Stura, su un terreno di 140.000 mq nel quale vengono trasferite tutte le attività di lavorazione meccanica dei getti dei fabbricati di Collegno. Successivamente alla crisi siderurgica esplosa nel 1978 che ha interessato il continente europeo e al ristagno dell’intero sviluppo industriale italiano, l’attività industriale dei Mandelli inizia a subire dei

colpi e a partire dal 1981 la produzione, concentrata soprattutto sulle valvole per l’industria petrolifera e sui componenti delle macchine peri l movimento terra, comincia a calare. Il ripetuto ricorso alla cassa integrazione ed ai pensionamenti anticipati porta ad una netta diminuzione degli occupati passando gradualmente dai 552 dipendenti del 1972 a 276 nel 1990. Nel 1989, la proprietà decide di ampliare l’attività industriale rilevando un’azienda fallita francese, le “fonderie set acieries de Provence”, sita nella Francia meridionale. Una scelta influenzata sia dal simbolico prezzo d’acquisto che dai considerevoli aiuti pubblici offerti. Ma la crisi mondiale partita dal crollo di Wall Street del 1987 non tarda a farsi sentire anche in Italia con effetti moltiplicati dalla situazione disastrosa del deficit di bilancio statale. Così nel 1991 Walter Mandelli proclama lo stato di crisi per le sue fabbriche di Collegno e di Cafasse. Diversi sono stati i tentativi di Walter Mandelli di formulare un piano di ristrutturazione che prevedesse l’unificazione di tutte le attività nello stabilimento di Cafasse, la dismissione di quello di Collegno, obsoleto e altamente impattante dal punto di vista ambientale, ma i costi erano elevati e ogni tentativo di ottenere finanziamenti, in via di17


Fig.3 Planimetria delle ex acciaierie e della funzione originaria delle strutture industriali. A seguito della demolizione dell'impianto resta solo lo scheletro del corpo principale dell'acciaieria. 18


retta ed indiretta, falliscono. Nel marzo del 1996, 165 lavoratori sono ancora in forze nello stabilimento di Collegno e 110 in quello di Cafasse, i legali della S.P.A. “Fonderie Acciaierie Giovanni Mandelli” consegnano i libri contabili in tribunale per avviare la procedura di fallimento. La proprietà dell'area, dopo un primo tentativo andato a vuoto, sarà messa all'asta nel giugno 2001 ad un prezzo di 3 miliardi e 650 milioni125 e poi acquistata dalla Società Nord Ovest Immobiliare1.

1.3 L'EVOLUZIONE URBANISTICA

1. La Nord Ovest Immobiliare S.p.A. nasce nel 2001 per iniziativa di alcuni operatori del settore immobiliare torinese, VENA/M. S.p.A. - GRUPPO PiOTTO all scopo di partecipare alla gara di aggiudicazione - ed acquisire l'ex area Mandelli di Collegno. 2. Studio Manfredi del '59, Collettivo di Architettura del '72 e Arch.tti Socco e Bertoglio dell'84. 3. Cfr. Delibera Programmatica Nuovo Piano Regolatore di Collegno, 1998.

Durante il suo periodo attività, l’area di via Torino è stata interessata dai diversi strumenti urbanistici che ne hanno pianificato e definito l’evoluzione. Il primo Piano Regolatore Generale del Comune di Collegno redatto ai sensi della L. 1150 del '42 dello Studio Rigotti, adottato dal Consiglio Comunale nel '49 e approvato con D.P.R. nel '55, individua la prima zona industriale pianificata della città, con la previsione di un iniziale grande blocco a destinazione produttiva posto a cavallo di Corso Francia e compreso tra la ferrovia (a sud) e la Via De Amicis (a nord).

Il primo nucleo dello stabilimento delle Fonderie Officine Giovanni Mandelli, insediatosi pochi anni prima, rientra nella nuova zona industriale e viene incluso in un ambito rubricato dal Piano come Aree occupate da industrie esistenti. I Piani Regolatori successivi2 consolidano e ampliano le previsioni industriali per l'ambito di Via De Amicis, operando estensioni sia verso nord che verso est e confermano la destinazione produttiva dell'area occupata dall'Acciaieria; anche se, con l'ultimo dei Piani citati, ovvero il PRG di Socco e Bertoglio, si inizia a cogliere il fenomeno della deindustrializzazione nell'intero comprensorio torinese, ammettendo la possibilità di collocare attività terziarie nel tessuto consolidato produttivo3. Per quanto attiene al complesso industriale Mandelli, il medesimo Piano già introduce la possibilità di una riconversione residenziale attraverso un intervento di ristrutturazione urbanistica secondo quanto previsto dall'art. 53 della Legge Regionale 56/77. Successivamente nel novembre 1995 l'adozione di un Piano Particolareggiato in variante al PRGC. Il P.P., subordinatamente all'attivazione dei meccanismi dell’art.53, con i correlati impegni industriali da parte della Società Mandelli e le intese sindacali, fissa gli estremi di una ristrutturazione 19


4. Categoria del Piano Regolatore a cui viene affidato il compito di sviluppare una progettazione esecutiva in grado di connettere in modo organico diverse parti di territorio. Nella fattispecie, all'ambito viene attribuito il ruolo di operare una transizione tra l'area della ex Mandelli (Parco della storia industriale) e il Parco della Certosa (ex O.P.). In questo senso, si tratta di una scelta che appare in sintonia con le ipotesi. progettuali del Piano Particolareggiato adottato nel '95.

urbanistica che riconosce un incremento di capacità edificatoria rispetto al PRGC vigente. Il perimetro dello strumento inoltre viene esteso, con un chiaro e lodevole obiettivo di ricucitura urbanistica, alle aree limitrofe: ad ovest fino ad includere la parte sud-est del complesso del parco della Certosa e, a sud, la porzione compresa tra la linea ferroviaria e la Via Torino. La Deliberazione di adozione del P.P. viene quindi revocata in occasione dell'adozione della Variante n. 12 al PRGC, avvenuta nell'ottobre del 1998. Questa nuova Variante attribuisce all'area delle ex Acciaierie Mandelli una destinazione diversa da quella industriale/di riconversione residenziale. L'idea progettuale sottesa alla variante risiede infatti nella creazione di un Parco della storia industriale, che prevede, sulla base del recupero di parte del complesso, attività di servizio alle imprese e alla cooperazione sociale, un centro fieristico, show room, servizi per il tempo libero e commercio destinando, quindi, l’intera area a servizi. Completa l'assetto urbanistico generale del macro-isolato, la destinazione della sua porzione ovest ad Area di ricucitura4. Nella fattispecie, all'ambito viene attribuito il ruolo di operare una transizione tra l'area della ex Mandelli (Parco della

storia industriale) e il Parco della Certosa (ex O.P.). In questo senso, si tratta di una scelta che appare in sintonia con le ipotesi. progettuali del Piano Particolareggiato adottato nel '95, che in parte era occupata anche da un altro edificio industriale dismesso (ditta Protex, poi demolita e rilocalizzata nel PIP lungo la ex S.S. 24) e in parte costituita da un'area libera di proprietà comunale. L'ipotesi del Parco della storia industriale prevista dalla Variante 12, poi recepita nel PRGC vigente, seppur sorretta da un articolato e suggestivo progetto, frutto di un concorso di progettazione internazionale nel 1998, giunto fino al livello di progettazione esecutiva, non ha avuto corso, presumibilmente per ragioni connesse ad un non sufficiente livello di fattibilità economica generale. L’area resta così nuovamente in preda al degrado. Si giunge al 2005, avviando una fase di maggior consapevolezza, con la presa di coscienza delle difficoltà ad affrontare le complessità connesse al riuso e alla riqualificazione delle aree industriali dismesse attraverso l’uso di approcci classici, ormai inadeguati (dove gli attori pubblici decidono in sostanziale autonomia i destini urbanistici di questi ambiti e approvano progetti e/o strumenti urbanistici che spesso restano solo sulla carta). 20


5. cfr. delibere di indirizzi per l'ambito di Via De Amicis e/o documento programmatico per ampliamento del PIP in termini di APEA 6. Cfr. i Piani Particolareggiati dell'Area ex Elbi, di Via Fabbrichetta e Via Messina; i progetti di Sportello Unico dell'IKEA, di Unieuro e Prima Industrie 7. Art.5 comma 9 L. 106/2011 “Al fine di incentivare la razionalizzazione del patrimonio edilizio esistente nonché di promuovere e agevolare la riqualificazione di aree urbane degradate con presenza di funzioni eterogenee e tessuti edilizi disorganici o incompiuti nonché di edifici a destinazione non residenziale dismessi o in via di dismissione ovvero da rilocalizzare, tenuto conto anche della necessità di favorire lo sviluppo dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, le Regioni approvano entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto specifiche leggi per incentivare tali azioni anche con interventi di demolizione e ricostruzione…"

La politica urbanistica messa in campo a partire da questo periodo dal Comune di Collegno vede, sotto il profilo del metodo, l’assunzione di 2 principi fondamentali. Uno riguarda il pragmatismo, da conseguirsi attraverso il perseguimento dell’approvazione di strumenti urbanistici (piani esecutivi e/o varianti), solo nel caso vi siano chiare condizioni di fattibilità e operabilità, condivise con gli operatori (nel caso di coinvolgimento di proprietà private). L’altro risiede nel definire preventivamente, almeno per quelle porzioni di territorio il cui sviluppo o trasformazione riveste carattere strategico, il quadro programmatico di riferimento attraverso “documenti di indirizzo” o “programmatici”5, utilizzando successivamente i diversi strumenti attuativi e/o di intervento in variante al Piano per portare a compimento tali scelte (Piani Esecutivi, Progetti di Sportello Unico, ecc.). Questo approccio ha dato luogo all'approvazione di numerosi progetti, tutti caratterizzati da un esito positivo, anche in termini di concreta attuazione6. Nel 2013, la proprietà dell'area delle ex Acciaierie concorda con l'Amministrazione Comunale una trasformazione urbanistica utilizzando i meccanismi del Permesso di costruire in deroga, introdotto con il c.d. Decreto Sviluppo, convertito nella legge

106/20117. Lo strumento consente di pervenire in tempi piuttosto contenuti ad un progetto di trasformazione e di ridefinizione complessiva di questo ambito cruciale per la Città. A seguito di un intenso lavoro di concertazione (strategica e tecnico procedimentale) tra Amministrazione e Proponenti si concorda il progetto di un nuovo quartiere, con un mix di funzioni bilanciato, seppur a marcata prevalenza residenziale. Più in dettaglio, il progetto approvato riguarda un'area con un'estensione di circa 45.500 mq con una previsione di edifici per una consistenza di circa 20.200 mq di SLP, dei quali 90% destinati alla residenza (con almeno il 20% convenzionata) e 10% al terziario commerciale-artigianale, oltre alla dismissione e sistemazione di circa 35.600 mq di aree per servizi pubblici. Va aggiunto che questo progetto interviene su un’area più ampia, inglobando la contigua Area di ricucitura ricucitura (avente un'estensione di circa 21.000 mq, con una SLP complessiva di 12.500 mq, dei quali 5.000 mq di Edilizia Residenziale Pubblica e 7.500 mq di Attività terziarie e commerciali) e proponendo un'idea compositiva unitaria. A questa soluzione si è pervenuti per l’iniziativa dell'Amministrazione, che ha saputo ri-orientare l'iniziale proposta dei Sog21


8. Sia lo Studio Unitario che il progetto ai sensi della Legge 106, sono stati redatti dallo Studio Picco Architetti. 9. Piano Casa

getti attuatori. Quest’ultima era infatti circoscritta ad un progetto (ai sensi della L. 106) che includeva, oltre all'area ex Mandelli, solo una porzione della limitrofa Area di ricucitura (ex Protex), lasciando sul terreno la porzione di proprietà comunale dell'Area suddetta, che quindi sarebbe rimasta monca e senza possibilità di essere attuata: una sorta di “scoria urbanistica”. Si è giunti quindi a concordare e adottare una strategia di questo tipo: definire progettualmente, attraverso uno Studio Unitario, l'intero ambito rappresentato dalla ex Mandelli e dall'intera Area di ricucitura; approfondire a livello edilizio la parte da sottoporre a Permesso di costruire in deroga, a sua volta suddivisa in unità d'intervento; considerare riferimento progettuale/linee guida lo Studio Unitario per la successiva redazione di un Piano Particolareggiato - in attuazione di PRG - per l'Area di ricucitura. Pertanto, formalmente, la Deliberazione del Consiglio Comunale n. 122/2013 ha approvato lo Studio Unitario (con valore di inquadramento e indirizzo progettuale) e contestualmente le deroghe relative al progetto ai sensi della L. 1068. Successivamente, rispetto alle intese assunte, sono state effettuate solo le demolizioni e la pulizia dell’area Mandelli, lasciando in piedi lo scheletro

del capannone principale, che il progetto prevede di riutilizzare al fine di mantenere una memoria storica del luogo. Il progetto, poi, si è bloccato a causa della recente crisi economica che ha colpito il Paese e l’Europa. Attualmente, la proprietà ha aderito al Progetto Collegno Rigenera, l’iniziativa promossa nel 2015 dal Comune di Collegno con l’intendo di raccogliere proposte di riqualificazione allo scopo di definire uno o più Programmi di Rigenerazione Urbana, Sociale ed Architettonica utilizzando i disposti dell’art. 14 della Legge Regionale 20/20099.

1.4 L'AMBITO NORMATIVO Attualmente direttive sull’area vengono fornite delle NTA “I bordi della città e le aree di via De Amicis” che interessa l’area di via De Amicis che si configura come luogo delle relazioni tra la città costruita e il verde dell’area del Campo Volo, tra il quartiere Borgata Paradiso ed il centro allargato. Il progetto prevede la riqualificazione dell’ambito investendo sia il tessuto esistente sia il territorio non edificato al fine di trasformare via De Amicis in un asse di condensazione e asse urbano di collega22


mento tra diverse funzioni pubbliche. L’accento, in particolare, viene posto a una nuova visione dei “luoghi del lavoro” che ne fa un’area di trasformazione con forte prevalenza di insediamenti produttivi e terziari. La destinazione d’uso per i luoghi del lavoro, propone un nuovo modo di concepire gli spazi destinati alla produzione, alla commercializzazione, all’ideazione e trasmissione delle informazioni, proponendo un nuovo modo di leggere le relazioni tra questi luoghi e la città. L’obiettivo del piano è la promozione di una maggiore attenzione progettuale per questi luoghi, in questo senso diventa prioritario il rapporto degli edifici con la strada, con lo spazio pubblico e con gli altri stabilimenti. Il documento programmatico per la definizione della variante al PRGC adottato dal Consiglio Comunale nel maggio 2005 prevede di eliminare “la promiscuità all’interno dello stesso isolato o macroisolato tra residenza e/o servizi pubblici e attività produttive”; lo stesso documento prevede di integrare “calibrati insediamenti residenziali” con un incremento della destinazione residenziale dall’attuale 10% ad un minimo del 25% della superficie lorda di pavimenti risultante dall’edificazione dell’area.

Secondo quando definito all’interno delle NTA l’intervento sull’area delle ex acciaierie Mandelli dovrà prevedere un’organizzazione planimetrica distribuita in una serie di edifici e contribuire ad una adeguata articolazione dello spazio urbano, che dovranno essere destinati ad edilizia residenziale pubblica e luoghi del lavoro. I nuovi edifici dovranno definire i fronti lungo via de Amicis e corso Pastrengo, ponendosi in relazione con il Parco Dalla Chiesa vicino. Da quanto esposto all’interno della documentazione appare insito desumere una serie di indirizzi a cui l’intervento dovrà fare riferimento: - verificare la possibilità di sviluppare il concetto di perequazione; - reinterpretare il concetto di mixité, ripensando via De Amicis come un nuovo ambito urbano coordinato in cui insistono: lo spazio inter-relazionale, lo spazio della casa, lo spazio produttivo, prestando anche attenzione alle esigenze infrastrutturali delle aziende e delle aree produttive che verranno confermate e/o previste. In ogni caso dovrà essere assicurato l’equilibrio tra le destinazioni produttivo-artigianale, commerciale, terziaria e residenziale, evitando la netta prevalenza di una destinazione sulle altre; 23


- affrontare il tema della mancanza di servizi e della cura dello spazio pubblico; - prevedere quote di edilizia residenziale pubblica e in locazione a prezzi convenzionati A partire da questi presupposti vengono poi definite caratteristiche più dettagliate per il recupero dell’area. L’impianto, infatti, viene individuato come caso di recupero e trasformazione del sito nel tentativo di definire una nuova centralità, un nodo di interscambio e di ricucitura tra il centro di Collegno e quello di Torino. Più attentamente, secondo quanto indicato all’interno dei documenti l’area Mandelli è definita dalla mosaicatura di diverse aree normative che la suddividono in due ambiti differenti denominati come “Comparto A” e “Comparto B”. Secondo quanto definito da tali documenti, in sintonia con il progetto di fattibilità del piano particolareggiato, il comparto A viene definito come l’area di ricucitura in grado di connettere in modo organico diverse parti di territorio, nello specifico quello di operare una transizione tra l'area della ex Mandelli (Parco della storia industriale) e il Parco della Certosa (ex O.P.). In particolare, con la sua Superficie Territoriale di 21092 m2 di cui il 45%, 9438 m2, di proprietà

privata della Nord Ovest Immobiliare ed il restante 55%, 11654 m2, di proprietà comunale, il comparto A viene configurato come area soggetta a sistemazione complessiva, riorganizzata in funzione dell’apertura della “nuova” via De Amicis e della trasformazione della adiacente area delle acciaierie Mandelli. I nuovi edifici, secondo quanto definito all’interno delle norme tecniche, dovranno essere destinati ad edilizia residenziale pubblica e a nuovi luoghi del lavoro; il piano infatti individua l’ambito come localizzazione adatta per attività di tipo terziario e/o ricettivo attribuendo allo spazio urbano un valore importante all’interno del progetto. "I manufatti potranno avere altezze diverse, mai superiori ai 5 piani fuori terra pari a 16 metri. La superficie lorda di pavimento complessiva a destinazione residenziale è di 5.000 m2, mentre quella destinata a luoghi del lavoro è pari a 7.500 m2. I nuovi edifici dovranno definire i fronti strada lungo via De Amicis e corso Pastrengo e realizzare una piazza pavimentata in grado di ridefinire l’ingresso al parco Dalla Chiesa e di porsi in relazione all’area di trasformazione delle ex acciaierie Mandelli". Per il Comparto B, con una S.T. di 45460 m2 di proprietà della sola Nord Ovest Immobiliare 24


s.p.a., il PRGC, in conformità con lo studio unitario che fornisce le linee guida urbanistiche ed architettoniche coerenti con l’assetto di interventi specifiche per il recupero e la riqualificazione dell’ambito urbano dell’ex Mandelli. Obiettivo dello Studio Unitario di Coordinamento Progettuale è la prefigurazione ed il controllo, in un disegno d’insieme coerente ed integrato, della trasformazione urbana dell’area Mandelli nel quadro di procedure e modalità attuative differenti, garantendo il permanere dei caratteri insediativi, della coerenza architettonica e tipologica, e delle prerogative di qualità urbana e dello spazio pubblico, prefigurate dal disegno d’insieme e necessarie per gli obiettivi di riqualificazione e di integrazione con la città circostante. In particolare viene attribuita all’area una destinazione d’uso divisa, tramite applicazione della legge 106/2011, tra 39230 m2 a servizi e 6230 m2 ai luoghi del lavoro, con un numero di piani degli edifici in progetto che ariano da 4 a 10 fuori terra, ed un indice territoriale di 0,44 determinato in base alla superficie lorda di pavimento complessiva prevista nel comparto B di 20218m2.

25


Suolo, consumo e riuso


Suolo, consumo e riuso

10. Strategia tematica per la protezione del suolo, adottata dalla Commissione Europea nel 2006 11. 12. 13.

APAT, 2008; Gardu et ak., 2013 Antrop,2004; Commissione Europea 2012 EEA, 1999; Commissione Europea, 2011

Nel corso degli ultimi sessant’anni la scarsa regolamentazione relativa al consumo del suolo ha permesso una crescita incontrollata della cementificazione e dell’edificazione provocando gravi ripercussioni ambientali su tutto il territorio10. Il suolo, infatti, è una risorsa naturale limitata, un corpo estremamente fragile che si rigenera in tempi generalmente molto lunghi ma che può essere distrutto o alterato dal punto di vista fisico-chimico-biologico in tempi molto brevi nonostante la sua resilienza, fino a giungere alla perdita delle sue funzioni. Tale fenomeno è notevolmente influenzato, tra le motivazioni principali, soprattutto dall’incremento demografico, dallo sviluppo industriale, dal proliferare delle infrastrutture e dalla disordinata espansione dei centri urbani. Il suo consumo è, infatti, un fenomeno associato alla compromissione e la perdita totale delle sue funzionalità fino al punto di inibire il suo ruolo nel ciclo degli elementi nutritivi11. L’impermeabilizzazione, infatti, rappresenta la causa principale di degrado del suolo, nei paesi più sviluppati come l’Europa, contribuendo alla distruzione del paesaggio, soprattutto rurale12. Tra le conseguenze dovute all’edificazione e all’impermeabilizzazione sono molteplici: perdita di biodiversità, incremento del

rischio di inondazioni, riduzione della ricarica delle falde, accumulo di inquinamento ed incremento delle temperature. L’uso e l’abuso di questa risorsa è derivabile da un’alterata percezione sociale dell’essenzialità del suolo per l’equilibrio ambientale, rinforzata dal suo essere una risorsa naturale riconosciuta come privatizzata e privatizzabile, incuranti della sua intrinseca fragilità e non rinnovabilità e delle conseguenze derivanti dalla sua distruzione. L’agenzia Europea per l’ambiente13, per rappresentare in maniera schematica i principali processi, causa-effetto, ha ideato il modello DPSIR (determinanti, pressioni, stato, impatti, risposte) adattandolo al caso del consumo del suolo in ambito italiano. Tale grafico mostra come le cause principali vengano identificate nella domanda abitativa, l’incremento demografico, nella domanda di insediamenti industriali o terziari, nelle infrastrutture per la mobilità ed il trasporto. Ciò che si evince da questo modello è quindi che nel quadro totale, le soluzioni, in merito al problema del consumo del suolo si riscontrano in una ricerca attenta e puntuale in cui diventa cruciale evitare di consumare ulteriore nuovo suolo permeabile, cercando di mantenere le sue funzioni naturali 28


Determinanti Domanda abitativa, necessità di infrastrutture, cambiamenti demografici, rendita, frammentazione.

Pressioni Urbanizzazione, sprawl urbano, infrastrutturizzazione, edificazione, trasformazioni di uso del suolo.

Stato

Impermeabilizzazione del suolo, copertura artificiale del suolo, biodiversità.

Impatti

Alterazione del ciclo idrologico, frammentazione di habitat, perdita di biodiversità.

Risposte Evitare nuovo consumo del suolo, mantenere le funzioni del suolo, deimpermeabilizzazione.

16.

14.

COM, 2006, 231

15.

COM, 2011, 571

SWD, 2012, 101 final/2

e tentare di restituirle laddove possibile. A livello europeo nell’ambito della Strategia Tematica sul Suolo14, la Commissione Europea ha evidenziato la necessità di sviluppare delle buone pratiche per mitigare gli effetti negativi dell’impermeabilizzazione sulle funzioni del suolo. Successivamente, la Tabella di marcia per un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse15 ha stabilito che entro il 2020 le politiche della UE dovranno tenere conto degli impatti derivanti dall’occupazione del suolo con l’obiettivo di raggiungere un consumo netto di suolo pari a zero per il 2050. In coerenza con questi obiettivi, i Servizi della Commissione Europea hanno predisposto il documento “Orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo”16. Queste linee guida raccolgono e illustrano esempi di politiche, normative, misure fiscali, piani urbanistici, campagne informative e molte altre best practice adottate in tutta la UE per ridurre o mitigare il consumo di suolo. Anche in ambito Italiano il tema è più attuale che mai. Secondo l’indagine dell’ISPRA negli ultimi anni il consumo del suolo in Italia è cresciuto ad una media di 8m2 al secondo, un fenomeno che dal 1956 non si è mai arrestato.

Presa coscienza della condizione attuale, che vede la cementificazione di un’area procapite di 370m2/anno e nel tentativo di centrare l’obiettivo proposto dalle politiche dell’UE in previsione del 2050, il 12 maggio 2016, è stato approvato il DDL 2039 sul “Contenimento del consumo del suolo ed il riuso del suolo edificato”. La legge introduce il principio secondo cui i Comuni, nelle loro scelte di pianificazione, dovranno fornire un'adeguata motivazione rispetto a nuove scelte di espansione, dando priorità assoluta alla rigenerazione delle aree già urbanizzate. In ambito nazionale per la prima volta vengono definiti fenomeni come: - “consumo del suolo”, ossia la variazione tra suolo non consumato e suolo consumato; - “impermeabilizzazione” ossia la variazione delle caratteristiche fisico-chimiche che eliminano la permeabilità dei terreni agricoli; - “rigenerazione urbana”, l’insieme di interventi urbanistici, edilizi nelle aree urbanizzate, compresi gli interventi volti a favorire l’insediamento di attività di agricoltura urbana come orti urbani e gli orti didattici. Tale decreto definisce, quindi, i termini in cui sono consentiti pratiche che comportino il consumo di 29


suolo agricolo in quei casi in cui non esistano alternative di riuso e rigenerazione delle aree già urbanizzate. In particolare l’articolo 1 di questo disegno di legge stabilisce principi fondamentali per la valorizzazione e la tutela del suolo, al fine di tutelare e promuovere l’attività agricola, il paesaggio e l’ambiente, in funzione di un contenimento del consumo del suolo. Stabilisce, inoltre, che pratiche come il riuso e la rigenerazione urbana, oltre a essere strumenti per il conseguimento dell’obiettivo primario del DDL, costituiscono principi fondamentali in materia di governo del territorio. La pianificazione territoriale,

2.1 BROWNFIELDS VS GREENFIELDS

Consumo del suolo 1950

urbanistica e paesaggistica si adegua, quindi, alle norme della legge, privilegiando la rigenerazione di “vuoti urbani”, ovvero degli edifici e delle aree dismesse, non utilizzate o abbandonate preventivamente individuate e censite dai comuni. Si assegna inoltre una delega specifica al Governo, da esercitare entro 9 mesi, per semplificare le procedure per gli interventi di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate, e stabilire un regime di favore sugli oneri di urbanizzazione per gli interventi di ristrutturazione edilizia.

2016

Il processo di de-industrializzazione, che ha portato molte città italiane a trasformarsi a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, ha lasciato in eredità un gran numero di aree dismesse. Parallelamente, negli ultimi anni, il tema del consumo del suolo, come abbiamo visto, è salito alla ribalta in maniera preponderante. Queste precondizioni individuano in questi siti grandi potenzialità. La rigenerazione urbana di queste aree diventa l’occasione di soddisfare da Fonte: rapporto consumo del suolo ISPRA 30


17. A questo proposito è utile ricordare che il termine brownfields assume ufficialità in termini normativi solo nel contesto statunitense. 18.

Cabernet (2006): Sustainable Brownfield Regeneration, Cabernet network report, ISBN 0-9547474-5-3

19. In Italia, dall’indagine del 2002, nella sola provincia di Milano lo spazio occupato dai brownfields era stimato in circa 1.260 ettari (fonte: Annuario dei dati ambientali Apat) 20.

Regions for economic Change Commission staff working paper SEC (2006) 1432, 8.11.2006.

21.

Fondi Strutturali, Life Ambiente, Programmi di Iniziativa Comunitaria

22. Legge n. 426/1998; Decreto n. 468/2001, Leggi finanziarie annuali, Delibere CIPE, Accordi di Programma, leggi relative ad interventi speciali, Fondo di rotazione di cui al D.M. 14 ottobre 2003.

un lato la necessità di ridurre il consumo del suolo, e dall’altro incrementare la qualità di aree più degradate delle città. Tali aree, genericamente porzioni di territorio urbanizzate, utilizzate per usi industriali o commerciali ma in stato di dismissione in attesa di riqualificazione vengono definite con il termine brownfield17. I brownfield sono siti risultanti da utilizzi precedenti di un terreno e della zona ad esso circostante, attualmente abbandonati o sottoutilizzati, che possono presentare problemi di inquinamento reali o percepiti. Essi sono localizzati prevalentemente all’interno di aree urbane e richiedono interventi che consentano il loro riutilizzo18. La bonifica di un brownfield e la sua rigenerazione rappresenta una preziosa opportunità, non solo per prevenire la perdita della campagna incontaminata, dei cosiddetti greenfields, ma anche per migliorare gli spazi urbani e porre rimedio ai terreni contaminati dall’industria. L'Agenzia europea dell'ambiente (AEA) ha stimato che sono presenti ben tre milioni di brownfields in Europa19, che dispongono di buoni collegamenti e di un’ottima localizzazione all’interno del contesto urbano e come tale forniscono un'alternativa competitiva agli investimenti su terreni vergini. Tuttavia, la loro rige-

nerazione sostenibile richiede il pieno supporto di progettisti, nonché approcci innovativi e integrati. Sono numerosi i benefici derivanti dal riuso e del ripristino di un brownfield, nonostante la decontaminazione possa essere complessa e costosa. Da questo punto di vista i brownfield e gli spazi non più utilizzati si offrono come opportunità per ripensare le funzioni del territorio sviluppando nuove sinergie tra amministrazione pubblica, privato e sociale. Esistono a questo proposito strumenti normativi per stimolare gli investimenti e delle linee guida per il consumo del suolo che possono costituire un importante strumento per le politiche di rigenerazione e riduzione dello urban sprawl20. L’importanza che rivestono nell’attuazione di queste strategie si riflette anche negli investimenti proposti dall'UE attraverso due progetti chiave: Tailored Improvement of Brownfield Regeneration in Europe (TIMBRE) e Holistic Management of Brownfield Regeneration (HOMBRE), entrambe incentrate su una maggiore diffusione di metodi innovativi ed esistenti, tecnologie e strumenti di supporto decisionale. Le risorse messe a disposizioni per la bonifica e la valorizzazione dei brownfields possono essere sia di natura pubblica che privata. Le risorse pubbliche sono quelle comunitarie21, quelle nazionali22 e regionali. 31


Bonifica integrale

Adaptive remediation

Mappatura degli inquinanti

Mappatura degli inquinanti e valutazione del potenziale

Bonifica integrale

Messa in sicurezza, riuso preesistenze e fitobonifica

Insediamento nuovi usi e funzioni

Insediamento progressivo al progredire della bonifica

2.2 STRATEGIE DI BONIFICA: ADAPTIVE REMEDIATION Il processo di bonifica, in un ipotetico processo evolutivo di un sito, si pone a cavallo tra il momento in cui un uso (industriale, produttivo, estrattivo, logistico, ecc.) caratterizza il sito e ne definisce le condizioni di uso con le relative regole che dipendono dal tipo di utilizzo, e il momento in cui un nuovo uso (residenziale, commerciale, turistico, a servizi, produttivo di nuovo, ecc.) caratterizza il sito e ne definisce nuove e diverse condizioni d’uso. La bonifica è quindi il fenomeno che permette questo passaggio, questo cambiamento di destinazioni d’uso, normato dall’urbanistica e dai regolamenti edilizi; in questa fase i parametri che regolano questo processo sono solo parametri sanitari, ambientali, chimico-fisici (rischi, concentrazioni, livelli di inquinanti, etc.). Il concetto di bonifica è legato, infatti, all’idea di riportare il sito ad un’ideale stato primitivo. Una “formattazione” delle condizioni fisiche ed ambientali di questi siti che ritrova, però, difficoltà realizzative soddisfacenti in proporzione alle risorse energetiche ed economiche necessarie, rendendo tale pratica poco “sostenibile”. I problemi principali, come ad 32


23. Le risorse messe a disposizioni per la bonifica e la valorizzazione dei brownfields possono essere sia di natura pubblica che privata. Le risorse pubbliche sono quelle comunitarie (Fondi Strutturali, Life Ambiente, Programmi di Iniziativa Comunitaria), quelle nazionali (es. Legge n. 426/1998; Decreto n. 468/2001, Leggi finanziarie annuali, Delibere CIPE, Accordi di Programma, leggi relative ad interventi speciali, Fondo di rotazione di cui al D.M. 14 ottobre 2003) e regionali.

esempio la lunga procedura autorizzativa, in un periodo di crisi come quello in cui versa oggigiorno il contesto europeo ed italiano, rischiano di bloccare il processo di rigenerazione, in quanto tale processo risulta essere poco appetibile per i possibili investitori, privati o pubblici che siano23. Le lacune nella normativa riguardano, ovviamente, anche i terreni liberi o agricoli, greenfield, e più in generale l’uso del suolo. Risulta chiaramente meno oneroso costruire su questi ultimi che su un terreno ex industriale da bonificare. La maggiore attenzione al tema del consumo di suolo, però, non solo da parte delle autorità ma anche dell’opinione pubblica, di promotori e professionisti, può invertire questa tendenza, incrementando il valore e l’appetibilità dei brownfield. In questo ambito possono rappresentare un’interessante opportunità i cosiddetti siti orfani, quelli di cui, secondo la definizione dell’unione europea, non sia possibile individuare il responsabile dell’inquinamento. Per questi siti l’unione europea richiede la creazione di un meccanismo di finanziamento pubblico per la loro bonifica. in un periodo di carenza di fondi pubblici, proprio per questi casi peculiari si potrebbero ipotizzare sistemi di finanziamento innovativi di tipo pubblico-privato per bonificare i siti

e riqualificarli in vista di nuove funzionalità urbane. Una bonifica integrale, con il ripristino del 100% delle condizioni naturali o compatibili con attività umane, è molto costosa, in condizioni di scarsa domanda o di grandi dimensioni dell’area, intervento che potrebbe risultare più dispendioso del futuro valore commerciale dell’area stessa portando ad un valore di investimento iniziale eccessivamente alto. Per questo motivo è necessario pianificare l’operazione con strumenti innovativi al fine di ottimizzare i costi di bonifica e di realizzazione del progetto di rigenerazione. Nella pratica operativa possiamo rifarci a due concetti che entrano in gioco in questa serie di interventi: quello di adaptive riuse e quello di adaptive remediation. Mentre il concetto di adaptive riuse definisce una modalità di trasformazione basata su specifiche condizioni di preesistenza con l’obiettivo di minimizzare gli interventi necessari al riuso dell’area, l’adaptive remediation si basa sul analizzare le condizioni preesistenti del sito, che diventano fondamentali nella definizione del progetto di riuso, che avrà come intento quello di minimizzare il costo degli interventi di bonifica necessari, a parità di condizioni di sicurezza garantite ai cittadine e alle comunità locali. Questa 33


metodologia trova forma in un progetto programmato ed integrato di rigenerazione organizzato nel tempo e nello spazio, in cui l’operazione di bonifica e gli interventi vengono distribuiti ed organizzati nel tempo in armonia con la previsione di usi futuri, al fine di minimizzare le risorse ed ottimizzare i costi per la realizzazione. Si tratta di progettare la riqualificazione tenendo conto della contaminazione in sito, delle destinazioni urbane auspicate e delle soluzioni progettuali più adatte in modo da utilizzare i fondi a disposizione in maniera più efficace. Questo approccio dovrebbe mirare a ridestinare risorse che andrebbero spese per una bonifica integrale, pur garantendo la sicurezza dal punto di vista ambientale e sanitario, verso scopi che abbiano maggiori ricadute sul territorio e permettano un concreto avvio delle attività di riqualificazione.

2.3 DESIGN INTEGRATO Da sempre la bonifica è stata vista come una fase a sé nel ciclo di vita di un sito, separata dal prima e dal dopo. Essa ha autonomia tecnica e normativa ed è sempre stata interessata da competenze e

professionalità che non si sarebbero poi interessate del futuro progetto dell’area post – bonifica. La scarsa interazione tra le varie professionalità in gioco all’interno del processo evolutivo, in particolare tra chi sovrintenderà ai lavori di bonifica e chi si occuperà del progetto di rigenerazione, è stato uno dei principali “difetti” che ha comportato una frammentazione dei meccanismi progettuali generando conseguentemente una dispersione di potenzialità e conoscenze. Ciò che risulta evidente, quindi, è come sia necessaria una partecipazione a diversi livelli, sia tra i diversi stakeholders in gioco nel processo di rigenerazione, sia nelle varie fasi del processo di rigenerazione. È in questo contesto che può inserirsi per fornire maggiore qualità all’intero processo, il concetto di Design Integrato. Con il termine anglosassone integrated design si intende un processo progettuale condiviso che, nel caso di trasformazioni urbane di siti contaminati, prevede collaborazione e diffusione dei saperi tra i tecnici che si occupano della bonifica, i progettisti che studiano la riqualificazione, i proprietari delle aree, l’autorità pubblica, e il coinvolgimento degli abitanti. Il fine è quello di ottimizzare le risorse e contemporaneamente di ridurre le spese e il 34


dispendio di energie, in un’ottica di sostenibilità ambientale. In un periodo di forte crisi economica in cui è sempre più difficile trovare degli investitori, e di sempre maggiore attenzione per la salute dell’ecosistema, processi di questo tipo sembrano poter offrire una risposta efficace. Il modello progettuale dell’integrated design e dell’adaptive remediation, in un’ottica di rigenerazione urbana, diventano ottimali quando all’interno del processo decisionale partecipativo, vi è il coinvolgimento, oltre che delle diverse figure professionali interessate alle varie fasi, anche di quello proattivo dei cittadini. La cosiddetta progettazione partecipata può aiutare a rispondere ai bisogni reali del territorio e può mitigare l’insorgere di manifestazioni di dissenso, evento assai frequente nel caso di bonifiche. Un programma di rigenerazione deve necessariamente includere il punto di vista della comunità locale in modo da non avere reazioni negative e discordanti sulla percezione dello spazio urbano. Per questa ragione, affinché un progetto di rigenerazione di un brownfield sia effettivo, diviene di fondamentale importanza investigare il punto di vista della comunità che risiede nelle aree adiacenti, in modo da considerare ogni beneficio che potrebbe derivare dalla rifunzionalizzazione

del sito, oltre ai meri benefici economici. Molti studi adottano l’approccio dal Landscape Preference Studies (LPS) per investigare la percezione pubblica della qualità dello spazio; questo generalmente consiste in sondaggi, questionari ed interviste su differenti scenari per valutare le preferenze. In generale i risultati indicano che l’atteggiamento ad una rigenerazione urbana di un’area dismessa, non è automaticamente vista in modo positivo, specialmente per quei siti rimasti inutilizzati per molto tempo percepiti come “vuoti” o “inerti” nonostante la bonifica. Ciò che sicuramente però risulta essere valore aggiunto per quasi la totalità della popolazione è la qualità dello spazio urbano. In termini di attrattività, infatti, un’attenta progettazione dello spazio pubblico del sito e la presenza di spazi verdi, gioca un ruolo fondamentale nella nuova percezione di tali vuoti da parte comunità.

35


Culture-led regeneration


Culture-led regeneration

24. Alberto Magnaghi, Il progetto locale, Torino, Bollati Boringhieri, 2000. 25.

Andrea Fumagalli, “Lo spazio come esternalità in via di estinzione: terziarizzazione e lavoro cognitivo".

La pianificazione delle città in epoca fordista si basava sulla trasposizione del modello della fabbrica a quello della città. La città, per poter raggiungere il successo e la razionalità dell’industria, doveva basarsi su di un effettivo “zooning” cioè sull’individuazione e la divisione delle diverse funzioni, l’abitare, il lavoro, la circolazione, lo svago, e sulla standardizzazione. Al fine di realizzare questo progetto, però, era necessario stabilire un controllo centralizzato di tutto il processo della produzione edilizia. Si è sviluppato un rapporto di sfruttamento tra produzione e territorio, divenendo, così, un mero “supporto tecnico di funzioni ed attività economiche, che sono localizzate secondo razionalità sempre più indipendenti da relazioni con il luogo e le sue qualità ambientali, culturali, identitarie”24. Con la crisi del modello produttivo fordista la fabbrica, in particolar modo nelle città europee e nord americane, cessa di essere il luogo principale della produzione capitalistica. La città e il territorio, cessano di avere un ruolo marginale di supporto alla produzione, diventando essi stessi il mezzo e il fine della produzione capitalistica25. In questo processo cambia la funzione della pianificazione urbana e territoriale. Non si tratta più di imporre la razionalità dell’industria al territorio, ma di organiz-

zare e utilizzare in maniera più “sostenibile” i fattori economici, sociali ed ambientali che operano su un dato territorio, fornendo strutture tecniche per poter garantire gli interessi di tutti i soggetti implicati. Si passa quindi dal modello del government al modello di governance, ossia da un modello di governo incentrato sul ruolo esclusivo dell’attore pubblico ad un modello fondato sulla collaborazione tra diversi attori portatori di interesse. Negli ultimi decenni le politiche territoriali hanno portato l’attenzione sugli aspetti cognitivi e immateriali dei prodotti e dei servizi, portando ad una progressiva commistione tra cultura ed economia. Lo stesso concetto di creatività, inteso come capacità di saper generare nuove soluzioni utili al fine di realizzare innovazioni, è stato utilizzato con un’accezione sempre più ampia fino ad essere considerata una delle risorse più importanti che le aziende e le città stesse hanno a disposizione per ottenere un vantaggio competitivo, divenendo il fulcro delle economie contemporanee. Tali politiche, dette comunemente creative o culture-led comprendono tutte quelle azioni intraprese da soggetti pubblici finalizzate a creare le condizioni di contesto a supporto della cultura e della creatività, come leva per lo sviluppo economico e sociale 38


26. Commissione Europea, Le industrie culturali e creative, un potenziale da sfruttare, 2002. 27. Carta M., Reimagining Urbanism. Creative, Smart and Green Cities for the Changing Times, 2014,cap2.

di un territorio. A questo scopo, non si è limitati solo ad una ridefinizione dello spazio fisico, ma ad una definizione più generale delle politiche di sviluppo del territorio, coinvolgendo anche fattori di tipo economico, sociale, industriale ed ambientale perseguendo quell’ossimoro che è lo sviluppo sostenibile. Il tentativo sancisce un fondamentale passaggio dall’economia fordista a quella della conoscenza, con il progressivo abbandono delle forme tradizionali di produzione industriale a favore dei settori dei servizi e dell’innovazione, in quanto “le fabbriche sono [state] progressivamente sostituite da comunità creative, la cui materia prima è la capacità di immaginare, creare e innovare”26 e dove la comunità stessa, il territorio, l’ambiente sono gli elementi chiave per ottenere un risultato in grado di sostenere l’attuale popolazione e quella futura riducendo il più possibile gli impatti. Dagli anni 2000, il ruolo dell’economia culturale e dell’industria creativa è diventato un protagonista della trasformazione della città e della loro attrattività costituendo un vero e proprio settore nella nuova rivoluzione industriale. Le città creative mirano alla creazione di una nuova urbanità, sono orientate a ripensare la città attraverso la

matrice culturale, agendo sulla mobilità, l’accesso, i servizi, proponendosi come potenti attrattrici della popolazione27. Sono numerosi gli esempi di differenti municipalità, come Manchester, Liverpool, Bilbao e la stessa Torino, che, a fronte dell’aumento delle aree dismesse, hanno saputo utilizzare la necessità di ripensare l’utilizzo di queste aree per implementare politiche che permettessero di rilanciare la propria economia fino ad arrivare anche alla ridefinizione della propria immagine. In tal senso, alcune città hanno investito ingenti risorse nella creazione di importanti istituzioni culturali coinvolgendo anche architetti di fama internazionale nella realizzazione dei cosiddetti iconic o landmark buildings (si pensi ad esempio a Bilbao con il museo Guggenheim oppure a Sheffield con la Millennium Gallery). Altri territori, come a Manchester con il Northern Quarter e, in Italia, Milano con la Bovisa, hanno focalizzato la propria attenzione sull’implementazione di azioni a favore dell’agglomerazione di attività creative in diverse forme di cluster per riposizionare l’economia locale e aumentare la capacità di attrazione di talenti creativi dall’esterno. Altre città, infine, hanno utilizzato la leva degli eventi culturali come i concerti, i festival o i grandi 39


eventi. In tutti questi casi, le amministrazioni locali hanno utilizzato la cultura, la creatività e l’entertainment come strumenti di politica territoriale al fine di generare importanti esternalità positive in termini economici e sociali, arrivando a sviluppare azioni di marketing territoriale che hanno migliorato l’immagine del proprio territorio, incrementandone i flussi turistici e riposizionando il target dei visitatori su fasce più qualificate e specializzate28.

3.1 PERIFERIE RESILIENTI

28.

Garcia, 2004b; Mizzau e Montanari, 2008; Quinn, 2005

29. Paesaggi periferici. Strategie di rigenerazione urbana. Con, Andrea Boeri, Maria Cristina Forlani, Alessandro Gaiani, Vittorio Manfron, Roberto Pagani. Cap.1

Le periferie delle città contemporanee si propongono alle politiche pubbliche, all'urbanistica e alla progettazione urbana come componenti attivi di una città in rapida evoluzione, guidate da nuove prospettive e nuovi paradigmi orientati dai nuovi dispositivi di pianificazione. Le periferie, precedentemente aree marginali e controverse, si sono evolute contribuendo in modo significativo al cambiamento che si sta verificando nel contesto della metamorfosi della città. L’impegno nell’affrontare la questione della riqualificazione delle periferie – spaziale, sociale, economica – trova un nuovo impulso nel non limitarsi

ad un loro recupero fisico o ad un risanamento ambientale, ma ad agire sulla loro più complessiva capacità rigenerativa dei tessuti sociali, economici e produttivi. L’efficacia dell’azione di recupero passa attraverso azioni che siano capaci di intervenire soprattutto sul capitale sociale e relazionale, attivando processi di rivitalizzazione della base economica attraverso il ripensamento delle attività produttive. Riconnessioni e ricuciture che operano sulla ricostruzione di un tessuto connettivo compromesso o “disconnesso”, devono introdurre nuovi “connettori urbani” capaci di generare nuovi poli attrattivi in grado di ristabilire connessioni, percorsi e riferimenti capaci di generare una nuova “trama” nel tessuto urbano29. A livello sociale il recupero degli spazi urbani, attraverso il cambiamento della loro destinazione d’uso originaria, rappresenta uno dei più efficaci strumenti a disposizione per rinvigorire il tessuto sociale e stimolare l’emergere di soluzioni creative ed innovative. A questo proposito, cultura e creatività, intese come leve per la rigenerazione urbana, sono uno degli strumenti che generano innovazione sociale, il quale può essere definito come un processo creativo, in gran parte di tipo 40


32.

30.

Sgaragli, 2014

31.

Bauman, 2001

Laundry 2006, Sacco 2003

collettivo, finalizzato alla realizzazione di beni e servizi che migliorino il livello di benessere di una comunità, ad esempio, di educazione, welfare e inclusione sociale30. Il contesto, infatti, può generare innovazione per la collettività quando caratterizzato da contaminazione reciproca e processi di scambio. Una particolare “atmosfera creativa”, può sostenere lo sviluppo delle interazioni sociali e le condizioni necessarie per la condivisione della conoscenza; nella maggior parte dei casi sono stati coinvolti entrambi gli aspetti tramite il lancio di imprese sociali e culturali ospitate all’interno di incubatori o hub. Tali luoghi acquistano nuovo valore per le città in quanto intercettano reti di relazioni e divengono contenitori di progettualità che la società civile può esprimere attraverso azioni organizzate e concertate. Sotto questo punto di vista, sono le comunità stesse che costruiscono l’interno di questi spazi, rendendoli centri di innovazione bottom-down spesso con un approccio aperto ed inclusivo. Lo sviluppo di un distretto creativo può rappresentare l’opportunità di rigenerare il senso di identità della comunità locale sia attraverso lo sviluppo di microimprese locali che nel coinvolgimento diretto dei cittadini nella vita del distretto. Si tratta di un

esplicito tentativo di contrastare la tendenza individualizzante della società31 provando a valorizzare i vantaggi della dimensione collettiva. L’atmosfera di un distretto culturale non coinvolge, infatti, solamente gli operatori dal punto di vista professionale, ma anche una parte più allargata della comunità; proprio per questo l’arte e la cultura sono spesso state concepite come elementi connettivi di diversi segmenti della società, come ad esempio artisti, appassionati di cultura, l’élite culturale, giovani e fasce più disagiate della popolazione, sempre più spesso al centro di interventi di integrazione che prevendono un forte ruolo dell’arte e della cultura32.

3.2 OBIETTIVI E PRATICHE I valori di comunità divengono elementi chiave per la pianificazione: sono il luogo nel quale società ed urbanistica si legano nel modo più esplicito e forte - Henri Lefebvre sostiene il diritto alla città come un “cambiare noi stessi cambiando la metropoli”. L’organizzazione dello spazio collettivo imposta nuovi obiettivi di pianificazione legati al cambiamento e al rafforzamento di tutte le compo41


nenti della società, questi, per una pianificazione più efficiente ed equilibrata, avranno da: - ricollocare la città in una adeguata gerarchia urbana; - venire in contro ai nuovi bisogni sociali; - incrementare gli spazi pubblici come un’opportunità per aumentare l’inclusione sociale e la mobilitazione attraverso nuove politiche urbane che incoraggino i cittadini a rianimare lo spazio pubblico. Conseguentemente, gli interventi per la loro efficacia devono attraversare contemporaneamente quattro dimensioni: la riconnessione intesa come azioni di miglioramento dell’accessibilità; la rigenerazione, intesa come intervento sul degrado fisico e ambientale e come lotta all’esclusione e alla marginalità sociale, potenziando il capitale sociale delle periferie ponendo particolare attenzione alla progettazione a scala micro, per il progetto della residenza e degli spazi pubblici; la policentralizzazione, per la creazione di nuove centralità e per la mixité di funzioni e servizi; la resilienza per la riattivazione di nuovi metabolismi urbani, intesa come capacità di adattamento alle spinte di trasformazione urbana. È necessario che gli interventi di trasformazione,

anche quelli relativi agli alloggi sociali, siano capaci di produrre valore aggiunto e di diversa natura – urbano, ambientale, sociale, economico; si tratta di cooperare per creare nuove opportunità e nuovi valori, innovando e migliorando l’efficienza statica delle città e dei quartieri residenziali, attivando nuove dinamiche e promuovendo il ruolo della ricerca. È a partire da tali considerazioni che possiamo a seguito riportare un primo repertorio di pratiche ritenuti utili ad indirizzare il disegno di progetti e politiche di rigenerazione, si tratta di pratiche complesse che rendono necessaria la costruzione di interventi capaci di mettere a sistema e integrare fattori fisici, economici e sociali, elementi materiali e immateriali, soggetti individuali e collettivi, senza tuttavia dimenticare la centralità che lo spazio deve assumere nel definire nuovi statuti di abitabilità per la città contemporanea.

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3.2.1 Ri-centrare Nella ridefinizione delle periferie, è necessario concentrare l’attenzione sulle molte scale di relazioni che oggi connotano il fenomeno urbano. Se osservati da lontano e dall’esterno, numerose aree marginali di degrado oggi rivelano un inedito ed elevato valore posizionale che può trasformarsi in un vero e proprio vantaggio localizzativo all’interno di armature insediative di area vasta e di processi di pianificazione strategica. Un valore connesso alla localizzazione entro più ampie aree e dotazioni metropolitane; alla prossimità a grandi nodi e assi della mobilità che, ridefinendolo spazio attraverso nuovi reticoli e piattaforme di sviluppo, acquistano un ruolo sempre più rilevante nella competitività urbana, alla connotazione di parti ormai consolidate dal punto di vista fisico e funzionale, alla posizione al limite tra diversi stati dell’urbano. L’inserimento di elementi nodali e di nuove centralità è senza dubbio il motore di dinamiche di rigenerazione, a patto che si crei, al tempo stesso, un sistema di luoghi di mediazione, intervenendo, cioè, alla scala appropriata sulle componenti strutturali del tessuto urbano, come gli spazi pubblici e i percorsi, la densità e il riequili-

brio del mix delle destinazioni d’uso. La combinazione di questi fattori infatti merita una particolare attenzione al fine di evitare di improntare l'approccio ad una mera connessione o all'immissione di nuovi spazi senza riporre attenzione alle loro reciproche compatibilità, rischiando così non eliminare il "distacco" che vi è tra le periferie e il centro metropolitano. È necessario individuare gli assi e le linee di forza che riconnettano le parti, distaccandosi dalle semplici strategie di sistemazione e ripristino dell'esistente, attraverso la formazione di nuovi “poli di attrazione” come elementi di ricucitura con il centro città attraverso politiche che ne intreccino le relazioni. Risulta importante potenziare e valorizzare l'esistente attraverso la realizzazione di attrattori di flussi che provochino un costante riversamento dalle periferie al centro urbano e dal centro urbano alle periferie, "cancellando" quei limiti, fisici e psicologici, che contraddistinguono molte realtà odierne.

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3.2.2 Relazionarsi al contesto La consapevolezza di intervenire su parti complesse e consolidate della città contemporanea deve far sì che il progetto di riqualificazione non si configuri come un insieme di azioni estranee al contesto. Occorre costruire i presupposti per adeguare l’esistente all’emergere di nuove domande, a partire dallo sviluppo delle potenzialità e dalla gestione delle criticità già presenti. L’approccio progettuale dovrà quindi essere il più possibile rispettoso dei caratteri sociali e spaziali che spesso già costituiscono il campo di espressione di un insieme variegato di pratiche formali ed informali. Mantenere un contatto con la storia del luogo, genera un senso di appartenenza e solidarietà all'interno del senso comune, restituendo una maggiore cura degli spazi stessi migliorando, così, le condizioni di vita nei quartieri. Allo stesso modo, il progetto di riqualificazione dovrà farsi occasione per reinterpretare idee e assetti spaziali che sono alla base del permanere di soluzioni architettoniche ed urbanistiche di qualità, catalizzando i caratteri strutturanti e qualificanti della situazione in cui si andrà ad operare, individuando i termini della trasformazione che dovrà

essere in grado di confrontarsi con il frequente mutamento delle relazioni con il contesto. A tal fine dovranno essere messe in campo sia modalità di osservazione improntate all’immersione nei quartieri e all’esposizione a pratiche di partecipazione e ascolto di chi li abita e fruisce, sia pratiche di sopralluogo rilievo ed analisi tecniche tese ad indagare la condizione di partenza, al fine di decretare potenzialità e criticità. In questo modo il progetto avrà modo di porsi come scenario strategico di trasformazione, nato da ragionamenti generici e più tecnici, ma che adeguandosi alle esigenze e alle caratteristiche del sito ogni volta analizzato, andrà a definire soluzioni specifiche e maggiormente qualificanti con uno "sforzo minore" e nel rispetto di chi quello spazio lo vivrà.

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3.2.3 Promuovere la creatività Attribuire alla città pubblica il ruolo di città creativa significa riconoscere come i processi di trasformazione urbana assumano maggiore valore dalla costruzione e dal rafforzamento di un ambiente culturale talvolta già presente. Assumere la creatività come categoria progettuale impone così di spostare l’attenzione da una semplice risoluzione delle problematiche riscontrate, all’immissione di opportunità concrete volte a ri-orientare le energie locali e relazionali, processi di mutamento e mobilitazione in atto verso la produzione di qualità ed innovazione, fattori indispensabili per dare un nuovo impulso alla competitività delle città contemporanee in un’ottica di coesione spaziale e sociale. La collocazione generalmente marginale rispetto a interessi e dinamiche urbane e le condizioni che spesso emergono di disagio e degrado in cui si ritrovano a vivere, rendono le periferie laboratori di innovazione dove la necessità diventa virtù e il cambiamento nasce dall'esigenza e non dalla programmazione; il progetto è quindi sollecitato ad assumere un atteggiamento inclusivo nei confronti di esperienze improntate ad una interpretazione dello spazio urbano, non solo come luogo costrui-

to, ma soprattutto come opportunità per esprimere una creatività fondata sul coinvolgimento attivo di una pluralità di soggetti, nella modificazione di situazioni ambientali, sociali ed economiche preesistenti. La creatività, in questo senso, diviene fenomeno capace di aggregare, coinvolgere e supportare cambio di rotta nell'immaginario collettivo dell'idea di periferia avvalendosi della cultura come attrattore e generando così nuovi modi di vivere lo stesso spazio urbano. La trasformazione della città in un palcoscenico di eventi culturali ed artistici o orientati al loisir, infatti, può offrire ai quartieri coinvolti l’occasione sia di supportare nuovi processi di identificazione generando una nuova visione di sé stessa, sia di mettersi in relazione con più ampi territori urbani.

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3.2.4 Costruire nuove forme di welfare La carenza di risorse finanziarie e gestionali a disposizione dell’operatore pubblico rende ormai la collaborazione di attori istituzionali e soggetti privati, un fattore imprescindibile dei processi di riqualificazione. Il progetto diviene così un’occasione per orientare verso scopi comuni azioni e procedure che spesso fanno riferimento a differenti campo di intervento. Il progetto di riqualificazione deve farsi promotore della produzione di spazio pubblico del pubblico, delineando le condizioni per restituire gli spazi spesso anonimi e inutilizzati delle periferie. Attraverso processi di dialogo ed apprendimento il progetto si pone come mezzo di traduzione in un linguaggio fisico e concreto le aspirazioni a uno spazio nel quale il pubblico può riconoscersi e per il quale mobilitarsi, facendo leva anche su quel senso di appartenenza. Per giungere a tali scopi il progetto dovrà comporsi di strategie, non necessariamente promosse dall’operatore pubblico, in grado di capitalizzare ed implementare ciò che i diversi soggetti coinvolti nella sua ideazione possono offrire. Dovrà integrarsi alle scelte supportate da altre politiche generali e

settoriali, fondarsi su un dialogo effettivo tra diverse competenze professionali per promuovere percorsi di empowerment di abitanti e operatori locali. Dovrà altresì confrontarsi con la scarsità di risorse economiche che spesso grava sulla gestione, in funzione della possibilità di assegnare un peso crescente a processi di autocostruzione e autogestione di immobile e spazi comuni.

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3.2.5 Ridurre il degrado sociale Le grandi aree metropolitane sono vittime, specialmente nei propri tessuti più periferici, di diffusi processi di degrado. Una condizione aggravata nel volgere di pochi anni dalla crisi economica e dai suoi effetti nella vita delle città, che hanno prodotto a loro volta ricadute in termini di emergenza sociale, abitativa e anche sul fronte della mobilità. Da questo assunto e considerando l’evoluzione della città risulta necessario ripensare i quartieri non più come ambiti del confinamento di specifici gruppo sociali, portatori di bisogni spesso erroneamente ricondotti a standard e soluzioni omologate, ma impone una lettura diversa che li identifica come luoghi capaci di accogliere nuovi residenti e nuovi utenti; se la città del futuro è una città che ingloba e coinvolge ogni membro della comunità al fine di renderlo parte attiva di questo processo. Diventa quindi fondamentale improntare il progetto di riqualificazione su nuovi requisiti di flessibilità, articolazione tipologica e morfologica capaci di sopperire alle esigenze di chi non possiede i requisiti necessari per risolvere da solo questo problema. Rispondere al mutare di forme e stili dell’abitare e lo spazio privato e gli

spazi collettivi diventa prerogativa del progetto di riqualificazione, non solo architettonica ma sociale ed economica. A sostegno di questo processo interviene una concezione più attenta sul metodo e sulle caratteristiche di quest'ultimo; lavorare su una maggiore varietà e flessibilità dei caratteri distributivi degli alloggi, promuovere l’articolazione delle funzioni e usi collettivi, introdurre soluzioni distributive e costruttive di qualità costituiscono i presupposti risolvere e risollevare quella condizione in cui si trova a vivere parte della popolazione "emarginata" nelle periferie, al fine di diversificare la composizione sociale nei quartieri, dei tempi e dei modi di utilizzo dei loro spazi.

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3.2.7 Disegnare sistemi di paesaggio Se focalizziamo la lettura del paesaggio suburbano alla scala del tessuto edilizio e delle parti che ne costituiscono la trama, si rivela, una marcata alterazione del tessuto urbano. A determinare questa alterazione contribuiscono principalmente la bassa densità edilizia, che dilata le proporzioni degli spazi pubblici, la scarsa qualità architettonica e l’uniforme ripetitività del paesaggio. Queste condizioni inibiscono il formarsi e il consolidarsi di un tessuto connettivo fatto di luoghi in grado di mediare il rapporto tra spazi privati e spazi pubblici. Negli spazi interstiziali l’assenza del tessuto connettivo genera delle vere e proprie “faglie urbane”: luoghi, o più spesso vuoti urbani, nei quali aree residenziali, spazi verdi, tracciati viari, agglomerati commerciali si fronteggiano divisi da fratture, contrasti violenti o repentini salti di scala. La concentrazione e la separazione di questi servizi ripropongono alla scala del quartiere, i problemi rilevati a scala urbana, della distanza e della separazione. Le modalità di accesso a questi luoghi non è quasi mai agevole per i flussi pedonali, l’architettura parla il linguaggio dell’edilizia in-

dustriale, spazi pubblici e aree verdi sono in realtà aree non edificate. Riqualificare è un’occasione per ripensare sia le forme e gli usi dei paesaggi al margine dell’urbano, sia il ruolo che essi possono assumere nel disegno di sistemi di spazi aperti verdi che, infiltrandosi nella città contemporanea, la riconnettano a contesti più estesi. Un' attenta progettazione dello spazio verde interno al quartiere in un'ottica di trasformazione degli stessi al fine di definirne una funzione, quale parco, giardino, area sportiva, risultano rafforzati se pensati in una visione di spazi attraversabili e fruibili da utenti provenienti anche dal resto della città. L'occasione fornisce poi anche la possibilità di riportare all'interno dell'ambito urbano un concetto di campagna che, attraverso parchi agricoli periurbani, sistemi di orti urbani come sistemi di produzione a km 0, permetta di prolungare lo spazio dell'abitare anche al di fuori delle mura domestiche.

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3.2.8 Risparmiare risorse La necessità di far fronte al degrado edilizio e urbanistico può tradursi in un’occasione per riciclare parti di città in un’ottica di risparmio di risorse energetiche ed ambientali. Il riciclo è oggi una risposta efficace al recupero creativo dei materiali urbani. La questione non riguarda solo il riutilizzo dei materiali, degli spazi, degli edifici, quanto la necessaria rigenerazione architettonica, sociale ed economica. Il riciclo genera nuove parti di città fondate sul riuso creativo dell’abbandono, dalla modificazione d’uso dei tessuti insediativi tradizionali. Questo deve riguardare i numerosi materiali in disuso o in dismissione sia abitativi, sia logistici, sia produttivi, sia paesaggistici, ponendo un limite massimo al consumo del suolo e stimolando il riutilizzo di zone già urbanizzate. Per la riduzione del consumo del suolo il nodo risiede nell’attivazione di un’efficace fiscalità urbanistica che premi e agevoli chi costruisce su suoli di riciclo, ad esempio incentivando o detassando chi realizza insediamenti che riattivino i brownfields e che alleggeriscano l’impronta ecologica dei grayfields. L'obiettivo è quindi quello di ridurre il divario qualitativo del patrimonio architettonico attraverso l'uso

di tecnologie avanzate, combinando criteri tecnologici attivi e passivi per invogliare il riciclo del territorio e fermarne il consumo. Ma promuovere il risparmio delle risorse energetiche non può semplicemente terminare nel campo delle soluzioni spaziali offerte dal progetto. Tali soluzioni si rafforzano se conseguentemente supportate dall'attivazione di processi indirizzati agli abitanti mirati a supportare stili di vita più responsabili come nel caso di una attenta raccolta differenziata, le pratiche di sharing e di mobilità più "green".

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Parte2 | Il progetto Analisi del sito


Analisi del sito

4.1 STATO DI FATTO La situazione attuale del sito dell'ex Acciaieria Mandelli è connotata da un elevato stato di degrado. Dopo che la proprietà ha cominciato i lavori di demolizione dei fabbricati pre-esistenti nel 2014, l'unico edificio ancora in piedi risulta essere il fabbricato principale, di cui, però, permane soltanto la struttura metallica. Il resto del lotto è caratterizzato dalla presenza di vegetazione naturale incontrollata, dalla totale assenza qualsiasi tipo di percorso pre-esistente, da un avanzato stato di degrado e dalla presenza di un muro di cinta in mattoni che ne delimita tutto il perimetro e ne annulla quasi totalmente l'accesso. Ad aggiungersi al complesso dell'ex Mandelli, è stato considerato all'interno dell'ambito di progetto anche l'edificato dell'ex Jura, ex fabbrica di prodotti metallici per la carpenteria, ormai in stato di abbandono e compresa all'interno delle manifestazioni del Programma "Collegno Rigenera". Ciò che ne rimane è il capannone originale, anch'esso caratterizzato da un particolare stato di degrado. Lo stato di fatto è connotato quindi dall'assenza di una programmazione e di un'organizzazione degli spazi pubblici che si ripercuote sull'intero contesto

cittadino. La mancata valorizzazione degli elementi rimasti, l'assenza totale di una mera illuminazione notturna, l'assenza di funzioni definite e di spazi pubblici fruibili e l'assenza di un controllo dell'area ha comportato la crescita del senso di disagio e degrado effettivo e quello ancor più alto percepito dai residenti dell'area. Le potenzialità del sito, però, risultano evidenti se soggette ad un processo di riqualificazione, sia per la posizione, che risulta essere strategica, posta tra l'area collegnese e quella torinese, rientrando così all'interno di un ragionamento più ampio quale il piano strategico "Torino Metropoli 2025", sia per la mobilità che risulta già essere sufficientemente consistente in un'ottica di fruibilità futura dell'area. E' previsto il prolungamento verso ovest della Linea 1 della Metropolitana di Torino, che seguendo via E. De Amicis fino all’incrocio con corso Pastrengo e, superando il sottopassaggio della ferrovia Torino/Modane, arriverebbe in asse di corso Francia.

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STRUTTURA

Posizione

Posizione dell’area rispetto al contesto urbano, criterio utile per valutare la potenzialità esistenti di utilizzo dell’area da parte dei residenti e dei frequentatori temporanei provenienti da altri contesti.

Accessibilità

Grado di raggiungimento dell’area rispetto alla mobilità esistente, tramite mezzi di trasporto pubblico, e la qualità delle indicazioni da e per il contesto.

Pedonabilità

Velocità di frequentazione dello spazio pubblico, più è bassa (pedonale e ciclabile) più aumentano le occasioni di interazione e viene valutata con un punteggio più alto.

FUNZIONE

Grado di difficoltà di attraversamento dello spazio pubblico a seconda della pendenza del terreno, più è bassa più favorisce il flusso di persone e la facilità di raggiungimento delle diverse aree presenti.

Mix funzionale Permeabilità piani terra

Criterio che misura la capacità dello spazio pubblico di non essere elemento a parte del sistema urbano, ma di interagire con le funzioni esistenti.

Spazi dedicati alla cittadinanza Spazi esterni ombreggiati

Spazi dove svolgere attività gestite da organizzazioni ed associazioni come eventi, mostre e laboratori.

Comfort dell’arredo urbano

TEMPORALITÀ

Grado di mix di diverse attività svolgibili all’interno dello spazio pubblico.

Presenza di spazi in cui è possibile sostare e svolgere attività grazie alla presenza di zone ombreggiate tramite coperture o alberature per favorirne lo sviluppo nei diversi periodi dell’anno. Criterio che misura l’attenzione posta nel posizionamento dell’arredo urbano, che tiene conto del numero degli elementi, la varietà degli stessi e la loro qualità materica oltre che la facilità nella gestione della manutenzione.

Flessibilità dell’intervento

Capacità di essere facilmente adattabile a nuove esigenze funzionali ed a quelle degli utilizzatori diretti, garantendo diverse modalità di utilizzo in base a eventi o preferenze individuali.

Presenza di eventi

Presenza di eventi costanti che garantiscano all’area una maggiore presenza di vita e fruizione.

Potenzialità per eventi Fruizione temporale continuata dello spazio

Capacità di essere facilmente adattabile sfruttabile all’uilizzo di una serie di eventi temporanei integrabili con i flussi esistenti. Capacità dello spazio di essere frequentato in tutti gli orari del giorno, grazie ad un intelligente disposizione delle funzioni ai piani terra degli spazi aperti per garantire una maggiore fruibilità.

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CULTURA AMBIENTE SOCIALE

Identità

Capacità dello spazio urbano di distinguersi dal contesto urbano e rendersi identificabile da tutti i tipi di utenti grazie alle sue caratteristiche, fornendo un senso di appartenenza al luogo da parte dei cittadini.

Punti di riferimento

Grado di elementi che favoriscono la scoperta dello spazio pubblico aiutando a definire i punti di forza presenti e rendere tale scoperta autonoma per ogni tipo di frequentazione.

Patrimonio culurale

Conservazione e valorizzazione del patrimonio presente nello spazio pubblico per mantenere i caratteri presenti tipici del luogo.

Aree verdi e alberature

Presenza di aree verdi e spazi alberati necessari per garantire una dimensione urbana a misura d’uomo nel rispetto della natura e migliorando la qualità dell’area.

Orti urbani Utilizzo di sistemi ambientali innovativi

Presenza di spazi in cui poter esercitare attività alternativa di cura del verde e coltivazione da parte dei cittadini. Utilizzo di tecnologie di recupero dell’energia e delle acque per poter garantire una riduzione dell’impatto ambientale dell’intervento realizzato.

Fruizione sociale mista degli spazi

Possibilità di garantire un uso dello spazio adatto a diverse classi sociali ed età, per favorire i diversi utilizzi dell’area.

Spazi di aggregazione

Criterio che garantisce la presenza di aree adatte all’aggregazione ed il relax per favorire l’interazione e l’attraversamento lento dello spazio.

Nuove occasioni lavorative Sicurezza degli spazi Spazi per svago/ sport

Grado di promozione delle attività lavorative con nuovi posti di lavoro grazie a spazi dedicati all’esercizio di attività di questo genere. Grado dello spazio pubblico di trasmettere sicurezza durante il suo utilizzo, soprattutto durante le ore più critiche come quelle serali o notturne, raggiungibile attraverso maggiore illuminazione e il riutilizzo dei piani terra. Presenza di aree adatte all’esercizio fisico e non solo, per garantire un utilizzo semi-permanente delle aree.

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4.2 LIVELLI DI INQUINAMENTO Secondo la Circolare del Presidente della Giunta Regionale 9 maggio 2012, n.7/UOL ha escluso dalla VAS gli interventi ai sensi della Legge 106/2011. Ciononostante, sono stati prodotti approfondimenti di carattere ambientale sui diversi aspetti (suolo, rumore, viabilità). In particolare, con riferimento a quelli relativi all’inquinamento del suolo, basandosi su un’anamnesi storica, sono stati effettuati dei campionamenti il cui esito ha evidenziato, in relazione al set analitico proposto, il rispetto delle Concentrazioni Soglia di Contaminazione (si tratta pertanto dei valori maggiormente tutelanti dal punto di vista ambientale). Non sono stati effettuati sondaggi sulle aree edificate, operazione posticipata alle fasi successive alla demolizione. A tale proposito, nello schema di convenzione, è stato incluso l’obbligo di produrre, ad avvenuta demolizione di tutti i fabbricati ed altri manufatti esistenti nei comparti “A” e “B” sino al piano di campagna, prima del rilascio del primo permesso di costruire in deroga, un aggiornamento esaustivo della Valutazione di qualità ambientale del suolo allegata allo

Studio Unitario, con modalità concordate con il Comune e i soggetti competenti (ARPA e ASL). Nel caso in cui emergesse la necessità di procedere a bonifiche del suolo ai sensi dell’art. 242 del medesimo D. L.g.s., sia nelle aree private che quelle cedute al Comune con la presente convenzione, tutti i relativi costi da sostenere sino alla conclusione delle eventuali bonifiche saranno a totale carico della Società Nord Ovest e/o suoi aventi causa. Considerato l’attuale stato di degrado e la pregressa destinazione industriale dell’area gli operatori hanno proceduto con una accurata caratterizzazione ambientale finalizzata alla verifica della qualità della matrice ambientale suolo. Nel 2012 il risultato di tale analisi quindi ha definito che "la qualità ambientale del suolo e del sottosuolo dell'area in esame è tale da garantire la attuabilità delle previsioni progettuali senza avviare le procedure di messa in sicurezza, bonifica e di ripristino ambientale previste dal decreto legislativo 152/06 e s.m.i.". In assenza di effettivi risultati più attendibili, aggiornati al periodo post-demolizione, avvenuta come già detto nel 2014, nell'analisi progettuale ci rifacciamo a quanto appena definito e prendendo per certo la qualità ambientale del suolo. 56


Siti di campionamento 57


4.3 TRASPORTI L'analisi effettuata in merito ai sistemi di mobilità relativi al contesto che stiamo andando ad esaminare mostrano come l'area sia ben servita in termini di mezzi differenti su gomma e su rotaia. L'area in questione è servita da diverse linee di trasporto pubblico (urbano, suburbano ed extraurbano) che permettono il collegamento fra le zone della Città e i Comuni limitrofi. Esiste, inoltre, un progetto preliminare dell’estensione ovest della metropolitana di Torino; si innesta dalla diramazione del deposito di Collegno ubicata subito dopo la stazione Fermi, sulla via E. De Amicis nel Comune di Collegno. Successivamente il tracciato si sviluppa planimetricamente lungo via E. De Amicis fino all’incrocio con corso Pastrengo, sottopassa la ferrovia Torino/ Modane, e si porta al di sotto ed in asse con corso Francia. La tratta prosegue poi lungo corso Francia fino alla frazione di Cascine Vica del Comune di Rivoli, in corrispondenza dell’intersezione con la tangenziale est. Lungo la tratta si prevede un’area attrezzata a parcheggio di interscambio presso la stazione di Cascine Vica.

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4.4 VIABILITÀ La posizione strategica dell'ex acciaieria Mandelli è definita a nord da via De Amicis, a sud da via Torino, a ovest da corso Pastrengo e ad est da via Cernaia. L'area si colloca nei pressi di Corso Francia, una dei principali assi di collegamento con Torino che parte dal centro storico e si sviluppa verso ovest. L'area inoltre si pone nelle immediate vicinanze del sottopassaggio della ferrovia posta subito alle spalle del lotto. Il contesto è caratterizzato però da una scarsa presenza di percorsi pedonali favorendo quindi il trasporto su gomma; manca quindi la definizione precisa di una maglia di percorsi ciclo-pedonali che possa incentivare l'utilizzo di autoveicoli e favorire un miglioramento delle condizioni di salubrità dello spazio urbano. I percorsi veicolari, però, conferiscono all'area notevoli qualità in merito al collegamento con il centro di Torino e Collegno rendendola raggiungibile facilmente. Inoltre è presente l'ingresso dell'autostrada a nord al confine con il Campovolo.

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4.5 AREE DI PARCHEGGIO In un contesto come quello dove stiamo andando ad operare, il cambiamento di rotta verso una ricentralizzazione e di ricucitura tra i centri urbani e i limiti esterni, un tempo terreno d'industria, mira allo sviluppo e all'attrazione di nuove frange di popolazione, stabile e temporanea. Risulta quindi necessario considerare, da un punto di vista logistico, la possibilitĂ di accogliere questa nuova popolazione in previsione di tale espansione e considerare le quantitĂ  che si hanno a disposizione a tal scopo. Sono state riportate di seguito le aree adibite a parcheggio mostrando che la maggior parte di esse si collocano lungo lo sviluppo delle principali arterie presenti nel contesto. Tra questi, si inseriscono quello piĂš ampio posizionato sul lato opposto alla stazione dell'attuale capolinea della linea 1 della metropolitana e quello posizionato all'incrocio tra corso Fratelli Cervi e via Vittorio Sassi. Per queste ultime sono state stimate, partire dalla dimensione delle aree e considerando un posto auto di dimensioni di 5,5x2,5m una capienza approssimata di circa 2100 posti auto.

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4.6 SUOLO PERMEABILE Come è possibile notare nell'elaborato, l'area esaminata è connotata da poche e frammentate porzioni di spazi che conservano ancora quelle caratteristiche "ambientali" naturali, dove il suolo è ancora permeabile. La maggior parte del suolo, infatti, ha subito nel corso degli anni e per via della funzione che ha svolto l'area, opere artificiose al fine di rendere tale suolo impermeabile. Un aspetto simile permette quindi di identificare la necessità di ristabilire all'interno del quartiere un assetto più equilibrato tra spazi verdi progettati e pavimentati. Vengono, inoltre, indicate aree verdi più ampie che si collocano immediatamente nei pressi del sito d'intervento, in particolare quella del campovolo e quelle del parco Dalla Chiesa e della Certosa reale. In particolare quest'utlima si pone a stretto contatto con il sito e con l'area identificata come sede della stazione per la futura espansione della linea 1 della metropolitana, diventando punto di particolare interesse nella definizione di un progetto.

Aree verdi progettate Aree verdi incolte 61


4.7 PERCORSI PEDONALI Ad oggi diventa necessario sviluppare nell'opinione pubblica una coscienza più "green" al fine di sviluppare pratiche del vivere meglio. Risulta necessario quindi prendere in esame soluzioni capaci di incentivare questi comportamenti. Un primo passo è quello di ridurre l'utilizzo di mezzi di trasporto, produttori di smog ed inquinanti, attraverso il miglioramento delle reti ciclo-pedonali. È stata, per questo motivo, effettuata un'analisi sulle presenze di questo genere al fine di definire la qualità e la continuità di questi percorsi presenti nell'area. Da tale analisi è possibile notare che tali percorsi circoscrivono grandi aree senza un’effettiva continuità riducendo, conseguentemente, il livello di sicurezza. L'interruzione di tali percorsi, infatti, significa spezzare quella segnaletica che definisce i limiti e ne gestisce l'utilizzo. Sembra quindi indispensabile, al fine di promuovere queste pratiche, definire concretamente dei percorsi continui e confortevoli che permettano ai cittadini di potersi muovere in tranquillità e in totale sicurezza senza dover utilizzare trasporti anche per percorrere brevi distanze.

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4.8 USI INSEDIATI Nel tentativo di definire un progetto che si potesse inserire in un contesto è stato effettuato un censimento delle funzioni presenti sul sito per comprendere come si sia sviluppata l'area e quali potessero essere le funzioni adatte da inserire all'interno del tema progettuale. Dalla lettura dell'elaborato è possibile identificare, le diverse funzioni distinte tra residenziale, commerciale ed industriale definendo in alcuni punti fabbricati in cui si svolgessero più di una funzione alla volta. Nell'intera area, a carattere principalmente industriale, si è notato come a sud dell'area interessata ci fosse una compresenza di edifici a carattere residenziale, nello specifico il fronte di via Torino è quasi totalmente adibito ad uso residenziale fatta eccezione per due fabbricati della ferrovia e la marmeria. A nord, invece, sui fronti strada nord ed est invece gli edifici sono caratterizzati da una funzione mista commerciale terziario produttivo ad esempio il "supermercato della carta" o la "Tyco Tlectronics" posizionati, nello specifico, sul fronte strada di via Cernaia.

Residenziale

Industriale

Misto commerciale

Terziario produttivo 63


Strategie progettuali


Strategie progettuali

5.1 UNA NUOVA COMMMUNITY HUB La “spazialità” e il “visivo” hanno avuto un ruolo di primo piano nel plasmare gli spazi urbani ed i centri storici di molte città italiane. La peculiarità di alcune esperienze sta nel radicamento della qualità degli spazi pubblici nella vita della comunità, piuttosto che nel considerare la qualità degli spazi come una dimensione rarefatta o distinta della vita sociale e dell’esperienza umana. Piazze, edifici o altri luoghi non costruiti ai quali le persone hanno accesso per realizzare attività lavorative e imprenditoriali, ricreative, sociali, o ancora ove usufruire di servizi, simboleggiano e segnalano l’importanza dello spazio come condizione preliminare per la realizzazione delle potenzialità individuali e collettive, all’interno di tale spazio e, quindi, al di là di esso. In questo senso, risulta interessante capire quali capacità lo spazio attiva, ossia che cosa sta oltre gli elementi visivi e materiali della spazialità. In altre parole, si pone l’accento sui valori, le finalità e i contenuti degli spazi, sottolineando l’interconnessione che si trova tra lo spazio fisico e le esperienze che questi spazi offrono alle persone, quali

bisogni soddisfano, come questi spazi si situano all’interno della vita sociale e culturale di una comunità, come possono attivare dinamismo sociale ed economico, così come nuove opportunità. Pensare in questi termini è quanto mai attuale, in un momento in cui il territorio appare ampiamente eroso da eccessivo sfruttamento, e la direzione che si è andata delineando nell’approccio urbanistico e paesaggistico corrente è quella di rigenerare le aree edificate, riutilizzare edifici esistenti, ri-qualificare le riserve naturali. A fronte di questi scenari, le imprese sociali hanno di fronte l’opportunità di porsi come attori privilegiati, sfruttando le loro caratteristiche e competenze nel coinvolgere dal basso gli attori della comunità. Questo è infatti il tipo di processo che l’impresa sociale mette in pratica nel momento in cui ricerca soluzioni imprenditoriali alle sfide di sviluppo locale (come, ad esempio, migliorare l’inclusione sociale, l’impegno culturale, la rigenerazione del territorio e l’uso sostenibile delle risorse ambientali e del paesaggio). Se da un lato in passato le imprese sociali si sono proposte come attori capaci di dare risposte ai bisogni di particolari categorie di utenti attraverso lo 66


sviluppo di servizi di welfare, dall’altro emergono forme di disagio diffuso che interessano trasversalmente le comunità locali e la società più in generale. Si pensi, ad esempio, alla spinta generalizzata verso comportamenti opportunistici ed esclusivi, in certa misura legati alla centralità della competizione e a valori legati al consumo. Si pensi altresì agli effetti di isolamento ed emarginazione connessi ai nuovi stili di vita e al rapporto consumistico degli individui con gli spazi urbani, rurali, naturali. Il bisogno di rigenerazione sociale, che fino ad ora ha interessato prevalentemente le esigenze di particolari gruppi di individui, tocca i territori e le loro comunità in maniera diffusa. In risposta a questi fenomeni, gli studi sul capitale sociale hanno evidenziato che, laddove il tessuto di relazioni sociali sia eroso e prevalga l’isolamento, vengono meno anche la capacità di confronto, i comportamenti virtuosi di cooperazione, responsabilità sociale, valorizzazione degli asset privati e comuni. La comunità intesa come spazio di relazione, cooperazione, comunicazione, deliberazione e democrazia, sviluppo e autodeterminazione rischia lo sgretolamento e la scomparsa. Allo stesso modo, possiamo chiederci se la carenza di momenti di confronto che diano voce e potere de-

cisionale agli attori comunitari (spazi deliberativi) e spazi fisici destinati all’interazione tra individui con esperienze e bisogni diversi non contribuisca altresì ad un deficit di relazionalità, forme di governo e risposte ai bisogni delle comunità. Il momento è favorevole per il settore, di slancio, con la possibilità di focalizzarsi sullo sviluppo delle comunità e dei territori a partire dalla spazialità fisica e dallo sviluppo della relazionalità. Lo scopo è duplice: dare voce ai soggetti interessati, generare capitale sociale e, allo stesso modo, avere un quadro più chiaro degli esiti indotti dalle scelte di rigenerazione e dei loro effetti nel lungo periodo. L’approccio favorisce lo sviluppo di competenze democratiche e deliberative all’interno della comunità (ad esempio, attraverso i forum pubblici, festival o altre iniziative di coinvolgimento), riunisce attori provenienti da diversi settori (privato noprofit, privato a scopo di lucro, settore pubblico, famiglie, etc.) e con diverse competenze (ad esempio, imprenditoriali, di sviluppo locale, sanitarie, sociali, artistiche, storico–culturali, di housing, di rigenerazione urbana e paesaggistica). Nel conteso offerto dalle politiche partecipative e deliberative, le imprese sociali possono diventare parte integrante di un frame work decisionale 67


ampio. Quando le imprese sociali supportano processi deliberativi, la rigenerazione sociale si esprime non solo tramite i servizi offerti, ma anche trasversalmente, per mezzo di percorsi di valorizzazione del pensiero critico, della creatività e promuovendo atteggiamenti cooperativi all’interno della comunità. La rigenerazione e l’uso dello spazio, in questo contesto, ha lo scopo esplicito di migliorare la qualità della vita all’interno delle comunità e riconosce – altrettanto esplicitamente – che i valori e le identità multiple presenti nella comunità si riflettono in maniera piuttosto permanente nelle scelte che riguardano l’uso dello spazio. Si evidenzia dunque la necessità di studiare come la rigenerazione sociale, urbana, rurale ed ambientale possa essere intesa come processo di creazione di capitale non solo materiale ma anche relazionale, e di come la rigenerazione possa essere integrata nella strategia innovativa dell’impresa e implementata con meccanismi di coordinamento inclusivi e deliberativi. L’area dell’ex Mandelli, in quest’ottica, si pone come occasione per tentare di ipotizzare un possibile esempio di rigenerazione, non solo urbana, ma anche sociale, ambientale e culturale.

Nel caso specifico il sito oggetto di tesi rappresenta un importante frammento da ricucire al centro urbano e, allo stesso tempo, un rilevante nodo di comunicazione tra Collegno e Torino, in una visione più ampia di città metropolitana. Sui presupposti presentati precedentemente, la strategia progettuale parte dal principale obiettivo di riportare, all’interno di quel tessuto urbano di impronta industriale, quelle funzioni che siano in grado di ripensare e riproporre nuove forme di vivere lo spazio pubblico, privato da un punto di vista di interazione sociale e culturale e riportando all’interno di quello stesso contesto, figlio di un passato a carattere primariamente ad area produttiva, nuove forme e nuovi luoghi del lavoro compatibili con le altre funzioni dell’abitare, al fine di restituire all’area stessa una nuova connotazione che si basi sul concetto di scambio ed interazione. L’idea si focalizza sull’inserimento di nuovi modelli di vivere la città e che si integrino tra di loro formando nuovi spazi immateriali che si andranno a definire dalle reciproche influenze che avranno tra di loro attraverso una progettazione urbanistica e architettonica che costruisca relazioni e non solo contenitori. La soluzione sta nella creazione di spazi che si integrino con una proposta conti68


nua di innovazione nei modelli di attrazione, nel coinvolgimento dei consumatori e dei produttori, che facciano emergere il valore del processo di “elaborazione culturale” come nuovo carattere identificativo dell’area in oggetto. L’intento di tale approccio risulta essere, quindi, quello di coinvolgere il distretto urbano, non limitatamente ai confini del lotto considerato, e di farlo rivivere dando nuovo valore agli spazi come modelli di innovazione sociale. Questa visione di nuovo “distretto creativo” molto vicina a quella di community hub, ha, inoltre, il potenziale per creare nuovi posti di lavoro e rafforzare l’economia locale. Incubatori di impresa e servizi condivisi aiutano a fornire formazione professionale e accesso a nuovi servizi e risorse sia per il quartiere che per l’intera città. Si tratta di una nuova concezione di “fabbrica” che si basa su cooperazione e sperimentazione, lavorando come una ”creative start-up”. Come una fabbrica che trasforma materie prime, energie ed informazioni, in beni di consumo, questo nuovo concetto di “fabbrica creativa” è in grado di produrre una nuova concezione del vivere la città, in cui le arti e le industrie culturali si diffondono come

attività trainanti, influenzano le modalità di produzione e di consumo, modificano l’uso degli spazi costruiti. L’approccio progettuale intende riproporre il concetto di distretto come luogo a servizio della comunità, uno spazio ibrido di inclusione sociale che generi coesione e contaminazione e che sia visto come punto di accesso a servizi di welfare, orientati verso la creazione di impresa. Uno spazio di produzione e di lavoro, in grado di far convivere l’artigiano, il giovane creativo e la cooperativa sociale, il coworking, il fab-lab e l’asilo e la caffetteria. La sua strategia è di contrastare l’esclusione generando nuovi posti di lavoro consolidandone contemporaneamente un senso di comunità che si rischia a volte di perdere. Un luogo allo stesso tempo dai caratteri residenziali e lavorativi che mediante un nuovo assetto culturale permette un risviluppo del quartiere circostante. In questa ottica la comunità stessa è oggetto e soggetto della rigenerazione. Il “communiy hub” diviene un servizio per la comunità messo in atto dalla comunità stessa, essendo loro stessi protagonisti nell’ambito di rigenerazione del proprio quartiere, partecipando attivamente a tutti i processi. Il centro del progetto diviene la relazione perso69


ne-comunità. Questo tipo di approccio fornisce non solo di coinvolgere una pluralità di soggetti dal punto di vista sociale, ma diventa occasione possibile per sviluppare una strategia di marketing orientata ad attrarre un numero di gruppi distinti che potrebbe giocare un ruolo decisivo nella realizzazione e nella riuscita del progetto. Differenti sarebbero i stakeholders interessati come proprietari di piccole aziende in cerca di una collocazione o imprenditori in cerca di nuove opportunità, sviluppatori che potrebbero essere aperti ad investire nel polo tecnologico attraverso una nuova definizione di spazio di lavoro, impianti di produzione comune, uffici ed incubatori di impresa e le istituzioni locali per approfittare dell’occasione per favorire un riassetto dei quartiere, ridurre il degrado ambientale e sociale e generare l’insediamento di nuove centralità urbane, singoli privati in cerca di residenza che potrebbero inserirsi in un progetto di questo tipo. A definire alcuni punti di forza del progetto e le sue potenzialità di intervento nella società come opportunità di inserimento e strumento innovativo nelle agende politiche della città contribuiscono tre considerazioni puntuali:

- Un terreno di policy-making: Il progetto apre alla sperimentazione di una visione non compartimentata dell’urbano, rivelandosi come un terreno inedito di policy-making e di innovazione istituzionale. Luoghi plurali, versatili e interdisciplinari, il progetto può avere la capacità di convocare simultaneamente l’attenzione delle politiche urbane, di quelle sociali, culturali, economiche: spazio di lavoro, di servizi per la comunità, culturali, di creatività, di commercio. Un cantiere di prova e sperimentazione anche per il policy-maker. - Un’opzione per le periferie: Il progetto si presta a riconoscere, attivare e portare valore per i cittadini, in particolare nelle aree caratterizzate da “vuoti urbani”, marginalità sociali, terrein vagues e disagio abitativo e sociale, come nel particolare nell’area dell’ex Mandelli. In generale questo tipo di strategia e di approccio è in grado di trattare simultaneamente la presenza di spazi degradati o in abbandono e la stratificazione sociale, economica e culturale dei bisogni della comunità che si esprimono ricorsivamente, ma non trovano risposte concrete. Diseguaglianze sociali, discomfort abitativo e diversità culturali sono fattori che in periferia trovano una densità maggiore tale da costituire un’arena di frizione e, allo stesso 70


tempo, un laboratorio di creatività sociale. - Un campo di innovazione sociale e culturale: Il progetto si pone in risposta all’esigenza di costruire nuove “ecologie locali” capaci di produrre sintesi dinamiche fra pratiche di cambiamento che si generano spontaneamente in società e istanze di pianificazione e programmazione del cambiamento orientate dalle politiche. L’innovazione sociale e culturale sono elementi abilitanti e contemporaneamente “cerniere” tra queste due componenti, i rispettivi saperi e attori. Come specifico ambito di progettazione di processi sociali e culturali che si pone in continuità con i processi spontanei in corso dal basso, l’innovazione dispone di visioni, strumenti e metodologie sufficientemente diversificate per accompagnare, amalgamare e sostenere il passaggio da una disseminazione di svariate (spesso micro) esperienze di creatività sociale a nuovi modelli sostenibili di sviluppo socio-urbano, al contempo sostenuti dal basso e abilitati dalle pubbliche amministrazioni. Supportare il business locale e creare nuove opportunità di lavoro si mostra quindi come una possibile arma per proseguire verso il tentativo generale di rigenerare, utilizzare le industrie cre-

ative come leva per generare un impatto sociale culturale ed economico positivo. In un contesto come quello dell’ex acciaieria Mandelli ridurre marginalità e degrado sociale sembrano promuovendo la coesione e la connessione tra residenti diventa l’obiettivo principe per portare nuova linfa vitale all’interno di un contesto, ad oggi, caratterizzato dal grigio dell’industria fordista.Migliorare la vivibilità del quartiere significherebbe, a ragion veduta, migliorare la qualità della vita dei residenti. Rigenerare, dunque, è il termine generico per indicare ciò che l’intento progettuale ha in mente, ma molti sono i fattori che entrano in gioco in questo processo che, affinché abbia un effettivo ritorno in termini socio-culturali, economici ed ambientali, necessita di analisi più approfondite e confronti attivi. La strategia che si vuole applicare, però, è il frutto di un ragionamento attento e puntuale su tematiche reali che ha come obiettivo quello di ipotizzare un progetto che rispetti il più possibile quelle che sono le richieste pervenute e che potrebbero soddisfare una comunità, quella presente e quella futura.

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5.2 LE NUOVE FUNZIONI 5.2.1 La casa di quartiere La Casa del Quartiere è un laboratorio per la progettazione e la realizzazione di attività sociali e culturali che coinvolge associazioni, cittadini, operatori artistici e culturali; è uno spazio aperto e multiculturale, luogo di incontro e di scambio di attività e persone. Gli spazi adibiti alla funzione di Casa di Quartiere sono di proprietà pubblica che, tramite l’affitto agli enti associativi permette il sostentamento delle spese di gestione degli immobili. Le funzioni che qui vi risiedono sono molteplici, atte ad attivare processi di integrazione e partecipazione per rendere i cittadini protagonisti attivi del cambiamento. Le associazioni possono, così, occuparsi della sostenibilità del territorio, garantendo la gestione di spazi e servizi della collettività come orti urbani sparsi per il quartiere e l’organizzazione di corsi di formazione e di attività, offrendo un vero e proprio servizio per lo svago ed il lavoro. Gli spazi dedicati a Casa di Quartiere hanno lo scopo di divenire dei veri e proprio punti di riferimento per i cittadini. Le associazioni potranno occuparsi di erogazione di

servizi per i residenti, di attività di intrattenimento e formative e di servizi sociali. A Torino sono già presenti associazioni di questo tipo come: i Bagni Pubblici di via Agliè, Barrito, Bossoli83, la Casa del Quartiere di San Salvario, Casa di Quartiere Vallette, Casa nel parco, Hub Cecchi Point.

La casa di quartiere di San Salvario La Casa di quartiere si propone come vero e proprio punto di riferimento all’interno del quartiere di San Salvario, offrendosi come laboratorio di idee per un quartiere in trasformazione. Il progetto, avviato nel 2003, ha visto la compartecipazione di fondi pubblici e privati che ha permesso la ristrutturazione dello stabile degli ex bagni pubblici in via Morgari 14, dove attualmente risiede l’organizzazione. Le attività ospitate, sono di tipo socio-culturale, si propongono attività di co-working, una banca del tempo, un orto, una sala riunioni, sportelli informativi e spazi di ascolto; si possono frequentare laboratori artistici, corsi di danza, di musica e canto, di lingua e informatica; si possono proporre attività da progettare e realizzare con la comunità. 72


L'associazione Inerba Inerba è un’Associazione socio-culturale nata dalla collaborazione di un gruppo spontaneo di giovani che nell’anno 2014/2015 hanno avuto l’occasione di svolgere un progetto di Servizio Civile nella Città di Collegno. Si tratta di un gruppo di giovani che vuole “promuovere percorsi e progetti volti al consolidamento della sensibilità verso le tematiche di interesse collettivo”, con lo scopo di attivare dinamiche che possano riuscire in qualche modo a cambiare la realtà di crisi odierna e contribuire ad avvalorare e a migliorare quello che è il capitale sociale della comunità. L’Associazione ha avviato con il Comune di Collegno una collaborazione per promuovere il programma “Collegno Rigenera” per il coinvolgimento dei cittadini nella riqualificazione

delle aree urbane e dei complessi edificati della Città di Collegno. Lo scopo è quello di portare all’attenzione dei cittadini i problemi della città e delle aree degradate presenti sul territorio, al fine di dare la possibilità a tutti di offrire un proprio contributo nella cura della propria città. Oltre all’individuazione di aree da recuperare, è possibile proporre idee sulla rigenerazione di quella zona.

La banca del tempo L’invenzione sociale denominata Banca del Tempo è nata dall’intelligenza creatrice di gruppi di donne, la prima, in ordine di tempo, è nata nel 1992, a Parma. La banca del tempo costituisce un sistema con cui le persone scambiano reciprocamente attività, servizi, sapere. Definendola quindi come: “una libera associazioni tra persone che si auto-organizzano e si scambiano tempo per aiutarsi soprattutto nelle piccole necessità quotidiane”. È un “luogo nel quale si recuperano le abitudini ormai perdute di mutuo aiuto tipiche dei rapporti di buon vicinato. Oppure si estende a persone prima sconosciute l’aiuto abituale che ci si scambia tra appartenenti alla stessa famiglia o ai gruppi di amici”. Le banche del tempo sono organizzate 73


come istituti di credito in cui le transazioni sono basate sulla circolazione del tempo, anziché del denaro. La più grande differenza è che non si maturano mai interessi né in passivo e né in negativo, l’unico obbligo che si ha è il pareggiamento del conto. Chiunque può diventare correntista di una banca del tempo. Non occorre avere né grandi disponibilità di tempo né particolari competenze. Non è necessario offrire servizi professionalmente qualificati, purché si tratti di un’attività che si è in grado di svolgere e con piacere. Le attività della Casa di Quartiere potrebbero essere svolte con questo sistema, le banche sono, tra l’altro, luoghi di collaborazione e socializzazione che favoriscono la messa in comune di sapere e conoscenze. I gruppi che si costituiscono all’interno dell’associazione sono eterogenei per età e composizione dei nuclei familiari e le relazioni tra le varie famiglie sono basate sul mutuo aiuto e sulla volontà di mettere in compartecipazione conoscenze e capacità. La banca del tempo è quindi un modo per allargare, attraverso un modello organizzato, le relazioni di aiuto reciproco dal gruppo di co-residenti al vicinato e al quartiere, così da usufruire delle abilità altrui e soddisfare i propri bisogni in una logica di scambio su piano paritario.

5.2.2 Il coworking l co-working, il cui significato letterale è “lavorare insieme”, è una nuova realtà professionale che comporta la condivisione di un ambiente di lavoro all’intero di una struttura attrezzata ed organizzata, da parte di soggetti freelance che mantengono un'attività indipendente. Il coworking spesso è istituito da una comunità di coworking, ove vengono condivisi i medesimi obiettivi e/o affini modalità di gestione del lavoro, pertanto il presupposto principale, oltre che il raggiungimento del profitto in sé, è rappresentato dal tessuto di relazioni lavorative poste in essere da chi si avvale della struttura, condividendo valori ed interessi per le sinergie. Proprio dall’inizio del 2013, sulla scia della Legge 221/2012, attuativa della Start up Innovative, si è avuto, in Italia, un’accelerazione della diffusione di ambienti coworking, strettamente correlati alla realtà della start up. In un contesto di crisi globale l’idea di collocare un libero professionista in un ambiente attrezzato dove poter lavorare in maniere condivisa con altre persone, ha generato un cambiamento notevole nelle dinamiche di lavoro odierne. Come già avuto modo di accennare, dal 2008 anche in Italia si nota una graduale 74


ed irrefrenabile aumento delle realtà e spazi di coworking. tra cui CoWo, The Hub (con spazi dislocati nelle maggiori città italiane), Toolbox a Torino, Lab121, Multiverso, PianoC,Talent Garden, ad esempio. Il coworking ormai è sempre più rappresentativo, a livello nazionale, delle nuove tendenze del mercato del lavoro, portatore di quei principi di flessibilità, indipendenza, innovazione e cooperazione, che rappresentano il trend che stanno assumendo le nuove professionalità.

5.2.3 L'incubatore di impresa Un incubatore d’impresa è un’organizzazione che accelera e rende sistematico il processo di creazione di nuove imprese fornendo loro una vasta gamma di servizi di supporto integrati che includono gli spazi fisici dell’incubatore, i servizi di supporto allo sviluppo del business e le opportunità di integrazione e networking. (European Commission Entreprise Directorate General, Benchmarking of Business Incubators, Centre for strategy and evaluation services, February 2002). Gli incubatori d’impresa mirano a promuovere lo sviluppo economico e la creazione di lavoro integrando talenti, tecnologie, know-how e capitale all’interno di una rete che favorisce la crescita di nuova impresa. Per realizzare tali obiettivi gli incubatori forniscono sia servizi di struttura che consulenziali a elevato valore aggiunto che vanno dall’affitto di moduli per ufficio alla consulenza sulla definizione e lo sviluppo del business plan e la formazione imprenditoriale, dalla consulenza legale al monitoraggio dei finanziamenti, dal networking con altre imprese ai servizi di comunicazione e marketing.

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Il progetto di masterplan


Il progetto di masterplan

Spazio Connessioni Cultura

L’intero progetto di masterplan si pone come obiettivo quello di rivitalizzare, riqualificare, rigenerare e restituire al contesto urbano di Collegno il brownfield dell’area dell’ex acciaieria Mandelli, ricalcando quel ruolo centrale di generatrice di lavoro avuto in passato, ma in una nuova e più attenta visione dello spazio stesso, secondo nuovi schemi e nuove funzioni. L’idea progettuale tenta di coniugare le diverse visioni, che nel tempo sono state proposte per l’area in questione, i diversi suggerimenti per la riqualificazione di quest’area dismessa ed abbandonata e le esigenze della popolazione, attraverso un mix funzionale e spaziale capace di creare condivisione, partecipazione, e innovazione. In particolare, si è cercato di concepire un’idea che si basasse sulla riproposizione di concetti semplici come l’adattabilità, la modularità, la prefabbricazione e la temporalità traducendoli diversamente per ogni aspetto analizzato, in modo da seguire in maniera coerente un filo logico. Partendo, quindi, da un’analisi del contesto circostante, dalle possibili evoluzioni a cui sarà soggetta la stessa e dal passato da cui derivano questi residui industriali, è scaturito il progetto che sotten-

de una nuova visione di vivere la città, determinata dalla condivisione e dallo scambio di informazioni, di idee ed energia. È risultato necessario quindi individuare quali punti fossero atti a sostenere in maniera solida un’ipotesi di intervento. I punti nodali del progetto possono essere ricondotti ai seguenti criteri:

Natura

6.1 IL CONCEPT

Riconnettere alla rete infrastrutturale Densificare e rigenerare gli assi secondari Riconfigurare la separazione tra spazio pubblico e privato Creare nuove centralità Aumentare gli assi di sviluppo Unificare i trattamenti dei suoli Valorizzare l’identità del sito Favorire i legami sociali tra entità urbane differenti Promuovere nuove attività Promuovere agricoltura urbana Assicurare la continuità di paesaggio Promuovere la presenza di spazi verdi pubblici e privati 78


6.1.1 I Focus L’area esaminata è delimitata ad ovest da corso Pastrengo, a sud da via Torino, ad est da via Cernaia e a nord da via De Amicis. Il tessuto urbano si mostra scarno di suggerimenti nella definizione e pianificazione di una maglia stradale a causa dei limiti fisici esistenti definiti a sud dalla ferrovia e a nord dal Campo Volo. L’analisi effettuata ha messo in risalto i “focus” che hanno contribuito alla definizione finale del progetto. Sono stati individuati, quindi, come punti di interesse il complesso del parco della Dalla Chiesa e la Certosa reale, il progetto della prevista espansione a ovest della linea metropolitana e la sistemazione urbana di via De Amicis. In particolare il sito dell’ex Mandelli si pone come intervento volto a “ricucire” i diversi ambiti della città di Collegno e ad integrare i diversi progetti previsti per la riorganizzazione e trasformazione di via De Amicis come nuovo asse urbano di condensazione e di collegamento. A sommarsi a questi punti presi in esame si pone il tema della memoria storica dell’area rappresentabile dalla struttura del corpo principale dell’ex acciaieria di cui permane soltanto lo scheletro posto su via De Amicis. 79


6.1.2 La griglia Partendo, quindi, dai focus individuati come utili per sviluppare una dialettica progettuale, e non possedendo molti riferimenti reali rispetto alla maglia stradale pre-esistente, sono state sviluppate due griglie da sovrapporre al lotto esaminato, per generare formalmente quel tessuto urbano e dettare una prima divisione degli spazi e delle funzioni da attribuire e dei percorsi principali. In particolare, tali griglie nascono da rette parallele e normali alla già citata via De Amicis e a via Torino, entrambe considerate come le vie principali di accesso al lotto. Entrambe le griglie sono state sviluppate con un offset pari all’interasse di 20 metri dell’unica struttura pre-esistente che è andato ad infittirsi nel passaggio alle diverse scale di progettazione. La griglia ha rappresentato un primo approccio al disegno di masterplan, nella ricerca di un una prima geometria che potesse servire nella definizione degli spazi e degli assi progettuali.

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6.1.3 Divisione funzionale Partendo dai presupposti presentati precedentemente, al contesto e alle previsioni presenti nei documenti normativi, è stata prevista la realizzazione di un parco che abbia lo scopo sia di ricucire l'area al parco della Certosa, che di riqualificare il fronte di via De Amicis, un parco attrezzato che possa integrare la struttura in acciaio per realizzare un punto di interesse per la comunità; un parco concepito per essere vissuto da tutti e che possa dare valore aggiunto all'intero quartiere. In relazione al già presente apparato residenziale posto su via Torino, è stata prevista la realizzazione di un complesso di social housing ed un insieme di funzioni per e rafforzare quel senso di condivisione e interazione all’interno della comunità. Infine il progetto definisce l’area posta a contatto con il complesso dell’ex Jura come area adibita al lavoro. Attraverso il recupero dell’immobile e la realizzazione di una struttura adiacente è stata prevista la realizzazione di un complesso di incubazione per start up ed imprese riportare il lavoro in una delle sue nuove configurazioni all’interno della città e per sfruttare quel know how detenuto dalla città di Collegno. 81


6.1.3 Gerarchie e percorsi Attraverso le griglie concepite precedentemente e l’attribuzione delle funzioni all’interno del lotto, si è proceduto con la definizione di una gerarchia all’interno degli stessi percorsi di collegamento. Il progetto, infatti, si sviluppa su due assi principali, il primo collega via De Amicis a via Torino diventando asse di collegamento e di fruizione attraverso l’inserimento di diverse attività di tipo pubblico con lo scopo di generare vita e convivialità nel cuore dell’area, il secondo, che interseca il primo immediatamente davanti la struttura, funge come asse di collegamento tra l’incrocio di via De Amicis con corso Pastrengo andando a formare uno slargo che si relazioni in parte con l’ingresso della certosa e che funga come luogo di condivisione e ingresso al lotto conferendo all’area maggiore permeabilità. Dalle stesse griglie si sono poi sviluppati i percorsi secondari interni alle diverse aree, con lo scopo di realizzare una maglia capace di sostenere una free car zone mediante percorsi ciclo-pedonali e limitando l’accesso all’area ad alcuni mezzi in casi straordinari, emergenze o traslochi.

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6.1.4 Le barriere e lo spazio verde Nella progettazione del parco su via De Amicis si è proceduto con la definizione formale degli spazi pavimentati e gli spazi a verde attraverso l’utilizzo della stressa griglia generatrice delle aree e dei percorsi. Si è considerata, infatti, l’idea di accostare in maniera quasi sistematica zone pavimentate a zone a verde mantenendo il rapporto in favore di queste ultime. Il fine ultimo è quello di garantire il maggior contenimento possibile del suolo lasciandone la maggior superficie possibile permeabile per garantirne e preservarne le caratteristiche positive. In più è stata prevista un'ulteriore area verde, composta da lunghi filari di alberi, ai limiti del lotto, in favore di un miglioramento della salubrità e delle condizioni ambientali e, contemporaneamente, per migliorare i fronti strada da un punto di vista qualitativo sia visivo che ambientale. Questi, infatti, svolgono la principale funzione di fare da filtro contro lo smog e le polveri dovute al transito dei veicoli lungo le strade di via De Amicis e via Torino. Le aree verdi e non sono poi state attrezzate per conferire loro un carattere sociale oltre che ambientale. 83


6.1.5 Riqualifica degli assi stradali Via De Amicis

Via Torino

Come previsto anche dal PRGC del comune di Collegno via De Amicis, in un’ottica di trasformazione in asse di condensazione è stata risistemata, come già discusso nel progetto di riqualificazione generale dell’intera in cui si colloca il sito della Mandelli, con l’inserimento di un marciapiede e di una pista ciclabile più omogenei che si ricollega ai percorsi ciclo-pedonali interni al lotto. È stata poi ripensata anche la sezione stradale di via Torino che mancava di percorsi pedonali sicuri e che, attraverso una gestione attenta dello spazio disponibile è stata allargata allargando il già presente marciapiede, inserendo un filare d’alberi che funga, come già descritto, da filtro, un percorso ciclopedonale che si ricolleghi a quello pre-esistente ed un percorso pedonale ampio, migliorando le caratteristiche di sicurezza dell’area. Inoltre è stata ampliata la sezione stradale di via Torino in modo da migliorare il traffico veicolare.

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IL MASTERPLAN


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6.2 LO SPAZIO PUBBLICO La maggior parte degli spazi urbani realizzati negli ultimi decenni in Italia tradisce quella cultura e tradizione del suo passato tendendo a realizzare spazi di qualità ambientale relativamente povera, all’interno dei quali la vivibilità, in termini prestazionali di comfort, attrezzature e mobilità è spesso poco organizzata, quasi un “accessorio” delle prestazioni simbolico/rappresentative. Il tema del progetto degli spazi urbani è sempre stato affrontato con un approccio prevalentemente estetico. Tuttavia tale approccio merita un’attenzione particolare in quanto detentore di un peso fondamentale dal punto di vista della vivibilità e della vitalità di questi spazi. “Un microclima che offra condizioni di comfort, non solo aumenta considerevolmente il numero delle persone che frequentano lo spazio urbano, ma genera cambiamenti nel carattere delle attività correlate alla sosta”. Studi e ricerche hanno messo frequentemente in luce due aspetti essenziali dello spazio urbano di dominio pubblico: il fondamentale ruolo compositivo e la capacità di strutturazione dell’insediamento; l’attitudine ad agire come elemento di qualificazione fisica e sociale dei singoli ambiti urbani, migliorando le condizioni locali di

abitabilità. Lavorando sullo spazio comune, una prima strategia di ricomposizione del territorio può articolarsi in due insiemi di operazioni complementari. Un primo approccio prevede di riconnettere i diversi insediamenti attraverso figure che ridefiniscano senso, spazio e attività, consentendo di innestare nel contesto nuove forme identitarie. Una seconda pratica prevede di lavorare prevalentemente sullo spazio aperto di uso pubblico, conferendo centralità, continuità, identità a un insieme articolato e talvolta frammentario di spazi attraverso la riorganizzazione dei quali diventa possibile conferire nuova struttura e migliore fruibilità al singolo episodio insediativo. Il trattamento e la declinazione locale dei diversi spazi potrebbero essere diversi e corrispondere ad esigenze specifiche, proprie dei diversi pattern insediativi dei modi di abitare. L’ipotesi qui sottesa è che questo nuovo tipo di città interroghi il progetto urbanistico soprattutto rispetto ai modi possibili secondo cui progettare lo spazio comune (del muoversi e dello stare), quell’insieme articolato di spazi, diversi e complementari rispetto alla residenza e agli spazi del lavoro, che segnano lo scarto fra la città del passato e le più incerte forme di urbanità contemporanea. 88


L’articolazione in ambiti differenziati, la diffusione di varie attività ed una chiara organizzazione gestionale, sono alla base del progetto dei nuovi spazi pubblici nei quartieri residenziali. Un totale ripensamento dello spazio pubblico è spesso necessario, per risolvere problemi di abbandono e sottoutilizzo degli ampi spazi aperti, per dotarlo di nuovi significati e possibili usi. Questo può avvenire secondo due tendenze diverse: - Interpretare lo spazio pubblico come creatore di socialità urbana, fondamentale e significativo connettivo tra edifici e non più spazio residuale; - Trasformare una parte dello spazio pubblico in “collettivo” o privato attraverso opportune regolamentazioni, delegandone cura e gestione agli stessi abitanti (come ad esempio avviene ad esempio per aree destinate ad agricoltura urbana o a giardini condivisi) L’idea che qui si avanza è che l’immaginario individuale e collettivo costituisca un termine di confronto imprescindibile e una risorsa importante per qualsiasi attività progettuale che si applichi alla organizzazione dello spazio. La formazione di spazio comune nella città contemporanea implica progetti e politiche capaci di intercettare i modi contemporanei di abitare e di farli evolvere verso forme di

integrazione territoriale più dense e sostenibili. Mettere in campo strategia per raggiungere tali condizioni di comfort, o almeno di diminuire notevolmente il grado di discomfort, significa fornire agli utenti dello spazio pubblico condizioni ottimali per svolgere le attività che desiderano. Attraverso un lavoro sullo spazio fisico, quindi, si soddisfano, esigenze di tipo sociale. Bisogna aggiungere, però, che tali condizioni fisiche non definiscono obbligatoriamente un miglioramento dello spazio stesso. Essendo lo spazio urbano un insieme risultante da un sistema sociale ed un sistema fisico che integrano e si modificano a vicenda. Per raggiungere, quindi, un obiettivo di definizione di spazi urbani di qualità, bisogna mantenere, in merito a tale casistica, un attenzione sufficiente per ottenere una dimensione fisica capace di produrre negli utenti un riscontro psicologico positivo, non solo dal punto di vista estetico ma che produca anche un senso di appartenenza, migliorandone così la cura e la manutenzione. Risulta quindi utile, ai fini di un miglioramento prestazionale dello spazio urbano, la definizione e la caratterizzazione dello spazio stesso secondo un approccio sistemico capace di dettare una dialettica basata su prerequisiti legati all’uso, su una base 89


qualitativa e la combinazione di questi ultimi. Il progetto di un programma adattabile richiede allo stesso tempo di accettare la vulnerabilità dello spazio e delle sue funzioni, con lo scopo di affrontare gli imprevisti a cui è soggetto e comprenderne i cambiamenti. La vulnerabilità indica quindi la sua propensione a essere minacciato, fragile e deperibile. Al fine di ottenere un progetto dello spazio urbano più resiliente, che sia capace di adattarsi al cambiamento senza perdere le sue qualità positive, si necessita di un’inversione di rotta dove tale vulnerabilità diventi un punto forte per la sua organizzazione. Questa vulnerabilità al cambiamento, alla variazione e alla trasformazione fornisce alla città stessa la capacità di essere incessantemente rinnovata, in quanto produttrice autonoma dei suoi stessi cambiamenti. Bisogna, su questi termini, fondare una pratica di responsabilizzazione degli utenti che vivono lo spazio stesso per rendere l’idea di città pubblica in un contenitore di autonoma produzione, coinvolgendo gli stessi in processi di partecipazione all’interno del processo decisionale. Su questa impostazione sembra chiaro che i fattori che entrano in gioco nella definizione di un sistema efficiente di pianificazione e gestione dello

spazio urbano siano identificabili in tre concetti chiave che possono aiutarci in questo senso: vulnerabilità, frammentazione, coinvolgimento. Nell’ottica di rigenerare parti della città risulta necessario, secondo questo approccio, separare le funzioni, le attrezzature e i diversi luoghi urbani. L’idea di fondo immagina il sistema come un sistema frammentato territorialmente e temporalmente. Per frammentazione territoriale, distaccandosi dalla visione di progettazione di megastrutture o centralità monofunzionali, sul modello dei villaggi olimpici, si intende individuare, per ogni funzione, sport, housing, tempo libero, spazi di scambio e interazione tra gli abitanti, una ipotesi di distribuzione all’interno dello spazio diffuso. Come già detto lo stesso sistema si pone, anche, come frammentato temporalmente. Interviene, difatti, il bisogno di discretizzare gli spazi che compongono tale sistema re-immaginandoli come centri polivalenti ripensandoli secondo una nuova chiave di lettura che sia in grado di trasformare la città in un mix di attività che si intrecciano, si interconnettono, si scambiano e si adattano catalizzando pratiche di condivisione. Diventa, quindi, necessaria la definizione e l’appropriazione di pattern che favoriscano la 90


creazione di uno spazio comune in una visione di continua e ciclica rinascita. I cittadini hanno il diritto e il “dovere” di essere coinvolti all’interno di un processo partecipativo di definizione, gestione e pianificazione dello spazio urbano in generale. L’intento, infine, è quello di suggerire una pratica possibile che abbia come termine ultimo la produzione di un equilibrio capace di attenuare, da un lato, i timori degli abitanti della città, e dall’altro di “semplificare” il processo progettuale definendo un’architettura accogliente, adattabile, che favorisca l’inclusione. Questo potrebbe essere un primo tentativo di percepire lo spazio e modificarne la relazione con gli abitanti. Una pianificazione razionale e spontanea sulle diverse temporaneità rappresenta una versione di un futuro cambiamento e di una pianificazione evoluzionaria di lungo temine. A partire da ciò, nell’ambito progettuale dell’area ex Mandelli, si è pensato di applicare questa visione attraverso la definizione di diverse soluzioni che possano conferire un valore aggiunto allo spazio ed entrare a far parte di quel processo di rigenerazione ricercato necessario per riavviare queste aree dismesse e sottosviluppate. È stato redatto un abaco contenente una serie di

attività utili a sostenere questo processo di rigenerazione, classificate a seconda degli ambiti e delle funzioni. Ogni attività viene classificata in funzione di uno obiettivo finale, riscontrabile all’interno delle ricadute sociali, economiche ed ambientali future. L’obiettivo qui è di proporre risposte immediate, concrete e riproducibili anche in contesti differenti dall’area presa in esame. Ogni voce dell’abaco è classificata sulla base della temporaneità: da un miglioramento qualitativo sul territorio con effetto immediato, ad attività che producono miglioramento sul lungo periodo. Queste diverse temporaneità corrispondono anche al variare dei livelli di costi, del variare del grado di partecipazione degli abitanti e delle istituzioni. Le soluzioni proposte sono diverse e passibili di modifiche e implementazioni, ma rientrano in un ragionamento più generale dove il tentativo è di fornire un approccio diverso dell’immaginario collettivo di spazio che sia costituito da un uso e multiuso, polivalente e temporaneo che nella discretizzazione alla piccola scala ritrovi una capacità di pensiero globale ma più attenta, a seconda delle intenzioni e degli obiettivi del caso a cui sono legate, alle differenti scale, temporali e spaziali. 91


Cultura

Abaco dello spazio pubblico

Spazi culturali Strumento: Edifici per workshop ed eventi culturali Obiettivo: Promuovere l’offerta e la diversità culturale

Spazi per eventi Strumento: Spazi ampi e connessi con il resto capaci di ospitare eventi culturali Obiettivo: Rivitalizzare il quartiere

Street art Strumento: Spazio adibito all’arte ed ad installazioni Obiettivo: Fornire nuovi strumenti per rivalutare l’immagine del quartiere

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Paesaggio Arredo urbano Strumento: Microstrutture, servizi urbani, panchine, etc. Obiettivo: Sviluppare l’interazione attraverso la presenza di spazi comuni confortevoli e di qualità

Illuminazione Strumento: Illuminazione pubblica Obiettivo: Unificare gli spazi, enfatizzare le centralità e rimarcare gli elementi

Verde estensivo Strumento: Vegetazione varia, alberi, piante, etc. Obiettivo: Promuovere e sviluppare la natura all’interno della città.

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Sport e attività

Ambiente Orti urbani Strumento: Orti e giardini condivisi Obiettivo: Assicurare una produzione locale e promuovere la partecipazione della comunità

Area fitness Strumento: Microstrutture sportive Obiettivo: Connettere le varie attività sociali con ambienti naturali e/o urbani

Riciclo Strumento: Sistema ecologico di riciclo Obiettivo: Assicurare una migliore gestione dei rifiuti

Area giochi Strumento: Microstrutture per bambini Obiettivo: Promuovere la sociali con attività di intrattenimento per bambini

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Servizi temporanei

Mobilità Parcheggi interrati Strumento: Parcheggio nei pressi di punti di centralità Obiettivo: Limitare l’impatto della presenza dell’auto, incoraggiare la slow-mobility con una free-car zone.

Attività temporanee Strumento: Strutture leggere capaci di ospitare nuove attività professionali, piccoli negozi o servizi locali Obiettivo: Rilanciare il fare-insieme e la cooperazione

Piste ciclabili Strumento: Percorsi ciclabili Obiettivo: Incoraggiare e favorire la mobilità ciclabile e pedonale per ridurre la presenza di smog

Servizi mobili Strumento: Servizi mobili giornalieri Obiettivo: Assicurare una continuità di servizi agli abitanti

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ASSONOMETRIA GENERALE

b

3

2

1


a

c 97


a

b

c 98


3

2

1

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STRUTTURA

Posizione Accessibilità Pedonabilità

Posizione dell’area rispetto al contesto urbano, criterio utile per valutare la potenzialità esistenti di utilizzo dell’area da parte dei residenti e dei frequentatori temporanei provenienti da altri contesti. Grado di raggiungimento dell’area rispetto alla mobilità esistente, tramite mezzi di trasporto pubblico, e la qualità delle indicazioni da e per il contesto. Velocità di frequentazione dello spazio pubblico, più è bassa (pedonale e ciclabile) più aumentano le occasioni di interazione e viene valutata con un punteggio più alto.

FUNZIONE

Grado di difficoltà di attraversamento dello spazio pubblico a seconda della pendenza del terreno, più è bassa più favorisce il flusso di persone e la facilità di raggiungimento delle diverse aree presenti.

Mix funzionale Permeabilità piani terra

Criterio che misura la capacità dello spazio pubblico di non essere elemento a parte del sistema urbano, ma di interagire con le funzioni esistenti.

Spazi dedicati alla cittadinanza Spazi esterni ombreggiati

Spazi dove svolgere attività gestite da organizzazioni ed associazioni come eventi, mostre e laboratori.

Comfort dell’arredo urbano

TEMPORALITÀ

Grado di mix di diverse attività svolgibili all’interno dello spazio pubblico.

Presenza di spazi in cui è possibile sostare e svolgere attività grazie alla presenza di zone ombreggiate tramite coperture o alberature per favorirne lo sviluppo nei diversi periodi dell’anno. Criterio che misura l’attenzione posta nel posizionamento dell’arredo urbano, che tiene conto del numero degli elementi, la varietà degli stessi e la loro qualità materica oltre che la facilità nella gestione della manutenzione.

Flessibilità dell’intervento

Capacità di essere facilmente adattabile a nuove esigenze funzionali ed a quelle degli utilizzatori diretti, garantendo diverse modalità di utilizzo in base a eventi o preferenze individuali.

Presenza di eventi

Presenza di eventi costanti che garantiscano all’area una maggiore presenza di vita e fruizione.

Potenzialità per eventi Fruizione temporale continuata dello spazio

Capacità di essere facilmente adattabile sfruttabile all’uilizzo di una serie di eventi temporanei integrabili con i flussi esistenti. Capacità dello spazio di essere frequentato in tutti gli orari del giorno, grazie ad un intelligente disposizione delle funzioni ai piani terra degli spazi aperti per garantire una maggiore fruibilità.

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CULTURA AMBIENTE SOCIALE

Identità

Capacità dello spazio urbano di distinguersi dal contesto urbano e rendersi identificabile da tutti i tipi di utenti grazie alle sue caratteristiche, fornendo un senso di appartenenza al luogo da parte dei cittadini.

Punti di riferimento

Grado di elementi che favoriscono la scoperta dello spazio pubblico aiutando a definire i punti di forza presenti e rendere tale scoperta autonoma per ogni tipo di frequentazione.

Patrimonio culurale

Conservazione e valorizzazione del patrimonio presente nello spazio pubblico per mantenere i caratteri presenti tipici del luogo.

Aree verdi e alberature

Presenza di aree verdi e spazi alberati necessari per garantire una dimensione urbana a misura d’uomo nel rispetto della natura e migliorando la qualità dell’area.

Orti urbani Utilizzo di sistemi ambientali innovativi Fruizione sociale mista degli spazi Spazi di aggregazione Nuove occasioni lavorative Sicurezza degli spazi Spazi per svago/ sport

Presenza di spazi in cui poter esercitare attività alternativa di cura del verde e coltivazione da parte dei cittadini. Utilizzo di tecnologie di recupero dell’energia e delle acque per poter garantire una riduzione dell’impatto ambientale dell’intervento realizzato. Possibilità di garantire un uso dello spazio adatto a diverse classi sociali ed età, per favorire i diversi utilizzi dell’area. Criterio che garantisce la presenza di aree adatte all’aggregazione ed il relax per favorire l’interazione e l’attraversamento lento dello spazio. Grado di promozione delle attività lavorative con nuovi posti di lavoro grazie a spazi dedicati all’esercizio di attività di questo genere. Grado dello spazio pubblico di trasmettere sicurezza durante il suo utilizzo, soprattutto durante le ore più critiche come quelle serali o notturne, raggiungibile attraverso maggiore illuminazione e il riutilizzo dei piani terra. Presenza di aree adatte all’esercizio fisico e non solo, per garantire un utilizzo semi-permanente delle aree.

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6.3 EVOLUZIONE TEMPORALE Seguendo i criteri di adaptive reuse e di evoluzione temporale del progetto, si è definito, secondo ipotesi preliminari, si è proposta una suddivisione in fasi per la realizzazione del masterplan, un programma evolutivo del progetto, riguardante il suo intero e le sue parti, sulla base di una gestione temporale, oltre che spaziale. Supponendo che il progetto non potesse essere realizzato completamente nello stesso momento, per diversi motivi socio-economici, a partire dalla reperibilità dei fondi o l'incapacità di ritrovare stakeholders nell'im-

1 Messa in sicurezza e recupero degli edifici pre-esistenti; sistemazione percorsi ciclopedonali perimetrali del lotto.

2016

mediato, è stata ipotizzata un'evoluzione temporale degli interventi e delle aree che si andranno a costruire. Dopo una prima riqualificazione dei limiti stradali, aumentando gli spazi pedonali e ciclabili, la prima fase prevede la realizzazione (si può pensare di realizzare anche questa parte per fasi, cominciando a realizzare prima i blocchi di appartamenti e poi gli alloggi unifamiliari all’interno delle corti) per creare già un primo capitale economico in favore delle realizzazioni degli interventi successivi. Di fatti, la vendita di alloggi e dei servizi, di tipo commerciale e non, è un primo grande investimento che ogni operazione di riqualificazione

2 Realizzazione di una parte di residenze; prima espansione dello spazio dedicato all'incubatore di impresa.

3 Completamento residenziale; ulteriore espansione dell'incubatore su aumento della domanda.

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affronta nell'immediato e che permette di ottenere ulteriori liquidi per realizzare gli apparati urbani e le attrezzature. I ricavi infatti, permetterebbero la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria delle vie principali, unitamente alla realizzazione dei parcheggi per poter sostenere l'aumento dell'utenza prevista dopo gli interventi. L'ultima fase di realizzazione, e la più complessa poichè richiederebbe l'intervento di capitali privati, prevede la realizzazione dell'incubatore di impresa. Il progetto è stato pensato in ottica evolutiva: in una prima fase di avvio e di sviluppo delle attività, la riqualificazione ed il recupero del

4 Realizzazione parcheggi per le nuove utenze; completamento dell'incubatore.

5 Sistemazione percorsi principali; prima sistemazione delle aree verdi.

complesso dell'ex Jura permettono di insediare una prima fase di start-up del polo. Una volta avviato, con l'ipotetico aumento di domanda di spazi lavorativi da parte di altre o le stesse imprese, è prevista la possibile espansione del polo che permettono l'aumentare dello spazio dedicato alle imprese e a startup. Infine un'ultima fase prevede il completamento del parco e delle attrezzature d'uso secondario, unitamente ai servizi utili per il quartiere. La visione proposta è solo un'ipotesi che richiederebbe un’analisi più approfondita ma che sottolinea la necessità di una programmazione attenta per tutte le fasi di vita del progetto.

6 Realizzazione di edifici e spazi per il quartiere.

7 Completamento aree verdi e aree pavimentate; completamento percorsi secondari.

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Nuove forme dell'abitare


Nuove forme dell'abitare

33.

Fontana, 2014

“Abitare” significa occupare abitualmente una casa, un quartiere, un paese, un luogo generalmente condiviso nella vita pubblica ed in quella privata, uno spazio che investe il piano delle relazioni. Se non si considera l’abitare solo come pratica introversa e privata, che si risolve nello spazio domestico, è possibile assumere un punto di vista riferito alla città e al territorio, orientato a comprendere i modi in cui “si abita” lo spazio della città. In questa prospettiva, si individua nell’abitare i caratteri del pubblico e del collettivo e comincia ad assumere sempre più i caratteri del co-abitare, ovvero del condividere spazi e pratiche con altri, insieme ai quali si partecipa alla significazione dello spazio della città. L’aumento dei prezzi del mercato immobiliare, unitamente ad una ridotta crescita delle capacità di spesa delle famiglie e ad una nuova domanda abitativa molto più articolata rispetto al passato che comprende nuove categorie sociali, costituiscono un nuovo scenario in cui si torna a parlare di emergenza casa e a cui si cerca di dare una risposta non più con l’edilizia residenziale pubblica ma con l’Housing Sociale. Questo può essere definito come “l’insieme delle attività, iniziative e strumenti – messi in atto da

istituzioni pubbliche o da operatori privati – volti a ridurre gli svantaggi sociali di individui o gruppi che non riescono a soddisfare il proprio fabbisogno abitativo sul mercato, per ragioni economiche o per assenza di un’offerta adeguata, consentendo loro di accedere ad un contesto abitativo e sociale sicuro, salubre e disgnitoso”33. Il disagio abitativo che un tempo coinvolgeva classi meno abbienti della società, oggi si è esteso a causa della crisi economica a varie fasce della società che comprendono giovani coppie, famiglie allargate, anziani, stranieri, studenti. L’attuale situazione con le poche risorse a disposizione e la sempre più scarsa attenzione posta all’Edilizia Residenziale Pubblica, ha richiesto un rinnovato protagonismo del soggetto pubblico nel determinare quelle condizioni in grado di coinvolgere oltre agli attori istituzionali, anche soggetti appartenenti al mondo economico-finanziario delle imprese. Nel nostro Paese l’Housing Sociale costituisce un programma d’azione che intende mettere a sistema obiettivi e risorse del settore pubblico con quelle degli operatori privati, proponendosi come una possibile soluzione alla realizzazione di interventi e progetti di edilizia residenziale sociale. Si tratta di progetti che fondano la loro logica sulla 106


34. Inzaghi (ULI Italia) in occasione del convegno Tribuna dell’abitare sociale. Come migliorare lo sviluppo immobiliare e sostenibile in Italia, ULI( Urban Institute), Milano,2012. 35.

36.

37.

3-quarter del Codice dell’Ambiente. Scenari di previsione 20112051, dati INSTAT. Fonte dati Banca d’Italia.

compartecipazione pubblico-privato attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari innovativi, quali i fondi immobiliari. La parola chiave che racchiude in sé il significato complessivo del Social Housing è “sostenibilità”34, intesa in quattro accezioni differenti e complementari: - Sostenibilità ambientale: è da considerare sostenibile ogni attività umana che consenta la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future35; - Sostenibilità sociale; l’edilizia residenziale può definirsi sostenibile solo se il servizio abitativo è garantito a tutte le fasce della popolazione che non riesce ad avere accesso al libero mercato dell’abitazione; - Sostenibilità istituzionale: intesa come capacità di assicurare condizioni di stabilità, democrazia, partecipazione e giustizia, tutti fattori decisivi per quanto concerne la pianificazione del territorio e il soddisfacimento dei bisogni primari; - Sostenibilità economico - finanziaria: secondo la quale solo le iniziative che si sostengono per tutto il ciclo di vita possono essere intraprese con successo.

7.1 IL MUTAMENTO DELLE DINAMICHE SOCIO-DEMOGRAFICHE Un primo dato da considerare è quello relativo all’emergenza abitativa e al cambiamento socio-demografico in atto. Per la dimensione di questa emergenza, il dato che misura la percentuale di popolazione che vive in una situazione di forte disagio abitativo, dovuto a sovraffollamento o a condizioni precarie dell’alloggio è pari al 7,3% e interessa oltre 1,8 milioni di famiglie, contro una media europea che si attesta al 2,5%36. Il disagio abitativo nel nostro paese è notevolmente cresciuto nell’ultimo decennio anche per le dinamiche che hanno caratterizzato l’andamento del mercato immobiliare. Dopo la recessione è entrato in un lungo ciclo espansivo, conclusosi nel 2007, con il consolidarsi di prezzi di vendita e canoni di locazione molto alti rispetto alla sostenibilità della spesa da parte delle famiglie. Per l’acquisto delle abitazioni, l’incidenza media in Italia della reta del mutuo sul reddito familiare è pari al 19,9% e la percentuale delle famiglie a rischio è pari al 23,1%37. Nel caso dell’affitto invece, nel 2011 l’incidenza media del canone di locazione è stata pari al 107


27,7% e la percentuale delle famiglie a rischio è salita al 47,6% sfiorando la metà del numero complessivo di nuclei familiari, in crescita di oltre due punti percentuali rispetto al 2010. Si può dire che l’ordine di grandezza del numero di famiglie in condizioni di disagio sia pari a circa uno su dieci. L’attuale fase recessiva dell’economia ha dunque soltanto aggravato ulteriormente i bilanci familiari e acuito una questione abitativa che era già in atto, portandola a raggiungere i massimi livelli. A questi fenomeni si sommano tutta una serie di ulteriori mutamenti che stanno riguardando la società in generale (come la composizione dei nuclei familiari, le esigenze abitative e le caratteristiche dell’alloggio, il mondo del lavoro e le abitudini lavorative) che stanno generando una nuova categoria di utenti (giovani coppie, single, studenti e lavoratori) che, essendo caratterizzata da una disponibilità economica modesta, è interessata al mercato dell’affitto possibilmente a basso costo. A causa della diminuzione della dimensione media delle famiglie, fenomeno legato ad una serie di diversi fattori, il numero di famiglie è aumentato molto più rapidamente rispetto alla popolazione nella maggior parte dei paesi europei. Le due più grandi componenti della struttura del nucleo

familiare in Europa sono rappresentate da adulti singoli e da coppie senza figli, due categorie che hanno subito una crescita più rapida rispetto alle altre. Giovani ed anziani sono le due categorie più colpite dall’instabilità economica e da una situazione precaria: vi è la necessità di soluzioni abitative adeguate in termini di prezzi accessibili, di standard spaziali e di servizi. Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, in particolare, si prevede che avrà un significativo impatto sul settore immobiliare in termini di adattamento delle abitazioni alle esigenze degli anziani. Nel mutato panorama socioeconomico l’abitazione deve cercare di soddisfare le nuove esigenze ed i nuovi modi di abitare che sempre più assumono una dimensione collettiva. La casa svolge nuovi ruoli ed accoglie diversi stili di vita: diventa un luogo pubblico e di rappresenta, aperto ad ospiti e a coabitazioni, luogo di benessere e di svago, luogo dove affermare la propria personalità. La varietà nella composizione dei nuclei familiari ha fatto sì che si abbandonasse il modello di abitazione standardizzata, aprendo la strada ad offerte immobiliari differenziate in base alle differenti esigenze degli utenti. Con questo si è evoluto anche il rapporto con l’esterno dell’alloggio, es108


sendo la presenza di uno spazio aperto privato o pubblico/comune, un importante valore aggiunto all’abitazione.

7.2 IL SISTEMA INTEGRATO DEI FONDI Le esigenze di nuovi spazi per l’abitare si relazionano agli aspetti economici ed alle modalità di finanziamento degli stessi. Dopo le grandi stagioni dell’Edilizia Economia e Popolare con I INA-CASA e i PEEP, sono state rilanciate poche iniziative da parte delle istituzioni a dare risposte all’emergenza abitativa. Dopo un decennio di inattività, a partire dal 2008 l’Italia promuove tre provvedimenti importanti con i quali sono stati previsti nuovi strumenti per il finanziamento privato dell’edilizia residenziale sociale - i fondi immobiliari del Sistema Integrato dei Fondi – ha individuato risorse significative e ha ampliato e aggiornato la definizione di alloggio sociale: in particolare con il Piano Casa del 2008 (D.l.112/08), con il Piano Nazionale di edilizia abitativa del 2009 (DPCM 16 luglio 1009) e con il DM 22 aprile 2008.

Alcuni contenuti fondamentali sono stati introdotti in un nuovo Piano casa con la Legge n. 133 del 6 agosto 2009. “Il Piano si rivolge all’incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo attraverso l’offerta di abitazioni di edilizia residenziale, da realizzare nel criteri di efficienza energetica e di riduzione delle emissioni inquinanti, con il coinvolgimento dei capitali pubblici e privati, destinate prioritariamente a prima casa per: - nuclei familiari a basso reddito; - giovani coppie a basso reddito; - anziani in condizioni sociali o economiche svantaggiate; - studenti fuori sede; - soggetti sottoposti a procedure esecutive di rilascio; - immigrati regolari a basso reddito, residenti da almeno dieci anni nel territorio nazionale”. Con il Piano Casa, quindi, viene affrontata l’emergenza casa per quella “fascia grigia” della popolazione che non dispone dei mezzi necessari per acquistare a prezzo di libero mercato e che non rientra nelle graduatorie degli alloggi pubblici. L’ambito del Sistema Integrato dei Fondi è quello definito dal DM aprile 2008, in cui alloggi sociali, oltre a corrispondere alle unità immobiliari adibite 109


ad uso residenziale in locazione permanente, sono anche quegli alloggi realizzati o recuperati da operatori pubblici e privati, grazie a contributi o agevolazioni pubbliche destinati alla locazione temporanea per almeno otto anni e anche alla proprietà da realizzarsi soprattutto con risorse private. In questo scenario le fondazioni di origine bancaria stanno svolgendo un ruolo centrale, in particolare Fondazione Housing Sociale – FHS – di Capirlo e il Programma Housing della Compagnia San Paolo di Torino. La finalità è quella di migliorare e rafforzare le condizioni abitative attraverso la formazione di un contesto residenziale di qualità all’interno del quale sia possibile, non solo accedere ad un alloggio a canone calmierato, ma partecipare attivamente alla sperimentazione di nuove, o rinnovate, forme dell’abitare, nelle quali gli inquilini sono chiamati alla costruzione di una comunità sostenibile. Dentro questa nuova accezione di edilizia sociale, lo sforzo integrato richiesto alle istituzioni è rilevante al fine di garantire l’effettiva risposta dell’intera iniziativa al fabbisogno abitativo e al suo successo in termini di costituzione di una comunità integrata con il territorio. I principali strumenti di vantaggio economico riguardano principalmente:

- la messa a disposizione di incentivi; - la definizione di premialità, per esempio per il miglioramento delle prestazioni energetiche; - l’introduzione di obblighi di esame e valutazione dei progetti entro tempi certi. Generalmente gli investitori sono disposti ad accettare un rendimento inferiore rispetto a quello potenzialmente generato da altre forme di investimento. Il rendimento di un’operazione di Social Housing deriva essenzialmente da due fonti primarie: - I canoni derivanti dalla locazione degli spazi adibiti ad uso abitativo; - I canoni derivanti dalla locazione degli spazi adibiti ad altri usi (servizi, commerciale, etc.) Può essere, inoltre, considerato l’inserimento di una quota parte di alloggi destinati alla vendita a canone convenzionato o di mercato e di alloggi in affitto a canone moderato con patto di futura vendita. I canoni derivanti dalla locazione degli alloggi possono essere di tre tipologie: canone di mercato; canone moderato che generalmente assume valori inferiori rispetto al precedente canone di mercato nell’ordine del 30%; canone sociale, ovvero alloggi messi a disposizione degli enti pubblici per l’assegnazione alle categorie di soggetti maggior110


mente bisognose a canoni molto bassi. È, inoltre, possibile prevedere la presenza di una quota parte di alloggi in affitto temporaneo che possa garantire una effettiva disponibilità di alloggi a rotazione e favorire la conseguente mobilità degli inquilini. Il soggetto privato che investe nel Social Housing deve valutare con estrema attenzione il valore della quota percentuale di diverse tipologie di canone con il duplice obiettivo di favorire, da una parte, la coesione sociale che le differenti categorie di utenti possono generare convivendo nell’ambito di un complesso residenziale comune e, dall’altra, di garantire la sostenibilità economico-finanziaria dell’operazione che molto spesso è possibile solo attraverso l’integrazione di diverse forze contrattuali che determinino valori di canone differenti in cui gli importi maggiori contribuiscono a compensare quelli minori.

7.2.1 Fondazione Housing Sociale FHS ha avuto un ruolo importante nello sviluppo dell'housing sociale in Italia, avendo promosso la nascita del Fondo Investimenti per l’Abitare, alla base del Sistema Integrato dei Fondi che realizza

progetti di housing sociale su tutto il territorio nazionale. Si tratta di un ente senza scopo di lucro fondata da Fondazione Cariplo con l'obiettivo di farsi promotore del settore nel suo complesso, fornendo assistenza nella progettazione degli aspetti urbanistici, architettonici e sociali dei progetti e supporto nell'accompagnamento sociale delle comunità di abitanti. L'associazione persegue fini di solidarietà sociale e intende contribuire a risolvere il problema abitativo, con riguardo particolare alle situazioni di svantaggio economico e/o sociale, nonché favorire la realizzazione di contesti abitativi positivi, al fine di costituire una rete di relazione tra gli abitanti della comunità supportati da una rete di servizi. In generale i servizi offerti dall'associazione includono: servizi gratuiti a disposizione degli associati improntati alla promozione del settore; servizi di base, a pagamento volti alla valutazione preliminare a all'orientamento generale di uno specifico intervento; servizi aggiuntivi, relativi alla fase di progettazione esecutiva, avvio e messa appunto di specifici progetti, dal punto di vista della gestione finanziaria, architettonica e gestionale. Alcuni dei progetti promossi sono stati il Borgo Sostenibile-Figino e il Progetto di Social Housing di via Cenni a Milano. 111


7.3 IL PROGETTO

Definizione formale secondo la griglia di progetto del masterplan

Blocco di appartamenti su strade principali

Case unifamiliari con affaccio su corte interna

Il complesso, collocato nell’area Sud Ovest del lotto Mandelli con fronte strada su Via Torino, si compone di 151 unità immobiliari di differenti tipologie e aventi differenti formule abitative, integrati da servizi collettivi, spazi ricreativi e culturali ed attività dedicate ai giovani, con l’obiettivo di creare le condizioni ottimali per favorire coesione sociale all’interno della comunità. Obiettivo dell’intervento progettuale è la creazione di un contesto socio-abitativo animato e sicuro, da realizzarsi parallelamente all’offerta di ambiti da destinare alla valorizzazione delle relazioni sociali. Per facilitare questo intento è stata rivolta un’attenzione particolare alla progettazione e distribuzione degli spazi comuni concepiti come una serie di percorsi e luoghi fruibili in diversi momenti della giornata e da differenti tipologie di abitanti. Il cuore del progetto è lo spazio della corte che ha lo scopo di divenire lo spazio della comunità aperto ai cittadini e che comprende aree gioco, spazi di sosta e pergolati. Il progetto si sviluppa intorno due corti, meno permeabili nella parte rivolta verso l’edificato esistente, nella quale sono concentrati i servizi locali 112


Suddivisione modulare

Aumento della permeabilità

Appartamenti: 102 unità Case unifamiliari:27 unità Residenze temporanee: 22 unità

urbani e commerciali, più aperte verso gli spazi a verde condominiali e verso il parco, che confinano con gli spazi destinati a casa di quartiere e centro culturale. Lo spazio pubblico è elemento caratterizzante del progetto di housing sociale, in questo caso, l'intento è di garantire continuità paesaggistica in modo da riuscire a sfumare i diversi livelli di appartenenza al luogo – dal pubblico al privato – senza mai creare delle vere e proprie barriere. L’organizzazione dello spazio aperto cerca di consentire una chiara suddivisione tra gli ambiti accessibili a tutti (servizi pubblici e servizi locali e urbani) e quelli destinati principalmente agli inquilini, senza che questa separazione sia determinata dalla presenza di barriere fisiche come recinzioni. L’edificio viene concepito come un condensatore sociale in grado di espandere la residenza anche negli spazi di relazione e transizione, ciò è permesso anche grazie alla presenza di spazi polivalenti e servizi interni agli edifici stessi. Il ballatoio stesso, in questo caso, non è solo un elemento distributivo, ma è utilizzato per essere luogo di socialità, in special modo per quella tipologia d’alloggio tradizionalmente individualista come la casa unifamiliare accostata a schiera. Particolare attenzione è stata posta alla progettazione degli

spazi di vicinato interni all’intervento: spazi verdi, spazi riservati al gioco, spazi di attività per adulti, attività di servizio, permeabilità pedonale ai singoli edifici e collegamenti pedonali. Queste aree sono pensate affinché si moltiplichino le possibilità di incontro e di scambio all’interno dello spazio della corte. Il principio generale di fondo è quello di integrare contestualmente funzioni private di carattere residenziale - attraverso un mix di soluzioni a carattere sociale e di tipo tradizione – con funzioni pubbliche relative alla residenza e ai suoi utenti e all’intero quartiere. Un ultimo aspetto rilevante riguarda la qualità architettonica, progettuale e tecnologica. È di fondamentale importanza che il progetto si integri con le caratteristiche del contesto, caratteristiche che, associate al loro corretto mantenimento nel tempo, contribuiscano a favorire il legame con la società che lo abita e ne usufruisce quotidianamente delle funzioni e dei servizi. La progettazione è basata su di una struttura modulare prefabbricata, che permette flessibilità d’uso nell’aggregazione delle unità immobiliari e dei servizi a seconda delle necessità.

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7.4 MIXITÉ SOCIALE E TIPOLOGICA L’ipotesi è da cui parte questo progetto è che l’Housing sociale, possa configurarsi come occasione di una rigenerazione urbana, leva di un possibile rinnovo sociale, portatore di mixité ed occupazione. Il social housing instaura tre tipi di relazioni che devono essere considerate nel processo progettuale e di pianificazione urbana: il confronto con le relazioni sociali presenti nel quartiere, il rapporto con il contesto urbano costruito e quello con i bisogni delle utenze che usufruiscono del servizio. Rispetto alla concezione passata di “abitazione sociale”, il social housing acquisisce una connotazione più ampia, non limitandosi unicamente alla costituzione di quartieri dormitorio che hanno portato oggi alla formazione di “marginalità funzionale, scarsa qualità contestuale e ristretto patrimonio relazionale” delle aree periferiche. Il mix sociale, accompagnato da un mix funzionale in cui una varietà di servizi convive con le residenze e contribuisce a migliorare la qualità della vita e il presidio del territorio, rappresenta il principale obiettivo di questo progetto.

La costruzione della comunità da insediare che inizia con la valutazione degli utenti che usufruiranno del servizio, valutando anche la loro capacità di relazionarsi con altri, appare essere un altro elemento fondamentale al fine di assicurare un mix sociale equilibrato. La risposta al disagio abitativo attuale che corrisponde ad una domanda molto segmentata e complessa, trova risposta in un’offerta tipologica altrettanto ricca e articolata. Il progetto infatti prevede l’accostamento di diverse tipologie, dalla residenza temporanea, al blocco di appartamenti, ad unità unifamiliari aggregate a schiera. Il taglio degli alloggi è variegato, rispecchiando la composizione variegata del del nucleo familiare odierno. La composizione degli alloggi si rifà ad una progettazione modulare, che permette da una parte, l'utilizzo di elementi prefabbricati, dall'altra, permette flessibilità d’uso e una facile modificazione degli stessi. Un carattere importante è dare qualità architettonica del progetto, la quale risiede soprattutto nel dare un’efficace soluzione ai nuovi stili di vita, nel creare le condizioni ambientali per permettere l’inserimento e l’inclusione sociale e nel contribuire al recupero efficace del patrimonio esistente di qualità. 114


Blocco di appartamenti Alloggi unifamiliari Servizi integrativi Residenza temporanea

115


Alloggi unifamiliari

Bilocale Bilocale Trilocale Quadrilocale

25 13 56 31

Alloggio 1modulo e mezzo 4,1x9,8 92 mq

Categorie di utenti Lavoratori fuori sede Famiglie solidali Giovani coppie Fasce deboli Neo pensionati Studenti

k

L1

wc

wc

sp

Lm

k

L2

wc

Alloggio duplex 1modulo e mezzo 4,1x9,8 72 mq

sp

L2

wc Lm

k wc

Formule abitative FORMULA RESIDENZIALE Soggiorni di breve e medio periodo

Alloggio duplex 1modulo e mezzo 4,1x9,8 56 mq

FORMULA CAMPUS Soggiorni di breve periodo FORMULA APPARTAMENTO Soggiorni di lungo periodo

sp

Lm

k

Alloggio duplex 1modulo e mezzo 4,1x9,8 62 mq

wc

L1

sp

Lm

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Blocco di appartamenti k

k

L1

sp wc

Alloggio 54 mq 2 moduli

L1

Lm

Alloggio 67 mq 2 moduli

k sp

L1

Lm

k

sp

wc wc

Alloggio 80 mq 3 moduli

Alloggio 29 mq 3 moduli

Lm

L1

wc

L1

wc

Alloggio 59 mq 3 moduli

L1

Lm

Alloggio 40 mq 3 moduli wc Lm

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Piano terra


B

Piano tipo

A

B'

A'

0

10

20

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7.5 LO SPAZIO DELLA COMUNITÀ

spazio pubblico

Il valore aggiunto che apporta un progetto di social housing è l’integrazione di servizi primari e la capacità dello spazio urbano, sul quale sorgono gli edifici, di essere uno spazio collettivo e pubblico, capace di stimolare usi, appropriazione e socialità e di fornire le basi per una “vita di comunità”. Costituisce un’opportunità unica per definire un “nuovo habitat” volto a garantire relazioni umane e sociali per la comunità. L’edificio viene concepito come un condensatore sociale in grado di espandere la residenza anche negli spazi di relazione e transizione, attraverso spazi transitori e polivalenti. La corte diviene luogo della collettività attorno al quale si snodano gli edifici, pensati come un elemento che ospita servizi, commercio e alloggi in condivisione. Lo spazio tra gli edifici assume un ruolo cruciale nel progetto, tiene insieme il costruito e ne diviene parte integrante attraverso sequenze e gerarchie. Ne consegue che lo spazio aperto diviene il luogo all’interno del quale si svolge la vita di quartiere. Generalmente, i servizi messi a disposizione degli spazi a uso residenziale sono poliambulatori, la-

vanderie comuni, eventuali aree baby sitting, asilo nido etc. In questo caso i servizi previsti si vanno ad insediare oltre che nei piani terra, dove prevalentemente vi sono attività di tipo commerciale e produttivo del terziario, negli ultimi piani degli alloggi unifamiliari, serviti da un ballatoio comune, esso stesso spazio di socialità, che serve appunto ad annullare quel carattere chiuso e privato delle abitazioni indipendenti. Oltre alle principali modalità di gestione adottate tradizionalmente, nell’ambito particolare del Social Housing pensare di coinvolgere gli inquilini nella gestione tecnica del complesso abitativo può costituire un modo per stimolare il senso di appartenenza e di identità di coloro che abitano il complesso di edilizia sociale. Coinvolgere gli inquilini nella gestione tecnica del complesso abitativo, significa farli partecipare attivamente sia alle scelte, sia alla pratica di alcune attività manutentive programmate, affidando loro la gestione del complesso edilizio. L’altro ambito nel quale è più immediata ed efficace la partecipazione della comunità riguarda la gestione degli spazi comuni (giardini, spazi e dotazioni all’aperto, sale da utilizzare collettivamente ecc.) richiede che 120


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in fase di progettazione il gestore contribuisca a definire questi spazi in modo che siano pensati per poter essere facilmente gestibili e attrattivi anche per coloro che li vivranno. La presenza di attività "fai da te" come giardini comuni e orti urbani, oltre ad avere la funzione di generare collaborazione tra gli individui, produce senso di responsabilizzazione della comunità alla gestione e alla manutenzione dello spazio e delle attrezzature pubbliche, come bene comune. La produzione agricola inserita in un contesto urbano diviene un'importante strategia per la città grazie all’innesco di una rete di attività sociali, ricreative e commerciali che possano portare benefici ambientali legati all’inverdimento della città e della gestione delle risorse. La produzione ha il potenziale di innescare un circolo virtuoso per il contesto urbano in termini di sostenibilità, anche grazie al potenziamento della biodiversità e delle risorse, migliorando la qualità della vita.

In generale, i servizi previsti nel progetto sono riconducibili a quattro tipi principali: - servizi locali e urbani: servizi che oltre a supportare la nuova comunità si aprono alla realtà locale preesistente, consolidando il tessuto sociale, facilitando l’integrazione e contribuendo a evitare l’effetto del gated village. I servizi locali e urbani possono essere pensati in modo focalizzato per categorie specifiche di utenti o incrociando tipologie di utenza che risultino complementari. Il fatto di essere rivolti a tutta la comunità fa sì che nello stesso luogo si possano generare nuove interazioni; - servizi integrativi per l’abitare: spazi, locali e dotazioni destinati prevalentemente ai nuovi residenti, che rendano più vivibile lo spazio residenziale e dove gli utenti possano interagire tra loro per produrre un beneficio riconosciuto dalla comunità; - servizi compatibili con la residenza: servizi di carattere commerciale o pubblico, piccole attività produttive del terziario.

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Sezione AA'

Sezione BB'


0

1

3

10

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7.6 I VANTAGGI DEI SISTEMI PREFABBRICATI L’edilizia sociale deve, per la sua stessa definizione e caratteristica, garantire la realizzazione di progetti di qualità che presentino nel contempo costi di realizzazione contenuti e costi di gestione sostenibili, allo stesso tempo, deve essere realizzata secondo i principi della sostenibilità ambientale e del risparmio energetico, anche ricorrendo all’utilizzo di energia rinnovabile. L’obiettivo del contenimento di costi di costruzione non è di facile raggiungimento, soprattutto in un settore dove le prestazioni energetiche richieste dalla normativa impongono realizzazioni di qualità sempre maggiore. Per quanto riguarda questo aspetto, oltre all’istallazione di pannelli fotovoltaici e solari e a sistemi che ricorrono alla geotermia, ci sono altri elementi che possono contribuire a garantire una maggiore sostenibilità senza necessariamente determinare costi aggiuntivi: l’orientamento e l’esposizione, la ventilazione naturale degli alloggi, i sistemi costruttivi adottati, la scelta di materiali riciclabili. Nel rispetto delle caratteristiche di sostenibilità ambientale, ciò che maggiormente contribuisce a ridurre i costi di costruzione degli interventi di

Social Housing sono le tecniche in grado di garantire rapidità di realizzazione, flessibilità di carattere tipologico e ottimizzazione della distribuzione, senza rinunciare a qualità architettonica. Una strategia utile in questo senso è senza dubbio rappresentata dall’utilizzo di un nuovo metodo costruttivo che abbandoni le tecniche tradizionali, basate su un’elevata incidenza del costo della manodopera rispetto al costo dei materiali, in favore di un sistema di produzione edilizia più semplice e che richieda l’impiego di una componente inferiore di manodopera. Si tratta di una tecnologia basata sulla realizzazione di elementi prefabbricati che opera la scomposizione dell’edificio nelle sue parti componenti, realizza queste separatamente nelle sedi più idonee e trasforma il cantiere in un’officina di montaggio. L’edilizia realizzata con sistemi ad industrializzazione dei getti o con tecniche tradizionali, può presentare problemi di sicurezza statica, in particolare per quel che riguarda la resistenza alle azioni sismiche, che possono interessare in particolare le costruzioni con elementi bidimensionali e monodimensionali. Questo tipo di costruzione può presentare notevoli carenze in fatto di flessibilità, in quanto le tecniche utilizzate rendono molto difficile un’eventuale riconfigura126


zione degli spazi interni. I dati inerenti lo scenario sociale italiano e la comparsa di nuove tipologie di utenza costringono, infatti, a un ripensamento delle consuete tipologie di unità abitativa. Un ripensamento tanto più difficile, quanto più è rigido il sistema di prefabbricazione utilizzato. Un sistema a elementi lineari, infatti, consente una modifica più agevole della distribuzione interna rispetto ai sistemi a elementi bidimensionali o tridimensionali. In un’operazione di questo tipo, l’inserimento di pareti a secco potrebbe permettere sia un adeguamento funzionale come fruibilità degli ambienti interni, sia la possibilità di conformare lo spazio in funzione di eventuali futuri cambiamenti nei profili di utenza. Su questi presupposti, gli alloggi sono progettati per essere costruiti in cantiere come fossero un kit di montaggio: i pannelli di rivestimento e le strutture sono prefabbricate e assemblate in cantiere in tempi minimi. I pannelli cross-lam hanno tutti le stesse dimensioni, gli alloggi sono definiti geometricamente per ottenere rigore e chiarezza dimensionale nella delimitazione degli spazi; ogni alloggio, pur essendo realizzato allo stesso modo e con gli stessi materiali, trova la sua identità e la sua peculiarità attraverso la varietà e la diversa disposizione delle aperture in facciata. Il cross-lam,

grazie alla capacità di unire in primo luogo le caratteristiche delle costruzioni massicce tradizionali con la salubrità e le proprietà ecologiche del legno, presenta il vantaggio di ridurre notevolmente i tempi di costruzione in fase di cantiere grazie alla modularità dei vari elementi; ciò si traduce in un notevole vantaggio economico per i tempi di posa e la manodopera. Dopo essere state scaricate le parti sono facilmente assemblate; i margini di errore sono estremamente limitati, poiché ogni elemento è stato realizzato su misura e abbinato ad un codice identificativo che ne facilita l’individuazione ed evita la fase di stoccaggio. Il montaggio dura generalmente pochi giorni e consente di portare avanti il completamento strutturale contemporaneamente alla realizzazione delle finiture interne e, negli edifici pluripiano è possibile avanzare in parallelo con lavorazioni differenti. Oltre ad un’ottimizzazione del processo progettuale, gestionale e costruttivo, l’utilizzo di cross-lam permette di avere sostenibilità ambientale durante tutto il ciclo di vita degli edifici, essendo facilmente smaltibile o riutilizzabile in caso di dismissione.

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I nuovi luoghi del lavoro


I nuovi luoghi del lavoro

38. Confindustria Indagine conoscitiva su “Industria 4.0": quale modello applicare al tessuto industriale italiano. Strumenti per favorire la digitalizzazione delle filiere industriali nazionali” Andrea Bianchi Direttore Area Politiche industriali 22 marzo 2016.

Con l’evoluzione del concetto di lavoro e i diversi diritti conquistati nel tempo dall’epoca pre-industriale a quella industriale, il lavoro stesso assume un significato diverso, inteso come erogazione da parte dell'uomo di una forza produttiva che al tempo stesso è trasformatrice e creatrice. Nel tempo a questi suoi caratteri produttivi si aggiunge, in parte, anche un carattere di elevata socializzazione, sia perchè le sempre più numerose fabbriche si caratterizzano per una crescente aggregazione di persone, sia perchè connesso al lavoro vi è un marcato processo di inurbamento con lo sviluppo di agglomerati residenziali densamente abitati nelle immediate vicinanze delle fabbriche. I luoghi di vita e di lavoro si fondono in un unico contesto. I ritmi lavorativi determinano i ritmi di vita di chi lavora e di chi vive attorno all' uomo che lavora. Attualmente il concetto di lavoro è in fase di rapido cambiamento, si pensi solo alla rapidità con cui le tecnologie cambiano, talora in misura radicale, portando mutamenti nel pensiero e del linguaggio, e conseguentemente anche nella cultura, e nei rapporti sociali. Ad aggiungere ulteriore materiale di discussione interviene quella che è stata la crisi economica e finanziaria che ha fatto

emergere la debolezza delle politiche applicate in Italia e in Europa. Da questo clima di insufficiente capacità di gestione delle nuove economie, i governi delle principali potenze industrializzate, il mondo accademico e la stessa società hanno ripreso in mano l’”obsoleto” dibattito sulla politica industriale. A partire dal 2007, infatti, paesi come la Germania, l’Olanda, la Francia, gli USA o la Cina hanno elaborato policy di lungo periodo per il rilancio manifatturiero, “considerato diffusamente il vero antidoto alla bassa crescita e alla preoccupante perdita di competitività”38. La stessa Unione Europea ha adottato alcune comunicazioni sulla politica industriale come quella del 2014 “Per un rinascimento industriale europeo” il cui obiettivo principale è di incoraggiare la re-industrializzazione in Europa e di promuovere la crescita e la competitività attraverso la mobilitazione di tutti gli strumenti a disposizione ponendo la competitività industriale come elemento comune alle diverse politiche nella definizione di priorità e strategie. I piani di politica industriale proposti dai singoli Paesi, infatti, sono denotati da una matrice comune basata su di una profonda integrazione tra sviluppo tecnologico, ricerca e produzione industriale. In questo scenario si colloca il concetto 132


39. L’espressione Industrie 4.0 è stata usata per la prima volta alla Fiera di Hannover nel 2011 in Germania. Non esiste ancora una definizione esauriente del fenomeno, ma in estrema sintesi alcuni analisti tendono a descriverla come un processo che porterà alla produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa.

di Industria 4.0 intesa come 4° rivoluzione industriale39. La ricerca, "The Future of the Jobs", presentata al World Economic Forum, ad esempio,illustra l’evoluzione del lavoro fino al 2020 sulla base delle indicazioni raccolte tra i responsabili delle Risorse Umane di 350 tra le maggiori aziende mondiali (tra cui 150 sono incluse tra le 500 di Fortune) che complessivamente rappresentano circa 13 milioni di dipendenti. L’analisi si riferisce a 15 tra i maggiori Paesi nel mondo (tra cui Cina, India, Francia, Germania, Italia, Giappone, Uk e Usa) e vengono fornite informazioni dettagliate, in particolar modo, su nove settori: Industria e costruzioni, Commercio, Energia, Servizi finanziari, Sanità, ICT, Media & Intrattenimento, Logistica, Servizi professionali. Nei prossimi anni fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Alcuni (come la tecnologia del cloud e la flessibilizzazione del lavoro) stanno influenzando le dinamiche già adesso e lo faranno ancora di più nei prossimi anni. Cambiano di conseguenza le competenze e abilità ricercate: le proiezioni al 2020 individuano nel problem solving la soft skill più ricercata, ma diventeranno più importanti il pensiero critico e la creatività. Alla luce delle nuove tendenze tecnologiche, negli

ultimi anni molti paesi hanno intrapreso notevoli sforzi per aumentare la quantità di laureati STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) prodotti dai loro sistemi nazionali di istruzione. La maggior parte delle imprese coinvolte ritiene che la chiave per gestire con successo queste dinamiche di lungo termine del mercato del lavoro sia investire nelle competenze e nella ricerca.

8.1 RICERCA E SVILUPPO IN ITALIA L’analisi del contesto italiano, rispetto al tema delle R&S, evidenzia come, in passato, il sistema dell’educazione e della ricerca fossero gestiti separatamente senza grande attenzione al loro aggiornamento e modernizzazione e fossero rimasti fortemente centralizzati. L’evoluzione degli interventi a favore delle attività di R&S ha registrato importanti novità a partire dagli anni ’60, quando si è assunta maggiore consapevolezza del ruolo rivestito dall’innovazione tecnologica e dalla ricerca applicata per la competitività del sistema industriale italiano, la cui ossatura si basa principalmente sulle piccole e medie imprese (PMI). In tal proposi133


40. La legge ha la finalità di promuovere lo sviluppo, l’innovazione e la competitività delle piccole imprese costituite anche in forma cooperativa in merito alla diffusione delle tecnologie, allo sviluppo di consorzi, nuove strutture e agli investimenti delle piccole imprese innovative. 41. Piano nazionale Industria 4.0 (2017 - 2020) secondo il ministero dello sviluppo economico 21 ottobre 2016.

to l’innovazione più significativa fu introdotta con la legge 317/91 con la quale si è cercato di fornire un supporto importante alla diffusione e al trasferimento di innovazione alle PMI. Tale quadro è rimpolpato, nel corso degli anni, attraverso l’emanazione di leggi e decreti legge, sia a livello nazionale che regionale. In Italia, il sistema R&S, dunque, risulta determinato da una frammentazione del sistema e una sovrapposizione delle azioni e degli interventi. “L’Italia presenta, infatti, una scarsa attitudine all’applicazione dei risultati acquisiti dalla ricerca, sia di base che applicata, nonché alla collaborazione con (e tra) le imprese, le quali a loro volta trovano difficoltà ad innestare nella propria attività produttiva gli input provenienti dai centri di ricerca pubblica”42. Risulta fondamentale, quindi, una vera governance per la R&S che ne definisca gli obiettivi, un coerente modello organizzativo degli enti (pubblici e privati) e, soprattutto, le risorse destinate agli investimenti a fondo perduto o di stimolo a quelli privati sotto forma di incentivi, partenariati pubblico-privati, fondi. In tal proposito l’Italia ha sviluppato il “Piano nazionale Industria 4.0 2017-2020”. Tale programma ha come obiettivo quello di prevedere “misure concrete in base a tre

principali linee guida: - operare in una logica di neutralità tecnologica; - intervenire con azioni orizzontali e non verticali o settoriali; - agire su fattori abilitanti. Le direttrici strategiche sono quattro: - Investimenti innovativi: stimolare l’investimento privato nell’adozione delle tecnologie abilitanti dell’Industria 4.0 e aumentare la spese in ricerca, sviluppo e innovazione; - Infrastrutture abilitanti: assicurare adeguate infrastrutture di rete, garantire la sicurezza e la protezione dei dati, collaborare alla definizione di standard di interoperabilità internazionali; - Competenze e Ricerca: creare competenze e stimolare la ricerca mediante percorsi formativi ad hoc; - Awareness e Governance: diffondere la conoscenza, il potenziale e le applicazioni delle tecnologie Industria 4.0 e garantire una governance pubblico-privata per il raggiungimento degli obiettivi prefissati”43. È evidente quindi, che l’industria del futuro, ha nell’informazione il suo fattore di produzione principale. Acquisire, elaborare, condividere e sfruttare le informazioni è fondamentale per rafforzare o 134


creare rapporti più stabili e qualificati, produrre prodotti sempre più precisi, integrare nella manifattura tradizionale un’offerta di servizi adeguata e olistica, trasferire il know how al fine di ottenere una crescita in ambito economico e civile, con la conseguente richiesta, sempre più crescente, di infrastrutture e comportamenti sinergici fra ricerca e produzione. Situazioni di questo genere hanno dato vita, principalmente negli USA per poi diffondersi nel resto del mondo, ai Parchi Scientifici e Tecnologici, nati con l’obiettivo di fornire sostegno alla ricerca e all’innovazione, diventando anche strumento di gestione globale del territorio. Tra le differenti possibili definizioni di questo strumento di politica territoriale citiamo quella restituitaci dallo IASP, molto simile alla definizione secondo il parlamento Europeo: "Un Parco Scientifico è un'organizzazione gestita da professionisti specializzati, il cui obiettivo è l'incremento del benessere della propria comunità attraverso la promozione della cultura dell'innovazione e della competitività delle iniziative imprenditoriali associate e delle istituzioni di ricerca. Per permettere il raggiungimento di questi fini un Parco Scientifico stimola e gestisce il flusso di conoscenza e tecnologie fra università , istituti di ricerca, imprese e mercato;

facilita la creazione e la crescita di imprese basate sull'innovazione attraverso l'incubazione e processi di spin off; fornisce altri servizi con valore aggiunto insieme a spazi e strutture di alta qualità." Dalle analisi delle numerose e diversificate esperienze realizzate nel mondo, in Europa e in Italia, è possibile individuare alcune motivazioni strategiche comuni da cui scaturisce il bisogno di realizzare un PST. Integrazione, cultura e sviluppo diventano, quindi, i canali cardine per definire gli obiettivi di queste iniziative, divenendo così mezzo e soluzione per “rigenerare” assetti urbani dismessi. In Italia la nascita dei primi incubatori è avvenuta negli anni ottanta su iniziativa del settore pubblico, al fine di promuovere l’imprenditorialità e lo sviluppo economico soprattutto nelle aree economicamente più svantaggiate del paese. In particolare, la Società per la Promozione e Sviluppo Imprenditoriale (SPI), di natura pubblica, ha svolto un ruolo rilevante nella creazione dei primi incubatori d’impresa nella forma dei Business and Innovation Center (BIC), improntati al modello proposto dalla Commissione europea e specializzati principalmente nei settori del manifatturiero ad alto contenuto tecnologico. Parallelamente, a partire dalla fine degli anni ottanta anche i Parchi 135


Scientifici e Tecnologici (PST) hanno iniziato ad attuare percorsi di incubazione al fine di sostenere la nascita e lo sviluppo di imprese innovative. Anche questa tipologia di incubatori è stata realizzata ed è tuttora gestita con risorse prevalentemente pubbliche. Verso la fine degli anni novanta, hanno iniziato a diffondersi anche in Italia gli incubatori universitari: questi enti offrono di norma servizi simili a quelli dei BIC e dei PST, ma sono maggiormente orientati al trasferimento di conoscenza scientifica e tecnologica dal mondo accademico. Una quarta tipologia di enti presenti nel nostro paese, sviluppatasi soprattutto negli anni duemila, è costituita dagli incubatori di natura privata. Si tratta di enti specializzati prevalentemente nel settore Internet e che svolgono in taluni casi anche il ruolo di venture capitalist. Durante il periodo che va dagli anni ottanta a oggi la nascita e lo sviluppo delle diverse tipologie di incubatori si sono associati a una certa evoluzione dei modelli di funzionamento. Mentre inizialmente l’obiettivo degli incubatori era prevalentemente quello di fornire l’infrastruttura fisica e logistica alle start-up, successivamente il focus è stato spostato verso servizi intangibili e a più alto valore aggiunto, come le attività di tutoring, mentoring e networking e quelle volte a favorire

l’accesso alle fonti di finanziamento.

8.1.1 Esperienze italiane Da alcune delle esperienze presenti sul territorio italiano analizzate sono state riportate, di seguito, tre casi che per le loro caratteristiche si sono dimostrate fondamentali nella definizione di punti cardini su cui poter basare delle “linee guida” necessarie nella definizione del progetto. Nel caso specifico l’indagine ha interessato: - ComoNext, un HUB in cui l’obiettivo è quello di rivitalizzare il tessuto economico sostenendo la nuova imprenditorialità, incoraggiando settori strategici e promuovendo lo sviluppo di idee innovative; - Il Parco Scientifico Tecnologico VEGA il cui obiettivo è la riconversione di 2200 ettari del comune di Venezia, Porto Marghera, una delle zone industriali più grandi d’Europa, per realizzare una città della scienza e della tecnologia; - H Farm, ovvero un incubatore di imprese focalizzato nel supportare aziende italiane nell’implementazione di processi digitali, sostenendole passo dopo passo per ottenere competitività nel mercato in evoluzione. 136


Il ComoNExT a Lomazzo (CO) risulta essere un positivo esempio di riconversione di spazi industriali abbandonati dell’ex Cotonificio Somaini, in un parco scientifico tecnologico, il quale ha saputo evolversi, scommettendo su diverse imprese, dopo che la Camera di Commercio di Como ha fortemente scommesso su questa iniziativa. La scelta dell’area si è basata innanzitutto sulla strategicità dei suoi collegamenti in ottima connessione con gli insediamenti universitari di Milano, Como, Varese, Bergamo, Lecco e di Lugano nonché con gli aeroporti di Malpensa, Linate e Orio al Serio. Oggi il 75% degli spazi di ComoNExT sono occupati, i 5 milioni investiti della Camera di Commercio sono diventati 10. Questa piccola iniziativa in provincia di Como si è tradotta in pochi anni in un motore di sviluppo per il territorio e per l’imprenditoria innovativa legata al mondo del biotech, energy, ICT e nuovi materiali, grazie alla qualità dei servizi offerti capaci di fornire supporto all'innovazione, all'internazionalizzazione e alla commercializzazione sia di imprese consolidate che di startup d'impresa, guidate, soprattutto nel loro sviluppo iniziale, da una struttura per incubazione, offrendo consulenza manageriale specializzata e soluzioni logistiche all'avanguardia. 137


Il Parco Scientifico Tecnologico Vega a PortoMarghera (VE) nasce con l’obiettivo di riconvertire 2200 ettari, su cui sorge ora il Parco, che agli inizi degli anni ’90 era stata individuata dall’UE come “Obiettivo 2, aree industriali depresse” cioè una zona ufficialmente riconosciuta in declino industriale e quindi destinataria di contributi pubblici. Dall’esperienza del Vega si è capito fin da subito come sia l’organizzazione e la gestione degli spazi sia uno dei problemi fondamentali di questo tipo di architetture. Il parco in sé ha catalizzato in vent’anni, servizi e conoscenze di alto profilo, invidiati anche fuori dall’Italia ed ora si trova ad affrontare l’annosa questione degli spazi. Fino al 2009 l’affitto degli ambienti alle società insediate ha generato costanti perdite di esercizio e, anche a detta del direttore generale del parco, l’obiettivo per il futuro prossimo sarà quello di vendere la maggior parte dei metri quadri presenti, al fine di tagliare i costi fissi dovuti alla gestione. Il punto saldo di tutto il sistema Vega resta il Vegaincube, l’incubatore di start up, spin off e aziende appena costituite nel campo delle nanotecnologie, ICT e green economy. Esso costituisce la vera piattaforma di lancio dell’innovazione sia per il territorio che per il personale che ci lavora. 138


L’esperienza di H-farm a Roncade (TV), il venture incubator privato immerso nella campagna vicino a Venezia, più volte soprannominato Sile Valley, risulta essere un luogo esclusivo ed originale. In questa tenuta si “coltivano” talenti umani, in vista di uno sviluppo che metta l'uomo (Human) al centro, semplificando al massimo l'interazione con il servizio digitale. Di conseguenza anche l’architettura sostenibile delle strutture, ha saputo dare alle persone che ci lavorano potenti stimoli in termini di creatività e di socialità divenendo un esempio sia da un punto di vista architettonico-urbanistico sia da un punto di vista di modello di business. Ciò che accomuna queste esperienze è senza dubbio l’incubazione d’imprese che costituisce un cardine importante di questo settore. Scommettere oggi sulle start up non significa soltanto fornire spazi, servizi, tutorship e mentorship bensì vuol dire anche fornire una funzionale componente “software” tutt’altro che trascurabile. Spesso nei casi studiati ma non solo, è garantita una efficiente e performante componente “hardware”, quindi edifici sostenibili o un alto grado di accessibilità, ma molto raramente viene considerata in modo soddisfacente la componente “software” o meglio l’architettura e l’organizzazione interna degli spazi. 139


8.2 PRINCIPI PROGETTUALI Dall’analisi di questi diversi ma, in qualche modo simili, spazi di lavoro e produzione di innovazione sono stati estratti dei principi utili alla definizione delle caratteristiche che i nuovi luoghi del lavoro debbano avere. I principi individuati al fine di realizzare migliori spazi di lavoro capaci di soddisfare le esigenze degli utenti attuali, ma anche futuri, nel rispetto del contesto in cui si va operare sono: - Facilità di movimento: luoghi di lavoro che siano localizzati in modo tale da essere accessibili con un’ampia gamma di mezzi di trasporto: a piedi, in bicicletta, coi mezzi pubblici e in macchina; - Carattere, qualità e continuità: spazi di lavoro che mostrino un forte e positivo rapporto con la zona circostante, i servizi e le attrezzature; - Diversità: luoghi di lavoro che contribuiscano alla vitalità e stabilità del proprio contesto aggiungendosi a un mix di funzioni complementari e determinandone un arricchimento; - Sostenibilità: luoghi di lavoro che riducano al minimo l’uso di energia attraverso la progettazione, la realizzazione e la gestione operativa; - Adattabilità: spazi di lavoro in grado di

adattarsi a nuove esigenze (su tutte, le trasformazioni di mercato), in modo funzionale e con costi contenuti; - Gestione: spazi di lavoro progettati per un regime di gestione e manutenzione che conservi nel tempo le proprie caratteristiche qualitative e quantitative. Questi risultano essere i punti di partenza da cui prende forma l’idea progettuale. L’intervento è frutto di un tentativo di riqualificazione dell’edificato esistente di via Torino che risulta dismesso dal 1998 e ormai in stato di abbandono. La qualità, la manutenzione, la gestione, l’adattabilità, l’eterogeneità e la sostenibilità risultano essere le parole chiavi degli spazi di lavoro. Più nello specifico è possibile definire ed individuare come si suddividono questi spazi di lavoro, in particolare è possibile distinguere: - Spazio condiviso e di supporto, ovvero tutta quella serie di aree preposte alla contaminazione informale e alla semplice comunicazione dentro e fuori alla sfera lavorativa; - Spazio di lavoro individuale o in team, ovvero l’insieme delle zone votate allo svolgimento dell’attività vera e propria della start up; - Spazio di circolazione, ovvero tutti i percorsi di distribuzione, sia verticali che orizzontali. 140


8.2.1 Lo spazio di lavoro individuale Lo spazio di lavoro in cui viene svolto il lavoro individuale è quello in cui la persona può svolgere la propria mansione in autonomia; in questo caso prevalgono gli aspetti di riservatezza e isolamento. In molti casi questo bisogno di riservatezza è una necessità comune a molte persone che condividono lo stesso grande spazio aperto (open plan). In queste circostanze una soluzione piuttosto diffusa è quella del cubicle (spazio lavoro parzialmente o totalmente chiuso) che suddivide lo spazio aperto in tante piccole “celle” mantenendo il giusto grado di indipendenza e riservatezza per i dipendenti. Oggigiorno, però, si sta assistendo ad un progressivo abbandono di questo tipo di scelta spaziale, dell’ufficio chiuso che tradizionalmente forniva immediata riconoscibilità ai ruoli dirigenziali ai quali veniva assegnata anche una importante funzione di rappresentanza, per i diversi motivi; cresce, infatti, l’esigenza di contenimento dei costi e quindi di razionalizzazione dello spazio occupato dalle imprese: la soluzione open space o open plan assicura una maggiore efficacia da questo punto

di vista, limitando al minimo gli spazi non utili; inoltre un significativo cambiamento del modo di lavorare ha preso il largo, connotato dalla crescita delle necessità di integrazione delle competenze, delle comunicazioni, delle relazioni; per questo è indubbiamente più adatta una disposizione ricca di spazi condivisi e ambienti che favoriscano l’interazione, ed infine è maturata una visione meno gerarchica del processo lavorativo ed i ruoli dirigenziali, con grandi responsabilità, condividono spazi aperti con i colleghi ed i collaboratori: una soluzione “aperta” che permette di abbattere le barriere e favorire e migliorare il gioco di squadra. La soluzione “aperta” si rifà, quindi, ad un concetto che scaturisce dall’applicazione delle nuove tecnologie alle attività lavorative che è quello di location-free working. Con questa definizione si intende la diffusa tendenza, di “slegare” il più possibile l’attività lavorativa dal luogo fisico. Le risposte a questa tendenza sono state numerose. In quasi tutti i Paesi avanzati, e oggi embrionalmente anche l’Italia, si parla di: hot-desking:Il personale passa sempre meno tempo in ufficio alla propria scrivania. Inutile e costoso, quindi, lasciarla vuota e inutilizzata. La tecnologia oggi permette a chiunque di connettersi 141


con la propria banca dati da un qualsiasi terminale in rete con l’azienda. Si è così sviluppato il desk-sharing, appunto la “scrivania in compartecipazione”; - Hoteling, che consiste nell’offrire, su prenotazione, workstation dotate di soluzioni tecnologiche all’avanguardia in un ambiente di qualità. - Coworking, che nasce come un’alternativa all’isolamento che molto spesso coinvolge freelance, liberi professionisti, o semplicemente coloro che hanno attività gestibili da casa, molto spesso si trovano ad affrontare la loro vita lavorativa in piena solitudine, fornendo spazi comuni di lavoro e di condivisione; - No territorial offices e Universal plan offices, ovvero ambienti in cui la scrivania o la workstation non è direttamente assegnata a ogni singola persona, ma utilizzata a seconda della necessità. La caratteristica comune a questi tipi di uffici è il fatto che si tratta di universal plan office, cioè di uffici “equi” in cui a ognuno viene attribuita la stessa quantità di spazio indipendentemente dal ruolo svolto. La nuova visione del posto di lavoro è, quindi, che ambienti aperti (con accesso ad ambienti chiusi) siano funzionali alla collaborazione, al lavoro in team, all’innovazione e la produt-

tività enfatizzando pertanto una varietà di aree di collaborazione.

8.2.2 Lo spazio condiviso Secondo la nuova concezione dello spazio del lavoro individua gli ambienti aperti, con accesso ad ambienti chiusi, come i più funzionali alla collaborazione e al lavoro in team. Vi è stato, quindi, un cambio di paradigma spostando l'enfasi dalle aree di lavoro individuale a quelle condivise. Lo spazio di gruppo, in alcuni casi, risulta un esigenza insita nel tipo di lavoro, richiedendo quindi un'attenzione maggiore all'organizzazione spaziale al fine di soddisfare esigenze specifiche. Lo spazio condiviso, inoltre, è gestito in base alla numerosità degli occupanti dell’edificio, in base alla numerosità degli occupanti dell’edificio, al tipo di attività, e alle esigenze. Può essere classificato in “spazio condiviso destinato ai dipendenti” dove viene promosso un clima di collaborazione e di interazione tra i gruppi di lavoro, e in “spazio condiviso destinato ai visitatori”che comprende lo spazio destinato all’accoglienza dove si verifica la prima interazione con i visitatori ed aree pubbliche destinate agli incontri con esterni. Nascono così 142


una serie di ambienti di nuova concezione: Break area, cioè zone di pausa temporanea, dove lo staff può allontanarsi dalla propria scrivania per un breve periodo, come aree atte all’intrattenimento di qualche cliente meno formale oppure per riunioni interne; Quiet area/focus room, quel genere di ambienti che sono stati sezionati mediante mobili o separazioni interne in cui gli individui possono svolgere funzioni quali la redazione di rapporti e lettura. Lo scopo è quello di creare uno spazio in cui il personale può concentrarsi con il minimo disturbo; Touchdown area, zone dove è possibile lavorare per brevi periodi utilizzando il proprio smartphone, tablet o laptop. Queste zone sono ideali per soffermarsi a controllare la mail oppure fare un check-up prima di un meeting o un semplice pitch; Informal meeting/lounge area , zone atte a ricevere clienti o fornitori esterni in un ambiente molto meno formale ma molto più stimolante per le relazioni interpersonali; Work pods/brainstorm rooms; una sorta di “isola” all’interno dello spazio di lavoro che può essere delimitata da un perimetro chiuso o

semi-chiuso. Queste aree sono molto flessibili in quanto possono essere utilizzate sia per riunire tutti i macchinari rumorosi (stampanti, plotter), oppure per ricavare una mini-sala funzionale per conferenze o work shop per massimo 10 persone. L’arredo di queste zone deve riflettere il fatto che il personale si stanno muovendo verso una zona di interruzione dalla vita lavorativa o comunque verso un ambiente meno formale e in forte contrapposizione con la tradizionale scrivania. Si trovano infatti mobili colorati e divertenti oltre che rilassanti, per esempio nella sede di Google a Dublino, tavoli in stile bistrot con i relativi sgabelli si alternano a calcetti balilla o a tavoli da ping-pong, semplici cucine consentono al personale di prepararsi una tisana piuttosto che un buon caffè. Emergono quindi diversi punti fondamentali all’interno del processo di progettazione di un luogo del lavoro che fanno riferimento ognuna ad una serie di domande diverse come la collocazione di queste strutture d’incubazione che diventano occasione per rigenerare e riqualificare, non solo aree industriali dismesse che intrinsecamente possiedono caratteristiche positive, come la contaminazione ossia la scelta di fornire un’ampia gamma di ambienti di collaborazione e di contaminazione, anziché 143


spazi normalizzati tradizionali per ogni singola azienda o come la presenza di infrastrutture e servizi all’interno del complesso stesso raggiungendo un compromesso tra servizi per il business e servizi alla persona per fornire agli utenti lavoratori e visitatori possa rendere uno spazio e l’esperienza lavorativa stessa confortevole ed ottimale. In questa chiave di lettura, i fattori che contribuiscono alla definizione dell’immagine di uno spazio per il lavoro sono diversi come ad esempio la quantità di spazio destinata ad ogni persona, il tipo di attrezzature e di spazi sia di tipo ricreativo che culturale offerti agli utenti e in che modo si relazionano con questi ultimi, fino ad arrivare alle caratteristiche estetiche come le finiture ed i colori dell’edificio e degli arredi ed unitamente a tutti gli aspetti legati ad un carattere ambientale. Le funzioni interne di questi complessi non sono più meramente collegate all’ambito lavorativo fisico, ma sono fonte di stimoli e supporti volti a migliorare l’esperienza degli utenti ed aumentarne la produttività.

8.3 CARATTERI MODULARI E FLESSIBILI Questa serie di aspetti, che giocano un ruolo importante all’interno del processo progettuale di uno spazio di lavoro efficiente e produttivo, vengono a loro volta affiancati da un altro, fondamentale, aspetto, necessario in una società dell’informazione e della conoscenza, dove la rapidità degli eventi e le mutevoli condizioni dell’economia sono sempre più incalzanti, che consideri sistemi che aiutino e accompagnino i cambiamenti: la“flessibilità”. Ciò significa valutare, in fase progettuale, alcuni elementi tecnici, tra i quali si possono trovare: - la posizione dei corpi scala; - la conformazione spaziale della struttura, ovvero l’esistenza di una modularità o di elementi verticali di sostegno proprio nel mezzo del piano; - la tecnologia costruttiva e la possibilità di modificare la struttura; - la semplicità dei percorsi; - la possibilità di suddividere lo spazio secondo una maglia modulare; - negli edifici a più piani è opportuno mantenere la coerenza di organizzazione di piano in piano; - ridurre al minimo la personalizzazione e requisiti 144


unici, ove possibile; - fornire spazi che può servire molteplici usi e più utenti. Per risolvere questo tipo di richiesta ed ottemperare alla volontà di realizzare un’architettura che si possa modificare, espandere ed infine dismettere, un’architettura “modulare”, prefabbricata e a secco diventa una soluzione capace di rispondere positivamente alla maggior parte di questi quesiti. Su queste basi tipologiche e formali si è proceduto alla definizione di un “modulo” che riuscisse a soddisfare in maniera omogenea le diverse esigenze rilevate per poterlo adattare, grazie a diverse configurazioni dello stesso, al fine di comporre i diversi spazi che andranno a costituire l’edificio. Il modulo si propone, quindi come generatore di quella struttura che si andrà ad aggiungere in appoggio all’edificato presente, precisamente quello dell’ex Jura di via Torino 27, permettendo di ridurre al minimo gli interventi sul fabbricato per ampliarne la superficie. Uno spazio composto da moduli con diverse opzioni per la suddivisione degli ambienti, sia orizzontalmente che verticalmente per conferire al sistema versatilità ed adattabilità creando un ambiente dinamico in grado di rispondere a tutte le forme che l'organizzazione prenderà in futuro. 145


Spazio libero coperto Spazio individuale

Spazio aperto

Spazio condiviso

In particolare l’idea di progetto ripropone un sistema edilizio a scheletro in acciaio. Questo tipo di strutture è formato da elementi lineari quali colonne e travi. Questi elementi costituiranno una struttura stabile in grado di sopportare sia carichi verticali che quelli orizzontali. Negli edifici con struttura portante a scheletro gli elementi portanti sono costruttivamente e funzionalmente separati in modo chiaro dagli elementi non portanti, che costituiscono l’involucro e l’allestimento interno. In generale nella progettazione dei sistemi a scheletro la struttura portante e i nodi devono essere progettati contestualmente alle finiture e ai sistemi di facciata. Tutti i componenti dei sistemi costruttivi a scheletro vengono prefabbricati in officina e trasportati in cantiere, dove possono essere posizionati direttamente in opera. Nel caso specifico maggiori vantaggi di questo tipo di sistema edilizio sono riscontrabili nelle qualità proprie del materiale e nel processo di lavorazione dello stesso, l’acciaio infatti permette, come ben sappiamo, di ottenere strutture reticolari che, in presenza di sezioni snelle e peso ridotto, reggano una portata elevata con ampi interassi di sostegno. Le costruzioni a secco in acciaio, a differenza dei processi costruttivi del secolo scorso "ad umido", 146


costituiscono sistemi integrati di componenti, sia strutturali che complementari pre-lavorati. Il cantiere diventa il sito ove comporre, nel più breve tempo possibile e secondo modalità prefigurate e semplificate, componenti edilizi altamente competitivi, di cui è possibile garantire controlli, collaudi e standard qualitativi. Sono così ridotti i rischi dovuti a fattori e condizioni ambientali tipici della costruzione in opera. Il sistema a secco in acciaio consente inoltre una gestione precisa dei tempi di realizzazione, un ridotto impiego di risorse, con conseguente drastica riduzione dei materiali di scarto. A questi si aggiungono, la facile integrazione di sistemi isolanti ed impianti, che permette di soddisfare ampiamente i requisiti energetici, acustici e di resistenza al fuoco richiesti, nonché la possibilità di riutilizzo dei componenti e di riciclo completo del materiale, da cui ne scaturisce la competitività delle costruzioni in acciaio anche in termini di sostenibilità ambientale. Altri aspetti positivi dal punto di vista ambientale economico e sociale sono: - tempi di realizzazione ridotti: grazie all’industrializzazione del processo edilizio, dalla progettazione al cantiere, tutti gli elementi strutturali e i sistemi di involucro arrivano pronti per la messa in opera

riducendo notevolmente i tempi di realizzazione; - convenienza economica: la rapidità costruttiva unitamente alla progettazione ottimizzata, si traducono nella riduzione degli oneri finanziari, con un rapido ritorno dell’investimento e del momento in cui l’edificio inizia a rendere. Inoltre grazie alle caratteristiche meccaniche dei profili in acciaio, si ottengono strutture molto più leggere garantendo un abbattimento dei costi concernenti le opere di fondazione, dei volumi di scavo e di getto; - comfort, salubrita’, durabilita’ e sicurezza: grazie agli accorgimenti tecnico – costruttivi applicabili alle costruzioni a secco in acciaio e ai materiali impiegati è possibile raggiungere prestazioni energetiche molte elevate per edifici in Classe A. - sostenibilità: l’impatto ambientale di una costruzione a secco è ridotto sia durante le fasi di realizzazione, sia alla fine della vita utile dell’organismo edilizio, grazie all’alta percentuale di recupero dei singoli componenti, assemblati meccanicamente e non a umido. Inoltre l’industrializzazione che contraddistingue la soluzione a secco in acciaio garantisce: riduzione del packaging e dei rifiuti, possibilità di riuso dei componenti edilizi, riciclabilità del materiale, riduzione dei trasporti di merci e di maestranze, riduzione delle emissioni di CO2; 147


148

Le funzioni


Piano primo A'

A

0

1

3

10

149


150


- flessibilità e personalizzazione: la versatilità di questo sistema in acciaio consente di definire le caratteristiche dell’edificio adattandole al sito di costruzione e di personalizzarne la funzionalità ed il design delle finiture e dei tamponamenti. Inoltre in vista di future nuove esigenze e di cambi di destinazione d’uso il sistema costruttivo a secco in acciaio è ottimale negli interventi di ampliamento e sopraelevazione del costruito. - cantierizzazione: la prefabbricazione in acciaio consente cantieri molto più organizzati di quelli relativi a edifici realizzati con altre tecnologie tradizionali, trattandosi di strutture industrializzate, per le quali le lavorazioni a piè d'opera si limitano a montaggi e assemblaggi di componenti costruttivi. E' possibile intervenire anche in spazi ristretti e in condizioni non favorevoli. Ciò consente di realizzare non solo interventi ex novo ma anche ampliamenti, sopraelevazioni o interventi di recupero con il minimo impatto possibile.

8.4 EVOLUZIONE TEMPORALE Tutti questi aspetti, oltre a definire le caratteristiche dell’edificio e dello spazio, ne disegnano la necessità dello stesso di sapersi adattare ad esigenze presenti e future ed alla necessità di espandersi in previsione di un possibile aumento della domanda. La scelta tipologica del sistema edilizio, oltre a soddisfare i requisiti proposti, permette di analizzare il progetto sotto il punto di vista dell’evoluzione temporale e il suo sviluppo nel tempo in relazione al possibile aumento della domanda di spazio dedicato al lavoro. L’idea progettuale, infatti, si basa sulla concezione di tempo quale costante nel tema della rigenerazione, che le risultanti del processo di dismissione su cui andiamo ad intervenire sono frutto di un’evoluzione nel tempo di servizi, esigenze e popolazioni che si sono susseguite variando, di volta in volta, le esigenze finali. Da questi presupposti è sembrato necessario fornire al progetto una qualità che ritornasse in maniera compositiva e che fosse riscontrabile in maniera tangibile. È stata, quindi, analizzata la possibile evoluzione del progetto che si distinguesse in diverse fasi, ipotizzandone e suggerendone le conformazioni 151


Sezione AA'

Prospetto Ovest

Prospetto Sud 152


0

1

3

10

153


fisiche. Lo sviluppo incrementale delle diverse fasi e delle metodologie ad esse collegate, ipotizzate per l’opera di progetto, di fatto, individuano tre aspetti, ambientale, economico e sociale, evidenziando quali potrebbero essere le possibili ricadute per ognuno di essi. Mantenendo come fondamento il tentativo di definizione di un intervento di tipo temporale e flessibile, il recupero e la rifunzionalizzazione dell’immobile preso in esame costituisce il primo passo nell’ipotesi di realizzazione. In questa fase gli aspetti risultano essere collegati direttamente all’adeguamento tecnologico ed energetico ed al coinvolgimento delle prime imprese, permettendo di riproporre al contesto urbano un edificio ormai dismesso coinvolgendo la collettività e stimolandone gli interessi. In quest’ottica è possibile pensare alle capacità dello stesso di attrarre l’attenzione, non solo in termini socio-culturali ma anche in materia di investimento. Nelle sue diverse configurazioni evolutive, il progetto si basa su un punto fisso che risulta essere il perno su cui si diramano le diverse funzioni: il complesso pre-esistente dell’ex Jura. Le caratteristiche del complesso, infatti, definite dalla sua natura industriale, permettono di inserire al suo interno elementi temporanei

e tamponamenti tra pilastri pre-esistenti in modo da definire spazi chiusi o semichiusi, ma al contempo lasciare inalterata la struttura portante e sfruttare lo spazio a disposizione per inserire, anche a varie altezze le diverse funzioni necessarie per lo svolgimento dell’attività lavorativa. All’interno del progetto infatti sono previsti tutti gli spazi di tipo lavorativo, ludico e gestionale permettendo una massima fruizione dello stabile senza interventi invadenti che ne compromettano la struttura o che influiscano eccessivamente sull’esistente. Si è cercato di determinare dei percorsi di collegamento sfruttando gli stessi come aree di sosta per brevi incontri e meeting informali, e cercando di pensare il tutto come un intero organismo che funzionasse all’unisono, fornendo spazi di interazione e condivisione al fine di promuovere lo scambio di idee e migliorare il più possibile l’esperienza di innovazione e scoperta, intento da cui scaturisce l’intera idea progettuale.

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_Intervento economico per l’adeguamento iniziale _Coinvolgimento delle prime imprese _Recupero dell’immobile _Adeguamento tecnologico ed energetico _Stimolo di interesse collettivo _Coinvolgimento delle maestranze _Invervento economico per l’adeguamento iniziale _Coinvolgimento delle prime imprese _Inserimento delle attività produttive _Recupero dell’immobile _Adeguamento tecnologico ed energetico _Occupazione dello spazio in relazione alle necessità _Stimolo di interesse collettivo _Coinvolgimento delle maestranze _Network per lo scambio di informazioni e Know-how _Intervento economico per l’adeguamento successivo _Coinvolgimento dei nuove imprese interessate _Inserimento delle attività produttive _Espansione modulare dell'edificio _Adeguamento tecnologico ed energetico _Occupazione dello spazio in relazione alle necessità _Stimolo di interesse collettivo _Coinvolgimento delle maestranze _Network per lo scambio di informazioni e Know-how _Invervento economico per l’adeguamento iniziale _Coinvolgimento delle prime imprese _Inserimento delle attività produttive _Massimo utilizzo delle potenzialità dell’immobile _Recupero dell’immobile _Adeguamento tecnologico ed energetico _Occupazione dello spazio effettivamente necessario _Stimolo di interesse collettivo _Coinvolgimento delle maestranze _Riappropriazione dello spazio _Costruzione di uno spazio collettivo per l’aggregazione sociale _Network per lo scambio di informazioni e Know-how 155


Conclusioni

Una delle maggiori intenzioni di questa trattazione è stata quella di mettere in risalto le potenzialità che possiede un terreno industriale dismesso come laboratorio di innovazione, fornendo delle linee guida di rigenerazione che potessero essere applicabili anche in altri contesti ed in altri ambiti. L'obiettivo è stato fin da subito quello di proporre e produrre una serie di strategie che si adattassero all'area delle ex acciaierie al fine di mostrare un metodo possibile per risolvere le difficoltà in merito alla riqualificazione di un brownfield e che dettassero, quindi, una linguistica capace di supportare la diffusione dei progetti di trasformazione urbanistica di questo tipo di aree. L'intervento su porzioni di territorio urbanizzate ma in stato di dismissione, localizzate prevalentemente all’interno di aree urbane, si pone come una preziosa opportunità, non solo per prevenire la perdita della campagna incontaminata, dei cosiddetti greenfields e quindi ridurre l'ormai eccesivo consumo del suolo eliminando territori contaminati dall’industria, ma al contempo anche per migliorare lo spazio urbano della città generando nuovi poli attrattivi. Il programma Collegno Rigenera ed il Piano Strategico di Torino Metropoli 2025 hanno rappresen-

tato un punto di partenza positivo in cui collocare l'oggetto di rigenerazione di questa trattazione. Negli ultimi anni l'area conurbata di Collegno si è mostrata, come la maggior parte del contesto torinese, sensibile a determinate pratiche di natura sociale e culturale per coinvolgere la popolazione in un processo decisionale in merito alle scelte della città. L'apertura ai processi decisionali inclusivi, di impianto partecipativo, risultano necessari al fine di ridurre l’imprevedibilità del processo decisionale, a ridurre la probabilità che a processo decisionale già avviato compaiano nuovi attori imprevisti, o a ridurre l'impatto sul processo decisionale conseguente alla loro inattesa comparsa sull'area. In particolare, attraverso l'analisi dei risultati del programma "Collegno Rigenera", grazie alle richieste dettate della cittadinanza, sono stati definiti i luoghi e le pratiche possibili che potessero concretizzare quell'idea di rigenerazione, favorendo un bilanciato equilibrio tra ipotetiche richieste da parte di attori pubblici e privati. Su queste basi il perseguimento di progetti di trasformazione urbana convenienti per la collettività sul piano socio-economico, ed una definizione condivisa dei progetti fra attori pubblici e privati sono condizioni essenziali alla strategia. Su questa 158


base si è sviluppata un'idea capace di gestire sia la tendenza del proponente a dilazionare i costi dell'intervento, sia il rischio connesso alla decisione dei soggetti pubblici che controllano e approvano. Su questa linea di pensiero, l’idea prevede l’inserimento di nuovi modi di vivere la città che, interagendo, formino nuovi spazi materiali ed immateriali, definiti dalle reciproche influenze che avranno tra di loro, attraverso una progettazione urbanistica e architettonica che costruisca relazioni e non solo contenitori. La soluzione sta nella creazione di spazi che si integrino con una proposta continua di innovazione nei modelli di attrazione, nel coinvolgimento dei consumatori e dei produttori, che facciano emergere il valore del processo di “elaborazione culturale” come nuovo carattere identificativo dell’area in oggetto. L’intento di tale approccio mira ad un coinvolgimento del distretto urbano, non limitatamente ai confini del lotto considerato, ma di farlo rivivere dando nuovo valore agli spazi come modelli di innovazione sociale. Questa visione di nuovo “distretto creativo”, molto vicino a quella di community hub, ha inoltre, il potenziale per creare nuovi posti di lavoro e

rafforzare l’economia locale attraverso Incubatori di impresa e servizi condivisi che aiutino a fornire formazione professionale e accesso a nuovi servizi e risorse sia per il quartiere che per l’intera città. Si tratta di una nuova concezione di “fabbrica” che si basa su cooperazione e sperimentazione, lavorando come una ”creative start-up”. Come una fabbrica che trasforma materie prime, energie ed informazioni, in beni di consumo, questo nuovo concetto di “fabbrica creativa” è in grado di produrre una nuova concezione del vivere la città, in cui le arti e le industrie culturali si diffondono come attività trainanti, influenzano le modalità di produzione e di consumo, modificano l’uso degli spazi costruiti. Il progetto, quindi, si può suddividere in 3 temi principali: il tema dello spazio urbano, il tema della residenza e il tema del lavoro sono le risposte che sono state date al fine di fornire una soluzione attenta al caso del contesto collegnese, ma che potesse mostrare caratteri coerenti e flessibili, in modo per poter essere riproposti all'interno di un qualsiasi altro contesto. Per quanto riguarda lo spazio pubblico sono state proposte delle strategie basate sulla visione della città divisa in layer e sulla definizione di luoghi 159


complementari. La prima strategia esprime un concetto comune nella città contemporanea, la quale viene scomposta in strati corrispondenti ai sistemi urbani: percorribilità, verde, edilizia, ecc. L'altro aspetto ripensa la città come sistema frammentato, come struttura di luoghi complementari che ritrovano unità solo per le relazioni che creano all'interno del contesto della città. Lo spazio progettato è uno spazio pubblico fluido ed autonomo, un suolo riccamente disegnato che assume spesso connotati naturalistici e contribuisce al miglioramento del paesaggio urbano. L'isolato si configura all'interno di una nuova scala nella città, un'isola autonoma il cui rapporto con la città è assicurato dalla natura porosa degli insediamenti, che prevedono al loro interno una dimensione esclusivamente pedonale. Il cambiamento della destinazione d’uso originaria rappresenta uno dei più efficaci strumenti a disposizione per rinvigorire il tessuto sociale e stimolare l’emergere di soluzioni creative ed innovative. A questo proposito, cultura e creatività, intese come leve per la rigenerazione urbana, sono alcuni degli strumenti che generano innovazione sociale, il quale può essere definito come un processo creativo, in gran parte di tipo collettivo, finalizzato alla realizzazione di beni e servizi che migliorino

il livello di benessere di una comunità. L'idea di realizzare una community hub, infatti, può generare innovazione per la collettività inserendo funzioni che generino contaminazione reciproca e processi di scambio relazionale. Una particolare “atmosfera creativa” può sostenere lo sviluppo delle interazioni sociali e le condizioni necessarie per la condivisione della conoscenza. Tale visione viene riproposta anche nell'ambito dei luoghi dell'abitare e dei luoghi di lavoro. Entrambi i luoghi sono concepiti per essere contenitori di socialità, luoghi complementari che contengono servizi integrativi per il quartiere o luoghi di condivisione, come il coworking all'interno del polo tecnologico. Nell'ambito dell'individuazione di una metodologia anche nella progettazione di questi due ambiti, entrambi i progetti sono sviluppati a partire da un modulo progettuale, flessibile e ripetibile. Lo sviluppo di un progetto a partire da elementi modulari prefabbricati permette notevoli vantaggi in merito a tempi e a costi di realizzazione, permettendo di ottenere anche un notevole vantaggio nella flessibilità d'uso. La componente umana e l'aspetto culturale definiscono nuovi ambienti che necessitano di essere flessibili e modificabili. La 160


modularità permette, in questo senso, di risolvere contemporaneamente l'esigenza di spazi flessibili, di una soluzione a basso impatto sia ambientale ed economico e nel caso specifico di conservare e mantenere intatte le forme pre-esistenti. L'intero progetto è basato sul concetto di "sostenibilità”, intesa in quattro accezioni differenti e complementari: ambientale; sociale; istituzionale; economico-finanziaria. Su questi principi l'obiettivo della tesi è stato quello di definire un'ipotesi di intervento del caso specifico delle ex acciaierie Mandelli attraverso un approccio metodologico ripetibile e riproponibile nella filosofia progettuale. In rispetto alle politiche ambientali di conservazione del suolo e di promozione di tecnologie meno impattanti si sono proposte soluzioni capaci di adattarsi alle caratteristiche dell'area, alle esigenze della popolazione presente e quella futura, in un'ottica di promozione della cultura come motore di trasformazione, in una società come quella odierna in cui l’intervento della conoscenza scientifica si pone come strumento nuovo e centrale. È attraverso di esso che si può realizzare la capacità di programmare la qualità del nostro sviluppo e di una nuova qualità del lavoro e del tempo sociale maggiormente disponibile.

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Progetto di ricerca per la rigenerazione del brownfield delle ex acciaierie Mandelli a Collegno (TO).

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