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Alessandra Paoloni

La discendente di Tiepole Butterfly Edizioni

Prima edizione novembre 2012 Prima ristampa febbraio 2013 ISBN 978-88-97810-08-7 Copyright Š 2012 Butterfly Edizioni www.butterfly-edizioni.com http://butterflyedizioni.wordpress.com butterflyedizioni@yahoo.it paolonialessandra@libero.it

Le immagini e la copertina del presente documento sono state realizzate da

Elisabetta Baldan


Tratto da “L'arrivo e l'inizio”

Tiepole contava poco più di mille anime che abitavano in minuscole abitazioni attaccate le une alle altre. I portoni si affacciavano direttamente sulla strada stretta e per questo impraticabile per le autovetture, la quale alternava asfalto forato a tratti a sampietrini rialzati o addirittura mancanti.

Malagevole e scomodo, quel luogo era un paese popolato soprattutto da persone

anziane. Era piuttosto d’estate che i giovani tornavano da Roma per trascorrevi le

vacanze con i propri parenti. Quindi, come sosteneva mio padre, dovevo considerarmi fortunata di essere arrivata lassù nella metà di luglio, perché almeno avrei potuto socializzare con qualcuno della mia età.

Io non mi trovavo a Tiepole per una vacanza, né per stabilirmi lì (questo me lo

auguravo con tutto il cuore). Non ero mai stata in quel posto sebbene mia madre vi avesse trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza. Tiepole faceva parte della mia vita in modo indiretto; era una parte di me, ma ancora non lo sapevo.

Ero giunta fin lì, dopo circa un'ora di macchina, perché mio nonno era morto da

quattro giorni. Lui, padre di mia madre, aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita da solo in una piccola casa tra quelle montagne, abitazione lasciata molto raramente.


Tratto da “La terribile verità”

«Non troverai il nome di Tiepole in nessuna cartina geografica, o in nessuno degli stradari della zona: Tiepole per il resto del mondo non esiste.» Mia madre fece una

breve pausa, una delle tante che si sarebbero susseguite durante il suo racconto.

Sedeva davanti a me, gli occhi chinati a fissarsi le mani giunte sul tavolo, la voce bassa e roca, le spalle ricurve. Mio padre osservava la scena appoggiato al lavello

dell'angolo cottura, le braccia incrociate al petto e lo sguardo contrariato ma rassegnato allo stesso tempo. In fondo, come iniziavo a pensare, aspettavano da anni

quel momento. Sapevano in cuor loro che non potevano continuare a nascondermi la verità per sempre.

«Tiepole fu fondata nel 1823...» «Non possiamo andare subito al sodo?» chiesi interrompendola con tono alterato

nella voce.

Cosa voleva fare mia madre, rivelarmi la verità come se fosse una storiella

raccontata davanti a un caminetto acceso durante una festicciola tra amici e parenti?

«Emma, lascia parlare tua madre e non interromperla per favore!» Il tono stentoreo di mio padre non ammetteva repliche da parte mia. Mi sforzai di

annuire e mi massaggiai il braccio che Christian aveva stretto più volte; ero ancora

indolenzita, ma stetti bene attenta a non far trasparire questa mia sofferenza. Mia madre sospirò e riprese dall'inizio: «Tiepole fu fondata nel 1823 da Tiepolo

Costantini, un uomo che aveva una particolare curiosità verso tutto ciò che era esoterico e misterioso. Assieme alla sua famiglia abitava ad Acriterra, un piccolo

paesino situato dall'altra parte della montagna. Quando gli abitanti di Acriterra scoprirono ciò che Tiepolo faceva, lo cacciarono via dal paese e lui si trasferì qui in

queste terre fondando la comunità di Tiepole. Lo seguirono altre famiglie tra le quali

una in particolare, appassionata anch'essa di pratiche occulte.» Fece una brevissima pausa, poi rivelò: «I Vasselli.»

Quel cognome mi fece rizzare i peli sulla nuca e sulle braccia piene di lividi. Un

brivido mi percorse la schiena come una potente scarica elettrica. «Vasselli...»


«Sì, Emma. Vasselli» ripeté mia madre. «Lo stesso cognome di tua nonna. E non c'è

bisogno che ti dica cosa questo significhi. Qui a Tiepole sono più o meno tutti discendenti di quelle due famiglie...»

Mia madre fece di nuovo una breve pausa. Quindi ricominciò: «I Costantini e i

Vasselli praticarono magia oscura per anni, infettando il territorio e lanciando

maledizioni ovunque. Poi, ancora non se ne conoscono bene le ragioni, divennero nemiche.»

«Il potere. Il controllo.» intervenne mio padre. «Queste sono le ragioni.» Spostai lo sguardo su di lui. Cercava di non darlo a vedere, ma era spaventato.

Questo significava che la parte più brutta del racconto stava per arrivare.

«Quelli furono tempi duri per il paese.» riprese mia madre stringendosi nelle

braccia. «I Tiepolesi non ne parlano mai, tutti i documenti e le testimonianze di quel

tempo sono state distrutte e dimenticate. Li chiamarono i tempi delle Persecuzioni, durante i quali le due famiglie si macchiarono di crimini orribili.» Un'altra pausa. Il silenzio in quel momento mi assordò.

«Quando finalmente le contese finirono, Tiepole oramai era diventata una terra maledetta; molte leggende sorsero attorno a essa, la gente del posto aveva paura e quella dei paesi limitrofi smise di avere rapporti con i Tiepolesi.» Fece ancora una pausa, più lunga delle altre questa volta. Si lanciò uno sguardo furtivo alle spalle,

come se avesse paura che qualcuno potesse sopraggiungere all'improvviso. Vidi con la coda dell'occhio che mio padre faceva lo stesso, gettando un'occhiata preoccupata alla piccola finestra della cucina che dava sulla strada.

«Per anni Tiepole cercò di dimenticare quegli avvenimenti.» riprese mia madre

abbassando di un tono la voce. «Fino a quando un manipolo di persone non tentarono di rimettere in pratica l'antica magia.»

«Ed è qui che entra in scena la nonna?» chiesi con voce debole, il palato

completamente prosciugato. Mia madre annuì debolmente con la testa.

«Lei assieme ad altre persone riuscirono a ricreare quel clima inquisitorio...» «Quelle persone sono sepolte assieme alla nonna? Appartengono a loro quelle

lapidi fuori del cimitero?» domandai. Mia madre annuì.

«Chi erano?» domandai ancora. «Che cosa hanno fatto di preciso?» Non seppi mai dove riuscii a trovare il coraggio per rivolgerle quelle domande. Più

andava avanti con il racconto e più mia madre non si accorgeva che la curiosità di


sapere cosa fosse accaduto in realtà in me cresceva. Lo spavento stava passando del

tutto. Sapevo che sia Lorenzo che Christian erano stati colpiti dalle maledizioni di mia nonna in un modo o nell'altro; io ora volevo sapere cosa gli era successo

veramente. Sentii mio padre muoversi nervosamente e sbuffare contrariato. Era questo forse che temeva: che io, alla fine, mi interessassi più del dovuto alla figura di mia nonna e a tutta quella assurda storia. Temeva forse che al contrario di mia madre, io non sarei fuggita. Non sapevo ancora se dargli più o meno ragione.

«Emma» rispose mia madre cercando di dominare una nuova crisi di nervi.

«Queste sono cose che faresti meglio a non sapere.» «Perché allora hai iniziato a parlarmene?»

«Perché devi capire il motivo per il quale la gente di Tiepole ci odia così tanto...» «Che cos'è la profezia? Riguarda me, non è vero?»


Tratto da “L'aggressione”

Passarono alcuni istanti interminabili. L'ansia cresceva, il cuore martellava nel

petto e più di una volta fui costretta a fare dei lunghissimi respiri per non svenire. Di colpi non se ne sentirono più. Dovevamo quindi ritenerci fuori pericolo? Pensai ai miei genitori: che fosse tornato indietro per loro? Guardai il telefono e chiesi a

Silvia se potessi comporre il numero di cellulare di mio padre. Volevo sincerarmi

che lui e mia madre stessero bene. Lei annuì e io alzai la cornetta, ma la riabbassai all'istante. Sentimmo un nuovo colpo, meno forte questa volta; ma più vicino. Solo allora mi accorsi che ci fossero delle scale che portavano a un piano superiore.

«È entrato...» sussurrai. E afferrai Silvia per una mano, pronta a scappare.

Guardammo le scale con aria terrorizzata e con ansia, come farebbe un condannato davanti al patibolo. Avvertimmo dei passi leggeri, e poi Valerio si materializzò

davanti ai nostri occhi come il peggiore degli incubi. Non seppi mai chi avesse gridato per prima e più forte tra le due; le nostre urla alla fine si unirono e ci

svuotarono i polmoni sconquassandoci la gola. Non ci muovemmo; la paura ci aveva intrappolate nella sua morsa. Ci facemmo più vicine, mentre Valerio scendeva

lentamente le scale come un felino che se ne sta quatto tra l'erba, pronto a balzare. Vidi ancora la fine davanti a me...

Poi accadde tutto molto velocemente: Valerio fece un salto così alto che sembrò

lambire il soffitto. E proprio quando sembrò che ci atterrasse addosso, la porta si spalancò e vedemmo Christian afferrarlo per la cintola e abbatterlo a terra. In pochissimi secondi sia Lorenzo che i miei genitori ci erano accanto.

«Venite via!» ci comandò mio padre afferrandomi per un braccio. Ma io non mi

mossi. Fissavo preoccupata Valerio e Christian lottare sul pavimento. Speravo che

nessuno dei due si facesse male, ma sapevo che questo sarebbe stato inevitabile. Sentii la mano di Silvia che lasciava la mia; ma anche lei restò lì dove si trovava, terrorizzata forse all'idea che suo fratello si ferisse.

I due mostri, il vampiro e quello che sembrava un grosso animale peloso,

ruzzolavano a terra e una volta era Christian a ritrovarsi sopra il suo nemico, bloccandolo per le braccia; l'istante dopo la situazione si ribaltava e procedettero


con quella bizzarra danza finché Valerio, ancora completamente fuori controllo, non ebbe la meglio e riuscì ad azzannare il suo amico. Affondò i sui enormi canini

nell'avambraccio di Christian che emise un lungo lamento gutturale. Io e Silvia gridammo all'unisono. Valerio riuscì a liberarsi dalla morsa dell'amico e balzò in

piedi, pronto a scagliarsi contro di noi. Lorenzo si mise davanti a me facendomi scudo con il suo corpo. Mio padre mi strattonò, cercando di trascinarmi verso la

porta. Mia madre invece restò ferma lì dov'era, e mi parve che lei e Valerio si fossero guardati per una manciata di secondi. Lui si immobilizzò per un istante appena; quindi tornò a puntare i suoi occhi assatanati e rossi verso di me. Christian si era

rimesso in piedi, reggendosi il braccio ferito; ma non fece in tempo questa volta a frenare l'amico che si scagliò contro di noi. Lorenzo fece un balzo in avanti, e in

maniera istintiva e folle acciuffò il vampiro per un braccio con la mano sinistra, quella trasformata. Allora si scatenò una sorta di lieve bagliore, come se si fosse materializzato un lampo lucente lì proprio dentro casa, e Valerio fu costretto a indietreggiare.

Lorenzo, stordito e meravigliato per l'accaduto, abbassò un istante la guardia per

posare due occhi sorpresi sulle sue dita deformate. E quella piccola distrazione bastò a Valerio per rigettarsi in avanti, e con un colpo del braccio scagliarlo dall'altra

parte della stanza. Lorenzo finì addosso a una credenza di legno. Il vaso che vi era poggiato sopra cadde rovinosamente facendosi a pezzi.

Valerio ora puntava me e mio padre. Lui mi strinse il braccio così forte che mi

bloccò la circolazione. La pelle bianca del suo viso stonava con i suoi capelli scuri e

le occhiaie sotto gli occhi. Occhi che esprimevano rabbia odio e malvagità. Che n'era stato del mio amico? Possibile che la sua umanità fosse svanita così di colpo?


Tratto da “Molti, troppi cambiamenti”

Non riuscì a calcolare per quanto tempo aveva camminato. Quel paesaggio così familiare, gli sembrò quel giorno diverso, mai visto prima. E quando la pioggia iniziò a calare lesta dal cielo, Valerio decise finalmente di fermarsi e cercare un riparo fortuito. Si nascose sotto un cespuglio e alzò il capo, lasciando che la pioggia gli picchiettasse il viso. Fissando quella coltre grigia e minacciosa si domandò se non

fosse arrivata l'ora di tornare a casa. Casa. Lui non aveva più una casa. La maledizione l'aveva strappato agli affetti familiari e alla possibilità di redenzione.

Chissà se Emma lo detestava. Chissà se Chistian lo avrebbe più guardato allo stesso

modo. No, non poteva tornare; non ancora. Abbassò gli occhi per fissarsi le mani. Tremavano. Le voci confuse nella sua testa gli intimarono di risalire sulla parte più

alta e impervia della montagna e togliersi la vita, così da lasciare il suo corpo in balia dei corvi e delle bestie selvatiche. La trasformazione era completa, lo sentiva. Poteva avvertire sia le voci nella sua testa che i rumori, gli umori e gli odori di

quello ciò che lo circondava. Animali, persone anche distanti, tutto faceva parte di un insieme che lui riusciva a captare senza difficoltà alcuna. E fu così che riuscì a capire che qualcosa non andava, che qualcosa di orribile stava per accadere, che il

fato avrebbe ben presto compiuto la sua mossa. Emma. Era in pericolo. I suoi amici erano in pericolo. Le dita smisero di tremargli e Valerio mise a tacere con

ostinazione le voci che aveva nella testa. Si alzò in piedi e riprese a camminare, affrontando il temporale e affondando gli anfibi nel fango. Non era ancora finita.


Tratto da “Maledetti e maledizioni”

Come potevo io, cresciuta in città e tenuta all'oscuro della mia vera origine e di tutti i problemi causati dalla mia famiglia, risolvere una situazione simile? Solo una settimana prima uscivo con i miei amici girando per bar e pub, all'ombra del

Colosseo. Tutto ciò a cui pensavo era cosa ne avrei fatto della mia vita una volta terminati gli anni del liceo, alla scelta universitaria, a trovarmi un lavoretto part-

time per l'estate. Rientravo tra le persone definite normali e la mia vita era semplice, forse monotona; ma non per questo meno bella.

Tiepole aveva cambiato tutto. La mia famiglia non era più la stessa, il rapporto

con mia madre si era trasformato senza che ce ne rendessimo conto, e le mie priorità ora erano altre.

Prima tra tutte: restare in vita.


«Lo so», rispose Christian. «Anche se mia madre lo scopre mi uccide...» Lorenzo gli fece una domanda e lui annuì.

«Sì, facciamo così. Ah Lorenzo, un'ultima cosa.» Fece una breve pausa. Poi disse,

sibilando: «Lei è mia.»


«Mia nonna e Marta Vasselli erano molto amiche quando avevano la nostra età.»

Stavo per dirle che non avevo voglia di sentir parlare di mia nonna e di quello che aveva combinato da giovane, quando capii che il discorso di Empiréa stava prendendo un'altra piega.

«Io non ho mai avuto delle amiche.» mi confessò senza guardarmi. «Sono

cresciuta solo con mia nonna; dopo le scuole medie, come molti qui in paese, non

me la sono sentita di scendere in città e la mia ragione era perché mi stavo trasformando. Le uniche persone che ho mai frequentato sono state Christian e i suoi amici. Ma questo solo perché siamo accomunati dalla stessa sorte.»


Lorenzo si alzò di scatto e andò al frigo per prendersi una birra. Cercò sul

bancone uno stappa-tappi, e dopo averlo trovato aprì la bottiglia dalla quale bevve un lunghissimo sorso. Io lo osservai per tutto il tempo, ma lui non mi degnò di uno

sguardo. Era chiaro che simili discorsi lo innervosivano, perché in un senso lato comprendevano anche lui. E me. Noi, i maledetti.


Incontriamoci sotto l'arco tra dieci minuti. Meglio far visita a casa di tua nonna di giorno. Ci saranno anche gli altri. La spia è scappata; sono certo fosse uno dei Teschi. Esci dalla porta mi raccomando; solo quando diventerai un mostro come me forse sarai in grado di saltare dalla finestra! Valerio


«Ero in trappola.

Non potevo tornare a Roma, né potevo restare lì a Tiepole perché se non fossi stata attenta mi avrebbero uccisa.»

Leggi le prime recensioni su anobii http://www.anobii.com/books/La_discendente_di_Tiepole/9788897810087/01786d5a40e533 fd70/ E

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In molti si sono giĂ  persi per le vie maledette di Tiepole. Voi cosa state aspettando?


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