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Francesca Schiavo Rappo

Il primo uomo del nuovo mondo

AVEDITORIA


© A.V. EDITORIA Tutti i diritti sono riservati A.V. EDITORIA è un marchio di A.V. MARKETING & COMUNICAZIONE di Antonio Valentino Albino (Bg) – Italia www.aveditoria.it info@aveditoria.it Codice ISBN 9788894854299 Tutti i diritti di riproduzione, anche parziale, dell’opera sono riservati. Eventuali citazioni nei termini di legge sono ammesse con chiara identificazione della fonte. L’immagine di copertina è di Cristiana Nasta, che ringraziamo. L’adattamento grafico è di AVEditoria


Segni 8 1 – Romano Bertasa Emozioni, Sentimenti e Racconti… in poesia 2 – Maria Rita Petrucci Fragori nel silenzio dell’anima 3 – Antonio Valentino Il grigio degli occhi 4 – Gaetano Paxia Poesie / Poems 1968-2018 5 – Giuseppe Leccardi Settantadue 6 – Carlo Zanutto Parole su parole (Volume 2) 7 – Adriana Bonardo Eden 8 – Francesca Schiavo Rappo Il primo uomo del nuovo mondo


Parte prima


I. Prima della fine Fu un anno che cominciò con l’abbondanza Le spine davano fiori Le sementi, al sicuro dal gelo, sotto la terra, promettevano raccolti. Il cuore d’oro del mio spaventapasseri riluceva, al sole di marzo, il primo sole, come cristallo di sale in una salina. I corvi gli svolazzavano intorno e lui se ne stava lì, ritto e immobile, re di tutte le possibilità che la primavera mi offriva. Con la piena della stagione, con la luna d’aprile il fiumiciattolo divenne un torrente. Le gambe ciondolavano Spinte a sud dalla corrente. Anche l’acqua era in abbondanza, non si sarebbe potuto morire di sete. La promessa del campo si realizzò. Le dispense erano colme di beni, ovunque vi era bontà e voluttà. Il cuore del mio spaventapasseri riluceva, sapido. 7


I fiori davano spine. Me ne intrecciai una corona sul capo. A sud gli uomini vivono per strada Stanno tutti mescolati, giovani, vecchi, bambini. Le donne hanno circoli di pena Nei quali condividono il peso di essere generatrici. Le giornate sono scalze. Anche lì vi è abbondanza. Le dispense sono vuote. È il seno del mondo che nutre il mondo. Qui le isole argento degli ulivi mi predicono l’ora del risveglio. D’inverno capita però ancora di vedere manti di luce e oscurità aggirarsi nell’aria, sospesi dal vento.

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II. Il luogo in cui ho trovato il nulla Poi, molte case erano bruciate La cenere tenendo in sé l’impronta del legno. Un fine naso d’ebanista ne sentì l’aroma, come una zingara il caffè dai fondi di caffè. Mi disse: «C’erano Polvere e calcinacci a disposizione Gli avanzi di molti amori, che sono: i ricordi condivisi le illusioni una comunità supposta desiderata reale. Da lì puoi ripartire.» Il luogo dove ho trovato il nulla invece era una radura sabbiosa. La mia solitudine, il mio vuoto, spazio di assenza e di mancanza che sempre chiede di essere riempito. 9


Dove ho trovato il nulla c’è stato spazio per il diavolo e per dio e per l’intera umanità poi per il cosmo intero. Infine per la fiamma e nella fiamma bruciando ho agognato un mondo nuovo, infine ho scongiurato di avere un luogo per la vita.

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III. L’ultima alba Di torrenti e valanghe Di pianti e di lagne e di dolore. Le divinità dei fiumi Hanno accompagnato la mia alba quest'ultimo sorgere. Nel loro scorrere attraverso i canali di scolo della mia desolazione, pozzi sacri hanno preso il posto di un nome da invocare innalzato sull'altare della perdita come calice in una celebrazione domenicale. Il vecchio mutaforme, il primo nato messo al battesimo del mio fuoco, affinché il regno avvenga aveva profetizzato: della destituzione di Oceano dal suo trono di dolcezza e l'interruzione del suo corso per venti volte nel fluire del circolo ininterrotto di giorno e notte di luce e oscurità, di un Forcide profondo, generatore di abissali mostruosità, della sconfitta di Erato, musa mai preferita tanto da fare di noi così in cielo come in 11


desolata terra, Roccia dura e impermeabile.

E ancora presentì della venuta del contadino che passa l’aratro e rivolta le zolle, di cui neppure so quando, né lui sa, se il suo compito sarà provare a restituire al mondo dignità o dare ai suoi figli sostanza, se troverà qualcosa che valga la pena espiantare, del contadino che ripone la zappa e il piccone al muro. «Ha scavato quel poco che le forze gli hanno consentito» Altri prima di lui Fiorivano invece. Roccia dura, terra sfruttata. Stato assediato.

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IV. Il lamento del contadino Sono stanco – stanco di raccogliere questi morsi al cuore della gente – questo loro e nostro torturarsi – questo sentire storto – questa coerenza deludente – questo perdersi per sempre e non sapere ritrovarsi. Sono stanco di questa eternità dolorosa di questo tempo indefinito nella sua fissità, nella sua costanza. Sono stanco di questo spazio in cui cullo i miei pensieri da morto, mentre dormo sognando di essere Vivo. Come un animale come una pianta come un bambino in un mondo nuovo. 13


V. Carme dell’esilio Attraverso vestigate invisibilia e tracce lasciate a caso Evaporate dalle crematorie della storia (nei vapori della) scalzi galut, creature dell'esilio, camminano, in cerca di patria «Sono stata stato di guerra Esseri apocrifi privati di un luogo comune, che conservano però il nome di un padre che non fu generato da alcuno perché si mostri d’essere ciò che si è sempre stati ho avuto confini assediati – una minoranza che sta dispersa ovunque e nel chiaroscuro di oxumaré e delle Sue altre emanazioni ho visto perseguitare ecumeniche buone intenzioni lui, principessa brasiliana che si spostò dal nord-est della penisola ho avuto margini slabbrati da strappi lungo quelle cuciture che di solito tengono insieme i pezzi 14


per spendersi al mercato degli schiavi di Milano e di Roma per portare gli archi colorati di Salvador di Bahia e le sue iridi immacolate allo stupore dell'amore che accorreva al suo serpente e alla mela di una conoscenza oscena. ho visto perseguitare generositĂ proverbiali, le politiche di libertĂ  e ogni etica del lavoro Una minoranza che sta dispersa tra la polvere che fa il giro coi cavalli a carousel di Ion, viola talare, ultimo dei giostrai, ultimo dei penitenti, corone di spine per le anime salve dei solitari. In ventiquattro ore sono piovute case, auto e strade, e ventiquattro volte ho chiamato il suo nome, incastrato in un sogno da paranoico Venduti al miglior offerente i solchi dei campi coltivati a illusioni che ha l'ardire di desiderare anche con l'acqua alla gola sul corpo delle nuove e delle vecchie generazioni 15


Come un achab ferito rincorrendo un pesce d'oro. Attraverso vestigate visibilia, strappate ai piedi e nascoste sotto la pelle - e tracce lasciate nella storia Le mie donne sono state mangiate vive scalzi arabi di palaistine, I miei uomini non sono mai cresciuti dal sangue meno rosso agli occhi del signore I miei e i loro figli sono creature dell'inconsistenza camminano, lontani da patria vagano in cerca di casa, piantando una tenda Conservano nomi senza titoli in villaggi disarmati di terre depredate da faide clandestine tra la melma delle abitudini, del disamore, della pretesa del suo contrario e dell'eternitĂ Âť

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Conservano il nome di un padre che non fu generato da alcuno perché si mostri d’essere ciò che si è, da sempre e ancora creature dell’esilio. ------

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Francesca Schiavo Rappo - Il primo uomo di un mondo nuovo  

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