Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 128 del 22 marzo 1973. Stampa Rotolito S.p.A.
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I risultati ottenuti
LA STORIA DI MARIA
Fondamentale è stampato su carta certificata e proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La caccia alle mutazioni a rischio deve restare in famiglia TEST GENETICI
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Andrea Sironi
Presidente AIRC
GLI IMPORTANTI RISULTATI
DEL 5 PER MILLE AD AIRC
Nel 2018 e nel 2019, AIRC ha avviato alcuni programmi speciali di ricerca dedicati allo studio delle metastasi, la sfida più difficile per la ricerca sul cancro e la causa della maggior parte dei decessi per tumore. In questi anni, i programmi sono stati finanziati tramite i fondi derivanti dal 5 per mille, lo strumento che consente a tutti i cittadini di destinare una parte delle proprie imposte alla causa che più sta loro a cuore. Oggi possiamo cominciare a fare un bilancio dell’esperienza. In questo numero di Fondamentale abbiamo fatto un punto sui risultati ottenuti da tutti i programmi, sia quelli già conclusi sia quelli in via di conclusione. Come potrete notare, questi progetti hanno dato luogo a numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e, soprattutto, a importanti risultati che si tradurranno in futuro in più efficaci terapie contro il cancro.
Anche la copertina di questo numero è dedicata a questi risultati. L’illustrazione è stata infatti realizzata utilizzando i titoli di alcune delle centinaia di pubblicazioni derivate dai programmi speciali. Questi traguardi dimostrano quanto il sostegno del 5 per mille sia fondamentale per giungere sempre più velocemente a cure più efficaci per tutti i pazienti oncologici. Per questo desidero esprimere il massimo apprezzamento di Fondazione AIRC per il provvedimento di innalzamento del tetto al 5 per mille, inserito nel testo dell’ultima Legge di bilancio. Questa nuova iniezione di risorse rappresenta per AIRC, prima scelta dei contribuenti per il 5 per mille, una opportunità unica per rafforzare i suoi investimenti, anche in vista del nuovo bando per avviare i futuri programmi speciali, di cui ci parla più nel dettaglio la direttrice scientifica della nostra Fondazione Anna Mondino all’interno di questo numero.
Vorrei chiudere questo editoriale con un appello. Nel numero scorso di Fondamentale, avevo raccontato della proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato insieme ad AIOM (Associazione italiana di oncologia medica), Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM. La proposta mira a ridurre il consumo di tabacco in Italia introducendo un’accisa fissa di 5 € su tutti i prodotti del tabacco e inalazione di nicotina. Oggi la raccolta firme è aperta: siete tutte e tutti invitati a sostenerla con una firma. È possibile farlo attraverso la piattaforma del Ministero della Giustizia, seguendo il link che troverete a pagina 34 di questo numero e utilizzando SPID, carta di identità elettronica o carta nazionale dei servizi.
Metastasi
Programmi 5 per mille AIRC
SETTE ANNI DI RISULTATI PER CONOSCERE MEGLIO LE METASTASI
In questo articolo:
— IMMUNOTERAPIA
— RECIDIVE
— RESISTENZA ALLE CURE
I programmi per studiare le metastasi e contrastarne la diffusione, avviati nel 2018 e 2019 da Fondazione AIRC con i fondi del 5 per mille, hanno prodotto risultati in alcuni casi già entrati nella pratica clinica a cura di Fabio Di Todaro
Le metastasi di un tumore sono la principale causa di mortalità oncologica. Comprenderne i meccanismi, anticiparne la comparsa e renderle vulnerabili alle terapie è pertanto una delle grandi sfide della ricerca sul cancro. Grazie alle scelte di chi le ha destinato il 5 per mille, Fondazione AIRC dal 2018 ha finanziato dei programmi di ricerca dedicati allo studio della diffusione delle metastasi. Alcuni dei programmi oggi si sono conclusi e gli altri sono in via di conclusione: è quindi il momento giusto per fare un punto sui risultati raggiunti, che potranno migliorare le prospettive di cura di molti pazienti.
EPIGENETICA E RISPOSTA
IMMUNITARIA: UNA NUOVA LEVA
TERAPEUTICA
La risposta all’immunoterapia non è uguale per tutti i pazienti e comprendere il perché di tali differenze è un obiettivo prioritario della ricerca oncologica. Una delle chiavi è l’epigenetica (l’insieme dei meccanismi che accendono o spengono i geni), che può influenzare crescita, diffusione del tumore e sensibilità alle cure. Su questo fronte si è concentrato il programma guidato da Michele Maio, direttore del Centro di immunoncologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria senese, con l’obiettivo di individuare bio-
marcatori predittivi e sviluppare nuove strategie terapeutiche. Lo studio ha preso in esame diversi tipi di tumore, quali melanomi, mesoteliomi e glioblastomi, integrando campioni biologici e modelli cellulari. I risultati già disponibili indicano che alcune combinazioni di farmaci epigenetici e immunoterapici sono sicure e possono migliorare la risposta clinica, mentre l’analisi del metiloma tumorale (il profilo delle modifiche epigenetiche che distinguono un tumore dalle cellule sane) aiuta a orientare la scelta delle terapie. “Abbiamo compreso che la metilazione del DNA tumorale predice
l’andamento della malattia e la risposta all’immunoterapia” spiega Maio. “Questo ci permetterà di sviluppare studi clinici innovativi, che utilizzino farmaci epigenetici in combinazione con farmaci immunoterapici.”
VACCINI TERAPEUTICI PER SUPERARE LA RESISTENZA IMMUNITARIA
Quando l’immunoterapia non funziona o perde efficacia, riattivare le difese dell’organismo contro il tumore resta una delle sfide più urgenti. Una possibile strategia arriva dallo studio dell’interazione tra sistema immunitario, cellule malate e microbiota
intestinale. Su questo fronte lavora il gruppo coordinato da Maria Rescigno, professoressa di patologia generale all’Humanitas University a Milano e da qualche mese anche direttrice scientifica del Centro di ricerca per la medicina molecolare di Vienna. Punto di partenza del suo progetto è stato identificare specifici peptidi rilasciati dalle cellule tumorali in seguito a infezione da parte di un batterio patogeno (salmonella). Il gruppo di ricerca ha scoperto che l’infezione batterica induceva stress cellulare e la produzione dei peptidi, che possono funzionare da antigeni, giocando un ruolo fondamentale nel processo di riconoscimento delle cellule tumorali da parte del sistema immunitario. Da queste evidenze è stato disegnato un vaccino che comprende i peptidi dello stress, mirato a promuovere una risposta immunitaria specifica per il tumore, che sappiamo esprimere preferenzialmente questi antigeni. Studi clinici in ambito veterinario hanno fornito risultati promettenti, mentre l’imminente avvio di una sperimentazione negli esseri umani, nel melanoma, rappresenta il passo successivo verso nuove opzioni di cura per i pazienti resistenti ai trattamenti attuali.
IL MICROAMBIENTE TUMORALE
COME “MOTORE” DELLE METASTASI
Il programma coordinato da Alberto Mantovani ha studiato il ruolo del sistema immunitario nei pazienti affetti da tumori solidi metastatici, con particolare attenzione a quelli che colpiscono il colon-retto e il pancreas. L’obiettivo era comprendere i rapporti tra i meccanismi di difesa dell’organismo, il microambiente tumorale e la diffusione metastatica. In prestigiosi lavori scientifici, il gruppo coordinato dal professore emerito di patologia generale dell’Humanitas University (Milano) ha evidenziato il ruolo di macrofagi, cellule T regolatorie e cellule NK nella progressione della malattia e nella risposta immunitaria. Tra le scoperte principali, nuove strategie per riprogrammare i macrofagi associati al tumore e identificare biomarcatori predittivi, anche tramite l’analisi del microbioma e del microambiente metastatico. Il programma ha sviluppato
inoltre piattaforme innovative per terapie cellulari (come le cellule CARCIK) e conduce anche studi clinici in pazienti pediatrici con neuroblastoma o leucemia, valutando sicurezza ed efficacia delle cellule CAR-T. “Le sfide future” spiega l’ex direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas “riguardano l’inibizione precoce delle metastasi, l’uso di CAR-T in tumori solidi, l’ampliamento delle terapie cellulari alle cellule CAR-NK e CAR-M (cellule NK e macrofagi geneticamente modificati con una molecola CAR) e lo studio della diversità del microambiente tumorale nei vari organi”.
RENDERE VISIBILI
ALL’IMMUNOTERAPIA
I TUMORI RESISTENTI
Il tumore del colon-retto metastatico non è una patologia unica. Anche all’interno della stessa malattia possono coesistere cellule con caratteristiche diverse, con differenti comportamenti e sensibilità alle cure. Su queste peculiarità si è concentrato il programma coordinato da Alberto Bardelli, direttore scientifico di IFOM, l’Istituto di oncologia molecolare di Fondazione AIRC. Un filone di ricerca centrale ha riguardato i difetti dei meccanismi di riparazione del DNA, che rendono alcune cellule malate più riconoscibili dal sistema immunitario. Studi preclinici e clinici hanno dimostrato che aumentare la quota di cellule con questi difetti può convertire tumori inizialmente resistenti all’immunoterapia, perché poco infiltrati da cellule del sistema immunitario (i cosiddetti tumori freddi), in tumori infiltrati (caldi), fino a favorirne l’eliminazione. Parallelamente, l’uso estensivo della biopsia liquida in oltre 2.500 pazienti ha permesso di monitorare la risposta alle terapie,
individuare precocemente le recidive e identificare nuovi biomarcatori prognostici. “I risultati di questo programma hanno trasformato la lotta alle metastasi del colon-retto, aumentando la sensibilità all’immunoterapia e riducendo i trattamenti inutili” sottolinea Bardelli.
RIPROGRAMMARE L’IMMUNITÀ CONTRO LE METASTASI EPATICHE
Le metastasi epatiche rappresentano una delle principali cause di mortalità nei pazienti con tumore del colon-retto e tumore del pancreas. Il programma coordinato da Chiara Bonini, professore di ematologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e vicedirettore della Divisione di ricerca di immunologia, trapianti e malattie infettive dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, ha puntato a sviluppare terapie immunitarie avanzate per rendere il sistema immunitario capace di riconoscere e colpire in modo più efficace le cellule cancerose nel fegato. Al centro della ricerca c’è lo studio del microambiente tumorale, cioè l’insieme di cellule e segnali che circondano la neoplasia e spesso ne favoriscono la crescita e la diffusione. Analizzando in dettaglio le differenze tra tumore primario e metastasi, i ricercatori hanno individuato potenziali bersagli terapeutici e definito nuove strategie per riattivare le difese immunitarie, per esempio riprogrammando cellule del sistema immunitario che nelle metastasi vengono “corrotte” dal tumore. Il gruppo inoltre ha mostrato che macrofagi geneticamente modificati o molecole capaci di bloccare segnali
I risultati raggiunti dai programmi 5 per mille per lo studio sulle metastasi di AIRC potranno migliorare le prospettiva di vita di molti pazienti
immunosoppressivi possono ridurre la crescita delle metastasi epatiche in modelli preclinici. Parallelamente, è stato avviato uno studio clinico osservazionale (in corso) che ha arruolato oltre 1.000 pazienti, di cui sono stati raccolti diversi campioni biologici corredati di informazioni cliniche. Il programma, sviluppato interamente all’interno del San Raffaele, ha prodotto innovazioni tecnologiche, brevetti e prodotti medicinali avanzati (“living drugs”) prossimi a essere testati in studi sugli umani. “Speriamo di aver posto le basi per terapie sempre più personalizzate contro le metastasi di tumori oggi ancora difficili da curare” chiarisce la specialista.
“I modelli preclinici e la biobanca di campioni messi in piedi nel corso del programma rappresentano un lascito prezioso per l’avvio di nuovi progetti di ricerca in campo oncologico.”
LE FORZE MECCANICHE
CHE GUIDANO LA DIFFUSIONE TUMORALE
Prevedere quando e come un tumore acquisisce la capacità di diffondersi è uno dei filoni di ricerca più interessanti in oncologia. Un ruolo cruciale è giocato dalle proprietà fisiche del microambiente che circonda le cellule cancerose, in grado di influenzarne il comportamento e l’interazione con il sistema immunitario. Su questi
I programmi avviati nel 2018 e nel 2019 hanno studiato molti aspetti diversi delle metastasi, come per esempio le loro caratteristiche fisiche
aspetti si concentra il progetto coordinato da Stefano Piccolo, direttore del Dipartimento di medicina molecolare all’Università di Padova. L’ipotesi di lavoro è che segnali meccanici alterati favoriscano l’acquisizione di caratteristiche che rendono le cellule tumorali più invasive e quindi rappresentino potenziali punti di vulnerabilità terapeutica. Il programma ha portato a scoperte rilevanti sul ruolo di specifici segnali cellulari e delle risposte immunitarie nella formazione e diffusione delle metastasi. Dal punto di vista tecnologico, sono stati sviluppati strumenti avanzati, tra cui la trascrittomica spaziale a singola cellula, modelli murini derivati da campioni di pazienti e la piattaforma clinica Metamech, che analizza le firme molecolari dei diversi istotipi di tumore al seno (cioè i diversi tipi di cellule che si possono trovare all’interno della neoplasia). Sono inoltre partiti degli studi clinici che mirano ad aumentare la risposta all’immunoterapia e a prevedere il rischio di formazione di nuove metastasi. Il valore innovativo del progetto è stato anche riconosciuto da prestigiosi finanziamenti europei.
LA PROGRESSIONE CLONALE
NELLE NEOPLASIE MIELOIDI
Capire come le neoplasie mieloidi evolvono e si diffondono nel midollo osseo è fondamentale per sviluppare terapie più efficaci. Il programma Mynerva si è concentrato sui processi di progressione clonale e sull’identificazione di punti vulnerabili dei tumori. Il progetto, guidato da Alessandro Vannucchi, professore di ematologia all’Università degli studi di Firenze e direttore dell’ematologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze, combina modelli animali, piattaforme cellulari 3D e sequenziamento avanzato su larga scala. Con il supporto di una vasta biobanca di campioni. “Abbiamo dato particolare rilevanza alla formazione di un gruppo di giovani bioinformatici che potessero analizzare al meglio la mole di dati ottenuti con il sequenziamento genomico su larga scala” spiega Vannucchi. I risultati hanno permesso di avviare sperimentazioni cliniche, tra cui una che ha dimostrato come combinazioni innovative di farmaci già in uso raddoppiassero la percentuale di pazienti con risposta positiva rispetto alle terapie convenzionali. Altri studi hanno contribuito a linee guida internazionali per diagnosi e trapianto di cellule emopoietiche.
Il programma ha inoltre formato giovani ricercatori e creato strumenti per comunicare con pazienti e cittadini. “Le sfide future” conclude Vannucchi “riguardano il pieno sfruttamento delle competenze e delle piattaforme sviluppate, così da garantire un impatto sia clinico sia sociale.”
TRACCIARE LA MALATTIA
INVISIBILE
NELLE NEOPLASIE
LINFOIDI
La disseminazione del tumore nelle malattie del sangue segue regole biologiche complesse, che influenzano la risposta alle terapie e il rischio di recidiva. Il programma coordinato da Robin Foà, professore emerito di ematologia alla Sapienza Università di Roma, ha studiato le basi molecolari di questo processo in diverse neoplasie linfoidi – leucemie e linfomi – con l’obiettivo di rendere le cure sempre più mirate ed efficaci. Analizzando il profilo genetico delle cellule tumorali sia nel momento della diagnosi sia dopo i trattamenti, il suo gruppo ha contribuito a chiarire i meccanismi che guidano la resistenza alle terapie e la diffusione della patologia. Un ruolo centrale è stato rappresentato dal monitoraggio della malattia minima residua, che consente di individuare tracce di tumore invisibili agli esami
tradizionali e di prevedere la comparsa di recidive. Nello specifico, nella leucemia linfoblastica acuta studi clinici condotti su scala nazionale hanno dimostrato che l’integrazione di terapie mirate e immunoterapia può portare a risposte profonde e durature, con un numero crescente di pazienti trattati senza chemioterapia e trapianto. Il consorzio negli anni ha inoltre migliorato la caratterizzazione genetica di individui con leucemia linfatica cronica, leucemia a cellule capellute e linfomi. Dal programma sono nate biobanche, modelli sperimentali avanzati e reti collaborative che hanno coinvolto migliaia di pazienti.
I risultati ottenuti hanno contribuito a modificare la pratica clinica, entrando nei protocolli e nelle linee guida per la gestione personalizzata di leucemie e linfomi. “Ci avviamo verso la fine del nostro secondo progetto 5 per mille: in 15 anni abbiamo contribuito a migliorare l’inquadramento diagnostico, il trattamento e la prognosi dei pazienti con leucemie linfoidi e linfomi. Il sogno di ridurre la chemioterapia a favore di terapie mirate è oggi una realtà.”
Programmi 5 per mille AIRC
AFFRONTARE LA COMPLESSITÀ DEL CANCRO. INSIEME.
Oggi grazie alla ricerca sappiamo che il tumore è una malattia complessa: può cambiare nel tempo, avere caratteristiche particolari nei singoli pazienti, e nascondersi nel microambiente che lo circonda.
Per questo servono approcci precisi, capaci di leggere in profondità le caratteristiche molecolari e di progettare terapie sempre più mirate. Affrontare questa complessità è possibile. I ricercatori di Fondazione AIRC lo hanno capito da tempo, e hanno sviluppato progettualità capaci di ottenere risultati importanti. Poter trasformare dati preclinici in protocolli clinici comporta uno sfor-
zo aggiuntivo in grado di unire competenze diverse, tecnologie d’avanguardia e la volontà di trasformare le scoperte scientifiche in opportunità di diagnosi e cura. È con questo obiettivo che Fondazione AIRC ha da poco lanciato il nuovo bando 5 per mille Tumor Complexity to Precision Oncology, un programma speciale pensato per affrontare alcune delle sfide più urgenti dell’oncologia moderna. Il bando costruisce sull’esperienza dei programmi speciali 5 per mille sullo studio delle metastasi, che abbiamo raccontato nelle pagine precedenti, e che hanno prodotto innovazioni scientifiche, nuove strategie terapeutiche e reti colla-
borative solide, in grado di generare sinergia.
Un elemento distintivo dei progetti speciali 5 per mille rimane quello di sostenere programmi multi-unità, capaci di coinvolgere gruppi di ricerca con competenze complementari. Un approccio che consente di accelerare il percorso dalla scoperta alla sperimentazione. Sappiamo che la comunità scientifica ha cominciato a lavorare insieme, per mettere a fattor comune analisi genomiche e trascrittomiche, tecniche a singola cellula, analisi spaziali e intelligenza artificiale in un’unica strategia coordinata. Biologi, biotecnologi, medici, fisici, matematici ingegneri, capaci di guardare al problema cancro da diverse angolazioni per trovare opportunità nuove. Proprio questa capacità di fare sistema è uno dei punti di forza della comunità AIRC, nonché una condizione essenziale per competere a livello internazionale su temi di frontiera.
I programmi finanziati potranno svilupparsi nel corso di 6 anni. Saranno valutati e selezionati da revisori internazionali, e monitorati nel corso del tempo per verificare il raggiungimento dei risultati preposti. L’obiettivo è alto: generare un impatto concreto per i pazienti. È prevedibile che i progetti cercheranno biomarcatori più precisi, terapie mirate più efficaci e tollerabili, modelli predittivi capaci di anticipare le risposte ai trattamenti. Immaginiamo che l’intelligenza artificiale sarà di supporto per l’analisi di dati complessi. Alla fine dell’anno sapremo quali saranno i progetti più innovativi e meritevoli, e potremo dare il via alle nuove attività. Le aspettative sono alte.
Tutto questo è possibile grazie ai cittadini che scelgono di destinare il proprio 5 per mille ad AIRC. Una firma che dà forza a ricercatori competitivi, a programmi ambiziosi e a una comunità che lavora unita per portare ai pazienti cure sempre più precise e innovative. Perché contro il cancro, davvero, insieme si può.
a cura di Anna Mondino, direttrice scientifica AIRC
Oncologia di precisione
Terapie a bersaglio molecolare
LA NUOVA SFIDA DELLA MEDICINA DI PRECISIONE
In questo articolo:
— TERAPIE MIRATE
— IMMUNOTERAPIA
— MICROAMBIENTE
L’introduzione delle terapie a bersaglio molecolare ha permesso di mettere a punto i primi approcci di oncologia di precisione.
L’obiettivo ora è definire nuove strategie per affrontare in modo ancora più approfondito la diversità della malattia
Oggi la classificazione di molti tumori, e la conseguente scelta del percorso di cura, si basa anche su elementi tanto piccoli da non essere visibili al microscopio. L’avanzamento degli strumenti di ricerca e diagnosi ha infatti permesso di associare ai parametri più convenzionali, quali per esempio le dimensioni e la morfologia del tumore, anche i dati sulle mutazioni genetiche e altre proprietà molecolari. Nel tempo si è così compreso che ogni neoplasia è un ecosistema unico e complesso, e che può reagire alle cure in modo diverso rispetto a un’altra neoplasia apparentemente simile. A partire da questo concetto ha preso forma la medicina di precisione e i percorsi clinici hanno iniziato a cambiare, passando da un approccio unificato (o quasi) di diagnosi e cura a percorsi più specifici per i singoli pazienti.
a cura di Camilla Fiz
Dopo più di vent’anni di studi, ora ci troviamo in un momento di svolta. Da un lato si consolidano i risultati delle terapie mirate già introdotte in clinica, dall’altro si progettano nuove metodologie per aumentare il numero di pazienti che potrebbero beneficiarne. L’obiettivo iniziale della medicina di precisione consisteva nello sviluppare medicinali più efficaci e meno tossici rispetto alle terapie convenzionali come chemioterapia e radioterapia. A differenza di queste ultime, infatti, le terapie mirate colpiscono bersagli molecolari specifici delle cellule tumorali, come proteine o altri elementi che in modi diversi favoriscono la progressione della malattia. Con questo approccio, aumenta la possibilità di colpire solo il tumore e non i tessuti sani, migliorando il rapporto costi-benefici (effetti collaterali/effetto terapeutico).
Uno degli esempi di maggiore successo per la medicina di precisione è quello della leucemia mieloide cronica. “Nel giro di pochi anni, la malattia ha cambiato volto, passando da una condizione spesso letale a una patologia controllabile” commenta Silvia Marsoni, che oggi dirige l’Unità di oncologia di precisione di IFOM, a Milano, e svolge ricerca in
questo ambito da più di trent’anni. Nel 2012, l’ente regolatorio del farmaco in Italia, AIFA, ha approvato la commercializzazione della prima terapia mirata. Si trattava di un inibitore di BCR-ABL, una proteina anomala prodotta dalle cellule tumorali, che favorisce la crescita delle stesse cellule in circa il 20% dei pazienti con leucemia mieloide cronica. Col tempo il medicinale è stato ottimizzato, e oggi la maggior parte dei malati con questa caratteristica
compreso che il successo delle terapie mirate dipende molto dal contesto biologico della malattia. La stessa alterazione molecolare può comportarsi in modo diverso in tumori diversi.” Infatti, se per la leucemia mieloide cronica colpire un solo meccanismo tumorale era stato risolutivo, questo non è sufficiente per altre forme di cancro con caratteristiche genetiche simili. Considerando la biologia specifica di ogni neoplasia, nel corso degli anni sono stati individuati i meccanismi
Le terapie mirate aumentano la possibilità di colpire solo il tumore risparmiando i tessuti sani
molecolare ha un’aspettativa di vita a 10 anni dalla diagnosi paragonabile a quella della popolazione generale. “Con il tempo abbiamo capito che il modello della leucemia mieloide cronica non è trasferibile in modo diretto a tutti i tumori” sottolinea la ricercatrice. “All’inizio pensavamo che fosse sufficiente identificare e bloccare il gene ‘sbagliato’. In seguito, abbiamo
molecolari che alimentano la progressione neoplastica, e sono stati messi a punto vari trattamenti di precisione. Tra questi, alcuni farmaci immunoterapici che hanno rivoluzionato la prognosi di malattie considerate prima incurabili, come il melanoma e il tumore al polmone in uno stadio avanzato. Per esempio, a più della metà delle persone con melanoma (quelle che risultano positive all’esame del gene BRAF) si possono somministrare farmaci mirati, tra cui la combinazione di dabrafenib e trametinib. Circa un paziente su 10 con un tumore al colon-retto rientra nella categoria a instabilità dei microsatelliti (caratterizzata da brevi sequenze di DNA ripetute), per cui può accedere all’immunoterapia con l’anticorpo monoclonale dostarlimab ed evitare chirurgia e chemioterapia. Invece, chi ha un tumore al seno in uno stadio avanzato e HER2-positivo riceve una combinazione di chemioterapia e l’anticorpo monoclonale trastuzumab.
La medicina di precisione intesa come terapia contro singoli bersagli molecolari ha raggiunto successi considerevoli. Al momento, come spiega Marsoni, i principali trattamenti di questo tipo che devono essere ancora messi a punto sono quelli che potrebbero utilizzare come bersaglio il gene K-RAS. Al riguardo, è in corso un promettente studio clinico in pazienti
con tumore del pancreas. “La vera sfida ora riguarda quei tumori che non rispondono né alle terapie mirate, né all’immunoterapia, né alla chemioterapia” continua la ricercatrice. “Per farlo, dobbiamo affrontare il problema della complessità dei tumori.” Il modo in cui si manifesta la patologia nei pazienti è infatti il risultato della combinazione di moltissimi aspetti. All’interno delle cellule tumorali sono coinvolti vari fattori molecolari, come le alterazioni genetiche ed epigenetiche, così come la disposizione e la conformazione del DNA. Oggi sappiamo quanto siano importanti anche le interazioni delle cellule tumorali con l’ambiente circostante, detto microambiente, con il sistema immunitario e con il resto dell’organismo. È importante anche considerare che i tumori e il loro microambiente possono evolvere nel tempo e causare resistenza alle terapie, rendendole nel tempo inefficaci. Con l’aumento della consapevolezza sulla complessità del cancro, la medicina di precisione ha assunto un significato più ampio. Oltre a essere intesa come una terapia contro specifici bersagli molecolari, è diventata anche un approccio che segue passo passo il percorso clinico dei pazienti, per decidere non solo quali cure intraprendere, ma anche quali evitare. Alcuni tumori, come quelli al colon-retto e alla prosta-
nella pratica clinica quotidiana, ma sono in fase di sperimentazione. Ne sono un esempio gli studi Pegasus, ormai al termine, e Sagittarius, entrambi coordinati da Marsoni. L’o-
Attraverso la medicina di precisione, in alcuni casi è possibile capire quali cure non sarebbero efficaci
ta, presentano una firma molecolare che permette di prevederne lo sviluppo e quindi di ottimizzare il trattamento fin dalle prime fasi. Per esempio, se la malattia è particolarmente aggressiva, si può intervenire subito con trattamenti più intensivi. Al contrario, alcune cure possono essere escluse o sostituite con altre meno invasive, limitando gli effetti collaterali. Queste applicazioni non sono ancora state introdotte
biettivo di Pegasus era testare l’efficacia della biopsia liquida nel guidare la terapia dei pazienti con tumore al colon-retto. In genere, la cura di riferimento comprende l’operazione chirurgica per togliere la massa tumorale, seguita dalla chemioterapia per eliminare la possibilità che rimangano alcuni residui della malattia. Tuttavia, solo una parte dei pazienti trae un effettivo vantaggio dalla chemioterapia. Grazie ai risul-
tati dello studio, si è compreso che la biopsia liquida, attraverso una semplice analisi del sangue, può aiutare a capire se la chemioterapia è necessaria. Lo studio clinico randomizzato Sagittarius sta sperimentando l’efficacia di terapie mirate e immunoterapia in un ampio gruppo di pazienti, sempre guidate dalla biopsia liquida. Per comprendere se e come questo approccio potrà essere integrato nelle linee guida di cura del tumore al colon-retto dovremo aspettare i risultati dello studio nei prossimi anni.
UN PODCAST FONDAMENTALE
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Oncologia di precisione
Analisi per anomalie genetiche
LA CACCIA AI GENI A RISCHIO DEVE RESTARE IN FAMIGLIA
In questo articolo:
— PREDISPOSIZIONE EREDITARIA
— BRCA
— SEQUENZIAMENTO DNA
Almeno per ora, l’analisi per individuare anomalie genetiche che predispongono al cancro dovrebbe essere eseguita solo nei parenti stretti di pazienti in cui sono già state riscontrate
a cura di Roberta Villa
Studiare i meccanismi molecolari all’origine del cancro consente di neutralizzarli con cure sempre più personalizzate. In maniera analoga, riconoscere in un individuo sano la presenza di alterazioni genetiche che facilitano l’insorgenza della malattia, ancora prima che si sviluppi, potrebbe portare ad azioni preventive con esiti ancora migliori. Negli ultimi decenni, il miglioramento delle tecnologie ha reso molto più facile e rapido il sequenziamento del DNA, cioè la sua lettura, dando un colpo di acceleratore alla ricerca in questo campo. Ormai conosciamo decine di varianti genetiche che potrebbero, in varia misura, contribuire allo sviluppo di un tumore. Occorre però ancora molto lavoro prima che queste informazioni possano essere usate sulla
popolazione generale per personalizzare, più di quanto accada oggi, i percorsi di prevenzione che riducono il rischio di cancro (prevenzione primaria) o permettono di diagnosticarlo in una fase precoce (prevenzione secondaria). Almeno per ora, in pratica, questo approccio è riservato a poche mutazioni note che sappiamo trasmettersi all’interno delle famiglie.
NON PER TUTTI
Conosciamo già decine di anomalie genetiche che possono predisporre a un rischio di cancro superiore alla media. Un recente studio pubblicato su JAMA Oncology ha, per esempio, incrociato i dati genetici di oltre 180.000 persone, raccolti nell’am-
bito del progetto UK Biobank nel 2020, con le diagnosi di tumori di quegli stessi partecipanti. È emerso che la presenza nel DNA di una di 16 varianti patologiche già note basti a quasi raddoppiare la probabilità di ammalarsi e aumenti di 2,5 volte quella di avere più di un tumore, indipendenti l’uno dall’altro. Tuttavia, questo non significa, almeno per ora, che sia fattibile o consigliabile sottoporre tutta la popolazione a test a tappeto di questo tipo. È vero, infatti, che oggi è possibile individuare la presenza di una formazione tumorale anche a partire da cellule o materiale genetico rilasciati dal cancro nel circolo sanguigno. Si tratta della tecnica detta biopsia liquida, di cui parlavamo già nell’articolo precedente di questo numero, e che è indicata per monitorare l’insorgenza di recidive o resistenza ai farmaci in un paziente il cui tumore è già noto. Alcune aziende, però, propongono kit commerciali per la ricerca di mutazioni a rischio anche nelle persone sane. “Queste accelerazioni non sono da incoraggiare” sottolinea Alberto Zambelli, professore di oncologia presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, direttore della Struttura complessa di oncologia e responsabile del Cancer Center all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. “Esistono studi promettenti, ma per ora i test disponibili non sono abbastanza affidabili per essere adottati sulla popolazione generale. Per esempio, lo studio Pathfinder II (presentato all’ultimo congresso internazionale di oncologia medica ESMO 2025) ha dimostrato in adulti asintomatici oltre i 50 anni, senza alcun sospetto clinico di cancro, che la ricerca di mutazioni sul DNA libero circolante permette di intercettare un numero di tumori fino a 7 volte supe-
I test per la ricerca di mutazioni a rischio non sono ancora abbastanza affidabili per essere usati come screening nelle persone sane
riore a quanto facciano gli screening standard. Ma in 4 individui su 10 in cui si accende la spia rossa, allarmando il paziente e inducendo ulteriori accertamenti, non si trova alcuna traccia di cancro. Questa proporzione deve migliorare prima che il test possa essere rivolto alle persone sane o introdotto in un programma di screening. Non facciamoci sviare da titoli a effetto o da pubblicità ingannevoli” avverte Zambelli.
UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA
Diverso è il caso di chi appartiene a famiglie nelle quali sono già emerse mutazioni o alterazioni genetiche specifiche che sappiamo possono aumentare in maniera significativa il rischio di cancro. “Si parla sempre di rischio perché il cancro non è una malattia ereditaria in senso stretto, come potrebbero essere la fibrosi cistica o la talassemia” precisa Zambelli. “Quello che si eredita è un errore nel DNA che aumenta di poco o di molto le probabilità di sviluppare un tumore. La variabilità di questo effetto si esprime con la definizione di maggiore o minore ‘penetranza’ della mutazione. A ciò si aggiunge la possibilità che nel genoma di un individuo si sommino altre alterazioni ancora ignote agli scienziati, che possono a loro volta avere un’ulteriore azione cancerogena o, viceversa, protettiva.” Ci sono molti meccanismi con cui mutazioni o altre anomalie genetiche possono favorire l’insorgenza del cancro. Alcune hanno come effetto uno stimolo alla proliferazione cellulare, altre riducono la capacità delle cellule di andare incontro a morte programmata, o compromettono quei meccanismi di riparazione del DNA indispensabili per correggere gli inevitabili errori di trascrizione che accadono durante la replicazione della doppia elica. Spesso, i geni che, se alterati, sono responsabili dello sviluppo di tumori svolgono una o più di queste funzioni. Il più importante, per questo ribattezzato “guardiano delle cellule”, è il gene per la proteina P53, mutato e inattivato nella metà dei tumori.
Ma i casi in cui questa alterazione è la prima causa della malattia e si eredita dai genitori sono molto più rari e caratterizzano la sindrome di Li-Fraumeni, in cui vari membri di una famiglia sviluppano da giovani una serie di tumori diversi a carico di svariati organi. Una situazione analoga si può verificare per altre sindromi di predisposizione familiare ai tumori, per esempio quella di Lynch, il cui motore è una ridotta capacità di correggere gli errori che normalmente si verificano durante la replicazione del DNA a causa di anomalie nel sistema di riparazione dei malappaiamenti, fenomeno per il quale più spesso si usa l’espressione inglese MisMatch Repair, in sigla MMR.
Per sospettare la presenza di una di queste alterazioni genetiche ereditarie non basta però che tra i parenti si siano verificati 2 o 3 casi di tumori comuni. Infatti, il cancro è una malattia molto frequente, per cui non è raro che, anche senza una predisposizione genetica, si ammalino più persone di uno stesso nucleo, che spesso sono esposte anche agli stessi fattori di rischio ambientale o condividono le stesse abitudini di vita. La prospettiva cambia quando il nume-
IL GENE ALTERATO FINITO IN COPERTINA
Il più famoso tra i geni che predispongono allo sviluppo del cancro è il gene BRCA, nelle sue varianti patologiche BRCA1 e BRCA2. A sancirne la celebrità anche tra i non addetti ai lavori è stata per prima l’attrice Angelina Jolie, che nel 2013 ha parlato pubblicamente della scelta di sottoporsi prima a una mastectomia bilaterale e poi anche alla rimozione di entrambe le tube e le ovaie, proprio sulla base della positività al test. Più recentemente, il tema è stato risollevato anche nel dibattito pubblico italiano da Bianca Balti, anch’essa operata al seno a scopo preventivo. Nel caso della modella italiana, purtroppo, la diagnosi di tumore dell’ovaio ha però preceduto il successivo intervento di salpingectomia e ovariectomia di profilassi. “Le mutazioni di BRCA1 e BRCA2 si ritrovano nel 5-10% circa dei tumori mammari e sono associate a circa la metà di tutti i casi in cui riconosciamo una predisposizione familiare, attesa nel 10-20% di tutti i tumori mammari e spesso responsabile dell’esordio di malattie in età precoce. Nell’altra metà sono probabilmente implicate diverse anomalie, come quelle dei
I test genetici possono essere consigliati dal medico a persone sane solo nel caso in cui la storia di malattie in famiglia lo giustifichi
ro di diagnosi in famiglia diventa più significativo, soprattutto se si tratta di tumori rari o comparsi in un’età molto giovanile. In questi casi, il medico potrà suggerire di prendere in considerazione un approfondimento genetico tra i familiari sani, per verificare la presenza di alterazioni note per aumentare il rischio di cancro e predisporre, se occorre, un percorso di sorveglianza con controlli più precoci e ravvicinati di quanto si faccia abitualmente nella popolazione generale.
geni PALB-2, ATM, CHECK-2, oltre a geni di cui però ancora non conosciamo l’impatto nello sviluppo del cancro” spiega Zambelli. “Nessuno di questi aumenta il rischio di tumore quanto BRCA1, che porta al 60-70% il rischio di una donna di avere un tumore al seno nel corso della sua vita, e BRCA2, che lo aumenta fino al 40-50%, contro il 12% di una donna che non ha rischi genetici aggiuntivi. Entrambi i geni aumentano poi in misura minore anche il rischio di cancro dell’ovaio.”
Per questo, quando a una paziente con tumore al seno viene trovata una di queste mutazioni, è importante informare i familiari e indirizzarli a una consulenza genetica che li aiuti a decidere se sottoporsi al test e, in caso di positività, come procedere: “La scelta della profilassi chirurgica non è l’unica, anche se dati recenti su oltre 5.000 donne giovani sotto i 40 anni suggeriscono un vantaggio in termini di sopravvivenza per chi si è sottoposta agli interventi di asportazione di mammella e ovaie rispetto a chi ha preferito ricevere esclusivamente chirurgie terapeutiche e non di profilassi e sottoporsi a sorveglianza più ravvicinata e a maggiore intensità di controlli” prosegue l’oncologo bergamasco. “Al di là dei casi più giovani, entrambe le opzioni, medica e chirurgica, hanno pro e contro, anche in termini di qualità di vita, per cui la decisione deve essere condivisa tra specialista e paziente in relazione alla situazione specifica.”
I controlli non vanno riservati alle donne della famiglia. Infatti, come conclude Zambelli, “anche gli uomini con una mutazione di BRCA hanno un rischio superiore alla media di avere un tumore mammario, al pancreas, alla prostata o un melanoma. Con una serie di test a cascata, a partire dalla paziente fino ai parenti di secondo o terzo grado, potremmo riuscire in un lasso di tempo ragionevole a individuare molte, se non tutte, le famiglie a maggior rischio, assicurando un percorso efficace di riduzione delle probabilità di ammalarsi ed evitando così una quota significativa di tumori, soprattutto di quelli scoperti in fase avanzata.”
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Facciamo il punto
Tumore dell’ovaio
LE SFIDE PER RENDERE IL TUMORE OVARICO SEMPRE PIÙ CURABILE
In questo articolo:
— PARP INIBITORI
— TUMORE SIEROSO DI ALTO GRADO
— BIOPSIA LIQUIDA
Nuove terapie, chirurgia specializzata e test molecolari stanno migliorando la prognosi del tumore ovarico, mentre la ricerca punta a superare la resistenza ai trattamenti e a sviluppare strumenti di diagnosi precoce
a cura di Michela Vuga
Nessun campanello d’allarme chiaramente riconoscibile, nessun test di screening attendibile per individuarlo quando è ancora di piccole dimensioni. Per il tumore dell’ovaio sono questi i principali ostacoli da superare, che costituiscono il motivo per cui a tutt’oggi l’80% delle diagnosi avviene quando la malattia è in uno stadio avanzato e dunque più difficile da curare. Finora i tentativi di mettere a punto un esame in grado di scoprire il tumore in una fase iniziale sono falliti, mentre sul fronte dei trattamenti negli ultimi anni sono stati ottenuti dei risultati significativi, grazie all’arrivo di farmaci chiamati PARP inibitori e al perfezionamento delle tecniche chirurgiche. “Oltre a questi, ci sono altri due fattori che hanno contribuito a migliorare la prognosi: la collaborazione tra specialisti a livello nazionale e internazionale e l’aver compreso quanto sia importante curare le pazienti in cen-
tri con un’alta specializzazione per il tumore ovarico” sottolinea Domenica Lorusso, professore ordinario di ostetricia e ginecologia dell’Humanitas University di Milano e ricercatrice AIRC.
TANTI
TUMORI DIVERSI
Ogni anno in Italia si registrano circa 5.500 nuovi casi di tumore dell’ovaio: la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è cresciuta negli anni ed è oggi in media del 43%, con differenze significative legate al momento della diagnosi e alle caratteristiche molecolari della neoplasia, quelle che determinano se risponderà o meno ai PARP inibitori. “È una malattia molto eterogenea e complessa. Dal punto di vista istologico, ci sono almeno 5 tumori dell’ovaio diversi per caratteristiche molecolari, per comportamento clinico e per tipo di risposta alla chemioterapia. I più frequenti, circa il 70%, sono i tumori sierosi di alto grado” spiega Lorusso. Il 50% di questi presenta mutazioni che alterano il meccanismo di riparazione dei danni del DNA (per esempio quelle dei geni BRCA1 e BRCA2). È contro queste neoplasie che sono stati sviluppati i PARP inibitori, capaci di aumentare sensibilmente la sopravvivenza. Ma il dato interessante è che si è scoperto che i PARP inibitori sono utili anche in altri carcinomi ovarici, in particolare in quelli che presentano dei difetti non genetici nei meccanismi di riparazione del DNA (definiti deficit della ricombinazione omologa, HRD in sigla). “Conoscere le caratteristiche molecolari di un tumore è dunque indispensabile per definire il percorso di cura: analisi come il test HRD ci indirizzano verso un tipo di terapia piuttosto che un altro” spiega Sandro Pignata, direttore della Divisione di oncologia medica – uro-ginecologia dell’Istituto nazionale tumori (INT) di Napoli e ricercatore AIRC.
Un ruolo determinante spetta alla terapia di mantenimento effettuata dopo l’intervento chirurgico e la chemioterapia iniziale, con l’obiettivo di prevenire e ritardare la recidiva, molto frequente nel tumore ovarico: “Più si riesce a procrastinare la ricomparsa del tumore, più alte sono
le possibilità di curarlo quasi come se fosse una nuova malattia, rimettendo in atto strategie chirurgiche e terapie mediche” sottolinea Lorusso. La terapia di mantenimento in prima linea a seconda dei casi prevede l’impiego di PARP inibitori o di un antiangiogenico (che blocca la crescita dei vasi sanguigni necessari al tumore per nutrirsi) o di entrambi in associazione. Purtroppo, in molte pazienti l’efficacia dei PARP inibitori è compromessa da fenomeni di resistenza: scoprire quali sono i meccanismi che li determinano e individuare delle strategie per superarli è l’obiettivo di molte ricerche, tra cui quelle di Sandro Pignata e Domenica Lorusso sostenute da AIRC.
LA CHIRURGIA? SOLO IN CENTRI OSPEDALIERI
ESPERTI
La chirurgia è un pilastro delle cure, a qualunque stadio arrivi la diagnosi di cancro ovarico. “L’obiettivo è eliminare tutta la malattia evidente per ottenere il cosiddetto residuo tumore assente. Nelle forme in fase iniziale, l’intervento può essere risolutivo, con una probabilità di sopravvivenza di circa il 70% a 5 anni dalla diagnosi, mentre in quelle in fase avanzata, in cui la malattia si è diffusa anche al di fuori dell’ovaio, l’intervento aumenta l’efficacia delle successive cure mediche migliorando la prognosi. Questi risultati però si ottengono solo se ci si affida a chirurghi oncologi con competenze specifiche e che operano in un centro di riferimento per il tumore ovarico” precisa Pignata. In Italia le reti oncologiche stanno lavorando all’unisono per indirizzare le pazienti verso centri esperti che garantiscano
un approccio multidisciplinare e la migliore assistenza. Anche le Regioni si sono attivate, e molte hanno già indicato i centri ospedalieri che hanno i requisiti per curare i tumori ginecologici.
LE DIFFICOLTÀ DELLA PREVENZIONE
I sintomi si manifestano quando la malattia è già avanzata, e sono perlopiù gonfiore, dolore addominale e difficoltà a digerire, che spesso vengono ricondotti a un problema di colite. Un test che può essere utilizzato se c’è un sospetto diagnostico è il dosaggio del marcatore tumorale Ca125, ma non è totalmente affidabile perché una sua alterazione potrebbe essere dovuta anche ad altre cause; può comunque rivelarsi un indicatore a cui far seguire ulteriori accertamenti. In alcuni casi anche l’ecografia transvaginale, che molte donne eseguono durante una visita ginecologica di routine, può essere utile a scoprire la neoplasia precocemente. “Nel tumore sieroso di alto grado, che cresce velocemente ed è il più frequente, è improbabile riuscire ad anticipare la diagnosi, mentre per le forme a crescita più lenta l’ecografia transvaginale sistematica può permettere di individuare la malattia quando è confinata all’ovaio. In questi casi la probabilità di guarigione raggiunge anche il 90%” spiega Lorusso. Un discorso a parte va fatto per la prevenzione delle forme di origine eredo-familiare. Le donne portatrici sane della mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2 hanno un rischio maggiore di sviluppare un tumore ovarico: questo non significa che si ammaleranno, ma è necessario intraprendere un
Per i tumori dell’ovaio a crescita lenta, l’ecografia transvaginale può permettere di individuare la malattia quando è confinata nell’organo, alzando le probabilità di guarigione
percorso di sorveglianza con controlli ravvicinati. “Con molta onestà, però, dobbiamo dire che l’unica strategia che aumenta la sopravvivenza in queste donne è l’annessiectomia profilattica, cioè l’asportazione delle tube e delle ovaie entro i 40 anni per le donne che hanno la mutazione BRCA1 ed entro i 45 anni per le donne che hanno la mutazione BRCA2.” Da non dimenticare che queste mutazioni comportano un maggior rischio di sviluppare anche altri tumori, tra cui quello del seno e del pancreas.
LA RICERCA TRASLAZIONALE
PER TROVARE NUOVE CURE
“La ricerca di base sul cancro dell’ovaio negli ultimi anni ha prodotto una quantità enorme di conoscenze che non sempre si sono tradotte in benefici per le pazienti, ed è per questo che è importante accelerare la ricerca traslazionale, che fa da ponte tra il laboratorio e la clinica” sottolinea Maurizio D’Incalci, responsabile del Laboratorio di farmacologia antitumorale all’Humanitas Research Hospital di Milano e ricercatore AIRC. Mettere a punto un test per la diagnosi precoce è una delle priorità della ricerca: molte aspettative sono riposte nell’utilizzo della biopsia liquida per trovare il DNA del tumore nel sangue, ma a oggi non sono ancora arrivati i risultati sperati. “Questo strumento si sta però rivelando utile per monitorare la risposta delle pazienti alle terapie e anticipare la diagnosi di recidiva, come recentemente dimostrato in uno studio, attuato in collaborazione tra i due gruppi cooperativi italiani MITO (Multicenter Italian Trial Ovarian Cancer) e MaNGO (Mario Negri Gynecological Oncology), appena pubblicato su ESMO Journal. Anticipare la diagnosi di recidiva significa poter intervenire tempestivamente.”
Il progetto sostenuto da AIRC che D’Incalci coordina riguarda un test di diagnosi precoce che individua il DNA tumorale con l’analisi del PAP test. “Abbiamo dimostrato che è possibile avere informazioni sulla presenza del tumore ovarico già quando è all’inizio del suo sviluppo: è una prova di principio importante che ora richiede una validazione su grandi numeri.”
Per quanto riguarda i trattamenti, c’è grande fiducia negli anticorpi farmaco-coniugati (il primo è stato approvato in Europa nel 2024), formati da un anticorpo in grado di trasportare un chemioterapico e di liberarlo all’interno della cellula tumorale di cui riconosce il recettore. “L’aspetto interessante di questi farmaci è che in qualche modo superano l’eterogeneità del tumore. Si è visto infatti che il chemioterapico, una volta libero, esce dalle cellule che hanno il recettore e ne uccide altre vicine anche se prive del recettore specifico.”
IL RUOLO DELL’ITALIA
Il nostro Paese ha dato un importante contributo al progresso terapeutico anche grazie ai due gruppi di ricerca MITO e MaNGO, che partecipando e promuovendo studi internazionali hanno migliorato molto le terapie che da sperimentali sono entrate nella pratica clinica. “In MITO, fin dalla sua fondazione nel 1998, abbiamo dato un’impronta
traslazionale alle nostre ricerche” racconta Pignata, che ne è stato presidente fino a dicembre 2025 per poi, da gennaio di quest’anno, passare il testimone a Domenica Lorusso. “Un approccio che deriva da Fondazione AIRC, che oltretutto ha sostenuto molti dei nostri studi, e che ci ha permesso di contribuire in modo significativo non solo alla definizione delle migliori terapie, ma anche a una migliore comprensione della biologia di tali terapie, aprendo dunque a nuove prospettive di cura.”
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Rubriche
La parola a...
DIFENDERE IL SSN È UNA PRIORITÀ ANCHE PER LA CURA DEL CANCRO
Napoletano di nascita e torinese d’adozione, Massimo Di Maio è professore ordinario di oncologia medica presso il Dipartimento di oncologia dell’Università degli studi di Torino e direttore dell’Oncologia medica 1U dell’AOU Città della salute e della scienza di Torino. È presidente di AIOM (Associazione italiana di oncologia medica) per il biennio 20252027. È autore delle linee guida ESMO sui PRO, i “patient-reported outcomes”, cioè l’insieme dei sintomi che misurano la qualità di vita dei pazienti durante il trattamento.
a cura di Massimo Di Maio
Adicembre 2025, come ormai tradizione da anni, si è svolta a Roma l’attesa presentazione della nuova edizione de I numeri del cancro in Italia, un lavoro frutto della collaborazione tra Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), Associazione italiana registri tumori (AIRTUM), Fondazione AIOM, Osservatorio nazionale screening (ONS), Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia (PASSI), PASSI d’Argento e Società italiana di anatomia patologica e di citologia diagnostica (SIAPeC-IAP). Il grande interesse suscitato dalla pubblicazione è testimoniato, oltre che dalla notevole visibilità sui media, anche dai circa 30.000 lettori che ogni anno scaricano gratuitamente il volume. Nel 2025, in Italia, sono state stimate circa 390.000 nuove diagnosi di cancro, un numero sostanzialmente stabile rispetto al 2024 ma con una tendenza alla diminuzione, dovuto non solo alla riduzione del numero di
abitanti ma anche alla progressiva riduzione dei tumori negli uomini, in particolare di quello del polmone. Peraltro, proprio poche ore prima della presentazione del volume a Roma, i dati pubblicati dalla Commissione europea hanno stimato per la prima volta un calo dei casi complessivi pari all’1,7% in Europa e addirittura del 2,6% in Italia. Insomma, per quanto i numeri assoluti siano ancora tanto, troppo elevati, si tratta di una tendenza positiva, a cui si accompagna un complessivo calo del 9% dei decessi dovuti al cancro negli ultimi 10 anni in Italia, ancora più evidente per i tumori del polmone (-24%) e del colon-retto (-13%).
La tendenza alla diminuzione dei casi – dopo anni di incremento costante nelle stime contenute nel volume – è sicuramente una notizia positiva. D’altra parte, grazie al progresso della ricerca vengono introdotte in pratica clinica nuove indicazioni terapeutiche e nuove sequenze di trattamento e, di conseguenza, a parità di casi il carico di lavoro per le strutture sanitarie tende a crescere notevolmente, molto più di quanto aumentino la forza lavoro e le risorse disponibili per gli ospedali. Il Servizio sanitario nazionale è una risorsa cruciale per l’Italia, e come tale va difeso in ogni modo.
Anche per riservare più mezzi a chi si ammalerà in futuro, AIOM dedica molta attenzione alle campagne di prevenzione: gli screening e la diagnosi precoce aiutano a identificare chi si ammala quando la probabilità di guarire è più alta e l’impegno terapeutico è minore, mentre la prevenzione primaria rappresenta un investimento per la salute complessiva della nostra società. A tale proposito, lo scenario fotografato ne I numeri del cancro in Italia 2025 evidenzia che nel nostro Paese abbiamo ancora molta strada da fare sul piano degli stili di vita sani: il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso e il 10% è obeso, il 58% consuma alcol e il 27% è sedentario. In quest’ottica, assume particolare rilevanza il protocollo di intesa tra AIOM e AIRC, firmato circa un anno fa, che ha segnato un rafforzamento della collaborazione tra le due realtà, con l’obiettivo di realizzare iniziative
congiunte su temi cruciali, come la prevenzione e la corretta informazione al pubblico. Un recente esempio virtuoso è rappresentato dal Tour Mediterraneo della nave Amerigo Vespucci. Nel 2025, AIOM, Fondazione AIOM e AIRC, insieme alla Società italiana di radiologia medica e interventistica (SIRM), hanno presenziato al Villaggio IN Italia in 5 tappe dell’iniziativa che ha visto la nave scuola della marina militare fermarsi nei porti italiani, dalla tappa iniziale di Trieste a inizio marzo fino a quella finale di Genova a giugno. Ai numerosi visitatori i medici hanno fornito consigli pratici, mentre i volontari hanno distribuito materiale informativo. Secondo le stime fornite dal Ministero della difesa, questa campagna di prevenzione ha generato un ritorno economico di 15 milioni di euro.
Grazie alla prevenzione e ai progressi nella diagnosi e nella terapia, il cancro è sempre più una malattia curabile. Purtroppo, non sempre i progressi vengono tradotti nella pratica clinica in modo uniforme sul territorio: il confronto con le istituzioni è fondamentale per ridurre le disparità. Un esempio di disuguaglianze territoriali, approfondito nel volume, riguarda l’elevata mobilità sanitaria regionale al Sud per interventi chirurgici per tumore della mammella, con indici di fuga 3 volte superiori a quelli del Centro-Nord. Tutte le Regioni del Meridione mostrano indici di fuga superiori rispetto alla media nazionale, con Calabria, Basilicata e Molise che presentano i livelli più alti, arrivando quasi al 50% degli interventi chirurgici eseguiti fuori Regione nel caso della Calabria, a fronte dell’8% medio nazionale. E questo è solo un esempio. Pertanto, è assolutamente necessario potenziare il SSN, per tutelare il diritto alla salute e per contenere le disequità. Inoltre, l’oncologia deve guardare anche al numero, in costante crescita, di cittadini che si lasciano alle spalle il percorso di trattamento attivo: in queste persone, l’attenzione alla qualità di vita, in tutti i suoi domini (non solo fisici), e il ritorno alla vita normale sono delle priorità.
La nave scuola Americo Vespucci
I TRAGUARDI DEI NOSTRI
RICERCATORI
In questo articolo:
— TUMORE AL RETTO
— MIELOMA MULTIPLO
— TUMORE ALL’OVAIO
TUMORE AL RETTO: UN PAZIENTE SU 4 POTREBBE POSTICIPARE
O EVITARE LA CHIRURGIA
I primi dati emersi dallo studio clinico NO-CUT mostrano che in alcuni casi potrebbe essere sicuro rimandare l’operazione chirurgica del tumore al retto o riservarla solo ai pazienti che ne hanno più bisogno, date le caratteristiche delle diverse forme di malattia
Una cura a base di chemioterapia o radioterapia, senza l’operazione chirurgica, potrebbe essere sufficiente per circa 1 paziente su 4 con tumore al retto al secondo e terzo stadio. È questo il principale risultato dello studio clinico NO-CUT, sostenuto anche da Fondazione AIRC. Nella sperimentazione clinica, un gruppo di medici e ricercatori coordinati da Salvatore Siena, del Grande ospedale metropolitano Niguarda di Milano, ha valutato l’efficacia dell’approccio “guarda e aspetta” (dall’inglese “watch and wait”). Si tratta di un metodo conservativo rispetto a quello convenzionale, in cui in alcuni casi si posticipa l’operazione, per limitarla a coloro che possono trarre maggiore beneficio dall’intervento. Questo approccio è stato ritenuto estremamente interes-
sante perché capace di migliorare la qualità della vita dei pazienti con tumori al retto e pertanto è stato di recente inserito in alcune linee guida internazionali per la gestione della patologia. “Prima di questo studio sapevamo che pazienti con determinate caratteristiche potevano evitare la chirurgia, ma soltanto in modo aneddotico” spiega Salvatore Siena. I risultati dell’indagine, pubblicati sulla rivista Lancet Oncology, hanno mostrato che omettere la chirurgia è sicuro sul lungo periodo, nei casi che hanno raggiunto la remissione completa della malattia dopo la chemioterapia o la chemio- e la radioterapia. Per il tumore al retto più comune, quello con la caratteristica molecolare della stabilità dei microsatelliti, le cure di riferimento consistono
a cura di Camilla Fiz e Jolanda Serena Pisano
in chirurgia, chemioterapia e radioterapia. L’operazione chirurgica è un’opzione terapeutica importante ma invasiva, soprattutto se la malattia si trova nella parte bassa del retto, vicino allo sfintere anale. La rimozione di questa parte può infatti richiedere ai pazienti di utilizzare lo stoma, un’apertura collegata a un sacchetto per la raccolta di feci e urine, e quindi incidere in modo importante sulla qualità di vita. Per ridurre tale eventualità, in clinica si tende a ritardare il momento della chirurgia mentre si monitora la malattia, e talvolta si decide di evitarla del tutto. In mancanza di ricerche e dati affidabili, l’approccio conservativo è rimasto a lungo a discrezione del personale medico e oggetto di discussione nella comunità medico-scientifica. “C’era il timore che lasciare il retto esponesse di più i pazienti alla possibilità di recidiva rispetto a chi veniva operato” spiega Siena. Le perplessità riguardavano soprattutto le recidive a distanza, che cioè si sviluppano in una sede diversa rispetto alla sede primaria della neoplasia.
Con lo studio NO-CUT, il gruppo di ricerca voleva dunque stabilire la sopravvivenza libera da malattia a distanza nei pazienti trattati con la sola chemioterapia o radioterapia, rispetto al gruppo invece operato.
Sono stati coinvolti 180 pazienti con tumore al retto con stabilità dei microsatelliti al secondo o terzo stadio. I ricercatori hanno monitorato nel tempo l’andamento della neoplasia e la sua risposta a chemio- e radioterapia, svolgen-
do regolarmente vari esami per considerare in quali soggetti fosse necessario intervenire con la chirurgia e in quali si potesse invece evitare. Dopo più di 3 anni dalla diagnosi di tumore, 47 pazienti hanno eseguito solo la chemioterapia o la radioterapia senza effettuare la chirurgia. Nella quasi totalità di questi casi il tumore non ha dato segni di ripresa nel periodo di tempo considerato. La sopravvivenza senza malattia a più di 3 anni dalla diagnosi è infatti stata di circa il 95% tra coloro che hanno evitato la chirurgia e del 74% per chi vi si è sottoposto. Questo dato ha dimostrato la possibilità di evitare l’intervento nella sottopopolazione di pazienti con risposta completa dopo chemio- e radioterapia. I dati dimostrano dunque che la chirurgia può essere limitata ai casi con una neoplasia più aggressiva e resistente a chemio- e radioterapia. Il gruppo ha inoltre seguito i pazienti con la biopsia liquida, un esame approfondito di un campione di sangue, e osservato che può contribuire a operare la scelta migliore, permettendo di prevedere la risposta alle cure. “Se combinata con altre informazioni cliniche, la biopsia liquida potrebbe aiutare a prevedere la risposta alla chemio e radioterapia” commenta Siena. “In questo studio, abbiamo raccolto moltissimi dati che ci permetteranno di proseguire le ricerche e valutare nuovi marcatori. Nei prossimi mesi pubblicheremo anche un approfondimento sulla qualità di vita dei pazienti coinvolti nella sperimentazione clinica.”
MIGLIORARE IL TRATTAMENTO DEL TUMORE OVARICO EPITELIALE
Il bevacizumab è un anticorpo che inibisce la crescita di vasi sanguigni nei tumori. Da qualche anno è usato nel trattamento del cancro ovarico epiteliale in combinazione con la chemioterapia. Tuttavia, non è efficace in tutte le pazienti. Per capire perché, un gruppo di ricercatori sostenuto anche da AIRC ha analizzato la genetica del tumore, l’attività immunitaria e la risposta al trattamento con bevacizumab in 398 pazienti coinvolte nello
studio clinico MITO16A/MaNGO OV-2. I ricercatori, coordinati da Gustavo Baldassarre del Centro di riferimento oncologico di Aviano, hanno così scoperto che le pazienti con maggiore infiltrazione di cellule immunitarie non rispondono bene al farmaco quanto le altre. Questi risultati, se confermati in ulteriori studi, potrebbero aiutare a capire quali pazienti trattare con bevacizumab, ottimizzando l’efficacia della terapia.
RALLENTARE IL MIELOMA MULTIPLO A TAVOLA
Il mieloma multiplo è un tumore che colpisce un tipo particolare di cellule del midollo osseo. In genere all’inizio è asintomatico e in circa 1 caso su 10 può evolvere in una forma particolarmente aggressiva. Una ricerca internazionale sostenuta anche da AIRC e coordinata da Matteo Bellone all’Ospedale San Raffaele di Milano ha mostrato che assumere molti alimenti ricchi di fibre in una fase precoce di malattia potrebbe rallentarne la progressione, riducendo anche del
40% le probabilità che si aggravi. In particolare, il gruppo di ricercatori ha scoperto che una determinata specie batterica che vive nel nostro intestino metabolizza le fibre che mangiamo e produce così alcune specifiche molecole capaci di interferire con lo sviluppo del mieloma. Se i risultati delle ricerche saranno validati in studi clinici più ampi, l’alimentazione potrebbe entrare a far parte della terapia delle persone con mieloma multiplo aiutando a prevenirne l’evoluzione.
Testimonianze
Grandi donazioni e lasciti testamentari
LA STORIA DI MARIA: INVESTIRE NELLA RICERCA A BENEFICIO DELLE GENERAZIONI FUTURE
a cura della redazione
Dopo una vita dedicata al lavoro e alla famiglia, ha deciso di sostenere AIRC sia con un lascito testamentario sia con una grande donazione in vita, destinata agli studi sul cancro del colon
Sono stati sempre uniti, Maria e suo marito Romeo. Insieme hanno costruito una famiglia e avviato un’officina a Venaria Reale, non lontano da Torino. Il senso del dovere e le loro capacità hanno alimentato quell’attività, sino a farla crescere e trasformarla in una concessionaria di auto. Maria ricorda pochi fine settimana trascorsi senza passare dal luogo di lavoro, non per eccesso di zelo o desiderio di successo, ma perché il tempo di guerra vissuto da bambini aveva fatto conoscere loro la fame e li aveva abituati ai sacrifici e a godere delle piccole cose. Lì c’era la loro vita, lì è cresciuto loro figlio, lì sono stati, con semplicità, felici.
UNA SCELTA MATURATA
NEL TEMPO
Oggi Maria ha 90 anni, ma il suo
carattere è lo stesso di quando da ragazzina, già orfana di padre, conobbe Romeo. Lui non c’è più da 17 anni; insieme, ne hanno trascorsi 65 e da tempo sostenevano insieme AIRC.
Oggi per Maria è come se Romeo fosse ancora accanto a lei, in tutto quello che fa. Come nella scelta, maturata qualche anno fa, di sostenere AIRC con un lascito testamentario: una decisione che lui avrebbe condiviso. “Ci dicevamo che, una volta in pensione, avremmo iniziato a viaggiare, a goderci il tempo libero, ma non è stato possibile” racconta Maria. Romeo se n’è è andato dopo una diagnosi di tumore, in pochi mesi. A ottobre dello scorso anno, un’altra grave perdita ha profondamente segnato Maria. Il figlio Giovanni è venuto a mancare a causa del cancro, dopo 7 anni di cure. Questi dolorosi lutti hanno reso ancora più chiara per Maria la necessità di sostenere la ricerca oncologica: “Ammiro AIRC per quello che fa e come lo fa, ho grande fiducia. A questa età non ho bisogno di granché, ma sento di poter aiutare la comunità a credere nel futuro”.
Quel futuro si chiama ricerca, e nel caso di Maria ha anche un nome e un volto: Francesco Neri. Infatti, Maria ha scelto di affiancare al lascito anche una grande donazione in vita, che sostiene un My First AIRC Grant, bando dedicato ai giovani ricercatori che desiderano avviare la loro attività di ricerca indipendente. Grazie a questo finanziamento, Francesco Neri, docente di biologia molecolare dell’Università degli studi di Torino, ha avviato un laboratorio e assunto collaboratori per poter studiare come gli errori epigenetici che si accumulano durante l’invecchiamento possano contribuire allo sviluppo del cancro del colon.
Maria ha coinvolto in ogni momento accanto a Fondazione AIRC il figlio Giovanni e la nuora Susanna. Anche nell’incontro con il professor Neri e la sua squadra. “Ci hanno colpiti per la chiarezza e la trasparenza, ma anche per i tanti giovani ricercatori” ricorda Maria. “In AIRC mi sono sentita come accolta in un’altra famiglia. Ho donato, certo, ma ho ricevuto altrettanto.”
L’INCONTRO IN LABORATORIO
La donazione è “una scelta coraggiosa e di grande responsabilità” secondo Francesco Neri, che considera l’incontro con Maria un momento di crescita e condivisione. “Mostrare il nostro operato significa anche imparare. Poter spiegare a chi non lavora nella ricerca quello che facciamo aiuta a riorganizzare le idee. Nello studio siamo razionali e pratici, ma nell’incontro col donatore emerge l’empatia, si crea una relazione.” Lui ha raccontato con efficacia cosa studiano nel suo laboratorio, dalle modificazioni epigenetiche che favoriscono lo sviluppo del tumore alle metilazioni del DNA, già note per il ruolo nel cancro.
Dopo la laurea e il dottorato in biotecnologie, ha lavorato come ricercatore a Torino, poi nei Paesi Bassi, e in seguito ha guidato un gruppo di ricerca sull’epigenetica dell’invecchiamento in Germania. Nel 2021 è tornato in Italia. “Nel 2022 ho vinto un bando di AIRC e ho potuto continuare i miei studi. AIRC è una sicurezza. La mancanza di continuità nei finanziamenti pubblici in Italia mi aveva spinto all’estero. La ricerca sul cancro non può durare 2 anni e poi interrompersi, non possiamo permettercelo. In AIRC la meritocrazia e i finanziamenti duraturi creano un sistema che funziona e dà speranza, e la scelta di Maria alimenta quella speranza” sottolinea Neri.
LA FIDUCIA NELLA RICERCA
Maria si è commossa nel vedere il laboratorio e ne è uscita ancora più motivata a impegnarsi per la ricerca. Ci confida un sogno: “Mi piacerebbe che tutte le famiglie tenessero un salvadanaio dove mettere ogni settimana piccoli contributi per AIRC, da versare a fine anno. È un investimento per le generazioni future, che potranno contare sempre più sulla maggiore possibilità di curarsi”. Infatti, ogni sostegno alla ricerca è un seme che dà grandi frutti. “Nonostante il dolore per le perdite che ho subito, questa donazione mi permette di proiettarmi nel futuro, quando non ci sarò più, nel ricordo di mio marito e di mio figlio.”
VUOI SOSTENERE IL LABORATORIO
DI UN GIOVANE RICERCATORE?
Se anche tu, come Maria, desideri sostenere il laboratorio guidato da un giovane scienziato e dare un contributo decisivo al futuro della ricerca, puoi finanziare un My First AIRC Grant. Con una donazione di 25.000 o 35.000 euro per 2 o 3 anni, sosterrai concretamente l’attività del suo gruppo di ricerca e contribuirai a far crescere i leader della ricerca oncologica di domani. Inoltre, potrai intitolare il progetto alla memoria di una persona cara che desideri ricordare, legando il suo nome all’impegno contro il cancro.
Per ulteriori informazioni, contatta Eleonora Bahadour dell’Ufficio grandi donazioni e lasciti:
Tel 02 7797 318
E-mail: eleonora.bahadour@airc.it
Oncologia di precisione
LA PROSPETTIVA DI CURA CHE PARTE DAI GRASSI
In questo articolo:
— TUMORE AL PANCREAS
— MELANOMA METASTATICO
— METABOLISMO DEI GRASSI
I grassi e il loro metabolismo potrebbero diventare una risorsa per individuare nuove cure per il tumore al pancreas e il melanoma metastatico
Ia cura della redazione
grassi sono un importante deposito di energia per le cellule sane e possono esserlo ancora di più per quelle neoplastiche che crescono in fretta e a dismisura. Comprendere meglio come il cancro li utilizza potrebbe portare a sviluppare una nuova terapia per il tumore al pancreas e il melanoma metastatico, secondo i risultati di uno studio pubblicato sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research. Un gruppo di ricerca coordinato da Angela Bachi di IFOM ha infatti scoperto che l’enzima BACE2 (abbreviazione di Beta secretase 2) regola l’ingresso dei lipidi (un sinonimo, in gergo biomedico, di grassi) nelle cellule cancerose, e potrebbe divenire un possibile bersaglio terapeutico per alcuni tumori.
“Per le cellule neoplastiche, i lipidi sono una possibile fonte sia di energia sia di altre componenti cellulari utili
/ IFOM / Oncologia di precisione
per la loro crescita” spiega Bachi, sottolineando che però non si può generalizzare. “I tumori si comportano in modo molto diverso a seconda delle loro caratteristiche molecolari.” La medicina di precisione è nata proprio con l’idea di identificare tali caratteristiche e sviluppare trattamenti su misura per ogni tipo di tumore. Su questa linea, qualche anno fa, Bachi e il suo gruppo di ricerca hanno iniziato a studiare le differenze tra le neoplasie più e meno aggressive.
Analizzando i livelli delle proteine presenti nelle cellule, hanno visto che alcuni tumori esprimono in modo abbondante la proteina BACE2 e tendono a proliferare più in fretta rispetto agli altri. “Storicamente l’enzima BACE2 è stato associato alle malattie neurodegenerative e studiato nel contesto dell’Alzheimer. Solo di recente si è compreso il suo ruolo in relazione ai tumori.” Dopo aver ottenuto i primi risultati su modelli
di laboratorio di melanoma, il gruppo ha proseguito gli esperimenti e confrontato i dati con la letteratura preesistente sul tema. Nel tempo ha osservato che l’aumento dei livelli di BACE2 riguarda anche altri tipi di neoplasie, compresa quella al pancreas. Nell’ultimo studio, il gruppo di ricerca ha dunque analizzato come funziona BACE2 e quali sono le conseguenze di una sua eccessiva attività in modelli di laboratorio di cancro al pancreas e melanoma metastatico. “Abbiamo capito che l’enzima funziona come il guardiano di un cancello. Il suo compito è mantenere un equilibrio dei livelli di lipidi tra l’interno e l’esterno delle cellule” spiega Bachi. In condizioni normali, BACE2 è in grado di percepire la quantità di grassi nell’ambiente circostante e regolarne di conseguenza l’assorbimento da parte delle cellule. I livelli elevati di BACE 2 nelle cellule tumorali impediscono, tramite la regolazione di trasportatori di lipidi, l’accumulo eccessivo di grassi all’interno della cellula, che risulterebbe tossico per le cellule tumorali stesse. A questo punto, le ricercatrici e i ricercatori del gruppo si sono chiesti se alterare questo meccanismo avesse un effetto terapeutico. Hanno quindi provato a bloccare l’enzima, sempre in modelli cellulari di laboratorio. “Abbiamo visto che inibire BACE2 porta a una specie di intossicazione del tumore” commenta Bachi. In questo modo, le cellule neoplastiche, avide di grassi, ne assumono una quantità maggiore di quella che sono in grado di metabolizzare. Di conseguenza, si trovano in una condizione di stress metabolico che ne riduce la crescita. “Il troppo stroppia anche per i tumori” commenta la ricercatrice. Peraltro, si tratta di un effetto rivolto in modo specifico alle cellule neoplastiche con un’alta espressione di BACE2, perché sfrutta la loro marcata dipendenza dai lipidi. Se questi risultati saranno confermati in modelli animali e pazienti, quindi, potrebbero portare allo sviluppo di una terapia con un’azione specifica e pochi effetti collaterali.
Lo studio coordinato da Bachi ha anche aperto nuove prospettive di indagine. Il gruppo di ricerca sta
continuando a studiare BACE2 per comprendere se agisce allo stesso modo anche in modelli di laboratorio più complessi e simili alle condizioni reali, come quelli tridimensionali. In contemporanea, vuole testare le possibilità di cura degli inibitori di BACE2, per esempio combinandoli con altri medicinali per aumentarne l’efficacia. Un ulteriore aspetto ancora da chiarire è se l'alimentazione possa influenzare l’attività dell’enzima, e l’eventuale azione terapeutica della sua inibizione.
Al momento i risultati dello studio non possono essere trasposti ai pazienti, perché sono stati condotti soltanto su modelli di laboratorio che riproducono solo in parte le condizioni reali. “È ancora presto per definire un collegamento tra la dieta e il funzionamento di BACE2” conclude la ricercatrice. “Vorremmo continuare gli studi in questa direzione e analizzare se diversi tipi di acidi grassi, saturi o insaturi, possono modulare la sua attività.”
COS’È IFOM
IFOM, l’Istituto di oncologia molecolare di Fondazione AIRC, è un centro di ricerca di eccellenza internazionale dedicato allo studio della formazione e dello sviluppo dei tumori a livello molecolare, nell’ottica di un rapido trasferimento dei risultati scientifici dal laboratorio alla cura del paziente. Fondato nel 1998 a Milano da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, che da allora ne sostiene lo sviluppo, IFOM oggi può contare su 269 ricercatori di 25 diverse nazionalità, e si pone l’obiettivo di conoscere sempre meglio il cancro per poterlo rendere sempre più curabile.
Testimonianze
Azalea della Ricerca
“VENT’ANNI FA
LA MIA STORIA AVREBBE AVUTO UN FINALE DIVERSO”
La storia di Dalila, che ha superato un tumore al seno triplo negativo e oggi vuole urlare al mondo l’importanza della ricerca
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Era il 31 dicembre 2020, in piena pandemia. Ero incinta del mio secondo figlio e costretta in casa come tutti, quando ho sentito un piccolo chicco di riso nel seno. Sembrava niente. Invece si trattava di un carcinoma mammario triplo negativo.” Ricevere una diagnosi del genere a metà gravidanza può essere devastante.
a cura della redazione
La prima preoccupazione di Dalila è stata affidarsi a chi potesse aiutare al meglio sia lei sia il bambino. “Attraverso una serie di coincidenze fortunate, sono approdata all’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, seguita dalla dottoressa Stefania Gori e da una équipe multidisciplinare. Ho iniziato la chemioterapia il 3 marzo 2021. Mio figlio è stato monitorato con cura e oggi è un bambino sano e vivace, nato a 35 settimane.” Dopo la nascita del figlio, Dalila ha potuto continuare con la chemioterapia e prepararsi all’intervento. A settembre
del 2021 è poi stata sottoposta a una mastectomia bilaterale con ricostruzione immediata, e la buona notizia è che, secondo le valutazioni dei medici, nel suo caso non era necessaria la radioterapia.
“Se tutto questo è stato possibile, è grazie alla ricerca. Solo vent’anni fa, una storia come la mia avrebbe avuto un finale diverso. Sono risultata positiva alla mutazione genetica BRCA1, e questo ha portato la mia famiglia a farsi controllare periodicamente. Anche mia mamma ha questa mutazione, ma non lo sapeva; il lato positivo, in un evento così difficile, è che quello che mi è accaduto potrà permettere a persone a me care di sapere e tenersi sotto controllo. Anche questo è frutto della ricerca. Per questo io e la mia famiglia abbiamo scelto di sostenere AIRC.”
Infatti, Dalila e suo marito sono dal 2021 donatori per Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.
Oltre a Giona, nato durante la malattia, la coppia ha un altro figlio, oggi
adolescente, Giosuè. Alla sua nascita, e al cambiamento che l’essere mamma ha portato nella sua vita, è legata la sua attività di blogger. “Ero ancora una studentessa universitaria ventiduenne quando scoprii di essere incinta di Giosuè” racconta Dalila. “Ero una giovane mamma, una giovane moglie, e vedevo la mia vita completamente diversa da quella dei miei coetanei, chiusa in casa a destreggiarmi tra pappe, rigurgiti e pannolini. Rispetto alla realtà dei miei coetanei, presi da tutt’altro, sembrava che mi trovassi in un mondo parallelo. Ho trovato così ‘conforto’ nel web. Ho aperto il blog ‘Donna Delirio, donne sull'orlo di una crisi di nervi’. Fino ad allora non sapevo neanche cosa fosse un blog e come si gestisse, anche se ho sempre avuto una passione per l’informatica e internet, ma da semplice utente e non autrice di qualcosa. In realtà ho sempre scritto su quaderni e diari appuntando amori, sventure e molto altro. Poi ho scoperto le piattaforme di blog-
ging gratuite e ho iniziato online.” È arrivata così la proposta editoriale alla quale è seguito l’abbandono dell’anonimato: “A giugno ho ricevuto una mail con la proposta, pensavo fosse uno scherzo. Mi è stato chiesto di cimentarmi nella scrittura di un libro, ci ho provato…”.
L’AZALEA DELLA RICERCA
Si stima che ogni anno siano circa 175.600 le donne cui in Italia viene diagnosticato un tumore. Le volontarie e i volontari di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro saranno presenti in migliaia di piazze in tutta Italia domenica 10 maggio, in occasione della Festa della mamma. Con un contributo minimo di 18 euro distribuiranno l’Azalea della Ricerca, per raccogliere risorse fondamentali destinate alla ricerca sui tumori che colpiscono le donne. L'Azalea sarà disponibile anche su Amazon.it con una donazione minima di 22 euro, spedizione inclusa.
Per informazioni da fine aprile visita il sito azaleadellaricerca.it o inquadra il QR code.
Esami in gravidanza
GRAVIDANZA E PREVENZIONE: PRENDERSI CURA ANCHE DELLA PROPRIA SALUTE
In questo articolo:
PAP TEST E HPV-DNA TEST
— MAMMOGRAFIA
— AUTOPALPAZIONE
La gravidanza è un’occasione unica per la madre per prendersi cura della propria salute: diversi controlli possono essere effettuati in sicurezza anche mentre si è incinte, in modo da diagnosticare il prima possibile eventuali tumori
a cura di Sofia Corradin
C’è un momento nella vita di molte donne in cui il tempo sembra rallentare. La gravidanza è fatta di attese, appuntamenti segnati in agenda, battiti ascoltati in silenzio, ecografie guardate con il fiato sospeso. Tutto ruota attorno a una nuova vita che cresce e, in questo movimento centripeto che porta l’attenzione verso il bambino, spesso il corpo della madre rischia di essere messo in secondo piano. La gravidanza, invece, è uno dei periodi in cui la salute della madre conta di più. Non solo perché il suo benessere influisce su quello del feto, ma perché proprio in quei mesi la donna entra in contatto con il sistema sanitario più spesso che in qualsiasi altra fase della vita. Visite, analisi del sangue, ecografie, controlli di routine, una sequenza fitta di appuntamenti che, se letta con gli occhi della pre-
/ Screening / Esami in gravidanza
venzione e della diagnosi precoce, diventa un’opportunità straordinaria.
“La gravidanza non è un momento in cui prendersi una pausa dai controlli per la propria salute, semmai un acceleratore di consapevolezza” spiega Matteo Lambertini, oncologo presso IRCCS Policlinico San Martino di Genova. “È il momento in cui una persona, che magari per anni ha rimandato controlli o esami, si trova a dialogare in modo continuo con i medici, e questo dialogo può e deve includere anche la prevenzione e la diagnosi precoce oncologiche.”
GLI ESAMI GINECOLOGICI
DURANTE LA GESTAZIONE
Durante la gestazione, la donna viene seguita con una frequenza che raramente si ripete in altri momenti della vita. Le ecografie pelviche, eseguite per via transvaginale o addominale, servono principalmente a monitorare lo sviluppo del bambino, ma possono anche offrire informazioni importanti sulla struttura dell’utero, delle ovaie e delle tube.
L’ecografia non è un esame di screening oncologico, ma può aiutare a individuare precocemente cambiamenti anomali che meritano ulteriori accertamenti. A questo si affiancano due esami fondamentali per la diagnosi precoce del tumore della cervice uterina: il Pap test, che rileva modificazioni delle cellule della cervice uterina conseguenti a un’infezione da Papillomavirus (HPV), e l’HPV-DNA test, che, invece, serve a identificare la presenza del Papillomavirus grazie alla ricerca del suo DNA.
La diagnosi di carcinoma della cervice uterina in gravidanza è rara, ma non impossibile. Si stima un’incidenza tra 1,5 e 12 casi ogni 100.000 gestanti. Numeri piccoli, ma sufficienti a ricordare che i controlli oncologici non vanno sospesi “in attesa del parto”. Il Pap test, eseguito fino ai 30 anni d’età, e l’HPV-DNA test sono esami semplici, rapidi, sicuri anche per chi è incinta, e non esistono controindicazioni se la gravidanza è fisiologica. Le linee guida raccomandano di eseguirli già al primo controllo ostetrico, soprattutto per coloro che non partecipano regolarmente ai programmi di screening regionali, rivolti alle donne
tra i 25 e i 29 anni di età ogni 3 anni per il Pap test, e tra i 30 e i 65 anni ogni 5 anni per l’HPV-DNA test. Il prelievo cervicale può causare un lieve sanguinamento: uno spotting che in quei mesi spaventa più del dovuto, ma che è legato alle modificazioni della mucosa del collo dell’utero, che in gravidanza è più vascolarizzato. Non è pericoloso per la gestazione, ed è importante che la donna sia consapevole di questa possibilità per non vivere quel momento con ansia evitabile.
Se l’esito del Pap test è anomalo o l’HPV-DNA test è positivo, il percorso diagnostico prosegue con la colposcopia, l’ecografia del collo dell’utero, ed eventualmente con una biopsia. Anche queste procedure sono sicure in gravidanza, sebbene il rischio di sanguinamento sia leggermente maggiore. In alcuni casi, se viene diagnosticata una lesione, il trattamento può essere rimandato a dopo il parto, valutando attentamente tempi e rischi insieme allo specialista.
LA DIAGNOSI PRECOCE DEL TUMORE DELLA MAMMELLA
In gravidanza, il seno aumenta di volume, diventa più teso e più sensibile. Sono cambiamenti fisiologici, ma possono rendere più difficile distinguere ciò che è normale da ciò che è anomalo. “In questa fase, l’autopalpazione è fondamentale” spiega Lambertini, “perché in gravidanza sono da evitare tutti gli esami con radiazioni ionizzanti che possono danneggiare il feto, inclusa la mammografia per lo screening oncologico del tumore al seno.”
de ad avere figli sempre più tardi. “L’autopalpazione non è un gesto tecnico, ma una forma di relazione con il proprio corpo” spiega Lambertini. “Aiuta a capire com’è fatto il proprio seno e come cambia durante la gravidanza, a riconoscerne la consistenza e ad accorgersi se qualcosa cambia. Se una donna nota segni anomali, come un nodulo duro, una zona arrossata, un capezzolo che si ritrae, non dovrebbe allarmarsi eccessivamente, ma è comunque importante che li osservi nel tempo. Soprattutto per quanto riguarda i noduli: se non scompaiono entro pochi giorni è bene che la donna si rivolga al medico.” In questi casi, si procede con una valutazione senologica ed eventualmente con un’ecografia del seno, che non utilizza radiazioni ionizzanti ed è sicura in qualsiasi fase della gravidanza. “Se l’ecografia non è dirimente sulla benignità del nodulo può essere effettuata la biopsia” continua Lambertini. “Nei casi dubbi è possibile addirittura eseguire la mammografia, ma con speciali schermature dell’addome, riducendo al minimo l’esposizione del feto alle radiazioni.”
MIGLIORARE LO STILE DI VITA
La gravidanza è anche un momento in cui molte donne rivedono spontaneamente le proprie abitudini, e questo ha un valore enorme in termini di prevenzione oncologica primaria. Mangiare in modo equilibrato, evi-
In gravidanza è meglio evitare la mammografia. Invece, è fondamentale l’autopalpazione per individuare eventuali tumori del seno
Il carcinoma mammario è il tumore più frequentemente diagnosticato in gravidanza, con circa un caso ogni 10.000 gestazioni. Un dato che negli ultimi anni è aumentato nei Paesi sviluppati anche perché si ten-
tare un aumento eccessivo di peso, muoversi ogni giorno, non fumare, non bere alcol: sono raccomandazioni che proteggono il bambino ma anche la salute della madre. La falsa credenza che durante la gravidanza
Durante l’allattamento sono frequenti i noduli dovuti a ingorghi di latte, ma se persistono per diversi giorni è meglio coinvolgere uno specialista
si debba “mangiare per due” può portare a un apporto calorico troppo elevato rispetto alle reali necessità. L’aumento del peso dovrebbe mantenersi entro valori che di norma vengono calcolati prima della gravidanza sull’indice di massa corporea (in inglese Body Mass Index, BMI). Una dieta equilibrata senza troppi eccessi e l’attività fisica moderata (camminare, nuotare, fare yoga) per almeno 3040 minuti al giorno sono importanti alleati della prevenzione oncologica in gravidanza, mentre, come noto, il fumo e l’alcol sono da evitare tassativamente.
E DOPO IL
PARTO?
Con l’arrivo del bambino, tutto cambia. Le notti diventano più brevi, il tempo per sé si riduce, l’attenzione è interamente catturata da quella nuova vita; ma è bene ricordare che la prevenzione e la diagnosi precoce non si fermano con il parto. I controlli programmati, come Pap test, HPVDNA test, ecografie e mammografie, restano fondamentali, soprattutto se durante le ultime settimane di gravidanza erano emersi dubbi o sospetti. “Nella fase post-parto e di allattamento si possono eseguire tutti gli esami utili alla diagnosi precoce oncologica senza pericolo per il neonato, inclusi quelli che utilizzano radiazioni
ionizzanti come la mammografia” spiega Lambertini. “In questa fase, poi, è ancora più importante l’autopalpazione, perché eventuali tumori maligni della mammella che si sviluppano durante l’allattamento sono in genere più aggressivi ed è quindi fondamentale che vengano individuati precocemente. Anche in questo caso non serve allarmarsi eccessivamente, dato che sono frequenti i noduli dovuti a ingorghi di latte, ma se i noduli persistono per più di qualche giorno si rende necessario un controllo specialistico.” Infine, il post partum è un momento decisivo per il consolidamento delle sane abitudini iniziate spontaneamente in gravidanza: mangiare con più attenzione, muoversi di più, evitare fumo e alcol. Allo stesso tempo, è il momento giusto per non interrompere il filo dei controlli oncologici, soprattutto per chi prima non aveva mai partecipato ai programmi di screening. Una scelta di salute che guarda al futuro.
Iniziative
Manifesto della prevenzione
AIRC, MILANO CORTINA 2026 E ESSELUNGA INSIEME PER LA PREVENZIONE
Firmato il manifesto che unisce
AIRC, Fondazione Milano
Cortina 2026 ed Esselunga per promuovere stili di vita salutari
in occasione dei Giochi Olimpici
Invernali e del World Cancer Day
a cura della redazione
In occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026, AIRC ha presentato a Milano il manifesto della prevenzione Ogni movimento conta. Il documento, con il patrocinio del Ministero della salute e di Fondazione Milano Cortina 2026 e il cui primo firmatario è Esselunga, segna l’avvio di un percorso condiviso per diffondere una cultura della prevenzione accessibile e sostenibile per tutti e tutte, facendo leva sui valori dello sport come strumento di salute, ispirazione e inclusione.
La firma è avvenuta nella sede della Fondazione Milano Cortina 2026, alla presenza di Andrea Sironi, presidente di Fondazione AIRC, Diana Bianchedi, Chief Strategy
Planning & Legacy Officer della Fondazione olimpica, e Marina Caprotti, presidente esecutiva di Esselunga. Tre realtà differenti che scelgono di fare squadra per promuovere gesti semplici e accessibili, in grado di ridurre il rischio oncologico. Il Manifesto prende forma da un dato ormai consolidato: circa il 40% dei nuovi casi di tumore è potenzialmente prevenibile adottando uno stile di vita sano. Tra le abitudini da includere nella propria quotidianità, l’attività fisica è una delle più efficaci per proteggersi dal cancro e altre malattie croniche, insieme a un’alimentazione varia ed equilibrata, l’astensione da fumo e alcol, e l’adesione a screening e vaccinazioni raccomandate. In 10 punti, il documento racconta come la costanza, la pazienza, la cura del proprio benessere mentale, il sostegno reciproco e l’attenzione all’altro siano importantissimi per raggiungere questi risultati. Così come nello sport. Infatti, la sinergia con i Giochi aiuta a diffondere il messaggio, ma è anche un gesto simbolico, perché le attività sportive si fondano su valori come l’impegno e lo spirito di gruppo.
“Con questo Manifesto rinnoviamo un impegno fondamentale per la missione di AIRC: portare la prevenzione al centro della vita delle persone, con strumenti semplici, accessibili e basati sulle evidenze scientifiche” ha dichiarato Andrea Sironi. “Condividere questo percorso con Fondazione Milano Cortina 2026 ed Esselunga ci permette di amplificare il messaggio e raggiungere comunità diverse, trasformando i valori dello sport in un motore di salute per tutti.”
“Come Fondazione Milano Cortina 2026 crediamo nel potere dello sport di ispirare scelte sane e consapevoli,
e ci impegniamo affinché l’entusiasmo dei Giochi diventi eredità concreta per le persone e le comunità. Promuovere la prevenzione significa investire sul futuro delle nuove generazioni, un percorso da condividere con l’intero Paese, ben oltre i Giochi” ha commentato Diana Bianchedi
Accanto a Fondazione AIRC e alla Fondazione Milano Cortina 2026, il primo firmatario del Manifesto, Esselunga, si dichiara orgoglioso di aderire al progetto. Come ha commentato Marina Caprotti, questa collaborazione è “una visione condivisa che pone la prevenzione e la corretta alimentazione al centro di scelte consapevoli e accessibili a tutti. Crediamo che i valori dello sport possano tradursi in un’eredità concreta e duratura”.
La firma del Manifesto rappresenta solo l’inizio di un percorso. AIRC, Fondazione Milano Cortina 2026 ed Esselunga sono già al lavoro per trasformare i contenuti del documento in iniziative dedicate a cittadini, scuole e comunità sportive. Nei prossimi mesi saranno diffusi materiali informativi e saranno avviati progetti educativi, campagne social e digital. L’obiettivo è informare e motivare sempre più persone a dedicare tempo ad abitudini più salutari, per la prevenzione del cancro e di altre malattie croniche.
Il primo comportamento che ciascuno di noi può mettere in atto per prevenire i tumori è evitare di fumare.
Il fumo di sigaretta è infatti il principale fattore di rischio oncologico: contribuisce a quasi 1 caso di cancro su 3 e provoca circa 43.000 morti oncologiche (93.000 complessive) ogni anno solo nel nostro Paese.
Il Manifesto della prevenzione rinnova l’impegno di AIRC nel portare gli stili di vita salutari al centro della vita delle persone
Inoltre, nei prossimi anni il progetto coinvolgerà nuove organizzazioni, istituzioni e aziende interessate a sostenere e amplificare il messaggio. Una chiamata a chi desidera contri buire al benessere collettivo, con la consapevolezza che la prevenzione è una responsabilità condivisa. L’inizio di un percorso per trasformare l’en tusiasmo per i Giochi in una spinta verso un futuro più sano per tutti. /
Per questo, AIRC, insieme ad AIOM, Fondazione Veronesi e Fondazione AIOM, ha avviato una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che chiede di aumentare di 5 euro il prezzo dei prodotti da fumo e da inalazione di nicotina, comprese sigarette elettroniche e a tabacco
Per maggiori informazioni su come aderire, inquadra il QR code.
FIBRE, UN ALLEATO QUOTIDIANO PER LA SALUTE DELL’INTESTINO
a
cura di Riccardo Di Deo
A lungo trascurate, negli ultimi decenni le fibre sono state oggetto di molte ricerche per il loro ruolo protettivo dell’intestino e i molteplici benefici per la salute
Le fibre alimentari sono una classe di composti fondamentale della dieta, anche se spesso passano in secondo piano rispetto ai nutrienti più conosciuti. Eppure, il consumo abbondante di fibre contribuisce al buon funzionamento dell’organismo, e tutte le linee guida nazionali e internazionali lo considerano un elemento essenziale di una dieta varia ed equilibrata. Ciononostante, nella maggior parte dei Paesi occidentali l’assunzione di fibre rimane inferiore a quella raccomandata, per cui è necessario continuare a sensibilizzare sulla loro importanza.
Quando si parla di fibre, ci si riferisce a un gruppo eterogeneo di sostanze di origine vegetale che il nostro apparato digerente non è in grado di degradare con i propri enzimi. Questa caratteristica, che potrebbe sembrare un limite, è in realtà ciò che le rende preziose per la salute. I diversi componenti della famiglia delle fibre possono essere distinti in composti insolubili e solubili nell’acqua. Le fibre insolubili, presenti soprattutto nei cereali integrali, nella frutta secca e nelle verdure a foglia verde, aumentano il volume delle feci e facilitano il transito intestinale. Quelle
solubili, presenti in particolare nella frutta fresca, nei legumi e nell’avena, si mescolano con l’acqua formando un gel che contribuisce a modulare l’assorbimento di zuccheri e lipidi e a prolungare il senso di sazietà. L’azione combinata di entrambe le categorie aiuta a mantenere l’intestino in salute e promuove il benessere generale. Il ruolo delle fibre nella prevenzione oncologica è un altro elemento chiave della loro importanza. Una dieta ricca di frutta, verdura, legumi e cereali integrali è infatti associata a una riduzione del rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore, in particolare quello del colon-retto. Il meccanismo è duplice. Da un lato, le fibre riducono il tempo di contatto tra la mucosa intestinale e sostanze potenzialmente cancerogene. Dall’altro, nutrono il microbiota, l’insieme dei microrganismi che popolano l’intestino e che svolgono funzioni cruciali per la nostra salute. Quando le fibre arrivano al colon, alcune tipologie di microrganismi buoni le fermentano, producendo composti appartenenti alla famiglia degli acidi grassi a catena corta, considerati alleati della salute del colon. Queste molecole contribuiscono alla regolazione della risposta immunitaria e hanno un
effetto antinfiammatorio. È una parte della fisiologia intestinale che negli ultimi anni ha attirato grande attenzione nella ricerca, perché il microbiota sembra essere coinvolto anche nella modulazione della risposta ad alcune terapie oncologiche. Un microbiota in equilibrio, favorito anche da un’adeguata assunzione di fibre, potrebbe quindi rivelarsi importante non solo per la prevenzione primaria ma, secondo evidenze preliminari, pure per migliorare l’efficacia di alcuni trattamenti.
Nonostante i benefici delle fibre siano ben noti, molte persone non raggiungono i livelli di consumo consigliati, che si aggirano attorno ai 25-30 grammi al giorno. È un obiettivo che può sembrare complesso, ma che si può raggiungere facilmente con scelte alimentari consapevoli e con piccoli accorgimenti quotidiani. Per esempio, iniziare la giornata con un prodotto integrale, come pane o fiocchi d’avena, aumenta in modo semplice l’apporto di fibre. Lo stesso vale per un consumo regolare di legumi, che possono essere utilizzati non solo come secondo piatto, ma anche in zuppe, insalate e creme spalmabili. Frutta e verdura dovrebbero essere presenti in ogni pa-
sto, perché rappresentano una fonte varia sia di fibre solubili sia insolubili. Aumentare gradualmente il consumo di alimenti ricchi di fibre è una strategia pratica che non richiede modifiche drastiche alla propria alimentazione. Scegliere pane integrale invece di quello bianco, aggiungere una manciata di frutta secca allo yogurt, sostituire una porzione di pasta raffinata con una integrale o inserire nella propria dieta un piatto di legumi almeno 2 o 3 volte a settimana sono gesti accessibili che, nel complesso, contribuiscono a migliorare la salute intestinale, il controllo del peso e a ridurre il rischio cardiovascolare, grazie al loro effetto positivo sui livelli di colesterolo.
Le fibre non sono una moda né un’opzione riservata a chi segue regimi dietetici particolari. Sono un elemento basilare dell’alimentazione quotidiana. Consumarle regolarmente non richiede rinunce, ma solo piccoli accorgimenti che possono diventare abitudini. E, come spesso accade in nutrizione, è la costanza nel tempo a portare i benefici più importanti.
RISOTTO INTEGRALE CON CALAMARI, GAMBERETTI E POMODORINI AL FORNO
Ingredienti per 3-4 persone:
• 280 g di riso integrale
• 250 g di calamari puliti
• 200 g di gamberetti sgusciati
• 12 pomodorini
• 1 cipolla
• 1 spicchio d’aglio
• 1,2-1,3 l di brodo vegetale
• Prezzemolo q.b.
• Olio extravergine di oliva q.b.
• Sale e pepe q.b.
Procedimento
In una padella, fate soffriggere nell’olio EVO una cipolla tritata. Aggiungete i calamari tagliati a rondelle e i gamberetti, insaporite con un pizzico di sale e pepe e lasciate cuocere per 5-6 minuti.
Nel frattempo, tostate il riso integrale in una casseruola con un filo d’olio e uno spicchio d’aglio, quindi iniziate ad aggiungere il brodo caldo poco alla volta, mescolando e proseguendo la cottura per circa 35-40 minuti, fino a ottenere chicchi morbidi ma ancora compatti.
Le verdure utilizzate per preparare il brodo possono essere riciclate in altre preparazioni come polpette o ripieni, così da aumentare l’apporto di fibre e ridurre gli sprechi.
Tagliate i pomodorini a metà, disponeteli su una teglia e conditeli con un filo d’olio, sale e pepe. Cuoceteli in forno a 180 °C per 12-15 minuti.
Quando il riso è quasi pronto, unite il mix di calamari e gamberetti e proseguite la cottura finché il risotto risulta morbido e ben mantecato. Regolate eventualmente di pepe e completate con prezzemolo tritato. Servite il risotto guarnito con i pomodorini arrostiti.
Collaborazioni
NESSUN UOMO È UN’ISOLA. AIRC: 60 ANNI PER LA RICERCA SUL CANCRO
a cura della redazione
Il documentario prodotto da Rai
Documentari per i sessant’anni della nostra Fondazione è disponibile ora su RaiPlay
In occasione dei Giorni della Ricerca è stato presentato il documentario Nessun uomo è un’isola. AIRC: 60 anni per la ricerca sul cancro, prodotto da Rai Documentari e AIRC.
L’opera esplora il percorso di Fondazione AIRC attraverso le parole di ricercatori, medici, persone che hanno vissuto l’esperienza con la malattia, ambassador che ne sono diventati autentici portavoce per coinvolgere il grande pubblico.
“Nessun uomo è un’isola è un racconto che unisce memoria, scienza e umanità. Con questa produzione Rai Documentari ha voluto rendere omaggio a sessant’anni di ricerca, ma anche a sessant’anni di fiducia degli italiani nella scienza e nella solidarietà. È la
storia di un Paese che ha saputo trasformare la paura in coraggio, e la malattia in speranza” ha affermato Luigi Del Plavignano, direttore di Rai Documentari, sottolineando inoltre il valore del servizio pubblico: “Questo progetto è un esempio di come la Rai possa contribuire a diffondere cultura scientifica e consapevolezza civile”. Un racconto lungo 50 minuti che racchiude 60 anni di impegno di Fondazione AIRC.
Il documentario – che intreccia scienza e umanità per ripercorrere la storia della lotta al cancro in Italia – ha due guide d’eccezione: Margherita Granbassi, campionessa olimpica e ambasciatrice AIRC, e Cristian Morisi, testimone della ricerca. Un vero e proprio viaggio che unisce memoria e futuro, attraverso le immagini delle Teche Rai e le voci dei protagonisti della ricerca. Il film rievoca il gesto rivoluzionario di Umberto Veronesi e Giuseppe Della Porta, che nel 1965 fondarono AIRC scegliendo di pronunciare apertamente la parola “cancro”, rompendo un tabù culturale e accendendo nuova fiducia nella scienza. Tra i protagonisti: Andrea Sironi, presidente AIRC, che definisce la Fondazione “la spina dorsale della ricerca
oncologica in Italia”, Anna Mondino, direttrice scientifica AIRC, e i ricercatori Lucia Del Mastro, Franco Locatelli e Alberto Bardelli, testimoni di progressi che hanno cambiato la cura e la vita di migliaia di pazienti. Completano il racconto le testimonianze di Camilla Capponcini e Maria Rosa Truglia, curate per un tumore, e quelle degli ambasciatori AIRC Cristina Donadio, Claudio Marchisio, Carlo Conti, Antonella Clerici e Geppi Cucciari, voci e volti di un impegno che unisce scienza, comunicazione e solidarietà. Con immagini e testimonianze toccanti dei protagonisti, il documentario mette in luce i risultati ottenuti e le sfide del presente, sottolineando sempre più l’importanza dell’impegno della comunità per trasformare la ricerca in cura. Un viaggio emozionante che celebra la resilienza e l’impegno collettivo per affrontare una delle malattie più diffuse del nostro tempo, ma che grazie ai progressi della ricerca fa sempre meno paura.
Il documentario è disponibile su RaiPlay. È possibile vederlo inquadrando il QR code.
Iniziative
Arance della Salute
LE ARANCE PROTAGONISTE DELLA RICERCA SUL CANCRO
ARANCE ROSSE PER LA RICERCA –LA GDO SI MOBILITA PER AFFRONTARE IL
CANCRO
INSIEME
A FONDAZIONE AIRC
A partire dal 2 febbraio, e fino a esaurimento scorte, 60 insegne della grande distribuzione e della distribuzione organizzata hanno partecipato alla campagna Arance rosse per la Ricerca. Per ogni reticella venduta dalle insegne aderenti, Fondazione AIRC ha ricevuto 50 centesimi per sostenere il lavoro degli oltre 5.000 ricercatori AIRC.
Inoltre, quest’anno, su locandine e volantini è stato aggiunto un QR code che riportava a contenuti dedicati alla prevenzione, alla sana alimentazione e ai corretti stili di vita.
Un sentito ringraziamento va a tutte le insegne che hanno scelto di affiancare Fondazione AIRC a sostegno della ricerca oncologica. Grazie per aver reso possibile l'iniziativa anche quest’anno.
Adottare uno stile di vita sano rimane uno dei gesti più importanti per la nostra salute: fino al 40% dei tumori può essere prevenuto attraverso scelte quotidiane consapevoli. Anche nel 2026 le Arance della Salute e l’iniziativa Arance rosse per la Ricerca di AIRC sono tornate come simbolo di alimentazione equilibrata e di impegno condiviso, permettendo di sostenere la ricerca oncologica e la diffusione di buone pratiche per il benessere di tutti. Il 24 gennaio, migliaia di volontari presenti nelle piazze italiane hanno distribuito reticelle di arance rosse, miele di fiori d’arancio e marmellate
di arance, a fronte di una donazione minima rispettivamente di 13, 10 e 8 euro, destinati interamente ad AIRC. Come ogni anno, anche studenti e studentesse di centinaia di scuole hanno partecipato nell’ambito del progetto Cancro io ti boccio, contribuendo alla diffusione di messaggi di prevenzione tra i più giovani. La ricerca è stata sostenuta inoltre grazie alla campagna Arance rosse per la Ricerca, iniziata quest’anno lunedì 2 febbraio. In tale occasione, Fondazione AIRC ha ricevuto 50 centesimi per ogni reticella di arance venduta dalle insegne aderenti in 11.000 punti vendita.
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Idee Solidali AIRC
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Per scoprire tutte le Idee Solidali AIRC, inquadra il QR-Code, vai su shop.airc.it o scrivi a ideesolidali@airc.it
Matteo e Serena per il loro matrimonio hanno scelto le bomboniere AIRC.