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Sped. in a.p. - 70% - Filiale di Ancona

Rivista di divulgazione culturale e artistica del territorio marchigiano

ARTE | STORIA | ARCHEOLOGIA | LETTERATURA | SOCIETÀ | MUSICA | SCIENZE

I misteri delle città

sotterranee

Storia Così Jesi nascose il “codice” a Hitler

Il pittore Il monaco che violò la clausura per l’arte

A PAGINA 22

A PAGINA 33

NUMERO

66/67|2019 MAGGIO


L’editoriale

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Un tuffo nella storia e nelle città sotterranee

U di Mara Silvestrini Presidente de Le Cento Città

n doppio numero per la nostra rivista, ricco di suggestioni culturali e con primizie di argomenti, che ben ispirano il desiderio di ognuno di noi di conoscere e approfondire. In queste pagine troverete il punto di vista del Getty Museum sulla richiesta di restituzione, da parte dello Stato italiano, della statua del Lisippo. Un’opinione che uno dei “nostri” giornalisti collaboratori è andato per la prima volta a cercare su una vicenda ora conosciuta a livello internazionale ma che è stata portata all’attenzione

dell’opinione pubblica proprio dalla nostra associazione. Non so se si arriverà mai alla restituzione di questa opera, come di tutte le altre di grandissimo valore sparse per il mondo, che appartengono alle nostre comunità. Certo che possiamo essere orgogliosi di aver lanciato questo tema, per primi, già anni fa. Un articolo che sono

convinta desterà grande curiosità è quello dedicato alla vicenda storica che ha coinvolto il “Codex Aesinas” di Tacito, custodito nella città di Jesi e protetto con saggezza dall’interesse di Hitler e di Himmler. Il cuore della rivista “Le Centocittà” è dedicato al mondo sotterraneo che attraversa Ancona, con la sua storia, il mistero, gli usi che di questi spazi sono stati fatti nel tempo. Luoghi oggi da visitare, accompagnati da guide specializzate, così come è possibile fare a Camerano e Osimo. Leggendo scoprirete un mondo “parallelo” di grande interesse. Scopriremo anche l’umanità e la genialità di due grandi personalità che hanno lavorato per migliorare la salute delle persone: Fernando Aiuti e Augusto Murri. In questo numero, poi, trova grande spazio l’arte e la scrittura, con racconti di grandi personaggi come Raffaello, Stendhal, Generali, De Dominicis, Bansky e l’anniversario del centenario del Bauhaus. Altra protagonista è la musica, con la possibilità di far conoscere lo strumento dell’organo in Cina, da parte del Conservatorio Rossini di Pesaro, l’originalità del gruppo La Macina insieme alla mostra sulla musica segreta, ricchezza da salvaguardare dopo il sisma. C’è anche spazio per i fotografi del mare e per la storia, quella economica con i cantieri navali del porto di Ancona, quella con le vicende della Brigata Pesaro e quella del ricco patrimonio culturale e religioso della Biblioteca Francescana di Falconara Marittima. Completano il numero 66-67


L’editoriale

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della rivista, l’approfondimento sul lavoro del consolato onorario russo, quello sulla Fondazione del cardinale Del Monte, cultore delle arti, delle scienze, della musica, e il resoconto sulla nostra iniziativa Freschi di stampa. Un anno vissuto insieme ricco di soddisfazioni

E ora appuntamento con i “Freschi d’Accademia” e con la città marchigiana della cultura

Nella pagina precedente un'immagine del percorso di Ancona sotterranea In alto, un momento della premiazione de Le Centocittà ai carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale Qui sopra, durante la visita all'azienda Loccioni

Con questo doppio numero, si conclude il mio contributo – relativamente alla rivista - come presidente dell’associazione “Le Cento Città”. Un’esperienza per me ricca di grandi soddisfazioni, di crescita dei rapporti con tutti i soci, con persone e con tante istituzioni che, spero tutti, avranno tratto altrettanto vitalità e sentimento da quello che abbiamo vissuto insieme in questo anno. L’Associazione ha iniziato con la visita a Serravalle del Chienti per continuare a stare vicino alle zone colpite dal terremoto dove è stato scoperto il valore archeologico di questo centro. A Fossombrone è stato ricordato il nostro caro socio Mario Luni, visitato l’area di Forum Sempronii e poi Sant’Ippolito, il paese degli scalpellini. Dopo l’assemblea invernale, che ha permesso di ammirare l’unicità di Villa Favorita ad Ancona, oggi sede dell’Istao, l’Associazione ha visitato la nuova sede della Lega del filo d’oro ad Osimo dove è emerso l’incommensurabile lavoro che compie questa onlus. A Monteprandone si è realizzato l’“incontro” con San Giacomo della Marca, compatrono della regione Marche, mentre a Tolentino si è potuto apprezzare quan-

to di nuovo c’è nell’editoria marchigiana con i nostri “Freschi di stampa”. L’inizio della primavera ha portato “Le Cento Città” a Potenza Picena con la sua bellissima Villa Bonaccorsi, al Museo del cinema a Pennello di Montecosaro, nel tesoro di arte contemporanea della Pinacoteca civica e nel Teatro comunale di Civitanova Marche. Insieme all’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale l’Associazione ha voluto consegnare un riconoscimento a coloro che si sono contraddistinti come “salvatori dell’arte” dopo il terremoto del 2016: il Nucleo Tutela patrimonio culturale Carabinieri delle Marche e Pierluigi Moriconi, storico dell’arte della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio delle Marche. E poi ecco la scoperta di un progetto illuminato d’integrazione fra un’impresa, la Loccioni, e la comunità di riferimento. Grande successo ha avuto la gita organizzata a Mantova e Sabbioneta. Dopo i “Freschi di Accademia”, a Urbino, il programma della mia presidenza prevede ancora il viaggio a Bordeaux e nella Valle della Dordogna, l’incontro con la Città marchigiana della Cultura, quest’anno Grottammare, e il tradizionale cambio della guardia alla guida de’ “Le Cento Città” a Portonovo. A tutti coloro che hanno partecipato alla vita dell’associazione, in qualsiasi modo, ma soprattutto ai lettori della nostra preziosa rivista, dico grazie per esserci stati e per avermi così tanto arricchito in questi mesi passati insieme. ¤


Argomenti

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Sommario 8

Esclusivo | Archeologia contesa

“Il Lisippo non lascerà mai il Getty Museum” DI LUIGI BENELLI

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Sisma

I salvatori dell’arte premiati da Cento Città DI PAOLA CIMARELLI

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I protagonisti della salute | 1

Lo Sherlock Holmes della medicina DI GIOVANNI DANIELI

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I protagonisti della salute | 2

Aiuti, un armigero in camice bianco DI MARIA MONTRONI

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I protagonisti della salute | 3

Quel bacio contro l’ignoranza scientifica DI GIORGIO SCALISE

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Storia

Hitler e la razza ariana sogno infranto a Jesi DI GIOVANNI FILOSA

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Il patrimonio culturale

Biblioteca dei tesori tra incunaboli e codici DI CLAUDIO DESIDERI

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Il pittore | 1

Il monaco che nei colori cercava il segno di Dio DI MARCO BELOGI


Argomenti

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Sommario 37

Il pittore | 2

Pennello e spatola il colore si fece luce DI FEDERICA FACCHINI

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Il cammeo

Stendhal ama Raffaello e loda Urbino da lontano DI NANDO CECINI

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Street art

Banksy, il genio dell'arte di strada DI FEDERICA FACCHINI

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Il Design

Bauhaus, gli echi di Weimar nelle Marche DI GIORDANO PIERLORENZI

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I fotografi marchigiani

Il fascino del mare nella poesia dello scatto DI ALBERTO PELLEGRINO

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Scultura e fotografia

De Dominicis, il mistero della Calamita cosmica DI ALBERTO PELLEGRINO

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Le città sotterranee | 1

Casco e torcia... viaggio nell'antico acquedotto di Ancona DI CATIA MENGUCCI

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Le città sotterranee | 2

Labirinti fiabeschi nel sottosuolo di Osimo e Camerano DI GIULIA LAVAGNOLI E PAOLA CIMARELLI


Argomenti

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Sommario 67

Economia e storia

Il “Navalium” di Ancona strategico per l'Adriatico DI CLAUDIO SARGENTI

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Canti popolari

La Macina, 50 anni di ricerca ed emozioni DI FABIO BRISIGHELLI

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Mostre

La musica segreta tesoro da salvaguardare DI ELENA LUME

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Non solo musica

Pesaro entra a Pechino al suono dell'organo DI GIORGIO GIRELLI

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Diplomazia

Da Mosca ad Ancona non solo scambi d’arte DI ARMANDO GINESI

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Grande guerra

Le gesta valorose della “Brigata Pesaro” DI DANTE TREBBI

87

Spigolature

Arance, riso e mais a sorpresa nelle Marche DI MAURIZIO CINELLI

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La Fondazione

Cardinale Del Monte mecenate della musica DI GIORGIO GIRELLI


Esclusivo | Archeologia contesa

I di Luigi Benelli

l punto messo della Cassazione non basta. Il Getty vuole andare ancora avanti per tenere il Lisippo nella sede espositiva di Malibu. Le Cento Città, associazione che ha sollevato il caso giudiziario, ha inviato una serie di domande al Getty Museum per capire come avesse accolto la notizia e quali fossero le intenzioni della struttura californiana. Dopo poche ore, complice il fuso orario, è tornata la mail della direzione del Museo che ha risposto con un lungo comunicato di Lisa Lapin, Vice Presidente della comunicazione del J. Paul

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Getty Trust. Facciamo un passo indietro. A dicembre la Cassazione ha rigettato anche l’ultimo ricorso del Getty Museum. Dunque via libera alla rogatoria internazionale per riaverlo. Resta valido il provvedimento del giudice Gasparini che ordina la confisca «della statua denominata L'Atleta Vittorioso, attualmente detenuta al J.P. Getty Museum, ovunque essa si trovi» come corpo del reato di esportazione illecita dall'Italia, dopo il rinvenimento in fondo al mare da parte di un peschereccio di Fano. Un caso che come vedremo ha delle si-


Esclusivo | Archeologia contesa

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“La statua di Lisippo non lascerà mai il Getty Museum” CENTOCITTÀ INTERVISTA I VERTICI DI MALIBÙ UN CASO ANALOGO RIGUARDA IL MESSALE DI APIRO TRAFUGATO NEL 1925 E RITROVATO NELLA BIBLIOTECA DI NEW YORK

militudini con quello del Messale di Apiro, un’altra storia tutta marchigiana. “Continueremo a difendere il nostro diritto legale alla statua – risponde il Getty in maniera perentoria - La legge e i fatti in questo caso non garantiscono la restituzione al governo italiano”. Una replica secca, tanto che era già ventilata l’ipotesi che il Getty potesse far ricorso a un organismo sovranazionale, la Corte europea dei diritti dell’uomo. “La statua è di origine greca antica, fu rinvenuta in acque internazionali nel 1964, ed è stata acquistata dal Getty

Museum nel 1977. All’epoca la più alta corte italiana, la Corte di Cassazione, disse che non vi era alcuna prova che la statua appartenesse all'Italia. Inoltre, la statua non è e non è mai stata parte del patrimonio culturale italiano. La scoperta accidentale di cittadini italiani non rende la statua un oggetto italiano. Trovata al di fuori del territorio di qualsiasi Stato, e immersa nel mare per due millenni, il Bronzo ha solo una fugace e fortuita connessione con l'Italia”. La vicepresidente Lapin fa sapere come “qualsiasi ordine di confisca sia contrario al diritto

americano e internazionale”. Dopo queste premesse, però, il Getty fa sapere che intende continuare le collaborazioni produttive e di lunga data con i nostri numerosi musei italiani e il Ministero della Cultura. Un’apertura dopo la netta chiusura. In oltre quattro decenni, il Getty ha lavorato a stretto contatto con i colleghi italiani per conservare, proteggere, ricercare e celebrare lo straordinario patrimonio culturale italiano. La Getty Foundation ha sostenuto 137 progetti di sovvenzione sull'arte italiana per un totale di oltre 20 milioni di dolla-


Esclusivo | Archeologia contesa

Lapin, vicepresidente della comunicazione del museo: “Qualsiasi ordine di confisca è contrario al diritto americano e internazionale”

Nella pagina precedente un'immagine del giardino interno e della statua contesa al Paul Getty Museum a Malibu in California Sopra, il museo dall'alto e il Lisippo esposto nella sala a lui dedicata

ri. Sono stati aggiudicati più di 500.000 dollari in borse di studio a studiosi italiani, e ha ospitato più di 130 ricercatori, borsisti e stagisti italiani sostenuti da sovvenzioni per un totale di oltre 1,3 milioni. Dal 1984, il Getty Museum ha prestato più di 130 dipinti, sculture, disegni, fotografie e altre opere d'arte in oltre 50 diverse istituzioni in Italia. Allo stesso modo, il Getty Research Institute, dal 1991, ha prestato 70 stampe, disegni, manoscritti e libri rari a mostre in Italia. “Apprezziamo molto il nostro rapporto forte e proficuo con il Ministero della Cultura italiano e con i nostri colleghi in Italia” conclude Lapin. Resta la chiusura totale rispetto alla restituzione. Il ministro alla Cultura Alberto Bonisoli comunque non molla e nella riunione del Comitato istituzionale sulle opere trafugate, che si è svolto al Mibac, ha dichiarato: “Abbiamo una sentenza della Cassazione che dice che la statua di Lisippo è di proprietà dello Stato italiano. In questo momento si trova all'estero ma è stata esportata in modo improprio. Secondo la nostra legislazione deve ritornare allo Stato italiano”. A questo punto “la sentenza, seguendo i canali normali – quindi con una rogatoria internazionale – verrà trasferita alle autorità giudiziarie statunitensi. Ci aspettiamo che questa sentenza venga rispettata. Contemporaneamente noi dialoghiamo con il Getty Museum”. L’assessore alla Cultura di Urbino, Vittorio Sgarbi ha recentemente detto di aver parlato con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump proprio del Lisippo, affinchè possa

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avviare una moral suasion rispetto alla sua restituzione. A Fano intanto è nato il Comitato per l'Atleta di Lisippo con lo scopo di seguire la vicenda della restituzione della statua. Ma la strada è tutta in salita. Come quella che riguarda il Messale di Apiro. Conteso tra due Paesi, l'Italia e gli Stati Uniti, è presumibilmente del X secolo. Il testo liturgico che ha innescato un vero e proprio braccio di ferro tra la Procura di Macerata e la biblioteca pubblica di New York è quello di San Domenico Loricato, un monaco camaldolese del X secolo originario di un paese nelle vicinanze di Cagli. Scritto prima del 1060 (anno della morte del monaco), si tratterebbe di un volume di 126 carte, realizzato per l'eremo di San Vicino con una preziosa legatura bizantina e custodito nella chiesa parrocchiale di Sant'Anna nella frazione Frontale di Apiro. Restò lì almeno fino al 1925 quando venne trafugato dal luogo di culto. I carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Ancona lo hanno rintracciato nella biblioteca pubblica newyorkese. Era stata avanzata una rogatoria internazionale per accertare come il messale fosse finito nella biblioteca e per verificare se ci fossero i presupposti per ottenere la riconsegna volontaria del bene. La biblioteca però si è opposta riferendo di aver ottenuto il messale in dono da William S. Glazer, appassionato di opere d'arte e di essere per questo motivo in buona fede. Anche in questo caso la Cassazione ritiene che il testo liturgico debba rientrare in Italia. ¤


Sisma

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I salvatori dell’arte premiati da Cento Città RICONOSCIMENTO PER IL RECUPERO DELLE OPERE

U di Paola Cimarelli

In due anni 3500 segnalazioni di danni ai beni culturali Recuperati 13 mila reperti storico-artistici

n gruppo di persone sta armeggiando nella chiesa di San Benedetto a Montalto di Cessapalombo. Stanno cercando di portare via il crocifisso ligneo, decapitato dalle scosse del terremoto. Potrebbero essere dei ladri, degli “sciacalli” che cercano di approfittare della debolezza di una comunità ferita dal terremoto per appropriarsi dei loro beni preziosi. E invece no. Quel gruppo di soggetti sono i carabinieri del Nucleo Tute-

la patrimonio culturale delle Marche che stanno compiendo un intervento per recuperare questo simbolo religioso. Convincere, però, gli abitanti di Montalto che quella è una buona azione non è stato cosa facile. Non è bastato nemmeno il tesserino di identificazione dei militari ma è stato necessario l’intervento del comandante dei carabinieri di San Severino Marche che ha garantito che quelli erano proprio dei colleghi e che ci si poteva fidare a consegnare loro un oggetto che rappresentava sia la devozione per un luogo sacro sia un emblema di una storia e di un vissuto collettivo. È stato questo uno dei tanti episodi che la squadra del Nucleo Tutela patrimonio culturale carabinieri delle Marche e Pierluigi Moriconi,

storico dell’arte della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio delle Marche, hanno raccontato durante la consegna del riconoscimento per la loro attività di recupero, salvaguardia e tutela del patrimonio artistico dopo il terremoto del 2016. L’iniziativa, che si è svolta nel porto di Ancona, a bordo della nave Hellenic Spirit della compagnia Anek Lines, è stata promossa dall’Istituto ellenico della diplomazia culturale e da’ “Le Cento Città”. Un premio, ha detto la presidente dell’associazione Mara Silvestrini, consegnato “sul mare Adriatico che da secoli unisce i Paesi delle due sponde, come Italia e Grecia” nel nome della cultura che, “è l’unico bene – ha affermato Haris Koudounas, direttore dell’Istituto ellenico – che si moltiplica quando viene diviso”. Mentre i carabinieri erano in chiesa, ha detto il vicecomandante del Nucleo Tutela, Marcello Sergi, “in cima ad un pendio, abbiamo visto salire questo gruppo di persone che veniva a controllare cosa stava succedendo. Sembrava proprio un quadro, una scena che mi ha fatto pensare al Quarto stato di Pellizza da Volpedo”. Episodi particolari che hanno testimoniato il forte attaccamento di coloro che vivono nei centri del cratere al loro patrimonio culturale e storico. “Abbiamo avuto un grande aiuto da parte della popolazione, fin dalle prime scosse – ha raccontato il tenente colonnello Carmelo Grasso, comandante Nucleo Tutela patrimonio culturale delle Marche –, persone che, nonostante avessero perso tutto, ci hanno supportato in ogni singolo intervento. Abbiamo dovuto affrontare tante


Sisma

In molti episodi i carabinieri scambiati per “sciacalli” dai terremotati che non credevano all’autenticità delle divise

Sopra e nella pagina precedente alcuni momenti della consegna dei riconoscimenti da parte de Le Cento Città per il recupero delle opere d'arte dopo il sisma

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difficoltà pratiche ma come carabinieri abbiamo cercato di trovare sempre una soluzione per superarle e arrivare al recupero del bene”. In due anni, dal 24 agosto 2016, sono state 3.500 le segnalazioni di danni ai beni culturali, sono stati recuperati 13.300 beni mobili storici-artistici e 3.500 metri lineari di archivi. Tradotto, “a livello di beni culturali – ha detto Moriconi -, facendo una somma di tutti i danni che hanno avuto, Umbria, Lazio e Abruzzo raggiungono un terzo di quello che abbiamo avuto noi”. Tutti questi recuperi, ha sottolineato Grasso, “sono nati dal lavorare tutti insieme, senza alcun protagonismo”, carabinieri, ministero dei Beni culturali, forze dell’ordine, Protezione civile, volontariato, “con l’obiettivo comune di salvare quanti più pezzi possibili” e “uniti contro gli atti di sciacallaggio”. Come nel maceratese, da cui era arrivata la segnalazione della presenza di una campana in una chiesa che aveva subìto grossi danni. Il Nucleo Tutela patrimonio culturale è intervenuto per il recupero ma della campana, fra i resti della chiesa, nessuna traccia. Dopo qualche ora si è scoperto che l’aveva messa in sicurezza un cittadino che, anche in questo caso, dopo un reale accertamento della vera identità dei carabinieri, l’ha riconsegnata. Disponibilità della popolazione, quindi, a collaborare ma anche la forte preoccupazione che ogni bene recuperato, anche se di scarso valore ma ricco di una fortissima simbologia emotiva comunitaria, non tornasse più indietro. Invece, dopo la prima fase di rilievo e

messa in sicurezza, i beni mobili sono stati recuperati, catalogati, da parte dei funzionari del ministero dei Beni culturali, e depositati in luoghi protetti e sicuri. Una schedatura che garantisce di poter sapere, in qualsiasi momento, dove sono i beni, da dove arrivano e a chi appartengono in modo tale che possano, man mano, essere restituiti ai luoghi d’origine. In un sopralluogo nella chiesa di San Placido di Ussita, 17 abitanti, dove l’Arma territoriale aveva segnalato la presenza di un crocifisso, è stato trovato in una nicchia il viso di una Madonna. È stato proprio uno di questi funzionari a dire che non era necessario recuperare “quel che restava di una statua seriale, frantumata in tanti pezzetti, per il suo scarso valore”. E quindi, all’ora di pranzo, “quando anche l’emergenza prende una pausa -ha raccontato Grasso -, insieme all’architetto Luca Maria Cristini, che all’epoca era responsabile dei Beni culturali della Diocesi di Camerino, ci siamo messi a recuperare questi frammenti, circa 300 nel primo sopralluogo, convinti che fossero comunque parte di un’identità di una comunità”. Del caso si è interessato un professore dell’Istituto di restauro che ha chiesto di farne un cantiere-scuola per i suoi studenti. Lui stesso, in altre visite, è riuscito a recuperare altri pezzi per un totale di 500. Agli abitanti di San Placido, una volta ricostruita la statua, conosciuta come Madonna delle Rose, che ora è Camerino, è stato permesso di andare a vederla a Roma, esperienza che tutti hanno vissuto con grande emozione. ¤


I protagonisti della salute | 1

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Lo Sherlock Holmes della medicina MURRI, ECCEZIONALE ASSERTORE DEL METODO CLINICO

A

di Giovanni Danieli

Augusto Murri in un'immagine di copertina del primo volume "Scritti medici" edito nel 1902 a Bologna

ugusto Murri fu uno dei più grandi Clinici medici d’Europa a cavallo tra i secoli XIX e XX. Era medico e filosofo insieme, portato quindi al ragionamento, alla costruzione logica del pensiero, alla critica dei dati. Dobbiamo a lui la definizione e l’affermazione del metodo clinico, il processo che il medico segue con il fine di risolvere il problema - attribuendo il singolo caso a una determinata classe nosologica - e di decidere la cura e la gestione del paziente. Il metodo seguito da Augusto

Murri era di tipo induttivo (dalla raccolta dei dati all’ipotesi diagnostica). Il Medico incontrava il paziente senza alcun preconcetto sulla natura della sua malattia, come si diceva con la mente tabula rasa, e otteneva tutte le informazioni necessarie ascoltando

e colloquiando a lungo con lui, effettuando una visita completa, capillare, alla ricerca di quei minimi segni che la malattia poteva avergli impresso nel fisico. L’insieme delle informazioni così raccolte lo portava (induceva) a definire la diagnosi. Ben presto però Murri si rese conto del tempo che questo richiedeva e si orientò verso il metodo ipotetico-deduttivo (dall’ipotesi alla raccolta dei dati), la cui peculiarità consisteva nella formulazione precoce di una ipotesi diagnostica e nella successiva verifica della stessa, ricorrendo agli accertamenti forniti dal laboratorio e compiuti con i pochi strumenti che la scienza in quei tempi offriva. Ha lasciato scritto: “Noi facciamo quello che tutti gli uomini, consapevoli o inconsapevoli, fanno: concepiamo una ipotesi e la mettiamo alla prova ricercando i fatti che le spetterebbero; quindi ricerchiamo quelli in ispecie, non tutti in genere. Se non troviamo quelli, ci accorgiamo che l’ipotesi non è giusta e la abbandoniamo; e allora ne facciamo una seconda, una terza, un’altra, finché non troviamo quella con la quale i fatti stanno pienamente d’accordo. Il cammino è senza confronto più breve”. * * * Augusto Murri era nato a Fermo il 7 febbraio 1841. Ebbe un’infanzia difficile. Erano gli anni in cui nel nostro Paese aleggiavano aneliti di libertà e spirito di indipendenza dal dominio austriaco e da quello ecclesiastico. Il padre era un giureconsulto, mazziniano convinto e deputato della Repubblica romana sino alla sua caduta nel 1849. Murri aveva otto anni quando gli austriaci


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Nato a Fermo fu uno straordinario diagnosta, possedeva l’occhio clinico cioè la capacità di captare i segni fisici utili alla diagnosi

irruppero nella sua casa per perquisirla e cercare suo padre, poi esiliato a Cipro; il ricordo di questa esperienza e la ribellione contro i soprusi non l’avrebbero più abbandonato. Il suo iter scolastico fu tormentato; impossibilitato a Fermo a frequentare le scuole dei Gesuiti, fu studente, anch’egli esule, a Macerata con scarso profitto, poi a Firenze dove madre e fratelli si erano intanto trasferiti, presso la scuola degli Scolopi. Studente in Medicina, a soli ventitré anni conquistò una brillante laurea (1864) a Camerino. Perfezionò la sua preparazione frequentando per due anni a Parigi le lezioni di Bazin, Fournier, Trousseau e a Berlino, grazie ad una borsa di studio, le cliniche dirette da Traube e da Frerichs. Al ritorno in patria, persistendo le cattive condizioni economiche della famiglia, scelse la strada della condotta e fu prima medico interino a S. Severino Marche e Cupramarittima, poi titolare a Fabriano. Svolse il suo ruolo con competenza, umanità e spirito di sacrificio; gli capitava all’epoca di dover percorrere chilometri e chilometri per assistere, armato solo di spirito di osservazione e capacità di ragionamento, in un casolare sperduto nella campagna, un infermo che sperava nella sua scienza per la guarigione. Avvertiva tuttavia l’esigen-

14 za di migliorare se stesso per essere maggiormente utile ai suoi malati ed alla società; si trasferì quindi a Civitavecchia per essere più vicino alla sede universitaria di Roma. In condotta non aveva trascurato lo studio e la ricerca clinica, ed è di quell’epoca un saggio importante sull’itterizia grave che, pubblicato su Lo Sperimentale, attirò l’attenzione di Guido Baccelli, clinico medico di chiara fama nonché uomo politico e ministro in diversi governi. Baccelli, di fronte alla sua appassionata domanda, lo volle a Roma quale Assistente in Clinica medica; qui si fermò per cinque anni fino al 1876 quando, per i grandi meriti acquisiti sul campo e per la fama che si era conquistata, venne dalla Facoltà medica di Bologna chiamato a ricoprire la cattedra di Clinica medica. Aveva così inizio un periodo di oltre quarant’anni nel quale lo Studio bolognese si affermò nel panorama culturale italiano come un polo clinico di alta medicina. Fu Murri grande medico e grande educatore. Hanno chiamato Murri! si diceva parlando di un caso disperato. * * * Fu uno straordinario diagnosta, possedeva quello che veniva definito “l’occhio clinico”, la capacità cioè di captare dall’osservazione del paziente, a colpo d’occhio appunto, i segni fisici in grado di indirizzarlo verso la diagnosi. Dalla raccolta accurata di tutte le manifestazioni che la malattia determinava ricavava elementi che sottoponeva al vaglio del ragionamento e della critica. Partiva senza preconcetti, senza apriorismi, con la mente come lastra fotografica che si lasciava impressionare dai dati raccolti; l’anamnesi doveva precedere la diagnosi e non viceversa. Positivista, si basava sui fatti. “I fatti, aveva detto Maurizio Bufalini da Murri molto ammirato, i fatti sono il fondamento di


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ogni umano sapere”. Invitava a non forzare l’interpretazione dei fatti in favore della propria ipotesi, a non escluderne alcuna che potesse indirizzare verso accertamenti utili. Credeva nelle intuizioni che generano le ipotesi, nello sviluppo logico del pensiero e nella razionalità. Apprezzava il laboratorio analisi che rappresentava il progresso tecnico e che poteva illuminare il percorso diagnostico senza tuttavia mai precederlo o addirittura sostituirlo. Non era un vero ateo, bensì un agnostico, ma nell’esercizio professionale dimostrò pienamente “carità cristiana” verso chi si affidava alle sue cure; di lui il vescovo monsignor Bonomelli ebbe a dire “. . . . Augusto Murri che, come Marco Aurelio, sentì la santità della religione di Cristo senza essere cristiano”. Aveva scritto: “Medico vero non può essere chi non sente imperioso nel cuore l’amore degli uomini ”. La sua fede era nel metodo, nella sperimentazione, nella ragione, nella scienza quale strada maestra per migliorare la condizione umana. Non era un uomo venale, ma preciso nel chiedere il suo compenso. Chiamato a consulto a Lecce, giustificava così la sua parcella “Così io viaggerei ventiquattro ore per venire e quasi ventiquattro per tornare, passerei la giornata intera per il consulto e starei due notti in treno, cioè, in conclusione, tre giornate di tempo e d’affaticamento. Mi pare che 1000 lire ogni 24 ore ci vorrebbero”, così scriveva al Primario medico di Lecce Dottor Giovanni Pomarico, mio prozio (nella foto), che l’aveva chiamato in aiuto nel settembre 1909. E, meticoloso com’era, pianificava il viaggio sin nei minimi particolari : “A me pare che converrebbe meglio partire di qui alle 10,25 e arrivare a Lecce alle 6,30 della mattina dopo. Io sopporto bene il non coricarmi in un letto, anzi preferisco un vagone ad un letto incerto.

Ma quanto a Lecce avrei bisogno di due ore di toilette in un hotel dove potessi fare il comodo mio, perché ho necessità fisiologiche ineluttabili. Dopo sto bene fino alla mattina appresso e posso viaggiare senza coricarmi neppure la notte seguente e senza grave disagio. Tutto, dunque, potrebbe aggiustarsi, se alle 8,30 ci fosse un’automobile a Lecce. Allora andremmo dove lei vorrà. . . ”. Da docente era tutto proteso a trasferire agli Allievi non solo i saperi necessari, ma anche l'esperienza professionale. Le sue lezioni di Clinica medica, successivamente raccolte in più volumi, erano frequentatissime e seguite da allievi anche di altre facoltà, come accadeva per gli studenti in medicina spesso presenti alle lezioni del Prof. Giosuè Carducci. Educava a dare ascolto solo alla ragione, alla valutazione critica delle affermazioni da qualunque parte provenissero; suggeriva di non accumulare conoscenze bensì di fare buon uso di quelle possedute. Precursore di una medicina basata sulle evidenze, ricercava le prove di ciò che si affermava. Teneva in grande considerazione la ricerca sperimentale, e molto rilievo ebbero all’epoca i suoi studi condotti con il fisiologo Albertoni sull’origine della febbre. Confrontava e “adattava” al paziente e al suo contesto i risultati della ricerca sperimentale. Educatore oltre che Maestro, si prefiggeva di preparare per la nazione che nasceva una generazione di medici non solo tecnicamente preparati, ma ricchi di umanità ed aperti al progresso sociale, perché fossero modello e stimolo per tutti i giovani di una nuova Italia. La sua esperienza in condotta l’aveva reso consapevole e partecipe dei dolori e delle miserie umane. Aveva scritto: “Quando uno di noi con questo sentimento nell’animo è condannato per tutta la vita

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Grande docente volle formare una generazione di medici, colti, esperti e protesi al progresso sociale ma ricchi di umanità

Nella pagina a fianco in alto il dottor Giovanni Pomarico allievo prediletto di Murri Sotto, una rara edizione delle "Lezioni di clinica medica" 1883-84 raccolte da Alessandro Codivilla e Napoleone Cavara Qui sopra, il Professor Domenico Campanacci patologo medico dell'Università di Bologna dal 1953 al 1968


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La sua vita fu sconvolta da un terribile evento e dagli attacchi che un’opinione pubblica avversa gli riservò ma seppe reagire

a contemplare, impotente, di quante calamità gli ordinamenti sociali e politici sono fecondi per tanti sventurati, egli diventa nemico di questo che pomposamente si suole chiamare ordine”. Ed ancora: “Il Medico, fidando nelle evoluzioni benigne, chiede rimedi morali, invoca giustizia sociale, anela ad un ordine meno mendace”. Coerentemente, non disdegnò l’impegno politico ed intese la politica come la via da percorrere per affermare i propri principi. Entrò nel 1895 nell’amministrazione del Comune di Bologna; laico, radicale di estrema sinistra, “un borghese più socialista degli operai”, alfiere di una democrazia sociale, si schierò nelle file dell’opposizione battendosi tra l’altro, con l’appoggio di due colleghi di facoltà, Pietro Albertoni ed Augusto Righi ma senza successo alcuno, contro l’insegnamento della religione nelle scuole. Eletto deputato in Parlamento, non ne varcò la soglia perché l’elezione venne annullata per eccesso di professori universitari nelle singole circoscrizioni. Interventista alla vigilia della Grande guerra, si esaltò per Trento e Trieste italiane ed un anno dopo la fine del conflitto, visitò Fiume appena italianizzata e stabilì rapporti di stima e di amicizia con Gabriele D’Annunzio; Eleonora Duse ne ammirò l’ingegno. La sua vita fu sconvolta da un terribile evento. Era il 28 agosto 1902 quando il figlio Tullio, ventiduenne avvocato, uccise con tredici coltellate il cognato Conte Bonmartini; sullo sfondo, un torbida storia di amori e tradimenti,

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che aveva avuto per protagonisti i due figli del Maestro, Tullio che verrà condannato a ventisette anni, e Teodolinda, l’adorata Linda, condannata a cinque, ma restituita dopo due alla libertà per grazia regale. Questo efferato delitto, che rivolse contro di lui l’opinione pubblica mobilitata anche dalla stampa cattolica, distrusse Murri, indicato come colpevole di aver impartito ai figli, in quanto laico e socialista, un’educazione liberale priva dei freni morali. Lasciò Bologna e si rifugiò a Rapallo, ove visse in piena solitudine per trenta mesi, fino al momento in cui (1905), sollecitato da Amici e Studenti, ritornò a Bologna e riprese, con rinnovato entusiasmo, il suo magistrale insegnamento. Restò ad illuminare la Clinica medica, fedele sempre a quell’empirismo razionale che aveva costantemente professato, sino al 1916 anno della sua naturale quiescenza. Si spense novantunenne a Bologna il 10 novembre 1932 nella sua villa all’inizio di via Toscana, appena fuori Porta S. Stefano. Oggi riposa nel cimitero di Fermo. * * * Uno dei massimi continuatori del pensiero di Augusto Murri nella sede di Bologna fu, trentasette anni dopo, il mio Maestro Domenico Campanacci che, guardando al modello del grande Clinico firmano, basò sulla observatio et ratio i principi ineludibili dell’essere medico. Ha lasciato una Scuola che porta il suo nome e che ha conservato e trasmesso il suo insegnamento, oggi straordinariamente arricchito ma non certamente superatodall’incessante entusiasmante avanzare della scienza. ¤


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Aiuti, un armigero in camice bianco UN APPASSIONATO PIONIERE NELLA LOTTA CONTRO L'AIDS

M di Maria Montroni

Figura di immensa sensibilità culturale e umana un uragano di idee Si batteva contro le ingiustizie, le falsità e la corruzione

olti conoscono la fama di Fernando Aiuti sotto il profilo scientifico e professionale, sanno che fu il primo in Italia a dare l’allarme di fronte all’irrompere nelle società di tutto il mondo - dai paesi più ricchi ed evoluti a quelli più miserabili - del virus dell’immunodeficienza acquisita, la cui diffusione avrebbe cambiato tante esistenze e condizionato in maniera sostanziale i comportamenti di vita, la ricerca in ambito immunologico e virologico, le sperimentazioni di nuovi farmaci antivirali e le norme assistenziali nelle strutture pubbliche. In un momento in cui a livello mondiale grande era lo scettici-

smo, ed anzi il sarcasmo, che regnava intorno all’ipotesi che un quid infettivo potesse causare uno stato di deficit immune così estremo da portare all’exitus per infezioni da germi abitualmente non patogeni e tumori, Fernando Aiuti si battè da subito ferocemente denunziando il rischio che determinate abitudini di vita comportavano nei confronti di questo pericolo reale ed incombente. Assieme ad altri illuminati mise in allerta il mondo civile per sensibilizzare i governi e le popolazioni contro questo nuovo morbo

che evocava la peste di manzoniana memoria. Da pioniere qual era, si fece promotore di campagne di informazione sul territorio nazionale, organizzò convegni in ogni dove, nel 1985 con altri benemeriti fondò l’Anlaids, promosse una legge contro la discriminazione degli infetti, inviò suoi collaboratori in diversi paesi per consolidare la rete di cooperazioni per la ricerca sull’Aids e di prevenzione-protezione sociale e sanitaria. Queste battaglie sono note ai più. Meno lo è forse la personalità di Fernando Aiuti e lo spirito che animava tutte le sue azioni. A lui mi legava un’ amicizia datante da prima dell’avvento dell’Aids, iniziata con il comune interesse scientifico ed assistenziale per le affezioni immunomediate e per i deficit primitivi dell’immunità. Il terremoto causato dalla malattia ci avvicinò maggiormente rafforzando la nostra intesa e la nostra amicizia. Fernando era persona di immensa sensibilità sia culturale che umana, di assoluta lealtà, dedita sopra ogni cosa ai malati ed ai bisogni del prossimo sfortunato. In tutte le imprese in cui si gettava era una forza della natura, un uragano di idee e di realizzazioni, una roccia su cui sempre potevano contare coloro la cui sorte lui si era preso in carico. Così come si batteva a tutti i livelli per il benessere dei pazienti, si batteva contro le ingiustizie inflitte a pochi o molti, contro il malcostume che regnava in certi ambienti soprattutto politici, contro alcune falsità del mondo accademico, contro l’ipocrisia e la corruzione dilaganti nella società. All’epoca


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Non gli perdonavano la scarsa diplomazia ma dietro l’intransigente durezza trasparivano apertura di idee e generosità morale

Nella pagina precedente e qui sopra due immagini di Fernando Aiuti scenziato e medico marchigiano

in cui era Consigliere comunale a Roma, aveva ingaggiato una lotta durissima contro gli sprechi di tutti i generi che si consumavano con i denari pubblici, di cui indignato mi narrava molteplici risvolti da lui considerati vergognosi; ma quella non la vinse, di battaglie, e dovette gettare la spugna. Si batteva con durezza e senza esclusione di colpi, non risparmiando espressioni al limite dell’offensivo quando si sentiva nel giusto, e nella battaglia provava anche un certo diletto, era un guerriero nato. Questa sua peculiarità non lo rendeva particolarmente simpatico ed amato da gente diversa dai pazienti, pur essendo lui rispettato dai più che tuttavia non gli perdonavano la scarsa diplomazia e la franchezza spesso cruda dell’eloquio. Ma questa facciata ferrigna, questa corazza di antico armigero celavano una costante e totale apertura a tutte le idee e le innovazioni, una grande generosità morale, un reale interesse per gli altrui problemi ed insospettabili sentimenti di tenerezza, di affetto e di amorevole condivisione. Spesso ci telefonavamo a fine giornata in ospedale, quando tutti gli altri erano andati via e regnava la calma, per scambiarci notizie, pensieri e idee. Una sera tardi mi chiamò in lacrime perché la Prof.ssa Luisa Businco, clinica pediatra de La Sapienza, donna colta, bella, di grande fascino ed eleganza, sua cara amica che con lui collaborava da sempre nelle immunodeficienze, era appena morta di leucosi acuta e Fernando piangeva tutto il suo dolore ed il suo rimpianto. Con grande pena visse anche l’emiplegia

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che aveva colpito un suo giovane collaboratore, la cui sorte compiangeva sinceramente e dal profondo del cuore. Mi parlava di casi umani particolarmente pietosi incontrati sul suo cammino di medico, di cui conosceva tutti i risvolti e per i quali esprimeva vera e sentita compassione. Anche quando si era alle cene dei convegni la corazza si sgretolava, la sua compagnia era allegra e divertente, narrava aneddoti arguti ed ascoltava con gentile interesse i racconti degli altri. Agli albori della campagna di lotta all’Aids, per dimostrare l’infondatezza di certe credenze sulle vie di trasmissione del virus, baciò pubblicamente di fronte ai giornalisti una giovane sieropositiva. Non conosceva tentennamenti, cali di tensione e battute d’arresto; si faceva avanti sempre in prima persona con inesauribile energia, in tutto quello che affrontava “ci metteva la faccia”. Si diceva convinto che l’attività sportiva praticata a fine giornata, il nuoto a livello quasi agonistico, l’ avrebbe preservato da accidenti vascolari in agguato nel corso delle numerose dispute anche violente di cui era spesso protagonista. Questo allenamento non è però bastato a preservarlo dall’ultimo attacco, il suo cuore ancorchè esercitato non ha retto fino in fondo. Ma la vitalità di Fernando vive oltre lui e, nel suo ricordo, mi sembra sempre di vederlo dare esempio di coerenza, di rettitudine, di rigore e di sentirlo suonare la carica. Esempio e stimolo di cui molti giovani d’oggi, non temprati al sacrificio e carenti di modelli e di ideali, avrebbero tanto bisogno. ¤


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Quel bacio contro l’ignoranza scientifica AIUTI TORNAVA CON NOSTALGIA NELLA SUA URBINO

H di Giorgio Scalise

In alto, il famoso bacio a una giovane sieropositiva davanti ai giornalisti nel congresso di Cagliari del 1991

o conosciuto Fernando Aiuti nel 1970 nei laboratori dell’Istituto di Malattie Infettive dell’Università della Sapienza di Roma, diretto dal prof. Giuseppe Giunchi. Mi stavo allora specializzando in Malattie Infettive e poi Microbiologia ed apprendevo le tecniche diagnostiche di immunologia che l’allora dott. Aiuti aveva messo a punto e che, per i tempi, erano all’avanguardia. Fui subito attratto dalla vivacità intellettuale e dalla preparazione di tutti quei giovani ricercatori che, negli anni seguenti, mi sarei trovato accanto come professori ordinari anche di Malattie Infettive. Fernando Aiuti passava l’intera giornata nel suo laboratorio, uscendo solo per seguire la visita dei pazienti ricoverati. Mi colpì la sua profonda preparazione nel campo della Immunologia Clinica e la evidente superiorità culturale con cui trasmetteva le sue conoscenze ai medici più giovani. Tutti temevano quel suo adorabile “caratteraccio” che attraeva e respingeva nello stesso tempo. Guai a mettere in dubbio una sua af-

fermazione: bisognava essere preparatissimi per poter poi sostenere il serrato confronto culturale con lui. L’ho poi incontrato in decine di congressi in Italia o all’estero in cui eravamo relatori o moderatori e sempre ho visto in lui il ricercatore polemico, ma preparato e sicuro di quello che sosteneva. Penso che questa fu sempre, fino all’ultimo, la sua vera caratteristica da apprezzare e mi dispiace che sia invece ricordato per il bacio sulla bocca a Rosaria Iardino al congresso di Cagliari del 1991. Eppure, per chi lo ha conosciuto bene, anche questa plateale manifestazione faceva parte del suo modo di combattere l’ignoranza scientifica e le credenze popolari che in quegli anni isolavano i malati di Aids dalla comunità. La trasmissione dell’Hiv non avviene attraverso la saliva, ma attraverso il sangue ed i contatti sessuali; questo concetto ora accettato, era invece allora discusso e poco condiviso. E’ per questo motivo che Aiuti fondò nel 1985 l’Anlaids, Associazione per la Lotta all’Aids, che oltre a raccogliere fondi per la ri-


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Il suo adorabile “caratteraccio” attraeva e respingeva al tempo stesso fu autore di oltre 600 lavori scientifici

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cerca, era impegnata nella informazione corretta della popolazione e negli interventi a favore dei soggetti sieropositivi o ammalati di Aids. Era quindi naturale e atteso il suo incontro con Madre Teresa di

nelle nazioni povere africane afflitte dell’Aids. Scontri e incontri con Vittorio Agnoletto, presidente della Lila, altra associazione per la lotta all’Aids, che pur contestandolo sempre, riconobbe la prepa-

Calcutta e la fondazione delle prime case di accoglienza per malati terminali Aids. In quegli anni mi scrisse una lettera invitandomi a fondare una sezione dell’Anlaids nelle Marche. Trascinato dal suo entusiasmo e dalla sua capacità di convinzione, fondammo nel 1986, insieme ad altri componenti “laici”, la sezione che, negli anni seguenti si distinse in Italia per attivismo e capacità di realizzazione dei fini istituzionali. Nel frattempo Aiuti proseguiva la sua attività di ricercatore partecipando attivamente ad oltre 1500 congressi e pubblicando più di 600 lavori scientifici anche in qualificate riviste straniere. Tutto il mondo ormai conosceva la sua vis polemica quando ai congressi internazionali si alzava per fare domande o criticare i relatori sul pulpito. Nessuno mai gli serbò rancore per quegli interventi, tutti ne approfittarono per approfondire le proprie conoscenze. Ricordo anche le grandi discussioni con le aziende farmaceutiche che producevano i farmaci attivi contro l’Hiv affinchè riducessero i costi

razione ed il rigore scientifico di Aiuti. Lo ebbi accanto nella Commissione Nazionale per la lotta all’Aids ed insieme affrontammo i problemi burocratici sollevati da tanti per la realizzazione della Legge 135 del 1990 che lui aveva ispirato e che rappresentò un punto fermo nella lotta all’Aids in Italia. Non si può infine tralasciare la sua lotta contro il cosi detto “vaccino italiano” ritenuto da lui un inutile spreco di denaro pubblico. Per questo, denunciato, subì lunghi anni di procedimenti giudiziari da cui però alla fine uscì vincitore. La carriera universitaria del professor Fernando Aiuti può ritenersi esemplare. Laureato nel 1961 a Roma in Medicina e Chirurgia, conseguì la libera docenza in Malattie Infettive ed Immunologia Clinica. Si specializzò in Malattie Infettive e Cardiologia e fu professore ordinario di Immunologia Clinica e poi di Medicina Interna sempre presso l’Università La Sapienza di Roma; Direttore della Scuola di Specializzazione in Allergologia ed Immunologia Clinica e coordina-


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Memorabili le sue discussioni con le aziende farmaceutiche per ridurre i costi dei farmaci anti-Hiv nelle realtà africane tore del Dottorato di Ricerche in Scienze delle Terapie Immunologiche. Ha effettuato numerosi periodi di studio in prestigiosi istituti di ricerca esteri: il Karolinska Institute (Svezia), Il Memorial Sloan Kettering Institute (Harvard University di Boston), l’N.I.H. della Birmingham University (Usa) (dove ha collaborato con il prof. Gallo, uno degli scopritori dell’Hiv. La sua attività scientifica e sociale ha ricevuto numerosi premi nazionali ed internazionali. Nel 2010 è stato nominato professore emerito presso l’Università La Sapienza di Roma ed il Presidente della Repubblica Italiana l’ha nominato Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica. Dopo il suo pensionamento si occupò di politica sanitaria divenendo tra il 2008 ed il 2013 Presidente della Commissione delle Politiche Sanitarie di Roma Capitale. Le sue pubblicazioni sono note e citate in tutte le riviste internazionali e riguardano argomenti di malattie infettive, di immunologia clinica, di immunodeficienze primitive, di malattie autoimmuni,

allergiche, linfoproliferative e principalmente di diagnosi e terapia della infezione da Hiv. Nato nel 1935 ad Urbino e con un nonno Magnifico Rettore della Libera Università di Urbino, ritornava spesso con nostalgia nella sua città, riservando alle Marche una

attenzione particolare nei suoi giri di conferenze ed aggiornamenti scientifici. La sua morte ha lasciato in me ed in tutti noi marchigiani un vuoto incolmabile: non dimenticheremo mai il suo combattivo carattere e la grande competenza scientifica. ¤

Nella pagina a fianco in alto Aiuti mentre riceve un riconoscimento dall'attore Christian De Sica Nelle altre foto momenti di vita e di lavoro dell'illustre scenziato


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L di Giovanni Filosa

I nazisti guidati da Himmler cercarono invano il codice Aesinàs antico manoscritto di “Germania” di Tacito

etteratura, stampa in genere, fra poco anche film o fiction, stanno irrompendo in questi anni in un lembo della Vallesina, notoriamente ricca di tesori artistici e culturali, di fronte ai quali l’opinione pubblica, conseguentemente alla scoperta, emette un “ooohhh!” di meraviglia. Prendiamo, ad esempio, villa Baldeschi Balleani di Jesi, immersa in un verde che in primavera farebbe impazzire persino il Veronese. Entri da una piccola strada che taglia la campagna, superi il cancello ed un lungo viale sembra indicarti la meta che, passo dopo passo, spunta tra gli alberi. La villa è li, il bosco la circonda e la protegge, mille tonalità di colori fra le innumerevoli piante che, spontaneamente o sapientemente interrate, le fanno da sfondo mentre le macchine sfrecciano, veloci, a poche centinaia di metri. E’ un altro mondo che si respira qui, e la villa ti sembra adagiata da sempre con la

sua atmosfera, pronta ad ogni passo che solca il terreno o il pavimento, a rivivere antiche storie. Dicono le cronache che “I Conti Baldeschi sono discendenti di un'antica famiglia aristocratica, tra i loro antenati ci sono Sant'Ubaldo e il celebre giureconsulto Baldo degli Ubaldi professore di diritto in molti atenei italiani. Nel 1908 il conte Aurelio Baldeschi eredita dal prozio conte Aurelio Guglielmi Balleani la proprietà, che quindi diventa dei Baldeschi Balleani. La proprietà, denominata Fontedamo (Fonte di Adamo), appartiene ai Balleani (discendenti della famiglia signorile jesina medievale dei Baligani) fin dal Seicento, essendo acquistata nel 1612 da Paola Rocchi Balleani. Nel 1843 il conte Aurelio Guglielmi Balleani, avendo intrapreso l'attività imprenditoriale di gelsibachicoltura, impianta nella tenuta di Fontedamo una filanda, la seconda in Jesi”. Pensate, rileggendo le cronache che vanno, vengono, fan-


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Hitler e la razza ariana sogno infranto a Jesi IRRUZIONE DELLE SS NELLA VILLA BALDESCHI BALLEANI

no dei giri lunghissimi e poi ritornano, che qui, durante la seconda guerra mondiale, nell’autunno del ’43 arrivarono le SS dopo essersi infilate nella stradina che porta alla villa. Forse non fecero neppure caso alla villa che si trovarono di fronte, tre piani, facciata decorata da colonne ed un balcone, e poi bussarono insistentemente e chiesero al proprietario, Conte Aurelio, che fosse loro consegnato un misterioso Codice, chiamato “Codex Aesinas”, il più antico manoscritto della “Germania” di Tacito, la cui scoperta risalirebbe a cinque secoli fa circa, che le SS sapevano essere nascosto nella villa. Perché tutta questa foga? Semplicemente perché la Storia raccontava o fantasticava, poi lo vedremo, che questo Codice fosse il simbolo della purezza e della grandezza della razza germanica, come se Tacito, un migliaio di anni prima o giù di lì, avesse dettato i canoni della “specie perfetta”. Non era, quello dell’invasione a Fonte-

damo, il primo tentativo di ottenere, con la forza o meno, il Codice, che conteneva, fra l’altro, anche l’Agricola e che ne aveva passate tante, in realtà, sin dal quindicesimo secolo, quando fu portato in Italia dal monaco Enoch d’Ascoli del convento prussiano di Hersfeld. Del codice riemersero notizie soltanto all’inizio del novecento quando lo studioso Cesare Annibaldi lo scoprì nella biblioteca dei Baldeschi Balleani e ne comprese, immediatamente, l’importanza storica e culturale. E consigliò al Conte Aurelio di non venderlo. La storia, dicevamo. Dagli Anni Venti in poi il Codex restò nelle mani dei Baldeschi Balleani, viaggiò fra Osimo e Jesi, in varie occasioni (olimpiadi di Berlino, per esempio o altre manifestazioni) fu richiesto al Governo italiano addirittura, si dice, “in restituzione”, ma sappiamo che il Duce Benito Mussolini, anche lui orgoglioso del valore del nostro patrimonio artistico e culturale, timoroso di

diventare impopolare, rifiutò di consegnare il manoscritto, confermando definitivamente che l’Italia non avrebbe mai potuto privarsene. I passaggi avvenuti fino al 1943 fanno parte di quella storia che aveva portato a sognare Hitler che pare, in uno dei non rari momenti di follia, fosse sicuro che Tacito era addirittura tedesco ed era fra l’altro convinto (il Fuhrer) che avesse scritto la Germania per esaltare le virtù, il valore, la purezza e l’onestà del suo popolo. Uno dei più grandi paradossi della Storia. Rimasero, però, i passi violenti sul selciato davanti alla villa, l’ira più o meno funesta delle SS che se ne andarono con le pive nel sacco non senza aver, con malcelata delicatezza, frantumato pezzi di un mosaico all’ingresso della villa, senza chiedere neanche scusa. Così fu, il Codex restò in mano italiana, fu per un periodo in custodia al Banco di Sicilia a Firenze, dove fra l’altro fu danneggiato dall’alluvione del 1966, poi


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L’opera nascosta sapientemente in villa era considerata l’esaltazione della purezza della razza germanica

In alto, la contessa Francesca Baldeschi Balleani Qui sopra, la villa della proprietà Fontedamo dove fecero irruzione i nazisti

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restaurato da alcuni monaci amanuensi. Oggi, da oltre una ventina d’anni, riposa, dalle fatiche subite dai secoli, alla Biblioteca nazionale di Roma. Abbiamo incontrato, non per rivangare momenti tristi ma per frugare di nuovo nella memoria ritornando a quegli attimi di terrore, la Contessa Francesca Baldeschi Balleani. E’ tornata da poco dagli Stati Uniti, dove ha lavorato per oltre cinquant’anni, tenendo soprattutto alto il nome della nostra cultura e della capacità di mostrare al mondo il valore della nostra genialità. E’ stata lei ad introdurre definitivamente la moda italiana a New York, ha accompagnato e proposto marchi come Missoni, Ferragamo, Versace, è stata amica personale di Andy Warhol, di Woody Allen, di Soraya, di giornalisti e intellettuali come Ruggero Orlando, Jas Gawronsky, coi quali condivideva pensieri e iniziative. Un personaggio che ha mosso la Grande Mela, se volete, sempre partendo dalle eccellenze italiane. Oggi ricorda perfettamente, anche se era una bambina, i momenti dell’arrivo dei tedeschi a villa Baldeschi Balleani. “Il Codex era importantissimo, forse non ne avevamo appreso appieno l’importanza, e ricordo che anche in America alcuni studiosi avrebbero voluto comperarlo ma papà non l’ha mai voluto cedere. Non era il tipo da privarsi di un suo ricordo prezioso, cui teneva moltissimo. Io, come i miei fratelli Lodovico e Gaetano, siamo nati a New York, dove papà, che era antifascista, si era trasferito per lavorare e vivere, anche se erano frequentissimi i suoi viaggi con

l’Italia dove, non soltanto a Jesi, aveva i suoi affari da seguire, mentre negli Usa lavorava principalmente come agente di cambio. Ce ne andammo dagli Usa quando papà, che in quel momento era a Washington come assistente del suo grande amico, l’ambasciatore Ascanio Colonna, capì che avrebbe forse potuto trovarsi a combattere, a fianco degli americani, contro i suoi stessi fratelli italiani. Arrivammo, dopo varie peripezie, a Roma, lì ci aspettava nonna Maria, la cugina di Pio XII. Il Papa era un uomo ieratico, che davvero aveva protetto tanti ebrei, così come fece mio padre, che spesso ebbe il cuore ed il coraggio soprattutto, di nasconderli nei locali in cui alloggiava il personale di servizio. Cosa ricordo dell’intrusione delle SS nella nostra villa? Che bussarono alla nostra porta e chiesero la consegna, insistentemente, del famoso Codice. Figuriamoci, mio padre lo teneva sempre con sé, credo che qualche volta ci si sedesse addirittura sopra per non abbandonarlo mai. Le SS arrivarono da noi con poca eleganza, i loro scarponi facevano un rumore insopportabile, buttarono quasi giù la porta, ma papà lo aveva già nascosto bene. Erano talmente arrabbiati per non averlo trovato, che andandosene si sono accaniti coscientemente calpestando e rovinando il pavimento del mosaico che avevamo all’ingresso. Una terribile esperienza. Ma il Codex qui rimase. Io me ne tornai in America, dove ho vissuto e lavorato per cinquant’anni, qui, fra Osimo e Jesi invece, sono nati gli altri due miei fratelli, Baldo e Giovanni”. ¤


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Tacito, involontario modello nazista IL LATINISTA FEDELI: “UNA VERSIONE CHE FACEVA COMODO”

C

Fin dal 16esimo secolo “Germania” ebbe un ruolo importante nella formazione della coscienza nazionale tedesca

on Paolo Fedeli siamo amici da mezzo secolo. Quando mi preparavo all’esame di maturità al liceo Classico di Jesi, una vita fa, insieme al fratello Piero studiavamo e ripassavamo latino (o provavamo a farlo, forse è meglio dire così). E ricordo che alla mattina saltavo sul “mosquito” alle 5 ed andavo a casa Fedeli. Oggi più che mai sono convinto che ai suoi suggerimenti, dobbiamo l’affetto che ancora nutriamo per i nostri lontani antenati, perché ce li ha trasmessi con naturalezza. Anche se abbiamo preso alla fine strade diverse. Trovo giusto che mi riprenda (è o non è un prof?) quando gli chiedo del Codex Aesìnas con l’accento sulla “i”, rimbrottandomi una serie di regole che non sto a raccontarvi, da cui si desume che si dice “Codex aesinàs”, con l’accento sulla “a”. E lo fa, alla fine, quasi bonariamente, lui professore emerito all’Università di Bari, oggi considerato uno dei massimi latinisti al mondo. “Il codice si definisce Aesinàs, con l’accento sull’ultima perché è il frutto di un troncamento. Cosa li aveva portati a Jesi per quel testo antichissimo? “Perché cercavano proprio il Germania? Andiamo indietro nel tempo. Papa Nicolò V inviò Enoch D’Ascoli a ricercare degli antichi Codici nell’Europa settentrionale e lui tornò con una serie di opere fra cui un codice miscellaneo di Hersfeld che conteneva La Germania, L’agricola, il Dialogus de oratoribus ed alcuni frammenti di Svetonio. L’Aesinàs è un codice complesso e di straordinaria importanza per l’Agricola, certo, e la parte Germania è in

realtà una aggiunta apportata tempo dopo, di un testo, già noto ai nazisti. Loro si erano intestarditi, volevano quello di proprietà dei Baldeschi Balleani, anche se non è certo il testo migliore. In verità, attraverso i secoli, molte mani hanno toccato e vergato, con note a parte, il testo di Tacito, altre mani più tarde hanno copiato la Germania da codici che già circolavano, ricostruibili ed accessibili. Quando all’olimpiadi di Berlino del ‘36, Hitler chiese a Mussolini la “restituzione del codice di Hersfeld” che conteneva la Germania, in Italia ci fu una reazione negativa. Nel ‘38, il Fhrer venne in visita in Italia e chiese di nuovo, tramite il suo ambasciatore, il codice della Germania e il Discobolo Lancelotti, una scultura molto nota che era la copia romana di altissima qualità dell'originale greco di Mirone, che poi nel ‘48 tornò in Italia. Invece una commissione formata dal ministro Giuseppe Bottai, decise che il codex Aesinàs era importante, perché conteneva “verità impegnative”. I tedeschi in sostanza non ebbero il codice ma solo la concessione di farlo studiare in, loco da un professore, Rudolf Till, che poi realizzò una buona edizione del Codex nel 1943, con le foto del codice stesso”. Perché tanto interesse per la Germania di Tacito? “Heinrich Himmler era, negli anni ‘20, segretario personale di Strasser, uno dei fondatori del nazional socialismo. Lesse con entusiasmo la Germania di Tacito. Anni dopo divenne capo della Gestapo e creò una organizzazione solo all’apparenza culturale, che si chiamava “Eredità degli antenati tedeschi”, con insigni


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Ma i testi nell’antichità si tramandavano attraverso manoscritti che subivano correzioni tali da mutarne la sostanza

Nella pagina precedente il latinista professor Paolo Fedeli e un'immagine dello storico Tacito autore del codex "Germania" Qui sopra altre immagini della villa jesina, dove le SS furenti per non aver trovato il volume frantumarono un prezioso mosaico

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professori a capo, fra cui Till, peraltro latinista di un certo rilievo. L’interesse, comunque, non nasce col nazismo. Fin dal 16esimo secolo la Germania di Tacito ha un ruolo importante nel processo di formazione di una coscienza nazionale tedesca. Perché quello che di positivo Tacito aveva risaltato, era ritenuto dai tedeschi significativo e veritiero, soprattutto perché era scritto ed affermato da un romano, Tacito appunto, che negli “Annales” aveva reso

quasi immortale il loro condottiero indomabile, Arminio. C’è un monumento in Germania mastodontico a lui dedicato, meta ancora oggi di pellegrinaggio, come se quel loro eroe fosse paragonabile, che so, al nostro Garibaldi. Per la ricerca della identità storica dei nostri antenati, tutto si collega. Cosa diceva in sostanza Tacito, senza essere però assolutamente un antesignano del nazismo? Lui considerava quel popolo una razza, distinta dalle altre perché non ammetteva matrimoni con genti di altre stirpi, ne descriveva l’aspetto peculiare, e diceva che erano tutti alti, capigliatura rossiccia e occhi azzurri. Ma tu devi pensare che i testi nell’antichità si tramandavano attraverso manoscritti, e questi manoscritti avevano correzioni a margine

che subirono, nei secoli, altre correzioni di mano posteriori, e queste potevano cambiarne definitivamente la sostanza. Un esempio. Prendiamo una frase. Alcuni manoscritti portano “tanquam”, altri “quanquam”. Sono cose ben diverse. Mi spiego. Quando Tacito afferma che i tratti comuni ai popoli germanici lo sono “nei limiti in cui ciò è possibile per un popolo tanto numeroso”, non vuol dire che i tratti comuni ce l’abbiano tutti. Io, per esempio, traduco “nei limiti in cui”. Con “quanquam”, riportato in altro manoscritto, si dice il contrario, cioè “benché si tratti di una popolazione numerosa”. Questa era la versione che faceva comodo al germanismo. Tacito metteva in risalto “la cieca obbedienza dei germani al loro capo”, e anche questo glorificava i già eccitati nazisti, perché stava a significare che il capo supremo era sempre presente, al loro fianco e lui decideva le gerarchie e le responsabilità. Ci trovavi anche il ritratto della donna germanica di un tempo, una sorta di sacerdotessa della famiglia, della nazione, in sostanza. Tutto questo andava esaltato, il povero Tacito non pensava credo che sarebbe mai stato citato come antesignano del pangermanesimo. Però si taceva dei passi in cui Tacito definisce i germani “ubriaconi, gente con qualità negative”; lui non le nasconde, romani e germani erano nemici, del resto. Ai tedeschi faceva comodo esaltare quei passi sulla razza, ma Tacito non voleva né pensava sicuramente di essere considerato un antesignano, quasi duemila anni prima, di un esaltatore della purezza della Germania. ¤ g.f.


Il patrimonio culturale

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Biblioteca dei tesori tra incunaboli e codici MIGLIAIA DI LIBRI PREZIOSI CUSTODITI DAI FRANCESCANI

T di Claudio Desideri

ra le mani un incunabolo del XV secolo che rappresenta solo l’ultimo, in ordine di tempo, dei tesori restaurati. Un volume che per secoli ha nascosto al suo interno un altro piccolo tesoro. Così mi ha accolto padre Lorenzo Turchi, Docente di Teologia francescana e Storia della Predicazione francescana alla Pontificia Università Antonianum di Roma nonché direttore della Biblioteca storico-francescana e picena “San Giacomo della Marca” di Falconara Marittima. Il restauratore durante la sua preziosa opera di recupero del libro ha scoperto all’interno della coperta i fogli di un manoscritto liturgico del XIII secolo, utilizzati per rinforzare la struttura portante della ri-

legatura. Un sistema, mi dice, usato spesso in passato per riutilizzare testi più vecchi a beneficio di nuove pubblicazioni. La Biblioteca francescana è un raro forziere di conoscenza e ogni giorno è buono per scoprire nuovi gioielli che accanto a quelli già noti fanno di questa struttura un unicum a livello regionale. Essa raccoglie infatti i fondi dei conventi dei frati Minori delle Marche, conserva e rende fruibile quanto è stato raccolto in secoli e secoli di storia dell’Ordine. Ne è ben consapevole il giovane Direttore, con il sorriso sempre pronto e con gli occhi che luccicano quando parla delle collezioni, del patrimonio librario e soprattutto del futuro di questa struttura.


Il patrimonio culturale

“San Giacomo della Marca” a Falconara è un raro forziere di conoscenza che conserva secoli di storia dell’Ordine

Nella pagina precedente la bolla del 1462 di Papa Pio II che vieta di asportare i libri della collezione di San Giacomo In alto, padre Gabriele in compagnia di alcuni studiosi Qui sopra, uno dei preziosi tomi della biblioteca

“Il desiderio condiviso che nutro – afferma – è quello di poter diffondere le straordinarie meraviglie della Biblioteca francescana a tutti coloro che vorranno entrare e si accosteranno ai codici, ai libri antichi, e all’eredità culturale raccolta e custodita nei secoli dai francescani delle Marche. Quando ero giovane studente al liceo rimasi colpito da una frase che ci disse il nostro eccezionale professore di Latino, Oddo Mantovani: ‘Timeo hominem unius libri’, attribuita a San Tommaso d’Aquino, che significa: ‘Temo l’uomo di un solo libro ’. A distanza di anni sorrido pensando a come il Signore mi abbia chiamato ad essere francescano e direttore di una biblioteca. “ Padre Lorenzo è affiancato da una equipe di volontari, giovani, preparati e con un ottimo curriculum: padre Gabriele Lazzarini, Vice Direttore e archivista della Provincia Picena dei Frati Minori; le collaboratrici Francesca Bartolacci, docente di Didattica della Storia e Monica Bocchetta docente di Bibliografia e Biblioteconomia, entrambe presso l’Università di Macerata, e Serena Brunelli, Guida Artistica della Pinacoteca. Da uno studio della Prof.ssa Bocchetta apprendiamo che la Biblioteca venne fondata i primi anni del 900’ su idea si padre Candido Mariotti e inizialmente era destinata ad uso esclusivo interno, cioè dei soli membri dell’Ordine. Come sede venne scelta Matelica dove si trovava allora la Curia Provinciale dei Minori e uno dei collegi riaperti dopo le requisizioni del neo Stato Italiano. Nel convento di San Francesco, Mariotti riunì nella collezione della Biblioteca i testi provenienti dai conventi di Maciano, Montefiorentino e Montemaggio. I libri, almeno inizialmente, erano utilizzati soprattutto degli studenti del collegio.

28 Nel 1935, per volontà del Provinciale Ferdinando Diotallevi, che intese aprire la Biblioteca anche agli studiosi, le collezioni vennero trasferite nel convento di Sant’Antonio di Falconara Marittima insieme all’archivio storico della Provincia Picena divenendo nel tempo raccolta di opere francescane e marchigiane. Diotallevi fece realizzare due strutture, una per i religiosi ed una per chi giungeva da fuori. Questa divisione poteva consentire agli studiosi di accedere alla Biblioteca senza interferire con le regole e la riservatezza della clausura. Nell’ottobre del 1943, a seguito dell’occupazione tedesca, la Biblioteca attraversò forse la fase più difficile della sua storia perché il convento fu usato per dare ospitalità ai falconaresi rimasti in città e nei mesi successivi utilizzato come alloggio per i soldati polacchi, inglesi e italiani. Fortunatamente uomini e bombe non fecero che pochi danni alla struttura e al patrimonio librario e con la fine della guerra padre Diotallevi e i frati Minori tornarono ad occuparsi dei libri, del loro restauro e della loro catalogazione. Con la riconquistata pace fu realizzato il catalogo della Biblioteca grazie a Giacinto Pagnani che eseguì il lavoro in pochi mesi, segno di una volontà determinata a rendere la struttura efficiente e fruibile. Il catalogo generale era l’insieme di cinque cataloghi e tra questi quello per titoli, quello per autori ed uno dedicato alle biografie dei santi e dei religiosi. Strumenti fondamentali per chiunque si fosse avventurato in una ricerca bibliografica. Accanto a questi tre cataloghi ne furono realizzati altri due dedicati uno agli opuscoli e l’altro ai libri rari. Dopo padre Diotallevi l’incarico di bibliotecario fu affidato per breve tempo a padre Leo-


Il patrimonio culturale

nardo Tasselli dopodiché l’impegno passò nelle mani di Giacinto Pagnani che lo conservò sino al 1986. Affiancato da padre Bernardino Pulcinelli, vice bibliotecario, Pagnani diede avvio ad un nuovo periodo della storia della Biblioteca che si arricchì dell’Archivio provinciale divenendo così anche custode della memoria storica dell’Ordine. La struttura era frequentata dai religiosi, provenienti anche da altri ordini, da studiosi e da studenti universitari e divenne sempre più nota in ambito accademico e in settori legati alla ricerca storica. In questo nuovo percorso la Biblioteca iniziò ad allacciare rapporti con i vari atenei locali, ad organizzare convegni sulla figura di San Giacomo, ad avviare la pubblicazione di “Picenum Seraphicum – Rivista di studi storici e francescani”, strumento d’incontro tra diverse tradizioni storiografiche. Fu anche deciso di ampliare il settore della storia marchigiana mettendo a disposizione degli studiosi non solo il materiale bibliografico relativo al minoritismo ma anche ai settori economico, sociale, culturale e politico facendo divenire la Biblioteca fonte di conoscenza al plurale. Questi cambiamenti portarono la struttura ad essere sempre di più nota nel panorama bibliotecario nazionale come una istituzione specializzata non solo in francescanesimo ma anche in storia locale. Dopo la scomparsa di Pagnani la Biblioteca fu diretta da Pulcinelli cui seguirono come direttori padre Giancarlo Mandolini, padre Gabriele Lazzarini e poi nuovamente padre Mandolini sino al 2017. Il patrimonio librario della Biblioteca, da una ricognizione effettuata nel 2008, risultava così composto: il fondo librario antico con 80 manoscritti, 76 edizioni incunabole (90 volumi), e 368 edizioni del XVI

secolo (500 volumi); il fondo moderno con 30 mila volumi, 1.600 edizioni, 80 riviste; Mappe e carte geografiche 200 pezzi; il fondo musicale con 76 manoscritti e 53 stampe. Nel 2011 le edizioni del XVI secolo catalogate sono aumentate di 119 unità, quelle del XVII secolo ammontano a 894 (1018 volumi) e del XVIII secolo risultano catalogate 9 edizioni (15 volumi). Il patrimonio completo lo si potrà conoscere al termine del lavoro di catalogazione attualmente in corso. Entrando nel merito delle collezioni si evidenzia che gli 80 manoscritti, provenienti dagli ex conventi, abbracciano un arco cronologico che va

dal 1400 al 1800. Tra questi i più importanti sono i 32 codici provenienti dalla libreria di San Giacomo della Marca a Monteprandone giustamente conservati in cassaforte assieme ad altri 10 manoscritti di incerta provenienza. Interessante sapere che questi ultimi sono per lo più quaderni di studio dei religiosi che riguardano gli argomenti da loro trattati, sermoni, teologia, fi-

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La biblioteca fu fondata nei primi del ‘900 a Matelica su idea di padre Mariotti poi venne trasferita a Falconara

Sopra, la pinacoteca all'interno della struttura francescana che è possibile visitare su appuntamento


Il patrimonio culturale

Il patrimonio librario nel ‘43 si salvò dalle bombe e la struttura diede ospitalità a soldati polacchi inglesi e italiani

In alto, una preziosa pergamena in ebraico Qui sopra, uno dei settantasei manoscritti musicali conservati nella biblioteca A destra, padre Lorenzo con l'equipe della struttura libraria e la sala convegni che può ospitare centodieci persone

losofia, appunti scolastici. Con questi quaderni vi sono anche quelli del famoso naturalista anconitano, Giuseppe Paolucci il cui archivio è conservato nella Biblioteca. Vi è poi il fondo delle pergamene con 100 esemplari che vanno dal IX al XIX secolo. Si tratta per lo più di bolle pontificie, atti notarili e legature originali recuperate dai libri restaurati. Tra questi documenti il più importante è sicuramente la bolla di Papa Pio II, del 1462, che vieta di asportare i libri dalla collezione che San Giacomo aveva costituito a Monteprandone. Gli incunaboli sino ad oggi catalogati ammontano a 76 (90 volumi), una collezione che comprende testi dei più noti autori della storia francescana. Solo per citarne alcuni: Giovanni Duns Scoto (1497), Vindelino da Spira (1476), San Bonaventura (1477), Giovanni da Colonia e Johann Manthen (1475), Bartolo da Sassoferrato ed altri ancora. Si compone di 5.000 volumi il fondo delle edizioni dei secoli XVI – XIX cui si aggiungono un centinaio tra manifesti, volantini, fogli volanti ed opuscoli rinvenuti durante le fasi di inventariazione. Sottolineiamo la presenza in questo fondo di francescani marchigiani come Silvestro Manardi, e Giovanni Battista da Matelica. Ci sono poi opere di carattere regionale come le “Memorie storiche della città di Cingoli”, di Orazio Avicenna, edite nel 1644 o le note “Notitie Historiche della città di Ancona” di Giuliano Saracini, pubblicato nel 1675. E poi “Camerinum sacrum” di Ottavio Turchi, edito nel 1762 e “Memorie istoriche della città di Fano” di Piero Maria Ammiani del 1751. Al 2013 risultavano catalogate più di 1.900 opere. Sono libri provenienti dai conventi soppressi e che costituirono il primo nucleo della biblioteca ideata da padre Mariotti cui si sono poi aggiunti nel tempo

30 quelli provenienti da altri conventi. Il fondo moderno si compone di circa 30.000 volumi ed è articolato in due sezioni: la francescana e la marchigiana. Esso comprende anche importanti volumi di storia come i “Nuovi studi storici” dell’Istituto italiano per il Medioevo e “Studi medioevali” del Centro italiano di studi dell’Alto Medioevo. Della sezione francescana sono stati catalogati 2.500 volumi che riguardano argomenti di storia minoritica, liturgia, architettura, iconografia, letteratura delle famiglie francescane, maschili e femminili, del Terzo Ordine (gruppi di cristiani laici che seguono il carisma di un ordine religioso senza aderirvi) e la storia dei Minori in Terra Santa con particolare riguardo a quelli delle Marche. In questa sezione vi sono poi tutti gli atti dei principali convegni francescani come quelli che si tengono annualmente ad Assisi. La sezione marchigiana non è attualmente fornita di catalogo ma è suddivisa per aree geografiche, comuni e province. Questo consente comunque la ricerca per un settore che è di notevole importanza per gli studiosi e i ricercatori. Sono opere che trattano di argomenti quali la storia religiosa locale, la politica, l’arte, l’economia, il folklore dalle origini delle varie località ad oggi con particolare riguardo all’età medioevale. Vi è anche una sezione dedicata al santuario della Madonna di Loreto. Sono 80 le testate dei periodici, che si dividono anch’esse in una sezione francescana e marchigiana, comprese in un periodo che va dal XIX secolo ad oggi. Vi è poi la collezione dedicata ai Fioretti di San Francesco. Sono circa 230 dizioni comprese tra il XV e il XX secolo dove la più antica è del 1489. Per la maggior parte sono in lingua


Il patrimonio culturale

italiana ma ve ne sono anche in francese, inglese, cinese e in braille. Per gli studiosi di musica vi sono 76 manoscritti che compongono il fondo musicale che va dal XVI al XX secolo. La maggior parte della documentazione riguarda il materiale del noto musicista padre Pierbattista Farinelli da Falconara (XIX secolo) con manoscritti originali autografati ed altri in copia. La Biblioteca custodisce, inoltre, circa 300 pezzi tra mappe e carte geografiche relative all’area marchigiana realizzate nei secoli XVI e XVII. La più conosciuta è sicuramente quella di Ancona disegnata da Giacomo Fontana e pubblicata nel 1569. Accanto ad esse vi sono le carte dell’Istituto geografico militare e le più recenti elaborate dal servizio cartografico regionale. Vi sono poi altri fondi come quello delle immagini sacre e quello fotografico con immagini di religiosi e di conventi dei Minori marchigiani. Una collezione di Medaglistica

e sfragistica raccoglie medaglie di ricorrenze, celebrazioni, sigilli dei conventi marchigiani. Chiudono questo patrimonio l’emeroteca, con le pubblicazioni periodiche locali, le enciclopedie, i dizionari bibliografici locali e i principali strumenti di ricerca per la storia religiosa francescana e marchigiana. Nella Biblioteca ha sede anche la Pinacoteca che è possibile visitare su appuntamento. Marguerite Yourcenar nel 1951 scrisse che: “Fondare biblioteche e come costruire ancora granai pubblici, per ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che, mio malgrado, vedo venire.” Possiamo essere certi che se lei oggi fosse qui con noi sarebbe felice di constatare che la Biblioteca storico-francescana e picena è un “granaio” dal valore inestimabile, capace di placare la fame di conoscenza a studiosi e cittadini. Una struttura costantemente viva e in evoluzione che fa del passato il modo migliore per affrontare il futuro. ¤

Biblioteca francescana Tutte le informazioni utili La Biblioteca si trova in Piazza Sant’Antonio 5, a Falconara Marittima ed è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 17.30 per la consultazione e il prestito. Il catalogo dei fondi, antico e moderno, è consultabile anche sul Servizio Bibliotecario Nazionale: http:// opac.sban.it mentre per le cinquecentine si veda Edit 16: http://edit16.iccu.sbn.it Dispone di una pagina Facebook e come le strutture di ultima generazione di un’ampia sala per i convegni con 100 posti a sedere e 10 per persone diversamente abili. Tel e fax 71/9161480. Sito web: www.bibliotecafrancescanapicena.it ; e mail info@bibliotecafrancescanapicena.it

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Nella struttura sono conservati preziosi manoscritti dal 1400 al 1800 ma anche pergamene bolle Papali e Fioretti di S.Francesco


Biblioteca francescana

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Chi è San Giacomo Ideò i Monti di Pietà

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Molti miracoli riguardano i bambini e per questo è considerato ancora oggi un loro speciale protettore

In alto, il corridoio della biblioteca con migliaia di volumi Qui sopra, un atico testo musicale

omenico Cangale, questo era il suo nome, nacque a Monteprandone nel 1393 in una famiglia di umili origini. Affidato alle cure di uno zio sacerdote frequentò l’Università di Perugia dove si laureò in Giurisprudenza. Divenne giudice a Bibbiena e in questa città ebbe la chiamata vocazionale. Lasciò la sua carriera da magistrato e si recò ad Assisi dove venne accolto tra i Frati Minori dell’Osservanza. Era il 25 luglio del 1416, festa di San Giacomo apostolo. Domenico volle cambiare anche il suo nome e da allora in poi si chiamò Giacomo della Marca. Dopo il noviziato, durante il quale ebbe come maestro San Bernardino da Siena, si trasferì a Firenze dove studiò Teologia. Per oltre quarant’anni San Giacomo predicò in tutta Europa, in Italia, Bosnia, Croazia, Slovenia, Serbia, Ungheria, Austria, portando ovunque la fede, la speranza e la pace. Egli era chiamato dai Comuni affinché suggerisse leggi per gli Statuti comunali. Fu amico dei potenti Malatesta, Gonzaga, Della Rovere, i Doge di Venezia e l’imperatore Sigismondo. Tutti facevano a gara per avere nei loro territori il grande predicatore. Amico dei potenti ma soprattutto dei poveri e degli ultimi che gli chiedevano consigli e aiuto per i loro problemi. In particolare cercò di combattere la piaga

della prostituzione andando in aiuto delle povere donne che cadevano nelle mani di persone senza scrupoli e fondò confraternite per l’assistenza dei malati, l’istruzione dei bambini e dell’aiuto ai più poveri. Egli ideò i Monti di Pietà per combattere l’usura, allora diffusissima, e concedere prestiti a interessi bassi o nulli. San Giacomo è anche ricordato per le sue capacità di pacificatore e per aver contribuito a riportare la pace fra i Comuni in lotta tra loro ma anche tra le famiglie e le fazioni all’interno delle città dove veniva chiamato apposta per placare odio, vendette e faide. Venne proposto come arcivescovo di Milano ma rifiutò. Fu lui a costituire la prima cellula della Biblioteca nel convento di Santa Maria delle Grazie di Monteprandone dove il Santo raccolse più di duecento codici, una vera e propria raccolta del predicatore con modelli di sermoni, bozze di discorsi, passi delle Scritture, esempi di autorità teologiche e liturgiche. Morì a Napoli, dove lo aveva inviato il Papa Sisto IV perché ripetutamente richiesto dal re Ferdinando, il 28 novembre del 1476. Molti dei miracoli compiuti da San Giacomo, in vita, riguardano i bambini e per questo è considerato ancora oggi un loro speciale protettore a cui i piccoli sono affidati nel Santuario di Monteprandone. c.d.


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Il monaco che nei colori cercava il segno di Dio GENERALI, VIOLÒ LA CLAUSURA SOLO PER DIPINGERE

M di Marco Belogi

L'artista era solito dipingere gli animali qui un'opera dal titolo Galline (1972)

edico da molti anni, nell’esercizio della professione ho incontrato alcune persone con le quali si è formato un legame di stima e simpatia che si è protratto nel tempo, lasciando tracce indelebili. Sono figure del grande atlante della vita, che hanno aperto, a loro insaputa, nuovi spazi, suscitato nuovi pensieri e arrecato ore serene. Per ognuno di noi, avanti negli anni, arriva un momento della vita, che di solito coincide con l’anzianità, in cui si sente la voglia, il bisogno di ripensarle tutte quante e ringraziarle. Oggi molte di loro non ci sono più. Tra queste c’è il monaco camaldolese e pittore Paolo Tarcisio Gene-

rali, che vorrei oggi ricordare non per le qualità artistiche che Federica Facchini definirà più avanti da par suo, ma per le qualità umane che ho potuto apprezzare negli ultimi decenni della sua vita. La fama di padre Generali, a

partire dagli anni ’60, si era imposta a livello nazionale sia per le numerose mostre allestite nelle più importanti città italiane sia per le caratteristiche singolari del personaggio. Del monaco-pittore, salito alla ribalta dopo alcune sue partecipazioni a trasmissioni televisive, ne avevano trattato giornali e TV. Dai superiori dell’Ordine e dalla Curia diocesana veniva quindi osservato con attenzione e sospetto l’ artista che continuava a violare la clausura dell’eremo. E la Chiesa di allora non era certo quella dei nostri giorni! Del monaco, che aveva trasformato la sua cella in studio di pittura, fin da ragazzo ne avevo sentito parlare da uno zio materno, studente presso l’istituto magistrale fanese, con dovizie di particolari sul personaggio e sui dipinti visti nelle sue frequenti visite all’eremo di Monte Giove. Erano ritratti di monaci, nature morte, paesaggi, marine, disegni. Opere che in seguito avevo ammirato in molte case fanesi, in tante chiese, negli eremi che avevano ospitato padre Generali durate la sua vita e in varie mostre. Opere che catturavano l’attenzione per i colori folgoranti dei grandi soli, dei paesaggi campestri con cascine e pagliai; dei fiori, in particolare tulipani e pansé; delle marine al tramonto; di nevicate immacolate; di animali come gatti, mucche e galline; di monaci in meditazione; di grandi volti di Cristo. Più tardi, presentato da un comune amico, Generali entrò nel mio studio come paziente. Fin dal primo incontro compresi subito di trovarmi davanti alla genialità di un artista. L’atteggiamento, il


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Rompendo la clausura visse per anni in un sotto-tetto a Fano tra oggetti ammucchiati, pennelli e vernici dormendo in una sedia a dondolo

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modo di parlare, di scrivere, di relazionarsi uscivano dal consueto. Piccolo di statura, occhi profondi e scuri, barba rada e incolta con un viso pallido dai lineamenti perfetti, il capo sempre coperto da un berretto di lana, giacca e sciarpa colorate, parlava poco e lentamente, a volte in modo persino stentato, a tratti pronunciando in tono più alto la parola attesa e ripetendola più volte. E i gesti, così misurati e cadenzati, sembravano voler comunicare la tranquillità della persona, lui che aveva scelto la vita contemplativa e il silenzio dell’eremo dopo anni di vita mondana . La clausura, i silenzi, i digiuni, le privazioni, le meditazioni avevano scavato nel profondo portandolo all’essenzialità. Tutti i monaci, con i quali aveva condiviso anni di vita monastica, lo chiamavano affettuosamente con un diminutivo per sottolineare, oltre la piccola statura, la bontà dell’animo: Palin. Dopo averlo frequentato per anni, lo definirei un puro di

cuore. Più volte durante l’estate, quando ritornava nella sua Fano, fu ospite nella mia casa poco distante dall’eremo insieme ad altri monaci, suoi coetanei, con i quali avevamo un ottimo rapporto di vicinato. Anche durante questi incontri di festa, che rompevano la regola monastica, lasciava che fossero gli altri a parlare, limitandosi a brevi risposte o fugaci assensi. Lui con la sua macchina fotografica continuava a riprendere gli astanti e tutto ciò che li circondava, in particolare il paesaggio. Più tardi al termine della giornata ne avrebbe studiato i profili, la luce, le espressioni che poi avrebbe tradotto al meglio nelle sue opere. Il silenzio umano è stato sempre un elemento costante e determinante in gran parte della sua produzione artistica. I tramonti, i soli, i fiori, le marine, le nevicate, dove la presenza dell’uomo è marginale, sono i veri protagonisti che testimoniano le meraviglie della natura, per lui riflesso di Dio. E’ con questa chiave di lettura che si comprende a pieno la produzione artistica di questo monaco. E si comprende anche la scelta vocazionale eremitica da lui intrapresa all’età di trent’anni. Nella schiera dei consacrati a Cristo gli eremiti occupano un posto singolare tanto da essere chiamati gli irregolari di Dio. Possiedono una forza spirituale straordinaria, capaci di sottrarsi al mondo e scegliere la strada del silenzio e nella solitudine più completa cercano di raggiungere la perfezione. Spiriti forti e meditativi senza limiti, disposti alle prove più dure e alla rinuncia di una vita comoda, raggiungono nell’ascesi un’intensità e ardore incredibili, tanto da apparire inconcepibili a noi, persone di oggi, spiritualmente fragili. La loro spiritualità vive uno stretto legame con il paesaggio che diventa tempio e favorisce una solidarietà


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senza limiti verso tutte le creature dell’universo. Fortissimo è il loro amore verso il Creatore, la presenza del quale viene percepita ovunque. In ogni momento del tempo essi cercano di camminare con Lui lungo un percorso fatto di obbedienza e amore. La preghiera, elemento che intesse tutta la loro vita, viene intesa come risposta a tutti i problemi personali e la chiave per poterli comprendere . E la preghiera li conduce verso spazi infiniti dove “ la mente si accorda con la voce”. L’eremita possiede inoltre vivissimo il senso del mistero, del meraviglioso e anche della poesia, per quella immediatezza delle emozioni e per l’intuizione rapida e sicura. Innamorati di Dio, il mondo nasce nuovo ogni mattina nella gioia della preghiera e diventano riflesso del suo volto. Concetti questi che si traducono a pieno nei dipinti di Generali. Ecco il suo Cristo, tantissime volte raffigurato, dai grandi occhi penetranti e sofferenti , che si fa carico delle miserie umane e che insieme ai candidi monaci rimangono tra le sue produzioni migliori. Per un Natale, con la sua inconfondibile grafia, mi inviò in dono un Cristo con la scritta Dio è amore. Più avanti in altra occasione una foto, sempre di Cristo, con una scritta Dio è misericordia. Nei lunghi anni della sua vita monastica, che non ha mai smesso di praticare anche nella permanenza in città, aveva ben compreso queste due grandi massime che avevano illuminato tutta la sua esistenza. Per don Tarcisio l’arte pittorica è dono di Dio. Paolo Generali, Tarcisio il nome di religioso, era nato a Fano nel 1904, in un popoloso quartiere della città, da una modesta e numerosa famiglia. Fu il padre Alfonso, paesaggista e scenografo, formatosi alla scuola d’arte Apolloni, a dare il primo impulso artistico

35 al figlio individuandone il talento. In un diario manoscritto in cui annotava il carattere e le tendenze dei suoi undici figli, previde la vena artistica del sesto, appunto il nostro pittore, che nelle varie conversazioni ricordava sempre commosso le parole paterne. Dai quindici ai venticinque anni praticò ginnastica artistica. Nel 1925-26 prestò servizio militare a Pavia come soldato del genio. Nel 1934 dopo una lunga ricerca vocazionale scelse l’audace via degli spiriti solitari diventando benedettino camaldolese. Tre i luoghi a lui profondamente legati: il sacro eremo di Camaldoli, che lo ospitò novizio nel biennio 1934-36, e dove soggiornerà nuovamente dal 1942 al 1946; l’eremo di Fonte Avellana, ove compì gli studi liceali e teologici dal 1936 al 1942; l’eremo di Monte Giove, dove visse dal 1946 al 1959 quando trasferì il suo studio dentro la città di Fano. Questa decisione, già nell’aria da tempo, fu presa dopo un lungo travaglio per le imposizioni dei superiori. Una scelta sofferta, che portò la sospensione sacerdotale. Lo ospitò una mansarda in viale Europa accanto all’abitazione di una sorella. Una sistemazione provvisoria, che durerà invece molti anni, priva di qualsiasi lusso. Visse in questo sotto-tetto in mezzo ad un groviglio di oggetti ammucchiati senza ordine: tavola, pennelli, vernici, libri accanto a radio, televisore, cavalletto e un radiatore mobile. In fondo alla stanza una grande tenda occultava lo spazio dove venivano ammucchiati i dipinti. In un angolo un minuscolo altare per pregare e celebrare la messa con un’icona mariana. Su tutto, spiccava una grande seggiola a dondolo. Era il suo letto. Guardandola non potevo non pensare al rigore invernale degli eremi camaldolesi, del Catria o del Casentino, quando alle 3 della notte don Tarcisio si recava in coro,

In alto a sinistra, Ritratto del babbo (1946), sotto, Viole (1965) Qui sopra, Volto di Cristo (1976) di seguito Luce astrale (1976)


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Poi tornò nell’eremo trasformando la cella in un uno studio di pittura, disegnando paesaggi e grandi volti di Cristo con occhi penetranti e sofferenti

In alto, San Paolo (1973) Sopra, un'immagine di padre Tarcisio con una dedica all'autore dell'articolo

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avvolto nella bianca cocolla che lo rendeva ancor più piccolo ed esile, per il mattutino, spesso camminando in mezzo alla neve. Vi ritornava poche ore dopo, ai primi albori del giorno, per recitare le lodi. Anche in quelle attese era solito immergersi nella pittura. Dipingeva o disegnava anche nella breve ricreazione dopo pranzo, quando si interrompeva il silenzio e alla comunità era permesso conversare. La pittura era il suo linguaggio, lo strumento di comunicazione più importante. Col tempo ogni monaco nella propria cella poteva appendere il proprio ritratto donato dall’amico Palin. Ma anche amici d’infanzia e familiari venivano omaggiati con ritratti. Il periodo di permanenza nell’eremo fanese rimane centrale nella sua vita artistica. Nel corso di questi anni, dopo prolungata ricerca, aveva raggiunto una sua originalità caratterizzata dalla preponderanza dei toni grigio-rosa spesso affiancati da altri colori affievoliti come i verdognoli e gli azzurrini e dalla linea frastagliata. Una vera moltitudine di opere, che la gente si affrettava ad acquistare per poco. Quando abbandonò l’eremo per trasportare tutta la sua produzione, fu necessario un piccolo camion. Risale al ’48 la sua prima personale, dopo cui seguì una lunga serie di mostre in varie città italiane: Ancona, Forlì, Bologna, Firenze, Roma, Milano. Le sue opere venivano acquistate da gente dello spettacolo, politici, giornalisti. Decora cappelle di eremi, di chiese e pale d’altare che vengono richieste da varie parti.

Tra i tanti il cardinal Lercaro commissiona una crocefissione. L’opera riesce talmente bene che l’autore non può distaccarsene. Si tratta di una grande pala dominata dal bianco con un Cristo in croce, ai piedi della quale candidi monaci sono inginocchiati in preghiera. Tuttora si trova al centro del refettorio grande nell’eremo di Monte Giove. In questa vasta produzione l’artista si orienta verso forme dove esplode un cromatismo sempre più intenso e fiammeggiante. Da allora è una continua e frenetica produzione artistica, a volte dettata da pressanti richieste di mercato con le quali fa beneficenza. Se la pittura è per Padre Tarcisio uno strumento di comunicazione, la scelta contemplativa rimane sempre il suo modello di vita. Cambiati i tempi e i superiori rientra a Camaldoli nel ’79. La sua cella si trasforma in un ripostiglio delle sue opere migliori, in particolare del periodo rosa. E’ consapevole che in quelle aveva toccato i vertici del suo linguaggio pittorico. Questi motivi lo spingono negli ultimi anni a ricercarle presso amici e parenti a cui spesso ne aveva fatto dono. Avrebbe voluto lasciare una permanente alla sua città natale, ma ciò non fu possibile. Me lo aveva confidato nell’ultima visita che gli feci con la mia famiglia al monastero di Camaldoli. A distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, sono ancora tanti i concittadini che custodiscono gelosamente nelle proprie abitazioni i suoi dipinti e disegni, alimentando un mito come forse a nessun altro artista fanese è capitato . ¤


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Pennello e spatola Il colore si fece Luce IL CAMMINO SPIRITUALE ACCANTO A QUELLO ARTISTICO

R di Federica Facchini

Un olio di Generali dal titolo Conversazione monastica (1972)

icerca artistica e ricerca spirituale sono indissolubilmente intrecciate nell’esperienza di Paolo Tarcisio Generali (Fano 1904 – Camaldoli 1998) perché per lui «l’arte è espressione dello spirito» e dunque un tramite nel condurre il personale cammino di meditatio vitae. Sesto di undici figli, Paolo ereditò già dal padre Alfonso, decoratore e scenografo, una precoce passione per il disegno che seppe sviluppare negli esiti ormai noti. Anche la familiare devozione religiosa giocò un ruolo determinante, e

ciò avvenne sin dalla scelta dei nomi degli stessi figli, poiché la lettera iniziale di ciascuno di loro corrispondeva all’iniziale delle parole di una breve invocazione mariana: ”A Maria Vergine Concepita Immacolata per Gesù Salvatore del Mondo: Fiat Voluntas Tua” (ed è così che in ordine, si ritrovano rispettivamente: Anselmo, Maria, Vittoria, Concetta, Irene, Paolo, Giuseppina, Silvio, Mariano, Fabio e Valentina). La dodicesima ed ultima lettera non essendo stata attribui-

ta ad alcuno, venne “presa” da Paolo per nominarsi Tarcisio, dopo la vestizione monastica. Don Paolo Tarcisio infatti entrò come novizio nell’Ordine Benedettino Camaldolese nel 1934 dopo un cammino spirituale avviato con i monaci Camaldolesi a Monte Giove, a pochi chilometri da Fano. E fu così che cammino spirituale e percorso artistico avanzarono su binari paralleli a volte, non senza difficoltà. Basti pensare che durante gli anni degli studi liceali e teologici condotti a Fonte Avellana (dal ’36 al ’42) aveva espresso il desiderio, non concessogli, di poter frequentare l’Accademia di Belle Arti. Gli esordi giovanili (’20-’30) di impronta accademica, lasciano già intuire un precoce talento disegnativo - legato ad una mimesi molto accurata delle forme - e un occhio attento alla realtà. Una realtà che desidera cogliere sempre più nella sua profondità, per rendere visibile l’ineffabile che la sottende. E così che la sua pittura muta con il passare degli anni, tanto nello stile quanto nella tecnica. Successivamente - dagli anni ’40 - la costruzione del dipinto è lasciata alla modulazione del colore dove le pennellate, poste una accanto all’altra, conferiscono grazie alla differenza di tono, l’illusione della tridimensonalità. Inoltre, dall’iniziale cromatismo grigio-rosa dai toni pastello, dagli anni ’50 la tavolozza si carica di colori più intensi e vivaci. La pennellata si fa più fiammante e pastosa e nel ’58 arriverà a sostituire il pennello con la spatola per risultati più corposi e materici.


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Padre Tarcisio aveva espresso il desiderio non concesso di poter frequentare l’Accademia di Belle Arti

In alto, Tramonto giallo (1973) Sopra Cocomeri dipinto degli anni '80

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Con l’aumentare dell’impasto pittorico l’immagine si depura dal suo aspetto disegnativo e istantaneo verso una ricerca di sintesi delle forme e delle figure, unendo la visione cezanniana a quella informale in auge negli anni Cinquanta del Novecento. In fondo per Paolo Tarcisio Generali lo scopo non era quello di dipingere la visione ma una personale ricostruzione del reale, in una instancabile ricerca della struttura delle cose e del mondo terreno, viatico per la Luce eterna. Nella sua lunga e prolifica attività pittorica Generali ha sempre ricercato nella magia, nella forza e nella simbologia del colore la trasfigurazione di quella Luce che oltrepassa il reale per farsi spiritualità, trascendenza, ordine, pace, infinito, eterno. Un doppio percorso dunque, costantemente teso alla ricerca del colore e della luce. Anzi di un colore che si facesse Luce. Oltre all’importanza fondante del colore, i soggetti scelti da

Paolo Tarcisio Generali sono quelli umili e dimessi della sua quotidianità, dagli spazi chiusi dei suoi ritiri - il convento o la cella - a quelli aperti dei paesaggi osservati durante lo scorrere delle stagioni, esprimendo di volta in volta la parabola dell’esistenza, tra gioia e dolore, unione e solitudine. E sono numerosissime le rappresentazioni dei monaci che fanno da contraltare a quelle dei pescatori al lavoro, emblema della sua città natale, ad esprimere tanto il lato contemplativo e quello attivo di ogni percorso umano, una declinazione più ampia di quell’ora et labora che scandisce le sue stesse giornate di monaco. E ancora la natura vista nel particolare dei suoi frutti stagionali: melanzane, peperoni, cocomeri e meloni per esaltare la generosità dei loro colori caldi e quella della varietà e della bellezza del Creato. Come scrisse Marco Vallicelli nel catalogo della mostra antologica che celebrava il centenario dalla nascita del monaco-pittore: «la storia della sua produzione artistica è la storia lunga e difficile della ricerca dell’unità, del tentativo di superare la visione oggettiva in un’esperienza più vasta: quella dell’uomo che sente l’intensità dei legami essenziali, atavici che lo uniscono ai suoi simili, alle cose del mondo e alla natura, grazie ai quali la sua esistenza assume un significato». E forse Generali, con la sua passione e grande generosità, è riuscito a trasmettere quel sentimento panico della natura, anche agli estimatori a cui ha donato o venduto le sue opere. E sappiamo che sono tanti. ¤


Il cammeo

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Stendhal ama Raffaello e loda Urbino da lontano LO SCRITTORE FRANCESE NON VISITÒ MAI LA CITTÀ IDEALE

A

di Nando Cecini

nche Stendhal nei suoi viaggi in Italia seguì i consigli del francese Jeronie Lalande (1766) e del tedesco Johann J. Volkmann (1757), i quali, provenendo da Roma lungo la via Flaminia, giunti a Foligno, consigliavano la strada per Arezzo-Firenze, o, in alternativa, quella per Loreto-Ancona verso l’Adriatico. Trascurravano il percorso Nocera, Cagli, Fossombrone, Urbino. Questa città venivano declassate perché “non vi si trova nulla di particolare”. Così Stendhal non è mai salito a Urbino. Nel suo viaggio in Italia, ottobre 1811, Stendhal nella tratta Ancona-Bologna, si ferma a Pesaro all’albergo Della Posta. In valigia ha il prediletto indispensabile manuale dell’Itineraire d’Italia dell’editore Vallardi. Tra l’altro, sempre curioso di informazioni, legge questa descrizione di Urbino. “Si lascia a destra su un’alta montagna, la piccola città di Urbino, un tempo capitale di un ducato. Ci sono nella città numerosi palazzi ben costruiti, e un bel palazzo, un tem-

po residenza dei duchi della famiglia Della Rovere”. Forse per un attimo, Stendhal avrebbe voluto visitare Urbino patria dell’amato Raffaello, ma aveva una grande fretta di raggiungere Milano per rivedere la sua nuova amante Angela Pietragrua, dopo il deludente incontro anconetano con Livia Bialowiska. (Vedi il mio Stendhal in Ancona, Cento Città, 4, 1996). Immagina invece di essere passao da Urbino nel volume Roma Naples et Florence en 1817. Sotto la data fittizia del 25 maggio (in quella data in realtà Stendhal era a Parigi) scrive, “Urbino. Singolare vivacità degli abitanti di questa città di montagna, grandi monumenti di cui è piena. Ha avuto un principe emulo dei Medici, il duca Guidubaldo”. Con la medesima ambiguità nella Vita di Raffaello scrive, “Con piacere sono salito a Urbino e consiglio ardentemente il viaggiatore che passando per Fano, distante dieci o dodici leghe, di salirvi; egli vedrà visi intelligen-


Il cammeo

Scrive di Urbino conoscendola sui libri Non fece invece mai in tempo a ricomporre i suoi appunti sulla vita di Raffaello

Nella pagina precedente una veduta di Urbino In alto, lo scrittore francese Stendhal e sopra un ritratto di Raffaello

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ti, una bella regione e una bella cittadina. Lì sono nati tre grandi artisti: Bramante, Raffaello e Baroccio, i cui quadri sembrano pastelli”. Anche nelle Promenades dans Rome (1828) tornano analoghe referenze per il topos urbinate, come il paesaggio pittoresco e la vivacità degli abitanti. Si legge, “Urbino, pittoresca cittadina sui monti fra Pesaro e da l’idea che gli altri abitanti debbano brillare per spirito e vivacità”. Nel mare magnum dell’epistolare stendhaliano gli accenni a Urbino sono scarsi. Nel 1832 Stendhal è il console francese a Civitavecchia. Su commissione del ministro della Pubblica Istruzione, Guizot, deve stendere un rapporto sulla produzione industriale e i commerci dello Stato Pontificio. Questa volta nessuna divagazione storico-artistica, ma una nota economica; in Urbino esiste “una fabbrica di spille in ottone molto antica i cui prodotti sono molto apprezzati”. Ma Stendhal ha amato Urbino per Raffaello. Lo ha conosciuto ancora adolescente nell’Ecole Centrale di Grenoble, quando tentava di copiare quadri Raffaelleschi. Nel suo primo importante libro, l’Historia de la peinture en Italie (1817), come sua abitudine ampiamente scopiazzato, trova invece per Urbino

osservazioni originali: “I sovrani che regnavano ad Urbino e a Mantova vivevano come ricchi privati, tra tutti i piaceri della mente e delle arti. Le stesse principesse non disdegnavano di lasciare cadere sui figli delle Muse qualcuno di quegli sguardi che fanno miracoli”. I Figli delle Muse potevano essere Baldassar Castiglione, Pietro Bembo e tanti altri minori, ma alludeva anche a Elisabetta Gonzaga Montefeltro e al suo mecenatismo avvallato dall’infelice e colto marito Guidubaldo. Stendhal non ha fatto in tempo a scrivere una vita di Raffaello. I dati raccolti sono rimasti tra i materiali inediti per l’Historia de la peinture en Italie. Rimasti allo stato di appunti o appena abbozzati, i capitoli vennero editi postumi in particolare per le cure di Henri Martineau. Nel 1979 la benemerita Accademia Raffaello per le cure di Giovanni Bogliolo, ha pubblicato la traduzione italiana della Vita di Raffaello. Certamente non visitato, ma conosciuto attraverso i libri, Urbino, la patria del più amato pittore, più che una precisa entità storico-geografica, per Stendhal diventa un topos ideale: “bella regione”, “bella cittadina”, dalla quale non poteva uscire che “un bel pittore” Raffaello appunto. ¤


Street art

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Banksy, il genio dell’arte di strada A OSIMO LA MOSTRA DELL’EREDE PIÙ DIRETTO DI WARHOL

di Federica Facchini

Sopra, la bimba con il palloncino a forma di cuore

S

enza dubbio la Street art è uno dei linguaggi artistici più effimeri della contemporaneità dal momento in cui a volte, i supporti che la ospitano – muri, elementi urbani, mezzi di trasporto sono illegalmente scelti e perciò fatti conseguentemente rimuovere. Non era questo il caso dell’opera Bottles realizzata nel 2008 al porto di Ancona, da due dei più importanti artisti italiani noti a livello internazionale, Blu ed Ericailcane. Un lavoro nato in seguito ad un progetto condiviso dall’Amministrazione comunale - il “Festival POP UP! Arte contemporanea nello spazio urbano” - e che in

dieci anni aveva contribuito a creare una radicata memoria collettiva identitaria. Nonostante la sua legittimità però già da qualche settimana l’opera è stata demolita insieme ai silos usati per lo stoccaggio dei cereali dopo la

decisione di alcune aziende di non rinnovare più la richiesta di concessione demaniale, dal momento in cui quei silos avrebbero necessitato di una profonda e onerosa manutenzione. Street art che va, street art che viene. E addirittura questa volta musealizzata. “From the street to the museum” è infatti la mostra che Palazzo Campana a Osimo, sta ospitando dalla fine dello scorso marzo, fino al 7 luglio, e che vede protagonista il genio indiscusso dell’arte di strada: Banksy. Nato a Bristol in Inghilterra, tra il 1974 o ’75, la sua vera identità è rimasta segreta fino ad oggi ed è gelosamente custodita dallo stesso artista che ha affermato come anche «l’invisibilità è un super potere». Un mistero questo che ha innalzato all’ennesima potenza il mito dell’artista, considerato l’erede più diretto di Andy Warhol. Banksy infatti rappresenta la migliore evoluzione della Pop Art con il suo approccio seriale e l’uso metodico della serigrafia e dello stencil (una maschera sagomata con la forma da riprodurre quanto più velocemente possibile su un muro o altre superfici). Tra il 2002 e il 2009 Banksy pubblica 46 immagini su carta che vende tramite la sua “Print House” Prints on Walls in Commercial Rd di Londra. E la mostra osimana ne presenta una selezione delle migliori 30, quelle che hanno decretato il successo planetario di un artista tra i più complessi e intuitivi del nostro tempo. Il suo è un immaginario semplice, confezionato per la co-


Street art

A Palazzo Campana una selezione delle migliori trenta opere tra le quali anche la bambina con il palloncino

Una delle numerose opere di strada del misterioso artista Banksy

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municazione di massa, un nucleo di messaggi immediati che mette in scena le contraddizioni e i paradossi del nostro tempo. Contraddistinte da toni spesso satirici, le sue tematiche ruotano intorno alla critica del consumismo, della guerra, delle istituzioni in generale e tratta temi politici, etici, ambientali, utilizzando immagini volutamente forti al fine di suscitare una riflessione da parte di chi le osserva.

Nella mostra itinerante di Palazzo Campana non manca una tra le immagini più celebri di Banksy, Girl with a Balloon, la bambina che si lascia sfuggire di mano il palloncino rosso a forma di cuore. Un’opera resa celeberrima anche dalla performance dello scorso ottobre, all’asta di Sotheby’s a Londra, quando nell’istante esatto in cui l’opera è stata aggiudicata (alla modica cifra di 953mila ster-

line), ha cominciato a scivolare fuori dalla base della sua cornice a striscioline uguali, fino a metà della sua altezza, grazie ad un meccanismo posto alla base della cornice e azionato al colpo del martelletto del banditore. In seguito ad una recente polemica sorta in seguito ad un’altra mostra di Banksy al Mudec di Milano conclusasi appena lo scorso aprile, la Pest Control, società che tutela il marchio Banksy, ha citato in giudizio gli organizzatori della mostra per l’utilizzo non autorizzato del nome. E così che l’assessore alla cultura di Osimo Mauro Pellegrini ha però voluto fugare ogni dubbio sulla legittimità dell’evento, sottolineando che «la mostra di Osimo non avrà alcun oggetto di merchandising e non ci sarà un catalogo dedicato, evitando di proporre qualsiasi cosa al di fuori delle opere esposte». In effetti il Tribunale di Milano ha accolto le istanze della Pest Control solo per quanto riguarda il merchandising e i gadget venduti nel bookshop della mostra (agendine, quaderni, cartoline, gomme, segnalibri), che il Mudec ha dovuto prontamente rimuovere, mentre non è stata riscontrata alcuna violazione per quanto riguarda la riproduzione delle sue opere. Il giudice ha stabilito che Banksy potrebbe far valere il proprio diritto solo nel caso in cui rivelasse la sua vera identità: ipotesi alquanto improbabile. Una Guerrilla Art insomma, condotta a colpi di stencil che non manca mai di portare con sé polemiche, spunti di riflessione e dubbi rimasti ancora oggi insoluti. ¤


Il Design

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Bauhaus, gli echi di Weimar nelle Marche CENT’ANNI FA LA SCUOLA CHE SEGNÒ IL NOVECENTO

I di Giordano Pierlorenzi

l primo aprile 1919 nasce a Weimar la Bauhaus, casa della costruzione (da Bauhutte, termine medievale dal significato di “loggia dei muratori”). E’ una scuola statale in cui l’arte si unisce ed interseca in un formidabile ed valido intreccio teorico e laboratoriale, l’architettura, il design e come aveva preconizzato e proposto Hermann Muthesius, anche l’artigianato in particolare quello artistico. Unisce in un percorso di continuità la Scuola di Arte Applicata e l’Istituto superiore di Belle Arti di Weimar. Walter Gropius, suo primo direttore, ne elabora il manifesto e il programma pubblicati in un documento che in copertina riporta la xilografia di Lyonel Feininger dal titolo “Cattedrale”. L’ordito grafico simboleggia l’incontro linguistico ed operativo di pittura, scultura e architettura. Dunque, la Bauhaus nasce per unire, affratellare, integrare le diverse espressioni comunicative e progettuali, ma anche affrancare ed elevare le arti più umili, quelle applicate portandole alla pari dignità. Si vuol finalmente superare l’odiosa divisione tra otium e nec-otium di memoria aristotelica, tra arti nobili e arti applicate, liberali e servili. Qui si rinnova il prodigio della “fabbrica classica”, della “bottega rinascimentale”, della “accademia sei-settecentesca” in cui si può vedere insieme al lavoro

studenti, docenti, artigiani, artisti, architetti, operatori di teatro, musicisti, danzatori che sperimentano davvero la gesamtkumwerk, l’opera d’arte totale. E il concerto ne è l’esito; non solo polifonico, ma polisensoriale, cenestesico, ovvero del sentire comune: il sentimento panico. L’empatia che si evolve in simpatia è l’energia contagiosa, l’alimento spirituale che sostiene la comunità bauhasuiana e che nel prodotto trae conferma e rinforzo per il prosieguo, l’incedere congiuntamente e provare il piacere del successo, del consenso rigenerandosi in continuo. Gli studenti nella scuola di Weimar crescono contemporaneamente come uomini e progettisti, consapevoli che il progetto è la risposta ad un bisogno da soddisfare, ad un problema da risolvere con il piacere della ricerca artistica ed il rigore del metodo tecnico-scientifico. Nella Bauhaus il design, vocabolo già in circolazione ancor prima della metà dell’ottocento – il Crystal palace all’esposizione universale di Londra 1851 ne è il luogo e l’occasione ufficiale -, non è più un sostantivo astratto ma il significato provato di un processo progettuale in cui la poiesis e la tèkne si integrano e il pensiero e l’azione trovano unità. Questa sua impostazione pedagogica molto innovativa e lungimirante di valorizzazione della dimensione orizzontale - oggi la definiremmo di staff o gruppale - , supera la dimensione di line cioè gerachica perché anacronistica. Tale concezione scolastica non direttiva, a dir poco originale, persino ardita per


Il Design

Il design diventa processo progettuale in cui la poiesis e la tèkne si integrano e pensiero e azione trovano unità

Nella pagina precedente Walter Gropius il primo direttore della Bauhaus In alto e qui sopra e a destra alcune immagini relative a manifesti del famoso istituto di design Nella pagiana fianco in alto, l'edificio che ha ospitato la scuola di Weimar e un'altra immagine del suo direttore

44 l’epoca, non ha avuto però vita facile per i contesti sociopolitici fortemente e progressivamente avversi. Intanto è dovuta emigrare: da Weimar 1919-1925 a Dessau 1925-1932 e poi a Berlino dal 1932 al 1933 dove fu definitivamente chiusa dal regime nazista con l’esodo forzato della maggior parte dei protagonisti in America dove rinasce nel 1937 grazie al docente Moholy Nagy che fonda a Chicago la New Bauhaus (1937-1955). Ecco la novità sostanziale della Bauhaus americana: mentre Gropius sosteneva una concezione pedagogica fondata sul binomio arte-tecnica, Moholy Nagy invece propone un trinomio con la scienza che si aggiunge all’arte ed alla tecnologia con l’innovazione pure di aspetti specialistici come il basic design e il visual design: veri laboratori dove vige non la simulazione ma lo sperimentare insieme tra allievi e operatori del territorio. Così, l’aspetto sperimentale ne diviene la cifra distintiva, proprio quella che ispirerà poi la nascita in Ancona nel 1972 del Centro Sperimentale di Design Csd, oggi Accademia di Belle Arti e Design Poliarte che ne accentuerà l’articolazione partecipativa del territorio, la centralità dello studente-persona nella dimensione associativa del lavoro didattico ed euristico nel rispetto dei ruoli. Anche l’artigianato è dunque coprotagonista come arte applicata nell’esperienza Bauhausiana e con pari dignità per la traduzione in modelli e prototipi dell’idea, che gli allievi propongono nella sperimentazione didattica, nell’avventura del progetto e fabbricazione a favore di un committente ipotetico o reale. Così anche per l’artigianato si apre la stagione della vita integrata, non più autonoma e autarchica. Josef August Lux nel 1908 sostiene che

l’oggetto piccolo e il grande manufatto come la casa si differenziano solo per la questione della scala di progetto, ma muovono dallo stesso spirito che si concreta nel progetto specifico. L’oggetto di artigianato si definisce ormai non solo per l’attributo di utile, ma anche di bello. Ecco il modo in cui l’artigiano è chiamato a contribuire alla cultura emergente che vuole una città, un utensile, una casa, un oggetto decorativo a misura d’uomo, un oggetto che oggi definiremmo ergonomico. Una cultura che richiede cose vere, belle ed utili, cioè adeguate all’uomo. Un oggetto concepito, pensato, studiato impiegando i parametri di una cultura moderna che sa recuperare ad un tempo le componenti della concezione vitruviana dell’architettura - firmitas, utilitas e venustas -, le componenti della concezione estetica tomista - claritas, integritas e debita proportio - e quelle della tradizione artigianale - umanità soggettiva, specialità creativa e singolarità del manufatto. L’artigianato è una realtà fisiologica, connaturale all’uomo singolo e alla comunità, è un mondo in cui la creatività trova giustificazione e concretamento nel progetto come filosofia gestionale e metodo di lavoro, cosicché il design ante litteram si identifica con la progettualità artigiana dove il cuore (l’emotività creativa), la mano (il mestiere fabbricatore) e la mente (l’ideazione e la ricerca innovativa estetica e funzionale) trovano compenetrazione e unitarietà. Quei movimenti storici che legano l’incipit del design con l’artigianato come l’inglese Arts and Crafts (1880-1910) di William Morris e John Ruskin ed il tedesco Deutscher Werkbund (1907-1934) corrispondono a movimenti analoghi e coevi anche nel nostro paese e nelle nostre contrade


Il Design

dove le corporazioni o accademie di arti e mestieri tentano di rilanciare l’artigianato attraverso tecniche sperimentali che poi costituiranno il vero canone del design ed abbozzeranno il codice normativo ed operativo (mansionario) del designer italiano, apprezzato e ricercato in tutto il mondo. Questo legame di parentela, di consanguineità tra artigianato e design è infatti presente in tutto lo sviluppo della storia occidentale e lascia traccia in ogni zona del territorio europeo ed italiano in cui l’artigianato, soprattutto quello artistico e tipico tradizionale, è attecchito sulla spinta della cultura e dell’èpos locali. Il risultato di questa intersezione sul piano storico e geografico dell’artigianato con il design è l’emergere di “luoghi” peculiari in cui l’artigianato si staglia dal contesto economico e culturale regionale per divenire rappresentazione, promozione dei costumi e delle tradizioni, perché foriero di valori integri e peculiari. In Italia questi “topoi” sono ancora numerosi e rintracciabili: ad esempio l’artigianato del gioiello nella zona di Valenza Po, della ceramica nel faentino, del corallo nella zona partenopea e siciliana, del vetro a Murano. E nelle Marche segnatamente il merletto, il tombolo e la calzatura nel fermano ed ascolano, la fisarmonica nel castelfidardese, la carpenteria navale del maestro d’ascia nell’anconetano, la moda e il tricot nel filottranese, il mobile nel pesarese e così via. Il design oggi è fittamente presente e radicato nelle manifatture di tutte le Marche dove la sagacia e lungimiranza di imprenditori artigiani, poi evoluti nell’industria, hanno sviluppato modelli originali di progettazione impiegando la ricerca creativa ed anche materiali come la

45 plastica dapprima pressochè sconosciuti. L’innovazione e il perfezionamento delle tecniche e la ricerca continua della qualità; tutto ciò insomma che può procurare l’ottimizzazione del prodotto con il minor impiego di energie e risorse – principio ergonomico del minimo sforzo/massimo rendimento -, ha contraddistinto da sempre la preoccupazione dell’artigiano, prima ancora di divenire la ragione del designer. I bauhausler italiani, cioè gli studenti provenienti dall’Italia alla grande scuola di Weimar - Dessau-Berlino dalla fonte autorevole di Carlo Giulio Argan (Walter Gropius e la Bauhaus, Einaudi, 1951) sono: Augusto Cernigoj pittore (Trieste 1899, Sesana in Slovenia 1985), Ivo Pannaggi (Macerata 1901, Macerata 1981) pittore, designer ed architetto, uno dei fondatori della Mail Art di cui a Montecarotto (Ancona) vi è l’unico museo italiano ed autore degli arredi di Casa Zampini di Esanatolia e Alfredo Bortoluzzi (Karlsruhe, 21 dicembre 1905 – Peschici, 20 dicembre 1995) pittore, ballerino e coreografo tedesco di genitori italiani Eugenio mosaicista di Venezia e Elvira Baldelli di Pergola (Pesaro-Urbino). Pannaggi segue Walter Gropius e lungamente l’esperienza della Bauhaus, mentre Bortoluzzi solamente la fase di Dessau. A questi va aggiunto un altro bauhausler Michele Provinciali di Pesaro che frequenterà invece la New Bauhaus di Moholy Nagy a Chicago vincendo una borsa di studio Fulbright. E’ stato illustratore, designer e grafico italiano. E lungamente docente dal 1971 all’Isia di Urbino insieme con Massimo Dolcini, famoso grafico di Pesaro. E infine, una speciale “bauhausler italiana” può essere considerata la Poliarte di Ancona che nasce e si propone nel 1972 come

Diversi i bauhausler marchigiani tra cui Pannaggi e Provinciali docente all’Isia di Urbino insieme con Dolcini


Il Design

L’aspetto sperimentale ispirerà poi la nascita ad Ancona nel 1972 del Centro Design oggi Accademia di Belle Arti e Design Poliarte

In alto, la poltroncina B3 di Marcel Breuer e la sede dell'Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona

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nuova e moderna interpretazione della Bauhaus in particolare della stagione weimeriana riprendendone il clima psicologico ed organizzativo di collaborazione sinergica e comunitaria tra docente e studente in ruoli diversi ma comuni obiettivi. Ne riprende anche l’asset di “Politecnico delle Arti” creando al suo interno veri laboratori sperimentali partecipati largamente da artigiani, artisti ed imprenditori industriali; laboratori che nel tempo diventano vere scuole dedicate rispettivamente all’arte, al design, all’artigianato ed al restauro, alla moda, alla musica, al teatro, alla danza ed al cinema in una configurazione interdisciplinare di connection design, nell’ottica della gesamtkumwerk, l’opera d’arte totale allargata, ovvero che non si limita all’unione delle arti ma si confronta ed integra con la scienza e la tecnologia. Non a caso dal 1972 al 2016 la sua ufficiale denominazione è stata Csd, Centro Sperimentale di Design di Ancona. Quel clima bauhausiano è stato riassunto e distillato nell’aforisma “Mens et manus et cor”, ripreso da Johann Heinrich Pestalozzi, filosofo e pedagogista svizzero (1746 - 1827). E la “metodologia didattica di Poliarte forma un designer attraverso un percorso caratterizzato almeno da tre aspetti: la professione ovvero il saper essere, il mestiere ovvero il saper fare, l’imprenditorialità ovvero l’intraprendere e il saper gestire in autonomia”. La pedagogia e metodologia didattica di Poliarte poggia su sei pilastri: a) Lo studen-

te protagonista: il metodo formativo accentra sulla persona integrale e contestuale della diade studente-docente; b) La connessione (connection design): l’approccio multidisciplinare improntato alla connessione come legame cogente tra i diversi insegnamenti e i docenti che li impartiscono, nella prospettiva di un design totale, la gesamtkumwerk, l’opera d’arte totale; c) Il processo diacronico: in cui il design incontra e dialoga con altre discipline di progetto come l’arte, l’artigianato, l’architettura e persino l’archeologia in un continuum in cui il futuro possa essere ricercato e rintracciato anche nel passato; d) La territorialità: la ricerca sistematica alla scoperta delle tipicità proprie del genius loci con cui il design dialoga; e) Il bell’essere: formare un designer capace di incidere culturalmente cioè eticamente, civilmente ed esteticamente-, sull’economia e la società di appartenenza attraverso un serio, personale contributo alla ricerca innovativa che possa elevare e diffondere gli standard di vita e di benessere nella prospettiva del bell’essere che secondo Enzo Spaltro è la promessa, la speranza di benessere da perseguire come obiettivo progettuale ed ergonomico; g) La sinestesia: la sperimentazione in cui i linguaggi e le tecniche di discipline tradizionali come la pittura e la musica e quelle più innovative come il web, la cibernetica e l’ergonomia si mescolano e si fondono in una sorta di caleidoscopio. Ecco allora perché la Poliarte di Ancona può idealmente definirsi “Bauhaus italiana”. ¤


I fotografi marchigiani

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Il fascino del mare nella poesia dello scatto TRE AUTORI: CAVALLI, FERRONI E GIACOMELLI

P di Alberto Pellegrino

Vacanze serene di Giuseppe Cavalli

er Giuseppe Cavalli (Lucera 1904 – Senigallia 1961) la fotografia è il mezzo più congeniale per esprimere le proprie emozioni, per cui il soggetto rappresentato diventa un pretesto per tradurre in un’immagine quei sentimenti che danno un significato a ogni sua opera. Deciso avversario del neorealismo e sostenitore della fotografia artistica, egli ritiene che l’arte non debba avere limiti e possa seguire strade infinite, per questo “ogni artista sceglie la tecnica che maggiormente gli si confà quella che sente più atta a esprimere con efficacia il suo mondo poetico”. Cavalli si dedica alla fotografia, perché sente che essa può essere l’espressione della sua personalità di artista in una perfetta connessione tra tecnica, linguaggio e sensibilità poetica. Per questo Cavalli può essere considerato un maestro del lirismo chiarista che si ricollega alla pittura di Giorgio Morandi. Cavalli costruisce un suo linguaggio lirico basato sulle variazioni tonali dei bianchi e dei grigi, sui tagli rigorosi

e le angolazioni inconsuete, un linguaggio che nasce da una continua progettualità nella costruzione dell’inquadratura attraverso la cura verso alcuni elementi fondamentali come le masse, le linee, la luce, i colori, i chiaroscuri, i vuoti e i pieni. Nascono così delle immagini che sono fuori del tempo, che lievitano in una loro dimensione metafisica con profonde intuizioni liriche. Dietro queste sue fotografie apparentemente leggere, l’universo fiabesco di Cavalli è il risultato di scelte rigorose e di un’armonizzazione dei simboli, per cui la sua fotografia è tutt’altro che “ingenua”, ma richiede una continua decodificazione secondo diversi livelli di lettura. Al centro di questa sua ideologia metafisica troviamo spesso il mare rappresentato nelle sue tonalità più chiare, mai tempestoso e mai banale, con le sue spiagge deserte o abitate da qualche figurina statica o in movimento (si pensi alle tre “monachine” di Balconcino sul mare); per poi trasformarsi in una presenza inquietante nell’opera Solitario; un ele-


I fotografi marchigiani

mento che appare legato alle perfette geometrie poetiche nella fotografia Nubi sui capanni; un mare che s’intravvede dietro muretti e cancelli, assumendo la dimensione del mistero, che diventa un’oasi di pace in un sottile gioco di rimandi tra mosconi e vele nell’opera Vacanze serene. Ferruccio Ferroni tra metafora e realismo

Cavalli esprime le proprie emozioni nelle immagini in perfetta sintonia tra tecnica linguaggio e sensibilità poetica

Ferruccio Ferroni (1920-2007) è sempre vissuto a Senigallia ed è stato uno dei più importanti autori marchigiani, imponendosi all’attenzione della critica come il più fedele continuatore della poetica dell’immagine coltivata e promossa da Giuseppe Cavalli, vate indiscusso della fotografia d’arte dentro e fuori i confini della nostra regione. Ferruccio Ferroni inizia a fotografare nel 1948 e svolge un’intensa attività artistica fino al 1957, quando conclude la prima parte della sua attività fotografica, per poi riprenderla nel 1987 con altre tematiche e con un diverso stile fotografico. Sono anni d’intenso lavoro durante i quali Ferroni riesce a conciliare la ricerca della perfezione tecnica con un’esigenza interiore di poesia come viene

48 sottolineato dal suo maestro Cavalli: “Con pazienza alacre, Ferruccio Ferroni se gli accada di essere attratto da qualsiasi realtà visibile che muova, in lui fotografo, le segrete molle dell’emozione, si mette al lavoro non ha più riposo e pace finché non riesce a esprimere con fedeltà quel che egli ha saputo intuire e che tiene nel cuore”. Ferroni rimane costantemente fedele al mito della bellezza, impegnato a costruire le sue immagini seguendo una costante ricerca della perfezione e della levità poetica, caratterizzandole con una precisa architettura formale, per cui non si avverte mai in questo artista uno scatto improvvisato, legato alla causalità o alla cronaca quotidiana. Nella sua ricerca fotografica Ferroni persegue un’astrazione simbolica della realtà, la quale è “reinventata” attraverso una serie di atmosfere poetiche che si caratterizzano per le “magie” luministiche e per la costante ricerca di geometrie capaci di trasfigurare l’oggetto. L’autore riesce a conferire alle sue opere una piena dignità narrativa in una perfetta sintesi tra significato e significante attraverso un linguaggio basato sul sapiente dosaggio della luce, sull’eleganza delle


I fotografi marchigiani

composizioni, sulla creazione di atmosfere oniriche. Nel suo primo periodo artistico inizia e si sviluppa uno speciale rapporto con il mare con una serie di Marine cariche di particolari atmosfere luminose che ricordano l’eleganza dell’americano Edward Weston. Si tratta d’immagini caratterizzate da un raffinato gioco di luci, dotate di una propria vita poetica e rivelatrici di astratte profondità metafisiche. Sono da segnalare alcuni paesaggi marini come la Nuvola, dove la solitudine di quel moscone, abbandonato sulla battigia di fronte all’immensa distesa marina, ha come unica compagna quella nuvola sospesa nel cielo, per trasformarsi in una metafora dell’infinito. In Tramonto abbiamo chiaro come Ferroni usi la metafora visiva: è assente il mare (rappresentato da quella conchiglia e da quella borsa quasi sommersa nella sabbia); è assente il cielo; eppure questi due elementi diventato presenze-assenze quanto mai pregnanti, mentre l’ora del tramonto è segnata da quella lieve ombra stampigliata sulla sabbia. In Fiori bianchi e neri abbiamo ancora un uso della metafora che trasforma in fiori colorati quegli ombrelloni che sembra siano stati rovesciati da un’improvvisa folata di vento. In primo piano si vede una piccola distesa di sabbia e dietro un sipario di cabine a due colori, mentre un mare lievemente mosso fa da sfondo alla scena con la sua discreta presenza.

un autore capace di guardare continuamente dentro di sé, che sente il bisogno di rinnovarsi continuamente, di battere nuove strade senza tuttavia rinunciare alla sua coerenza stilistica. Tra Giacomelli e la poesia si è stabilito un antico e straordinario rapporto per la sua capacità di riscrivere con le immagini determinate opere senza intenti letterari, filologici o illustrativi, ma seguendo le sensazioni, i sentimenti, i ricordi, le riflessioni che un particolare testo poetico gli suscita dentro. Le sue non sono solo delle fotografie, ma sono delle occasioni per interpretare e commentare la poesia con immagini che non sono fini a se stesse, ma possono trasmet-

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Ferroni rimane sempre fedele al mito della bellezza Mai si avverte in lui uno scatto improvvisato

Mario Giacomelli e la poetica del mare Mario Giacomelli (Senigallia 1925-2000) è un genio fotografico, un autore difficilmente catalogabile secondo correnti e scuole fotografiche, perché è un “narratore” dotato di una “coscienza” dell’immagine che è difficile riscontrare nel panorama fotografico internazionale. Si tratta, infatti, di

tere qualcosa agli altri, possono continuare a vivere con gli altri. Preso da questa voglia d’interpretazione e di comunicazione, egli “lavora” sulle proprie immagini, aggiunge e toglie, per poi aggiungere ancora; mescola fotografie fatte in epoche diverse; accosta fotografie in cui

Nella pagina a fianco, in alto Ferruccio Ferroni, Tramonto sotto, Giuseppe Cavalli, Solitario A sinistra, Fiori bianchi e neri e qui sopra Nuvola, di Ferruccio Ferroni


I fotografi marchigiani

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Giacomelli è un genio fotografico capace sempre di rinnovarsi senza rinunciare alla sua coerenza stilistica

Dall'alto, Il mare dei miei ricordi Passato, Felicità raggiunta, si cammina e Barca solitaria di Mario Giacomelli

la realtà è chiaramente leggibile con altre dove si avverte il suo personalissimo intervento all’interno dell’immagine attraverso la “manipolazione” del negativo e della stampa, preoccupato soprattutto di seguire i propri sentimenti, di riprodurre quell’immagine mentale che le parole dei poeti hanno fatto nascere in lui. Giacomelli pur vivendo in una città costiera non ha fatto mai del mare il protagonista assoluto di un suo racconto, fatta eccezione per Il mare dei miei ricordi, dove rappresenta una visione distaccata e quasi rarefatta dell’ambiente marino con questa spiaggia ripresa dall’alto nella quale gli esseri umani, gli ombrelloni, le barche e il mare stesso sono qualcosa molto distante e relegato negli anfratti della memoria. Giacomelli, in Passato, costruisce una storia divisa tra un appassionato autobiografismo e alcune intuizioni metaforiche di grande respiro, per parlare di un antico amore racchiuso nella dimensione mitica del sogno e nel ricordo di un misterioso volto femminile che domina la storia in un gioco di violenti contrasti e delica-

te sfumature, di dissolvenze e fotomontaggi, sovrapposizioni e trasparenze. La giostra inesorabile del tempo avvolge in un vortice i due amanti come un’onda che si avventa sulla spiaggia sotto un volo di bianchi gabbiani e alla fine del racconto un uomo rimane solo con i propri ricordi sopra un molo sospeso tra un mare oscuro e un cielo attraversato da un volo di gabbiani. In Felicità raggiunta, si cammina, ispirata a Eugenio Montale, il mare è un deserto di sabbia, una pesante coltre di nubi che si riflette sulla parete-specchio di un muro. In diversi racconti Giacomelli fa apparire il mare soprattutto con tre immagini ricorrenti. La più frequente è un volo di gabbiani che passa sopra le acque e si staglia contro il cielo. L’apparire di una barca abbandonata sulla riva diventa il drammatico simbolo di un aspro dolore e di una cupa solitudine, oppure un contenitore di ricordi adagiato come un fantasma sulla battigia. Spesso un uomo solitario si staglia contro il cielo e guarda l’immensa distesa marina che diventa l’inquietante metafora dell’infinito. ¤


Scultura e fotografia

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De Dominicis, il mistero della Calamita cosmica IL MAXI SCHELETRO ESALTATO DA CECCHINI

di Alberto Pellegrino

Un particolare della foto scattata da Franco Cecchini della scultura di Gino De Dominicis con il becco d'uccello

G

ino De Dominicis crea nel 1988 la Calamita cosmica, un gigantesco scheletro umano lungo 24 metri. Nel 2011 la scultura viene acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno ed è collocata nella Ex Chiesa della Santissima Trinità in Annunziata per far parte del polo museale del Centro Italiano Arte Contemporanea. Gino De Dominicis (Ancona 1947–Roma 1998) deve essere considerato uno dei grandi protagonisti dell'arte italiana del secondo dopoguerra. Pittore e scultore, con le sue opere è stato sempre indipendente rispetto

alle mode e ai gruppi della neoavanguardia, per cui la sua opera non è inquadrabile nelle correnti artistiche dell'Arte Povera, della Transavanguardia e dell'Arte Concettuale. Questo suo monumentale scheletro antropomorfo perfettamente corretto dal punto di vista anatomico (presenta come unica eccezione un becco di uccello che spicca al centro del viso al posto del naso), conserva dopo anni il misterioso significato che lo circonda, pur esprimendo un fascino straordinario. L’opera si ricollega probabilmente a Lettera sull'immortalità del corpo, il principale


Scultura e fotografia

L’artista anconetano non è inquadrabile nelle varie correnti e la sua opera conserva dopo anni un misterioso significato

52 testo teorico di De Dominicis, nel quale egli sostiene che tutte le cose esistenti, in quanto mortali, non esistono davvero, ma sono soltanto un’esercitazione della natura che sperimenta tutte le sue possibilità produttive. L’artista, aderendo a una forma di nichilismo, identifica l'essere mortale con il nulla, ma esprime nello stesso tempo la speranza che l'uomo, attraverso la scienza e la tecnologia, possa un giorno rendersi immortale. In un secondo momento, soprattutto con l’opera Seconda soluzione d'immortalità (L'Universo è Immobile), De Dominicis pensa che l'universo sia una realtà immobile e che tutti gli esseri siano eterni e immortali anche quando sembra che siano stati distrutti e non siano più percepibili con i sensi, per cui solo uno sguardo senza pregiudizi può interpretare ciò che non si comprende non perché è stato distrutto, ma perché si è reso invisibile. La scultura potrebbe pertanto riflettere alcune delle tematiche più care all’artista: l'immortalità del corpo, il mistero della creazione, il demoniaco, le tradizioni occulte, la nascita dell'universo, il senso ultimo della vita, il significato stesso della materia e dell'esistenza umana, la capacità della creazione artistica di arrestare l’irreversibilità del tempo, la necessità per gli uomini di perseguire l'immortalità del corpo nonostante essa appaia impossibile da raggiungere. Questo scheletro, che presenta una precisa anatomia e che impressiona per la sua forza espressiva, costituisce una sorta di mostro monumentale che racchiude in sé un universo assoluto, capace di esaurire in se stesso le ragioni del suo essere. Esso riflette l'intento dell’artista di provocare un senso d’inferiorità e di piccolezza

dell'essere umano di fronte a qualcosa di palesemente sovraumano e quindi inaccessibile che passa persino attraverso il suo stesso titolo. L’ipotesi più fondata è che il suo nome derivi dalla relazione tra lo scheletro e l'asta dorata infissa in equilibrio sulla punta del dito medio della mano destra, che potrebbe rappresentare una calamita destinata a scandire il tempo, a creare un contatto diretto tra lo scheletro e il cosiddetto mondo cosmico che lo circonda. Non a caso quest’asta costituisce il centro di tutta l'opera cioè quel legame tra l'uomo e la realtà circostante, creando una sorta di campo magnetico che ingloba l’intero scheletro, il quale ne è allo stesso tempo creatore e fruitore, un raccordo tra il tempo terreno e il tempo soprannaturale, un invito alla riflessione sulla connessione tra il cielo e la terra, sulla fragilità e l’immortalità dell’esistenza. Il fotografo jesino Franco Cecchini, a partire dal 2011, si è dedicato alla realizzazione di progetti fotografici che hanno affrontato, attraverso delle sequenze narrative, uno specifico tema esistenziale con delle vere e proprie “messe in scena” iconiche. In questo caso ha voluto affrontare la difficile impresa di “raccontare” con le immagini questo capolavoro di De Dominicis, realizzando 43 fotografie di grande formato che sono state esposte dal 17 novembre 2018 al 6 gennaio 2019 nel Centro Italiano di Arte Contemporanea di Foligno e che sono state raccolte nel bel volume intitolato L’oggetto vivente a cura di Italo Tommasoni (Edizioni CIAC). Questo progetto rappresenta l’incontro tra due sensibilità e due generi artistici profondamente diversi eppure convergenti: da un lato la fotografia con il suo linguaggio solo apparente-


Scultura e fotografia

mente realistico, dall’altro il misterioso e per certi versi inquietante linguaggio di De Dominicis. Cecchini, per sua stessa ammissione, è rimasto folgorato da questo grande scheletro nella mostra alla Mole vanvitelliana di Ancona del 2005 e nella mostra di Roma del 2010: “Da allora quell’icona bianca è diventata anche per me una Calamita: per gli occhi, per il cervello, per l’anima. Un’opera inquietante quanto attraente, drammatica ma anche ironica e quindi rasserenante, complessa e pura, naturale e metafisica, singolare e universale: Cosmica…Cogliendo quell’oggetto nello spazio da diversi punti di vista, appropriandomi di esso con lo scatto, scomponendolo e ricomponendolo, perfino trasformandone e alterandone in alcuni casi la visione, con la totale libertà e l’autonomia espressiva consentite dal linguaggio fotografico. Tutto ciò con il fine di realizzare l’esperi-

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mento di un’opera nuova, di natura diversa dall’Opera”. Molti fotografi, primo fra tutti Ugo Mulas, si sono occupati di rappresentare le opere di pittori e scultori soprattutto ripresi in piena azione creativa, ma pochissimi si sono avventurati nell’interpretazione di un’unica opera d’arte. Viene in mente, volendo cercare un precedente, il bellissimo lavoro di Antonia Mulas intitolato San Pietro (Einaudi, 1979), dove la grande fotografa milanese, in un continuo gioco di luci e di ombre, “racconta” la grande basilica romana senza soffermarsi mai sulla totalità del monumento, ma lo analizza in tutti i suoi aspetti più intimi, nei suoi anfratti più misteriosi, nei quali l’artista va alla ricerca delle figure scolpite nella pietra per dare loro una nuova vita. Un lavoro analogo, anche se di spirito e di natura diversi, ci sembra che abbia fatto Franco Cecchini, il quale ha maturato negli anni l’idea di

Il nome della scultura sembra derivi dalla relazione tra lo scheletro e l’asta dorata in equilibrio sulla punta del dito

Nella pagina a fianco e qui sopra lo scheletro con l'asta dorata tenuta in bilico nel dito medio che diventa un possibile trait d'union tra l'umanità mortale e l'universo


Scultura e fotografia

Le foto di Cecchini allo scheletro rappresentano l’incontro tra due sensibilità e due generi artistici diversi e convergenti

In alto, il cielo punteggiato di nubi e di panorami fiorentini contro i quali si staglia un dettaglio del capolavoro di De Dominicis Sotto, un'immagine di due innamorati per sottolineare il valore dell'incontro dell'amore in contrapposizione alla presenza dello scheletro gigante Nella pagina a destra, un dettaglio della dentatura e del becco d'uccello dell'opera

54 “raccontare” con le immagini un solo “oggetto” immobile nel tentativo di trasformarlo in qualcosa di “vivente”, usando la fotografia per circumnavigare questa scultura, per penetrare nei suoi meandri, per cercare di dare un senso ai suoi significati più profondi. Alla fine del percorso narrativo ci si renderà conto come il senso di mistero sprigionato da quest’opera sia rimasto inviolato, nonostante Cecchini si avvicini alle soglie del mistero e riesca persino a lambirne i confini, comunicandoci quel senso di smarrimento, d’inquietudine ma anche di esaltazione che il suo obiettivo riesce a trasmettere, facendoci scoprire prospettive e dettagli irraggiungibili per l’occhio umano, il quale non è in grado di penetrare là dove arriva l’occhio fotografico. La prima parte di questo suo viaggio per immagini è costituita da una macro-sequenza intitolata Interior e formata dagli scatti fotografici realizzati all’interno dell’Ex Chiesa dell’Annunziata. La prima sequenza, una tra le più belle e suggestive dell’intero lavoro, parte dalla forma sferica del gigantesco cranio ripreso prima con un campo totale, poi con un dettaglio in campo medio. Successivamente Cecchini sposta il suo interesse sul teschio e sull’enorme naso a becco d’uccello con immagini che assumono valenze particolarmente drammatiche, soprattutto quando egli aggiunge al bianco e nero il colore rosso per sottolineare il ghigno tragico della maschera e il buio angosciante di quelle occhiaie vuote, per poi stemperare questa violenta drammaticità usando uno sfondo dorato. Segue una lunga, intensa e affascinante sequenza densa di significati, nella quale fa da protagonista quell’asta metallica che parte dalla

mano destra dello scheletro per proiettarsi verso il cielo. Si tratta d’inquadrature diagonali che puntano verso l’oblò di luce del soffitto, che attraversano lo scheletro fino al dettaglio del dito medio perforato e quasi schiacciato da questa fatidica “lancia”, per poi quasi smarrirsi e annegare tra le ombre e le luci delle nicchie e dell’abside della chiesa. L’importanza della sequenza deriva dal fatto che quest’asta rappresenta a nostro avviso (e crediamo che anche Cecchini lo pensi) l’unica cifra esplicativa di tutta l’opera scultorea senza tuttavia intaccare la sua sostanziale insondabilità. Con la sua sottile forma ascendente, l’asta punta decisamente verso il cielo come l’unico e possibile trait d’union tra l’umanità mortale e l’universo, una via dorata che può condurre verso il nulla, oppure verso quella immortalità che De Dominicis segretamente sognava di conquistare con la sua arte. Cecchini penetra poi nei meandri del costato che appare come una specie di sottobosco osseo segnato da squarci di luce che si ritagliano un varco tra le costole, il bacino e i giganteschi piedi, il tutto scavato dalla luce in un continuo alternarsi di piani medi e dettagli in primissimo piano. Una terza sequenza si apre con un siparietto di ombre seguito da un bianco assoluto (come non ricordare la lezione di Giuseppe Cavalli maestro assoluto del bianco su bianco) per sottolineare come sia l’autore sia gli spettatori si stiano muovendo sopra un palcoscenico avvolto nel mistero, prima di volgere lo sguardo verso il grande lucernario circolare, dal quale il dono della luce piove sull’immenso scheletro disteso nelle atmosfere semibuie della chiesa che lo


Scultura e fotografia

ospita e che acuisce il senso del mistero con la sua giusta cornice di colonne, di pavimenti e di muri a mattoni, in un continuo gioco di luci e di ombre. La seconda macro-sequenza, intitolata Exterior, ha avuto come scenario il Forte Belvedere, i cui bastioni hanno ospitato nel 2017 la grande scultura che biancheggiava sotto i cieli di Firenze, lontano dalle ombre arcaiche, inquietanti e affascinanti di Interior. Cecchini nella prima sequenza si lascia ancora attrarre dalla sfericità del cranio, dai dettagli della dentatura e del becco d’uccello, ma stavolta usa uno sfondo blu tendente al violaceo per ricordarci che, anche sotto la luce del sole o delle stelle, l’inquietante presenza di questa scultura rimane intatta nonostante cambi la cifra cromatica. Nella seconda sequenza si ha un susseguirsi di cieli punteggiati di nubi e di panorami fiorentini contro i quali si staglia in campo totale o in dettaglio il capolavoro di De Dominicis. Ritornano il cranio e l’asta dorata che si rapportano con la cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto, oppure il corpo appare disteso sopra i camminamenti del Forte tra una trasparenza di ringhiere e una textura di mattoni. La sequenza termina con la bella immagine dello scheletro ripreso in prospettiva come il Cristo morto del Mantegna, mentre i due giganteschi piedi fanno da quinta scenica per questa ultima e drammatica rappresentazione. La macro-sequenza si chiude con l’immagine di due innamorati che si abbracciano sorridenti per tramettere un messaggio di speranza, per sottolineare il valore dell’incontro e dell’amore, quasi a voler rimuovere l’inquietante presenza dello scheletro

55 gigante. Il viaggio intorno e dentro la scultura si conclude con i “ritratti” dei due protagonisti che si guardano e “ci guardano”: la Calamita e l’artista che l’ha creata, Gino De Dominicis ci fissa e ci saluta con quel suo sguardo pieno d’ironia (immagine tratta dal video del 1970 Terza soluzione d’immortalità: Gino vi guarda). Con il suo racconto fotografico Franco Cecchini mette per prima cosa in evidenza quel bisogno che aveva De Dominicis di sentirsi parte dell’universo, quell’ansia interiore che lo spingeva a conquistare una sua immortalità, a voler essere eterno

anche quando sembra che tutto sia stato distrutto dalla morte e che nulla sia più percepibile con i nostri sensi. Un altro merito di Cecchini è quello di aver cercato con le sue luci e le sue ombre, con un variegato gioco di campi lunghi e medi, di primi piani e dettagli di penetrare il mistero che circonda questa gigantesca scultura e di gettare uno sguardo oltre la barriera del visibile. ¤

Le fotografie attraverso campi lunghi, primi piani e dettagli cercano di penetrare il mistero che circonda questa scultura


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“Casco e torcia... viaggio nell’antico acquedotto di Ancona” QUATTRO KM DI GALLERIE, DAL CONERO AL PORTO SUI MURI È SCRITTA LA STORIA DEI SOTTERRANEI E DALLE VOLTE SCENDONO FILIFORMI RADICI DI ALBERI

C di Catia Mengucci

aschetto, torcia e stivali. Poi si entra nelle viscere della città. E’ con uno stato d’animo misto tra curiosità e tensione che si scende dal tombino di piazza Stamira, tra gli sguardi curiosi dei cittadini ignari del fatto che quello sia l’accesso ad uno dei due tratti visitabili di Ancona Sotterranea. L’ingresso in questa dimensione ipogea è data da un cambiamento sensoriale. Dopo pochi ripidi gradini, infatti, la sonorità urbana e la luce diurna sono alle spalle e si entra in una dimensione

ovattata, rischiarata solo dalla luce delle pile dei caschetti e di quelle in mano alle guide speleologiche. In fondo alla scala i piedi entrano in acqua per circa 2030 cm, un’altra provocazione per i sensi dei visitatori. A questo punto inizia la visita della Cisterna Stamira, costituita da 11 locali, le vasche, con pareti e volte in mattoni, alti fino a 4-5 metri, collegati con archi ribassati, che si snodano per una superficie di 2200 mq. Sui muri può essere letta la storia dell’acqua scritta negli anni, con segni scuri che in-


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dicano quale potesse essere il livello standard del serbatoio e delle pennellate verticali date dal movimento in su e in giù. In alcuni punti della Cisterna ci sono particolari concrezioni calcaree, non stalattiti e stalagmiti, che si è abituati a vedere nelle grotte, ma filiformi radici di alberi e cespugli soprastanti trasformate dall’acqua e dal tempo in ragnatele di pietra. Colonna sonora dell‘itinerario è lo sciabordio costante dovuto all’acqua che continua ad entrare da un cunicolo collocato ad un’altezza di circa 1,20 metri rispetto al fondo della

vasca, per uscire da un foro di scarico collegato ad una condotta che si dirige verso il Teatro delle Muse. L’impianto attuale delle vasche risale all’Ottocento ma si ritiene che in questo luogo ci fossero serbatoi per l’acqua già in epoca preromana. Se, infatti, fino a cinquanta anni fa l’acqua nella cisterna veniva utilizzata dal panificio di piazza Stamira, rifornendo tutte le caserme e gli alloggi militari di Ancona, nell’antichità era impiegata per la lavorazione della porpora, come testimoniano i resti di vasche ritrovate durante la costruzione

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del parcheggio sotterraneo di piazza Pertini. L’acqua è sorprendentemente limpida, se non fosse per i passi che sollevano i depositi del fondo intorbidendola, e nei visitatori cresce la curiosità riguardo alla sua origine. Tutto parte dal buco del diavolo “Tutto parte dal Buco del Diavolo”. Sono queste le parole di Alberto Recanatini, storico e speleologo anconetano, con cui introduce il racconto dell’affascinante esplorazione di cunicoli iniziata intorno


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Dal tombino di piazza Stamira si scende in una cisterna costituita da 11 locali con acqua fino a 30 cm

agli anni ’70 sul Conero e che ha portato agli attuali itinerari di Ancona Sotterranea. Il Buco del Diavolo, situato sull’anello della Gradina al confine tra Ancona e Camerano, è un tunnel scavato nella marna di circa 30 metri, dopo i quali si biforca in due direzioni, a sinistra verso Varano e Ancona, a destra verso Numana, tratto che dopo poco si interra. Non è possibile procedere più avanti perché delle frane ne ostruiscono il passaggio. Una leggenda ben conosciuta dai locali ammanta di mistero questo luogo, la “bugia d’al diaul”. Si narra di un percorso labirintico che porta ad un antro sacro con un altare,

58 ricerca, tra storia e geologia, cercando di connettere informazioni tra la mappa idrografica e percorsi ipogei. Il monte Conero, infatti, al suo interno ha un grosso serbatoio d’acqua trattenuto da uno strato di argilla da cui attingono le sorgenti del torrente Betelico, del Rio della Pecorara e la fonte di Capo d’Acqua a San Lorenzo di Sirolo. Proprio quest’ultima fonte, si sa con certezza, che alimentava Numana, l’antica Humana, grazie ad un acquedotto romano. Le esplorazioni scoprono gallerie scavate nella roccia tutte situate a quota 100 metri, la stessa altitudine della fonte di Capo d’Acqua, percorribili per poche centinaia di metri, poi interrotte da crolli e cedimenti. L’ipotesi narrata da Alberto Recanatini

Sopra, le guide di Ancona Sotterranea che accompagnano i visitatori all'interno delle gallerie Nella pagina a destra in alto una panoramica della cisterna situata sotto piazza Stamira In basso, l'autrice dell'articolo insieme a una delle guide

sul quale sarebbe posta una chioccia d’oro con dodici pulcini d’argento. E come tutti i miti, avverte che chi si avventurasse alla ricerca di questo tesoro metterebbe a rischio la sua vita: solo indovinando il nome del demone che abita in quelle grotte e scritto il suo nome con il proprio sangue, infatti, riuscirebbe a tornare indietro. Il gruppo di speleologi che cinquanta anni fa iniziarono ad esplorare quei cunicoli lo fecero animati da spirito di

E’ da questo presupposto che nasce l’ipotesi formulata da Alberto Recanatini: un acquedotto ipogeo che conduceva acqua dal Conero fino al porto di Ancona. Per i naviganti da Trieste al Gargano, infatti, il promontorio rappresentava l’unico punto di riferimento, potendo scegliere quale tra Ancona e Numana fosse l’approdo più sicuro a seconda dei venti. E nel porto le navi si riforniscono di acqua, in primis, e poi di cibo. I cunicoli che partono dal Monte molto probabilmente portavano acqua fino a Pietralacroce e di lì al centro della città. Per poter suffragare questa tesi iniziale, gli speleologi incominciano ad esplorare il sottosuolo della città ed entrando nelle condotte sotto il Viale della Vittoria notano che presentavano le stesse caratteristiche di quelle scoperte nelle zone di Varano. Si inizia a delineare così un’ipotesi di mappa dell’acquedotto con due rami principali:


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quello “Alto”, il più antico, che dallo stadio Dorico arriva fino al Guasco passando sotto corso Amendola rifornendo le fonti del Calamo, dei Decapitati di piazza del Plebiscito, di San Francesco alle Scale e del Filello; quello “Basso”, che segue la Piana degli Orti, un tempo chiamata delle Pennocchiare, e che alimenta la cisterna di Piazza Stamira. Un altro indizio a sostegno di questa tesi è che all’interno della Cisterna Stamira, proprio a ridosso del condotto di ingresso, si trovano detriti di scaglia rossa, la tipica pietra del Conero. Il mantenimento di quota nelle condotte, in questo caso il livello altimetrico della fonte di Capo d’Acqua, è un principio utilizzato nel trasporto dell’acqua per lunghe distanze perché forti dislivelli e salti provocherebbero erosioni e successive problematiche legate all’accumulo di depositi. Ben lo sapevano i Romani con i loro acquedotti a cielo aperto, che si snoda-

vano per molti chilometri nelle terre conquistate sfruttando una leggera pendenza. A differenza dei Romani, signori incontrastati di un vastissimo impero e che non avevano timore che i nemici potessero rubare l’acqua, gli acquedotti delle città, come quello di Ancona, sono invece ipogei, costruiti sotto terra e con percorsi assolutamente segreti per impedire che nemici o traditori potessero accederci e mettere in ginocchio la città privandole l’acqua, avvelenandola o deviandone il percorso con le chiuse. E qui entra in scena la figura misteriosa e strategicamente cruciale del fontaniere. La misteriosa figura del fontaniere Il fontaniere della città era il solo a conoscere mappa, punti di accesso, pratiche di manutenzione e pulizia, sistemi di sicurezza e di gestione dell’acquedotto. Queste informazioni erano tramanda-

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Due rami d’acquedotto quello Alto più antico dallo stadio Dorico al Guasco e quello Basso che alimenta la Cisterna Stamira


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Importantissimo il ruolo del Fontaniere l’unico a conoscere a memoria la mappa i punti di accesso e la gestione dell’acquedotto

te di padre in figlio in modo esclusivamente orale, proprio per evitare che ci fossero documenti scritti che potessero essere trafugati e, quindi, che altre persone potessero accedere alla linfa della città. Negli archivi cittadini, infatti, non esiste traccia di nomi e date legate ai fontanieri. Nulla. Ad Ancona ce n’erano due: uno era responsabile del ramo Alto e uno di quello Basso, e nessuno dei due conosceva la topografia dell’acquedotto dell’altro. L’ultimo fontaniere si chiamava Ugo Menghini e si occupava dell’acquedotto di più recente costruzione. Gli speleologi, che hanno avuto la fortuna di incontrarlo, hanno sperimentato direttamente la ritrosia nel farsi descrivere questa realtà ipogea e soprattutto hanno avuto modo di verificare come la mappa memorizzata si basasse sulla reiterazione quotidiana di percorsi: cinquanta

60 passi a destra, poi tredici a sinistra… poi ci si abbassa per non sbattere la testa e quindi si entra nella vasca…. I fontanieri si muovevano nell’acquedotto con una lampada a petrolio, spesso rannicchiati perché alcuni cunicoli erano angusti, alti 80 cm e larghi poco più delle spalle, e soprattutto svolgevano questo sapiente lavoro da cui dipendeva la vita della città in assoluta segretezza. Fu proprio l’ultimo fontaniere a svelare il mistero della Chioccia d’oro, portando il gruppo di speleologi al di sotto del piano stradale di via Trento, facendoli accedere ad un pozzo di decantazione profondo 12 metri con un diametro di circa 5, dal quale si dipartono cinque condotte. Appunto la chioccia d’oro, l’acqua preziosa tanto quanto il nobile metallo, e i cinque pulcini d’argento, i canali. Menghini fu determinante anche per la perlustrazione della cisterna di Piazza

Osimo, tunnel scolpiti a bassorilievo Il fascino delle grotte di Palazzo Campana

P

In alto, lo spazio illustrativo dell'acquedotto, situato dietro la fontana del Calamo Nelle altre immagini, bassorilievi, ornamenti e simboli nelle grotte di Palazzo Campana a Osimo

rosegue il piano programmatico di interventi di studio, monitoraggio e valorizzazione delle Grotte sotterranee di Palazzo Campana, raro esempio di corridoi scavati in arenaria interamente scolpite a bassorilievo, avviato dall’Istituto Campana per l’Istruzione Permanente di Osimo già dal 2016 per la salvaguardia degli spazi ipogei. Per lo più tratte dall’Iconologia di Cesare Ripa, “enciclopedia” di personificazioni edita a Roma nel 1593, tra le figure si riconoscono le allegorie dell’Africa, dell’America, della Corsica, del Castigo e dell’Ingegno ed episodi mitologici, oggetto di molteplici e spesso fantasio-

se interpretazioni. Un mondo sotterraneo, popolato di figure, allegorie e simboli, tanto affascinante quanto fragile, compromesso da un inesorabile processo di degrado, dovuto a varie concause e difficilmente arrestabile, che sta comportando una progressiva disgregazione del materiale. Per questo motivo, dopo la recente conclusione dello studio e del monitoraggio delle condizioni ambientali e delle problematiche di natura termoigrometrica, affidato ad un’équipe guidata dal professor Marco D’Orazio del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e dell’Architettura della Politecnica delle Marche, l’Isti-


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Nulla era scritto sull’acquedotto sotterraneo per evitare furti di documenti che potessero mettere a rischio la città

tuto Campana ha attivato una convenzione con la stessa Università per la realizzazione di un programma di ricerca finalizzato ai rilievi integrati laser e fotogrammetrici dell’intero complesso con geoferenziazione esterna per la ricostruzione degli orientamenti assoluti rispetto al Palazzo e al sistema urbano. Sotto la direzione del professor Paolo Clini, il gruppo di ricerca della Digital Heritage (sezione di architettura dell'Univpm), specializzato nella valorizzazione dei beni culturali attraverso l'utilizzo delle più innovative tecnologie, ha da poco terminato l’acquisizione dei dati che consentirà di ricostruire un

perfetto fac simile digitale di queste incredibili grotte. Si tratta di un’operazione necessaria per lasciare una traccia indelebile nella memoria futura di quello che ad oggi rimane del complesso decorativo, la cui lettura è già ampiamente compromessa, e per fornire strumenti di indagine finalizzati allo studio ed alla ricerca scientifica. L’acquisizione dei dati è inoltre indispensabile per la ricostruzione dell’ambiente digitale e di un tour virtuale ad alta risoluzione che consentirà al pubblico di conoscere le grotte, attualmente chiuse al pubblico per garantirne la salvaguardia. Giulia Lavagnoli


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Sui muri è scritta la storia dell’acqua e dalle volte scendono filiformi radici di alberi trasformati in ragnatele di pietra

Stamira. Quando nel 1984 il Gruppo Speleologico Marchigiano e la Coop. Forestalp ricevettero l’incarico dal Comune di esplorarla, il livello dell’acqua era molto alto e si dovette procedere con canotti e indagini speleosubacquee. Fu proprio il fontaniere che attivando lo scarico permise lo svuotamento delle vasche e dunque il loro rilievo. I numeri arancio, ancora visibili sulle pareti, sono stati fatti proprio per l’identificazione e la mappatura delle vasche. La mappatura di cunicoli e cisterne

In alto, un momento della visita nei sotterranei del capoluogo e i numeri di color arancione per la mappatura delle vasche Qui sopra, le radici filiformi di alberi che scendono dalle volte delle cisterne A destra in basso, due immagini dei cunicoli da cui ancora sgorga l'acqua

Dagli inizi degli anni ’80 le esplorazioni si intensificarono fino all’incarico dato dall’Amministrazione Comunale al Gruppo Speleologico nel 2003 di eseguire una mappatura dettagliata di tutti i cunicoli conosciuti nel sottosuolo di Ancona. Ad oggi sono stati rilevati 4 km di gallerie e 15 serbatoi, tra pozzi e cisterne, e possono essere delineati tre complessi: − Cunicoli di Viale della Vittoria, Cunicoli di Fonte Santa Margherita, Serbatoio della Chioccia, Cunicoli di via Trento;

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− Cunicoli di Piazza Cavour, Cisterna di piazza Stamira, Cunicoli di Corso Mazzini, Cisterna del Calamo − Cunicoli di Piazza del Plebiscito, Cunicoli di San Francesco alle Scale, Cunicoli della Fonte del Filello. L’affascinante e intricato dedalo di condotte, cunicoli e cisterne è stato rilevato e riportato su tavole grazie al lavoro prezioso degli speleologi Giuseppe Antognini, Maurizio Mainiero e Alberto Recanatini corredato dalle foto di Aldo Forlani. L’esposizione del materiale illustrativo è nella cisterna del Calamo, dietro le Tredici Cannelle, a cui si accede da un minuscola porticina a lato della fontana, ingresso che tradisce la portata reale degli spaziosi ambienti a cui conduce. Proseguendo nelle due sale si può conoscere le diverse tipologie dei cunicoli, a “volta” i più antichi e con il soffitto “a capanna” quelli di epoca romana, e la tecnica costruttiva dell’impianto probabilmente utilizzata, quella dei Qanats. Quest’antica tecnologia sviluppata in Persia e poi diffusasi nell’antichità, consiste in un sistema di pozzi verticali e cunicoli orizzontali scavati


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Le esplorazioni del Gruppo Ancona Sotterranea continuano Si ipotizza anche l’esistenza di altre due “Chiocce” nel terreno per trasportare l’acqua a distanza di molti chilometri dal punto di origine. Per costruirlo veniva individuata la falda e scavato il primo pozzo verticale fino a raggiungerla, poi si tracciava in superficie la rotta in cui far dirigere l’acqua, si procedeva con la realizzazione del secondo pozzo e due squadre dai due punti scavavano un cunicolo orizzontale di collegamento in cui fluiva l’acqua. E così procedendo di pozzo in pozzo si creava la condotta fino al luogo di destinazione, chiudendo poi l’accesso in superficie per proteggere la via d’acqua sotterranea. L’apertura al pubblico delle cisterne romane del Calamo e di piazza Stamira è del 2016 e, nell’anno successivo, quella dell’itinerario di Viale della Vittoria, l’antico acquedotto che serviva la piana degli Orti, originariamente delle Pennocchiare, che si snoda per 800 metri tra lo Stadio Dorico e il Monumenti dei Caduti ed è costituito da condotte antiche per quanto in parte rimaneggiate successivamente, intorno ai primi del ‘900. E’ questo il percorso più suggestivo per chi ama l’avventura, per chi invece soffre

nello stare in ambienti stretti e chiusi, quello che dà un po’ più inquietudine. Si accede da un tombino e si scende attraverso scale fino a 9 metri sotto terra per camminare all’interno del tipico cunicolo idraulico, appoggiando i piedi ai lati del piccolo canale centrale in cui scorre l’acqua. Il tratto è costellato di alcuni pozzi profondi dai 20 ai 25 metri, comunicanti tra loro, usati per regolare la portata di acqua.


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Continuano le esplorazioni

Nel 2016 l’apertura al pubblico delle cisterne romane del Calamo e di piazza Stamira Nel 2017 l’itinerario di viale della Vittoria

In alto, una sequenza dell'entrata nel cunicolo di piazza Stamira che conduce alle cisterne sotterranee Qui sopra, alcuni componenti di Ancona Sotterranea

Continuano ancora le esplorazioni del gruppo Ancona Sotterranea, sebbene con difficoltà logistiche. Spesso gli accessi, solitamente tombini, sono collocati in mezzo a strade trafficate e gli speleologi al termine del cunicolo potrebbero sbucare in mezzo ad un’altra strada o addirittura all’interno della corte di un palazzo o di una chiesa. Purtroppo la costruzione di palazzi o le ristrutturazioni, negli ultimi 100 anni, non hanno tenuto conto di questi percorsi e cisterne provocando cedimenti, blocchi e infiltrazioni di acque reflue. Ciò aggiunge altre difficoltà per l’indagine dei sotterranei e anche un certo grado di pericolosità, soprattutto per l’accumulo di CO2 a causa della commistione con il sistema fognario. Diventa così indispensabile per le guide l’uso di rilevatori di gas. Ma questa edificazione igna-

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ra o immemore di quanto ci fosse sotto non ha impedito l’acqua di continuare a fluire e spesso, dal momento che non è più canalizzata, segue percorsi dettati dalla pendenza e da vie di fuga, creando poi allagamenti o ristagni nelle cantine del centro storico. Altri percorsi sono stati ipotizzati ma non ancora individuati. Sicuramente nel tratto tra via Trento e Piazza Pertini c’erano altre condotte perché l’acqua contenuta nella cisterna è molta di più, circa il doppio, di quella della Chioccia che si trova a monte e che con certezza, grazie alla fluorescina utilizzata durante le prove, confluisce alla Stamira. Di prossima apertura al pubblico si spera siano le condotte di via Trento inclusa la mitica “Chioccia”, che come sistema di raccolta e distribuzione di acqua non sarebbe l’unico dell’antico acquedotto. Si pensa che ce ne fossero altre due, ma ancora di esse non si sono trovate tracce. ¤


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Un labirinto fiabesco sotto terra a Camerano LE QUATTRO SALE AVREBBERO ORIGINE NEL MEDIOEVO

di Paola Cimarelli

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n labirinto nel cuore di Camerano. Il complesso delle grotte della città sotterranea assume, in alcuni punti, un aspetto quasi fiabesco. È un luogo che emana ancora mistero. Scavate nell’arenaria, comunicanti fra di loro, pareva, in un primo tempo, che questi spazi potessero essere antiche cave o giganteschi ripari per conservare il vino. L’esplorazione approfondita ha portato invece alla scoperta di volte a cupola, a vela, a botte, con colonne e sale circolari. Il percorso delle grotte è arricchito da decorazioni, ornamenti architettonici, bassorilievi e simboli religiosi, legati alla presenza di ordini monastici. Testimonianze di un utilizzo come luogo di riu-

nione e di culto ma anche di rifugio, il più recente durante la Seconda guerra mondiale a difesa dai bombardamenti del 1944. Le prime grotte di Camerano, i cui iniziali insediamenti preistorici risalgono all’età neolitica (III millennio a.C.), potrebbero risalire, secondo la tradizione orale, all’epoca dei Piceni. Cunicoli stretti, usati per la conservazione di cibo e acqua, andati perduti nel tempo. Le quattro sale che si possono visitare ancora oggi avrebbero origine nel Medioevo e sarebbero state via via modificate, a seconda della necessità, fino alla prima metà del ‘900. Manciforte La grotta Manciforte, che si trova ad una ventina di metri


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di profondità, è uno degli assi principali dell’intero sistema sotterraneo che attraversa in senso longitudinale il centro storico di Camerano, suddiviso su tre piani di gallerie. Nella sua sala finale ci sono i resti di due bassorilievi a soggetto religioso, che si trovavano su un pilastro centrale, al di sopra di un altare.

Il percorso arricchito da decorazioni bassorilievi ornamenti e simboli religiosi legati alla presenza di ordini monastici

Nella pagina precedente e qui in alto alcune immagini delle grotte di Camerano

Ricotti La grotta Ricotti ha l’aspetto di una chiesa sotterranea, confermato in questo uso dalla tradizione orale e dall’essere all’interno della rupe “Sassòne”, situata al di sotto dei resti della chiesa di Sant’Apollinare, anteriore al Mille. I particolari architettonici richiamano antichi ipogei simili dell’area del Mediterraneo, in particolare i romitori dei monaci Basiliani. Trionfi Il complesso delle grotte dell’ex palazzo Trionfi, già note come Perugini e Gasparri, è notevole per la presenza di decorazioni a bassorilievo e dal punto di vista architettonico, con i due ambienti circolari, caratterizzati dalla presenza di simboli di antichi ordini cavallereschi ospeda-

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lieri, come la croce trifogliata e la stella ad otto punte. Sotterranei che sembra venissero utilizzati per culto e riunioni, in particolare di certi “frati guerrieri”. Situate ad un livello superiore rispetto alla Manciforte, si congiungono ad essa tramite un passaggio nella grotta Gasparri. Corraducci Le grotte Corraducci, fra le maggiori del sistema cameranense, si aprono nei sotterranei dell’omonimo palazzo dell’antica famiglia nobiliare, la cui presenza a Camerano risale a prima del 1400, legata ai Francesi con Napoleone e alla Massoneria e Carboneria dopo la Restaurazione. Rapporti storici che hanno arricchito di leggende questi spazi, che si ricollegano anch’essi alla grotta Manciforte, specie la grande sala circolare dove si sarebbero svolte riunioni segrete. Il complesso, con l’iniziativa “Camerano in tutti i sensi”, è accessibile alle persone con disabilità sensoriali. Con un biglietto congiunto può essere visitato insieme alla città sotterranea di Osimo. ¤ * * * Info www.turismocamerano.it


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Il “Navalium” di Ancona strategico per l’Adriatico IL CANTIERE DORICO ATTIVO GIÀ AL TEMPO DEI GRECI

L di Claudio Sargenti

e ultime due imbarcazioni di legno della storia, l’”Orietta” e la “Fiammetta”, tre alberi e bompresso di stile Ottocentesco di 43 metri per 9,5 di altezza e di 5 di larghezza, sono state realizzate nel 1920 proprio dal Cantiere Navale di Ancona. L’ “Orietta” resterà in esercizio fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Navi di legno, ma anche piroscafi, navi militari, e poi traghetti, petroliere e, ai giorni nostri, grandi e lussuose navi da crociera. E’ proprio la possibilità di diversificare la produzione, grazie ad impianti e a maestranze altamente specializzate, la caratteristica che ha sempre distinto l’Arsenale dorico che può vantare una storia millenaria, essendo cresciuto in una vera e propria simbiosi con la città. Del resto Ancona può vantare di essere Capitale Adriatica fin dal lontano 103 d.C. quando con l’Imperatore Traiano diventa “testa di ponte” per le

conquiste Romane verso l’Est Europa. Ma la città è già sede di un attrezzato “navalium”, probabilmente già dal tempo dei Greci, cantiere navale che viene ulteriormente potenziato in occasione della Crociata del 1099, quando viene utilizzato per la realizzazione delle imbarcazioni che dovevano trasportare uomini e mezzi verso la Terra Santa. Dunque, la produzione del Cantiere è ufficialmente documentata fin dai tempi della Prima Crociata, ma già molti secoli prima, i maestri d’ascia, producevano validi “legni”. Nel primo Medioevo, il bacino situato sotto il Colle Guasco era utilizzato per varare i navigli prodotti nella “darsena” del Terzenale. E del “terzenale”, cioè del cantiere, si parla già negli “Statuti Anconitani del Mare (del Terzenale e della Dogana)”, ovvero nelle Leggi marittime della Repubblica di Ancona, statuti e leggi che gli storici fanno risalire al XII secolo. L’Arsenale era protetto da una difesa murata che resterà a lungo anche se, ovviamente, modificata a seconda delle esigenze e dei successivi ampliamenti. Nel corso dei secoli Ancona diventa una importante base per le crociate tanto che nel 1507 Papa Giulio II commissiona proprio all’Arsenale dorico la costruzione di sei “galere” per la lotta contro i Turchi. Il Cantiere, come si diceva, cresce e si amplia in una sorta di simbiosi con la città, cosicché Rodolfo Bersaglia può scrivere nel suo “Ancona, Città Adriatica”, che “…l’Arsenale costituisce un polo urbano … tanto che la costruzione del primo teatro civico, decisa


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L’arsenale viene potenziato ai tempi delle Crociate Papa Giulio II commissiona sei galere per la lotta contro i turchi

Alcune immagini dello storico cantiere navale di Ancona

68 nel 1818, consente la chiusura del fatiscente palcoscenico “La Fenice”, già attivo appunto nell’area del cantiere fin dal 1709.” La moderna storia dell’Arsenale viene fatta iniziare, invece, in piena epoca Papalina, nel 1832 con il progetto di Michele Bevilacqua, Ingegnare capo del Comune di Ancona, un progetto il suo per l’“edificazione del nuovo Arsenale e di una barriera di protezione.” Si sceglierà proprio il 12 marzo 1843, giorno dell’onomastico di Papa Gregorio XVI, per la posa della prima pietra. E in poco più di sei mesi, scrivono le cronache del tempo, sopra “…una vasta platea costruita sul mare, verrà realizzato l’arsenale, fornito di ampi magazzini, laboratori, sala per disegnare i modelli, un vasto ripiano con due scali murati, capaci della costruzione contemporanea di sei bastimenti più un bacino per ricevere le navi”. Il cantiere, all’epoca poteva realizzare bastimenti mercantili, trabaccoli, lance e barche da pesca. Ma avvenimenti come l’adesione di Ancona alla Repubblica Romana e il successivo assedio austriaco bloccarono i lavori che vennero ripresi solo con l’elezione al soglio pontificio di Pio IX che, in visita alla città, nel maggio 1857, decise uno stanziamento di 48 mila scudi in dodici rate di 4 mila scudi ognuna, per la conclusione dei lavori di ampliamento. Ma il cantiere ebbe scarsa fortuna e attraversò un periodo difficile. Con l’annessione di Venezia, nel 1866, al Regno d’Italia venne privato delle attrezzature per la costruzione delle navi da guerra. Ben presto fini in uno stato di abbandono, tanto che nel 1880 cessò l’attività. Fu grazie all’iniziativa della Camera di Commercio di Ancona che riprese la produzione: il 28 ottobre dell’anno successivo lo acquistò per ce-

derlo poco dopo nella speranza, di rilanciarne l’attività, ad un imprenditore ligure che vi impiantò uno stabilimento metallurgico, ma senza avere grande successo. Ancora una volta, un’iniziativa della Camera di Commercio di dimostrò risolutiva: nel gennaio 1889 lo cedette alla società genovese Officine e Cantieri Liguri-Anconetani nella cui area realizzò un’industria metallurgica, una fonderia e costruzioni navali. In breve tempo arrivò la ripresa: l’area totale dell’insediamento si ampliò passando da 20 mila metri quadrati fino ad arrivare a 50 mila nel 1906. Nei primi cinque anni del Novecento uscirono dal Cantiere Anconetano ben cinque imbarcazioni; il 12 dicembre 1901 viene varata la “Regina Elena” a rappresentare il simbolo stesso della ripresa dell’attività dell’arsenale. L’anno successivo il cantiere viene ceduto dalla Camera di Commercio e dal Comune di Ancona alla Società Cantieri Navali Riuniti. Nel 1912 il CNR passò sotto il controllo delle aziende del Gruppo Industriale di Erasmo Piaggio. Intanto, tra il 1899 e il 1911, oltre alle costruzioni navali, complete degli apparati motori principali, apparecchi di coperta, manovre e di tutti gli allestimenti per alloggi di equipaggio e passeggeri, il cantiere estese la lavorazione alla costruzione anche di vagoni ferroviari. Negli anni successivi, l’impianto di Ancona andò via via sviluppandosi grazie al notevole impulso impresso allo stabilimento da Rocco Piaggio, azionista di maggioranza della società, che dalla direzione generale di Genova coordinava le attività di tutto il gruppo dei suoi cantieri, cioè oltre a quelli di Ancona e Genova, Palermo e Riva Trigoso. Dopo la parentesi della Prima Guerra Mondiale (la città


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e il suo porto, lo ricordiamo vennero pesantemente cannoneggiati dalle navi austriache proprio il 24 maggio 1915, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia. Ma, ironia della sorte, alcuni di quelle navi che parteciparono al cannoneggiamento furono demolite in arsenale e gran parte del metallo ricavato venne utilizzato per la costruzione nel 1926 del Mercato delle Erbe), nel 1919 il cantiere tornava in attività con le migliori premesse: viene potenziata la fonderia; le officine meccaniche sono ingrandite e modernizzate; vengono costruiti nuovi scali attrezzati. Negli anni che vanno dal 1920 allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il cantiere costruisce un’ottantina di imbarcazioni compreso un elegante piroscafo per una compagnia di navigazione sudamericana. Durante il ventennio fascista, poi, i cantieri ebbero un notevole impulso grazie alle commesse della Regia Marina,

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compresi alcuni cacciatorpedinieri e incrociatori leggeri. Ma i bombardamenti degli Alleati sulla città si fanno, inevitabilmente sentire anche nel cantiere e sul porto, specie quelli del 1 e 7 novembre 1943, del 7 gennaio e del 20 aprile 1944. Terminata la guerra, nel giro di pochi anni il porto viene rimesso in completa efficienza e il cantiere riprende la sua attività con nuovi impianti. L’Arsenale diventa sempre più specializzato, potendo contare su un’efficiente officina per la realizzazione dei motori per le imbarcazioni in allestimento. Dallo stabilimento escono petroliere, bellissime navi da crociera, traghetti, sofisticate navi militari, comprese un certo numero di fregate destinate alla Marina del Venezuela e a quella dell’Iran. In realtà queste ultime non entrarono mai in servizio a causa dell’embargo dovuto prima alla guerra Iran-Iraq e poi alla prima Guerra del

La storia moderna del cantiere risale al 1832: poteva realizzare bastimenti mercantili trabaccoli, lance e barche da pesca


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Navi austriache che cannoneggiarono il porto demolite proprio ad Ancona Con il metallo fu realizzato il mercato delle erbe

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Golfo. Le tre navi militari finirono per essere acquistate dalla Marina Italiana. Nel 1973 in seguito alla crisi che alla fine degli anni Sessanta colpì i cantieri Piaggio, la vecchia società CNR venne assorbita prima dall’IRI e, nel 1984, dalla Fincantieri. Il resto è cronaca degli ultimi anni e degli ultimi mesi. Ma non solo cronaca. Sì perché quell’immensa gru che si leva dall’Arsenale e che si riconosce anche dai treni, anche da

lontano, e che si staglia sulla città, e che qualcuno ha paragonato ad un grande “fenicottero”, è finita per entrare ormai nella memoria ma anche nei cuori di ogni Anconetano. Negli Anni ’70 e ’80 del Novecento, nel Cantiere lavoravano tra i 3500 e i 4000 operai, più i lavoratori dell’indotto. Da lì sono uscite tra le più belle navi d’Italia e d’Europa. Lì, tra quelle maestranze si è forgiata un’intera classe politico-culturale per Ancona e per l’intero territorio, da lì hanno attinto il Pci e la Cgil. Poi la globalizzazione, la concorrenza spietata dell’indu-

stria cantieristica dell’Estremo Oriente hanno rischiato di far vanificare un sogno. Nel momento più grave della crisi gli operai sono diventati appena poche centinaia, forse non più di 600, ed erano, per di più, in cassa integrazione a rotazione. Per lunghi mesi, la grande gru, divenuta ormai simbolo del cantiere e della più grande industria della città, che si staglia, alta, tra le navi del porto è rimasta lì, ferma a presidiare un piazzale desolatamente vuoto, Un’immagine che ha fatto il giro del Paese quando, in occasione della conclusione della Conferenza Eucaristica Nazionale, Papa Benedetto XVI ha voluto officiare la Messa proprio in quel piazzale deserto. Un’immagine che scosse le coscienze di tutti ma che, per fortuna, rappresentò anche una svolta. Fincantieri, grazie all’impegno dei suoi amministratori e alle capacità delle sue maestranze, superò la crisi, tornando ad essere competitiva sui mercati mondiali e a fare concorrenza diretta a Cina e Corea. Sono arrivate le commesse e con esse il lavoro anche per il sito produttivo di Ancona. Infine, è notizia recente, c’è la volontà di Fincantieri di ampliare lo stabilimento anconetano per arrivare a costruire navi fino a 300 metri di lunghezza capaci di assicurare lavoro almeno fino al 2030, prevedendo anche circa mille posti di lavoro in più. Quel “fenicottero”, altissimo, dunque è destinato a rimanere ancora a lungo nei cuori e nell’ anima degli Anconetani. E per fortuna. ¤


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Quella sirena scandiva i tempi della giornata L'ARSENALE CRESCIUTO QUASI IN SIMBIOSI CON LA CITTÀ

di Claudio Sargenti

Il cantiere navale rappresentò per anni il vanto di una città uscita devastata dalla guerra simbolo di lavoro duro e pesante

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na sorta di colonna sonora della giornata: un po' compagna, un po' amica, quasi sempre, comunque, rassicurante. Era la sirena dell’Arsenale con cui, chi ha avuto la fortuna di abitare a ridosso del centro storico di Ancona, si è abituato a convivere perché in qualche modo scandiva gli appuntamenti principali della giornata. Si cercava, per esempio, di non arrivare tardi in classe, sentendo la sirena; si pranzava poco dopo la sirena; si cercava di capire se si erano fatti i compiti, ancora, nel tardo pomeriggio, ascoltando quel suono che attraversava vie, piazze e palazzi. Il Cantiere Navale è stato da sempre un tutt’uno con la città e, specie nel secondo dopoguerra, è cresciuto quasi in simbiosi con Ancona. Per gli Anconetani è stato comunque l’Arsenale, mentre chi vi lavorava erano chiamati, un po' per rispetto, un po' per soggezione e un po' per familiarità gli “arsenalotti”. Perché la definizione di “tute blu” arrivò solo molto più tardi, ma ad Ancona quel termine venne usato poco per non dire quasi mai. Rispetto e soggezione dicevamo. Rispetto perché quello stabilimento rappresentò per anni, l’unica grande azienda motivo di vanto di una città uscita devastata dalla guerra. Del resto, si studiava anche nei libri di geografia delle scuole dell’obbligo: Ancona è sede – si leggeva nel sussidiario – di un importante cantiere navale. Rispetto, naturalmente per le maestranze. Nelle vie attorno al porto capitava di incontrarli spesso: chi poteva si spostava in sella a grosse e vecchie bi-

ciclette; la maggior parte comunque si riconosceva dalle loro tute, sporche di grasso, simbolo di lavoro duro e pesante. Soggezione anche. Erano rare le volte che lo stabilimento entrava in sciopero; ancora più rare le volte che i lavoratori sfilassero per le vie della città. Ma quando succedeva si fermavano tutte le attività. Si sentivano da lontano i rumori del corteo, aperto, solitamente, da qualche trattore. In centro si abbassavano le saracinesche dei negozi; i cinema dal canto loro arrivavano a spegnere le insegne. Mai uno scontro, qualcosa di incivile o un tafferuglio; erano modi di fare e linguaggi che non appartenevano agli “arsenalotti” che, anzi, diedero uomini alla classe politica e sindacale del tempo. Tutto questo succedeva negli anni d’oro della ricostruzione del secondo dopoguerra e dell’unico, vero, boom economico. Erano gli anni in cui si andava lungo i tornanti che salgono verso il Duomo per vedere il varo delle navi costruite in quello stabilimento: navi cisterne, navi passeggeri, i primi traghetti, qualche nave militare. Uno spettacolo che affascinava i più piccoli certo, ma che non lasciava indifferenti neanche i grandi. Poi la globalizzazione ha picchiato duro anche nelle Marche, colpendo il tessuto produttivo della regione e per un po' è sembrato che investisse, travolgendolo, anche il Cantiere Navale e, con esso, l’intera città. Si, perché Ancona nel frattempo si era ripresa e non solo dalla guerra. Il porto è cresciuto, tanto da diventare uno scalo inter-


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Ora nuovi progetti sono in programma nuove navi in costruzione e il portafoglio ordini garantisce lavoro per diversi anni

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nazionale di primaria importanza, mentre attorno ad esso sono fioriti quelli che sono stati definiti, per lungo tempo e in maniera certamente riduttiva, i cantieri cosiddetti “minori”. Ovvero, scali e impianti dove vengono realizzati yacht e barche da mille e una notte per i magnati di tutto il Mondo. Ma lo storico Arsenale, divenuto nel frattempo di proprietà Fincantieri, proprio con la globalizzazione è entrato in crisi. Difficile dimenticare, è cronaca degli ultimi anni, i “martedì della collera”, quando gli operai, dismesse definitivamente le “tute blu”, manifestavano per le vie della città per richiamare l’attenzione della classe politica e dell’opinione pubblica sulla loro condizione di precarietà lavorativa e su uno stabilimento che rischiava la marginalizzazione, se non la chiusura, rispetto ai grandi colossi cinesi o coreani. Incontri in Consiglio regionale, manifestazioni e fiaccolate di solidarietà davanti ai cancelli, striscioni ai balconi delle sedi istituzionali, ma anche la minaccia del blocco ferroviario: Ancona per alcuni mesi è sembrata piombare in un passato che, per fortuna, non aveva mai conosciuto e che neanche

le apparteneva. Il dramma della città diventò un caso nazionale grazie all’intervento della Chiesa, con Papa Benedetto XVI che volle chiudere la Conferenza Eucaristica Nazionale celebrando la Messa proprio nel piazzale, desolatamente vuoto, del Cantiere. Non solo. Volle accanto a sé, a mensa, a sottolineare la sua solidarietà, alcuni operai che rischiavano di perdere il posto di lavoro. Il resto è cronaca recente. La Fincantieri non solo ha superato il momento di crisi, ma è diventata un player internazionale della cantieristica, confrontandosi sulla scena mondiale direttamente con i colossi dell’Estremo Oriente. Le commesse sono tornate e nuove navi sono in costruzione anche ad Ancona, il cui stabilimento ha in portafoglio ordini che garantiscono lavoro per diversi anni. Non solo. Fincantieri sta programmando nuove banchine e spazi di allestimento, pensando anche a nuove assunzioni di maestranze. Il peggio sembra decisamente passato e la crisi solo un brutto, bruttissimo, ricordo. Ancona è cresciuta ancora, ma sa che su quel Cantiere può sempre contare. E viceversa. ¤


Canti popolari

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La Macina, 50 anni di ricerca ed emozioni GASTONE PIETRUCCI: MUSICA RIVISITATA CON SENSIBILITÀ

L’ di Fabio Brisighelli

Nel vivo di una lunga storia: tutto il repertorio è frutto di una ricerca rigorosa e filologica poi rielaborata da parte dei musicisti

aedo, il cantore, è personaggio antico e moderno. Aedo fu il mitico Omero, il cantore delle gesta degli dei e degli eroi. Nei nostri tempi, senza impeti e furori sospesi tra la terra e il cielo, aedo può essere chi, come Gastone Pietrucci con il suo complesso de La Macina, esplora da anni con emozione sua e di chi l’ascolta un mondo più quotidiano e popolare, fatto di gente comune che s’affatica ogni giorno nella filanda, ma anche di eroi popolari del passato la cui fama

rinvia a una tradizione orale che sembra non aspettare altro che affidarsi alla musica. Di questo prezioso corredo di voci Pietrucci con il suo gruppo ha assunto a suo modo le vesti di emozionante cantore, ripercorrendo con uno straordinario itinerario di ricerca e di rivisitazione repertori popolari acquisiti dalla viva voce dei principali depositari di essi. Quell’ “oralità” che risuona nelle campagne e nelle valli lui la fa rivivere da cinquant’anni con i suoi sodali

di musica e canto, con la sua voce intensa e pregnante, che sembra scaturire dalle viscere del sentimento. Come pochi sa entrare nell’intimo dei personaggi e delle situazioni evocate dai versi, riflettendoli in una specularità di canto che dà il senso dell’esatto prolungamento della poesia nella musica, come nel classico Lied di tradizione germanica. Per dirla con Rossini, il suo è un “Cantar che nell’anima si sente”. Ci animi un po’ questo suo mondo, Gastone, da lei fatto oggetto di una rielaborazione etnomusicale colta particolarmente felice… “Tutto il nostro repertorio è il frutto di una ricerca sul campo rigorosa e filologica, fatta oggetto di rielaborazione dai musicisti della Macina. Quel ricco materiale non puoi certo riproporlo “a ricalco”: sta al gruppo riarmonizzarlo, per riportarlo a nuova vita. Un canto, tra quelli raccolti “sul campo”, ci curiamo di trasmetterlo rivisitato con la nostra sensibilità, poiché abbiamo evidentemente una cultura diversa da quella dell’informatore. Per noi che lavoriamo sul materiale popolare occorre partire dalla fonte: bisogna capirla e amarla, come un patrimonio immenso da coltivare, da non dimenticare”. Le voci della “marchigianità” possono avere collegamenti esterni, ricondursi a tradizioni similari di altre regioni? Penso ad esempio a quei testi citati nelle vostre canzoni che si rapportano alla raccolta di testi popolari piemontesi dell’Ottocento da


Canti popolari

La Macina esplora da anni il mondo quotidiano e popolare fatto di gente comune ma anche di eroi del passato

Nella pagina precedente, il gruppo La Macina. In alto, Gastone Pietrucci e le cover di alcuni cd del complesso

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parte di un ambasciatore famoso al tempo come Costantino Nigra ( sì, proprio lui, il diplomatico di Cavour). “Voglio precisare subito che il materiale della Macina è, come dire?, “esclusivo”, frutto di una ricerca tutta nostra. Certo, il canto popolare si trasmette oralmente, esiste in tal senso una precisa circolazione territoriale. Un cantore marchigiano può aver sentito una ballata nata fuori, magari in dialetto piemontese appunto, ma subito “rivissuta” nel proprio dialetto. Ne fa insomma una cosa nuova, e da questa io attingo e rielaboro. Nel mio lavoro ho trovato tante versioni su uno stesso tema: qui sta il fascino della trasmissione orale”. Oltre ai componenti del suo gruppo, lei ha goduto nel tempo della compresenza e del sostegno di compagni di poesia, di musica e di canto vecchi e nuovi. Ricordi quelli a cui è maggiormente legato. “Al posto d’onore: Valeria Moriconi, attrice grandissima, splendida persona. Allì Caracciolo (docente di storia del teatro, regista, scrittrice poliedrica, molto legata alla Macina, ndr.) l’ha definita: “Anima di teatro, voce di universo”. Da qui potrei

espandermi come un fiume in piena: Allì che ho appena citato, i Gang di Marino e Sandro Severini, Rosanna Casale, Moni Ovadia, Giovanna Marini, Marco Poeta, e tanti altri, compreso Enzo Cucchi, con cui abbiamo fatto insieme uno spettacolo al Monsano Folk Festival, intitolato La conversazione. Seduto con me sul palcoscenico, Enzo ogni tanto canticchiava pure qualche nostro motivo. E poi ancora il compianto Tommaso Paolucci, indimenticato uomo di teatro, e il musicista Federico Mondelci. Per non parlare degli amici carissimi Massimo Raffaeli, filologo e critico letterario, e Francesco Scarabicchi, poeta e scrittore.” La vostra attività è per diletto di tutti consegnata alla memoria della registrazione in audio e anche in video. Quante le incisioni, e quali le più significative? “Con il recente, ultimo doppio cd Opus Minus - La Macina pietra su pietra sono in tutto diciannove. Tra queste cito in particolare la fondamentale trilogia dell’Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto, un vero punto di svolta, assieme a Nel tempo ed oltre cantando (frutto della collaborazione con I Gang), per questa attuale, solida, tenace e ormai indistruttibile formazione, composta dai miei compagni di viaggio davvero indispensabili, carissimi e amati: Adriano, Giorgio, Marco, Riccardo, Roberto”. Ascoltare Gastone e i suoi musicisti in disco o dal vivo è un piacere della mente e, ancor più, del cuore. ¤


Mostre

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La musica segreta tesoro da salvaguardare VETRINA SULL'AMPIO MONDO MUSICALE MARCHIGIANO

C di Elena Lume

osa hanno in comune una moderna chitarra elettrica con il progetto settecentesco di un organo a canne, le ninfe danzanti dipinte su un vaso attico con la locandina di una stagione lirica dell'800 ad Ascoli Piceno, oppure ancora un antico messale miniato con un autografo di Rossini? Poco, apparentemente, a parte il fatto che, accostati gli uni agli altri, tutti questi elementi contribuiscono a presentare nel loro insieme l'affascinante e complesso mondo musicale marchigiano. Se da un lato infatti è ben noto che le Marche - nel corso dei secoli - abbiano dato i natali ad un ragguardevole numero di musicisti, compositori e cantanti il cui merito è universalmente riconosciuto, non sempre d'altro canto si presta attenzione a tutte quelle attività che hanno reso possibile tale concentrazione di artisti, al "vivaio" che sottende a tanto ricca produzione nonché al lavoro - artigianale prima e in seguito industriale - che da sempre necessariamente accompagna e consente l'atti-

vità degli artisti, l'esecuzione dei brani e il loro godimento da parte del pubblico. Si tratta di un mondo variegato, ricco e complesso, costantemente all'avanguardia e presente ai più alti livelli creativi. Ovviamente, le più antiche documentazioni conservate nella regione riguardano brani di musica religiosa, scritti per accompagnare le preghiere e i momenti salienti delle liturgie, ma anche le sacre rappresentazioni per le feste popolari. Le Marche sono conosciute come la regione dai mille borghi (uno per ogni colle), i cui abitanti - estremamente operosi e solitamente dediti alle proprie attività con orgoglio e serietà - condividono un alto attaccamento al proprio "castello", stimando in primo luogo la propria indipendenza tanto quanto l'orgoglio di appartenenza. Ogni villaggio desidera mostrarsi migliore di quelli vicini e la prosperità acquisita viene impiegata nella costruzione di pregevoli opere pubbliche. Ogni comune marchigiano ha costruito dunque il suo possente muro di cinta dotato di torri merlate, la sua cattedrale, il suo palazzo comunale e quindi, in epoca più tarda, nessuno ha rinunciato all'edificazione del proprio teatro; questo è stato in ogni caso un teatro condominiale, cioè di proprietà di tutti quei cittadini che avevano voluto contribuire alle spese di costruzione e decorazione. Anche da questo positivo antagonismo prenderanno l'avvio le tante Cappelle musicali, vere e proprie scuole musicali religiose, diffuse in tutto il territorio. Ognuna cercava, in concorrenza con le altre, di avere il miglior mae-


Mostre

La musica come legame di una realtà complessa e multiforme che coinvolge artisti e artigiani

Nelle immagini alcuni strumenti documenti, costumi di scena in esposizione alla mostra "La musica segreta" ad Ancona all'interno del Museo Archeologico

76 stro di cappella e di formare i migliori musici e cantanti, che venivano poi avviati verso le corti non solo italiane, e che tanto hanno contribuito a diffondere la cultura del "bel canto" nell'intera Europa. Da buone scuole è solito prendere l'avvio un processo virtuoso. Con un paragone solo apparentemente azzardato si può dire che così come l'alto livello della scuola di scherma di Jesi ha permesso il formarsi nella regione dei più grandi campioni italiani contemporanei di questa specialità, allo stesso modo la diffusione delle cappelle musicali ha contribuito a formare una sensibilità musicale diffusa, inaspettata in una popolazione apparentemente così concreta e pragmatica. La musica è poi fuoriuscita dai ristretti ambienti conventuali e del culto e ben presto si è cominciato ad utilizzarla anche per sottolineare i momenti solenni della vita civica, nonché per allietare ed accompagnare i giorni di festa popolare. Dopo il fenomeno delle Cappelle musicali, si assiste al nascere e proliferare anche delle bande civiche, ognuna diretta da un maestro di solito attentamente selezionato che, oltre a dirigere la banda e ad istruire i compaesani, spesso componeva egli stesso i pezzi da eseguire. Successivamente, soprattutto fra il '700 e l'800, la musica "profana" entra nei salotti borghesi e nobiliari e diventa pian piano l'accompagnamento irrinunciabile per qualsiasi evento familiare e sociale, in questo sostenuta dalla magnifica produzione musicale dei grandi artisti che qui sono nati e si sono formati. Compositori, cantanti e musicisti, ma anche ballerini e coreografi, si sono succeduti numerosi ed hanno nuovamente visitato tutte le corti europee, ottenendo sempre grandi riconoscimenti internazionali. Non bisogna dimenticare poi che, per fare

musica e teatro, non basta avere dei grandi musicisti per comporre ed eseguire i brani; è indispensabile che tale pletora di artisti sia supportata da un altrettanto cospicuo numero di artigiani e che le creazioni e produzioni di questi ultimi siano - nel loro campo - altrettanto pregevoli. La tradizionale lavorazione dell'osso, nata inizialmente per creare i tanti attrezzi necessari per il lavoro dei campi, portò - quasi come ovvia conseguenza - all'utilizzo di tale duttile materiale anche per la produzione dei tasti per gli organi, per le spinette e quindi per le splendide fisarmoniche prodotte a Castelfidardo. I migliori artisti ed artigiani locali vennero "ingaggiati" dai vari centri civici per la decorazione del proprio teatro. Architetti per la progettazione, pittori per le decorazioni di pareti e sipari e poi falegnami, ottonari e vetrai per la realizzazione di tutti gli arredi interni, sarti e ricamatrici per costumi e tendaggi. Sembra quasi di poter sostenere che lo spirito musicale che anima la regione abbia in qualche modo anche contribuito al formarsi di alcuni di quei distretti industriali che hanno fino ad oggi costituito la colonna portante dell'economia produttiva marchigiana. Non si può poi non ricordare qui quale fondamentale contributo abbia dato l'imprenditoria regionale alla musica contemporanea, soprattutto quella elettronica. Imprese come la Farfisa o la Eko hanno lasciato un grande segno giungendo - tra le prime nel mondo - alla realizzazione delle chitarre elettriche, dei primi sintetizzatori e amplificatori e per prime hanno utilizzato l'elettronica nella gestione e creazione dei suoni. Queste due eccellenze nascono e si sviluppano in un panorama articolatissimo costituito da decine e decine di piccole e medie imprese che crescono


Mostre

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mietendo notevoli successi e producendo un gran numero di brevetti, alcune già a partire dal XIX secolo. Da tutta questa riflessione la Soprintendenza archivistica e bibliografica dell'Umbria e delle Marche e l’Associazione Marchigiana per la Ricerca e Valorizzazione delle Fonti Musicali – Arim Onlus, sono partiti - all'indomani degli eventi sismici del 2016-2017 - avviando un comune lavoro teso alla salvaguardia in particolare degli archivi musicali, fra gli altri maggiormente esposti a rischio di dispersione per le loro peculiari caratteri-

conosciuta, nonostante un serio lavoro di censimento delle fonti musicali marchigiane voluto negli anni '90 dalla Regione Marche, che non è però mai stato da allora aggiornato e revisionato. A causa dei recenti eventi sismici, dunque, la situazione dei fondi musicali è diventata ulteriormente complessa e sfuggente, sottraendo al nostro territorio, talvolta, la possibilità di fruire liberamente della propria produzione musicale e di conoscere parte della propria storia. Questa collaborazione fra la Soprintendenza e l'Arim ha avuto inizio con la volontà di

stiche. In effetti la documentazione musicale - fatta salva quella dei principali e più famosi autori o quella di note e antiche scuole (le Cappelle musicali) è sovente contenuta - quasi nascosta come fosse cosa "frivola" e superflua - in più cospicui archivi di famiglie o negli archivi dei conventi e delle diocesi, spesso frammista ad altra documentazione considerata generalmente di maggiore importanza. Tutt'ora gran parte di tali preziose testimonianze risulta scarsamente studiata e

allestire una sorta di "vetrina" che illustrasse al pubblico tutta questa infinita ricchezza - mai sufficientemente conosciuta e apprezzata nella sua interezza - e la pluralità delle arti e delle produzioni che sono intervenute per crearla. La mostra, intitolata «La Musica segreta. Incontro con le ricchezze musicali marchigiane», ha potuto realizzarsi grazie alla collaborazione offerta dal Polo museale delle Marche e, in particolare, dal Museo archeologico nazionale delle Marche (Ancona), che ha messo a disposizione i propri locali e le strutture espositive. L'idea delle curatrici - Paola Ciarlantini, presidente dell'Arim, e Elena Lume, Soprintendenza - è stata da subito quella di non limitarsi ad una esposizione cronologica e didascalica della storia della mu-

Lo spirito musicale che anima la nostra regione ha in qualche modo contribuito a formare anche i distretti industriali


Mostre

Dopo il sisma Soprintendenza e Arim con l’aiuto del Museo archeologico puntano i riflettori sugli archivi musicali

Qui sopra, alcune partiture autografe di compositori marchigiani

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sica nelle Marche attraverso i documenti archivistici, che mai avrebbe potuto essere pienamente esaustiva a causa dell'ampiezza e complessità del tema. Si è preferito invece mostrarne l'enorme ricchezza e la ricaduta in ogni settore culturale ed economico avvicinando materiali regionali di pregio assoluto, di varia provenienza, epoca e tipologia: rari reperti archeologici con chiari riferimenti alla musica; codici membranacei miniati; partiture autografe dei principali compositori marchigiani; strumenti musicali antichi e moderni; materiali teatrali e costumi di scena. L'apparente disordine era in realtà scandito da una netta suddivisione per temi e ambiti musicali, in modo tale che l'insieme degli oggetti esposti - ancorché eterogenei - potesse raccontare al visitatore una storia completa e interessante. Sono stati individuati sette temi principali: Gli strumenti musicali; Le scritture musicali; La musica sacra; La musica profana; Il teatro; Gli artisti; Nuovi strumenti. Sette temi, come sette sono le note musicali e sette i colori dell'iride che contraddistinguevano il tema grafico dell'esposizione, guidando il visitatore da una vetrina all'altra e da una scoperta all'altra. Nel selezionare i pezzi da esporre si è data preferenza a quanto di più raro o meno conosciuto ci fosse nel territorio, tralasciando dunque alcuni documenti di probabile maggior richiamo, ma sicuramente già noti e studiati. Nell'accostare antichi vasi attici o reperti piceni con temi musicali a documenti archi-

vistici e bibliografici di epoca medievale e moderna, si è voluto far intendere come non sia possibile racchiudere il tema della musica in rigidi contenitori logici, ma che invece quest'arte sia sottesa a tutta la storia del nostro territorio e ne costituisca un solido fil rouge a partire dalle sue più antiche origini. Nel corso dell'evento espositivo, inoltre, sono stati programmati brevi momenti musicali e percorsi guidati alla scoperta dei “segreti” dei pezzi esposti (anche grazie all’utilizzo di supporti multimediali). Per tale motivo si è ritenuto di coinvolgere anche il liceo musicale Rinaldini di Ancona, per la specificità della sua offerta formativa. Per realizzare tale evento si è posta in atto la massima collaborazione fra le varie realtà culturali e amministrative del territorio: oltre agli Istituti periferici del MiBAC (Soprintendenza archivistica e bibliografica, Polo Museale, Archivi di Stato e Biblioteca statale di Macerata), hanno partecipato all’iniziativa con i propri istituti culturali e le proprie collezioni anche il Comune di Ancona, nonché quelli di Ascoli Piceno, San Ginesio, Camerino, Castelfidardo, Recanati e Visso; le Arcidiocesi di Ancona-Osimo e di Camerino-San Severino Marche; nonché varie associazioni culturali, imprese e privati collezionisti. Circa venti diversi soggetti che, sul tema della musica, hanno saputo mettere in piedi la giusta sinergia per realizzare questa mostra, dalla quale si spera possano discendere presto nuovi e coinvolgenti progetti, attirando l'interesse per nuove collaborazioni. ¤


Non solo musica

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Pesaro entra a Pechino al suono dell’organo IL RUOLO CHIAVE E CULTURALE DEL CONSERVATORIO

L di Giorgio Girelli

Questo strumento in Cina è ancora poco conosciuto ma porta in sé potenziali risvolti economici non trascurabili

e Marche, un milione e quattrocentomila abitanti circa, dispongono di 730 organi “storici” più una cinquantina circa di moderni. La Cina, un miliardo e trecento milioni di abitanti, ha più o meno, allocati o in chiese o in teatri, circa 50 organi. Eppure qui è germogliato, dopo studi svolti in Europa, una artista di eccezionale livello: Shen Fanxiu, organista docente presso il “Conservatorio Centrale” di Pechino dove è anche direttore artistico del “Beijing International Baroque Music Festival”. Shen Fanxiu, artista di primo piano del contesto asiatico e direttrice della China Federation of Chamber Musician, è stata l’estate scorsa ospite di Pesaro. Dopo avere realizzato numerose tournée all’estero, è la prima organista cinese ad esibirsi in Italia. I contatti sono stati favoriti da Teresa Wang Li, studentessa cinese diplomanda del Conservatorio Statale Rossini e allieva della professoressa Giovanna Franzoni. A Pesaro il concerto con musiche di Byrd, Sweelinck, Frescobaldi, Froberger, Muffat, Pachelbel e Corelli si è svolto presso la Chiesa di Sant’Agostino nella impossibilità di utilizzare l’organo dell’Auditorium Pedrotti del Conservatorio in corso di restauro. L’evento ha avuto il patrocinio del Conservatorio medesimo, del Comune di Pesaro e del Circolo Amici della Lirica. Di qui ha preso corpo l’invito a visitare la struttura cinese rivolto al presidente del Conservatorio Rossini e soprattutto alla professoressa Franzoni perché svolgesse concerti e conferenze presso il “Central Conservatory of Music” di Bei-

jing (Pechino) con l’obiettivo di trasmettere conoscenze ed esperienze su una disciplina, quella dell’organo, che è uno strumento la cui storia ancora è tutta da scrivere in Cina. E di essa però una tappa assai importante è stata appunto la missione di Giovanna Franzoni a Pechino ed in altre città. La docente pesarese è la prima donna organista italiana ad essersi esibita nel paese del Dragone con un denso programma musicale. Tre concerti si sono svolti su due grandissimi Organi di fattura tedesca nei saloni del campus universitario: la Golden Sail Concert Hall e la Sala del Centro Nazionale per le arti e lo spettacolo. La professoressa Franzoni ha suonato musiche di J.S.Bach, L. Clerambault, V. Petrali ( primo insegnante di Organo a Pesaro), G. Rossini e un brano per pedale solo, di grande effetto, dell'inglese G. Thalbel Ball. Il primo appuntamento al Teatro Statale di Pechino (2000 posti di cui 1500 su prenotazione). Sono seguiti altri momenti di musica fra cui un concerto per Organo Portativo e orchestra d'archi con musiche di A. Vivaldi nonchè una conferenza su Girolamo Frescobaldi, uno dei più grandi compositori per Organo del 1600. L’organo è strumento ancora poco conosciuto in Cina. La sua espansione mano a mano che ne emergono caratteristiche e prestazioni ha prospettive promettenti e spazi di diffusione ora impensabili. Cui peraltro sono connessi risvolti economici non trascurabili. Non solo Pesaro ma l’Italia dispongono di un filone operativo nel settore della fabbricazione e manutenzione degli organi che andrebbe più


Non solo musica

La professoressa Franzoni di Pesaro prima donna organista italiana invitata ad esibirsi nel Paese del Dragone

Nella foto, Giorgio Girelli, Shen Fanxiu e Giovanna Franzoni

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coltivato. I cinquanta organi ora in uso in Cina sono di fabbricazione prevalentemente tedesca. Considerate la esperienza e le capacità professionali delle maestranze italiane, sono intuibili gli ambiti commerciali che potrebbero essere praticati. Nel 2012 la ditta Fratelli Ruffatti ha venduto e installato nella nuova Concert Hall di Harbin (città di dieci milioni di abitanti) un organo di quasi 2.300 canne che viene impiegato per concerti sia

come strumento solista che assieme all'orchestra sinfonica. Ma l’Italia non è sola. E l’orizzonte si apre non solo nella vendita dei prodotti ma anche nel campo della manutenzione, attività purtroppo sconosciuta in Cina in quanto priva totalmente di organari. Fino a qualche tempo fa lo strumento e l’organologia in Cina sono state circondate da scetticismo e anche da sospetto perché considerate materie legate ad eventi religiosi. In proposito però va tenuto presente che ora la dimensione laica dello strumento sta acquistando spazi considerevoli e il clima sta cambiando mano a mano

che l’attività di Shen Fanxiu e della sua scuola si estende. Allo sviluppo della musica per organo e alla diffusione dello strumento in Cina viene quindi conferito un proficuo apporto anche dalla attività didattica della professoressa Franzoni e del Conservatorio Rossini. Ci sono poi da considerare, in tale ambito, anche gli sviluppi della firma del recente accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. Avanzando il processo di distensione tra Vaticano e Cina la diffusione dell’organo pure nei luoghi di culto potrà trarne vantaggio. E’ dunque venuta così a concretizzarsi una ulteriore, significativa tappa nel consolidamento dei rapporti musicali tra Pesaro e la Cina. Tutto ebbe inizio grazie all’Istituto Confucio di Macerata che si attivò per aprire contatti tra il Conservatorio Statale Rossini e le analoghe istituzioni musicali cinesi. Ne seguì un invito formale da parte del China Conservatory of Music di Beijing (Pechino) cui il Conservatorio Rossini corrispose con l’invio della “Rossini Saxophone Orchestra”, diretta dai professori Stefano Venturi e Alberto Domizi. La missione , guidata dal maestro Bramanti e della quale ha fatto parte anche il maestro Lorenzo Bavai, nel mese di aprile 2017 si esibì sia presso la Beijing Normal University che nella sede del Conservatorio Centrale di Pechino. Il China Conservatory of Music ha dato poi vita alla costituzione della Global Music Education League, organismo internazionale che tra i soci fondatori annovera tra gli altri sette Conservatori cinesi e i Conservatori di Pesaro e Trieste. ¤


Diplomazia

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Da Mosca ad Ancona non solo scambi d’arte DIECI ANNI DA CONSOLE ONORARIO DEL PROFESSOR GINESI

L’

Sopra, Armando Ginesi in una foto di gruppo presso il centro fondato da Lamberto Pigini a Recanati durante uno stage formativo di studenti dell’Università russa per dirigenti amministrativi pubblici

idea la ebbe l’ambasciatore Giuseppe Balboni Acqua, sul finire, più o meno, del 2004, quand’era capo del cerimoniale della Presidenza della Repubblica: aprire un Consolato onorario della Federazione Russa ad Ancona, considerato il fatto, storico e moderno, di porta che il capoluogo dorico svolge verso l’Oriente Ne parlò con il suo amico Alexey Meshkov, allora ambasciatore straordinario e ministro plenipotenziario della Russia in Italia. L’ambasciatore se ne convinse e dette il via al progetto, anche considerando che le Marche, regione di produzione manifatturiera di alta qualità (produceva, prima della crisi, quasi tutto, tranne aeroplani ed automobili, pur realizzando componentistica sia dell’una che dell’altra tipologia di prodotto) era la quarta regione nell’interscambio con il paese euroasiatico dopo la Lombardia, L’Emilia Romagna e il Veneto. Solo che

il diplomatico russo obiettò: “Ma poi chi nominiamo? Noi nelle Marche non abbiamo conoscenze a cui accordare la nostra fiducia”: Al che l’ambasciatore Balboni ripose: “Se ti fidi posso provvedere io a segnalare una persona giusta”. Meshkov avanzò la richiesta ufficiale al suo governo, accompagnata da una dettagliata relazione che ne spiegava le motivazioni. Il governo russo accettò ed informò quello italiano che dette il suo beneplacito, acquisendo, automaticamente, il diritto alla reciprocità, cioè il diritto (mai in realtà esercitato) ad aprire un Consolato onorario italiano in territorio russo. La scelta cadde sul professor Armando Ginesi, giornalista e ordinario di Storia dell’arte presso l’Accademia di Belle arti di Macerata. Dopo oltre un anno di indagini sulla sua persona, svolte separatamente dai ministeri degli Esteri, della Giustizia, dell’Interno, delle Finanze,


Diplomazia

Il Consolato della Federazione Russa ha sede ad Ancona con compiti di sorveglianza anche in Umbria Romagna e Abruzzo

In alto, l’ambasciatore russo presso la Santa Sede Alexander Avdeev e il Console Armando Ginesi a Roma Qui sopra, l’Emerito Armando Ginesi e il console titolare Marco Ginesi con il neo presidente della Rappresentanza commerciale Russa in Italia Igor Karavaeev Luca Ceriscioli, Governatore delle Marche Nella pagina a destra dall'alto spettacolo dedicato all’incontro tra le culture musicali danzanti russe e italiane Di seguito, Marco Ginesi con i vertici russi e Renato Barchiesi, coordinatore della sua segreteria al Forum Internazionale di Yalta

82 della Difesa, tutte risultate positive, il dossier finì sul tavolo del ministro degli Affari Esteri, che allora era Massimo D’Alema (Governo Prodi anno 2066) il quale, dopo la firma di ratifica dei Servizi segreti, emanò l’Exequatur (così si chiama il gradimento e il conseguente permesso di esercitare le funzioni – ereditando tutte quelle che la Convenzione di Vienna del 1963, chiama “Immunità e privilegi”- di diplomatico di un Paese ospitante. Così nel settembre dell’anno 2006 ad Ancona con sede di rappresentanza e a Jesi, si aprì, per la prima volta nella storia delle Marche, il Consolato onorario della Federazione Russa con incarichi operativi anche al di là dei confini circoscrizionali e, in particolare, con compiti di “sorveglianza” in Romagna, Umbria ed Abruzzo. “Nei dieci anni in cui ho svolto il mio incarico – racconta il professor Ginesi - l’attività del Consolato è stata in continua crescita. Rapporti stretti con la autorità ter-

ritoriali, soprattutto con le Forze dell’ordine e con la Magistratura. Minore intesa, per la verità, con la Regione Marche che apparve quasi gelosa di un organismo che rappresentava la Russia in loco, mentre prima questa funzione di collegamento e di contatto con la Federazione veniva svolta quasi esclusivamente dall’Ente sovra comunale e, in particolare, da pochi suoi dirigenti del ser-

vizio internazionalizzazione. Ottimi rapporti con le imprese, molte delle quali hanno avuto grande assistenza e aiuto, nei loro contatti di affari, commerciali, finanziari con il gigante dell’Est euroasiatico, mentre scarsissima collaborazione il Consolato ha avuto da parte delle organizzazioni di categoria, ognuna delle quali disponeva di un proprio capo area per la Russia, forse infastidito da questa presenza ufficiale dello Stato e del governo di Russia, che invece avrebbe potuto fornire grandi aiuti come, ripeto, ben compresero gli imprenditori, in special modo quelli che già avevano rapporti con la Federazione che costituirono, unitamente ad alcune aziende russe, l’Associazione Amici delle Marche e della Russia attualmente presieduta da Gaetano Casalaina già capo del servizio relazioni dell’Indesit oggi Whirlpool”. Dieci anni, comunque, di intense iniziative…. “Ho potuto operare agevolmente, grazie alla collaborazione di amici e consulenti, fra cui la dottoressa Daria Karelina, segretaria del Consolato e del cavalier Renato Barchiesi, eccezionale e attivissimo coordinatore della segreteria consolare, ottimo e specialissimo aiuto del Console e della stessa associazione fiancheggiatrice, nonché dei giornalisti Alexander Tarkanov e Sergej Starstev, quest'ultimo direttore in Italia della più importante Agenzia di informazione russa; poi, negli ultimi tempi, l’impegno è stato intenso grazie a mio figlio Marco, avvocato, che ora, alla scadenza dei due mandati, mi ha sostituito nell’incarico di titolare dell’’Agenzia diplomatica e dell’avvocato Iacopo Casini Ropa il quale ha svolto anche la funzione di consulente legale della sede diplomatica”. Attualmente al professor


Diplomazia

Ginesi, il Governo Russo ha mantenuto il titolo di Console Emerito a vita ed il ministro degli Affari Esteri Sergej Lavrov lo ha insignito di una nuova onorificenza dell’Ordine al Merito della Cooperazione col Ministero degli Esteri, nominandolo 158esimo cooperatore nel mondo. Un riconoscimento prestigioso… “Le occasioni di interventi – spiega il professor Ginesi - in campo economico commerciale, con l’aiuto prezioso specifico dei presidenti della rappresentanza russa in Italia, succedutisi nel tempo, Sergey Ivanov, Natela Scenghelia e Igor Karavaev, in campo turistico, culturale sono state numerosissime, sia in Italia che in Russia, per il reciproco consolidamento e rafforzamento dei legami amichevoli tra i due Paesi, grazie alle quali il Consolato ha ricevuto, da parte di istituzione russe e italiane, numerosi attestati ufficiali. Così come molto intensa è stata la collaborazione con gli Ambasciatori in Italia, prima Alexey Meshkov, poi Sergej Razov e Alexander Avdeev, ambasciatore presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta. Ottime relazioni il Consolato ha tenuto con la Chiesa Ortodossa di Russia a capo della quale è il Patriarca Kirill I che conosco personalmente sin da quando era Metropolita di Smolensky e Kaliningrad, nonché Capo delle Relazioni Estere del Patriarcato, l’equivalente del Segretario di Stato del Vaticano e continua a tenerle attraverso il nuovo Console avvocato Marco Ginesi”. Quali iniziative più significative in questi dieci anni di mandato… “E’ difficile elencare le numerose iniziative che il Consolato ha intrapreso e gli incarichi assunti come responsabile di relazioni speciali tra Rus-

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sia e Italia, quindi non solo Marche, sia nell’ambito del Forum Internazionale di Crimea, il quarto per importanza della Russia, nel Festival musicale di Tula, nei rapporti con la Repubblica Autonoma del Civashua eccetera. Basterà citarne forse solo due: quella del 2006 e 2007 relativa all’esposizione, attraverso 45 grandi artisti marchigiani, da De Carolis a Cucchi, dell’arte italiana del XX secolo, tenutasi presso l’Accademia Imperiale dell’Arte Russa, di cui sono membro d’onore assieme a cattedratici di tutto il mondo e quella recente, con cui, su interessamento del Consolato e dietro invito del Comune marchigiano più colpito dal sisma del 2016, Arquata del Tronto, il Presidente Putin ha messo a disposizione fondi, come richiesto dalla comunità arquatense, per la messa in sicurezza e la salvaguardia delle testimonianze storico artistiche e di fede lasciate da propri avi”. ¤

Ginesi: “Ottimi rapporti con le imprese marchigiane nell’assistenza e aiuti per affari con la Russia”

Nella foto, l’ambasciatore Straordinario e Ministro Plenipotenziario della Federazione Russa Sergey Razov tra il neo console Marco Ginesi e il console emerito Armando Ginesi


Le pubblicazioni

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Il presente non basta

I

vano Dionigi, professore ordinario di Lingua e letteratura latina, tra l'altro fondatore del Centro Studi “La permanenza del classico” e presidente della Pontificia Accademia di Latinità, ha recentemente pubblicato “Quando la vita ti viene a trovare, Lucrezio, Seneca e noi”. Un lavoro tutto da gustare per la conoscenza dell'argomento e per la profondita' del pensiero ,che si pone sulla scia del precedente “Il presente non basta. La lezione del latino”. Bisogna restare a riva a osservare le tempeste della vita o salire a bordo senza curarci dei compagni di viaggio? Seguire le leggi dell'io o del cosmo? Seguire la politica o l'antipolitica? Seguire la lezione dei padri o la rivoluzione dei figli? Basta volgere lo sguardo al mondo classico per trovare i nostri più naturali interlocutori, quanti ci hanno preceduto nelle nostre stesse domande. Lucrezio e Seneca si sono posti le domande ultime. Non importa quali risposte abbiano dato, importa invece la loro allergia al pensiero unico. ¤

Cara Fano ti racconto

R

iflessioni, sensazioni,eventi, ricordi, che la sua città dove è ritornato a vivere gli ha trasmesso negli ultimi due anni ,sono gli argomenti dell'ultima fatica di Rodolfo Colarizi dal titolo “Cara Fano ti racconto”. L'autore, scrittore e saggista raffinato e più volte premiato, ultimamente ha dedicato diverse pubblicazioni alla sua città, tra cui "Da Fano con amore". In questo ultima fatica, ha varcato i confini provinciali. Una tela di prim’ordine dove eccellono alcune figure come Valerio Volpini, giornalista famoso approdato in Vaticano, oltre che fine scrittore e insegnante; il regista Leandro Castellani; Ivano Dionigi latinista di fama; Giovanni Tonucci, diplomatico Vaticano, arcivescovo per molti anni del santuario di Loreto; due grandi medici della seconda metà del ’900 Luigi Biancalana e Alessandro Beretta Anguissolla; ma anche persone più umili come Alfredo Spallacci, detto “Cucca”; o luoghi cari come il caffè centrale dove si sono consumate diverse generazioni. ¤

Amarcord sotto il colle

“A

renaria” è l'ultima pubblicazione del pesarese Paolo Teobaldi. Racconta storie del primo Novecento che ruotano intorno a personaggi e luoghi della sua città. E’ un “Amarcord” tutto pesarese dedicato alla piccola nipote perché conosca le sue radici. Vicende che fanno sorridere e che commuovono. Storie degli ultimi, di un mondo ormai scomparso. Dei mezzadri che vivono coltivando i campi sotto il colle di arenaria del San Bartolo, prima che il mare inghiottisse tutto insieme alle loro case. Vicende che l'autore racconta con parole desuete, soprannomi, proverbi che colorano il racconto e suscitano ricordi. Una lingua tenera e sorprendente, sempre al servizio della bellezza dei luoghi e delle persone. Una vena melanconica intrecciata ad un sottile umorismo sorregge ogni episodio. Anche la Storia è raccontata in modo piacevole come quando ricorda le ville ducali sorte in quell’ameno colle dove si apre un orizzonte sconfinato e mozzafiato. ¤


Grande Guerra

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Le gesta valorose della “Brigata Pesaro” ALLE BANDIERE MEDAGLIA D'ARGENTO AL VALOR MILITARE

A

di Dante Trebbi

Fu costituita nel gennaio del 1917 e composta da due reggimenti di militari già in congedo in aiuto alla fanteria

i primi del 1900 e fino all’avvento della prima guerra mondiale, l’esercito italiano permanente era costituito da 49 brigate ognuna delle quali composta da due reggimenti (dal 1° al 98°). Erano formate da soldati di leva comandati da ufficiali e sottoufficiali in servizio permanente effettivo. Dopo pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia (1915) contro l’impero austroungarico e quello tedesco, si dovette ricorrere ad un ulteriore richiamo alle armi per rimpiazzare e integrare le rilevanti perdite umane che i vari reparti, impegnati al fronte, avevano subito. La maggior parte di queste perdite si contava fra l’arma della Fanteria perché costretta ad operare sul terreno aspro e roccioso costellato di vette di varie altezze (militarmente chiamate quote) che caratterizzano le nostre Alpi orientali. Dalle strette e umide trincee scavate fra le rocce, in cui erano rintanati, i fanti uscivano all’assalto di quelle nemiche alcune di queste lontane soltanto pochi centinaia di metri e, completamente allo scoperto e ostacolati da fitti fili reticolati, divenivano facili bersagli delle mitragliatrici austroungariche. Come rinforzo alla Fanteria furono costituite le “Brigate di Milizia Mobile”, che comprendevano 65 reggimenti (dal 99° al 164°) con militari già in congedo con un massimo di tre anni. Ben presto, però, anche queste nuove forze risultarono insufficienti per cui, agli inizi del 1917, fu necessario ricorrere ad ulteriori classi di richiamo. Furono così costituite le brigate di “Milizia Territoriale” (81 reggimenti, dal

201° al 282°). Una di queste, come consuetudine di titolarle a città e regioni, venne attribuita a Pesaro. Costituita nel gennaio 1917, la Brigata “Pesaro”, composta dal 239° e 240° reggimento, divenne operativa il 16 maggio. Dopo aver conquistato il costone quota 1707 (Casaria Zebio-Pastorile), il 10 giugno le venne ordinato, con la Brigata “Catania”, di conquistare quota 1819. Fu una tragedia! Persero la vita 214 uomini di truppa e 7 ufficiali fra cui il comandante in capo. Il 18 giugno toccò al 240° reggimento essere impegnato, con altre brigate, alla conquista delle quote 1673 e 1706 (Val di Nos). Ricevuti gli ordini necessari, il primo e terzo battaglione partirono all’attacco ma furono subito accolti dai colpi dei cannoni e delle mitragliatrici nemiche. Nonostante l’aiuto del secondo battaglione del 239°, dopo aver subito la perdita di 23 ufficiali e 555 soldati, furono costretti ad arrestarsi e ritornare sulle loro posizioni. La Brigata “Pesaro”, è nuovamente impegnata alla fine di agosto alla conquista delle quote 123 nord e 123 sud (settore dei Sober e linea ferroviaria S.Pietro). Riuscì a conquistarle infliggendo, si legge sul bollettino di guerra, numerose perdite al nemico. L’avvento della rivoluzione russa permise agli austro-ungarici-tedeschi di spostare le truppe posizionate sul confino russo e trasferirle sul fronte italiano. Così rinforzati, il 24 ottobre, iniziarono una cruenta offensiva che vide parte dello schieramento italiano sfaldarsi in più punti e ripiegare disordinatamente verso il fiume Piave. La notizia di questa disfatta rimbal-


Grande Guerra

La brigata Pesaro si distinse sul Monte Grappa Alla fine morirono 44 ufficiali, 576 soldati Quasi 4000 i feriti e 2561 dispersi

In alto, particolare di un manifesto dell'epoca dedicato alla Brigata Pesaro Sopra, il capitano Ugo Palermo insignito della medaglia d'oro

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zò in tutta l’Italia. A Milano e in molte altre città fra cui Pesaro, vennero stampati bollettini apocrifi calunniosi che tacciavano di codardia diverse brigate fra cui anche la “Pesaro”. A smentire questa accusa è lo stesso comando della brigata che pochi giorni dopo, il 2 novembre inviò una lettera al sindaco di Pesaro, Angelo Recchi, in cui è scritto tra l’altro: “….. è pertanto con grande compiacimento che a codesta cittadinanza posso con sincera coscienza far conoscere come anche nell’0ra grigia testé trascorsa, la Brigata “Pesaro” abbia saputo tenere alto il nome dell’illustre città facendo fronte con fede e valore al nemico calzante…. e formulo l’augurio che le due bandiere della brigata possano dopo l’auspicata vittoria finale percorrere acclamate le via di codesta nobile città”. Un’altra testimonianza del valoroso comportamento della brigata nella ritirata delle truppe italiane è l’ articolo del giornale “Il Veneto” del 13 novembre 1917 in cui il cronista dopo aver ricordato l’eroismo

“di coloro che erano rimasti fermi su quel suolo ormai destinato all’abbandono perché sapevano che ad essi soli era affidata la sicurezza di tutto l’esercito di quell’esercito che è il vanto della nostra giovane nazione” ricorda che molti di questi appartenevano alla “Pesaro” …. “la brigata rimasta fra le ultime a proteggere sulle rive dell’Isonzo le altre truppe ripieganti”. Dalla lettura dei vari bollettini di guerra si è in grado di ricostruire l’operatività della “Pesaro” dopo la disfatta italiana del 24 ottobre. Dopo aver strenuamente difeso la ritirata e contrastato l’avanzata nemica, il 15 dicembre è nuovamente pronta a ritornare in prima linea. L’avvento del 1918 la vede impegnata dal 12 gennaio al 3 novembre sul monte Grappa e sulle zone limitrofe distinguendosi per il suo valoroso comportamento. A testimonianza di ciò sono i bollettini di guerra emessi dal Comando Supremo. Alla fine della guerra i due reggimenti contavano: tra gli ufficiali, 44 morti. 148 feriti, 90 dispersi. Tra i soldati: 576 morti, 3675 feriti, 2561 dispersi. Nel 1920 le bandiere del 239° e 240° reggimento ottennero la medaglia d’argento al valor militare. Il capitano Ugo Palermo di Napoli e il sottotenente Cadlolo Alberto di Roma furono insigniti della medaglia d’oro. I maggiori generali della brigata, Rodino Angelo e Castellazzi Carlo con il colonnello Ganini Luigi furono decorati con l’Ordine di Malta. I singoli militari decorati con la medaglia d’argento furono 54 e 177 quelli con la medaglia di bronzo. ¤


Spigolature

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Arance, riso e mais a sorpresa nelle Marche COLTURE E CULTURE ALIMENTARI ALLE SOGLIE DEL '900

N di Maurizio Cinelli

on è certo circostanza nota a molti che il territorio della “marca fermana” – precisamente, quell’area che va dall’odierno comune di Porto Sant’Elpidio a Nord, a quelli di San Benedetto del Tronto ed Acquaviva, a Sud – per circa sei secoli, e cioè dal 1300 agli albori del 1900, ha rappresentato un vero e proprio “distretto produttivo” degli agrumi: degli aranci, in particolare. Tale, per noi inconsueta, coltivazione, pur non potendo essere elevata a carattere peculiare della produzione agraria di quel periodo e di quel particolare ambito regionale, ha tuttavia segnato profondamente il territorio. È quanto testimoniano le architetture produttive dell’epoca, che hanno letteralmente colonizzato la fascia costiera e parte dei primi rilievi collinari, influenzando così il paesaggio; ma influenzando anche la cucina e le tradizioni locali. Di questo (e di altro ancora) tratta il libro di K. Ambrogio, “Giardini d’agrumi sull’Adriatico.

Caratteristiche orografiche e architettoniche nell’antico Stato di Fermo”, appena pubblicato da Andrea Livi editore. Come si dichiara già in premessa, l’opera si colloca all’interno di una più ampia ricerca, ancora in corso: una ricerca di carattere eminentemente storico, ma programmaticamente allargata all’antropizzazione dell’ambiente, all’agronomia e, perché no, all’iconografia: diffusa, anche nell’area, infatti, è la presenza dei preziosi frutti in dipinti di rilievo, arti decorative, plastiche e pubblicitarie. E, tuttavia, il libro apre uno spaccato che travalica l’analisi della realtà architettonica a carattere rurale, quale rappresentata da quei “giardini murati” – alternativi ai “giardini a campo”, protetti dai venti freddi soltanto da siepi –, le cui vestigia, là dove la “modernità” lo ha consentito, sono ancora riconoscibili in rari, ma assai significativi reperti, attestati da un ampio apparato fotografico, che quel volume impreziosisce. Lo spaccato rimanda, innanzitutto, alle favorevoli condizioni orografiche del territorio: una costa marcatamente caratterizzata, rispetto al Nord delle Marche, da un sistema di valli parallele, orientate da Ovest ad Est, perpendicolari alla linea di costa, di dimensione proporzionata alla portata dei corsi d’acqua – il Tronto, l’Aso, il Tenna, il Chienti – che le solcano e le rendono ampie e pianeggianti, progressivamente dilatate nel loro avvicinamento alla stretta fascia costiera.


Spigolature

88 Valli, dunque, dalle caratteristiche idonee a fornire, alle colture di agrumi insediate sui rispettivi versanti settentrionali, adeguato riparo dalle correnti fredde del Nord e, nel contempo, il favore di

Nella Marca fermana dal 1300 alle soglie del 1900 c’era un vero e proprio distretto produttivo degli agrumi inconsueto

Qui sopra la copertina del libro di K. Ambrogio e nelle pagine alcune immagini e vecchie incisioni relative alle colture inconsuete nelle Marche alle soglie del Novecento

acque sorgive. Lo spaccato rimanda, però, anche all’economia e alle dinamiche sociali. Come sottolinea l’Autore, all’epoca delle sue fortune “il giardino d’agrumi assume il duplice ruolo di luogo produttivo dell’alimento più prezioso e redditizio dell’economia agricola marchigiana e di luogo di delizia, di paradiso in terra, dove la produzione agricola si sposa con il fascino ancestrale suscitato dagli agrumi. Il valore di diletto, conferito al giardino, si rafforza, appunto, nel XVIII e nel XIX secolo, momento di massima espansione delle residenze rurali della nobiltà terriera, prima, e della borghesia, dopo”. Le sorprese, però, se si vuole allargare lo sguardo ad altre culture all’incirca di quello stesso periodo, non finiscono qui. Come riferisce C. Chiaramoni in aa.vv., “Coltura e cultura del riso nelle Marche”, Macerata, 2014, tra Settecento e Ottocento dalla vallata del Tronto a quella del Tesino e dell’Aso si coltivavano con impegno anche canapa e lino, materia prima per i telai e le manifatture di cordami di San Benedetto del Tronto e di Porto San Giorgio. Una tendenza, questa, che può

sorprendere, perché collocata all’interno di un’economia essenzialmente mezzadrile, quale quella dell’epoca, di per sé notoriamente ben poco permeabile a innovazioni e cambiamenti. Ma tale periodo storico è anche e sopratutto il periodo in cui nelle attuali province di Macerata, Fermo e Ascoli Piceno si afferma la produzione del riso. Una coltura, quella del riso, che, in realtà, nasce come transitoria, destinata prevalentemente a terreni in bonifica di fondovalle, o “relitti di mare”, per il tempo necessario ad ottenere aree asciutte, da destinare, poi, a coltivazioni tradizionali. La massima espansione della coltivazione del riso nelle Marche è documentata fino alla fine dell’Ottocento, quando inizia il suo inarrestabile declino. Un declino causato in primo luogo dal conflitto di interessi tra mugnai e gestori delle risaie, i quali si contendono l’un l’altro, specie nei periodi estivi, la poca acqua di correnti e fiumi. Ma declino causato anche da ragioni igieniche, visto che le acque di risaie non correttamente attrezzate, in ipotesi, diventano fonte di miasmi e di diffusione di zanzare: con le conseguenti, comprensibili rimostranze e iniziative di contrasto delle popolazioni viciniori. Di fatto, sul finire dell’Ottocento, con le regolamentazioni e i vincoli imposti dal neocostituito Regno d’Italia – rotazione delle coltivazioni, unità culturali minime, distanze minime tra risaie e case abitate, regole stringenti di spartizione con i mugnai nell’uso delle acque correnti, misure di favore per le coltivazioni asciutte – la coltivazione del riso nelle Marche progressivamente declina, fino a scomparire del tutto. Il periodo che va tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX segna per le Marche an-


Spigolature

che l’introduzione di un’altra importante coltura, questa volta destinata a radicarsi e permanere: quella del granturco. E qui si apre, però, un quadro dai toni e dalle tinte profondamente diversi, che rendono manifesta una delle tante contraddizioni, che, anche drammaticamente, segnano la storia della nostra Regione. L’introduzione della coltivazione del mais provoca, infatti, almeno in certe aree delle Marche, una radicale svolta economica ed alimentare, che non ha solo effetti positivi. I proprietari terrieri acquisiscono la disponibilità di una maggior quota di grano da immettere sul mercato, mentre i coloni e i mezzadri di fatto sono costretti, in maniera sempre più massiva, a basare la loro alimentazione sui prodotti del granturco, meno competitivo del grano, e, dunque, a far assegnamento sulla polenta come cibo principale. L’alimentazione a base di polenta, tuttavia, molto spesso non viene accompagnata da nessun altro alimento, con effetti assai deleteri sull’organismo, fino a provocare una malattia da avitaminosi, nota con il nome di pellagra, che si manifesta dapprima con alterazioni dermatologiche e intestinali, per evolvere poi, progressivamente, se non adeguatamente curata, in depressione, pazzia, suicidio. È quanto viene ricordato, con dovizia di dati e dettagli, anche drammatici, nell’opera dello storico della società, P. Sorcinelli, “La pellagra e la morte. Medici condotti, malattia e società alla fine del XIX secolo”, edito nel 1982 da Il lavoro editoriale. Come si riferisce nel libro, le aree del pesarese e del maceratese vengono duramente colpite dal morbo. Nel 1905 la provincia di Macerata si classifica addirittura tra le province

89 italiane con la più alta mortalità per pellagra, mentre la provincia di Pesaro e Urbino viene ad occupare la terza posizione. In questo triste primato quelle aree delle Marche arrivano a battere, dunque, anche le province del Veneto, da epoca ben più risalente votate al consumo di polenta. Solo nel 1902 entra in vigore una legge ad hoc, che prevede la distribuzione gratuita di un sale specifico destinato ai pellagrosi e alle loro famiglie, e anche nelle Marche si sperimentano, per la cura, particolari strutture denominate “locande sanitarie”. “Locande”, però, che, pur ubicate in zone appositamente

studiate, restano comunque raggiungibili con difficoltà dai soggetti più decentrati, ma della quale, soprattutto, una ferrea politica sanitaria di carattere selettivo programmaticamente esclude i pellagrosi ultracinquantenni, considerati ormai irrecuperabili attraverso l’alimentazione curativa. ¤

Le valli avevano caratteristiche tali da fornire alle colture di agrumi adeguato riparo dalle correnti fredde e acque sorgive


Gli eventi

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L’Infinito e infiniti Poesia e arte per Leopardi

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Un ritratto del poeta di Recanati Giacomo Leopardi

tanno per essere ultimati i lavori di restauro e di ristrutturazione del Centro nazionale studi leopardiani di Recanati, finanziati dal Fai. Nel museo sarà possibile consultare tutte le carte leopardiane digitalizzate, vedere i manoscritti e cimeli leopardiani ed accedere al Colle dell'Infinito: l'ingresso sarà infatti possibile solo attraverso il Centro. A due secoli dalla composizione del celebre idillio le celebrazioni prevedono un intero anno di iniziative. A Recanati fino al 19 maggio due le esposizioni previste: la prima a cura di Laura Melosi dal titolo "Infinità/Immensità. Il manoscritto, a Villa Colloredo Mels, con al centro l'autografo che vedrà la riscoperta del patrimonio leopardiano attraverso un'attenta rilettura e una esposizione straordinaria accompagnati da elementi multimediali; la seconda iniziativa "Mario Giacomelli, Giacomo Leopardi, L'infinito, A Silvia" a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreani prevede in esposizione il celebre fotoracconto ispirato a Silvia nella versione originale del 1964. Dal trenta giugno al tre novembre due mostre (inaugurazione il 29 giugno, compleanno del poeta) sull'infinito nell'arte: "Infiniti "a cura di Emanuela Angiuli e " Finito, Non Finito, Infinito" a cura di Marcello Smarrelli. Nasce da un'idea del poeta Davide Rondoni il progetto"Infinito200" con omonima pagina Facebook e account Twitter, protagonista di una serie di progetti. ¤

Ancona, il tribunale dedicato a Salmoni

“T

Particolare dell'interno del tribunale di Ancona

ribunale è città” è una manifestazione che si svolgerà nel Palazzo di giustizia di Ancona, anche sede della Procura distrettuale antimafia, il 23 maggio, ricorrenza dell’anniversario della strage di Capaci. Sarà una giornata, voluta dal presidente del Tribunale di Ancona, Giovanni Spinosa, e dalla sezione Distrettuale dell'Associazione nazionale magistrati di Ancona, per rendere omaggio a chi, nella propria vita professionale e personale, si è distinto per l'impegno e la volontà di affermare i valori civili della giustizia, della legalità, del coraggio, della difesa del bene comune, in alcuni casi anche a costo della propria vita. Alle 10, il Palazzo di giustizia sarà dedicato al magistrato Vittorio Salmoni, colpito dalle legge razziali della dittatura fascista e costretto a nascondersi per salvarsi. La Corte interna del Palazzo sarà intitolata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le aule di udienza a nomi di vittime della lotta alla mafia e della criminalità organizzata e di personalità di spicco dell’avvocatura dorica, con una cerimonia che si terrà nell'aula di Corte d’assise. L'Associazione nazionale magistrati presenterà poi il film “La nuova alba della Repubblica” e alle 15.30 ci sarà un approfondimento su mafia e stragismo alla presenza dei magistrati Giovanni Canzio, Francesco Del Bene, Nicola Gratteri e dell’avvocato Fabio Repici. Lo spettacolo “Paragoghè” (Depistaggio), regia di Marco Baliani, prodotto da Marche Teatro, in replica il 24 e il 25 maggio. ¤


Freschi di stampa

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Riflettori su storia architettura e design ECCO I LIBRI CHE VALORIZZANO LE NOSTRE MARCHE

di Maurizio Cinelli

Sopra, la copertina del libro "Metafisica di un sisma" lavoro fotografico presentato da Alberto Pellegrino (qui sotto)

G

rande, lusinghiera partecipazione alla decima edizione di “Freschi di stampa”, svoltasi a Tolentino, sotto la presidenza di Mara Silvestrini. “Freschi di stampa”, manifestazione che Macerata ha tenuto a battesimo e, da allora, ospita annualmente con orgoglio, si è svolta quest’anno fuori di quella città, come già l’anno scorso è avvenuto per San Severino Marche: un segno piccolo, ma emblematico di solidarietà del capoluogo nei confronti delle città della provincia, tanto duramente colpite dal sisma del 2016. In mattinata, un nutrito gruppo di circa cinquanta soci si è ritrovato a Tolentino per visitare, cogliendo l’occasione, il museo della Poltrona Frau. Il museo, creatura fortemente voluta da Franco Moschini, che ne è l’attuale Presidente, ha consentito a tutti di ammirare, oltre alle storiche poltrone, tra le quali la mitica vanity fair, un pezzo davvero unico: la Ferrari “California”, equipaggiata con una sontuosa, originalissima e pregiatissima selleria in pelle Frau. Subito dopo, è stata la volta della visita al Teatro comunale Vaccaj, riaperto pochissimi mesi fa dopo il tremendo incendio che, anni addietro, lo ha pressoché interamente devastato. Nel primo pomeriggio, infine, il locale Politeama ha accolto l’evento clou. La numerosa partecipazione alla manifestazione ha dato concretezza alla finalità di “Freschi di stampa”: quella di essere non tanto, o non soltanto, momento autoreferenziale per gli associati,

quanto service a favore della cittadinanza; un service, che si concretizza attraverso la segnalazione, tra le pubblicazioni che hanno visto la luce nell’anno precedente, di quelle che meglio si prestano ad essere occasione di analisi e approfondimento dei valori dei quali la Regione è insieme espressione e custode. Dunque, libri che illustrano le Marche, o perché ad aspetti delle Marche direttamente si riferiscono, o perché espressione di autori marchigiani. Ma libri scelti anche considerando chi dei libri stessi si fa meritoriamente promotore e veicolo: gli appassionati editori che svolgono la loro attività di promozione culturale elettivamente nel nostro territorio. Una posizione numericamente prevalente, nell’occasione, hanno occupato, di fatto, le opere di carattere latamente storico. Prima di passare, però, a una rapidissima rassegna delle opere presentate, va detto subito che la personalità dei presentatori e la qualità dei singoli interventi sono state fattori che hanno concorso in maniera determinante – in questa edizione, in particolare –al successo dell’iniziativa. Già nel poco tempo a disposizione, imposto da ben intuibili esigenze organizzative, ciascun interventore ha saputo offrire il meglio di sé e guadagnarsi l’attenzione e il sincero apprezzamento dei presenti. E il fatto che si sia trattato per la quasi totalità di soci de Le Cento Città non può che essere motivo di orgoglio per l’intera comunità degli associati. Ma passiamo, senza altri in-


Freschi di stampa

Grande partecipazione alla decima edizione dell’iniziativa de Le cento città svoltasi a Tolentino Occasione di analisi dei valori regionali

Altre due copertine dei volumi presentati da "Freschi di stampa" In alto, "Il cuore antico di Tolentino" opera di Tonnarelli Sotto, "Artigenesi" del professor Pierlorenzi Nella pagina a destra in alto un momento della manifestazione con l'avvocato Nando Piazzolla, la presidente Mara Silvestrini e l'avvocato Maurizio Cinelli In basso la copertina del volume "Tesori d'arte della provincia di Macerata" di Barucca

92 dugi, ad una veloce rassegna dei libri presentati. Sono state selezionate, innanzitutto, due opere di storia locale, al confine con la memorialistica, entrambe della casa editrice anconetana “Affinità elettive”. La prima delle due opere, quella di Maria Grazia Camilletti, Lettere dal fronte. Pasquale Giorgetti, un eroe di paese 1915, commovente ritratto di un giovane e promettente insegnante di Camerano caduto nella Grande guerra, condotto sul filo delle sue lettere dal fronte, è stata presentata, con sentita partecipazione alla vicenda umana, da Giorgio Rossi, studioso, attento e sensibile, di storia militare. La seconda, quella di Piero Alessandrini, Prima di dimenticare. Storia di Alessandro e Nunzia raccontata dai figli, grande affresco con al centro la famiglia dell’autore e il suo compito di ordinarne e scriverne la storia, seppure come frutto di una memoria collettiva, opera presentata con la sensibilità di critico letterario, ma anche con particolare afflato di compartecipazione affettiva da Fabio Brisighelli. Alla storia del diritto penale va ascritto il libro di Baroni Urbani e De Andrade, Criminalità e giustizia nelle magistrature anconetane dalla fine dell’Antico regime all’Unità d’Italia, edito dall’editore fermano Andrea Livi, quadro della giustizia penale nella realtà marchigiana dell’Ottocento, letta attraverso delitti e processi esemplari. Lo ha presentato brillantemente, da avvocato penalista, Nando Piazzolla, sapientemente traendo dall’oggetto “storico” riflessioni valide per la controversa realtà dei nostri giorni. Ancora alla storia – ma questa volta quella del territorio, quale può cogliersi tramite i manufatti delle varie epoche, che su esso insistono, e, in

generale, tramite gli interventi di progressiva antropizzazione –, sono idealmente da ricondurre sia l’opera di Iommi, Troscè e Pasquali, Fonti, fontane, lavatoi, fontanili nel comune di Macerata, edita da “Simple” (marchio dell’editore Biblohaus), sia l’opera di Ambrogio, Giardini d’agrumi sull’Adriatico. Caratteristiche orografiche e architettoniche dell’antico Stato di Fermo, di Andrea Livi editore. Entrambe le opere sono state presentate, con il consueto acume, da Peris Persi, geografo dell’Università di Urbino, studioso di prestigio internazionale, particolarmente attento, comunque, alle interazioni tra uomo e paesaggio. È da segnalare, in ogni caso, che dei Giardini d’agrumi tratta, in questo fascicolo, specifico articolo, mentre delle Fonti del comune di Macerata si è già trattato nel numero 63 di questa Rivista; in entrambi i casi, a cura di Maurizio Cinelli. Ancora nell’ambito della storia del territorio – questa volta prettamente urbano – si colloca l’opera di Isabella Tonnarelli, Il cuore antico di Tolentino. Le trasformazioni urbane e l’edilizia minore dall’Unità di Italia ad oggi, ancora dell’editore fermano, un’analisi urbanistica del centro storico della città di Tolentino, quale aspetto della storia culturale, sociale ed economica anche del territorio circostante. L’opera è stata presentata dall’architetto Pierluigi Salvati della Sovraintendenza archeologia, belle arti e paesaggio, il quale – la circostanza non va sottaciuta – ha avuto anche un ruolo importante nella ristrutturazione del teatro Vaccaj. È da sottolineare, comunque, anche un valore aggiunto, per così dire, del libro: innanzitutto per l’occasione, in quanto opera dedicata alla bella città ospi-


Freschi di stampa

te dell’evento del quale qui si riferisce; ma anche e comunque perché non può non commuovere il pensiero che non poche delle opere architettoniche in esso descritte e riprodotte fotograficamente sono state dolorosamente mutilate, forse per sempre, dal sisma del 2016. In effetti, anche il sisma del 2016 ha occupato una posizione da protagonista nella manifestazione tolentinate. Lo è stato sia con l’opera di Giacomo Nanni, Atto di Dio, edita da Rizzoli, sia con l’opera di Saverio Salvemini, Metafisica di un sisma, edito da Artelito. La prima è una graphic novel – la prima volta di una graphic novel a “Freschi di stampa” –, ambientata tra l’Umbria e le Marche e incentrata sulla storia di un capriolo inurbato che, dopo varie perizie, ritrova il suo habitat naturale nel parco dei Monti Sibillini; una storia all’interno della quale, peraltro, si innesta la vicenda dell’altro protagonista, anch’esso voce parlante direttamente rivolta al lettore: il terremoto, l’evento terribile privo di ogni connotazione morale e razionale, un capriccio e una forza della natura che sfida e mette a dura prova le nostre consapevolezze e le nostre fragili strutture mentali. La seconda è un lavoro fotografico, che, lungi da ogni retorica o ricerca di sensazionalità, è testimonianza, per immagini, di un mondo privo di ogni presenza umana, vuoto e silente, ma non per questo meno gravido di memorie e di sentimenti; dove, anzi, si avverte, fuori campo, lo sguardo dolente e lo smarrimento di chi è stato colpito dalla sciagura, eppure non vuole lasciarsi andare. Entrambe dette opere sono state presentate magistralmente da Alberto Pellegrino, il quale, come noto, si occupa

93 (anche) di storia del linguaggio della fotografia e dei fumetti, tanto da aver curato il saggio critico che appare in apertura del secondo dei due suindicati libri. Si cambia materia con Gior-

dano Pierlorenzi, Artigenesi, un’opera che tratta, con originalità, del design italiano e delle relazioni e interazioni tra la professione del designer e quelle dell’artigiano e dell’architetto. L’opera è stata presentata da Silvia Vespasiani, la quale – va ricordato – è autrice, da architetto, di un libro sull’urbanistica delle città costiere; libro già selezionato e presentato, a sua volta, in una precedente edizione di “Freschi di stampa”. Un ulteriore cambio di registro si ha con l’opera di Luca Maria Cristini, La roccaforte del buongusto, edito da Affinità elettive. Un libro, questo, ricco di humor sul costume e i tic della società attuale, presentato con grande verve da Gabriele Moneta, giurista, ma che ha dimostrato di sentirsi particolarmente a suo agio anche nella specifica materia, forse per il fatto di frequentare da lunga data il delicatissimo (per alcuni aspetti, contiguo) territorio

Nella manifestazione il sisma ha occupato una posizione da protagonista con la prima volta di una graphic novel


Freschi di stampa

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degli aforismi. Da ultima, ma non certo ultima, l’arte figurativa, con il libro di Gabriele Barucca, Tesori d’arte nella provincia di Macerata, edito dalla Fondazione Carima: una curatissima rassegna dei tesori pittorici della provincia, comune per comune, con un ampio, prezioso, apparato iconografico. Anche qui, va detto, con l’incombente ombra del sisma; non già perché quei tesori, a

Nell’ambito della “Finestra sull’editoria” premiata anche la casa editrice maceratese Biblohaus

quanto consta, abbiano subito danni – fortunatamente –, ma perché molti di essi hanno dovuto essere spostati dalla loro sede elettiva per essere trasferiti in depositi o altre sedi, e dunque sottratti, per il momento, alle comunità di appartenenza. L’opera qui ricordata per ultima, in realtà, ha aperto la rassegna. E Costanza Costanzi, storica dell’arte, già Direttrice dei Musei di Ancona, nel presentarla, è stata, di fatto, la prestigiosa madrina che ha tagliato il nastro, dando il via alla serie delle

presentazioni. In chiusura, la “Finestra sull’editoria”. Da qualche anno “Freschi di stampa” ha arricchito il suo programma, inserendo, come è noto, un elemento di interesse aggiuntivo: appunto, la “Finestra sull’editoria”. In questa edizione il destinatario del focus è stata la piccola, ma agguerrita Biblohaus: la casa editrice maceratese cui fa capo anche il marchio “Simple”, con il quale è stato contrassegnato uno dei libri dei quali si è già detto (quello su Fonti, fontane, lavatoi e fontanili). Per l’occasione, Biblohaus – che privilegia le iniziative che hanno ad oggetto la bibliografia e la cultura editoriale e tipografica, ma anche altro ancora – è stata presentata da Nando Cecini, bibliofilo, noto studioso di letteratura contemporanea, e, in particolare, di letteratura marchigiana dell’Ottocento e del Novecento, autore, tra l’altro – non possiamo non ricordarlo qui –, di uno splendido libro presentato in occasione della terza edizione di “Freschi di stampa”: Le parole e la città. Guida letteraria delle Marche, edita da un altro grande editore marchigiano, che fa piacere aver l’occasione di nominare nella presente sede: “Il lavoro editoriale” di Ancona. L’organizzazione della manifestazione – come già quella che si è tenuta l’anno scorso a San Severino Marche (e della quale si è specificamente dato conto nel numero 62 di questa Rivista) – è stata curata congiuntamente da Alberto Pellegrino e Maurizio Cinelli. ¤


La Fondazione

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Cardinale Del Monte mecenate della musica L'ENTE PRESENTATO IN SALA KOCH AL SENATO A ROMA

di Giorgio Girelli

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a Fondazione “Cardinale Francesco Maria Del Monte”, promossa dall’economista pesarese Francesco Del Monte, è stata presentata nella Sala Koch del Senato della Repubblica. Ambiente a me familiare perché un tempo, prima di essere destinato allo svolgimento di convegni, era la sala di studio della Biblioteca, attigua all’Aula : lì ho trascorso diverse ore durante i lunghi anni della mia attività di consigliere parlamentare presso la Camera Alta. Poi, con il trasferimento degli oltre settecentomila volumi e tremila periodici al Palazzo della Minerva, accanto al Pantheon, la Biblioteca, intitolata a Giovanni Spadolini, ebbe un prestigioso edificio tutto suo. I lavori del convegno sono stati introdotti da un articolato intervento di Gianni Letta, presidente della Fondazione Rossini, che ha ricostruito un simpatico parallelismo tra i vari segmenti che hanno caratterizzato attività e movimenti del cardinale Del Monte e la vita culturale e politica della presidente del Senato

Elisabetta Alberti Casellati. Il vice sindaco di Pesaro Daniele Vimini ha espresso compiacimento e l’augurio della città evidenziando le potenzialità culturali della Fondazione e le sinergie praticabili con il tessuto culturale del centro marchigiano, eretto dall’Unesco a “città della musica”, arte cui il cardinale ha dedicato ampie cure. Con Letta e Vimini c’è stata l’opportunità, oltre che di commentare positivamente la nascita della Istituzione intitolata al cardinale, anche di approfondire temi di comune interesse musicale. Il professor Del Monte ha già all’attivo della Fondazione da lui presieduta la pubblicazione di un ponderoso volume sull’antenato cardinale, ricco di approfondimenti storici. L’ampia rete poi di contatti internazionali che l’economista ha saputo attivare assicureranno fruttuosi risultati alla Fondazione e occasione di grande arricchimento alla cultura pesarese e nazionale. Anche il comune di Pesaro ha visto con favore la nascita del nuovo ente culturale e sta approfondendo le procedure per un possibile ingresso nella Istituzione. Francesco Maria Del Monte (1549 – 1626) fu un fine diplomatico ed un generoso mecenate appassionato delle arti, delle scienze e della musica. Fissò la sua residenza nel 1589 a Palazzo Madama (oggi sede del Senato), grandioso edificio che gli fu offerto da Ferdinando De’ Medici per il disbrigo delle sue attività istituzionali. Il palazzo era frequentato tra gli altri, oltre che da Galileo Galilei, dal Caravaggio, da Federico Cesi, anche da politici, diplomatici, scienziati, musici-


La Fondazione

Il cardinale fu protettore della “Congregazione dei musici” che diverrà la famosa Accademia di Santa Cecilia

Nella pagina precedente la Sala Koch del Senato della Repubblica In alto, un ritratto del cardinale Del Monte di Ottavio Leoni Qui sopra, un'immagine di Galileo Galilei

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sti, tanto che il luogo divenne un ambiente interdisciplinare di livello europeo. Suo fratello, Guidubaldo Del Monte, condottiero e scienziato, era nato a Pesaro e su di lui ha condotto studi, tra gli altri, il professor Enrico Gamba. E proprio attraverso Guidubaldo sorse l’amicizia del cardinale con Galileo Galilei. Questi, in difficoltà economiche, fu in due circostanze, per il tramite di Guidubaldo, aiutato dal Cardinale Del Monte grazie al quale ebbe da Ferdinando I dei Medici la cattedra di matematica (1589) all’università di Pisa e nel 1592 all’università di Padova. Fu pure da lui difeso in occasione dello storico processo intentato contro il grande personaggio. Singolare poi l’aneddoto per cui, dopo aver ricevuto dallo scienziato pisano uno dei primi cannocchiali, il cardinale Del Monte suggerì a Galilei di provare ad impiegare in luogo del vetro il “cristallo di montagna”. Cosa che Galileo fece riscontrandone la validità. Tra le altre attività, il cardinale Del Monte fu anche protettore, a Roma, della “Congregazione dei musici”. L’istituzione, che in futuro diventerà la famosa Accademia di Santa Cecilia, ora presieduta da Michele dall’Ongaro, nel 1585 venne riconosciuta con la bolla Ratione Congruit di Sisto V, anch’egli marchigiano. Va peraltro ricordato che “gli anni sessanta del XVI secolo erano periodo di crisi per la musica sacra”, come scrive Domenico Carboni nella sua storia sul Conservatorio di Musica Santa Cecilia: nel Concilio Tridentino del 1562 “un buon numero di padri proposero di abolire la musica nelle funzio-

ni” religiose: veniva eccepito che la musica polifonica “era diventata sempre più elaborata” e la comprensione del “testo liturgico si perdeva nei meandri del virtuosismo contrappuntistico di derivazione fiamminga”. Altro rilievo riguardava il ricorso “ad arie profane alla moda” ( tema che fa discutere anche oggi). Giovanni Pierluigi da Palestrina convinse però il Pontefice a non seguire questa strada, pur promuovendo l’adozione di riforme volte a sfrondare “le fioriture contrappuntistiche”. Nel 1624 Urbano VIII concesse alla Congregazione “la licenza dell’insegnamento musicale ed il diritto di veto su tutte le pubblicazioni di musica ecclesiastica.” Venne poi fissato l’obbligo per gli esecutori di musiche ecclesiastiche di aderire alla Congregazione. L’organismo acquistò una influenza notevole finchè nel 1716 Clemente XI, papa urbinate, allo scopo di disciplinarne compiutamente organizzazione e compiti adottò un complesso decreto stabilendo che “qualunque persona tanto ecclesiastica quanto secolare che al presente esercita, ed in avvenire eserciterà, la professione della musica, sì nelle cappelle di servizio continuo, come in ogni altra chiesa di Roma, debba osservare li statuti della nostra Congregazione, ubbidire non solo a’ presenti decreti, ma a tutti gl’altri ordini e decreti da farsi in avvenire dalla medesima sotto le pene che si diranno appresso, intendendosi però sempre eccettuati li Musici della Cappella Pontificia li quali formano fra di loro un Collegio affatto distinto dalla nostra Congregazione”. ¤


Gli incontri de “Le Cento Città”

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Quando l’uomo sposa natura e tecnologia VISITA ALL'AZIENDA LOCCIONI SULLE RIVE DELL'ESINO

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L’impresa attenta alla comunità e alla valorizzazione degli studenti con il motto “misurare per migliorare”

Nella foto, i soci dell'associazione "Le Cento Città" dopo la visita all'azienda Loccioni

alla metalmezzadria all’impresa di conoscenza. La Loccioni, lungo le rive del fiume Esino, nasce dalla tradizione dell’imprenditoria marchigiana per reinventare la modernità coinvolgendo le persone e le comunità del territorio. La fondazione ha probabilmente i geni “rivoluzionari” dell’anno, il 1968, ma attuati da due persone, una coppia nella vita e nel lavoro, che traducono innovazione, concretezza e lungimiranza all’interno della comunità in cui vivono. Enrico Loccioni, elettricista, e Graziella Rebechini, ragioniera, creano un’azienda di impiantistica industriale che parte dal rapporto con Vittorio Merloni, con cui sperimentano l’innovativo controllo di qualità della lavatrice Margherita prima di venderla, per arrivare a costruire un’impresa specializzata in sistemi automatici di misura e di controllo che, al motto di “misurare per migliorare”, raggiunge clienti internazionali dell’elettrodomestico, automotive, medicale, ambiente, energia. Accanto alla sede dell’azienda, c’è “2 km di Futuro”, progetto di “adozione” e di controllo del fiume Esino che, in tre occasioni, è esondato danneggiandola. Loccioni investe per mettere

in sicurezza l’argine del fiume, utilizzandone l’energia idrica che contribuisce all’autonomia dello stabilimento produttivo, e per allestire uno spazio collettivo con il ponte pedonale 2068, firmato dall’architetto Thomas Herzog, e una ciclopedonale. E’ uno dei recenti progetti di condivisione della Loccioni che, con il Comune di Apiro, lavora alla sua valorizzazione culturale e turistica, al suo recupero strutturale e della locale scuola elementare, dove andava lo stesso nonno Enrico. “Le Cento Città” hanno potuto scoprire qual è il rapporto fra persona, natura e tecnologia che caratterizza Loccioni: 450 i collaboratori, età media 33 anni, la metà laureati. “I miei ragazzi” li chiamava Graziella, scomparsa nel 2015. “Coltiviamo talenti – ha detto Enrico Loccioni -, cerchiamo di coinvolgere i giovani del nostro territorio fin dalle scuole primarie, con esperienze in classi virtuali che simulano la creazione di un progetto aziendale. Cerchiamo di valorizzare i laureati delle Università delle Marche spingendoli a condividere con noi la passione per questo progetto comune e anche a diventarne protagonisti con la creazione di startup”. ¤ p.c.


L’associazione

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LE CENTO CITTA’ Associazione per le Marche Fondata nel 1995 “L’Associazione si pone lo scopo di promuovere e coordinare studi ed azioni finalizzati a rafforzare l’identità culturale della Regione Marche e a favorirne lo sviluppo economico e sociale attraverso la conoscenza e la valorizzazione delle realtà esistenti, il recupero e la tutela del passato, la collaborazione tra soggetti pubblici e privati, la partecipazione al dialogo culturale interregionale ed europeo, nonché con le comunità marchigiane all’estero.” (Art.3 dello Statuto)

Presidenti

Giovanni Danieli

(marzo 1995 – dicembre 1996)

Catervo Cangiotti

(gennaio 1996 – dicembre 1997)

Folco Di Santo

(gennaio 1998 – dicembre 1999)

Alberto Berardi

(gennaio 2000 – dicembre 2001)

Evio Hermas Ercoli

(gennaio 2002 – dicembre 2003)

Mario Canti

(gennaio 2004 – luglio 2005)

Enrico Paciaroni

(agosto 2005 – dicembre 2006)

Tullio Tonnini

(gennaio 2007 – dicembre 2007)

Bruno Brandoni

(gennaio 2008 – luglio 2008)

Alberto Pellegrino

(agosto 2008 – luglio 2009)

Walter Scotucci

(agosto 2009 – luglio 2010)

Maria Luisa Polichetti (agosto 2010 – luglio 2011)

Ettore Franca

(agosto 2011 – luglio 2012)

Natale Frega

(agosto 2012 – luglio 2013)

Maurizio Cinelli

(agosto 2013 – luglio 2014)

Giovanni Danieli

(agosto 2014 – luglio 2015)

Luciano Capodaglio

(agosto 2015 – luglio 2016)

Marco Belogi

(agosto 2016 – luglio 2017)

Giorgio Rossi

(agosto 2017 – luglio 2018)

Le Cento Città Direttore responsabile Franco Elisei Direttore editoriale Maurizio Cinelli Comitato editoriale Marco Belogi Fabio Brisighelli Alberto Pellegrino Giordano Pierlorenzi Claudio Sargenti Direzione, redazione amministrazione Associazione Le Cento Città redazionecentocitta@ gmail.com

Progetto grafico Poliarte Accademia di design Ancona Coordinamento progetto grafico e impaginazione Prof. Sergio Giantomassi Stampa Errebi Grafiche Ripesi Falconara M.ma Presidente Le Cento Città Mara Silvestrini

Sede Via Asiago 12 60124, Ancona Poste Italiane Spa spedizione in abbonamento postale 70% CN AN Reg. del Tribunale di Ancona n.20 del 10/7/1995


66/67|2019

Mara Silvestrini Luigi Benelli Paola Cimarelli Giovanni Danieli Maria Montroni Giorgio Scalise Giovanni Filosa Claudio Desideri

Marco Belogi Federica Facchini Nando Cecini Giordano Pierlorenzi Alberto Pellegrino Catia Mengucci Giulia Lavagnoli Claudio Sargenti Fabio Brisighelli Elena Lume Giorgio Girelli Armando Ginesi Dante Trebbi Maurizio Cinelli

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