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63|2018

Sped. in a.p. - 70% - Filiale di Ancona

Rivista di divulgazione culturale e artistica del territorio marchigiano

ARTE | STORIA | ARCHEOLOGIA | LETTERATURA | SOCIETÀ | MUSICA | SCIENZE

“IL GIOIELLO”

Riviera del Conero fascino

internazionale

Grazia Calegari Federica Facchini Claudio Sargenti Alberto Pellegrino Maurizio Cinelli Silvia Luni

NUMERO 63 | 2018

Giorgio Rossi Giorgio Scalise Vincenzo Varagona Claudio Desideri Paola Cimarelli Edoardo Biondi Luigi Benelli

Il caso Lisippo, pronti allo scontro finale

Il personaggio La storia di Urbani il medico-eroe

La Grande Guerra Lapidi in degrado memorie sbiadite

A PAGINA 7

A PAGINA 13

A PAGINA 49

NUMERO

63|2018 LUGLIO


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info@coferm.it www.coferm.it Le Cento Città , n. 56


Editoriale

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Riviera del Conero Patrimonio Unesco?

L di Giorgio Rossi Presidente de Le Cento Città

Mare cristallino spiagge incontaminate calette bianchissime immerse tra il giallo delle ginestre e il viola della lavanda Un vero tesoro

a mia presidenza si sta per concludere e questo è il mio quarto e definitivo editoriale. Ho scelto di titolare questo scritto con un interrogativo che cercherò di motivare ma che, ne sono certo, si pongono anche tanti estimatori delle nostre Marche. Si tratta di un’idea forte, verificata anche con il Collegio dei Past Presidenti e con tanti amici, che se realizzata, come la nota vicenda del Lisippo, sarebbe motivo di grande prestigio per un territorio da tutti riconosciuto come un tesoro da valorizzare e salvaguardare. Sull’argomento, mi ha molto colpito quanto apparso nell’aprile scorso sul “Resto del Carlino” nella rubrica “Cronisti in classe” dove, nel suo componimento una giovane studentes-

sa, a cui auguro un brillante futuro da scrittrice o giornalista, così descriveva lo scorcio di Portonovo che si ammira dal monte: “E’ un panorama mozzafiato, indescrivibile, perché non bastano le parole per spiegare l’emozione che provo ogni volta che ci passo; posso solo dire che ormai l’avrò visto mille volte, ma ancora quando lo guardo mi stupisco e il cuore mi batte fortissimo. Un’apertura tra gli alberi che affiancano la strada lascia spazio al

Monte Conero che si getta nel mare, un mare di bellezza singolare in cui anche a trecento metri di altitudine si possono intravedere gli scogli sul fondale”. Ho cercato qualche cosa di più in rete e, nel sito della “Lonely Planet” (edita in Australia), una delle guide turistiche più famose al mondo, ho trovato un articolo dedicato alla zona del Conero, dove si parla di “un mare cristallino, spiagge incontaminate, calette di sassolini bianchissimi e scogliere incredibilmente verdeggianti punteggiate dal viola della lavanda e dal giallo delle ginestre”. Si cita Portonovo, definito “un luogo romantico” con il Trave, Mezzavalle, la Vela; si descrive Sirolo come “un tipico paesino di mare con le strade pedonali piene di negozietti vezzosi, le notti d’estate animate……., non dimenticando le Due Sorelle, la spiaggia Urbani, quelle di San Michele e dei Sassi Neri. E ancora, Numana con la sua Costarella, “una stradina lunga qualche centinaio di metri, con una discreta pendenza, costeggiata da basse case in pietra, con decine di vasi fioriti che la colorano…..”. Qui mi fermo, chiedendomi come mai questo straordinario patrimonio ambientale, storico e naturalistico, vero tesoro delle nostre Marche, non sia ancora stato inserito tra i siti riconosciuti patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. L’augurio che l’Associazione “Le Cento Città” può fare è che l’idea venga fatta propria da uno degli Enti preposti, ad ogni livello, nella speranza che un luogo di tanta bellezza venga finalmente riconosciuto come innegabilmente si merita. ¤


Editoriale

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In un anno 13 eventi Le Cento Città crescono

I

Momenti delle ultime iniziative dell'associazione leCentocittà In alto, alla scoperta dei nuovi scavi di Pompei e sotto, nella fermata più suggestiva della metropolitana di Napoli

n questi ultimi mesi del mio mandato, si sono succeduti alcuni importanti eventi. In aprile, ci siamo mossi sulle tracce degli Sforza e dei Malatesta, visitando Gradara, appena nominata “Borgo dei Borghi” d’Italia, salendo poi alla Rocca di Verucchio dove abbiamo anche potuto godere di un vastissimo panorama. Maggio ci ha visto la mattina a Montalto delle Marche dove, a cento anni dalla fine della prima guerra mondiale, abbiamo celebrato l’Arch. Giuseppe Sacconi, progettista del Vittoriano di Roma; il pomeriggio, presi per mano dal Socio Prof. Gianfranco Paci, abbiamo poi ammirato il colonnato del santuario ellenistico-romano di Monte Rinaldo. A fine maggio, la gita sociale a Napoli, Pompei, Caserta: un grande successo di partecipazione, con la gemma indimenticabile della Traviata nello stupendo Teatro San Carlo. Infine, l’ultima domenica di giugno, la consegna del Premio “Città marchigiana della cultura 2018” alla Città di Jesi, con una toccante cerimonia nella Sala del Consiglio Comunale. La giornata è poi proseguita con un breve ricordo dell’umanista e politico jesino Angelo Colocci tenuto dal Socio Dott.Giorgio Mangani e con la visita della Pinacoteca Civica, del rinnovato Museo Archeologico e del nuovissimo e sorprendente Museo dedicato a Federico II. Ora ci avviamo verso la consueta Assemblea d’estate che vedrà il passaggio del testimone alla Dott.ssa Mara

Silvestrini, nostra nuova Presidente che, non ho dubbi, saprà tenere ben alto il prestigio de “Le Cento Città” ed alla quale porgo i più sinceri auguri di ogni successo. Concludere questo mio scritto non mi riesce affatto facile perché i ricordi e le emozioni emergono in gran numero e si confondono gli uni con le altre. L’anno di Presidenza, impegnativo ma in definitiva anche gratificante, è passato velocemente senza scosse o problemi di qualche rilevanza, pur realizzando un totale di tredici eventi che hanno sempre visto vivo interesse e larga partecipazione. Se così è stato, ben poco merito va attribuito alla mia persona, perché tutto deve essere ascritto all’impegno ed alla dedizione di chi mi è stato vicino, la Giunta tutta, il Segretario Giorgio Scalise in particolare, i Soci tutti, sia i più assidui che gli altri, che mi hanno sempre fatto sentire il calore della loro affettuosa e amichevole disponibilità. L’obiettivo che mi ero posto all’inizio del mandato era mantenere e, se possibile, accrescere l’atmosfera di aperta e schietta amicizia all’interno di tutta l’Associazione. Ora, giunto a conclusione, credo di poter dire che non ho lavorato invano: l’atmosfera che si respira è serena, i rapporti interpersonali sono cresciuti, la reciproca amicizia si è consolidata. Infine, in attesa di farlo all’Assemblea, vi unisco tutti in un grande affettuoso abbraccio con l’augurio di lunga e prospera vita a “Le Cento Città”. Giorgio Rossi


Argomenti

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Sommario 7

Il caso

Sulla statua di Lisippo è scontro finale

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Il riconoscimento

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Il personaggio | 1

2018, l'anno di Jesi città della cultura

Urbani, un medico un eroe e un allievo DI GIORGIO SCALISE

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Il personaggio | 2

Riuscì a salvare milioni di persone DI VINCENZO VARAGONA

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La bellezza | 1

Portonovo, il gioiello dell'Adriatico DI CLAUDIO DESIDERI

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La bellezza | 2

Immersi nella natura tra il verde e il blu DI PAOLA CIMARELLI

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La bellezza | 3

Da trenta anni il primo Parco nelle Marche DI EDOARDO BIONDI

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L’evento

Il fascino blu e giallo colori di Lorenzo Lotto DI LUIGI BENELLI


Argomenti

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Sommario 41

Immagini del '900

Bonetti, soldato pittore del convento-biblioteca DI GRAZIA CALEGARI

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Contemporaneità

Ar[t]cevia, l’arte entra nei castelli DI FEDERICA FACCHINI

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Il vanto

La protezione civile eccellenza marchigiana DI CLAUDIO SARGENTI

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La Grande Guerra

Monumenti ai caduti il non diritto all'oblio DI ALBERTO PELLEGRINO

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Il volume

Fontane, pozzi e fonti specchio di civiltà DI MAURIZIO CINELLI

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La ricerca

Oratorio Sant'Emidio tra arte e limoni DI SILVIA LUNI

In copertina, un suggestivo panorama della Riviera del Conero con in primo piano il Trave (Foto di Edoardo Biondi)


Il caso

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Sulla statua di Lisippo è scontro finale IL GIUDICE CONFERMA LA CONFISCA, FANO ATTENDE

È

ancora presto per immaginarlo a Fano al museo archeologico. Ma dopo undici anni di battaglia promossa dall’associazione Cento Città, il giudice Giacomo Gasparini, «conferma la confisca disposta il 20 febbraio 2010 della statua denominata “L’Atleta Vittorioso” attribuita allo scultore greco Lisippo, attualmente detenuta al J P Getty Museum, ovunque essa si trovi». Una decisione di importanza storica, perché per la terza volta il Tribunale di Pesaro ordina la confisca del Lisippo come corpo del reato di esportazione illecita, perché bene culturale appartenente al patrimonio indisponibile dello Stato italiano. Ma non è finita, perché i legali del Get-

ty, annunciano un nuovo ricorso. Lo sa anche la Procura di Pesaro che ha tenuto una conferenza stampa per precisare proprio alcuni aspetti legati all’immediata eseguibilità dell’ordinanza, ma che di fatto ancora è lontana dal vedere un imballaggio portare il Lisippo in Italia. La statua venne pescata da un motopeschereccio fanese nel 1964 nell’Adriatico. I pescatori vendettero l’opera senza informare lo stato italiano. Il Lisippo fini così in Umbria. Qui ci fu un primo processo ai danni di un antiquario di Gubbio che acquistò l’opera, due suoi parenti e un prete che la custodiva in una canonica. Furono assolti con formula piena dopo un primo pronunciamento della Cassa-


Il caso

Per la terza volta il tribunale considera l’Atleta vittorioso un bene dello Stato italiano esportato illecitamente

8 zione che rispedì il caso alla corte d’appello. L’opera finì in mano al commerciante d'arte tedesco Heinz Herzer che la acquisì appunto tramite la società Artemis. Che ha poi promosso la vendita al Getty. Ci furono schermaglie sul prezzo, così il magnate americano mandò un suo emissario a Monaco per offrire 2,75 milioni di dollari, non un penny in più. Era il 1973, anno in cui morì il primogenito di Paul Getty e il nipote fu rapito a Roma. Un caso alla ribalta visto l’orecchio mozzato per la richiesta di riscatto. Il magnate sospese ogni trattativa. Getty morì senza acquistare l’opera, ma il cda della fondazione, decise di acquistarla in suo onore nel 1977 per 3,950 milioni di dollari. Ed è proprio su questo punto che il Giudice Gasparini si sofferma. Nella decisione si legge: “Gli opponenti (i legali del Getty Museum ndr) affermano che il ricco imprenditore non acquistò mai l’opera solo per motivi economici, giudicando il prezzo eccessivo. Ma in numerosi atti e documenti emergono con chiarezza anche le perplessità sulla validità del titolo di acquisto di Herzer. Infatti in una lettera al commerciante, Getty esplicava la necessità di ottenere un titolo di proprietà incontestabile”. Per il giudice Getty fu guidato “alla rinuncia all’acquisto valutando che il bene non era immune da rischi legali”. Gaspa-

rini cita la lettera in cui si chiede conto “delle circostanze della sua uscita dall’Italia, se ci sia o meno possesso dello Stato Italiano e del chiaro titolo di proprietà Artemis”. Ma ancora viene fatto presente a Getty che i suoi fiduciari si “sforzeranno di discutere le questioni legali con le Belle Arti, la polizia italiana o qualsiasi altro ente per scoprire se ci possano essere o meno rivendicazioni legali sull’atleta di bronzo”. E viene messo nero su bianco che “il ritrovamento è da considerarsi in acque territoriali italiane”. La vicenda processuale fu riaperta negli anni duemila con un esposto alla Procura della Repubblica di Pesaro dell'associazione Le Cento Città, rappresentata dal professor Alberto Berardi. Nelle battaglie legali vennero contestate le condizioni dell'acquisto da parte del facoltoso Getty perché secondo l’accusa era di provenienza illecita, perché oggetto di esportazione illegale dall'Italia. Le ordinanze dei giudici dell'esecuzione del Tribunale di Pesaro Lorena Mussoni (del 2010) e Maurizio Di Palma (del 2012) ne chiedevano la confisca. Ma l’opposizione degli avvocati del Getty Trust sono sempre andate a buon fine. Fino a questa nuova decisione che sicuramente sarà impugnata nuovamente. Tanto che il procuratore Cristina Tedeschini e il pubblico ministero Silvia Cecchi hanno tenuto una conferenza stampa per precisare alcune questioni. “Siamo in itinere – ha detto Tedeschini - Per la terza volta la confisca, ma tanto per rimanere in ambito classico, sarà una maratona. Ci aspettiamo serenamente un ricorso dei legali del museo americano. E si può stimare al 50% che ci possa essere un ulteriore capitolo”. La fiducia che si possa riavere il bene resta alta, ma i tempi sono tutt’altro che ra-


Il caso

pidi. “Quando tornerà a casa? E’ una domanda aperta. Ma pensiamo che tutto alla fine andrà nel verso giusto perché anche questa decisione dimostra che la statua è dell’Italia e qui deve tornare. Il rientro concreto sarà un cammino molto arduo, almeno con questa amministrazione. Ci vorrà tanta attività diplomatica perché queste situazioni si risolvono grazie ai rapporti”. Ma visti i tempi di sanzioni, dazi e chiusure si è accennato anche a un possibile braccio di ferro. Con la minaccia di non collaborare più per mostre o esposizioni in America. Il pm Silvia Cecchi, ha ammesso che ancora “ci vorranno altri mesi sicuramente. Ma abbiamo una ordinanza molto decisa che sbaraglia molti possibili vizi di forma per cui poter ricorrere. Si stabilisce definitivamente che è stata pescata in acque territoriali. Siamo anche pronti a costituirci parte civile in America per arrivare alla fine della questione”. In caso di rinvio della Cassazione, tutto potrebbe ritornare davanti al

9 Gip di Pesaro. L’avvocato dell’associazione Le Cento Città che ha avanzato l’esposto da cui è partita l’inchiesta, Tristano Tonnini, ha sottolineato come “con questa ordinanza si evince chiaramente la non diligence del museo nell’acquisto dell’opera. In più passaggi e documenti si negano alcuni aspetti. Il giudice Giacomo Gasparini scrive che Grimaldi, “mentendo” aveva detto a un funzionario del ministero che la statua veniva dalla Grecia”. Tonnini ricorda che “lo stesso Getty aveva asserito che si sarebbe impegnata a restituire la statua. I tasselli sono tutti in fila, ora dobbiamo riprendercelo”. Dopo undici anni di indagini e processi, a Fano il sindaco Massimo Seri è pronto. Si dice “soddisfatto dell’ordinanza” e pensa al futuro. “Abbiamo l’imbarazzo della scelta su dove collocare il Lisippo. Pensiamo alla Sala Morganti, ma anche a nuove sale. Il museo archeologico è quasi pronto e con questo bronzo l’appeal culturale crescerebbe ulteriormen-

Nelle pagine precedenti alcuni particolari dell'Atleta Vittorioso attribuito allo scultore greco Lisippo Qui sotto una copia collocata sul lungomare di Fano Sopra, il francobollo con l'immagine della scultura contesa


Il caso

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Ma il Getty Museum annuncia di nuovo battaglia Il rientro dell’opera avrà un cammino ancora arduo

In alto, particolare della preziosa statua e sotto uno degli ingressi del Paul Getty Museum in California

te. Motivo per cui vogliamo candidarci a capitale della Cultura 2021 con il Lisippo che farebbe da volano”. Il ministro della cultura Bonisoli auspica il rientro in Italia della statua e pensa a una soluzione diplomatica. Da qui “l'auspicio che si possa arrivare attraverso un canale di diplomazia culturale a un accordo con il Getty Museum utile a riconoscere la proprietà italiana della statua e a prevederne il rientro nel nostro Paese, in modi e termini reciprocamente vantaggiosi". Ma per il museo americano non è tempo di diplomazia. Ron Hartwig, portavoce del

J. Paul Getty Trust, afferma che il Getty è "deluso dalla sentenza e continuerà a difendere il suo diritto legale alla statua, insistendo che l'opera è stato scoperta in acque internazionali e acquistato da il museo "anni dopo che i tribunali italiani hanno concluso che non c'erano prove che la statua appartenesse all'Italia". Il portavoce di Getty sostiene inoltre che la statua non fa parte del patrimonio culturale italiano. "La scoperta accidentale di cittadini italiani non rende la statua un oggetto italiano", dice Hartwig. "Trovato fuori dal territorio di qualsiasi stato moderno e immerso nel mare per due millenni, il Bronzo ha solo una fugace e fortuita connessione con l'Italia”. Tanto che nel sito internet del Getty Museum l’opera viene descritta come un bronzo databile tra il 300 e il 100 avanti Cristo. Non viene attribuita a Lisippo, ma di un artista greco sconosciuto. Eppure per diversi storici dell’arte ed enciclopedia, viene riconosciuta come unica opera superstite dello scultore greco Lisippo. Del suo lavoro si conoscono solo copie romane. Ma c’è anche una sottolineatura importante nella scheda dell’opera. Ovvero: “Trovato nel mare in acque internazionali, questa statua è uno dei pochi bronzi greci di grandezza naturale che sono sopravvissuti; come tale, fornisce molte informazioni sulla tecnologia dell'antico processo realizzativo in bronzo”. E come provenienza viene indicato “Heinz Herzer (Artemis Fine Arts Ltd) (Munich, Germany), venduta al J. Paul Getty Museum nel 1977”. ¤ luben


Il riconoscimento

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2018, l’anno di Jesi città della cultura IL PRESTIGIOSO TITOLO ASSEGNATO DA LE CENTO CITTÀ

L’

orizzonte della Galleria degli Stucchi, i colori di Lorenzo Lotto nella Pinacoteca, la parola recitata sulle assi del teatro Pergolesi, il museo per scoprire Federico

II, Imperatore Stupor Mundi, lo sguardo che si sente accolto in piazza della Repubblica, il profumo delle colline che si tramuta nell'aroma del vino nel nuovo Istituto marchigiano di enogastronomia. E’ un racconto lungo quello di Jesi e dei suoi simboli di una cultura valorizzata e costruita per essere protagonista della vita sociale ma anche del turismo. A questo impegno, l’associazione Le Cento Città ha riconosciuto il titolo di “Città marchigiana della cultura per il 2018”, che è stato consegnato nell’aula consiliare del Comune di Jesi. Le motivazioni della scelta nascono dallo statuto stesso dell’associazione che ha come suo scopo, ha spiegato il presidente Giorgio Rossi, “promuovere e coordinare studi e azioni finalizzati a rafforzare l’identità culturale della regione Marche e a favorirne lo

sviluppo economico e sociale attraverso la conoscenza e la valorizzazione delle realtà esistenti, il recupero e la tutela del passato, la collaborazione tra soggetti pubblici e privati, la partecipazione al dialogo interregionale ed europeo anche con le varie comunità marchigiane presenti in Italia ed all’estero”. Obiettivi che hanno trovato corrispondenza nel lavoro fatto per la cultura dalla città negli ultimi anni. Una scelta, ha aggiunto Rossi, che potrebbe essere giustificata anche solo dalle parole di Peter Aufreiter, direttore nazionale della Galleria delle Marche, che, “inaugurando il nuovo Museo archeologico alle scuderie di Palazzo Pianetti, ricordando la precedente apertura del Museo “Federico II Stupor Mundi”, ebbe a dire, testualmente, “in poco più di cinque mesi è il secondo museo che inauguro a Jesi. Ora basta però sennò le altre città sono gelose”. Basterebbero queste sole parole per approvare e giustificare la decisione presa dalla nostra commissione”. Tante le carte che Jesi mette in gioco nella cultura. “L’imponente cinta muraria, perfettamente conservata – ha ricordato il presidente dell’associazione -, il quattrocentesco Palazzo della Signoria, il settecentesco teatro Pergolesi, Palazzo Pianetti con la sua Galleria degli stucchi e la splendida Pinacoteca, il nuovissimo Istituto marchigiano di enogastronomia, appena aperto nello storico Palazzo Balleani”. A ricevere l’attestato, c’erano il sindaco di Jesi, Massimo Bacci, e il vicesindaco e as-


Il riconoscimento

Il sindaco Bacci: Un onore questo attestato ma anche un impegno a trasferire l’offerta culturale oltre i nostri confini

Alcuni momenti dell'assegnazione del titolo di "Città marchigiana della cultura" da parte dell'associazione Le Cento Città

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sessore alla Cultura, Luca Butini. “Ottenere questo riconoscimento è un onore e un impegno – ha detto Bacci – nel proseguire quanto abbiamo fatto in questi sei anni, un tempo che per un’amministrazione pubblica è brevissimo. Abbiamo cercato di proporre un’offerta culturale che andasse al di là del confine comunale” e che “potesse essere anche uno strumento di sviluppo per il turismo. Esempi sono la Biblioteca con l’offerta multimediale per tutte le fasce di età e l’apertura un anno fa del museo dedicato a Federico II, grazie al mecenatismo di Gennaro Pieralisi, un luogo in cui la Fondazione Federico II Hohenstaufen Jesi ha fatto un lavoro straordinario”. Tutto ciò anche “per arrivare ad avere un turismo differente, che già registra il raddoppio della presenza dal nord Europa, indice di una tendenza legata all’offerta culturale. Per continuare la crescita, però, occorre un’azione sinergica con la Regione Marche, con l’obiettivo di promuovere il territorio e di superare quella che è la crisi del manifatturiero e del credito”. Il compito dell’amministrazione comunale per la cultura, ha detto il vicesindaco e assessore alla cultura, Luca Butini, è stato quello “di ricostruire l’identità culturale, legata anche alla figura di Federico II, una coccarda che il nostro territorio si può mettere” oltre al valore “delle tradizioni non scritte che ogni famiglia si porta dietro e che ritroviamo nell’Ime, un luogo per valorizzare le nostre eccellenze enogastronomiche. Crediamo che se un cittadino apprezza i beni culturali del-

la città può anche difenderli e accettare gli investimenti fatti, 4 milioni negli ultimi tre anni da parte di soggetti pubblici e privati, perché sono risorse utilizzate per le future generazioni”. Butini ha portato l’esempio del grande lavoro compiuto “per conservare il titolo di teatro di tradizione al Pergolesi, un riconoscimento che compie 50 anni, che è un biglietto da visita che vale anche per il turista straniero e che fa parte della nostra identità. Nel giro di pochi mesi, per conservare questo titolo, siamo riusciti ad organizzare il programma triennale, come richiede il ministero dei Beni culturali, anche grazie alla collaborazione con i teatri delle Marche e internazionali e al dialogo con la neonata Fondazione rete lirica delle Marche. Quello che cerchiamo di fare è aumentare la consapevolezza del valore culturale di Jesi, per lasciare una città migliore di come l’abbiamo trovata”. Un valore che, ha sottolineato Butini, “si è espresso anche nella solidarietà post terremoto, con l’impiego nei nostri musei di operatori della Rete museale dei Sibillini”. A dissertare sulla Jesi culturale, l’ingegner Mauro Magagnini, che ha espresso il desiderio “di vedere presto l’apertura di un museo dedicato a Valeria Moriconi, per far sì che la città non sia solo identificata con lo sport, con le stelle mondiali della scherma e con l’allenatore della nazionale Roberto Mancini oggi. Siamo tutti innamorati di Jesi e crediamo che nelle opere, nelle arti, nel paesaggio, nell’enogastronomia, ci sia il suo futuro”. ¤


Il personaggio | 1

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Urbani, un medico un eroe e un allievo ATTENTO OSSERVATORE DELLE SOFFERENZE DEI PIÙ POVERI

H di Giorgio Scalise

In alto, il dottor Carlo Urbani mentre visita una bambina in sudest asiatico

o conosciuto Carlo nel 1981,quando si è laureato in Medicina e Chirurgia ed è entrato nella Clinica delle Malattie Infettive come “primo” frequentatore. Eravamo sistemati in tre piccole stanze sopra la Direzione Sanitaria del vecchio Umberto 1° e il nostro orario era dalle 8 del mattino fino alle 20 della sera (anche se lui restava di più e chiudeva tutto andandosene molto tardi). Ero riuscito ad acquistare uno dei primi computer in dotazione dell’Università e lui ci dedicava quasi tutta la giornata imparando e commentando insieme a me le nozioni di Parassitologia. Ricordo che una sera mi accorsi con terrore che gli era

comparso uno strabismo e vedeva doppio. Dopo una accurata visita specialistica e un lungo periodo di riposo disposi che per ogni ora di lavoro al computer, ci fossero almeno 10 minuti di riposo. Lo mandai poi a specializzarsi in Malattie Infettive e Tropicali a Messina (ancora non era stata istituita la specialità presso l’Università di Ancona) e quando tornò era un vero esperto di Parassitologia e mise su anche un piccolo laboratorio che serviva tutto l’Ospedale. Nell’ottobre del 1983 sposò Giuliana da cui ebbe i tre amati figli Tommaso, Luca e Maddalena. Fino al 1985 restò con me facendo pratica presso la


Il personaggio | 1

14 Divisione di Malattie Infettive e contemporaneamente iniziando i suoi avventurosi viaggi in Africa. Poiché era purtroppo impossibile una sistemazione nella Clinica delle Malattie Infetti-

Muore colpito dalla Sars la malattia che diagnosticò salvando dall’epidemia il Sud-est asiatico

ve si trasferì nella sua Castelplanio come medico di base dal 1986 al 1989. Spesso veniva a salutarmi e a raccontarmi delle sue esperienze mediche. Conobbi allora un Carlo medico dotato di passione, intelligenza, cuore e professionalità. Capii finalmente che il suo era un percorso appena iniziato, ma predeterminato. Ammirai soprattutto le sue imprese giovanili (l’assistenza estiva ai ragazzi disabili dell’Istituto Santo Stefano, la fondazione del Gruppo di Solidarietà Mani Tese e tante altre iniziative per i più poveri e i derelitti. Nel 1990 entrò sotto mio consiglio aiuto al reparto di Malattie Infettive di Macerata dove restò fino al 2000 meritando l’amicizia e la stima di tutti ,qualificando il reparto sia nel campo parassitologico che in quello della cura dei malati di Aids. Dedicò negli ultimi anni molto tempo all’organizzazione di un congresso internazionale sulla parassitologia in cui intervennero specialisti famosi da tutto il mondo. Nel frattempo continuavano i sui avventu-

rosi viaggi in Malì, in Mauritania, in Etiopia, Cambogia e Vietnam e dovunque vi fosse sofferenza e povertà. I viaggi non erano certamente fatti per turismo; i suoi compagni erano scelti accuratamente per poter aiutare le popolazioni disagiate e il carico fatto di medicinali e vaccini. I suoi compagni ricordano episodi di coraggio che rasentavano l’incoscienza, ma anche episodi di semplice ed umana paura. Un episodio riferito dai suoi compagni mi commuove ancora oggi per l’attenzione prestata alle mie lezioni: a pranzo in una oasi del deserto si raccomandava di tagliare via gli estremi delle banane in quanto possibile ricettacolo di amebe. Ebbene questa era una raccomandazione che io facevo a lezione, che non compariva in nessun libro e che io avevo ereditato da un vecchio zio microbiologo ed igienista che mi raccontava sempre questa storia un po' fantastica ed un po' vera. Passione, cuore e professionalità Si specializzò presto nello studio della Schistosomiasi scoprendo i luoghi dove erano localizzate le larve e dove era pericoloso fare il bagno. Dettò alle popolazioni tutte le norme igieniche per evitare questa pericolosa malattia parassitaria. Diventato Presidente di Medici Senza Frontiere Italiani, ritira ad Oslo il premio Nobel per la pace all’associazione. Naturalmente tutto il premio verrà utilizzato per l’acquisto di farmaci per le popolazioni disagiate. Nel 2000,contro il mio parere, si dimette dall’Ospedale di Macerata (dove era assicurato il posto di primario) e accetta la carica di Esperto Oms per il sud est Asiatico


Il personaggio | 1

con sede ad Hanoi in Vietnam portando con se tutta la famiglia. Questo è forse il periodo più felice di Carlo che, con la sua famiglia accanto, può stringere rapporti con altri colleghi, frequentare potenti politici locali, inserirsi nella catena di comando dell’Oms. Tutti possono apprezzare la sua semplicità, ma anche la sua determinazione e la sua professionalità. Mai rinuncia nel contempo alla sua funzione di “osservatore privilegiato” delle sofferenze umane dei più poveri e disagiati. Esercita sempre quello che è “Il suo chiodo fisso” e cioè garantire l’accesso alla salute ai più poveri sfruttando tutte le conoscenze interne ed anche esterne. In questo periodo può esercitare le sue passioni: la fotografia, la musica, la chitarra ed anche, a Castelplanio, i voli con il deltaplano. Le sue capacità oratorie ed il suo umorismo innato, convincono ed attraggono tutti

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coloro che hanno la fortuna di ascoltarlo. Le sue lettere a suor Anna Maria Vissani ,sua confidente spirituale, ci aprono l’animo di un uomo tormentato dalle disgrazie a cui assiste, ma anche deciso ad affrontarle e a risolverle con tutti i mezzi a sua disposizione nel nome di una incrollabile fede cristiana ed amore per prossimo. Scatta l'allarme per una strana influenza Ma tutto precipita il 28 Febbraio 2003 quando l’Ospedale Francese di Hanoi lo contatta per una strana “influenza” che ha colpito un uomo di affari americano proveniente da Hong Kong (zona in cui già erano stati segnalati casi simili). Carlo, nella sua qualità di alto funzionario dell’Oms, avrebbe potuto delegare altri, ma questo non è nel suo carattere. Si precipita al letto del malato e intuisce subito la gravità e l’estrema contagio-

Nella pagina a fianco dall'alto Urbani nel 2002 con la famiglia e in un momento di pausa nel deserto Qui sopra, alcuni dei suoi piccoli pazienti, per loro ha offerto la sua vita


Il personaggio | 1

Come Presidente dei Medici senza frontiere ritira ad Oslo il premio per la pace all’Associazione

Un ritratto di Carlo Urbani realizzato da Sergio Giantomassi

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sità nuova malattia: la Sars. Dà immediate disposizioni per l’immediato isolamento dell’Ospedale e dei contatti e di tutto il personale che nel frattempo era caduto ammalato. In pochi giorni riesce ad allertare sia l’Oms che il Ministero della Sanità del Vietnam, descrive la sintomatologia e la gravità della prognosi della Sars (polmonite atipica o sindrome respiratoria acuta grave) che prima di essere circoscritta causerà 775 morti in tutto il mondo. L’11 marzo vola a Bangkok per relazionare ad un importante convegno sulla Sars, ma durante il viaggio avverte i primi sintomi della malattia, per cui allo sbarco allontana tutti e chiede il suo isolamento in ospedale. Vuole che i figli ritornino in Italia, ma la moglie resta ad assisterlo nella sua lunga e dolorosa malattia che si conclude il 29 Marzo con la sua morte. Le misure impostate da Carlo fanno si che il 28 Aprile il Vie-

tnam venga dichiarato esente dalla Sars. Medaglia d'oro per la Sanità Pubblica Il 7 aprile 2003 riceve alla memoria la Medaglia d’oro per i Benemeriti della Sanità Pubblica su proposta del Ministro della Sanità italiano (il primo di tanti riconoscimenti e intitolazioni). Io non so se Carlo avrebbe voluto tutta questa notorietà seguita alla sua morte, ma certamente sarebbe stato felice di poter aiutare di più, anche economicamente, le sue popolazioni disagiate e povere a cui aveva dedicato la sua breve ed intensa vita. In questo senso l’Aicu rappresenta al meglio la prosecuzione dei suoi ideali. Permettetemi in conclusione di citare la sua famosa frase: Sono cresciuto inseguendo il miraggio di incarnare i sogni. Ho fatto dei miei sogni la mia vita ed il mio lavoro. ¤


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Riuscì a salvare milioni di persone IL MEDICO DI CASTELPLANIO CELEBRATO DALL'OMS

Q di Vincenzo Varagona

uindici anni fa a Bangkok ci lasciava Carlo Urbani, marchigiano di Castelplanio, medico infettivologo. Si era appena reso conto di avere scoperto un virus potentissimo, la sars. Probabilmente non ha fatto in tempo, morendo il 29 marzo 2003, a rendersi conto di avere impedito, con i suoi studi, con il suo protocollo antipandemie, adottato dall’Oms anche oggi, di avere salvato milioni di persone, interi paesi nel sud est asiatico.  Carlo era nato il 19 ottobre 1956. Nel paese della Vallesina qualche anno prima era arrivata, dalla Sicilia, la mamma, Maria. Si era laureata in matematica a Catania: voleva insegnare, cosa che nella sua terra in quel momento non era possibile. Così, accompagnata da un padre più che perplesso, ma rispettoso, Maria era arrivata nel piccolo paese marchigiano, dove nel tempo diventata dirigente della scuola e anche sindaco, uno dei primi ‘sindaci a mandato’. A chi le aveva chiesto la disponibilità a risolvere a crisi municipale aveva risposto: “Ci sto, ma solo per il tempo necessario a costruire la nuova scuola. Poi me ne vado” E così fece. Caparbia e tenace, la madre. Caparbio e tenace, il figlio, che fin da piccolo aveva un ‘chiodo fisso’: aiutare i più deboli. Comincia con ‘Mani Tese’, prosegue fondando il Gruppo di Solidarietà a Moie, a servizio dei disabili, lo fa sognando in grande. Vorrebbe garantire accesso ai farmaci essenziali alle popolazioni

bisognose. Vorrebbe mettere la gente di quelle aree del mondo (Africa, sud est asiatico) nelle condizioni di curarsi da sole, attraverso la formazione di personale sanitario locale. La battaglia alla quale ha dedicato la sua vita è davvero irta di difficoltà. Continua a non capacitarsi di come tanti bambini possano morire di schistosomiasi e altre malattie, quando basterebbe poco, davvero poco, per evitarlo. E’ il grande tema delle multinazionali del farmaco. Non investono dove non c’è guadagno. Preferiscono gli antitumorali, dove invece i margini sono altissimi. Cresce l’insofferenza di Carlo. Dirà che sarà il tempo di dire le cose come stanno. Bianco al bianco, nero al nero. Basta con i ‘grigi’… Carlo Urbani fisicamente non c’è più. Da 15 anni, tuttavia, fa vibrare i cuori di migliaia di ragazzi che lo conoscono, attraverso le sue testimonianze diffuse dall’Aicu, associazione nata dalla famiglia e dagli amici. Così, un migliaio di studenti, nei teatri di Porto Sant’Elpidio e Fermo si sono incontrati per le premiazioni dei concorsi giornalistici scolastici partiti dall’esperienza del Polo Carlo Urbani. E ancora, più di tremila persone hanno visitato la bella mostra ospitata dal Museo Omero nella Mole Vanvitelliana di Ancona. Sono state esposte le foto, grande passione di Carlo. Per la prima volta, esposti gli oggetti personali di Carlo, messi a disposizione dalla famiglia, in una sezione


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Critico verso le Multinazionali del farmaco perché non investono dove non c’è margine di guadagno

Nella pagina precedente e in alto la cerimonia con cui l'Oms ha voluto ricordare Carlo Urbani a Ginevra

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tattile voluta dal presidente del Museo, il professor Aldo Grassini, che ha anche voluto produrre un audiolibro, a beneficio dei non vedenti. Tutti oggetti illustrati con scritte in braille. Così, ancora, circa duemila opere sono arrivate a ‘Scrivere per volare’ che insieme all’Aicu ha organizzato il primo concorso di poesie intitolato a Carlo, con premiazione in una bellissima serata al Teatro Pergolesi di Jesi, in cui è stato premiato anche il miglior lavoro teatrale, uscito dalle rassegne della Fita. Carlo viene ricordato un po’ ovunque, ma soprattutto in Taiwan e Vietnam, dove è considerato un eroe che ha salvato quei paesi. In Taiwan nasce la Cuat, omologa Aicu. Due libri su Carlo vengono tradotti in cinese e diffusi in quelle terre. Aicu e Unicam organizzano a Camerino un alto momento di formazione per medici vietnamiti, nell’agosto 2016, sulla scia del convegno che Carlo aveva promosso a Macerata. Tra i compagni di strada Aicu, Laura Boldrini, che partecipa nel 2013 alla grande serata alle Grotte di Frasassi. Nell’occasione chiede che venga istituito un Premio diretto a figure sanitarie. La prima edizione si svolge a Camerino. Nell’occasione Unicam dedica a Carlo l’inaugurazione dell’anno accademico. La

seconda edizione, nel giugno 2017, a Montecitorio. Il 29 marzo l’Oms ha voluto ricordare Carlo a Ginevra, presente la famiglia. Il direttore generale Oms non conosceva Carlo. Gliene parla il figlio Tommaso, ne rimane come folgorato e decide di proporre la figura all’assemblea generale annuale degli Stati membri, che si riunisce nel Palazzo Onu a Ginevra a giugno. Un momento altissimo, probabilmente il più alto di queste celebrazioni. Il lavoro nelle scuole paga: una scuola primaria di Recanati viene intitolata a Carlo. Da anni i docenti lavorano sul tema del diritto alla salute. Un lavoro prezioso, tant’è che, nel momento dell’intitolazione hanno voluto essere presenti anche i ragazzi nel frattempo passati alle medie. Questo 15° anniversario proietta tanto lavoro verso il futuro. In tanti hanno chiesto che la mostra possa essere itinerante: in autunno sarà a Jesi. C’è l’esigenza che sia anche permanente, offrendo alle tante scuole e turisti che arrivano a Castelplanio un segno forte della presenza di Carlo. Tante idee, tanti progetti, che si uniscono alle realizzazioni degli ultimi anni. Tanti i soggetti che vogliono camminare insieme a Carlo, insieme all’Aicu. Ogni anno aumentano. E lui ne è certamente orgoglioso. ¤


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Portonovo il gioiello dell’Adriatico I

UN LUOGO UNICO IN CENTINAIA DI CHILOMETRI DI COSTA ADRIATICA AMBIENTE DI RARA BELLEZZA ABITATO FIN DALLA PREISTORIA

“A di Claudio Desideri

La baia di Portonovo, incantevole luogo dove natura, storia e bellezza si fondono

ve o fraterno Mare! Accogli tu l’anima nostra religiosamente vaga de’ tuoi misteri”. Così scriveva Adolfo De Bosis nelle sue liriche dove frequentemente ricorreva alle figurazioni delle isole, dei promontori, dei mari per descrivere le vicende della propria anima. Non sappiamo se così è stato, ma a noi piacerebbe pensare che questi versi, il poeta, li abbia scritti pensando a Portonovo e forse, chissà, dall’alto della sua torre Clementina che da secoli veglia sulla baia. L’impatto con questo luogo è da cartolina: il verde intenso degli alberi e il bianco lucente della roccia calcarea si spec-

chiano su un mare azzurro e limpido che assume incredibili sfumature. Il profumo dei fiori e degli alberi si mescola con quello delle alghe e dei licheni dei laghetti d’acqua dolce dove vivono le anatre. Un luogo unico in centinaia di chilometri di costa Adriatica. Un gioiello che vorremmo fosse solo nostro e mai prestare ad altri anche se solo per un momento. A Portonovo natura, storia, architettura hanno dato il meglio per costruire un compendio estremamente rilevante della bellezza in un territorio abitato sin dalla preistoria. E’ degli ultimi anni, infatti, la scoperta dei Forni neolitici di


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Le recenti scoperte dei forni neolitici hanno portato alla luce reperti di una comunità che ha vissuto nell’età della pietra

20 Portonovo che, grazie agli scavi effettuati dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza di Roma, hanno portato alla nostra attenzione parte della storia di una comunità che ha vissuto sopra la baia nell’età della pietra, nel momento in cui l’uomo da cacciatore – raccoglitore è passato a produttore del proprio cibo con l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Le campagne di scavo, avviate nel settembre del 2011, sotto la direzione delle archeologhe Alessandra Manfredini e Cecilia Conati Barbaro, sono proseguite sino al 2015 nel sito che prende il nome dal fosso Fontaccia, una delle rare sorgenti presenti nel Monte Conero che è stata utilizzata per centinaia di anni dalle donne del Poggio per l’approvvigionamento dell’acqua e per lavare i panni. La lunga storia di questa affascinante scoperta sarà presto pubblicata in un volume curato dalla Barbaro ed edito nella collana dei Quaderni del Consiglio regionale delle Marche. I forni, tornati alla luce, raccontano la storia di una popolazione che quasi sicuramente viveva nell’area circostante e che dopo la mietitura si ritrovava nella piana sopra Portonovo, potemmo osar dire “in una zona industriale”, riparata dai venti che venivano dal mare, ben soleggiata e con una fonte d’acqua perenne. Le comunità si recavano in quel luogo per tostare l’orzo, essiccare il pesce e le carni e conservarli, così, durante il periodo invernale, in recipienti di argilla o in fosse scavate nel terreno. Attività che avveniva in un clima di gran festa perché era occasione di incontro tra le persone dei vari villaggi della zona che in quei giorni accendevano i forni ma si scambiavano anche notizie, barattavano oggetti da lavoro, pietre pregiate e monili, danzavano

e suonavano per ringraziare madre terra per il raccolto. I forni venivano scavati nel pendio del terreno e rivestiti di argilla e servivano esclusivamente per la cottura dei cibi. L’alto numero ritrovato dimostrerebbe che una volta rovinati dalle intemperie non venivano risanati ma ricostruiti per intero. Al loro interno sono stati trovati frammenti di legna arsa, semi tostati e in tre di questi, resti umani segno di un riuso per la sepoltura in epoche successive quando i forni avevano perso la loro utilità ma erano comunque rimasti un simbolo importante per le comunità. In una fossa più a valle sono stati rinvenuti resti di vasellame, pietre da lavoro e da macinatura, avanzi di pasti, conchiglie, strumenti in osso di animale. Non si tratta di un luogo da discarica, come se ne sono trovati vicino ai villaggi del periodo, ma di un sito che dimostra comunque una attività periodica e continuativa. Portonovo ha quindi una storia antichissima da raccontare che ha però lunghi periodi di silenzio perché mai fu centro abitato nel vero senso della parola. Una storia che cercheremo di ricostruire attraverso le tre opere più importanti e senza dubbio affascinanti del luogo: la Chiesa di Santa Maria, la Torre Clementina e il Fortino Napoleonico. La vita della baia può essere quindi accertata, da documenti, con la costruzione della Chiesa di Santa Maria. Gli storici anconetani, Saracini e Pichi Tancredi riportano la notizia di una pergamena, perduta sotto i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale, che si trovava nell’archivio capitolare della Cattedrale di San Ciriaco. Scrive il Saracini: “l’anno 1034, di nostra salute (che al presente sarian 640 anni), un tale Stefano di Germano del quondam Thebaldi Gri-


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maldi del Poggio, castello della Diocesi anconitana e più vicino al detto luogo fece donatione di 35 misure di terra, chiamate in quel tempo modali accioché in quel sito, dove al presente si vedono le vestigia di abbadia e chiesa ancora in essere, si edificasse un tempio alla beatissima Vergine Maria. Come si rogò di detta donazione Michele notaro anconitano li 7 luglio 1034.” Le stesse cose ripete Pichi Tancredi aggiungendo che le misure furono donate ad un certo Paolo abate e ad altri servi del Signore. Alcuni storici attribuiscono invece la concessione dei terreni ad un gruppo di nobili residenti nel Castello del Poggio. L’atto di donazione si svolse a Santa Lucia al Poggio, la più antica chiesa romanica del Conero, oggi adibita a casa museo della cultura locale, che Augusto Nicoletti ci ha aperto e al suo interno raccontato con entusiasmo del legame storico, sociale ed economico che da sempre esiste

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tra il castello anconetano e la baia sottostante. Santa Maria e l’abazia non dovevano essere, in quei tempi, così vicine al mare ma sicuramente più arretrate anche per un fatto di sicurezza. Secondo alcune ipotesi all’epoca esisteva un sito capace di ospitare l’intero complesso ma che poi nei secoli è sprofondato, a seguito di terremoti e smottamenti, in mare. Il luogo dove sorge oggi la chiesa non doveva infatti essere remoto se costruito in un “novo Porto” così chiamato per distinguerlo, forse, dal vecchio di Numana, della vicina Ancona o da un precedente già esistente nella baia. Quello che appare oggi strano è che nulla sia rimasto del monastero, comunque riportato dalle cronache, e le cui pietre, lo vedremo, non andarono perdute. In una Bolla di Papa Alessandro III del 1177, il Pontefice mette sotto la sua protezione la Chiesa e il monastero e decreta che debba in questo

La storia di Portonovo passa attraverso tre opere importanti: la chiesa di S. Maria la Torre Clementina e il Fortino Napoleonico

Nella pagina a sinistra in alto un plastico dei forni neolitici e sotto, una pietra del Fortino Napoleonico all'interno di un capanno Qui sopra, una storica veduta della piazzetta della Baia


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L’impatto è da cartolina: il verde intenso degli alberi e il bianco della roccia si specchiano in un mare azzurro

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luogo osservarsi la regola Benedettina. Conferma inoltre ai monaci il possesso dei beni da loro tenuti. Il suo successore, Lucio III, rinnova la concessione. Anche l’Imperatore Enrico IV, nel 1186, pone sotto la sua protezione l’abate e i monaci di Portonovo con ogni loro avere. Attestazioni che dimostrano l’importanza che il complesso doveva allora ricoprire. Non si conosce il nome dell’architetto che progettò la chiesa, quello che

è certo che seppe creare un gioiello d’arte dalla bellezza incredibile, avendo a disposizione solo semplici materiali, non di pregio ma che messi insieme sono capaci di colpire l’occhio e il cuore. Se capita l’occasione, entrate di mattina presto nella chiesa e dopo aver aperto la porticina che sta sul lato sinistro dell’altare, sedetevi nelle prime panche. Il sole entra dalle finestrelle dell’abside e

della cupola e fa risplendere il bianco della pietra. Davanti a voi il mare. Vedrete i suoi colori, avvertirete il suo profumo, ne sentirete il rumore e percepirete la grande energia che questo luogo sprigiona. Subito dopo essere edificati, la chiesa e il suo convento divennero famosi e luogo di contemplazione amato dai monaci di molte terre, anche lontane. L’abazia fu affiliata ad altri monasteri che avevano abbracciato la regola di San Benedetto. Due nomi, sicuramente noti, fanno parte di questa storia, San Gaudenzio e San Pier Damiano, o Damiani Si racconta che San Gaudenzio di Ossero giunse ad Ancona come Vescovo, ma qui colpito da grave malattia, rinunciò al vescovado e si ritirò a Portonovo dove spirò intorno all’anno 1050 e li sepolto. Si suppone, non vi è certezza, che anche San Pier Damiano passò per l’abazia, dove conobbe ed ebbe modo di stimare il Santo croato di cui divenne grande amico lodandone le doti nei suoi scritti. Lo sviluppo del complesso monastico si bloccò alla fine del XIII secolo quando le frane del Monte Conero minacciarono l’area in cui era stato costruito e i monaci furono costretti a trasferirsi in altri monasteri. Mira-


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colosamente solo la Chiesetta restò intatta. Abbandonata, la chiesa di Santa Maria torna alla nostra storia con l’arrivo dei Francesi nei primi anni del 1800, quando le truppe di oltralpe vi si stabiliscono e la trasformarono in ricovero per le truppe. Sarà forse il periodo più doloroso per la Chiesetta che dovrà subire lo scempio e le ruberie dei soldati. Si racconta che sopravvisse ai loro atti vandalici solo l’immagine della Madonna con il Bambino che era posta sopra l’altare e che fu poi trovata a pezzi da un contadino in una vicina radura, recuperata e portata in quella di San Biagio al Poggio. Questa è una delle tante leggende che avvolgono la storia del Monte Conero, come quella del generale Napoleone di cui si racconta che un giorno mentre con il suo destriero galoppava per i sentieri del monte, incontrò un abitante del luogo che gli suggerì di costruire un Fortino nel Porto Nuovo. Un abitante che conosceva forse la lingua francese, o fu lo stesso generale a comprendere bene l’italiano? Non lo sappiamo, fortunatamente per noi vi sono documenti storici che possono aiutarci a conoscere come veramente andarono le vicende di questa

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costruzione che è un simbolo, anche se per molta parte ricostruito, della storia della baia. In un rapporto di J.P.Bellaire Le Marois, Ufficiale di Stato Maggiore del generale, aiutante in capo dell’Imperatore, governatore nelle Marche dal 1806 al 1809, sono individuati i punti strategici dell’Adriatico “da difendere dal nemico inglese”. Tra questi vi è Porto Nuovo per le sue fonti d’acqua che erano di grande importanza per gli approvvigiona-

menti delle navi in transito, sia commerciali che militari. L’ufficiale scrisse dell’esistenza di una batteria a difesa della baia che “non può che ricevere piccoli bastimenti. Vi è d’altronde, poco fondo ad una

Nella pagina a fianco un’immagine anni ’40 e una più attuale della chiesetta di Santa Maria In alto panoramiche che evidenziano il fascino della baia e sopra le rovine del Fortino


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L’edificazione della Torre fu voluta da Papa Clemente XI Albani nel 1716 per avvistare navi pirata

24 assai grande distanza di questi dalle montagne, e il mare è pieno verso riva, di rocce a fior d’acqua che ne rendono l’avvicinamento pericoloso.” Grazie a questo ufficiale abbiamo poi un secondo scritto, pubblicato a Parigi nel 1838 che contiene dettagli importanti, acquisiti nel corso di missioni esplorative svolte sempre su incarico del generale Le Marois. “Dopo il porto di Ancona, sino al fiume Musone, la costa è fiancheggiata di alte montagne a picco – scrive Bellaire – e cosparsa di rocce a fior d’acqua. Non c’è altro ancoraggio da questa parte, che quello del Trave, situato a cinque miglia da Ancona, presso una fontana abbondante che dà buona acqua e ove si fa rifornimento. Ma questo ancoraggio è poco esteso e non può servire che per piccoli bastimenti. È protetto da un fortino armato da bocche da fuoco di grosso calibro, e fiancheggiato da linee di trinceramento per la fanteria, queste opere sono anch’esse dovute a Napoleone.” Dalle cronache e dai racconti scritti dagli storici anconetani non risulta che i cannoni abbiano mai sparato. Chissà come trascorrevano il loro tempo i 600 soldati che lo storico Leoni scrive fossero a difesa del fortilizio. Forte per la cui costruzione furono usati anche materiali provenienti dal complesso di Santa Maria e dell’attiguo monastero i cui resti furono smembrati e poi riutilizzati. L’opera fu edificata per volontà del viceré d’Italia, Eugenio de Beauharnais, secondo una pianta che richiama lo stile del grande architetto militare, Francesco di Giorgio Martini. La costruzione del Fortino è da collocarsi tra il 1809 e il 1810 durante il Governo Italico mentre Ancona era capoluogo del Dipartimento del Metauro. Napoleone aveva, infatti, posto fine allo

Stato Pontificio con il decreto di Schonbrunn del 1808. Le Marche tornarono sotto il governo pontificio nel 1814 a seguito della detronizzazione dell’imperatore. Ristabilito il governo del Papa, il nobile riminese Alessandro Belmonte fu incaricato, nel 1820, di redigere una carta del litorale Pontificio Adriatico e anche se nella descrizione egli scrive, veramente pochissimo di Porto Nuovo, oggi possiamo sapere che allora esisteva un forte quadrato che è “ormai cadente e di nessun uso”. Il forte rovinato nel corso del tempo fu poi ricostruito, mantenendo le forme originali, negli anni 60’. Da quanto ci ha raccontato Sandro Rocchetti, Fondatore della Portonovo Pesca e personaggio storico della baia, negli anni 40’ il forte manteneva eretta solo la parte centrale della costruzione comunque ridotta a rudere. Attorno, pietre e pochi muretti. Pietre che furono anche usate per costruire i capanni in cui i pescatori del Poggio riponevano le barche e le attrezzature da pesca. “Erano già pronte – ci ha detto Sandro – ben squadrate e a portata di mano.” A noi, romantici amanti di Portonovo ci fa notare il sottile filo che unisce e ha unito tutte le costruzioni di questo luogo, perché queste pietre erano quelle che i monaci avevano scalpellato per costruire l’abazia di Santa Maria e poi utilizzate dai Francesi per edificare il Fortino Napoleonico. I Francesi misero la loro firma anche nell’attuale architettura della Torre di Portonovo cui aggiunsero il corpo laterale per far alloggiare i militari. L’edificazione della Torre fu voluta dal Papa urbinate Clemente XI Albani nel 1716 il cui stemma spicca sopra ingresso della costruzione. Molto probabilmente su sug-


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gerimento del conte Luigi Ferdinando Marsili, cartografo, talassografo, uomo politico e d’armi, che era stato incaricato di ispezionare la costa adriatica dello Stato Pontificio allo scopo di studiare la sua difesa dai “Turchi” come erano allora chiamati pirati e corsari. Questo risulta dalla sua dettagliata relazione conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Da studi curati dal prof. Sergio Anselmi, si sa che nella costa marchigiana esistevano, nel XVII secolo, una cinquantina di torri che suddivise per la sua lunghezza dovevano essere tra loro ad una distanza media di tre chilometri. Questo consentiva di segnalare da una all’altra, con il fuoco di notte e fumi e spari d’artiglieria di giorno, l’avvistamento delle navi pirata al fine di avvertire le città costiere e le popolazioni delle campagne vicine alla costa. Per comprendere meglio quali fossero i tempi necessari alla comunicazione tra una torre

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e le successive, si apprende da una guida settecentesca che “dalla torre posta sull’alto monte della città di Ancona i tempi per segnalare un avvistamento di corsari è di tre ore tra la città e Venezia”. La Torre di Portonovo, a pianta quadrata, fu realizzata in pietra del Conero e mattoni e non era così vicina all’acqua com’è oggi, ma circondata da un bel tratto di spiaggia che sicuramente la rendeva più sicura dalle mareggiate. Solida e robusta ha una base scarpata con un cordolo superiore, su cui si alzano due piani con le finestre e termina con un terrazzo dalla copertura in coppi. L’attuale proprietario, Alessandro Cortese De Bosis, nel suo libro “Il romanzo della Torre di Portonovo” scrive che: “da quel terrazzo i soldati inviavano segnali con torce e bandiere, ‘lampo di colore’, al posto di osservazione situato al Monte dei Corvi sulle ripe del Trave, il lungo scoglio che si protende dalla costa, e da lì

La Torre di Portonovo fu rifugio anche di tre poeti: Adolfo De Bosis Lauro De Bosis e Gabriele D’Annunzio

Nella pagina precedente e qui sopra Immagini della Torre ora di proprietà della famiglia De Bosis


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Sandro Rocchetti fondatore della Cooperativa Pescatori Sotto, alcuni personaggi “storici” della Baia alle prese con gli attrezzi della pesca

26 venivano trasmessi al porto di Ancona. Oltre ai piccioni viaggiatori di cui conserviamo la riproduzione in ceramica, otto nei loro nidi, nell’androne della Torre.” Nel primo Novecento, la Torre divenne di proprietà della famiglia De Bosis e fu anche rifugio di tre poeti, che hanno imbevuto di energia lirica le pietre di questa costruzione: Adolfo De Bosis, Lauro De Bosis e Gabriele D’Annunzio. Siamo grati a quella splendida finestra ad arco della casetta laterale, da cui, forse, miravano i colori dell’Adriatico e nelle mattine di settembre la costa slava provando emozioni che poi tradussero in versi. Ancora oggi la Torre riesce a trasmettere questa energia a chi vi passa accanto o a chi la guarda dalle estreme insenature della baia e dal mare su cui si innalza come una pietra preziosa al centro di un diadema. Se la Torre fu eretta per avvistare le navi nemiche, di corsari e di pirati è certo che ve ne era veramente bisogno, perché da secoli dove c’era il commercio via mare vi era anche la pirateria che ad ogni bella stagione, quella in cui i traffici marittimi si moltiplicavano, tornava ad intensificarsi. Dalle fonti storiche si apprende che le attività corsare interessarono il Mediterraneo dai tempi dell’Antico Egitto e l’Adriatico con le sue isole, insenature e golfi ne fu sempre infestato. Gli storici locali ci hanno tramandato le storie di diversi e violenti saccheggi che interessarono Poronovo e il castello del Poggio dal XIII secolo in poi. La baia, con le sue insenature e la sua preziosa acqua dolce, rappresentò sempre un luogo ideale per l’approdo di pirati e corsari Greci e Turchi, ma anche Veneziani, che in varie epoche diedero più volte fuoco al castello del Poggio depredandolo di ogni suo avere. I pirati giungevano dal mare

per catturare donne e uomini da vendere come schiavi, o da mettere ai remi delle proprie navi, per depredare le mercanzie delle stive o assalire i castelli più vicini al litorale che avevano sempre qualche forziere da saccheggiare. Cadevano nelle loro reti contadini, pescatori, commercianti, soldati. La sorte di quelle persone era segnata a meno che non fossero state riscattate dietro sostanziosi compensi e lunghe trattative che potevano durare anni. Da documenti storici di varia natura si apprende che gli schiavi venivano riscattati grazie all’intervento del Papa, dei vescovi del luogo o comunque da rappresentanti del clero che a volte si recavano anche nelle terre straniere per contrattare le somme per il rilascio. Notizie certe di queste azioni diplomatiche si hanno in documenti a stampa e manoscritti dal Quattrocento sino a tutto il Settecento. Esistono veri e propri cataloghi a stampa con i nomi degli schiavi riscattati con brevi note sulla loro cattura e liberazione. Questi elenchi venivano realizzati e diffusi per far conoscere ai fedeli l’impegno profuso dall’Opera Pia del Riscatto, istituita nel 1581 da Papa Gregorio XIII a favore delle popolazioni dello Stato Pontificio. Da questi “Cataloghi degli schiavi” si hanno notizie dei molti Marchigiani fatti prigionieri e poi rilasciati. Tra i più vicini a noi il caso di quindici schiavi portati nella città di Dulcigno, nel Montenegro, e riscattati tra il 1714 e il 1718 grazie all’impegno del Vescovo di Ancona monsignor Bussi. Il prezzo variava dai 160 ai 311 scudi con una media di 215 scudi per il rimpatrio, la sistemazione nei lazzaretti e il trasferimento a Roma. La minaccia corsara interessò la costa marchigiana sino alla fine del Settecento e alla Re-


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staurazione. Durante quegli anni vi furono anche diverse incursioni barbaresche perché dal 1797 il litorale, non più vigilato dalla flotta della Repubblica di Venezia decaduta con l’arrivo di Napoleone, era tornato ad essere luogo d’interesse per le scorribande dei pirati. Dopo quegli anni i pescatori iniziarono a svolgere la loro attività senza la paura di essere rapiti e le donne del Poggio smisero di ripetere nelle loro preghiere di essere salvate dal “malefico Moro”. Di pescatori ne abbiamo parlato con Sandro Rocchetti che ci ha raccontato di una comunità di contadini, commercianti e artigiani prestati alla pesca: i Poggesi. Questa attività era infatti alternativa a quella principale e svolta quando quest’ultima languiva e vi era quindi bisogno di sostenere la famiglia con altri prodotti. Davanti alla Cooperativa Pescatori, di cui Rocchetti è stato fondatore, Sandro ci ha fatto tornare indietro nel tempo quando Portonovo era sconosciuta agli Anconetani e riserva esclusiva di chi viveva al Poggio e nelle località vicine di Massignano, Montacuto, Camerano. La baia era completamente priva di alberi con una vegetazione bassa tipica delle isole greche e slave. La pianta più diffusa era il “Timo Serpillo”. Il nostro interlocutore ci ha raccontato che negli anni Quaranta, quando era poco più di un bambino, si recava nella baia con la madre per fare il sale. Veniva presa una pentola d’acqua di mare e al riparo dei ruderi del Fortino si accendeva un fuoco per far evaporare l’acqua e ottenere sale nero. In quelle occasioni la cosa più difficoltosa era proprio trovare la legna da ardere, per cui si usavano radici e torba dei laghetti. A questo proposito ci ha detto che il lago vicino al molo era unito da un canale al mare

27 per consentire alle barche di accedervi e ripararsi in caso di tempeste o mareggiate. Lago che era usato anche per accogliere le burchielle che trasportavano la pietra del Conero dalle cave di Portonovo e delle Due Sorelle ad Ancona. Fu l’allora gestore delle cave, il Sig. Cacciari, a far realizzare il canale artificiale. In quegli anni la pesca era svolta con la così detta “botta”, cioè l’esplosivo. Le barche uscivano in mare e quando intravedevano un branco di pesci accendevano la miccia che era lunga a seconda della profondità cui si voleva fare esplodere l’ordigno fatto in casa. La si lanciava e una

volta detonata si raccoglievano i pesci che venivano a galla. Le reti costavano troppo e pochissimi potevano permettersele. I pescatori, come abbiamo scritto sopra, ricoveravano barche e attrezzi in capanne costruite con le pietre del Conero e con quelle ben rifinite dei ruderi del Fortino e poi coperte da un tetto di giunchi che crescevano rigogliosi sui laghetti. Laghetti che Sandro ci ha detto essere pieni di spigole e mugelle che i Poggesi, privi di barca, pescavano con attrezzi di for-

Si narra di una grossa contesa legale tra monaci e poggesi per la pesca nel Lago profondo

Una bellissima immagine d’epoca dei capanni dei pescatori negli anni ‘40


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La baia con le sue insenature e la sua preziosa acqua dolce fu approdo ideale per corsari Greci Turchi e Veneziani

Il colore delle ginestre e il verde del Conero si specchiano nell’incantevole baia di Portonovo

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tuna. Rocchetti ci ha anche raccontato una storia, che si ricorda ancora oggi al Poggio, in cui si narra di una grossa battaglia, fatta a suon di liti e notai, tra i monaci di Santa Maria e i Poggesi proprio per la pesca nel Lago Profondo vicino alla chiesa. Pesca che rappresentava un importante fonte di proteine sia per i monaci che per gli abitanti del Poggio. I monaci sostenevano che nell’atto di donazione vi era stato compreso anche il lago mentre i Poggesi affermavano il contrario. La vicenda finì con la scomunica dei Poggesi e la sentenza del vescovo di Jesi, Severino, che affidò il dominio degli stagni ai monaci. Tornando ad oggi, negli anni 60’ iniziò la pesca del mosciolo che veniva preso con l’uso di forconi strappandolo dagli scogli del Trave e da quelli che durante la bassa marea emergevano dal mare. In seguito i pescatori passarono all’apnea e poi all’aria compressa prodotta dalle pompe a mano montate nelle barche. E’ di quel periodo la nascita dei tanti ristorantini della baia, gestiti principalmente da famiglie del Poggio, che da semplici luoghi in cui gli avventori potevano rifocillarsi con latticini, uova, vino e legumi, pollo arrosto o coniglio in potacchio, si trasformarono in ristoranti in cui mangiare pesce e ovviamente moscioli. Desideriamo ringraziare Fabrizio Giacchetti del Ristorante il Molo che ci ha fatto dono di una serie stupenda di foto d’epoca di Portonovo a partire dagli anni 40’. Immagini che mostrano come era la baia e come è molto cambiata perdendo il suo carattere selvaggio e raro. Tornare indie-

tro non è possibile ma agire perché non cambi ancora e resti intatta nella sua bellezza di oggi è possibile. I pescatori di Portonovo, compresa l’importanza di commercializzare un prodotto così esclusivo come il mosciolo, si unirono nel 1976 in cooperativa. Quella che oggi, vicino al ristorante Emilia, rifornisce ristoranti e persone di questo prezioso e possiamo dire unico mitilo che è divenuto, grazie alla Condotta di Ancona e Conero, Presidio Slow Food a sottolineare la sua peculiarità legata al territorio e alla cultura di una comunità che vive da secoli nella baia. Portonovo è oggi una località sempre più conosciuta dai turisti italiani e stranieri, luogo amato dagli Anconetani e da moltissimi Marchigiani. La sua grande bellezza e la sua esclusività devono indurre tutti a rispettarlo, a tutelarlo e a proteggerlo. Non è pensabile perdere neanche un granello del suo fascino, dei suoi profumi, dei suoi colori. Della vegetazione che cresce spontanea, dei suoi fiori dai molteplici colori, della sua acqua cristallina, dei suoi sassi bianchi e bucati dai balleri. Per questo serve l’impegno di tutti. Per questo serve che ognuno di noi sia vigile osservatore e attento membro di un ecosistema di cui fa parte, ma sempre, come ospite. Che sappia riempirsi l’anima e il cuore di quanto di meraviglioso vi è in questo luogo per poi tornare a casa sereno, appagato e in pace con sé stesso e il Mondo. Solo così saprà che domani potrà ancora una volta rivivere le emozioni che solo Portonovo è in grado di far provare. ¤


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Immersi nella natura tra il verde e il blu NICOLINI: “UNA TUTELA INTERNAZIONALE È IMPORTANTE”

F di Paola Cimarelli

ra gli estimatori di Portonovo, parte di questo promontorio sull’Adriatico, in cui il verde cristallo del mare s’incontra con la macchia mediterranea del monte Conero, c’è anche il giornale inglese “The Guardian” che, in più articoli, lo ha citato, in particolare la spiaggia di Mezzavalle, insieme a Sirolo, Numana e tutta la riviera, fra le mete turistiche da visitare in Italia. Posti, scrive il quotidiano britannico, dove “trovare ampie spiagge, riserve marine incontaminate, i frutti di mare più freschi e luoghi dove rilassarsi che la gente del posto sta cercando di tenere per sé”. Il Consorzio La Baia di Portonovo, presieduto da Marcello Nicolini, associa 19 operatori turistici “nati e cresciuti” qui, fra hotel, ristoranti, stabilimenti balneari, con lo scopo di offrire un’ospitalità che “vuol dire rispettare la natura, mantenere viva la tradizione, la qualità dei servizi e la scelta di prodotti enogastronomici locali”. Un’iniziativa che nasce per far sì che questo luogo, certificato come Bandiera blu, sia conosciuto e amato.

Presidente, cosa rappresenta Portonovo? L’unicità e la bellezza di un meraviglioso luogo di mare circondato dalla natura. Un posto unico, che rimane dentro le persone che ci vengono. Il nostro compito di operatori, ma anche di tutti noi che amiamo Portonovo, è di mantenerlo in tutta la sua unicità il più a lungo possibile. Il Consorzio cosa sta facendo? Ci impegniamo ogni giorno nel miglioramento dei servizi e dell’accoglienza. Sono stati tolti i parcheggi, per cercare di diminuire la presenza delle automobili. Portonovo si raggiunge tranquillamente con le navette dai parcheggi a monte della località. Abbiamo allargato le zone verdi proprio per favorire ancora di più il contatto con la natura. Abbiamo tolto la raccolta dei rifiuti nelle singole attività economiche concentrandole in un unico posto e organizzato la raccolta differenziata. E per il futuro della baia? Questo è un luogo dove si vive in naturalezza, immersi


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Il presidente del Consorzio la Baia: “Questo luogo è più conosciuto all’estero che in Italia L’orizzonte va allargato”

Sopra, Marcello Nicolini presidente del Consorzio"La baia" In alto e nella pagina precedente "Le due sorelle" nella baia nella Riviera del Conero

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nel verde e nel blu del mare. Quello che vogliamo fare è proseguire in questo cammino di valorizzazione di questa ricchezza. Fra le cose da migliorare ci sono senz’altro i sentieri pedonali. Essere inseriti nel Parco naturale del Conero come incide? Per noi è fondamentale che il Parco esista. Sono tantissime le persone che cercano questi luoghi non solo per il mare ma anche per visitare le zone naturalistiche, per fare passeggiate ed escursioni. Il Parco, con le visite guidate, consente di scoprire tutti questi aspetti. Ma Portonovo non è solo questo. Il buon cibo, l’enogastronomia marchigiana e quella legata al mare, con vini di alta qualità, sono elementi fondamentali di attrazione. Il Mosciolo selvatico, presidio Slow Food, è amato e conosciuto in tutto il mon-

do. È un prodotto del mare che ci offre grande visibilità. Pensa che una tutela di carattere internazionale potrebbe essere utile a Portonovo? Sì, credo che potrebbe essere un passaggio importante. Credo che questo luogo sia quasi più conosciuto all’estero che in Italia. Ci piacerebbe allargare questo orizzonte anche attraverso strumenti di tipo internazionale. Adesso i turisti come lo scoprono? Portiamo avanti un’attività di promozione, attraverso piccoli cataloghi, che però dobbiamo intensificare, per la quale ci stiamo organizzando. Sono state fatte diverse iniziative con Regione Marche, Comune di Ancona, con il Parco ma certamente dobbiamo organizzarci ancora di più per far conoscere Portonovo nel mondo. ¤


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Da trenta anni il primo Parco nelle Marche CONERO, DOVE LA COSTA MARCHIGIANA CAMBIA DIREZIONE

L di Edoardo Biondi

a zona di costa alta che dal Porto di Ancona scende verso sud sino alla Foce del Musone costituisce un’area di eccezionale bellezza paesaggistica ed è dominata dal profilo ellissoidale del Monte Conero (di 572 m s.l.m.). Si tratta di un territorio molto particolare perché è ricco di elementi naturali diversi in quanto situato là dove la costa marchigiana cambia direzione. La superficie di questo territorio può quasi completamente essere riferita a quella compresa nel Parco Regionale Naturale del Conero di 60 kmq. Si tratta di un territorio di rara bellezza che comprende un tratto di costa alta di circa 20 km, oltre ad un’ampia fascia collinare interna caratterizzata da scorci panoramici e da una ricca storia. Il Parco Regionale del Conero è stato istituito nel 1987 come primo parco regionale delle Marche e comprende parte dei territori comunali di Ancona, Camerano, Sirolo e Numana. Questo verso nord si collega senza soluzione di continuità con il Parco Cappuccini-Cardeto che borda la città di Ancona ad oriente e che a sua volta si affaccia direttamente sul Duomo di San Ciriaco e questo sul Porto antico di Ancona, ricco di elementi storici tra i quali il più importante è l’Arco di Traiano. Il Monte Conero grande suggestione Il Monte Conero, presenta una struttura asimmetrica in quanto i versanti a mare sono molto ripidi mentre quelli occidentali sono meno acclivi nella prima parte per poi divenire leggermente degradanti

nella parte più bassa dove si sviluppano i terreni agrari. La costa del Conero presenta aspetti paesaggistici di grande suggestione in rapporto con le caratteristiche litologiche e con i fenomeni erosivi in atto. A questi sono riconducibili l'origine, lo sviluppo e il crollo della leggendaria Grotta degli Schiavi descritta dall’Ing. Francesco De Bosis nel 1861 e che una grossa frana staccatasi dal monte, il 16 febbraio del 1920, probabilmente a seguito del brillamento di mine, utilizzate nell'allora vicina cava, ne ha ostruito per sempre le aperture. La flora del Parco eccellenza della natura La recente pubblicazione della "Flora del Parco del Conero" ha messo in evidenza l’enorme biodiversità vegetale del territorio del Parco del Conero con ben 1.169 entità di livello specifico e subspecifico (il numero totale comprende anche 64 entità, anticamente segnalate, che in realtà non sono state più ritrovate in tempi recenti). La flora attuale del Parco è suddivisa in 101 famiglie e 507 generi. Tra le specie che al Conero trovano il limite settentrionale di distribuzione lungo la costa adriatica italiana si ricordano: Tagliamani (Ampelodesmos mauritanicus), Melica piramidale (Melica arrecta), Melica minuta (M. minuta), Atriplice alimo (Atriplex halimus), Miagro peloso (Rapistrum rugosum subsp. linnaeanum), Sferrocavallo ciliato (Hippocrepis ciliata), Cornetta di Valenza glauca (Coronilla valentina subsp. glauca), Sulla minore glomerata (Sulla


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Il territorio presenta una enorme biodiversità vegetale La flora attuale comprende 101 famiglie e 507 generi

32 capitata), Euforbia arborea (Euphorbia dendroides), Issopo meridionale (Micromeria graeca subsp. graeca), Plantago seghettata (Plantago serraria), Fumana d’Arabia (Fumana arabica), Cavolo selvatico (Brassica montana), Ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus subsp. macrocarpa) e Trifoglio soffocato (Trifolium suffocatum). Sul Conero si rinvengono inoltre anche specie che mancano in tutto il litorale adriatico settentrionale fino alla Venezia Giulia. Tra queste: Pino d’Alepppo (Pinus halepensis), Stipa falso forasacco (Achnatherum bromoides), Asfodelo della Liburnia (Asphodeline liburnica), Cornetta dondolina (Emerus major subsp. emeroides), Terebinto (Pistacia terebinthus), Caprifoglio mediterraneo (Lonicera implexa), Euforbia cespugliosa di Wulfen (Euporbia characias subsp. wulfenii), Fieno greco di Montpellier (Trigonella monspeliaca), Astragalo minore (Astragalus sesameus), Ruta d’Aleppo (Ruta chalepensis subsp. latifolia), Vilucchio elegantissimo (Convolvulus elegantissimus) e Porcellana greca (Andrachne telephioides), mentre Crucianella ruvida (Crucianella latifolia) e stata indicata da Paolucci per Portonovo nella sua "Flora Marchigiana". La vegetazione nella zona costiera del Monte Conero

Nella pagina precedente la pineta a pino d'Aleppo nella Valle delle due Sorelle Qui sopra dall'alto, il corbezzolo da cui sembra derivi il nome del Conero; il marisco, che vive solo a Portonovo all'interno della vegetazione palustre delle Marche e l'asfodelo della Liburnia

Il nucleo calcareo del Monte Conero presenta falesie di bianchi calcari compatti che ospitano la flora più interessante e diversificata. Questa dà origine a fitocenosi complesse che cambiano in rapporto con il variare dei fattori ecologici (edafici, esposizione, altitudine, micro e macroclima, ecc.). Buona parte del promontorio del Conero nel versante a mare è ricoperto da boschi e macchie che ne esprimono la diversità forestale,

assolutamente rilevante, considerando anche la limitata superficie del monte. I boschi del Conero sono in prevalenza costituite da leccete in cui domina il Leccio (Quercus ilex) di questa vegetazione si rinvengono aspetti mesofili localizzati sui versanti settentrionali, a mare del Conero, pertanto raggiunti dai freddi venti di bora. Sono questi boschi misti di sclerofille sempreverdi e caducifoglie e sono decisamente i più ricchi come biodiversità vegetale. Si tratta della leccete in cui al leccio nello strato dominante si legano numerose caducifoglie: Carpino nero (Ostrya carinifolia), Orniello (Fraxinus ornus), Quercia di Virgilio (Quercus virgiliana), Acero d’Ungheria (Acer obtusatum) e specie sempreverdi quali l’Alloro (Laurus nobilis), il Corbezzolo (Arbutus undo), la Fillirea (Phyllyrea media), il Laurotino (Viburnum tinus) ecc. Tra le liane sono diffuse lo Stracciabraghe (Smilax aspera), la Robbia (Rubia peregrina) e la Clematide vitalba (Clematis vitalba). Nelle quote superiori ai 300 m il bosco settentrionale si arricchisce ulteriormente di elementi mesofili quali l’Agrifoglio (Ilex aquifolium), il Caprifoglio comune (Lonicera caprifolium) e il Sorbo montano (Sorbus aria). Girando il monte verso sud si rinvengono leccete termofile in cui domina insieme al leccio solo l’orniello nello strato arboreo e talora il corbezzolo. Nel sottobosco sono presenti: Ranno alaterno (Rhamnus alaternus), Terebinto (Pistacia terebinthus), Filirea, Caprifoglio mediterraneo e Robbia. I boschi più termofili delle coste esposte a sud sono le pineta a Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) presenti come naturali solo nell’area della valle delle due Sorelle. In questa località la specie differenziale è la Cornetta falso emerus oltre alla Ginestra del Conero, al Ranno alaterno, al Tagliamani, sem-


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pre presente in questa valle. Il versante del Conero rivolto all'entroterra si presenta oggi per la maggior parte occupato da una vasta pineta dominata dal Pino d'Aleppo, impiantata tra il 1931 ed il 1938 su terreni con pendenza media del 30-35%, ricoperti da pascoli. Lo sfruttamento irrazionale del bosco che ricopriva i versanti interni del Conero aveva prodotto un forte dissesto idrogeologico. La ricostruzione avvenne mediante semina e piantumazione anche di una notevole varietà di specie, molte delle quali esotiche. I pochi relitti di vegetazione forestale autoctona che si rinvengono sulle pendici occidentali del monte Conero ci testimoniano le potenzialità per formazioni di caducifoglie a dominanza di carpino nero nei settori più freschi e a Quercia virgiliana su quelli più caldi dove abbonda la Rosa di San Giovanni o Rosa sempreverde (Rosa sempervirens), il Tagliamani, la Ginestra e la Ginestrella comune (Osyris alba). La “Plaga di Portonovo” originata da una frana La "Plaga di Portonovo" ha avuto origine da una frana verificatasi in epoca preistorica che avrebbe interessato circa tre milioni di metri cubi di roccia. I due specchi lacustri sarebbero i resti di due braccia di mare rimaste isolate all'interno del materiale franato a seguito della successiva costruzione di cordoni dunari da parte delle correnti marine. Questi cordoni vennero poi ricoperti progressivamente dai detriti trasportati dalle acque di dilavamento tranne che nelle superfici occupate dai laghetti salmastri. L’acqua di questi bacini infatti oltre che beneficiare dell’apporto diretto del mare possono contare anche sull’arrivo di acque dolci sorgive che percolano attraverso la montagna e qui risalgono. La vegetazio-

33 ne che ammanta Portonovo è perlopiù rappresentata dalla lecceta in cui tra gli alberi oltre il leccio è presente anche l’Orniello. Il bosco si è sviluppato, come dimostrano alcune foto, sui detriti di scarto di una grande cava dismessa da tempo e le cui pareti sono state anch’esse colonizzate dalla vegetazione. Il settore calcareo del monte ha subito per anni l'assalto dei cavatori sino al 1974 quando l'allora pretore di Ancona nel 1974 proibì l’apertura di nuove e più tardi decretò la chiusura di quelle attive. La lecceta circonda due specchi lacustri di piccole dimensioni denominati "lago Grande" o "lago del Calcagno" e "lago Profondo". Questi hanno un'importanza considerevole in quanto rappresentano gli ultimi biotopi salmastri autoctoni ancora rinvenibili nella costa marchigiana. Durante il Medioevo la loro estensione era notevole in quanto la Comunità dei Monaci Benedettini ed il Feudo del Poggio si contendevano lo sfruttamento delle risorse ittiche del lago del Calcagno. Testimonianze fotografiche più recenti evidenziano come lo stesso lago avesse ancora un rapporto stretto con il mare. Le alterazioni più consistenti sono avvenute negli ultimi anni con l'interramento di parte della superficie per la costruzione prima di un di un camping, la cui superficie è stata poi occupata da un parcheggio. Gli interventi realizzati nel tempo hanno inoltre determinato processi eutrofici in entrambi i laghi con conseguente sviluppo della vegetazione palustre costituita prevalentemente dalla Cannuccia di palude (Phragmites australis) e da due piante rare e protette nelle Marche come il Crespino maritimo (Sonchus maritimum) e il Marisco (Cladium mariscus) le quali purtroppo sono scomparse entrambe nel Lago Profondo a causa dell’aumento della

Il leccio domina nei boschi del Conero insieme all’Orniello al corbezzolo e al pino d’Aleppo oltre alla bellezza della ginestra

In alto, un esempio di flora del Parco: la Coronilla di Valenza glauca Sotto, la Barba di Giove reintrodotta recentemente sulla sommità della valle delle Due Sorelle e in altre zone del Conero


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34 salinità delle acque. Nei due i laghi la vegetazione contiene anche la Lisca marittima (Bolboschoenus maritimus) e la Lisca meridionale (Typha domingensis). La vegetazione tra Ancona e Conero Il tratto di costa tra Ancona e il Conero è costituito da rocce friabili, marne e arenarie che ospitano comunità arbustive diverse: sulle arenarie dominano i cespuglietti di Genista del Conero mentre sulle marne dense si sviluppano le formazioni a Canna del Reno (Arundo plinii). Questa canna si rinviene soprattutto nella zona di Mezzavalle in cui svolge ruoli molto importanti per la stabilità del versante. Il Paesaggio agrario sui rilievi collinari Il paesaggio agrario del Parco del Conero è di notevole bellezza e armonia, completamente sviluppato su rilievi basso collinari. L'agricoltura è ancora saggiamente condotta nel rispetto delle caratteristiche del territorio, in modo da impedire l'erosione del suolo. Diverse sono le aziende biologiche che incidono nel territorio del parco e che sono in costante aumento. La rete ecologica

In alto, il Lago Grande di Portonovo Sotto, paesaggio autunnale delle campagne del Conero e giovani ricercatori nel sito archeologico del Neolitico nel quale sono stati rinvenuti numerosi forni circolari Nella pagina a destra bosco di leccio termofilo sopra le ripide falesie della valle delle Due Sorelle In basso, due schemi di rete ecologica che permette di collegare il Parco del Conero attraverso corridoi diversi con la città di Ancona

In prevalenza le aziende sono di limitate dimensioni, generalmente a conduzione familiare. La coltivazione più diffusa è la cerealicola a cui si aggiunge quella della vite per la produzione del Rosso Conero, vino a denominazione d'origine controllata, che comprende l’intero territorio comunale dei comuni del Parco e parte dei comuni di Castelfidardo e Osimo. La seconda importante coltivazione arborea è l'olivicoltura. I campi sono spesso circondati

da siepi che ne delimitano le proprietà e ne consentono la stabilità mentre una piccola calendula, con le sue fioriture annuali, ne mette in risalto gli appezzamenti. Si tratta del Fiorrancio suffruticoso fulgido (Calendula suffruticosa subsp. fulgida), presente solo in questa zona per il territorio adriatico italiano. Un'altra specie arborea, legata all'agricoltura della zona costiera dell'anconetano, è il Giuggiolo (Ziziphus jujuba). La pianta, faceva parte della tradizione contadina dell'anconetano e veniva coltivata in prossimità delle case coloniche in quanto si riteneva che potesse tenere lontane le streghe. Che l’area del Conero sia fortemente vocata per la produzione dei cereali autunno-vernini, è stato perfino confermato da recenti scoperte archeologiche eseguite nel sito di Fosso Fontanaccia, scoperto alla fine degli anni 90 del secolo scorso da parte della Soprintendenza Archeologica delle Marche e poi ripreso recentemente dall’Università La Sapienza di Roma. In questo sono stati rinvenuti reperti ceramici ed abbondante industria litica (lame in selce, macine e pestelli). Sono stati inoltre scoperti un numero straordinario di forni circolari, più di 20, probabilmente utilizzati per la cottura di cibi e pane ed inoltre sono stati rinvenuti resti di cariossidi di cereali carbonizzate di orzo e farro. Ci dovremmo chiedere a questo punto se la vasta area collinare, storicamente impiegata dai marchigiani per la produzione agricola, per gli insediamenti abitativi e, più recentemente, per la produzione artigianale ed industriale ma così povera di ecosistemi naturali, sia da considerare, dal punto di vista della tutela ecologica, irrimediabilmente compromessa e pertanto ormai trascurabile. Pensare che il Parco del Cone-


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ro possa da solo permettere il libero movimento di piante ed animali e nel contempo far vivere in condizioni sopportabili le popolazioni costiere, è praticamente impossibile. Gli ecologi ritengono quindi che sia di fondamentale importanza tutelare o recuperare i differenti elementi naturali immersi nella matrice antropica i quali sono boschi residui, parchi, filari alberati, fiumi, siepi, grandi alberi isolati tra i coltivi, laghi, stagni, viali alberati ecc. Questi elementi costituiscono un insieme funzionale di risorse capaci di essere parte di un contesto di “rete ecologica”. Lo schema di rete ecologica

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proposto è relativamente semplice: 1 - core areas: aree di grandi dimensioni in cui si concentra la maggior parte delle componenti naturalistiche oggetto di tutela; 2 - buffer zones: zone cuscinetto che attenuano gli impatti della matrice antropica sulle core areas; 3 - corridoi ecologici: componenti del paesaggio che, favorendo i movimenti delle specie, fungono da aree di collegamento ecologico; 4 - stepping stones: frammenti di habitat che fungono da aree rifugio per specie particolarmente tolleranti il disturbo antropico. ¤

L’agricoltura rispetta il territorio e si basa sulla coltivazione cerealicola della vite e dell’olivicoltura


Questa pubblicazione è realizzata anche grazie al contributo di:


L’evento

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Il fascino blu e giallo colori di Lorenzo Lotto A MACERATA, MADRID E LONDRA MOSTRE DEL MAESTRO

B di Luigi Benelli

In alto, Visitazione, 1531 Pinacoteca civica di Jesi

asta fermarsi a guardare un quadro di Lorenzo Lotto per immergersi nel blu e nel giallo. Due colori che mai fino ad ora erano stati così luminosi. Il pittore veneziano, ma Marchigiano d’adozione, li otteneva sminuzzando dei vetri che potessero restituire una brillantezza mai vista prima. E proprio Lotto sarà ambasciatore di tre mostre che toccheranno Londra, Madrid e Macerata, la sua terra d’origine. Le Marche protagoniste di un gemellaggio culturale senza precedenti, alla vigilia dell’anno che celebrerà Raffaello, il divin pittore. 
 Macerata ospiterà tra ottobre 2018 e febbraio 2019 la grande mostra “Lorenzo Lotto: il richiamo delle Marche” in collaborazione con

il Museo del Prado di Madrid, la National Gallery di Londra e con la rete dei musei lotteschi delle Marche. Per la realizzazione dell’esposizione, la giunta, su proposta dell’assessore al Turismo e alla Cultura, ha approvato un Protocollo di Intesa tra la Regione e il Comune di Macerata e stanziato 300mila euro. L’iniziativa, dopo i gravi eventi sismici, si inserisce tra le attività di rilancio delle attrattività dei territori più colpiti, attraverso importanti operazioni culturali. 
Tutto è iniziato a giugno al Museo del Prado di Madrid con una grande mostra sui ritratti di Lorenzo Lotto, che proseguirà fino a settembre per trasferirsi da novembre in poi alla National Gallery di Londra. Due i curatori di chia-


L’evento

Marche protagoniste di un gemellaggio culturale senza precedenti L’iniziativa tenta il rilancio del territorio dopo il sisma

Sopra, Deposizione datato al 1512 e conservato nella Pinacoteca civica e galleria di arte contemporanea a Jesi A destra, Crocifissione, 1531 e conservato nella chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano a Monte San Giusto

38 ra fama, Miguel Falomir, Direttore aggiunto del Prado ed Enrico Maria Dal Pozzolo, co-autore del progetto. L’evento espositivo, che presenterà tutti i più importanti ritratti del maestro veneziano, costituisce una occasione unica per riflettere sulla straordinaria posizione del Lotto nel contesto europeo della sua epoca e per lanciare un ‘anno lottesco’ al di fuori delle ricorrenze celebrative.
L’assessore alla Cultura della Regione Marche sottolinea che “è in questo contesto che si inserisce la mostra Lorenzo Lotto nelle Marche, da ottobre ’18, per collegare il territorio regionale alle kermesse di Madrid e Londra entrando a pieno titolo nel calendario lottesco attraverso un gemellaggio culturale dotato di forte spessore scientifico e grande potenzialità mediatica. Il progetto prevede di riportare “a casa” le opere di Lotto sparse nei grandi musei del mondo che hanno un collegamento con la regione per ricostruire un percorso fino ad oggi frammentato. Parliamo di circa 20/30 opere oggi disseminate in Italia e in Europa, da riportare nelle terre dove sono state pensate e realizzate”.
L’inizia-

tiva espositiva che verrà ospitata a Macerata, a palazzo Buonaccorsi, intende mettere a confronto opere realizzate per le Marche o collegabili alle Marche mettendole in rapporto con altri pezzi che testimoniano le tappe della carriera dell’autore. Ma la mostra di Macerata mira anche creare un forte raccordo con i 26 dipinti disseminati sul territorio marchigiano, che dialogheranno idealmente (ma anche con iniziative concrete) con le opere del nucleo espositivo di Macerata e con i ritratti delle grandi mostre europee.
L’idea, promossa da Villaggio Globale Internazionale (una delle principali società italiane di organizzazione di grandi eventi), parte dalla constatazione che, pur vantando Ancona, Loreto, Recanati, Monte San Giusto, Jesi, Cingoli e Urbino la presenza di numerose opere di Lorenzo Lotto, altri capolavori realizzati dall’artista veneto nelle Marche, si trovano oggi nei principali musei del mondo e non hanno più fatto ritorno nei luoghi da dove sono partiti. I numeri parlano delle Marche come la Regione che può dare un grande all’anno lottesco: circa il 15% dei dipinti autografi di Lotto si trova nelle Marche. Il resto delle opere si conserva per metà in località italiane (77) e per metà all’estero (74); ad esse si deve aggiungere una quindicina di dipinti di attuale ubicazione ignota.
“L’iniziativa così delineata si configura come un ‘viaggio’ alla riscoperta delle Marche nel segno dell’arte del Lotto – evidenzia Pieroni - che andrebbe ad assumere un ruolo significativo e confrontabile con le migliori rassegne espositive dedicate all’artista tra il 1953 e il 2013”.
E lo fa dialogando con due dei musei più importanti al mondo, senza timori reverenziali. “Effettivamente parliamo di due delle più grandi istituzioni europee: il curatore scientifico della mo-


L’evento

stra che si svolgerà a Madrid e Londra è un italiano, Enrico Maria Dal Pozzolo, e grazie a lui è stato possibile condividere con i direttori dei due grandi musei Miguel Falomir e Gabriele Finaldi il progetto lottesco che include le Marche, partendo dalla convinzione che la vicenda umana e artistica vissuta dal Lotto in territorio marchigiano sia essenziale ai fini della sua conoscenza. Con queste realtà museali la Regione intende promuovere accordi di collaborazione non solo nella specifica occasione dell’anno lottesco, ma anche nella auspicabile prospettiva di future importanti collaborazioni di rilevanza internazionale”.
Oltre all’artista anche le Marche saranno protagoniste. “Questa serie di iniziative darà grande visibilità alla Regione Marche le cui terre hanno rappresentato una parte essenziale della vita e dell’attività del Lotto, che potranno

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così essere al centro dell'attenzione di un pubblico ampio e diversificato. Ci si potrà rivolgere ad un pubblico internazionale che potrà conoscere e raggiungere le Marche grazie a questa opera di diffusione e comunicazione. Si tratta di un’azione fondamentale per la conoscenza e la promozione del nostro territorio con la possibilità di effettuare operazioni efficaci di marketing e promozione turistica per tutta la Regione e per i territori colpiti dal sisma in particolare”.
Non solo l’aspetto scientifico, ma anche la comunicazione. “Il piano promozionale della mostra – rileva Pieroni - è una delle componenti fondamentali di cui si vuole tenere conto: sono previste molte azioni legate all'evento ai fini della promozione e valorizzazione del territorio regionale (con particolare riferimento a quello colpito dal sisma) in Italia e nelle sedi europee interessate dal pro-

Il progetto prevede di riportare “ a casa” venti, trenta quadri di Lorenzo Lotto sparsi nei grandi musei del mondo

In alto, Annunciazione, 1534 circa Museo civico Villa Colloredo Mels a Recanati


L’evento

Circa il 15 per cento dei dipinti autografi dell'artista si trovano nelle Marche Il resto si conserva per metà in Italia e metà all’estero

In alto, Lotto, pala di Santa Lucia, 1532 Pinacoteca civica e galleria di arte contemporanea a Jesi

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getto. Saranno organizzate conferenze stampa per promuovere l’evento ed educational per la stampa estera nelle Marche, che permetteranno di visitare le diverse città e borghi dove sono custoditi i grandi capolavori del Lotto, e saranno presentati filmati e documenti sul Lotto nelle Marche e sul nostro territorio nell’ambito del percorso espositivo e del catalogo generale a Madrid e Londra”. Nell’era delle immagini non poteva mancare un film. “Vogliamo realizzare un video-documentario sulla vita e l'arte di Lotto, da programmare su reti televisive nazionali e internazionali, che attesterà il profondo legame che unì il Maestro veneziano alle terre marchigiane, nelle quali ripetutamente tornava per creare e ispirarsi e ove scelse di terminare i suoi giorni. Sarà prodotto materiale informativo e promozionale relativo all’esposizione italiana che sarà messo a disposizione dei visitatori delle mostre di Londra e Madrid, oltre a materiali multimediali/video per le sedi

espositive internazionali. Saranno presi accordi di media partnership con la stampa nazionale ed internazionale e sarà avviata una campagna di comunicazione web e social per promuovere la mostra e le iniziative collaterali”.
Non resta che fare il conto alla rovescia. “L’obiettivo dell’iniziativa sarà quello di far ‘parlare’ le opere con chiarezza, coniugando scientificità, narrazione e suggestione, e accompagnandole con nutrita documentazione di archivio locale e apparati multimediali, diagnostici e di carattere esplicativo – chiude Pieroni Ma lo scopo del progetto è anche quello di creare una relazione tra le Marche ed i musei di Londra, Madrid e San Pietroburgo, realizzando alcune iniziative in partnership e tra loro coordinate, sia sul nostro territorio che in questi grandi musei, al fine di presentare il nostro territorio attraverso l’opera dell’artista e coniugare al rigore scientifico dell’operazione una intensa azione di valorizzazione e promozione di valori culturali”. ¤


Immagini del ‘900

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Bonetti, soldato pittore del convento-biblioteca NEL 1938 AFFRESCÒ 22 LUNETTE DEL CHIOSTRO E CORRIDOIO

L di Grazia Calegari

a Biblioteca comunale San Giovanni è stata inaugurata nel 2002, e svolge un ruolo fondamentale di attività di studio, lettura e prestito per tutte le fasce di età. Un vero luogo di socializzazione, vivace e allargato a qualsiasi esigenza culturale di conferenze, incontri, presentazione di libri. L’architetto Danilo Guerri col suo gruppo di lavoro è stato l’artefice di questa trasformazione che ha impresso un nuovo stile alle abitudini della città, e ha mutato gli antichi spazi del convento dei francescani minori osservanti di San Giovanni Battista in via Passeri. L’edificio religioso annesso è la chiesa cinquecentesca progettata dall’architetto ducale Girolamo Genga, dall’inquieta grandiosità anticlassica evidente qui e nella villa Imperiale sul colle San Bartolo, esempi straordinari rovereschi del manierismo italiano. I lunghi lavori conclusi nel 2002 hanno riguardato solo la parte del convento destinata a Biblioteca, in cui sono ancora visibili le tracce delle porte

di alcune celle. Il convento era enorme, comprendeva spazi aperti vastissimi usati come gli orti, i cortili interni, il chiostro. La comunità religiosa ha qui vissuto fino al 1810, quando col Regno Italico di Napoleone si ebbe la prima soppressione degli ordini religiosi. Nel ‘900, durante tutto il periodo della prima guerra mondiale, chiesa e convento furono ridotti a quartiere militare e anche Benito Mussolini vi fu ospite. Nel 1938, e per un periodo di tre anni, un ventunenne soldato di leva in forza al distretto militare dislocato nel convento, su richiesta del colonnello comandante Granati, affrescava ventidue lunette del chiostro, le pareti alte delle due restanti ali e quelle dei corridoi del convento non al servizio dei religiosi. Si chiamava Enzo Bonetti, aveva studiato pittura alla Scuola d’arte Apolloni di Fano, allievo e collaboratore del professor Emilio Lazzaro, a sua volta autore e restauratore di affreschi e tele in edifici sacri. Bonetti è stato un ideale esecutore di dipinti di storia, e ha tradotto in ‘stile novecento’ gli episodi militari e romani, cari alla pittura murale di quegli anni. E’ stato poi, fino alla morte avvenuta nel 1987, uno dei protagonisti della pittura tra Pesaro e Fano, autore di numerosi dipinti, paesaggi, quadri di genere che si trovano in diverse collezioni private e pubbliche. Ma i dipinti del San Giovanni rappresentano il suo esordio di giovane artista che dimostra la bravura di un’esecuzione veloce, sintetica ma ric-


Immagini del ‘900

Il giovane realizzò episodi militari e romani cari alla pittura murale di quegli anni nell’edificio religioso ora San Giovanni

In alto, il giovane Bonetti nel 1939 e particolari delle sue opere presso la biblioteca San Giovanni di Pesaro (Foto di Michele Alberto Sereni)

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ca di particolari realistici, dal colorismo intenso e impressionistico. Il giovane pittore comincia dal chiostro, dove deve esaltare la presenza dei soldati descrivendo la guerra con tutte le armi di terra, di cielo, di mare. La pittura murale in quegli anni riceveva qualche suggestione anche da film come ‘Scipione l’Africano’ di Carmine Gallone uscito nel 1937, grande riscoperta collettiva di eroi e di combattimenti di Roma. Le scene di Bonetti rappresentano poi alcuni episodi esemplari della storia e della grandezza romana e scandiscono le pareti del largo corridoio, dove si affacciano come occhi chiusi le porte murate delle celle del convento. I tavoli e le lampade della Biblioteca San Giovanni, le alte travature in legno sovrastate dagli immensi lucernai, le ringhiere e i ballatoi in ferro grigio dominano ormai l’antico spazio conventuale in un contrasto funzionale ma privo di memoria, senza preoccupazioni nei confronti dei danni che i dipinti hanno subito e continuano a soffrire per l’eccessiva luce. In attesa di interventi di restauro di tutte le pitture murali che nessuno ancora si è degnato di proporre, con l’eccezione di due grandi scene per fortuna staccate e restaurate. E’ stata realizzata però una pubblicazione nel 2007 per conto dell’Assessore alla cultura Paolo Sorcinelli della

Provincia di Pesaro Urbino. In particolare, tra le tante scene, appare molto felice la narrazione di episodi come ‘La vittoria dei Romani sull’esercito di Pirro a Maleventum nel 275’ e ‘La Battaglia tra Romani e Cartaginesi sul Metauro’ Nella prima, Bonetti rende il disordine provocato dai Romani nell’esercito di Pirro quando vengono spaventati gli elefanti, elemento principale della sconfitta del re dell’Epiro . Sopra i loro corpi grandiosi ci sono le torri cariche di soldati, in primo piano è raffigurata la distesa enorme del campo di battaglia. Nella seconda, si vede lo scontro frontale e definitivo tra i due eserciti nella valle del Metauro tra Fano, Fossombrone e Fermignano. Una carneficina che segnò l’inizio della fine di Cartagine e annoverò tra i morti il generale Asdrubale, fratello di Annibale. Questa scena è datata e firmata 1940, il pittore ha ventiquattro anni e inventa la zuffa della battaglia con incredibile sapienza narrativa, distribuendo tocchi di forza drammatica nelle espressioni dei visi, nelle cadute dei corpi, in quell’unica proboscide che si avvista. In fondo, con la solita grandiosità cinematografica, c’è il mare Adriatico, con la sabbia e la vegetazione mediterranea: uno sfondo simbolico che allude alla foce del Metauro, e che è preludio ai tanti quadri con paesaggi che Bonetti dipingerà per tutta la vita. ¤


Contemporaneità

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Ar[t]cevia, l’arte entra nei castelli LA XI EDIZIONE DEL FESTIVAL ACCENDE NUOVI RIFLETTORI

I di Federica Facchini

l Festival di arti contemporanee AR[t]CEVIA è pronto ad inaugurare la sua XI edizione. Un progetto che nasce nel 2008 - l’anno scorso ha festeggiato un traguardo importante, quello dei dieci anni - e che da allora, desidera attivare un percorso d’arte nell’entroterra marchigiano per accendere un faro su un territorio bellissimo ma a volte sconosciuto. Il Festival AR[t]CEVIA desidera ristabilire anche dei rapporti tra i luoghi e dove il minimo comune denominatore sia proprio l’arte contemporanea in tutte le sue svariate forme e prodotta da artisti di ogni provenienza ed età, che si confrontano attraverso i molteplici e variegati linguaggi delle arti visive: pittura, scul-

tura, fotografia, installazioni, performance, video, land-art. Attesissima dunque, l'inaugurazione della XI edizione per sabato 4 agosto alla Casa del Parco di Arcevia (AN). È così che il mese di agosto vedrà il borgo marchigiano trasformarsi in un vero e proprio centro di sperimentazione, impegnatissimo fra arti performative, musica, installazioni, video e molto altro ancora. Il Palazzo dei Priori sarà sede della collettiva di giovani e giovanissimi (la maggior parte di essi è sotto 40 anni), accuratamente selezionati. «Puntiamo molto sulla qualità» ha dichiarato Laura Coppa, Presidente e Direttore artistico di Ar(t) cevia «Si punta sulla ricerca e continua sperimentazione, sulla fusione dei linguaggi. Da


Contemporaneità

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In viaggio per mostre nelle Marche

Il borgo marchigiano si trasforma da agosto a ottobre in un centro di sperimentazione e fusione dei linguaggi

In alto, l'immagine disegnata da Sergio Giantomassi che caratterizza il festival di Arcevia edizione 2018 Qui sopra, e nella pagina precedente alcuni momenti delle precedenti iniziative di successso

un paio di anni stiamo dando grande importanza anche al settore della musica contemporanea: abbiamo avuto come ospite Claudio Pasceri uno dei pochissimi violoncellisti che si occupa di musica contemporanea e che ha eseguito brani scritti appositamente per l’occasione. Sempre lo scorso anno il compositore Mauro Montalbetti che scrive anche per la Scala di Milano, ha composto musiche anche in onore del compositore Aldo Clementi che, ben 40 anni fa, scrisse “L'orologio d'Arcevia”. La contemporaneità ad Arcevia è insita nel DNA». Oltre alla collettiva al Palazzo dei Priori previsti anche i progetti site specific realizzati ad hoc per i 9 Castelli medievali intorno ad Arcevia, da artisti che scoprono ed entrano in contatto con un territorio molto particolare. Basti pensare che uno dei nove castelli fino ad un paio di anni fa aveva un solo abitante. Luoghi affascinanti per una storia, per il paesaggio mitico da cui sono circondati, e per essere, in un certo senso, fuori dai ritmi del mondo odierno. La consolidata particolarità di AR[t]CEVIA, è proprio quella di individuare generi, stili e concetti che introducono plausibili nuovi linguaggi artistici, lasciando totale libertà agli artisti selezionati, di presentare i propri progetti e la propria personale ricerca. Il Festival AR[t]CEVIA che sarà fruibile fino alla seconda domenica di ottobre, è organizzato da AR[t]CEVIA Onlus in collaborazione con il Comune di Arcevia e patrocinato dalla Regione Marche e Comune di Sassoferrato.  ¤

A Fermo, nella Chiesa di San Filippo, l’evento “Il Quattrocento a Fermo. Tradizione e avanguardie da Nicola di Ulisse a Carlo Crivelli”(fino a settembre). A Fabriano, all’Oratorio San Giovanni, la mostra “Orazio Gentileschi caravaggesco errante nelle Marche” (fino a settembre). A Matelica, al Museo Piersanti una considerevole rassegna espositiva: “Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico”(fino a novembre). A Senigallia “Il Correggio ritrovato: la Sant’Agata di Senigallia”, esposto (fino al 2 settembre) all’interno di Palazzetto Baviera È qui che nel 2004 la vide Dario Fo, interpretando il volto della Santa. Ed è proprio grazie all’attore premio Nobel che il dipinto venne restaurato. A Senigallia ma a Palazzo del Duca, la retrospettiva “Robert Doisneau: le Temps Retrouvé” dedicata al celebre fotografo francese, che ha profondamente influenzato la cultura contemporanea (fino al 2 settembre). A Porto Recanati, Castello Svevo, è in mostra “L’arte surreale, Salvador Dalì e Max Ernst” con sessanta opere grafiche: quaranta quelle tra cui una cartella dedicata a Giacomo Casanova e varie litografie dell’artista spagnolo su Divina Commedia e Bibbia. (fino al 2 settembre).


Il vanto

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La protezione civile eccellenza marchigiana LA MODERNA STRUTTURA NAZIONALE “NASCE” AD ANCONA

U di Claudio Sargenti

A sinistra, Roberto Oreficini in un intervento al Dipartimento della Protezione Civile

n lavoro di squadra, buona capacità di sintesi, ma anche lungimiranza e pieno sostegno da parte dei governi regionali che si sono alternati alla guida delle Marche per almeno quindici anni: così Roberto Oreficini, attualmente vice presidente nazionale della Commissione Grandi Rischi, prova a riassumere e a spiegare il senso e i successi della Protezione civile marchigiana. Vale forse solo la pena di ricordare che i componenti della Commissione Grandi Rischi sono scelti tra indiscusse e riconosciute personalità di alto prestigio scientifico, culturale ed istituzionale. L’occasione è fornita da una lezione organizzata dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche. Oreficini spiega nel dettaglio il nuovo decreto di riordino del settore; il primo decreto varato dal Governo nel 2018; un testo unico “per disciplinare organicamente, spiega, un sistema complesso”. Non solo, dunque, assistenza alla popolazione, ma una classificazione del tipo di rischio, del livel-

lo di emergenza, dei soggetti deputati ad intervenire e poi pianificazione e prevenzione. Tra le novità del decreto anche il coinvolgimento di alcuni ordini professionali, compreso quello dei giornalisti (e l’Ordine marchigiano è stato il primo in assoluto a confrontarsi con il decreto) “perché, sono parole di Oreficini, soprattutto nelle situazioni di emergenza è importante diffondere informazioni corrette e puntuali evitando le imprecisioni dei social.” Un flusso informativo che funziona, però, anche in senso opposto perché “spesso le notizie, aggiunge, raccolte dai giornalisti tra i cittadini ci hanno aiutato a capire un’esigenza e a intervenire meglio.” Pochi forse lo sanno, ma ha origini marchigiane, anzi anconetane, la moderna protezione civile nazionale. Lo racconta lo stesso Oreficini proiettando un prezioso filmato d’epoca fornito da RaiTeche. Le immagini suggestive, in bianco e nero, con il racconto di Ermete Grifoni allora caporedattore della Rai delle Marche, ripercorrono i tragici


Il vanto

L’organizzazione messa in atto nel 1972 durante il terremoto nel capoluogo dorico fu ripresa per intervenire nel sisma del Friuli

46 eventi legati al terremoto che colpì Ancona nel lontano 1972 (migliaia di scosse in pochi mesi; le più devastanti la notte del 4 febbraio e la sera del 14 giugno; ingenti i danni, per fortuna un solo morto, indiretto), ma il cui ricordo è ancora vivo in tanti di noi. Ripercorrendo quei momenti, guardando le devastazioni e poi le tendopoli, ascoltando le testimonianze di tanti anconetani, ad iniziare dall’allora sindaco della città Alfredo Trifogli (quello, per intenderci che rifiutò le “baracche” e dotò Ancona e la Regione di una nuova Università, con le facoltà di Medicina e Ingegneria) Oreficini rivela che nei provvedimenti decisi allora (soccorsi per la prima emergenza, iniziative per la ricostruzione, aiuti per la ripresa economica) ci sono, in embrione, tutti gli elementi, appunto, alla base della moderna protezione civile, tanto che quella normativa sarà ripresa in occasione del successivo terremoto in Friuli.

Roberto Oreficini parla dall’alto della sua grande esperienza. Come Capo del Dipartimento regionale ha coordinato gli aiuti e i soccorsi in occasione del terremoto che investì Marche e Umbria nel 1997, ma anche gli interventi per gli incendi che hanno interessato negli anni scorsi la nostra regione, l’emergenza neve (la più recente quella del 2012), ma anche le alluvioni (ne ricordiamo una su tutte, quella di Senigallia) o il coordinamento di grandi eventi, come la visita di Papa Benedetto XVI ad Ancona l’11 settembre 2011 a conclusione del Congresso Eucaristico Nazionale. E dunque numerosi diventano, inevitabilmente, durante l’incontro, i riferimenti alla realtà regionale. La nascita, ad esempio, di una centrale operativa integrata da cui coordinare le attività di aiuto, di soccorso e degli interventi in genere. “Siamo riusciti a far capire, spiega, a tutti gli enti

Voglia di fare squadra il segreto di Oreficini

Q

Roberto Oreficini vice presidente nazionale della Commissione grandi rischi In alto e a destra due immagini del terremoto che ha colpito Ancona nel 1972

uando ho conosciuto Roberto Oreficini io ero un giovanissimo cronista del “Corriere Adriatico”, lui vice prefetto ad Ancona. Erano gli ultimi giorni di agosto, quando nelle acque di una delle più belle isole della Grecia una tragedia finiva per sconvolgere quella che doveva essere una vacanza serena e spensierata di un gruppo di ragazzi anconetani. Affiatati, uniti dalla grande voglia per le immersioni e la pesca subacquea, avevano deciso di trascorrere qualche giorno da soli, senza famiglie né fidanzate, per dedicarsi unicamente allo svago e alle loro grandi passioni legate al mare. Uno di loro, poi, di lì a qualche giorno, al rientro ad Ancona,

si sarebbe dovuto sposare con una ragazza che già aveva comprato l’abito e le bomboniere e preparato gli inviti per le nozze. Cose che ogni sera guardava e riguardava in armadio per vedere se tutto era in ordine e non mancasse niente. In attesa, appunto, che rientrasse dalla Grecia il promesso sposo. Ma un destino cinico decise diversamente e interruppe bruscamente quel sogno e quella vacanza. Il ragazzo in una delle immersioni compiute negli splendidi fondali del mare della Grecia, perse la vita. Inutili risultarono tutti i tentativi di soccorso messi in atto dagli amici. La notizia della tragedia, come è facile immaginare, arrivò come un fulmine di un improv-


Il vanto

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e i soggetti interessati (comprese dunque le forze di polizia) che lavorando in sinergia avremo operato meglio e con maggiore efficacia.” E poi la nascita della “colonna mobile” con l’acquisto di attrezzature moderne, compresa la realizzazione di un efficiente ospedale da campo: “il merito, parole di Oreficini, va anche alla lungimiranza delle giunte regionali di quegli anni che ci hanno creduto e che hanno investito sul progetto complessivo della protezione civile.” Ricordiamo, comunque, che l’ospedale da campo marchigiano sostituì quello de L’Aquila devastato dal sisma del 2009. Si tratta di un autentico fiore all’occhiello della nostra protezione civile, utilizzato anche nel Sud Est asiatico dopo lo tsunami e in altre emergenze e di recente insignito di un premio europeo. Ancora. La “colonna mobile” ha operato anche ad Haiti, in occasione di un altro terri-

ficante terremoto, ma anche dopo l’uragano che devastò New Orleans, unico aiuto internazionale accettato dagli Stati Uniti, perché la nostra protezione civile, all’epoca, aveva funzioni di pronto intervento. E poi quel terremoto di Marche e Umbria del 1997, esempio, nella tragedia, di efficienza negli aiuti ma anche nella ricostruzione, ricostruzione efficace e “pulita” tanto che non è mai stata sfiorata da sospetti o da inchieste di

viso temporale d’agosto, in una Ancona ancora distratta dagli ultimi scorci d’estate. Toccò a me raccontare per il mio giornale quella storia. Al di là del fatto di cronaca c’erano poi più famiglie in preda all’angoscia, tanto per usare un eufemismo. All’epoca, infatti, la Grecia e le sue isole apparivano terribilmente lontane. Non c’erano né internet e né i telefonini o i social, mentre i collegamenti marittimi con Ancona erano pochi, per non dire scarsi. Certo non erano frequenti come lo sono oggi. Alla Farnesina ancora doveva essere istituita l’Unità di Crisi e le notizie da laggiù arrivavano solo con il telefono fisso con linee assolutamente disturbate. Ma c’erano ragazzi da assistere e da riportare a casa da una parte, compreso il giovane senza vita; famiglie in ansia e

nel lutto dall’altra, che non sapevano come comportarsi. Fu proprio per avere notizie, ma anche per cercare di capire cosa si poteva fare per alleviare per quanto possibile il dolore e accelerare i tempi del rientro, che entrai in contatto con Roberto Oreficini. Ci siamo sentiti per un po' di giorni quasi quotidianamente, creando una sorte di “ponte” tra le famiglie e i ragazzi frastornati, bloccati giù in Grecia. Sempre educato, cortese, preciso, Oreficini dimostrò subito efficienza, disponibilità, ma anche pazienza e sincera umanità. Conclusa quella parentesi, per alcuni anni ci perdemmo di vista. Furono gli anni in cui divenne Sindaco di Falconara per poi approdare in Regione come dirigente. Lo incontrai di nuovo dopo il terremoto che nel 1997 sconvolse Marche e Umbria. Aveva

Coordinamento sintesi lungimirante spirito di sacrificio sono le qualità della Protezione civile regionale promossa sul campo

messo a disposizione le sue capacità organizzative, la sua esperienza per dar vita a quel Dipartimento regionale della Protezione Civile che si distinse proprio in quell’occasione nel portare i soccorsi e gli aiuti alle popolazioni terremotate. Una Protezione Civile che presto, proprio grazie all’impegno di Oreficini, sarebbe diventata un esempio di efficienza in Italia e nel Mondo. Nel corso del tempo e ricordando proprio quel tragico episodio di tanti anni fa, mi sono convinto e, credo non a torto, che abnegazione, spirito di servizio, aiuto verso il prossimo, insieme a ordine e voglia di fare squadra facciano parte, come una sorta di dna distintivo, dell’uomo Roberto Oreficini. Insomma, quelle doti, per me lui le ha nel sangue. Claudio Sargenti


Il vanto

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Oreficini vice presidente nazionale della Commissione grandi rischi è protagonista assoluto dell’idea e della sua esecuzione

sorta, come ha affermato più volte e in varie occasioni Vincenzo Luzi, in quegli anni Procuratore Capo della Repubblica di Ancona.

In alto, una riunione operativa ad Abbadia di Fiastra sul ruolo e le capacità di intervento della Protezione Civile regionale Qui sopra, una foto storica dei mezzi dei Vigili del Fuoco

Un bell’esempio quello del 1997 che poche volte viene ricordato come tale anche a livello nazionale. “E’ la solita ritrosia dei marchigiani - si schermisce Oreficini. Tutto quello che seguì quel terremoto fu frutto di un lavoro di squadra, tanto che tutti gli atti, ricorda, furono adottati all’unanimità dal Consiglio regionale.” Conclusa la lunga parentesi marchigiana, Roberto Oreficini ha messo a disposizio-

ne a livello superiore la sua esperienza e le sue capacità: nell’assistenza, ad esempio, di un grande evento come è stato l’EXPO di Milano o nell’organizzare i soccorsi nella tragedia di Rigopiano: “…siamo arrivati, ricorda, a Penna a mezzogiorno del giorno seguente con tutte le strutture operative in attività. Abbiamo trasformato il locale palasport in una sorta di casa di vetro; una metà occupata dal coordinamento operativo per i soccorsi; l’altra metà per le persone che avevano bisogno di riposare e recuperare; mentre in tribuna abbiamo collocato i giornalisti”. Coordinamento, lavoro di squadra, spirito di sacrificio sono la cifra della Protezione civile regionale targata Roberto Oreficini, una protezione civile promossa, è il caso di dire, sul “campo”, un’altra delle eccellenze marchigiane. Un lavoro importante il suo, che meritava forse un riconoscimento maggiore da parte della comunità regionale ¤


La Grande Guerra

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Monumenti ai caduti il non diritto all’oblio LAPIDI IN UNO STATO DI DEGRADO, MEMORIE SBIADITE

“G di Alberto Pellegrino

uerra! – una voce d’abisso urlò/E la parola divina e tremenda/passò rossa e devastatrice sopra il mondo/ celere come una fiamma/che in un attimo solo/brucia e divora una bandiera…/E tutti gli uomini si sentono uomini finalmente,/plasmati d’odio e di ferocia/assetati di sangue e di vendetta/solo vestiti dei loro istinti belluini:/perdutamente avvelenati di coraggio e d‘eroismo/passano bellissimi cantando/verso la strage e la morte./Bella è la guerra!” (Corrado Govoni). Con questi sentimenti futuristi, nazionalisti e interventisti dannunziani andavano in guerra per risvegliarsi dal loro sogno dopo quattro sanguinosi e drammatici anni, perché la Grande Guerra aveva prodotto decine di milioni di morti, aveva annientato intere generazioni, aveva sconvolto gli assetti demografici delle comunità locali con la decimazione della giovane popolazione maschile. Il pensiero di tutti questi lutti ha continuato a incidere per molti anni sull’immaginario collettivo, provocando uno sgomento misto a stupore, un profondo senso di colpa collegato a una forte voglia di espiazione. Ci sono voluti decenni per fare un bilancio della “vittoria” e per conoscere l’esatto costo umano della guerra: “Non esistevano famiglia, gruppo di amici, scuola o fabbrica in cui non si piangesse un parente o un conoscente: i morti divennero una presenza ossessiva e il lutto di massa impregnò le società europee” (Marco Mondini, La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-1918, Il

Mulino, Bologna, 2014). Una volta presa coscienza di aver vissuto un massacro massificato e seriale, l’intera Europa è stata costretta ad affrontare questo diffuso sentimento di morte che ha messo in crisi la fiducia nel progresso, nello sviluppo scientifico e tecnologico, nella rivoluzione industriale che aveva contribuito a produrre micidiali strumenti di morte. Per controllare le emozioni collettive e per fronteggiare la diffusione degli ideali pacifisti, i vari governi europei hanno cercato di collegare il culto dei morti con l’esaltazione della Nazione. Si avvia pertanto una mobilitazione di energie collettive e si prendono numerose iniziative pubbliche e private per esorcizzare il massacro provocato dalla prima guerra di massa: “L’elaborazione politica del lutto fu in effetti un lavoro imponente che richiese molti anni, ingenti investimenti materiali, la definizione di nuovi codici simbolici, un uso intensificato di forme di comunicazione capaci di coniugare sentimenti privati di pietà e richiami spettacolari” (Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli Italiani. 1915-1918, Sansoni, Firenze, 1998). In tutta l’Europa vi assiste a una notevole fioritura di un’arte monumentale la quale produce progetti anche costosi, che sollevano pesanti questioni economiche, perché non tutte le comunità locali hanno le possibilità finanziarie per realizzare questi monumenti, per cui diventa necessario mobilitare le comunità con la creazione di appositi comitati cittadini allo scopo di raccogliere fondi


La Grande Guerra

In un libro di Anzivino e Groff l’analisi storico-sociologica di immagini e simboli di quei sacrari

50 per la progettazione, la costruzione e la collocazione di un monumento capace di rappresentare il cordoglio delle famiglie, onorare i commilitoni caduti e tramandarne la memoria, esaltare lo spirito cameratesco dei reduci (cfr. Jay Winter, Il lutto e la memoria. La Grande Guerra nella storia culturale europea, Il Mulino, Bologna, 1998). Nell’arte monumentale la guerra non è vista come un fatto nobile, ma come un evento tragico, rappresentato con un linguaggio figurativo e letterario con il quale si cerca di riaffermare quei valori per i quali tanti giovani hanno sacrificato la loro vita. L’elaborazione del lutto collettivo non si è mai arrestata, perché è andata al di là dei monumenti e del tempo, trovando una sua espressione artistica nell’opera di poeti e narratori, artisti e registi. Si pensi ai recenti film Una lunga domenica di passioni di Jean-Pierre Jeunet (2004), Torneranno i prati di Ermanno Olmi, Frantz di François Ozon (2016). Basta ricordare i romanzi ’14 di Jean Echenoz (2014), Ci rivediamo lassù di Pierre Lemaitre (2014), Il fuoco di Henri Barbusse (2014), la riedizione delle novelle di Federico De Roberto La paura e altri racconti della Grande Guerra (2014), Prima dell’alba di Paolo Malagutti (2017), la storia romanzata dell’artigliere marchigiano Alessandro Ruffini (Castelfidardo, 1893), fatto fucilare a Nogara Padovana il 3 novembre 1917 dal generale Andrea Graziani per aver salutato sull’attenti senza togliersi il sigaro dalla bocca. Nelle Marche si sono pubblicati diversi contributi, tra cui Dal Chienti al Piave di Enzo Calcaterra (2015) e La Grande Guerra nella letteratura dialettale delle Marche di Manlio Baleani (2015). Intorno alle metà degli anni Venti, il regime fascista confe-

risce alla Grande Guerra un alto valore simbolico, esaltando l’aristocrazia combattentistica considerata la parte migliore della Nazione “forgiata” dall’olocausto del conflitto mondiale. La data dell’intervento italiano (24 maggio) e il giorno della Vittoria (4 novembre) sono consacrati come festa nazionale per rendere onore a reduci e mutilati. In quest’ottica si colloca il “culto dei caduti” con la creazione dei sacrari urbani intesi come luoghi deputati per esprimere il cordoglio collettivo, per rappresentare una legittimazione del dolore, per inculcare, attraverso l’arte funeraria, la speranza in una Patria resa più grande dal sacrificio di tante vite umane, per celebrare i valori del patriottismo e del nazionalismo. Si vuole valorizzare il debito contratto verso i caduti, esaltando il sacrificio di chi è morto per il proprio Paese e cercando di seppellire l’orrore, l’ignominia e il trauma connessi alla guerra. Questi monumenti vogliono trasmettere il messaggio che i nostri morti non sono più degli individui (anche se i loro nomi compaiono incisi nella pietra o nel bronzo), ma sono l’espressione di un sacrificio collettivo voluto dallo Stato, che ha il diritto di chiedere ai propri cittadini d’impugnare, se occorre, di nuovo le armi per difendere la Patria comune. Questi altari “laici” del valore eroico dei caduti che si esprime attraverso il “trionfalismo” delle epigrafi celebrative, sulle quali compaiono lunghi elenchi di nomi che sono gli indicatori della pietà collettiva, perché devono aiutare i familiari (madri, padri, fratelli, sorelle, figli, figlie, mogli e fidanzate) ad accettare la cruda realtà della morte in guerra. Questi monumenti non si rivolgono solo a chi ha perduto i propri cari, ma alle autorità, ai commilitoni superstiti, a tutti i cittadini


La Grande Guerra

per invitarli a meditare sul sacrificio di coloro il cui nome è inciso sulla pietra. Per rafforzare questo messaggio, si fa ampio uso di “segnali” allegorici (corone di alloro, animali simbolici, bandiere), della figura del semplice soldato, umile eroe delle trincee, destinata a evocare l’immagine della “bella morte”, presentandola come il coronamento di una nobile scelta. Si utilizzano delle icone femminili allegoriche (la madre, la sposa, la sorella, la fidanzata), ma la figura femminile più ricorrente è la Vittoria che porge un serto d’alloro ai caduti vittoriosi o abbraccia il corpo di un soldato morente per consacrarlo alla gloria, all’immortalità e alla resurrezione. Nel 1930 il governo, con la Memoria sulla sistemazione definitiva delle salme dei militari italiani caduti in guerra, vuole provvedere alla “perpetua conservazione dei gloriosi Resti” con la costruzione di opere destinate a diventare nei secoli “la documentazione storica” della guerra vittoriosa, il segno della perenne riconoscenza dell’Italia verso i suoi gloriosi caduti, una “feconda e virile

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scuola per i vivi”. Vengono realizzati i grandi sacrari del Monte Grappa, Asiago e Montello, l’imponente complesso monumentale del Sacrario di Redipuglia (1938), che raccoglie le spoglie di 40.000 caduti e di 60.330 soldati ignoti. Quest’operazione ha lo scopo di “consacrare” i principali teatri di guerra, di mettere ordine all’enorme numero dei cimiteri di guerra provvisori (circa 2.800), delle tante sepolture improvvisate (circa 15 mila) sparse lungo il fronte. Si creano anche i Parchi della Rimembranza con la messa a dimora di alberi, in modo da formare un bosco per collocare su ogni tronco una targhetta con il nome di un soldato caduto. I Parchi (oggi in gran parte scomparsi) nascono come delle selve votive da collocare nel tessuto urbano per simboleggiare la comunione spirituale tra i vivi e i morti, per rimuovere il dramma della morte che è stemperato nel clima idilliaco della natura, per rappresentare una palestra morale in modo di educare i più giovani alla “santa emulazione” degli eroi. In questi monumenti vegetali si

Per le nuove generazioni quelle parole incise sulla pietra e sul bronzo sono ormai lontane e quasi dimenticate

Nella pagina a fianco, il monumento ai caduti al Passetto di Ancona A sinistra, un'altra immagine simbolo della Grande Guerra ad Ascoli Piceno raffigurante la Vittoria Sopra, l'opera monumentale nella scenografica piazza di Corridonia


La Grande Guerra

La testimonianza del passato è relegata a patrimonio di pochi dimenticato nelle facciate di edifici pubblici e di chiese

52 fondono il culto dei caduti e il “culto della natura” derivanti dalla tradizione germanica dei boschi degli eroi, secondo la quale l’eroe morto in battaglia ritorna a fondersi con la natura e diventa un preciso “segnale” da consegnare alla storia. In questa fase celebrativa rientra anche il culto del Milite Ignoto che trova il suo ideale luogo rappresentativo nell’Altare della Patria, progettato dall’architetto Giuseppe Sacconi per esaltare l’unità della Patria, dove viene collocato con una solenne cerimonia il corpo di un soldato sconosciuto caduto in battaglia e scelto per rappresentare tutti i soldati morti della prima guerra mondiale. Il libro Per la Patria. Piccolo lapidario della grande Guerra di Francesco Maria Anzivino e Paolo Groff (Andrea Livi Editore, Fermo, 2017) è nato da un progetto di ricerca sui monumenti della prima guerra mondiale nelle province di Ascoli Piceno e Fermo. Esso può aiutarci a capire meglio quale senso abbiano quei monumenti in stato di abbandono o di degrado, quelle lapidi che sono ormai delle macchie bianche sulle facciate dei palazzi o delle scuole, lungo le strade, sulle piazze, antiche testimonianze su cui si posano gli occhi di coloro che guardano senza vedere. Quali sentimenti suscitino questi “reperti di archeologia urbana” e quale significato abbiano ancora parole altisonanti incise nel bronzo o nel marmo come gloria, patria sacrificio della vita. Nelle schede di Francesco Maria Anzivino c’è un’analisi storico-sociologica, una contestualizzazione di ogni monumento per dimostrare che quei monumenti e quelle parole incise sulla pietra o sul bronzo sono ormai per le nuove generazioni immagini e parole “sbiadite”, circondate da un silenzio che nemmeno le cerimonie pubbliche di commemorazio-

ne riesce a sciogliere, se non per una breve frazione di tempo. “Questi monumenti non sempre belli, figli più di esercitazioni retoriche che di istanze estetiche” sono ormai la documentazione storica di qualcosa che non è più un “presente”, sono la superstite testimonianza di un “passato” affidato alla memoria di pochi. Gli autori hanno seguito un percorso geografico dalla montagna fino al mare, per ricostruire il climax di coloro che sono partiti e hanno vissuto la sanguinosa avventura della guerra: “La chiamata al fronte mi era parsa una grande pesca a strascico che aveva catturato un’intera generazione – scrive Francesco Maria Anzivino – e l’aveva portata in massa a combattere in un contesto…quasi del tutto ignoto, soprattutto per quanti avevano visto nella loro vita solo il mare di casa e le colline che digradavano sulla costa”. A loro volta le immagini di Paolo Groff servono a individuare e a rendere più comprensibili alcune caratteristiche di questi monumenti che formano una “archeologia della memoria”, perché recano i segni di uno stato di abbandono e sono reperti di una retorica nazionalista ormai dimenticata: sono lapidi “naufragate” sulle facciate di edifici pubblici o di chiese con testi che nessuno legge e con nomi che nessuno più ricorda; sono Vittorie alate che si librano inutilmente in volo; sono fanti che protendono il braccio verso la conquista di un’impossibile gloria; sono monumentali donne italiche, retaggio di una lontana potenza nazionale, “parcheggiate” in piazze invase dal traffico urbano. Groff va alla ricerca di quei dettagli che possano trasmettere con la loro forza iconica una ritrovata drammaticità: il volto di un soldato disteso sul suo guanciale di pietra; una mano stretta al petto come segno di una pace ritro-


La Grande Guerra

vata o una mano tesa come un artiglio che serra disperatamente il proprio fucile; sono elenchi dei caduti, dove mancano le date di morte, dove i nomi sono mutilati dal tempo e dall’incuria con uno stillicidio di consonanti e vocali, per cui “parole chiave” come virtù italiche, unità, ricordo, unanime, memoria, premio, prodi ed eroici figli, i caduti contro l’Austria hanno smarrito il loro “significante” e il loro “significato”, hanno perduto il valore semantico di suono, di elemento grafico e di simbolo. Nelle città marchigiane, nei centri urbani minori, nei piccoli comuni e persino nelle frazioni vi è stato un forte impegno d’istituzioni e di cittadini per costruire monumenti e piccoli sacrari, per affiggere lapidi sulle facciate dei municipi o delle chiese, per creare Parchi della rimembranza nei comuni di Fermo, Fiastra, Matelica, Mondolfo, Urbisaglia e San Ginesio, dove rimane ancora integro il più monumentale Parco della Rimembranza della regione. Tra i principali monumenti delle Marche va segnalato il Monumento ai Caduti di Ancona (19127-1932), progettato dall’architetto anconetano Guido Cirilli, il quale ha dato la forma di un tempio circolare con otto colonne scanalate di ordine dorico, con al centro un piccolo altare e un basamento decorato con elmi e spade, mentre nel fastigio sono incisi i versi di Giacomo Leopardi “Beatissimi voi,/ Ch’offriste il petto alle nemiche lance/Per amor di costei ch’al Sol vi diede” (All’Italia). Il Monumento ai Caduti di Macerata (1927-1930) è stato progettato da Cesare Bazzani, un altro importante architetto che lo ha concepito come un accesso scenografico allo stadio comunale. Un’opera monumentale è la scenografica piazza di Corridonia, inaugurata da Mussolini nel 1936 e progettata dall’architetto

53 Giuseppe Marrani e dall’ingegner Pirro Francalancia. Essa è dominata al centro dalla grande statua bronzea dell’artista pesarese Oddo Aliventi raffigurante il sindacalista Filippo Corridoni caduto il 23 ottobre 1915 nella Trincea delle Frasche. Particolare interesse assume il culto dei caduti a Tolentino, dove nel 1935 il Comune fa costruire in onore dei concittadini morti in guerra un Famedio nella Cappella

superiore del Cimitero comunale, affidando la direzione dei lavori allo scultore tolentinate Luigi Pettinari. Nel 1921 era già stato collocato un Cippo commemorativo di 12 ufficiali e soldati di diverse regioni italiane deceduti per malattia nelle strutture ospedaliere allestite dal Comune. Infine, nel 1938 è inaugurato, alla presenza del Maresciallo Badoglio, forse il più importante Monumento alla Vittoria delle Marche, progettato dallo scultore Angelo Zanelli (1879-1951) come un bastione turrito sul fronte dello stadio comunale, dove è inciso il motto “All’Italia dei vivi la forza, degli eroi la gloria” . Al centro torreggia la statua in bronzo di una splendida Vittoria Alata, con ai lati due fregi in bronzo di 10 metri di lunghezza, dove sono raffigurate 115 figure umane che

A sinistra, il Parco della Rimembranza a San Ginesio, il più monumentale e integro della regione Sopra, il monumento ai caduti di Macerata progettato come un accesso scenografico allo stadio comunale


La Grande Guerra

Per i contemporanei queste memorie storiche dovrebbero essere messaggi di pace e riflessione anche nelle Marche

Sopra, La Vittoria Alata statua di bronzo a Tolentino con ai lati due fregi con 115 figure umane che rappresentano il trionfo della vita sulla morte

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rappresentano il trionfo della vita sulla morte: si celebrano il lavoro e lo sport, le battaglie e il dolore dei familiari, il ritorno dei soldati feriti o mutilati, la ripresa della vita e del lavoro dopo la pace (S. Lucinato-E. Calcaterra, Memorie di Marmo e Bronzo. Vie e siti tolentinati per ricordare la Grande Guerra, 2018). Questi monumenti, anche quando sono delle vere opere d’arte, sono caduti nell’oblio, pur restando sotto gli occhi di distratti passanti. Eppure sono dei documenti storici di grande valore, sono pagine di marmo e di bronzo che ci richiamano un passato ormai lontano, che dovrebbero essere restaurati e riproposti all’attenzione collettiva, perché il loro messaggio, al di là degli spunti nazionalistici e dell’enfasi retorica, dovrebbe essere per noi contemporanei un messaggio di pace. In un mondo ancora dilaniato dalle guerre, riuscirà l’uomo a imparare dai propri errori e realizzare una vera pace? A questo proposito sarebbe necessario fare un passo avanti verso la civilizzazione umana attraverso la partecipazione responsabile dei cittadini che vivono in una società sempre più complessa. La partecipazione, ha detto il sociologo Roberto Guiducci, esige libertà-uguaglianza-giustizia, altrimenti la società produce solo disuguaglianza e ingiustizia. L’uguaglianza, che non significa abolizione delle differenze, è la base della creatività individuale e collettiva e va pertanto tutelata insieme alla giustizia e alla libertà. “Senza uguaglianza, - afferma Guiducci - le differenze diventano disuguaglianze;

senza differenze, l’uguaglianza diventa livellamento, mancanza di creatività e d’iniziativa”. Per una partecipazione generale e capillare dei cittadini occorre la costruzione di società non conflittuali e collaborative, eliminando o almeno riducendo le cause principali delle guerre che sono la disuguaglianza, l’ingiustizia e la mancanza di libertà. Si rende ormai indispensabile un ritorno all’educazione civile delle generazioni presenti e future, basata sulla conoscenza e sul rispetto della nostra Costituzione, sul recupero critico e costruttivo della memoria, sulla riscoperta della parola Patria non certo nel significato dato dai neofascismi e dai sovranismi. In una società sempre più globalizzata e informatizzata, dove di fatto stanno scomparendo i confini, la Patria deve essere intesa come un contenitore della nostra memoria storica, di quel patrimonio costituito dalla lingua, dalle arti, dalla religione, dal paesaggio, dalle tradizioni popolari, perché la conoscenza del nostro passato costituisce un ponte gettato verso il futuro. Riscopriamo le parole del vecchio e buon socialista Edmondo De Amicis: “Io amo l’Italia, perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove sono sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che m’educano, …e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ciò che amo, che studio, che ammiro è italiano”. ¤


Il volume

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Fontane, pozzi e fonti specchio di civiltà IL RAPPORTO NEI SECOLI TRA L’ACQUA E IL MACERATESE

“D di Maurizio Cinelli

Sopra, una ricostruzione ipotetica di Fonte maggiore

eve richiamare la nostra attenzione quella che si costruì presso il 1326 a pochi passi di distanza da Macerata, ch’è detta comunemente Fonte maggiore”. Il podestà di quell’anno “volle con questo monumento lasciare una memoria del provvido suo governo”. È quanto scrive Amico Ricci (1794-1862), nobile maceratese, uno dei maggiori storici dell’arte dell’Ottocento: suo il primo, basilare studio dedicato alla storia dell’arte nelle Marche – le “Memorie storiche delle arti e degli artisti nella Marca di Ancona” –, pubblicato nel 1834. Ecco: anche “monumento” ed ornamento a memoria storica. E tale, in particolare, è stata, appunto – e, potremmo dire, per Macerata è tuttora

–, la Fonte maggiore (in foto, come era nell’Ottocento e come è nell’attualità). Ma, ovviamente, fonti e fontane, e, più in generale, i “luoghi d’acqua”, non rappresentano solo lustro ed emergenza storica, più o meno risalente, del territorio nel quale essi insistono.

Dove c’è l’acqua, è inutile dirlo, là c’è vita e cibo. E là, dunque, si svolge, si sviluppa e si articola la vita della popolazione; si forma una cultura; si crea un paesaggio, la cui fisionomia non è che la risultante della diuturna interazione tra realtà geomorfologica e interventi su di essa del quotidiano lavoro umano. Una riflessione sul paesaggio Ed è proprio questo che si propone il volume. ricco di suggestioni, “Fonti, fontane, lavatoi, fontanili. Le acque nel Comune di Macerata”, edito con scrupolosa cura, su committenza della locale Accademia dei Catenati, dalla Casa editrice maceratese Edizioni Simple: una riflessione, si potrebbe dire, sul paesaggio culturale ed identitario. Una riflessione, cioè, sul paesaggio, quale percepito dalla memoria collettiva come contesto geografico nel quale si riconosce il flusso del vissuto proprio e delle generazioni passate. Un contesto rispetto al quale – come bene chiariscono le pagine introduttive del volume – “il censimento di obliterati reperti dispersi a centinaia in un silente contesto geografico” –, oggetto dichiarato della ricerca –, rappresenta (anche) “un tentativo che ambisce a trovare una nuova porta d’accesso alla comprensione e apprezzamento del paesaggio (...), una rilettura del nostro territorio attraverso l’intrecciato rapporto tra manufatti minori più o meno monumentalizzati, zone umide e toponomastica storico-demica, in vista di una narrazione capace di


Il volume

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Il nuovo acquedotto cittadino realizzato nel 1889 segna la fine della funzione storica di quei luoghi d’acqua

ravvivare la memoria storica collettiva dentro uno scenario ambientale significativo”. Gli Autori – Silvano Iommi, architetto, Gianfranco Pasquali, artista ed esperto restauratore, Mariella Troscè, scrittrice e studiosa di storia –, seguendo, ognuno secondo la propria vocazione personale o professionale, il filo rosso dell’acqua, e sulla base di certosine, appassionate ricerche archivistiche e l’utilizzo di documenti spesso inediti, ripercorrono – corredando puntigliosamente il proprio lavoro con un ricchissimo apparato iconografico, tanto fotografico, quanto pittorico (elaborato allo scopo) – il rapporto che è intercorso nei secoli tra l’acqua e il territorio maceratese. Il progresso ha il suo prezzo

Dall'alto, Fonte maggiore in un'immagine attuale, in una storica e la copertina del volume dedicato al tema

Fino ad arrivare al 1889: cioè, a quella tappa fondamentale, rappresentata dalla costruzione del nuovo acquedotto cittadino, che, grazie anche ai successivi sviluppi, ha permesso di archiviare per sempre le crisi idriche dalle quali

la città e il suo circondario, a causa dell’intervenuto aumento della popolazione, era ormai da tempo gravemente affetta. Anche il progresso ha, però, i suoi prezzi, come ben sappiamo. La realizzazione dell’importante opera pubblica ha segnato anche la fine della funzione storica di tante fontane, pozzi e fontanili: cioè, di quei “luoghi dell’acqua” che, da quel momento in poi hanno cessato di svolgere la loro funzione satisfattiva dei bisogni fondamentali della popolazione, e che, dunque, non hanno più avuto motivo di essere curati e restaurati. Ma ha anche segnato, quell’opera pubblica, il definitivo tramonto di antichi costumi individuali e sociali, legati soprattutto al mondo femminile, quali, in particolare, il ritrovo nel momento dell’andare a prendere l’acqua con la brocca, o quella del giorno fissato per il lavaggio in comune della biancheria. Un mondo, essenzialmente agricolo, tramontato per sempre. ¤


La ricerca

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Oratorio Sant’Emidio tra arte e limoni LA STORIA RICOSTRUITA DALL’I.C. LEOPARDI DI PESARO

L’ di Silvia Luni

Sopra, il soffitto dell'oratorio Sant'Emidio di Pesaro

oggetto di ricerca e studio scelto dall’I.C.”Leopardi” di Pesaro è stato l’Oratorio di S. Emidio; questo fa parte del complesso di Villa Guerrini conosciuta anche come “Villa delle Limonaie” a Pesaro. Il piccolo Oratorio affianca sul lato destro la villa, ed entrambi gli ingressi principali, di oratorio e villa, si affacciano sulla Via Consolare Flaminia. Questo accesso verso l’esterno spiega una origine pubblica della chie-

che si raccordano ad un cornicione. La volta è suddivisa in otto spicchi definiti da decori in stucco che si congiungono ad un motivo centrale con festoni e rilievi. Del complesso architettonico fa parte anche un magnifico giardino all’italiana delimitato da un muro di recinzione con portale in laterizio. Il giardino è decorato in estate da numerose piante di limoni, che trovano spazio durante l’inverno all’interno di serre apposite disposte tutt’attorno il muro

setta e quindi la possibilità di darne accesso ai cittadini. La facciata dell'Oratorio si presenta con un semplice prospetto in mattoni faccia a vista, tre specchiature rettangolari ed un oculo ovale nel secondo riquadro. La facciata è sormontata da un timpano con cornice aggettante. L’interno è tipicamente neoclassico: ha una pianta ottagonale con pareti scandite da colonne binate

di cinta. Il monumento si trova proprio nelle vicinanze della scuola e questo non solo ha facilitato i sopralluoghi, ma ha reso concreta la volontà di rafforzare il legame tra scuola e quartiere oltre che di sottolinearne la qualificazione storica. Il progetto è multidisciplinare e va avanti da tre anni; è partito da una prima fase di ricerca conoscitiva in cui


La ricerca

L’intero complesso e giardino sorsero per volontà dell’Abate Vincenzo Giordani che acquistò il terreno nel 1780

58 i nostri alunni con i docenti di Arte e Immagine, e di Storia, hanno raccolto materiale edito e manoscritto trovato presso l’Archivio Diocesano; con i docenti di Tecnica hanno poi eseguito i rilievi grafici e fotografici utili all’esecuzione di disegni della pianta e del prospetto e di molti particolari relativi alle decorazioni dell’interno e delle suppellettili religiose. La ricerca d’archivio ha potuto consentire di ricostruire la storia risalente alla fine del Settecento, quando lo stile neoclassico era di moda tra le costruzioni delle ville pesaresi. Non si conosce il nome dell’architetto che ha realizzato l’oratorio e l’intero complesso, ma i documenti d’archivio ci hanno dimostrato che questo sorse per volontà dell’Abate Vincenzo Giordani che ha acquistato il terreno nel 1780 dal Sig. Gavardini e poi ha deciso di farne un casino di villeggiatura seguendo lo stile aulico delle ville delle nobili famiglie pesaresi del tempo come Palazzo Antaldi, Mazzolari e Perticari. La proprietà passò poi ai nipoti Paolo e Vincenzo e poi a Vittoria Machirelli che nel

1869 vendette il complesso al Sig Pietro Lorini, il quale nel 1872 lasciò i suoi beni ai suoi eredi Ginanni Fantuzzi di Ravenna. Il complesso fu poi venduto al Signor Nicola Gennari e venne acquistato

dal Signor Guerrino Guerrini nel 1893; lui a sua volta nel suo testamento lasciò tutti i suoi beni alle nipoti. Degli ultimi vent’anni circa dell’Ottocento, abbiamo notizie sulle sorti della chiesa di Sant’Emidio attraverso delle memorie scritte dal canonico della Cattedrale di Pesaro, Mariano Giammarchi; il quale curò la chiesetta alla stregua di un santuario poiché conteneva, tutt’oggi visibile, la statua lignea di Santa Maria del Rosario con il Bambin Gesù. L’opera risalente al Cinquecento è molto importante perché veneratissima dalla popolazione ed anche dal Papa Pio VII che nel 1814, al ritorno dall’esilio a Savona e poi in Francia, prima di tornare a Roma, decise di visitare il Santuario di Loreto e sulla strada si fermò a dormire in questa villa, ospite della famiglia Machirelli, allora proprietaria. Egli alla vista della S. Statua, come pegno della sua devozione concesse le indulgenze e benedì l’oratorio stesso. Seguirono poi molte vicissitudini di questa scultura sacra tra cui anche il rischio di essere bruciata, nel 1884, quando per un breve periodo la proprietà passò al Comune di Pesaro che mise all’asta alcuni beni. Il Canonico Giammarchi ne curò le sorti fino alla sua morte poi lasciandola in custodia alla famiglia Guerrini. La Madonna del Rosario venne nuovamente collegata alle indulgenze, concesse successivamente anche da Papa Leone XIII nel 1891. L’Oratorio è dedicato a Sant’Emidio, santo vescovo e martire e anche protettore dei terremoti. E’ patrono di Ascoli Piceno, città in cui è morto dopo una vita di predicazione. Si può ipotizzare una dedica al santo dopo la tanta paura che suscitarono i forti terremoti del 1781


La ricerca

e del 1789; questi eventi furono avvertiti in città, nell’entroterra pesarese e in Romagna e proprio quest’ultimo sisma risulta responsabile del crollo della cupola della cattedrale rinascimentale di Urbino di cui Sant’Emidio sarebbe protettore insieme a San Crescentino. Anche altre città, in seguito a questi eventi sismici, scelsero la protezione del santo, tra queste Cagli, che al di fuori delle sue mura ha eretto una chiesa a lui dedicata in cui sono sepolte le vittime del terremoto del 1781 e nella cui cattedrale cittadina vi è una tela d’altare rappresentante il santo che chiede l’intercessione a Dio per la protezione della città. All’interno dell’Oratorio poi è presente una pala d’altare raffigurante Sant’Emidio. Il quadro è realizzato dal pittore Pietro Lonzi (1760 ca-1801), soprannominato il “Fanese” per le sue origini. Fu allievo di Lazzarini e le

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cronache dell’epoca, con un po’ di malizia, lo descrivono sicuro di aver imparato abbastanza dal suo maestro tanto da sentire padronanza tecnica nel dipingere scorci prospettici su interi soffitti che però furono soggetti a qualche critica. Tuttavia venne considerato molto estroso e la sua breve carriera pittorica lo vide soprattutto al servizio del Sig Vincenzo Giordani per cui dipinse diverse tele raffiguranti ritratti e soggetti sacri. In questo quadro di impianto compositivo semplice è rappresentato S. Emidio in veste di Vescovo, che si rivolge alla Vergine con in braccio Gesù Bambino, assisa sulle nuvole fra due Santi: a sinistra si trova San Francesco di Sales con abito vescovile, croce pettorale e il viso incorniciato da una barba fulva, che tiene in mano una penna e nell’altra un libro in qualità di Dottore della Chiesa;

Il monumento si trova vicino all’istituto e ciò ha reso concreta la volontà di rafforzare il legame tra scuola e quartiere

Nella pagina a fianco, la facciata dell'oratorio; sotto, il giardino predisposto per raccogliere le piante dei limoni Qui sopra, l'ingresso della "Villa delle Limonaie"


La ricerca

60 a destra c’è Santa Caterina da Siena qui ritratta poiché appartenente all’ordine domenicano del quale il committente aveva fatto parte, riconoscibile nelle stigmate e dalla corona di spine. Nel-

All’interno è custodita la statua lignea veneratissima di S. Maria del Rosario con Bambin Gesù risalente al Cinquecento

In alto, il cartiglio con l'indulgenza concessa da Papa Leone XIII nel 1891 Qui sopra, un particolare della statua lignea di Maria del Rosario con Bambin Gesù opera del Cinquecento A destra, la scultura nella sua interezza

la parte bassa del quadro un piccolo angelo ha in custodia il pastorale mentre un altro tiene in mano la palma, simbolo dei martiri e la spada poiché il Santo venne decapitato. Sullo sfondo si stende una città che si presume sia Pesaro vista da Porta Rimini. Sulla sinistra del dipinto si vede infatti un bastione delle mura e il Monte Ardizio, mentre al centro si riconosce il fiume Foglia, affiancato sulla destra dai campi della zona di Soria, mentre ad ovest le colline cingono l’abitato. L’opera rivela l’adesione del Lonzi alla maniera del Lazzarini. In essa si riscontra una composizione chiara, una gestualità composta ed un colorismo calibrato in cui la leggera accentuazione dei rossi è smorzata dall’uso dell’ocra e delle terre. La città rivela qualche ingenuità nel disegno ma le linee e i colori e i modi del Lonzi testimoniano un livello qualitativo apprezzato dall’abate Giordani. La Pala è dipinta ad olio e lo stile è semplice ed immediato come di solito avviene per i soggetti di devozione popolare e nella parte alta

compare un cartiglio su cui è scritta una frase “Propugnator sum ad salvandum” ( “Sono combattente per la salvezza”); la frase è tratta dal libro del profeta Isaia che inneggia al potere salvifico di Cristo. All’esterno del complesso sono presenti le Serre dei limoni che sono state oggetto di studio durante il secondo anno di lavoro per la realizzazione del progetto da parte di studenti e docenti. Le serre che contengono le piante di limoni, per una buona parte dei pezzi che le compongono, risalgono al XVIII secolo e originariamente nella gestione della famiglia Guerrini, venivano accudite allora da circa 5 contadini che lavoravano all’interno dei numerosi poderi di proprietà. La cura di queste costruzioni era un’attività particolare e faticosa eseguita da persone con mansioni specifiche che non si risparmiavano nel sollevare e trasportare pesi senza particolari strumenti di aiuto. La tecnica di conservazione e accudimento delle serre si è tramandata pressoché invariata negli anni. Le modalità di montaggio e smontaggio si eseguono due volte l’anno , ad Aprile e a Novembre, quando le parti della serra tutte di legno, vengono spostate, così come i vasi contenenti le piante di limoni. Le parti della serra sono segnate con numeri crescenti che agevolano il montaggio nella giusta posizione delle stesse. Le serre hanno 35 porte che si aprono sullo spazio coperto in cui vengono poste le piante in inverno. Queste porte da novembre ad aprile vengono aperte al mattino e chiuse la sera per far così prendere aria e luce ai limoni, a meno che le condizioni climatiche siano particolarmente sfavorevoli per cui queste rimangono chiuse.


La ricerca

Ogni pezzo della serra ha degli incastri precisi e per il montaggio ci si impiega quasi una settimana con il lavoro di almeno 7 persone. Per la tettoia vengono utilizzate tegole in cotto depositate alla fine dell’inverno sulla sommità di un muro di cinta, sovrapposte tra loro su diverse file. Tutti i coppi si appoggiano su travetti ed uno strato di paglia serve da isolante. Una sigillatura fatta di terra e paglia andrà a chiudere anche tutte le fessure e soprattutto lo spazio tra la tettoia e il muro di cinta per non far passare l’acqua. Così all’interno vengono sistemati i limoni e qualche altra pianta di agrumi cercando di mantenere la temperatura costante. Passato l’inverno si arriva allo smontaggio nel mese di aprile, iniziando a rimuovere tutte le porte e a togliere i 48 vasi di limoni ricollocandoli esternamente nel giardino all’italiana su piedistalli di cotto predisposti a terra e dislocati con ordine, ogni anno nella stessa posizione. Ancora oggi non si usano mezzi meccanici per non rovinare l’assetto del terreno, ma sistemi tradizionali come l’uso di un antico carretto per trasportare i vasi. Le attenzioni ogni anno sono le stesse, quali non bagnare le strutture di legno per mantenerle integre quanto più a lungo possibile. Queste interessanti notizie sono stata ricavate da interviste con la proprietaria attuale da cui è stato prodotto un video e anche con il personale che si occupa della serra. Tutto il lavoro svolto e' stato poi presentato in una mostra a Palazzo Gradari a Pesaro nel novembre 2016 e poi ancora a marzo 2017 presso la stessa Villa Guerrini in occasione dell'apertura al pubblico dell'oratorio e

61 del giardino per i week end del FAI, quando i ragazzi della scuola Leopardi hanno fatto da guida per il secondo anno di seguito ai numerosi visitatori intervenuti. Infine ricordiamo chi è stato

ideatore e referente di tale progetto, che ha preso in esame lo studio di questo monumento, cioè la prof. ssa di Arte e Immagine, Elena Avanzi, che è stata affiancata dalla collega della stessa materia professoressa Michela D’Andrea; hanno collaborato poi i docenti di tecnologia: professoressa Elena Sanchini e il professor Marco Mancigotti, le docenti di Scienze professoressa Novella Serafini, Anna Zingaretti, Susanna Boiani e Patrizia Lanzerini, e le docenti di Lettere professoresse Francesca Ricci e la sottoscritta. ¤

L’oratorio fa parte del complesso di Villa Guerrini conosciuta anche come “Villa delle limonaie” per la presenza di serre di limoni


L’associazione

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LE CENTO CITTA’ Associazione per le Marche Fondata nel 1995 “L’Associazione si pone lo scopo di promuovere e coordinare studi ed azioni finalizzati a rafforzare l’identità culturale della Regione Marche e a favorirne lo sviluppo economico e sociale attraverso la conoscenza e la valorizzazione delle realtà esistenti, il recupero e la tutela del passato, la collaborazione tra soggetti pubblici e privati, la partecipazione al dialogo culturale interregionale ed europeo, nonché con le comunità marchigiane all’estero.” (Art.3 dello Statuto)

Presidenti

Giovanni Danieli

(marzo 1995 – dicembre 1996)

Catervo Cangiotti

(gennaio 1996 – dicembre 1997)

Folco Di Santo

(gennaio 1998 – dicembre 1999)

Alberto Berardi

(gennaio 2000 – dicembre 2001)

Evio Hermas Ercoli

(gennaio 2002 – dicembre 2003)

Mario Canti

(gennaio 2004 – luglio 2005)

Enrico Paciaroni

(agosto 2005 – dicembre 2006)

Tullio Tonnini

(gennaio 2007 – dicembre 2007)

Bruno Brandoni

(gennaio 2008 – luglio 2008)

Alberto Pellegrino

(agosto 2008 – luglio 2009)

Walter Scotucci

(agosto 2009 – luglio 2010)

Maria Luisa Polichetti (agosto 2010 – luglio 2011)

Ettore Franca

(agosto 2011 – luglio 2012)

Natale Frega

(agosto 2012 – luglio 2013)

Maurizio Cinelli

(agosto 2013 – luglio 2014)

Giovanni Danieli

(agosto 2014 – luglio 2015)

Luciano Capodaglio

(agosto 2015 – luglio 2016)

Marco Belogi

(agosto 2016 – luglio 2017)

Le Cento Città Direttore responsabile Franco Elisei Direttore editoriale Maurizio Cinelli Comitato editoriale Fabio Brisighelli Mara Silvestrini Alberto Pellegrino Silvia Vespasiani Giordano Pierlorenzi Direzione, redazione amministrazione Associazione Le Cento Città redazionecentocitta@ gmail.com

Progetto grafico Poliarte Accademia di design Ancona Coordinamento progetto grafico e impaginazione Prof. Sergio Giantomassi Stampa Errebi Grafiche Ripesi Falconara M.ma

Sede Via Asiago 12 60124, Ancona Poste Italiane Spa spedizione in abbonamento postale 70% CN AN Reg. del Tribunale di Ancona n.20 del 10/7/1995

Presidente Le Cento Città Giorgio Rossi

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63|2018

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Rivista di divulgazione culturale e artistica del territorio marchigiano

ARTE | STORIA | ARCHEOLOGIA | LETTERATURA | SOCIETÀ | MUSICA | SCIENZE

“IL GIOIELLO”

Riviera del Conero fascino

internazionale

Grazia Calegari Federica Facchini Claudio Sargenti Alberto Pellegrino Maurizio Cinelli Silvia Luni

NUMERO 63 | 2018

Giorgio Rossi Giorgio Scalise Vincenzo Varagona Claudio Desideri Paola Cimarelli Edoardo Biondi Luigi Benelli

Il caso Lisippo, pronti allo scontro finale

Il personaggio La storia di Urbani il medico-eroe

La Grande Guerra Lapidi in degrado memorie sbiadite

A PAGINA 7

A PAGINA 13

A PAGINA 49

NUMERO

63|2018 LUGLIO

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