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Capitolo 1

GLI SPETTACOLI NELL’ANTICA ROMA I giochi gladiatori I giochi gladiatori, come molte altre tradizioni romane, sono stati a lungo considerati di derivazione etrusca2. Eppure fra gli oggetti etruschi restituitici dagli scavi, nemmeno uno testimonia l’abitudine degli Etruschi di organizzare giochi di questo genere. Le pitture murali nelle tombe dei nobili etruschi rappresentano attività sportive, per esempio corse di carri o gare d’atletica, ma non incontri di scherma. Nella Tomba degli Auguri di Tarquinia c’è un famoso disegno in cui un uomo incappucciato, armato di bastone, si difende da un cane aizzato contro di lui da un altro uomo, il cui volto è coperto da una maschera: poiché si tratta di un animale che attacca un uomo, e non di uno scontro armato fra due uomini, non si può parlare di giochi gladiatori. La recente scoperta di alcuni affreschi in Campania, nell’Italia meridionale, ha rivoluzionato le convinzioni riguardanti le origini della gladiatura. Questi affreschi, risalenti al 370-340 a.C. e numerosi soprattutto nella zona di Paestum, a Sud-Est di Napoli, rappresentano varie scene di spettacoli funerari, fra cui corse di carri e incontri di pugilato, ma ciò che più ci interessa sono le immagini di duello fra due uomini armati di lance, scudo ed elmo. A volte alle spalle dei combattenti ci sono delle guardie, e ciò rivela che i due uomini non si battevano liberamente, ma erano costretti a farlo.

2 L’errore si basa sulle attribuzioni errate di Tertullianus (De Spectaculis 5.6) e Athenaeus (4.53) le cui parole furono giudicate veritiere senza verifiche da molti allievi.

Un affresco rappresentante due gladiatori bustuarii, dagli scavi di Paestum, in Campania. Metà del secolo IV a.C. (Museo Archeologico Nazionale, Paestum)

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3 Junkelmann, Das Spiel mit dem Tod, p.33

4 Livy...

In altre scene, hanno ferite sanguinanti ed in uno degli affreschi pare addirittura che uno dei due personaggi sia ucciso3. C’è un parallelo evidente con i munera romani. Purtroppo, però, non sappiamo chi fossero gli sfidanti: prigionieri di guerra? criminali? uomini addestrati alla lotta o scelti a caso? Altre e convincenti prove dell’origine campana della gladiatura ci vengono da Livio. Nel 308 a.C., durante la Seconda Guerra Sannitica (327-304 a.C.), i Romani riportarono una vittoria decisiva sui Sanniti. Catturarono un ricco bottino d’armi con cui decorarono il Foro, “mentre i Campani, per odio e spregio nei confronti dei Sanniti, costrinsero i gladiatori che si esibivano durante i loro banchetti ad indossare quelle armi e li chiamavano Sanniti”4. Sembrerebbe così che in Campania la lotta fra gladiatori fosse già diffusa nel 308 a.C., ma anche altri elementi fanno pensare a quest’origine campana, per esempio il fatto che i primi anfiteatri in pietra furono edificati in Campania, Ancora un affresco dagli scavi di Paestum, in Campania. Metà del secolo IV a.C. (Museo Archeologico Nazionale, Paestum).

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e nella stessa terra sorsero le più famose scuole di scherma. I Romani, che avevano stretti rapporti con Capua (al centro della Campania), non potevano non sapere dell’esistenza dei gladiatori, anche se è plausibile che abbiano appreso l’arte della gladiatura dagli Etruschi che l’avrebbero a loro volta imparata dai Campani5. Il primo riferimento a dei giochi gladiatori a Roma risale al 264 a.C. quando i due figli di D. Giunio Bruto Pera chiamarono tre coppie di gladiatori ad esibirsi durante i giochi funebri in onore del padre6. La tradizione di versare del sangue umano sulla tomba di un famigliare defunto era antica, e diffusa presso la maggioranza delle culture mediterranee che credevano che il sangue riconciliasse il morto con i vivi. Già prima del 264 a.C. Roma aveva celebrato sacrifici umani, ma questa fu la prima occasione in cui dei gladiatori si batterono durante un funerale. In precedenza, per placare il morto con del sangue umano, i Romani avevano sacrificato i prigionieri di guerra o qualche schiavo malcapitato. Nel 264 a.C. decisero per la prima volta di aggiungere alla cerimonia un elemento di intrattenimento: il combattimento dei gladiatori7. La seconda menzione di gare di scherma risale al 216 a.C., quando tre figli di Marco Emilio Lepido organizzarono i funerali del padre e per onorarlo con delle gare portarono nel Foro ben 22 coppie di gladiatori (8). Che fra queste due date a Roma si siano svolti altri scontri fra gladiatori non è dimostrato, ma è assai plausibile che ce ne siano stati, almeno durante i giochi funebri in onore dei cittadini più importanti. Sappiamo che anche i Cartaginesi organizzavano gare di scherma. All’inizio della Seconda Guerra Punica (218-202 a.C.) Annibale, desideroso di sollevare il morale dei suoi uomini, costrinse i prigionieri catturati sulle montagne a combattere utilizzando le armi dei Galli. Poiché il vincitore veniva liberato e riceveva armi e un cavallo, tutti i prigionieri bramavano tentare la fortuna: Quando cominciarono a combattere lo spirito era tale, non solo fra coloro che avevano accettato di battersi, ma anche fra il pubblico, che la sorte di quelli che morivano coraggiosamente era lodata non meno di quella dei vincitori. Quando i suoi uomini furono rafforzati dall’aver visto varie coppie di sfidanti, Annibale li licenziò9.

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Scipione, generale e politico romano, nel 206 a.C. organizzò dei combattimenti un po’ diversi quando, a Nuova Cartagine in Spagna volle commemorare il padre e lo zio: In quest’occasione i gladiatori non erano presi dalla classe a cui attingono di solito gli addestratori – schiavi e altri che vendono il proprio sangue – ma erano tutti volontari, pronti a battersi gratuitamente. Alcuni erano stati mandati dal proprio capo a dare prova del coraggio connaturato nella loro razza, altri dichiaravano di voler combattere per onorare il loro generale, altri ancora erano mossi dallo spirito competitivo e dal desiderio di misurarsi in un corpo a corpo. Molti avevano delle liti in sospeso, e colsero l’occasione per risolverle a colpi di spada, pur accettando la condizione che lo sconfitto sarebbe stato alla mercé del vincitore10.

Scesero in campo persino due cugini, Corbis e Orsua, per decidere con le armi chi avrebbe governato sulla città di Ibes. È evidente, dunque, che nel 206 a.C. la gladiatura era già diffusa, e non coinvolgeva solo schiavi ma anche uomini liberi. Con il tempo, il numero di sfidanti impiegati nei giochi aumentò: nel 183 a.C., ai giochi funebri in onore di Publio Licinio parteciparono ben 60 coppie di gladiatori11, e nel 174 a.C. Tito Flaminio mise in campo 74 gladiatori per il funerale del padre12. In quest’ultima occasione, i giochi funebri furono accompagnati da recite e banchetti (nonché distribuzione gratuita di carne), e si protrassero per quattro giorni di cui tre riservati ai combattimenti fra gladiatori. I giochi pubblici (ludi) venivano organizzati da funzionari dello stato e comprendevano rappresentazioni sceniche e corse con i carri, ma in origine non prevedevano scontri di scherma. Come abbiamo visto, i gladiatori comparivano soprattutto nei giochi funebri celebrati in onore di Romani importanti. Il nobile romano, addirittura, lasciava precise istruzioni su come desiderava che si svolgessero i suoi funerali, e il suo testamento aveva il valore di legge per gli eredi che godevano dell’opportunità per dare dimostrazione della ricchezza e del potere dell’intera famiglia. È da qui che deriva il termine

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munus per indicare i giochi gladiatori, significando la parola latina munus “impegno” o “dono”. I gladiatori che si battevano per commemorare un defunto erano chiamati bustuarii, dal latino bustum, crematoio. Non combattevano davanti alla tomba, ma durante i giochi funebri che si celebravano il nono giorno dopo le esequie, quando terminava il periodo ufficiale del lutto13. Poteva capitare, a volte, che il defunto lasciasse disposizioni testamentarie stravaganti, mettendo in imbarazzo gli eredi. In un caso, un eminente cittadino romano esigeva che al suo funerale dovessero lottare delle splendide fanciulle, mentre un altro nobile chiedeva che combattessero i giovanetti con cui aveva avuto una relazione omosessuale. In quest’ultimo caso, tuttavia, fu il pubblico ad opporsi, indignato, alla volontà del morto 14. Durante il II secolo avanti Cristo i giochi gladiatori si diffusero in tutta la penisola. Da rito religioso divennero gradualmente strumento di influenza politica sulla popolazione. A volte il defunto doveva aspettare parecchio tempo per l’attuazione del suo testamento, perché gli eredi, strategicamente, cercavano di far coincidere il munus con le prime elezioni. Fu così che Giulio Cesare, puntando alla carica di edile, organizzò dei giochi gladiatori in onore del padre quando questi era morto ormai da ben vent’anni 15. Lo stato romano si fece organizzatore di giochi gladiatori per la prima volta nel 44 a.C., alla morte di Cesare, e non nel 105 a.C. come si è creduto in passato 16 (il 105 a.C. è l’anno in cui per la prima volta si presero gli istruttori di scherma delle scuole gladiatorie per addestrare i legionari). Durante l’Impero, infine, i munera persero gradualmente il loro carattere religioso. Anche altri popoli celebravano occasionali combattimenti gladiatori in concomitanza con le cerimonie funebri, probabilmente mutuando l’uso romano. Nel 139 a.C., per esempio, dei gladiatori si batterono durante i funerali di Viriato, il capo dei Lusitani, popolo celtico che viveva nelle terre che formano l’attuale Portogallo e che mal sopportava il giogo di Roma 17. I Germani organizzavano degli scontri armati corpo a corpo, in palese analogia con i giochi gladiatori, per accattivarsi la benevolenza degli dei: “Un’altra forma di divinazione, per mezzo della quale indagano l’esito di guerre particolarmente importanti, consiste nel costringere un prigioniero, catturato in qualche modo dal paese nemico, a combattere con un loro soldato scelto a caso, dotando ciascuno delle proprie

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armi nazionali. Dall’esito dello scontro traggono il presagio per capire a chi arriderà la vittoria in guerra” 18. Anche il re siriano Antioco IV Epifane (215-163 a.C.) inscenò dei giochi gladiatori: era stato a lungo ostaggio a Roma, e probabilmente aveva assistito a degli spettacoli di scherma. Ritornato in Siria, nel 175 a.C. si impadronì del trono e incominciò ad organizzare gare fra gladiatori secondo la tradizione romana, invitando, inizialmente, gladiatori professionisti direttamente da Roma. Il pubblico, non abituato a esibizioni del genere, sulle prime reagì con orrore, ma Antioco “offrendo spesso questi spettacoli, in cui a volte gli sfidanti si ferivano soltanto, e a volte si battevano fino alla morte, abituò gli occhi del suo popolo, al punto che questo imparò a divertirsi. Fu così che egli stimolò la passione per le armi fra i giovani uomini” 19. Se da un lato i politici intrattenevano la popolazione con splendidi munera contando di assicurarsi il suo sostegno per le elezioni, la gente li ripagava d’ugual moneta. All’inizio del I secolo dopo Cristo, gli abitanti di Pollentia (Pollenza) in Liguria impedirono al corteo che

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accompagnava i resti di un centurione di lasciare la piazza principale della città fino a quando gli eredi non versarono un ricco importo per i giochi gladiatori 20. Di lì a poco arrivarono a Pollentia due coorti per punire i cittadini, ma l’episodio è significativo perché dimostra che la gladiatura era ormai radicata nella cultura del popolo romano che si sentiva in diritto di pretendere questo tipo di giochi. Nel 73 a.C. avvenne un fatto che precipitò i Romani nell’orrore. A Capua, una settantina di gladiatori guidati dal terribile Spartaco uccisero le loro guardie e fuggirono dalla palestra di Lentulo Batiato. Sulle prime le autorità romane non diedero grande peso all’episodio, ma ben presto i gladiatori attirarono molti seguaci fra gli schiavi, e la banda di migliaia di uomini che si costituì cominciò a riportare una vittoria dopo l’altra sui legionari. I gruppi che si erano staccati all’esercito di Spartaco, invece, ebbero meno fortuna e furono rapidamente sgominati dall’esercito di Roma. Fu ucciso così Crisso, uno dei comandanti della truppa di schiavi e compagno d’armi di Spartaco, proveniente dalla stessa palestra. Spartaco volle per lui


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un funerale in perfetto stile romano: nei giochi funebri in onore di Crisso fece combattere come gladiatori 300 legionari romani che aveva preso prigionieri. Inizialmente gli schiavi dell’armata di Spartaco si erano messi in marcia verso la Gallia, nell’intento di lasciare l’Italia e ritornare in patria, ma poi cambiarono direzione e senza nessun motivo apparente invertirono la rotta tornando a Sud. La notizia che l’armata degli schiavi stava puntando su Roma precipitò i cittadini nel panico. Spartaco, però, ignorò la Città Eterna e percorse l’Italia nella sua lunghezza dalla Gallia Cisalpina a Nord, al Bruzio a Sud. Appena due anni dopo, nel 71 a.C., Marco Crasso alla testa delle sue legioni riportò una vittoria decisiva nella Terza Guerra Servile, detta anche “Guerra dei Gladiatori” 21. Per quanto questa non sia stata l’unica rivolta di gladiatori nella storia di Roma, nessun’altra raggiunse dimensioni simili. I Romani capirono, finalmente, quanto potevano essere pericolosi gli schiavi guidati da un drappello di gladiatori. Il numero di gladiatori mandati a combattere nell’arena aumentò in modo impressionante nel I secolo a.C. Il munus poteva durare parecchi

giorni, o anche mesi, e rendeva necessarie centinaia o addirittura migliaia di partecipanti. Nel 65 a.C. Giulio Cesare mise in campo 320 coppie di sfidanti 22, provenienti probabilmente da una scuola che lui stesso possedeva a Capua, e che addestrava contemporaneamente cinquemila gladiatori. Egli fu anche il primo ad organizzare dei giochi gladiatori in onore della propria figlia (fino a quel momento i giochi funebri erano stati celebrati esclusivamente in onore del padre), ed in quell’occasione, accanto ai gladiatori professionisti, si batterono fino all’ultimo sangue Furio Leptino, di una famiglia pretoria (i pretori erano magistrati molto importanti a Roma), e Quinto Calpeno, ex senatore ed avvocato difensore nel foro 23. Nel 46 a.C., inoltre, Giulio Cesare celebrò il suo trionfo nella guerra civile con una rappresentazione scenica in cui si scontrarono 500 fanti, venti elefanti e trenta cavalieri. Lo spettacolo si svolse in un circo, in cui vennero realizzati due accampamenti, e da cui furono rimosse le colonne per fare spazio 24. (Il circo era una struttura pensata soprattutto per le corse di carri, anche se non erano escluse gare di altro

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genere. Nel circo, alle due estremità, c’erano due colonne (meta prima e meta secunda) attorno alle quali dovevano passare i carri. Giustamente si ritiene che l’Impero coincida con l’età d’oro dei giochi gladiatori, e massima influenza sulla loro riorganizzazione ebbe l’Imperatore Augusto (ca. 27 a.C. – 14 d.C.). Egli regolamentò rigorosamente le diverse tipologie di gladiatori e di armi, introdusse le regole di combattimento e decise persino di assegnare posti a sedere diversi in funzione della classe sociale degli spettatori. Augusto fu celebrato in moltissime gare gladiatorie, in venationes ed in una grandiosa naumachia: “Sorpassa ogni esempio precedente per numero, varietà e ricchezza di spettacoli pubblici” 25. Lo testimonia Augusto stesso: Diedi spettacoli gladiatori a nome mio per tre volte, e per cinque volte li organizzai a nome dei miei figli e dei miei nipoti: vi combatterono almeno diecimila uomini. Offrii delle gare di atleti reclutati in tutto il mondo: due volte a nome mio, e per tre volte anche a nome di mio nipote. Celebrai gare a nome mio per quattro volte, e ventitré volte a nome di altri magistrati … . Per ventisei volte, a nome mio o dei miei figli e nipoti, intrattenni il popolo, nel circo, all’aperto o nell’anfiteatro, con cacce alle belve africane: vi rimasero uccisi circa 3500 animali 26.

In tutto l’imperatore Augusto reclutò diecimila uomini per otto grandi spettacoli gladiatori, e a ciascun munus parteciparono più di 1000 gladiatori: rappresentazioni così imponenti erano rare persino a Roma, per non parlare delle città italiane minori o delle province dove un munus normalmente impegnava da 20 a 50 coppie di gladiatori, e vedeva in media nell’arena dodici o tredici coppie di sfidanti al giorno. Il successore di Augusto, Tiberio (imperatore dal 14 al 37 d.C.) non amava la scherma e non organizzò molti spettacoli gladiatori 27. Quando lo fece, tuttavia, i giochi stupirono per la loro grandiosità, e furono invitati nell’arena a guadagnarsi un premio di 100.000 sesterzi 28 persino i rudiarii, ovvero i gladiatori già ritiratisi dalle scene. Durante il regno di Caligola (37 - 41 d.C. 29) i giochi gladiatori si tennero nell’anfi-teatro di Statilio Toro o nei Saepta, i recinti in cui

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il popolo si riuniva a votare, entrambi a Roma 30. Questo imperatore sanguinario e crudele tra-sformò i giochi in veri e propri macelli, trascinando nell’arena uomini innocenti, fossero essi schiavi o senatori. Un giorno volle che scendesse nell’arena Esio Proculo, figlio di un centurione di primo grado, famoso per la sua statura e la sua bellezza, e lo fece combattere contro due gladiatori, uno dopo l’altro. Proculo vinse entrambi gli incontri, ma per ordine di Caligola fu trascinato nelle strade di Roma nelle sue vesti lacere, e poi sgozzato. Lo stesso imperatore diede molti prigionieri in pasto alle belve senza preoccuparsi di conoscere i crimini per cui erano reclusi, e lo stesso destino toccò ad un cittadino romano dell’ordine equestre, mentre un altro infelice, autore di qualche poesia controversa, fu arso vivo nell’anfiteatro. Se un nobile osava criticare i giochi dell’imperatore rischiava di essere condannato ai lavori forzati nelle miniere o lungo le strade, o di essere dato in pasto alle belve, o ancora di essere tagliato a pezzi con una sega 31. Seguì Claudio (41-54 d.C.) durante il cui regno i giochi gladiatori furono molto frequenti, organizzati con semplicità in un campo pretorio, o con

grande fasto nei Saepta. A volte Claudio inscenava gli spettacoli gladiatori senza preavviso e li chiamava sportula intendendo qualcosa come “antipasto” perché si trat-tava di “un intrattenimento inatteso e spontaneo”. Durante le rappresentazioni era semplice ed affabile: “allungava la mano sinistra e, insieme al pubblico, contava ad alta voce sulle dita le monete d’oro che donava ai vincitori. Con tono serio invitava quindi la compagnia a divertirsi, e con una burla insipida e forzata, chiamava i gladiatori suoi ‘padroni’” 32. In qualche occasione, tuttavia, anche Claudio manifestò come Caligola una certa propensione sadica. Godeva a tal punto nel vedere la faccia dei morenti che soleva chiedere il colpo di grazia anche per i gladiatori che erano soltanto caduti, soprattutto se si trattava di retiarii che combattevano a volto scoperto. Come Caligola, anche Claudio mandava uomini a lottare nell’arena per motivi futili, o anche senza motivo: un operaio poteva ritrovarsi impegnato in un combattimento all’ultimo sangue solo perché ciò che aveva costruito non soddisfaceva i requisiti 33. Per celebrare la sua vittoria sui Britanni del 44, Claudio rappresentò nel Campo di Marte (Campus Martius)

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“l’assalto ed il saccheggio di una città e la resa del re di Britannia, presenziando vestito da generale” 34. Sappiamo di molte altre rappresentazioni sceniche di azioni belliche, per esempio quella organizzata da Giulio Cesare nel 46 a.C. Nel 7 a.C. nei Saepta si poté assistere ad una strage paurosa in onore del generale e politico Agrippa, morto cinque anni prima. Altre battaglie furono rappresentate su scala minore nel 57 da Nerone (imperatore dal 54 al 58 d.C.) che scelse come sito l’arena di un anfiteatro, e da Domiziano (imperatore dall’81 al 96) che scelse un circo 35. Dopo aver conquistato Gerusalemme nel 70, il futuro imperatore Tito (imperatore dal 79 all’81) organizzò, in occasione del genetliaco del fratello, delle gare a squadre in cui si batterono i prigionieri ebrei 36. Quando gli scontri coinvolgevano molti lottatori, i gladiatori professionisti si astenevano, e gli attori erano solitamente criminali condannati a morte (noxii) o prigionieri. L’esecuzione capitale dei criminali avveniva nell’arena a mezzogiorno o durante l’interruzione a metà della giornata. Seneca descrive così uno di questi massacri:

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Mi sono trovato per caso ad assistere ad una rappresentazione a metà giornata, e mi aspettavo qualcosa di divertente, spiritoso e riposante: uno spettacolo in cui gli occhi umani, stanchi di vedere sgozzare i propri simili, possano trovare tregua. Fu decisamente l’opposto. Nei combattimenti precedenti si era espresso uno spirito sostanzialmente caritatevole: poi ogni scherzo era finito ed era rimasto l’assassinio puro. Gli uomini non avevano un’armatura per difendersi. Erano interamente esposti ai colpi, e nessun fendente mancava il segno. Molti preferiscono questo tipo di programma alle solite sfide a due o agli attacchi “su richiesta”. Per forza: non c’è un elmo o uno scudo che possa respingere le armi. A che serve un’armatura protettiva, a che giova l’abilità? Servono solo a ritardare la morte. Al mattino lanciano gli uomini in pasto ai leoni e agli orsi; a mezzogiorno li danno in pasto al pubblico. Gli spettatori vogliono che l’assassino guardi in faccia l’uomo che a sua volta lo ucciderà, e riservano sempre il vincitore per un altro macello. Ogni scontro si conclude con la morte, data con il fuoco o con la spada. Tutto ciò avviene quando l’arena è vuota 37.

Nel 69 Vitellio (imperatore da settembre a dicembre del 69) si affrettò a festeggiare il suo complean-o con “giochi gladiatori in ogni quartiere di Roma, splendidi come non se ne erano mai visti prima” 38: Roma all’epoca aveva 265 quartieri. Vitellio non volle rinunciare a questo divertimento nemmeno nel cuore della guerra civile, e si servì delle sue legioni per costruire nuovi anfiteatri in cui far svolgere i giochi 39. Nell’80, anche l’imperatore Tito celebrò l’inaugurazione del Colosseo con festeggiamenti favolosi che durarono per cento giorni, da giugno a settembre, e compresero munera, venatio e naumachia. Purtroppo non sappiamo molto dei giochi gladiatori di questa particolare occasione, perché al popolo rimasero Gladiatorial combats. In the top relief from left to right are two equites, a myrmillo−hoplomachus pair (two umpires can be seen behind them) and a thraex−myrmillo pair. The bottom relief (from left to right) shows thraex−myrmillo, myrmillo−thraex, myrmillo−hoplomachus and thraex−myrmillo pairs. 2nd quarter of the 1st century AD, featured on Lusius Storax’s tombstone. (Museo Archeologico ‘ La Civitella’, Chieti)

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impressi soprattutto gli spettacoli di venatio e naumachia. Svetonio racconta che Domiziano (imperatore dall’81 al 96) “era solito intrattenere il popolo con spettacoli straordinari e costosissimi, non solo nell’anfiteatro, ma anche nel circo” 40. Svetonio descrive corse di carri, combattimenti fra gladiatori, lotte di cani contro belve incatenate, e naumachia. Domiziano si divertiva ad assistere alle cacce notturne e agli scontri dei gladiatori, e nelle rappresentazioni non mancavano nemmeno le donne 41. All’epoca erano popolari anche le lotte fra nani. Apprendiamo che nel corso dei giochi dei questori (che erano dei funzionari pubblici responsabili, fra l’altro, delle questioni finanziarie) Domiziano “dava sempre al popolo licenza di chiedere due coppie di gladiatori della sua scuola, e questi facevano la loro comparizione per ultimi, indossando i colori della corte” 42. Alla fine Domiziano fu assassinato e per ironia della sorte fra i congiurati c’erano anche alcuni gladiatori della sua stessa scuola 43. Nel 107 l’Imperatore Traiano (98 – 117) offrì uno straordinario spettacolo di giochi in occasione della sua vittoria contro i Daci: voleva

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chiaramente sorpassare in grandiosità Tito, ed i suoi giochi durarono 120 giorni (contro i 100 giorni di Tito), impegnarono in combattimento diecimila gladiatori e costarono la vita a undicimila animali 44. Traiano organizzò altri tre spettacoli anche nei cinque anni che seguirono: nel primo si batterono 350 uomini, nel secondo “soltanto” 202, mentre nel terzo, che durò 117 giorni, scesero nell’arena 4.941 coppie di uomini armati 45. Tra il 107 ed il 113 lottarono nell’arena di Roma quasi 20.500 gladiatori. Mentre ad Adriano (117-138) piacevano le gare gladiatorie e le lotte tra animali selvaggi alla catena 46, Marco Aurelio (161-180) non le gradiva. Partecipava a questo tipo di eventi di malavoglia, tanto che decise persino di imporre un limite alle somme spese per i giochi 47. Non solo, in tempo di guerra impose il servizio militare anche ai gladiatori, provocando il malcontento del popolino 48. Con Marco Aurelio condivideva l’impero Lucio Vero (161169) che, al contrario, adorava guardare i gladiatori che lottavano, soprattutto standosene a banchetto 49. Lo stesso si può dire di Elagabalo (218 – 222), passato alla storia per le sue perversioni: “Spesso, prima di sedersi


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al banchetto assisteva a scontri di pugilato o tra gladiatori; aveva fatto sistemare un letto in una delle gallerie superiori del suo palazzo, e mentre mangiava costringeva dei criminali ad esibirsi in scene di caccia alle bestie feroci” 50. A quanto pare amava concedersi questo “intrattenimento” tanto quanto amava abbandonarsi ai peccati di gola nel suo piccolo anfiteatro di Castrense, costruito specificamente per i suoi piaceri (cfr. Capitolo 5). Quanto a passione per i giochi gladiatori, tuttavia, nessun imperatore fu pari a Commodo (180 – 192). Qualcuno azzarda anzi l’ipotesi che fosse egli stesso figlio di un gladiatore, dal momento che sua madre Faustina era nota per non essere particolarmente fedele al marito Marco Aurelio, e non nascondeva il suo debole per la gladiatura 51. Spietato e sanguinario, Commodo si dilettava nell’uccidere uomini ed animali. Sgozzò migliaia di animali con le sue stesse mani, tanto nell’arena, quanto in casa sua. Commodo possedeva una forza straordinaria e si esercitava ad uccidere gli animali al primo colpo; si dice anche che sia riuscito a far crollare un elefante con un solo colpo di giavellotto.

Commodo conquistò ben 1.100 vittorie battendosi personalmente nell’arena, e di queste 365 quando il padre Marco Aurelio ancora viveva, e 735 dopo la sua morte. Si divertiva in particolare ad uccidere i retiarii (gladiatori senza scudo, armati di rete, tridente e daga): si armava da secutor (l’avversario del retiarius) e per distinguersi dagli altri si limitava a gettarsi sulle spalle un drappo color porpora. Era molto fiero delle sue prestazioni, e pretendeva che i documenti ufficiali menzionassero la sua partecipazione. Era felice dell’appellativo di “Capitano dei Secutores” di cui fu insignito ben 620 volte. Era orgoglioso, infine, di essere chiamato con il nome di un gladiatore famoso e non disdegnava una bevuta insieme ai lottatori. La sua impudicizia non aveva limiti: si presentava nei palchi del teatro o dell’anfiteatro in vesti muliebri ed in un’occasione scese nell’arena completamente nudo, con un’arma in mano 52. Amava talmente la gladiatura che ad un certo punto pensò persino di trasferire la sua residenza negli alloggi della palestra 53. Nonostante il suo amore per la spada, morì in casa sua e non nell’arena come si vede nel film “Gladiator” (2000): fu strangolato dal gladiatore con cui era solito esercitarsi.

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Come edile (ovvero funzionario incaricato della cura degli edifici pubblici, delle feste popolari e dell’ordine pubblico), Gordiano I (imperatore nel 238) finanziò dodici giochi, uno ogni mese dell’anno. In alcune occasioni fece intervenire 500 coppie di gladiatori, e comunque mai meno di 150 54. Quando Massimo e Balbino furono nominati imperatori nel 238, e prima che l’esercito partisse in guerra contro Massimino, si tennero spettacoli gladiatori e rappresentazioni venatorie davvero straordinari. Nel narrare la vita di quegli imperatori, Giulio Capitolino spiega che era antica

usanza organizzare munera e venationes prima che l’imperatore stesso partisse. Secondo Giulio, l’abitudine risaliva all’esigenza di tenere alto il morale dei Romani che andavano a combattere, e a prepararli alle immagini ed ai suoni della guerra, in modo che non si spaventassero alla vista del sangue, delle ferite o dei nemici armati 55. Per festeggiare il millenario della fondazione di Roma, nel 248, Filippo (244 – 249) inscenò giochi di scherma con 1000 coppie di gladiatori provenienti dalle scuole imperiali, e coinvolse un gran numero di bestie nelle rappresentazioni di venatio 56. Uomo dotato di senso dell’umo-rismo, Gallieno (253 – 268) festeggiò i primi dieci anni del suo regno con dei giochi davvero indimenticabili, e con una processione di 1.200 gladiatori coperti di splendide vesti d’oro. In un’occasione Gallieno mandò una ghirlanda-premio ad un “cacciatore” che per ben dodici volte aveva mancato un toro. Il popolo si stupì che il premio venisse conferito ad un The final stage of a combat supposedly between a myrmillo and a thraex. Relief from Ephesus, Asia Minor, 3rd century AD. (Antikensammlung, Staatliche Muzeen zu Berlin, SK 964. Author’s collection)

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venator così maldestro, ma Gallieno fece spiegare attraverso un suo uomo: “È arduo non riuscire a colpire un toro tante volte!” 57. Probo (276 – 282) volle celebrare la sua vittoria sui Germani ed i Blemmi con giochi che coinvolsero 300 coppie di gladiatori, e lotte fra belve. Il numero di gladiatori chiamati a combattere fu relativamente modesto, ma la parte-cipazione di prigionieri blemmi, germani, sarmati e isaurici conferì ai giochi un’aura di distinzione58. Nel complesso, tuttavia, nessuno spettacolo riuscì a superare quelli offerti da Traiano nel 107. Dopo la sua morte, la durata delle rappresentazioni ed il numero dei gladiatori e degli animali impiegati gradualmente diminuì. Probabilmente i giochi organizzati da Commodo furono la sola eccezione, ma non abbiamo testimonianze precise, per quanto sia ben nota la sua passione per la gladiatura. I giochi gladiatori furono abbastanza di moda ai tempi di Gordiano I e di Filippo, ma gli intrattenimenti offerti da altri imperatori furono molto più modesti, vuoi per scarso interesse, vuoi per mancanza di denaro.

Fino a metà del I secolo avanti Cristo i gladiatori si battevano per lo più nel Foro Romano (Forum Romanum) perché non esistevano anfiteatri stabili. Gli spettatori sedevano su tribune di legno costruite per l’occasione. Gli anfiteatri, come edifici dedicati allo spettacolo, realizzati prima in legno e poi in pietra, fecero la loro comparsa verso la metà del I secolo avanti Cristo. Nel I e II secolo dopo Cristo, ne venne costruito un gran numero. Durante l’Impero si affermò la tradizione di organizzare due giochi gladiatori all’anno, a dicembre, per segnare la fine dell’anno, e a marzo per celebrare l’inizio della primavera. Si inscenavano spettacoli gladiatori, inoltre, in occasione di un trionfo, dell’inaugurazione di un edificio pubblico (per esempio un anfiteatro), o di altri eventi di interesse per il popolo. L’usanza di accompagnare con giochi gladiatori le celebrazioni funebri, invece, fu abbandonata. La scomparsa degli scontri fra gladiatori va collegata all’adozione del Cristianesimo da parte dei Romani. Nel 313 l’Editto di Milano riconosceva la legittimità della fede cristiana, e nel 325 Costantino il Grande – sul trono

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dal 306 a 337, e primo imperatore ad abbracciare il Cristianesimo – promosse la nuova religione con la convocazione del Primo Concilio Ecumenico di Nicea. In quello stesso anno, da Beirut, pubblicò un editto con cui condannava gli “spettacoli cruenti” e intimava ai tribunali di condannare i colpevoli ai lavori forzati nelle miniere e non nell’arena. L’editto, tuttavia, fu attuato solo nelle provincie orientali, mentre in Italia fu ignorato dallo stesso Costantino che autorizzò i sacerdoti dell’Umbria e dell’Etruria ad organizzare giochi gladiatori. Fu un cattivo esempio, che indusse altri a mantenere viva la tradizione gladiatoria, sebbene su scala sempre più modesta. Il Calendario di Filocalo, per esempio, riporta che nel solo mese di dicembre si tennero 354 gare di gladiatori, concentrate in dieci giornate (mentre 101 Bestiarii in Commodus’ underground passage of the Flavian Amphitheatre (Colosseum). The figure on the left is holding a whip in his right hand and a piece of cloth (mappa) in the left. On the right, the figure is teasing an animal using a disc with small bells. The third bestiarius is making an acrobatic jump over a beast. (Vladamir Golubev)

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giorni furono riservati agli spettacoli teatrali e 66 a quelli circensi) 59. Nel 357 Costantino II (imperatore dal 337 al 361) proibì ai soldati e agli ufficiali romani di offrirsi come volontari per addestrare i gladiatori e combattere nell’arena. Otto anni più tardi Valentiniano (imperatore dal 364 al 375) promulgò un secondo editto con cui vietava ai giudici di condannare i criminali “all’arena”. Nel 397 l’Imperatore d’Oriente Arcadio (395 – 408) e quello di Occidente, Onorio (395 – 423) proibirono ai senatori di reclutare gladiatori. Nel 399, infine, Onorio chiuse le ultime scuole di gladiatura ancora esistenti 60. Fu un evento drammatico assolutamente imprevisto, tuttavia, a mettere fine all’era dei giochi gladiatori. Durante uno spettacolo che si stava svolgendo il primo gennaio del 404, un monaco cristiano di nome Telemaco, proveniente dall’Asia Minore, si lanciò nell’arena per sepa-rare i contendenti. Ma il suo nobile tentativo si concluse tragica-mente: la folla di spettatori, inferocita, si lanciò contro di lui e lo fece a pezzi. Il suo martirio, tuttavia, non fu inutile, visto che l’Imperatore Onorio decise di mettere definitivamente al bando i giochi gladiatori 61.


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Three fragments of a famous mosaic from Villa Borghese represent gladiatorial combats (between retiarii and secutores) and a beast hunt (venatio). According to the inscriptions all the duels ended in the death of the loser. Early 4th century AD. (Galleria Borghese, Rome / Alinari / The Bridgeman Art Library)

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VENATIO – LA CACCIA

I Romani furono sempre entusiasti cacciatori, e molti nobili ed imperatori vi si dedicarono con passione. Celebri retori e scrittori cantarono le virtù della caccia per coltivare il coraggio e la forza d’animo, e coloro che potevano permetterselo comperavano terreni venatori in Gallia e foreste in Italia. Le ville di campagna dei ricchi romani spesso possedevano un leporarium, ovvero un recinto contenente animali selvatici dove andare a caccia, sebbene su piccola scala. L’attività venatoria era disciplinata da leggi ben dettagliate: i Romani potevano cacciare solo ad una certa distanza dalla città, potevano colpire qualsiasi animale esclusi i leoni che erano considerati proprietà dell’imperatore, ed era proibito cacciare sulla terra coltivata. Bestiarii letting beasts out onto the arena. The date is thought to be AD 20–50. (Museo Archeologico Nazionale, Napoli)

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La parola latina venatio significa caccia in generale, ma in seguito passò ad indicare spettacoli che si svolgevano nell’arena o in un circo con la presenza di animali. Analogamente il termine venator, cacciatore, si riferiva inizialmente al cacciatore sportivo o professionista, o allo schiavo che curava il leporarium; in seguito, invece, per venator si intendeva il gladiatore che combatteva contro le belve nell’arena. Nel nostro testo il significato di venatio e venator sarà sempre legato alla gladiatura. Tutti gli spettacoli che si svolgevano nell’arena di un anfiteatro o di un circo con la partecipazione di animali si chiamavano venatio, e potevano comprendere: › sfilate di animali esotici › esibizioni d’abilità degli animali › lotte fra belve › battute di caccia › taurocatàpsie (caccia al toro) › lotte fra animali e venatores › impiego di animali feroci per dare la pena di morte ai criminali. Durante la Repubblica e talvolta anche in epoca successiva, la venatio si svolgeva nel Circo Massimo. Durante l’Impero fu collegata ai munera, e fu trasferita negli anfiteatri dove costituiva parte dello spettacolo mattutino. Occasionalmente poteva essere organizzata in un circo o in uno stadio. La venatio non era necessaria-mente uno spettacolo cruento. A volte consisteva in sfilate di animali esotici come giraffe, struzzi ed ippopotami, per appagare la curiosità degli spettatori. Talvolta le bestie erano addestrate ad eseguire qualche numero: le scimmie, per esempio, potevano cavalcare cani, guidare i carri o, addirittura, recitare un piccolo quadro teatrale. I leoni marini rispondevano se sentivano chiamare il loro nome, abbinato a segnali particolari. Gli attori più versatili erano gli elefanti, capaci di danzare alla musica di cembali suonati da altri elefanti, di imitare la lotta dei gladiatori, di sedersi a tavola senza

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profondo senso di responsabilità per il loro spettacolo, e si raccontava il caso di un elefante che, rimproverato per una prestazione scadente, ne fu tanto addolorato che trascorse l’intera notte ad esercitarsi da solo. A volte, infine, degli animali vestiti con abiti coloratissimi o ridicoli facevano il giro dell’arena: per molti aspetti, lo spettacolo assomigliava a ciò che si fa oggi al circo 62.

Per la lotta, i Romani preferivano belve di grandi dimensioni: orsi, tori, leoni ed altri animali simili. Le abbinate più comuni erano: leone contro tigre, toro contro orso, toro contro elefante, elefante contro rinoceronte, tigre contro cinghiale etc. In alcuni mosaici vediamo abbinate ancora più esotiche: orso e pitone, leone e coccodrillo, foca ed orso. Talvolta gli animali avevano paura di combattere, e quindi venivano incatenati fra loro per aizzarli l’uno contro l’altro. Gli elefanti erano spesso accompagnati da un custode che però non aveva armi, e non partecipava alla lotta. Alcuni spettacoli consistevano banalmente nell’incitare gli animali allo scontro, tanto più che l’esito di certi duelli – per esempio fra leone e cerbiatto - era quasi scontato. Di quando in quando si impiegavano nella caccia anche cani, ma il loro ruolo era per lo più limitato a quello di aiuto per i venatores. È opportuno ricordare che la definizione di venatores si applicava

A figurine representing a venatio. One of the venatores has been knocked down, another, protecting himself with a large shield, is probably trying to save him. (Musée Archéologique, Sousse. Author’s collection)

Fragment of a famous mosaic from Villa Borghese showing venatores fighting with a group of leopards, taken from the early 4th century AD. (Galleria Borghese, Rome / Alinari / The Bridgeman Art Library)

rovesciarla, di camminare lungo una fune e persino di scrivere lettere dell’alfabeto latino e greco. Si riteneva che gli elefanti possedessero un

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solo all’uomo armato che si batteva con un animale feroce. I criminali inermi condannati ad essere sbranati dalle belve non erano venatores: questi disgraziati erano damnati ad bestias ovvero “condannati alle belve”. Come i gladiatori, anche i venatores erano reclutati fra i prigionieri di guerra, fra gli schiavi o nelle carceri, e potevano anche essere dei volontari, e tutti ricevevano un addestramento specifico. Godevano tuttavia di minor prestigio rispetto ai gladiatori, ed erano pagati meno. Fino a non molto tempo fa, il termine bestiarius (da bestia, bestia, belva) era ambiguo, usato spesso come sinonimo di venator, o per indicare tutti quelli che avevano a che fare con gli animali, compreso lo stesso damnatus ad bestias (63). Un’analisi più accurata delle fonti iconografiche, però, ci porta a respingere entrambe le interpretazioni ed a collocare il bestiarius in una categoria diversa. I bestiarii erano figure ancora inferiori ai venatores, rappresentavano il gradino più basso della scala gerarchica dei lottatori. Avevano molteplici compiti: vivacizzavano lo spettacolo con esibizioni acrobatiche insieme ad animali feroci, assistevano i venatores per provocare le bestie prima del combattimento e stimolarne l’aggressività, distraevano gli animali durante lo scontro, aiutavano infine a dare il colpo di grazia ai criminali sbranati dalle belve 64. I bestiarii non erano mai armati, ed aizzavano gli animali con un drappo dai colori vivaci chiamato mappa, con fruste, torce e con dischi cui erano appesi dei campanelli. La venatio romana poteva includere la taurocatàpsie, risalente alla tradizione della tauromachia cretese. Un acrobata a cavallo doveva raggiungere il toro, saltargli in groppa, afferrarlo per le corna e farlo cadere a terra. Giulio Cesare fu il primo ad offrire uno spettacolo di taurocatàpsie a Roma 65. I venatores acrobatici della tauroca-tàpsie indossavano un chitone, o tunica, corto e con le maniche lunghe, delle brache aderenti lunghe fino al ginocchio, calzari di cuoio

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alte alla caviglia, ed avevano il petto ed il ventre avvolti da un drappo imbottito o da una pelle. Le brache erano indispensabili perché il venatores cavalcava sulla nuda schiena del cavallo 66. La caccia vera e propria ad animali miti come il cervo, lo struzzo o l’asino era l’attività meno pericolosa. Il venator inseguiva la preda a piedi o a cavallo, armato di arco e frecce, giavellotto o lancia, e doveva dimostrare la sua abilità nell’uso delle sue armi. Molto più ammirate, perché di gran lunga più rischiose, erano le lotte corpo a corpo fra un uomo appiedato ed un animale feroce come il leone, la tigre, il leopardo o l’orso. Fino a metà del I secolo, i venatores impegnati in questi spettacoli indossavano l’equipaggiamento pesante dei gladiatori. Poi l’armamento si alleggerì, ed i venatores, vestiti con la sola tunica, disponevano soltanto dell’asta venatoria (cfr. Capitolo 2). Il duello fra un venator a cavallo e una bestia feroce era uno spettacolo esotico, e se ne trovano rappre-

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sentazioni iconografiche soprattutto nelle province orientali dell’Impero, in Asia Minore e lungo il Mar Nero. In Asia Minore era più comune che il lottatore cavalcasse un toro addestrato, piuttosto che un cavallo (67) . Sulla costa settentrionale del Mar Nero, le tradizioni del munus e della venatio erano diverse: i giochi cruenti non si affermarono in quest’area, se non nelle città che ospitavano le guarnigioni romane o un tempio dedicato al culto dell’Imperatore. Sebbene i gladiatori più diffusi fossero retiarius e secutor, in questa regione esistevano tipi di gladiatori sconosciuti in Occidente, e con caratteristiche molto particolari.(cfr. Capitolo 2). Quanto alla venatio, l’unico esempio è offerto dagli affreschi della cripta di Ashik a Panticapaeum, capitale del regno del Bosforo: un venator appiedato e cinque venatores a cavallo affrontano un cervo, un cinghiale, un orso e un leopardo o pantera. Quattro dei cinque venatores sono armati di asta, impugnata per lo più con entrambe le mani, mentre il quinto ha un arco e scocca una freccia contro un leopardo. Tutti gli uomini a cavallo indossano il costume tradizionale del Bosforo: un chitone lungo al ginocchio e con manica


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corta, brache aderenti e stivali di pelle. Il venator appiedato indossa solamente un perizoma ed affronta il leopardo – o pantera – con un tridente. In alcune, rare, rappresentazioni murarie romane vediamo anche dei fanciulli nel ruolo di venatores che con l’asta o il giavellotto uccidono lepri, galletti o oche. Forse erano espressione di un certo orgoglio aristocratico di cui si appagavano senatori ed equites che esibivano l’”eroismo” dei loro figli, onorati dall’ovazione del pubblico nell’arena (68). Nella maggior parte dei casi, il venator riusciva a sopraffare la belva, ma se era l’animale a vincere, a volte gli veniva risparmiata la vita. C’erano quindi belve famose per aver ucciso molti venatores nel corso della loro “carriera”. I Romani, con una vena d’umorismo macabro, avevano soprannominato “Innocenza” un’orsa che aveva sconfitto più volte i suoi attaccanti. Anche il venator che vinceva poteva contare sulla salvezza

(missio, ovvero grazia per quella giornata), ed un gladiatore ferito gravemente o sfinito dalla stanchezza poteva chiedere di lasciare l’arena, ma se la sua richiesta non veniva accolta, doveva affrontare il prossimo animale previsto dal programma. Molti animali, soprattutto quelli divenuti famosi, avevano un nome proprio, per esempio Victor, Crudelis, Omicida. Nelle decorazioni murarie, vediamo a volte sul corpo dei tori un’iscrizione, per esempio n(umero) XVI, che indica quanti tori furono impiegati nello spettacolo descritto. Succedeva talvolta che un animale suscitasse nel pubblico sentimenti di vero rispetto o compassione, e quindi gli veniva risparmiata la morte nell’arena. Un esempio celeberrimo è la vicenda di Androclo. Androclo era uno schiavo fuggito in Africa: nel deserto incontrò un leone sofferente a causa di una spina nella zampa. Androclo estrasse la spina ed il leone, grato, non si dimenticò di lui. Androclo fu ricatturato e condannato ad essere sbranato nel Circo Massimo.

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Nel corso della venatio, però, si trovò ad affrontare proprio il leone cui aveva estratto la spina e che, riconoscendolo, non lo volle attaccare. Con grande sorpresa di tutti, l’Imperatore chiamò Androclo per chiedergli spiegazioni ed Androclo raccontò la storia del suo primo incontro con il leone nel deserto. L’Imperatore, allora, non solo liberò Androclo, ma gli regalò anche il leone, atto che suscitò un entusiastico applauso dal pubblico. Da quel giorno Androclo si guadagnò da vivere girando per le taverne con il suo leone addomesticato e raccontando la sua storia (69). Gli animali che commuovevano maggiormente, in virtù della loro intelligenza e del loro comportamento simile agli uomini, erano gli elefanti. In una grandiosa venatio organizzata da Pompeo, gli elefanti costretti a lottare contro gli uomini inizialmente si batterono, ma poi, rendendosi conto di essere senza speranza, si inginocchiarono come per chiedere pietà. Gli spettatori, in lacrime,

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imprecarono contro l’editor, ignorando la generosità con cui aveva organizzato i giochi (70). Come abbiamo già detto, a volte gli animali nell’arena davano esecuzione alla condanna a morte dei noxii. C’erano vari modi per farlo. Durante l’Impero, spesso si faceva riferimento ad un episodio della mitologia, e ne risultava uno spettacolo grottesco di raccapricciante perversione (71). Per esempio, Laureolo – condannato a morte per parricidio, o per aver ucciso il padrone, o per aver rubato l’oro di un tempio o per aver cercato di appiccare fuoco a Roma (l’autore della fonte primaria non ricordava il capo di imputazione) – fu ucciso in una messa in scena del mito di Prometeo. Secondo il mito, Prometeo, resosi colpevole per aver rubato il fuoco sacro dall’Olimpo, era stato incatenato ad una rupe dove ogni giorno un’aquila veniva a strappargli il fegato; durante la notte il fegato ferito si rigenerava, in modo che l’aquila potesse rinnovare la sua tortura il giorno seguente. A similitudine di questa, Laureolo fu legato ad una croce nell’arena del Colosseo, e un orso fu lanciato contro di lui perché lo sbranasse (72). Un altro condannato a morte recitò la parte di


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Orfeo, il celeberrimo cantore della mitologia greca che con il canto ed il suono della sua cetra incantava non solo gli uomini e gli dei, ma persino la natura stessa. Nella rappresentazione scenica il mito fu rispettato in tutti i suoi dettagli, con la presenza di intere greggi di animali e stormi d’uccelli e addirittura di “rocce che si muovevano”. L’unica differenza rispetto al mito fu che l’orso non si lasciò sedurre dal canto ed uccise quel povero infelice (73). L’essere damnatus ad bestias era considerata la pena capitale più crudele, pari alla crocifissione o al rogo. Coperti solo con un perizoma, senza armi e spesso con le mani legate, i condannati a morte venivano esposti nell’arena per essere poi sbranati da bestie affamate. A volte venivano legati ad un palo infisso nel terreno o saldato ad un carro. Nelle riproduzioni iconografiche vediamo che a volte hanno una tavoletta con un’iscrizione, forse l’elenco dei loro crimini. Legati a due a due con delle catene al collo, i noxii erano introdotti

nell’arena dai bestiarii che avrebbero poi aizzato gli animali contro di loro. I loro resti venivano gettati nel Tevere o in altri fiumi. Recentemente nell’anfiteatro di Treviri è stato trovato un sito contenente corpi dilaniati e mutilati e si tende a credere che siano i resti di noxii. Il diritto romano, come del resto le leggi della maggior parte dei popoli antichi, stabiliva la pena non solo in relazione al crimine commesso, ma anche in base al ceto sociale del colpevole. Alcune pene particolarmente estreme e crudeli, come l’arena o la crocifissione, non potevano essere comminate ai cittadini romani. Gli apostoli Pietro e Paolo, per esempio, furono accusati della medesima colpa, ma Pietro fu condannato alla croce, mentre Paolo, civis romanus, fu decapitato. Alcuni storici e biografi appartenenti alla classe senatoria criticarono l’esecuzione della pena capitale per mezzo di bestie feroci in quanto al tempo stesso troppo crudele e, paradossalmente, troppo mite. Per

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esempio Svetonio critica Nerone per aver dato ordine che nei giochi che aveva organizzato nel Campo di Marte “nessuno venisse trucidato, nemmeno i criminali condannati scelti per i combattimenti”. Al tempo stesso, tuttavia, Svetonio attacca Nerone per aver costretto “quattrocento senatori e seicento equites romani, fra cui uomini rispettabilissimi e di ottima reputazione, a battersi come gladiatori” (74). Svetonio rimprovera anche Caligola per la sua crudeltà eccessiva, soprattutto nei confronti dei cittadini delle classi più elevate (75), dei cui privilegi non teneva conto condannandoli a pene riservate alle classi inferiori. Sembra che in generale il popolo romano disapprovasse l’esecuzione capitale ad opera delle belve. Si racconta, per esempio, che da bambino l’Imperatore Caracalla (sul trono dal 211 al 217) piangesse e scappasse ogni volta che vedeva i condannati dati in pasto alle belve, e che il popolo lo ammirasse per questo atteggiamento compassionevole (76). Il primo ad utilizzare gli animali

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per eseguire la pena capitale fu il generale Lucio Emilio Paolo che nel 167 a.C. condannò i disertori ad essere schiacciati da elefanti. Nel 146 a.C. Publio Cornelio Scipione il Giovane lo imitò durante il trionfo per la conquista di Cartagine (77). Le autorità romane trovarono il metodo efficace, e ben presto lo integrarono fra le varie forme di punizione previste dal diritto penale di Roma. La condanna ad essere sbranati dalle belve era usata spesso con i Cristiani. Fino all’ultimo si cercava di persuaderli a rinunciare alla nuova fede e a dichiarare fedeltà al culto dell’imperatore, ma la maggioranza dei Cristiani non accettava l’abiura: conoscevano un unico Dio, “re dei re e imperatore di tutte le genti”. Nel tardo Impero, tuttavia, le pene capitali come l’impiccagione, la crocifissione e la fossa delle belve feroci furono abolite, e di tutte le pene più crudeli rimase solo il rogo. Come spettacoli, le venationes erano di solito molto ricche, corredate di sceneggiature sontuose. Per esempio si cercava di ricostruire l’ambiente naturale delle belve creando nell’arena paesaggi artificiali con rocce, alberi e bacini d’acqua. L’esecuzione diventava uno spettacolo


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teatrale vero e proprio, con venatores e noxii che comparivano all’improvviso nel mezzo dell’arena, dove arrivavano da sotto terra, spostati con un complicato sistema di ascensori. A Roma la prima venatio si tenne nel 186 a.C. Ci racconta Livio che Marco Fulvio organizzò dei giochi per festeggiare il suo trionfo contro gli Etoli, e che “dalla Grecia arrivarono molti attori per rendergli omaggio, e per la prima volta i Romani assistettero a delle gare di atletica. Un’altra novità fu la caccia al leone e alla pantera, e lo spettacolo fu ricco e vario quasi come quelli che vediamo oggi” (78). I Romani apprezzarono questo tipo di intrattenimento che, quindi, si radicò nelle sue tradizioni. Inizialmente il Senato, temendo di mettere a repentaglio i cittadini romani e non volendo dare nuove fonti di reddito a Cartagine, cercò di limitare il numero di animali feroci importati dall’Africa in Italia, ma il bando fu tolto nel 170 a.C. (79). Nel 169 a.C., passati solo 17 anni dal primo spettacolo, già si contavano nell’arena 63 leopardi, 40

orsi e persino un certo numero di elefanti (80). Nel I secolo a.C. la venatio era un intrattenimento popolare diffuso, elemento indispensabile in uno spettacolo gladiatorio di una certa importanza. I giochi coinvolgevano un numero crescente di animali: nel 93 a.C. Silla impiegò 100 leoni, mentre nel 58 a.C. il pubblico si compiacque di assistere al combattimento di 150 animali di diverse specie, anche esotiche come i coccodrilli e gli ippopotami, per i quali, probabilmente nel Circo Massimo, fu scavata un’apposita piscina (81). Per l’inaugurazione del suo teatro, nel 55 a.C., Pompeo importò rari rinoceronti dall’Etiopia, elefanti, lupi e scimmie per inscenare una rappresentazione di venatio più sofisticata che mai. In occasione di un trionfo, nel 46 a.C., Giulio Cesare portò per la prima volta a Roma una giraffa, e fece scendere nell’arena ben 400 leoni. I giochi compresero anche numeri di lotta fra tori e cavalli. La venatio era uno degli

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intrattenimenti preferiti di molti imperatori. Augusto, per esempio, si vantava di averne organizzate ben 26 nel corso della sua vita: erano stati uccisi 3.500 animali, pari a una media di 135 animali per ogni spettacolo 82. Caligola e Claudio preferivano lanciare uomini in pasto alle belve 83. Claudio, anzi, fu il più entusiasta sostenitore di tutti i tipi di venatio 84. A parte le corse sui carri ed i giochi troiani (gare con particolari esercizi a cavallo), intratteneva il pubblico del Circo Massimo con spettacoli di taurocatàpsie e persino con una caccia africana in cui figurava un plotone di pretoriani guidati da tribuni e da un prefetto (cioè da figure d’alto rango nella gerarchia dei funzionari romani). A volte interrompeva le corse di carri per inserire, ogni cinque corse, un episodio di venatio (normalmente c’erano dieci giri di corsa al giorno, ma Claudio ne portò il numero a 24) 85 . Anche Commodo amava la venatio, ma come abbiamo visto preferiva uccidere lui stesso le belve 86: di solito le abbatteva con l’arco e le frecce, o

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con il giavellotto standosene in piedi su una speciale piattaforma, dando prova più di buona mira che di coraggio. In effetti era un arciere eccellente: le sue frecce non mancavano mai il bersaglio, ed ogni colpo era mortale. Era capace, con delle frecce speciali dotate di punta a forma di falce, di decapitare struzzi che correvano a tutta velocità. In genere il popolo romano disapprovava questi giochi inutilmente cruenti, ma ammirava la grande destrezza dell’imperatore (87). Anche Graziano (imperatore dal 367 al 383) era appassionato del tiro con l’arco (88). A volte veniva fatto scendere nell’arena un numero folle di animali. Per esempio, nei primi cento giorni dei giochi gladiatori con cui Tito festeggiò l’inaugurazione del Colosseo, nell’80 d.C., furono uccisi 5.000 animali di diverse specie, ed il totale arriva a 9.000 se si considerano tutti gli spettacoli di venatio organizzati durante l’intera durata dei giochi. Parteciparono alla caccia anche donne (probabilmente delle volontarie, non delle venatores addestrate), e ci furono degli speciali numeri acquatici, in cui cavalli, tori ed altri animali dovevano muoversi nell’anfiteatro allagato (anche se


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l’acqua arrivava al massimo ad un metro di profondità) (89). Nel 70 d.C., quando conquistò Gerusalemme e non era ancora imperatore, Tito indisse dei giochi gladiatori sensazionali in onore del genetliaco del fratello. Vi morirono ben 2.500 prigionieri ebrei, costretti a lottare contro bestie feroci o ad ingaggiare dei combattimenti a squadre (anche se alcuni furono semplicemente mandati al rogo) (90). Con Adriano (imp. 117 – 138), la venatio divenne uno spettacolo internazionale, che egli portò in varie città dell’impero. In una venatio tenutasi nello stadio di Atene furono impiegate migliaia di bestie: “[Adriano] fece uccidere molte belve nel Circo, spesso anche cento leoni tutti insieme” (91). Antonino Pio (imp. 138161) si preoccupava soprattutto che nelle sue venatio ci fosse una grande varietà di animali: “Organizzava giochi in cui comparivano elefanti, animali noti con il nome di corocottae (forse iene), tigri, rinoceronti e persino coccodrilli ed ippopotami: in poche

parole, partecipavano tutti gli animali del mondo. Era inoltre capace di far scendere nell’arena anche cento leoni tutti insieme, o insieme a tigri (92)”. Dalle due frasi si comprende che all’epoca il leone era un animale relativamente raro e costoso. Gordiano I (imperatore nel 238), un giorno liberò nell’arena 100 animali da preda catturati in Libia, ed in un altro giorno fece scendere in campo mille orsi (93). Considerando che il numero di animali è citato nella sua biografia, è evidente che esso era interpretato come un gesto di straordinaria generosità. Per festeggiare il suo trionfo sui Germani e sui Blemmi, Probo (imp. 276 – 282) …indisse nel Circo i più straordinari spettacoli di caccia di tutti i tempi, stabilendo che tutto sarebbe stato concesso come bottino agli spettatori …dagli accessi entrarono nell’arena mille struzzi, mille cervi maschi, mille cinghiali, e poi caprioli, ibici, pecore selvatiche ed altri erbivori, tanti quanti ne avevano

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potuti allevare o catturare. Poi fu ammesso il popolino, ed ognuno prese quello che voleva. In un’altra giornata fece scendere nell’anfiteatro, in un unico spettacolo, cento leoni dalla folta criniera ed i loro ruggiti riempirono l’aria come il tuono di una tempesta. Man mano che uscivano dalla fossa, tuttavia, erano uccisi, offrendo uno spettacolo indegno di questo nome, perché veniva meno la corsa che le belve di solito fanno quando sono liberate dalle gabbie. Molti leoni, inoltre, si rifiutavano di caricare e venivano fatti fuori con arco e frecce. Egli fece uscire poi cento leopardi libici e cento siriaci, cento leonesse e trecento orsi, ma com’è comprensibile, con tante bestie lo spettacolo fu imponente, ma poco godibile 94. Il racconto lascia capire che il popolo romano era troppo sazio e non si sgomentava facilmente, tanto meno alla vista di animali massacrati banalmente con frecce e giavellotti. Impazziva d’entusiasmo, invece, alla

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vista di un pericoloso corpo a corpo tra un uomo ed una belva. Anche gli imperatori che non amavano la venatio ritenevano che questo tipo di spettacoli giovasse alla loro popolarità ed offrisse un’occasione per dimostrare la loro generosità. Per questo lo stesso Marco Aurelio, che pure andava mal volentieri a vedere queste esibizioni, “era tanto munifico da donare anche cento leoni per un unico spettacolo, e farli uccidere tutti con arco e frecce” 95 . Aveva poi l’abitudine, durante le rappresentazioni, di leggere, ascoltare i messaggeri, o scrivere le sue decisioni, cosa che lo rendeva ridicolo agli occhi della gente 96, ed in effetti il suo comportamento era considerato scortese. L’Imperatore Augusto, al contrario, si scusava sempre se doveva assentarsi per ragioni di lavoro, e nominava un maestro di cerimonia che restava ad assistere ai giochi al posto suo. Quando era presente ai giochi, tuttavia, non si lasciava distrarre da altri interessi 97. Più tardi, alla fine dell’Evo Antico e all’inizio del Medioevo, la venatio cambiò profondamente. A quello che era stato sostanzialmente un macello fastosamente inscenato sull’arena, subentrarono rappresentazioni in cui


Gli spettacoli dell’antica Roma

prevaleva l’elemento acrobatico. Si vede ancora il ritratto del venator che trafigge la belva con il suo giavellotto, ma sono sempre più frequenti i bestiarii con il loro corredo iconografico di frusta, lazo, cerchi e dischi (questi ultimi, lanciati in diverse direzioni, servivano a distrarre l’animale). Grande ammiratore delle acrobazie e delle trovate comiche, Caro (imp. 282 – 283) fu forse il primo a mettere in scena questo tipo di spettacoli. Fra i trucchi che rappresentò ci furono un orso che “recitava”, un ballerino funambolo che sembrava volare nell’aria, ed un acrobata capace di camminare sui muri che stuzzicava un orso e poi scappava via 98. Gli spettacoli comici e le acrobazie con la partecipazione di animali divennero sempre più frequenti nel quinto e sesto secolo, e del pari popolari erano i vari espedienti di cui i “cacciatori” si servivano per sottrarsi alle belve. Uno di questi era una struttura girevole a griglia (cochlea) composta da quattro pannelli, dietro

alla quale l’uomo poteva inginocchiarsi e sottrarsi alla vista delle belve. Un altro nascondiglio era una sorta di gabbia tonda o ovale, fatta di canne e nota con il nome di ericius, porcospino, perché l’uomo che l’usava si comportava come un riccio che si chiude a palla per difendersi. Un altro dispositivo comico consisteva in un palo con due cesti a cui le persone erano legate con delle funi. I cesti ruotavano intorno al palo e contemporaneamente salivano e scendevano, e ciò innervosiva gli animali e divertiva il pubblico. Un sistema simile impiegava una ruota che non solo girava, ma anche si alzava e si abbassava. L’uomo che stava sulla ruota poteva provocare gli animali tenendosi lontano dal pericolo. In un altro gioco molto diffuso gli acrobati, aiutandosi con una sorta di trampoli, volteggiavano sopra gli animali cercando di restare ben lontani dalle loro zanne e dalle loro fauci. Dopo aver fatto infuriare le bestie, i venatores si mettevano al sicuro oltre le porte dell’arena. Lo

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Capitolo 1

spettacolo richiedeva velocità e destrezza eccezionali, perché le porte non erano sufficienti ad accogliere tutti allo stesso tempo 99. La fine ufficiale della venatio fu decisa nel 681, più di due secoli e mezzo dopo la scomparsa della gladiatura. L’ultimo spettacolo si svolse nel Colosseo nel 523 d.C., e Teodorico, re degli Ostrogoti, governatore dell’Italia e reggente dei Visigoti, concesse con grande riluttanza al console di mettere in scena i giochi, dicendosi sinceramente dispiaciuto che la gente si divertisse così (100).

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NAUMACHIA NAVALE

LA

BATTAGLIA

La naumachia era una particolare forma di battaglia navale che per molti aspetti assomigliava ai giochi gladiatori. Date le sue dimensioni, difficilmente una naumachia vera e propria poteva svolgersi in un’arena. Alcuni anfiteatri, tuttavia, avevano una base molto ampia progettata e realizzata in modo da poter essere allagata e formare una piscina in cui riuscivano a manovrare persino delle piccole navi.Già nel 57 d.C. l’arena di legno fatta costruire da Nerone a Campo di Marte fu riempita d’acqua per ospitare vari animali marini. Nella stessa piscina fu inscenata una battaglia navale fra “Persiani” e “Ateniesi”, seguita, una volta svuotata la vasca, da un combattimento a terra fra due squadre di gladiatori (101). Domiziano organizzò una battaglia navale nel Colosseo (102), ma si trattava di una modesta imitazione della naumachia che richiedeva, nel suo allestimento autentico, dozzine di vere navi con migliaia di rematori e di guerrieri. Le origini della naumachia vengono fatte risalire a Giulio Cesare che durante il I secolo, quando era al


Gli spettacoli dell’antica Roma

potere, promosse giochi gladiatori e spettacoli teatrali strepitosi. Racconta Svetonio: Nel codeta fu scavato un lago, e navi delle flotte di Tiro e dell’Egitto, armate con due, tre o quattro ordini di remi e con un gran numero di uomini a bordo, offrirono una vivida rappresentazione di battaglia navale. Lo straordinario spettacolo attirò un pubblico enorme da ogni dove, al punto che molti stranieri trovarono alloggio solo nelle tende costruite nelle vie della città o nelle strade intorno ad essa. Non poche persone rimasero schiacciate dalla folla, e fra queste anche due senatori (103). Lo spettacolo citato si tenne nel 46 a.C. e vi parteciparono ben 2.000 rematori e 1.000 guerrieri. Nel 43 a.C., dopo la morte di Cesare, il lago fu fatto prosciugare per timore che le acque stagnanti potessero contribuire al diffondersi di una violenta epidemia.

Nell’antica Roma per inscenare le naumachiae si ricorreva a dei laghi artificiali. Il principale complesso di questo tipo era stato realizzato nella parte meridionale dell’area che oggi forma il quartiere di Trastevere. Al centro di un lago a forma di ellisse (548 x 365 m) si trovava un’isola artificiale di 100 m di diametro. Il bacino era sufficientemente ampio da accogliere le manovre di navi vere, anche se non di grandissime dimensioni. Nel 2 d.C. Augusto presentò al pubblico una simulazione della battaglia di Salamina (480 a.C.), una naumachia che coinvolse 30 triremi e biremi rostrate, ed un gran numero di navi minori; oltre a marinai e rematori, parteciparono ben 3.000 gladiatori 104. Il lago di Trastevere, realizzato dall’Imperatore Augusto, continuò anche in seguito ad ospitare le naumachiae. Vi furono inscenati, per esempio, gli imponenti giochi che Tito organizzò nell’80 per l’inaugurazione del Colosseo. I giochi si aprirono con una naumachia, seguita da sfide fra

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Capitolo 1

gladiatori, ed una venatio che si svolse su una piattaforma eretta sul lago durante un intervallo. In quella stessa giornata, anche il Colosseo fu allagato per accogliere una naumachia su scala ridotta, rappresentazione di una battaglia fra Corciresi e Corinzi.Il secondo giorno ci furono le corse di cavalli, cui seguì, il terzo giorno, una nuova naumachia che riprodusse la battaglia fra Ateniesi e Siracusani coinvolgendo 300 uomini. Ebbero la meglio gli “Ateniesi” che non solo furono vittoriosi nella battaglia navale, ma riuscirono anche a sbarcare su un’isoletta conquistandone la fortezza 105 . La naumachia più imponente, tuttavia, fu organizzata dall’Imperatore Claudio nel 52 d.C. nel lago Fucino, un lago naturale non lontano da Roma (106) . Le navi imbarcavano 19.000 prigionieri che rappresentavano in parte i Siciliani, in parte gli abitanti di Rodi. Tacito descrive la battaglia come segue:

triremi e quadriremi con diciannovemila uomini.

Fece

disporre

lungo

l’intero perimetro del lago delle zattere in modo che non ci fossero possibilità di fuga,

ma

ampio

lasciò

spazio

a

disposizione per gli equipaggi,

per

esaltare l’abilità dei piloti e l’imponenza delle

navi

generale, operazioni della

e,

in

per

le

tipiche battaglia

navale. Sulle zattere erano disposte coorti di

pretoriani

compagnie

e di

cavalleria, protetti da un parapetto dietro al quale erano al lavoro catapulte e balestre. Il resto del

Claudio equipaggiò

lago era occupato da marinai a bordo di barche

coperte.

Tutt’intorno, come in un teatro, le sponde del lago, le colline, e

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Gli spettacoli dell’antica Roma

le cime dei monti

uccidersi a vicenda

erano

affollate

107

gente

proveniente

di

tanto da Roma che dalle

città

vicine,

venuta per assistere allo

spettacolo

rendere

e

omaggio

all’Imperatore. L’Imperatore presiedeva

con

Agrippina seduta al suo

fianco:

egli

indossava

un

magnifico mantello militare,

mentre

Agrippina era avvolta di tessuto d’oro. Gli uomini si batterono con

coraggio

e

anche

se

valore,

erano dei criminali. Dopo che fu versato sangue

in

abbondanza,

gli

uomini

furono

esonerati dall’obbligo

di

.

Un Tritone d’argento – divinità marina greca, metà uomo, metà delfino – emergendo dall’acqua lanciò il segnale di inizio della battaglia. Fu nel corso di questo spettacolo che i prigionieri condannati al combattimento pronunciarono la celebre frase “Ave Caesar morituri te salutant” (Salute, Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano) (108). A differenza dalla credenza generale, non ci sono prove del fatto che i gladiatori usassero queste parole nell’arena dell’anfiteatro. Durante il regno di Domiziano (imp. 81-96), un nuovo lago fu fatto costruire vicino al Tevere per ospitare spettacoli di battaglie navali. Durante un’imponente naumachia dell’89, una pioggia torrenziale determinò la morte di quasi tutti i partecipanti e di molti spettatori che si ammalarono 109. Traiano (imp. 98-117) realizzò per la naumachia Vaticana un nuovo lago a Nord-Ovest rispetto al Mausoleo di

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Capitolo 1

Adriano (ora Castel Sant’Angelo) costruito più tardi a Roma (110), ma non ci sono descrizioni dei suoi spettacoli di naumachia. L’eccentrico e corrotto Elagabalo, invece, tenne la sua naumachia nel Circo, 111 allagandone i canali di vino . Nel 248 l’Imperatore Filippo celebrò con una naumachia l’anniversario della fondazione di Roma 112, mentre risale al 274 l’ultima battaglia navale, menzionata nel contesto di altri spettacoli (rappresentazioni teatrali, gare circensi, venatio, giochi gladiatori) offerti dall’Imperatore Aureliano 113. La massa degli uomini impegnati nella naumachia, chiamati naumachiarii o naumachi, erano prigionieri e criminali condannati a morte, ma non mancavano gladiatori addestrati in questa specifica disciplina. Nell’intenzione, i Romani cercavano di rappresentare battaglie storiche, ma l’esito finale era spesso diverso dalla realtà. Nella citata “Battaglia di Salamina” organizzata da Augusto, i “Greci” sconfissero i

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“Persiani” com’era in effetti accaduto nella realtà, mentre nella “Battaglia di Siracusa” inscenata da Tito, vinsero gli “Ateniesi” che invece erano stati sconfitti nella battaglia vera tenutasi nel 424 a.C. I Romani erano riluttanti ad assistere alla sconfitta delle proprie forze armate, anche se si trattava di una finzione: per questa ragione non rappresentarono mai battaglie con i soldati romani per protagonisti, attingendo piuttosto alla storia dell’antica Grecia o del Medio Oriente per le loro naumachiae. Le naumachiae erano gli spettacoli più costosi. Richiedevano la costruzione di laghi artificiali, il trasferimento delle navi da guerra, e l’addestramento di migliaia di uomini che dovevano imparare l’arte di combattere per mare. Per queste ragioni gli spettacoli di naumachia furono più rari degli altri giochi gladiatori, e furono prerogativa esclusiva dell’imperatore.


LEG - I Gladiatori